VECCHIA Virgilio

VECCHIA Virgilio

(S. Nazzaro Mella, Brescia, 5 maggio 1891 - Poncarale, 8 dicembre 1968). Di Giulio (v. Vecchia), negoziante di ferramenta, e di Catterina Bosio. Pittore. Orfano di padre a 15 anni è costretto ad abbandonare gli studi e a badare alla bottega di ferramenta di via F.lli Porcellaga. Ma scopre presto la vocazione all'arte. Come ha scritto Riccardo Lonati: «dallo zio G.B. Bosio (v.) apprese la passione per il colore e colse la possibilità di affinare le naturali doti manifestate fin da ragazzo. Così, fra le pareti del noto negozio di ferramenta del padre, con lo zio pittore, spesso ospite dei parenti nelle sue venute in città, si avvicendavano appassionati d'arte e noti artisti». Scoppiata la guerra, arruolato e mandato al fronte, viene ferito a S. Michele del Carso e proposto per la medaglia d'argento; passa poi sul fronte francese delle Argonne e ne torna con il grado di capitano. Il primo tumultuoso dopoguerra lo vede impegnato nelle proteste combattentistiche e fin dal 1920 il suo nome compare tra i duecento iscritti al Partito fascista e dal 1921 fa parte per qualche tempo della squadra d'azione "Lupi". Ma poi, dal 1925, si dedica ad attività amministrative e culturali: è membro della Commissione igienico edilizia; consigliere per anni del Civico Istituto Musicale G. Venturi, membro della Commissione provinciale conservatrice dei monumenti ed oggetti d'arte e di antichità, segretario della sezione del Sindacato intellettuale per le belle arti, consigliere del Pio Istituto Pavoni, segretario del Sindacato fascista delle belle arti, e inoltre fabbriciere della parrocchia di S. Agata e commissario di sezione della Federazione provinciale fascista dei commercianti.


È però l'arte, la pittura, che nel frattempo lo assorbe sempre più. Nel novembre 1920 è presente come "dilettante" alla mostra annuale di "Arte in famiglia" con una "Natività" salutata da Augusto Turati come una «promessa». Nell'inverno 1920-1921 con "Serenità", "Sera", "La cattedrale" viene accolto alla prima rassegna del Paesaggio italiano del Garda. Nel novembre 1921 è di nuovo all'Arte in Famiglia con un "Autoritratto", con un'"Annunciazione" e "La fuga in Egitto" nelle quali viene rilevata «una pensosa spiritualità». Elaborazioni paesistiche compaiono alla mostra in Castello del maggio 1923. Nel novembre 1926 espone una personale alla "Bottega dell'arte" e nell'autunno 1929 ne presenta un'altra alla Galleria Campana, entrambe a Brescia. Dal 1929 al 1938 apre nell'ex convento di S. Barnaba, in corso Magenta, una scuola di figura del nudo, dalla quale usciranno artisti quali Consadori, Salodini, Canevari, Ragni, Oscar Di Prata. Dal 1929 compare quasi soltanto in mostre collettive che spaziano a Brescia, Gallarate, Trescore, Bergamo. Notevole successo ottiene assieme a Monti, Mutti, Bosio, Rizzi ecc. alla Triennale bresciana del 1928, e con Mutti, Botta alla Biennale di Venezia del 1928, 1930, 1936, 1940 e 1942, alle Quadriennali di Roma del 1931, 1935 e 1939, alla III Mostra sindacale lombarda di Milano del gennaio 1932 e dell'aprile 1933, oltre che alla Mostra interregionale dei Sindacati fascisti di Firenze nell'aprile dello stesso anno.


Nello stesso 1933 si dedica all'affresco e viene chiamato a dipingere in due grandi pannelli il "Lavoro" e la "Fecondità" nella saletta della Borsa di piazza Loggia. Nel 1934 torna ad esporre alla V mostra del Sindacato interprovinciale fascista delle belle arti di Milano. All'affresco si dedica ancora nel 1938 raffigurando l'"Assalto" nella Casa del Combattente di Brescia. Nel dicembre 1940 alla mostra di disegni alla galleria di Tresanda San Nicola, Pietro Feroldi non ha dubbi di assegnargli «senza ombra di esagerazione» la "palma di un maestro". Come ha osservato R. Lonati «l'indiscussa competenza lo aveva portato a far parte di Comitati ordinatori di numerose e indimenticate esposizioni volute dall'Amministrazione civica; da quella dedicata alla Pittura bresciana dell'Ottocento (1934) a quella del Sei-Settecento (1936), a quelle del Rinascimento (1939), del Due-Ottocento (1946), fino alla romaniniana del 1965; così come preziosa fu la collaborazione per l'allestimento delle Gallerie di Palazzo Tosio Martinengo e d'Arte moderna, in via Musei. I suoi meriti ebbero presto riconoscimento con la nomina a Socio effettivo dell'Ateneo, il 10 dicembre 1937». È anche sostenitore della società "Gerolamo Romanino". Nel frattempo si rivela un appassionato intenditore, tanto che il suo nome si accosta a non pochi acquisti dell'avv. Pietro Feroldi, che ha dato vita alla prestigiosa e rimpianta collezione; così non pochi sono i ricuperi a lui dovuti, di antichi dipinti in chiese e palazzi bresciani.


Ma non diserta le più comuni mostre. Nel 1946 presenta, alla Mostra d'arte sacra moderna di Bergamo, un "Getsemani", «opera, è stato scritto, che richiama la solida base di una piramide umana in cui sono racchiuse, fisse in un pesante sonno, le figure degli apostoli; e l'ispirata testa dell'Orante riporta sì il dramma dello spirito che è pronto, ma pure della carne inferma... Espresso così un esatto senso religioso, il quadro nelle ocre e nel verde lunare accentua il distacco fra la terra e l'aldilà». E, sempre con argomenti religiosi, partecipa alle mostre allestite nell'Episcopio di Brescia.


Nel secondo dopoguerra, per la sua militanza politica giovanile e per aver dominato la vita artistica come segretario del sindacato artisti, è costretto a mettersi da parte, ma non si rassegna al silenzio. In contrapposizione con l'Associazione Artisti Bresciani (AAB) accusa gli artisti delle nuove generazioni di copiare e commercializzare tutto, promuove le rassegne del Bruttanome nelle quali raccoglie anche opere degli antichi allievi della Scuola di S. Barnaba, e nel 1952 scende in vivacissima polemica allestendo un contro Premio Brescia con l'esposizione di opere dal modulo avanguardista. Nel 1956 ritorna con una personale alla Galleria di piazza Vecchia, a Brescia, nella quale espone ventisette dipinti realizzati nell'ultimo decennio e dedicati a temi diversi: mitologia accostata alle nature morte; fiori con paesaggi, il ritratto del prof. Camillo Boselli, che del pittore fu amico fraterno. Poi si ritira sempre più nella bella casa di Poncarale (a Poncarale si era sposato nel 1923 con Fulvia Gramatica) dove raccoglie il più della sua produzione, accostata a numerose opere dello zio G.B. Bosio, degli amici Fiessi, Mutti, Dolci, Guarnieri, Canevari, Pianetti, G.B. Cattaneo, Mario Pescatori oltre a Lombardi, Filippini ed altri numerosi artisti dell'800. Sue opere (come "Ritratto della moglie" e "Sensole sul lago d'Iseo") sono nella Pinacoteca Tosio Martinengo; altre in collezioni pubbliche e private e alla Camera di Commercio.


L'arte di Vecchia viene ripresa ad otto anni dalla morte in una mostra alla "Piccola galleria" di via Pace a Brescia nell'ottobre 1976. Una mostra antologica gli viene dedicata nel gennaio-febbraio 1989 all'A.A.B. di via Gramsci, curata da Giannetto Valzelli, mostra che nell'aprile viene trasferita all'oratorio di Poncarale. Nuove antologiche vengono esposte alla Galleria "Lo Spazio" nel 1992, alla Galleria civica di palazzo Todeschini a Desenzano nel giugno 1994, e alla Galleria Gio.Batta di Brescia nell'aprile 1998. I caratteri complessivi di Virgilio Vecchia, orientati al Novecento, con echi dai maggiori, Tosi soprattutto, per le nature morte e il paesaggio, ebbero da Pietro Feroldi un succinto ma significativo riconoscimento. «Paese, ritratto, composizione. Tre aspetti che saggiano tutto il campo dell'arte, con uguale felicità di risultati». A sua volta Giannetto Valzelli lo disse «capace di tradurre nella pittura il fremito di un uomo che, in un gesto, accennando a una polvere di colore, palpando l'aria, esprimeva la sapienza rinascimentale».