ZONE
ZONE (in dial. Su, Zu o Hu, in lat. Zonae)
Centro montano (a m. 690 s.l.m.) sul versante nord-orientale del bacino del lago di Iseo. L'abitato si stende su un vasto ondulato altopiano alle pendici sud-orientali dei Corni Capreni (m. 1140 s.l.m.) percorso dal torrente Bagnadore, che scende dal Monte Guglielmo.
Dista da Brescia km. 35. La strada principale, unica via moderna di collegamento di tutti i centri storici con il Lago d'Iseo, è la SP 32 proveniente da Marone dove si stacca dalla Provinciale 510 Sebina Orientale.
Il territorio ha una superficie di kmq. 19,59 e confina con i comuni di Marone, Pisogne, Tavernole sul Mella e Marcheno. Le frazioni più importanti sono Cislano (Sislà) a km. 1,400 a S del capoluogo sul versante di sinistra della valle, Cusato (Cusàt) a O (km. 0,750) su un ripiano dominante la valle di Büsen.
Il Comune fa parte della Comunità Montana del Sebino bresciano. La parrocchia dedicata a S. Giovanni Battista, il cui territorio coincide con quello comunale, è parte della Zona V Sebino.
L'altipiano, di origine glaciale-alluvionale, si stende su una roccia raybliana che si è formata quando i due ghiacciai, quello del Guglielmo e quello della Valle Camonica che, attraverso il valico di Croce di Zone e del monte Aguina, lasciarono quel deposito di materiale che lo coprì omogeneamente e che più tardi venne inciso dalle erosioni provocate da torrenti e da acqua piovana in modo da formare un intrico di terrazzi sui quali sorsero gruppi di abitazioni. L'erosione ha prodotto poi, nel territorio di Cislano, il singolare fenomeno delle "piramidi" (v. Piramidi di Zone). Affiorano nel territorio rocce della dolomia principale, calcari trianici, marne del trias superiore in banchi inclinati a sud-sud-ovest, di un vivissimo color rosso ed azzurro. I massi erratici in questa località sono di bellissimo granito ghiandone con lamine di mica che si possono facilmente estrarre. Discendendo a Toline, nella località detta Sedergno, si trovano fossili caratteristici degli scisti del Raibl appartenenti al trias superiore. Tipica è una emersione di porfirite, sulla vetta del Guglielmo, proprio nelle vicinanze del monumento al "Redentore". La morena, con i suoi detriti portati dai ghiacciai, ricopre il fondo delle vallate, fin sopra il capoluogo, dove l'azione erosiva dell'acqua ha dato luogo alla formazione di caverne caratteristiche quali la Grotta di Croce in località Malpensata a quota m. 1237 s.l.m., la Grotticella sotto il roccolo di Aguina, e cavità come Quèl Rudini, Quèl Fosco, Quèl de la Scadècla, Quèl del disertore.
ABITANTI (zonesi, nomignolo aocàcc): 620 nel 1493; 930 nel 1567; 750 nel 1573; 1000 nel 1610; 1000 nel 1659; 820 nel 1727; 634 nel 1764; 611 nel 1775; 660 nel 1791; 660 nel 1805; 644 nel 1819; 602 nel 1835; 670 nel 1849; 675 nel 1858; 687 nel 1861; 667 nel 1871; 717 nel 1881; 946 nel 1901; 1016 nel 1911; 1135 nel 1921; 1075 nel 1931; 1059 nel 1936; 1158 nel 1951; 1044 nel 1961; 1034 nel 1971; 1101 nel 1981; 1138 nel 1991; 1145 nel 2001.
Circa il toponimo, secondo C. Marcato ("Dizionario di toponomastica", UTET), sostanzialmente d'accordo con precedenti studiosi (Olivieri, Gnaga, Guerrini, Sina ecc.), dato che la località si trova presso il valico Croce di Zone tra Marone e Pisogne si presume che il nome potrebbe riflettere un "jugone" accrescitivo del lat. "jugum", in dial. zuf, nel senso geografico di "valico". Passaggio quasi obbligato dal lago d'Iseo alla Valcamonica e in collegamento con la Valtrompia, il territorio conobbe presenze di abitanti o di viaggiatori fin da tempi antichi. Sono stati richiamati da Alessandro Sina ("Zone, sul lago di Iseo", p. 9) vocaboli, in uso ancora oggi, ma da attribuire a popoli ibero-liguri, ai celti e, sicuramente, ai romani. Sono toponimi di impronta romana Cislano (da un supposto Cistellenus o Caesillianus), Zuzano (da Sudius o Sucius), Cusato (da "clausatum" o "Cusius"), Remignano (da "romanus"), Trisago (da "Tresius"), Guglielmo ("Culmen") e, come si è visto, lo stesso toponimo di Zone (da "jugonis" = valico) e molti termini in uso.
Il Sina aggiunge che «un'altra impronta romana sembra di intravederla nella stessa pianta della contrada di Zuzano, che dovette essere anche nei tempi più antichi come lo è ancor oggi, il centro di tutta la comunità». Il Sina vede in Zuzano «tracciato il cardo massimo nella via romana che da Porte, attraversando l'abitato giungeva in Padol, coi due secondari, l'uno a destra e l'altro a sinistra; ed il decumano nella via che partendo dalla valle di Còi, giungeva alla vallecola Moret per proseguire a Trisago, accompagnato ai suoi lati dai decumani secondari» supponendo con ciò che «Zuzano sia di fondazione romana, e che Roma l'abbia, se non fondata, ripristinata perché, data la sua posizione quasi ai piedi del valico della Croce, fosse un presidio, uno dei tanti castelli, contro le probabili invasioni del popolo camuno, forse a quel tempo non ancora debellato, né domato». Rinvenimenti fortuiti catalogati nella "Carta Archeologica della Lombardia" portarono nell'800 alla luce in località Pagà, sulla vetta dei Corni Capreni, resti di strutture murarie ritenute relative ad un edificio romano. Tra il Passo Croce di Zone e il santuario della Madonna del Disgiòl venne alla luce un tratto di strada antica, probabilmente romana. Frammenti di laterizi di epoca romana vennero trovati alle Cascine Mattone (Matù), sul versante NE del monte Guglielmo.
La permanenza di abitanti sul territorio è confermata da sepolture ad inumazione di probabile epoca tardoromana trovate agli inizi del '900 a Cislano. Di particolare importanza la strada, unica a congiungere la riviera Sebina e la Valcamonica, e che sarebbe stata percorsa nel 16 a.C. dall'esercito romano alla conquista dei camuni.
Latifondo romano, anche l'altopiano di Zone fu poi un feudo il quale, secondo A. Sina, dovette comprendere «tutta la campagna o il più di essa tra Cislano e Remignano, come pure tutta la montagna che sta a ridosso di essa fino al confine del monte Guglielmo. Ora il proprietario di questo vasto territorio, o fu il vescovo, o fu alcuno dei grandi monasteri bresciani che ancor prima del mille, dai re longobardi, dai re carolingi, dagli Ottoni e dai vescovi vennero dotati d'una grande quantità di beni, non solo entro i confini della nostra diocesi, ma anche altrove». Il Sina soggiunge che la dedicazione a S. Cassiano è una spia di proprietà monasteriale ed elenca numerose famiglie nella Riviera e nella Valcamonica che furono al servizio del vescovo, dei monasteri, ecc. nella gestione dei beni feudali. Importanti le proprietà vescovili se ancora nel 1307 i sindaci di Zone pagano lire 34 al prete Giacomo da Zone, gastaldo della curia vescovile di Pisogne. Fra i vassalli di feudatari più antichi in luogo emergono i nomi dei Mora o Moro dipendenti dal Capitolo della Cattedrale e ritenuti ascendenti dei Poncarali. Accanto ai beni feudali sussistono e aumentano altri beni detti vicinali, cioè goduti in comune dalle famiglie radicate sul luogo disperse nei pagi che, nel caso di Zone, hanno il loro centro in Sale Marasino. Di essi è una indicazione nella montagna Padò, nome che deriverebbe da "pratum pascuum" aperto e comune a tutti "i vicini" per il pascolo e per raccogliere legna. Come scrive A. Sina, già «alla fine del sec. XIII la vicinia di Zone non solo si trova proprietaria di pascoli e di boschi, nei quali solamente i vicini possono esercitare il diritto di condurre al pascolo il proprio bestiame, e quello di tagliarvi della legna, il che costituisce un principio di autonomia; ma si trova in possesso anche del diritto di poter deliberare intorno ai propri interessi, come quello di eleggere i capi, cioè consoli, consiglieri, o sindaci, destinati a convocare ed a presiedere le assemblee vicinali, in cui si dovevano trattare tutti i problemi interessanti la collettività».
È nato il Comune del quale si ha un accenno in una sentenza emanata dal Comune di Brescia con la quale obbliga i comuni della Franciacorta e della riviera Sebina a concorrere alla ricostruzione del ponte delle Crotte sul Mella e nella quale sono esplicitamente elencati «Comune et homines de Zono». Comune e feudatari trovano un caposaldo nel castello, del quale è rimasto il toponimo nelle vicinanze della contrada di Trisago, costruito forse nel sec. X, passato in proprietà degli Almici nel sec. XV e fatto distruggere, come quelli di Colpiano e Sale, dalla Repubblica veneta.
Ovviamene il Comune di Zone non poté che seguire le vicende del Bresciano e della Riviera Sebina passando dalle diverse Signorie (Visconti, Malatesta ecc.). È citato nell'estimo visconteo del 1385 fra i comuni appartenenti alla quadra di Iseo, nella quale rimane sotto Venezia. Zone appare alla ribalta degli avvenimenti nel 1411 quando Pandolfo Malatesta estende il suo dominio sul lago d'Iseo, vi arma una flottiglia contro i Visconti, insedia suoi castellani a Iseo e a Clusane e impone dazi ai comuni del lago, compreso Zone. Alla Repubblica Veneta appartenne dal 1427 al 1797 salvo rarissime parentesi, come quella indicata dalle cronache sotto la data del 3 dicembre 1452 secondo le quali rappresentanti di Zone, assieme a quelli di Sale Marasino e di Pilzone, sono a Orzinuovi per giurare fedeltà al duca di Milano Francesco Sforza (che, ripresa la guerra contro Venezia, si era insediato a Iseo) nelle mani di Angelo da Rieti, ottenendo con ciò l'esenzione da «imbotado» e da «bolletta» per quattro anni, licenza di commerciare senza dazi, a Iseo e per tutta la Quadra, i loro panni di lana.
Non si conosce chi sia stato il "dominus", ossia il feudatario o i feudatari di Zone. A. Sina ha tuttavia messo in rilievo la preminenza, almeno dalla prima metà del '400, dei Parzani, in seguito chiamati Arisi e poi Almici. Presenti anche nel territorio di Pisogne e a Coccaglio nel 1531, già suddivisi in vari rami, vantano diritti di proprietà e di usufrutto su parecchi boschi, pascoli, terra "prativa", "arborea" e "montiva" oltre che un fondo ed un mulino che coprono una terza parte abbondante del territorio di Zone, senza contare degli altri possedimenti che avevano nella campagna coltivata e dei diritti che vantavano anche nei boschi e nei pascoli comunali. Ottenuto il privilegio della cittadinanza bresciana, così da pagare le tasse solo in città e non a Zone, essi entrano presto in accanita contesa con il Comune di Zone, come documenta un "Informactione per la comunità di Zone" riportata da A. Sina (pp. 17-18). A partire dal 1442, con la creazione a cittadino di Brescia di Giacomo de Zono de Parzani «dal quale ne discende la famiglia Arisi, sive Almici che hanno beni et habitano nella detta terra di Zone», «con detta famiglia in diversi tempi sono state diverse liti et contese tra essa et detta Comunità per rispetto delle contributioni, pretendendo di non esser tenuti a contribuir con detta Comunità, né per li aggravi occorrenti sopra li loro beni, né per quelli che occorrevano sopra il colonato lavorando essi li beni con le proprie mani sotto il pretesto di detta cittadinanza». Tra corsi e ricorsi nel 1533 venne istruito un processo che ebbe termine nel 1599 con la condanna agli Almici a pagare le tasse sul colonato, ecc. e che «restino trattati come contadini per essere cittadini creati, et per esser caduti dalla cittadinanza per essere ritornati alle opere rurali». Da parte sua il Comune, particolarmente dagli inizi del sec. XVI, va aumentando il proprio patrimonio, acquistando nel 1501 da Catarina q. Bertolino Galbardi e moglie di Pellegrino Bordiga la sua quota di bosco in contrada Casaröle, nel 1554 da mastro Bonomo, figlio del maestro Betino Sina, prato e bosco in contrada di Val Corva; nello stesso anno da Bartolomeo q. Pietro Viani e da Domenico fratello di Bartolomeo, prato e monte in contrada del Zuchlei (Costa Soclei). Nel 1560 acquista un terreno a prato al Barco, da Battista Viani; nel 1586 acquista i fondi Pezzi e Chigazzolo.
Via via il Comune diventa inoltre proprietario di gran parte del Monte Guglielmo, prima appartenente a famiglie forestiere. Nel 1573 si contano ad una ventina le proprietà comunali di boschi, prati ecc. diffuse per tutto il territorio, assieme a tre mulini di una ruota in contrada Botini, in territorio di Marone (Mulì de Hu). Proprietà che aumentano nei sec. XVII-XVIII. Nel 1641 acquista piò di terre al Palmarös dalla Confraternita del SS. Sacramento. Affitta i molini prima ai nobili Gaioncelli e dal 1551 a Silvestro Zatti del luogo. Nel 1686 il Comune può vantare, tra bosco e pascolo, 1780 piò di terra. Nuovi acquisti si susseguono nel 1705 con la compera da Girolamo Maggi del prato di Padamone anticamente degli Almici; e nel 1706-1707, da Marco Marchetti e da Giovanni Berardi Spera, dei prati in Gass, Paiere e coste Marchionni per un complesso di 1825 scudi, e inoltre di parte della cascina Palmarös. A difesa del proprio territorio e patrimonio, nel sec. XVI, il Comune di Zone ingaggia una serie di liti e controversie con i Comuni confinanti. Nel 1520 è in lite con quello di Toline, lite che terminerà, a quanto pare, solo nel 1705, anno nel quale furono precisati confini tra Marone e Pisogne.
Più complicate e lunghe le liti, nel sec. XVI, fra Zone e Marone per i diritti di passaggio sulla strada che da Zone conduce, attraverso la valle di Gazzo, al monte Guglielmo percorsa da mandrie e greggi che spesso sconfinavano lungo il tragitto in prati ai margini della strada, con conseguenti sequestri, se non con uccisioni, di pecore e di capre. La lite durò almeno fino al 1670.
Altre contese sorsero, sempre tra Zone e Marone, nel 1652 per i termini di confine tra la Corna Gomba e Casaröle. Costò moltissimo al Comune una lite contro Bortolo Saleri di Cimmo per l'affittanza del monte Guglielmo. Iniziata nel 1779, si concluse a Venezia nel 1788 davanti al "Collegio dei venticinque", con giudizio favorevole in via di diritto per Zone, ma disastrosa per le spese giudiziarie incontrate dal Comune. Nel 1669, oltre che offrire cera alla Pieve di Sale, il Comune ha l'obbligo di contribuire alla manutenzione della via "reale" della tesa del salnitro ad Iseo, alle spese della Quadra e del Territorio e deve mantenere quattro sindaci, un cancelliere, quattro campari, due stimatori ed un procaccia. Quanto ai beni del Comune, alcuni son goduti da tutti gli abitanti, alcuni altri solo dagli originari. A dirimere le questioni insorte tra vecchi e nuovi originari nel 1734 e nel 1735 interviene il Capitano di Brescia il quale deve interessarsi anche tra i poveri e i ricchi del Comune. Alle necessità del paese viene incontro nel 1736 il doge che concede a Zone, per dieci anni, di pagare ogni anno soltanto lire 160 per le taverne e lire 581 per dazi di biade, di vini e di fieni.
L'attività della comunità non si esaurisce certo nell'acquisto e gestione di beni immobili. Attivo il suo impegno nelle chiese e nelle opere di abbellimento. Fin dalla fine del sec. XV è documentata un'attenzione particolare verso istruzione pubblica. Nel 1499 infatti insegna a Zone un "professor gramaticae"; nel 1533 tiene scuola vicino alla chiesa di S. Giovanni un Olivino de Arisis (cioè Almici). Presente l'impegno assistenziale, come dimostra l'esistenza del Pio luogo della carità antica, beneficato da legati fra i quali di rilievo quello di 270 scudi del parroco don Sonetti nel 1767. Negli stessi secoli XV-XVII il paese si trasforma. Mentre nel 1610 il Da Lezze deve constatare che il castello è «derocato», anche se ancora con porte e muraglie e «habitato», e il paese si è arricchito di case civili. Già da tempo è conosciuto anche lontano, tanto che compare nel 1508 tra la località che Leonardo da Vinci fissa fra le più importanti del Bresciano. Zone compare nelle prime carte della provincia. Sorgono, già nel '400, case di grande distinzione come casa De Moris, poi Bonsi, ora Marchetti, in Cislano (probabilmente fu anche casa parrocchiale), della quale don Sina rilevava che conteneva affreschi che presentavano contatti evidenti con quelli dell'interno della chiesa di S. Giorgio e che «probabilmente appartengono, non al 1449 come alcuno ha opinato, ma al 1484 come i sopraddetti» e dove «esistevano, in un fienile, degli affreschi ancora ben conservati di Giovanni da Marone, tra i quali: un "S. Domenico", un "Ecce Homo", un "S. Girolamo", un "S. Giorgio", una "Natività", una "Madonna in trono ed un cavaliere".
F. Lechi ("Dimore bresciane", p. IV) rileva l'importanza di una casa detta dei Passanì, già casa dei Nodèr (Notai), notevole per le sue loggette e la loro policromia. Richiama una «piacevole loggetta» di una casa di via Marconi e l'imponenza di altri gruppi di case. Notevoli ancora le case Almici, vicino alla chiesa, risalenti al XV-XVI sec. e che conservano l'architettura primitiva. Il prof. Dominighini (di Bergamo) e il maestro Giuseppe Denti (di Cremona) più e più volte ritrassero su tele l'interno e l'esterno di dette case, destando un senso di sorpresa e di orgoglio negli abitatori. Senza dire delle chiese che vengono edificate ricche di opere d'arte.
Risparmiato dalla peste del 1630 per voto fatto a S. Rocco di celebrare poi una particolare festa solenne e, ancora, da siccità e pioggia per intercessione della Madonna di S. Cassiano, il paese è colpito nel 1722 da una grande frana che, verificatasi in località Prima Terra sopra Cusato, travolge case e persone e che è ancora ben visibile. Sfugge tuttora alla documentazione disponibile la presenza o meno (anche se tra gli anziani del posto se ne parlava) di banditi mentre, invece, si riscontra quella di contrabbandieri ospitati volentieri dai mandriani. Zone registra ancora nuovi progressi verso la fine del '700. I testamenti di Domenico Mariotti del 21 dicembre 1791, di Pietro Berardi del 14 maggio 1797 e di Stefano Berardi nel 12 maggio 1793 destinano beni per l'istituzione di una scuola per i «figli del paese».
Il Dominio veneto finisce con echi di guerre. Nel luglio 1796 Zone conobbe per la prima volta truppe di un vero esercito. Da Zone a Salò infatti si dispongono settemila uomini della divisione Sauret, che fa parte dell'armata francese di Napoleone e che è posta a sbarramento delle valli dell'Oglio, del Mella e del Chiese. Nuove truppe napoleoniche al comando dei generali MacDonald, Lechi e Poli salgono il 1° gennaio 1803 da Marone a Zone per attraversare il Guglielmo. Compreso nel cantone del Mella dalla legge del 1 maggio 1797, la legge del 12 ottobre 1798 lo include nel distretto del Sebino, dal quale passa, assieme a Vello, ai sensi della legge 13 maggio 1801, nel distretto IV di Breno. Con la legge 8 giugno 1805 entra a far parte del Cantone II di Iseo e, dopo la concentrazione dei comuni del 1° gennaio 1810 e conseguenti modifiche della distrettuazione, nel III Cantone di Iseo. Sul piano istituzionale, in osservanza della legge del 24 luglio 1802 ed in virtù dei 578 abitanti, viene classificato nella terza classe dalla citata legge 8 giugno 1805. Con la legge del 12 febbraio 1816 viene incluso nel X distretto di Iseo.
Zone vive tempi difficili e di estrema povertà, tanto che il 25 giugno 1815 un centinaio di abitanti, per sopravvivere, supplicano dal sindaco un «qualsiasi genere alimentare e di qualsiasi natura». Analoga implorazione rivolgono gli abitanti di Zone il 24 marzo 1816. Nell'800 non mancano segni di progresso. Nel 1823, su progetto dell'ing.architetto Carlo Bertuetti, viene ristrutturato l'edificio comunale in contrada Silterù, in modo che possa ospitare le due classi (uniche) maschili e femminili in ambienti «servibili anche per sala consigliare» e anche, in parte, ai bambini sotto i sei anni. Viene inoltre restaurato l'orologio pubblico e dato inizio al servizio medico. Nel 1825 vengono inaugurate tre fontane con l'acqua di Valurbe, delle quali una esiste ancora in via A. Sina, in medolo con mascherone. La forma arieggia lo stile di un'ara romana. Reca la scritta dettata dal parroco don Brizio Caldinelli «PRAESIDUM COMVNITATIS ZONI / VIGILI CVRA IN HOC ALVEVM / AQVA CVNCTIS OPTANTIBVS FLVIT» (In questa fontana, l'acqua scorre per tutti i richiedenti, grazie all'attenta premura dei presidi del Comune di Zone). Nel 1829 viene costruito, su progetto di Carlo Bertuetti di Brescia, l'acquedotto di S. Antonio. Nelle lotte dell'indipendenza italiana ha rilievo la figura di Giosuè Zatti, segnalatosi nella campagna dell'Italia meridionale del 1861 e nella battaglia di Custoza del 1866.
Entrato a far parte nel 1859 del Regno di Sardegna, il Comune viene retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri e viene incluso nel Mandamento IX di Iseo, Circondario I di Brescia. Dal 1865, in base alla nuova legge sull'ordinamento comunale, viene amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Proverbiale rimane, nonostante i nuovi scenari politici, la saggia amministrazione del Comune, tanto che nel 1860 è in grado di "far le bucce" al Ministero delle Finanze e di abolire nel bilancio, per lunghi decenni, qualsiasi sovrimposta comunale. Nel 1880 si provvede, con due fontane derivate dalla sorgente Rinat, a incrementare la provvista di acqua potabile.
Ancora nel 1889 la "Guida Alpina della provincia di Brescia" indicava la sola presenza della «buona trattoria del sig. Maffolini», ma soggiungeva che «sarebbe un eccellente soggiorno estivo se qualche albergatore avesse il coraggio di erigervi un buon albergo». Sei anni dopo, nel 1895, l'albergatore, nella persona di Francesco Almici, non solo erige un buon albergo, ma realizza addirittura un ampio rifugio sul monte Guglielmo. Nel 1896 la "Guida del lago d'Iseo" di Bernardo Sina segnalava «A Zone farebbe ottima prova una stazione estiva, perché offre, in vicinanza al piano lombardo, i vantaggi di un'alta vallata. Ha acqua abbondante distribuita in fontane pubbliche, e potrebbe benissimo avere il suo stabilimento idroterapico. Il bravo Almici Francesco, mentre va migliorando la sua Trattoria Alpina in paese, ha avuto la felice ispirazione di costruire un'osteria rifugio quasi sulla vetta del Guglielmo. È un locale molto lodato, dove l'anno passato fu tanto il concorso dei visitatori, che il proprietario ha sentito il bisogno di aggiungervi quest'anno altre tre stanze. Così può dare alloggio a più di 30 persone. Continuando ad essere moderato nei prezzi e premuroso, l'Almici avrà assicurato un buon avvenire al suo Rifugio».
Anche in campo economico-sociale si allargano nuovi orizzonti. Il milanese Arturo Vismara fa di Zone una succursale dei suoi filatoi di Marone. Da parte sua, nel 1897, don Bettoni dà vita alla Cassa Rurale, attraverso la quale quasi tutti i terreni di proprietà di persone estranee al paese passano in mano a famiglie del luogo. Nel 1901 sempre Francesco Almici realizza, su progetto dell'ing. Conti in località "Mulì", una turbina alimentata dalle acque delle sorgenti di Hópol, dall'acqua delle vallette del Goi e di Dale e da quella di recupero delle fontane; acqua che viene convogliata e raccolta in grandi vasche e che, oltre ad essere utilizzata per proprio uso (albergo, mulino, segheria, ecc.), dal 1903 serve per far funzionare la turbina e dare corrente per l'illuminazione pubblica e privata fino al 1965. Un'epidemia di tifo nel 1901 spinge l'amministrazione comunale a provvedere il paese di due nuove condutture d'acqua potabile. Nel 1902 per iniziativa di Francesco Almici viene realizzato il servizio telefonico tra il Rifugio del Guglielmo e l'albergo di Zone. Ancora nel 1902, per opera del parroco don Luigi Bettoni, viene aperto «in via di prova», per esaudire richieste di genitori avanzate fin dal 1881 e solo per la stagione estiva, una stanza di custodia per i bambini piccoli. Legata a Zone è l'inaugurazione sul Guglielmo, il 24 agosto 1902, del monumento, per la consacrazione del secolo al Redentore, voluto da un comitato presieduto da Giorgio Montini su progetto dell'arch. Carlo Melchiotti. Caduto in rovina, il fabbricato viene ricostruito e inaugurato nuovamente nel settembre 1966. Nel 2002 è abbellito del mosaico del Cristo Risorto e viene celebrato il centenario della sua costruzione.
Tenta di scalfire lo zoccolo duro dell'amministrazione, saldamente in mano dei cattolici, la costituzione del Circolo democratico zanardelliano, presieduto da uno Zatti e sostenuto da Giacomo Sina, dai fratelli Morelli, ecc. Impulso allo sviluppo di Zone viene da Gaetano Almici (1861-1943), il quale nel 1914 realizza un nuovo edificio scolastico, promuove scuole serali e la filanda, sviluppa l'attività della Cooperativa. La guerra 1915-1918 vede il paese coinvolto in movimenti di truppe, per la vicinanza con il fronte della Valcamonica, e costa vittime al paese. Zone riprende sicura il proprio cammino guidata da una maggioranza del Partito Popolare. Mentre falliscono i tentativi dei liberali zanardelliani, che nel luglio 1921 tentano di piantarvi l'Unione Democratica bresciana, ha un qualche successo il socialismo che apre una propria sezione. A questi sforzi i cattolici e il parroco don Cristini rispondono con la fondazione, nel novembre 1922, dell'attivo e nutrito Circolo Cattolico "Excelsior". Riprende il turismo estivo e alla villeggiatura "familiare" si aggiungono anche strutture parasanitarie. Nel 1922 a Cislano, in una casa da poco costruita dalla famiglia Camplani, vengono ospitati, per iniziativa di un Comitato e ad opera del Consorzio antitubercolare, una quarantina di bambini tubercolotici «minorati di guerra». Ma né popolari né socialisti riescono a far fronte al Fascismo. Agli inizi, e per mesi, il nuovo movimento non fa presa. I primi fascisti sono costretti ad iscriversi al fascio di Marone e solo nell'aprile 1923 viene costituita da poche persone, tra i quali un ex sindaco e un vice sindaco di una precedente amministrazione popolare, la sezione locale. Lo scioglimento d'imperio, nel 1924, dell'amministrazione, con minacce gravi a consiglieri popolari e l'imposizione di un commissario prefettizio nella persona di funzionari della Prefettura estranei al paese, scatena un crescente malumore che si manifesta, come si legge nel "Popolo di Brescia" (11 settembre 1924), fin dal giorno della costituzione della sezione del Partito fascista, «in un'aria di diffidenza e di astio ... prima subdolo e poi palese e aperto», così da costringere «i pochi fascisti del paese a rincasare all'imbrunire e a sopportare le provocazioni e gli oltraggi di gruppi di forsennati che percorrono il paese urlando e minacciando», tanto che il paese viene dai gerarchi fascisti dichiarato «fuori legge». La situazione si aggrava quando, nel febbraio 1925, viene mandato come commissario prefettizio tale Giovani Berghinzoni, oriundo di Ferrara, il quale in pochi giorni, per "mettere ordine", se la prende con il parroco don Cristini e la sua amministrazione dell'asilo; suscita un sempre più profondo malumore con l'imposizione di una tassa per il libero pascolo delle capre e con la proibizione del canto di "Bandiera rossa" e di altre canzoni antifasciste. Il suo atteggiamento è tale da scatenare, nel giro di un mese, una vera rivolta. Come ebbe a raccontare il "Popolo di Brescia", il 16 marzo, giovedì, verso le ore 10, «a piedi scalzi, silenziosamente, una settantina di donne parte di Cislano e parte di Zone, scortate a breve distanza da altrettanti uomini, raggiunsero silenziosamente il Comune e salite per la ripida scala, tra urla formidabili, scardinarono la porta e al grido di: Basta i fascisti! Abbasso il Governo! Via il commissario! Vogliamo le chiavi del Comune da consegnare al prete!, invasero il corridoio dirigendosi verso l'ufficietto ove trovavasi il commissario». Affrontato d'improvviso, gli viene tolta la pistola e picchiato e graffiato nel viso e nelle mani, non senza il tentativo di gettarlo dalle scale. Salvato da alcuni soccorritori, il malcapitato, raccolte alcune carte, riesce a eclissarsi tra due ali di folla urlante. Poco dopo giungono i carabinieri di Marone e, nel pomeriggio, un commissario di Pubblica Sicurezza, il dott. Gatti, con agenti "specializzati" i quali raccolgono una ventina di denunce e arrestano tre donne e due uomini. Nella serata, mentre il commissario Gatti interroga, in una stanza dell'albergo, Zatti, Berghinzoni e il parroco, viene sparata una fucilata contro la finestra della stanza nella quale quelli sono riuniti. Sul luogo a portare "la parola di pace" interviene lo stesso Augusto Turati. Del fatto verrà dichiarato estraneo il parroco. Con queste premesse il fascismo non riuscirà mai a conquistare del tutto il paese. Dieci anni dopo il fatto, su mille abitanti si conteranno, nonostante tutte le costrizioni, 29 camicie nere, 44 giovani fascisti, 75 fra balilla e piccole italiane. Una simile protesta si avrà pure a fine anno 1958 per iniziativa di un folto gruppo (70) di emigranti e contadini che si ribelleranno ad un inasprimento dell'imposta di famiglia, deliberata per quell'anno dalla Giunta Comunale. Gli insorti, occupato il Comune, si faranno consegnare le chiavi dal segretario comunale e, dichiarando arbitrariamente decaduta la Giunta Comunale, proclameranno i capoccia nuovi amministratori. La cosa finirà con l'intervento della Forza Pubblica e con qualche problema per i capi rivolta. L'amministrazione concluderà il suo mandato nel 1960, ma le nuove elezioni amministrative si svolgeranno solo nell'autunno di quell'anno perché in primavera non erano state presentate liste di candidati. Negli anni che seguono non sono molte le novità. Il 9 ottobre 1927 viene inaugurato il monumento ai Caduti e solo in quest'anno viene creato l'ufficio postale e installato il telegrafo. La realizzazione più importante è la strada Marone-Zone di km. 7,400 iniziata il 15 settembre 1930, interrotta più volte e inaugurata il 28 ottobre 1935. Viene inoltre migliorata la strada per Cusato, lungo la quale viene creato il Parco della Rimembranza. Inoltre viene continuato acquedotto per la stessa frazione; costruite alcune fognature, ampliata la sede del Comune. Il 24 settembre 1934, in occasione della commemorazione del fascista Tito Galbardi ucciso a Charleroi il 12 luglio 1929, "vittima dell'odio comunista", viene inaugurata la Casa del fascio.
Gli anni '30, anni di grande emigrazione, grazie anche alla nuova strada, registrano un grande lancio della villeggiatura e del turismo. Come si legge sulla "Guida Apollonio" del 1938: «Zone è meta di chiassose comitive e nel tempo estivo è ritrovo delizievole di eleganti famiglie di villeggianti. Nell'inverno Zone è meta di numerose schiere di gagliardi sciatori e sciatrici che si recano sui piani nevosi delle Montagne Aguina e Guglielmo a praticare l'attraentissimo e salubre sport». Nello stesso anno vengono ristrutturati i vecchi acquedotti. Nel 1940 viene avanzato il progetto di una colonia montana dedicata alla principessa Maria Gabriella.
La II guerra mondiale, con la chiusura delle vie dell'emigrazione e del turismo, porta una nuova ventata di povertà e mesi di paura. Nell'ottobre-novembre 1943 Zone registra un intenso movimento di sbandati e renitenti al la chiamata alle armi che si raccolgono sulle falde del Guglielmo e sopra il paese, in malghe e in accampamenti organizzando nuclei di resistenza contro i quali si scatenerà il 12-13 novembre 1943 un'imponente operazione di rastrellamento da parte di truppe tedesche e della R.S.I. che debellerà i resistenti. Quella di Croce di Marone fu la prima battaglia della Resistenza bresciana. Formazioni partigiane saranno presenti ancora nel 1944-1945. Nella ripresa democratica tiene la ribalta la Democrazia Cristiana. Forse tra i primi paesi della provincia, Zone ha per intervento e a spese dell'ing. Emilio Franchi il piano regolatore che egli dona poi al Comune. In base a tale piano si intensificano le opere pubbliche: dalle infrastrutture, con l'acquedotto, derivato dalla sorgente "Pineta di Tres" ai Corni Stretti, quattro chilometri di condutture portano l'acqua al serbatoio di 120 metri cubi ed al paese, ed il lavoro viene concluso nel 1948. Nel 1947 viene ricostruita, ex novo, la fognatura; si realizzano nuovi selciati con guide per auto e autocarri, e ponticelli sui torrenti, migliorie a mulattiere. Sui pascoli del Guglielmo e di Palmarusso vengono attivati cascine, portici, concimaie, depositi. Nel 1950 viene anche progettata, ma non realizzata, una funivia al monte Guglielmo. Iniziato nel 1959, il 3 agosto 1969 viene inaugurato il nuovo edificio della scuola materna. Pur ancora nella morsa dell'emigrazione, che si estinguerà a cavallo degli anni '70, Zone tocca in quegli anni il boom turistico estivo con cinquemila presenze giornaliere. Vengono sviluppati impianti sportivi, avviato l'agriturismo montano con il recupero delle malghe Palmarusso, del monte Agolo e del Monte Aguina. Sono gli anni nei quali Pier Paolo Pasolini ha modo di constatare che Zone «è il più bel paese del mondo». Sempre negli anni '70 il paese si apre a mostre come quella sugli "Usi e costumi di Zone" (1977).
L'attività comunale ha un accelerato sviluppo negli anni '70-'80-'90, a lungo guidata dal sindaco Zaccaria Almici. Vengono realizzate molte opere pubbliche, sociali, culturali e turistiche. Tra le più importanti e significative ci sono: la Panoramica sud (oggi via Aldo Moro), che collega la strada provinciale SP32 e il centro di Zone con Cusato; il rifacimento completo della rete fognaria collegata con il grande collettore del lago; il rifacimento completo dell'acquedotto, l'aumento dei bacini di raccolta e la captazione di nuove sorgenti; la realizzazione del centro sportivo comunale; la metanizzazione del paese; l'ampliamento e l'interramento delle linee elettriche dell'illuminazione pubblica e dell'Enel; il rifacimento completo delle malghe comunali del monte Guglielmo, Palmarusso, Aguina e Agolo e la realizzazione delle rispettive strade silvo-pastorali di collegamento e forestali per il servizio e la cura del bosco; in collaborazione con la comunità montana del Sebino bresciano vengono effettuate opere di bonifica montana e di difesa idraulico-forestale sui torrenti Gasso, Lombrino e Vandül. Viene realizzata, in collaborazione con la Regione Lombardia, la riserva delle Piramidi di Zone, vera attrazione turistica. Nel 1989 è approvato il Piano Regolatore generale su progetto dell'arch. Roberto Nalli. Particolare attenzione viene posta all'arredo urbano con l'utilizzo di materiali e stili caratteristici del luogo e al recupero delle vie interne dei centri storici. Vengono realizzati i parcheggi periferici, recuperato l'interno del palazzo comunale, razionalizzando gli uffici e utilizzando i volumi liberi per la formazione dei nuovi locali della biblioteca, della sala civica e del Consiglio Comunale.
Sul piano sociale si dà inizio all'assistenza domiciliare e buoni pasto per gli anziani e persone bisognose; si pone una grande attenzione alle problematiche giovanili con l'istituzione di borse di studio per favorire l'approfondimento culturale e combattere il fenomeno della droga. Turismo e cultura hanno un forte sviluppo col restauro di quasi tutte le grandi opere d'arte delle chiese di Zone, con l'istituzione della Biblioteca Comunale, il cui lavoro di ricerca sugli usi, costumi e dialetto zonese porterà alla pubblicazione dell'interessante volume "Dalle stelle alle stelle". Viene sistemato l'archivio comunale, acquistata la tipica "Casa Ambröf" con lo scopo di farne un museo etnografico della civiltà contadina locale e, in collaborazione con la Pro Loco, guidata dal dott. Ruggero Martinotti, vengono realizzate, su varie tematiche legate a Zone, parecchie mostre e manifestazioni culturali, sportive, gastronomiche. Il turismo trova un supporto originale in una campagna di stampa, che dura per anni dal 1980, del giornale londinese "The Observer" che porta a Zone numerosi villeggianti inglesi, mentre gli scout belgi fanno della località la loro meta preferita. Nuove opere chiudono il secolo. Nel 1999 viene imbrigliato il torrente Bagnadore. Nel 2000 vengono scavati tre nuovi pozzi dell'acquedotto, sviluppati programmi per il turismo, censiti gli alberi monumentali, sviluppata l'elettrificazione di cascine di montagna e realizzato il bosco degli gnomi, creato dalla fantasia dello zonese Luigi Zatti.
ECCLESIASTICAMENTE è sempre valida la supposizione di A. Sina, che il Cristianesimo si sia consolidato in Zone (appartenente prima al pago di Iseo e poi alla pieve di Sale Marasino) durante il dominio longobardo e in parte almeno di quello franco cioè nel sec. VIII, «per cui, scrive A. Sina (p. 34), si può tenere per certo che a quest'epoca, anche Zone, come ogni villa del pago di Sale, avesse già la sua cappella, dove alla festa il sacerdote salito dalla pieve radunava la comunità di quei primi cristiani per la celebrazione dei divini Misteri e per dispensare ad essi il pane della parola di Dio». Sempre il Sina, scartando l'ipotesi che la prima cappella sorta in località Cislano «forse nel sec. IX» fosse dedicata a S. Giorgio, il cui culto fu diffuso all'epoca delle Crociate, partendo da una dedicazione nel sec. XV di un altare a S. Stefano diacono e martire, pensa che appunto a questi fosse dedicata la prima cappella come diaconia sorta accanto ad una casa per l'assistenza alla povera popolazione del luogo, ai pellegrini e ai viandanti sulla via romana e sul valico.
All'epoca longobarda, alla metà del sec. VIII, A. Sina propende ad attribuire l'erezione di una cappella a S. Giovanni Battista in Zuzano, contrada al centro del territorio di Zone, compresa poi nelle fortificazioni che presero forma nel castello o in un borgo cinto di mura e porte, le prime in contrada bassa, detta Porte, le seconde in contrada Padöl, sul lato nord. Caduta in rovina o ormai incapace di contenere la popolazione, nel sec. XII la prima cappella di Cislano venne dedicata a S. Giorgio, il cui culto andava diffondendosi un po' dovunque. E ciò per iniziativa, probabilmente, del Capitolo della Cattedrale quando intorno al Mille, come sottolinea A. Sina (p. 39), «alcuni dei vescovi bresciani per rinsanguare il patrimonio della Cattedrale, ridotto in condizioni di povertà, causa le guerre e le usurpazioni dei laici, come pure per ridonare un po' di vita spirituale a popolazioni prive di assistenza religiosa, pensarono di unire a quella parecchi benefici, dei quali potevano disporre facendo obbligo al Capitolo di mantenere presso le chiese, o cappelle, un sacerdote con conveniente salario per il servizio religioso». Attestano l'appartenenza della cappella di S. Giorgio al Capitolo della Cattedrale Bolle pontificie del sec. XII, da quella di papa Onorio III, emanata tra il 1125 e 1130, all'altra di Eugenio III in data 1148, a una terza di Adriano IV del 1159, ed ultima a quella di Alessandro III del 1175, nelle quali immancabilmente, con molte altre, è sempre ricordata anche la «Capella S. Georgii in Sislano». Nel 1390 compare il nome di Giovanni di Zone, investito del beneficio di S. Giorgio. Dal Capitolo della Cattedrale nel 1422 risulta che la chiesa di S. Giorgio era già unita al monastero di S. Salvatore dei Canonici Regolari dei SS. Simone e Giuda, i quali, appunto per tale unione, dovevano versare annualmente alla Cattedrale quattro libbre di cera: «Monasterium SS. Simonis et Iude Brixiae, reddit libras quatuor cere pro unione sibi facta de ecclesia S. Georgii de Sislano». Ancora verso il 1490 nell'elenco dei benefici si legge «S. Georgio in Cislano, possidetur a fratribus S. Salvatoris».
Già prima del 1422 la chiesa di S. Giorgio aveva ottenuto il battistero e l'erezione in parrocchia, distaccata dalla pieve di Sale Marasino alla quale continuò, come si legge in un documento del 1442 e in seguito, a contribuire a fornire il cero pasquale, a corrispondere «libras quatuor» e a dispensare l'acqua battesimale. Nel catalogo queriniano dei benefici del 1532, pubblicato da mons. Guerrini in "Brixia Sacra" 1925, si legge: «Ecclesiam parocchialem S. Petri de Marono tenet presbiter Iacobus de Zattis una cum ecclesia de Zono valoris ducatorum 10». Edificata o riedificata, la chiesa compare nel testamento del 1490 di Pietro q. Risio Almici per legati ad essa destinati. Il vescovo Bollani il 2 ottobre 1567 constata che, seppure abbandonata, la chiesetta di San Giovanni è molto più comoda per la popolazione, per il servizio e la cura parrocchiale. Una commissione (composta dal console Gio. Maria Berardi e dai sindaci, Pietro Berardi e Comino Panzera) conferma l'incomodo grave della maggioranza assoluta della popolazione, la quale per portarsi alle funzioni parrocchiali deve percorrere due miglia di strada ed anche più fino a S. Giorgio in Cislano, e promette di concorrere alla rifabbrica della chiesa di S. Giovanni, come il vescovo aveva proposto. I commissari affermano inoltre che la vicinia è disposta a sostenere la spesa per i muratori, quella di tutto il ferro, di tutto il legname e delle tegole necessarie per tale opera. Il vescovo emana subito un decreto che impone a don Giacomo Zatti, già parroco di Zone, ed a suo nipote Fortunato, pensionanti del beneficio di S. Giorgio, di concorrere nella costruzione, con una parte dei frutti della loro pensione; assicurando poi la commissione che, appena ultimata la fabbrica, avrebbe concesso il trasporto del battistero, e il permesso di compiervi anche tutte le altre funzioni parrocchiali. La costruzione dura qualche anno, per cui, visitando la parrocchia nel 1573, mons. Pilati raccomanda che la si completi. Cinque anni dopo mons. Celeri la trova quasi ultimata con presbiterio e ampia cappella, finita anche nella navata con due porte. Già completata è anche la sagrestia, mentre del campanile sono state gettate le fondamenta. Il completamento va a rilento, gravando tutta la spesa dell'opera sugli abitanti del centro essendo quelli di Cislano contrariati che la loro chiesa perda il titolo di parrocchiale e quelli di Cusato impegnati anch'essi ad ampliare la loro.
Nel 1581 interviene, dopo la visita apostolica, anche S. Carlo Borromeo il quale ordina «che l'altar maggiore sia ampliato secondo il disegno dato, che si costruisca il battistero nel luogo indicato, e che tanto l'uno come l'altro vengano chiusi con cancelli di ferro, ed, in fine, che il tetto entro breve tempo venga coperto di tegole. Quando tutte queste cose saranno eseguite, si potrà trasportare dalla vecchia chiesa di S. Giorgio a questa nuova il SS. Sacramento e tenervi le funzioni parrocchiali». Dopo aver autorizzato il parroco a vendere la casa del beneficio in Cislano e di comperarne un'altra vicina alla chiesa di S. Gio. Battista, impone ancora che si faccia un portichetto davanti alla porta maggiore e che l'altare di S. Gregorio venga chiuso con un cancello, almeno di legno. Infine raccomanda che anche il campanile sia compiuto e che sul medesimo si collochino almeno due campane. La vita religiosa fu rinforzata forse già nel sec. XV dalla Disciplina eretta probabilmente per iniziativa di Giacomo degli Arisi che ebbe in S. Giorgio il suo altare con legati. La Disciplina venne poi, agli inizi del sec. XVI, sostituita con la Scuola del Corpus Domini o del SS. Sacramento già esistente nel 1532 e dotata di beni. È in quest'anno 1532 che il parroco Giacomo Zatti di Zone fa stendere un "Designamentum bonorum" del beneficio e, ancora sul campo dopo 44 anni, lo fa ripetere nel 1576. Nel 1581 rinuncia al beneficio di Zone, riservandosi però su di esso una pensione annua di 50 scudi, e l'uso di una porzione della casa parrocchiale. Una parte della pensione in danaro sembra che l'avesse ceduta ad un suo indegno nipote di nome Fortunato, il quale negli atti della Visita di S. Carlo viene definito: «armiger, concubinarius, et scandalosus». Processato e condannato, quello venne privato della pensione.
Particolarmente attivo e zelante è don Giuseppe Bertoli (1634-1646). Ha contrasti con gli esponenti del Comune, «per non aver costoro ottemperato ad un decreto di S. Carlo riguardante il luogo Pio, e per averli rimproverati di non aver soccorso un povero homo, ferito dalle guardie comunali senza colpa, nel dar "la cazzia ai ladri" e ancora per non averlo aiutato finanziariamente in alcune spese di interesse generale». Ma ciò senza malanimo, anzi, come sottolinea concludendo una sua relazione sui fatti: «non vorrei però disgustarmi, ma domando et ricerco la vostra grazia, et da questo conoscerò se mi volete bene, come anch'io di core vi ho serviti». Né gli manca il coraggio di affrontare di nuovo il problema della chiesa. O per calcoli fatti male o per un continuo rapido aumento della popolazione, solo a quarant'anni dalla costruzione la chiesa si dimostra incapace di contenere la popolazione, per cui il vescovo mons. Giustiniani nella visita pastorale del 1637, constatato che in gran parte i fedeli sono costretti a rimanere fuori la chiesa durante la Messa e a non sentire alcuna predica, ordina di ampliarla entro due anni, pena l'interdetto. Per interessamento diretto della Vicinia, nel 1640 la chiesa viene ampliata, o meglio, allungata. Nello stesso anno viene misurato il terreno per costruire il cimitero (che verrà però costruito solo dopo il 1669), si compera una campana ed è aggiustato l'orologio. La campana, giudicata troppo piccola, verrà sostituita nel 1659 con una più grande, fusa in Brescia da Bartolomeo Renieri.
Dopo alcuni parrocchiati brevi e pressoché anonimi, straordinario per zelo e opere è quello di don Bortolo Belotti (1674-1724), definito da A. Sina (p. 84) «sacerdote profondo nelle scienze sacre, predicatore distinto, anima d'artista, dotato di una energia non comune, pieno d'iniziativa in ogni campo, generoso e nello stesso tempo di costumi severi, zelante nel promuovere la fede e la morale, forte ed inflessibile nel difenderle». «Lo zelo dal quale era divorato per il bene dei suoi fedeli, scrive ancora A. Sina, lo costrinse molte volte ad alzare la voce, contro gravi abusi che si erano introdotti, e contro gli stessi reggenti delle Scuole, o Confraternite, delle chiese, ed anche della Comunità: di qui contrasti, tanto che si giunse al punto, per mezzo dell'autorità civile, di interdirgli per alcun tempo perfino ogni vigilanza e interessamento per l'amministrazione dei beni delle stesse chiese e delle Confraternite. Furono però cose passeggere, poiché tutti anche i più caparbi, compresero che si trovavano dinanzi ad un sacerdote pieno di virtù, il cui ideale era quello di far del bene, spiritualmente sì, ma anche materialmente».
Il suo parrocchiato è uno straordinario e continuo susseguirsi di opere che il Sina riassume cronologicamente: «1675 - Affida ad Andrea Fantoni, il celebre scultore di Rovetta, l'incarico di studiare e stendere il progetto per l'ampliamento della chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista. 1679-1680 - Costruisce la chiesa. 1682 - È collocata nella propria cappella l'ancona della Beata Vergine del Rosario eseguita dai fratelli Giovanni e Gio. Maria Donati di Bormio: così pure il pulpito eseguito dai fratelli Fantoni di Rovetta, su disegno di Andrea. 1683 È terminata e messa in posta l'ancona dell'altare della Confraternita del SS. Sacramento, opera dei fratelli Fantoni; e si riduce in "laudabil forma" il tresandello, oggi chiuso, tra la chiesa e la casa parrocchiale. 1690 - Collocamento della grandiosa ancona dell'altar maggiore, lavoro di Andrea e fratelli Fantoni. 1691 - Ottiene dalla nobildonna Laura Cornaro, sposa del Podestà di Brescia, il quadro di S. Gaetano che viene collocato dietro l'altare del medesimo Santo. In seguito ne ottiene un altro per la chiesa di S. Antonio. 1690 - Viene inaugurato il Sepolcro, opera di Andrea Fantoni e dei suoi fratelli. Nell'istesso anno compera e ne fa dono alla parrocchia, una pezza di terreno dietro la casa parrocchiale. 1693 Compera da Girolamo Almici q. Benedetto la casa vicina alla chiesa con l'intenzione di fame l'abitazione del parroco. 1694 - Sta facendo ultimare la chiesa di S. Antonio Abate in Cusato. 1695 - Cede la casa da lui comperata alla parrocchia permutandola con l'altra, ove dapprima abitavano i parroci. 1696 - Accordo coi muratori Giulio e Giacomo Silva "per alzare 12 brazza" il campanile al prezzo di L. 2,6 alla giornata. 1700 - Stende il contratto con Antonio q. Pietro Giorgi di Edolo per la doratura dell'ancona del S. Rosario. 1702 - Si accorda col capomastro Antonio Spazzi comasco, per la fabbrica del Cimitero (oggi Oratorio). 1703 - Chiama e s'accorda col pittore Domenico Voltolini d'Iseo per gli affreschi della chiesa parrocchiale, e per quelli da compiersi nella cappella del Cimitero. 1722 - Viene steso il contratto coi fratelli Visinoni di Clusone, per la doratura dell'ancona dell'altare maggiore. In vari altri tempi non precisabili, fa costruire dai fratelli Fantoni, in marmo, i due altari della Beata Vergine e degli apostoli. A corona poi della sua opera, ottiene nel 1717 ai 10 di ottobre, la consacrazione della chiesa, da parte di mons. Barbarigo vescovo di Brescia, assistito dai canonici Paolo Gagliardi e Germano Olmo. La data solenne è ricordata dalla seguente iscrizione, su di una parete della sacristia: DEDICATIO HUIUS ECCLESIAE / FACTA ANNO 1717 / AB EPISCOPO / FRANCISCO BARBARICO / CELEBRATUR DOMINICA SECUNDA OCTOBRIS».
Dopo solo due anni di parrocchiato (1724-1726) di mons. Faustino Bocca, tocca a don Bartolomeo Sonetti (1727-1767) continuare a completare e abbellire la chiesa parrocchiale, che la provvede dell'altare maggiore degno della ricchezza della chiesa e della pala dell'altare della Madonna, del bolognese Francesco Monti. E sacerdote, scrive A. Sina, «pieno di zelo e di virtù e anche battagliero». Oltre al denaro che per le campane nuove lascia 270 scudi al Pio Luogo della carità antica. Un altro sacerdote che lascia largo rimpianto in tutti è, per severità di costumi e zelo, don Marco Bordiga (1771-1805), oriundo del paese.
Il '600 e il '700 sono, anche per Zone, i secoli delle Reliquie. Vengono rimesse infatti in grande venerazione le reliquie di S. Cassiano, S. Luigi, S. Natale e S. Severino recuperate dalla demolizione nel sec. XV della primitiva chiesa di S. Cassiano. Nel 1653 vengono trasferite nella ricostruita chiesa parrocchiale e collocate prima in cornu Epistolae e poi in cornu Evangeli. In loro onore viene dedicata nel 1712 una solennità con la benedizione sui frutti della campagna e particolare indulgenza. Veneratissimo anche S. Rocco, al quale, come si è visto, Zone attribuisce la preservazione dalla peste del 1630 ottenendo dal vescovo mons. Giustiniani con decreto del 2 marzo 1644 la fissazione della solennità al 16 agosto. Con lo stesso decreto approva la festa di S. Brigida di Svezia, il cui culto si pensa introdotto dai Canonici della Cattedrale di Brescia. Particolare la devozione dei pastori e dei mandriani per S. Lucio di Cavargna, raffigurato in un affresco nella chiesa di S. Cassiano mentre dispensa ai poveri fette di cacio. Culto ancora vivo nel sec. XVIII e poi sostituito con quello dei SS. Fermo e Rustico, venerati anche dai contadini con festa fissata il 13 agosto, preceduta dalla vigilia a pane e acqua. In tale giorno è "töt férem", si fermano cioè tutti i lavori di campagna. La concessione della solennità più un'indulgenza viene rinnovata dal vescovo card. Badoaro.
Il tesoro delle Reliquie si va arricchendo in seguito con il braccio di S. Giocondo martire, una reliquia di S. Degno e di S. Paziente martiri, che viene ottenuto per la spettabile Comunità di Zone da p. Guerrieri, abate olivetano in Roma. Da padre Giovanni della Croce (zio del parroco Sonetti), esso pure residente in Roma, si ottengono ancora una reliquia di S. Lucido ed un'altra di S. Severa. Altre, richieste dalla comunità e dalla scuola del SS. Sacramento, lo stesso parroco può esaudire ottenendo, dalle Madri del Monastero di S. Caterina in Brescia, una reliquia di S. Reparata ed una di S. Giustino. La più insigne è quella della S. Croce, avuta ancora una volta da p. Giovanni della Croce il quale, interessato dal nipote don Sonetti, la dona con atto pubblico del 29 aprile 1718 alla Comunità di Zone. Approntati i reliquiari in due custodie d'argento coperte da velluto rosso e un reliquiario a ostensorio per la S. Croce, vengono offerti il 14 settembre 1727 alla venerazione dei fedeli e collocati: le custodie all'altare del SS. Sacramento e il reliquiario della Croce presso l'altare della Madonna del Rosario. I maggiorenti del Comune a loro volta fissano alla quarta domenica di settembre la festa delle SS. Reliquie. Venerati e invocati, particolarmente contro gli incendi, S. Antonio abate, ritenuto particolare patrono anche di molte singole famiglie e S. Gaetano da Thiene, a Zone invocato contro la febbre e ricordato da molti con l'astensione dal lavoro. A. Sina ricorda anche devozioni del tutto particolari. «Gli Almici, per esempio, celebrano la festa della Madonna della Neve con vigilia di astinenza; così i Bordiga fanno altrettanto nel giorno della Decollazione di S. Gio. Battista; e tutto ciò per una divozione antica, voluta ed imposta, si dice, dai loro antenati, a tutti i loro discendenti».
In concomitanza con la fabbrica della chiesa aumenta anche la generosità dei parrocchiani. Nel 1634 Bernardino q. Giacomo Bordiga lascia alla Comunità, per la celebrazione di Messe quotidiane, parecchi immobili e l'anno dopo stabilisce un legato di lire 200 da unire ad un altro lasciato dal nonno materno alla Scuola del SS. Sacramento da investire in beni per mantenere in Zone un cappellano che celebri all'altare della Confraternita. Dal 1645 al 1660 i legati per le Confraternite del SS. Sacramento e del Rosario e le relative cappellanie vanno sempre più aumentando. Nel 1703 i cappellani sono tre, dipendenti dal Comune o dalle Confraternite. A don Bartolomeo Sonetti (1727-1767) si devono lasciti vistosi a favore del Pio Luogo della carità antica e per un nuovo concerto di campane. Nel 1797 le cappellanie e i legati sono saliti a dieci e coprono, oltre alla chiesa parrocchiale e le confraternite, anche le chiese di S. Giorgio, dei SS. Ippolito e Cassiano e di S. Antonio. Per dottrina e carità si distingue don Brizio Caldinelli (1807-1844), il quale unisce una grande carità verso i poveri e una povertà scelta come stile di vita. Contestato da parte di qualcuno e assieme amato dalla popolazione, accusato di austriacantismo, don Damiano Bianchi (1852-1871) rinuncia alla parrocchia. Attivo sul piano pastorale, ma anche in quello socio-economico è don Luigi Bettoni (1893-1903). Già curato in luogo, è il promotore instancabile delle attività pastorali e del benessere sociale. Con Gaetano Almici è fautore di una filanda per dare lavoro alle ragazze del paese; nel 1893 promuove la Cassa Rurale e in seguito fonda una Cooperativa. Apre pure, fra mille difficoltà e contrasti, l'asilo infantile. Ne continua l'attività don Vigilio Maranta (1903-1919). Combattivo il parrocchiato di don Carlo Cristini (19191935). Si preoccupa subito di creare, nel novembre 1922, un Circolo Cattolico che ha notevole sviluppo e costruisce nel 1924 la Casa dell'Azione Cattolica che adibisce a scuola di catechismo maschile e femminile, a sala di adunanza dell'Azione Cattolica, a scuole serali di taglio e di cucito. Preso di mira dal fascismo locale, resiste con coraggio e saggezza.
Sotto il parrocchiato di don Luigi Martinazzi compare, nel 1953, il bollettino parrocchiale "La famiglia parrocchiale - Lo Spirito". Al parroco don Luigi Colosio (1958-1968) si devono il nuovo asilo, l'orologio elettronico della torre, i restauri delle chiese (compreso il campanile di S. Antonio e gli affreschi di S. Giorgio di Cislano), dei banchi nuovi della chiesa parrocchiale e il sostegno alla ricostruzione del monumento al Redentore sul monte Guglielmo. Purtroppo, per mancanza di controlli efficaci da parte dell'Amministrazione comunale e per l'irresponsabilità di qualche ecclesiastico, avvengono, nel tempo, dispersioni di opere d'arte e gravi furti che dilapidano parte del patrimonio artistico.
Intense invece negli ultimi decenni, grazie ai parroci, alla solerte amministrazione comunale e alla Comunità di Valcamonica, le operazioni di restauro delle opere d'arte delle chiese di Zone. Nel 1968-1969, nella chiesa di S. Giorgio, vengono compiute opere di restauro agli affreschi con nuove scoperte e con recupero e strappo, per collocarli in S. Giorgio, degli affreschi dell'antica casa De Moris (e/o vecchia parrocchiale). Nel 1989 poi, con opere di sterro, la chiesa viene isolata dall'umidità. Nel 1980 l'amministrazione comunale affida all'Enaip di Botticino il restauro della soasa del Fantoni, degli altari laterali, della pala dell'altar maggiore, opera di Angelo Paglia, mentre nel 1990 viene restaurato il sepolcro del Fantoni.
A dispetto di tanti sforzi non è mancato un vero assalto al patrimonio di Zone. Rubata e ricuperata più volte, la statua della Madonna di S. Cassiano viene definitivamente collocata nella chiesa parrocchiale. Nell'ottobre 1980 la chiesa parrocchiale di S. Giovanni viene spogliata di numerose opere. A sfida di tanto scempio, negli anni seguenti sono restaurati gli affreschi esterni della chiesa di S. Giorgio, quelli interni di S. Cassiano e opere minori.
CHIESA PARROCCHIALE DI S. GIOVANNI BATTISTA. Sorge alla sommità del paese, all'incrocio delle strade che conducono al monte Guglielmo e al borgo di Cusato. La facciata a capanna con quattro lesene, frutto, come ha sottolineato A. Sina, di un «antiestetico prolungamento che ha rotto e sconvolto le linee architettoniche», ha il portale del sec. XVII in pietra di Sarnico con modanature a gola dorica. La porta laterale è in pietra locale con davanti un pronao con volta a crociera, archi a pieno centro su colonne tuscaniche in sarnico su alti piedistalli. Il campanile (sec. XVI) ha base in granito e sezione centrale intonacata, sopraelevato con due ordini di bifore in granito realizzate nel 1696 da Giulio e Giacomo Silva. «L'interno, come hanno scritto Pedersoli e Ricardi ("Guida dei paesi in riva al lago d'Iseo", p. 474), a una navata, - preceduta da una loggia spuria, costruita negli anni Trenta del sec. XX, ad archi ribassati su due colonne in muratura, - è di stile barocco a linee leggere, definite dall'elegante proporzione fra lunghezza complessiva, altezza e curvatura della volta a botte, cappelle laterali poco profonde di epoche diverse con decorazioni floreali in stucco sugli archi, arco trionfale a pieno centro, cappella maggiore con volta a crociera e finestre unghiate: ricco di capolavori di Andrea Fantoni». Sulla controfacciata sono esposte una grande tela (cm. 190 x 400) raffigurante il Giudizio Universale di Pompeo Ghitti e una raffigurante l'Immacolata e i SS. Filippo Neri, Firmo e altri, attribuita a Domenico Voltolini, detto il Nasino, al quale sono pure assegnati da molti, tra i quali il Sina, gli oli su tela del sec. XVIII raffiguranti Gesù Crocifisso, S. Antonio abate, S. Natale, l'Immacolata, S. Severina. Le stazioni della Via Crucis sono opera della bottega Poisa di Brescia (1940 c.).
Lungo la navata, il primo altare sulla destra è incorniciato da una finta architettura affrescata ed è dedicato al Cristo Risorto, raffigurato in una piccola tela appesa alla parete. Sul gradino è visibile l'iscrizione che si riferisce alla sepoltura dello zonese mons. Giuseppe Almici. Il mausoleo in marmo reca l'epigrafe: «GIUSEPPE ALMICI VESCOVO / A 6-2-1904 PX 24-9-1985 / SACERDOTE 1928 / DELEGATO VESCOVILE A.C. 1935-1962 / PREVOSTO DI S.S. NAZARO E CELSO 1960-1965 / VESCOVO AUSILIARE E VIC. GEN. DI BRESCIA 1961-1965 / VESCOVO DI ALESSANDRIA 1965-1980».
Il secondo altare è dedicato alla Madonna. In legno dipinto, è stato collocato nell'800. L'ancona, molto semplice, accoglie una statua secentesca in legno di ciliegio, raffigurante la Madonna col Bambino. Proveniente dalla chiesa campestre di S. Cassiano, l'antica effigie, più volte rubata e recuperata (1967, 1972, 1980), nel 1974 venne restaurata dalla bottega Poisa che provvide anche a rinnovare l'altare. Sul paliotto d'altare compare la lettera "M", riccamente decorata con motivi vegetali, ad indicare la dedicazione mariana della cappella.
Il terzo altare, detto anche "degli Apostoli", è dedicato al SS. Sacramento. È in marmo, riccamente intarsiato con motivi floreali e animali di vari colori, realizzato da Vincenzo Baroncini nel 1723. La pala, attribuibile al bresciano Antonio Gandino ed eseguita nei primi decenni del Seicento, rappresenta l'Ultima Cena. La cornice in legno dorato (1683), opera di Andrea Fantoni, è particolarmente elegante con due colonne ioniche ricche di intagli, con cimasa con al centro l'ostensorio, tra angeli musicanti e angioletti seduti con le gambe penzolanti nel vuoto. Era affiancata da due mensole con le statue di S. Gaudenzio, vescovo di Brescia, e di S. Giacomo il Maggiore. Sulle pareti di destra e di sinistra che precedono il coro, sono collocati due tabernacoli (lipsanoteche), realizzati tra il 1720 e il 1723 dalla bottega dei Fantoni (quello di sinistra) e da Vincenzo Baroncini (quello di destra), con cornice sagomata e intarsiata di pietre policrome. Contengono le Sante Reliquie. Accanto alla teca di destra vi è un crocifisso in legno dipinto, del XVII sec., restaurato nel 1992.
L'abside è dominata da una maestosa soasa lignea, opera di Andrea Fantoni (1689 c.), indorata (1722) da Giovanni e Piccoso Visinoni di Clusone. Il basamento, formato dalla predella e da quattro plinti, è sorretto da due mensole con protomi leonine. La predella è decorata con elementi aggettanti (uccelli, tritoni, volute) e porta al centro una cartella con la scritta «ISTE PUER MAGNUS CORAM DOMINO» («questo fanciullo è grande davanti al Signore»). Nei plinti sono incassati quattro riquadri ad altorilievo, di fine fattura, che rappresentano scene della vita di Gesù e di S. Giovanni Battista; i laterali sono a decorazioni floreali. Sui plinti si ergono quattro colonne tortili in finto marmo ornate di viticci dorati a spirale; nella parte inferiore delle stesse è collocata una coppia di putti reggenti una corona regale sul capo di una figura femminile; nella parte superiore un'altra coppia di putti tiene un serto d'alloro. Ai lati delle colonne tortili, due mensole con voluta sorreggono le sculture di S. Paolo a destra e di S. Pietro a sinistra. La cornice della pala, riccamente intagliata, porta al centro del lato superiore un putto che regge un grappolo di frutta. L'architrave, costituita da fasce decorative, completa l'architettura con funzione di cornice della pala e la divide dall'impianto scenografico superiore. Il fulcro del fastigio è ornato con un altorilievo centrale policromo e dorato, raffigurante una scena della predicazione del Battista. Ai lati due telamoni portano l'architrave, su cui poggia un timpano curvilineo spezzato con al centro la scultura del Padre Eterno tra due putti. Sulle balaustre, poste in posizione avanzata rispetto all'altarolo, siedono anteriormente una coppia di putti, reggenti un cartiglio, con la scritta: a sinistra «AUREUM CHRISOSTOMUS» (Crisostomo bocca d'oro) e a destra «FONS AMORIS AUGUSTINUS» (Agostino fonte di amore); mentre in posizione arretrata stanno altri due putti, quello di sinistra con la croce.
La soasa racchiude la pala con la "Nascita di S. Giovanni il Battista", raffigurato neonato in braccio a S. Elisabetta e accudito dalle donne di casa, mentre S. Zaccaria muto scrive, su un cartiglio sostenuto da un angelo, «Joa est nomen eius». È firmata «F. Palea F.» cioè "Francesco Paglia fece", è collocata dagli studiosi nel momento di maggiore maturità dell'artista in cui sono evidenti le esasperate influenze chiaroscurali del Guercino. Nel coro è collocato l'altare marmoreo, della metà del Settecento, decorato da un motivo centrale a croce e sormontato, al centro, da un tabernacolo a tempietto. Ai lati del presbiterio vi sono due tele: a destra la Beata Vergine col Bambino, S. Carlo, S. Francesco e devoti; a sinistra la Crocifissione (sec. XVI-XVII).
Scendendo lungo la navata di sinistra si incontra l'altare della Beata Vergine del Rosario con una tela raffigurante la "Vergine col Bambino tra i SS. Giovanni Nepomuceno e Luigi Gonzaga", opera di Francesco Monti (1750), racchiusa in una cornice lignea (1682) di Giovanni Maria Donati e Giovanni Donati da Bormio, indorata (1700) da Antonio Giorgi da Edolo «a struttura (come scrivono G.S. Pedersoli e M. Ricardi, ib., p. 475) derivata dal portale romanico architravato e caratterizzata dalla decorazione floreale delle colonne, affiancate dalle statue di S. Rocco e di S. Lucio su mensole a volute doriche, da festoni con frutti sull'architrave, sul quale tra due girali si sviluppa la grande scena della Incoronazione della Vergine tra un coro di Angeli musicanti». Per l'ancona, carica di ornamentazioni, i Donati si ispirarono forse al Bulgarini, che costruì la cassa dell'organo di Tirano. Particolarmente preziosa la mensa in marmo nero databile al primo decennio del Settecento. Segue l'altare di S. Gaetano da Thiene. In legno dipinto, vi campeggia una tela raffigurante la "Madonna con il Bambino e i SS. Gaetano da Thiene e Filippo Neri" (sec. XVIII, inizi), copia di una tela di Francesco Paglia, dono (1691) della nobil donna Laura Cornaro. Il soggetto, con poche varianti, si trova nelle parrocchiali di Mocasina, Roncadelle, Bedizzole ecc.
Ultimo sulla sinistra il celebre gruppo ligneo del "Compianto sul Cristo morto". Il gruppo è composto da dieci statue e quattro putti in legno dipinto. Le statue raffigurano il Cristo deposto, collocato sul cataletto in primo piano al centro tra quattro angioletti piangenti, Maria SS. con Maria «madre dei figli di Zebedeo» (Mt. 27, 56), e S. Giovanni, inginocchiati mentre, in posizione eretta, vi sono Maria «madre di Giacomo e di Giuseppe» (Mt. 27, 56), Nicodemo, Salomè che soccorre la Vergine semisvenuta, S. Giacomo, fratello di S. Giovanni, S. Maria Maddalena, Giuseppe di Arimatea. Realizzata da Andrea Fantoni, l'opera venne collocata nella chiesa e inaugurata nel corso della settimana santa del 1691 e rappresentò il primo caso di compianto sul "Cristo morto" apparso nelle province di Brescia e Bergamo e dal quale prese rapida diffusione la devozione connessa ai gruppi statuari delle Marie e del Cristo morto. Collocata in un ambiente poco idoneo alla devozione, venne ricuperata per iniziativa del prof. Bernardo Sina, il quale fece costruire la cappella protetta da una grata e incorniciata da una finta architettura, dipinta nel 1924, nella quale venne collocata dopo un intelligente restauro operato nei primi anni del XX secolo dal prof. Francesco Domenighini. Nel 1992 è stato operato un nuovo intervento conservativo. L'opera si presenta come uno dei capolavori di Andrea Fantoni e della sua bottega allo scadere del Seicento con elementi di chiara ascendenza barocchetta.
Da ultimo si incontra il fonte battesimale in marmo (sec. XVIII), cui fa da sfondo un affresco raffigurante il "Battesimo di Gesù", dipinto da Mario Pescatori nel 1960. Nella navata di sinistra in cornu Evangelii, in una cassa lignea tripartita con lesene e fastigi a imitazione barocca, venne posto l'organo. Non si conosce chi sia il costruttore del primo strumento. Si sa invece che venne ricostruito nel 1792 da Francesco Bossi. Lo strumento che oggi esiste fu costruito da Egidio Sgritta di Iseo nel 1880.
S. ANTONIO ABATE A CUSATO. L'attuale edificio sorse nella seconda metà del secolo XVI, non sappiamo se preceduto da altra costruzione certo non anteriore al secolo XIII quando il culto del Santo andò diffondendosi anche in Italia. Il vescovo Bollani, visitando Zone il 2 ottobre 1567, lo registrava semplicemente come retto dal comune. Sennonché visitandolo nel 1573, a nome del vescovo di Brescia, don Cristoforo Pilati, raccomandava che ne venisse terminata la costruzione, o la ricostruzione proibendo che nel frattempo vi si celebrasse.
Cinque anni dopo, nel 1578, l'altro visitatore, don Giorgio Celeri, trovava che il presbiterio era già a volta, mentre il resto della chiesa era ancora coperto di sole tegole che il visitatore invitava a riparare, raccomandando al contempo di provvedere la chiesa di tutto il necessario. Il rettore vi celebrava quando vi erano malati da comunicare o per devozione.
Ma, in pratica, la chiesa non era ancora finita. Due anni dopo, infatti, nella sua visita S. Carlo si vedeva costretto ad ordinare che venisse chiusa per ogni dove da muri, sotto pena di sospensione del sacerdote che vi osasse celebrare la S. Messa. Gli ordini di S. Carlo vennero in parte adempiti nel breve giro di pochi mesi, tanto che la chiesa nel 1581, data che si legge sopra il primo pilastro di sinistra con la croce accanto, veniva consacrata. Nella sua visita del 1593 il vescovo Giovan Francesco Morosini ordinava che i "vicini", cioè gli abitanti di Cusato, dovessero far in modo di finire la chiesa, costruirvi l'altare di forma regolare, ornare il presbiterio con pitture più decenti e provvederla della necessaria suppellettile. Comandava inoltre si facessero due chiavi per la cassetta delle elemosine, una affidata al parroco, l'altra al massaro che doveva esser rinnovato ogni anno. Le offerte dovevano essere spese nella riparazione e nell'ornamento della chiesa. Il vescovo Marin Giorgi il 28 aprile 1616 ordinava che entro sei mesi venisse fatto il cancelletto per chiudere le balaustre o una piccola barriera al coro e posto un palio all'altare. Il 20 maggio 1648 il vescovo Morosini decretava che venisse comperata una pala decente per l'altare, realizzata poco dopo dal pittore bresciano Ottavio Amigoni. Da allora la chiesetta non dovette subire sostanziali modifiche. Solo il vescovo Gradenigo nel 1684 ordinava che la chiesa venisse isolata dal terreno circostante, specie intorno al coro cui procurava grave umidità.
Nel 1703 il pittore Domenico Voltolini di Iseo decorava di affreschi il presbiterio, mentre veniva eretto un altare alla Madonna, sul quale il medesimo pittore, in luogo della pala, dipingeva a fresco l'immagine dell'apparizione di Rezzato, oggi scomparsa. Nel 1717 vi si celebravano tre Messe la settimana. Certo Pellizzari lasciava poi un piccolo legato di quattro Messe l'anno, mentre Bernardino Bordiga istituiva una cappellania. Dalla relazione del parroco del 1861 sappiamo che vi si celebra la Messa il giorno del santo «e si va tutti gli anni in una domenica di maggio in processione a cantarvi Messa e ciò per consuetudine».
In un'analoga relazione per la visita pastorale del 25 ottobre 1885 si legge che «ci si va processionalmente cantando le litanie dei santi, a celebrare la Messa parrocchiale in una domenica di estate per impetrare la benedizione della campagna». Vi esisteva un solo altare e «il culto vi è sostenuto coll'elemosina, amministrata da incaricati dalla fabbriceria». La facciata è a capanna, con portale in pietra e con architrave decorato dal monogramma IHS. Il campanile è stato rifatto nel sec. XIX. Il presbiterio presenta affreschi attribuibili a Domenico Voltolini (sec. XVIII) raffiguranti "S. Antonio abate in gloria", nella volta, i "SS. Faustino e Giovita" e "San Giovanni Battista nel deserto", accanto all'altare e l'"Annunciazione" e i "SS. Elisabetta e Zaccaria" nelle lunette. L'altare maggiore in legno dipinto dorato è di bella fattura. La pala, di notevoli dimensioni, rappresenta "S. Antonio abate" ed è stata dipinta da Ottavio Amigoni che la firmava e datava 1651. Nella navata le stazioni della Via Crucis (inizi sec. XIX) di intonazione popolaresca e realistica. Con l'ultima ristrutturazione sono stati tolti i due altari laterali. In sagrestia una tela del '700 raffigura la SS. Trinità.
S. GIORGIO. Antica parrocchiale di Zone. Sorge nella frazione di Cislano. Già appartenente al capitolo della cattedrale, come confermano bolle pontificie del sec. XII, nelle quali è citata la cappella di S. Giorgio «in Sislano». Nel 1422 era già possesso del monastero di S. Salvatore dei Canonici Regolari dei SS. Simone e Giuda. I frati riedificarono verso la metà del sec. XV la chiesa in stile gotico ed ottennero la separazione di S. Giorgio dalla pieve di Sale Marasino e l'erezione in parrocchia.
Come ha scritto A. Sina (p. 42), «della vecchia chiesa, e forse dell'antica cripta demolita ed interrata, rimangono, unico ricordo, tre capitelli romanici che vennero applicati ad altrettante colonne che sostengono le arcate della navata centrale. Solo quattro finestrelle monofore, oltre alla ruota, o finestra rotonda in fronte, illuminavano la chiesa; due probabilmente nel presbiterio, e le altre due nelle pareti delle navate laterali, delle quali ultime sono ancor visibili le tracce».
La chiesa venne ricostruita nel 1455. Una lastra di marmo murata sulla porta maggiore ricorda con la data 1455 un Giacomo, «senza dubbio della famiglia Almici», che, devoto di S. Bernardino da Siena, con probabilità collaborò pecuniariamente e in modo determinante alla costruzione. Nel 1474 venne innalzato, per la munificenza dei fratelli Almici, l'altare ai SS. Stefano e Bernardino da Siena; quasi contemporaneamente quello della Madonna. Nel 1484 la chiesa venne abbellita con affreschi attribuiti a Giovanni da Marone e con altri lungo il sec. XVI. Verso la metà del '600 fu ampliata dalla parte del presbiterio. Si presenta oggi con la tipica facciata a capanna con al centro un'apertura semicircolare, con un semplice portale in granito ad arco a sesto acuto e con una lapide in botticino con il simbolo di S. Bernardino: IHS (con una crocetta sopra la H) con raggi solari, la sigla "J.A." e la data 10 settembre 1460.
La fiancata meridionale esterna conserva ancora parte degli originari affreschi della fine del '400 e degli inizi del '500 (alcuni portano la data 1484). In una raffinata cornice a motivi floreali spicca un grande affresco con la figura di S. Giorgio a cavallo nell'atto di uccidere il drago, e a pochi passi la figlia del re, in preda allo spavento, guardata dall'alto del castello dai genitori. Compaiono inoltre un altro guerriero su un cavallo nero e, all'imbocco della valle, guerrieri con scudo. Monti e vallate fanno da sfondo al castello turrito e alla scena. L'affresco è stato attribuito a Giovanni da Marone. «Nell'angolo a destra di questo affresco vi sono due stemmi, nel primo dei quali è figurato un capriolo, con due altri piccoli, mentre nell'altro è disegnata una falce con lungo manico. Ciò, scrive il Sina, significa certo che il dipinto venne fatto eseguire da alcuno della nobile famiglia Caprioli, alla quale apparteneva il parroco di allora, fra' Iohannello: quindi, o dai suoi genitori o da un suo fratello ammogliato. Infatti il secondo stemma, che è unito a quello dei Caprioli, non può essere altro che quello della famiglia da cui uscì la madre del parroco, o la sposa del fratello». La parte inferiore al dipinto in cui vi è, scrive sempre il Sina, «ancora traccia di una lunga teoria di persone, nell'ultima delle quali sembra di poter ravvisare Dante Alighieri, è quasi completamente deteriorata tanto che è impossibile conoscere cosa rappresenti».
Affianca questo affresco un gigantesco S. Cristoforo. Gli altri dipinti che seguono portano, ad eccezione degli ultimi due, la data del 1484, e rappresentano una Crocifissione, alcune Madonne sedute in trono col Bambino, fatte dipingere da alcuni privati, quali un Pietro de Arisi e un Bertolino de Mauris (Mora), una Madonna fatta eseguire nello stesso anno da un Giovanni Galbardi. Nel 1995 gli affreschi esterni sono stati restaurati dalla Cooperativa del Laboratorio di Brescia.
La porta laterale (sec. XV) è ad arco acuto in conci di pietra calcarea locale. Il campanile è a base quadrata (sec. XVII, sopraelevato) ed è intonacato. L'affresco di S. Antonio abate, a fianco della porta del campanile, ex voto di Bortolino Zatti (1534), è dal Sina attribuito ad un pittore della «maniera del Foppa», del quale si incontrano lavori nella chiesa di Marasino (1514 c.) e in una casa privata della stessa contrada. L'interno è a tre navate divise da grandi archi ad ogiva sostenuti da colonne in pietra grigia e coperte da travature in legno; i capitelli romanici con decorazioni stilizzate sono probabilmente l'unica vestigia della chiesa precedente. Nel prolungamento operato nel 1650 venne creato un nuovo presbiterio a pianta quadrangolare con volta a botte nella cui chiave è raffigurata, in una cornice a stucco, l'Incoronazione della Beata Vergine, dipinta, insieme ai quattro Evangelisti delle lunette, da Domenico Voltolini nel 1709. In una soasa lignea ornata, sormontata da un frontone spezzato, al centro del quale sta un putto a tutto tondo, con i lati decorati con cariatidi e festoni di frutta, è raccolta la bella tela di Ottavio Amigoni del 1650 circa, raffigurante la Beata Vergine e il Bambino con S. Giorgio che trafigge il drago e S. Rocco in abito nero e mantello rosso che presenta alla Vergine il committente del dipinto, il parroco di allora di Zone don Giovanni Gelmi.
A capo delle due navate laterali stanno due altari, dedicati uno alla Madonna della Neve, l'altro ai SS. Stefano e Bernardino da Siena. Questo altare porta scolpita, sul capitello della colonnetta che sostiene uno dei lati del vòlto della cappella, la data 1474 e fu eretto per iniziativa dei fratelli Almici fu Arisio da Zone, come si rileva dalla iscrizione che in parte si può leggere sul basamento della stessa. «Anche il secondo altare chiamato della Madonna della Neve, come scrive il Sina, si può ritenere che sia stato costruito o l'anno prima od in questo medesimo anno, col contributo principale degli Almici, e forse in parte anche con quello della Schola dei Disciplini». In una rientranza della gradinata di ingresso alla chiesa venne collocata la vasca battesimale, datata 1404, ricavata da un unico blocco di pietra locale.
Sulla parete sud della chiesa vi sono altri affreschi raffiguranti, scrive il Sina, «S. Vincenzo Ferreri, la Maddalena, S. Rocco, S. Barbara, S. Apollonia, indi una deliziosa Natività, S. Lucia ed un Santo Vescovo. Purtroppo però alcune di queste, come altre ricordate, portano le tracce di qualche ritocco, che ha tolto loro la primitiva bellezza». Sull'altare della Madonna della Neve, titolo introdotto ed usato alla fine del '700 per iniziativa della famiglia Almici che fece voto di celebrarne la solennità, sta un altro affresco che rappresenta la Beata Vergine in trono, a mani giunte in atto di adorare il Bambino adagiato nel suo grembo con le parole «Mater amicta sole...» (Madre avvolta nel sole...) e con ai lati angeli che suonano strumenti a corda e angeli in ginocchio i quali tengono due strisce sulle quali scorrono le parole «Ave regina coelorum, Ave domina angelorum, Ave mater gratiae, mater misericordiae». Ai piedi è dipinto un papa inginocchiato dalla barba fluente, con le mani giunte e con lo sguardo fisso alla Vergine, e dietro allo stesso un gruppo di personaggi a cavallo di destrieri, mentre un individuo fa l'atto di fermarli. Dal lato opposto, di fronte al pontefice ed ai cavalieri, una matrona in piedi con la destra alzata e l'indice teso verso l'immagine di Maria; nella sinistra ella tiene una striscia svolazzante in cui trovasi scritto «Iste est maior te, ipsum adora». Nella figura del pontefice A. Sina individua Sisto IV, francescano, devotissimo della Madonna Immacolata. Sotto queste figure è dipinta una teoria di Disciplini vestiti di bianco incappucciati con la croce rossa sul petto, ai quali faceva pendant un'altra teoria di consorelle, poi scomparsa per l'umidità. Nei lavori di restauro del 1968-1969 sono riemersi altri affreschi fra i quali, sugli archi esterni nella cappella della Madonna della Neve, un'Annunciazione e un'arma gentilizia e nell'altra cappella un S. Stefano e un S. Cristoforo quattrocenteschi.
SS. IPPOLITO E CASSIANO O MADONNA DI S. CASSIANO. Santuario mariano, sorge isolato in località Remignano. La cappella è sorta nell'alto medioevo, prima del mille, quando il culto del santo venne qui portato dalla Cattedrale di Brescia che vi aveva possedimento e che forse fondò un ospizio di poveri pellegrini e viandanti, o ancor più facilmente una scuola per l'istruzione dei figli dei coloni. Tale scuola veniva a trovarsi quasi al centro dell'altopiano di Zone, nella contrada poi scomparsa di Remignano dove si teneva anche mercato e dove oggi sorge appunto la chiesa di S. Cassiano.
Scomparsa la prima cappella, nel sec. XV fu costruita quella attualmente esistente come dimostrano le linee architettoniche, da attribuirsi agli ultimi decenni del Quattrocento e che non sono state più mutate. Don Celeri nella visita fatta nel 1578 a nome del vescovo di Brescia così la descrive: «La cappella maggiore (cioè il presbiterio) è a volta, ed è dipinta con figure, in parte nuove e in parte vecchie. Il restante della chiesa è solo coperto da tegole. Essa ha una porta in fronte con una finestra rotonda, ed un'altra piccola porta. Ha una campanella, ma non ha campanile. La sacrestia essa pure è a volto. L'altar maggiore ha una croce dipinta, con due candelabri di ottone molto belli e due di ferro. Ha anche un paliotto di cuoio dorato».
Più tardi alle pitture interne, che sono della scuola del Ferramola, furono aggiunti il simulacro della Vergine e le due statue dei santi Ippolito e Cassiano che con l'ancona furono posti nel '600. La Madonna, bellissima, di una dolcezza che attira e avvince avvolta in vestito e manto mirabili nelle pieghe e nei risvolti, è da attribuire a uno scultore bresciano dell'inizio del XVII secolo. Il parroco Bellotti il 20 agosto 1694 otteneva il permesso di trasportare il simulacro alla parrocchiale per implorare la pioggia. «Da allora, scrive don Sina, la devozione alla Madonna di S. Cassiano, come è chiamata dal popolo, crebbe in modo straordinario; e ciò per il motivo che nella maggior parte delle volte in cui il popolo sulle contingenze dolorose della sua vita l'ebbe ad invocare, venne esaudito».
Una segnalatissima grazia fu ottenuta nel luglio 1739 quando, dopo lunghissima e disastrosa siccità, si ebbe solenne processione con musica e luminarie, in seguito alla quale pioggia e rugiada permisero le semine. Una grazia analoga fu ottenuta nell'agosto 1802 con una nuova processione e due giorni di festa. Nel secondo giorno cadde infatti abbondante pioggia. Nuova «copiosissima» pioggia fu ottenuta nel 1824 mentre nel 1836 fu attribuita alla Madonna di S. Cassiano, a seguito di una solenne processione, la cessazione istantanea del colera, dopo che il morbo aveva ucciso, in quindici giorni, trenta persone. Per le molte grazie concesse, la Madonna di S. Cassiano divenne la Patrona principale di Zone. Trafugata e ricomparsa due volte nel 1968 e nel 1972, la statua venne collocata nella chiesa parrocchiale da dove venne di nuovo trafugata nel 1980 e ritrovata nello spazio di pochi giorni.
La chiesa è stata restaurata nel 1944 e, negli affreschi, dalla scuola di restauro ENAIP di Botticino nel 1982-1983. Ha un semplice facciata a capanna con un rosone al centro e un pronao con volta a crociera, archi a pieno centro, due colonne tuscaniche in sarnico, su alto piedistallo e basamento lavorato a reticolato; restaurata come già detto nel 1944, reca due targhe ai lati del portale con le scritte latine: «P. PIO XII» e «EP. I. TREDICI». Il portale è costituito da due pilastri in pietra di Sarnico e da un'architrave. In una nicchia sopra l'ingresso un affresco di ignoto raffigura la Madonna in trono col Bambino e i SS. Ippolito e Cassiano. Sul lato di destra della facciata campeggia, in un affresco, S. Cristoforo della fine del XV secolo. Sulla fiancata sud, un tempo tutta affrescata, si apre un portale sul quale è dipinto un Crocifisso (sec. XVII) con a sfondo l'antico campanile a cuspide della chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista.
L'interno della chiesa è ad unica navata coperta a capriate lignee, separata dal presbiterio da un grande arco a sesto acuto, mentre un arco trionfale introduce nell'abside poligonale che presenta una volta a crociera. I due ambienti sono stati separati da una grata in ferro battuto aggiunta in seguito, probabilmente per esigenze liturgiche. Nella volta dell'abside sono raffigurati Evangelisti e Dottori della Chiesa.
Le pareti del presbiterio e l'arco trionfale sono interamente coperti da affreschi con le "Storie della Passione di Cristo". Al centro è raffigurata la "Crocifissione": Gesù, con il capo abbandonato sulla spalla, è circondato da una gloria di angeli, la Vergine Maria svenuta è sostenuta da un gruppo di pie donne, sulla destra San Giovanni prega mentre la Maddalena, accasciata ai piedi della croce, la abbraccia. La drammaticità della scena è addolcita dal bel paesaggio fluviale che si apre sullo sfondo. Dall'episodio centrale si snodano, sia verso destra sia verso sinistra, i riquadri raffiguranti i momenti salienti della passione di Gesù e quelli che la precedono e la seguono, senza una successione cronologica dei fatti. Disposti su tre registri sovrapposti, i riquadri sono delimitati, in alto, da una fascia decorativa a motivi floreali e grottesche di una certa eleganza e, in basso, da una fascia che imita specchiature marmoree policrome. Completano il ciclo una "Adorazione del Bambino" a sinistra dell'arco e, a destra, la "Madonna in trono con il Bambino fra i Santi Ippolito e Cassiano" e due angeli musicanti.
Come è stato sottolineato, «tutti gli affreschi mostrano caratteri stilistici unitari: una forte vena narrativa, una certa eleganza sia nella resa del paesaggio che degli elementi decorativi oltre che una grande attenzione per i dettagli della moda e della vita quotidiana. Questi elementi lasciano supporre che l'anonimo maestro di San Cassiano che li ha realizzati, probabilmente nei primi decenni del Cinquecento, conoscesse le opere di Floriano Ferramola e ne abbia tradotto in termini corsivi il linguaggio». Purtroppo la mano di un certo Nembrini ha finito nel 1884 con l'alterarli con ritocchi e aggiunte inopportune. Interessante anche la mensa dell'altare in marmi policromi con al centro la Madonna col Bambino e i SS. Ippolito e Cassiano. Alterati anche gli affreschi votivi delle pareti tra i quali quello raffigurante la Madonna col Bambino fra i SS. Francesco di Paola e S. Luigi Gonzaga, attribuibile a Domenico Voltolini. L'organo, collocato in cornu Evangelii in una cassa dalla linea sobria con conchiglia sul fastigio e supportata da una cantoria che poggia su un mensolone a specchi variamente decorati, porta nella targhetta «Carolus Perolinus Villa Onea MDCCLIX» e proviene dalla chiesa parrocchiale di Fraine; lo strumento venne acquistato dalla Fabbriceria di Zone nel 1854.
SANTELLE DI S. CASSIANO. Sorgono lungo la rampa selciata alla cui sommità si erge il santuario dei SS. Ippolito e Cassiano. Sono otto cappellette costruite nel dopoguerra come ex voto per la pace. Vennero affrescate con episodi della vita di Maria SS. da Angelo Rubagotti. Danneggiate irreparabilmente dal tempo e da qualche vandalo del graffito, su iniziativa di don Lorenzo Pedersoli vennero restaurate nel 2004 dal pittore maronese Giuseppe Cristini.
Particolarmente venerata è la MADONNINA DELLE PIRAMIDI.
BEATA VERGINE DI LOURDES (già Oratorio dei Disciplini). Cappella ottagonale adiacente alla chiesa parrocchiale, in piazza Giuseppe Almici. Venne costruita nel 1702 su progetto dell'arch. Antonio Spazzi di Pellio Superiore come Cappella del Cimitero, qui trasferita nel 1669 dall'ex parrocchiale di S. Giorgio a Cislano. A pianta ottagonale, all'esterno presentava affreschi tra i quali una Crocifissione, realizzata all'inizio del XVIII secolo da Domenico Voltolini. È stata ampliata negli anni '30 del sec. XX. In un lato dell'ottagono vi è il portale in sarnico sormontato da una finestrella esagonale, quadrilobata. L'interno è stato decorato negli anni '30 del sec. XX con pacchiane decorazioni a fiori, croci, statuette di serie e scritte che hanno alterato (come scrive A. Sina) l'originale bellezza distruggendo gran parte degli affreschi settecenteschi dei quali sono visibili ancora la "Risurrezione del figlio della vedova di Naim" e la "Risurrezione di Lazzaro" di Domenico Voltolini, che veniva pagato per questi nel 1740. Da notare le lastre delle sepolture in botticino, ben conservate; riservate ai sacerdoti le tre centrali. L'altare è stato costruito nel 1903.
MADONNA DEL DISGIÖL O BEATA VERGINE DEL MIRACOLO. Piccola chiesetta o cappella del XVIII sec. a km. 1,300 dal paese, posta su un masso erratico di granito rosso residuo dal ghiacciaio dell'Adamello. È quasi al centro della valle dell'Urbes, che scorre profondamente incassata fra due montagne coperte di abeti e di boschi, lungo la quale corre l'antica via Valeriana che, attraverso il passo della Croce di Zone (km 2 dal centro di Zone), conduceva in Valcamonica. Il nome Disgiöl sarebbe la corruzione di chiesuola, cappelletta. Interessante è la storia che ne fu origine. Don Sina così l'ha raccolta dalla tradizione popolare. Una volta, nel 1700, dopo giornate di cattivo tempo, un bifolco della contrada S. Antonio si era incamminato per questa strada col suo carro trainato dai buoi per caricarvi la legna. Giunto proprio al luogo dove oggi sorge la cappella, fu all'improvviso colpito da una grande folgore: alzò gli occhi e vide alla sua destra sul pendio del monte una frana di piccole dimensioni, preceduta da un grosso macigno che stava precipitando su di lui. Invocò di cuore la Beata Vergine di S. Cassiano, ed ecco che mentre il grosso masso stava per travolgerlo gli apparve la Santissima Vergine, la quale con un semplice cenno della mano fermò d'un colpo il macigno sul margine della strada, e poi sparì. Il buon uomo, tutto in agitazione, ritornò a casa e narrò al parroco ed a tutti il miracolo. Accorsero tutti sul luogo, e vedendo che davvero il macigno caduto dal monte si era fermato sul ciglio della strada si credette al miracolo e si decise di perpetuarne il ricordo innalzando sul luogo una cappelletta in onore della Santissima Vergine. Fra le mura della chiesetta venne racchiuso il macigno del miracolo, mentre sulla parete di fianco ad essa fu fatta dipingere la Vergine in atto di arrestarlo con accanto il fortunato montanaro che ha sul volto i segni dello spavento e dello stupore.
Il santuarietto divenne subito meta di devoti pellegrinaggi del clero, che specie nel giorno dell'Annunciazione vi saliva a celebrare la Messa, e del popolo, che spesso nelle domeniche d'estate, dopo le funzioni vi si inerpicava recitando il Rosario, non dimenticando di bagnare gli occhi con l'acqua della vicina fontana che si diceva fatta scaturire miracolosamente e benedetta da S. Carlo, qui di passaggio, per dar da bere al seguito e ai muli. Le virtù taumaturgiche della fontana si sarebbero accresciute il giorno 18 novembre 1691 quando fu benedetta con la reliquia di S. Ignazio, su preghiera del parroco Belotti, dal gesuita piacentino p. Livio Pagelli, reduce dalla Valcamonica, dove aveva tenuto sedici fortunati corsi di missione. La benedizione secondo le cronache del tempo diede alle fresche acque virtù tali per cui «ognuno bevendole con dolore dei peccati et ringraziamento, riceve refrigerio per l'anima et per il corpo».
A destra della facciata della chiesetta vi è una santella con formella in terracotta raffigurante S. Carlo Borromeo, firmata C. Denti, 1943.
Il piccolo santuario venne fatto restaurare nel 1936 dal parroco don Faustino Bontempi e i restauri furono inaugurati alla presenza del canonico mons. Luigi Corti. Fu di nuovo restaurata di recente. Come scrivono G. Pedersoli e M. Ricardi ("Guida...", p. 480), ha una «facciata a un ordine con timpano triangolare con una croce in metallo; nella specchiatura, definita da lesene angolari e modanatura, gli spazi descrivono un disegno elegante con il portale a pieno centro, imposte e targa poligonale, un oculo ellittico e due finestre quadre con inferriate. L'interno è a una navata con volta a botte». L'affresco che decora il piccolo presbiterio raffigura il miracolo del Disgiolo ed è opera di buon pennello settecentesco, seppure molto rovinata da successivi restauri e manomissioni.
SS. REDENTORE SUL MONTE GUGLIELMO. Monumento cappella eretto sul versante sud del monte Guglielmo a Castel Bertì su progetto dell'arch. Carlo Melchiotti, nel 1901-1902 per consacrare il nuovo secolo al Redentore. Sorto per iniziativa di un Comitato presieduto da Giorgio Montini, venne inaugurato il 24 agosto 1902. Ricostruito nel 1966, fu di nuovo inaugurato il 25 settembre 1966. Come scrivono G. Pedersoli e M. Ricardi ("Guida ...", pp. 478, 479), «sorge alla sommità di una gradinata in pietra calcarea locale che raggiunge il piccolo sagrato. Consiste in una cappella in muratura di forma piramidale con la facciata ad un ordine, concluso a forma di timpano mistilineo ad angolo acuto, nella quale si apre il portale in muratura ed un oculo nel registro superiore, tra i quali è collocata una lapide a prisma ottagonale in marmo bianco, priva di iscrizioni; una elaborata copertura a padiglione termina con una guglia piramidale in metallo, al centro della quale si eleva una croce doppia con una raggiera di quattro raggi ed apici a sfera, in metallo». Nel 2002, in occasione del centenario della costruzione, celebrato la terza domenica di luglio, tradizionale festa del Redentore, sopra il portale è stato realizzato un mosaico rappresentante il Cristo Risorto, opera di Giancarlo Gottardi e di Giovanni Trevisanetto; nel 2006 il portale è stato adornato della figura in bronzo di papa Giovanni Paolo II, opera di Gian Luigi Sandrini di Ponte di Legno. L'interno consiste in una semplice cappella con volta a botte, senza decorazioni.
Accanto alla cappella, per iniziativa di Cesare Giovanelli, del Coro "I Caicì" di Inzino, dei Comuni e degli enti comprensoriali, è stata eretta a papa Paolo VI una statua in bronzo, opera ancora del Sandrini di Ponte di Legno. È alta due metri e sessanta centimetri e poggia su un piedistallo di un metro e mezzo, in cemento. Fu qui collocata, con l'ausilio di un elicottero, il 26 settembre 1998 e inaugurata, in una giornata da lupi, il 4 ottobre 1998. Una targa sul basamento reca la scritta: «AL CONCITTADINO / GIOVANNI BATTISTA MONTINI / "1897-1978" / DIVENUTO PAPA CON IL NOME / PAOLO VI / "1963-1978" / MAESTRO IN UMANITÀ / E PROFETA DELLA CIVILTÀ DELL'AMORE / SULLA MONTAGNA AMATA / LA GENTE BRESCIANA / CON FIEREZZA E GRATITUDINE / QUESTA MEMORIA PONE / 4 OTTOBRE 1998 / Mai più la guerra non più gli uni contro gli altri ma gli uni con e per gli altri: la pace è un'esigenza della natura stessa degli uomini (Discorso all'ONU, 4 ottobre 1965)».
FESTE PATRONALI: S. Antonio abate, 17 febbraio (Cislano); S. Giorgio, 1ª domenica di aprile; S. Giovanni Battista, 24 giugno (Zone); Festa del Redentore, 3ª domenica di luglio (sul Guglielmo).
ECONOMICAMENTE Zone è vissuta soprattutto di un'economia silvo-pastorale poi allargatasi all'agricoltura, non senza trascurare altre attività. G. Rosa ("La storia sul bacino del lago d'Iseo", 1892) scrive che a Zone nel 1600 c'erano ancora 2.000 pecore, delle quali, assieme alle pecore "cingenti" tutti i monti del lago, si faceva gran fiera a Iseo il venerdì santo.
Ancora nel 1610 il Da Lezze nel suo Catastico rilevava che «dal bosco si cavano legne d'ogni sorte, et in particolar da far quantità de carboni, essendovi anco otto calchere da far calcine di raggione de particolari. In questi essercitij le persone in buon numero si sostentano con le sue famiglie, et così anco nel lavorar la campagna». Nell'alta regione vi sono pascoli bellissimi e castagneti. Nel piano e sulle ondulazioni più morbide si venne, sempre più, seminando di preferenza orzo, concimato in settembre; in luglio venivano seminati il miglio e il grano saraceno. Inoltre venivano coltivate rape, particolarmente buone, e rafani. Abbandonate nella seconda metà dell'800 alcune colture (rape, miglio, il saraceno), venne potenziata la coltura del mais, del frumento, del trifoglio e dei vimini. Nelle zone più basse del territorio, fino a pochi decenni fa, venivano coltivate viti corve e schiave che davano buon vino. Grazie all'intraprendenza di Giulio Almici, dal 1992 ha avuto sviluppo la produzione di mele e frutta in genere.
In grande sviluppo dal '500 la lavorazione della lana con telaio domestico, grazie ad una tradizionale tosatura delle pecore dei greggi di passaggio presso la chiesa di S. Cassiano, per cui quasi tutte le donne avevano in casa un telaio a mano con il quale produrre anche biancheria e lenzuola. In decadenza, dalla metà del sec. XVIII, la lavorazione della lana per la concorrenza estera e per quella del cotone e della seta, Zone andò privilegiando l'allevamento delle vacche e delle pecore. Come scriveva Gabriele Rosa nel 1874, «le capre aumentarono insieme al disselvamento per le miserie addotte dalle guerre e dalle carestie del principio del secolo, ma poi le sollecitudini pei boschi e le livellazioni di beni comunali, le respinsero a vantaggio delle vacche». L'allevamento bovino andò sempre più aumentando con le migliorie ai pascoli e alle malghe per cui, nell'estate del 1873, sul Gölem pascolavano ben 397 vacche, nel 1889 mille che andarono poi sempre più aumentando anche per la selezione e il miglioramento attraverso l'importazione, da parte di un Cagni, di torelli svizzeri. Il Comune continuò poi a costruire e migliorare sul Guglielmo malghe capaci di 400 vacche.
Sforzi di rilanciare l'allevamento di pecore per il recupero dei pascoli abbandonati, sono stati compiuti dal 1978 dalla Stalla sociale Monte Guglielmo che ha introdotto la razza finnica da carne in un ovile modello. Resiste ancora nella metà dell'800 la fabbricazione di panni e coperte alla quale si aggiunge, sulla fine dell'800, una succursale dello stabilimento di Marone creato dai Vismara. In casa Galbardi viene collocata la tessitura di coperte di lana, sull'esempio delle fabbriche di Sale Marasino e Marone. Nel 1912 gli addetti all'industria tessile assommano a 46.
Da tempi molto antichi fino al 1630 venne cavato dalle viscere del Guglielmo, a Prati e a Gale, minerale di ferro lavorato a Marone. Negli anni '70 la "Franchi Dolomite" apre a Zone una cava di dolomia, che viene lavorata a Marone dove è trasferita con teleferica.
Specie dalla seconda metà dell'800 è andata sviluppandosi un'intensa emigrazione soprattutto verso la Germania e la Svizzera, oltre che verso i vicini centri di Iseo e Marone, emigrazione che è continuata fino agli anni '70 del sec. XX, con picchi di 800 emigranti su 1050 abitanti, che valse a favorire anche un doppio guadagno della famiglia. Infatti le stanze lasciate libere dagli emigranti, d'estate, venivano affittate ai villeggianti. In sviluppo, come si è già accennato, dall'ultimo decennio dell'800 il turismo di fine settimana e la villeggiatura, particolarmente familiare.
PERSONAGGI. Fra coloro che hanno dato lustro al paese si possono ricordare don Bartolomeo Belotti, parroco dal 1674 al 1724 che P. Guerrini definisce «il parroco più benemerito di Zone», patrocinatore di notevoli opere d'arte; don Carlo Panzera (1718-1798), celebre predicatore e quaresimalista; don Alessandro Sina (1878-1953), noto storico della Valcamonica oltre che di Esine; Gaetano Almici (1861-1943), sindaco di Zone, ne fece un paese d'avanguardia nella prima metà del sec. XX; Francesco Almici (1868-1944), del quale il parroco don Bontempi annotava sul registro dei funerali: «Uomo di grandi vedute sociali, è compianto da tutti per le sue opere e virtù». Ultimo nel tempo mons. Giuseppe Almici (1904-1985), promotore dell'Azione Cattolica, vescovo ausiliario di Brescia e vescovo di Alessandria.
Numerosi gli ospiti di rilievo di Zone. Oltre a molte distinte famiglie cremonesi, mantovane e milanesi, preferirono Zone il poeta patriota Giuseppe Cesare Abba, il poeta bresciano Angelo Canossi, il musicista e pittore cremonese Giuseppe Denti (il quale compose anche un "Inno a Zone" su parole della figlia Linda), il pittore Francesco Domenighini, il teologo mons. Enzo Giammancheri, Ruggero Martinotti, per anni presidente e animatore della Pro Loco. Ebbero villa a Zone e beneficarono il paese gli industriali Emilio Franchi e Raul Franchi.
PARROCI: Giovanni di Zone (1390); fra Giovanello da Capriolo (... 1473 ...); Bartolomeo di Rovato (... 1483 ...); Clemente Covioncelli di Gussago (... 1494 ...); Giacomo Zatti di Cislano (... 1532 ...); Gio. Giacomo Mercadenti di Gorzone (... 1581, morto verso il 1600); Bernardo Telio (1 gennaio 1611 - rinuncia 1613); Marco Antonio Agostini (1613-1621); Paolo Antonio Sabbio di Brescia (25 febbraio 1622 - ...); Antonio Tomasi di Siviano (30 aprile 1632 - rin. 1634); Giuseppe Bertoli di Piancamuno (1634-1646); Pietro Antonio Guerini di Marone (10 febbraio 1646 - rin. 1649); Giulio Capis di Breno (21 marzo 1650 rin. 1651); Giovanni Gelmi di Villa Dalegno (17 febbraio 1651 - rin. 1665); Domenico Ceruti di Ponte di Legno (1665-1670); Francesco Fontana di Rogno (24 marzo 1671 - 1673); Bartolomeo Belotti di Villa Dalegno (9 febbraio 1674 - morto il 13 marzo 1724); nob. Faustino Bocca di Brescia (8 giugno 1724 - rin. 1726); Bartolomeo Sonetti di Villa Dalegno (21 gennaio 1727 - morto il 14 gennaio 1767); Bartolomeo Staffoni di Pontasio di Pisogne (1767 - morto il 5 ottobre 1771); Marco Bordiga di Zone (4 dicembre 1771 - morto il 23 gennaio 1805); Brizio Caldinelli di Monno (maggio 1807 - rin. 1827); Stefano Pennacchio di Berzo Inferiore (1827 - rin. 30 marzo 1840); Domenico Morelli di Belprato (25 agosto 1840 - rin. 1848); Andrea Flocchini di Avenone (28 settembre 1849 - rin. 1852); Damiano Bianchi di Gardone Val Trompia (4 maggio 1852 - rin. 1871); Andrea Pievani di Iseo (9 agosto 1871 - 1878); Pietro Picotti di Provezze (10 agosto 1878 - 1893); Luigi Bettoni di Sale Marasino (20 luglio 1893 - 1903); Vigilio Maranta di Provezze (20 maggio 1903 - 1919); Carlo Cristini di Marone (17 dicembre 1919 - 1935); Faustino Bontempi di Cellatica (21 marzo 1936 - 1948); Luigi Martinazzi di Chiari (1948-1958); Luigi Colosio di Botticino Sera (1958-1968); Aldo Orizio di Gussago (1968-1982); Angelo Zaninelli di Isorella (1982-1988); Giovanni Magoni di Coccaglio (1988-1996); Raffaele Donneschi di Rezzato (1996-2002); Giambattista Turelli di Sale Marasino (2002-2003); Lorenzo Pedersoli di Darfo Boario (dal dicembre 2003).
SINDACI: Bortolo Bazzana (1860-1862); Giorgio Berardi (1863-1864); Domenico Viani (1864-1869); Bortolo Bazzana (1870-1872); Bortolo o Bartolomeo Galbardi (1872-1874); Bortolo Bazzana (1875-1877); Bortolo o Bartolomeo Galbardi (1878-1880); Antonio Sina (1881-1886); Bonifacio Morelli (1887-1889); Giovanni Sina (1889-1902); Battista Bazzana (1902-1911); Rocco Almici (Zaccarie) (1911-1914); D. Francesco Zatti (1914-1915); Antonio Tedoldi (Tonasa) (1915-1920); Giacomo Zatti (Tedöla) (1920 - 12 febbraio 1924); B. Bonomelli, Commissario Prefettizio (1924-1925); Giovanni Sina, Podestà (1926-1930); Antonio Tedoldi (Tonasa), Podestà (1930-1937); cav. Mattia Morelli, Podestà (23 luglio 1937 - 2 settembre 1942); Sergio Moglia, Commissario Prefettizio (3 settembre 1942 - 2 agosto 1945); Mario Almici (Panechi) (3 agosto 1945 - 23 aprile 1946); Mario Almici (Panechi) (24 aprile 1946 - 7 giugno 1956); Leandro Danesi (8 giugno 1956 - 24 febbraio 1961); Pierino Danesi (25 febbraio 1961 - 15 aprile 1964, deceduto in carica); Giacomo Sina (Baset) (20 aprile 1964 - 9 dicembre 1964); ing. Raul Franchi (10 dicembre 1964 - 16 settembre 1972); Luigi Cagni (17 settembre 1972 - 11 luglio 1975); Zaccaria Almici (12 luglio 1975 - 24 giugno 1999); Pio Marchetti (dal 25 giugno 1999).