UGONI Camillo

UGONI Camillo

(Brescia, 8 agosto 1784 - Campazzo di Pontevico, 12 febbraio 1855). Di Marc'Antonio Ugoni e della contessa Catterina Maggi della Gradella. Orfano di padre ancora fanciullo, viene messo nel collegio dei Padri Somaschi di Brescia, soppresso il quale, dal Governo giacobino, nel 1799 passa al Collegio dei Nobili di Parma retto dai Gesuiti. Qui ha maestri valenti quali Giovanni Andres, Taschini, Ruggia, Ricco, Ludena ed altri ai quali il giovanetto si affeziona e dei quali conserva profondo ricordo come di "adorati superiori". Vi rimase sette anni, lasciando il collegio solo dopo la sua soppressione avvenuta per decreto napoleonico del 21 luglio 1806. Tornato nell'agosto a Brescia, perde poco dopo anche la madre e viene affidato, come a tutore, ad uno zio sacerdote, don Francesco Maggi. Si dedica con passione ai libri, all'uccellanda e a pochi svaghi. Una delle sue più forti delusioni è quella di non poter acquistare la biblioteca dell'ab. Zola. In compenso frequenta salotti, cenacoli di letterati e studiosi nei quali incontra Federico Borgno, il Buccelleni, Gaetano Fornasini, l'ab. Antonio Bianchi, Cesare Arici, Giuseppe Nicolini, Giovita Scalvini, il tipografo Nicolò Bettoni. L'11 gennaio 1807 viene ascritto all'Ateneo di Brescia.


E scrive versi, traduce dal francese e in francese, legge all'Ateneo il 15 maggio 1807 un saggio "Sui vantaggi delle traduzioni" e nel 1808 compare una memoria "Sull'oscurità dello stile". Nello stesso anno accetta dall'Ateneo l'incarico di studiare i metodi di coltivazione del lino e la fabbricazione delle tele di Fiandra e di confrontarli con quelli usati nel bresciano. Lavoro premiato e pubblicato dall'Ateneo stesso. Notevole influenza, come dimostra l'epistolario, ha su di lui Ugo Foscolo (che nel 1807 stampa a Brescia presso il Bettoni i "Sepolcri") che in città dimora a lungo e che, anche lontano, lo consiglia, lo incoraggia, lo corregge come "amico e fratello". Scrive in latino "con una certa eleganza", si esercita nella poesia con versi in occasione di nozze, morti, ecc. Compone epigrammi e altro anche se riconducibili ad esercizi letterari eruditi. Si dedica a traduzioni. Nel 1808 trasporta in versi italiani le favole del capitano francese A. L. Coupé alle quali aggiunge saggi dalle favole di La Fontaine, cui fa seguire la traduzione sempre dal francese de "La servitù prediali sanzionate dal Codice Napoleonico" di Piccoli. Con maggiore impegno, sempre nel 1808, traduce i "Commentari" di Giulio Cesare. Verso la fine del 1810 entra a far parte dell'Accademia dei Pantomofreni, nella quale recita l'"Oreste" dell'Alfieri. Entra inoltre in contatto con gli ambienti culturali veneti (tramite la Teotochi Albrizzi dell'Accademia Veneta della quale è socio attivo) e con quelli vicentini e veronesi, tramite l'amicizia con i Del Bene, Silvia Curtori Verza, ecc. Conosce Ugo Monti e Ippolito Pindemonte.


Nella casa di Brescia e nella sua villa al Campazzo il letterato bresciano aveva formato una sorta di circolo letterario: e accanto allo Scalvini, al Nicolini e ad Arrivabene, anche il Monti fu ripetutamente invitato a soggiornarvi per alcuni periodi, durante i quali correggeva gli abbozzi degli articoli letterari che via via l'Ugoni componeva. Sono gli anni nei quali con l'aiuto di Giovita Scalvini prepara per la collezione delle "Vite e Ritratti di illustri italiani", ideata dall'editore Bettoni, una "Vita di Raimondo Montecuccoli", che è da inquadrare in un particolare momento storico, che aveva visto negli anni precedenti un risveglio dello spirito militare in Italia in connessione con le fortune dell'impero napoleonico, risveglio che sul piano letterario aveva avuto e aveva tuttora come risultato la rivalutazione delle glorie militari. Sempre con l'intento di far conoscere le glorie locali e «pel bisogno di una forte e lunga occupazione», l'Ugoni raccolse, verso il 1817, materiali per scrivere una storia di Brescia, civile e letteraria, che desiderava però ben diversa dalle «storie patrie assolutamente noiose e piene di difetti», impresa a cui intendeva dedicarsi «coll'assidua lettura delle cronache... e di assaissimi storici, con molta fatica e con assaissimo tempo».


È sempre più stimato e accolto nella società bresciana; nel 1811, con i nobili Carlo Monti e Giovanni Calini, viene chiamato a far parte della deputazione inviata a Parigi per le felicitazioni a Napoleone per la nascita del re di Roma e viene premiato con il titolo di barone. A Parigi conosce personalmente l'imperatore e viene invitato a pranzo a corte dall'imperatrice. Vi frequenta inoltre i salotti più esclusivi e i letterati. All'imperatore chiede e ottiene di dedicargli la traduzione dei "Commentari" di Giulio Cesare, e ne prepara la dedica corretta dal Foscolo, che, tuttavia, non arriva a destinazione per la caduta di Napoleone.


Superata una crisi di identità, riprende il lavoro letterario, ma si appassiona anche a Rousseau, Saint Pierre, Chateubriand. Superata anche, sostenuto dallo Scalvini, una crisi sentimentale, si rituffa negli studi e si dedica ai viaggi. Nel 1813 è a Firenze dove rincontra Foscolo e conosce G.B. Nicolini e Gino Capponi. Lontano da azioni politiche, studia e nel 1815 assieme a Costanza Luzzago e Giovanni Arrivabene, riprende a viaggiare. Torna a Firenze e scende a Roma e a Napoli. A Roma conosce Alessandro Verri, il card. Angelo Mai che lo introduce nell'Accademia dell'Arcadia. Passa per Bologna, Ferrara, Vicenza, Genova, Pavia, Milano; visita inoltre Verona e Venezia dove frequenta salotti, fra i quali quello veronese di Anna da Schio (Vicenza, 1791 - Verona, 1829) sposa nel 1808 a Lodovico Serego di Alighieri, con la quale si lega con affettuosa amicizia e il cui salotto viene considerato come «il primo nucleo politico letterario del risorgimento liberale e veronese». La polizia austriaca designa tale luogo di ritrovo come il centro d'unione dei settari e l'Ugoni, assieme al veronese Torri, come gli uomini più rappresentativi di quel gruppo di spiriti liberi, che iniziarono in Verona l'attività patriottica clandestina e fecero conoscere nel tradizionale ambiente scaligero le nuove correnti del pensiero e dell'arte, che ormai venivano prevalendo in Europa.


Segno di prestigio è anche la nomina dell'Ugoni a direttore del Liceo; incarico importante dopo che Brescia è stata pochi anni prima perno di istruzione universitaria. E spesse volte a Milano dove vede Monti e si trova con Porro e Confalonieri. Apre il palazzo di Brescia, e nella stagione della caccia la villa del Campazzo di Pontevico, ad amici quali Arrivabene, Scalvini, Nicolini; ospita Monti il quale scriverà di portare "tutta Brescia nel cuore" e che l'avrebbe riportata fino alla fine della vita. Negli stessi anni acquista sempre più prestigio anche in patria. Nel 1818 e fino al 1823 viene eletto presidente dell'Ateneo al quale propone la continuazione dell'opera di Giovanni Maria Mazzucchelli "Scrittori d'Italia". La proposta cade, per cui egli stesso si assume il compito di continuare oltre la metà del '700 l'opera "I secoli della letteratura italiana" di Giov. Battista Corniani, trovando un particolare sostegno nello Scalvini. Trascorre di solito le pause degli studi nel cantinone di S. Afra, dove incontra Arici, l'ab. Bianchi, il Nicolini ed altri spiriti patrioti. Ancora nel 1818 riprende a viaggiare e con il fratello Filippo, Giovanni Arrivabene e il barone Friddani puntano sulla Svizzera che visitano a tappeto. Oltre gli incontri con letterati e dotti, proficui sono gli incontri con pedagogisti quali Pestalozzi, p. Girard, Pallemberg che ispirano al fratello Filippo e a Giovanni Arrivabene l'istituzione di scuole di mutuo soccorso, che poi, realizzate nel Bresciano e altrove e a Pontevico dal fratello Filippo, Camillo appoggerà con convinzione.


Nel novembre 1818 assiste e partecipa alla nascita del "Conciliatore", ma pur più volte sollecitato dal fratello Filippo, da Cantù, Scalvini, Borsieri, ecc., non vi collabora pur sostenendone la diffusione. Assiste anche con una qualche partecipazione, ma più che altro come spettatore alle manovre cospirative di impronta carbonara che vedono in prima fila il fratello Filippo, l'Arrivabene ed altri in contatto con i milanesi Confalonieri, Porro, Borsieri e nelle quali molti altri vengono coinvolti. Ma, come affermerà più volte, è convinto che suo impegno preminente è di "giovare alla patria scrivendo" per cui finiva col ritenere i moti rivoluzionari una pazzia, anche se più tardi ne ammetterà l'importanza come preparazione all'unificazione italiana. Tuttavia non manca chi sente in lui "odore di carbone" ossia di rivoluzionario per cui perquisizioni in casa, visite improvvise della polizia non possono non metterlo in allarme. Già fin dal 30 giugno 1821 riceve l'ordine di tenersi a disposizione. Il 9 aprile 1822 la fuga riesce per il fatto che lo zio, don Francesco aveva fatto credere ai poliziotti che (mentre era già uccel di bosco) egli se ne stava in camera a scrivere la Storia letteraria, per cui il servitore gli portava in camera la colazione e il pranzo. Passato il confine a Tirano, l'Ugoni con l'Arrivabene e lo Scalvini, attraversata l'Engadina e passando per Coira, si rifugia a Zurigo. Qui l 'Ugoni finisce il III volume della "Storia", che manda a Brescia, al Bettoni per la pubblicazione; nel luglio 1822 è in grado di annunciare ad un amico che sta già lavorando al IV volume. Sempre con Arrivabene e Scalvini si porta poi a Ginevra dove incontra per la prima volta il Sismondi e Pellegrino Rossi. Costretti a lasciare Ginevra dalla polizia svizzera e dopo aver chiesto inutilmente il passaporto per l'Inghilterra, dopo un brevissimo soggiorno nell'isola di Saint-Pierre, l'Ugoni, lasciati i compagni che partono per la Francia, si porta a Zurigo dove a Hottingen, alloggia in una casa dove aveva già dimorato il Foscolo. Riprende con maggior lena gli studi, incoraggiato dal Sismondi, collabora all'"Antologia" di Firenze con un articolo sulle "condizioni letterarie" di Zurigo, in francese, e una descrizione del lago di Garda nelle illustrazioni del Fussly.


Poi decide di partire, attraverso la Germania e la valle del Reno, per l'Inghilterra. A Londra è accolto festosamente dal fratello Filippo, da Porro, Berchet, Arrivabene, Scalvini, Pecchio e da altri e dai lords e ladies inglesi sempre pronti a festeggiare gli esuli italiani. Inizia la traduzione delle "Vite dei poeti" di Johnson, ma soprattutto viaggia per tutta l'Isola e passa in Irlanda, accolto festosamente a Dublino da Lady Morgan protettrice dei profughi italiani. Dall'Irlanda, nel novembre 1823, passa in Scozia, dove è festeggiato, con i compagni di viaggio, da una "Società Italo-Caledonio" e dove conosce lo storico-filosofo Macaulay, Jeffrey (che lo invita a collaborare alla sua "Rivista di Edimburgo") e il letterato Walter Scott. A Edimburgo pensa anche di formare famiglia, ma è ostacolato dall'impossibilità di disporre dei suoi beni sempre sotto sequestro. Nel tentativo di ricuperarli, nel 1824, si porta invano a Lugano. In molti trambusti e viaggi lo studio rimane sempre la sua valvola di sicurezza: traduce dall'inglese "Saggi sul Petrarca" del Foscolo e partecipa con Santarosa, Pecchio, Panizzi al progetto di un giornale letterario-politico che però non vedrà mai la luce.


Nel 1825 si stabilisce a Parigi dove trova i vecchi amici Arrivabene e Scalvini, altri esuli, come l'Angeloni il purista, De Angelis, Dal Pozzo, il Botta, l'Ornato e moltissimi altri, tra cui alcuni veterani dell'emigrazione italiana, come Michele Buonarroti e il Salfi. Più tardi, dopo i moti del '31, arriveranno a Parigi nuovi esuli, tra cui Terenzio Mamiani, il Libri, Vincenzo Berghini e il Tommaseo, col quale Camillo vivrà per alcun tempo. Dopo la liberazione dal carcere, si stabilirà in Parigi per un po' di tempo anche Pietro Maroncelli e Camillo andrà spesso a trovarlo nella sua cameretta in Rue du rocher, e là rievocheranno insieme i bei tempi lontani. Frequenta il salotto della contessa di Belgioioso e soprattutto raggiunge spesso a Gaesbeck, presso Bruxelles, la villa ospitalissima dei marchesi Arconati. Ma più che altro, l'Ugoni torna e rimane, di preferenza, a Parigi nella casetta di Rue Saint-Roch o nello studiolo di Saint Leu Taverny. Gli studi assidui non eliminano la nostalgia per Brescia. Anzi non manca di voler chiedere al Governo austriaco di poter rientrare, ma viene dissuaso da amici e conoscenti. Né lo smuovono dal ritiro di studioso gli avvenimenti di Parigi del luglio 1830, proprio quando il fratello ed altri esuli si trovano tra le barricate e le sparatorie e nei comitati insurrezionali. Solo alla fine di luglio è a Parigi e manifesta un certo interesse agli avvenimenti. Nel 1832, con l'aiuto di Francesco Gambara, rinnova i tentativi di ritornare in patria ricevendo una risposta ancora negativa. Ma la nostalgia è sempre più viva e ad Anna Serego Alighieri scrive: «Io non desidero più nulla che di tornare in patria per vivere tranquillo in seno ai cari parenti e amici». Gliene spiana la via l'amnistia emanata il 12 settembre 1838 dall'imperatore Federico I d'Austria, concessa in occasione della sua incoronazione.


Nel dicembre 1838, infatti, è a Milano accolto dai pochi amici rimasti: Confalonieri, Borsieri, Labus e pochi altri, ma dove ha la gioia di essere introdotto in casa Manzoni che frequenterà poi spesso anche in seguito. Ai primi di gennaio del 1839 è finalmente a Brescia e la casa, come scriverà il fratello, «è presa d'amoroso assedio da parenti, da amici, da gente non mai veduta prima d'allora, e tutti vengono a congratularsi con Camillo, a sentir ripetere da lui le tristezze dell'esilio, la gioia del ritorno». E subito, il 13 gennaio viene riammesso come socio all'Ateneo. Ma, come ha osservato Giuseppe Nicolini, presto si accorge che diciotto anni di esilio hanno cambiato lui e l'ambiente dei parenti e amici: «Egli trovò - scrive il Nicolini - degli amici, qual morto, qual lungi, qual altro da quello di prima; non trovò degli studi che languore, che oblio; non trovò, sto per dire, della patria che l'aere, le fonti, le verdi colline; non trovò nella casa che i libri, silenti compagni delle sue lunghe vigilie che attendean nella polvere la mano notturna e diurna, che da tanti anni non li aveva più svolti... Aggiungete l'età: quell'età di esperienze e di disinganni, che dal vespro precipita alla sera, che rifugge dal tessere la vita, che ripugna dalle nuove conoscenze...».


È spesso a Milano dove frequenta Alessandro Manzoni che aiuta in una vertenza con l'editore parigino Baudry per una ristampa non autorizzata de "I Promessi Sposi", e il suo circolo di intellettuali. Intreccia poche altre relazioni letterarie con Felice Bellotti e Pietro Maggi. Oltre agli studi di storia letteraria, in un lavoro di rielaborazione dei materiali che era venuto raccogliendo nel periodo dell'esilio, si dedica con impegno allo studio della lapidaria latina e della letteratura greca, di cui aveva appreso le prime cognizioni dal Chiaramonti negli anni giovanili. Risale infatti a questo periodo la correzione della traduzione latina dei "Sepolcri" del Pindemonte fatta dal Borgno, di cui egli si fece editore e che dedicò con una epistola in latino all'amico veronese Benassù Montanari. Del resto vive "ritiratissimo" all'albergo S. Marco, tanto che l'archeologo Giovanni Labus scrive, nel 1840, che «in tanti mesi [... l'ho ancora veduto nemmeno par via». Nel 1840 viene registrato tra i Nobili Lombardi col titolo di barone.


Sempre più solo, si ritira più spesso al Campazzo, lontano dal fratello col quale non mancano contrasti e dissapori, dalle sorelle, dagli amici. Ritorna in città poche volte per qualche seduta dell'Ateneo, per commemorare Giovita Scalvini morto nel gennaio 1843. Riceve poche visite; il più assiduo è Gabriele Rosa, bresciano, ardente mazziniano, scrittore di storia e di etnografia. Si dedica anche all'azienda agricola. Tiene quasi solo rapporti con letterati e librai. Anche il 1848 non lo coinvolge del tutto. Offre denaro per la preparazione, ospita la famiglia d'un colonnello austriaco, mantiene per parecchio tempo due studenti, figli di un professore perito a Curtatone; ma non prende parte attiva agli avvenimenti. Pare anzi che non sperasse nella nuova rivoluzione, forse ammaestrato da quella francese del '30. E a chi gli si presentava, pieno di entusiasmo e di sogni, per domandargli forse una parola di eguale entusiasmo, egli rispondeva deviando il discorso dall'argomento e fermandosi a discutere - nel '48, quando tutti parlavano di Parigi, di Vienna, d'Italia, di rivoluzione - sulla lontana America e su argomenti letterari di nessun interesse. Nel dicembre anzi deprecherà "le sciagure di Roma e la fuga del Pontefice". Anche le Dieci Giornate lo vedono spettatore anche se, per una imprudenza nello sporgersi dalla finestra, corre il rischio di essere colpito da una bomba.


Muore nella villa del Campazzo nel febbraio 1855. Solennissimi i funerali, vivo il compianto di molti e in particolare del Manzoni. Sulla porta maggiore della chiesa di Pontevico venne esposta la seguente iscrizione: «Esequie - di Camillo Ugoni - che per studi letterari - coltivati con lungo affetto - meritò fama e onorificenze - in Italia e fuori - e lasciò memoria di bontà - d'amor patrio di gentilezza». Sulla tomba a Brescia, al di sotto del medaglione portante l'effigie del barone, si legge: «Camillo Ugoni - scrisse opere celebrate - per dottrina per critica - ed elevatezza di sentimento».


Stemma: «Troncato semipartito in capo: nel 1° d'argento a tre fasce di nero; nel 2°, di rosso al muro merlato d'argento; nel 3° d'azzurro a tre palle d'argento poste in fascia» (L.L.P.P. 5-V-1812).




HA PUBBLICATO: "Elogio di Raimondo Montecuccoli" (s.l. e s.d.); "Sopra la utilità delle traduzioni" ("Accad. Dipartim. del Mella" 1807/ms); "Dedica agli sposi". In: "Per le nozze de' signori Gaetano Maggi e Lavinia Calini. Versi" (Brescia, 1808: 3); "Favole tradotte da Coupè e da La Fontaine" (Brescia, 1808); "Ad Pontium Pilatum" (foglio volante) (Brixiae, 1808); "Lettera al compilatore [degli Annali dell'Agricoltura del Regno d'Italia] (s.l., 1811); "All'onoratissimo cav. Francesco Gambara. Sonetto" (Brescia, 1811); "Sonetto". In "Carmi della riconoscenza al commendatore barone Giuseppe Tornielli prefetto del Mella, nominato Consigliere di Stato" (Brescia, 1812); "Sonetto e Dedica". In: "Serti poetici per le nozze de' signori Lucrezia Soncini e Alessandro Cigola" (Brescia, 1812) "Commentari di Cajo Giulio Cesare" (2 voll., Brescia, 1812; idem; Milano 1828, 1853, 1890; idem, Torino 1857, 1859; idem, Napoli, 1867); "Risposta ai quesiti registrati nel vol. XVII, pag. 92, dal sig. barone Camillo Ugoni relativamente alla provincia bresciana" in "Annali Agrari" Re a V, 1813, vol. XIX, pp. 184-189. "Intorno alla vita ed alle opere del co: Giambattista Corniani" (Brescia, 1818); "Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII" (III voll. Brescia, 1820-22; IV voll. Milano, 1854-56); "Sonetto". In: "Rime per le faustissime nozze del nob. Sig. co: Giuseppe Brebbia..." (Brescia, 1821: 13); "Ragguaglio sullo stato attuale delle lettere in Zurigo, 23 ott. 1822" (in "Antologia" vol. VIII (24), Firenze, 1822: 469); "Saggi sopra il Petrarca, pubblicati in inglese da U. Foscolo e tradotti in italiano" (Lugano, 1824); "Sur le tragédies de Manzoni" (in. "Le Globe", Tome III, n. 82: 529 e n. 82: 436, Parigi, 1826); "Tragedie di Alessandro Manzoni milanese" (Parigi, 1826, 1829; idem, Firenze, 1828); "Interesse di Goethe per Manzoni. Traduzione del tedesco" (Lugano, 1827); "Prefazione a: Tragedie e poesie di Alessandro Manzoni" (Lugano, 1830); "Vita e scritti di Giuseppe Pecchio" (Parigi, 1836); "Parole lette sulla bara di Giovita Scalvini". In "Scritti di Giovita Scalvini" (Firenze, 1860); "Biografia di Lorenzo Mascheroni" (Bergamo, 1873). Nei "Commentari dell'Ateneo di Brescia": "Sopra la utilità delle traduzioni" (1807, p. 157); "Sull'oscurità dello stile" (1808, p. 92); "Osservazioni sull'applicazione del modo di coltivare i lini e di fabbricare le tele, usato nelle Fiandre, ai paesi del dipartimento del Mella" (1808, p. 141); "Saggio di traduzione dei Commentari di Giulio Cesare" (1809, p. 16); "Sul modo di trasportare nel regno la maniera di coltivare i lini, e fabbricare le tele ad uso delle Fiandre" (1810, p.71); "Traduzione del libro V dei Commentari di Giulio Cesare" (1811, p. 36 - libro VI - 1812, p. 27); " Versione poetica dell'epistola di Orazio ai Pisoni" (1813, p. 43); "Discorso parenetico, letto nel 18 gennaio 1818" in occasione della sua elezione a Presidente" (1818, p. I); "Discorso di apertura della pubblica seduta dell'Ateneo il 27 settembre 1818", p. 25 e del 15 settembre 1819, p. 36 (ibidem); "Progetto pel proseguimento dell'opera del fu nostro concittadino co: Giammaria Mazzucchelli. «Gli scrittori d'Italia»" (1818, p. 86); "Vite di illustri Italiani, cioè dell'abate Genovesi, di Gaspare Gozzi, di Gian Rinaldo Carli, di Giuseppe Baretti, del co: Francesco Algarotti, e del can. Paolo Gagliardi" (1820, p. 12); "Sulla vita, sugli scritti e sull'indole degli abati Ferdinando Galliani, Giuseppe Panini e Melchiorre Cesarotti" (1821, p. 20); "Gaetano Filangeri. Articolo letterario." (1844, p. 115); "Della vita e delle opere di Giuseppe Piazzi . Articolo biografico-critico" (1845, p. 140); "Giuseppe Baretti. Articolo letterario" (1846, p. 338); "Giuseppe Luigi Lagrange. Articolo letterario" (1846, p. 352); "Allocuzione del Presidente per aprire la seduta pubblica dell'Ateneo nel 19 agosto 1847" (p. III).