ZUCCARI Cesare
ZUCCARI Cesare
(Brescia, 10 ottobre 1816 - 16 gennaio 1851). Di Luigi e di Catterina Turcati. Di famiglia di orafi, manifestò presto una viva propensione per l'arte del cesellatore e smaltatore, accentuando l'approfondimento al disegno. Come ha sottolineato Stefano Fenaroli in appunti inediti: «Giovane di aspirazioni patriottiche, irrequieto, non poté vivere d'accordo colla famiglia, la quale temeva sevizie e vendette dal governo austriaco, allora terrorizzante, specie dopo i moti del 1821. Per cui, colla scusa di meglio perfezionarsi nella propria arte, giovanissimo, si recò a Venezia ove, studiato disegno all'Accademia, divenne nelle officine di qui gioielliere provetto, smaltatore e cesellatore, per il ché l'opera sua era assai ricercata e per conseguenza ben pagato». Scoppiata il 18 gennaio 1848 la rivoluzione a Venezia e imprigionato nello stesso giorno dall'autorità austriaca Daniele Manin, lo Zuccari fu il primo, il 17 marzo, a scendere in piazza, sventolando il tricolore, animando la folla a liberarlo. L'incitamento fu tanto efficace che la folla si avventò contro il carcere nel quale il Manin era rinchiuso e, rompendo i cancelli, riuscì a liberarlo e lo portò in trionfo. Da questo momento, abbandonato ogni mestiere, lo Zuccari si dedicò all'attività cospirativa e ritornato a Brescia ebbe un ruolo importante nel comitato insurrezionale. Nel 1849 partecipò attivamente all'insurrezione delle Dieci Giornate e, nella difesa di porta Torrelunga, venne colpito da palla austriaca che gli fracassò una spalla. In un primo momento sembrò che dovesse guarire e con il fratello Innocente entrò a far parte del Comitato insurrezionale promosso nel 1850 da Tito Speri. Ma il 16 gennaio 1851 lo colse la morte. Si sparse subito la voce che la palla austriaca fosse avvelenata e anch'essa contribuì al successo dei funerali organizzati dal Comitato segreto, che si trasformarono in una vera e propria manifestazione politica. Il concorso di gente infatti fu tale che mentre il feretro, scortato tra l'altro da duecento giovani tutti con un cero in mano, entrava in Duomo Vecchio, il corteo si estendeva ancora fino all'abitazione del defunto situata sotto i portici dove ancor oggi esiste il negozio Tadini e Verza. «E per spiegare i tre colori nazionali, scrive F. Palazzi nella "Storia del Comitato segreto insurrezionale bresciano 1850-1851", lo strato bianco che copriva il feretro venne adornato di fiori rossi con contorni sempreverdi». Pochi giorni dopo il 20 gennaio, il barone Susan, allora comandante militare della città e provincia di Brescia, che aveva tenute consegnate le truppe per timore di una sommossa fece arrestare Flaminio e Tito Monti e Giovanni Daoni (un'altra fonte indica invece Flaminio Monti, l'avv. Alberti ed Eligio Battaggia), ritenendoli promotori delle manifestazioni, trattenendoli per quale tempo in prigione.