VANTINI Rodolfo

VANTINI Rodolfo

(Brescia, 12 gennaio 1792 - 17 novembre 1856). Di Domenico (v.) e di Oliva Leonesio. Architetto. Fanciullo, crebbe nell'arte del disegno alla scuola del padre e nel 1808 fu mandato all'Università di Pavia, dove fin dal primo anno brillò come il migliore fra gli allievi ingegneri e architetti. Ciò è dimostrato, come ha scritto Lionello Costanza Fattori, dai suoi numerosissimi quaderni di appunti, le lezioni, scritte a mano e in latino, di botanica, di fisica, di scienze, di matematica, di architettura; da tutto ciò è evidente l'impegno, la serietà che egli vi mise comprovata dagli attestati degli esami superati con l'ottimo profitto riportato. Superato un attacco di tisi, riuscì, sostenuto soprattutto dal prof. Giovanni Marchesi, a conseguire a soli 18 anni brillantemente il diploma di ingegnere architetto.


Dal 1810 al 1812 fece (non del tutto assidua) pratica professionale in uno studio milanese e con ingegneri dei Ponts et Chaussées, dove entrò in amicizia con gli artisti del tempo e dove ebbe tutti i fornitori per quanto riguardava le finiture delle sue fabbriche. Tornato nel 1812 definitivamente a Brescia ed evitato nel novembre il servizio di leva nei Veliti Reali, si dedicò, con tutte le forze, alla professione, allontanandosi solo per importanti lavori in altre città.


Legalmente abilitato alla professione di architetto e di ingegnere civile fin dal 1813, aprì per qualche tempo un ufficio di ingegnere, ma dal 1815 si dedicò del tutto all'architettura. In tale anno infatti il canonico Barbera gli affida il progetto del Campo Santo di Brescia, «grandioso lavoro di architettura, scrive L. Costanza Fattori, che lo terrà impegnato per tutta la vita e che, per una serie di felici combinazioni, gli darà ... la fama migliore» e che verrà chiamato "Vantiniano". «Esempio, scrive L. Costanza Fattori, pressoché unico della Storia dell'Arte, essendo di solito unito agli edifici piuttosto il nome dei committenti che quello degli ideatori. L'opera, del tutto nuova specialmente come concezione generale, si impose subito nella mente di chi la favorì, il canonico Barbera, e di chi la ideò, come qualcosa di estremamente importante e di grande responsabilità». Per questo progetto, illustrato nel 1821 all'Ateneo, celebrato da una nota ode di Cesare Arici, gli verrà dedicata nel 1835 una medaglia celebrativa. Mentre attendeva ai progetti del Cimitero, si dedicò alla ricostruzione in forme neoclassiche della Porta Pile inaugurata nel maggio 1818, ma che, nonostante fosse ritenuta uno dei migliori lavori suoi, verrà abbattuta nel 1865. La sua fama di architetto fu subito tanto chiara che dal 1820 egli venne chiamato a succedere a Giovanni Donegani per la fabbrica del Duomo. Come ha rilevato L. Costanza Fattori, proprio da lui il complesso monumentale, particolarmente quello del Duomo Nuovo, ebbe «la sua compiutezza» e prese «l'aspetto che conserva tuttora». Per il Duomo vecchio progettò, nel 1833, la balaustra dell'altare maggiore mai eseguita e gli amboni; per il Duomo nuovo diresse la costruzione della cupola, disegnata sia pur sommariamente dal Cagnola, del pavimento, del grandioso altare del SS. Sacramento, mentre rimase solo fermo al progetto (1829) l'altare della Compagnia delle SS. Croci. Inoltre, sempre per il Duomo nuovo, disegnerà le bussole (1835), la scalinata sulla piazza (1852) e perfino le pile dell'acqua santa.


Inoltre si appassionò alle ricerche archeologiche. Fu nominato il 6 giugno 1819 socio attivo dell'Ateneo di Brescia, e nel 1822 membro della Commissione per la costituzione di un Museo di Antichità. Viaggiò, studiò, entrò in relazione con archeologi di valore fra i quali i napoletani Guglielmo Bechi, Luigi Giusso e Gerusia di Pompei. Fu lui a sostenere che l'edificio dell'epoca di Vespasiano scoperto nel 1823 fosse un tempio e non una curia come s'era detto ed avvalorò la sua teoria, in polemica con il celebre archeologo francese Raoul Rochette, con una memoria pubblicata nel 1846 nel "Museo Bresciano Illustrato". Toccò ancora al Vantini completare, nelle pareti e nelle volte, le tre celle del tempio. Fin dal 1835 la presidenza dell'Ateneo lo incaricò dell'edizione e dell'illustrazione architettonica del Patrio Museo, comparsa poi in un magnifico volume che venne alla luce nel 1839 con la data dell'anno precedente.


Continuo, oltre alla passione per le antichità bresciane, fu il suo interesse per la pittura bresciana e, soprattutto, per il Moretto sul quale per decenni raccolse notizie biografiche ed artistiche con l'intenzione di scriverne la biografia. Il Vantini considerò il Moretto come il «Tiziano di Brescia»; ci rimane una bellissima descrizione dello "Sposalizio di S. Caterina" nella chiesa di S. Clemente. Il critico d'arte Michele Caffi pubblicò tale efficace ritratto nell'"Indicatore Modenese". Il Vantini ottenne anche che il busto del Moretto fosse posto tra quelli di illustri italiani nella protomoteca del Campidoglio, a Roma.


All'architettura e all'ingegneria accoppiò anche la pittura e specialmente il disegno, riempiendo, secondo la moda del tempo, albi di famiglie e di signore, di paesaggi e di figure. Fu inoltre ricercato come intenditore d'arte e contribuì ad arricchire alcune raccolte a partire da quella di Camillo Brozzoni. Presto venne chiamato ad insegnare disegno e matematica nel Liceo-ginnasio della città fino a quando, nel maggio 1818, dovette affrontare la prova del concorso, che vinse nonostante titubanze e paure, ma anche con il sostegno di molti. Contemporaneamente insegnò per anni disegno nel Collegio Peroni.


Questi primi anni di intenso lavoro furono segnati da grandi dolori. Nel 1820 perse, dopo anni di continue malattie, la moglie Elena Lera, sposata nel 1816 e che volle seppellita prima di ogni altro nella tomba di famiglia eretta nel «suo cimitero». Per onorarne la memoria fece scolpire da G. Democrito un busto marmoreo che collocò nel giardinetto di casa con affettuosa dedica. L'anno dopo, il 22 giugno del 1821, gli morì il padre, guida sicura ed esperta della sua formazione. Restò profondamente legato alla madre che morirà nel 1835 e con una sorella rimasta in casa perché sfortunata nel matrimonio contratto con certo Morelli di Verona e poi sempre ammalata. Quasi a cercar di lenire i suoi profondi dolori, si dedicò con maggior passione al lavoro e, mentre attendeva alla costruzione del cimitero di Brescia, gli si aprirono orizzonti sempre più ampi.


Era ben conosciuto a Milano dove, già il 3 agosto 1822, era stato nominato socio corrispondente della I.R. Accademia di Belle Arti e quando, nel giugno 1826, veniva lanciato il concorso per la costruzione della Barriera di Porta Orientale, egli fu, dal Consiglio Comunale di Milano, invitato a far parte della Commissione, qualora non intendesse partecipare al Concorso. Optò per il Concorso e lo vinse su 35 concorrenti con il motto «Più meritar che conseguir desio». E non solo vinse l'incarico, ma vi attese con tale assiduità che nel 1828 era già terminata la parte muraria e nel 1833 era già ornata di otto statue e di bassorilievi, opere dei migliori scultori del tempo. Come ha sottolineato L. Costanza Fattori: «L'esecuzione dell'opera, giudicata all'unanimità perfetta, fu seguita da lui personalmente durante tutto il periodo della costruzione per la quale si valse, con fine spirito estetico, delle pietre più comuni alla edilizia milanese, come la beola per i gradini, il granito rosa di Baveno e la pietra di Viggiù per gli ordini e le pareti. La copertura fu realizzata con tetti pressoché piani a lastre di rame. Un'infinità di incisioni, fra le migliori delle quali vi sono quelle di Giovanni Migliara, amico suo sincero, riprodussero ben presto quest'opera che riscosse le lodi più lusinghiere e che fu considerata a Milano il prototipo dell'arte di quegli anni». Per riconoscenza, la Municipalità di Milano fece coniare nel 1827 una medaglia che sarà poi donata alla Biblioteca Queriniana.


Egli fu anche socio dell'Institute of British Architects. Dal 1826 al 1833 si dedicò all'erezione a Iseo del grande palazzo della Pretura che ospiterà anche gli uffici comunali e il Commissariato e più precisamente la sede del vice delegato del Governo. Sempre a Iseo, contemporaneamente, fino al 1839 lavorò nella chiesa plebana, alla quale conferì l'aspetto attuale, completata nel decennio 1830-1840 con nuovi altari da lui disegnati in perfetto stile neo-classico. La passione all'insegnamento lo spinse, al di là dei corsi al Liceo e al Collegio Peroni, a creare nella sua casa di Brescia una scuola gratuita e quotidiana di ornato e di architettura, frequentata da allievi di famiglie in vista e, al contempo, ad aprire, il 15 dicembre del 1839, e a mantenere a sue spese a Rezzato una scuola di disegno e modellazione per marmorini e tagliapietre per la quale eresse, parzialmente a sue spese, una sede nella piazza principale del paese, che servì anche per gli uffici comunali. La scuola si riallacciava ad un'altra, fondata dal nobile Giacomo Chizzola nel XVI secolo, e la nuova sede era già in parte funzionante nel 1843. Tra gli allievi rezzatesi più illustri del Vantini si ricordano Giovanni Battista Lombardi (v.), Giovanni Rizzieri Palazzi (v. Giovanni Palazzi Rizzieri) e Giovita Lombardi (v.).


Sommando progetti a progetti, realizzazioni a realizzazioni, da Milano dal 1829 allargò la sua attività a Mantova dove eresse in corso Pradelle la casa di Pietro Tommasi; a Bergamo, dove lavorò per i Frizzoni, erigendo dal 1836 il grande e sontuoso palazzo che ora è sede del Municipio cittadino e per i quali, nel 1840, progettò ed eresse una villa sul lago di Costanza, sistemò la casa di Crella sul lago di Como; e ancora, lavorò sul veronese per i conti Bevilacqua; a Castiglione delle Stiviere edificò due begli edifici per i Beschi, a Lonato per i Ceruti. Non è ancora precisato l'elenco dei palazzi e delle case riadattati in città e in paesi, arredati a volte nei minimi particolari. L'architettura sacra trovò in Vantini un instancabile protagonista come dimostrano, oltre il Duomo Nuovo di Brescia, le chiese di Iseo, di Rovato, di Calcinato, e i molti altari e altre opere sparsi nel Bresciano e anche fuori. Attenzione particolare dedicò dal 1831 agli ospedali quali quello Civile e alle piazze di Brescia, e a quella di Chiari, di Leno, di Travagliato. Ebbe larga, riconosciuta acclamazione nell'architettura cimiteriale: dal camposanto di Brescia a quello di Salò, e a quelli ancora di Rezzato, di Pralboino e di piccoli paesi come Lodetto e Duomo di Rovato, ecc.


Neoclassico in arte, fu anche aperto, negli ultimi tempi, a nuove esperienze; romantico nei sentimenti, Vantini non sfuggì all'infiammato patriottismo di molti bresciani del tempo. Infatti nell'ambiente bresciano, come in quello pavese (dove ebbe maestro il Foscolo) e in quello milanese ed in seguito attraverso le amicizie con i Lechi, gli Ugoni e tant'altri fin dagli anni giovanili, il Vantini fu sospetto all'Austria di sentimenti "italiani", che diventeranno, nonostante l'innato suo pessimismo, sempre più forti, tanto da suscitare sospetti e sorveglianza, fin dall'8 giugno 1823, da parte della polizia austriaca. Nell'agosto 1823 il Delegato Brebbia rileva infatti che la «sua maniera di pensare», «l'abito cosiddetto teutonico» sono «decisamente contrari all'attuale sistema», e che è legato con coloro (specie gli Ugoni) che si segnalano per princìpi politici «cosiddetti liberali». L'architetto Vantini è ritenuto qual uomo di fantasia piuttosto esaltata, sospetto per i suoi principi liberali; «e lo si crede poco attaccato al Governo. Fu anche poco buon marito, avendo coltivata altra donna mentre ancor viveva sua moglie, la qual ebbe poi a morire». Iscritto perciò nel libro nero della polizia austriaca, ritenuto tanto più pericoloso per la qualità di insegnante, sembrò in seguito, nel 1825, moderare «la fervida fantasia», ma nel 1827 venne sospettato di diffondere «scritti antipolitici» anche tra i suoi scolari. Ma il suo era, in fondo, un patriottismo moderato, che lo portava nel 1847, in un soggiorno a Roma (ritenuta «città redenta a nuove liberalissime istituzioni dalla sapienza di Pio IX) a sperare nel Papa, il quale pose la Croce a vessillo di sociale progresso». Partecipa alle appassionate giornate del 1848. Nei diari annota: «Col rivolgimento politico operatosi il 22 di questo mese di Marzo cesso da ogni esercizio nell'arte mia, per non attendere che al debito di Cittadino. Conchiuso col 16 agosto questo memorabile periodo, torno a' miei pacifici studi». Nel 1849 rimane fuori dalle tragiche vicende delle "Dieci Giornate" delle quali lascia «memorie confuse ... in cui, con insano consiglio, si rivoltarono contro gli imperiali e n'ebbero al peggio». Ma un anno dopo, di ritorno da un viaggio, annoterà nei Diari: «1850: Ai primi di novembre mi restituisco in patria. Ho l'animo oppresso come l'atmosfera che mi circonda». Un'atmosfera che non vedrà schiarirsi, perché morirà prima di vedere i giorni della libertà.


Di ingegno vivace, piacevole, anzi, affascinante conversatore, raffinato nel vestire (si serviva soltanto di sarti e calzolai di Milano e di Venezia), di soda cultura, era ricercato nei salotti più prestigiosi. A Milano frequentò soprattutto quello della contessa Teresa Gambarana Verri, dove incontrò i Belgioioso, i Dal Verme, gli Appiani zio e nipote, i Migliara padre e figli, i Bisi, pure padre e figli, il Marchesi, l'Hayez, il Seleroni, l'Emanuelli e dove conobbe il D'Azeglio. A Brescia fu assiduo in quelli dei Tosio, dei Lechi, dei Fenaroli, dei Paratico, dei Bevilacqua. A Venezia fu soprattutto vicino allo scienziato Pietro Paleocapa e a tutto il suo entourage familiare. In tutti questi raffinati ambienti, oltre che forti sentimenti patriottici, conobbe forti amori, affezioni e amicizie femminili che lo accompagnarono per gli anni più fecondi della sua vita e che sono ampiamente documentati nel suo epistolario. Se già nel 1823 la polizia austriaca lo accusava, lui già sposato, di una tresca con un'allieva, troncata dalla polizia stessa, fu nella piena maturità dei quarant'anni che scoprì, in casa Paleocapa, l'amore forte per la celebre attrice Carlotta Marchioni, amore che durò dal 1830 al 1836, ma che si tramutò poi in una profonda amicizia fino alla morte. Sempre in casa Paleocapa incontrò una nipote di lui, Cecilia Bucchia, che, sebbene di venticinque anni più giovane del Vantini, gli sarà legata per sempre. Altrettanto forte fu il legame affettivo per la contessa Camilla Fè, mentre è rivelata solo dai Diari la profonda sofferenza per la morte nel 1837 di Franceschina Lorandi «la dolcissima amica», suo «angelo». Dopo aver vissuto profondi amori e simpatie femminili, per lo più per signore della nobiltà, dell'alta borghesia e per artiste, a cinquantadue anni, nel 1846, finì con lo sposare in seconde nozze una donna poco letterata, poco vicina al suo modo di intendere, Caterina Amistani, di ben venticinque anni più giovane, che gli sarà a fianco negli ultimi viaggi e nella vita quotidiana e gli sopravvivrà per alcuni anni.


Ma ciò che riempì, soprattutto, la sua vita fu il lavoro e l'insaziabile voglia di conoscere. I Diari documentano con puntigliosa precisione l'impegno quotidiano di progettazione, di sopralluoghi minuziosi, di stesure di disegni che, come ha rilevato Camillo Boselli, è dominata da un'ansia febbrile di lavoro. Egli, scrive il Boselli, «tratta, consiglia, sprona tagliapietre, falegnami, mobilieri, vetrai; si perde, si direbbe oggi, a preparare a curare ogni piccolo accessorio colla stessa scrupolosa applicazione, collo stesso angoscioso impegno con cui studia e traccia i grandi progetti.


C'è in questo suo intenso applicarsi anche alle cose più umili e semplici, la sagoma di una porta, il piedestallo di una statua, la vasca per un bagno, il profumo quasi di epoche scomparse, come se egli non fosse già l'architetto moderno, laureato ingegnere dall'università, ma fosse rimasto l'architetto della tradizione medioevale, rinascimentale e barocca, pronto a tutto, progettista, arredatore, sorvegliante, che passa indifferentemente dal grande al piccolo, dall'eterno al transeunte, ritenendo in sé tanto di quell'onesta tradizione manuale, che aveva nella bottega il suo simbolo più nobile ed elevato».


Altrettanto minuti, oltre che appassionati, i suoi viaggi che lo portarono lungo la sua «bella Italia» e di cui diede preziose descrizioni nei suoi diari. Fu a Roma-Napoli nel 1823 e nel 1844, a Napoli-Pompei nel 1845, «a Venezia e tutta Italia, fino a Roma» nel 1847, sul Reno e Parigi nel 1847, in Svizzera e ancora sul Reno nel 1847, a Parigi nel 1850, a Padova, Bologna, Roma, Firenze, Genova, Torino, Milano nel 1852-1853, a Parigi nel 1855 e in altri luoghi ancora. Su tutti quei viaggi redasse precisi, acuti appunti, carichi di giudizi intelligenti e assieme appassionati. Come ebbe a dire nel discorso funebre l'ab. Pietro Zambelli: «Quanto si trova di più eletto nelle arti in quelle classiche terre, quanto vi si ammira di monumenti etruschi, greci, romani, e di quelli che spettano al medio evo e al rinascimento delle arti; quanto si addita degno di studio negli edifizi d'ogni città e d'ogni villa e in ogni avanzo d'antichità egli esaminò, disegnò, descrisse e ne riportò quella ricchezza di notizie e di criteri, che aveva sempre viva e freschissima nella memoria ed esponeva con facondia meravigliosa».


Non solo si interessò di momenti di arte, ma, afferma lo Zambelli, «nelle manifatture fece studi speciali in Francia, in Inghilterra, in Prussia, in Olanda, nel Belgio e per ultimo nella esposizione universale in Parigi, dov'egli vide schierati e osservò con la finezza di grande artista e paragonò fra loro i prodotti dell'industria Europea».


Fra le ultime opere si contano: il monumento Bonomini detto la "Tomba del Cane" sui Ronchi di S. Fiorano eseguito nel 1855 (v. Tomba del Cane); la chiesa della Madonna del Buon Viaggio ("Madonna dei custù"), il Faro del Campo Santo che egli stesso presentò all'Esposizione di Parigi del 1855. Dedicò appassionate cure al vasto alloggio di palazzo Oldofredi, di proprietà del ricchissimo Bernardo Bellotti, «lavori - sottolinea L. Costanza Fattori - ricchi, raffinati ed aderenti alla moda di quegli anni e denotanti l'ormai completa sua personalità, giunta al colmo di ogni esperienza a lui possibile, ma non certo dell'importanza delle sue opere di stile prettamente neoclassico, stile per il quale egli era nato e nel cui gusto era stato educato». Sebbene non fosse mai stato di solida salute, Vantini continuò a lavorare fino all'ultimo. Colpito nel 1855 da una sincope, riprese cure e amicizie finché un nuovo insulto cardiaco lo portò rapidamente alla morte, assistito dall'amico abate Zambelli che, commemorandolo, rimarcò l'edificante serenità del religioso trapasso. Fu sepolto, come egli stesso aveva chiesto, nella tomba di famiglia e su di essa venne posta la statua del Seleroni, che egli stesso aveva commissionato.


Benefico egli fu verso la biblioteca Queriniana, che arricchì di libri rari e preziosi, ricercati presso antiquari, di oggetti e dei suoi epistolari. Con il testamento legò le sue sostanze, salvo alcuni legati, alla sua seconda moglie Caterina Amistani e pensò pure alla madre del nipote Carlo, Paolina Amistani. Una somma di lire 400 toccò ad ognuna delle donne di servizio e ben 8.000 lire alla figlioccia della moglie, Caterina Pellizioli. Lire 20.000 furono destinate all'Ateneo di Brescia «per la fondazione di un Gabinetto di lettura aperto al pubblico con modica tassa, del quale i socj attivi dell'Ateneo stesso abbiano ingresso gratuito» ed altre 20.000 lire da consegnarsi dopo il decesso della moglie «alla Commissione alla Fabbrica del Campo Santo di Brescia, per l'abbellimento della Chiesa e del Faro». Inoltre dispose: «Lascio l'obbligo alla stessa [la moglie] di pormi una memoria sepolcrale nel mezzo della cella a pianterreno del Faro dove mi sono destinato il sepolcro e che confido mi verrà accordata dall'Onorevole Commissione alla Fabbrica del Cimitero alla quale raccomando la continuazione del mio disegno ed alla quale dono ogni mio credito che dovrebbe ammontare a parecchie migliaia di Lire per pensione, ed assegni allegatimi non mai riscossi. Per la costruzione del monumento, mia moglie spenderà non meno di austriache lire sei mila e lo affiderà al valente scultore ed amico Sig. Giovanni Seleroni il quale ritrarrà le mie sembianze dall'erma di S. Alessandro che trovasi nella Chiesa del Campo Santo, dacché tale io era quando ideai il concetto della fabbrica di questo patrio cimitero e mi raffigurerà sedente in atto di studiare il disegno».




OPERE. Non risulta ancora un elenco completo delle opere e degli interventi del Vantini, per cui l'elenco che segue non può che risultare approssimativo.


ADRO - portici della piazza del Santuario della B.V. della Neve (1825); monumento Luigi Maggi (1840); monumento a S. Terzi (1841).


AGNOSINE - chiesa parrocchiale (1838-1839).


ASOLA - palazzo Tosio (1829).


BEDIZZOLE - filanda di Orazio Brognoli (1836-1838).


BELLAGIO - villa Frizzoni (1847-1853).


BERGAMO - palazzo Frizzoni, poi comunale; Camposanto: monumento Albani (1832), cippo Orsolina Frizzoni (1840), monumento a Tommaso Frizzoni (1845), monumento Brusa (1841), monumento Presti (1841).


BORGO S. MARCO DI MONTAGNANA (Padova) - chiesa parrocchiale (1842-1843) (pianta, facciata, escluso il presbiterio).


BORNATO - casa nob. Rossa (1847).


BRANDICO - casa Raineri (1842).


BRESCIA: Arco tra via Dieci Giornate e piazza Duomo; Camposanto (1815-1851) e il Faro (1847); Nosocomio (1835); Ospedale (1842); Ospedale Pazzi (1832-1840); Luoghi Pii (1838); Farmacia Zadei (arredi). APPARTAMENTI: Averoldi Angelo (1834), Bellotti (1853), Bonalda (1834), Fenaroli Bice (1843-1845), Filippini (1841), Lechi Eleonora (1833-1836), Maggi Luigi (1834), Passoni (1840), Provaglio (1836), Sangervasio (1836). CASE E PALAZZI: Collegio Arici (1839), Averoldi (1839), Barbisoni (poi Credito Bergamasco) 1825, Barboglio (1832), Bellegrandi (1834), Bettolini (1839), Bevilacqua (1832-1848), Bonalda (1834), Bonetta (1845), Bonfantini (1839), Brozzoni (1834-1842), Caminada (1834-1845), Caprioli (1842), Cavalli (1836), Ceruti (1838), Cigola (1834), Cossandi (1839), Fè (1833), Fenaroli (1834), Fenaroli Ferraroli (1837), Filippini (1837), Foresti (1839), Goffi (1841), Guaineri, Lechi Luigi (1837), Lechi Pietro (1838), Lechi Teodoro (1838), Longo (1837-1839), Maggi (1834-1844), Marazzini (1837), Martinengo Cesaresco (oggi Collegio Arici) (1820 c.), Martinengo Villagana (1834-1837), Mazzucchelli (1836), Mompiani (1835), Monti (1835-1842), Monti della Corte (1839), Nicolini (1838-1839), Noy (1832), Onofri Giacomo (1834-1844), Onofri Pietro (1834-1842), Passerini, Pitozzi (1833-1839), Raineri (1838-1844), Rossa (1832-1841), Salvadego Barboglio (1850), Santi Pizzini (1840-1843), Scaramella (1840), Schiantarelli (1835), Simoni Tosio (oggi Ateneo) (1837), Torri (1840), Torriceni (1832-1835), Tosio (1832-1840), Ugoni (1841-1843), Valotti (1840-1853), Vanti (1836), Zambelli (1840). CHIESE: Duomo Nuovo (1832-1845), Duomo Vecchio (1832), S. Afra (1843), S. Clemente (1839), S. Francesco (1838-1840), S. Maria dei Miracoli (pulpito, 1853), S. Maria della Pace (altare, 1835), S. Maria in Silva (1852-1853), SS. Nazario e Celso (1838);


FONTANE: di via Porcellaga, di via del Teatro, di casa Benasaglio.


MONUMENTI: Arici (1837), Arici Cesare (1840), Armanni (1847), Benefattori (1837), Bona (1838), Bonomini (1847), Borgondio (1833), Bossini (1833-1834), Brozzoni (1837), Caduti in Russia (1834), Calzoni (1838), Cazzago (1842), Conter (1834), Fisogni (1842), Gorno (1841), Guaineri Ortensio (1842), Lagorio (1841), Lechi (1836), Lechi Giuseppe (1837), Longo (1846), Maggi Annibale (1836), Martinengo Giovanni (1844), Monti (1839), Raineri Luigi (1845), Rasleni (1838), Rosalbina (1839), Scalvini (1843), Schiantarelli (1837), Scienziati (1835), Uberti Uberto (1836); Progetto del monumento al Moretto in S. Clemente (1840), scolpito da Sangiorgi. CAINO - torre (1841).


CALCINATE (Bergamo) - "riduzione" della chiesa (1839).


CALCINATO - chiesa parrocchiale (1833-1846).


CALMASINO (Verona) - chiesa parrocchiale, altare maggiore e soasa (1836-1838).


CAPRIANO DEL COLLE - casa Bocca (1834).


CAPRINO BERGAMASCO (Bergamo) - chiesa parrocchiale: altari (1837), balaustra (1838), confessionale (1839), paradisino (1839), ciborio (1840), arredi dell'altare maggiore (1840).


CAPRIOLO - lavori al Camposanto (1846).


CASTEL GOFFREDO ,(Mantova) - casa Riva.


CASTENEDOLO - Chiesa parrocchiale: altar maggiore (1842), altare secondario (1842), altari (1843). CASTIGLIONE DELLE STIVIERE - palazzo Beschi (1834), altro palazzo Beschi.


CELLATICA - casa di campagna Borgondio (1834-1839).


CHIARI - Campo Santo: cella sepolcrale Riva (1836), cappella e casa Rota (1837), monumento (1840); ospedale (1840-1845); torre (1833).


COLOGNE - Chiesa parrocchiale: altare (1831-1834), paradisino (1835-1839), lampada (1837), banchi, cantorie (1845), banchi sagrestia (1846).


CONCESIO - casa Balucanti (1844); Santuario di S. Maria del Tronto; scuole comunali (1844-1846).


COSTANZA (LAGO DI) - casa Frizzoni (1840).


COVELO - chiesa (1836).


CRELLA (Como) - Villa Frizzoni (1844-1846).


DESENZANO SUL GARDA - Chiesa parrocchiale: altare (1833).


DUOMO DI ROVATO - cimitero.


ERBUSCO - Villa Fenaroli: restauri (1833).


FORNACI DI BRESCIA - casa Onofri.


ISOLA DEL GARDA - casa del pescatore (1842).


GARGNANO - Chiesa parrocchiale (1837-1845).


GORGARO - Chiesa parrocchiale.


GOTTOLENGO - Chiesa parrocchiale: bussola (1841).


GUSSAGO - Chiesa parrocchiale (1832); Villa Richiedei (1834): cantina, cancelli, altre opere.


ISEO - Chiesa parrocchiale: cappella S. Vigilio (1832), candelieri (1833), soasa altare di S. Stefano (1833), cantoria (1835), due altari (1836), porta, cornice di quadro (1840); palazzo comunale (1833).


LE CASACCE - casa Torri (1851).


LENO - ospedale.


LODETTO - cimitero.


LONATO - casa Ceruti (1833-1835); casa Gerardi (1835-1837); casa Zambelli (1840).


LUGANO - palazzo Poverito.


MADERNO - monumento (1837-1838).


MANERBIO - torre (1843-1844).


MANTOVA - Sinagoga: inferriata (1838), altri lavori (1840).


MILANO - Campo santo (1839); Porta Orientale.


MONTICHIARI - casa comunale (1838); casa Monti (1841-1845); chiesa parrocchiale: altare (1838-1840); scuole (1839); Torre (1837-1838).


MONTIRONE - palazzo Lechi.


MUSCOLINE - chiesa parrocchiale: consulenza (1840).


NAVE - chiesa parrocchiale: altari (1842).


NOVARA - monumento al De Pagave (1834-1839).


NUVOLENTO - cascina Bonafoux (1834).


ORZINUOVI - Santuario della Madonna Addolorata (1836) e abitazione del cappellano (1840), a titolo gratuito. ORZIVECCHI - chiesa parrocchiale: altare (1840).


PADENGHE - Cappella del Crocifisso (1836).


PALAZZOLO SULL'OGLIO - casa Bargnani (1844).


PISOGNE - chiesa parrocchiale: altare (1836-1840).


PONTEVICO - casa abbaziale (1837).


PRALBOINO - Chiesa parrocchiale: altare maggiore (1840-1845).


PREVALLE S. ZENONE (GOGLIONE) - chiesa parrocchiale: porte della chiesa (1828).


PROVEZZE - Campo Santo (1832-1835); Chiesa parrocchiale (1832).


PUEGNAGO - casa Raineri (1838).


QUINZANO D'OGLIO - Palazzo Peroni (1821); Palazzo Valotti (1840).


REZZATO - villa Fenaroli: lavori (1842); camposanto.


RIVATICA - casa Bianca e casino di caccia (1832).


ROVATO - Camposanto (1843); Chiesa di proprietà Cavalli (1840); Chiesa parrocchiale (1840-1843); Piazza del Mercato (1840-1842).


SAIANO - villa Torriceni (1834).


SALÒ - Camposanto (1844-1853), costruito nel 1850; Farmacia Pirlo: arredi; attribuito il progetto della Cappella detta "La Rotonda" presso il ponte sul torrente Brezzo.


S. FELICE DEL BENACO - Chiesa parrocchiale: altare maggiore (1853).


SELVA (LA) (Bergamo) - Villa Terzi (1835-1841).


SENIGA - casa Cigola (1835-1847).


TIMOLINE - casa Santi Rizzini (1844).


TORBOLE CASAGLIA - casa Mazzucchelli (1835).


TRAVAGLIATO - Campo santo (1832-1835); Chiesa parrocchiale: baldacchino della Madonna (1836), tribuna (1836), altare (1837), candelabri; Ospedale (1835).


TRENTO - monumento famiglia Thun (1846); palazzo Thun (1831-1844); Porta cittadina (1838); Raffineria Zuccheri (1846); palazzo Thun (1832-1836) dal cortile dorico-vignoliano al grandioso scalone d'onice ed alla cappella; Palazzo del Municipio, ritenuto di inconfondibile impronta vantiniana.


URGNANO (Bergamo) - castello Albani (1840). Vasto - casa Nicolini (1844).


VILLAGANA - torre (1844-1845).




All'Ateneo di Brescia ha presentato le seguenti relazioni "Camposanto di Brescia, disegno corredato di spiegazioni" (1821, p. 75); "Illustrazione di nuovi monumenti antichi d'arte, ultimamente scoperti" (1832, p. 45); "Fontana monumentale - Progetto donato all'Ateneo" (1829, p. 216); "Disegno di un mercato coperto per vendita di commestibili, con cenni relativi" (1830, p. 213); "Della copertura, da imporsi alla cupola del tempio del camposanto" (1833, p. 165); "Monumento sepolcrale al cav. Gaudenzio De Pagave, già I.R. Delegato, da scolpirsi in marmo e collocarsi nella cappella municipale del camposanto" (1834, p. 207); "Intorno ad alcune osservazioni del sig. Raoul Rochette sull'opera: «Museo bresciano illustrato»" (1845-1846, p. 288). Fra la pubblicazioni: "Sull'antico edifizio di Brescia scopertosi nel 1823. Memoria in risposta ad osservazioni di Raoul Rochette sull'opera Museo bresciano illustrato" (Milano, Redaelli, 1847, 42 pp.); "Labus, Giovanni, Antichi monumenti scoperti..."; "Nicolini, Giuseppe, Museo bresciano illustrato...".