VEZZA D'OGLIO

VEZZA D'OGLIO (in dial. Èsa, o Èza, in lat. Vetiae)

Centro turistico e agricolo dell'alta Valcamonica sulla destra dell'Oglio lungo la strada statale Tonale-Mendola, a 1080 m. s.l.m. Ha una superficie comunale di 53,20 km. e si trova a 108 km. da Brescia.


L'abitato principale si estende a pianta raccolta nel conoide formato dal torrente Valgrande, allo sbocco della valle omonima nella valle principale. Frazioni e loro distanza dal centro del comune: Grano km. 2, Davena km. 1,800, Tu km. 1,500, Cormignano km. 2,500, Védèt (o Vedetta) km. 1,500. Altri agglomerati abitati sono: Pedenole, Dosso. Contrade: Sonvico, Fondolo, Ponte.


La Valgrande sulla destra porta attraverso il passo Dombastone in Valtellina e attraverso quello di Pietra Rossa nella valle di Cané e di S. Apollonia. La valle Paghera sul lato sinistro del fiume Oglio è chiusa dal Corno Pornina e dell'Aviolo e, sul fondo, dal ghiacciaio del Baitone. Numerose le escursioni, specialmente nel gruppo dell'Adamello.


Vezza d'Oglio fa parte del Parco dell'Adamello che ha sede in via Nazionale, dove fa capo anche il Parco Nazionale dello Stelvio con la parte alta della Val Grande, a monte della confluenza con la Val Bighera, seguendo una linea che si avvia dal Monte Serottini (m. 2967) sul confine con la Valtellina, attraversa i due corsi d'acqua e risale poi alla Cima Mattaciul (m. 2883).




Abitanti ("vezzesi" o, nell'800, "vezzoti"; nomignolo "matutì" o "campanù de Vesa", riferito da qualcuno all'ottimo concerto campanario, da altri alle numerose campanelle appese al collo delle mucche risuonanti un tempo in tutto il territorio): 800 nel 1493; 1700 nel 1573; 1400 nel 1646; 1400 nel 1652; 1400 nel 1656; 1450 nel 1658; 1304 nel 1667; 1200 nel 1702; 1100 nel 1716; 1010 nel 1727; 993 nel 1760; 1025 nel 1775; 1017 nel 1791; 1239 nel 1819; 1343 nel 1835; 1245 nel 1848; 1815 nel 1858; 1803 nel 1861; 1604 nel 1871; 1882 nel 1881; 2000 nel 1898; 1766 nel 1901; 1920 nel 1911; 1631 nel 1921; 1485 nel 1931; 1419 nel 1936; 1700 nel 1949; 1639 nel 1951; 1568 nel 1961; 1402 nel 1971; 1426 nel 1981; 1435 nel 1991; 1447 nel 1997.




Il nome è Vezia nel 1032, 1038, Vezzia nel 1194, Vesia nel 1198, Vezia nel 1299, Veza nel 1572. Sul significato del nome si sono cimentati in parecchi. Scartata l'ipotesi che si riferisca alla botte (in dial. èsa) della leggenda citata più avanti, Favallini e Corti si sono riferiti alla famiglia romana Vettia che compare in iscrizioni romane; altri si sono rifatti addirittura al sanscrito "vez", "per cosa", o ancora a Vesta = dea del focolare, altri ancora al lat. "vetus" = vecchio. Meno fantasiose le spiegazioni dell'Olivieri e dello Gnaga che sono ricorsi al dial. avesh - vesh = per paghér, abete. Lo Gnaga ha anche pensato al latino "vetita" = vietata, in quanto vi sarebbe esistita una foresta demaniale proibita alle popolazioni, o anche da "vexo" = squassata dal vento. Da ultimo l'Olivieri è ricorso al latino "vicia" = veccia, pianta di leguminose diffusa in montagna. A questa versione si avvicina C. Marcato (nel "Dizionario di toponomastica" UTET 1990).


Una leggenda locale vuole che il primo centro abitato si sarebbe chiamato Rosalina (o anche Rielolina, Rossolina, Rosa Lina) dal nome di una castellana bella come le rose del suo giardino. Ma un giorno una fiumana di macigni trascinati dal ruscello Val Grande, divenuto un torrente pauroso, si avventò sull'abitato e sugli abitanti distruggendolo e costringendoli a rifugiarsi sui monti. Quando, cessata l'alluvione, essi ritornarono a Rosalina, non trovarono che desolazione e distruzione: era rimasta una sola botte (in dialetto èsa), per cui quando il paese fu ricostruito si chiamò Vezza.


Tradizioni locali che non trovano riscontro documentario vogliono che ai tempi di Roma il più importante centro abitato fosse l'attuale frazione di Davena, lungo la strada che avrebbe fatto costruire il console Valerio (donde il nome di Valeriana) ed una località detta la Torre dei pagani.


I più antichi segni di presenza umana sono nelle incisioni rupestri trovate in località "Sass de le strie" (Sasso delle streghe, m. 1200 s.l.m.) in località Plazza sulle pendici del monte Tremonticelli nei pressi delle cascine Poli e Moc, del tutto simili a quelle della zona di Capo di Ponte e raccolte in masso erratico, con rappresentazioni di cappelle preistoriche in caratteri nord-etruschi assieme a simboli cristiani posteriori eseguiti, secondo gli studiosi, per esorcizzare e cristianizzare il masso legato a culti pagani.


Già nel 1956 Gualtiero Laeng segnalava di aver individuato l'esistenza, in località Castellino, di un castelliere preistorico posto a guardia della Valle Camonica e della Val Grande in comunicazione con la Valtellina. Quanto poi a reperti dell'epoca romana lapidi del tempo (a Borno e altrove) testimoniano come fosse già utilizzato il marmo bianco delle cave di Vezza. Reperti altomedievali, sia pure difficilmente databili, sono emersi, oltre che nel ricordato Sass de le strie, in località Castellino, in frazione Grano (sepolture ad inumazione plurima, ecc.).


La presenza longobarda nella zona sembra confermata dalle tombe dell'epoca (sec. VII-VIII) rinvenute nella vicina Canè. Riferibili, secondo alcuni studiosi, all'arianesimo dei Longobardi è il toponimo "Torre dei pagani", mentre all'evangelizzazione sono riferibili il culto di S. Clemente e di S. Sebastiano i quali potrebbero indicare i primi "loca sanctorum" della zona. Quello che sembra sicuro è l'appartenenza del territorio di Vezza al pago e poi alla pieve di Mù (o Edolo). Una leggenda fissata in una iscrizione che si legge sulla parete della chiesa di S. Giovanni, vuole che lo stesso Carlo Magno abbia fondato la chiesa stessa. Più plausibile la fondazione, da parte del monastero francese, della chiesa di S. Martino di Vezza, che diventerà poi parrocchiale, mentre alla pieve di Mù si deve probabilmente quella della chiesa di S. Giovanni Battista. Il culto di S. Martino viene, da studiosi come Alessandro Sina, posto in collegamento con le vaste proprietà concesse in Valcamonica dal 774 da Carlo Magno al monastero omonimo di Tours in Francia. La decadenza poi del monastero e la cessione di parte dei suoi beni al vescovo di Brescia e a quello di Bergamo rafforzarono le pievi come quella di Mù e dentro le pievi i vici come Vezza, Monno, ecc. alla cui difesa venne in alta valle creata una serie di castra collocati a Incudine, Monno, Vezza, Vione.


Per la distanza dalla pieve Vezza divenne poi punto di riferimento dell'alta Valle Camonica, comprendendo Monno, Incudine e Vione, mentre Dalegno lo fu per la valle più settentrionale. In ragione di ciò, per decisione del vescovo Olderico nel 1032 Vezza otteneva il fonte battesimale distinto da quello della pieve di Mù, e la quarta parte della decima della pieve stessa, mentre in tutta la zona si rafforzava il potere vescovile, specie grazie al privilegio concesso al vescovo Olderico, dall'imperatore Corrado II il 15 luglio 1037, di assegnazione delle rive dell'Oglio dalla sorgente alla foce, assicurandole alla sede vescovile di Brescia.


La vastità dei possedimenti come l'alta Valcamonica, obbligarono il vescovo-conte, vassallo dell'impero, a infeudare persone ed enti di beni e diritti. Significativa nel 1080 l'esenzione di dazi concessa agli uomini di Davena che lo avevano accompagnato con altri fino al Tonale, e ancor più rilevante, nel sec. XII, l'infeudazione dei beni di Vezza ai Pasolini, di quelli di Vione nel 1153 a Laffranco Martinengo, mentre il vescovo si riservava pedaggi sui ponti di Vezza, Cemmo, ecc. La concessione agli uomini di Davena è già una spia dell'evoluzione dei vici in comunità sempre più autonome rappresentate dalle vicinie che formarono un potere autonomo e alternativo alle famiglie nobili e potenti, cercando quando possibile una loro autonomia, come avvenne di Vione fin dal 1200 e avverrà poi di Incudine. Non poche volte, tuttavia, le singole comunità erano costrette da potenti famiglie a schierarsi in lotte di potere. Così avvenne nel 1288 quando anche Vezza venne trascinata dai Federici nella rivolta contro Brescia, attirandosi il 28 ottobre 1288 dal Consiglio Generale della città un terribile bando, con cui si esiliavano i Federici ed i loro alleati, ponendo sulle loro teste taglie varianti dalle 300 alle 500 lire imperiali. Non solo; vennero stabiliti premi per quanti avessero aiutato a riacquistare, al comune bresciano, i castelli ribelli, tra cui «pro fortilitiis nuper factis per inimicos Vallis Camonicae Vizia et Dalegno». Rimasta comunque sotto i Visconti, la curia di Brescia continuò ad investire terre. Nel 1295 erano gli eredi di Bellotto e Guiscardo a rinnovare il pagamento di decime di novali di Vezza e di altre terre camune.


Per rendere più determinati e precisi i propri diritti feudali il vescovo Berardo Maggi spediva in valle il proprio vicario Cazoino da Capriolo, il quale il 18 marzo 1299 convocava a Edolo gli "uomini" di Vezza i quali riconobbero di dovere alla curia di Brescia una decima. I diritti feudatari del vescovo di Brescia venivano definiti dal vicario in un documento nel quale si riconosceva il dovere di aggiungere al fodro l'offerta di un pasto per la festa di San Giorgio, la caccia annuale insieme a 30 soldi imperiali, tributo che poteva essere evitato con il versamento della somma di tre libre imperiali. Da segnalare ancora che «quilibet manentus qui habet X nestias vel a X supra, dat unum montonum, et unum agnellum et duos sterolos frumenti et duos sterolos annone et duos denarios et duas libras casei et unum mantellum feni et unum caseum concilii». Gli abitanti di Incudine, a loro volta, quando catturavano un orso nei boschi di Vezza dovevano riservare alla curia vescovile una coscia, le zampe, le interiora e la spalla destra dell'animale.


Il 30 marzo, il vicario Cazoino era a Vezza dove, come registra Gabriele Archetti ("Berardo Maggi vescovo e signore di Brescia"), «sotto il portico della chiesa di San Maurizio, presente Omobono, presbitero di quella chiesa, insieme ad altri testimoni, quali il converso della chiesa di San Clemente di Vezza, Oberto Brusamonti, un certo Oberto di ser Otto e il notaio Iacobo Scufanadre, designarono "omnes illas terras et possessiones que sunt de terris novalium in terra et territorio de Vezia in se et in aliis". Innanzitutto, indicarono "unum dossum sive dognonum cum sponda circum" ed un campo, seguiti da numerose porzioni di terra campiva e prativa nei dintorni di Vezza; fra questi, possiamo ricordare alcuni terreni o prati posti lungo il corso del fiume Oglio, come il prato tenuto dagli eredi di Zanno e Muzio, collocato nel luogo detto "ad flumen supra prata Nasca", che confinava a mattina "cum lecto aque fluminis", o la terra già tenuta dal comune di Vezza, situata "in gleris apud flumen", oppure nella contrada della Stella, in parte al fiume, "omnes gleras et prata a muro Stelle versus sero parte coheret eis a mane dictum murum et prata de Stella, a sero lectum fluminis, a meridie lectum aque Olei"; inoltre, ricordiamo unum campolinum, tenuto in fitto da Maurizio Zuchi, che era posto "supra castrum sive dognonum dicti castri"». L'anno appresso, il 6 febbraio 1300, il vicario Cazoino investì Lanfranco Caviata di Vezza di numerose terre situate nel territorio di Incudine.


Pur impigliata in sempre stretti legami feudali, la comunità di Vezza dimostrava una sua sempre più determinata fisionomia. Se bisogna credere al Da Lezze (Catastico 1609), fin dall'anno 1000 i marmorini vezzesi erano scesi a prestare la loro opera a Brescia, mentre nel 1200 erano già presenti a Vezza notai, cerusici, ecc. A Brescia abitanti di Vezza possiedono casa fin dal sec. XIV. È probabilmente grazie ai suoi notai il comune entra in liti e contestazioni con altri comuni. Nel 1315 è il vescovo Federico Maggi a convocare il popolo e i consoli di Vezza, onde, una volta consultati gli anziani, decidere su una lite sorta tra quella comunità e l'ospedale di Edolo, amministrato da quell'arciprete. Gli abitanti di Vezza, secondo l'arciprete, avevano usurpati i fondi che una certa Gisla di Vezza, assai tempo addietro, aveva destinati a beneficio dell'ospedale edolese.


Liti e scontri anche sanguinosi si verificarono tra Vezza, di orientamento ghibellino, e Vione guelfa, per ragioni di confine dei monti di Valzerù (in dial. Valserö) e Pornina. Si parla anche della distruzione nel 1338 del castello di Vione da parte dei Vezzesi. Dopo un anno di contrasti e distruzioni, ai quali parteciparono altri comuni, con atti del 13 giugno e 6 luglio 1339 furono raggiunti accordi, propiziati dalle autorità di Valcamonica.


Intanto investiture feudali si susseguono negli anni. Tra gli altri di diritti di decima è investito il 15 ottobre 1336 Martino q. Bonaccorso di Figna. Mentre i Pasolini vanno sempre più indebolendosi, tanto da essere costretti a vendere al comune nel 1300 il loro castello di Vione, cresce sempre più all'ombra dei Visconti la potenza dei Federici i quali, dopo aver cercato di espandersi autonomamente, nel sec. XIV cercano di agganciarsi al potere vescovile, e di instaurare con esso rapporti regolari di vassallaggio. Nel 1336, infatti, il vescovo di Brescia investe "jure feudi" dei diritti di decime in territorio di Vezza Girardino q. Lanfranco Federici di Erbanno che il 20 ottobre presta giuramento di fedeltà. Il 28 novembre 1336 da Vione il vicario del Vescovo di Brescia cede ad Antonio Federici alcune decime, ivi già godute da Ser Giovanni da Losine; nel giugno-agosto 1339 il Vescovo infeuda Antonio Pasino e Goffredino pure Federici, di altri beni a Vezza e paesi vicini già posseduti da Romelio Guilli. Delle decime dei territori di Vezza e di altre terre vengono investiti di nuovo il 18 dicembre 1345 e di altre ancora il 12 gennaio 1346 Pasino e Goffredino q. Girardo Federici. Altre investiture hanno luogo nel 1350, nel 1351 a Giroldo e a Belotino di Breno. Ma ancora nel 1350 altre decime venivano concesse a Pasino q. Girardo Federici e sempre ai Federici nel 1365, nel 1370. Vi sono altre investiture a Giovanni Belotto, a Guillelmo q. Giovanni (1374), ad Alberto da Breno, ad Antonio de Yugolitiis nel 1421 e a Belotto q. Giroldo di Breno nel 1421 ecc.


La potenza dei Federici di Vezza aumentava tanto che nella famosa pace tra guelfi e ghibellini firmata al ponte della Minerva di Breno, sulla sponda dell'Oglio, nel 1397 a capeggiare i ghibellini è Giovanni q. Pasino Federici, signore della rocca di Vezza assieme a Giraudo suo fratello, signore di Mù. Sono ancora i Federici di Vezza e di Mù che, eliminati con la pace di Breno i guelfi nell'alta Valle, si accordano con Giovanni Maria Visconti e nella notte di Natale del 1409 si impossessano del castello di Lozio e sterminano la famiglia Nobili, ottenendo dal Visconti la concessione del feudo e, il 4 aprile 1410, l'investitura della nuova contea di Edolo-Dalegno, con indipendenza da Brescia e dalla Comunità di Valle e con uno stemma raffigurante un'aquila imperiale in campo d'oro accanto all'antico stemma della casata raffigurante tre strisce trasversali a scacchi bianchi ed azzurri. In tal modo, come sottolineano M.D. Gregorini ed E. Tarsia, «tenendo conto dei suoi limiti estremi di confine, solo nominalmente la nuova contea era di Edolo-Dalegno, in quanto il conte Giovanni pose a Vezza la sua sede, avendo già qui la sua zona e considerandola luogo centrale della contea; mantenne invece la casa di giustizia a Edolo e a Samcampel di Dalegno».


A difesa delle sue terre, e anche per contenere l'espansione di Pandolfo Malatesta in Valle, Giovanni Federici costruì fortilizi in più luoghi e il 22 marzo 1413 giurò nuovamente fedeltà al Visconti che, in compenso, alla sua morte confermerà ai figli l'investitura della contea e il titolo comitale. L'atteggiamento di fedeltà dei Federici dell'alta Valle si confermò nelle vicende degli anni seguenti, nonostante che nel 1419 Filippo Visconti, successo a Giovan Maria, per l'instabilità del momento politico, avesse assoggettato tanto la Contea di Cemmo-Cimbergo quanto quella di Edolo-Dalegno ai comuni oneri valligiani per ingraziarsi le popolazioni. Tornata la calma, lo stesso duca provvedeva, con diploma del 23 dicembre 1423, a reintegrare i Federici nei loro domini e diritti. Il che riconfermò nel suo atteggiamento di fedeltà Bettinzolo Federici nell'occasione in cui il Carmagnola, passato nel 1425 dal Visconti a Venezia, nel 1428 intraprese la conquista della Valle. Egli si oppose alla conquista della sua zona di Mù, mentre un altro Federici, Comincino di Angolo, era con i due luogotenenti del Carmagnola, Scaramuccia e Cornaro, dalla parte di Venezia alla conquista della Valle, occupandola fino a Vezza, Vione e Dalegno.


Forse in ragione della loro potenza Venezia trattò con benignità i Federici e con ducale del 5 luglio 1428 fece importanti concessioni ad Antonio e Bertolasio ed altri parenti ed eredi del conte Giovanni: vennero infatti accettati come fedeli sudditi e lasciato loro il feudo di Mù e il godimento dei beni posseduti a Lozio, Mù, Malonno e Dalegno concessi dai Visconti; in più vennero messi sullo stesso piano dei conti di Cemmo. Le condizioni favorevoli fatte da Venezia non accontentarono tuttavia i Federici. Invidiosi dei particolari privilegi concessi (1430) da Venezia al conte Bartolomeo da Cemmo, si rivolsero ai Visconti per riprendere le armi e organizzare una rivolta contro Venezia che scoppiò nel 1432. La rivolta venne domata per cui Antonio Federici, che ne era stato il promotore, si vide confiscati dalla Serenissima l'8 febbraio 1433 i beni, che furono assegnati al conte Bartolomeo di Cemmo il quale il 29 dicembre del 1434 riceveva, ad Edolo, l'omaggio di fedeltà della popolazione dell'alta Valle, mentre altri beni dei Federici andarono ad altre famiglie ligie a Venezia.


Pochi anni dopo, quando nel 1438 scoppiò una nuova guerra tra Venezia e Milano, sollecitati da ambasciate mandate da Mù e Vezza, i milanesi con a capo Pietro Visconti invasero dall'Aprica l'alta valle e pattuirono la resa di tutta la contea. Pietro Visconti concedeva privilegi a tutta la valle; il 2 aprile 1439 confermava ad Antonio Federici e Bertolasio di Edolo, a riconoscenza dell'appoggio avuto ancora una volta, il feudo comitale paterno, permettendo loro di restaurare anche la rocca di Mù, che Venezia aveva rovinata. Nel maggio 1441 i Federici invano chiedono, giurando fedeltà al duca di Milano, di riavere tutti gli antichi beni e diritti, e cercano, ma inutilmente, di sottrarsi a Venezia. Nello stesso tempo i Federici si sforzano di regolarizzare la legittimità delle infeudazioni dei beni. Il 22 febbraio 1445, infatti, Cristoforo Federici q. Laffranco veniva investito dal vescovo anche a nome dei fratelli Pietro e Giovanni della decima di Vezza e il 24 settembre 1445 veniva investito Minolo Federici della metà di Vezza che era stata del conte Laffranco Federici e che era stata venduta dal dominio veneto il 20 agosto 1434 a Martino detto Pezzona q. Giovanni di Vezza e da Giovanni, figlio del detto Martino, rinunciata.


Alla fine la potenza dei Federici si sfalda. Caduta nel 1454 la Valle Camonica sotto la signoria degli Sforza, viene recuperata da Bartolomeo Colleoni alla Serenissima che ordina la distruzione di tutte le fortezze, rocche ecc. compresa quella di Vezza. A quanto scriveva p. Gregorio di Valcamonica di un castello che «sorgeva nel dosso, posto a sera di Vezza», rimanevano ancora nel 1698 «le vestigia» e di quando in quando si trovavano «masseritie sepolte...». A ricordo della potenza dei Federici rimane in centro del paese la torre che viene fatta risalire al XIII-XIV secolo e che Giusy Villari descrive come una «costruzione in conci di pietra squadrati, ma irregolari quanto a dimensioni, a pianta quadrata ed un'altezza di circa 15 metri. La parte superiore è stata mozzata [per completare il campanile della chiesa] e coperta con tetto a doppio spiovente. Rare le aperture, per lo più finestrelle con arco a tutto sesto. La parete nord appare scarpata». Presso la torre, non lontana dalla chiesa parrocchiale, sorge ancora parte di una delle antiche dimore dei Federici. Come ha sottolineato Fausto Lechi, «all'esterno non ha speciali eleganze, salvo nel portale, di epoca più tarda (sec. XVI) portante in ghiera lo stemma della famiglia e affiancato dalle iniziati P.F. con la data MDLXIII. È della solita arenaria rossa di valle» con negli stipiti due belle lesene e con capitelli corinzi. Nel cortile si vedevano un tempo ancora le arcate di una loggetta a colonne di pietra, poi ridotte a finestre, e una scala elicoidale. Sembrano rispondere a leggende i cunicoli o gallerie che avrebbero messo in comunicazione queste abitazioni con il fortilizio del Castello e la chiesa di S. Clemente.


I Federici conservarono tuttavia ancora a lungo una posizione preminente anche se sempre più indebolita, concentrando sempre più i loro beni, ma anche alienandoli. Nel 1496, quando l'imperatore Massimiliano d'Austria scese in Italia, passando per la Valle Camonica si fermò a Vezza, ove fu accolto ed ospitato da Bertoldo Federici. La sosta dell'ospite costò assai al Federici, tanto che fu costretto, per far fronte alle eccessive spese, a vendere molti dei suoi beni e i diritti di alcune decime in vari paesi della Valle. Beni e diritti che altri si presero, come Paride Lodrone conte di Cimbergo che ne acquistava a Vezza ed altrove, come è registrato in atto del 1502. Tuttavia, come osservano M.D. Gregorini ed E. Tarsia, «le cose migliorarono con il consolidarsi del Dominio Veneto, nel cui ambito i Federici, oramai ammaestrati dalle ultime vicende, cercarono di destreggiarsi abilmente, rinunciando a sogni di supremazia politica ormai fuori tempo e provvedendo, al contrario, a ben custodire i propri beni e diritti, che spettavano alla famiglia in base a vecchie e nuove investiture, soprattutto vescovili. Numerosi i documenti in proposito. Basterà ricordare le investiture feudali del 2 e 3 marzo 1586 al comune di Vezza e quella del 7 ottobre 1596, oltre all'estimo del comune stesso del 1587-1589: investiture di beni e di diritti, che si accresceranno anche nel secolo seguente».


Grazie alla politica di Venezia, più attenta alla popolazione, Vezza si andò affrancando dai Federici e, come le altre terre, mandò due suoi rappresentanti al Consiglio Generale di Valle (dal 1591 al 1594 uno dei rappresentanti del popolo fu Giovanni Occhi di Vezza) e da allora si resse localmente, con l'elezione da parte della popolazione. Nel frattempo la vita di Vezza si sviluppa fra avvenimenti e momenti spesso difficili e addirittura terribili e altri di continuo progresso civile e culturale. Singolare la tradizione secondo la quale agli inizi del '500 un'epidemia di febbre gialla avrebbe risparmiato una sola femmina che poi, come suggeriscono i colti del tempo, «come la mitica Pirra sarebbe andata in cerca di un Deucalione per ripopolare il paese». Un'altra versione della tradizione vuole che si sia salvata una sola famiglia nella contrada più alta di Cormignano. Una rovinosa alluvione colpì il paese a fine agosto 1520 e ripeterà poi di nuovo nell'ottobre 1614.


Durante lo stesso secolo il paese dovette subire passaggi di truppe tedesche fra i quali particolarmente pesante quello del luglio 1551 quando quattromila tedeschi scesero dal Tonale attraversando la terra di Vezza e altre, compiendo gravi danni. Tra le molte calamità dello stesso secolo, particolarmente pesanti furono la siccità e la carestia del 1591 che costrinsero molte famiglie all'emigrazione. Nonostante ciò proprio negli ultimi decenni del '500 Vezza riedificava la chiesa parrocchiale di S. Martino dotandola di preziose opere d'arte. Già a metà del sec. XV la comunità è viva come dimostrano presenze di vezzesi, oltre che a Brescia, in Val di Sole nel 1456 (Viviano q. Guarischi è a Celentino), nel 1490 (Lorenzo q. Tomeo a Mezzana), nel 1572 (Silvestro Giovanni a Ortisé), ecc. Vezza ebbe per secoli notai, sacerdoti, maestri, ecc. di valore che in buona parte si avvantaggiarono delle scuole "speciali" di grammatica anche latina fondate a Vione nel 1460 e che nel 1506 assunsero il nome di "accademia" e durarono fino al 1705. Singolare la notizia che si apprende dagli atti della visita pastorale del vescovo G.F. Morosini del 12 maggio 1592: il vescovo viene accolto lungo la strada da una banda composta da molti strumenti musicali. All'inizio del '600 risulta costituito da quattro terre: Vezza, Davena, Gra e Cormignà.


Segno di civiltà e di solidarietà fu la fondazione del Monte di Pietà registrata la prima volta nella visita di mons. Macario del 1624. Con tale istituzione e grazie alla carità prestata dalle confraternite e discipline si cercava di venire incontro ad una comunità gravata da tasse sempre più pesanti mentre non mancavano le continue prestazioni d'opera e di denaro imposte dalla Repubblica Veneta. Nel 1627 Vezza prestò allo Stato 136 paia di buoi per condurre cannoni in Tonale e con essi 80 guide. Questo reclutamento di uomini, e il servizio obbligatorio per tutti gli uomini di una data età, era il fatto che si ripercuoteva di più su tutte le produzioni locali, in quanto venivano a mancare le braccia più forti e migliori. E un nuovo reclutamento avvenne nel 1629, quando Venezia prelevò anche a Vezza 280 uomini con a capo il capitano Pietro Antonazziano. Per chi non si dedicava alla terra il panorama non differiva dal passato. O si emigrava, andando specialmente a Venezia, essendo quel porto nel suo pieno fulgore, o ci si dedicava nel proprio paese alla lavorazione del bosco, del ferro e alla tessitura dei panni. Una vecchia cronaca segnala che il 1° aprile (Giovedì Santo) del 1627 un incendio «abruciò tutta la terra riducendo in polvere tutte le facoltà e bestiami, con sessanta e più persone, con danno di quattrocentomila scudi come consta dalle Ducali del Serenissimo Principe date l'anno predetto». Una supplica in data 9 maggio al Governo veneto dichiarava «la rovina de'molini, di 4 fucine, di tutti i Negozi con la perdita di 70 persone». Il 13 luglio 1627 una Ducale specificava ai Rettori di Brescia che «stante la lagrimevole sciagura...» concedeva l'esenzione delle imposte e delle decime ecclesiastiche per dieci anni ed un prestito di 6 mila scudi da restituire entro dieci anni».


E poi venne subito la peste, con proporzioni che non si conoscono ma che devono essere state pesanti. Si è scritto che Vezza sia stata risparmiata dalla peste del 1630, ma ciò non spiegherebbe come il 25 giugno 1633 i Rettori di Brescia decidessero, in vista della «continuazione molesta della peste e carestia, la riduzione a 500 soldi dei 6 mila ducati imposti». Ancora nel 1638 veniva confermata l'esenzione del dazio sulla macina. Il 23 dicembre 1663 un nuovo incendio «incenerì» tutta la contrada di Fondolo. Il 25 settembre 1682 un altro distrusse 150 case e stalle, e, come si legge in una cronaca, «devorò tutte le contrade di Sonvico, Fondolo e Fondolino abbruciando tutta la nuova raccolta col grano nelle spighe e bestiami, dando a trenta persone incirca miseramente la morte». La zona venne considerata «un horido deserto». In più, come si legge in una ducale del 13 aprile 1683: «restorno abbruggiate cento cinquanta Case e diversi ediffitii da panni e da ferarezza, molti mobili, et animali ancora di quelli popoli, et essendo rimaste solo 34 case con 1260 persone, quali sono obbligate a pagare annualmente gravezze per la summa di £ 2874 incirca». Per questo il governo veneto riduceva a metà per tre anni le imposte e concedeva «mercato franco» per 15 giorni a partire dal 21 settembre, giorno di S. Matteo. Eppure, nonostante gli incendi e le inondazioni anche recenti, p. Gregorio nei suoi "Curiosi trattenimenti" del 1698, sebbene un altro incendio avesse causati altri danni un anno prima, il 18 settembre 1697, decantava Vezza come «terra grande, e populosa, tutta borgata, di belle fabbriche, e da civili famiglie insignita; e gli passa per mezzo una corrente, che scende dal monte à settentrione, la quale gli serve per i molini, fucine, ed altri edificij. Sta situata in spiaggia aprica, e piana esposta à mezzo giorno, in lontananza di circa mezzo miglio dall'Oglio; e non ostante habbia soggiaciuto nel cadente secolo à due horribili incendij, conserva tanto di venustà, e vaghezza, che sovente è fatta soggiorno di diversi signori di conto, non solo della Valle, ma della stessa città di Brescia».


Anche nel XVIII secolo, nonostante le crescenti difficoltà e pesanti tasse imposte dalla Repubblica veneta in continua decadenza, non mancarono segni di civile convivenza e di progresso. Per lasciti del nob. Pier Antonio Zani con testamento del 5 novembre 1750 veniva fondato il Pio Luogo Elemosiniero "La Misericordia" per la dispensa «à prò li poveri infermi per tutto l'Anno, e se non vi sarà mottivo per Infermi doppo Pasqua [...] sia dispensato à prò de poveri, e specialmente se sarà caro il grano [...] la segala [...], il formento [...], e cessato, ò essendo à più bon prezzo possano servirsene per più opere pie, per far venire li Reverendi Padri Missionari ogni sej Anni, per maritar povere donne, per pagar un buon maestro, che faccia scola di Gramatica à poveri Figli, per dispensare [...] sale e distribuirla alli più poveri [...] e sia distribuita il mese di maggio, nel quale le povera Giente sono più bisognosi». Lo Zani, inoltre, aggiungeva: «Impongo l'obbligo alla Comunità di Veza di distribuire ogni anno [...] uno panno bianco paesano ben folto alli più poveri, [...] il mese di Novembre, ò Decembre indispensabilmente, e alli più poveri inabili con ogni carità senza parzialità alcuna. [...] Impongo l'obbligo in perpetuo al Rev. Capellano o chi esigeranno li effetti d(el) Gius Patronato di Veza di dispensare, o far dispensare il giorno de morti, ò giorno seguente pane di segala .] alli più poveri uno per bocca, [...] come sopra con carità, e senza parzialità». Al Pio Luogo si aggiunse il legato (28 febbraio 1777) Ciffarelli-Rizzi per la distribuzione di sale alla vigilia di Natale e il legato di Bortolo Gregorini (8 maggio 1798) per la distribuzione di segale il giorno di S. Giuseppe e per l'allestimento di una scuola per bambini poveri. Tante provvidenze servivano a riparare anche i sempre nuovi incendi come quelli avvenuti il 21 ottobre 1761, nel settembre 1767, nel dicembre 1777, e le avversità meteorologiche che colpirono il paese con inondazioni il 18 ottobre 1738 e il 5-6 dicembre 1739. Tenuta da volonterosi sacerdoti o da cappellani delle confraternite fin dal cinquecento, nel 1750 una scuola vera e propria veniva istituzionalizzata a partire dalla citata eredità del nob. Pietro Antonio Zani destinata a insegnare a quindici poveri del paese «a bon leggere e a scrivere». Ad essa si aggiunse la volontà espressa da Bortolo Gregorini il quale, nel testamento del maggio 1798, lasciava alla comunità di Vezza un campo in contrada Delle Piazze, nella parte nord-orientale dell'agglomerato, con «l'obbligo di impiegare il reddito annuo in fare far scuola di leggere, scrivere, far conti ed anche di grammatica secondo le occorrenze e circostanze ai figliuoli maschi poveri della parrocchia muniti di fede del parroco [...] incaricando la Comunità ad eleggere quel maestro o Cappellano che sarà creduto migliore [...1». Nel frattempo, dal 1780 al 1786, Vezza erigeva la nuova chiesa parrocchiale e la arricchiva di opere d'arte.


È noto come, fedeli a Venezia, i camuni, e con loro i vezzesi, rifiutarono la rivoluzione giacobina bresciana del 18 marzo 1797 accettando il fatto compiuto quando fu impossibile resistere. Tanto più i vezzesi si sentirono umiliati quando constatarono che a Vezza venivano preferiti come municipi Pontedilegno e Edolo, vennero confiscati beni di privati e di confraternite religiose e dovettero subire l'unione amministrativa a Bergamo, a Sondrio, a Morbegno.


Inserito nel cantone della Montagna con la legge del 1° maggio 1797, passò nel distretto di Edolo per effetto della legge del 24 febbraio 1798, venendo incluso nello stesso distretto ai sensi della legge del 12 ottobre dello stesso anno; con la legge del 13 maggio 1801 venne incorporato nel distretto IV, di Breno, per fare poi parte del cantone II di Edolo del distretto IV di Breno con la legge dell'8 giugno 1805. Nel 1810 nel comune denominativo di Vezza venne concentrato il comune di Incudine; rimase inserito nel cantone II di Edolo del distretto IV di Breno. Venne poi incluso nel distretto XVIII di Edolo per effetto della legge del 12 febbraio 1816. Ai primi di novembre del 1798 il paese fu occupato fino all'aprile 1799 da truppe francesi del corpo del gen. Dessolle, che dovevano fronteggiare al Tonale e sui passi verso la Valtellina ogni possibile invasione austriaca. Furono mesi durissimi, durante i quali il paese dovette, con gli altri dell'alta Valle, fornire di ogni cosa le truppe occupanti. Nell'aprile 1799 non mancarono scontri fra soldati austriaci calati dal Tonale e truppe francesi e a Vezza gli austriaci posero il quartier generale e postazioni di quattro cannoni. Avvennero scontri al Mortirolo e il 20 novembre sotto Vezza per fermare le truppe francesi provenienti dalla Valtellina. Come ha sottolineato Alfredo Ferrari ("Paesaggio camuno") «l'eterna speranza degli oppressi fece parteggiare le popolazioni locali per le truppe austriache, considerate liberatrici dalle vessazioni delle truppe francesi e dei loro alleati, le guardie mobili, che all'insegna della lotta al banditismo, spadroneggiavano sui raccolti e sul bestiame. Unici frutti di questo muoversi di truppe furono per l'alta Valle, e maggiormente per Vezza, raccolti magri, stentati, ruberie continue di bestiame e vessazioni sulle municipalità, che dovevano, pur essendo già in miseria, provvedere alle vettovaglie delle truppe e fornire gli uomini necessari per scavare le trincee». Ritornato nel 1800 Napoleone, dove non erano disponibili uomini, datisi alla macchia per sfuggire alle vendette, a Vezza e a Vione le donne furono obbligate a scavare trincee.


Unita la Valcamonica nel 1803 a Bergamo e nel 1805, con la creazione del Regno d'Italia, al cantone di Edolo nel distretto di Breno e nel dipartimento del Serio, Vezza riprese la sua autonomia amministrativa affrontando anni di carestia, rialzo dei prezzi, specie di cereali, mancanza di lavoro e, per la prima volta, mobilitazione obbligatoria. A tali difficoltà grevi si aggiunse un nuovo terribile incendio. In una memoria stesa dall'arciprete don Piero Maculotti si registra come «nell'anno 1807, la mattina del diciassette di gennaio tre ore avanti giorno si appiccò il fuoco nella fucina del Sig. Andrea Gregorini in Sonico, e non avendo potuto estinguerlo si dilatò in meno di un quarto d'ora in tutti li quattro angoli del paese, ed in meno di due ore fu incenerito tutto il paese colla morte di 6 persone, di 60 vacche e cento e più tra pecore vacche e maiali; tutto il fieno la paglia ed i mobili, le muraglie stesse erano cotte, ed in maggior parte divorate, il coperto della Chiesa e delle altre chiese fu tutto distrutto dal fuoco, e le campane stesse furono dileguate non si salvò di tutto Vezza che le case Poli e Gasparotti di Fondolo vicine alla Chiesa di S. Giovanni. Il calcolo dei danni sofferti dai terrazzani di Vezza in quest'incendio fu approssimativamente calcolato a cinquecentomila lire italiane».


Il 18 settembre 1807 il viceré Eugenio Napoleone decretava che il comune di Vezza venisse «assolto dai carichi prediali per il corrente anno 1807. Saranno pure per nove anni successivi, da contarsi dal 1° gennaio 1808 a tutto il 1816, tenute esenti le cose incendiate nel detto comune dai carichi prediali sull'estimo delle medesime, ascendente a scudi censuarij 2452.25 centesimi». La disgrazia ha tale eco che la Loggia massonica "Amalia Augusta", per festeggiare la nascita della principessa, figlia della viceregina, eroga £ 383,76 a favore dei danneggiati dell'incendio e lo stesso fanno le Logge di Milano, Gioseppina (per £ 1800) e Carolina (per £ 800). Non erano passati che due anni e Vezza, come tutta l'alta Valle, fu coinvolta in nuovi turbinosi avvenimenti dall'insurrezione che dal Tirolo penetrò in Valcamonica. Occupata il 25 aprile 1809 Pontedilegno, una quarantina di tirolesi armati si spinse fino a Vezza, ritornando poi per congiungersi con gli altri e ripassare con prigionieri il Tonale. Dopo la comparsa, il 7 maggio, di alcuni insorti che si allontanarono, mentre il giudice di pace presente in paese invitava alla calma, il giorno dopo ricomparve una quarantina di tirolesi e fu l'insurrezione generale in paese contro i francesi. Mentre i più si armavano, com'ebbe a scrivere Giannantonio Guarneri in una sua memoria, «anche le donne erano diventate furibonde e con armi da fuoco e con sassi obbligavano a partire cogli ammutinati tutti quelli che non erano persuasi» compreso lo stesso Guarneri e il sindaco di Vione. Affrontati a Berzo Superiore dalle truppe francesi, i rivoltosi ripiegarono l'11 maggio verso l'alta valle, e a Vezza scambiarono tra di loro fucilate senza registrare morti. Non mancarono in seguito nuove comparse di tirolesi, ma senza scontri di un qualche rilievo. Mentre l'arciprete del tempo don Calegari si adoperava mantenere la calma, don Bulferi venne arrestato e tradotto a Bergamo perché fosse sottoposto a giudizio. Il 15 luglio 1809 altri cinquanta tirolesi rivoltosi riuscirono a penetrare in casa Giordani e a trascinare con loro certo Antonio Greggia che era stato ferito il 14 maggio.


Grosse difficoltà economiche, ma anche la continua presenza di banditi e di truppe sulle montagne travagliarono con ricorrenti carestie tutto il paese. Il 24 ottobre 1813 Vezza rivide una compagnia di soldati francesi che ripartì tre giorni dopo, salvo scontrarsi il 20 novembre sotto il paese contro truppe austriache. Coinvolti nella carestia a partire dal 1815, non pochi vezzesi, colpiti dalla voce ricorrente che «chiunque, come scrive il Guarneri, avesse voluto andare a popolare la Spagna avrebbe ricevuto beni, casa, mobili e sussistenza fino al nuovo raccolto», partirono per Genova per imbarcarsi per quel Paese.


Nel 1816 il Comune di Vezza venne incluso, come già detto, nel distretto XVIII di Edolo e ciò fino al 1859. In lentissimo sviluppo l'istruzione elementare. Le tre classi elementari miste funzionanti nel 1810, ridotte a due, una maschile ed una femminile nel 1823, collocate accanto agli uffici comunali e risistemate nel 1821, si raddoppiarono solo nel 1875 suddivise in una prima e seconda maschile ed in una prima e seconda femminile. La minaccia delle febbri petecchiali e una maggior sensibilità sociale sotto la spinta del governo austriaco portarono alla assunzione per chiamata, con delibera del 17 aprile 1817, di un medico nella persona del dott. Pietro Rossi, mentre ancora prima del 1822 veniva istituito un armadio farmaceutico e nel 1836 circa il cav. Gianandrea Gregorini provvedeva a creare una farmacia vera e propria presso lo speziale Bulferi con servizio farmaceutico regolare. Il 18 ottobre 1824 veniva istituita una condotta medica «a beneficio dei poveri» affidata al dott. Maino Sandrini, gestita poi dal 1858 in consorzio con i comuni di Incudine, Monno, Temù e Vione. L'istituzione si manifestò più che necessaria in occasione del colera del 1836 che fece molte vittime, mentre meno virulenta sembra sia stata l'epidemia nel 1854-1856. Del colera del 1856 rimane una singolare lapide. Dal 1828 al 1850 Vezza con altri comuni della Valle contribuisce al finanziamento della strada del Sebino, si oppone alla alienazione di proprietà comunali adoperandosi per quanto si può alla salvaguardia dei boschi e della loro utilizzazione.


Pur così lontano dai centri culturali e politici, a Vezza non mancarono riflessi delle aspirazioni all'unità nazionale. Di essi fu interprete principale Andrea Gregorini che partecipò alle congiure patriottiche. Ma come hanno osservato M.D. Gregorini ed E. Tarsia: «la generalità della popolazione che, in quei tempi di ristrettezze, considerava quasi un male necessario il continuo passaggio di truppe sulle terre di confine, fu piuttosto indifferente verso il movimento nazionale. È documentato il passaggio a Vezza, nel 1848, dei volontari al comando di Bortolo Zettini, diretto al Tonale; ed in seguito, di quelli del capitano Giovan Maria Scotti, proveniente da Bergamo».


Nell'aprile 1848, al ripetersi degli appelli alla rivoluzione tra i paesi che si erano commossi alla «vista della prima insegna» cioè della bandiera tricolore, Vezza con Vione e Pontedilegno fu tra i primi paesi a muoversi rispondendo all'arruolamento di volontari o corpi franchi per cui in giorni diversi, (17, 25 aprile, 3, 17, 29 maggio) è presente a Vezza il capitano dei volontari della colonna di Breno al comando di Bortolo Zettini, e quella bergamasca guidata da Giovanni Maria Scotti. Sono 33 i volontari del luogo che si accampano al Tonale per respingere qualsiasi penetrazione austriaca. Tornarono gli austriaci e assieme portarono nuove calamità quali un incendio che nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1848 distrusse, a quanto si legge in una circolare dell'I.R. Delegato provinciale di Bergamo Bozzi, 139 case, lasciando 14 famiglie «senza tetto e nel colmo della miseria». Quasi del tutto distrutte risultarono le contrade di Sonvico e Fondolo. Ad esso seguì l'8 ottobre 1852 una rovinosa alluvione, alla quale ne seguirono altre il 4 ottobre 1852, il 28 agosto 1864 e nel 1878.


Pressoché estranea fu Vezza agli avvenimenti del 1859, essendo stati fatti saltare i ponti al di sopra di Edolo per fermare gli austriaci, che non mancarono di vendicarsi sulla popolazione. In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Vezza d'Oglio con 1850 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento II di Edolo, circondario III di Breno, provincia di Brescia. Sino al 1863 il comune mantenne la denominazione di Vezza e successivamente a tale data assunse la denominazione di Vezza d'Oglio (R.D. 15 marzo 1863, n. 1211). In base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio.


Sono quelli gli anni in cui si consolidano anche i servizi sociali con la nascita della Congregazione di carità, che raggruppò le attività assistenziali, il consolidamento del servizio sanitario e l'istituzione definitiva di quello ostetrico. In forza della legge 3 agosto 1862 veniva fondata la Congregazione di carità mentre la beneficenza privata trovò nuovi riscontri nei legati di Giovan Maria Peretti (21 maggio 1860) per l'assistenza ai bisognosi e di Anna Maria Bonaccorsi (8 febbraio 1875) per la predicazione quaresimale e, se ciò non si fosse realizzato, per la distribuzione di pane e sale nell'anniversario della sua morte. Dichiarata la guerra all'Austria il 19 giugno 1866, inaspettato ma pesante è il coinvolgimento di Vezza. Non entrando nei piani di guerra, la Valcamonica viene scarsamente presidiata e rimane per giorni esposta a incursioni mentre sul Tonale è accampata una mezza brigata austriaca al comando di Ulisse von Albertini, che non trovando ostacoli occupa Ponte di Legno e manda esploratori su Incudine. Lo stato maggiore italiano spedisce in Valle il 1° battaglione di volontari garibaldini al comando del maggiore Vincenzo Caldesi e il 2° battaglione dei bersaglieri volontari comandati dal maggiore Nicostrato Castellini, ai quali si aggiunsero il 44° battaglione della Guardia Nazionale camuna. Mentre il battaglione di garibaldini si trincera sopra Incudine, una compagnia e una mezza compagnia degli stessi vengono mandate in posizione avanzata a Vezza d'Oglio e a Grano.


Al mattino del 3 luglio il maggiore Castellini cerca inutilmente di mettersi in comunicazione col Caldesi, al quale spetta il comando del reparto, e si sistema a Davena, pensando di sostenere i garibaldini piazzati a Vezza. Il grosso delle forze era molto più indietro, verso Incudine, con due cannoni al ponte "Salto del lupo", due compagnie di "Guardia Nazionale" sulla destra del torrente Davenino e altre due compagnie sulla sinistra. Verso sera Castellini, accompagnato da Adamoli s'incontra col Caldesi, febbricitante, in una baita. Fra i due comandanti si discute sui modi e i tempi per arginare la discesa austriaca, ma i pareri sono discordi. Il Castellini sostiene che la zona di Vezza è la migliore per tentare l'estrema difesa, mentre il Caldesi preferisce i dintorni di Incudine, dove già esistono trincee e fortificazioni. I due comandanti non si capiscono: per capriccio personale, valutazioni diverse, gelosie, diversi ordini impartiti ad ognuno. Il Caldesi ordina al tenente garibaldino Malacrida di abbandonare Vezza, ma il Castellini gli impone di tornare indietro. I nemici ormai sono di fronte: 1740 soldati, 160 volontari e 6 cannoni. La notte tra il 3 e il 4 luglio il generale von Albertini fa ammassare le truppe su Vezza d'Oglio. Il Caldesi ordina alla compagnia Malacrida e al distaccamento delle "Guardie" di ripiegare su Incudine. I garibaldini si ritirano e Castellini decide di agire da solo coi suoi bersaglieri. Una compagnia riceve l'ordine di salire a sinistra la china, verso Grano, ma solo quindici soldati (tutti trentini avvezzi ai monti) riescono a raggiungere il posto fissato mentre gli austriaci attendono più in alto in numero di 1800 uomini. In posizioni sfavorevoli, senza artiglieria di appoggio, 600 volontari con alla testa il maggiore Castellini partono all'assalto e vengono respinti. Alla fine rimane l'amaro di un'impresa improvvisata e avventata e, più che un'impressione, come scriveva a distanza di quattro anni Bortolo Rizzi, di un esito sfavorevole avvenuto «per imperizia di chi comandava e non per viltà dei militi: ché i pochi, i quali ebbero l'onore di battersi, mostrarono uno straordinario coraggio. E gli stessi ufficiali austriaci, i quali dopo il combattimento fecero fermata di più ore in paese, ebbero a dire, per l'onor del vero, che i militi garibaldini avevano combattuto coraggiosamente quali leoni; ma che li stessi eran male diretti, e che avevano riconosciuto imperizia negli ufficiali stessi».


Abbandonata dalle truppe italiane, Vezza rimase in balìa di se stessa subendo sette scorrerie nemiche, fra le quali una del 16 luglio che vide la requisizione da parte austriaca di 800 litri di vino. Come segnalava il Comune nel 1870 oltre ai danni quantificati in lire 5772,30 sia per le scorrerie che per la battaglia, altre spese erano dovute alla permanenza delle truppe volontarie italiane per sussistenza, mezzi di trasporto, lavoranti, e ricovero, vitto, cura medica, medicinali ed assistenza ai vari feriti dei suddetti volontari. «Tacciasi poi, sottolineava i sindaco, le vessazioni sofferte, ed i timori avuti e recati a tutta la popolazione». All'appello la Deputazione provinciale venne incontro al Comune con un sensibile prestito di lire 3000 e, nel 1872, con l'esonero degli interessi anche in vista delle somministrazioni di viveri alla 2ª compagnia del 4° Reggimento volontari.


A ricordo della battaglia il 27 luglio 1873 veniva inaugurato un monumento ai caduti promosso dal cav. Federico Toni. Sul fianco del piedestallo che prospetta la piazza, si leggono le parole «Ai Volontari - Qui per la patria caduti - Li IV Luglio MDCCCLXVI» ed a tergo quest'altre «Commilitoni ed Amici - Posero - MDCCCLXXIII». Sul fianco a destra si leggevano su di una tavola in legno i nomi seguenti «Magg. Nicostrato Castellini - Sottot. Prada Achille - Capor. Ongaro Luigi - Vol. Fabisco Emilio - Magri Emilio - Miotti Antonio - Pasina Giovanni - Zoppini Gioacchino - Ciani Beniamino». Sul fianco sinistro, su di una tavola eguale alla predetta, si leggevano gli altri nomi «Cap. Frigerio Antonio - Serg. Mascheroni Paolo - Vol. Carulli Carlo - Zecchini Giuseppe - Morandini Ferdinando - Premoli Giuseppe - Berti Oreste».


La minaccia di una nuova epidemia di colera nel maggio 1867 spinse alla creazione di un cordone sanitario intorno al paese; mentre nel 1884 sotto un nuovo incubo dell'epidemia venne trasformata in lazzaretto l'ex chiesa di S. Sebastiano. Lazzaretto che, ristrutturato in forma migliore, servì nel 1900 in una minacciosa epidemia di vaiolo. Quasi contemporaneamente il paese fu attrezzato di una pompa per disinfezioni.


A lungo, ma specialmente nella seconda metà del sec. XIX, Vezza fu il più importante centro dell'alta valle dopo Edolo, centro di servizi anche per altre comunità. Tra l'altro oltre che di un Consorzio sanitario fu sede dagli anni '60 di un Consorzio fiscale, o ufficio esattoriale dove gli abitanti dell'alta valle si recavano a pagare le imposte. Anche quando il Consorzio venne trasferito a Pontedilegno a Vezza rimase l'esattoria. Vezza fu inoltre sede notarile, che poi venne soppressa nel 1914. Dal 1866 per una ventina d'anni venne attivata una scuola serale per adulti. Tra il 1880 e la fine del secolo funzionarono in paese anche alcune scuole private i cui corsi si svolgevano nelle abitazioni dei maestri. Queste scuole furono almeno tre, come risulta dalle autorizzazioni concesse dall'ispettore scolastico agli insegnanti Marianna Occhi (6 gennaio 1881), Bartolomea Mondini (14 maggio 1881) ed Emilio Ameraldi (13 ottobre 1898). L'esigenza di una più salda istruzione si coniugava con una crescente emigrazione, specie di muratori, tagliapietre, carpentieri, scalpellini, diretta soprattutto su Montevideo e Buenos Aires. Tra i pionieri i Gregorini, i Ferrari, gli Occhi, gli Orsatti, i Bonavetti, i Poli, ecc. Tra questi Martino Gregorini (v., 1836-1898) riuscì ad aprire cave di granito pregiato a Sierra Chica, in Argentina.


Lento l'ammodernamento del paese. Solo negli anni '80 vennero tolte due ripidissime rampe che si trovavano a due e a un km. a S del paese sulla strada "nazionale". In compenso nel 1886 i dati statistici del circondario di Breno sottolineavano che Vezza godeva di «buona e sufficiente» acqua potabile, che «molte case hanno latrine e le vie per la più parte sono munite di fogne». «Esiste, si legge nei giornali del tempo, il cimitero, una farmacia, un medico condotto ed una levatrice. Non vige nessun regolamento, né d'igiene, né di polizia mortuaria. Nel solo quinquennio furono 183 i vaccinati, 94 i visitati per la leva militare e 27 i riformati. Una sola volta vi apparve il colera». Suscitava invidia la fiera di Vezza d'Oglio, contro la quale nel 1891 sollevarono reclami i comuni di Temù, Pontagna e Villa d'Allegno. Reclami che ebbero eco nel Consigli provinciale e contro i quali la spuntò Vezza che poté tenere la fiera il 27 agosto.


Anche per le rimesse degli emigranti, intanto, si andavano moltiplicando segni di progresso. Sulla fine dell'800, grazie ad immobili lasciati da un Bertoletti, venne fondato l'asilo infantile affidato alle Suore di Maria Bambina. Nel 1895, su progetto dell'ing. Emanuele Pedercini, veniva sistemata la scuola elementare e nell'aprile dello stesso anno vennero disseppellite e raccolte le ossa dei caduti della battaglia del 1866 (5 garibaldini della 2 compagnia e 14 bersaglieri del II battaglione) e nel luglio deposte in una cripta ossario nel cimitero. Nel 1897 venne posto con urgenza il problema dell'acquedotto di acqua potabile che venne affrontato nel 1899 con la creazione di due fontane (la "Misa" e la "Motoline"), mentre continuava a pesare la ricorrente impraticabilità della strada nazionale a causa di frane. Nel 1899 per iniziativa di Giuseppe Gregorini e Martino Ferrari veniva costruita, sotto la direzione dell'ing. Negri dell'Aprica, una centralina elettrica sul torrente Valgrande che il 28 gennaio 1900 illuminò strade e case e che servì poi anche Vione e Temù.


Gli inizi del '900 segnarono anche un certo sviluppo turistico. Nel 1910 si contano 4 esercizi alberghieri, o meglio locande, con 42 camere e viene costruito un albergo vero e proprio della famiglia Ferrari. L'anno dopo Vezza è sede di un convegno per il lancio del turismo in alta Valcamonica.


Frutto anche dell'emigrazione e dello sviluppo turistico fu il risveglio politico della zona. All'orientamento liberale predominante si andavano infatti accompagnando fermenti di socialismo e del movimento cattolico. Ai primi del '900 venne fondata la Società operaia di M.S. che nell'aprile 1904 inaugurò la propria bandiera. Ne fu principale promotore don Faustino Petroboni e raccolse numerosi soci anche nei paesi vicini. Don Faustino aprì una scuola professionale per falegnami nella zona dell'attuale sede della scuola media; nel 1919 la scuola fu trasferita sotto la segheria comunale, distrutta poi dall'alluvione del 1987. A don Petroboni si deve anche, tra la fine del 1908 e gli inizi del 1909, la fondazione della Banda Musicale che ebbe quale primo maestro Martino Occhi. Sciolta nel 1915 causa la guerra, venne richiamata in vita nel dopoguerra dallo stesso don Petroboni e affidata al maestro Castelverde. Non mancano nuovi momenti di panico. Sulla fine dell'aprile e gli inizi del maggio 1900 un individuo, di ritorno da pochi giorni dall'Egitto, muore di vaiolo nero, seguito subito dopo da una seconda vittima; ciò che richiamò subito sul posto il medico provinciale. È appena svanita la paura del vaiolo che ricompare quella dell'incendio. Nel settembre 1904 ne scoppia uno furioso a Davena che, fatta eccezione della chiesa e di quattro case della periferia, distrugge tutta la frazione gettando sul lastrico 14 famiglie e con danni calcolati a 60 mila lire. Il 6 gennaio 1911 scoppia un nuovo «formidabile incendio» in frazione Grano distruggendo sette case e lasciando sul lastrico 14 famiglie.


Nell'agosto 1911 una nuova alluvione del torrente Valgrande minaccia l'abitato del paese per cui, su progetto dell'ing. Luigi Serini e dell'ing. Emanuele Pedercini, vennero presentati progetti di sistemazione del torrente. Negli stessi anni la popolazione di Vezza veniva coinvolta di riflesso nelle grandi imprese idroelettriche dell'Adamello. A Vezza venne posto un idrometro in grado di misurare un bacino di kmq. 267,8.


Un diversivo viene costituito dalla commemorazione della battaglia del 1866 tenutasi il 4 luglio 1906 presenti ancora numerosi superstiti, commemorazione che ebbe uno strascico a dir poco sorprendente. Infatti il procuratore di stato di Trento, Dacini, iniziò un procedimento giudiziario nei riguardi dei trentini residenti a Milano, i conti Martini di Riva, per aver partecipato alla manifestazione ed aver deposto sul monumento una corona con nastro la cui scritta era ritenuta offensiva all'Austria ingiungendo alla gendarmeria «del luogo» di sequestrare i possibili corpi del reato.


La guerra mondiale colpì a fondo il paese trovatosi nelle immediate retrovie e quindi in prossimità del fronte. A Vezza venne però posta una sezione staccata della Sussistenza e si può dire che tutta la popolazione, comprese le donne e i bambini, venne mobilitata nelle opere di difesa e nei rifornimenti alle truppe e perciò, anche se poco pagata, riuscì quanto meno a barcamenarsi. I caduti in guerra furono 17 e ad ogni caduto venne dedicata una piccola lapide ai piedi di ogni pianta nel giardino antistante il complesso scolastico. Alla guerra si aggiungono nuove calamità: un nuovo incendio sviluppatosi nel tratto del paese sottostante la strada provinciale distrugge sei case. Nel 1926 un'alluvione distruggeva pinete in località Paghera-Ortiche.


Agitato è il dopoguerra anche sul piano politico. Nel novembre 1919 vede l'affermazione della lista dei combattenti, ma sono poi i socialisti e i cattolici a contendersi i voti. Se attivi sono i primi, i secondi non mancano di rispondere con la fondazione, nell'agosto del 1919, della sezione del Partito Popolare Italiano. Contemporaneamente, nel 1919, le due realtà politiche creano due cooperative di consumo: la "San Martino", i cattolici, e la "Cooperativa del Popolo", i socialisti. Tuttavia a distanza di pochi anni alla fine prevale, come quasi dovunque, il fascismo, la cui sezione viene fondata nella primavera del 1921 da Pietro Ferrari, il quale il 19 marzo e il 14 agosto dello stesso anno sostiene, con i figli Atlantico e Victor, duri scontri con i socialisti del luogo. Tuttavia solo nel 1925 il prefetto interverrà a sciogliere il circolo operaio. Più volte venne aggredito il fascista Giuseppe Beltrametti di Brescia, che aveva fatto di Vezza la base per ricerca di munizioni sui campi di guerra da fornire alle squadre fasciste di Brescia e di altre città. Ormai padrone del campo, il fascismo locale poteva, nel luglio 1923, inaugurare il proprio gagliardetto assieme al parco della rimembranza. Nello stesso anno veniva fondato il gruppo alpino e, in ottobre, per iniziativa del rag. Michele Morsero veniva costituita una sezione combattenti.


Le risorse che spingevano ad un progresso economico sociale Vezza e tutta l'alta Valcamonica vennero dalle grandiose opere idroelettriche che durarono decenni nella zona Adamello e che negli anni Venti trovarono un riscontro diretto nei grandiosi lavori di derivazione del fiume Oglio per raccogliere le acque dei torrenti Val Paghera e Valgrande, convogliate nel canale principale mediante un ardito sifone. Grazie poi alle cessioni da parte della Società Elettrica Cisalpina di 25 cavalli HP a cui se ne aggiungono altri nel 1938 da parte della Soc. Elva, il comune riscuote un canone annuo di £ 3250 e la concessione dell'illuminazione pubblica gratuita. L'economia del paese ha così un rilancio di rilievo. Scomparsa quasi del tutto la disoccupazione, viene abolita la tassa di famiglia e vengono intraprese sulla fine degli anni Venti opere pubbliche di rilievo, che continuano per gli anni Trenta. Nel 1929 viene avviato il rimboschimento delle località Paghera-Ortiche colpite dal ciclone dell'autunno 1926. Il 28 ottobre 1930 vengono inaugurati la Casa del fascio e il Caseificio comunale dotato del più moderno macchinario. Negli anni '30 vengono costruite malghe e stazioni per l'alpeggio del bestiame in Val Bighera, Val Grande, sul monte Pornina ecc., viene ampliato il cimitero di 139 loculi e con una cappella dedicata ai caduti di guerra dal 1866 al 1915-1918. Viene inoltre costruita una caserma capace di alloggiare 400 soldati, una colonia (attuale sede delle scuole medie) e allestiti campeggi specie della G.I.L., mentre è alquanto deludente lo sviluppo turistico. Le 42 camere del 1910 diventano 69 con 110 posti letto, le locande da 4 diventano 6. Nell'albergo Ferrari si tengono anche mostre d'arte come quella del pittore G. Nino Ramorino nell'agosto 1930. Il paese poi si avvantaggia nel 1933 della presenza di un campeggio estivo del battaglione minatori e zappatori del III Genio, i quali in breve tempo restaurano e completano strade ex militari, costruiscono l'acquedotto a Tu lasciando sul posto un singolare monumento (ora distrutto) consistente in due bastioni di granito armato, di una torretta e della ruota di un velario di riflettore con le parole di Mussolini: «Quello che il badile incide sicuro il moschetto difende».


La seconda guerra mondiale volle nuove vittime: 22 caduti ed 11 dispersi dei quali 9 in Russia. Ma Vezza d'Oglio visse mesi di passione particolarmente dal settembre 1943 all'maggio 1945. Proclamato l'armistizio, il curato don Mario Marniga apre la sua casa agli sbandati, che presto diventa ritrovo dei ribelli antifascisti della zona e punto di riferimento delle staffette per le Fiamme Verdi della Val di Corteno. È in casa di don Marniga che nell'agosto 1944 vengono confezionati fazzoletti verdi per i ribelli con rotoli di stoffa tinti dalle suore dell'asilo di Incudine.


Nel settembre 1944 viene svaligiata di coperte, lenzuola e materiale vario di cucina la colonia G.I.L. Nell'ottobre si costituisce una squadra mobile partigiana al comando di Elio Ferrari e alle dipendenze del comandante di zona e che opera al Tonale e in alta Valle. Nello stesso mese truppe tedesche rastrellano le case (salvo quella del curato Marniga, detta Casa del Rettore, dove è nascosto un partigiano ammalato), compiono arresti e il 10 ottobre 1944 bruciano cascine in località Boron. Nella colonia prendono stanza militi della II compagnia del 63° battaglione della Tagliamento. Su tale presidio il 25 ottobre 1944 trentun partigiani al comando di Tosetti compiono, partendo dal Mortirolo, un colpo di mano senza che vi sia decisa risposta. Il 30 marzo 1945 un aereo alleato mitraglia un autocarro e ferisce una persona. Nell'aprile 1945 Vezza d'Oglio è presidiata da 150 uomini delle SS tedesche che alloggiano nella colonia, all'Albergo Ferrari e all'Aviolo. Alla fine, due furono i partigiani caduti: Bortolo Occhi e Giuseppe Spiritelli. Finalmente il 1° maggio 1945 le Fiamme Verdi occupano Vezza catturando parecchi tedeschi sbandati e molto materiale.


La ripresa democratica è nei primi anni lenta. Le elezioni comunali del 1946 vedono la prevalenza di una lista liberale che presto lascerà il posto alla D.C. presente poi per decenni. Mentre si avvia lentamente il turismo, Vezza diventa un centro di soggiorno incentrato su "colonie" per bambini e giovani e di campeggi giovanili. Il turismo in generale trova una spinta con la creazione nel 1960 della Pro-Loco. Nel 1959-1960 viene istituito un corso preparatorio per edili dell'Istituto professionale di Stato di Breno che nell'anno seguente diventa una sezione trovando sede anche come convitto in una casa di proprietà della parrocchia e poi in una struttura propria. Il 3 settembre 1961 vengono inaugurate la nuova sede comunale, la scuola muratori, la sezione dell'Istituto professionale di Breno e l'acquedotto, mentre la piazza di nuova costruzione antistante il nuovo Comune (ex Villa Gregorini) viene intitolata a Giovanni Andrea Gregorini. Si accentua il progresso economico e si chiude l'emigrazione suggellata a Sierra Chica in Argentina con la dedicazione di una via a "Vezza d'Oglio".


Nel 1971 nuovo impulso al turismo nasce con l'istituzione della baita del turista, col parco giochi per bambini, con la pista di pattinaggio estivo, con lo skilift di Val Paghera costruito dalla società SITES, ecc. che, benché assegnato ufficialmente alla serie B turistica, viene sempre più frequentato ed apprezzato. Nell'ambito dell'Oratorio nasce nel 1971 l'Unione Sportiva che si impegna nelle più diverse discipline sportive. Nello sport amatoriale hanno avuto notevole rilievo alcune manifestazioni. Dal 1978 viene organizzata la marcia "Su e giù per la Valcamonica" per 22 km. da Vezza d'Oglio a Temù. Tenace è l'attività del Gruppo Alpini impegnato, tra l'altro, nel 1973 ad interventi e nel 1983 ad un completo restauro della chiesa di S. Clemente. Nel 1980 la D.C. viene sostituita da una giunta con sindaco repubblicano (dott. Sandro Milesi) e maggioranza socialista, comunista indipendente, cedendo poi nella nuova tornata elettorale alla D.C. (sindaco Antonio Orsatti).


Fruttuosi sono gli anni dal 1975 al 1980. Nel 1978 l'ex colonia milanese al centro del paese veniva trasformata in scuola media statale; negli stessi anni veniva realizzata la casa di riposo "Villa Quies"; dal 1985 al 1995: promossa la biblioteca comunale, sviluppate strade, fogne, acquedotti, parcheggi e la copertura del torrente Valgrande, creata sul torrente la centralina in località Cascatelle, ristrutturato l'ex municipio, costruita la seconda centralina elettrica in località Castellino, utilizzando l'acquedotto comunale. Attività complessa che non venne arrestata dalla grave alluvione del 1987. Oltre alle opere di ricostruzione venne presto avviato un ampliamento delle strutture di accoglienza e turistiche. Notevole lo sforzo in campo ecologico con lo sviluppo nel Parco di strutture protettive degli animali, del Corpo delle guardie ecologiche e la creazione di una sede decentrata del Parco Adamello. Nel 1982 veniva creato un canile per tutta l'alta valle.


Negli anni '90 vengono realizzati la palestra, un nuovo depuratore (per servire anche Temù, Vione, Pontedilegno), una piazzetta al centro del paese, l'ampliamento della rete d'illuminazione, ecc. Sul piano della animazione culturale è attivo il gruppo Folk di Grano che nel 1991 promuove un coro folcloristico diretto da Franco Lanfranchini e dal 2003 organizza "la Dona del Zuch", incontri annuali con gruppi folcloristici italiani e stranieri. Originali nuove iniziative vengono adottate anche in campo sportivo, come la costruzione nel 2000 di un centro europeo della pesca a mosca, di un incubatoio ittico, e, trapiantata dal Trentino, dal 2001 la riuscita "Ciaspolada (o Caspolada) al chiaro di luna", notturna camminata nella neve con le ciaspole nelle pinete che circondano Vezza d'Oglio.




ECCLESIASTICAMENTE Vezza appartenne alla pieve di Mù o Edolo. Un racconto, estratto da Alessandro Sina da un documento apografo datato 1032, nell'archivio parrocchiale di Incudine, narra di un sacerdote che, partendo dalla chiesa di S. Clemente di Edolo in tempi antichissimi, dapprima con un calice di legno e poi (per dono di Carlo Magno) con uno d'argento, avvolto in un mantello per non farsi riconoscere, vagava per l'alta valle, per raccogliere intorno al Sacrificio divino i cristiani sparsi ancora fra una popolazione pagana. Aumentato il numero dei cristiani, sorsero altre chiese fra le quali quella di S. Giorgio nel castro di Davena; tali chiese gravitarono poi su quella di Vezza.


Di pari passo con l'evangelizzazione camminò la carità. Forse la pieve madre di Cividate, o quella di Mù, promosse la costruzione a S. Clemente di un ospizio di pellegrini e viaggiatori poveri, mentre il monastero di Tours ne eresse un altro presso la chiesa di S. Martino. In particolare risulta nel 1299 la presenza in S. Clemente di un Obertus Bruxamontonorum come "conversus", custode della chiesa, titolo attribuito, appunto, ad un membro di una comunità che amministrava un ospizio per l'assistenza ai pellegrini e la cura degli infermi del quale rimane ricordo nell'attuale chiesa omonima. L'assistenza era affidata ai membri di una piccola comunità di uomini e donne seguenti una regola e chiamati conversi. Come ha sottolineato Alessandro Sina, richiama tale situazione il nome, che compare nei Registri della mensa vescovile di Brescia, «Obertus Bruxamontonorum, già citato, conversus ecclesiae S. Clementis» di Edolo la quale abbracciò una vasta zona. A parte il documento, probabilmente inventato nel sec. XVI per affermare la preminenza della pieve sulle parrocchie dell'alta valle, sembra probabile che i primi annunzi di evangelizzazione siano giunti prima dalla pieve di Cividate con la creazione di «loca sanctorum» (S. Clemente, S. Sebastiano, S. Giorgio). Si solidificarono poi attraverso l'opera del Monastero di S. Martino di Tours con la fondazione della chiesa di S. Martino sulla quale finirono per convergere le comunità di Incudine, Monno, Vione mentre quelle della valle più settentrionale si raggruppavano intorno a Dalegno.


Non esistono date di riferimento ma nel 1032, assieme ai vici o ai "castra" di Incudine, Vione, Monno è già in deciso sviluppo la comunità ecclesiastica di Vezza che fa da calamita sulle altre citate. Infatti in tale anno i fedeli, chierici e laici di Vezza, Incudine, Monno e Vione si presentano al vescovo Olderico, protestando che non se la sentono più di continuare l'obbedienza alla pieve di Mù e soggiacere, in particolare, all'obbligo di accedere ad essa nelle principali solennità, «seu in statutis et jeuniis» e ciò a causa della lontananza e le difficoltà del viaggio. Convinto da ciò, come scrive il vescovo portandosi a Vezza, vi consacrò la chiesa «di recente da essi fabbricata in onore di S. Giovanni Battista» nella quale concesse fosse collocato il Fonte Battesimale con la «licenza di battezzare solennemente neí giorni di Pasqua e di Pentecoste» nonché di potervi benedire e dispensare, nella festa delle Palme, i ramoscelli di olivo e così pure di celebrare le litanie maggiori, cioè le Rogazioni. Egli pose però la condizione che gli oli santi e le olive venissero ritirati dalla pieve. Concesse inoltre di poter celebrare in S. Giovanni Battista, fatta eccezione per quei sacerdoti obbligati a prestar servizio alla pieve nella settimana a loro destinata. Dal fatto che il vescovo Olderico stabilisca che i sacerdoti, i diaconi, i chierici abitanti a Vezza, Incudine, Monno e Vione sono tenuti ogni anno a celebrare nella chiesa di S. Giovanni Battista i divini misteri, probabilmente della settimana santa, con la necessaria illuminazione, prendendo il cibo in comune nella casa canonica, Alessandro Sina evince che il vescovo avesse voluto dare al clero di Vezza una forma collegiale o canonicale quale esisteva nella pieve.


Dai documenti citati rimane il dubbio del ruolo della chiesa di S. Giovanni Battista, ruolo che soverchia quello della chiesa di S. Martino tanto da essere considerata a Vezza come l'antica parrocchia. Ma Alessandro Sina propende a credere che «non sia stata questa la chiesa consacrata nel 1032, ma sibbene quella che sorgeva anticamente sul luogo dell'attuale parrocchia. Primieramente faccio notare che il privilegio di Olderico I quale oggi noi possediamo, è una copia o meglio un estratto, e non completo, che ne ha fatto il vescovo Guala nel secolo XIII in una conferma che dello stesso ne fece. Tanto è vero, che non è ricordata in esso la quarta [di decima] concessa alla chiesa di Vezza da Olderico, mentre la troviamo nella conferma del vescovo Adelmanno. Di più, in quest'ultima, che risale alla seconda metà del secolo XI è detto che la quarta di Vezza è stata concessa in onore di S. Martino, S. Giovanni e S. Gaudenzio. Infine, in quella del vescovo Giovanni da Fiumicello si afferma che il privilegio di Olderico fu concesso in favore della chiesa (non delle chiese) di S. Giovanni e S. Martino di Vezza».


Nel 1194 il vescovo Giovanni da Fiumicello richiama il privilegio concesso dal vescovo Olderico alla chiesa di Vezza di S. Giovanni B. e di S. Martino di riscuotere la quarta di decima della pieve assieme alla facoltà elargita al prete Giovanni Oprandi e ai suoi confratelli della chiesa di S. Martino. La conferma precedente a questa del vescovo Adelmanno e quella seguente del vescovo B. Guala, secondo il Sina, data l'insistenza, indicano l'insorgere di contrasti e di rivendicazioni di autonomia da Vezza. Tali problemi portarono Vione (nel 1294 circa), Monno e Incudine (1310) a staccarsi da Vezza per essere di nuovo riuniti alla pieve di Mù, la quale non solo rientrò nel diritto di riscuotere la quarta nel loro territorio, ma ebbe anche il dovere di inviarvi il suo clero per l'assistenza religiosa. «Vezza - annota il Sina - dopo il distacco delle filiali pare sia rimasta con poco clero composto dal parroco, da un diacono e da un chierico, come fanno supporre i due chiericati dei quali ricorre memoria fino al sec. XVII». Anche di Vezza non conosciamo per alcuni secoli XIII-XIV che nomi di parroci; sappiamo che non sfuggì alle costanti del tempo.


In un documento del 19 febbraio 1300, a Vezza viene investito don Ombono (od Omobono) di beni della curia vescovile destinati ad aumentare il beneficio parrocchiale. Verso la metà del sec. XV anche il beneficio parrocchiale di Vezza passò per qualche tempo in mano a un commendatario quale Angelo Lipomano, patrizio veneto e parente dei due vescovi Lipomano di Verona e di Bergamo, che si fece sostituire da preti mercenari dei quali non sono rimasti ricordi. Nonostante ciò, come risulta dalle visite pastorali, il prestigio della parrocchia, già grande, crebbe nella seconda metà del sec. XVI tanto che il rettore di Vezza, Francesco Panigata (1550-1599) ,viene, dal vescovo Bollani, nominato vicario foraneo di una vasta zona, limitata soltanto alla fine del sec. XIX dall'istituzione della Vicaria di Pontedilegno.


Gli atti della visita del vescovo Bollani del 16 settembre 1567 offrono un interessante spaccato della vita ecclesiale e religiosa di Vezza. Da essi si rileva come alla parrocchia di S. Martino e S. Giovanni Battista sia unita la chiesa di S. Giorgio in Davena, che in S. Martino vengono amministrati i sacramenti e alla stessa chiesa è stato unito il "chiericato" di S. Clemente per la celebrazione di una messa quotidiana. Colpisce la presenza alla visita pastorale del «massimo» numero di partecipazione degli abitanti, presenza che verrà rilevata anche nelle visite seguenti. Mons. Pilati, in visita il 18 settembre 1573 a nome del vescovo Bollani, rileva come la chiesa di S. Martino sia ancora obbligata a ritirare a Mù i rami d'olivo per la domenica delle Palme e degli olii santi il giovedì santo, così come al predicatore straordinario debbano provvedere, alla pari, la parrocchia e il comune. Significativa è la presenza delle Discipline che si dedicano, oltre tutto, ai poveri, quali la Scuola del Corpo di Cristo con 300 confratelli, la Scuola della Concezione della B.V. con altri 300 confratelli e proprietaria di 40 pecore che forniscono lana per produrre panni per i poveri. S. Carlo Borromeo trova la chiesa di S. Martino consacrata ma molto piccola. Ha tre altari: il maggiore, quello della Concezione e un altro senza titolo. Ha un beneficio, vi si celebra la messa parrocchiale e una messa quotidiana. Il cimitero è in regola, la sagrestia molto meno, mentre manca la canonica. Il sagrestano è stipendiato dal Comune.


P. Gregorio di Valcamonica segnala nei suoi "Curiosi trattenimenti", sulla fine del sec. XVI, un abate, Pasolini di Vezza: «con la sua virtù e merito resosi chiaro in Roma, e fattosi ben noto al pontefice, questi lo preconizzò vescovo; ma, mentre si disponeva per la di lui consacrazione, tolse il contento alla patria di vederlo con la mitra in capo». Era il 1589.


La cura delle chiese e la loro officiatura trova una documentazione abbondante negli atti delle visite pastorali. In S. Martino vi sono due benefici: uno goduto dal parroco, l'altro dai Padri Gesuati di Brescia. In quaresima funziona la Scuola della Dottrina Cristiana. Scrupoloso è l'inquadramento delle Discipline e Confraternite già registrate da Mons. Pilati sette anni prima.


Ma ciò che il Visitatore rileva è la necessità di una nuova chiesa parrocchiale secondo la "forma" dallo stesso prescritta, il cui presbiterio è a carico del parroco, mentre la popolazione viene impegnata a fornire il materiale e il suo trasporto ed il comune è obbligato al resto. Non solo, ma il popolo di Vezza è impegnato a edificare la casa parrocchiale, mentre la Confraternita del SS. Sacramento viene richiamata a versare entro sei mesi la somma disposta per la costruzione del nuovo campanile. Molti gli impegni richiesti per le altre chiese della parrocchia, ma un miracolo che si avvera è proprio il fatto che, a distanza di pochi anni, nel 1592 il vescovo G.F. Morosini ha la soddisfazione di consacrare la nuova chiesa.


I secoli che seguono sono contrassegnati da un'intensa vita religiosa che vede, tra l'altro, la fondazione nel 1641 della Confraternita di S. Filippo Neri e della chiesa a lui dedicata. Lo sviluppo delle confraternite è tale che nel 1702 assommano addirittura a sette (Disciplina, SS. Sacramento, S. Rosario, Corpus Domini, Immacolata Concezione, S. Antonio, S. Stefano) sorrette dalla presenza di un clero particolarmente attivo e stimato. Commovente è l'attaccamento dei vezzesi alla propria chiesa. Nel 1724 un gruppo di emigrati a Venezia donano alla loro chiesa parrocchiale un calice d'argento lavorato a sbalzo facendovi incidere: «1724. Fato con le elemosine». Come è stato ricordato, la carità cristiana trova i suoi nuovi capisaldi nel Monte di pietà attraverso legati, alcuni dei quali di grande portata quale quello di Pietro Antonio Zani (1750).


Cresce l'amore alla propria chiesa che viene di continuo abbellita e dal 1780 al 1786 riedificata, e consacrata il 14 maggio 1786. Nuovo riconoscimento alla parrocchia è nel 1776 con l'assegnazione del titolo di arciprete a don Martino Toccagni da parte del vescovo Nani.


Superata la crisi dei governi giacobino e napoleonico (1797-1816) che vide incameramenti dei beni delle Confraternite, la parrocchia è sempre più viva nel sec. XIX. Sotto i parrocchiati di don Giovanni Innocenzo Calegari e di don Giacomo Trotti la chiesa parrocchiale venne arricchita di opere in legno: pulpito (1819), banchi (1823), statue di S. Luigi (1829), trono della Madonna (1831), cattedra (1858), opere di Tommaso Petroboni di Vione. Fino alla metà del secolo vere folle si accalcano a Vezza per assistere alla rappresentazione sacra del Venerdì Santo. Deve invece di nuovo superare anni difficili nella seconda metà del secolo.


Tribolato particolarmente è il parrocchiato di don Giovanni Battista Occhi (1846-1884), al quale venne negato ripetutamente il placet governativo, anche se nel 1861 fu tra i parroci che celebrarono la festa dello statuto. In effetti fu al centro di vivaci polemiche che ebbero eco sui giornali quando, per contrastare la celebrazione del XX settembre, egli indisse nel 1886 la festa di S. Luigi con relativa processione, costringendo i liberali ad accantonare luminarie e spari. Sotto il parrocchiato di don Occhi Vezza d'Oglio fu una delle prime poche parrocchie in Valle che promossero, fin dalla seconda metà dell'800, un oratorio, sia pure in embrione, di Azione Cattolica, ospitato nella casa del rettore con una sala di adunanze e giochi di bocce.


Sei anni di parrocchiato bastarono a don Giuseppe Sinistri (1884-1890) per lasciare un ricordo molto vivo. Nel 1885, aiutato dalle sorelle Girelli e con approvazione, nel maggio 1866, del vescovo mons. Corna-Pellegrini, promosse l'erezione dell'oratorio femminile che trovò sede presso l'asilo. Per 43 anni, dal 1891 al 1935, durò il parrocchiato di don Faustino Morandini. Ricercato predicatore di Missioni al popolo colto, curò in particolar modo la Dottrina Cristiana. Non tenendo conto di quanto nel giorno dell'ingresso le autorità locali, di stretta osservanza liberale, gli avevano detto nel brindisi: «Vos benedicere et praedicare, nos regere et gubernare», promosse con fermezza il movimento cattolico, contrastò liberalismo e socialismo, coltivò le associazioni cattoliche e nel 1900 promosse un'attiva Società di mutuo soccorso cattolico. Nel 1896 provvide al restauro e alla decorazione della chiesa parrocchiale. Ebbe anche la fortuna di avere la collaborazione di ottimi sacerdoti.


Dal 1895 fu, per mezzo secolo, cappellano a Vezza don Faustino Petroboni che prestò «umile e premuroso servizio» in parrocchia e nelle frazioni, senza risparmiarsi. Nel primo dopoguerra fondò una scuola di falegnameria e la banda musicale. Osteggiato dai liberali del tempo, subì, nel dicembre 1920, l'accusa di aver sobillato la popolazione contro il segretario comunale, accusato a sua volta di osteggiare le sue iniziative e per questo insultato e percosso. Venerato fu particolarmente a Cormignano dove celebrò per 40 anni «curatore di anime e di corpi» anche per la sua conoscenza della medicina. Nel primo decennio del secolo ospitò nella vasta canonica personalità di spicco del movimento cattolico, quali Giuseppe Toniolo, mons. Gian Domenico Pini, Vico Necchi, ecc. Nella canonica vennero elaborati importanti documenti e statuti riguardanti le associazioni cattoliche e specie negli anni '20 Vezza divenne centro per la formazione di catechisti, di membri dell'azione cattolica, ecc. Lungo 34 anni e fruttuoso fu il parrocchiato di mons Giovanni Battista Stefanini (1935-1969). Di forte personalità e ascendente come il predecessore, fu infaticabile predicatore di Missioni al popolo e nella cura d'anime; guidò la comunità con fermezza durante la guerra e la ripresa in un'attenta opera di promozione religiosa e sociale. Per suo interessamento Vezza ebbe una scuola di avviamento e la costruzione dell'oratorio e della casa di riposo per anziani. Venne eletto per molti anni presidente dell'ECA. Nel 1969 rinunciò alla parrocchia per morire, l'anno appresso, a Corteno, sua patria. Dal 1969 la parrocchia è guidata da don Maffeo Paini. A lui si deve un'intensa opera di accostamento pastorale ai parrocchiani e ai turisti, in continuo aumento, restauri alle chiese fra le quali, dal 2001, quello della parrocchiale.




CHIESA PARROCCHIALE DI S. MARTINO. Alessandro Sina sostiene come «non è azzardato ritenere che la chiesa sia una delle cappelle sorte nella valle alla fine del sec. VIII, o poco dopo, per opera del monastero di S. Martino di Tours». Lo stesso Sina pensa che sia stata poi riedificata agli inizi del sec. XI, dopo di che non si hanno notizie fino al sec. XV. Infatti, nel 1459 mons. Vanzo, nella sua visita in Valcamonica, annota di avervi visitato il SS. Sacramento «riposto in un'ancona dell'altare maggiore in un tabernacolo di avorio con una lampada accesa.


Un secolo dopo mons. Celeri, nella sua visita del 1578, descrive la chiesa «non molto ampia con una loggia», il presbiterio a volta mentre il resto della chiesa è soffittato. Le pareti per la maggior parte sono dipinte e il pavimento è in legno. Sulla facciata è aperta una finestra, mentre sui lati si aprono due usci. Dietro l'altare maggiore vi è una «icona elegantissima con statue indorate», sull'altare vi sono due angeli indorati. Oltre l'altare maggiore vi sono altri due altari laterali, l'uno dedicato all'Immacolata Concezione che ha un'icona con statue «indorate»; il secondo dedicato a S. Antonio abate. La torre è particolarmente elegante. Osservando come i fedeli di Vezza ammontano a 1600, il visitatore sottolinea il bisogno che la chiesa venga ampliata, per dare loro «maggior agio». È ciò che ribadisce S. Carlo Borromeo nel 1580, affinché la chiesa venga edificata secondo le regole prescritte.


L'impegno della ricostruzione venne eseguito e nel 1592 il vescovo card. Morosini provvide a consacrare la chiesa assieme all'altare maggiore nel quale furono deposte le reliquie del S. Sepolcro, di S. Gregorio papa, di S. Apollonio vescovo di Brescia, di S. Margherita e di altri santi. Nella chiesa vennero ricollocati inoltre gli altari dell'Immacolata e di S. Antonio abate e continuamente abbellita con tele del Cossali, del Galeazzì e di altri e negli anni '40 del sec. XVIII del bellissimo altare maggiore. P. Gregorio di Valcamonica nel 1698 sottolineava «considerevole» l'altare della Madonna adorno di una pala del Palma «e per il gran concorso delle genti a venerare quella miracolosa regina dei cieli».


Con testamento del 5 novembre 1750 il nob. Pietro Antonio Zani, oltre che provvedere a dar vita, come si è detto, al Pio Luogo Elemosiniero della Misericordia, disponeva che, per cinque anni, prima di attingere ai beni da lui lasciati per i poveri e gli infermi si potesse disporre dei capitali per la ricostruzione e l'abbellimento della chiesa di S. Martino specificando che doveva essere fatta tutta a nuovo dal coro in giù e ornata con stucchi e altre opere d'arte. Richiedeva inoltre che gli altari nella nuova chiesa fossero ancora dedicati alla Madonna e a S. Antonio.


L'attuale chiesa venne edificata a partire dal 1780 per iniziativa del parroco don Martino Toccagni e grazie ai lasciti del nob. Pietro Antonio Zani e di altri benefattori e condotta a termine nel giro di sei anni nel 1786. Come si legge in un'epigrafe murata nella parete in cornu Evangelii del coro, appena finita venne consacrata il 14 maggio 1786 dal vescovo mons. Nani che fissò il ricordo della dedicazione alla seconda domenica di maggio. Grandi restauri ed abbellimenti vennero compiuti nel 1896, quando la chiesa venne affrescata e decorata. Ultimi i restauri del 2001 su progetto dell'arch. Luca Morandini. «La facciata, come hanno scritto G.S. Pedersoli e M. Ricardi, si presenta a tre ordini, suddivisi da modanature aggettanti con tettucci di tegole: pentapartita da lesene, terminate da modanature addentellate. I due riquadri laterali sono ripiegati ad ala e recano specchiature segnate da longanature. Il riquadro centrale è più ampio dei collaterali che presentano due finestre simmetriche ad arco a pieno centro: bello il finestrone con cornici mistilinee in marmo di Vezza e terminato da una cimasa, mentre le specchiature collaterali hanno nicchie vuote: il timpano mistilineo ha tre pinnacoli, sormontati da croci in metallo con bandiere inastate e racchiude una lunetta con un affresco riproducente la "Decollazione di S. Giovanni Battista" (di ignoto). Reca la scritta: "DEO NVMQUAM SATIS" (Per il Signore non si fa mai abbastanza)». Nella ricostruzione è stato pure conservato il magnifico portale dell'ingresso maggiore, di forme classico-rinascimentali in marmo chiaro, datato 1584 con formelle finemente lavorate. La base è di granito, il resto è in marmo bianco di Vezza d'Oglio. Reca la scritta su un'unica riga: «DEO OPT. MAX BEATO MARTINO AC ÕI CVRIAE CELESTI» (a Dio Perfettissimo e Grandissimo, a S. Martino e a tutta la corte celeste).


L'interno è ad unica navata a pianta longitudinale divisa da piloni alternati a quattro cappelle laterali e con coro rettangolare coperto a botte. La navata è dominata nella volta da un grande affresco di Cesare Bertolotti, raffigurante la "Gloria di S. Martino" (1896). Sono dello stesso pittore i medaglioni (1896) del coro raffiguranti la visione, la predicazione e la morte di S. Martino. Le decorazioni sia della navata che del presbiterio, sempre del 1896, sono di Angelo Cominelli (v.).


Entrando, sulla destra il primo altare è in legno intarsiato, adorno di una tela molto apprezzata, dei primi anni del sec. XVII, raffigurante la Madonna con tre santi e due religiosi con l'ancona contornata dai Misteri del Rosario. Popolareschi e di scarso pregio, ma di una certa efficacia, sono gli affreschi delle pareti e della volta.


Il secondo altare di destra è adorno di una discreta tela secentesca raffigurante la Madonna col Bambino e l'Angelo custode. Sopra il confessionale una "Natività del Battista" richiama il nome del Cossali o comunque di un valido artista della fine del sec. XVI o dell'inizio del XVII.


Il terzo altare di destra ha una bella ancona in marmo con doppio ordine di colonne e ai lati le statue di S. Domenico e S. Caterina da Siena.


Particolarmente ricco di opere d'arte il presbiterio che presenta, sullo sfondo, un'imponente ancona della scuola di Domenico Ramus e di G.B. Zotti. È divisa in due ordini architettonici sovrapposti, dei quali, come hanno scritto G. Vezzoli e P.V. Begni Redona ("Sculture lignee in Valle Camonica", p. 180), «l'inferiore è composto da basamento poggiante su grandi mensoloni; due gruppi di tre colonne con capitello corinzio affiancate delimitano la specchiatura centrale e sostengono la trabeazione sulla quale poggia l'ordine superiore. Ciascun gruppo di colonne è composto da due tortili decorate da racemi che affiancano una colonna a fusto liscio, ma molto decorata da vitigni, grappoli, putti e angeli. L'ordine superiore è dato da un basamento, due gruppi di colonne, una tortile decorata da rami e una a fusto variamente decorato, con capitello ionico, sorreggenti la trabeazione, senza timpano. Nella specchiatura centrale superiore, entro cornice trilobata, c'è la statua dell'Immacolata, con due piccoli angeli fuori la cornice; su basamenti collocati fuori delle coppie di colonne, a sinistra e a destra i santi Faustino e Giovita. Sulla sommità del fastigio: san Michele arcangelo che precipita il drago con altri quattro angeli; quattro angeli siedono sulla trabeazione del primo ordine. Su mensole sorgenti tangenzialmente alla base dei gruppi di colonne dell'ordine inferiore stanno le statue di san Pietro (a sinistra) e di san Paolo (a destra)». Nella specchiatura centrale è inserita «un'anconetta cinquecentesca, in funzione di pala, a forma d'arco trionfale composta da basamento, colonne decorate da rami intrecciati, pilastri con decorazione a candelabra, sottarchi a cassettoni e due busti in tondo di medaglia nella fronte. Contiene le statue del Cristo risorto (su basamento al centro) con ai lati san Giovanni Battista (a sinistra) e san Martino di Tours, titolare della chiesa (a destra). In alto, la colomba dello Spirito Santo e sette angioletti testina-ali». L'attribuzione alla piena maturità di Stefano Lamberti avanzata da Camillo Boselli (1951) è stata ribadita da A. Peroni (1963).


Notevoli, sulle pareti laterali del presbiterio, due grandi tele, autore il Bate, raffiguranti "Madonna e Santi con S. Martino a cavallo" nell'atto di dividere il mantello (a sinistra) e "Madonna e santi con S. Giorgio" in lotta contro il drago (a destra). Particolarmente bello è anche l'organo settecentesco.


Solenne e prezioso, ricco di marmi intarsiati e di figure uscite dalla bottega dei Fantoni (1775) è l'altare maggiore. Nel paliotto, pure opera dei Fantoni (1775) è raffigurato S. Martino a cavallo. Dalla bottega Fantoni (1767) sono usciti anche i due grandiosi angeli ad ali spiegate, in legno, che affiancano l'altare.


Scendendo sul lato di sinistra si incontra l'altare di S. Antonio. È dominato da una bella pala di Giovan Battista Galeazzi, raffigurante il Redentore con i SS. Stefano, Antonio abate e Rocco ed altri personaggi, firmata "Joannes Baptista Galeatius Brixiensi F.bat 1583". Al Cossali è attribuita la tela raffigurante lo Sposalizio della B.V. posta sul confessionale. Sopra il Battistero vi è una bella pala raffigurante la SS. Trinità, la Beata Vergine col Bambino e i SS. Giovanni Battista, Francesco, Carlo e Agnese firmata "Jacobus Palma". Proviene dalla chiesa di S. Giovanni Battista.


Il campanile cinquecentesco si presenta, come scrivono G.S. Pedersoli e M. Ricardi: «in conci di granito dell'Adamello, perfettamente lavorati; sopra una modanatura, la cella campanaria ad archi a pieno centro, chiusi da una balaustra, così come i quattro pinnacoli d'angolo sono collegati da una balaustra senza soluzione di continuità, mentre al centro si innalza una croce di metallo al di sopra di una palla metallica inastata».


CASA CANONICA. È attigua alla chiesetta dell'oratorio. Sulla facciata principale, due eleganti portali in marmo chiaro di Vezza. G.S. Pedersoli e M. Ricardi la definiscono «una vera e propria pinacoteca». Vi si ammirano, infatti, come essi sottolineano, «una "Natività di Gesù", bella tela del bresciano Vincenzo Schena, firmata e datata 1789; una "Madonna con Bambino e i SS. Martino e Clemente" del Galeazzi; una "Madonna con Bambino" di ascendenza cinquecentesca, bellissima nella compostezza dei colori e nella forma delle figure; e una "Madonna con i SS. Carlo e Francesco", di ottima fattura seicentesca. Si segnalano inoltre una "Crocifissione con i SS. Antonio e Martino", una "Madonna di Caravaggio", un "Sacrificio di Isacco": tutte opere del sec. XVII; dello stesso secolo è il frammento (strappato e riportato) raffigurante S. Clemente. Del secolo XVIII è, infine, la tela raffigurante l'Immacolata. Nell'atrio, sulla parete di fondo, tracce di affreschi settecenteschi; una croce dello scultore Calvelli».




CHIESE SUSSIDIARIE.




DISCIPLINA o CHIESA DELL'ORATORIO. Di semplice architettura, sorge a fianco della parrocchiale, sul lato destro: piccola costruzione del sec. XVI, poi rimaneggiata. Caratteristico è il portale in marmo chiaro, sopra il quale un modesto affresco di Gian Giacomo Gaioni, detto Bate, raffigura la "Madonna, i SS. Carlo Borromeo e Francesco d'Assisi, con le anime purganti". Sulla controfacciata, originalissima rappresentazione del sec. XVII, forse del Bate, della "Morte del giusto", con tutti i personaggi del dramma: il morente, la sposa piangente, la morte, il prete, l'angelo che s'appresta a portare l'anima in cielo, il diavolo scornato: una vera meditazione sul novissimo della morte.




S. ANTONIO DI P. A CORMIGNANO. La facciata della chiesa volta a mezzogiorno, domina dall'alto tutta l'alta Valle Camonica da Incudine a Pontedilegno. Alla chiesetta accenna il parroco in un relazione del 1818. Godeva di un capitale di 500 lire austriache per corrispondente numero di messe.




S. CLEMENTE. Sorge in felice posizione nei pressi della contrada Pedénole su un aereo poggio da dove lo sguardo spazia lontano lungo la valle e sui contrafforti dell'Adamello. L'ironia popolare dice: «Sè tè fé un gir à intoren ala ciesa de San Clemènt, al té pasa ogni tormènt». Significherebbe, infatti, morte sicura stante lo strapiombo di roccia sottostante la chiesa per chi vi gira intorno. Come ha sottolineato Gaetano Panazza, il campanile porta ancora i segni di una costruzione scomparsa risalente al sec. XII.


Come è stato scritto da Sina, con probabilità vi esistette un ospizio per pellegrini del quale vi sono ancora tracce in documenti del sec. XIII, mentre nel sec. XV il patrimonio dell'ospizio diviene «prebenda sacerdotale» con l'obbligo di celebrare nella chiesa i «divini offici», prebenda che rendeva «somarum 14 bladi, et librarum 40 planetarum» mentre, antecedentemente nel 1330 era stimata 16 fiorini. Dagli Atti della visita del Bollani (16 settembre 1567) sappiamo che vi esisteva un chiericato, con un reddito di venti scudi d'oro. Il vescovo, venuto a conoscenza della reale situazione della parrocchia e della mancanza di sacerdoti e di messe, ordinava che i rettori pro tempore di S. Clemente fossero obbligati a celebrare ogni giorno la messa nella chiesa parrocchiale, fatta eccezione della festa del santo e degli altri giorni che il parroco avesse creduto opportuno. Erano anzi obbligati a risiedere di persona nella parrocchia di Vezza ed a coadiuvare il parroco nell'amministrazione dei sacramenti e nella cura delle anime, secondo il giudizio del parroco stesso. E tale sottomissione doveva essere per sempre, altrimenti non avrebbe potuto tenere il chierico pro tempore. Il vescovo attesta che vi si celebrava nella festa del santo per devozione.


Il visitatore Pilati (18 settembre 1573) la dice consacrata e attesta che il reddito, sempre di circa venti scudi d'oro, viene computato nel reddito parrocchiale. Come al solito, più ampie notizie offre don Giorgio Celeri negli Atti della sua visita del 1578. La dice su un monte, anch'esso chiamato di S. Clemente; ha un campanile con una campanella; è piccola, con una loggia. Il presbiterio è a volta, il resto della chiesa è coperto solo di scandole di legno; ha una sola porta sulla facciata e alcune finestrelle. Il pavimento è di pietra. L'altare è consacrato, ha un'icona. È comodo al celebrante e provvisto di suppellettili (croce di legno dipinto e dorato, due candelabri di legno e due di ferro, un paliotto di lino dipinto e parecchie tovaglie). Il visitatore ordina che vengano intonacate le pareti. La parrocchia vi si porta processionalmente il giorno di S. Marco e il mercoledì delle ceneri e, inoltre, vi si celebra spesse volte l'anno per voto di persone singole e per devozione.


S. Carlo (1580) ordina che venga riparato il tetto e tutta la chiesa restaurata, spendendovi i venti scudi di reddito. Non vi si celebri fino a quando non venga rimessa in migliori e più decenti condizioni. Ciò venne eseguito entro pochi anni, come indica la data 1585 che si legge sun'architrave della porta principale.


Nella sua visita pastorale del 12 maggio 1593, il vescovo Morosini ordina che l'altare venga trasferito nella cappella e presbiterio appena costruito. Che si provveda in forma decente ad una nuova pala e si chiuda il presbiterio con una cancellata; si intonachino e imbianchino le pareti e si costruisca il pavimento.


Si può affermare che da questo momento S. Clemente non subì altre sostanziali modifiche, salvo abbellimenti e riparazioni o restauri parziali. Nel 1672 vi si celebravano messe per diversi legati, che il parroco diceva assommare a otto all'anno. Nel 1692 il vescovo visitatore ordina che venga scavata sul lato sinistro una fossa per togliere l'umidità che reca gravi danni alle pareti. Inoltre si restauri il tetto. Nel 1702 il vescovo M. Dolfin ordina che «si accomodi il tetto, così che non piova dentro».


Nel 1716 vi era una cappellania, sempre dedicata a S. Clemente, che comportava messa quotidiana. Al santuario si fanno processioni per «antica consuetudine» non solo la festa del santo, ma anche il giorno di S. Marco, nel primo giorno delle Rogazioni, nei giorni 23 e 28 novembre. Nel 1816 il parroco lo dice di jus publicum con rettore investito con bolla il «quale abita in Vezza come ad nutum del Parocho». Dalla metà del secolo XIX fino al 1940 nella chiesetta di S. Clemente veniva celebrata spesso la S. Messa festiva, soprattutto nella stagione estiva, per la comodità dei contadini abitanti nelle vicine frazioni di Dosso di sotto, Dosso di sopra, Molet e Pedenole. L'ultimo restauro radicale con lavori di consolidamento della chiesa e del campanile venne compiuto nel 1973 dai soci del Club Alpino Italiano, e dal Gruppo Alpini, dopo un lungo periodo di abbandono, salvo poche funzioni tenutevi in occasione della festa degli alberi. L'iniziativa fu presa dal capitano degli alpini Martino Occhi, insegnante elementare e sindaco di Vezza negli anni 1960, coadiuvato dagli alpini di Vezza e dalle offerte di tutta la popolazione. Nella seconda domenica di agosto 1973 fu festeggiato solennemente il termine dei lavori di ristrutturazione con l'intervento di sacerdoti, autorità, alpini e centinaia di valligiani. La chiesetta fu nella stessa occasione chiamata "S. Clemente degli Alpini". Della chiesa gli alpinisti e gli alpini hanno fatto quasi un loro sacrario e un museo. Da allora è ritornata meta preferita di molti anche tra i villeggianti e Vezza d'Oglio ha riacquistato il suo santuario.


Bell'esempio di architettura lombarda, riecheggiante forme comasche con un regolare paramento murario è il campanile, abbellito da bifore cigliate una a metà della costruzione, l'altra nella cella campanaria. La facciata è semplice, a capanna. Sopra la porta, in un riquadro, spicca ancora, anche se sbiadita, la figura di S. Clemente. Sul lato destro della porta una piccola finestrella, protetta da inferriata, reca ancora due fessure sul basamento in marmo bianco con le scritte: "Segala e Formento", per le offerte dei contadini del posto. Scrive il Canevali: «È opinione generale che queste costruzioni siano fra le più antiche della valle; e che in origine dovessero avere l'impronta dell'architettura lombarda, che infatti è tuttora spiegata e bella nel campanile; ... Nella chiesa invece sono conservate ben poche tracce della originale costruzione, causa le varie trasformazioni cui essa è andata soggetta».


L'interno, pur non vantando alti valori artistici, è suggestivo per affreschi, per tele e, soprattutto, per una importante bella ancona che racchiudeva una tela raffigurante il Santo, del Galeazzi, conservata oggi nella parrocchiale di Vezza d'Oglio. Affiancano l'ancona due affreschi raffiguranti S. Fabiano e S. Sebastiano. Il volto, a vela, con al centro lo Spirito Santo e con nelle vele, ripetuta, la figura di S. Clemente in diversi atteggiamenti, ha una sua suggestività alquanto popolaresca, ma viva. Sulla parete di destra sono affrescati l'Angelo Custode e, oltre la finestra, S. Carlo e S. Apollonio. Sulla parete di sinistra stanno le figure di S. Lucia, S. Martino, S. Margherita e S. Lorenzo.


Un elegante cancello in ferro battuto chiude il presbiterio, attribuito da qualcuno al maestro Giovanni Antonini da Vezza (seconda metà del '500). La navata, a volto con eleganti modanature, racchiude a destra una interessante tela incorniciata raffigurante l'Adorazione dell'Eucarestia, con alla sinistra S. Antonio, un santo con calice e serpe, S. Carlo; a destra, S. Francesco, S. Ignazio, S. Martino. A sinistra, ci sono due lapidi dedicate ai caduti e ai dispersi di Vezza d'Oglio ed inoltre cimeli di guerra che fanno del santuario anche un museo. Una tribuna domina la controfacciata. A conferma della devozione che la popolazione ha sempre avuto per questo Santuario, in un cassetto della sagrestia, rimangono molti ex voto, alcuni con semplici date (1803, ecc.).




B.V. DI LOURDES. Cappella dell'oratorio femminile. Era adorna di una statua della B.V. Addolorata, di Tommaso Petroboni, ora collocata nella parrocchiale.




SS. GIORGIO E MICHELE A DAVENA. Antichissima. Gli stessi due santi sembrano indicare l'origine di chiesa legata ad un qualche castello o fortificazione forse di origine longobarda. Senza dire poi che la leggenda ha tracciato intorno ad essa le sue volute fantasiose, fissate in una singolare lapide che sta sul pilastro di sinistra fra la platea e il coro e dice: «Haec. Ecclesia... svb titulo S. Michaeli ac Giorgi a Carolo Magno fuit visitata et decorata privilegio indulgentiarum ita ut qui istam visitat pro qualibet die Dominico aquirit indulgentiam. CML. Dece istorum annorum». È stato scomodato, dunque, niente meno che Carlo Magno e assieme a lui i famosi sette vescovi. Ma anche senza ricorrere all'imperatore e alla leggenda, la chiesa primitiva dovette affondare le sue origini in tempi lontanissimi. Di essa, tuttavia, non ci rimane quasi nulla, forse qualche pietra qua e là, perché nel '500 venne abbattuta per dar luogo ad una nuova costruzione.


Gabriella Ferri Piccaluga ha segnalato la chiesa come uno dei primi segni di rinnovamento architettonico in Val Camonica in epoca di Controriforma rilevando tra l'altro che «la limpida semplicità della facciata scandita da quattro snelle lesene poggianti su alti dadi e terminanti in capitelli tuscanici si conclude in una duplice trabeazione, interrotta e sormontata, in corrispondenza dei suoi due settori, da un arco ricavato nel timpano molto aggettante». La studiosa indica come probabile la presenza in Davena di Pietro Maria Bagnadore.


La chiesa è suddivisa in navata e presbiterio disposti in una forma detta "a cannocchiale" per portare lo sguardo al centro liturgico dell'altare maggiore. All'interno conserva l'originale pavimentazione in grezze lastre di marmo e il loggiato. Sulla parete di destra un ex voto rappresenta S. Giorgio ed un offerente. Nella volta del presbiterio, affreschi del tardo Ottocento. Bell'altare in legno, con soasa dorata e laccata.


Il convisitatore del vescovo Bollani, il 16 settembre 1567 la trova riedificata e non ancora finita. Non vi si tiene l'Eucarestia e non vi si amministrano i sacramenti. Il vescovo ordina le cose necessarie ad aumentare il culto divino, che si imbianchino e ornino le pareti, si faccia il pavimento e la porticina al campanile. Si orni l'altare con croce, candelabri almeno di legno dipinto, tovaglie e pallio. Si faccia la pala all'altare. La chiesa si tenga chiusa. Don Cristoforo Pilati, negli Atti della sua visita nel 1573, la dice consacrata assieme all'altare maggiore e che vi si celebra nei giorni di S. Giorgio e S. Michele. Il visitatore si limita ad ordinare soltanto un messale nuovo.


A lungo ne scrive, come al solito, don Giorgio Celeri nel 1578, negli Atti della sua visita. Appartiene in tutto alla parrocchia di S. Martino, è consacrata e il giorno della consacrazione è fissato al 2 settembre. Vi si celebra messa solenne nei giorni di S. Giorgio, della consacrazione, di S. Michele. Il terzo giorno delle Rogazioni vi si andava processionalmente a celebrarvi la messa per i defunti. La manutenzione spettava al parroco, mentre candele, ornamenti, ecc. venivano dalle elemosine. I paramenti, salvo il calice, venivano portati dalla chiesa. Le offerte fatte il giorno di S. Giorgio dovevano essere lasciate alla chiesa. Vi si celebrava inoltre per comunicare gli infermi nella zona, essendo distante dalla parrocchia, e nel cimitero si potevano seppellire i morti. La chiesa non era molto grande. Aveva una loggia. Il presbiterio non era ancora stato fabbricato, il tetto era coperto di sole pietre. Le pareti erano ancora grezze. Aveva il campanile con una campanella. Non aveva sagrestia. Sulla facciata aveva la porta e sul lato di sinistra un uscio. L'altare era consacrato, aveva croce di legno dorato, due candelabri di ferro e due dipinti, molte tovaglie, un pallio di legno dipinto, ecc. Il visitatore ordinava che si facessero il presbiterio e la porticina del campanile.


S. Carlo, nel 1580, imponeva che si rendesse regolare l'altare, si dipingessero immagini sulla parete del presbiterio e si chiudesse l'altare con cancellata di ferro. Le pareti vengano intonacate e imbiancate. Si faccia il soffitto, si chiuda con muro la porta laterale vicina al presbiterio. Si provveda l'altare di ornamenti e paramenti per la celebrazione della Messa. Per eseguire questi ordini il parroco di Vezza contribuisca con sei aurei; il resto venga dato dai "vicini" e dagli abitanti del luogo. Tutto ciò si faccia entro due anni. Passato questo lasso di tempo non vi si possa più celebrare. I 16 marzo 1629 la chiesa si arricchiva di un legato di Antonio Togni, che donava messe, mentre un legato più antico, dovuto a Bartolomeo Rizzi, dava due messe. Messe venivano celebrate «per antica consuetudine», mentre la messa veniva cantata nei giorni di S. Giorgio e S. Michele. Nel 1646 il vescovo Morosini registra un solo altare e ordina che venga restaurata la pala «expurcata et perforata». Nel 1702 il vescovo M. Dolfin ordina che si accomodi il pavimento con assi. Il vescovo il 6 settembre 1716 dispone che si costruisca la sagrestia. Nel 1785 il reddito assommava a £. 660 milanesi.




S. GIOVANNI BATTISTA. Sorge presso il cimitero. Esistente nel 1030, nel 1032 venne consacrata dal vescovo Olderico I che, come è stato scritto, vi volle collocato il fonte battesimale. Fu poi chiesa battesimale di Vezza fino agli inizi del sec. XVI. Negli atti della visita pastorale del 1458 era «sine cura» pur ospitando sempre il battistero. Vi era unita la canonica, e da questo fatto qualcuno ha pensato che abbia funzionato anche come parrocchia. Don Cristoforo Pilati nel 1573 la dice consacrata, assieme all'altare maggiore. Dipendeva dalla parrocchiale e vi si celebrava, soprattutto il giorno del Santo. Il Visitatore ordinava che venisse dipinta la pala, si facesse il pavimento e si riparasse il tetto in modo che non vi entrasse acqua. Si distruggesse inoltre l'altare che si trovava sul lato destro.


Dagli atti della rilevazione di don Giorgio Celeri del 1578 sappiamo che apparteneva alla chiesa parrocchiale di S. Martino. Il giorno della consacrazione era fissato al 7 luglio. Vi si celebrava messa solenne nel giorno della natività di S. Giovanni Battista e vi si celebrava nei giorni della decollazione del santo e della consacrazione della chiesa. La cera e gli ornamenti dell'altare venivano somministrati attraverso le elemosine. I paramenti venivano portati dalla parrocchiale.


La chiesa non è molto regolare; è vasta, con una loggia oggi scomparsa. Il presbiterio è a volta e intonacato; il resto della chiesa è coperto di schegge di pietra. Il Visitatore ordina che si faccia il pavimento. Ha una porta nel lato di sinistra. Non ha campanile, la finestra del presbiterio deve essere coperta con tela. L'altare ha un'icona antica, con croce, candelabri (due di legno, due di ferro), molte tovaglie, pallio di lino dipinto ecc. Il visitatore ordina che venga tenuta chiusa. Nel 1672 vi si celebrava due volte la settimana per legato di don Giovani Bellamano, che poi un decreto vescovile del 25 aprile 1817 fisserà a 24 volte l'anno. La chiesa aveva cose pregevoli fra cui una bella pala di Giacomo Palma, da lui firmata e che raffigura la Trinità, la Madonna e i SS. Giovanni Battista, Francesco e Barbara, e una grande tela della Natività di Cristo di stile caravaggesco. La famosa pala del Palma è stata portata da qualche anno nella chiesa parrocchiale di S. Martino per ordine della Prefettura al fine di preservarla da eventuale furto. Altri quadri di notevole valore sono pure stati portati nella casa parrocchiale per il fine suddetto, fra i quali un quadro a olio raffigurante S. Carlo e S. Francesco con la Madonna, di notevole importanza artistica e ricco di colori, e la "Natività" (a firma di Schena, 1789) vivacissima nei colori e nelle tonalità.


La facciata è a capanna, con il portale a tre cornici, semplice, in marmo bianco di Vezza d'Oglio. L'interno è di stile barocco del Seicento. Una cancellata in ferro battuto che separa la navata dal presbiterio è «opera di maestri artigiani locali» (Gregorini e Tarsia), molto bella e ricca di ornamentazioni in appropriato stile del secolo XVII. Di vivo interesse e bella è la grandiosa soasa che raccoglieva la tela del Palma, di cui il Canevali esalta «sia la maestosità della parte architettonica, come la ricchezza delle ornamentazioni a cui s'intrecciano cariatidi e figure diverse, tutte in stile del secolo XVII». Nel 1936, in occasione del restauro della chiesa parrocchiale di S. Martino, le funzioni ecclesiastiche furono celebrate in questa chiesa sia alla domenica che nei giorni feriali. Attualmente è chiusa e in stato di abbandono. Necessita di restauro generale.




S. GIUSEPPE DI THU o TÙ. Sorge all'inizio della frazione di Tù, con la facciata rivolta verso la frazione stessa, a destra della carreggiata proveniente da Vezza d'Oglio, poco dopo la cascina di Fontana Morta. Sul lato nord, verso la montagna, sorge un bel campanile quadrato con cella campanaria a finestroni rotondi e dietro l'abside è ubicata una piccola sacrestia, con all'interno un cassettone-armadio in noce di ottimo stile e finitura. L'abside della chiesa è ornata da una ancona di legno a colonna, racchiudente una pala raffigurante la SS. Trinità, l'apoteosi di S. Giuseppe con a fianco in basso S. Martino sulla destra e S. Benedetto sulla sinistra, sopra Gesù e la Madonna coi volti rivolti al Signore Dio Padre. La parete nord della chiesa in alto è abbellita da tre lunette con pitture raffiguranti la fuga in Egitto, la Sacra Famiglia e la presentazione di Gesù Bambino al tempio. Ancora sulla parete nord stanno due grandi quadri raffiguranti la nascita di Gesù di Vincenzo Schena (1791) e S. Lucia colle vergini, il secondo è molto fine sia nel disegno sia nei colori. La volta centrale della chiesetta è abbellita da tre medaglioni del Corbellini (1762): la glorificazione di S. Giuseppe, lo sposalizio della Vergine Maria e S. Giuseppe, la morte di S. Giuseppe. L'altare è in marmo bianco di Vezza con tabernacolo di buona fattura in stile rinascimentale.


Il santuario compare negli Atti delle visite pastorali nella prima metà del sec. XVII, ma deve essere stato molto più antico. Nel 1676 il vescovo Gradenigo lo trovava tutto squallido e deturpato e comandava che venisse imbiancato quanto prima. Era dotato di 32 messe, che crescevano grazie a legati, fra cui quelli di Giovanni Bianchi, di Bartolino Gregorini, di Benvenuto, Giuseppe e Antonio Gregorini e di Maria Citroni. Nel 1816 il parroco la dice di diritto dei vicini e che vi si celebra le feste d'estate «per comodo dei montanari e a loro spese». Sul cornicione centrale in alto dell'abside una scritta ricorda un restauro nell'anno 1924. Sopra il loggione posto sopra l'ingresso della chiesa un'altra scritta ricorda un restauro nell'anno 1762. Il pavimento, i banchi, le pareti del coro sono nuovi. Il tetto è stato ristrutturato completamente in lamiera nel 1980.


Inverosimile la data 1100 letta sulla campana della chiesa, che l'ha fatta ritenere la più antica della valle, basta ricordare che la datazione in numeri arabi allora non esisteva.




SS. ROCCO E SEBASTIANO, IN FRAZ. GRANO. In posizione che domina l'alta Valle Camonica, ai margini della frazione Grano. Eretta forse sulla fine del sec. XVI, durante il '600 godette di legati di messe che andarono poi moltiplicandosi. Nella visita pastorale del 1676 il vescovo Gradenigo ordinava che venissero intonacate e imbiancate le pareti. Nel 1816 il parroco la diceva «dei vicini della contrada» e che vi si dice messa la festa del santo «ma a loro spese». Nel 1818 le messe erano festive, ma alcuni privati avevano l'obbligo di farne celebrare anche nei giorni non festivi. La chiesa è stata completamente restaurata all'interno e all'esterno, dotata di campanile e campane, negli anni 1979 e 1980, per iniziativa della popolazione. Il sabato sera o alla domenica viene celebrata la S. Messa festiva per gli abitanti della frazione. Inoltre viene celebrata il giorno di S. Rocco e durante la stagione estiva. Ha un bel portale in marmo chiaro ed è affrescata all'interno con episodi della vita di S. Rocco attribuiti al Corbellini. Vi sono anche delle tele di diverso valore, restaurate, tra le quali una "Deposizione con quattro santi" alla parete laterale di sinistra, opera del sec. XVII. Discreta soasa in legno dorato e laccato, con le statue dei santi Rocco e Sebastiano.




SANTELLONE DI GUSSANO. È a N della frazione Tù, all'imbocco della Valgrande. Edificato nel 1776 come voto per essere liberati dal carbonchio che colpiva gli animali, fu particolarmente venerato. In stato di abbandono negli anni Sessanta del sec. XX è stato restaurato da un gruppo di volontari e, per le pitture interne, dal pittore Giovanni Poli, e inaugurato il 27 luglio 1986.




CHIESE SCOMPARSE.


S. FILIPPO NERI. Oratorio. Venne costruito verso la metà del '600. Già citato nella visita del 1655, con un altro "Noviter constructum", lo dicono gli Atti della visita pastorale del maggio 1667. Il parroco segnala che vi convengono nei giorni festivi i maschi per recitare litanie e rosario sotto la direzione sua.


Si tratta di una Confraternita eretta nel 1641 e dedicata a S. Filippo. Ha un legato di circa 30 messe. Dalla relazione del parroco per la visita pastorale del 13 settembre 1692 sappiamo che «vi concorrono molti confratelli a recitar l'officio della B. V. ed il Rosario. Ma non vi si celebra».


Il 26 agosto 1732 Gerolamo Cattaneo «pubblico operatore di fabriche» viene chiamato dai confratelli dell'oratorio «e per nome della Comunità stessa di Vezza a dire la sua opinione.., sopra la fabrica nuova di Tebiato (...) di nuovo e di fresco costrutto per farvi stalla, incorporato indecentemente tutto il muro proprio della chiesa seu oratorio di S. Filippo Neri suddetto, (...) a mattina parte dell'Oratorio stesso, nel quale si vede il tetto nuovo di esso Tebiato e stalla, legnami e portacantieri di quello annessi e riposti sopra il muro proprio di esso Oratorio, fondato esso Oratorio sopra un involto dove vengono riposti li grani delle decime della Comunità di Vezza suddetta» Il Cattaneo dichiarava «disdicevolissima» la soluzione, giacché la stalla avrebbe causato umidità ed altri inconvenienti. E, di fatti, il 30 agosto 1732 il visitatore ordinava a don Matteo Occhi di costruire un'altra parete per separare la stalla dalla chiesa.


Nel 1855 è sede della Confraternita del SS. Sacramento. Tale rimane a ricordo di persone viventi fino al 1935-1940. Viene usata la domenica pomeriggio come oratorio per i giovani che vi si radunano per il canto dei Vespri ed il catechismo, durante la permanenza a Vezza dei rettori: Don Pinotti, Don Zaina, Don Pescarzoli. Poi resta chiusa. Nel 1972, durante lavori di ristrutturazione della casa adiacente, a mezzogiorno, cade rovinosamente la parete sud della chiesa trascinando in rovina l'altare e l'ancona di buona struttura racchiudente una tela raffigurante S. Filippo Neri. Per ordine della Prefettura nel 1974 il rudere viene venduto, demolito e al suo posto viene edificata una casa privata.




S. FRANCESCO. Nella relazione del parroco per il 1827, si accenna alla chiesetta di S. Francesco (anche di questa nessun ricordo a memoria d'uomo vivente) attigua alla parrocchia, «dove si riuniscono i giovani ne' giorni festivi per recitare l'officio della B.V.».




S. LEONARDO. Esisteva nei pressi della chiesa parrocchiale e venne costruita, a quanto scrive Alessandro Sina, verso la fine del sec. XIV dai nobili Federici. Molto verosimilmente, trattandosi di cappellania gentilizia, poteva sorgere sul lato nord della chiesa parrocchiale ove tuttora restano tracce di abitazioni gentilizie. Cristoforo Federici q. Lanfranco lasciava nel 1459 in favore della chiesa importanti legati di quindici ducati per il suo ornamento, introiti di biade per un sacerdote che vi celebri, indicato in don Giacomo Burgalo di Edolo.


Don Cristoforo Pilati, negli Atti della visita del 18 settembre 1573, la dice non chiusa, con un altare posto nel mezzo del presbiterio sotto il titolo di S. Margherita. Ha un reddito annuo di 40 aurei, con l'obbligo di celebrazione continua. La si dice di giuspatronato degli eredi del qd. Giovanni Cristoforo Federici. Ne è rettore don Francesco Ronchi di Breno. Il Visitatore, oltre ad alcuni provvedimenti di poco conto (messale nuovo, carte per le segrete ecc.), ordina che la chiesa venga imbiancata.


A lungo ne scrive nei suoi Atti don Giorgio Celeri, nel 1578. Annota che la si crede consacrata, con beneficio secolare, che non esige cioè, l'ordine sacerdotale e la residenza. Il rettore è tenuto a celebrare la messa quotidiana e si ritiene che sia legato al servizio parrocchiale, non in ragione del beneficio, ma delle Costituzioni vescovili. La chiesa è soggetta alla parrocchiale di S. Martino. Vi si cantano messe solenni nel giorno di S. Leonardo, nel giorno della sua dedicazione, fissata al 6 novembre, e nella festa di S. Giovanni Ev. Ha sagrestia e paramenti per la celebrazione. Ha beni immobili, di cui non esiste una descrizione, che però è stato imposto al rettore di fare entro due mesi, sotto pena di sopratassa. Tali beni danno al momento dodici some di cereali. L'assegnazione del beneficio spetta all'Ordinario, mentre il giuspatronato è di Pompeo Federici qd. Evangelista, che ha il diritto di eleggere e presentare il rettore. I documenti sono in mano del Federici. Non vi esistono indulgenze perpetue; vi sono alcune reliquie da conservarsi in luogo più decente. Essendo cappellania gentilizia, non vi si fanno elemosine.


Il presbiterio è a volta, il resto della chiesa, coperto di schegge di pietra. Ha una finestra sulla facciata, una sagrestia, una campanella su due capitelli. Sopra la porta centrale vi è una loggia, il pavimento è di legno. L'altare maggiore ha un'icona con varie figure; è ornato di croce di ottone, di due candelabri d'ottone e di due di ferro, due angeli, molte tovaglie. Ha un pallio di lino dipinto. L'altare non è consacrato, ma ha un altare portatile, ora rotto e che deve essere fatto secondo le giuste misure. L'altare di S. Margherita è consacrato. È troppo alto e perciò incomodo; è pure provvisto di arredi. Il visitatore ordina che si faccia l'altare alla debita misura; si faccia un'icona decente e sia provvisto di arredi, altrimenti venga distrutto. La sagrestia è a volta e imbiancata; la si completi con arredi e paramenti.


S. Carlo, negli Atti della visita apostolica del 1580, ordina che vengano resi regolari gli altari e entro un anno chiusi con cancelletto di ferro. Anche gli altari portatili devono essere resi regolari. Si eguagli, entro un anno, il pavimento, si accomodi meglio il tetto, si faccia il soffitto, si imbianchino le pareti e si dipingano nei luoghi opportuni. Si metta il vetro alla finestra della facciata. Si faccia la sagrestia, a spese del titolare e la si provvede di arredi e suppellettili, (inginocchiatoio, pianete, borse, purificatoi, corporali, ecc.). Tutto deve essere eseguito dal patrono, pena interventi a termine di legge. Il cappellano non dia il segno della messa e non incominci a celebrare se non dopo che è stato dato il segno della elevazione in parrocchia, pena due aurei. È conveniente che la domenica il cappellano aiuti in parrocchia per la dottrina e i vespri.


Il vescovo Morosini, il 12 maggio 1593, richiamava all'osservanza degli ordini di S. Carlo e proibiva che nel frattempo vi si celebrasse, richiamando all'obbligo specialmente i patroni. Ciò che, come ricordava una iscrizione poi scomparsa, eseguì nel 1596 il nob. Cristoforo Federici. Salvo il richiamo a mettere vetri o tele alle finestre, pochi sono gli ordini delle Visite Pastorali successive e ciò significa che la chiesa era ben tenuta. La chiesa era arricchita nel '600 da un legato di un Federici, che nel 1672 era già passato alla famiglia Recaldini. I legati erano ancora cresciuti lungo il secolo. Il 6 marzo 1645 il testamento di Giovanni Gasparotti aveva portato 48 messe; un testamento del 2 marzo 1657 di Lorenzo Fenaroli, ne aveva aggiunte altre 24, due ogni mese. Altre cinque messe erano venute per legato di Giovanni Occhi. Nel 1702 il vescovo M. Dolfin ordinava che entro tre mesi si riparasse il tetto, pena la sospensione. Nel 1716 la cappellania Federici, poi Recaldini, comportava un onere di 36 messe annue. Il vescovo segnalava ancora il pericolo dell'umidità. Di questa chiesetta non esiste ricordo alcuno tra le persone anziane interpellate all'uopo. Non esiste traccia nell'archivio parrocchiale.




S. SEBASTIANO. Venne eretta in località Carona alla fine del sec. XV, come voto di peste. La chiesetta era di patronato del Comune e degli uomini di Vezza. Vi si celebrava talvolta, anche per un legato di venti messe. Venne presto abbandonata tanto che era già cadente al tempi della visita del vescovo Bollani del 16 settembre 1567. Trovandola «indecente», ordinava che venisse addirittura distrutta e che si erigesse in suo luogo una cappella nella piazza. Don Cristoforo Pilati nel 1573 la dice consacrata con l'altare maggiore, con un reddito di cinque ducati e l'obbligo di celebrare ventidue messe.


Don Giorgio Celeri nel 1578 annotava che vi era legato un beneficio, ma il titolare non era tenuto a risiedere, ma a celebrare direttamente o attraverso un sostituto, ventidue messe l'anno da dirsi, soprattutto, nelle solennità di tutti gli Apostoli, della Natività, della Annunciazione, Purificazione, Assunzione della B. V., nella festa di S. Sebastiano, nella dedicazione della chiesa e in altri giorni, che lo stesso cappellano non sa. Sa, invece, che non è tenuto a rendere servizio nella chiesa di S. Martino alla quale è soggetta. Ha beni immobili che rendono una somma di frumento e un verro. Non ha sagrestia, né paramenti, che vengono forniti dalla parrocchia. L'assegnazione del beneficio spetta all'ordinario, mentre il giuspatronato spetta al comune di Vezza, che ha diritto di eleggere e presentare, anche se non esistono documenti che riguardano il beneficio. La chiesa è campestre, piccola. Ha una loggia. Mezza chiesa è soffittata, il resto è coperto solo di scaglie di legno. Ha una porta sul lato destro che deve essere tenuta chiusa; il pavimento è di terra. Le pareti parte sono dipinte, parte nude. L'altare è comodo per il celebrante, ha croce di legno, due candelabri di legno e due di ferro. Vi sono immagini in luogo dell'icona. Le pareti non dipinte devono essere intonacate, ecc.


La descrizione di don Celeri non fa certo prevedere il provvedimento draconiano da S. Carlo, adottato, ma poi subito addolcito, due anni dopo negli Atti della sua visita apostolica (1580). Egli, infatti, ordina che la chiesa «campestre e indecente», venga distrutta, lasciando in luogo a ricordo, un capitello, e in suo luogo venga eretta una cappella nella chiesa parrocchiale. Tuttavia, il Visitatore aggiunge subito che se la Comunità di Vezza, che pretende su di essa il diritto di giuspatronato, non volesse distruggerla, dovrebbe, entro i tempi fissati, mandare in esecuzione i seguenti ordini: entro otto mesi, doveva essere rifatto il pavimento, ed entro un anno si provvedesse a fare il soffitto dove è mancante, si otturasse la porta laterale con muro e nella facciata, dove ne esisteva una, se ne aprisse un'altra e inoltre rendere regolare l'altare, chiudere il presbiterio con cancelli di legno, innalzare la finestra del presbiterio.


Gli Atti della visita pastorale del 1593 registrano che in «questa chiesa fu dal sac. Coradino Antonacis ricostruito il presbiterio abbastanza decente», ma il Visitatore ordinava che non vi si celebrasse fino a quando non fossero adempiti i decreti di S. Carlo. Nel 1676 vi si celebrava tutte le feste.


Perentorio l'ordine del vescovo M. Dolfin, il 29 agosto 1702, di sospendere la chiesa fino a quando non venisse tutto restaurato e si provvedesse del necessario per la messa. Nel 1716 sappiamo che vi esisteva un beneficio patronale della vicinia del comune con obbligo di messe. Il parroco nella sua relazione del 1827 annotava che non vi era entrata e che vi si celebrava messa nelle feste dei dodici apostoli. Chiusa al culto, fu di proprietà della famiglia Ventura ed utilizzata come deposito di attrezzi agricoli. Il 23 aprile 1883 Giovanni Grisostomo Ventura la donò al comune che nel 1884, in vista di un'epidemia di colera, la adibì a lazzaretto. A tale scopo veniva di nuovo utilizzata, dopo essere stata ristrutturata nel 1901, sotto la minaccia di una epidemia di vaiolo. Durante la la guerra mondiale fu pure adibita ad uso militare. In seguito fu trasformata in teatro comunale e verso il 1935 venduta a privati che dopo la 2ª guerra mondiale (1950 circa) la trasformarono in abitazione.




ALTRI EDIFICI. Fin dal 1902 sono stati inclusi nell'Elenco degli edifici monumentali: casa Pasolini (portale del 1543), la chiesa sussidiaria di S. Clemente e attiguo campaniletto, la chiesa parrocchiale di S. Martino (sculture secentesche in legno), la torre medioevale (proprietà Gregorini).




ECONOMICAMENTE. Il bosco, i pascoli, l'agricoltura sono stati la risorsa prima dell'economia di Vezza. Il bosco ha dato legname, oltre che da ardere, da costruzione (fino a tempi recenti la maggior parte delle case erano in gran parte in legno) e per produrre carbone per le fucine. L'importanza che esso conserva è stata sottolineata in un convegno del giugno 1979 con particolare riguardo all'uso della macchina. Singolare la presenza dell'ulivo detto "polare", del quale ancora nel 1994 esisteva un esemplare. Nel 1610 il Da Lezze nel Catastico scriveva che «li terreni vagliono poco, et fanno un sol raccolto cioè di biave grosse, dopo le quali in alcuni luoghi seminano rape». B. Rizzi nel 1870 sottolineava: «molta parte del territorio è occupata da prati, ne' quali, sebbene in alpestre posizione, vien tagliato il fieno tre volte; in quelli, situati sul monte, due volte ed anco una sola». Ma soprattutto i pascoli hanno permesso di sviluppare un notevole patrimonio zootecnico. Capre e vitelli di Vezza erano segnalati sui mercati bresciani e trentini nel sec. XV. Nel 1870 il Rizzi scriveva: «Mantengonsi annualmente un 600 giovenche, che danno latte abbondante, e servono anche pei lavori della campagna; ogni anno si allevano da 400 vitelle, per mettersi in commercio. Tengonsi eziandio circa 2000 tra capre e pecore, quest'ultime in numero maggiore; gli agnelli vengono venduti alla fiera in autunno; delle lane si vestono gli abitanti».


In sviluppo la produzione di formaggio dalla fine dell'800 quando Geremia Ruffini, allievo della scuola di Orzivecchi, pianta a Vezza un caseificio particolarmente attrezzato, al quale ne seguirà un altro inaugurato nel 1930. Nel 1929-1931 vennero creati a Vezza, Monno e Incudine i primi centri di selezione del patrimonio zootecnico, specie della razza bruna o della razza pezzata nera, producendo torelli e manze destinati alla pianura. Nel 1932 Vezza era considerata come centro di concorso di bovini da tutti i comuni camuni e delle valli limitrofe. Più recentemente è andata sviluppandosi la specializzazione zootecnica occupando un sempre più limitato numero di unità della popolazione attiva, consolidatasi su stalle con una media di 30-50 capi. «Celebrate, scriveva nel 1853 A. Caggioli, le cacce delle quaglie e nei monti delle selvaggine che in grande abbondanza vi covano; e sotto l'ex Veneto Governo i capitani di Valle e molti signori di Brescia in Vezza a tale oggetto per molta parte dell'anno facevano delizioso soggiorno». E aggiunge che i «Vezzotti, favoriti dalle posizioni felici, sono bravissimi uccellatori, e nella autunnale stagione molti degli uccelli che fanno copiose le piazze di Brescia e di Bergamo sono pure la vittima dei loro ingegni». Nel 1889 la Guida del CAI di Brescia indicava la val d'Avio «come prediletta dagli orsi» e asseriva come «una terna di coraggiosi ed abili conterazzani ogni anno si dedica con frutto alla caccia delle feroci belve...». Di rilievo i roccoli disseminati nel territorio fra i quali spiccano quelli de Rundulì, alla Plàssa de Tareco (m. 1999 s.l.m.), dei Ciüsk a Pornina (m. 1637 s.l.m.), dei Ciüsk al Plas (m. 1460 s.l.m.), a Plazza (m. 1560 s.l.m.).


Limitato l'allevamento delle api che tuttavia produce miele apprezzato quanto quello di Borno. Pure limitata la coltivazione agricola di segale, orzo e "formentello". B. Rizzi nel 1870 rilevava come «i campi nella maggior parte vengono coltivati a segale, seminandola in autunno, e falciandola nel luglio susseguente; in primavera poi si affidano alla terra poco frumento, alquanto orzo, fave in minima proporzione, e qualche po' di lino. Dei detti cereali sarebbe scarso il raccolto, se il terreno non venisse molto ben concimato, e lo stesso avverrebbe del fieno. Diffusa ancora come del resto nell'alta valle la coltivazione della patata sia da seme che da consumo. Quanto ad altre attività economiche, importanza ha avuto, come si è rilevato, la presenza di marmi bianchi utilizzati anche ai tempi di Roma. Anche il Da Lezze nel 1610 segnalava: «marmi bianchissimi per far statue et cose di valore». Tale fatto fin da tempi lontani produsse marmorai, muratori ecc. che migrarono fin dal sec. XII a Brescia e ovunque. Più recentemente, e precisamente nel 1902, venne iniziata l'escavazione di pietra oliare per la produzione di talco che, finemente macinato, veniva largamente utilizzato nei saponifici, nelle fabbriche di cartoni, tappeti, ceralacca, ecc.


L'abbondanza di acqua ha favorito fin da tempi lontani la lavorazione di attività manifatturiere e specialmente del ferro e della lana. Almeno dal sec. XV sui mercati delle valli bresciane e trentine venivano venduti badili, falci, roncole prodotti da fucine vezzesi. Nel 1610 il Da Lezze nel Catastico indicava l'esistenza in Vezza di «due molini, due rasighe, et due folli ed una fucina dove si fabbrica azale (cioè acciaio)». Col tempo salirono fino a diventare imprenditori i Gregorini. Sfidando alluvioni e incendi la produzione di ferro continuò, mentre i Gregorini per molto tempo furono i detentori del primato della lavorazione del ferro e nella produzione di ghisa e di acciaio nella zona.


Nonostante le gravi crisi del '700, fucine e un grosso maglio erano attivi agli inizi dell'800 e da essi, abbandonate dopo quarant'anni le attività imprenditoriali di Vezza, negli anni '20 dell'800 con Giovanni i Gregorini trasferivano parte della manodopera per realizzare in Valcamonica e poi a Lovere la loro grande impresa industriale. Rimanevano attive a Vezza sette piccole fucine per la produzione di vomeri. Nonostante incendi e alluvioni, nel 1870 B. Rizzi registrava sulla Val Grande sei mulini con 22 ruote, tre fucine, un torchio per l'olio ed un follo per lane casalinghe. Nel 1900 funzionavano ancora tre piccole fucine, un torchio e un follo.


Negli anni '60 del sec. XX l'unico complesso industriale in luogo era la Slingofer s.p.a. che occupava una trentina di unità lavorative. Nel 1979 veniva fondata da Giammaria Rizzi la C.M.M. per la produzione di costruzioni metalliche e di montaggio esportate in Europa, Sud America e Africa e utilizzate nel 2000 nella nuova Malpensa. Da secoli Vezza fu paese di grande emigrazione. Il Da Lezze nel Catastico annotava che «li habitanti parte attendono alle pecore, parte vanno fuori del paese, et massime per l'Alemagna servendo chi per murari, chi marengoni, et altri vanno à Venetia servendo per fachini, et cistaroli, et altri essercitij manuali». A. Caggioli nel 1853 aggiungerà che «i Vezzotti sono peritissimi e robusti muratori a secco massime a sostegno delle colline, e nelle imprese di arginature ai fiumi e torrenti per arte e valentia insuperabili, e molto cerca». Il fenomeno emigratorio continuò per secoli e andò, come si è accennato, accentuandosi e dirigendosi nella seconda metà dell'800 oltre oceano soprattutto in Argentina dove, tra l'altro, Martino Gregorini risulta tra i fondatori della città di Olovarria che a lui e a Vezza d'Oglio ha intitolato due vie. Pur sviluppandosi alcune attività artigianali nel secondo dopoguerra, come piccole segherie, continuò per decenni l'emigrazione stagionale specie di lavoratori edili, nei centri lombardi e in Svizzera, emigrazione che è andata poi sempre più attenuandosi.


Vezza fu inoltre centro di commercio di rilievo, tanto da far scrivere ad A. Caggioli nel 1853 che «nei traffici di bestiami, ed in ispecial modo di vitelli, e di bovini ad uso della città di Brescia per poco non la cedono ai Cortenaschi e Saviorani». Antica la fiera di S. Michele (28, 29, 30 settembre), mentre si tennero a lungo ben quattro mercati di bestiame nei primi martedì di marzo, aprile, settembre e novembre e fiere il 30 agosto (S. Rosa) e il martedì dopo la prima domenica di novembre (dei Morti). In sviluppo dal 2001 "Alpeggiando", la fiera agroalimentare dei prodotti tipici e dell'artigianato delle Alpi Retiche. Lo sviluppo turistico, oltre che quello zootecnico, ha portato a Vezza il Credito Agrario Bresciano, che ha chiuso negli anni Novanta, la Banca di Valcamonica e successivamente la Banca Popolare di Sondrio.




PARROCI. Giovanni q. Oprando di Vezza (1194); Omobono o Ombone (... 1300 ...); Petercino Orlandi di Vezza (5 novembre 1336); Giovanni da Bienno (m. nel 1385); Bertramo da Bergamo (... 1386 ... 1389 ...); Cristoforo da Varena (... 1440 ...); Matteo di Vezza (... 1445 ...) ; Manfredo Celeri di Lovere (1451-1483); Angelo Lippomano (... 1532 ...); Giovanni Panigati di Vezza (1532, rinuncia nel 1559); Francesco Panigati (1559-1601); Simone Tarsia di Vezza (18 gennaio 1601 - m. 1632); Giovanni Citroni di Vione (10 febbraio 1633 - 1680); Giovanni Guarneri di Vione (4 marzo 1680 - 19 marzo 1682); Giacomo Tomasi di Vione (15 giugno 1682 - m. 25 aprile 1717); Pier Antonio Cuzzetti di Villa Dalegno (6 agosto 1717 - 15 febbraio 1758); Martino Toccagni di Villa Dalegno (13 maggio 1758 - 6 luglio 1800); Pietro Maculotti di Pezzo (15 ottobre 1802 - 1811); Giovanni Innocenzo Calegari di Darfo (11 luglio 1811 - 16 marzo 1826); Giacomo Trotti di Monno (1 giugno 1826 - rin. 1845); Giovanni Battista Occhi di Vezza (2 luglio 1845 - febbraio 1884); Giuseppe Sinistri di Edolo (16 dicembre 1884 - rin. 1890); Faustino Morandini di Bienno (16 dicembre 1891 - 1935); Giovanni Battista Stefanini di Corteno (1935-1969); Maffeo Paini di Capodiponte (1969-2005); Oscar Ziliani di Sale Marasino (dal 9 ottobre 2005).




SINDACI. Giovan Maria Ventura (1805-1808; 1809-1812); Bortolo Bertoletti (1813-1815; 1816-1817); Giuseppe Gregorini (1817-1819); ... Giovanni Citroni (1821); Giovan Maria Poli (1822-1825); Bortolo Conforti fu Antonio (1825); Bortolo Conforti (1826); Giovan Maria Poli (1827-1828); Bortolo Conforti (1829-1830); ... Martino Pasolini (1834); Giovan Maria Ventura (1835); Martino Antonio Leggerini (1836-1837); Francesco Occhi (1838-1845); Giacomo Pasolini (1846-1848); Martino Occhi fu Matteo (1849-1850); Giovan Andrea Gregorini (1851-1853); Martino Pasolini (1854-1856); Giovanni Gregorini (1857-1858); Domenico Leggerini (1859-1861); Giovan Maria Ventura (1862-1865); Pasolini (1866-1868); Giovanni Ventura (1869-1873); Martino Occhi (1874-1878); Giovanni Ventura (1879-1882); Domenico Pasolini (1883-1886); Corrado Poli (1887-1891); Francesco Occhi (1892-1898); Giovanni Occhi (1899-1904); cav. Martino Ferrari (1905-1913); cav. Giovanni Migliorata (1914-1920); Martino Antonio Gregorini (1920-1921); cav. Martino Ferrari (1921-1923); rag. Michele Morsero (Commissario Prefettizio, aprile 1923 - marzo 1924); Battista Poli fu Battista (marzo 1924 - maggio 1926); Francesco Farisoglio (Podestà, maggio 1926 - settembre 1930); cav. Giovanni Rizzi (Commissario Prefettizio, settembre 1930 - dicembre 1930); cav. Eugenio Valloggia (Commissario Prefettizio, dicembre 1930 - agosto 1931); cav. Giovanni Rizzi (Podestà, agosto 1931 - marzo 1942); Battista Poli (Commissario prefettizio, marzo 1942 - gennaio 1943); Battista Poli fu Battista (Podestà, gennaio 1943 - settembre 1944); Lino Rizzi (Podestà, settembre 1944 - maggio 1945); Giovan Maria Milesi (maggio 1945 - maggio 1946); Simone Bonavetti (maggio 1946 - maggio 1951); Martino Occhi fu Battista (maggio 1951 - maggio 1956); cav. geom. Alfredo Ferrari (maggio 1956 - maggio 1960; novembre 1960 - novembre 1964; dicembre 1964 - 1969; giugno 1970 - 1971); Giovan Battista Fanti (luglio 1971 - febbraio 1973); Guerino Spiritelli (marzo 1973 - maggio 1975; giugno 1975 - giugno 1980); Alessandro Milesi (luglio 1980 - maggio 1985); Antonio Orsatti (giugno 1985 - maggio 1990; giugno 1990 - aprile 1995); Giuseppe Citroni (maggio 1995 maggio 1999; giugno 1999 - maggio 2004); Severino Bonavetti (dal giugno 2004).