VALSABBIA

VALSABBIA (anche Valle Sabbia, Val Sabbia)

Valle bresciana compresa tra la Valtrompia e il bacino del lago di Garda, dall'arco montuoso di Bagolino alla stretta di Tormini. Ha una lunghezza di 40 km. e una superficie di circa 447 kmq. È solcata dal fiume Chiese da Ponte Caffaro ai Tormini. Sono tributarie di essa le minori valli del Savallo e di Pertica formate dai torrenti Tovere e Degnone sboccanti, questo a Vestone e quello a Nozza, sulla destra del Chiese. Il Savallese, detto anche valle di Casto, prima degli accorpamenti del 1928 comprendeva i Comuni di Casto, Comero, Alone e Mura; la Pertica, detta anche valle di Ono Degno, comprendeva invece i Comuni di Ono Degno, Avenone, Levrange, Livemmo, Belprato, Navono e Presegno: sono insomma due esempi di nome collettivo con cui nei nostri monti si usava chiamare una piccola confederazione di comuni.


L'alta Valle viene riferita geologicamente al Trias inferiore e medio e fa parte del massiccio cristallino mediano con Permiano (era paleozoica, 570-345 milioni di anni) e Servino. È molto ricca e varia litologicamente anche a causa dei grandiosi fenomeni derivanti dal loro contatto con il magma tonalitico dell'Adamello. Basti citare l'esempio della zona della conca del Cadino, del lago della Vacca e delle cime circostanti: che, a quanto scrive lo Zaina, costituisce «una spettacolosa rassegna di elementi tectonici e litologici, che la disposizione delle masse e la loro colorazione rendono evidenti e suggestivi anche al turista non provveduto di particolari nozioni geologiche. Si possono ad esempio vedere rocce sedimentarie fortemente pieghettate, attraversate da un filone di granito, a sua volta tagliato a mezzo da un filone di porfirite». Secondo l'opinione di Celestino Bonomini, al posto del lago d'Idro, nei più lontani tempi miocenici, esisteva una barriera dolomitica che volgeva verso E, per la Valle di Ledro, il corso del fiume Chiese. Attraverso fratturazioni della citata barriera si insinuava un corso d'acqua sotterraneo, che alimentava il basso Chiese, le cui acque fluivano nel golfo di Salò. Il continuo processo di suberosione avrebbe predisposto e facilitato la via per la Valle Sabbia al corso superiore del Chiese, mentre l'attuale alveo, che segue per Gavardo e Ponte S. Marco, sarebbe stato iniziato alla fine dell'età pliocenica.


Il nome viene riferito ai Sabini o Sabbini, ritenuti fra i primi abitanti della Valle, e derivante, secondo qualcuno, dal retico "sabh" = tribù, popolo o da Saba / Sapa = corso d'acqua, fiume, fosso. Altri lo vogliono, più impropriamente, derivato da Sabbio, uno dei paesi della Valle il cui nome, a sua volta, viene riferito al lat. sabulum = sabbia, per i vasti depositi di sabbia che vi depone il Chiese.




ABITANTI (valsabbini): 22.000 nel 1590, 22.000 nel 1610, 12.822 nel 1760, 13.000 nel 1779, 13.540 nel 1787, 20.000 nel 1802, 22.000 nel 1885, 49.951 nel 1971.




PREISTORIA. Nell'età quaternaria la Valle è già popolata. Resti di orso speleo, tasso, martora, puzzola, lupo, volpe, lepre, marmotta e cervo trovarono nel 1872 l'ab. Antonio Stoppani e il geologo Giuseppe Ragazzoni nel Buco del frate o del Romito, nei pressi di Levrange; ossami di animali estinti fra i quali denti di rinoceronte e di cervo assieme a materiali litici e frammenti ceramici vennero segnalati dal prof. Cacciamali nel 1902 in una grotticella dietro l'abside del santuario di S. Gottardo di Barghe. Resti di abitato palafitticolo sono venuti alla luce nel 1889 in località Crone di Idro. Numerose le testimonianze di presenze in epoca preistorica nel territorio di Gavardo (a Sopraponte, Monte S. Martino), Schiave e Roccolino, Budellone, Monte Magno, Doneghe, Quarena, Gazzo, Fornace Ferretti, ecc. Si è pensato che i primi abitatori siano stati degli autoctoni che, abbandonata la pianura, si spinsero nella Valle. Gli studiosi sono concordi nel classificarli come liguri o reto-liguri.


Nei secoli VI-V a.C. si avverte una presenza etrusca, attraverso piccole colonie commerciali e, come qualcuno pensa, per lo sfruttamento di alcune miniere e la lavorazione del minerale, come denoterebbero voci ad esse inerenti ed alcuni toponimi come quelli di Vobarno, Eno, Cecino, ecc. Ai reto-liguri si sovrapposero, e con essi si fusero, i Galli Cenomani comparsi in Italia verso il 350 a.C. portatori di una cultura che presenta caratteristiche della civiltà del tipo "La Tène", ossia della seconda metà dell'età del ferro.


Di notevole interesse è un'iscrizione di Idro nella quale si legge la parola Edrani, che dovrebbe riferirsi agli abitanti dell'alta Valle e della zona del lago d'Idro e che trova un riscontro nel toponimo di Valledrane, ricorrente nei territori di Treviso Bresciano e di Anfo. Ma vi è stato chi ha insistito sulla presenza degli Stoni, che tuttavia gli studiosi tendono a situare nelle valli trentine (Storo, Stein).


Quanto al popolo che diede il nome alla Valle che non compare nel Trofeo di Augusto a La Turbie, nel quale si legge quello dei Camuni e dei Trumplini, lo si deduce da una lapide proveniente da Mura, nella quale si menziona un «princeps Sabinorum» (lapide poi sconciata per inserirvi la cassetta delle elemosine) e da una interpretazione alquanto libera delle lettere MI di una lapide onoraria a Druso nella sagrestia vecchia del duomo di Brescia, nella quale tuttavia alcuni studiosi hanno letto Camuni anziché Sabini.


Delle popolazioni stanziate nella Valle in epoche preistoriche sono rimaste rilevanti prove. Reperti preistorici sono stati trovati nel territorio di Bagolino e più precisamente del Mesolitico antico (8000-6000 a.C.) al laghetto Dasdana e sulla sponda del laghetto Vaia. Altri oggetti di età preistorica furono rinvenuti in Val Dorizzo, al lago Bruffione, in località Parona; a Barghe, in località Paline, abbondanti frammenti ceramici, bronzei ecc. dell'età del ferro (VI sec. a.C.); strumenti in selce riferibili al Neolitico vennero rinvenuti nel 1947 lungo la mulattiera per Cima Ingorello e nel versante Occidentale del Monte Manos, nel territorio di Capovalle. A Sabbio Chiese la Grotta "Cuel de Baratù" ha offerto strumenti in selce e materiali ceramici databili tra il Neolitico e l'Eneolitico; in frazione Pavone reperti di industria litica di età preistorica; ai piedi della Rocca materiali ceramici preistorici databili al Bronzo tardo e alla prima età del ferro; una fibula di bronzo della Cultura de La Tene, II-I sec. a.C. Strutture murarie e materiali ceramici e metallici sembrano indicare l'esistenza di un castelliere preistorico in località Montagnina di Vallio. Un vero patrimonio di reperti preistorici del neolitico medio e superiore (cultura della Lagozza) e dell'età del bronzo è stato scoperto al Monte Covolo di Villanuova sul Clisi e in località Fobbia. Singolare la scoperta del 1962 in Val Dorizzo, a Bagolino, di tre massi incisi di epoca preistorica, probabilmente dovuti alla contiguità con il popolo camuno.


EPOCA ROMANA. La sottomissione a Roma dei Cenomani, nel 197 a.C., nella Gallia Cisalpina, portò anche la Valle nell'ambito dell'espansione di Roma anche se solo nell'89 a.C., in forza della lex Pompeia, i Valsabbini (Sabini) assieme ai Benacenses furono attribuiti, cioè aggregati a vicine colonie e amministrati da magistrati cittadini, fra i quali emergono, dalle lapidi, un seviro (a Sabbio), un prefetto edile (a Vobarno), godendo dello jus commercii. Solo, tuttavia, verso il 46-48 d.C. la Valle otterrà lo "jus latinum". Influenza ebbe sulla valle la presenza della XXI Legione romana Rapace creata da Augusto verso il 16 a. C. e soppressa nel 92 d. C. composta, a quanto si ritiene, di legionari delle regioni alpine ricordati in lapidi trovate a Vobarno, Preseglie, Idro, Odolo. Comunque, in Valle, sono molti i segni della presenza di Roma. Sono attribuiti ad età romana oggetti rinvenuti al "Doss dei Balbane" di Ponte Caffaro. A Barghe, in località Dissinico, sono venute alla luce nel 1960 strutture murarie di epoca romana ritenute pertinenti ad un edificio fortificato ed alcune sepolture. Strutture del genere di epoca romana e altomedievale vennero rinvenute in località Castello di Vico di Capovalle. Laterizi di epoca romana in quantità tale da far supporre la presenza di una fornace sono stati trovati a Piazza di Casto; tomba romana con corredo è venuta alla luce nella frazione di Comero. Iscrizioni romane sono emerse a Idro presso la pieve di S. Maria ad Undas in località Lemprato, ecc. Nel territorio di Mura son venute alla luce epigrafi con iscrizione funeraria (sec. I d.C.) presso la chiesa parrocchiale; strutture romane e tombe romane a Posico. Strutture (in località Strada del Bosco), sepolture (a Fienile del Merlo), un'importante ara funeraria (loc. Castello) ed una votiva (presso la chiesa parrocchiale) indicano insediamenti in epoca romana a Odolo. Strutture e resti di tombe pertinenti a insediamenti di età romana sono stati segnalati nel 1986 in località Barbaine, frazione Livemmo di Pertica Alta e ad Avenone di Pertica Bassa. Un'ara funeraria in pietra locale degli inizi del II sec. d.C. è venuta alla luce a Preseglie. Sepolture romane sono state trovate a Provaglio Valsabbia; strutture murarie e un'iscrizione a Liano di Roè Volciano. Epigrafi e interessanti reperti di tombe documentano una particolare vitalità di Sabbio. Strutture murarie, materiali ceramici, monete ecc. pertinenti ad un abitato databile tra il I secolo a.C. e il IV sec. d.C. hanno confermato la denominazione di Castel Antico all'impianto urbano organizzato nel territorio di Idro. Si può solo accennare a strutture murarie, tombe, oggetti, monete ecc. di età romana venuti alla luce nel territorio di Gavardo a Soprazocco, presso la chiesa parrocchiale, alla Bolina, a Monte Magno, Sopraponte, ecc. Strutture murarie, iscrizioni votive e funerarie di grande rilievo, sepolture, materiali ceramici fanno di Vobarno un altro sito di notevole importanza. Numerosi poi sono toponimi e nomi di origine latina che si riscontrano in numerose iscrizioni trovate nella Valle.




EPOCA LONGOBARDA. Di un certo rilievo la presenza longobarda attestata da numerosi toponimi, da reperti e dai segni evidenti di una tipica organizzazione militare, economica e giuridica longobarda delle decanie, documentata fino al sec. XIII, e delle quali vi è un tipico esempio nella Val Degagna. Tra i toponimi sono stati indicati come tipici derivati da voci longobarde: "gas", "gand", "breik", "warda", "kasto" ecc. donde i nomi delle località Cazzi (Treviso Bresciano), Gandina (monte sovrastante Nozza ancora scelto a scopi di vedetta nella guerra 1915-18), Breda (prato alla confluenza dei torrenti Nozza e Tovere), Casto (comune del Savallese), Gas, Garda, Garnà (fienili della zona Nozza, Prato, Vestone). Il Vaglia ha poi avanzato l'ipotesi che il termine Romanterra nel territorio di Bagolino non significhi "terra di Roma", ma terra dell'Arimanno, cioè terra di confine e di difesa. Tracce di presenza longobarda sono emerse a Promo di Vestone (coperchio di tomba e brocca) e a Gavardo (Colle di S. Martino).


La Valle fece parte probabilmente del ducato longobardo di Brescia, governata da uno o più gasindi o gastaldi; ordinamento, questo, che continuò poi sotto i Franchi. Anzi nel 775 sappiamo il nome di certo Abano gastaldo o agente regio sulle valli Sabbia, Trompia e Camonica. Mentre parecchi beni del demanio passano in mano del vescovo ed altri a grandi feudatari, molti beni sono dati in dotazione ai monasteri che vengono via via fondati. Dal 758 le terre di Gavardo, Idro e Lavino vengono donate all'abbazia benedettina di Leno fondata nello stesso anno da Desiderio. In seguito, per una donazione di Carlo Magno, vengono aggiunte le terre di Carvanno, Pompegnino, Presegno, Levrange e, con un diploma di Arrigo IV del 1192, Agnosine, Preseglie e Provaglio. Lodrino e altri possedimenti vennero, nel 775, donati al Monastero di S. Salvatore e di S. Giulia. Audalvico, citato fra le proprietà fondiarie del monastero, viene interpretato come l'antico nome di Odolo. Proprietà valsabbine vengono donate da Carlo Magno nel 774, assieme alla Valcamonica, al monastero di S. Martino di Tours. Terre di bonifiche sono Pompegnino di Vobarno dove una piana è detta di S. Benedetto. Più tardi, nel sec. XI, prende piede il monastero di S. Pietro in Monte Orsino di Serle che bonificherà la piana di S. Giacomo e le rive del lago d'Idro.




MEDIOEVO. Durante i sec. XI-XII prendono sempre più consistenza le comunità locali, i vici, che si rafforzano economicamente e socialmente attraverso le vicinie e che si stringono poi in comuni. Singolare fin dal 1002 l'episodio delle "Bonefemine di Fusio" (località delle Pertiche) le quali, con testamento del 12 luglio, donano ad alcuni paesi della Valle monti, pascoli e boschi, fissando obblighi verso le stesse Comunità. Il testamento delle Bonefemine viene periodicamente richiamato con autentiche notarili (nel 1210, 1618, 1620 e 1807). Comunità autonome chiedono sempre più insistentemente di amministrare i propri beni e di provvedere direttamente alle necessità della comunità. Uno dei primi esempi è dato, come scrive l'Odorici, dalla comparsa dei consoli di Lodrone, Onesto e Villa, in un convegno tenuto a Lodrone il 10 marzo 1086, nella piazza chiamata Consiglio. I consoli affittano alcuni prati che si stendono vicino al fiume Caffaro e ad una antica fortificazione nel territorio di Anfo, con alcuni patti feudali e concessioni di pesca alle bocche del Caffaro e del Chiese, con l'impegno che nessuno che non fosse compreso nell'infeudazione potesse usufruire di quei diritti di pascolo e di pesca. «Ed è mirabile che gli uomini d'Anfo e di Lodrone compaiano [ricordati per nome] a raffermare il contratto dei loro consoli». Non solo, ma gli "uomini" di Bagolino e di vari villaggi della zona a N del lago d'Idro si sentono autorizzati ad invitare i monaci di Serle a bonificare il Pian d'Oneda e a fondarvi un ospizio ed una chiesa dedicati a S. Giacomo apostolo.


Le singole comunità edificano proprie rocche, mentre la Valsabbia si schiera sempre più apertamente per il partito guelfo. Dal 1135 al 1139 la Valle Sabbia (con la Valle Trompia) parteggia infatti per il vescovo Manfredo, con i "milites catholici", contro il comune ed i "milites" non infeudati al vescovo. L'apporto dei valligiani sembra sia determinante per l'esito del conflitto, terminato con la sconfitta della parte anti-vescovile. Nel 1157 viene investito della corte di Sabbio tale Macasio. Provvede alla difesa degli abitanti, segnala incursioni e custodisce i prigionieri. Assume sempre maggior rilievo il monastero di istituzione vescovile di Serle, al quale il vescovo Raimondo dona nel 1157 la tenuta di Vallio, la rocca di Bernacco, la terra di Agnosine, mentre di riflesso la famiglia Avogadro, dal 1159 al 1197, viene investita della feudalità vescovile di Sabbio e allarga poi sempre più la sua influenza economica. La Valsabbia è percorsa forse nel 1161 dalle truppe di Federico Barbarossa, ma non risulta coinvolta nelle guerre del tempo. Si sviluppano invece poli manifatturieri e mercantili a Vobarno (dove nel 1172 viene istituito un mercato), a Vestone dove nascono le prime officine del ferro, che utilizzano materie prime provenienti dalla Valtrompia.


Sempre nel sec. XII si sistemano altre situazioni. Nel 1180-1193 Bagolino si sottrae al dominio dei conti di Lodrone, ne distrugge il castello e si dà al vescovo di Trento, che lo rende feudo prima dei conti d'Arco, poi dei Mettifogo di Breno (1192). Nel 1192 il feudo di Agnosine viene concesso a Uchicione Basaguerra dall'abate di Leno. Nel sec. XIII avanza anche verso la Valsabbia l'influenza del Comune di Brescia il quale, nel 1240-1241, riconquista Gavardo, nel 1248 riprende la rocca di Vobarno, mentre nel 1258 i Manerba vengono costretti a rinunciare al feudo di Vallio. Piccole comunità si federano e nasce la Universitas Comunis Pertica Vallis Sabii; Volciano diventa comune autonomo. Nel 1312 Bagolino si distacca dal Principato vescovile di Trento e si aggrega alla Val Sabbia e alla comunità di Brescia. I Valsabbini sono tra i più determinati a soccorrere Brescia nell'assedio del 1311. La Valle non può sottrarsi però alle continue guerre fra i Della Scala e Giovanni di Boemia il quale, nel 1330, vende, ai conti di Castelbarco, Vobarno e il castello di Gavardo. A Mastino della Scala che, nello stesso anno, espugna le rocche di Vobarno e di Sabbio, resiste il castello di Nozza, dando modo ai Bresciani di riunire armati e di opporre ulteriore resistenza. Schierata dalla parte guelfa, la Valle si oppone a Bernabò Visconti al quale viene, nel 1334, assegnata in eredità. Nel 1362 una ribellione guidata da Pietro Avogadro viene soffocata, mentre Bernabò riconquista le rocche di Vobarno, Sabbio e Nozza e Gavardo, invece, viene sottomessa ai Della Scala. Tanti avvenimenti di guerre furono attraversati da altrettante devastazioni fra le quali le ricorrenti epidemie. Si ricordano quella del 1347 che avrebbe divorato circa la metà della popolazione di Bagolino e quella del 1473 che, sempre a Bagolino, avrebbe falciato duemila vite umane.


Nonostante le continue guerre, si rafforzano ancor più le varie comunità: Le Pertiche nel 1382, Volciano nel 1386, si danno propri statuti, mentre si precisano i confini dell'alta Valle fissati da parte di Gian Galeazzo Visconti, nel 1389 al fiume Caffaro, mentre nel 1393 il comune di Bagolino e Pietro di Lodrone raggiungono un compromesso che assegna i monti delle Caselle e il Pian d'Oneda agli uomini di Bagolino mentre ai conti sono riconosciuti diritti che compensano la perdita territoriale. Nel 1385 la Valsabbia diventa una delle quadre nelle quali i Visconti dividono il territorio bresciano, secondo l'estimo del comune di Brescia del 1385, composta dai comuni di: Bagolino, Pertica savalli, Plano savalli, Prumo e Vestono, Lavinono, Amphis, Presellis, Otulo (Odolo), Bansis (Barghe), Angiosene, Abiono (Bione), Anoxia (Nozza); la Quadra di Gavardo: Gavardo, Valsabijs, Prandalio, Soyano, Paitono, Nibolento, Nigolera, Serlis, Mazano, Virlis, Molina. I comuni di Idro, Hano, Treviso, Provaglio di Sopra e di Sotto, Sabbio, Vobarno, Degagna, Volciano fanno parte delle 33 terre della Comunità o Federazione della Riviera del lago di Garda. Ciascuna di esse ha suoi particolari statuti criminali, civili e amministrativi, coordinati a quelli dell'intera Comunità. Fanno caso a sé Bagolino e i conti Lodrone la cui istruttoria è affidata a Gian Galeazzo Visconti. Nel 1389 la vertenza tra Bagolino e la famiglia Lodrone fa un passo in avanti: i contendenti si dichiarano d'accordo che il fiume Caffaro segna il confine tra Brescia e il Trentino e, nel 1393, la vertenza dei confini tra Signoria e Impero trova un compromesso in un patto stipulato fra il comune di Bagolino e Pietro di Lodrone, come già detto. La politica aggressiva dei Visconti finisce con scontentare sempre più, per cui diventano più frequenti episodi di insofferenza e di ribellione dei quali è esponente Giovanni Ronzone, un valtrumplino già al servizio dei Visconti e dal 1398 loro avversario. Forte di una banda di duemila uomini, compie scorrerie anche lontano dal suo quartier generale, che forse è l'abbandonato monastero del monte Ursino, per cui il Visconti è costretto a perseguitarlo con una spedizione militare in piena regola, guidata da Giovanni da Castiglione. Il Ronzone, probabilmente rafforzato e sostenuto dai guelfi, tiene testa arditamente e autorevolmente a ogni attacco nemico, passa, anzi, al contrattacco scorrazzando per i monti di Serle e della Valsabbia, da Nozza a Bione, facendo perdere di sé, nel 1403, ogni traccia.


Nel 1401, contro i Visconti, scende in Italia il re di Baviera Roberto detto il Bonario. Assicuratosi l'appoggio dei Valsabbini e dei Valtrumplini, da Trento divide le truppe in due tronconi: uno scende attraverso il Maniva e un altro dalla Valsabbia. Essi tentano di ricongiungersi vicino a Brescia, ma vi sono separatamente sconfitti il 24 ottobre. Alberghino da Fusio che ha guidato le truppe del re dirette a Brescia per il Maniva ottiene in compenso il feudo della Pertica, del Savallese, di Bione, Agnosine, Preseglie, Barghe, Sabbio, Caino e Lumezzane. Nei primi anni del '400 la Valle è di nuovo in balìa di eserciti e di scontri fra guelfi e ghibellini. I valsabbini contribuiscono nel luglio 1403, con a capo Giovanni Ronzone, gli Avogadro, i Martinengo, a riconquistare la città facendo strage di ghibellini. Parteggiando per Pandolfo Malatesta, signore di Brescia dal 1404 al 1421, la Valsabbia viene da lui compensata con ampi privilegi fra i quali, il 9 febbraio 1407, quello del sale. La valle lo ripaga dandogli tutto l'appoggio attraverso soprattutto Galvano di Nozza che riconquista a suo nome le rocche di Sabbio e di Vobarno cadendo però, poco dopo, prigioniero nelle mani del Carmagnola. Per rendersi amici i forti valligiani, Filippo Mario Visconti, nel febbraio 1426, concede alla Valsabbia, come alla Valtrompia, l'esenzione da tutti gli aggravi e dazi sulle ferrarezze e la facoltà di eleggere un giudice civile: concessioni che arrivano tardi. Pochi mesi dopo, infatti, Galvano di Nozza, salendo da Salò fino ad Anfo, conquista per Venezia tutta la Valle, la quale il 13 gennaio 1427 entra a far parte politicamente e amministrativamente dei domini della Serenissima nei quali, nel 1433, entrerà anche Bagolino. La Valle acquista rilevanza strategica come zona di confine tra la Repubblica di Venezia e il Principato vescovile di Trento.




EPOCA VENETA. Venezia è subito larga di privilegi e concessioni alla Valle: il 13 gennaio 1427 delibera che i valsabbini siano trattati come al tempo di Pandolfo Malatesta, il 12 agosto 1429 il senato, accogliendo i ricorsi della valle, decide che non debba essere molestata dai cittadini per redditi di taglie ed altri aggravi imposti dal duca di Milano. Mentre gli abitanti del Territorio sono tenuti agli oneri reali e personali, i valsabbini, in virtù del capitolo 1 febbraio 1430, ne vengono esonerati; successivamente, il 24 aprile, vengono pure esonerati del dazio di imbotado e di traverso «per le robbe necessarie al vitto e condotte in essa valle». Col decreto 30 giugno 1436 viene loro concesso di condurre prodotti nella Riviera, nel Trentino e nella Valle Camonica senza dazio; e con il decreto 5 luglio successivo vengono esentati dal contributo di spesa di riparazione alle fortezze cittadine; il 4 dicembre 1436 il Senato li esonera anche dalla taglia ducale per la durata di anni due.


Riaccesasi, nel 1437, la guerra fra Milano e Venezia, la Valle si trova di nuovo in balìa di fatti bellici. Il Piccinino, che guida l'esercito di Milano, nel tentativo di impedire ogni aiuto alla città, mentre Taliano del Friuli fortifica le rocche di Nozza, di Caino e del Bemacco, fa aggredire i conti di Lodrone colpevoli di aver parteggiato per Venezia, e che trovano aiuto in Pietro Avogadro e in Gherardo Dandolo. Questi, a capo di una forte schiera di bresciani, si dirige per la Valsabbia e sbaraglia a Castel Romano le truppe di Taliano che è costretto a ritirarsi a Riva (22 gennaio 1439). Il condottiero milanese, con l'esercito rinforzato dalle truppe del duca di Mantova, marcia attraverso la Valle Sabbia nell'intento di punire i Lodrone. Guidato da un certo Butturini di Ono incendia Vestone, invade la Pertica, distrugge Prato, Avenone, Livemmo. Gli abitanti si rifugiano sui monti, ma le loro case sono saccheggiate. Anche il castello di Lodrone capitola sotto i feroci assalti del Piccinino (22 febbraio 1439) che però deve arrendersi nell'assedio alla fortezza di Castel Romano, per la rigidità dell'inverno, la mancanza di viveri, il dissenso dei suoi ufficiali. Con la successiva sconfitta di Tenno, le Valli vengono liberate e la città viene soccorsa (14 giugno 1440) da Francesco Sforza, passato nel frattempo ai veneziani e vincitore, a Soncino, dei milanesi.


Liberata nel 1440 Brescia dai milanesi e ritornata la pace, la Valsabbia assieme alla Valtrompia vengono ricompensate da Venezia per la loro fedeltà con la riduzione delle imposte e con vari privilegi. Venezia concede ai Lodrone, a compenso dei danni subiti e dell'aiuto ricevuto, il paese di Bagolino. I conti «poco dopo ne presero possesso non senza contrasti con quella gente stupefatta e malcontenta, obbligandoli a non costruirvi fortilizio senza consenso degli abitanti e solennemente giurando il rispetto della autonomia locale [... ]» dal quale però verranno cacciati dalla popolazione quattro anni dopo, nel 1444.


Ritornato il periodo di pace, Venezia riordina il territorio e riconferma la Quadra della Valsabbia concedendo una particolare autonomia e propri statuti. Di essa fanno parte i comuni di: Pertica (Le Vrange, Hone, Presegno, Forno di Hone, Avenone, Prato, Luemo, Udine, Hono et Hano), Odolo, Savallo (Alone, Comero, Osico, Mura, Posico, Malpaga, Auro, Casto, Ulsinago), Nozza, Barghe, Presei, Agnosen, Bion, Veston, Lavinone, Ampho e Bagolino. Il sindaco o vicario della Quadra è eletto ogni anno a Natale, nella Casa della Valle di Nozza. È coadiuvato da due assistenti e dal Consiglio generale, dove sono trattate le cause civili e penali (meno gravi), affidate a tre giusdicenti generali, ai giudici di appellazione (coadiuvati da cinque definitori) e ai giudici di terza istanza. Dei rimanenti comuni, alcuni sono inclusi nella Riviera del Garda (separata dal Territorio) e altri nella Quadra di Gavardo. Idro, Provalio di Sopra e Provalio di sotto, Hano (poi Capovalle), Degagna, Sabio, Vobarno, Treviso, Clibio entrano invece a far parte della Quadra di Montagna della "Magnifica Patria"; Vallio e Sopraponte della Quadra di Gavardo.


Particolari riconoscimenti Venezia concede a coloro che erano stati sostenitori della sua guerra. Ad Aldreghino e fratelli della Nozza, figli di Galvano, il 5 gennaio 1440 il doge Foscari concede i beni tolti ai ribelli e il 19 ottobre concede in feudo nobile le terre di Savallo, Bione, Agnosine, Preseglie, Odolo e Nozza con tutti i diritti e redditi dei quali prima godeva la Camera fiscale dello Stato. Riconoscimenti ampi hanno Giorgio e Pietro Lodrone ai quali il Senato di Venezia prima (il 7 aprile 1440) e il doge poi (11 aprile 1441) concedono il feudo di Cimbergo, Muslone e Bagolino. Ciò scatena fra Bagolino e i Lodrone nuovi, crudi contrasti durati poi a lungo. Una sentenza poi dei rettori bresciani del 19 agosto 1463 risolve una lunga contesa tra il territorio e le valli Trompia e Sabbia. Esse vedono definitivamente riconosciuta la loro separazione dal resto della provincia e confermata una larga au tonomia amministrativa con vincoli diretti di dipendenza soltanto da Brescia e da Venezia. Più complicata la situazione di Bagolino per la quale, mentre nel 1472 Venezia interviene contro i Lodrone attribuendo la giurisdizione civile e criminale al podestà di Brescia ed ai suoi magistrati, l'anno appresso Bagolino conferma lo stato di autonomia e nel 1473 rivede e corregge gli statuti del paese.A fortificare le terre di confine, nel 1486 Gianfranco Martinengo dà il via alla costruzione della rocca di Anfo definita «una delle parti dello stato veneto». La "pax veneta" segna un periodo di profondo progresso della valle, sia economico che sociale e culturale. Si moltiplicano le officine del ferro e dei panni e novità edilizie trasformano, a volte, la fisionomia di interi paesi come Vestone, Lavenone, Preseglie, ecc. con la costruzione di piazze, chiese, case, ecc.


Il periodo di pace porta inoltre una sistemazione istituzionale dei vari comuni che si danno propri statuti. Sono del 1473 gli statuti che conosciamo di Bagolino, poi riformati fino al 1796, di Volciano approvati nel 1485, di Anfo approvati nel 1568. Più modesti i capitoli o gli statuti di altre comunità, redatti da un pubblico notaio ed approvati in seguito a ballottazione dalla congregata generale vicinia. I consigli comunali venivano rinnovati ogni anno, ed erano coordinati da uno scrivano per la banca e i conti, ove non esistesse un notaio. Le cariche ripetevano, per lo più, quelle del consiglio generale. La vicinia, o assemblea dei vicini, deliberava i propri statuti, provvedeva al culto, amministrava i beni comuni con particolare riguardo alla salvaguardia del patrimonio boschivo, vigilava l'attività degli opifici, delle osterie, dei folli e assegnava appezzamenti di terreno da coltivare a famiglie bisognose. L'autorità del console si ingeriva anche nella sorveglianza dei beni ecclesiastici, delle discipline e confraternite, nelle scuole e nel deposito dei fondi che consisteva nel concedere al confinante di un terreno, venduto a sua insaputa, la facoltà di acquistarlo purché lo pagasse, entro un termine stabilito, allo stesso prezzo offerto dal compratore. Tale sviluppo trova ancora una parentesi al profilarsi della guerra tra Spagna, Francia e Impero (1509-1516) contro Venezia che nasconde sempre meno le sue mire di espansione sulla Terraferma. Sulla Valle, che prende subito le parti della Serenissima, ancora prima che la guerra scoppi, cala la minaccia del conte Francesco Paride di Lodrone, che impone una grossa taglia qualora si rifiuti di ospitare le truppe imperiali. A mano a mano la guerra si avvicina: il 6 marzo 1508, «contro i tedeschi», vengono inviati 400 uomini delle cernide (milizie gregarie) ai quali si aggiungono mille provvisionali al comando di Alvise Avogadro e, in seguito, altri rinforzi. Soldati e guastatori, oltre a viveri ed armi, vengono inviati dalla Valle all'esercito veneto nel maggio 1509. Anche in seguito alla disfatta dell'esercito veneto, il 14 maggio a Ghiera d'Adda, la Valsabbia riconferma la sua salda fedeltà a Venezia.


Nonostante il provveditore della Rocca d'Anfo sia fuggito a Venezia sostenendo di essere stato scacciato dai Valsabbini in nome del re di Francia, la rocca continua ad essere presidiata dai valligiani. Del resto lo stesso re di Francia Luigi XII, nonostante i nobili bresciani a lui fedeli gli chiedano di castigare la Valle e di toglierle i privilegi concessi da Venezia, il 20 luglio 1509, sapendo che i valsabbini sono ottimi soldati e periti fabbricanti d'armi, li riconferma nei privilegi. Non solo, ma rifiutando nuovi ricorsi contrari da parte dei rappresentanti del Territorio, tendenti ad ottenere che le valli corrispondano una loro quota parte nelle spese di guerra, il governatore francese, il 10 luglio 1510, riconferma tale esenzione inviando per di più in Bernardino Carretto un commissario o podestà con sede a Vestone che si comporta con umanità e comprensione. Nonostante ciò sono sempre più numerosi i giovani valligiani che valicano i confini per unirsi all'esercito veneto, nonostante le severissime minacce di impiccagione e di bando decretati il 29 marzo 1511 dal governatore francese residente a Vestone. In pochi giorni sono 160 i valsabbini a Castiglione ed altrettanti sono i valtrumplini che, al comando di Giovanni Sarasini di Vestone, sono pronti a combattere per Venezia. Moltissimi altri, riconoscibili dallo stemma di S. Marco che portano sulla fodera del cappello, sono pronti a insorgere in Valle ai cenni dei congiurati coordinati da Luigi Avogadro tra i quali spiccano le figure dei valsabbini Giovanni Sarasini, Giacomo Graziotti, Giovanni del Calice, ecc. Nel gennaio 1512 la valle insorge, vengono occupate le rocche di Sabbio e di Anfo ed è costretto a fuggire da Vestone il podestà. Gli insorti si riversano poi verso la città dove il 2 febbraio, al comando di Valerio Paitone, partecipano all'insurrezione che costringe i francesi ad asserragliarsi in Castello. Saranno però sconfitti poi dalle truppe di Gastone di Foix che il 20 febbraio mette a ferro e fuoco la città sottomettendola. Oltre ai molti morti, nelle liste di proscrizione e di confisca dei beni di coloro che avevano presa la città compaiono i nomi di Pietro Bazani, Giovanni Nicolini, Borsa Bonetti, e Adamino degli Adami con oltre cinquanta armati di Bagolino; Giovanni Sarasini di Vestone con trecento fanti della Valle Sabbia; un fratello di Robertino Roberti di Lavenone; un certo Scanoletto e Giovanni Casini di Agnosine; Codurro Leali e un suo cugino di Odolo; Battista Randini con suo fratello di Barghe; Matteo e Peregrino del Dosso e Antonio Mitti di Preseglie. I loro nomi vengono pubblicati il giorno 12 aprile 1512 con la confisca dei beni, mentre sono ricercati altri numerosi ribelli.


Nonostante la dura repressione, la rivolta contro i francesi continua. Da Bagolino, nel marzo, parte una spedizione al comando di Giorgio Lodrone e di Giorgio Medici guidata da Vincenzo Ronchi per conquistare il castello di Breno. Fallita l'impresa, la ribellione si riversa il 26 maggio su Vestone. Il podestà viene costretto alla fuga mentre agli ordini di Valerio Paitone e di Cesare Avogadro viene conquistata la Rocca d'Anfo. Il 24 ottobre 1512 un gran numero di valsabbini ha l'onore di far da scorta al gonfalone di S. Marco, portato in trionfo in città. L'euforia dura pochi giorni giacché i francesi, quattro giorni dopo, consegnano Brescia, anziché ai Veneziani, al viceré di Spagna e il 6 dicembre 1512 truppe spagnole si stanziano a Vobarno, Provaglio, Treviso ecc. Quando, nel marzo 1513, Venezia si allea con la Francia contro la Spagna e l'Impero, la Valle si ripopola di fuggiaschi e riconferma la sua fedeltà a Venezia organizzando armati al comando di Giovanni Sarasini. Nel dicembre 1515 essi combattono a Peschiera, a Sirmione, Lonato, Asola e partecipano all'assedio di Brescia, mentre altre truppe operano nelle Valli Sabbia, Trompia e Camonica. Da parte loro i Lodrone, che avevano ottenuto il 13 aprile 1513 l'investitura di Bagolino, con truppe imperiali imperversano in detto paese e nelle valli. Al loro comando e a quello del Rogendorf riottengono la Rocca d'Anfo che i Bagolinesi si rifiutano di demolire perché appartenente a Venezia. Gli imperiali, ostacolati dal Negroboni e dal Sarasini, infieriscono nelle Valli, e specialmente in Valsabbia, mentre la rocca d'Anfo viene continuamente contesa.


Conclusa nel 1516 la guerra fra Spagna, Francia e Impero, dal 1521 al 1525 la Valle vive ancora momenti di tensione a causa della nuova guerra tra Francia e Impero (1521-1525) con passaggi di nuove truppe imperiali, di Carlo V, rinforzi alla rocca, transito di grossi contingenti di lanzichenecchi nel novembre-dicembre 1524 e nel novembre 1526. In questa occasione il comandante Frundsberg, per evitare la rocca, sceglie la via della Fobbia scendendo a Sabbio e continuando per Vobarno. Ma sono episodi che non compromettono più di due secoli e mezzo di pace e anche di nuovo progresso. Rientrati anche i Lodrone nei ranghi del dominio veneziano, e conciliatisi pure con i bagolinesi, la Valle raggiunge, come scrive Ugo Vaglia ("Storia della Valsabbia", pp. 237-238), «il suo maggiore sviluppo con l'industria siderurgica e "par si tramuti con inaudita alchimia il ferro in oro". Commercianti e maestri del ferro giungono dal Trentino, dal Bergamasco, dal Milanese, e intorno ai forni di Vestone e di Lavenone sorgono numerose abitazioni civili, si affollano i mercati, si rinnovano alberghi e negozi». Sempre il Vaglia poi annota come «neppure allora i valsabbini lasciano sfuggire occasioni propizie per ottenere nuovi vantaggi governativi: con decreti 17 agosto e 16 ottobre 1521 vengono esonerati dal contributo per le spese di guerra; con altro del 12 marzo 1524 vengono riconfermati nei privilegi e nella esenzione relativi all'approvvigionamento dei fieni. Venezia, il 24 maggio 1531, concede ancora il privilegio sul dazio del ferro; l'1 agosto la licenza di condurre liberamente in valle le biade altrove acquistate. L'anno dopo, 23 gennaio 1532, a seguito dell'istanza umiliata dal loro rappresentante al Consiglio dei Dieci, Giacomo Grotto, le valli ottengono la libertà di commercio entro i confini e la facoltà di pagare in paese le prediali sui beni posseduti fuori».


Nel 1548 Venezia concede privilegi al mercato di Gavardo con l'intento di accentrarvi i traffici della Valsabbia; nel 1558 viene composta fra Salò e Brescia una lunga contesa sorta circa la giurisdizione sulle acque del lago Idro; nel 1567 la Valle chiede a Venezia una completa autonomia, soprattutto commerciale che otterrà poi nel 1597, dopo nuove proteste della Valle per le difficoltà economiche in cui versa. Difficoltà venute a galla nelle grandi carestie, come quella del 1591, così pesante da giungere alla «temeraria risoluzione», come scrisse il senato veneto di ciò informato, di «mettere insieme gente armata» e ricorrere alla violenza organizzata di segno popolare, per procurarsi cereali e impadronirsi con la forza dei carri di frumento destinati alla città «per farne particolar mercantia». Venezia sollecita gli interventi repressivi dei rettori di Brescia contro queste violenze; ma contemporaneamente si dimostra consapevole della gravità della situazione e della impossibilità degli abitanti delle due valli, soprattutto della più povera e impervia, ossia la Valsabbia, di sostentarsi facendo «del pane - cioè povere focacce - con l'aiuto solo che vien per via dei legumi»; perciò raccomanda più volte ai rettori cittadini di permettere loro «che possino comprar in quel territori segale et formento in quella quantità che sarà conveniente, per sustentatione delle vite loro».


Nel frattempo la Valle, fiera della propria autonomia e del proprio autogoverno, pubblica nel 1571, per il tipografo Giovanni Britannico, i propri Statuti. Nel 1597 la Valle risulta corrispondere ad una vera e propria Confederazione di comuni sotto la guida di un Consiglio, di un vicario o sindaco generale, eletto annualmente a Nozza il giorno di Natale e coadiuvato da un cancelliere generale, da due assistenti e dal Consiglio generale che si riunisce a Nozza nella casa della valle. Quest'ultima è centro della Comunità ed è stata costruita a Nozza dal 1595 al 1606 ed esercita poi le sue funzioni fino al 1797. Come ha scritto Ugo Vaglia (ib., pp. 327-328), «convenivano nella casa della Valle i consiglieri dei comuni, solo in caso di forzata assenza sostituiti dai consoli. Per evitare questioni di precedenza, al tempo della nomina dei nuovi uffici venivano estratti a sorte i nomi dei singoli comuni: al primo estratto toccava sedere alla destra del sindaco, e così di seguito fino all'ultimo che sedeva alla sinistra del cancelliere; né alcuno poteva pretendere di sedere in altra forma o modo, pena di lire cinque, metà delle quali al comune che avrebbe subito il torto, e l'altra metà alla valle. Ad ogni rinnovazione del consiglio venivano estratti a sorte due consiglieri, l'uno per i comuni situati al di sotto di Nozza, l'altro per i comuni al di sopra, con l'incombenza di assistenti perché informati delle cose trattate nell'anno passato; e questi sedevano alla sinistra del cancelliere. I consiglieri eleggevano il sindaco al quale era fatto obbligo di residenza in valle dalla terra di Anfo in giù, e l'eletto non poteva avere il nome di sindaco né ottenere provvisione alcuna se prima non aveva dato idonea sicurtà di esercitare fedelmente e diligentemente il suo ufficio senza frode e di procurare sempre a tutto suo potere l'utile e l'onore della valle».


In cambio di questa autonomia, a sua volta la Valle offre a Venezia uomini e prestazioni. Si valutano a 58 i valsabbini che partecipano nel 1571 alla vittoria sui turchi a Lepanto; altri uomini vengono prestati nel 1627 alla guerra per Mantova e il Monferrato. Anche in assenza di vere azioni belliche continuano a rendere inquieta la Valle le mosse dei Lodrone pronti a cambiare il corso del Caffaro a danno della Valle e di Bagolino, i riflessi della ribellione degli Uscocchi, e della questione della Valtellina.


Una dura carestia del 1628 precede la terribile peste che infierisce dal maggio 1630, mitigandosi alla fine di agosto per scomparire in ottobre. Durante il morbo, Bagolino, comune di 4000 abitanti, conta 2586 morti; Vestone 667, senza i fanciulli di età inferiore ai sette anni; Navono perde 60 capi famiglia su 69; Anfo 28 su 52. Da questi pochi dati statistici, scrive il Vaglia, si può argomentare che la valle abbia perduto circa la metà dei suoi abitanti. Solo il paese di Ono Degno rimane immune dal mortifero flagello. Nell'assistenza è stata segnalata la presenza dei padri cappuccini del convento di Vestone e particolarmente di p. Arcangelo Tavoldino. La data della peste può essere assunta a punto di una più rapida partenza della decadenza della Repubblica Veneta che finisce con il ripercuotersi con tassazioni e debiti al popolo, per cui, nel 1636, il capitano Francesco Corner è costretto a segnalare lo «stato deplorabile» della popolazione dovuto come «causa principale alla sproporzione del rippartito delle gravezze» in confronto alla Riviera di Salò, alla Valcamonica. Depressione che, nel 1670, con la fine della guerra di Candia, si rallenta per riprendere poi dopo non molti anni, aggravata dalle ripercussioni sulla Valle della guerra fra Impero e Francia (1701-1705) per la successione spagnola che vede nel 1701 la Valle percorsa dalle truppe tedesche di Eugenio di Savoia e di altre ancora. Tutto ciò provoca ribellioni e nel 1705 si scatena a Odolo una rivolta popolare che costringe il comandante tedesco a offrire in ostaggio un suo ufficiale a garanzia di un transito veloce.


Non mancano momenti di positivo sviluppo, come avviene nel 1753, quando, in base al trattato di Ratisbona, vengono determinati (il 22 maggio) il confine della Valsabbia con la Valvestino e l'1 giugno quello di Bagolino con Lodrone.


Ma il sec. XVIII è costellato di inquietudini, di proteste e anche di ribellioni causate da una situazione economico-sociale sempre più disperata, che si aggrava dal 1743 con un continuo aumento della pressione fiscale dei prezzi. Il tutto si accompagna ad una grave carestia negli anni 1763-1764 e sfocia, nel marzo 1763, in proteste di valligiani che occupano il Broletto, inscenano violente proteste che finiscono con un approvvigionamento di merci, ma anche, per alcuni fra i più scalmanati, con la forca e con bandi. Altri 500 valsabbini il 15 marzo 1764 assalgono il mercato di Desenzano tornando in Valle con carri carichi di merce sotto gli occhi degli sbirri e delle autorità venete. Dopo 4 ore di saccheggio, i valsabbini, caricate le barche, salpano per Salò, ma il vento contrario li costringe a rifugiarsi nel porto di Sirmione. L'indomani riprendono il largo ed approdano a Salò ove la gente, terrorizzata, si è rinchiusa nelle case lasciando deserte le strade. Caricata la merce sui carri, gli insorti, il 17 marzo, a Vestone, vengono accolti dagli applausi. Quietate le acque vengono segnalati, come capi della rivolta: Antonio Susi di Sabbio; Angelo Apolloni, detto Comparone, di Villa; Bernardino Cavagnino, detto il Gobbo Vescovo, di Bione; Pietro Frincot e Francesco Gabusi di Prato; i fratelli Chiappini di Moniga; i fratelli Giuseppe, Battista e Fabio Glissenti detti Ippoliti di Vestone i quali, quasi tutti, subiscono il patibolo. Ciò non arresta la protesta e, di fronte ad un ritorno di fame nel 1775, i valsabbini, assieme ai valtrumplini, invadono i paesi e i mercati della Bassa bresciana per prendersi con la forza il necessario per sopravvivere. Per far fronte in qualche modo alla crisi, ai ricorsi e alle proteste, Venezia può (o vuole) fare ben poco esigendo anzi nuovi dazi e contributi e alleggerendo solo qualche imposizione come quella delle cernide, da indire solo in casi di estremo bisogno. Per farvi fronte, nel 1776, viene istituito nelle valli bresciane un deposito di grano e nel 1784 un Monte di biade al quale attingere sementi in caso di vera necessità. Tra le imposizioni più odiose indispone il dazio imposto dall'imperatrice d'Austria Maria Teresa per far fronte al matrimonio del figlio Cesare Leopoldo, granduca di Toscana, con l'infanta di Spagna Maria Luisa. Disatteso dai valsabbini il debito, viene saldato con la confisca di case a Barghe, Bagolino, Vestone, Savallo, Bione, Preseglie, ecc. e porta alla creazione, nel 1785, di un nuovo mercato di bestiame a Pian d'Oneda.


Alle condizioni di estrema povertà si devono aggiungere i danni di alluvioni, frane e incendi fra i quali, disastroso, è quello scoppiato a Bagolino nella notte dal 30 al 31 ottobre 1779 e che distrugge gran parte del paese uccidendo 330 persone. A tutti questi flagelli bisogna aggiungere quello che fu un fenomeno diffuso, specie nei secoli XVII-XVIII: il banditismo o bulismo. Come scrive Ugo Vaglia, «la Pertica, il Savallese, le Coste di S. Eusebio erano piene di buli e fra i luoghi più noti delle loro belle imprese si ricordano Camere, Dosso dei Morti, Magno e il Budellone di Tormini. Quest'ultimo e il passo di S. Eusebio erano terrorizzati dalla banda dei quattro fratelli Peri di Gavardo». Emblematiche sono la loro impiccagione e l'esposizione dei loro corpi appesi ad un albero e per lungo tempo alle Coste di S. Eusebio.




EPOCA NAPOLEONICA. Dal maggio 1796 la Valsabbia, che nonostante tutto mantiene uno stretto legame di "devozione" verso Venezia, ne deve constatare il rapido sfaldamento sotto l'impeto dell'armata napoleonica che, dalla fine di maggio, ha occupato il Bresciano. A contrastare la vittoriosa avanzata, la Valle vede con favore dal 28 luglio il passaggio di 18 mila austriaci agli ordini del gen. Quosdanovich diretti sul Bresciano e su Mantova assediata. Con sorpresa e timore, rivede le truppe sconfitte da Napoleone a Lonato il 3 luglio e il 5 agosto a Castiglione delle Stiviere, risalire verso il Trentino, sopportando inoltre violenze e ruberie da parte dei soldati sconfitti e umiliati. Questi abbandonano a Nozza armi, carri e munizioni, bottino che viene poi raccolto e nascosto. Il 15 agosto compare in Valle Napoleone in persona. Proveniente dalle Coste di S. Eusebio, scortato da 400 dragoni, si ferma all'osteria detta "Casa di Odolo". Trascorsavi la notte, l'indomani parte, sosta a Lavenone in casa di Pietro Roberti, passa da Anfo e si reca a Storo a visitare gli accampamenti. Il giorno appresso si ferma a Rocca d'Anfo e dà ordine, sebbene sia veneta, di demolirla. Seguono a tutto ciò molestie e angherie a non finire da parte di pattuglie austriache.


In dicembre ricompaiono i francesi in perlustrazione che si scontrano a Preseglie con pattuglie austriache aventi lo stesso compito. Nuovi passaggi di truppe austriache si verificano nel gennaio 1797. La situazione già incerta si aggrava improvvisamente dal mese di marzo, quando alcuni bresciani, con la protezione delle armi francesi, occupano il Broletto, proclamando il Governo provvisorio della Repubblica bresciana. La valle rifiuta di sotto mettersi e respinge, il 24 marzo, Pietro Randini, inviato dal governo di Brescia a trattare. Il 27 dello stesso mese i rappresentanti dei Comuni della Valle e una gran folla si riuniscono a Nozza e decidono, al grido di «Viva S. Marco», di schierarsi con la Serenissima. Spedito a Venezia un messo per assicurare alle autorità la propria devozione, vengono costituiti due reggimenti: uno per la Valle inferiore al comando del prete don Andrea Filippi di Barghe, accesissimo antifrancese, e l'altro per la Valle superiore, al comando di Giovanni Battista Materzanini. Chiamati di rinforzo a Salò che ha cacciato con le armi il presidio del gen. Gambara, verso la cittadina ora marcia un esercito di 1200 uomini. I valsabbini, riunitisi al 31 marzo a Barghe, marciano su Vobarno, dove si uniscono ad altri insorti, proseguono fino a Cacavero e, fatta sospendere ogni trattativa di armistizio, attaccano le truppe bresciane sbaragliandole. Contro due soli morti valsabbini si contano 76 morti, molti feriti, 600 prigionieri, ed un bottino di 40 cavalli e sei cannoni. Lasciati alcuni presìdi in punti strategici, il 4 aprile gli insorti, che nel frattempo hanno visto schierarsi con loro la Valtrompia, in una riunione in casa Olivari a Vestone, preparano un proclama per suscitare la rivolta della città contro il governo provvisorio, ma, accantonatolo per prudenza, viene preferita la sfida a viso aperto. Mentre Venezia ribadisce con un proclama la propria neutralità ed esalta la fedeltà dei valsabbini, i francesi, falsificando il proclama come antifrancese, incaricano il gen. Landrieux di marciare contro i ribelli. Sottomesse Gardone e Salò, il 9 aprile vengono aperte le ostilità contro la Riviera di Salò e le valli Sabbia e Trompia. Ultima a resistere è la Valsabbia. L'ultimatum viene portato a Vestone da due Cappuccini dapprima maltrattati, ma poi incaricati di chiedere un armistizio di alcuni giorni. Vengono concessi tre giorni. Il consiglio di Valle, convocato d'urgenza, risponde inviando a Brescia Pierantonio Savoldi latore di un preciso messaggio: la Valle aderirebbe al governo provvisorio a condizione che siano rispettati gli abitanti, mantenuti i privilegi concessi da Venezia e perdonati i capi della controrivoluzione. Sennonché il generale Landrieux, reduce dalla Valtrompia con carichi di feriti in un'imboscata, furioso rompe gli indugi e il 3 maggio dà il via all'invasione della Valsabbia. Come racconta il Vaglia in "Storia della Valsabbia", p. 461: «Cinquecento francesi e mille bresciani avanzarono su tre colonne l'una guidata dal Chevalier per Tormini e Vobarno; l'altra da Giuseppe Lechi per le coste di S. Eusebio, mentre il battaglione del Cruchet penetrò in valle per la Cocca di Lodrino. Il presidio posto alla Corona presso Tormini resistette a lungo, ma poi, rimasto privo di munizioni e senza rinforzi, retrocedette per evitare l'accerchiamento; a Carpeneda tentò un'ultima disperata resistenza, sorretto da una schiera di bagolinesi, senza ottenere risultati positivi. Costretto a cedere, si disperse sui monti di Pavone lasciando aperta la strada agli invasori che, in nome della fratellanza e della libertà, incendiavano e devastavano perfino i fienili. I sanculotti del Chevalier avanzarono così spogliando senza pietà, rompendo le resistenze dei montanari sempre più deboli e divise. In tutti i paesi fu portata la rovina e l'incendio, furono profanate le chiese, percossi gli infermi: Vobarno e Sabbio duramente puniti; Barghe, patria di don Filippi, incenerita; così pure Nozza che aveva osato arrestare i francesi con nutrita fucileria. Le fiamme che avvolsero il paese diffusero bagliori tanto in alto che a ricordo di Pietro Zani chi fuggiva sui monti di Prato in cerca di scampo poteva leggere, di notte, la minuta stampa. Vestone venne saccheggiata e incendiata, la chiesa parrocchiale profanata, quantunque abbandonata dagli abitanti. Lavenone subì la stessa sorte. I comuni di Anfo, Idro e Bagolino vennero risparmiati essendosi dichiarati per il governo provvisorio ed avendo sborsato rispettivamente la somma di 100, 100, e 500 zecchini». Pochi danni subiscono anche Odolo, Agnosine, Bione e Preseglie che si arrendono liberamente. Padroni della situazione, i vincitori pongono grosse taglie e promettono impunità a chi consegni vivi o morti i capi della controrivoluzione. Non avendo nessun riscontro, però, il 7 agosto ne condanna una ventina in contumacia. Le condizioni nelle quali sono ridotti i paesi risultano tali che lo stesso Governo della Repubblica bresciana si crede in dovere di mandare soccorsi. Spenti gli incendi, ogni paese deve mandare a Brescia il parroco e due cittadini a giurare fedeltà ai proclami che verranno emanati. Deve pure innalzare l'albero delle libertà e sventolare dai campanili il tricolore.


Intanto, in un primo riordinamento, la Valle vi entra a far parte del Distretto IV di Salò, con la Quadra di Montagna, e comprende i cantoni di Preseglie, di Vestone e della Pertica retti da un giudice di pace coadiuvato da un cancelliere. Nel nuovo ordinamento del 13 fiorite dell'anno VI (2 maggio 1798) decretato dal Gran Consiglio della Repubblica Cisalpina vengono assegnati al dipartimento del Mella i seguenti comuni della Valle Sabbia: Distretto del Naviglio, (14°) (capoluogo Gavardo): Gavardo, Nuvolento, Sopraponte, Vobarno, Sabbio, Goglione di Sotto e di Sopra, Paitone, Vallio, Serle, Prandaglio; al distretto delle Fucine (15°) (capoluogo Nozza): Nozza, Barghe, Bione, Agnosine, Savallo, Possico, Preseglie, Lavenone, Anfo e Rocca, Presegno, Levrange, Avenone, Ono, Forno d'Ono, Odeno, Vestone, Malpaga, Castro (Casto), Alone, Prato, Odolo; mentre Idro, Capovalle, Treviso, Provaglio di Sopra e di Sotto, Villanuova, Volciano sono inclusi nel dipartimento del Benaco. Vengono inoltre istituiti giudici di pace a Vestone, Preseglie e Forno d'Ono.


Seguono, nel 1798, mesi difficilissimi dovuti al controllo da parte dei governativi sui conti dei comuni, sulle chiese, le confraternite. Molti, specie tra i più compromessi e più giovani, si rifugiano sui monti, scendendo poi in bande a compiere razzie, emulati nelle soperchierie dalle truppe di occupazione e dalle guardie civiche lasciate in balìa di se stesse. Ne nasce una crescente confusione aggravata dal contrabbando, dalla carestia nelle popolazioni, che finiscono con il creare l'invocazione di un governo forte come quello austriaco. Ciò si avvera l'8 aprile 1799, quando gli austro-russi in tre colonne (una per la Valvestino, Treviso, la Degagna, una seconda per Bagolino, una terza da Ponte Caffaro) penetrano nella valle, puntando il 9 su Lavenone e su Vestone, il 10 su Barghe fra l'esultanza della popolazione che tuttavia non accoglie l'invito degli emigrati e specialmente del prete Filippi di costituire reparti particolari.


Ai primi di giugno ricompaiono gli austriaci al comando del gen. Wukassovich seguito dagli emigrati e controrivoluzionari del 1796 e dallo stesso prete Filippi, che si abbandonano a vendette. Il generale si sistema a Barghe in casa Randini mentre viene ristabilito l'ordinamento amministrativo già esistente sotto Venezia. Inutilmente don Filippi e altri emigrati cercano di persuadere i valsabbini ad assecondare gli austro-russi. Vengono, come scrive il Riccobelli, «ascoltati con indifferenza» e da altri con «simulato consentire» «memori tutti, egli scrive, delle ancora recenti luttuose conseguenze sofferte per avere la Valle nel 1797 imprudentemente voluto lottare con puerili forze contro forti e regolate milizie».


Passato poco più di un anno, le sorti si capovolgono e l'esercito austriaco deve lasciare il campo a Napoleone che lo sconfiggerà a Marengo il 14 giugno 1800. La Valsabbia è l'ultimo lembo di terra bresciana a ritornare in mano ai francesi. Anzi, ancora in giugno «il generale austriaco Ernst Laudon, che era rimasto indisturbato in Valsabbia e aveva il campo a Vestone, incoraggiato anche da alcuni valsabbini e da un rinforzo giunto dal Tirolo, poté tentare un'effimera scorreria fino a Brescia, che era allora sprovveduta di presidio; così la nostra città "vide meravigliando le orde tedesche correre un'altra volta da un capo all'altro le sue contrade"». Da parte sua don Filippi tenta invano di formare gruppi di resistenza. Il 21 luglio la Valle passa sotto il governo della Repubblica Cisalpina che cerca di ingraziarsi la popolazione promettendo: «rispetto alla religione cattolica; tassa di 8 denari per ogni scudo milanese sull'estimo dei commerci e dei terreni fruttiferi; divieto ai comuni di corrispondere alimenti alle truppe, le quali, tuttavia, riescono ad estorcerli con la forza dell'armi ed espandendosi nei campi per saccheggiare biade e frutta». La Valle assume il nome di Distretto delle Fucine con l'annessione dei comuni di Sabbio, Provaglio, Treviso, Hano e Idro, già appartenenti alla quadra di Montagna della riviera salodiana. I salodiani, insoddisfatti, chiedono che i comuni di Sabbio e di Provaglio dipendano dal distretto delle Fucine solo per il civile. Ne deriva una vertenza rimasta insoluta perché tutta la valle deve poi dipendere da Salò. I malumori crescono quando il mercato di Pregastine è trasferito d'autorità a Preseglie; e inoltre quando è stabilito che le biade vengano ritirate dal mercato di Nave, che si tiene il martedì di ogni settimana. Il 23 dicembre si apre in Vestone la concessione, tribunale subalterno per il criminale, instaurato dapprima a Preseglie, e il civile costituito dagli agenti dei comuni del distretto, la cui amministrazione e sorveglianza viene affidata ad un cancelliere che ha il compito di partecipare alle riunioni generali e alle adunanze degli agenti.


La Valle conosce nuovi momenti difficili quando, nell'inverno 1800-1801, rinnovatesi le ostilità tra Francia e Austria, reparti dell'esercito francese e la Legione italica del Lechi, dalla Valcamonica, attraverso il colle di S. Zeno e il Maniva, scendono in Valsabbia respingendo gli austriaci da Bagolino, Ponte Caffaro e nella valle del Sarca e concludendo con la liberazione di Trento. Sostituita il 3 febbraio 1802 la Cisalpina con la Repubblica italiana, sembrano venuti tempi più tranquilli avvalorati dalla decisione presa da Napoleone di ricostruire la rocca d'Anfo con lavori che dureranno dall'agosto 1802 fino al 1813 e con una spesa valutata sui cinque milioni.


Ma se con opere così imponenti sono garantiti i confini, non così è della pace interna della Valle, disturbata da incursioni e scorrerie di emigrati, fuoriusciti e gruppi di trentini, così frequenti da costringere le autorità francesi a mandare sempre nuove truppe. Contro di essi si adopera il sindaco di Anfo, Pietro Mabellini, che riceve una ricompensa al valore. Sostituita il 17 marzo 1805 la Repubblica Italiana con il Regno d'Italia, seguono mesi di incertezza e di difficoltà avendo la nuova guerra della Francia contro la Terza coalizione risvegliato le mire dei fuorusciti filoveneti e degli austriaci sulla Valle. Si devono rinforzare la rocca d'Anfo e il confine del Caffaro con nuove truppe che riescono a sventare incursioni su Bagolino e su Valvestino, truppe che però gravano ancora una volta sulla popolazione.


Gli anni che seguono sono più tranquilli, e anche, almeno in parte, più prosperi per la produzione di armi richiesta alle fucine dalla politica francese. Ciò accresce, specie nei più giovani, il fascino di Napoleone che lo seguono con entusiasmo nelle vittoriose imprese di guerra distinguendosi, alcuni di loro, per coraggio e dedizione. Rimangono fuori del gioco, tuttavia, nella loro maggioranza, le popolazioni sempre più disorientate dalla politica napoleonica, insensibile alle necessità delle comunità piccole. Seguono comunque anni senza avvenimenti di rilievo fino a quando, nel 1809, scoppiata la guerra di Spagna, bande austriache e di disertori ed insorti sudtirolesi riprendono oltre che in Valcamonica frequenti scorrerie nelle valli Giudicarie e nell'alta Valsabbia e, in seguito, da Vestone fino a Gavardo. Ad essi si accompagnano avanguardie dell'esercito austriaco, con l'intenzione di sollevare le popolazioni alle spalle dei francesi. Il viceré manda Giovanni Battista Sala e il commissario di guerra Giuseppe Treboldi a presidiare la rocca, ma ciò non impedisce, come racconta il Vaglia, agli austriaci di passare il 29 ottobre 1813 il Caffaro, avanzare occupando Bagolino il 3 novembre e il lago d'Idro ove il maggiore Campi dispone il presidio al porto Camerella minacciando la rocca, che, pure scarsa di uomini e di mezzi, dà prova di ottime qualità disciplinari e guerriere. La guarnigione è composta di 340 soldati, quasi tutti reclute prive di armi e di divise; 22 caporali, 14 sergenti, 3 subalterni, e 2 capitani. L'armamento consiste in 28 cannoni con qualche migliaia di palle e bombe, e tre bocche da fuoco al servizio della flottiglia. Il 10 giugno, rinforzato dal IV battaglione del 62° reggimento di linea al comando del Pouchet, attacca il Campi respingendolo fino a Darzo; ma il successo è effimero perché il nemico riesce a circondare la rocca assicurandosi le posizioni di Ponte Caffaro e di Anfo, ove sono le vettovaglie, obbligando il presidio a difendersi con fortunate sortite per la durata dell'inverno. La notte fra il 2 e il 3 gennaio 1814 il Sala, con quattro battelli fa assalire di sorpresa il porto Camerella dal capitano Parea che non riesce ad incendiare il quartiere ed a catturare le barche; ma riesce tuttavia ad affondare due barche ed a costringere l'avversario a lasciare incontrastato il lago. Il 17 aprile 1814 viene segnato l'armistizio e il 28 il presidio ammaina la bandiera tricolore, salutata da 21 colpi di cannone. La Valle passa cosi sotto l'impero di Francesco I d'Austria.




DOMINIO AUSTRIACO. Il riassetto amministrativo introdotto dall'Austria nell'aprile 1816 porta in Valsabbia alla creazione di due distretti: il XVI a Preseglie, il XVII a Vestone. Alcuni comuni fanno parte del distretto di Salò. Vestone comprende Anfo, Hano (Capovalle), Bagolino, Casto, Idro, Lavenone, Mura, Nozza, i comuni delle attuali Pertica Alta e Bassa, Treviso e Vestone ed è residenza di un commissario distrettuale e sede di una pretura di terza classe, alla quale, con notificazione del 16 ottobre 1827, è aggregato Treviso. Preseglie comprende Agnosine, Barghe, Bione, Odolo, Preseglie e Sabbio. Vobarno con la Degagna, Gavardo, Vallio, Villanuova e Volciano vengono aggregati al XIV distretto di Salò.


I primi anni di dominazione austriaca sono particolarmente travagliati da una terribile carestia che costringe i più poveri a cibarsi solo di erbe, e da un'epidemia di febbri petecchiali che provocano centinaia di morti e che si protraggono dal 1815 alla primavera del 1817 e durante i quali non mancano proteste e ribellioni come quella di Levrange. Per far fronte alla miseria delle popolazioni e alla disoccupazione creata dalla crisi della produzione del ferro, il governo austriaco, mentre sollecita a dar fondo alle risorse di beni comunali, all'alienazione di crediti ecc. spinge a promuovere opere pubbliche. Superati gli anni terribili della carestia e dell'epidemia, la normalizzazione porta tempi più tranquilli che avvicinano sempre più le popolazioni valsabbine e specie le masse popolari al governo austriaco. Riduzione di dazi, di prezzi, di tasse si affiancano ad una certa rigorosità amministrativa, mentre si promuovono opere pubbliche e riforme sostanziali. Fra le prime hanno rilievo i lavori stradali, perseguiti anche a sollievo della disoccupazione e della fame, ma anche per dare ordine al territorio. Sono le strade che nei primi anni vengono chiamate "della fame", tra le quali hanno particolare rilievo, nel 1817, i tratti Barghe-Anfo, Sabbio-Vobarno e nel 1819 il tronco Barghe-Nozza, ma che poi si ampliano e alle quali seguono poi nel 1823 il ponte sul Caffaro, nel 1827 quello sul Chiese a Barghe, nel 1839 la strada delle Pertiche; senza dire di quella delle coste di S. Eusebio che congiunge Brescia e la Valsabbia (1825-1831).


Tra le riforme acquista notevole rilievo quella scolastica estesa a tutti, attraverso programmi comuni e con la creazione di una specie di scuole elementari diffuse ovunque, affidate alla sorveglianza dei parroci. Nascono inoltre in questi anni il Ginnasio comunale di Bagolino diretto da Pietro Riccobelli e l'Istituto di educazione per studenti di ginnasio aperto dal maestro ed ex ufficiale napoleonico Pietro Zani a Sabbio Chiese nel 1826 e chiuso nel 1858. Se si aggiungono altri elementi di progresso quali la cura dei servizi postali e di trasporto fra le varie città, la cura e la rigorosità delle amministrazioni, assieme all'attenzione per le classi più povere, si può capire come l'Austria incontrasse adesioni ampie specialmente fra i ceti popolari. Tuttavia, come ha osservato Alfredo Bonomi ("Il lavoro e la montagna", II, p. 21), «fermenti politici di opposizione al nuovo regime non cessarono del tutto, anzi, come un fenomeno carsico, vennero periodicamente in superficie in momenti particolari, segno di una scontentezza profonda che si alimentava sia nel ricordo delle idealità coltivate negli anni del Regno d'Italia sia nella diffidenza dei ceti borghesi lombardi verso il governo di Vienna accusato di mettere lacci e laccioli allo sviluppo economico della regione. L'idea che il distacco della Lombardia da Vienna fosse necessario per il vero progresso dell'economia e della società, era un motivo assai diffuso e ricorrente ed andava aumentando con il passare degli anni».


Se nel 1815 la congiura detta dei colonnelli, cioè degli ufficiali nostalgici di Napoleone, conquista il solo Silvio Moretti che deve scontare anni di prigione, nel 1821 le adesioni alla congiura organizzata intorno al conte Federico Confalonieri, oltre che in città e nel Bresciano ottiene più ampie adesioni coinvolgendo ancora una volta Silvio Moretti che finirà a morire nel 1832 allo Spielberg, incarcerato assieme a Guido Francinetti, a G.B. Tonni Bazza, ecc. Don G.B. Passerini si salverà invece con la fuga. Altri poi, come Luigi Passerini e Michele Tonni Bazza, parteciperanno alla Giovane Italia nelle nuove cospirazioni del 1833.


Ma è soprattutto nel 1848 che la Valle avverte i nuovi avvenimenti che segnano la rivoluzione contro l'Austria e prova alcuni mesi di libertà. La sera del 18 marzo, incalzati dall'esercito piemontese che era in città, si avviano senza incidenti, attraverso la Valsabbia verso i confini trentini, 500 uomini della guarnigione austriaca. La guardia civica di Vestone, al comando di Domenico Riccobelli, occupa la rocca d'Anfo per consegnarla ai piemontesi. Nel frattempo 400 valsabbini arruolati a Barghe da Nicola Sedaboni con altri armati di Bione e di Lumezzane occupano il 3 aprile Salò. In quasi tutti i paesi si costituisce la guardia civica e sulle torri sventola il tricolore. Il 6 aprile sale la valle una spedizione di 5 mila volontari, al comando del gen. Allemandi che raggiunge il Caffaro, Condino, giungendo fino a Castel Toblino da dove gli austriaci la ricacciano sulle posizioni di partenza. L'artiglieria, affidata all'Anfossi, occupa Ponte Caffaro, Berretta tiene il ponte Prada e Bagolino, dove è aiutato da 600 cittadini raccolti intorno a don Angelo Gatta; Thannberg presidia i paesi di Idro e Lavenone; il 2° battaglione Berretta difende Anfo e le guardie civiche Hano (Capovalle), Treviso e Provaglio. Il 19 aprile gli austriaci attaccano e l'Allemandi, incapace di arginare l'offensiva, si reca a chiedere soccorso a Carlo Alberto e al Governo provvisorio di Milano, ma viene destituito. Al suo posto il generale Durando assume il comando dell'operazione, ponendosi in Lavenone. Dispone un nuovo schieramento delle truppe sul Caffaro. Contenuti in un primo momento, di nuovo, la mattina del 27 maggio, gli austriaci assaltano le posizioni del Caffaro, di Lodrone, di Bagolino. Un movimento di finta ritirata sul Monte Suello invoglia gli austriaci a spingersi sulla strada verso Rocca d'Anfo, ma vengono ributtati nuovamente oltre il Caffaro. Un'altra colonna diretta, attraverso Lodrone, a Bagolino, è fermata a Riccomassimo dal 2° battaglione comandato dal Grotto. L'ultimo scontro avviene fra la legione del Thannberg e gli imperiali sul Monte Suello. Nella notte diversi austriaci vengono uccisi e altri messi in fuga. I volontari si ritirano fra Vestone e Anfo, per ripiegare, poi, laceri e malconci, su Brescia. Del battaglione studenti fanno parte i valsabbini: Lucio Fiorentini, Glisenti, Bernardino Soldi di Agnosine, Giacomo Nicolini di Vestone, Michele Zani di Sabbio, Bortolo Ghidinelli di Avenone, Giacomo Saottini.


Con l'esperienza del '48 matura in valle un clima politico nuovo, con tendenze diversificate. Mentre Giacomo Passerini e Carlo Beccalossi si schierano con il partito repubblicano, in sostanza antipiemontese, Lucio Fiorentini e Pier Luigi Valdini parteggiano per l'unione della Lombardia al Piemonte, sostenuta dai valsabbini emigrati in quella regione, fra i quali si trovano don Angelo Gatta, parroco di Bagolino, Bortolo Ghidinelli, Giacomo Saottini. Dal novembre 1848 alcuni valsabbini hanno aderito al comitato segreto del dott. Gualla favorendo l'espatrio di patrioti con l'aiuto di contrabbandieri fra i quali si distingue Bortolo Freddi di Comero che riesce a salvare parecchi cospiratori. Giacinto Passerini, già membro del Comitato di finanza del Comitato provvisorio nel 1848, nel 1849 fa il cassiere del Comitato segreto del Gualla. Nel marzo 1849 sono calcolati a decine i valsabbini che accorrono a Brescia per combattere nelle 10 giornate (23 marzo-1 aprile) di insurrezione contro l'Austria. Tra essi si distingue Lucio Fiorentini che sarà anche tra i narratori dell'avvenimento.


Spenti i fuochi di rivolta del 1848-1849 seguono dieci anni di dominazione austriaca ancor più difficili. Aumento di prezzi, nuove imposizioni fiscali cui si aggiungono la crittogama della vite, il colera del 1855 che miete decine di vittime in ogni paese, la guerra di Crimea (che vede presenti fra i valsabbini Taddeo Zabbeni di Vobarno e Giacomo Saottini), ne scandiscono il decorso fino a quando, il 17 maggio 1859, la gendarmeria austriaca si ritira dietro la rocca affidata all'arciduca Carlo Luigi, fratello dell'imperatore d'Austria. La valle, però, rimane in balìa degli austriaci. Solo il 20 giugno essa vede giungere truppe italiane. Lo stesso giorno, il gen. Cialdini è accolto con banda ed evviva dalla popolazione. I primi a muoversi sono gli austriaci. Il gen. Henikstein, cui spetta la difesa della Valle del Chiese, schiera due compagnie alla Rocca d'Anfo, tre a Bagolino ed una a Montesuello con puntate sul Maniva e a Croce Domini. Ad arginare la loro azione il 20 giugno salgono in Valsabbia vari reparti dell'esercito, dislocandosi in varie località (Nozza, Lavenone, ecc.). Nello stesso giorno l'avanguardia del 10° reggimento si scontra con gli austriaci a Lavenone. Il 21 giugno vengono concentrate truppe tra Sabbio e Vestone. Qui giungono i generali francesi Le Boeuf e Frossard, comandanti superiori dell'artiglieria e del genio, incaricati da Napoleone III di controllare le condizioni di difesa della valle del Chiese. Si decide di occupare Rocca d'Anfo, che si dice presidiata da 180 uomini, senza artiglieria e pronti ad arrendersi appena ne abbiano il pretesto. Notizia falsa, giacché la rocca è difesa con facilità. Mentre viene predisposto un piano di attacco massiccio alla Rocca, il gen. Broglia, comandante la brigata Savona, viene investito del compito di difendere la Val Sabbia, stabilendo il quartier generale a Lavenone con battaglioni dislocati ad Anfo, Vobarno, Idro, Treviso bresciano, Hano, Salò ecc. Nei giorni seguenti le truppe italiane attaccano le posizioni nemiche di Bagolino, costringono gli austriaci a trincerarsi sul Caffaro da dove, dopo aver rioccupato Bagolino per breve tempo, non si muoveranno fino all'armistizio. Così come la Rocca, il Caffaro rimane presidiato dagli austriaci fino a quando quella, occupata nel giugno 1859 dai Cacciatori delle Alpi, guidati da Pilade Bronzetti, verrà consegnata all'Italia il 29 gennaio del '60. L'8 giugno 1859, quando le truppe austriache lasciano la Valsabbia, sostituite il 20 dalle colonne del Cialdini e dai "cacciatori delle Alpi", anche per la Valsabbia viene il momento della liberazione da dominazioni straniere. Nell'armistizio la linea di demarcazione tra gli eserciti franco piemontese e austriaco viene fissata attraverso Lavenone, Idro e Bagolino.


Nella nuova divisione amministrativa del Regno d'Italia i comuni della Valle Sabbia vengono assegnati al Circondario di Salò divisi nei seguenti mandamenti giudiziari: Salò: Degagna, Gavardo, Prandaglio, Sopraponte, Soprazocco, Vallio, Villanuova sul Clisi, Vobarno, Volciano. Bagolino: Bagolino. Preseglie: Preseglie, Agnosine, Barghe, Bione, Odolo, Provaglio Sopra, Provaglio Sotto, Sabbio Chiese. Vestone: Vestone, Alone, Anfo, Avenone, Bel Prato, Casto, Comero, Hano, Idro, Lavenone, Levrange, Livemmo, Mura, Navono, Nozza, Ono Degno, Presegno, Treviso Bresciano. La Valle dipende dal Tribunale civile e penale di Salò. Politicamente, dalle elezioni generali del 1860 in poi, si affermano elementi repubblicani e liberali legati sempre più a Zanardelli che è di continuo presente e attento ai problemi economico-sociali della Valle. Come lui fanno pure i Glisenti, i Riccobelli, ecc. Due valsabbini, Secondo Calzoni di Bione e Achille Tonni Bazza di Volciano, partecipano all'impresa dei Mille nel 1860.


Nel 1862 viene fondata a Vestone la Società del Tiro a Segno, presidente effettivo Domenico Riccobelli e onorario Giuseppe Garibaldi. Nel 1863 viene conclusa la bonifica del Pian d'Oneda. Negli stessi anni la Valsabbia diventa uno dei principali punti d'appoggio per la liberazione del Trentino, organizzato da Ergisto Bezzi e dal notaio Giuseppe Guarnieri che costituiscono a Bagolino e a Vestone due centri per tale impresa e nei quali si vanno pure raccogliendo emigrati trentini. Nella sola Bagolino se ne contano, nel 1863, una quindicina, mentre si parla di rifornimenti d'armi in continuo sviluppo. Né mancano casi di diserzione.


Naturalmente la Valle assume un'importanza particolare con l'approssimarsi della guerra, quando viene invasa da truppe garibaldine, essendo stata assegnata a Garibaldi l'ala settentrionale del fronte. Accampatesi un po' dovunque e specialmente a Vestone, Lavenone, Anfo, le truppe garibaldine hanno il primo scontro a Ponte Caffaro il 26 giugno 1866 e puntano poi subito su Bagolino dove sembra che la popolazione, con a capo il maestro Stefano Pelizzari, sia riuscita ad impedire il ritorno degli austriaci. Ma vi rimangono solamente un giorno o due per ripiegare su Anfo. Bagolino viene rioccupata l'1 luglio dagli austriaci con una forza di 3000 uomini. Lo stesso giorno giunge al ponte di Idro la brigata del col. Corte, mentre arriva la notizia che anche gli austriaci si sono mossi con due colonne puntando l'una su Treviso e l'altra su Lavenone. Il 2 luglio a Rocca d'Anfo sopraggiunge Garibaldi. Accortosi che gli austriaci puntano sulla rocca Anfo e che si sono arroccati sulla strada per Bagolino, a partire dalla chiesetta di S. Antonio, verso Montesuello, in posizione favorevole, decide di attaccarli aggirandoli attorno al Monte Censo per prenderli alle spalle. Ma non ha però fatto i calcolo del tempo occorrente per l'operazione, per cui decide, senza aspettar altro, l'attacco dal basso verso Montesuello. Armati quasi tutti di armi poco valide, i garibaldini si muovono, ma, fatta qualche decina di metri, vengono presi, d'infilata e dall'alto, dalle potenti carabine degli austriaci appostati alla montagna e distesi lungo la strada per Bagolino. I ripetuti attacchi, anche all'arma bianca, si fanno sempre più disordinati, mentre gli austriaci, costretti a volte ad arretrare davanti all'impeto dei garibaldini, si appostano in posizioni ancora più favorevoli. Lo stesso Garibaldi, accorso ad animare la lotta, viene ferito di striscio alla coscia destra da un suo maldestro volontario. Quattro cannoni piazzati a S. Antonio servono a contenere in qualche maniera le perdite garibaldine che tuttavia risultano particolarmente gravi, aumentate anche dal fuoco amico garibaldino, per la somiglianza delle divise con quelle del nemico. Dopo cinque ore di fuoco, alle ore 19, le truppe austriache, non volendo affrontare le truppe garibaldine che stanno compiendo l'inutile azione di aggiramento, si ritirano da Montesuello, Ponte Caffaro e Bagolino. Pesanti sono, tra le file dei garibaldini, le perdite, che lo Stato Maggiore italiano valuterà in 44 morti (tre ufficiali), 266 feriti (14 ufficiali) e 22 dispersi contro 14 morti e 41 feriti segnalati dalle fonti austriache. Affannosa, ma sollecita, è l'assistenza ai feriti ricoverati nelle chiese e case di Anfo, di Vestone mentre a Vestone, Lavenone, Preseglie, Barghe, Vobarno ecc. vengono allestiti mezzi per trasportare a Brescia duecento feriti.


Nei giorni seguenti, occupata dai garibaldini Bagolino, la guerra si sposta nelle Giudicarie dove seguono, alla ripresa delle operazioni, scontri a Cimego (16 luglio) con 29 morti, 133 feriti, 190 prigionieri fra i garibaldini al Monte Motta, al forte dell'Ampola, arresosi il 19 luglio, e infine a Bezzecca (20 luglio) dove i garibaldini contano 121 morti, 451 feriti, 1070 prigionieri, contro 25 morti, 82 feriti e circa 100 prigionieri austriaci. Cinque giorni dopo il 25 luglio una tregua d'armi ferma le operazioni, mentre l'"obbedisco" di Garibaldi del 9 agosto segna la fine dell'impresa garibaldina, ma non della situazione di disagio che la guerra lascia in Valsabbia. Tale disagio è dovuto ad un disordine generale lasciato dalle truppe, al dissesto delle finanze comunali e al tifo bovino e anche (nell'ottobre ad Anfo) al colera, scoppiato a causa dei cadaveri abbandonati dissepolti dopo la battaglia di Montesuello.




EPOCA CONTEMPORANEA. A fatica tuttavia la Valle riprende un cammino che la porta ad un risveglio economico sempre più sicuro. Dopo il 1866 prendono sviluppo economia e politica. La vita politica si esprime in associazioni, club, più che in partiti veri e propri. Oltre alla società di Tiro a segno ne nascono altre. Viene fondato a Vestone anche un Club Ciclistico Valsabbino che nel 1907 pubblica il proprio statuto. Un buon successo hanno le Società di Mutuo Soccorso che raggruppano le più varie espressioni della vita sociale, dagli operai ai contadini, ai commercianti, agli stessi imprenditori. Le prime nascono a Odolo e Gavardo nel 1876 e ad esse seguono quelle di Vobarno nel 1877, di Vestone nel 1883. Di orientamento neutro o liberale, a volte laicista, trovano sostegno dai partiti liberali specie della sinistra storica e da quelli della sinistra mazziniana repubblicana, ma presto trovano risposta in campo cattolico. Nel 1862 una Società cattolica operaia di mutuo soccorso viene fondata a Bagolino, nel 1883 a Vestone.


Nei primi anni dell'unità nazionale la Valle registra un breve risveglio dell'attività manifatturiera che, però, negli anni '70 va incontro ad una vera debacle nonostante gli sforzi di Zanardelli che porta in Valle ministri e imprenditori. Verso gli anni '80 si profila il lancio di una vera e propria industria di rilievo quale la Ferriera Italiana di Vobarno, divenuta poi "Angelo Migliavacca e C.". Nel settore tessile, nel 1883, nasce a Villanuova il lanificio Sala Ottolini al quale segue quello di Bostone (Gavardo), e nel 1884 il cotonificio Hefti di Roè. A Vestone prende il via nel novembre 1904 lo stabilimento Lorenzo Bonomi e C., per la "lavorazione del legno applicata all'elettricità". È la prima azienda italiana produttrice di materiale elettrico e diventerà poi l'AVE.


Allo sviluppo economico-sociale fanno da supporto le comunicazioni. Lento è lo sviluppo di quella rete viaria che riguarda soprattutto tratti della strada di fondovalle e che ha uno dei suoi momenti più significativi nell'inaugurazione, nel 1884, del nuovo ponte sul Caffaro, dopo interminabili contestazioni diplomatiche con l'Amministrazione austriaca che si rifiutava di concorrere alle spese. Notevole è, nel 1881, la realizzazione della tramvia che dai Tormini tocca Vobarno e raggiunge Vestone, linea che poi verrà elettrificata nel 1914 e quindi prolungata fino a Idro. Fallisce invece il congiungimento per elettrovia da Brescia a Vestone e le valli trentine attraverso Nave, le valli del Garza, Vrenda, Vestone ecc. progettato nel 1897.


Coefficiente importante dello sviluppo industriale è la produzione di energia elettrica prima attraverso centraline private, poi in collegamento con sempre più importanti complessi. Il primo ad usufruirne, nel 1883, è il cotonificio Hefti di Roè Volciano. Piccole centrali alimentano nel 1895 Gavardo, nel 1896 Bagolino, nel 1898 Lavenone e Odolo, nel 1902 Barghe, nel 1904 Vestone e nel 1905 Ponte Caffaro con un impianto ritenuto fra i più prestigiosi in Europa.


In ritardo sullo sviluppo economico-sociale di altre zone del Bresciano, la Valle lo è anche nella istituzione di agenzie di credito e di cooperazione che vede nascere solo nel 1888 un'agenzia della Banca S. Paolo a Bagolino e, due anni dopo, uno sportello a Nozza. Nel 1890 a Vobarno nasce la Piccola banca agricola di S. Isidoro che apre succursali a Gavardo e un'agenzia a Preseglie. Nel 1890 gli zanardelliani aprono una Cassa cooperativa a Gavardo alla quale i cattolici rispondono con la "Piccola banca Valsabbina di S. Pietro" di Nozza con agenzie ad Agnosine, Vestone e Idro. Nel 1898 nasce, promossa da liberali zanardelliani, la Cassa cooperativa di Credito Valsabbina che si espande ad Agnosine, Casto e Odolo e che nel 1941 diventerà "Banca Cooperativa Valsabbina". Breve vita ha la Banca popolare fondata nel 1911 a Vobarno, mentre promettente sviluppo hanno nel 1901 le Casse Rurali di Anfo, Bagolino Prandaglio e, nel 1902, quella di Volciano.


Più puntuale riguardo al tempo è lo sviluppo, parallelamente a quello dell'industria vera e propria, delle leghe operaie di resistenza, guidate in parte dal Consolato operaio. Il 21 febbraio 1884, e per quattro giorni, scendono in sciopero per aumentare i salari, a Odolo e Casto, 200 operai. Passano undici anni e il 19 settembre 1895 disertano per cinque giorni lo stabilimento 311 operai della Ferriera Migliavacca e non per aumento di salario, ma per protesta contro la disciplina imposta dalla direzione. Nel 1898, quando si profila una crisi ciclica dell'economia italiana, il 19 settembre entrano in sciopero per quattro giorni 296 filatori e filatrici del cotonificio Ottolini di Villanuova sul Clisi che trovano la solidarietà di 369 operai del cotonificio Hefti di Roè. L'anno 1900 vede aprirsi a Odolo una lunghissima vertenza con lo sciopero di 105 operai di dodici officine che fabbricano badili, vanghe, zappe e forche. Il 7 maggio scioperano gli operai dei laminatoi di Vobarno; nel 1901 si verificano scioperi a Gavardo (lanificio) e a Roè (cotonificio Hefti).


Non mancano momenti di arresto dello sviluppo economico-sociale causati da disastri naturali. Nel 1882 le acque del Chiese travolgono le vecchie fucine di Lavenone, già modernizzate da Francesco Glisenti. Il 6 novembre 1905 un'alluvione delle acque del Chiese danneggia Ponte Caffaro e alcuni casolari della campagna di S. Giacomo.


Il quadro politico dominato dalla sinistra liberale zanardelliana cambia gradualmente nei primi anni del '900. Di fronte al tentativo di mantenere salda la propria egemonia, specie in Vestone, nella bassa Valle, a Vobarno, Roè ecc. compaiono i primi nuclei socialisti, mentre si organizzano sempre più compatti i cattolici. Questi, nel novembre 1910, nominano presidente Marsilio Vaglia per l'Unione Cattolica di Valsabbia che, accanto allo scopo «di mantenere e difendere nel popolo lo spirito cattolico», persegue anche obiettivi più larghi.


Ad interrompere uno sviluppo ormai tranquillo della vita economico-politica, ancora una volta è la guerra, inevitabile per una terra di frontiera. A preparazione, vengono compiute alcune fortificazioni, un'attività intensa di spionaggio e anche grosse manovre militari nel 1906.


La Valle vive intensamente la I guerra mondiale, ma senza essere direttamente coinvolta in azioni belliche. Rafforzati i forti di Valledrane, Cima Ora e la Rocca, già nel marzo-aprile 1915 truppe del 77° Reggimento hanno occupato posizioni vicine al confine mentre ai primi di maggio altre truppe occupano il Passo Maniva, Cima dell'Ora, Anfo e le zone di Crocedomini - Val Caffaro - Bagolino - Cerreto. A Idro prende stanza il 61° reggimento del maggiore Corridori, a Nozza il 45° battaglione e a Valvestino il 62° reggimento fanteria. Lo sbarramento militare viene posto a Vestone presso l'edificio scolastico; nello stesso centro si installano i comandi di divisione, di tappa e di commissariato. A Nozza pone il suo comando il generale di divisione Roffi, e a Lavenone il gen. Ricca. Il comando del XIV corpo d'armata con il gen. Sagramoso si installa nella villa Bertelli di Nozza. Allo scoccare della mezzanotte dal 23 al 24 maggio i bersaglieri del 7° Reggimento, al comando del maggiore Corridori, varcano il ponte di ferro sul Caffaro, seguiti da altre truppe, iniziando l'avanzata in terra trentina e conquistando sempre nuove posizioni fino ad assestarsi, dal 18 al 20 ottobre 1915, sui monti Medino e Palone, che costituiscono i due principali pilastri del fronte giudicarese, ma che non vengono poi superati perché qualsiasi tentativo di avanzata si infrange contro gli imprendibili forti di Lardaro e di Por. Salvo qualche risveglio di artiglierie e di pattuglie le azioni belliche ristagnano poi di fronte ad un sistema difensivo rimasto intatto fino al 2 novembre 1918 quando viene abbandonato all'improvviso, permettendo alle truppe della 40 Divisione al comando del gen. Giuseppe Viora, di avanzare senza trovare resistenza. Il 3 novembre, alle ore 18, il capitano Francesco Marotta, alla testa di un reparto di bersaglieri arditi, entra in Tione, imbandierata, precedendo di tre ore il grosso della Divisione.


Il bilancio della guerra che si chiude il 4 novembre è pesante per il numero alto delle vittime. Quanto ai combattenti valsabbini si contano 20 medaglie d'argento e molte di bronzo. La guerra cambia in profondità la scena politica valsabbina. Mentre si spegne quasi del tutto la vita dei vecchi partiti liberale e repubblicano, si ravviva quella socialista, mentre ne compaiono di nuovi, quali il Partito Popolare Italiano e il Partito Nazionale Fascista. Il primo, fondato nel 1918, si afferma fin dal 1919 in centri valsabbini quali Nozza, Belprato, Idro, Preseglie, Barghe, Casto ecc. Il fascismo si afferma invece a fatica; nei primi anni di vita risulta presente solo a Belprato e trova notevoli difficoltà ad affermarsi addirittura a Vestone. Si afferma definitivamente nel 1925, specialmente in polemica con i popolari, ultimi ad arrendersi. Viene perseguito anche un programma di miglioramento della viabilità con la costruzione della strada Nozza-Casto-Brozzo, il tronco Alone-Casto, mentre nel 1933 viene avviata la costruzione dell'arteria Nozza-Tavernole, finita poi nel 1953. Si sviluppano colonie, fra le quali quelle di Valledrane e di Vestone. Una delle più rilevanti realizzazioni, grazie alla privata liberalità del sen. Angelo Passerini, è il Ricovero di Nozza, inaugurato il 17 maggio 1925.


Il fascismo si adatta a collaborazione meno politicizzata con una normalità amministrativa. La novità di rilievo è, nel 1928, la soppressione dei comuni di Belprato, Livemmo, Navono (unificati nel comune di Pertica Alta) e di Avenone, Levrange, Ono Degno (Pertica Bassa). Provaglio di Sopra e di Sotto sono unificati nel nuovo comune di Provaglio Val Sabbia. Roè e Volciano si fondono e prendono il nome attuale. Il comune di Barghe è aggregato a Sabbio Chiese (fino al 1956) e quello di Nozza a Vestone.


Mentre si consolidano alcune attività imprenditoriali, specie a Bagolino, nelle Pertiche, nel Savallese si verifica un vero e proprio progressivo rinnovamento del ramo zootecnico e caseario che trova sempre più il suo fulcro nel mercato di Nozza. Viene avviato quello che il Vaglia chiama un «ardito programma di miglioramento e di rimboschimento per la sistemazione dei bacini montani». La guerra che si preannuncia nel 1939 con grandi manovre alle quali è presente il principe Umberto di Savoia, esige proprio in Valsabbia i sacrifici senza fine degli alpini del battaglione Vestone che scrivono sui fronti e soprattutto nella ritirata di Russia alcune delle pagine più eroiche della storia d'Italia. La Valle esperimenta presto l'organizzazione della Resistenza ai tedeschi e alla Repubblica di Mussolini grazie a Giacomo Perlasca, il quale fa vivere i primi nuclei partigiani. Questi ultimi, dopo la fucilazione del Perlasca (24 febbraio 1944), formeranno la brigata delle Fiamme Verdi che da lui prenderà il nome. La vicinanza dei centri della Repubblica di Salò e l'importanza della Valle come via di comunicazione con il Trentino e perciò con la Germania tiene impegnati i "ribelli" e ciò, da parte nazifascista, provoca numerosi rastrellamenti, arresti, fucilazioni. Già nel gennaio 1944 viene disperso il gruppo partigiano di Degagna, ad Anfo sono arrestate alcune persone, Perlasca e Bettinzoli vengono fucilati (febbraio). Rastrellamenti si susseguono nel 1944 ad Agnosine e Preseglie (13 maggio), a Casto (15-16 maggio), a Mura (21 agosto), nella zona della Corna Blacca (26 agosto), a Presegno (5 ottobre), nella Pertica (11 e 16 ottobre; 6 novembre), a Sabbio (4 dicembre), a Teglie di Vobarno (15 dicembre) e nel 1945 a Presegno (6 febbraio) e a Odeno (7 febbraio). I ribelli si difendono come possono: assaltano la Rocca Anfo per asportarvi munizioni (30 settembre 1944) e più volte la caserma di Vestone (19 luglio, 12 agosto, 8 ottobre 1944). Particolarmente tragici risultano gli scontri del 4 ottobre 1944 sui monti di Bagolino (dove vengono arsi vivi in un fienile dieci partigiani) e del 4-5 marzo 1945 quando sono catturati e fucilati nove ribelli sul monte Besume, presso Provaglio. La popolazione, in diverso modo, aiuta i gruppi partigiani, fiancheggia le loro azioni, contribuendo al successo finale. L'ultima e più potente colonna tedesca, in marcia lungo la Valle, per aprirsi un varco verso il Trentino si arrende a Nozza.


L'opera di ricostruzione del dopoguerra segna tappe comunitarie sempre più importanti e rapide che iniziano con l'istituzione, per la legge 27.12.1953 n. 959, del Consorzio dei comuni bresciani del bacino imbrifero montano del Chiese, con sede a Vestone, eretto con D.P. 59064 div. IV del 28.8.1956. A Presidente del B.I.M. viene eletto il sindaco di Vestone, Ugo Ferremi, seguito poi dal prof. Ugo Vaglia. Di notevole importanza per la Valle è anche l'inaugurazione, nel maggio 1966, della nuova sede della Pretura a Vestone.


Nel 1965, su sollecitazione degli amministratori valligiani, la Provincia avanza richiesta allo Stato di attivare un Piano di Bonifica montana in Valle Sabbia. La richiesta viene accettata e matura l'idea di creare un organismo che possa gestire il Piano stesso. Così, con Decreto del Prefetto del 14 gennaio 1967, nasce la Comunità Valsabbina che elegge l'11 giugno a presidente l'avv. Giacomo Bonomi. È un periodo di fervide iniziative. Per alcuni anni si trovano ad operare ben tre organismi: il B.I.M., la Comunità Valsabbina ed il Consiglio di Valle provvisorio. Dopo un articolato ed approfondito dibattito le forze politiche locali raggiungono l'accordo per fondere i tre organismi in un nuovo Ente. Con Decreto del Prefetto del 19 agosto 1970 vengono sciolti il B.I.M., la Comunità Valsabbina ed il Consiglio di Valle provvisorio. Nel settembre del 1970 viene riconosciuto il nuovo Consiglio di Valle che ad ottobre elegge presidente Andrea Barbiani. Si inizia così anche l'elaborazione del Piano di Sviluppo. Con la legge nazionale sulla montagna del 1971 vengono istituite le Comunità Montane. Nello stesso anno in Valle Sabbia nasce la Comunità Montana. Viene eletto presidente Andrea Barbiani, riconfermato sino al 1985. Segue dal 1986 al 1995 la presidenza del prof. Alfredo Bonomi, indi, da tale anno sino al 2004, quella del dott. Gian Antonio Girelli. Nel novembre del 2004 viene eletto presidente Ermanno Pasini.


Fra le tappe più significative degli organismi comunitari si contano il piano di bonifica montana (1972), il lancio, nel 1974, di un piano economico-sociale preso a modello da altre comunità. Ad esso segue nel 1979 il Piano urbanistico comprensoriale e, nel 1984, primo in provincia di Brescia, il sistema bibliotecario cui seguono nel 1996 il Servizio archivistico, nel 1989 un piano comprensoriale per il turismo e nel 1999 un piano comprensoriale per la protezione civile. La Comunità si attrezza anche di organi di stampa quali "La nostra Valle. Periodico della Comunità montana di Valle Sabbia e dell'USSL 39".


Deciso il cammino anche sul piano sanitario e socio-assistenziale. Dal 1979 al 1992 la Comunità Montana gestisce anche la sanità della Valle tramite la USSL n° 39. Le iniziative in campo socio-assistenziale sono tante. Si passa infatti dalla nascita dell'AVIS valsabbina (18 maggio 1964) al Centro spastici creato a Barghe nel 1978, alla creazione nel 1981 di un centro INPS, nel 1982 di un centro educativo per handicappati sempre a Barghe, del Ser.T. (Servizio tossicodipendenze) e di un Consultorio adolescenti presso il Polivalente di Idro. Nel 1983 viene progettato per la Valle, con sede a Nozza, un Day Hospital inaugurato nel dicembre 1993 mentre nel 1998 viene creato, accanto alla casa di riposo Passerini a Nozza, un centro diurno integrato per l'assistenza agli anziani. Nel 2000 viene avviato un Consorzio assistenziale per le case di riposo. Fra le più rilevanti opere pubbliche sono da segnalare le grandi opere stradali fra le quali la strada Lumezzane-Valsabbia progettata nel 1958 e inaugurata nel 1977; la creazione nel 1986 della Valgas per la gestione di servizi pubblici di Valle che ha permesso non solo lo sviluppo dell'elettricità, degli acquedotti, la raccolta di rifiuti, ma anche la metanizzazione di tutta la Valle.




RELIGIOSAMENTE ED ECCLESIASTICAMENTE. Da una tradizione richiamata da don Mattia Marchesi nel sec. XVIII, che disse avallata dal Biemmi e dal Doneda e più recentemente da don Basilio Pasinetti e da don Luigi Bresciani, si è ritenuto che la prima chiesa della Valle sia quella dedicata ai SS. Quirico e Giulitta esistente a Nozza a pochi metri dal fiume Chiese e distrutta nel 1646, come ricorda un piccolo monumento con una lapide nella quale si legge: «Qui / dove nel IV secolo / sorse la prima chiesa cristiana / della Valle Sabbia / ai SS. Quirico e Giulitta / dedicata / rimasta fino al 1646 / dove / all'ombra della croce / ebbero tomba i primi fedeli / memore pietà / orgogliosa della fede antica / Q. M. P. / anno MCMXXI». Probabilmente più che di una chiesa, e tanto meno della prima della Valsabbia, si tratta di uno di quei "loca sanctorum" che i primi missionari collocavano in luoghi strategici e intorno ai quali essi riunivano i primi cristiani per celebrare l'Eucarestia e insegnare le verità della fede.


Tra i primi evangelizzatori, assieme ai vescovi di Brescia, un posto preminente ebbe senz'altro, nel sec. IV, S. Vigilio di Trento, su mandato diretto di papa Damaso, venerato a Bione, Bagolino, ecc. Dai sec. V e VI si sviluppa una vera e propria organizzazione territoriale che ha i suoi capisaldi nelle pievi, combacianti, secondo i più, con l'organizzazione anteriore dei pagi. Nascono così le pievi di Provaglio, Vobarno, Idro, Mura e più tardi Bione che estende la sua giurisdizione fino ad Odolo e Gazzane, frazione di Preseglie, ed è probabile che sia stata staccata dalla pieve di Savallo o dalle pievi di Nave o Lumezzane, verso l'anno mille. L'origine della chiesa risale forse alla concessione dei re Ugo e Lotario dell'anno 843 fatta al diacono di Brescia, Andrea. L'antichità della pieve di Bione è stata documentata da reperti altomedievali del sec. VIII e IX, poi murati nella parete esterna della chiesa parrocchiale.


Ugo Vaglia non esclude che la Valle sia stata, prima del V secolo, soggetta alla giurisdizione della pieve di Gavardo. Ma forse già anteriore al sec. VI è la pieve di Vobarno, il cui arciprete godeva dei diritti connessi al feudo vescovile, che riscuoteva pegni di sudditanza da Vestone, Hano, Idro, Provaglio, Degagna, Liano, Pompegnino, Prandaglio, comprendendo le rocche di Sabbio e di Nozza.


A Provaglio contese fin dal sec. XII il titolo di pieve la chiesa di Pavone, dedicata a S. Giovanni Battista, partendo forse dalla causa promossa dal clericus Maifredus di Sabbio, desideroso di avanzare diritti di priorità o di prestigio sulla chiesa di Provaglio, asserendo che Pavone fu la sede della primitiva pieve trasferita sui monti di Provaglio in tempi calamitosi per risparmiarla dalle inondazioni del fiume Chiese e dai vandalismi di temute invasioni. La pieve di Idro, detta di S. Maria ad Undas, si estendeva da Vestone ad Anfo, includendo anche Treviso. Appartenne poi al monastero di Leno, il quale, come si legge in un diploma di Arrigo VI del 1194, vi mantenne diritti anche dopo l'emancipazione del Comune. La pieve di Savallo sorgeva a Mura ed estendeva la sua giurisdizione sul Savallese e sulle Pertiche da Nozza a Presegno, escludendo Marmentino che, pure appartenendo al territorio della valle fino al sec. XVIII, si era emancipato dalla pieve di Bovegno nel 1240, ed escludendo inoltre Bagolino, appartenente alla pieve di Condino, diocesi di Trento. Nel 1785 Bagolino, in applicazione di una legge di Giuseppe II d'Austria, si unirà alla diocesi di Brescia.


Dipendenti dalle pievi, nascono le diaconie per l'assistenza religiosa e materiale alle popolazioni distanti dal centro, come nel caso della pieve di Savallo che aveva in "S. Stefano" di Nozza la sua prima vedetta diaconale, la cui notevole importanza economica era rappresentata dal suo mercato, convegno per le tre pievi di Provaglio di Sotto, di Mura Savallo e di Idro. La vastissima pieve contava, oltre che la diaconia di Nozza, quelle di "S. Lorenzo" in Alone e Presegno, alle sue estremità; quelle intermedie delle "Pertiche", e cioè: di "S. Andrea" a Barbaine; di "S. Bartolomeo" ad Avenone; di "S. Martino" a Levrange e una seconda dedicata a "S. Lorenzo" in Ono Degno, preziosa per chi scalava i dirupi del passo Pezzeda, per scendere in Val Trompia. La pieve di Idro aveva a Vestone, nella parrocchiale di S. Lorenzo a Promo, la sua "diaconia". A S. Bartolomeo di Lavenone teneva poi sicuramente un "ospizio" per chi saliva fino a Presegno. Accanto alle diaconie, per iniziativa delle pievi e dei monasteri, sorsero ospizi o xenodochi per pellegrini, viandanti e piccoli ricoveri per ammalati e poveri quali l'Ospitale della Pieve di Bione. In Odolo, unico nella plaga, convergevano tutte le poche strade locali; l'ospizio di S. Gottardo a Barghe, presso la strettoia del Chiese, oltre la strada valligiana e dove sorge il monte (Barghe ha tuttora l'antico e venerato santuarietto di "S. Gottardo" che per secoli fu tappa devota e caritatevole per i pellegrini e i devoti); l'Ospizio benedettino a Pian d'Oneda, eretto dai monaci benedettini del Monte Orsino di Serle, bonificatori dei terreni paludosi in capo al lago d'Idro, dedicato a "S. Giacomo".


Specie dal sec. XII dalle Pievi si staccano chiese quali quelle di Sabbio, Agnosine, Nozza, Forno d'Ono. La pieve acquista, nei secoli XVI e XVII, stabile consistenza nei paesi in cui la popolazione è andata crescendo a seguito di una ridistribuzione degli abitanti accentratisi nei capoluoghi più distanti dalle chiese pievatiche, ed al miglioramento dell'economia locale. L'amministrazione conserva, nei lasciti e nelle cappellanie, la tradizionale consuetudine. Alcune pievi sono amministrate direttamente dal rettore; altre da un consiglio di capifamiglia; altre dalle confraternite che provvedono, oltre alla distribuzione di generi alimentari e di abiti ai poveri, anche alla conservazione ed al mantenimento degli altari, delle chiese, degli altri edifici sacri, consuetudine continuata fino agli albori del presente secolo.


La Valle è interessata, poco più tardi, ad una singolare azione riformatrice con la costituzione, il 24 agosto 1565, di una pia congregazione allo scopo di ravvivare la pietà e il culto divino e di alimentare una più stretta collaborazione pastorale. Vi aderiscono sacerdoti di Idro, Provaglio, Preseglie, Vestone, Agnosine, Barghe, Nozza, ecc. Alla riforma poi danno impulso le visite pastorali, iniziando da quella del vescovo Domenico Bollani che è in Valle dal 3 al 10 ottobre 1566 ordinando, dove necessario, il rinnovo dei paramenti sacri, la cura degli altari, la sistemazione dei tetti, il rifacimento dei pavimenti, l'accurata manutenzione dei cimiteri, la partecipazione dei comuni alle spese del culto, e la definizione dello stipendio ai sacerdoti coadiutori. A Nozza si sofferma ad osservare i lavori della nuova parrocchiale; a Barghe consiglia di continuare la fabbrica della nuova chiesa e provvede per la costruzione della casa canonica (= perficiatur ecclesia, fabricetur domus presbiteralis); ovunque sollecita l'istruzione catechistica dei fanciulli, la costituzione di scuole o confraternite, l'incremento dei luoghi pii. Dagli atti della visita di mons. Pilati (1574) risultano esistenti 32 Scuole o Confraternite del Corpo di Cristo o del SS. Sacramento con numerosi iscritti ciascuna. Oltre a provvedere al culto, queste istituzioni si dedicano all'assistenza morale e materiale degli associati. Accurata la visita apostolica di S. Carlo Borromeo e dei suoi convisitatori nel maggio 1580; per le disposizioni circa gli edifici sacri, la sistemazione del clero, la regolarizzazione delle Discipline e Confraternite, la promozione di nuove chiese, S. Carlo Borromeo lascia un vivo ricordo, come indicano le leggende che si propagano nella Valle. Si dice che nella Pertica benedì le case, le malghe, i boschi liberandoli dai folletti e dalle streghe. A Belprato si mostrano ancora le impronte dei ferri del cavallo del Santo impresse presso la fontana ove il Santo lavò i suoi occhi ammalati. Gli abitanti si servono di quell'acqua per guarire a loro volta le loro infermità. Anche nella Selva delle Pertiche si mostrano le impronte del ferro del cavallo di S. Carlo. Ma la riprova più rilevante del ricordo lasciato dal Santo sono le chiese di Odolo, Preseglie, Briale a lui dedicate e i molti altari eretti in suo onore. Sulla scia della riforma cattolica consolidata dalla visita di S. Carlo Borromeo è un rifiorire di chiese, santuari come le chiese parrocchiali di Levrange (1686), Vestone di Mura (1693-1706) ecc.


L'edilizia sacra si accentua nel sec. XVIII che vede sorgere le parrocchiali di Preseglie (1750-1786), di Gazzane (1770), Comero (1755-1771), Capovalle (1724-1731) oltre ad oratori, chiesette, ecc. anche privati. Così che si può dire che in tal secolo si sia esaurita la necessità di nuove costruzioni.


La religiosità valsabbina trova riscontro anche in molte figure di religiosi e sacerdoti distintisi nella pietà e nell'apostolato. Basta accennare alla beata Lucia Versa Dalumi di Bagolino (sec. XVI), fondatrice del convento agostiniano di Bagolino, alla co-fondatrice Deodata Regoli di Idro, al gesuita Organtino Gnecchi Soldi di Casto (1533-1609), che fu tra i più prestigiosi evangelizzatori del Giappone, al cappuccino p. Angelo Tavoldino di Vestone, a p. Giovanni Battista Carampelli di Sabbio Chiese, al vestonese don G.B. Zuaboni, a mons. Mario Toccabelli di Vestone (1889-1961), arcivescovo di Siena, ecc.


Notevole influenza ebbe sulla religiosità della Valle il convento dei Cappuccini eretto a Vestone nel 1603 e che, con quello di Condino nelle Giudicarie, ebbe notevole influenza fino al 1797 sulla vita spirituale valligiana. Sempre a Vestone veniva fondato nel 1616 il convento dei SS. Pietro, Paolo e Marco, dei religiosi eremiti di S. Gerolamo, soppresso nel 1656 e destinato all'educazione e all'insegnamento gratuito a fanciulli e giovani «dai primi elementi fino a tutte le lettere dell'Umanità». La devozione diede vita a santuari alla B.V. Maria e ai santi più cari alle popolazione. Alla Madonna, oltre alle pievi tutte dedicate a S. Maria Assunta, vennero dedicati veri santuari al Visello di Preseglie, ad Auro, ad Ono Degno, al Rio Secco di Capovalle, alle Calchere di Agnosine, ecc.




ECONOMIA. L'economia valsabbina fu, fin dall'antichità, agricola, boschiva, con largo spazio all'uccellagione e anche alla pesca, specie della trota, nel fiume Chiese e nei numerosi torrentelli che solcano anche remote vallette. Si è andata poi sviluppando nella coltivazione di grano, segale, alberi da frutta, nello sfruttamento dei boschi specialmente incrementato dalla lavorazione del ferro. Tra le produzioni del suolo ancora in sviluppo sono da rilevare quella del tartufo e delle castagne attraverso attente selezioni. Abbastanza diffusa la vite, ma senza qualificazioni particolari. Apprezzata particolarmente la grappa alla genziana.


Diffusa da sempre la caccia nell'antichità, specie nelle macchie del Savallese e delle Pertiche, all'orso e al lupo, ma poi sempre alla lepre. Tra i volatili si cacciavano: galli selvatici, pernici, gardene, tordi, montani, lucherini, becchistorti ecc. Ne sono ricche le sponde del lago d'Idro, le pendici e le macchie che si susseguono dal Blumone alla Corna di Mura. Rinomati sono stati i roccoli della Passada di S. Rocco a Livemmo e dello Zovo a Levrange, sui monti di Treviso e di Provaglio, roccoli che al giorno d'oggi sono stati severamente selezionati (se non aboliti) dalle leggi regionali.


Anche in seguito alla crisi siderurgica, nella seconda metà dell'800, si è andato sviluppando in continuità l'allevamento bovino con una selezione di razza Svitto attraverso stazioni di monta taurina che hanno migliorato di molto le condizioni di vita di Bagolino, delle Pertiche e del Savallese facendo perno, come sempre, sul mercato di Nozza dove nel 1900 vennero create esposizioni e fiere di grande richiamo, che continuarono poi negli anni seguenti.


Nel secondo dopoguerra prendono sviluppo, nel progetto Feoga, la creazione di stalle sociali, cooperative. Per qualche secolo ha sviluppo anche, specie nel Savallese, a Sabbio, a Preseglie e ad Agnosine la produzione di panni "bassi" o "panine" che è andata declinando nei sec. XVII-XVIII per lasciar posto alla produzione di seta grezza. Diffusa nel fondovalle, specialmente dal sec. XVII, la coltivazione di gelsi e l'allevamento del baco da seta con semi in prevalenza ritirati dal Tirolo. Nel 1835 esistevano nella Valle 28 piccole filande dotate di 203 fornelle. Al diffondersi della pebrina, che compromise l'allevamento, ebbe una certa rinomanza la "Piccola galetta bionina" o più brevemente la "Bionina", così detta dal paese di Bione rimasto immune dal parassita.


Celebre e quasi soltanto vestonese era la fabbricazione delle striglie (v.), ridotta ai primi del Novecento a tre sole fucine in frazione di Promo.


Importante per alimentare le molte fucine, il taglio della legna specialmente di larice, abete e pino. Si credeva infatti che fosse la qualità di quelle piante a dare al metallo fuso una speciale durezza che lo faceva apprezzare sui mercati anche lontani, come quello famoso di Senigaglia. Viene fatta risalire agli Etruschi la produzione di ferro e si sono diffuse leggende che vogliono presenti in valle i "damnati ad metalla" fin dai tempi di Roma. È certo tuttavia un lancio della lavorazione del ferro almeno fin dal sec. XIII, lavorazione che prese slancio poi sotto il dominio veneto. Sebbene nel 1562 venissero segnalate in Valsabbia solo 12 miniere di ferro, 3 di piombo, 8 di rame, la ricchezza di acqua e il genio "lavoriero" della gente ha fatto della Valle un centro di produzione del ferro di primaria importanza. Difatti, nello stesso anno, la Valsabbia aveva 7 forni «ove si fa ferro», tanti quanti la Valtrompia, solo uno in meno della Valcamonica, molto più ricche di materie prime. Centri di produzione sono a Bagolino (2 forni), Lavenone, Vestone e nelle Pertiche. Nel sec. XVI il numero maggiore di fucine si trovava a Savallo, con ben 35 "ferrai"; quindi Odolo e Bagolino (14 fucine ciascun centro), Pertica e Lavenone. "Spadari" esistevano anche a Provaglio, Sabbio e Odolo. Una produzione particolare di palle da cannone di ferro è nota nel 1553 a Vestone e Lavenone. La repubblica di Venezia, nel 1605, ordinò ben mille palle di artiglieria a Nicolò Cippino di Lavenone. Queste palle avevano la caratteristica di un'esplosione ritardata, per cui, cadendo, si rompevano in quattro parti. Altra produzione tipica della zona - precedente all'apertura della grande fabbrica di Sarezzo che diventerà la principale fornitrice di palle di cannone per Venezia - è quella della polvere da sparo per cannoni. Particolarmente apprezzati inoltre gli articoli in acciaio lavorati a Bagolino, smerciati nello Stato di Milano e nei ducati padani. Le famiglie maggiormente distintesi nella lavorazione del ferro furono i Benini, i Gogella, i Versa a Bagolino; i Passerini e i Lucchini a Casto e Malpaga; Roberti e Gherardini a Lavenone; Glisenti e Materzanini a Vestone; Alberghini, Pirlo, Pialorsi, Vivenzi e Brescianini nelle Pertiche; i Pasini a Odolo. I Glisenti estesero presto la loro attività nel Savallese e quindi a Roncone, a Pieve di Bono e a Storo nelle Giudicarie donde, nel secolo scorso, si portarono a Lavenone ed a Carcina. Nel 1609 il Da Lezze indica l'esistenza di fucine grosse a Bagolino, Odolo, Savallo, Lavenone, Vestone. Nel 1703 si contano 7 forni e 33 fucine che si arricchiscono di nuove produzioni come quella di vomeri iniziata nel 1750 da Giuseppe Pasini di Odolo. Nonostante le ricorrenti crisi e l'oscillante politica economica di Venezia, la produzione del ferro si mantiene in quota fino agli inizi dell'800. Nel 1805 si contano 42 fucine e nel 1808 è ancora in sviluppo perfino la produzione di armi bianche, tanto che i produttori riescono ad armare addirittura un reggimento di ussari, ricevendo lodi e ulteriori commissioni. La crisi, che si delinea negli ultimi anni del dominio napoleonico, si accentua sempre più sotto quello austriaco, quando alle imprese lombarde vengono preferite quelle dell'impero asburgico e specialmente della Stiria.


Via via si spengono i forni (ultimo, alla fine dell'800, quello di Bagolino), mentre resiste una lavorazione minuta, limitata particolarmente a Odolo, Agnosine, Vestone ed alla produzione, attraverso magli azionati a ruote idrauliche, di attrezzi di prima necessità per il lavoro edilizio e dei campi o della cucina: secchi da muratore, badili, vanghe, zappe, picconi, mazze, martelli, attizzatoi, palette per il fuoco domestico ("bernas"), padelle e anche chioderie. Si tratta di una produzione artigianale fiorente, nonostante le ricorrenti crisi, che, solo dopo l'ultima guerra, viene soppiantata dalla tecnica dello stampaggio e quindi della produzione in serie. Tale produzione sfida i tempi e ad essa si accompagnano, dagli ultimi decenni dell'800, nuove imprese nella bassa valle alle quali si è accennato. Nel secondo dopoguerra essa cede il passo ad un gran numero di piccole, medie e anche grandi industrie, quali quelle per la produzione del "tondino" entrate in crisi, però, nei primi anni del 2000. Attualmente il panorama industriale è diversificato e assai attivo nonostante le sfide imposte dai mutamenti dei mercati.




PRESIDENTI DELLA COMUNITÀ MONTANA DI VALLE SABBIA: Andrea Barbiani (1971-1985); Alfredo Bonomi (1986-1995); Gian Antonio Girelli (1995-2004); Ermanno Pasini (dal novembre 2004).