VOBARNO

VOBARNO (in dial. Boaren, in lat. Buarni)

Centro industriale della bassa Val Sabbia (m. 245 s.l.m.). Il centro dell'abitato è alla confluenza del fiume Chiese col torrente Agna che scende dalla valle laterale, mentre il rio Traversante taglia la frazione di Collio. Il monte Cingolo (m. 850) separa le due valli: la Valsabbia e la Val Degagna, che in 15 km culmina al passo Cavallino della Fobbia (m. 1091) e comprende cime elevate come lo Zingla (m. 1497). Gli altri monti che circondano il centro abitato sono: a N la cima di Paraine (m. 704) e la Corna Ceresola (m. 865); a SE il monte Trat (m. 803), le Guine (m. 647), la Corna Busarola (m. 501); ad O il dosso Covolo (m. 754), il Cargiù (m. 586) e il monte Coro (m. 754). Vobarno si trova a 32 km da Brescia, 8 da Salò. Superficie comunale kmq. 53,20. Formano il Comune le frazioni di S. Martino, Eno, Carvanno, Cecino nella media e alta valle del torrente Agna, chiamata Degagna; a NO di Teglie, Moglia e Carpeneda; a SE Collio, allo sbocco della valle del rio omonimo, e a S nel fondovalle alla destra del Chiese, Pompegnino.


Lo stemma «troncato d'azzurro e di rosso, ad una pigna, fogliata alla base, al naturale» è esemplato, come scrive Bongianni Gratarolo ("Historia della Riviera di Salò", 1599), «su quella pigna in pietra "cavata di sottoterra" non grande come quella che si vede a S. Pietro in Roma ma come un grande staio venetiano e non di metallo, ma di pietra». Venne estratta dal suolo durante degli scavi, nel '500, da una famiglia che da allora fu chiamata Pinelli. In seguito alle invasioni ed alle guerre che colpirono il paese, se ne persero le tracce sino al 1982, quando il Gruppo di ricerca e documentazione storica di Vobarno la rinvenne nella cella della torre campanaria della chiesa di S. Maria Assunta. Attualmente è situata presso la biblioteca comunale.


Antica pieve e parrocchia, fa parte della zona XIX Bassa Valsabbia. Parrocchie nell'ambito comunale: Collio (v.), Pompegnino (v.), Teglie (v.), Carpeneda (v.), Degagna.


Il terreno geologico è di formazione alluvionale verificatasi nell'era quaternaria. Il pendio montano che si distende sulla sinistra del Chiese tra Collio e Vobarno, come ebbe a scrivere G.B. Cacciamali, è costituito di «medolo, un calcare argilloso con noduli e straterelli di selce, e rappresenta sedimentazioni marine dell'epoca liassica: dove detta roccia non è coperta da ammanto detitrico, come a Collio e verso Vobarno, mostra i suoi strati, di una tinta grigio-turchiniccia, colle solite frequenti curve - bellissime verso Vobarno - testificanti le non meno solite pressioni laterali subite. Ma per la massima sua parte il nominato pendio è occupato da un ammanto di detriti, derivante dallo sfasciume della roccia in posto». Smentita la presenza di un vulcano del quale si scrisse dopo il terremoto che colpì Salò e dintorni nel 1901. Una singolarità naturalistica presenta la sorgente del "Funtanì" da quando nel 1968 vi è stata scoperta la presenza di straordinarie "associazioni malacologiche", che rappresentano la quasi totalità delle specie di molluschi d'acqua dolce che vivono nelle sorgenti dell'intera Lombardia, tra le quali cinque specie di rari molluschi compreso il "Paladilhiopsis vobarnensis" unico della specie. Essa si rivela come una sorta di serbatoio di biodiversità scoperto dal dott. Pezzoli. Grazie ai suoi studi nel 1991 la sorgente Funtanì è stata inserita nella Carta dei biotipi d'Italia, il primo dei riconoscimenti, fino alla proposta del 1996 di inserire la riserva fra i siti di interesse comunitario della direttiva Cee "Habitat". Nel territorio sopra l'osteria Roccia nel punto in cui dalla provinciale si diparte la rotabile per Moglia e Teglie sono state rinvenute stazioni di Moehringia Markgraphii (v.).




ABITANTI (vobarnesi): COMUNE: 2581 nel 1861; 2733 nel 1871; 3144 nel 1881; 3672 nel 1901; 4561 nel 1911; 4578 nel 1921; 6066 nel 1931; 6543 nel 1936; 7566 nel 1951; 7961 nel 1961; 7515 nel 1971; 7579 nel 1981; 7479 nel 1991. PARROCCHIA: 1204 nel 1493; 1300 c. nel 1580; 1300 c. nel 1610; 750 nel 1658; 1030 nel 1727; 1034 nel 1775; 1030 nel 1791; 1250 nel 1805; 1480 nel 1819; 1737 nel 1835; 1700 nel 1848; 1800 nel 1858; 1854 nel 1861; 2200 nel 1887; 3300 nel 1898; 3300 nel 1908; 3300 nel 1913; 4370 nel 1926; 5800 nel 1939; 6000 nel 1949; 4855 nel 1963; 4870 nel 1971; 5020 nel 1981; 5005 nel 1991; 5024 nel 1997; 7863 nel 2006.




Nel 1183 «curie Buarni», nel 1195 «illi de Buarno», nel 1200 «plebs de Buarno», nel sec. XVI Bovarno, nel 1616 Boarno, nel sec. XVII Vobarno. Di solito il nome Vobarno è stato ricondotto ad un Bovarno (da bove, con il suffisso aggettivale -arno) attraverso, come pensa il Salviani, una forma metatetica. Il Pellegrini invece ritiene che possa trattarsi di una formazione celtica un "vo-bero", "ruscello più o meno nascosto" e poi anche "bosco", forse attraverso il personale Vobea di una celebre iscrizione. Fantasiosa l'etimologia da "boatus fluminis" ("boato del fiume"); Paolo Guerrini ricorre a «vadum arenae», in italiano guado di sabbia, «quale è, egli scrive, difatti la costituzione geografica e geologica di Vobarno. Il passaggio del Chiese avveniva per mezzo dell'antica strada romana, che saliva attraverso il vasto greto ghiaioso di Pompegnino, poiché non esisteva l'attuale strada provinciale, ostruita dalle rocce della Corona. Il vadum era dunque nell'attuale centro del paese». Gnaga non ha dubbi sulla derivazione dal lat. bos-bovis = bue. Enrico Morelli farebbe derivare il toponimo da vo-vadum, guado e "berna" nome dato ai lavoratori salariati a differenza degli schiavi chiamati "etera". Sondaggi etimologici hanno tentato di sollevare il velo sul significato dei nomi del territorio vobarnese, incominciando da quelli preistorici, come Arviaco, Fustegnàco, Berniga, venendo a quelli latini di Clibbio ("clivus"), Prandaglio ("pratalea"), Carvanno, Collio ("caules", stalle di armenti), Degagna ("decania", unione di dieci famiglie), fino a quelli più ovvi e chiari di Moglia, Canneto, Carpaneda (carpini), Teglie ("tegiae", casupole) ecc.


Non mancano segni di presenze preistoriche, come un'ascia in serpentino databile al Neolitico o al Bronzo antico, trovata nel 1974 in località Prada in frazione Carpeneda. Sarebbero preistorici i nomi di Arviaco Fustegnago, Berniga. Si può anche supporre che dove fu poi la rocca sia esistito un castelliere lungo il sentiero ipotizzato da studiosi, che costeggiava tutte le prealpi lombarde e che toccava Limone di Gavardo, Termini (ora Tormini), Vobarno, Persepio, Limone del Garda. Qualcuno vi ha voluto vedere un collegamento con il popolo dei Tauri presenti nel 2500 a.C. È indicativo di una presenza anteriore a Roma il nome di Atinio della celebre iscrizione di origine italica: l'epigrafe, murata fino al sec. XVIII nel fianco meridionale della chiesa parrocchiale e ora nei Musei di Brescia, ricorda che un romano di nome Publio Atinio q. Lucio, di origine italica e poi appartenente alla tribù Fabia, fu sepolto a Vobarno, presso i confini d'Italia. La lapide dice: «P. Atinius L.F. Fab / hic situs est / si lutus si pulvis / tardat te forte / viator arida sive/sitis nunc tibi iter / minuit per lege cum / in patria tulerit te / dextera fati ut re / quietus queas dicere / saepe tuis finibus Ita / liae monumentum / vidi Voberna in quo / est Atini conditum...» tradotta suona: «Qui è sepolto Publio Atinio figlio di Lucio della tribù Fabia. Se il fango, se la polvere ti attardano, forse, o passeggero, se l'arida sete ti affatica il cammino e qui ti sofferma, leggi affinché quando col favor del fato sarai ritornato in patria, riposato tu possa dire frequentemente ai tuoi: ai confini d'Italia ho visto in Vobarno il monumento nel quale riposa il corpo di Atinio "Vale"». L'iscrizione si richiamerebbe al 43 a.C. quando la provincia della Gallia Cisalpina venne soppressa e annessa all'Italia e, di conseguenza, il confine politico d'Italia si estese alle Prealpi per cui Vobarno si trovò presso i confini d'Italia. Una serie di epigrafi romane (in parte disperse e in parte conservate nei Musei civici di Brescia) venne rinvenuta nella zona della chiesa parrocchiale. In particolare sono comparse: un'iscrizione votiva con dedica a Marte e Minerva e il nome del dedicante incompleto; iscrizione funeraria posta da Lucius Salvius, della tribù Fabia per sé, per Popilia Hispana e per i figli Capito, Prisca e Firmus (età claudia); iscrizione funeraria, su base sagomata in calcare, posta da Marcus Laetilius Cassianus, della tribù Fabia prefetto degli edili a Brescia; iscrizione funeraria su base sagomata in calcare, con dedica Mani, posta per Marcus Aemilius Naevianus dal padre Marcus Aemilius Valentinus; iscrizione funeraria su base in calcare, posta da Lucius Clodius Crescens, per i genitori e la moglie; cippo funerario in pietra di Botticino, di Caius Spurius Mincius, con menzione della gens Clodia. In località imprecisata è venuta alla luce un'iscrizione votiva con dedica a Marte posta da Marcus Vatinus Assianus. Nella frazione Cecino un'iscrizione funeraria, con dedica agli dei Mani, per Voconia Ursula posta da Quintus Caecilius Secundinus.


Vobarno fu, come altre località valsabbine, zona di reclutamento di legionari romani, come ricordano le sepolture di L. Leuconio "veteranus" e di L. Salvius, "vexillarius veteranorum". Lucio Leuconio Cilone la cui lapide venne utilizzata da basamento al campanile e che visse sotto gli imperatori Tiberio, Nerone e Claudio, era un soldato (miles) della XXI legione romana Rapax, distrutta nella Germania Superiore dai Sarmati nell'89 d.C. Apparteneva alla tribù Fabia della zona della Valsabbia e, arruolato sul posto e portato lontano a combattere (oltre le Alpi) affrontò per 25 anni la carriera militare, per poi tornare a casa da veterano distintosi sui campi di battaglia. L'epigrafe gli era stata dedicata alla sua morte dalla moglie Allia Suavis e dai figli Lucio Leuconio Firmo e Leuconia Procula. Collegato con la presenza militare (e unico trovato in una lapide bresciana) il culto di Marte, divinità della guerra in coppia con Minerva, è già notevolmente decaduto nell'età imperiale anche negli stessi ambienti militari.


"Vicus" al centro di un vasto pago, Vobarno ebbe, oltre a presidio di truppa, una sua rocca di difesa fin dai tempi di Roma. Vi è anche chi sostiene che a Teglie e Tiole fossero stanziate truppe romane di avanguardia. Il Comparoni ("Storia della Valtrompia e Valsabbia") vuole che fin dai tempi di Roma venissero già sfruttate, sui monti alle spalle di Vobarno, miniere di ferro e di altri minerali e al contempo venisse alimentato il commercio del ferro e, dagli allevamenti, quello della lana. Strutture murarie, resti di pavimenti in malta, tessere di mosaico, canalette, materiali ceramici relativi ad una villa romana del I-II sec. d.C. sono emersi in via Goisis in lavori di sbancamento (1982) e saggi di scavo (1988). Resti di pavimento, di tipologia imprecisata, relativo ad una abitazione di età romana, sono venuti alla luce in frazione Pompegnino. Materiali ceramici di epoca romana sono emersi nel 1964 in una grotta di Pompegnino, altri in via De Zoboli, databili tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. Non poche le tombe romane sparse nel territorio di Carpeneda, rinvenute nel 1964, e in località Pompegnino nel 1982.


La continuità di popolazione sul territorio è testimoniata da scoperte di strutture di numerose sepolture. In una località presso la vecchia stazione ferroviaria sono emerse (1956) strutture murarie, con resti di pavimento in cotto, relative a edificio di incerta datazione, sotto il quale sono state rinvenute alcune sepolture alla cappuccina con corredi costituiti da ceramiche, balsamari in vetro, un sesterzio di Alessandro Severo della fine del III sec. d.C. Due sepolture ad inumazione con corredi costituiti da monete di Adriano, Commodo, Alessandro Severo, Claudio II il Gotico, armille in bronzo, anelli, un ago, dadi in bronzo del III-IV sec. d.C., sono state rinvenute nel 1906 in frazione di Collio. Nella stessa località nel 1976 sono emerse tombe con corredi comprendenti un'armilla di bronzo a testa di serpente, una moneta, due vaghi di collane e una piastrina di ferro. Quattro tombe ad inumazione, alla cappuccina, due delle quali con corredo comprendente rispettivamente armille ed uno spillone in bronzo e un antoniniano in bronzo con vago per collana in pasta vitrea della seconda metà del III-inizi IV sec. d.C. sono riemerse in via Goisis nel 1971, nel 1982 e nel 1988. Della fine del IV sec. e inizi del V sec. sono undici sepolture ad inumazione, alcune a cassa, altre in fossa terragna: i corredi comprendevano un'olpe invetriata, una ciotola, dadi in bronzo, armille, un antoniniano in bronzo, fibbie, un pendaglio a forma di calzare. Due sepolture ad inumazione, una a cassa con deposizione plurima, l'altra in fossa terragna, di epoca tardoromana o altomedievale sono state ritrovate in località di proprietà Peretti. Sono forse questi ritrovamenti che fanno da anello con la nascita della pieve cristiana che si sostituì al pago romano e che gli studiosi tendono a far risalire al IV-V sec. d.C. La pieve dotata di fondi, di censi, da libere elargizioni dei fedeli e dei signori del tempo allarga la sua giurisdizione su un vasto territorio specie a oriente fino nella valle della Degagna. Secondo il Vaglia, Vobarno sarebbe stato rinforzato dai Longobardi che avrebbero lasciato il nome alla stretta di Corona e al monte Castro (kasto = arca, ma che potrebbe essere ritenuto una forma tronca di kastaldo). Supposta anche la presenza di monasteri, che tuttavia non trova un riscontro alla luce della documentazione, nella dedicazione a S. Benedetto della chiesa di Pompegnino e che viene attribuita all'abbazia di Leno. Come ha sottolineato Paolo Guerrini: «trovandosi Vobarno sulla via diretta del transito per il Trentino, la via Teutonica, potrebbe darsi che vi fosse stata costituita una "corte regia" o imperiale, cioè un posto sicuro, privilegiato di franchigie ma obbligato ad albergare il re o l'imperatore, la sua corte e i suoi soldati quando ne avessero avuto bisogno. Confermerebbe l'ipotesi l'accenno alla residenza regia o imperiale in Vobarno, e gli oneri relativi che avevano i vicini delle quattro decanie in tale circostanza».


Per donazione imperiale o, anteriormente, per legato di qualche potente signore longobardo, intorno al sec. X o XI il feudo passa sotto la giurisdizione del vescovo di Brescia. Anche per questo fatto nella corte feudale "de Buarno" il feudo o distretto signorile e la giurisdizione della pieve coincidevano e si estendevano, come sottolinea Paola Pasini ("La corte vescovile di Vobarno nel tardo Medioevo" p. 34) «sulla riva orientale del fiume (Chiese), dove sorgevano la pieve e la rocca: l'atto del 1200 spiega chiaramente che essa si sviluppava dietro la chiesa verso oriente in direzione della Val Degagna. La corte costituiva un complesso omogeneo e autonomo comprendente la chiesa, il mulino, la casa dominicale e il castello, distribuito su una zona agraria determinata, racchiusa naturalmente tra i fiumi Chiese e Agna e il monte Cingolo». La corte comprendeva le quattro decanie di Piano, Prandaglio, Teglie e Carvanno, inglobando le località di Clibbio, Gazzane e, per una certa parte, anche di Volciano, insieme ai villaggi di Degagna, di Eno e di Carvanno in direzione N, di Teglie e Moglia verso NO e, infine, di Pompegnino e di Collio verso S.


Si trattava di una vera e propria signoria territoriale basata sul possesso del "districtus" e dell'"honor" cioè del potere di costringere e sulla sovranità. Minutissimo l'elenco delle prestazioni che le decanie e i singoli personaggi dovevano al vescovo sia nel documento del 18 novembre 1200 redatto per volontà del vescovo Giovanni da Palazzo, sia quello redatto il I maggio 1300 ordinato dal vescovo Berardo Maggi, nei quali vengono fissati gli obblighi collettivi delle quattro decanie assieme, di ogni decania, delle singole persone: procedere alla manutenzione della chiesa pievana, "rempire" il fonte battesimale, aver cura del ponte, oltre al mantenimento delle abitazioni vescovili all'interno del castello, ecc.


Particolareggiati gli obblighi riguardo al focatico, al fodro, alle prestazioni agricole, alla caccia, ecc. che si possono riscontrare nei lavori di Paola Pasini ("La corte vescovile di Vobarno nel tardo Medioevo") e di Gabriele Archetti ("Berardo Maggi vescovo e signore di Brescia"). In sostanza con giuramento dinanzi ai tre delegati vescovili gli uomini della decania di Carvanno si consideravano obbligati a pagare ogni anno il focatico al vescovo in tre soldi, un fascio di fieno, una spalla di porco senza lardo, e cinque bacette di grano (frumento, segale e fave); simili oneri avevano le altre tre decanie di Piano, di Teglie e di Prandaglio, le quali, insieme con quella di Carvanno, dovevano restaurare a proprie spese la chiesa della Pieve di S. Maria di Vobarno e la casa dominicale del Castello, che accoglieva la corte vescovile per le cacce all'orso, al daino, al capriolo, allo stambecco nei monti del Tratto, del Gardoncello, del Canale e in Visolio. Quando la corte usciva alla caccia, gli uomini delle quattro decanie dovevano prestare servizio nella rocca e nella casa dominicale come camerieri, falconieri, custodi delle mute dei cani, dovevano montare la guardia di giorno e di notte, portare ambascerie e ordini, custodire le carceri, e nei giudizi della Curia vescovile prestare molti altri servizi «ad dispendium episcopi». I medesimi oneri di sudditanza feudale dovevano prestare al Re dei Romani e all'Imperatore quando «venit foras in Lombardiam» e si fosse fermato nella corte di Vobarno.


Quanto al borgo sappiamo che nel 1200 esisteva un castro vero e proprio e che le quattro decanie erano obbligate «facere domum castri usque ad summitatem merlorum muros castri». Del sistema fortificato, che si ritiene circondato da tre sistemi di mura, avvolgente la collina del Cingolo dall'abitato alla sommità, rimangono abbondanti tracce affioranti in più parti o celate dalla vegetazione, mentre la sommità è stata trasformata in santuario (Madonna della Rocca). Altro resto del sistema è la torre campanaria che con i suoi 30 mt. circa sovrasta ancora oggi l'intero abitato. Costruita nel perimetro della piazza dell'antico borgo, forse intorno al X-XI sec. con materiali di recupero (fra cui i vari cippi e lapidi romane), blocchi di pietra e conci regolari di granito, essa costituiva la torre civica, il bastione più avanzato delle fortificazioni della rocca. Di pianta quadrata coi primi corsi della base formati di bolognini abbastanza regolari, senza finestre salvo qualche piccola feritoia, sino alla cella campanaria (funzionando da secoli da campanile) dove si aprono quattro bei finestroni ad arco quasi acuto. «Più tardi, come scrive Paolo Guerrini, lo stesso arciprete della pieve di S. Maria fu investito della gastaldia vescovile e creato quasi vicario in "spiritualibus et temporalibus" con speciali attribuzioni e privilegi per il territorio della pieve medesima. L'arciprete diventa poi il rappresentante del vescovo signore anche nell'amministrazione delle rendite feudali e della giustizia, mentre all'ombra della rocca e delle torri merlate si costituisce e si sviluppa la libera associazione del comune».


Oltre che nella pieve e nel feudo gli abitanti di Vobarno e delle sue terre si riunirono in vicinia o vicinanza in comune, in quella che si chiamò "la Università del Comune di Vobarno" che comprendeva le piccole ville di Pompegnino, Tribbio, Collio, Teglie, Clibbio, ognuna delle quali aveva i suoi rappresentanti nel Consiglio generale, composto, dal 1622, di sessanta membri, che eleggevano la deputazione speciale di amministrazione. Il comune o vicinia possedeva il monte o bosco del Tratto e altri fondi, che sono descritti in un lungo elenco a stampa del secolo XVIII. Gli abitanti erano divisi in due distinte categorie, "Vecchi e Nuovi Originari" e questi si chiamavano anche "Forestieri" e non avevano gli stessi diritti dei primi ma dovevano pagare maggiori tasse e non partecipavano a molte beneficenze dei luoghi pii locali, come la Carità di S. Faustino e la Carità del Venerdì Santo, che dispensavano pane, olio, legna, vino e farina agli abitanti primitivi. Scarno è l'elenco di date e avvenimenti per la distribuzione degli archivi nel 1526 e nel 1527.


Neanche leggenda ma pura invenzione romanzesca la figura, sul principio del XII secolo, di Ardiccio degli Aimoni che, nato a Vobarno da nobile e ricca famiglia, avendo scoperto in casa un ricco tesoro che era stato o si credeva sepolto da re Desiderio, beneficò largamente il popolo che lo seguì fedelmente nelle innovazioni politiche da lui portate nel territorio bresciano. Poiché le varie riforme da lui proposte incontrarono fiera opposizione nel vescovo Arimanno da Gavardo, si sarebbe fatto difensore del popolo contro il vescovo stesso attraverso aspre e sanguinose lotte. Ardiccio, che per due volte consecutive venne eletto Priore dei Consoli e validamente aiutato dal valvassore Oprando Brusati, da Alghisio da Gambara e altri, ne uscì vittorioso, mentre il potente suo avversario nell'anno 1116 venne deposto e bandito dal territorio bresciano. Il castello di Vobarno sostenne nel 1105 replicati assalti dei valvassori e cedette solo per il tradimento dell'adultera Sinalda che uccise l'arciprete Ugone, suo marito, e per la venalità e vigliaccheria di Filippo da Corvione, che contrattò la vendita del forte con l'adultero Paganello.


Nel borgo esisteva un mulino con tre ruote, una fucina ecc. Si accenna al calzolaio, al tessitore. Cure particolari erano dedicate al ponte.


Intorno al 1172 sappiamo della fondazione del mercato che acquistò presto notevole importanza per la posizione di raccordo tra la Valsabbia e la Riviera del Garda. I documenti accennano ad almeno venticinque vassalli del vescovo. Ma fin dal sec. XII, ed anche prima, Vobarno fu dal vescovo affidato alla famiglia Brusati, gastaldi vescovili. Il Faino, in una nota raccolta dall'Odorici, riferisce che Oprando Brusato vendette ingiustamente al vescovo Villano il feudo, rivendicato poi dal vescovo Manfredo nel 1135 e consegnato al nipote di Oprando, Eustacchio Brusati. Assieme ai Brusati vi ebbero ruoli importanti gli Avogadro e i Cattanei. Non mancarono contrasti tra guelfi e ghibellini e di riflesso nei rapporti tra Chiesa e Impero. In queste lotte Vobarno parteggiò per la parte guelfa ma, sceso Federico II in Italia, cadde in mano ai Malesardi ghibellini, fuoriusciti da Brescia, ma sconfitto l'imperatore a Parma nel 1248, venne riconquistato dal comune di Brescia. Nel 1330 se ne impadronì Mastino della Scala, ma l'anno seguente, passato in mano a Giovanni di Boemia, venne da lui venduto e infeudato ai Castelbarco assieme alla Riviera. Investitura che non ebbe seguito per cui nel 1332 ritornò a Mastino della Scala; occupato dalla lega Viscontea nel 1362 cadde nelle mani di Bernardo Visconti che lo rase al suolo. Sotto i Visconti fu assegnato alla podesteria di Salò. Occupato nel 1419 da Filippo Maria Visconti, nel 1427 venne ripreso da Galvano della Nozza per Venezia e assegnato, anziché all'Università della Valsabbia, alla Magnifica Patria nella Quadra della Montagna della quale è Caposquadra con Teglie, Sabbio, Clibbio, (separatosi poi da Sabbio con sentenza 19 novembre 1497), Provaglio Sopra, Provaglio Sotto, Treviso de Cazzi (che il 24 maggio 1532 elimina il nome de Cacys), Idro, Hano (che sostituì il toponimo con Capovalle nel 1907), e Degagna.


La Quadra di Montagna rimane sempre compresa nella Riviera Superiore della Magnifica Patria di Salò costituendo una specie di zona cuscinetto fra il Garda, la Valle Sabbia e il Trentino. Si regge con gli Statuti generali della Riviera e con alcuni statuti speciali compilati di tempo in tempo dal Consiglio generale del comune, dei quali non risulta sia rimasta traccia. Il Consiglio di Quadra è retto da un sindaco che viene eletto ogni tre mesi. La vita della borgata si avvia sempre più verso tempi e opere di pace.


Quando nel 1440, dopo le distruzioni provocate dalle truppe viscontee nel 1362, il Doge Francesco Foscari concede licenza ai comuni della Riviera e della Valle Sabbia di riedificare le loro rocche e castelli distrutti dal Duca di Milano, naturalmente a spese loro, i vobarnesi non ritengono opportuno affrontare l'ingente onere finanziario, poiché la stessa fortezza era ormai inutile come strumento di difesa; viene data così la licenza agli abitanti di smantellare i resti delle mura, usufruendo di quella zona dominante l'intero paese per trasformarla in struttura di pace quale santuario della Madonna della Rocca. In un documento del 1491 per la divisione del monte del Tratto si afferma che i due passi chiamati volgarmente "Buco del Todesco" e "Buco del Forame" avevano servito a mandare aiuti militari a Brescia durante il famoso assedio di Niccolò Piccinino nel 1438, per cui Vobarno si era acquistato benemerenze dalla Repubblica di Venezia e dalla città di Brescia. Ma poi, con l'andare del tempo, i privilegi gli furono carpiti dai daziarii e dal governo di Salò e poiché le cause costavano e duravano molto, i Sindaci preferivano far buon viso a cattiva sorte; tanto più che anche il Provveditore non faceva rilievi ai conti portati per la revisione ad ogni mutare di reggimento se, oltre la tariffa fissata di 36 troni, veniva accordata qualche "buona mano". E come il Provveditore, che risiedeva a Salò, erano facili ad essere corrotti i funzionari che perfino nelle libere elezioni delle vicinie favorirono chi prometteva di più, e gli eletti cenavano insieme all'osteria pagando il conto coi proventi del comune.


Nonostante ciò si rassodò nel tempo la fedeltà a Venezia e nel giugno 1509, quando i francesi ordinarono di distruggere tutte le fortificazioni di Vobarno assieme a quelle di S. Felice e di Padenghe, il popolo scese in strada e tumultuò al grido "Marco! Marco! Marco!". Neanche venti anni dopo un nuovo ciclone si abbatté su Vobarno. Dal 1526 i lanzichenecchi diretti a Roma per impiccare il papa, guidati da Giorgio di Frundsberg e dal conte di Lodrone «bruciarono e saccheggiarono buona parte della Terra di Vobarno et precipue le case della Chiesa e del Nodaro del Comune, di sorte che le scritture ch'erano pertinenti alla Chiesa andarono a male, insieme colle altre, parte bruciate, parte tratte nel fiume Chiese che passa giù per mezzo la terra». Per quella devastazione di documenti la Pieve e il Comune perdettero molti diritti censuari o livellari di olio, di legna e di altre prestazioni perché i debitori si valsero di quella distruzione dei documenti per liberarsi da tali antichissimi oneri. In più a gravare sulle finanze locali giunse l'ordine di Venezia "di ritrovare denari" per contribuire a pagare la taglia di 10.000 ducati "posta in Salò per causa delli tedeschi". E siccome le disgrazie non vengono mai sole nel 1527 una terribile alluvione portò distruzioni in Degagna, e il fiume Agna trascinò su Vobarno e nel Chiese case e persone sino a Montichiari.


Nel 1575 si fa presente la necessità di un ponte "in preda" che viene finito il 17 novembre 1581, costruito in stile veneziano ad una sola arcata ribassata. Il ponte resiste alla nuova tremenda alluvione del 28 giugno 1587 smentendo un proverbio che "l'acqua de Degagna no la bagna". Una valanga d'acqua si riversa dalla valle nel fiume a Vobarno travolgendo e portando con sé cose, carcasse di animali, cadaveri, travolgendo case. Solo il Borgonovo attorno alla chiesa di S. Rocco si salva dal disastro grazie ad alcuni grossi tronchi incagliati nell'Agna, proprio all'altezza della chiesetta, creando un argine improvvisato ma efficiente. La tragedia viene da qualcuno attribuita a forze infernali, altri alle streghe, altri ancora l'attribuiscono «ai Ciurmatori che vanno su quei monti a cavar radici»; altri affermano che s'erano visti di quelli che andavano cacciando un grande drago; altri ancora che un loro contadino, emigrato lungo tempo a Venezia, aveva di là portato un libro di negromanzia e che avendolo voluto adoperare senza sapere l'arte, eccitò involontariamente l'inferno e la rovina.


Vicino ad Eno vi era un castelluccio con alcune volte sotterranee. I contadini tenevano per fermo che nascondesse, come tutti i castelli e i sagrati delle vecchie pievi, un incalcolabile tesoro e sempre lo frugavano nell'intento di scoprirlo ma inutilmente. Più fortunato di loro fu un certo prete, che aveva fama di scongiurare spiriti e streghe, il quale in una notte di luna penetrò nel sotterraneo e vi cavò il tesoro: la notte così limpida e serena, cominciò a rabbuiarsi, e si vide ardere il luogo e fulminare il cielo che pareva la fine del mondo. Uno storico bresciano, che per essere vissuto in quei tempi ebbe la ventura di conoscere il fortunato prete, afferma che, anche dopo il rinvenimento dell'oro, il prete visse come prima, e più povero di prima».


Bongianni Gratarolo nella "Historia della Riviera" (1599) descrive Vobarno come un «comune ricco di beni communali» e si sofferma sul buon carattere della gente portando conferma come «a certi tempi de l'anno, il Comune dispensa del pane, e della minestra al Popolo, e non solo ai suoi terrieri provede con larga mano, ma a forestieri ancora che ci si abbatono in quei giorni che son deputati a questo, dà un pane e una scodella di fave cotte per uno». E Vobarno non si distingue solo per il senso di solidarietà dei suoi abitanti, ma anche perchè «ha prodotto e tuttavia produce Chirurgi, Dottori, leggisti eccellenti».


Alla povertà della popolazione acuitasi nel sec. XVIII, vennero incontro gli arcipreti Sigismondo De Zoboli e Ottavio, zio e nipote, che con i loro lasciti diedero vita nel 1761 all'Istituto di beneficenza chiamato Commissaria de Zoboli. Il Comune fu beneficiato di molti altri legati per le varie istituzioni di beneficenza: aveva l'obbligo di dispensare pane, olio e farine nella vigilia di S. Faustino, nel mese di maggio, nella vigilia dell'Assunta e in altre circostanze. Nel 1786 si accese una lunga vertenza, per queste pubbliche dispense di generi alimentari: fra gli Antichi Originari e i Forestieri o Nuovi Originarii, ma i primi ebbero ragione e fu compilata allora una lunga lista delle famiglie di Vobarno non originarie, segnando il luogo della provenienza di ognuna; il diritto alla beneficenza fu quindi limitato a poche famiglie, le più antiche, ma per alcuni anni soltanto, poiché la rivoluzione del 1796 abolì anche questi privilegi e la popolazione fu tutta parificata negli oneri e nei vantaggi. Di questa gente sappiamo anche i cognomi più comuni: Ambrosi, Arrighi, Bertelli, Bosini, Botturini, Cadenelli, Cattaneo, Crescimbeni, Cosinelli, Galvani, Lazzarini, Pavoni di Collio, Piccini, Rozza, Sandrini, Tognetti, Tosetti, Venturelli e Zamboni, che costituivano forse le poche famiglie Originarie.


Pochi sono gli avvenimenti che conosciamo dei sec. XVI-XVII-XVIII. Si può ritenere una notizia in qualche modo di buon auspicio quella, già citata, fornita dal Gratarolo del ritrovamento di una grande pigna marmorea, assurta poi a stemma della comunità. Ma l'avvenimento più eclatante è la costruzione della nuova bella chiesa parrocchiale, opera dell'architetto Turbini ricca di opere d'arte, eretta tra il 1754 e il 1763. Si vuole che Vobarno sia sfuggito, o non abbia subito in modo grave, per intercessione della Madonna della Rocca, all'imperversare del brigantaggio che infestò la Riviera del Garda e tutto il territorio e che per riconoscenza avesse commissionato il quadro, che è conservato in Municipio, nel quale è raffigurata la B. Vergine con il Bambino.


La lunga fedeltà a Venezia doveva essere messa alla prova da tragici avvenimenti che videro la fine della Serenissima. Infatti Vobarno è subito coinvolta nella guerra tra Francia e Austria ingaggiata da Napoleone nel 1796. Appena entrate nel Bresciano, il 28 maggio tremila francesi al comando del gen. Rusca sono a Vobarno e a Salò. Per timore di un contrattacco austriaco il gen. Chevalier divide il contingente in quattro colonne e ne pone una alla Corona sopra il paese per sorvegliare i passi della Valsabbia, dai quali si aspetta scendano gli austriaci che vanno raccogliendosi a Trento. Ciò che di fatto avviene il 27 luglio quanto le truppe del gen. Quosdanowich assalgono i francesi a Vobarno e ai Tormini, mettendoli in fuga e costringendoli a ripiegare su Peschiera. Nonostante il comportamento tracotante e violento degli austriaci, quando i francesi tornarono padroni, Vobarno riconferma la sua fedeltà a Venezia, mal sopportando gli occupanti e alla fine osteggiandoli fino alla rivolta dichiarata in seguito alla instaurazione, il 17 marzo 1797, del Governo Provvisorio Bresciano. All'annuncio i vobarnesi sono in agitazione con tutta la Riviera e la Valsabbia, che assume il carattere di una vera controrivoluzione. Il sindaco della Quadra, Marcantonio Turrini di Teglie, consigliato dal notaio G. Battista Sacca e dall'aggiunto comunale Paolo Mercandanti che insistevano perché si facesse causa comune con gli insorti della Valle Sabbia, pattuì con don Filippi, a Barghe, l'azione concorde, quindi ordinò l'assemblea generale perché proclamasse la fedeltà a S. Marco. Il sindaco Turrini non era benvisto da tutti, anzi i più lo odiavano perché credevano che coprisse le cariche per mestiere e perciò non sapevano adattarsi al suo programma. Tuttavia l'assemblea riuscì imponente e, sobillata da uomini bene istruiti dal Mercandanti, il 21 marzo approvò di restare nella fedeltà al legittimo sovrano. Il parroco, don Catazzi, nella festa, allora di precetto, dell'Annunciazione (25 marzo) sale sul pulpito per bollare quelli che per lui altro non erano che "ribelli", invitando il popolo ad essere fedele «al proprio principe» (cioè a Venezia) e ad «armarsi per l'avanti contro gli Bresciani». Sebbene non mancassero dubbi sulla condotta da tenere, anche per le riserve di molti sul comportamento del sindaco Turrini, fino a inchiodare i quattro cannoni posti sulla strada di Agna verso Salò e il saccheggio di casa Butturini, alla fine prevalse la volontà di lotta che continuò anche dopo che i francesi avevano piegato la resistenza dei Gardesani ai Tormini. Pochi giorni dopo lo stesso don Catazzi benediva le insegne dei Valsabbini insorgenti, che si erano concentrati a Vobarno per unirsi a quelli provenienti dalla Degagna e da Treviso Bresciano, incitandoli a combattere in difesa della propria terra. Ma dopo un primo successo a Salò, rinforzati dalle truppe francesi i rivoluzionari bresciani tornarono all'attacco. Come scrive Fabrizio Galvagni, «il 3 maggio 1797, 4000 francesi e 1000 bresciani, guidati dal generale Chevalier, imboccarono la Valle Sabbia decisi a metterla a ferro e fuoco. Un presidio di Vobarnesi resistette alla Corona finchè, per evitare di essere accerchiato, retrocedette a Carpeneda dove fu costretto a disperdersi.


Vobarno pagò a caro prezzo quest'ultima disperata resistenza: mentre gli uomini traendo seco le atterrite famigliole, s'erano cacciati su per le bricche e i dirupi, o dentro alle gole d'inaccesse montagne, le truppe napoleoniche, invaso il paese, lo devastarono; saccheggiarono e incendiarono la canonica e il municipio (che venne praticamente demolito); faldoni e incartamenti furono ammucchiati nella parrocchiale e dati alle fiamme assieme ai banchi e agli arredi sacri. L'incendio deturpò gli affreschi dell'Ansei, la pala del Marone, le decorazioni della chiesa finita di costruire solo 36 anni prima». Seminato ovunque terrore, come ebbe ad assicurare il gen. Balland al gen. Chevalier, le truppe francesi, come ha scritto F. Galvagni (Al tocco di campana generale", p. 161), «la repressione non interessò solamente il fondovalle: i soldati francesi, alla ricerca dei capi dell'insorgenza e dello stesso parroco (ma spesso semplicemente spinti dalla bramosia del saccheggio), si arrampicarono su per i monti; due dei morti vobarnesi, un Lorenzo Bonetti e un Angelo Scalmana, furono uccisi sul monte Cingolo; un terzo morto, Giuseppe Tiboni, vi fu a Pompegnino, infine - e l'episodio ci dà il segno della furia devastatrice delle truppe franco-bresciane in questa occasione - a Clibbio venne ucciso un certo Giorgio Rizzardini, infermo; venne decapitato e gettato dalla finestra. Il parroco, convinto, nei giorni successivi, che tanta distruzione potesse bastare a saldare ogni conto, spinto dal ministero che esercitava e dalle responsabilità che ne conseguivano, a rientrare in paese, forse denunciato da qualche delatore, il 20 maggio venne arrestato dai francesi e tradotto a Salò, dove operava un tribunale di guerra». Constatato il suo fermo rifiuto di ritrattare le proprie convinzioni e di prestarsi a essere strumento di propaganda del nuovo ordine, venne condannato a morte e fucilato il 30 maggio nella "fossa" di Salò assieme al sindaco della Quadra di Montagna Marcantonio Turrini. Un mese dopo, il 30 giugno 1797, la Commissione Criminale Straordinaria del Sovrano Popolo Bresciano escludeva dall'amnistia Paolo Bordini, Giacomo Zabbeni e Giovanni Macario, che furon banditi e condannati, qualora fossero stati catturati, alla fucilazione quali capi controrivoluzionari; mentre Giovanni Galvagni e Giovan Battista Federici se la cavarono con venti anni (o, come sostengono altre fonti, con quindici anni di bando e sette anni di lavori pubblici). Fatto atto di sottomissione a Brescia, Vobarno venne ascritto al Distretto del Naviglio.


Pecora nera di Vobarno nel campo opposto, cioè fra i rivoluzionari filofrancesi, fu don Faustino Bottura di Vobarno che fu dapprima comandante la guardia civica nella lotta contro i briganti e disertori filoveneti che contrastò ancor più quando fu nominato capitano delle truppe di montagna della Repubblica Cisalpina; fatto prigioniero dagli austro-russi, nel 1799 fu condotto in Loggia ed esposto per due giorni nudo al disprezzo del popolo. Imprigionato in Castello fu gettato per 17 giorni in una torre, stretto con un cappio al collo e catene al piede. Trasportato nelle carceri comuni, nel tragitto, per i maltrattamenti, venne ridotto in fin di vita. Stette in carcere altri 7 mesi con i piedi stretti con "boghe" e si ammalò. Guarito, fu deportato prima in Dalmazia nelle fosse dì Sebenico, poi nel 1800 in Ungheria a Petervaradino da dove tornò il 7 aprile 1801.


Nel frattempo, inserito nel cantone del Benaco con la legge del 1° maggio 1797, passa nel distretto del Naviglio per effetto della legge del 2 maggio 1798. Viene incluso nel distretto degli Ulivi ai sensi della legge del 12 ottobre dello stesso anno e resta nel medesimo distretto anche in seguito alle modifiche apportate dalla legge del 5 febbraio 1799; con la legge del 13 maggio 1801 viene infine incorporato nel distretto IV, di Salò. Comprende anche le frazioni di Collio e Pompegnino, anche se in alcuni casi è citato solo come Vobarno o Bovamo. Dal 1805 fa parte, come Comune di "Vobarno con Teglie", del cantone I di Salò del distretto IV di Salò con legge 8 giugno 1805. Dal 1° gennaio 1810 è denominato solo Vobarno. Sul piano istituzionale, in osservanza della legge del 24 luglio 1802 ed in virtù dei 1399 abitanti, viene classificato nella terza classe dalla legge 8 giugno 1805. Nel 1816 viene incluso nel distretto XIV di Salò per effetto della legge del 12 febbraio 1816. Dal 12 febbraio 1816 il nome del comune diviene Teglie con Vobarno, modificato con decreto del 26 aprile 1816.


Sotto Napoleone venne chiuso il follo e si aprì una intensa emigrazione. Quanto al commercio rimase attiva solo la fiera di S. Faustino (15 febbraio) che poi scomparve del tutto. Uniche novità furono, forse, il cimitero costruito secondo i decreti napoleonici fuori paese, l'assorbimento nel 1810 del comune di Teglie in quello di Vobarno. Intenso invece lo sviluppo stradale. A Martino Poli di Montichiari venne commissionato il ponte sul Chiese a Vobarno, presso la Corna per evitare un passaggio reso inaccessibile dalle rupi del monte. La congregazione provinciale approvò, il 14 luglio 1817, l'appalto per la costruzione del tronco Sabbio-Vobarno e successiva manutenzione novennale col piaggio solidale ipotecario di Ambrogio Ambrogi, mentre con ordinanza del 24 novembre 1819 incaricava l'ingegnere capo dell'Ufficio Pubbliche Costruzioni a collaudare le opere eseguite da Vobarno a Volciano, in appalto a Bortolo Cantoni. Il 27 luglio 1823, di ritorno dalla Valsabbia, il viceré Ranieri visitava le fucine Fossa che producevano attrezzi per la marina di Venezia. Nello stesso tempo si eseguivano le opere sulla strada Vobarno-Barghe e si provvedeva alla sistemazione della strada interna di Sabbio, che costò al comune lire 21.839,18. Il comune di Vobarno, aderendo alle insistenze degli abitanti di Pompegnino, ricostruì la strada per un importo di lire 3.000, e fece costruire il ponte in legno su progetto del perito Bodei per lire 8.350,60 sopperendo in parte alla spesa con la vendita di alcuni beni fra i quali i boschi di Dosso mezzano e Piardellone, vicino alla Cascina Vecchia, ed in via livellaria del Gandola, Fontana di Stino, Canale del Fico, Piardello. L'alienazione dei boschi comunali si rese necessaria anche per la costruzione della strada di Teglie. Quanto alla precedente il commissario distrettuale di Salò accompagnava al delegato con rapporto del 14 gennaio 1847 l'atto di collaudo del nuovo ponte sul Chiese, costruito dall'appaltatore Domenico Della Via e che portò ad una spesa di lire 30.550,91. Infine nel 1853 Vobarno iniziava i lavori di adattamento della via di mezzo che conduce alla frazione di Pompegnino, su progetto redatto fin dal 1844 dall'ing. Bernardo Butturini.


Positivo fu anche lo sviluppo dell'insegnamento elementare con scuole sempre più regolari affidate alla sorveglianza dell'arciprete. Come tutti gli altri paesi Vobarno subì la tremenda carestia del 1815-1817 seguita dalle febbri petecchiali, dal colera del 1836 e del 1855 che mieterono parecchie vite. Furono anni difficili, di povertà, se si pensa che solo fra il 1854-1855 si trovarono fondi per ricostruire, allargare e dotare di portici l'edificio del Municipio. Nonostante le precarie condizioni socio-economiche anche a Vobarno si fece sentire il vento dell'indipendenza nazionale. Nel 1848 volontari diretti verso il Trentino trascinarono con loro ben nove volontari quali Antonio Almici, Maurizio Baccaglioni, Angelo Bertelli (detto Polastrì), Giacomo Bertelli (altro Polastrì), Giuseppe Crescimbeni (detto Vesong), Lorenzo Mazzacani, Antonio Manovali, Marcantonio Turrini, ferito a Castel Toblino, Giuseppe Stefani (cursore comunale). Pier Luigi Valdini, studente di medicina a Pavia, si distinse nel 1848 e 1849 nei moti di quella Università; nel 1849 Luigi Bonomini combatté a difesa dal forte di Malghera. Un altro vobarnese, Pietro Valdini, lo troviamo nell'elenco dei profughi politici ai quali vengono sequestrati i beni dal governo austriaco. Nel 1859 le camicie rosse di Garibaldi occupano la chiesa di S. Rocco e cinque vobarnesi, e cioè Maurizio Baccaglioni (luogotenente), Francesco Bolis (operaio), Giuseppe Crescimbeni (detto Grisetta), Domenico Da Foco (di Collio), Pietro Vedovelli (detto Binda), si arruolano tra i volontari. Dopo la battaglia di Solferino e S. Martino (24 giugno 1859) i vobarnesi offrono attrezzature all'ospedale di Salò e assistenza ai feriti. In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriali stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Vobarno con 1.804 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento I di Salò, circondario IV di Salò, provincia di Brescia. Alla costituzione nel 1861 del Regno d'Italia, il comune aveva una popolazione residente di 1.854 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. I primi anni di unità nazionale sono difficili quanto i precedenti tanto che, come annotano nei loro diari i garibaldini di passaggio (1866), l'impressione di Vobarno è quella di un piccolo e povero borgo dove a stento si trova un pane e un pezzo di salame, e dove la truppa è costretta a dormire sotto i portici. Comunque Garibaldi trascina altri vobarnesi tra le camicie rosse e cioè Antonio Crescimbeni (detto Toni della Rossa), Domenico Da Foco, Zacheo Tiboni, Giuseppe Ravera da Teglie (detto Bettabella).


A tanta povertà vennero incontro verso il 1860 don Luigi Prandini, Giovanni Prandini e Giulia Zinelli, moglie di questi, premiata dall'Ateneo di Brescia per l'instancabile opera di assistenza ai poveri e morta il 13 ottobre 1870 lasciando tutto il patrimonio della famiglia in beneficenza; patrimonio che venne travasato in quello della Commissaria De Zoboli che a sua volta nel 1880 confluì nella Congregazione di Carità istituita con statuto del 25 gennaio 1880. Tra i benefattori venne ricordata a lungo la famiglia Rizzardini di Collio che lasciò gran parte del patrimonio al Comune e alla parrocchia.


La svolta che segna la fortuna della borgata si delinea sulla fine degli anni '60 e si chiama Giuseppe Ferrari (1829-1891) (v.). Bergamasco aveva sposato una bresciana, Isabella Calini, si era trasferito a Sabbio e a Brescia. Acquistata in Vobarno la dismessa fabbrica di ancore, chiodi, ecc. dei Torri e dei Tonni Bazza, fonda nel 1868 una "Ferriera" passata poi in mano dei Migliavacca e che diventerà con i Falck uno dei più importanti stabilimenti siderurgici italiani. Significativa di una tappa avviata brillantemente è la cerimonia del 19 marzo 1870 nella quale il rag. Giuseppe Ferrari dona alla Giunta Municipale di Brescia la prima verga uscita dalla Ferriera e poi deposta nel Patrio Museo cittadino. Al lancio dell'industria si accompagna presto anche un significativo risveglio sociale.


La vita politica e amministrativa è dominata da elementi liberali sui quali ha un'influenza particolare Giuseppe Zanardelli, tra l'altro legato ad imprenditori locali quali il Migliavacca. Figura dominante è quella di Vincenzo Tonni-Bazza, legatissimo a Zanardelli e agli affari dell'industria locale. Tra le prime associazioni patriottiche vi è la Società dei Reduci dalle Patrie Battaglie che inaugurerà con grande solennità la propria bandiera il 29 giugno 1885.


Nel 1877 nasce una Società di Mutuo Soccorso fra Operai-Artisti e altre classi, di ispirazione liberale, che ha come presidente onorario il titolare della ferriera Angelo Migliavacca. Verso il 1878 circa nasce la Società musicale filarmonica alla quale segue neI 1896 la banda liberale. Ad essa nel marzo 1886 si accompagna, e in parte si contrappone con accentuazioni più operaistiche, una nuova Società di mutuo soccorso denominata "La Leggera". Un segno di risveglio culturale è nel 1878 il corpo bandistico. Ma per ora è il problema economico che conta. Un passo avanti viene compiuto con l'inaugurazione, il 6 dicembre 1881, della tramvia a vapore Brescia-Vobarno che nel 1885 verrà prolungata a Barghe, nel 1887 a Vestone e a Salò. Ma come è rappresentato il paese da un giornale nel 1890 non è incoraggiante: Vobarno «possiede acqua potabile abbondante, ma di mediocre qualità, un quinto delle vie hanno fogne per la conduttura dell'acqua piovana e dei lavatoi, scarse le abitazioni rispetto alla popolazione; quasi tutte però munite di latrine. Esistono regolamenti di polizia mortuaria e di igiene dal 1876. Vi è un sol medico condotto, una farmacia ed una levatrice. Non si conosce il numero dei vaccinati nel quinquennio 1880-84. In questo quinquennio furono 120 i giovani sottoposti alla visita di leva, 31 è il numero dei riformati. Non si è mai verificato nessun caso di colera».


Come altrove, alla Società di Mutuo Soccorso si accompagna presto il movimento cooperativistico che vede nascere, con rogito del notaio Claudio Fossati del 15 gennaio 1892, la cooperativa di Vobarno-Acciaieria Migliavacca. Nel 1899, di ispirazione cattolica, nasce la Corporazione agricola cooperativa S. Isidoro con lo scopo "di distribuire merci a prezzo di acquisto". Più legato al mondo rurale è il cooperativismo nel campo del credito che il 7 gennaio 1890 vede sorgere a Vobarno la Piccola banca Agricola di S. Isidoro con succursali a Gavardo e Preseglie e, successivamente, a Bedizzole, Polpenazze e Nuvolento. Ne è promotore don Giovanni Maria Ghidinelli, assieme al Comitato parrocchiale, al Circolo operaio federato e alla Società cattolica della Valsabbia. Lento lo sviluppo di attività e opere sociali sempre più richieste dalle condizioni di lavoro delle masse operaie. Il 4 dicembre 1893, grazie anche ad un lascito di don Bodeo, il curato don Ghidinelli dà vita all'asilo infantile "San Giorgio", frequentato presto da 30 bambini e affidato alle suore Dorotee di Brescia. Sul piano di sviluppo del paese nel 1894 viene realizzato l'acquedotto. Nel dicembre 1897 Vobarno veniva raggiunto dalla ferrovia Rezzato-Tormini per trasporto merci, auspicata fin dal 1859 e progettata nel 1872-1879 anche su pressione di Angelo Migliavacca. Nel clima politico del tempo significativo è l'impegno dei cattolici. In alternativa alle associazioni liberali il 16 marzo 1885 infatti nasce il "Circolo Operaio" che ha i suoi promotori in don Ghidinelli e in don Faustino Bartoli, curato di Cacavero (di Salò) e che raccoglierà 80 soci nel 1890, 100 nel 1900.


Per iniziativa di don Giovanni Battista Belli nel 1896 nasce la Società operaia di Mutuo Soccorso che raggruppa in pochi anni 86 soci. Ma a dominare la vita del paese è per anni il liberalismo zanardelliano che il 31 ottobre 1886 volle dedicare, presente Zanardelli, in piazza Ferrari una lapide con la scritta: «Vittorio Emanuele II / Giuseppe Garibaldi / Giuseppe Mazzini / del diritto vindici e restauratori / questi nomi / Italia alma Patria / scrisse orgogliosa / sull'eterne pagine di sua storia / Vobarno piccola terra / qui / amorosamente volle scolpiti / il municipio / e le società mutue liberali / posero / XXXI Ottobre MDCCCLXXXVI».


Più tardi che altrove emerge anche un'organizzazione operaia. Sulla fine del 1893 "compagni" di Salò sono a Vobarno per fondare un Fascio socialista dei lavoratori e pochi giorni dopo uno sciopero vero e proprio di 31 operai per cinque giorni si verifica nel reparto tubi, con successo parziale. Altri scioperi si succedono il 27-28 maggio e il 27 settembre 1900. Una vera organizzazione operaia si concretezza solo nel 1902 con la nascita dell'"Associazione miglioramento fra Metallurgia e Affini di Vobarno" aderente alla Camera del Lavoro, con lo scopo di «difendere e sostenere i soci nelle controversie del lavoro, sussidiare i soci disoccupati, per attività sindacale, e sostenere e migliorare le condizioni economiche e morali della propria classe». Padrone della politica e dell'amministrazione locale fino al maggio 1895, il raggruppamento liberale venne scalzato da una lista cattolica; successo confermato nelle elezioni provinciali del luglio 1899, nelle quali prevale il candidato cattolico Bellini sui candidati Giovanni Quarena, liberale, ed Ercole Paroli, socialista. I cattolici riservano particolari attenzioni anche alla realtà contadina promuovendo nel 1899 una Corporazione agricola cooperativa e, emanazione di essa, un'Agenzia agricola per aiutare la classe dei contadini e dei piccoli possidenti: «a non fare speculazioni ma distribuire merci a prezzi di acquisto». Allo sviluppo industriale e sociale si accompagna anche un significativo sviluppo culturale. Attiva è sempre la Società liberale di M.S. che promuove una Biblioteca popolare circolante e una fanfara che accompagna le ricorrenze del XX settembre e altre e alla quale si sostituisce nel 1896 la Banda Sociale di Vobarno (presidente Clateo Bresciani, istruttore Alberto Bertelli).


Come sottolinea Marcello Zane ("L'età di Ferro", p. 59), si amplia presto anche il campo del tempo libero. «Nell'estate del 1892 nasce a Vobarno una prima Compagnia Filodrammatica, costituita da giovani operai addetti alla Ferriera Migliavacca, i quali a proprie spese e fatiche erigono un piccolo teatro per rappresentarvi delle commedie. Prima prova, la messa in scena di drammi storici come "L'Avogadro" e "La Rivoluzione di Brescia del 1512". Ad essa si sostituirà nel 1903 la Società Filarmonica Vobarnese, anch'essa composta da giovani intelligenti operai che nelle ore di riposo si dedicano con passione allo studio della musica costituendo una sorta di vera e propria banda, diretta dal maestro Stanislao Rossetti». Anche lo stabilimento, almeno nel 1900, ha un suo complesso musicale che si esibisce nei compleanni del Migliavacca e in altre circostanze. Pochi anni dopo si segnala anche una "Società mandolistica operaia".


La situazione economica si evolve sempre più in profondità nel primo decennio del secolo XX. Ritmi di lavoro massacranti, paghe minime, ambiente di lavoro nocivo, scatenano nuovi scioperi fra i quali quelli dell'agosto 1906 e dell'agosto 1907 che vedono scendere in lotta circa 1.100 operai. Interviene la forza pubblica e vengono arrestati 7 operai. Nell'aprile 1909 sciopera il riparto laminati al quale fa subito da spalla l'intero stabilimento. Ma sostanzialmente non cambia nulla. Anzi la fabbrica diventa sempre più il paradigma della vita amministrativa e politica sociale. Il 31 dicembre 1908 nascono la Banca Popolare e la Cooperativa di consumo Vobarnese con spaccio alimentare, di indirizzo liberale. Nel 1908 viene promossa una scuola professionale che decollerà in pieno soltanto nel dopoguerra.


Per impulso dell'amministrazione cattolico-moderata si avviano anche opere pubbliche importanti. Nel 1899 viene ricostruito il ponte sul Chiese a Pompegnino travolto dalla piena del 1889. Negli stessi anni (1904-1905) viene realizzato un acquedotto che attinge acqua dalla località Pietramolle (Preamoll). Nel primo decennio del secolo viene affrontato anche il grosso problema dei poveri inabili al lavoro e privi di assistenza, e della cura ai pellagrosi. Acquistata nel dicembre 1904, dalla Congregazione di Carità, una casa colonica con annessi terreni nella "Chiusura Dusi", su progetto dell'ing. Pietro Cassinelli la casa viene adattata a ricovero con il nome di "Casa di Beneficenza". Affidata alle suore Dorotee, viene inaugurata il 5-6 maggio 1907.


Il primo decennio del secolo vede anche un confronto sempre più vivace tra socialisti e cattolici: i primi raggruppati nella Lega del Partito Socialista, molto attiva, i secondi appoggiati al Circolo Juventus sorto nel 1907, che ha subito una sua sede e sviluppa intensa attività di conferenze, manifestazioni, ecc. con una sezione anche a Teglie. È un susseguirsi di avvenimenti in campo cattolico: l'8 dicembre 1907 si inaugura la sezione dell'Unione Cattolica del Lavoro, il 31 maggio 1908 si celebra una solenne commemorazione della "Rerum Novarum" che vede presenti centinaia di operai della zona; nel 1907 nasce il Circolo ciclisti di Vobarno presieduto da Giacinto Salvi, con propria divisa; nel giugno 1908, assorbendo il Club ciclisti, nasce l'Unione Sportiva "Ausonia e Libertas" che intende abbracciare indistintamente le manifestazioni sportive, dalla ginnastica all'alpinismo, dal podismo e ciclismo all'automobilismo. Il 30 agosto 1908, con l'inaugurazione del vessillo dell'Unione Sportiva "Ausonia et Libertas", si tiene un concorso ginnico internazionale. Anche i funerali al consigliere provinciale Francesco Cassinelli, impegnato in pieno in tutti i settori di attività, diventano il 16 aprile 1909 un'affermazione delle forze cattoliche, le quali registrano il 18 luglio 1909 la benedizione delle bandiere dell'Unione del lavoro e del Circolo Giovanile Juventus e il 21 agosto l'inaugurazione di una Cooperativa di Consumo. Ancora per impulso dei cattolici nel 1910 nasce la Società di mutuo soccorso interna fra gli operai della ferriera di Vobarno che il 20 aprile 1913 inaugura il proprio vessillo, cercando una mediazione fra le forze in campo. Il 20 settembre 1910 le forze liberali del luogo sono in grado di manifestare la propria forza con una grande manifestazione in occasione della inaugurazione di una lapide dedicata a Giuseppe Zanardelli, con medaglione dello scultore Angelo Zanelli e con le parole: «Nel giorno sacro alla patria / per iniziativa della Società operaia lib. Di M.S. / Vobarno / vuole ricordato il nome di / Giuseppe Zanardelli / che il 31 ottobre 1886 / qui commemorò i fattori / dell'indipendenza d'Italia / -XX settembre MCMX». Nel frattempo viene dedicato spazio alle iniziative del tempo libero e nel 1910 viene creato il Circolo podistico Giovanile che organizza numerose gare.


La lotta politica si qualifica sempre più e mentre la Lega di miglioramento e la Società operaia di mutuo soccorso vanno esaurendo la propria attività, si afferma la sezione del Partito socialista che è sempre più presente nelle competizioni elettorali con forte accentuazione proletaria e anticlericale. Da parte sua la borghesia liberale crea il Circolo Democratico Vobarnese caldeggiata dal sindaco Amadio Baccaglioni e sostenuto dalla Società di Mutuo soccorso. Di contrapposto si rafforza anche il movimento cattolico attraverso l'Unione Cattolica del lavoro e il Circolo Giovanile Juventus. A rinforzare l'organizzazione cattolica nel 1911 viene fondata, per iniziativa del curato G.B. Tonoli e del m.° Nestore Bonomelli, una nuova banda musicale intitolata a S. Cecilia. Nello stesso anno la Banca Agricola S. Isidoro realizza in piazza Migliavacca un proprio teatro dalle eleganti linee liberty.


Nel 1913 si costituisce la Società mutua interna tra gli operai della Falck. Come ha sottolineato Marcello Zane ("L'età del ferro", p. 103) alle avvisaglie della I guerra mondiale «il mondo politico locale si divide fra interventisti e non interventisti, fra dichiarazioni di fedeltà ai doveri della Patria ed echi di sacrifici imposti al ceto popolare. La Ferriera interpreterà però, meglio di tutti, gli anni che verranno: nuove commesse dall'Italia guerrafondaia, nuovo lavoro per la gente del paese, che conoscerà quindi paradossalmente il dolore della guerra ma anche i suoi abbondanti e benefici effetti economici». Fin dal 23 maggio 1915 mentre la provincia veniva dichiarata zona di guerra, Vobarno con altre località veniva compreso nella zona di sbarramento e vede perciò continui passaggi di truppe, alcune delle quali, come quelle della brigata Roma, si accampano nella chiesa della Madonna della Rocca e in paese. La ferriera assorbe soprattutto il lavoro femminile, mentre la Casa di beneficenza viene aperta all'assistenza ai bambini. Col sostegno delle autorità militari presenti a Vobarno viene inoltre creato un "Nido bambini". La guerra vuole in quattro anni 48 vittime e ben quattro vengono decorati di medaglia d'argento (Maurizio Baccaglioni, Lorenzo Cella, Felice Colombo, Pietro Pavoni). Molte più vittime miete poi l'epidemia della spagnola in pochi mesi. Dopo una avvisaglia di cinque decessi, questi nell'ottobre salgono a 38, specie bambini, adolescenti e anziani, mentre altri 40 se ne contano dal novembre 1918 al febbraio 1919. Nel rilancio della lotta politica e amministrativa che vede impegnati particolarmente Partito Popolare Italiano e Partito Socialista Italiano le elezioni comunali del 1919 registrano la vittoria del Partito Popolare e del sindaco Luigi Franceschini, vittoria che si rinnova nel 1923, nonostante contrari tentativi, con l'elezione a sindaco di Pietro Cadenelli, esponente di primo piano del movimento cattolico locale. L'amministrazione realizza importanti iniziative quali il Ricovero degli anziani nel 1922. A ricordo dei 48 caduti viene eretto un monumento affidato allo scultore Cirillo Bagozzi, ed inaugurato il 4 giugno 1921. Il 25 dicembre dello stesso anno viene inaugurata una targa al Milite Ignoto, dono di Giorgio E. Falck.


Il dopoguerra è un pullulare di attività. Mentre si rafforza la Società di mutuo soccorso interno, in funzione di mediazioni tra parti sociali e politiche diverse, nascono altre numerose iniziative. Nel settore del tempo libero nel 1922 viene costituita la "Società Polisportiva", legata strettamente al mondo dell'Acciaieria Falck, tanto da essere presieduta dallo stesso direttore dello stabilimento, ing. Luigi Magri, la quale, nei suoi primissimi anni di vita riesce a coagulare intorno a sé tutto il mondo sportivo locale così da raggiungere nel 1925 i 394 soci. Nel 1921 nasce il "Circolo apolitico Dante", poco più di un gruppo di amici decisi ad organizzare da sé feste da ballo ed intrattenimenti presso la sede dell'Albergo in località Corona. Nel 1922 per la mediazione dell'arciprete don Belli si fondono in una sola le due bande musicali, quella liberale e quella cattolica. Una novità del 1919 è costituita, per iniziativa cattolica, dalla sezione dell'Unione Nazionale Reduci di Guerra, forte di 135 soci, alla quale si affianca la più neutrale sezione della Associazione Nazionale Combattenti. Nel dicembre 1921 viene inaugurata una targa al Milite Ignoto. Particolare attenzione viene riservata all'istruzione professionale e all'assistenza sociale. Nel novembre 1921 viene ampliata la Scuola professionale con tre corsi anche serali e affidata al direttore della Ferriera. Nel 1922 sotto la guida di una Commissione amministrativa composta dall'arciprete don Belli, dall'ing. Luigi Magri, direttore della Ferriera, da Giuseppe Rossetti e da altri viene dato il via alla costruzione di una nuova casa di Beneficenza e Ricovero, della quale viene posta la prima pietra il 18 luglio 1922. Costruito su progetto degli ing. Rino Pavoni e Gino Bontempi, il nuovo edificio viene inaugurato il 14 marzo 1924 alla presenza del Ministro dell'Economia Nava, eretto in ente morale con R.D. del 15 novembre 1925 ed intitolato a Irene Rubini Falck. Commovente la rimessa di 2.000 lire inviate da New York da Giuseppe Viani a nome di alcuni emigranti vobarnesi.


Il passaggio al regime fascista è quasi inavvertito, filtrato come è attraverso lo Stabilimento e le sue strutture. Salvo rari episodi, come quello avvenuto l'11 febbraio 1923 nell'osteria della Corona fra socialisti e fascisti finito con tre arresti, non sono evidenziati dalla stampa scontri di particolare rilievo. Nel gennaio 1924 viene costituito il Sindacato dei Metallurgici fascisti e compare anche un'orchestrina. Con la promulgazione della legge n. 58 del 1° maggio 1925 che crea l'Opera Nazionale Dopolavoro, anche a Vobarno ci si allinea sulle direttive nazionali e la Polisportiva passa armi e bagagli nelle file del "Dopolavoro aziendale Falck", costituitosi in data 5 novembre 1929: esso inaugurerà la propria sede con una formale cerimonia nel 1932, con la presenza di Giorgio Enrico Falck. Le ultime resistenze specialmente da parte cattolica vengono annullate dal 1926 con lo smantellamento della Banca di S. Isidoro e con l'arresto nel giugno 1927 del vicepresidente, l'arciprete don Giovanni Battista Belli e del cassiere capo Giovanni Simoni per «bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita». Il fascismo assorbe inoltre la Cooperativa vobarnese, che resterà in vita fino a metà degli anni '30, e la cooperativa di Pompegnino e altre, ma solo nel 1934, a differenza di molti altri paesi che non lasciano passare gli anni '20, compare in piazza la lapide con l'iscrizione «A / Benito Mussolini / Vobarno grata / conferisce / la cittadinanza onoraria / il 1° giugno 1934 / festa dello statuto». Alla fine, come ha sottolineato Marcello Zane (ib., p. 105), si va concentrando sullo stabilimento «l'intero controllo della società locale, ovvero sulla totalità delle proprie dipendenze». Operai e relative famiglie sono ora forniti di ogni tipo di assistenza dentro e fuori la fabbrica, provvedendo ad organizzare non solamente il lavoro, ma anche il tempo libero, le vocazioni sportive e musicali, la spesa quotidiana, ogni spazio sociale e personale. In effetti la fabbrica assorbe e condiziona tutta l'attività amministrativa, economica, ricreativa e assistenziale. Come osserva Marcello Zane: «Non è un caso, quindi, che Giuseppe Giappi sia, alla metà degli anni Venti, nello stesso momento segretario della sezione del P.N.F. (vi resterà sino alla fine degli anni Trenta), presidente del Sindacato Fascista Metallurgici, consigliere della Associazione Combattenti e Reduci, segretario della Società di Mutuo Soccorso Interna della Ferriera, consigliere della Cooperativa Vobarnese. Giuseppe Rossetti fa parte, nello stesso periodo, del Direttorio della sezione del P.N.F., è consigliere della Polisportiva Vobarno e presidente della Società di Mutuo Soccorso. Antonio Gardumi è nel Direttorio del P.N.F., vice presidente della Cooperativa Vobarnese e nel consiglio della Società di Mutuo Soccorso, così come lo è anche Andrea Gaidoni, che fa però anche parte della Cooperativa Vobaese ed era stato vent'anni prima consigliere della Società Liberale di Mutuo Soccorso».


Con R.D. 26 aprile 1928 n. 1067 il Comune di Vobarno assorbe il soppresso Comune di Degagna. Nell'ottobre 1927 nasce il Gruppo alpini collegato con la sezione Benaco di Salò, poi Montesuello. Sulla fine degli anni '20 viene realizzato un nuovo edificio scolastico, inaugurato il 5 ottobre 1930 che ospita dieci classi elementari e un corso secondario annuale di avviamento al lavoro industriale, trasformazione del corso integrativo. Viene inoltre realizzata una sede del Dopolavoro. Di grande rilievo, promossa dalla Società Elettrica Bresciana, l'impianto idroelettrico Idro-Vobarno in galleria e con centrale a Carpeneda di Vobarno per la produzione media annuale di 100 milioni di kwh, entrata in funzione nell'estate 1931. Nel 1931 viene elettrificata la linea tranviaria Rezzato-Vobarno. Viene anche realizzato un nuovo serbatoio per l'acquedotto. Successivamente vengono realizzati un villaggio operaio, la scuola professionale, la casa Littoria o del fascio, una nuova caserma dei carabinieri ecc., funziona la colonia elioterapica Italo Balbo. Nel 1936 viene ampliato il Ricovero portando i letti da 20 a 34 e pochi anni dopo viene istituito un consultorio materno. L'avvicinarsi della II guerra mondiale trova nella popolazione un'ostilità crescente. Già nel dicembre 1939 compaiono sui muri scritte contro la guerra; contro quelli che si mostrano critici alle decisioni del fascismo il bollettino vobarnese "Vincere", comparso forse sulla fine del 1940 agli inizi del 1941, minaccia «olio di ricino e sugo di bastone» come ai tempi dello squadrismo. Durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana a Vobarno viene posto il Comando delle Forze Armate di Polizia. Fin dall'ottobre si organizza la Resistenza. Un gruppo di Fiamme Verdi si raccoglie, per iniziativa di Manlio Poli, nelle zone di Gardoncello. Sulla fine del 1943 la resistenza si allarga anche alla Fonderia dove vengono organizzati incontri-conversazioni con gli operai. A Vobarno arriva anche Lelio Basso, mentre Sandro Pertini, forse anch'egli diretto a Vobarno, viene riconosciuto alla stazione di Brescia e riesce ad eclissarsi con uno stratagemma. Sui monti di Vobarno nella notte fra l'8-9 dicembre 1943 ha luogo il primo aviorifornimento da parte degli Alleati in provincia di Brescia, destinato alle Fiamme Verdi del battaglione Valle Sabbia comandato da Giacomo Perlasca. Ricuperato con difficoltà parte del materiale caduto fuori obbiettivo, viene conservato in caverne sul monte Spino. Il 13 gennaio 1944 cinque partigiani vobarnesi (Bernardo e Cesare Butturini, Giulio De Martino, Enrico Federici e Mario Boldini) mentre sorvegliano il materiale vengono catturati e dopo interrogatori e torture Boldini viene fucilato a Gargnano presso il Casel de Tor all'imbocco della prima galleria. Altri resistenti, quali Giacomo Perlasca e Mario Bettinzoli, verranno fucilati a Brescia, altri ancora il 29 aprile 1945 cadono in combattimento con i tedeschi in ritirata. Dal gennaio 1945 Vobarno conosce l'insidia delle incursioni aeree. Il 3 gennaio viene presa di mira la ferriera e lo scalo ferroviario; il 22 febbraio spezzoni incendiari lanciati da aerei incendiano un bosco; il 4 marzo 16 bombe cadono sullo stabilimento Falck e sulla centrale elettrica di Carpeneda. Incursioni hanno luogo l'11 marzo, il 13 (su Carpeneda con l'uccisione di un contadino), il 24 (con l'uccisione di un autista della polizia e 2 feriti gravi). Sedici bombe cadono su Vobarno il 31 marzo con un ferito grave, otto bombe cadono sul paese il 1° aprile.


Con le prime elezioni amministrative del 1946 prevale la Democrazia Cristiana e i primi anni vengono impegnati a rimarginare i danni della guerra agli edifici scolastici, alla Casa del popolo ex Casa del fascio, al ponte sul Chiese, ecc.; vengono poi potenziati l'illuminazione, gli acquedotti, allargati i cimiteri e costruite nuove fognature, installato il telefono nelle frazioni, costruito l'edificio scolastico a Pompegnino. La Casa del popolo viene adattata a scuola secondaria di avviamento professionale. Verso la fine degli anni '40 sorgono nuove case da parte dell'INA Casa e dell'Istituto Autonomo Case Popolari. Per combattere la disoccupazione vengono avviati cantieri di rimboschimento. Sulla fine degli anni '50 l'amministrazione comunale è impegnata ad allargare, migliorare strade, specie con le frazioni, alla costruzione di un nuovo ponte sul Chiese. Particolare attenzione viene riservata, oltre agli edifici scolastici nelle frazioni (Degagna, Teglie e Carpeneda), all'istruzione professionale. All'inizio degli anni Settanta vengono stabilite la sezione staccata dell'ITIS di Lonato, per metallurgici, e la sezione staccata dell'ITIS di Gardone V.T. per congegnatori meccanici. L'Istituto professionale con corsi completati troverà la sua sede nel 1990 in un nuovo edificio progettato dagli arch. Fasser e Mettifogo. Nel 1979 sorge la Scuola materna statale, nel 1988 il Centro di aggregazione giovanile. I primi decenni del II Dopoguerra sono agitati anche a Vobarno. Si verificano grandi scioperi ma anche fermenti nella vita culturale e politica dei quali sono manifestazione anche contestazioni, caricature, fogli di opposizione.


Non mancano episodi gravi che scuotono l'opinione pubblica. Il 15 settembre 1953, colto da follia, un operaio uccide la figlia di cinque anni, percuote la moglie e si suicida; nel settembre 1961 sparisce un bambino di 29 mesi; sarà abbandonato da zingari in Sardegna un anno dopo e riconsegnato ai genitori il 18 ottobre 1962; un gioielliere viene ucciso. Ma Vobarno offre soprattutto esempi di umanità e di convivenza pacifica. Con l'anno scolastico 1970-'71 viene completato l'edificio della Scuola media, compresa la palestra, aggiunte 8 classi di doposcuola, restaurata l'aula consigliare, continuata l'asfaltatura e l'allargamento delle strade, completato il Cimitero del capoluogo, e costruito quello di Carpeneda, costruiti nuovi tratti di fognature, migliorate le strutture sportive, costruite nuove case Gescal. Negli anni '80 per il transito dei pedoni viene costruito un ponte tra i due esistenti (completato e aperto nei primi anni Novanta), potenziato l'acquedotto, completato il teatro comunale, asfaltate le strade. Negli anni '90 un susseguirsi di nuove strutture cambiano il volto di Vobarno: nel 1994 sorge la nuova palestra; dal 1996 al 2001 viene ristrutturata la Casa di riposo; nel 1998 viene gettato un nuovo ponte sul Chiese in collegamento con la superstrada, e vengono realizzati nuovi alloggi ALER; nel dicembre 2002 viene inaugurato il Centro diurno e alloggi protetti per anziani; il 18 dicembre 2005 viene inaugurata la nuova Biblioteca comunale la quale è tra l'altro ricca di rarità bibliografiche. Dal 1995 si presenta uno dei problemi più pesanti: quello del recupero delle aree dismesse, in particolare della Falck. Sorgono capannoni, destinati ad attività artigianali, e appartamenti. Il problema impone l'adozione, nel novembre 2004, di un nuovo piano regolatore comprendente strade, piste ciclabili, ecc. e il completamento dell'ex area Falck affidata all'arch. Buzzi. Una maggiore sensibilità ai problemi dell'ambiente ha portato nel 1994 all'adozione di un piano per l'istituzione della riserva naturale del "Fontanì"; alla costituzione nel 2001, in collaborazione con il Comune di Roè Volciano, di un'isola ecologica in località Pompegnino; all'istituzione nel 2003 del Parco della salute, alla creazione dei giardini dedicati a don Giuseppe Frascadoro. Accompagna la vita civica l'erezione di monumenti: il 9 settembre 1973 viene inaugurato il monumento all'alpino, opera di Angiolino Aime; un altro monumento di Aime ai caduti viene inaugurato a Pompegnino nel maggio 2000. Del 1984 è il monumento alla pace realizzato dalla pittrice-scultrice vobarnese Tecla Manassi Bello, del maggio 1993 l'inaugurazione del monumento ai caduti del lavoro, progetto dell'arch. Luciano Bulgari. Il 22 ottobre 2004 il magistrato dott. Giancarlo Caselli inaugura la piazza della pace. Nel settore dell'assistenza e dell'attività sociale ha aperto la strada l'AVIS, fondata nel febbraio 1961, alla quale si accompagna l'AIDO. Nel 1978 nasce l'Associazione Genitori. Attiva anche è l'associazione "Famiglia aperta". Ancor più intensa l'attività assistenziale negli ultimi decenni: nel giugno 1984 nasce il Gruppo Alcolisti anonimi; il 10 dicembre 1984, su iniziativa di don Raffaele Licini, la cooperativa di solidarietà sociale "Ai Rucc e dintorni" che nel 1988 inaugura una nuova sede; nel giugno 1985 viene inaugurato nell'ex Scuola materna il Centro sociale S. Giorgio; nasce anche l'AUSER. Il 21 giugno 1987 prende il via il Servizio volontari ambulanza che nel 1996 si trasferisce in una nuova sede. Nel fervore della ripresa del dopoguerra si era andata dilatando l'attività culturale incominciando con la coraggiosa mostra d'arte di Vobarno nell'ottobre 1945 con pale del Moretto, del Galeazzi, del Ricchino, del Mombello, ecc. Nel 1949 nasce il coro Rosignolo; negli anni '60 il Centro dibattito cultura; nel 1963 (gennaio-luglio) esce il giornale "Il Tarlo". Nel 1965 viene allestita la I Mostra di pittura valsabbina con 19 pittori e una scultrice. Il teatro e la musica hanno posti privilegiati, nascono "Amici della lirica" (1988), il Centro teatro ragazzi (che trova sede nelle ex scuole elementari di Collio), la Compagnia o gruppo teatrale "Il Risveglio", "La Compagnia delle pive" fondata nel 1994 da Fabrizio Galvagni. Sono attivi da sempre i cori della Stella presenti anche a Carpeneda, Degagna, Collio e Teglie. Successi ottiene il Corpo bandistico sociale. Senza dire delle numerose associazioni d'arma quali i Gruppi alpini (Vobarno, Pompegnino, Degagna), aviatori, carabinieri in pensione, bersaglieri, fanti, ecc., invalidi e mutilati del lavoro. Sempre più numerose le manifestazioni e le gare quali la "Caminada en Cargiù" (1976), il "Palio delle contrade". Fra le curiosità inerenti a Vobarno vi è la scoperta nel 1997, in ricerche compiute nel paese da parte di un gruppo di ricercatori dell'Università di Brescia, diretto dal prof. Enrico Agapiti Rosei e di un gruppo dell'Università di Milano, guidato dal prof. Giuseppe Bianchi, del primo gene dell'ipertensione. Un vivo ricordo per la sua attività e grande umanità lascia il sindaco Marina Corradi. Nel 2006 viene valorizzata la sorgente carsica del Funtanì, viene ampliata la Casa di riposo Fondazione Irene Rubini Falck e il 29 aprile viene fondato un Centro culturale islamico. Nel 2006 compare il periodico "Il Graffio".


SPORT. Nel II dopoguerra, rinverdendo una tradizione sportiva di notevole rilievo sotto l'egida della Falck, l'attività sportiva si concentra nell'oratorio. Nel 1968 nasce la Polisportiva. A ricominciare è il calcio con la squadra "Audace" e poi "Audace Falck", che gioca in serie C e di promozione allineando giocatori come Corso, Losi, ecc. Nel 1946-1947 è in attività la squadra ciclistica che raccoglie numerosi successi e una schiera di corridori come Kazianka e Casari. Vengono disputate gare di cicloturismo, di ciclismo a cronometro, di pallavolo, gimkane motociclistiche, marce in montagna. Sempre più organizzato è il Centro Sportivo Italiano il quale nel gennaio 1957 pubblica il periodico "Voce C.S.I." a cura della "V.S. don Bosco Vobarno". Ritiratasi la Falck dal calcio, nel 1981 nasce il "Club Azzurri" e in seguito l'A. C. Vobarno. Negli anni '80 prende sempre più rilievo la Polisportiva nata nel 1968 che nel 1983 tessera ben 580 soci e che organizza, oltre a gare e trofei, corsi di ginnastica presciistica, avviamento allo sport ecc. Particolarmente presente la Sport A.C. Pallavolo. Nascono anche nuovi gruppi di contrada come quello di "via Prandini". Si completano anche le strutture: nel 1986 viene inaugurato il bocciodromo coperto, al quale segue il palazzetto dello sport. Negli anni '90 la Polisportiva si allarga all'atletica leggera, al basket, al tennis. Nascono anche sport nuovi come lo slalom di canoa (1989).


EDIFICI CIVILI. Come è stato rilevato (AA.VV., "Valle Sabbia. L'ambiente, le vicende storiche, ecc.", p. 114), «nel suo complesso il patrimonio abitativo non presenta edifici con pregi artistici particolari: infatti, Vobarno non fu paese ricco quando era l'agricoltura a dare la ricchezza. D'altro canto, è vero che le devastazioni subite nei secoli e le continue ricostruzioni in forma più povera hanno fatto scomparire indizi qualificanti di un passato intensamente vissuto e sofferto. Spiccano dall'insieme una casa, in prossimità della chiesa di S. Rocco, con loggia quattrocentesca, inserita in strutture murarie precedenti, forse di un'antica casa-torre. Di una seconda casa-torre, "el casator", rimane oggi solo il toponimo, per indicare la parte alta di via De Zoboli: probabilmente sorvegliava una porta d'accesso al borgo medioevale».


IL PALAZZO COMUNALE. Riedificato a metà '800 secondo il progetto dell'ingegner B. Butturini, sorge sul perimetro della precedente casa comunale, fortemente danneggiata nel 1797 con relativa dispersione di tutta la documentazione archivistica. La costruzione odierna si presenta massiccia con cornici bugnate intorno ai volti e alle finestre e facciata a riquadri scanditi da lesene ioniche nella parte superiore: il tutto gradevolmente signorile. L'interno, rimaneggiato nel '900 per cercare nuove soluzioni spaziali agli uffici, conserva l'ampio salone d'accesso e la sala consiliare, dal soffitto affrescato, con una grande tela del XVIII secolo alla parete raffigurante la B.V. col Bambino fra i SS. Faustino e Giovita e altri santi e angeli e inginocchiata una matrona nella quale vi è che vi vede l'allegoria di Vobarno che ringrazia, altri l'allegoria di Venezia o la virtù della Giustizia, assegnata via via al Celesti, al Cattaneo e, ultimamente, a Domenico Voltolini.




ECCLESIASTICAMENTE. Si fa risalire al V o VI secolo la fondazione della pieve al centro di un vasto territorio che comprendeva le attuali parrocchie di Prandaglio, Clibbio, Eno, Carvanno e Cecino nella Degàgna, Teglie e forse arrivava fino a Treviso e verso la Valvestino. Era suddivisa in quattro "decanie", cioè la decania di Piano (Vobarno paese), di Prandaglio, di Teglie e di Carvanno. La pieve di Vobarno era dedicata a Maria Assunta, e presso ad essa si ergeva il Battistero dedicato a S. Giovanni Battista, unico fonte battesimale per tutto il vasto pievatico. Come ha sottolineato P. Guerrini: «L'arciprete, oltre la giurisdizione ecclesiastica sulle attuali parrocchie della Degagna, di Teglie, Clibbio e Prandaglio, delle quali fu unico parroco fino al sec. XVI, esercitava anche una autorità amministrativa come gastaldo e vicario del vescovo nella vita economica e sociale del feudo vescovile. Investiture, riscossioni di censi, affittanze, questioni giudiziarie e ogni altro atto dell'amministrazione feudale erano compiuti con l'intervento dell'arciprete, il quale assisteva di diritto anche alle adunanze del comune, che si tenevano nella piazza della pieve o nella stessa chiesa della pieve quando il tempo o la stagione non permettevano le adunate pubbliche sulla piazza».


Sappiamo i nomi di alcuni arcipreti degli inizi del sec. XIII, che emergono dagli atti di investitura feudale, quali: Oberto, il quale col prete Ottone e il feudatario Azzone da Palazzo, è presente il 28 novembre 1200 «sub portico solarli plebis de Buarno» alla descrizione o inventario di tutte le proprietà, diritti, usanze, ecc. che il vescovo Giovanni da Palazzo ha ordinato nel feudo di Vobarno «et in Deganias del plano Buarni et Prandalii, et in Degagna Carvanni et de Tegis». A Oberto succede Bertaldo arciprete di Vobarno, presente il 24 gennaio 1217 alla pubblicazione dello statuto del Vicedomino fatta dal vescovo Alberto da Reggio e confermato da Onorio III con Bolla del 26 febbraio 1217. Compare a distanza di decenni Pietro, con Alberto suo canonico, presente il 1° maggio 1300 «in plebe Buarni» alla rinnovazione dell'inventario dei beni feudali vescovili di cento anni prima, per ordine del vescovo Berardo Maggi. Poi troviamo Ognibene Trivelli il quale nel 1373 rinuncia o permuta il beneficio della pieve con il successore Giovanni qm. maestro Matteo da Verona nominato il 2 dicembre 1373 arciprete di Vobarno dal Vicario generale Del Bulgaro. Nel frattempo la parrocchia deve cadere sempre più in mano a commendatari tra i quali solo nel 1532 troviamo Trilo de Berardis, che Paolo Guerrini sospetta essre un semplice chierico commendatario. Commendatario lo è sicuramente il nob. Vincenzo Duranti di Palazzolo (1509-1570), canonico della cattedrale di Brescia e poi vescovo di Termoli, investito prima del 1539. Di lui resta, unico ricordo a Vobarno, la vasca battesimale che egli fece fare assieme al Comune di Vobarno il 1° aprile 1548. Intorno al 1560 dovette rinunciare in seguito ai decreti del Concilio di Trento.


Dopo un brevissimo parrocchiato di Leonardo Limesani di Gottolengo diventa arciprete Ercole Setti di Maderno (1561-1608) che in 47 anni di parrocchiato riorganizza la parrocchia secondo le disposizioni del Concilio di Trento con l'aiuto di parecchi curati e inizia la tenuta dei registri parrocchiali. È durante il suo parrocchiato che hanno luogo le visite pastorali del vescovo Bollani e di S. Carlo. Nel sec. XVII Vobarno ebbe arcipreti zelanti quali Giampietro Butturini (1630-1649) e Angelo Petroboni (1649-1669) che lasciò il suo patrimonio in parti uguali a Vobarno e a Volciano per opere di culto e di beneficenza. Dopo parrocchiati pressoché anonimi, almeno per quanto sappiamo, diventa arciprete dal 1717 al 1734 Sigismondo Zoboli che nel 1734 rinuncia in favore del nipote Ottavio Zoboli, del luogo, già canonico della Collegiata dei SS. Nazaro e Celso in città. Il primo si distingue per pietà e carità; il secondo, oltre che grande benefattore, ha il merito di erigere la nuova chiesa parrocchiale. Finisce tragicamente il parrocchiato di don Giuseppe Catazzi (1772-1797). Benché «pregiudicato nella vista e nell'udito» egli si schiera decisamente contro la rivoluzione giacobina, richiamandosi all'obbedienza a Venezia, atteggiamento che, come è stato ricordato, portò alla sua fucilazione da parte delle truppe francesi e bresciane il 30 maggio 1797. Toccò ad Amadio Guerra (1866-1915) subire, in cinquant'anni di parrocchiato, il periodo di maggior crisi e trasformazione di Vobarno sotto gli aspetti economico, sociale e religioso. Di ingegno, colto, e di animo mite: «vide l'incremento rapidissimo della sua popolazione ma non i suoi nuovi bisogni, onde la fine del suo lungo parrocchiato sembrò troppo debole e remissiva di fronte alle nuove condizioni economiche, religiose e sociali create dallo sviluppo delle industrie e dai nuovi atteggiamenti della massa operaia». Avvallandosi dell'opera del curato don Giovanni Maria Ghidinelli e grazie ad un lascito di don Bodeo istituì nel 1892 l'asilo infantile e l'oratorio femminile affidati alle suore Dorotee. 30 agosto 1890 il vescovo Corna Pellegrini consacra la chiesa parrocchiale. Con la collaborazione di ottimi curati quali don Ghidinelli realizzò opere sociali di rilievo quali il Circolo Cattolico, la Società di M.S., il Circolo Giovanile Juventus. Nel 1890 don Ghidinelli diede vita ad un piccolo oratorio presso la chiesa di S. Faustino che poi venne trasferito in una specie di baracca con un campicello per giochi nel luogo dove poi sorse la casa di ricovero.


Più combattivo il parrocchiato di Giov. Battista Belli (1915-1932). Curato prima e poi arciprete nel 1916. Instancabile organizzatore di azione cattolica e di opere sociali affrontò i periodi difficili della grande guerra e del fascismo. Coadiuvato da ottimi curati quali don Tonoli, don Tiboni, don Melotti, don Nabacino, don Savio, ecc., istituì nel 1922 la congregazione dei Terziari francescani, promosse la banda, la filodrammatica, la sezione sportiva col nome Alba, la biblioteca parrocchiale e nel 1927 il bollettino parrocchiale l'"Amico di Vobarno"; nel gennaio 1927 promosse le Missioni al popolo. Nel 1923 i dirigenti della banca S. Isidoro, con a capo l'arciprete don Belli, comprano al centro del paese in via Breda, un magnifico appezzamento di terreno, ove, con lo sforzo di tutta la popolazione, si creò una ricreazione, con un portico sufficiente al ricovero dei ragazzi in caso di cattivo tempo. Il campo fu cintato con piante. In seguito, in seno all'oratorio, si formò la prima compagnia filodrammatica denominata "San Tarcisio", che si esibì anche in vari paesi limitrofi (Maderno - Bagolino - Barghe - Villanuova, ecc.).


Preghiera e catechismo venivano tenuti nella parrocchia. Grave prova fu per la parrocchia il fallimento, provocato, della piccola Banca S. Isidoro. L'arciprete don Belli venne incarcerato, sostituito in qualità di economo spirituale da don Guglielmo Gazzaroli (Sabbio, 1899 - Vobarno, 1929), l'attività costretta a svolgersi nella cascina del curato, proibito l'accesso all'oratorio e al teatro perchè sorti su terreni di proprietà della banca, soppressa l'attività della Società Sportiva Alba. Pochi anni dopo, nel 1930, dalle autorità fasciste venne chiuso l'oratorio e soppressa l'Associazione Juventus, che si trasformò in Circolo della Gioventù cattolica di A.C. Approdato a Vobarno come curato nel 1923 e divenuto arciprete nel 1932, mons. Tommaso Vezzola diede il meglio della sua vita sacerdotale. Lasciando ai suoi collaboratori l'azione diretta nel settore giovanile, si assunse il compito di rinnovare le molte strutture e di rivedere in concreto i termini dell'azione pastorale. Curò le vocazioni al sacerdozio e negli anni del suo parrocchiato portò all'altare ben nove sacerdoti. Promosse il rinnovamento della chiesa parrocchiale, il completo riattamento del santuario della Madonna della Rocca, il nuovo oratorio maschile, la nuova chiesa in Carpeneda. Spirito indipendente e libero, affrontò con decisione come aveva già fatto a Salò e poi anche a Vobarno, da curato, il fascismo. Memorabile fu negli anni Trenta la sua battaglia epistolare con il prefetto, che voleva imporgli di suonare le campane in occasione delle feste di regime: le risposte fiere e sarcastiche dell'ostinato arciprete ci confermano tutto il carattere di un uomo incapace di scendere a compromessi. Sotto il suo parrocchiato furono staccate da Vobarno e rese autonome le parrocchie di Collio (1963), di Carpeneda (1964) e di Pompegnino (1965). Intensa la cura della vita religiosa culminante con le Missioni al popolo dal 15 al 29 novembre del 1936 coronate dalla consacrazione al S. Cuore di Gesù delle maestranze della Ferriera.


Intensa è l'attività della parrocchia nel dopoguerra che vede il rilancio dell'attività oratoriana che per qualche anno assorbe quasi del tutto l'attività sportiva attraverso il Centro Sportivo Italiano e la fondazione, il 30 settembre 1945, per iniziativa di don Giuseppe Frascadoro, di un reparto scoutistico. Attivo particolarmente l'oratorio don Bosco che nel 1950 pubblica addirittura un suo Bollettino.


Ricco di opere anche il parrocchiato di don Francesco Belleri (1969-1989) che vide il restauro dell'interno e il rifacimento del tetto della chiesa parrocchiale, la realizzazione della Casa della Gioventù (1971), la ristrutturazione dell'oratorio (1987), il restauro del santuario della Madonna della Rocca, la realizzazione della cappella della Madonna di Lourdes. Gli anni che seguirono sotto il parrocchiato di don Rosario Verzeletti e poi di don Benedini vedono sempre nuove iniziative. Nel 1992 grazie ad una prima donazione di don Aldo Camisani nasce la Biblioteca parrocchiale. Nel 2000 sorge la Casa zonale della Carità. Nascono gruppi di preghiera e il gruppo parrocchiale "Aiutiamoci"; nel maggio 2000 Vobarno viene privato della presenza delle Suore Dorotee.




CHIESA PIEVANA ANTICA. La presenza nell'antica chiesa delle quattro statue dei dottori della Chiesa, le pale d'altare ascrivibili entro la metà del XVIII secolo, il cinquecentesco fonte battesimale documentano come già fosse ricca la chiesa e la consistenza della struttura e il valore artistico del precedente edificio. Ma di essa si conosce ben poco. La facciata era rivolta a sera, dove ora si trova la scalinata di accesso alla porta laterale in passato riservata agli uomini, aveva l'unica navata che faceva capo all'abside e che fu poi convertita in cappella del cimitero. Sulla fine del '500 Bongianni Gratarolo scrive che «attorno alla chiesa parrocchiale vi sono molte memorie antiche con iscrittioni e di prose e di versi; e murate nei sepolcri ve ne sono dell'altre». Infatti è noto che sotto il pavimento dell'attuale parrocchiale sono custodite molte sepolture. Ad esse accenna nel 1593 il Gratarolo, rilevando e riportando il testo delle più antiche tra le quali quella ad Atinio.




CHIESA PARROCCHIALE DI S. MARIA ASSUNTA. Iniziata nel 1755 su progetto dell'arch. abate Gaspare Turbini, la costruzione era già completata nel 1761. Affrescata nel 1763 come si legge nel cartiglio sulla controfacciata e rifinita entro il 1764, anno nel quale viene celebrato il primo matrimonio. Nel 1797 venne occupata e danneggiata dalle truppe giacobine e napoleoniche. L'esterno è semplice con un bel movimento nelle parti murarie, come scrive A. Bonomi ("Vobarno. La chiesa di S. Maria Assunta", p. 38) divisa «in due registri, scanditi da lesene che rimarcano un leggero movimento, ha smussamenti prospettici ai lati. Il registro inferiore è arricchito da un bel portale marmoreo con due eleganti colonne a capitello ionico; quello superiore, assai lineare, è suddiviso in tre partizioni. In quella centrale domina il grande finestrone rettangolare. Il portale è l'elemento caratterizzante di tutta la facciata. La seconda facciata occupa tutta la fiancata della chiesa ed è una movimentata scenografia barocca. La superficie è divisa in due campi. Quello inferiore si sintetizza in un timpano centrale che sovrasta due porte gemelle. Quello superiore termina con un disegno assai mosso. La parte centrale di questa grande facciata è stretta da due movimenti architettonici che si portano in avanti, simulando l'effetto di due pilastri. Leggere lesene ed un sottogronda mistilineo rendono il tutto di grande efficacia. I grandi finestroni, oltre a dar luce alla navata, acquistano il ruolo di alleggerimento delle masse». Una scalinata a doppia rampa collega la piazza alle due porte.


L'interno fa da contrasto alla semplicità della facciata: è imponente ed elegante assieme. Le fiancate della navata sono scandite da sei cappelle laterali, che ospitano sei altari, delle quali le due centrali con dimensioni più ampie. Ritmicamente, tra una cappella e l'altra grandi colonne con capitelli corinzi scandiscono lo spazio e al contempo indirizzano lo sguardo verso il presbiterio, l'altare maggiore e verso la soasa che, non a caso, riprende, osserva il Bonomi, il motivo delle colonne «volute qui tortili in una sorta di contrappunto con il resto della navata». La navata è suddivisa in campi ottici ben definiti e delimitati. Grandi arconi si staccano dalla trabeazione laterale in corrispondenza dei capitelli delle colonne con la finalità specifica di ripartire l'unitarietà della volta in campi successivi in cui quello centrale si trasforma in una vela, molto vasta, che sembra sostituirsi al desiderio di immaginare una cupola non realizzata. Un simile movimento viene proposto nel presbiterio con una vela che presenta un "occhio" ellittico affrescato e con l'abside a catino che chiude la prospettiva dei ritmi e dei motivi architettonici in un'ampia scenografia che incornicia l'altare maggiore fiancheggiato da due grandi cantorie. Gli altari laterali occupano nicchie poco profonde delimitate da leggere lesene. Nel caso delle due cappelle centrali però le lesene sorreggono un grande timpano curvilineo a sua volta contenuto in un grande arcone alleggerito dalla presenza di una finestra al centro che sembra spingere ulteriormente lo spazio sopra la trabeazione, dando ancora più slancio alla vela di raccordo.


La volta a botte, liscia e semplice, tipica di tutto il primo seicento, secondo una tendenza pienamente condivisa nel 1700 è suddivisa in partizioni ben definite, delimitate da arconi che, con stacchi di forte chiaroscuro, idealmente scompongono la superficie in visuali, a loro volta complete, quasi a voler favorire meglio, come rileva il Bonomi, il colloquio confidenziale tra il fedele e l'architettura religiosa. La volta è interamente occupata dagli affreschi eseguiti nel 1769 dal pittore veronese Giulio Anselmi (1720-1797). Partendo dal fondo un angelo, al quale si accompagna un angioletto visto di spalle, indica la scena successiva dell'Assunzione della B.V. raffigurata nella vela centrale, in una finta cupola con intorno una balconata delimitata da quattro balconcini, ai punti esterni dell'ovale sopra gli spicchi nei quali sono affrescati i quattro Evangelisti. Il successivo ovale reca la figura, con le mani giunte e di profilo, forse di un personaggio dell'Antico Testamento che sembra anticipare gli argomenti degli affreschi del presbiterio. Infatti nella vela del presbiterio è affrescata in un ovale con contorno mistilineo, la scena di Abigail che porta doni a Davide e nei pennacchi di contorno da sinistra verso destra: Aronne, il re Davide, Mosè e Salomone. Nel catino dell'abside, chiude il ciclo degli affreschi il Sacrificio di Isacco. Sei altari laterali arricchiscono e muovono l'architettura generale. Delle ancone A. Bonomi (ib.) scrive: «le sei ancone degli altari laterali sono in stucco lisciato con il metodo della scagliola, con qualche innesto e rifinitura in legno. Si innalzano sopra le mense degli altari che sono invece di variegato marmo. Queste ancone hanno la particolarità di essere state concepite a coppie uguali, nel senso che gli altari che si fronteggiano mostrano ancone con il medesimo disegno. Le ancone degli altari di S. Rocco e dell'Immacolata hanno due leggere lesene che sostengono un timpano che termina con una cimasa che richiama, in dimensione minore, quelle delle due ancone degli altari ubicati nelle due cappelle centrali». Salendo lungo la navata di destra si incontra l'altare dei SS. Rocco e Sebastiano. Sono raffigurati in una pala di maestro bresciano operante entro il primo decennio del sec. XVII raffigurante la B. Vergine con il Bambino e i due santi. Michela Valotti ha visto "evidenti influssi palmeschi" attraverso "la mediazione di Francesco Giugno" e di Antonio Gandino. Si tratta di un ex voto offerto dal Comune del quale compare lo stemma sorretto da due angeli, forse in occasione della peste del 1575-1577. Semplice la mensa con paliotto affiancato da due lesene lisce terminanti in capitelli compositi dorati. La parte superiore è costituita da un'edicola mistilinea con cartello affiancato da due putti a tutto tondo. Segue la cappella del Rosario con una pala raffigurante la B. Vergine col Bambino in gloria fra angioletti e ai piedi i SS. Domenico e Caterina da Siena, Pio V e l'allegoria di Venezia e devoti. Di autore bresciano, M. Valotti tende ad avvicinarlo a Tommaso Bona. La mensa poggia su due paraste affiancate da volute con nello spazio vuoto un cartello. La soasa è costituita da due lesene affiancate da due colonne con capitelli compositi, dorati che reggono un arco sormontato da un cartello mosso affiancato da due putti reggenti fiori. Ai lati dell'altare stanno due statue: a sinistra S. Girolamo, a destra S. Ambrogio, opera di Antonio Callegari. Terza a destra, la cappella dei SS. Martiri o delle Reliquie. È caratterizzata da un apparato costituito da una elegante partitura decorativa in legno dorato che presenta, entro teche mistilinee ornata da volute a foglie e piccoli festoni in legno intagliato e dorato, una serie di quattro urne, oltre a due reliquiari a busto e a tre reliquiari ad ostensorio, destinati alla conservazione dei resti dei Santi Martiri. La soasa è costituita da lesene affiancate da vasi di fiori con cimasa ed ai lati due putti a tutto tondo. L'apparato ha sostituito la tela di Francesco Paglia e Giorgio Anselmi riproducente la Madonna col Bambino e i SS. Faustino e Giovita e altri santi, ora in sagrestia. La mensa è in marmo con paliotto affiancato da due lesene.


Il presbiterio è dominato dalla pala raffigurante l'Assunzione della B. Vergine, di Angelo Paglia, databile agli anni 1720-1730 circa, firmata sul sasso dietro il piede dell'apostolo in primo piano a sinistra "Angelus Palea" e sul margine sinistro della tela in basso "Ang. P.". Scartata l'ipotesi di sostituirla con altra di Giacomo Figari, venne invece conservata ed è passata alla nuova chiesa con una aggiunta di tela e una firma, apocrifa. La pala è raccolta in una soasa composta di due eleganti colonne tortili con capitelli corinzi che sostengono una trabeazione che culmina in una snella cimasa a linea spezzata sormontata da due putti. Ai lati delle colonne due angeli adoranti ad ali spiegate, in stucco. È opera di Tommaso Moretti. La mensa dell'altare è di F. Tagliani in marmi chiari arricchita da profilature in bronzo dorato su sfondo di breccia verde con una cartella centrale ovata con un Agnus Dei. I bronzi sono del Crivelli. L'altare della celebrazione è adorno, dal 1996, di un bassorilievo in terracotta raffigurante l'Ultima Cena del vobarnese Tarcisio Galvani (Vobarno, 1918). Ai lati del presbiterio due cantorie "gemelle" con angeli musicanti con trombe e che riprendono lo schema delle ancone degli altari, datate tra il 1780 e il 1790. L'organo della bottega Serassi di Bergamo, trasportato dalla vecchia chiesa, venne sostituito nel 1962 da un nuovo strumento costruito da "L'Organaria" di Maritan e Giacon di Padova a due tastiere di 61 tasti e pedaliera di tipo moderno, cioè a ventaglio e concava, silenziosa, montata su ammortizzatori in gomma, di 32 note. Più semplice il coro ligneo con scranni di disegno molto lineare con motivi tardo settecenteschi. Nel presbiterio è conservata la vasca battesimale dell'antica pieve in marmo rosso di Verona, di fattura rinascimentale e porta la data del 1548. Opera di Tommaso Moretti, commissionato il 4 novembre 1606 al prezzo di lire 136, era anche il pulpito, sostituito poi con l'attuale.


Scendendo lungo il fianco di sinistra della navata si incontra la cappella della Madonna della Rocca che Michela Valotti pensa sia «sorta probabilmente sulle fondamenta dell'antico battistero dedicato a S. Giovanni, assunse gli odierni connotati architettonici nel XVIII secolo, mediante la realizzazione di una cupola ribassata, impostata su quattro lesene mistilinee in cui si aprono quattro nicchie». Al centro della volta in una cornice sagomata è raffigurata l'"Adorazione dell'Agnello mistico", nei finti pennacchi agli angoli i quattro Dottori della Chiesa, sulla parete che sormonta l'ingresso la "Visione di S. Giovanni a Patmos", da Paolo Guerrini attribuita a Domenico Voltolini, attribuzione messa in forte dubbio da M. Valotti. In una soasa lignea di preziosa fattura è stata inserita la pala proveniente dal Santuario. Nella cappella si conserva inoltre la tela, un tempo sull'altare dell'Immacolata, raffigurante l'Immacolata e i SS. Lorenzo e Giovanni Nepomuceno, attribuita ad Angelo Paglia.


Il secondo altare di sinistra, già del SS. Sacramento, è ora dedicato all'Addolorata. L'altare e la soasa sono identici a quello del Rosario che gli sta dirimpetto. Al centro la tela della Deposizione ora in sagrestia è stata sostituita, in una nicchia coronata dai Sette Misteri Dolorosi, da una statua lignea policroma e dorata dell'Addolorata; i tratti del volto molto espressivi, con un panneggio, mosso e prezioso, tipico degli schemi usati nella statuaria del 1700. La statua, scrive M. Valotti, è da ricondurre alla seconda metà del secolo ed è uscita dallo scalpello di un artista di qualità oltre che di esperienza che A. Bonomi avvicina all'autore o alla scuola dell'autore (ossia al Callegari) delle statue dei Padri della Chiesa. Ai lati dell' altare in medaglione ovale (olio su tela) è raffigurata la Presentazione al Tempio. Nell'ultima cappella detta della Madonna Immacolata, la mensa settecentesca è semplice con paliotto affiancato da lesene. L'ancona è affiancata da leggere e lisce lesene che terminano in capitelli composti dorati sovrastata da una cimasa con cartella affiancata da due putti reggenti il sole e la luna. Al centro la statua dell'Immacolata, della prima metà del sec. XX, che ha sostituito una tela di Angelo Paglia. Il Battistero, collocato in una rientranza presso l'ingresso, è decorato con un affresco con il Battesimo di Gesù dipinto nel 1939 da Onorino Benedini. Nella sagrestia sono esposte tele: "Immacolata e i SS. Lorenzo e Giovanni Nepomuceno" di Angelo Paglia (1730 e.); la "Deposizione dalla Croce" di maestro bresciano della prima metà del sec. XVII; "Madonna col Bambino e i SS. Faustino e Giovita, Giovanni Nepomuceno, Francesco di Sales, Marco, Carlo B.". Inoltre vi sono ritratti dell'arciprete don Belli, di Giacomi Michieli di Salò e di Luigi Cadenelli di Vobarno.




ALTRE CHIESE.


MADONNA DELLA ROCCA. All'imbocco della Valle Sabbia un santuario dedicato alla Vergine fa da guardia sul paese di Vobarno. Si innalza su uno sperone di monte, come a dividere la valletta della Degagna dalla Valsabbia e tiene il posto di un munito fortilizio che proteggeva, con gli altri di Sabbio, di Nozza, di Mura, di Anfo, una delle vie più importanti di comunicazione fra Italia e Germania. Perduto il suo prestigio militare l'antica rocca divenne tempio dello spirito giacché dalle mura poderose non è rimasto più nulla mentre, dominatrice incontrastata, resta la vecchia chiesa della Madonna della Rocca, alla quale la popolazione vobarnese porta da secoli la più grande devozione e che risale sicuramente al sec. XV. Rimasta semidistrutta l'ultima volta nel 1362 da Barnabò Visconti, quando nel 1440 il doge Francesco Foscari concesse licenza ai comuni della Riviera e della Valsabbia di riedificare le difese smantellate, i vobarnesi per non affrontare l'ingente spesa, decisero di erigervi un oratorio dedicato a S. Giovanni Battista, e più in basso, su un altro fortilizio demolito, una chiesa dedicata a SS. Faustino e Giovita. Approvato con bolla di S. Pio V nel 1565, nel 1568 l'oratorio di S. Giovanni Battista venne dedicato alla Madonna ed il Comune lo dotò di due altari in stucco apponendovi lo stemma municipale, la "pigna". Venne dotato di tre splendide opere d'arte: una "Madonna con il bambino", attribuita al Romanino o al Farinati, la "Madonna" di Paolo Veronese e la pala d'altare, rappresentante il "Battesimo di Cristo". Nel 1575 le opere di abbellimento cessarono perché era necessario il tempestivo intervento di sostituzione del medioevale ponte di legno sul Chiese con il «magnifico ponte a schiena d'asino», in pietra. Seguì un periodo di decadenza tanto che S. Carlo B. nella visita apostolica del 2 maggio 1580 lo ridusse ad uso profano. Il santuario rimase a patrocinio comunale per circa 4 secoli; nel 1823, durante il regno lombardo veneto, passò al beneficio parrocchiale. Durante la prima guerra mondiale il santuario venne requisito dal Comando della Brigata Roma per alloggiare le truppe; al termine del conflitto si presentava in gravissime condizioni, in particolare a livello artistico.


Durante la seconda guerra mondiale, l'8 settembre 1944, in un momento di grande pericolo, la popolazione, guidata da mons. Tommaso Vezzola, si rivolse al santuario invocando aiuto. Fu così fatto un voto solenne: alla fine del conflitto la chiesa sarebbe stata ricostruita ed ogni anno si sarebbe celebrata una festa in onore della Santa protettrice. In essa si venera una piccola ma bella immagine della Madonna. La pala dell'altare è opera di uno dei migliori discepoli di Paolo Veronese, Paolo Farinati, firmata Paulus Farinatus MDLXXV e che gli studiosi dimenticarono quasi del tutto. Restaurata da Giuseppe Trainini nel 1944, essa è ritornata nel tempio dopo che la chiesa, occupata e devastata dai soldati, per interessamento delle acciaierie Falck fu in parte ricostruita nel 1945 e richiamata alle sue semplici ma eleganti linee primitive. Nel 1978, essendo scomparsa l'immagine della Madonna, si provvide a sostituirla con una statua della Madonna di una bottega artigiana di Ortisei. Ritrovata l'immagine la statua continua ad adornare il santuario. Nel 1983 un gruppo di artisti (Luigi Merigo, Giacomo Galvagni, Giusy Galvagni, Ilario Xodo, Pietro Barbieri, Tecla Bella, Albano Morandi) collaborarono con loro tele a ravvivare le spoglie pareti del santuario. Lo stesso anno gli alpini costruivano nella Rocca una cappella nella quale venne posta una icona riproducente la Madonna del Don e un crocifisso opera di intagliatori della Valle Gardena. La chiesa presenta linee di origini rinascimentali con facciata a capanna e occhio rotondo. La navata ha copertura con travature a vista, poggianti su due arconi, il presbiterio una volta a crociera. L'ancona (sec. XVII) invece è rimaneggiata e spogliata di elementi alcuni dei quali si trovano in una cappella della chiesa parrocchiale; mensa, paliotto, sovralzi di candelabri, tabernacolo sono del sec. XX. Il 9 settembre 1985, a ricordo della ricostruzione, il card. Innocenti incoronava la statua della Madonna con corona d'argento placcata in oro, opera dell'orefice locale Flavio Arenghi. Per l'occasione lo scultore Tarcisio Manassi coniò una medaglia commemorativa.


Nel 2005 il santuario si arricchì di due portali opera dello scultore Edoardo Ferrari di Brescia. Sul portale principale nel lunotto è rappresentata la Madonna regina della pace; nel battente di sinistra Maria madre della famiglia; in quello di destra Maria madre della Chiesa. Nella facciata interna la cronaca del voto del 1945 del prevosto Vezzola. Nel portale laterale nel lunotto sono raffigurati i simboli dell'Eucarestia; nel portale di sinistra con sullo sfondo il santuario sono le figure di mons. Vezzola, di don Francesco Belleri e di don Giuseppe Frascadoro; su quello di destra il concorso del popolo vobarnese al santuario.




S. ALESSANDRO. Sorge sulle prime alture della Degagna, nella valle dell'Agna, sulla cima di un poggio dal quale lo sguardo spazia sui contrafforti rocciosi dello Spino, delle Marmere fino alle alture che sovrastano Vobarno. Vi accennano gli Atti della visita del vescovo Bollani (1566), che lo dicono "inornato e oggetto di contesa" fra l'arciprete di Vobarno ed il parroco di Cecino, nei cui confini è compreso. Gli stessi Atti segnalano la presenza presso la chiesa di un "certo frate carmelitano". Ma poi, contraddicendosi, dicono che fra' Alessandro è dell'ordine di S. Gerolamo e dipendente dalla Pieve di Vobarno. Cristoforo Pilati, negli Atti della sua visita del 12 febbraio 1574, registrava che ha qualche bene, appartiene alla pieve di Vobarno, e vi si celebra la festa di S. Alessandro dai sacerdoti della Pieve, e altre volte per devozione. Gli stessi Atti affermano che l'altare è consacrato. "Non consacrato", "con altare non consacrato" lo dicono, al contrario, gli "Status et jura" (1578). Soggiungono che non ha né beni né redditi, che vi si celebra la festa del santo e talvolta per devozione (12 febbraio). Nel 1668 vi è annesso un romitorio con eremita. Sebbene si trovi in montagna, gli ordini vescovili sono quasi insignificanti. Solo si insiste che si mettano tele alle finestre. Dalla relazione dell'arciprete del 1703 sappiamo che l'eremita era "mantenuto dalle elemosine dei fedeli". Più esauriente la relazione parrocchiale del 1715, nella quale si legge che la chiesa «si mantiene con le elemosine de' fedeli e massime della pietà della spettabile Comunità di Vobarno». «Le elemosine sono governate dal parroco. Gli mantiene un romito e l'attuale è Santino Baroni, nato e levato in Vobarno, d'anni 24, persona pia e timorata di Dio. Porta l'habito di S. Francesco». Nel 1853 la relazione dell'arciprete informa che la festa del santuario è fissata al primo lunedì dopo il 25 agosto, ma che vi si canta messa il 16 agosto per la Madonna del Carmine, dato che per quest'«ultima fu lasciato da un pio benefattore un capitale fruttifero di austriache lire 200». Da essa sappiamo inoltre che «è di patronato comunale con adiacenze di fondi boschivi affidati al custode per il relativo mantenimento». Il santuario doveva essere ben tenuto, se il vescovo trova soltanto da decretare che si riparino tetto e sottotetto dove vi fosse bisogno e sia murata la piccola finestrella che nel muro in fondo all'oratorio prospetta nell'attigua stanza dell'Ospizio, e pochissime altre cose insignificanti. L'afflusso di popolo durante la festività di S. Alessandro fu tale da spingere nel 1853 il vescovo mons. Verzeri a invitare il parroco a vigilare che «per la soverchia affluenza del popolo di ogni età, sesso, condizione e per altre circostanza possano verificarsi fatti che compromettano la solennità stessa».




MADONNA DEI RONCHI ( "Ai Rucc" ). Un incendio nel luglio 1999 distrusse la sagrestia ma salvò la chiesa.




S. MARIA IMMACOLATA. Chiesa costruita in stile cinquecentesco, ad un'unica navata, con copertura a vista poggiante su arconi. Ha facciata a capanna munita di "occhio". Ha affreschi del sec. XX. Anche l'altare ha una struttura dello stesso secolo.




S. ROCCO. La chiesa è rinascimentale, modificata nel sec. XVII, con facciata a capanna, munita di una finestra mistilinea ed un semplice portale architravato in marmo di Botticino. Ad unica navata con cappella laterale e con copertura a vista poggiante su arconi. L'altare maggiore molto semplice in muratura, dipinto. Una soasa raccoglie una pala (olio su tela centinata cm 147x272) raffigurante la B. Vergine in gloria tra i SS. Rocco e Sebastiano. Nella cappella a sinistra un semplice altare e una nicchia nella quale è una statua della Madonna del Carmine del sec. XX. In sagrestia una tela (olio su stoffa cm 89x170) raffigurante la Madonna col Bambino e un angelo con una corona di rose. La tradizione vuole che sia sorta nel luogo di una diaconia della antica pieve; anche il monogramma IHS (Iesus hominum Salvator) di S. Bernardino può far pensare ad un'influenza francescana. Il primo visitatore che vi accenna è il vescovo Bollani, negli Atti della sua visita del 2 ottobre 1566. Egli ordina che l'altare venga adornato e le pareti imbiancate. Annota poi che vi si celebra qualche volta. Più ampiamente vi accenna don Cristoforo Pilati il 12 febbraio 1574: la dice non consacrata, senza redditi, né obblighi. E ripete che vi si celebra la festa del santo e talvolta per devozione. Ordina che vengano fatti candelabri, sopralzi, ecc. e si ponga almeno la tela alla finestra del coro, a destra. Gli Status et jura (1578) la dicono non consacrata, con un solo altare non consacrato. Non ha redditi e viene utilizzata per la dottrina delle donne. Gli Atti della visita apostolica di S. Carlo (1580) rilevano che l'ingresso della porta maggiore era occupato da un vicino. Il visitatore ordinò che la porta venisse liberata, pena una multa di cento aurei. La porta laterale, invece, si apriva su una antica osteria e venne occupata da un altare. Il 20 marzo 1603 vi veniva istituita una Confraternita di confratelli e consorelle, con la loro regola. Vi si facevano le solite devozioni e soprattutto la festa vi si recitava l'ufficio della B.V. Inoltre vi si celebrava la messa quotidiana. Nel 1652 sono diversi i legati per 150 messe e la relazione del parroco del 1676 registra anche una cappellania Antonio Venturelli per 75 messe. Le messe nel 1703 erano 383. Il visitatore, il 15 giugno 1703, ordinava ai confratelli di adempiere le disposizioni del legato Venturelli quanto al seppellimento, altrimenti si sospendano le sepolture sul sagrato circostante la chiesa. Gli stessi confratelli dovevano rendere conto su come disporre delle elemosine raccolte nella cassetta, altrimenti questa doveva essere tolta.


«Piuttosto grande e sufficientemente bella, con due altari, con bella statua della SS. Vergine» la descrivono gli atti della visita del 1° giugno 1818. Le messe sono ridotte a 150. Particolarmente elegante l'altare di sinistra, dal quale sono scomparsi due angeli artistici del '600. Nel 1853 è considerata sussidiaria della chiesa parrocchiale. Ha due altari: uno dedicato a S. Rocco e l'altro alla maternità di Maria Vergine. Nel giugno 1859 la chiesa ospita i Garibaldini in marcia per la Valsabbia. Le entrate sono di lire 320 austriache. Nel 1890 il parroco avanza la ipotesi che sia di proprietà del comune. Nella guerra 1915-1918 viene occupata da truppe militari, ma già nel 1925 la contrada "Agna" provvede a restaurarla e farla affrescare dal pittore Baretta di Salò e a collocarvi due statue di S. Rocco e di S. Tarcisio. Ha conservato il carattere rinascimentale nelle arcatelle sorrette da pilastri toscani e nei due ingressi architravati con belle cornici in pietra. All'esterno è fiancheggiata da uno snello campanile con basamento di granito, a scarpata.




CAPPELLA DELLA MADONNA DI LOURDES. Realizzata nel 1977 per collocare la statua portata dagli ammalati da Lourdes. Restaurata nel 2000.




CAPPELLA DELL'ASILO E DELL'ORATORIO FEMMINILE. Costruita per interessamento dell'arciprete don Vezzola con il concorso degli abitanti. Restaurata e abbellita nel 1992.


CAPPELLA A S. IRENE DEL RICOVERO IRENE RUBINI FALCK. Costruita su finanziamento di G. E. Falck e inaugurata nell'ottobre 1930, incorporata nel fabbricato nel 1936 e restaurata nel 2006 dalla Scuola beni culturali di Botticino Sera.




CHIESE SCOMPARSE. S. GIOVANNI BATTISTA. Molto antica, scomparsa da secoli. Il vescovo Bollani, visitando Vobarno il 2 ottobre 1566, la dice senza dote e afferma che vi si celebra di rado. Ordina che si faccia il pavimento, si orni l'altare, si imbianchino le pareti e venga tenuta chiusa. Gli Atti della visita di S. Carlo la notano con un solo altare, senza redditi, dal Comune ridotta ad usi profani. Alla chiesa si accenna ancora nel 1657.


Una cappella a S. Giovanni Battista venne costruita a Gardoncello, luogo di montagna con roccolo, per iniziativa di Bartolomeo Pezzolini, che ne chiedeva il permesso alla Curia il 22 aprile 1806, "a comodo della famiglia e così pure della popolazione" che vi saliva per i pascoli e per il fieno. La Curia di Brescia concedeva il benestare il 2 maggio 1806. Gli Atti della visita pastorale del 1° giugno 1818 la dicono semplicemente esistente all'uccellanda Pezzolini.


S. ROCCO. Un'immagine, o meglio una cappelletta, dedicata a S. Rocco esisteva anche presso la chiesa parrocchiale. L'altare venne eretto per voto dalla Comunità ed aveva il suo cappellano o più cappellani che celebravano circa 6 messe al mese. Visitandola, il 12 febbraio 1574, don Cristoforo Pilati ordinò che vi si facesse una inferriata, oppure venisse chiusa con calce. Nell'"Informazione" del 1756 di don Ottavio Zoboli è detta «ben tenuta».


PURITÀ DI S. MARIA. Oratorio in contrada Cerisiola di proprietà di Bartolomeo Prandini.


SS. FAUSTINO E GIOVITA. In bellissima posizione, a mezza strada tra l'abitato di Vobarno e il Santuario della Rocca. Venne realizzato sul bastione maggiore della seconda cerchia difensiva dell'antico baluardo della Rocca. Secondo qualcuno avrebbe incorporato una più antica cappella trecentesca. Era ad aula unica, con un solo altare. Gli Atti della visita pastorale del vescovo Domenico Bollani del 2 ottobre 1566, la dicono senza dote e cure e da nessuno amministrata. Vi si celebra nel giorno dei Santi. Il visitatore ordina che venga tolto l'altro altare, si otturino le fessure delle pareti che devono essere imbiancate, si faccia il pavimento; o la si tenga chiusa o la si distrugga del tutto. Don Cristoforo Pilati, il 12 febbraio 1574, la dice non consacrata. Vi si celebra la festa dei Santi, ma non vi si celebri più se non vengono eseguiti gli ordini del vescovo Bollani. Ai tempi della visita di S. Carlo (1580) era spoglia di tutto e aveva un altare senza reddito. Per di più, una pezza di terra annessa all'orto si diceva che era stata occupata da tale Paolo Prestini. Gli Atti della visita pastorale del settembre 1646 annotano la presenza di un altare costruito dal Comune, e dicono che la chiesa è ornata di vari affreschi. Il visitatore ordina che si fabbrichi in luogo opportuno una sagrestia decente. "Grande", tutto dipinto dei fatti dei santi protettori, lo dicono gli Atti della visita del vescovo Nava del 1° giugno 1818. Ma la relazione del parroco del 1853 registra che la chiesa è stata lasciata al Comune "a titolo di Lazzaretto" e vi si canta la messa a S. Stefano. La chiesetta venne poi sconsacrata e trasformata in magazzino, ma gli anziani ricordavano il grande concorso di folla per la festa e la sagra che si teneva intorno al santuario molti anni fa. Adibita a magazzino, ad abitazione di fortuna e sede di una radio locale venne spogliata degli affreschi. Passata in possesso nel 1982 al Comune, nel 1991 venne posto un referendum circa l'utilizzo futuro. Una risistemazione venne avviata nel 2000.




SANTELLE. CRISTO GESÙ: all'esterno della scuola materna. Una piccola grotta raccoglie uno statua di Gesù dello scultore Bortolo Zanaglio di Agnosine; SACRA FAMIGLIA: in via Lama, benedetta il 30 dicembre 2001; IMMACOLATA: in località Malmase. Il patrimonio delle santelle è comunque molto vasto, soprattutto nella Valle dell'Agna.




ECONOMIA. L'abbondanza di boschi e i suoi prati hanno costituito a lungo la fonte di sussistenza del paese. Dai documenti del 1200 un rilievo particolare ha la caccia intesa come attività economica e che perderà importanza solo con la riduzione degli spazi incolti. Privilegio del "signore", è per lungo tempo mezzo di sussitenza anche la popolazione. Ancora nel 1800 a Vobarno avevano fama roccoli come quello del Fobiol. In seguito legna, foraggi, cereali e uva sono i prodotti sempre più ricercati mentre l'esistenza di minerale favorisce la nascita di fornaci di calce.


L'abbondanza di acqua e di legna favorisce la nascita di fucine, la prima esistente nella piazza del borgo è ricordata da un documento del 1200. Nel sec. XVI a "La Corona" si lavorava rame e sui monti retrostanti Vobarno si cavavano minerali. Nel 1553 vi fiorisce un forno fusorio che fabbrica palle per le artiglierie. Con lo sviluppo delle fucine ebbe sempre più importanza lo sfruttamento del legname da carbone, per rifornire le fucine e i forni fusori del paese e della Degagna, e da ardere per alimentare il commercio con la città e la Riviera. Officine artigianali e il lavoro del ferro (attrezzi agricoli, chiodi e ancore per la Serenissima) continuano nel tempo dalla fine del sec. XIV al 1810. Il forno fusorio viene spento nel 1810 ma sei fucine continuarono a lavorare fino al 1825 per l'arsenale di Venezia. Sul corso del Chiese, all'uscita della plaga di Carpeneda, si concentrarono nel tempo mulini, segherie per il legname, condotto per fluttazione dal Tirolo, ai quali si aggiunse poi un vero stabilimento dei fratelli Torre di Brescia. Lavorando con i propri magli ferro di ogni genere e specialmente minuto, lo stabilimento alimentava il mercato del Lombardo-Veneto, i Ducati e la Romagna. Alla metà dell'800 lo stabilimento Torre entrò in crisi fino a quando venne rilevato nel 1865. L'attività fusoria fu ripresa per iniziativa anche dei Tonni-Bazza, che in località Follo continuarono a produrre chiodi. Nonostante lo sviluppo industriale Vobarno conserva anche un ambiente boschivo di rilievo tanto da costringere il Comune ad emanare nel 1888 un "Regolamento del servizio delle Guardie boschive campestri". L'economia vobarnese registra una svolta decisiva nel 1868, quando, rilevata una fonderia, Giuseppe Ferrari (v.), con l'appoggio di Cesare Deretti (v.), fonda quello che sarà per oltre cent'anni uno dei più importanti stabilimenti siderurgici d'Italia, la Ferriera di Vobarno. Nel 1873 la ferriera passa alla Società Anonima Angelo Migliavacca e C. di Milano; nel 1902 alla Società ing. Alfredo D'Amico e C., al quale si aggiunge Giorgio Enrico Falck. Ritiratosi nel 1910 il D'Amico e nel 1921 il Migliavacca, rimane unico proprietario G.E. Falck e la ferriera assume la denominazione di Acciaierie Ferriere Lombarde Falck e poi di Vobarno s.p.a. Il 2 ottobre 1996 la Falck cedeva lo stabilimento al gruppo Morningside della famiglia Chan di Hong Kong e nel settembre 1999 veniva acquistato dalla Structo Ab., una società svedese leader in Europa nel settore tubi profilati. Infine nel 2001 veniva ceduto alla B.M. Vobarno, una joint-venture di un gruppo turco di società private e della Mannesman tedesca. Vita breve ha la Vobarno Nastri Speciali s.p.a., che nel 2003 passa alla svizzera Calband.


Alla Ferriera si affiancarono altre iniziative produttive. Di un certo rilievo la ditta Aletti F. e C. fabbrica di letti e di mobili in ferro attiva alla fine dell'800. Nel 1902 l'industriale Emilio Benaglia realizzava una fornace a fuoco continuo con sistema Hoffman che produceva 10mila di calce l'anno e che dava lavoro a parecchi operai. Agli inizi del secolo sono attivi un mulino "a sistema americano", una fabbrica di pasta e una piccola fabbrica di mattonelle. Ancora negli anni '30 una fabbrica di calce della ditta Benaglia passa a C. Dordoni e C. Derelli. Funziona un maglio di Giovanni e Raffaele Tabarelli, la segheria di Pietro Tiboni e telerie di Irene Maili, Giovanni Pietro Zabeni, Paolo Baruzzi, Maria Andreoli Bertelli e Pietro Tiboni.


La crisi della Falck, accentuatasi negli anni '80, viene poi in gran parte superata con la creazione di nuove strutture industriali e artigianali. Accanto a questo complesso sono sorte negli anni Sessanta numerose aziende minori (ferriere, officine di carpenteria metallica tra cui quella dei fratelli Almici, quella della famiglia Bergomi e quella di Riccardo Pelizzari). Altre attività riguardano il settore dell'abbigliamento (calzifici, maglifici), la fabbricazione della calce e la lavorazione del legno (falegnameria). Segno dell'espansione di un nuovo indirizzo produttivo è dato dalla fondazione nel 2004 della Cooperativa di Vobarno da parte della Unione Provinciale dell'Artigianato (U.P.A.) che insedia aziende artigiane su un'area di circa 25mila mq. Fra le aziende di particolare rilievo sono da rilevare la Faccin s.r.l. (produzione macchine utensili), la VOB Confezioni (1976), Fercolor S.p.A. (commercio utensileria), Metacos S.r.l. (produzione di carpenteria metallica), Trailer S.p.A. (trasporti merci su strada), Valgas S.p.A. (servizio di erogazione metano).


Nel settore agricolo assume importanza l'allevamento Le Colombaie s.r.l. Attivo fin dall'antichità il commercio, grazie alla posizione del paese favorevole al passaggio di merci per la Germania e le regioni alpine. Ad un mercato si accenna in documenti intorno al 1172. Il mercato è continuato poi e si tiene ogni venerdì del mese. Nel settore del credito un ruolo importante ha per anni la piccola banca agricola S. Isidoro (v. Piccola Banca Agricola S. Isidoro) fondata il 14 gennaio 1890 e soppressa dal fascismo nel 1927. In seguito si installano agenzie della Banca S. Paolo, del Credito Agrario Bresciano. Il 4 marzo 1928 viene inaugurata una filiale della Cassa di Risparmio. Nell'aprile 1994 vi apre una filiale la Cassa Rurale ed Artigiana di Bedizzole e Turano Valvestino. Attualmente sono presenti agenzie della Banca Intesa (ex Cariplo), del Banco di Brescia (ex Cab ed ex S. Paolo) e della Banca Credito Cooperativo Bedizzole e Turano Valvestino.




PERSONAGGI. Tra i religiosi si ricordano suor Girolama da Vobarno (m. nel 1700) monaca a S. Croce, tutta dedita all'orazione; p. Pio di S. Giuseppe (1744-1817) al secolo Agostino Prandini, religioso domenicano preposito generale dell'ordine dei Carmelitani scalzi; p. Giovanni da Vobarno (1798-1858) al secolo Giovanni Baccaglioni (v.), francescano. Medaglia d'oro al valore civile il dott. Pier Luigi Valdini (1888-1959) (v.), primario radiologo dell'Ospedale di Salò. Fra i pittori Ilario Xodo (1922-1996). Tra i cittadini onorari i campioni sportivi Addo Kazianka e Igor Astarloa, campioni del mondo di ciclismo.




ARCIPRETI: Oberto (1200); Bertaldo (1217); Pietro (1300); Giovanni Azateo di Verona (1370); Ognibene de Trivellis (rinuncia nel 1373); Giovanni q. Matteo di Verona (1373); Troilo de Bernardis (1532); nob. Vincenzo Duranti (1539); Leonardo Limesani di Gottolengo (rin. nel 1561); Ercole Setti di Maderno (1561 - rin. 1608); Bernardino De Pasetti (1608 - m. 1630); Gio. Pietro Botturini di Ono (1630 - m. 1649); Angelo Petroboni prep. di Liano (1649 - m. 1669); Antonio Novelli di Castenedolo (1669 - rin. 1673); G. Batta Nicolini di Ono (1673- m. 1691); Federico Federici di Carvanno, d'anni 30 (1691- m. 1717); Sigismondo Zoboli di B. d'anni 54 arc. d'Inzino (1717 - rin. 1734); Ottavio Zoboli canonico di S. Nazaro (1734 - m. 1772); Giuseppe Catazzi di Navazzo (1772- m. 1797); Gio. Andrea Perini di Monte Maderno (1799- m.1799); Bernardo Piovanelli di Paitone (1800 - m. 1811); Pietro Tonoli di Gaino (1811-1828); Bartolomeo Bazzani di Bagolino, d'anni 32 (1829-1854); Bartolomeo Alberti (1854-1866); Amadio Guerra di Vestone (1866-1915); Giov. B. Belli di Sabbio Chiese (1915-1932); Tomaso Vezzola di Salò (1932-1969); Francesco Belleri di Ponte Zanano (1969-1989); Rosario Verzeletti (1990-2001); Mario Benedini (dal 2001).




SINDACI: Luca Ferretti (1945, su designazione del CLN); Battista Cadenelli (1945 o 1946 - 1950); Umberto Massensini (1950-1954, dimessosi il 7 luglio per motivi di salute); Luigi Labellottini (15 luglio 1954 - 1956, sostituisce il dimissionario U. Massensini); Luigi Labellottini (9 giugno 1956 - 1960; 17 novembre 1960 - 1964); Domenico Fappani (12 dicembre 1964 - 1970; 27 giugno 1970 - 1975); Andrea Barbiani (1 agosto 1975 - 1980); Antonio Labellottini (10 settembre 1980 - 1985); Maurizio Butturini (19 settembre 1985 - 1990); Andrea Barbiani (13 luglio 1990 - 1995); Marina Corradini (11 maggio 1995 - 1999; 25 giugno 1999 - 10 agosto 2003, giorno della morte); Serenella Papa (vice-sindaco) (10 agosto 2003 - 2004, assume la funzione di sindaco fino alle successive elezioni); Carlo Panzera (dall'1 luglio 2004).