TRAVAGLIATO

TRAVAGLIATO (in lat. Travaleati, in dial. Traajat)

Città (dal 2001) e centro agricolo, commerciale e industriale nella pianura bresciana Sud-Occidentale. Sorge alla convergenza di ben sette strade vicinali e tra le arterie di Brescia - Rovato - Palazzolo e Brescia - Orzinuovi - Crema - Lodi. È a 12 km. da Brescia, a 129 m. s.l.m. Ha una sup. com. di 17,36 kmq. Frazioni e cascine: Castrina, Volti, Finiletti, Foresta, Gambara, Lupo (Cà del luf), Martor, Cinaglia, Cinaglietta, Tre Camini, Giappone, Sabbionera, Piantone, Comune, Pianerino, Verduro, Fenida, Bassolino, Bona, Averolda, Cantagallo, Granda. Il nome è Treviade (sec. XII), Triviado (sec. XIII), Triviat, Travaiadum, Travaleado nel sec. XIV, Traliat agli inizi del sec. XV, Triviatu (metà del sec. XVI), Travajado (nel 1512), Travagliato (sec. XVIII). Il terreno, di natura alluvionale, fu a lungo acquitrinoso, coperto di vegetazione selvaggia, boscoso a occidente e ghiaioso a oriente. È facile che i primi uomini abbiano abitato in palafitte o terremare nutrendosi di pesca e di caccia.




ABITANTI (Travagliatesi, nomignolo: làder): 2250 nel 1493; 2200 nel 1565; 2300 nel 1572; 3000 nel 1610; 2600 nel 1658; 2477 nel 1727; 2417 nel 1737; 2412 nel 1775; 2555 nel 1791; 2555 nel 1805; 2638 nel 1819; 3001 nel 1835; 3142 nel 1848; 3400 nel 1858; 3400 nel 1868; 3875 nel 1875; 4006 nel 1887; 4500 nel 1898, 5500 nel 1903; 5000 nel 1913; 6000 nel 1926; 6000 nel 1939; 7500 nel 1949; 7800 nel 1963; 8100 nel 1971; 8876 nel 1981; 9410 nel 1991; 10.450 nel 1997.




Molto discussa l'etimologia del nome anche per le sue diverse declinazioni nei secoli. Rifiutata generalmente l'opinione di Paolo Gueini che lo fa derivare dal latino "Terra aliata" cioè terra dell'aglio in nome di una predilezione che avrebbero avuto i monaci, qui residenti nel medioevo, per questo ortaggio. Sono rimaste in piedi alcune ipotesi come quella dell'Olivieri (1961), accettata anche da Carla Marcato (nel "Dizionario di toponomastica" UTET), che riferisce il nome al lombardo "travaià" nel significato di "ben lavorato" trattandosi di terreni molto produttivi. Curioso il riferimento a "loco di ogni travaglio" che si trova in un privilegio del doge Leonardo Loredano del 1512. Più accettata l'opinione di chi lo vuole derivare da "tre vie" che vi si incrocerebbero o più verosimilmente da "trans vias" o cioè "al di là delle vie" principali. Più incerta la derivazione di "trans vallum" per essere il paese oltre la linea di fortificazioni e castelli medievali allineati da Brescia all'Oglio. Fausto Balestrini è ricorso al latino "tripalium" che rimanda a uno strumento di tortura, ma anche allo strumento usato per bloccare i cavalli bizzosi durante la ferratura pensando che Travagliato fosse un paese con più maniscalchi, trovandosi alla confluenza di parecchie vie. In genere sembra comunque prevalere l'idea che l'antica Triviade significhi "tre vie" o, meglio, tra le vie, essendo almeno sette le vie che partivano dal centro. Santina Corniani ("Storia di Travagliato" p. 14) ne indica l'origine in un «visus viarius» sorto in vasto pago gravitante probabilmente su Trenzano, luogo di convergenza per pratiche religiose, mercato e feste fra la popolazione sparsa nella zona. Si tratta di una pura supposizione, tuttavia, giacché nessun segno archeologico è stato finora individuato nel territorio. Nel quale, tuttavia, gli studiosi hanno letto segni di centuriazione romana, soprattutto rintracciabile nella zona che va da via Ziliani a via D. Angelo Colombo, da questa a via Tintori fino a via XXVI Aprile e a tutto l'isolato che fa angolo da via Roma con via Ziliani. Tale traccia rafforza ipotesi secondo la quale il primitivo nucleo urbano di Travagliato sorgesse ad O dell'attuale centro del paese, lungo quella che sarà poi la via per Chiari, che combacia perfettamente con la zona sopra citata. E neppure di presenze importanti come quella di Bizantini e di Longobardi sono rimasti segni. Puro frutto di fantasia è la figura di un Farulfo, pio e sapiente figlio del giudice Pantelmo, ucciso nel 790 dai sicari del perfido Macerunto. Giuseppe Bertozzi fa risalire tuttavia una prima fisionomia urbana del paese ad epoca longobarda (sec. VII-VIII): Probabilmente Travagliato fu per secoli compreso nel "territorium civitatis", e poi passato sotto la giurisdizione del vescovo di Brescia, il quale, nel 1303, vi riscuoteva decime. Come dominus del territorio poi, il vescovo assegnò terre ai monasteri bresciani fra i quali viene indicato quello di S. Faustino Maggiore per donazione, nell'841, del vescovo Ramperto. Senza voler contraddire quanto alcuni storici locali hanno scritto finora, il documento più antico che si conosca, cioè il contratto di permuta di beni del 1043 tra il vescovo di Brescia Olderico e l'abate di S. Pietro in Monte Ursino di Serle, Paterico accenna ad un "fundus" cioè ad un possedimento forse con ripari per i contadini e i raccolti, fondo che si trova nel territorio di Viado = Travaido, (cioè) boschi e terreno prativo e paludoso di 130 iugeri (lo iugero è un'antica misura romana di superficie pari a circa 2500 metri quadri) confinante con la corte di Casale (Casaglia), a monte con la strada pubblica (Via Brescia) e a sera con la sopraddetta corte di Logorado (Lograto)...". Anche il nome non compare nel Liber Potheris per cui si può supporre che abbia preso forma urbana con sue fortificazioni almeno nel secolo XIII. Una rocca compare con le tre torri (in quella di mezzo si apre una porta) nella carta malatestiana del 1406 e anche, come sembra, nella pala del Civerchio nella chiesa di S. Maria dei Campi. Una delle torri, tozza, tenuta insieme da grosse chiavi di ferro, venne sostituita solo nel 1927 con attuale torre campanaria. La Corniani attesta che, prima delle asfaltature recenti, fossero visibili le mura della fortificazione, che sembra combaciare con i confini dell'attuale grande piazza centrale.


Il borgo, anche per le sue fortificazioni, non sfuggì alle mire delle fazioni per cui, verso il 1300, venne occupato dai Ghibellini, cacciati poi nel 1311 dai guelfi in marcia per occupare la fortezza degli Orzi. Guerre ed epidemie gravarono sul territorio tanto che gli Statuti di Brescia del sec. XIV includono come terre deserte e inabitate le vicine terre di Lograto. Decenni di sviluppo economico godette anche Travagliato nel periodo visconteo. Nel sec. XIV il borgo fortificato doveva avere già una sua fisionomia con una chiesa, un piccolo mercato. Al contempo si sviluppava l'agricoltura grazie alla presenza di nobili rurali dei quali l'estimo indetto da Pandolfo Malatesta, signore di Brescia dal 1402, ci suggerisce i nomi di Albertus qd. Filippini Zanellis de Roado e Tomaxius di Frontignano. La loro provenienza sembra indicare che siano questi i primi imprenditori che avviano una sempre più razionale coltivazione della terra. È del resto sotto il dominio del Malatesta che nel 1417 viene stipulato il contratto tra i proprietari della Trenzana e i nuovi acquirenti di Travagliato per l'escavazione della roggia Travagliata, prosecuzione della Trenzana. Riconquistato nel 1420 da Filippo Maria Visconti il Bresciano, il paese vede nelle sue campagne i movimenti degli eserciti milanese e veneto che il 22 ottobre 1427 si scontrano in quella che è chiamata la battaglia di Maclodio. Occupato dalle truppe del Carmagnola, Travagliato giura fedeltà a Venezia dalla quale, in vista dei danni subiti e della fedeltà giurata, viene ripagato con particolari esenzioni. Nel 1437 poi Venezia obbliga i cittadini di Brescia alle opere di restauro e di potenziamento delle difese. Nel 1437 Travagliato registra il passaggio delle truppe milanesi di Nicolò Piccinino e la fuga verso la città "con figli e robe" degli abitanti in cerca di riparo e di sicurezza. Tra gli abitanti del tempo la Corniani cita i Cinaglia, i Ghirardelli, i Donino, i Massari, i Cavalieri, i quali cooperano alla difesa di Brescia e meritano, a riconoscimento dell'opera prestata, l'esenzione da alcune tasse come quella dell'imbottado, che verrà loro confermata con decreti ducali negli anni successivi a quello dell'assedio del 1438. Un decreto del 13 novembre 1450 confermava il privilegio. Ritornato nell'ottobre 1440 l'esercito veneto, nel febbraio 1441, vi torna il Piccinino con l'esercito milanese al quale anche Travagliato si arrende subendo per punizione devastazioni. Ma, poco dopo, ritorna l'esercito veneto con a capo Francesco Sforza che pone a Travagliato il campo, compiendovi, a sua volta, nuove distruzioni e rovine. Per di più, nell'ottobre 1447, Travagliato è con Rovato tra i primi paesi del Bresciano ad essere colpito da una grave pestilenza che è forse all'origine del diffondersi della devozione a S. Rocco.


Finisce la peste e nel settembre 1448 il paese è di nuovo nelle strette del passaggio delle truppe milanesi dirette all'assedio di Brescia. La fedeltà a Venezia, già premiata tra l'altro nel 1445 con la creazione del travagliatese Giacomo Cavalieri a "civis Brixiae", merita a Travagliato una ducale del 4 novembre 1449 con la quale "considerata l'intatta fedeltà e devozione che gli uomini del predetto comune mostrarono in tempi sia prosperi che avversi, superando ogni tribulazione e pericolo, viene accordato che gli uomini di Travajado godano in futuro, e per sempre debbano godere, le immunità e le esenzioni tutte dell'imbotado, delle biade, del fieno, del vino, del lino, delle taverne, del pane e delle carni, purché paghino ogni anno ottocento libbre alla Camera Ducale di Brescia in tre rate scadenti di quattro mesi in quattro mesi". Nel 1453 Travagliato è di nuovo coinvolto nelle mosse dell'esercito milanese e viene scelto come il punto più avanzato per le operazioni della conquista di Brescia. Da Chiari, nel dicembre, vi giunge con le sue truppe il capitano Tiberto Brandollini, ma non riesce ad occupare la rocca perché respinto dagli uomini del paese, sotto la guida di Gerardo Fasano, che resiste fino al sopravvento dell'esercito veneto comandato da Nicolò Piccinino, il quale, tuttavia, si abbandona a saccheggi e violenze tali da disgustare le stesse autorità venete. Queste si convincono a licenziare il Piccinino e a porre a Travagliato un connestabile con cento guardie.


La pace di Lodi del 9 aprile 1454 riporta alla fine la pace e Travagliato può dedicarsi ad attività più tranquille grazie a conferma delle ducali del 1449, del 1452 e ancora del 1468. Probabilmente, avvalendosi dei privilegi concessi, Travagliato con Gambara, Palazzolo ed altri luoghi, cerca anche di liberarsi dal predominio della città, ottenendo, con Provvisioni dell'8 aprile 1461, una certa indipendenza dalla magistratura cittadina e ottenendo di nuovo l'ennesima conferma dei privilegi. Nuove, violente epidemie gravano su Travagliato specie negli anni 1477 e 1478, mietendo numerose vittime; nuovi passaggi di eserciti si ripetono fino alla pace di Bagnolo del 7 agosto 1484. Ma ormai la borgata si avvia verso un avvenire meno incerto e più tranquillo che permette di riordinare l'amministrazione e l'economia. Seguono anni nei quali, come scrive Santina Corniani, si ricostruiscono case, si riaprono le botteghe, si sviluppa l'agricoltura. Tale sviluppo si verifica grazie a nuove colture, ma anche soprattutto per lo sviluppo della rete di canali e rogge. Infatti nel 1512 viene dato il via allo scavo della Castrina e, dal 1540-1570, a quello della Seriola Nuova. Di tale rinascita conosciamo da un documento del 1491 i nomi degli imprenditori quali: i Fasani, i Bazardi, i Massari, i Facheri, i Calegari, i Carrara, i Faustini che nel documento sono dichiarati «nobili della terra di Travagliato, abitanti in essa prima del dominio della illustre signoria veneta». Ma resterà sempre ignoto l'apporto di centinaia e centinaia di umili lavoratori che all'impresa prestarono le loro braccia e il loro sudore.


Segno del periodo di pace e di un'evoluzione positiva, intorno al 1500, viene costruito "el Palàs" per le adunanze delle vicinie, che divenne poi la sede comunale della quale rimangono ancora il portico a pianterreno, la scala (sulla quale era una statua in legno di S. Michele) e la sala consiliare. La pace, tuttavia, dura solo pochi anni: nel 1509, nel conflitto scoppiato fra Francia, Spagna e Impero, Travagliato conosce nuovi passaggi e occupazioni di eserciti ed ospita il re di Francia. Il 21 maggio 1509 infatti Luigi XII, abbandonato Chiari, pone il campo della sua armata, composta di circa 120 mila soldati, a Travagliato, dove il giorno dopo riceve una deputazione di dodici cittadini scelti tra i più notabili e accompagnata da altri venti gentiluomini, che depone ai piedi del re di Francia le chiavi di Brescia e vede "accolta dalla regale benignità la maggior parte dei 48 capitoli di resa da loro proposto". Il giorno dopo, il Re abbandona Travagliato e fa il suo ingresso trionfale in Brescia la mattina del 23 maggio 1509. La presenza del re di Francia non distaccò Travagliato da Venezia. Già fin dall'agosto 1509 veniva arrestato per ribellione Giovanni Covo detto il Barbetta, legato a Travagliato. Nel 1512 ben 42 travagliatesi morirono nel sacco di Brescia mentre in tutti gli anni della guerra fino al 1516 Travagliato e le sue campagne subirono requisizioni, angherie da soldataglie spagnole, tedesche, svizzere, oltre alla presenza di veneti tutti presi, come scrive Carlo Pasero, "ad asciugar cantine, a svuotare fienili e granai". Nel maggio 1516 fu a Travagliato, nel campo francese, che il generale Navazzo si accordò con i veneti per riprendere la città. Queste vicende diedero modo ai travagliatesi, fin dal 31 dicembre 1512, di chiedere la conferma di privilegi, esenzioni, immunità godute prima del 1509, ciò che veniva concesso. In verità Travagliato poteva vantare altre benemerenze, come rileva il doge di Venezia Andrea Gritti. Egli, dal palazzo ducale, il 31 marzo 1529 informa i rettori veneti di Brescia, il vicepodestà Giovanni Ferro ed il capitano Cristoforo Capello, che, in accordo con i Capi del Consiglio dei Dieci, il 23 dicembre 1519 ed il giorno 8 maggio 1520 faceva pressione sulla magnifica città di Brescia, affinché venisse creato cittadino il fedelissimo suddito Cristoforo Barucco di Travagliato, ingegnere delle acque. Insieme a lui si propose anche il fratello Michele. Tutti e due andavano premiati per il loro fedele servizio, rimarcando che i predetti fratelli avevano i loro beni stabili in Travagliato. Non mancavano anche, lungo il '500, nuovi passaggi di eserciti con nuove vessazioni come nel maggio 1528 e nel 1529 quando si manifestò di nuovo una pesante epidemia. A far fronte ai nuovi disagi, nel 1528, presso la chiesa della Disciplina, probabilmente su iniziativa di alcuni cittadini tra cui Carini, Castrino, Zogno, Zabelli, Ziliani, nacque il Pio Monte Biade o Monte di Pietà per il prestito di grano, miglio, segale. I massari fecero dipingere l'immagine di S. Bernardino da Feltre nella chiesa di S. Maria, le cui elemosine costituirono i fondi del Monte. Fra i primi benefattori sono segnalati i Castrini, i Carini e gli Zabelli. Ma il '500 è anche il secolo decisivo del progresso dell'agricoltura. L'estimo del 1575 elenca 133 possidenti residenti e 52 della città. Compaiono i nomi dei Sandrini, Derada, Ziliani, Bertoli, Fachera, Zini, Castrini, Campana, Pezzaga, Braga, Carini, Carrara, Bersini, Barucco, Orlandi, Burceno, Pianeri. Lo sviluppo economico-sociale del paese è certificato dall'estimo mercantile del territorio che registra cinque notai, un medico, un chirurgo, un agrimensore, tre sarti. Ma anche e soprattutto lo sviluppo edilizio e il sorgere di ville e palazzi di notevole importanza quali la villa Martinengo (poi Cadeo), i palazzi Coradelli-Covi, Verduro-Franzini. La lunga pace favorisce il rassodarsi della comunità civile ed il delinearsi di una sempre più precisa amministrazione pubblica. Il governo del paese è affidato a ventiquattro consoli, due per ogni mese dell'anno. La retribuzione ad essi dovuta è di quattro ducati all'anno, aumentabili di una lira per ogni giornata occupata fuori paese, in caso di liti con altre terre. Oltre i consoli vi sono nove consiglieri, tre "rasonati" o revisori dei conti del massaro, un "andador" o delegato a recarsi a Brescia a sollecitare le cause del Comune, un sindaco e un cancelliere, delegato a produrre e a conservarne gli atti. Tutte le cariche sono retribuite col sistema del ballottaggio, «andando in consiglio uno per casa». Il sindaco è retribuito in ragione di dieci lire all'anno, i consiglieri e i "rasonati" con sei, l'andador" con una giustina al giorno e il notaio cancelliere con cento lire. Il Comune affitta ogni anno, col sistema dell'incanto, le osterie della Piazza e del Quartiere, due beccarle e due pristini o botteghe di generi alimentari. Simbolo della comunità è la torre civica che sorge nella grande piazza e le cui campane suonano per tutti gli avvenimenti e le necessità pubbliche. Le esenzioni e i privilegi che tra l'altro tendono a scomparire non eliminano pesanti impegni. Nelle leve militari e nelle contribuzioni che Venezia richiede sempre più frequentemente a difesa dei suoi interessi in terraferma e sui mari, Travagliato è tra i centri del Bresciano fra i più impegnati e gravati. Per la guerra di Cipro fornisce sei armati: Stefano Fasani, Antonio Carini, Francesco Ferrari, Francesco Facheri, Francesco Derada, Francesco Battista Marti che finiscono col partecipare alla battaglia di Lepanto dell'ottobre 1571.


Come ricorda la Corniani, in una nota delle armi dispensate nel territorio bresciano nel 1617 si legge che Travajado aveva in deposito, per l'istruzione delle cernite, otto moschetti, quindici frasche di ferro, otto archibugi e quattro picche, tutti provvisti del bollo di S. Marco. In un'altra dell'11 marzo 1639 nel deposito affidato ad Ambrogio Castrini c'erano ottanta moschetti ugualmente bollati. Nonostante ciò, agli inizi del '600 Travagliato è uno dei pochi centri della Bassa Bresciana con bilancio attivo. Non solo, ma nei primi decenni si va attrezzando dei servizi comunitari più importanti. Come ha documentato Gianni Donni, su delibera del Comune del 23 aprile 1621, sancita il 13 luglio seguente attraverso Cristoforo Gitti e, in seguito Giov. B. Bazardi, viene istituito il servizio di farmacia ed una condotta medica. In più, come rileva il catastico di Giovanni Da Lezze (1609-1610), vi esistono la macina del grano, due mulini sulla Travagliata e un terzo di proprietà comunale sulla stessa roggia in territorio di Castrezzato, in località Bargnana, venduto nel 1608. La nota più positiva rilevata dal Da Lezze è che a Travagliato non vi sono disordini, e che i travagliatesi non ne hanno provocati altrove. Bisogna dire che, quando accadono, i disordini vengono repressi immediatamente, come avviene il 9 marzo 1622, quando, dopo uno scontro a fuoco, gli sbirri catturano a Travagliato alcuni banditi, che vengono subito impiccati in piazza. Ma questi sono fatti sporadici. Le ricerche di Luca Quaresmini hanno messo in rilievo che alcuni fatti di sangue accaduti nel '600 e '700 furono dovuti a gelosia, alcoolismo e liti "normali" più che ad atti di "bulismo". Restano invece le rivalità con altre comunità come Rovato, per ragioni di mercato, ma anche con Ospitaletto. Per questo assume un significato paradigmatico la pace che il cappuccino p. Marino di Calvagese segna, con il suo energico atteggiamento, nella Quaresima del 1661.


Ma nuovi terribili avvenimenti vengono a sconvolgere la comunità. La guerra per la successione di Mantova richiama infatti in Italia, dai Grigioni, nuove truppe straniere specialmente quelle dei Lanzichenecchi, che al loro passaggio seminano terrore ed angherie di ogni genere. Per combatterli, sotto la guida di Fortunato Carrara, vengono arruolati anche dei travagliatesi. L'1 giugno 1628 i Lanzichenecchi pongono campo a Travagliato. Contemporaneamente si sviluppa la carestia che dura lunghi mesi. Lanzichenecchi e carestia sono, quel che è più, l'avanguardia di una fra le più distruggitrici pestilenze conosciute. L'epidemia manifestatasi a Palazzolo, dopo aver serpeggiato per diverse località, compare il 16 maggio 1630 a Ospitaletto. Il 20 maggio vengono sigillate alcune case, il 28 i deputati di Travagliato chiudono il paese con rastrelli specie sulla strada di Ospitaletto, prendono tutte le precauzioni possibili. Ma il 22 giugno si manifesta il primo caso in Caterina Martinengo giunta da Brescia per la quarantena alla cascina Valtorta. Subito l'epidemia travolge le persone che l'hanno avvicinata e si espande per il paese. Né l'isolamento nel Lazzaretto costruito in tutta fretta nel luglio, né tutte le precauzioni fermano il terribile morbo che dal 17 giugno 1630 all'agosto 1631 miete, solo in Travagliato, 1469 vittime. In tempo di peste viene emesso voto pubblico di erigere "un hospitale per albergare li poveri infermi" quanto il somministrarli "il vivere et servitù", Ospitale che tuttavia rimane sulla carta, per cui il 30 maggio 1642 la vicinia riprende la promessa fatta, decidendo di "detrahere" il capitale di mille ducati per una sola volta dai beni situati sopra il territorio e di raccogliere elemosine e attivare i legati che erano stati stabiliti. Vengono in tale occasione nominati una commissione e un massaro. Ma ancora una volta l'impresa viene rimandata, come lo sarà anche due anni dopo in una riunione della Vicinia, del 17 maggio 1644. Alla peste segue un lungo periodo di carestia per cui il l'1 gennaio 1650 i reggenti della Comunità chiedono aiuto alle autorità competenti per potere utilizzare i capitali di legati per sfamare la popolazione e permettere le semine. A sua volta Venezia chiede nuovi sacrifici di uomini sia per la guerra che per le successive imprese militari di Candia. Con Rovato, come sottolinea la Corniani, Travagliato è tra i comuni che forniscono il maggior numero di armati e cioè: 65 nel 1649, 52 nel 1658, 54 nel 1668, 42 nel 1669. Oltre che agli uomini, Travagliato deve contribuire all'armamento dell'esercito con un Tesone per la fabbrica (attraverso il letame delle pecore) del salnitro, utilizzato per la polvere da sparo. Tuttavia la società migliora. Nel 1684, infatti, nella relazione del parroco per la visita pastorale, vengono segnalate le prime scuole: quella maschile, affidata a don Francesco Bodeo e quella femminile, alla maestra Maria Massari. Nel 1692 Maddalena Merici fonda il Collegio delle Dimesse con lo scopo di "educar le fanciulle" insegnando loro a leggere e scrivere e i lavori domestici. La direzione del Collegio sarà poi continuata da Lelia Uberti che nel 1726 dona all'opera i suoi beni, come aveva fatto la fondatrice. Questa travagliatese, trasmettendone la direzione ad Antonia Nani, col suo testamento del 25 ottobre di quell'anno, assicura perennità all'opera, ponendola sotto la vigilanza dell'arciprete, che nel corso dei tempi avrebbe retto la parrocchia, e di un membro laico della nobile famiglia Covi, che poi si estinguerà. L'opera continua per una lunga serie d'anni sotto il nome di Accademia Lucchi, dal nome di Lucia Lucchi fu Giovanni che il 2 novembre 1784, passando la direzione della scuola a Teresa Buizza, la faceva erede dei suoi beni in contrada Parmigiano e Vezze. Nel 1703 sono tre i maestri "dei figliuoli" (don Gabriele Uberti, don Bartolomeo Lucchi e l'eremita Pietro Mecha) mentre all'istruzione delle "figliolette" si dedica donna Lelia Uberti e compagne che insegnano "a leggere con evidente profitto la Dottrina Cristiana et a lavorare...".


Nel sec. XVIII Travagliato ha già chiara la fisionomia di oggi, con il centro raccolto intorno alla grande piazza e alla chiesa parrocchiale, le diverse zone e contrade quali, per fare degli esempi: «Contrada di Santa Maria», attuale via Santa Maria dei Campi; la «Contrada di San Rocco», mantenutasi nella via San Rocco; la «Contrada dei Molini chiamata il Redondello» ed in altri testi menzionata come «via Ospitaletto detta Redondello» riconducibile alla via Mulini; la «Contrada de Finiletti» che si identifica nella via Finiletti; la «Contrada delle Gabiane» che fa riscontro alla zona dell'attuale via Cavalieri di Vittorio Veneto; la «Contrada della Cinalia»; la «Contrada della Foresta» e la «Contrada della Grolda» che fanno capo rispettivamente alle zone delle cascine Cinaglia, Foresta ed Averolda. Era dimenticata quasi del tutto la peste, quando nel 1701 si ripresenta la guerra, detta della successione spagnola, che vede scorrazzare fino al 1706 per la provincia truppe tedesche, francesi e spagnole. Alquanto fuori mano, Travagliato sembra offrire riparo a chi vive lungo le strade più frequentate (Torbole, Coccaglio, ecc.) ma non viene risparmiata fin dal giorno dopo la battaglia di Chiari ( l'1 settembre 1701) dalle truppe francesi che riversano su Travagliato, Castrezzato e Castelcovati la rabbia per la sconfitta. Come ha scritto Santina Corniani ("Storia di Travagliato" p. 101-104), i danni riportati da Travagliato sono elencati in polizze, scritte per la gente dai notai del paese e conservate nella cartella n. 1205 dell'Archivio Storico Civico, presso la Biblioteca Queriniana. Sono lunghi elenchi di contribuzioni di fieno, foraggi, legna e viveri, condotti dai Travagliatesi al campo imperiale, e descrizioni di violenze, ruberie, danni alle abitazioni, inferti dalle truppe di ritorno dal campo di Chiari. Trentaquattro carri di fieno tolti nel territorio di Travagliato, vengono condotti a Torbole il 7 agosto 1701, altri 105 il 13 agosto, 34 il 27 agosto, 28 il 9 settembre. In più vengono bruciati alberi, rubata ogni cosa, picchiate persone. Come scrive la Corniani: «Non vi fu casa in paese, né campo nei dintorni, risparmiati dal saccheggio, né questo fu il solo, perché la guerra continuò ad infierire per molti anni. Nel 1704 il paese fu attraversato dai Francesi del generale Lautrec, che fu ferito dai Tedeschi sul ponte di Roncadelle, gettato come una bestia sopra un carro e condotto a morire a Brescia in casa del conte Fenaroli. Nell'agosto del 1705 il principe Eugenio, reduce dalla gloriosa battaglia di Torino, chiamato in Austria per fermare i Gallo-Ispani, ripassò per il nostro paese e i soldati che qui rimasero vi compirono saccheggi e rovine fino al 13 maggio 1707. Passata la bufera, quattro ambasciatori bresciani furono inviati a Venezia a presentare la relazione dei danni subiti dalla città e dai paesi, e il Senato assolse i danneggiati dalla taglia ducale sul companatico». Nei decenni di pace che seguono durante quasi tutto il '700 la vita economica-sociale si arricchisce di nuovi sviluppi specie nel settore agricolo grazie allo sviluppo della bachicoltura ed in quello del commercio e anche dell'artigianato. Ne sono segno l'erezione della grandiosa parrocchiale, di chiese e cascine, di case e palazzi. Ma lo denota anche il sempre più preciso ordinamento amministrativo. Sono del 6 febbraio 1754 le regole che disciplinano le forme elettive del Comune per cui, come ha documentato Luca Quaresmini, in due urne "venivano immessi i nomi di tutti i capi famiglia: in una quelli caratterizzati con beni appartenenti all'estimo maggiore stimato superiore a quattro soldi, nell'altra tutti quelli con una ricchezza minore. Il 28 dicembre, giorno dei Santi Innocenti, da ciascuna delle due urne venivano estratti a sorte diciotto nomi, in modo da formare i trentasei rappresentanti dei capi famiglia, la realtà dei quali veniva a coincidere con il paese. L'ultimo giorno dell'anno i prescelti dall'estrazione eleggevano dodici persone che componevano il Consiglio Speciale, delle quali almeno sei dovevano appartenere all'estimo maggiore, e così pure era di loro competenza l'elezione di un cancelliere, paragonabile all'attuale segretario comunale ed anche un andadore, ossia il corriere pubblico, che potevano essere preferiti anche esterni. Lo stesso giorno i neoeletti sceglievano fra loro "due sindici, due raggionati (contabili), che sappiano leggere e scrivere, come pure i provisori (funzionari responsabili) delle beccherie (macellerie), delle possesioni sopra la caneva (cantina) e sopra li molini", così come riporta il documento che prescrive che essi "tutti uniti regolino e dirigano l'economia e governo della comunità con la dovuta dipendenza dalle pubbliche ordinazioni, e con relazione alle parti e deliberazioni del consiglio suddetto dei trentasei...", definendo un profilo amministrativo confacente alla superiore podestà della Serenissima ed al tempo stesso rispettoso delle espressioni del consiglio dei capi famiglia. I dodici rimanevano in carica tutto l'anno al termine del quale, al momento del rinnovo delle cariche, avevano il diritto di rimanere nel corpo dei trentasei solo però come consiglieri, eccettuati tuttavia il sindaco ed il raggionato più eletti che conservavano la propria carica del Consiglio Speciale, di modo che si dava estrazione di sole ventiquattro persone, con l'elezione seguente di un solo sindaco e raggionato per il nuovo turno amministrativo". Sulla fine del '700 la scuola delle fanciulle, grazie al testamento (1692) di Maddalena de Merici e successivamente di Lucia Lucchi ( m. nel 1803), che lasciarono tutte le loro sostanze con lo scopo di "istruire gratuitamente le fanciulle del paese", la scuola prese il nome di Accademia Lucchi o "Scuola delle fanciulle" ed allargò l'insegnamento anche ai lavori femminili. Nel 1806 le insegnanti dell'Accademia salivano a quattro.


Il tempo e la crisi della Serenissima hanno ormai vanificato ogni privilegio per cui, quando sulla scia delle armate napoleoniche che nel 1796 toccano anche Travagliato, si instaura il 18 marzo 1797 il Governo Provvisorio Bresciano, con la scelta giacobina, ai Travagliatesi, almeno a quelli che contano, sembra naturale che anche si innalzi l'albero della libertà "trasportato, come scrive Santina Corniani, in piazza da carrettieri alquanto alticci, andò anche a sbattere contro i vetri degli usci di qualche casa". Ma, sbolliti i primi entusiasmi, sorgono problemi completamente nuovi, fra Comune e autorità religiosa, fra i quali fino al 1797 era intercorsa sintonia e collaborazione. L'arciprete, ad esempio, rivendica l'obolo che annualmente il Comune ha elargito per la recita del "Passio", al fine di allontanare danni di temporali o altro alle campagne. Presto si incrinano anche i rapporti fra autorità civile e popolazione specie per gli usi civici di far legna, di pascolare greggi e armenti, per cui i beni comunali rimangono invenduti. In compenso il territorio comunale si allarga con il distacco dal Comune di Rodengo e l'unione a quello di Travagliato delle frazioni di Barco e Pianera che però continuano ad appartenere alla parrocchia di Rodengo fino al 1880. Inoltre, sia pur fra contrasti, viene allargata la piazza grande con l'abbattimento di edifici ingombranti, vengono costruiti pozzi comuni, sia pure tra l'indifferenza della popolazione che prende ad ingolfarli di immondizie, costringendo le autorità a chiuderli a chiave. Quanto a nuove realizzazioni, Travagliato è tra i primi centri della pianura a costruire nel 1810, fuori dai centri abitati, in obbedienza al decreto di Saint-Cloud emesso da Napoleone nel 1804, il Cimitero. Il luogo santo, con una piccola santella, era pronto il 21 maggio 1814, ma lo straripamento dell'acqua della Seriola Nuova costringe, un anno dopo, l'amministrazione a costruire un muro di protezione. In effetti, i rivolgimenti politici e i nuovi ordinamenti amministrativi passano sopra la testa della povera gente che costituisce la gran parte della popolazione. Le tassazioni, il reclutamento forzato, che porta molti giovani a morire sui campi di battaglia, d'Europa e specialmente della Russia, finiscono con lo spegnere ogni entusiasmo per la libertà giacobina e a far accettare dai più, come una liberazione, la dominazione dell'Austria instauratasi nel 1815 nel cui ambito Travagliato entra a far parte del distretto di Brescia, mandamento di Chiari e circondario di Ospitaletto. Del resto il dominio napoleonico si è spento fra un'aumentata povertà portata da una crescente carestia, che va accentuandosi nel 1816 e 1817. La fame che ne segue va ad accumularsi a gravi condizioni sanitarie endemiche, dovute in gran parte al terreno ancora paludoso e soprattutto, al diffondersi delle risaie. La situazione è talmente grave da spingere nel 1816 il medico chirurgo condotto nel comune di Travagliato, Giovanni Biagio Mercolier a scrivere e a pubblicare presso la Tipografia Spinelli e Valotti un "Avviso ai possidenti sul mezzo di conservar la salute agli agricoltori" appuntando il suo colpo d'occhio sulle cause produttrici la febbre periodica (che ha regnato nell'anno 1815) e sui mezzi profilatici (sic) d'impiegarsi contro gli effetti micidiali delle vicine risaie ed altri ricettacoli di acqua corrotta ed impaludata". Assieme alle febbri malariche domina sempre più, fra i contadini e specialmente i braccianti, la pellagra che è una delle cause predominanti di morte, come ha documentato Giuseppe Bertozzi (in "Dalla peste alla spagnola"), il quale rileva dai registri parrocchiali, tra il 1816 e il 1866, ben 253 casi (ufficiali) di morte per pellagra con picchi, a volte, di 11 (1816), 12 (1851), 4 (1852, 1855) ecc. su un totale di 100-120 decessi l'anno. A queste malattie e alla fame si assomma una nuova devastante epidemia: il tifo petecchiale che, nel 1816-1817, semina ovunque morte. Una panacea a tante misere condizioni è costituita dalla Congregazione di Carità o Ente dei Pii Luoghi Elemosinieri che, in epoca napoleonica, assorbe tutte le proprietà delle cappellanie e delle confraternite, assumendo dal 1807 l'amministrazione dello stesso Monte Biade. Questo si limita alla distribuzione di pane a tutti gli abitanti, il Venerdì Santo, consuetudine che durerà fino ai primi del '900. Un argine viene trovato anche nel nascere di lavori pubblici, di cui resta ancora il ricordo nelle "strade della fame" fra le quali quelle dei Broli (1816) e quella per Pianera (1817). Più ancora delle Congregazioni di Carità, alla povertà e alla precaria situazione sanitaria serve, però, l'ospedale. L'avvio è dovuto a Caterina Golini che, con testamento dell' 1 maggio 1821, dispone che la «sua facoltà fosse venduta e col ricavato fosse acquistato un locale per erigervi un ospedale ad uso dei poveri infermi». Nel documento designò come suoi esecutori testamentari i sacerdoti don Antonio Ghidoni, don Silvestro Bertoletti e don Vincenzo Maj. Questi divenne poi arciprete di Iseo. Il lascito fu valutato in diecimila lire austriache. Formatasi all'uopo una commissione, questa, il 20 agosto 1824, ottiene l'approvazione governativa. Affidato il progetto all'arch. Rodolfo Vantini e acquisito, per donazione di Francesco Cagnola, Pietro Bertulli e Innocenzo Zanotti, il terreno, il 18 ottobre 1824 viene posta la prima pietra. Scelto fra tre progetti quello del Vantini come più adatto e grazie ad un forte contributo del Comune, il 26 marzo 1837, l'edificio collaudato dagli ingegneri Francesco Corbolani e Luigi Donegani, è pronto. Pochi mesi dopo, in occasione della visita dell'imperatore d'Austria, redatto il piano sanitario, l'ospedale accoglie i primi infermi il 20 settembre 1838. Ne risulta un edificio di stile neo-classico, ammirato per le colonne, la trabeazione, il timpano del pronao, la visione prospettica che ripropongono la solenne armonia dei monumenti della classicità antica e rinascimentale. La rivista settimanale "Cosmorama pittorico" (n. 19, anno V, 1839) ne descrive brevemente l'edificio, pubblicandone anche uno schizzo significativo. Viene istituito un asilo infantile a pagamento, al quale seguirà l'istituzione di un secondo peri fanciulli poveri. L'amministrazione pubblica riesce a costruire e a migliorare di molto, nel 1822, la strada per Ospitaletto e, nel 1831, la strada per i Finiletti e per Lograto. Mentre lavora all'Ospedale, l'arch. Vantini si dedica anche al Cimitero approntando nel 1833-1834 un progetto che verrà completato solo nel 1865 con la costruzione della facciata, realizzata dalla ditta Lombardi di Rezzato e costituita da quattro imponenti colonne di stile neo-classico, che reggono la trabeazione con l'epigrafe "Resurrecturis", e formano, col portico, la fronte dell'edificio.


In anni così laboriosi non mancano tuttavia nuovi momenti di terrore. Ne semina, infatti, il colera che fa la sua prima comparsa il 2 giugno 1836 colpendo certa Isabella Salvi che viene subito sepolta, di nascosto, nel Cimitero. Ad essa seguono però altri 35 decessi, fra quelli segnalati. Fugace, ma apocalittica appare agli abitanti di Travagliato e Lograto la tromba d'aria che si abbatte il 24 maggio 1843 partendo dalla cascina Pieve di Lograto e proseguendo per Campagnola, Colombara, S. Maria dei Campi, atterrando centinaia di alberi, fra lampi e bagliori d'incendio. In compenso, per decenni, Travagliato non è più toccato da avvenimenti di rilievo, pur se è attraversato da inquietudini e proteste per la severità della polizia austriaca che non risparmia pesanti frustate elargite dagli sbirri nel cortile dell'osteria Peruna per chi ritenuto colpevole di traffici illeciti, di frodi, di atti immorali o anche solo di ubriachezza molesta o abituale. Irritano anche le perquisizioni di abitazioni di persone sospette, una delle quali, compiuta nella notte tra il 18 e il 19 febbraio 1832, in casa di un sacerdote, maestro di scuola, suscita tali proteste da muovere il delegato provinciale De Pagave a rifiutarsi di partecipare ad un ricevimento offerto ai figli dell'arciduca vicerè del Lombardo-Veneto, di passaggio a Brescia per recarsi a Travagliato. Ripreso per la sua assenza, egli si scusa rilevando che non ha potuto non recarsi a verificare i fatti, essendo Travagliato un paese che conta molti facinorosi, e nel quale non spira aria buona nei riguardi dell'autorità costituita. In effetti la polizia è allarmata anche per fatti che oggi sembrano non rilevanti come le nozze della sorella del patriota Andrea Tonelli, di Coccaglio, ex detenuto allo Spielberg, con il nob. Antonio Rampinelli di Travagliato. Ma a guardar bene la polizia non aveva tutti i torti. Proprio da quelle nozze nascerà, nel 1831, quel Lodovico Rampinelli che nel 1848, a soli 17 anni accorrerà volontario fra le truppe di Carlo Alberto e il 26 marzo 1848 costituirà, con Evangelista Ziliani, Andrea Maj, i Falsina, gli Uberti, la Guardia Nazionale del luogo. Egli formerà con Francesco Ziliani, garibaldino dei Mille e non molti altri, il gruppo più attivo dei patrioti travagliatesi e nel 1849 combatterà sulle barricate delle Dieci Giornate.


Dieci anni dopo, Travagliato vive alcuni episodi importanti della liberazione della Lombardia dal dominio austriaco. Il 15 maggio 1859, dopo la sconfitta di Magenta, il paese è invaso da militari austriaci che requisiscono uomini, cani e cavalli da inviare a Orzinuovi per essere impiegati nelle operazioni di ripiegamento del grosso delle truppe. Qualcuno seguirà l'esercito in ritirata e tornerà al paese solo il 19 luglio. Poco dopo, passano per Travagliato, la I divisione piemontese al comando del gen. Durando, la V divisione comandata dal gen. Cucchiari e una divisione di cavalleria piemontese. Il 16 giugno Travagliato è occupato dalla II divisione francese della Guardia Imperiale che si accampa in piazza e il 17 mattino lo stesso Imperatore Napoleone III vi trasferisce il suo Quartiere Generale occupando e prendendo stanza nel palazzo Cadeo. Alle 17 dello stesso giorno arriva a Travagliato re Vittorio Emanuele II, e nel salone di pianterreno di palazzo Cadeo si tiene il consiglio di guerra, finito il quale, il re lascia il paese salutato dalle acclamazioni dei travagliatesi. Napoleone III invece pernotta a Palazzo Cadeo lasciando Travagliato il mattino del 18 giugno per raggiungere Brescia. Riunitosi al Mella con Vittorio Emanuele II i due re, alle 11, fanno l'ingresso in città acclamati dalla popolazione. Del passaggio delle truppe francesi e del loro acquartieramento in piazza verranno pubblicati alcuni schizzi su un giornale francese con la seguente didascalia: "Campement de troupes sur la grande place de Travigliato - D'après un croquis de M.J. Gaildrau", come documentato da Giovanni Quaresmini sulla rivista "Travagliato, passato e presente", marzo 1994. L'avvenimento venne fissato da illustratori francesi del tempo e più tardi fissato in due lapidi poste sotto il portico del Municipio il 30 aprile 1861 con le iscrizioni: nella prima: «Ai posteri lontani / che ricca possente e onorata / fra le genti saluteranno / la rediviva Italia / il Municipio di Travagliato / orgoglioso di avere accolto / nella natia contrada / i liberatori della patria / ricorda / l'avvenimento unico / e il memorabile giorno tramanda / perché il nome del modesto villaggio / segnò la storia / nelle pagine gloriose / del nazionale riscatto». Nell'altra: «Vincitore di Magenta / venne a Travagliato / il XVII giugno MDCCCLIX / e vi riposò la notte / Napoleone III imperatore / quando una sublime promessa / il chiamava dall'Alpe all'Adriatico / e forse con l'eroe di Palestro / Vittorio Emanuele II / che la sera stessa / dell'ospite Augusto / Augusto visitatore / qui presentiva / la immane lotta di Solferino». L'avvenimento verrà ricordato, nel centenario, il 17 giugno 1959 con una celebrazione e con la posa di una lapide posta a palazzo Cadeo con l'epigrafe: «In questa casa / da gloriosi eventi prescelta / a quartier generale / dell'armata francese / il XVII giugno MDCCCLIX / convennero / Vittorio Emanuele II e Napoleone III / da comuni ideali di libertà / chiamati / alle epiche battaglie di S. Martino e Solferino».


Nel frattempo, appena partiti gli austriaci il 15 maggio 1859 viene installata un'amministrazione comunale provvisoria presieduta dal sindaco Andrea Maj e formata dagli assessori Paolo Evangelista, Filippo Rota, Carlo Falsina e dai consiglieri Antonio Rampinelli, Giovanni Della Vedova, Bortolo Finamanti, Giuseppe Bertulli, Abele Corniani, Angelo Ballarini, Paolo Orlandi, Defendo Zini, Giuseppe Frugoni, Giovanni Aradori, Montini Fortunato, Ziliani Tomaso, Cadeo ing. Felice, Frascio Angelo e Sandrini Giovanni. Tocca ad essa provvedere all'emergenza imposta dalla guerra e provvedere alloggi, viveri, foraggi e trasporti alle truppe di passaggio. La stessa, dopo la battaglia di Solferino e S. Martino (24 giugno 1859), deve provvedere all'assistenza ai feriti e malati che vengono dispersi ovunque. Travagliato accoglie nell'ospedale una ventina di essi. Vi muoiono i francesi Morel Francesco del 59.o Fanteria e Bremand Agostino del 37.o Artiglieria, ed i piemontesi Berta Emiliano, Peras Effisio, Magni Delfino e Monticoni Giacomo del Reggimento cavalleggeri di Saluzzo. Il loro sacrificio non è dimenticato: un monumento sorge nel cimitero a riconoscenza perenne. Nell'occasione il medico-chirurgo francese A. F. Bertherand ha modo di ammirare e testimoniare dell'ospedale di Travagliato oltre la "inveritable importance architecturale" anche l'organizzazione sanitaria, indicandolo tra i primi fra gli ospedali visitati da Milano a Brescia. Nel frattempo si è di nuovo costituita la Guardia Nazionale della quale sono primi ufficiali Felice Cadeo e Abele Corniani. Da essa esce il dottor Francesco Ziliani, nel 1860 garibaldino dei Mille e poi ottimo medico e amministratore pubblico. Viene anche costituito il Corpo della Banda Musicale: da un foglio a stampa con il logo della Banda ritrovato da Giuseppe Bertozzi nell'Archivio Comunale si legge: "Corpo musicale di Travagliato fondata nel 1840". La banda nell'aprile 1861 si aggregherà alla Guardia Nazionale, segnalandosi anche in seguito per particolare bravura. Più pesante diviene l'affrontare le spese di guerra che, comprensive anche dei danni provocati alle colture dal passaggio delle armate, ammontavano a L. 6.990,75, delle quali 6.037,13 per le truppe italiane e 2.446,79 per quelle francesi, alle quali deve essere aggiunto l'ammontare dei famosi "boni" lasciati scoperti dalle armate austriache per un importo di 450 lire. Ma incominciano subito anche opere di pace ed è significativo il fatto che, tra le prime decisioni prese dopo la liberazione nazionale, il 28 novembre 1860 c'è l'ampliamento, su progetto dell'ing. Mercandoni, dell'antico palazzo comunale verso la vicina casa del "pristino" e la ricostituzione dell'Archivio comunale dato che il precedente era stato distrutto nel 1799 da un incendio doloso causato durante il passaggio delle truppe austro-russe. Il pianterreno ospiterà da allora la Guardia Nazionale e ciò fino al 30 novembre 1866 quando la Guardia sarà sostituita dai "Reali Carabinieri". Questi, a loro volta, nel 1867, vengono sistemati in una casa di via Disciplina che, acquistata dai fratelli Falsina, diventa la prima caserma dei carabinieri. Nel 1862 viene collocato un nuovo orologio a quattro quadranti e, cinque anni dopo, verrà rinnovato il concerto delle campane. Il comune è fra i primi ad aderire alla sottoscrizione di un milione di fucili per le sue imprese, istituendo un'apposita commissione, per raccogliere le offerte. Anche l'economia respira. È del 1864 la decisione del Consiglio Provinciale di Brescia di stabilire in Travagliato una fiera annuale di bestiame per tre giorni, nel mese di ottobre, dopo il mercato di Brescia. Segno di ammodernamento nel 1865 è anche una nuova numerazione delle vie, ma soprattutto l'erezione della facciata del cimitero, progettata da Rodolfo Vantini fin dal 1833-1836. Nel 1873 il cimitero viene ampliato e vi viene eretta la cappella centrale ultimata nel 1877. L'istituzione dell'Ospedale si dimostra opportuna nel ripetersi dell'epidemia di vaiolo nel 1867, 1880, 1891 e di colera nel 1855 e 1867.


Non mancano problemi di altro genere. La frazione Pianera, per non aver ottenuto l'istituzione di una scuola, si orienta al distacco da Travagliato per passare per Decreto Reale del 9 gennaio 1879, nell'ambito del comune di Castegnato. Nel 1876 viene apprestato, su progetto dell'ing. Giovanni Piotti, con la ristrutturazione di casa Chiodi, sulla strada per Chiari, una nuova sede delle scuole elementari maschili. Nel 1882 vengono allestite le Cucine economiche, largamente beneficate da don Angelo Colombo. Dal 1882 al 1895 vengono distribuite 164.000 minestre. Ad esse si aggiunge nel 1888-1893, su progetto dell'ing. Luigi Gadola, in una casa di proprietà di Maria Ricci Catteno, una nuova sede delle scuole femminili. Si è andata intanto evolvendo la situazione economica e sociale, anche attraverso l'impianto di ben quattro filande, di piccole attività artigianali, che accompagna lo sviluppo agricolo mentre si fa vivo il clima politico dominato soprattutto dal dualismo fra liberali e cattolici. Nasce nel 1877 una Società di mutuo soccorso per gli operai, di indirizzo laico alla quale risponde nel 1878 (10 novembre) la Società agricola di mutuo soccorso, fondata da Andrea Maj e avente come scopo (art. 4) il miglioramento religioso, morale, sociale, economico, che, con rapido sviluppo, raggiunge 240 soci nel 1880, 1280 nel 1882 per scendere poi via via e lasciare, agli inizi del '900, il posto all'Unione Cattolica del Lavoro. Ad essa risponde un nutrito gruppo di liberali che lanciano l'Associazione Fratellanza e Lavoro; nell'ultimo decennio del sec. XIX, sorgono due altre associazioni e cioè la "Società Agricola la Fratellanza" di Travagliato e la "Cooperativa Unione di Travagliato".


Negli anni '80 la polemica politico-amministrativa si fa sempre più viva. La componente liberal-democratica trova nuove espressioni di presenza con la fondazione nel 1883 della Società del Tiro a segno. Scoppiano rivalità nel luglio del 1887, quando ha la prevalenza nelle elezioni di quell'anno il liberale ing. Felice Cadeo, sul cattolico Andrea Maj. La sola sostituzione dei testi scolastici scatena vivaci reazioni e polemiche giornalistiche, che si riverberano nei quotidiani cattolici. La rimonta liberale si accentua negli anni seguenti come dimostra la fondazione di due associazioni: la "Società Agricola di Fratellanza" e la "Cooperativa Unione". Ma è il disagio sociale che emerge verso la fine del sec. XIX sempre più espresso in alcuni clamorosi processi come quello del 13 marzo 1886 che vede ai pali una banda di malfattori processata in Corte d'Assise per furto, violenze, ecc. Ma quegli anni sono soprattutto segnati dai primi scioperi di braccianti e "obbligati" come quello del 13 maggio 1891 che ha come scopo l'aumento del salario, ma che conta l'adesione di pochi scioperanti. Vi sono pure episodi di vera rivolta contro i carabinieri, come quello del settembre 1892 durante il quale una vera folla si sollevò («cento contro uno» registrarono i giornali) per l'arresto di un certo Trainini che si era ribellato alle forze dell'ordine. Anche a Travagliato con "grida sediziose" arrivano gli echi delle giornate di maggio di Milano. Una trentina di giovani lancia sassi contro il Municipio, la farmacia, la chiesa parrocchiale e la canonica. Ma nel frattempo l'economia locale ha un continuo rilancio con l'avvio di attività imprenditoriali, specie con sempre più attive filande e con il commercio che ha la sua spina dorsale nel mercato e anche nella più recente fiera di S. Giuliana che si tiene il 18-19 giugno. Iniziativa, quella del mercato, che si sviluppa sempre più, nonostante sia compromessa dal diffondersi a volte, come nel settembre 1898, del carbonchio o di altre epidemie del bestiame. Segni di miglioramento si avvertono anche nell'inaugurazione nel 1894 del nuovo edificio delle scuole elementari femminili, nella fondazione, pochi anni dopo, grazie al dono di una casa da parte di una "figlia di S. Angela", Lucia Bonardi (1841-1917) detta "Cia Cossetta". In essa si può così realizzare un asilo infantile vero e proprio, dedicato a S. Giuseppe e affidato alle Ancelle della Carità, dove si fa pure scuola di lavoro ed oratorio per le ragazze. Segno di nuovi tempi è anche l'apertura, nel giugno 1897, nella sala consigliare, con adattamenti, di un teatro gestito da una locale Società del Teatro, che però, nell'ottobre 1908, verrà trasferito nei locali del Tesone. Il nuovo secolo si apre sotto il segno della protesta sociale e di nuovi segni positivi. Il 13 maggio 1901 sette braccianti scendono in sciopero per aumenti salariali, ma questo fallisce. La protesta viene ripresa l'8 aprile 1903 senza successo da 40 contadini avventizi. Il 31 marzo la protesta sindacale passa ai lavoratori delle filande. Ne scendono in lotta 150 per tre giorni, ma anch'essi falliscono. Scioperi con esito positivo si verificheranno tra le filatrici nel 1906 e nel 1912. Gli scioperi si svolgono nei modi più civili, mentre non mancano gravi fatti di insubordinazione sociale come quello verificatosi la notte del 25 febbraio 1906, quando, in una colluttazione, rimasero feriti due carabinieri. Sulla fine del 1901 ricompare il vaiolo che nel marzo 1902 diventa talmente minaccioso che vengono sospese le funzioni religiose delle Quarantore creando profondi dissapori e tumulti popolari. Si verifica un solo caso mortale. E intanto la pellagra viene dichiarata endemica per cui il 2 febbraio 1905 viene costituita un'apposita Commissione pellagrologica che verrà rinnovata ancora nel 1921. La povertà e le proteste non impediscono nel marzo 1900 l'annuncio di un "festeggiatissimo carnevale" con mascherate e due splendidi carri, uno dei quali rappresenta un colossale fiasco. Secondo i giornali del tempo, vi si rappresenta un altro fiasco: "quello, cioè, fatto tempo fa per la seconda volta a proposito delle pratiche iniziate onde si costituisse anche da noi un lanificio". Del resto, il tempo libero offre sempre più iniziative ed occasioni. L'albergo Aquila d'oro allestisce addirittura un'arena nella quale vengono esibite opere liriche; nel 1910 al "Tesù" viene proiettata per la prima volta una pellicola cinematografica. Nelle contraddittorie vicende tra povertà e crescita economico-sociale proprio il 15 gennaio 1904 per iniziativa del dott. Antonio Cordoni "medico chimico e viaggiatore appassionato" nasce il Club Sport di Travagliato e, auspice Audax di Brescia, si inaugura la bandiera. Ma non mancano segni positivi di progresso. Nell'agosto 1901 viene istituito il mercato mensile di bestiame che verrà arricchito nel 1909 dall'istituzione di una monta equina con stalloni governativi e che, dal luglio 1912, diventerà bimensile (1° e 3° sabato). Nell'ottobre 1905 vengono accese le prime lampadine dell'illuminazione pubblica, nel 1907 viene installato in comune l'impianto telegrafico; nel 1909 viene ampliato il cimitero inaugurato solennemente l'1 novembre 1914.


E intanto si incomincia a parlare di guerra. Il 3 marzo 1913 con una solenne cerimonia e alla presenza dell'Onorevole Pietro Frugoni, trentuno travagliatesi, reduci dalla guerra di Libia, vengono insigniti di medaglie. Negli anni 1912-1913 si avverte il risveglio politico-sindacale dei cattolici. Nel giugno 1912 scendono in sciopero per 22 giorni, guidate dall'Unione Cattolica del lavoro, le operaie filatrici che ottengono 5 lire in più di salario. Per rassodare l'organizzazione, l'Unione organizza una scuola di sindacalismo. Nel 1913 lo studente Emilio Bonomelli fonda un Circolo democratico cristiano; due anni dopo, nel 1915, appena laureato, il Bonomelli sarà sindaco di Travagliato e sarà lui ad affrontare i gravi problemi imposti dal conflitto mondiale. Fra i primi c'è la sistemazione da offrire ad una sessantina di famiglie emigrate e rimpatriate alle quali l'amministrazione comunale cerca di far fronte con sussidi e offerta di lavoro (cava, strade, ecc.). Viene istituito inoltre, un Comitato di preparazione civile, trasformatosi in Comitato di soccorso per lo stato di guerra. Si attiva la Congregazione di Carità in favore dei più poveri; si distribuisce grano ai bisognosi; si costituisce una commissione per la confezione di indumenti per le truppe. Con l'inizio della guerra Travagliato, che assume il ruolo di retrovia del fronte, ospita nel palazzo municipale un comando militare con il compito di raccogliere nelle zone gli arruolamenti che assommano a 1500 uomini, in particolare destinati alle compagnie di mitraglieri. La presenza di soldati in paese acuisce sempre più il pensiero di quelli che sono al fronte, pensiero che diventa struggente alla notizia dei primi caduti, Giuseppe Cinquini e Giuseppe Festa, che giunge a Travagliato il 29 agosto 1915. Nonostante l'emergenza bellica, l'avv. Bonomelli si impegna a risolvere il problema delle vie di comunicazione. Ottiene che la stazione ferroviaria, pur distante dal paese, si chiami Travagliato-Ospitaletto e si adopera perché il paese sia allacciato alla linea Brescia-Orzinuovi-Soncino con una deviazione realizzata nel 1927. In più ottiene istituzione di un servizio automobilistico Brescia-Travagliato-Castrezzato-Rudiano. Il Bonomelli affronta inoltre un nuovo progetto per un edificio scolastico che riunisca le sparse scuole elementari. In piena guerra, il 2 luglio 1916, il curato don Angelo Colombo, Paolina Maj e Rachele Taino, acquistata una casa in via Borgovite, danno vita alla Casa di Riposo che verrà intitolata poi allo stesso don Colombo ed affidata alle suore Ancelle della Carità ed eretta in Ente Morale il 6 gennaio 1919. In piena guerra, nel marzo 1917, viene inaugurata la sezione locale della Mutualità Scolastica. Nel dicembre 1917 viene aperta la Casa del soldato. Ma se furono nell'insieme 86 le vittime del conflitto mondiale, molto di più ne richiese, fra la popolazione di ogni età, l' epidemia della "Spagnola" portata, probabilmente, da soldati reduci dal fronte o di stanza in paese. E fu una vera morìa. Al primo caso, avvenuto il 10 ottobre 1918, ne seguirono infatti molti altri in progressione allarmante. Il 26 ottobre i morti erano nove, allo scomparire del morbo complessivamente i decessi assommarono, secondo i calcoli di Giuseppe Bertozzi, 117. Tra i Caduti al fronte o per disagi e malattie si contano due medaglie d'argento (G. Bignotti e L. Santi) e 5 medaglie di bronzo (Angelo Brumana, Vincenzo Banfi, Alessandro Belometti, Girolamo Cordoni, Giuseppe Pederzoli). Travagliato, nel 1919, ospita per sette mesi il 26° Reggimento di Fanteria francese che pone il comando nella sala consiliare. Sulla rivista "Travagliato: passato e presente" (aprile 1996) Giovanni Quaresmini documenta con diverse fotografie lo svolgimento di alcune parate militari in piazza Umberto I.


Non mancano strascichi della situazione difficile del dopoguerra. Fa scalpore fra gli altri l'uccisione il 21 febbraio 1919 da parte dei carabinieri di certo Attilio Facchetti detto "Gila" disertore famoso per le sue imprese ladresche e per le audaci evasioni dal carcere. Tuttavia il dopoguerra inizia sotto buoni auspici. Infatti nel gennaio 1919 viene inaugurato il "ricovero vecchi", riprende l'attività politica e il 17 febbraio 1919 il paese registra la nascita, oratori Emilio Bonomelli e Costantino Franchi, della prima sezione della provincia del Partito Popolare Italiano. Sono di auspicio per la pace riconquistata la fondazione, da parte di alcuni studentelli e di alcuni reduci di guerra, della Società Calcistica Aurora, che vedrà in azione le cosiddette Furie Rosse, e l'apertura dello sportello della Banca Piccolo Credito Bergamasco. Fin dal marzo 1919 riprende anche l'attività sindacale fra i tessili che rivendicano le stesse migliorie delle Filature Seriche Lombarde. In comune compare il 30 gennaio 1920 la prima macchina da scrivere, opportuna attrezzatura per un paese che nel 1921 raggiunge i cinquemila abitanti. Ad avviare la routine amministrativa è ancora l'avv. Bonomelli il quale viene sostituito per pochi mesi (20 ottobre 1920 - 20 giugno 1921) da Latino Corniani, al quale subentra Nicola Nomini, un maresciallo in pensione. Buoni auspici di unità di intenti e di collaborazione sembra segnare l'inaugurazione, il 22 ottobre 1922, del monumento ai caduti. Opera dello scultore Giovanni Asti, raffigura un cappellano militare che alza la croce su un soldato morente. Invece, proprio davanti al monumento, si delineano divisioni e polemiche che presto emergeranno con prepotenza. Viene infatti contestato il rappresentante della Sezione nazionale combattenti che va sempre più politicizzandosi, e presto si manifesta la presenza di un socialismo combattente.


Causa un improvviso acuirsi della lotta politica, gli ingranaggi dell'amministrazione democratica appena in movimento si inceppano. Nel novembre 1922, infatti, viene fondata la sezione del Partito Nazionale Fascista. Come registra il Melchiori nella sua "Storia del fascismo bresciano", i primi fascisti del luogo si sono iscritti "regolarmente a Brescia nel I semestre 1921, e sono: Camanini Valmore, Salvi Pietro, Gozio Arturo. Il primo è corrispondente di «Fiamma», Camanini e Salvi saranno "fregiati della medaglia della Marcia su Roma". La vigilia di Natale del 1922 si sentono alcuni colpi di pistola diretti contro due fascisti. La violenza di parecchi e l'acquiescenza dei più, il quieto vivere, portano, il 29 gennaio 1923, alle dimissioni del sindaco Nomini e, in seguito, alla defezione di undici consiglieri per evitare l'aumento delle tasse ai proprietari e la scelta a messo comunale di Valmore Camanini, fondatore del fascismo travagliatese ed ex combattente. Il fascismo si rassoda subito, tanto che, nel febbraio 1923, viene fondata la sottosezione di Berlingo. C'è l'inaugurazione, il 18 febbraio 1923, del Parco della rimembranza. Il giorno dopo una squadra di fascisti di Trenzano fa irruzione nell'abitato di Berlingo sparando all'impazzata e seminando spavento. Il 29 aprile una squadra di fascisti bastona per le strade di Travagliato due socialisti ed un popolare. L'enfasi patriottica montante col fascismo e la stessa polemica fra i partiti non riesce a nascondere piaghe di miseria e di violenze. Nel maggio 1923 suscita clamore l'arresto di tre affittuali della Cascina Granda accusati di aver fatto morire di denutrizione, maltrattamento e tubercolosi una fanciulla di 12 anni e di avere ridotta agli estremi un'altra di 16 anni, rispettivamente nipoti dei tre. Le elezioni amministrative del settembre 1923 portano in comune una maggioranza liberale e fascista e alla nomina a sindaco di Andrea Mazzocchi. Ma oramai il fascismo è padrone assoluto. Le elezioni dell'aprile 1924 danno a Travagliato 774 voti alla lista nazionale, 164 ai popolari e 32 ai socialisti. Manifestazioni di intolleranza, purghe e manganelli, trovano non molte, ma coraggiose resistenze che si manifestano anche nelle elezioni politiche del 1925. L'assoluta prevalenza fascista porta, il 28 giugno 1925, alle dimissioni di Andrea Mazzocchi e alla nomina di Enrico Cadeo il quale, decadute con il 21 marzo tutte le giunte e i consigli comunali, viene nominato primo podestà. Nel frattempo maturano tutti gli sforzi di miglioramento. Nella primavera 1927 percorre la campagna di Travagliato il primo treno a vapore della deviazione della linea Brescia-Orzinuovi-Soncino. Pochi mesi dopo la linea viene elettrificata. Nello stesso anno, il 10 novembre, con la posa della prima pietra viene avviata, su progetto dell'ing. Giovanni Capitanio, la costruzione dell'edificio scolastico programmato fin dal 1919 e realizzato nel 1933. Il 27 maggio 1927 veniva avviata la copertura del Dugalone. Sempre nel 1927 viene restaurata e, purtroppo, ridotta nella struttura d'oggi la torre civica della piazza. Il 3 marzo 1928 viene costruito, pure su progetto dell'ing. Luigi Cadeo, e sotto la direzione del veterinario Luigi Moretti il macello comunale. Nel 1929 viene realizzata la colonia elioterapica. Vengono via via sistemata la torre civica, migliorate le strade e l'illuminazione pubblica, realizzato il campo sportivo. Il 16 novembre 1929 viene approvato un nuovo regolamento d'igiene comunale e nel 1930 i posti letto dell'Ospedale salgono a quaranta. Nel 1931 apre un suo sportello la Banca S. Paolo; nel febbraio 1932 viene ripristinato il mercato del bestiame; nel novembre iniziano le lezioni nel nuovo edificio scolastico (che verrà inaugurato il 25 ottobre 1934) ed è istituita la scuola rurale ai Finiletti. Ma nelle pieghe delle iniziative e delle opere compiute si nascondono ancora brani di grande povertà. Lo rivelano le minestre distribuite dal 15 dicembre 1932 e che raggiungono presto il numero di oltre mille al giorno. Più palese è la vera tragedia che colpisce improvvisamente dal gennaio 1934 ben 372 filatrici licenziate per la chiusura delle filande Giulio Mazzardi e Faustino Benedetti. Il 23 marzo 1935 viene costituito un consorzio di vigilanza sanitaria tra il comune di Travagliato e altri circostanti. In questi anni diminuiscono e quasi scompaiono i casi di pellagra, ma si affaccia sempre più minacciosa la tubercolosi che spinge l'autorità comunale a nominare, il 15 maggio 1937, una "Commissione per la lotta contro la tubercolosi nei lavori agricoli". Gli anni '30 segnano il trionfo del Tamburello. Praticato da antica data (già nel 1916 Severo Zogno e nel 1922 Libero Braga avevano ottenuto grandi successi), il tamburello assume a dignità di sport, omologato nel 1935 con la fondazione (per iniziativa di Prospero Falsina) della "Società del Tamburello Aurora" legata all'omonima società sportiva. La squadra travagliatese ottiene poi vittorie di grande prestigio (specie nel 1949, nel 1966, ecc.) e il suo fondatore Falsina assurge addirittura nel 1961 a presidente nazionale di tale sport. Se le guerre d'Africa (1935-1936) e, meno, quella di Spagna, portano lontano un buon numero di giovani, la grande guerra travolge tutti. Se le tre guerre messe assieme segnano, secondo i calcoli della Corniani, fra caduti, dispersi, morti per disagi, il sacrificio di 63 giovani vite, non mancano gravi sacrifici per tutta la popolazione. Gli ultimi progetti di uno sviluppo economico-sociale pacifico riguardano la costruzione dell'acquedotto comunale e di un campo sportivo di calcio, ma si inceppano nel 1939. È la guerra, alla quale la popolazione sopravvive arrangiandosi. I travagliatesi diventano noti per il tabacco e la margarina, il burro e la carne che sanno piazzare ovunque, a Milano e a Brescia, con viaggi faticosi e spesso avventurosi. Le avvisaglie che la guerra precipita vengono date dalla requisizione, il 23-24 dicembre 1942, di otto campane tolte dalla chiesa del paese. La caduta del fascismo viene salutata con la devastazione il 26 luglio 1943 della casa del fascio mentre la guerra entra anche in paese: il 14 settembre 1944, con il mitragliamento notturno di una cascina (azione che causa due feriti); con la distruzione il 17 novembre di quasi tutti i vetri delle case causati dall'esplosione di vagoni ferroviari sulla linea Milano-Venezia; con il mitragliamento, l'1 gennaio 1945, del centro urbano con danni sia pure non pesanti alla torre civica, alla parrocchiale, alla chiesa del Suffragio, alla canonica e tre feriti uno dei quali grave. Il 7 febbraio ha luogo un nuovo mitragliamento.


Fin dal settembre 1943, sostenuti dai curati don Mosè Ghidoni e don Angelo Marini e poi da don Fausto Capretti, alcuni giovani, guidati da Costantino Camossi e poi da Giovanni Maroni, costituiscono un gruppo resistenziale che, oltre alla propaganda antifascista, compie sabotaggi a linee telefoniche e telegrafiche e raccoglie armi. Entra pure in collegamento con la brigata Fiamme Verdi Dieci Giornate. Nel luglio 1944 vengono formate a Travagliato, collegate con un'altra di Torbole, tre squadre che entrano in azione nei giorni della Liberazione, il 25 aprile 1945. Nell'autunno 1944 è già formato il Comitato di Liberazione locale sotto la presidenza di Mario Bonomelli che esce alla luce il 23 aprile e nei giorni della Liberazione esercita opera di pacificazione. Queste organizzazioni operano in condizioni difficili, dato che a Travagliato sono insediati due comandi tedeschi ed uno delle Brigate Nere. Non mancano famiglie che ospitano sbandati e prigionieri alleati fuggiti dal campo di concentramento. Nella sola cascina Sabbionera Battista e Giulia Colosio ospitano più di 150 prigionieri anglo-americani, poi smistati. Rifugio di perseguitati politici, fra i quali don Peppino Tedeschi, fu anche la cascina Averolda gestita dai Bonomelli. Nei giorni della Liberazione periscono due giovani travagliatesi: Gian Battista Berardi che, da solo, in via Napoleone, affronta un reparto di tedeschi in ritirata; l'altro, Daniele Salvi, mentre a Ospitaletto cerca di procurarsi un fucile per la caccia.


La vita amministrativa riprende il 3 giugno quando viene insediata per la prima volta la Consulta Municipale composta da 9 membri, uno per ogni partito politico legalmente riconosciuto più il Sindaco, nella persona di Latino Corniani. Ad essa seguono, nel 1946, le prime elezioni amministrative democratiche che portano Mario Bonomelli alla carica di sindaco. Nella ripresa democratica con amministrazioni a direzione democristiana, l'impegno primo fu quello di far fronte ad una grave crisi economico-sociale e ad un'allarmante disoccupazione. Dall'ottobre del 1946 l'amministrazione comunale si deve impegnare nella costruzione della fognatura (il cui primo tronco viene terminato nel 1948) e dell'acquedotto che ancora non esiste. Nel luglio 1947, per favorire l'impiego dell'alto numero dei disoccupati locali, il Consiglio Comunale delibera di tassare una tantum tutti i proprietari di terreni in ragione di L. 100 al piò. Negli stessi anni vengono sistemati 36 km di strade, asfaltate cinque vie interne del paese e affrontato il problema delle abitazioni secondo il piano Fanfani in località Corea, abitazioni assegnate nel 1951. Si accompagna a ciò l'attività di cooperative. Tra le prime opere pubbliche si provvede al miglioramento dell'illuminazione pubblica. Il 10 maggio 1949 vengono rimesse le campane sulla torre civica. Negli stessi anni viene ampliato l'ospedale provvedendo specialmente alla sala maternità, al reparto operatorio e ai bagni, resi pubblici, mentre, nel 1952, viene costruita la scuola rurale in frazione Foresta. Il 18 luglio 1954 il tronco tranviario Brescia-Travagliato viene sostituito con un servizio automobilistico. La grande piazza del paese si fa sempre più deserta, è in crisi il mercato del bestiame, un tempo annoverato fra i più frequentati della provincia. Il 18 febbraio 1952 scendono in piazza, per ottenere il mercato al lunedì, ben tremila travagliatesi che però sono dispersi dalle forze dell'Ordine. Il mercato del bestiame cesserà definitivamente. Travagliato è invece il primo comune di una vasta zona che provvede, nel 1956, ad illuminare le strade con lampade fluorescenti a bulbo. Negli anni '50-'60 si succedono i lavori di restauro dell'edificio scolastico, compromesso nelle strutture dalla deflagrazione di tre vagoni carichi di tritolo durante la guerra, nella stazione di Ospitaletto; la posa, su progetto dell'ing. Giovanni Cadeo, di un nuovo acquedotto e di una fognatura. Nel 1957-1959 sorge la nuova scuola materna parrocchiale e nel 1958 viene inaugurata la scuola in frazione Finiletti. Nel 1964 viene costruito l'edificio della scuola media "Leonardo da Vinci", al quale si accompagna,l'anno dopo, un nuovo edificio per le scuole elementari nella zona S del paese. Sempre nel 1965, viene costruita la caserma dei carabinieri. Non mancano momenti critici. Tutti gli abitanti si allarmano per un malore che colpisce circa 400 persone (una delle quali muore) per l'ingestione di carne equina avariata. Il fatto porta all'arresto di sei persone. Resterà inoltre a lungo nel ricordo la violenta grandinata che il 12 agosto 1963 colpisce la fascia di campagna tra la Pianera, Averolda e Santa Giulia, distruggendo quasi totalmente il raccolto di granoturco.


Negli anni '50 sono sempre più attivi l'Associazione e il Patronato ACLI e la sezione Coltivatori Diretti che ha il suo esponente in Fausto Zugno, dall'ottobre 1946 fino alla sua morte nel dicembre 1975. Particolarmente attivo dal 1955 è il Gruppo Alpini. Il sempre più popolato centro si apre alla solidarietà. Il 26 gennaio 1961, per iniziativa di Marino Parzani, Vincenzo Brumana, don Angelo Chiappa, Celestino Piccinelli, Mario Maculotti e Lucia Greco, viene fondata la sezione AVIS. In pochi anni essa raggiungerà i 250 soci e nel 1981 realizzerà, per l'intraprendenza di Marino Parzani e l'appoggio dei soci, il monumento dell'AVIS, opera dello scultore Mario Toffetti di Mozzanica (Bergamo) inaugurato il 14 giugno. Da parte sua Marino Parzani riunisce in associazione gli ex internati e nel 1976 costituisce con un gruppo di volontari la sezione locale dell'A.I.D.O. Incominciano a profilarsi anche attività culturali. Attivo è il gruppo teatrale "Piccola Ribalta" fondato da Gianni Naoni nel 1974. Nel 1963 nasce il Circolo culturale giovanile. Matura intanto anche il destino dell'ospedale. Dichiarato "infermeria cronici" nel 1939, nel 1950, sotto la guida del direttore dott. Brotto, reduce da un'esperienza come prigioniero di guerra in India, in ospedali inglesi e americani, sembra riprendere vita diventando un ospedale vero e proprio. Dopo anni di incertezze, per una legge regionale del 1968, viene di nuovo riconosciuto "infermeria". In difesa dell'ospedale, nelle elezioni amministrative del 1970, si presenta con successo una "Lista Ospedale". Un decreto regionale dell'agosto 1973, riunendo assieme l'infermeria cronici con il ricovero vecchi "don Angelo Colombo", dà vita ad una nuova istituzione con il titolo "Ente Casa di riposo con annessa infermeria don Angelo Colombo". Viene così dato il via alla costruzione di una casa albergo per anziani, al centro diurno e all'assistenza domiciliare. Travagliato è, per alcuni anni, capozona del comitato sanitario Brescia IV esterno S-O, ma è pure al centro di vivaci polemiche a sfondo politico che occupano i giornali. Non mancano però iniziative originali. Il 18 aprile 1983 un gruppo di volontari fonda la cooperativa sociale "Il vomere", con un piccolo laboratorio collocato in uno stabile messo a disposizione da Paolo Begni. Nel 1988 viene fondata la Croce Azzurra che serve anche Berlingo, Lograto, Maclodio e Torbole. La nuova stagione politica, confortata dall'adozione del sistema proporzionale, rimescola e rilancia negli anni Settanta anche sul piano locale l'attività dei partiti che si esprime nella pubblicistica con i periodici: "Presenza DC", edito dalla sezione "DC Fausto Zugno"; il mensile "La Bacheca" del Partito di unità proletaria (Pdup), promosso da Luigi Salvi; "Piazza Libertà" del PSI, pubblicato da Giovanni Quaresmini.


Gli anni '70-'80 sono segnati da un continuo sviluppo. Dal 1970 viene avviata la rete di distribuzione del metano e viene rilanciata l'edilizia popolare attraverso lo IACP assieme all'abbellimento (1971), con piante e fontana, della piazza maggiore. Quegli anni registrano anche un rilancio culturale. Nel 1973, secondo uno statuto del 1971, prende il via la Biblioteca Comunale che avrà poi notevole sviluppo con iniziative particolari: "Estate in biblioteca", "Un autore e un libro", "Letteratura femminile", concorsi fotografici, (1974) conferenze dibattito, mostre, ricerche anche scolastiche, raduni bandistici (1975), il Cinefotoclub (1980). Nel marzo del 1994 viene pubblicato il primo numero del periodico "Travagliato passato e presente" di cultura e storia locale per iniziativa di alcuni appassionati di storia locale sostenuti dall'amministrazione comunale. Di particolare rilievo l'attività teatrale, oltre all'attività spiccatissima del Teatro dei Guitti attraverso il gruppo Comma 22, promosso nel 1973, il Maggio travagliatese, la compagnia Ettore Petrolini (1981), il gruppo teatrale giovani (1991). Dal 1980 ha successo anche l'estemporanea di pittura che, nell'ambito dell'annuale festa "Avanti", vede impegnati artisti locali e non. Da rilevare inoltre che fin dagli anni '70 Travagliato è fra i primi comuni a realizzare un piano per il diritto allo studio. Un particolare favore Travagliato riserva alla musica. Oltre all'attività apprezzata della Banda Musicale ricostituita, nascono: il Complesso "Gli amici della musica", il primo festival di musica pop dell'alta Italia (nel giugno 1972), la Festa della musica e nel 1988 viene fondata l'Accademia Musicale città di Travagliato. Nel 1993 viene aperta una ludoteca. Nell'ottobre 1986 viene costituita l'Associazione Accademia Musicale di Travagliato con lo scopo di educare i giovani alla musica. Negli stessi anni anche lo sport registra importanti novità con la realizzazione del Centro Sportivo le cui strutture consentono di allargare sempre di più la pratica di nuove discipline sportive quali la Pallacanestro (dal 1979), l'Atletica, la Ginnastica artistica maschile e femminile (1983), il Tennis, la Pallavolo, il Karate. Del 1997 è la fondazione dell'Associazione Arcieri Treviade per il tiro con l'arco, con sede in "via del Per". Molte di queste attività trovano spazio nel Centro Polisportivo Comunale costruito nel 1983-1984. Tra le manifestazioni di rilievo nel 1997 viene disputato il Trofeo Angiola e Giuseppe Paterlini. Continua dal 1974 la sua attività "l'Associazione Equestre", mentre verrà allestito più tardi (1998) il campo di addestramento cinofilo. Nel 1997, promosso dal gruppo "Dietro l'angolo" dell'Oratorio, viene dato il via al Palio delle quattro contrade (Torre, Dugalone, Mulini, Mancapane). Sempre negli anni '70-'80 viene elettrificato il concerto di campane della Torre civica, realizzato il sottopassaggio ferroviario di Lovernato tra Ospitaletto e Travagliato. Di particolare importanza è la costruzione, nel 1984, di un sempre più efficiente depuratore, la costituzione (15 ottobre 1986) dell'"Azienda speciale travagliatese" per la gestione di tutti i servizi comunali (distribuzione gas metano, acquedotto, impianti di depurazione, farmacia e macello), mentre, in questa fase di avvio, si occuperà dell'organizzazione della «Travagliato-cavalli» (v.). Nello stesso anno viene avviata la costruzione della nuova strada provinciale n. 19: Concesio-Gussago-Ospitaletto-Travagliato-Torbole. Nel 1988 gas, acquedotto e fognature raggiungono la zona Finiletti. Oltre che espandersi, Travagliato si abbellisce sempre più nelle abitazioni e nelle vie e nei monumenti. Infatti trova una nuova sistemazione il monumento all'alpino eretto nel 1973, su progetto dell'arch. Enrico Cordoni, con aquila in bronzo di Vittorio Piotti; il monumento dell'AVIS (1981). Nel 1998 nel parco S. Francesco viene eretto dalla Sezione Giuseppe Basaglia una stele monumento al Bersagliere opera dello scultore travagliatese Battista Tironi. Lo stesso artista nel 1999 esegue il busto di don Angelo Colombo per la Casa Albergo; fuori paese viene apprestato il parco "Rinascente".


L'ultimo decennio del secolo XX vede moltiplicarsi una serie di iniziative quali la ristrutturazione delle scuole elementari, l'ampliamento, la sistemazione e poi la pavimentazione nel Cimitero con la costruzione delle tombe giardino. Si provvede all'acquisto e al recupero del cinema teatro Montit: completamente ristrutturato ampliato con attrezzature moderne, viene inaugurato nel febbraio del 1999. Si provvede alla sistemazione e pavimentazione di strade e di piste ciclabili, alla costruzione di nuove case, all'ampliamento della casa di riposo con l'acquisizione di nuovi 30 posti. Avvengono poi l'ampliamento del municipio nell'ex macelleria, l'urbanizzazione della zona artigianale dell'Averolda, il raddoppio del depuratore, la costruzione di una nuova palestra per gli studenti della scuola media, la copertura del bocciodromo, la realizzazione dell'isola ecologica. Sul piano assistenziale viene aperto il centro per il disagio giovanile, della tossicodipendenza e di pronta accoglienza "La Fraternità"; sono istituiti i "Volontari del soccorso" e si dota il paese di un'autoambulanza. Molte le iniziative, sotto l'amministrazione del dott. Mimmo Paterlini, che si qualifica di centro-destra, nei primi anni del nuovo secolo. Al contempo moltiplica la sua attività l'Associazione per il volontariato nelle unità dei servizi sociali (AVULS). Nel settembre 2000, curato da Domenico (Mimmo) Postorino esce "Travagliato Informa", organo dell'Amministrazione comunale che sostituisce il precedente notiziario comunale "Travagliato 2001" pubblicato fin dalla metà degli anni '80. Nel 2001 viene avviata la terza ala della casa di riposo; e su progetto dell'arch. Mario Botta, la ristrutturazione della piazza centrale. Nel novembre viene stretto un gemellaggio, già avviato negli anni precedenti, con Beaufort en Vallée (Francia). Nel 2001 Travagliato istituisce il premio "Leonessa d'oro" per la commedia dialettale. Nell'ottobre 2001 in associazione con Brione, Gussago, Collebeato e Roncadelle viene varato lo sportello unico delle attività produttive. Nel dicembre 2001, con decreto del presidente della Repubblica, Travagliato viene riconosciuto come città. Il 9 dicembre 2002 viene inaugurato, nell'ex ospedale Vantiniano, il Museo Quattro Torri, con 155 pezzi musicali da collezione raccolti da Adolfo Staffoni e acquistati dal Comune. Nel 2003 la città vede l'inizio dei lavori per la costruzione di una piscina, mentre l'AVIS sposta la propria sede dall'ex ospedale in alcuni locali del teatro.




ECCLESIASTICAMENTE il territorio di Travagliato, compreso nel "territorium civitatis" dipese in un primo momento dalla pieve cittadina, e conobbe i primi evangelizzatori in quei missionari che eressero i primi "loca sanctorum" nelle campagne radunando intorno ad essi i contadini sparsi nel territorio. L'opinione avanzata in seguito da qualcuno che la prima chiesa parrocchiale fosse quella di S. Maria dei Campi potrebbe riferirsi al ricordo di uno di questi locus sanctorum. Allargatasi la maglia dell'organizzazione ecclesiastica, sembra che Travagliato sia entrato a far parte della pieve di Trenzano e in seguito di quella di Lograto. È opinione che la prima chiesa vera e propria sia stata fondata dai monaci di S. Pietro in Monte Orsino che permutarono nel 1043 loro beni con il vescovo di Brescia Olderico. Scrive Santina Corniani che la chiesa di S. Pietro di Triviade è compresa per la prima volta nel 1053 nel numero di quelle esistenti nel Bresciano. Come ha scritto Paolo Guerrini: «La ecclesia S. Petri de Treviado, che credo dipendente dalla pieve di Lograto, era già curata o parocchiale sulla fine del sec. XIV». La chiesa compare poi nel 1410 nel Catalogo Capitolare come inclusa nella quadra di Chiari. È la terza per importanza della quadra stessa, dopo Chiari e Pontoglio. Nel 1422 Travagliato conobbe, probabilmente, la predicazione di S. Bernardino nei suoi spostamenti a Chiari e a Orzinuovi. A lui si devono forse le prime forme di pietà laicale che ebbero poi struttura nella Disciplina. Il primo documento dell'archivio vescovile che riguarda la parrocchia è il "Designamentum bonorum ecclesiae de Travayato" commesso dal Vicario generale dott. Domenico Calvelli ai Consoli del comune per incarico del nuovo rettore-beneficiale sac. Francesco de Monticulo (Montecchio) e compilato nel gennaio del 1455. Assieme ad iniziative pubbliche si accompagnano quelle individuali. Così, ad esempio, il 13 maggio 1467 con rogito del notaio Lorini di Chiari, don Giovannino Dose di Travagliato, volendo costituirsi un patrimonio ecclesiastico per essere ordinato sacerdote, delibera di assegnare alla detta cappellania, eretta nella chiesa di S. Pietro, tutti i suoi beni mobili ed immobili, riservandosene l'usufrutto e concedendo al Comune il diritto di eleggere il cappellano: i beni lasciati consistevano in una casa e 10 piò di terra. Fu soppressa e incamerata nel 1796. Nel 1493 lascia un segno la predicazione a Brescia del b. Bernardino da Feltre, fondatore dei Monti di Pietà, istituzione che verrà adottata anche a Travagliato. Agli inizi del sec. XVI viene fondata dal comune per voto pubblico la cappellania di S. Rocco addetta ad una chiesetta campestre, che era officiata anche da una Disciplina detta dei Roccanti. Un chiericato di S. Rocco, che esisteva ancora nel 1797 e venne soppresso, dava 80 lire ed era posseduto dall'ab. Giuseppe Lenarduzzi. Con testamento del 9 novembre 1529 del sac. Giambattista Zanucchi di Orzinuovi venne istituita la cappellania di S. Antonio, la quale, per mancanza di eredi, venne devoluta al Comune. Ne furono investiti D. Graziolo Tadei (rin. 15 novembre 1563), D. Antonio Planerio di Quinzano (1563-1581), D. Pietro Valtorta (1581-1606) e D. Pietro Fini (n. 1606). Quella di S. Vincenzo Ferreri era stata eretta nel sec. XV dalla famiglia de Pessagis con due fondi di 4 piò nel territorio di Barbariga. Ne furono investiti D. Antonio Bellandi di Travagliato (m. 1589), D. Andrea de Pessagis, e D. Girolamo de Pessagis, e forse in seguito altri sacerdoti di questa famiglia, ora estinta. Quando mons. Grisonio visita nel 1540 Travagliato trova una parrocchia del tutto organizzata. La parrocchiale è dedicata a S. Pietro. Se il parroco don Filippo Zanucchi gode, come commendatario, il beneficio parrocchiale, è comunque sostituito da sacerdoti che, anche se uno di essi viene sospeso a divinis, per gravi mancanze, amministrano i sacramenti ed esercitano la pastorale. Nella parrocchiale dedicata a S. Pietro, esistono tre Cappellanie erette con il proprio altare: S. Bernardino, del consiglio della terra, cioè del comune di Travagliato; S. Antonio degli Zanucchi e S. Vincenzo dei Pezzagni. Nella chiesa parrocchiale, quindi, oltre all'altare maggiore vi sono quelli dedicati a S. Bernardino da Siena, a S. Vincenzo, S. Antonio ab., al SS. Sacramento e alla S. Croce. Pochi anni dopo il rettore della chiesa di S. Pietro in Travagliato mons. Paganino, vescovo di Dulcigno, vicario generale della diocesi di Brescia, il 10 aprile 1557 riceve in dono dal Comune 53 piò di terra che rimpolpano il beneficio parrocchiale. È ancora il Comune che promuove l'istituzione di cappellanie come quella di S. Bernardino da Siena e in seguito quella di S. Rocco. Naturalmente non mancano in tal senso interventi di singole persone. Venticinque anni dopo, in occasione della visita del vescovo Bollani (18 luglio 1565), la parrocchia compare in una completa struttura. L'arciprete è Alessandro Pellegrini che il vescovo dichiara "dottissimo"; ha tre coadiutori di cui uno, don Andrea Orlandi, è professore di grammatica. La chiesa parrocchiale è talmente ampia da contenere sei altari all'interno ed uno sotto il portico (che il vescovo ordina di togliere). A due coadiutori sono addette le cappellanie con terreni e case. Vi sono la Disciplina, la Confraternita del SS. Sacramento con altare e proprietà. In parrocchia vi sono due altre chiese: di S. Maria (dei Campi), ben custodita e governata, "visitata da molti fedeli" e ricca di elemosine impiegate nel Monte di Pietà; l'altra, di S. Rocco, sulla via per Casaglia, abbastanza ben governata e custodita e vi esisteva la compagnia de Roccanti che vi recitano il Divino Officio. Diroccato era invece il cimitero annesso. Ben funzionante e dotata di beni e di elemosine era la Disciplina, la cui confraternita era intitolata alla B.V. Annunciata. I fondi principali provenivano però dalle offerte dei pellegrini che, passando per il paese, alloggiavano nell'ospizio annesso alla chiesa. La presenza dell'arciprete don Alessandro Pellegrini, studioso di sacra teologia e storia ecclesiastica, costituì un segno di distinzione per Travagliato per essere egli stato maestro di cerimonie pontificie e per essere stato creato per la prima volta vicario foraneo. Ma segnò anche una svolta, in quanto non vi furono più arcipreti commendatari, cioè tali da godere solo i benefici senza l'obbligo di presenza in parrocchia.


Nella sua visita apostolica (23-26 ottobre 1580), San Carlo Borromeo trovò la chiesa parrocchiale "sufficientemente ampia" con sette altari dei quali quattro, sotto il patronato del Comune, godevano beni propri. Il cimitero era definito regolare. Il prelato emanò numerose disposizioni per migliorare l'edificio della chiesa parrocchiale. Minute disposizioni diede per la chiesa della Disciplina e per S. Maria dei Campi, oltre che per le Confraternite e per il Monte di Pietà. Nella sua visita pastorale del 14 novembre 1600 il vescovo Marino Giorgi, pur costretto a ripetere gli ordini di S. Carlo, doveva constatare l'incremento del culto mariano, con l'erezione dell'altare alla Madonna del Rosario. Il fiorire della vita religiosa è indicato anche dalle vocazioni religiose domenicane nel sec. XVI e francescane, specie cappuccine, nel sec. XVII. Esemplare fu il comportamento dell'arciprete Garzoni e dei sacerdoti travagliatesi durante la peste del 1630. L'epidemia rapì l'arciprete e la popolazione si coalizzò per chiedere alla curia che il successore venisse scelto fra i tre curati. La scelta cadde su don Mondini che resse la parrocchia in tempi difficili per gli strascichi della peste e la carestia che ne seguì. La terribile epidemia di peste, oltre all'erezione nel lazzaretto di una cappella, spinse i travagliatesi a costituire una Confraternita o Compagnia di S. Maria del Suffragio, la quale convisse per qualche tempo con la Scuola o Confraternita di S. Carlo utilizzando l'altare dedicato a questo santo nella chiesa parrocchiale alla cui pala fu aggiunta la scena del Purgatorio. Don Mondini riprese l'idea venuta nel 1630, in piena pestilenza, di dare al paese l'Ospedale per gli Infermi e con lui il popolo fece per la prima volta il voto di costruirlo. Egli fece pure costruire per l'abside la bella soasa in legno scolpito che poi avrebbe accolto la tela di Francesco Paglia. L'arciprete Mondini non abbandonò mai l'idea dell'Ospedale. Nella sua visita del 23 settembre 1648, il vescovo Marco Morosini, sollecitò la vicinia perché adempisse il voto fatto utilizzando i legati disposti all'uopo. L'impegno di edificare un ospedale venne confermato dal card. Ottoboni nella sua visita del 1650. Ma la promessa era ancora insoluta al tempo della visita pastorale del 1665 del vescovo mons. Marino Giorgi junior e fu poi abbandonata per quasi due secoli. Il visitatore registrava, oltre all'esistenza della Confraternita del Suffragio, un nuovo altare dedicato a S. Carlo B. Don Mondini rinunciava al beneficio nei primi mesi del 1652 e la parrocchia, l'8 aprile di quell'anno, passava al sacerdote don Lazzaro Lazzari da Collio, che l'ebbe per venti anni fino al 12 ottobre del 1672. Don Lazzari raccolse l'eredità del suo predecessore e si prodigò perché l'opera dell'Ospedale ottenesse le autorizzazioni necessarie al suo compimento. Continuò ad abbellire l'abside con opere di pittura, commissionò al pittore Paglia la pala dell'altare maggiore e fece collocare sopra questo il baldacchino, tolto dal suo posto dopo l'ultimo restauro degli affreschi. Il 30 aprile 1672, quando era in paese per la visita pastorale il vescovo Marino Giorgi junior, il parroco don Lazzari, era ammalato e morì pochi mesi dopo. Nonostante i tempi difficili il beneficio parrocchiale andò aumentando attraverso donazioni e permute avvenute nel 1642, 1654, 1676 per cui, nel 1763 esso era costituito, oltre che della Casa Canonica, di due cascinali, uno nell'attuale via XXVI Aprile e l'altro al Piantone in via Castrina e di 120 piò di terra. Anche questo cumulo di beni permise la costruzione della nuova grandiosa chiesa parrocchiale. Fu arciprete dopo di lui, dal 15 gennaio 1673 al 30 luglio 1680, don Andrea Balladore da Chiari, dottore in Sacra Liturgia. Durante il suo vicariato fu costruita la chiesa di S. Maria del Suffragio. Ben 49 anni (dal 1680 al 1729) durò il parrocchiato del lumezzanese don Antonio Frascio. Dovette vivere gli anni (1701-1707) difficili della guerra di successione spagnola ma, nonostante le gravi difficoltà, fu tra i promotori delle scuole per maschi e femmine, continuò le opere di abbellimento della chiesa e provvide all'installazione del nuovo organo. Disponeva legati per la scuola del SS. Sacramento, del S. Rosario, Francesco Avogadro con testamento del 23 aprile 1677. Dagli atti della visita pastorale del vescovo Bartolomeo Gradenigo (1684) risulta l'esistenza di scuole che verranno poi potenziate. Nel 1703 il vescovo Badoaro si occupò del restauro del cimitero. Tornando poi il 25 dicembre 1710, egli oltre che per il cimitero ancora in condizioni pietose, emanò severe norme di comportamento per la popolazione, ordinando che «gli uomini non entrassero in chiesa armati, frequentassero di meno le osterie e di più le sacre funzioni. I giovani d'ambo i sessi non indulgessero ad un'eccessiva confidenza tra di loro e i genitori soprattutto vigilassero sui loro amoreggiamenti in inverno nelle stalle, al lume ondeggiante ed incerto delle lucerne, e ponessero rimedio alla loro inesauribile incuria e negligenza, da cui veniva corruzione di costumi, pericolo dell'onestà e lacrimevoli scandali. L'arciprete usasse ogni mezzo per far cessare la deplorevole abitudine dei genitori di mandare le figlie di notte a lavorare nei mulini senza alcuna custodia». Chissà perché gli atti visitali non accennano alla più grande opera che dovesse essere allora in atto: la costruzione della nuova chiesa parrocchiale che raggiungerà il tetto nel 1713. Il successore di don Frascio, don Carlo Guadagni di Brescia (1729-1749), riprese le opere di abbellimento della sagrestia, ingrandì la canonica, e favorì la costruzione delle chiese di S. Gaetano, di casa Rampinelli e di S. Liborio alla cascina Gambara. Il 9 giugno 1750 la parrocchia fu affidata all'arciprete don Faustino Taddei da Rezzato. Egli affidò al pittore bresciano Pietro Scalvini l'incarico di dipingere le sei grandi tele della Passione di Nostro Signore appese alle pareti della navata. Il 19 marzo 1764 egli dava il suo consenso alla ricostruzione dell'antica confraternita di S. Rocco e il 17 luglio dell'anno successivo sottofirmava la supplica al doge degli abitanti dei Finiletti che chiedevano il permesso di costruire una chiesa a S. Carlo. Le raccomandazioni del vescovo Badoaro venivano ripetute, nella sua visita del 19 dicembre 1734, dal card. Querini.


Durante il sec. XVIII continuarono ad affluire legati e donazioni per le Confraternite del SS. Sacramento e della S. Croce. Si notano i nomi di Lucia Pistone (1727), Stefano Della Visintina (1755), Pietro Braga (1742) e senza dire del fitto elenco che viene stilato il 29 agosto 1763 nel quale vengono elencati ben 17 capitoli. Tale floridezza permette di abbellire la chiesa parrocchiale con nuovi altari e quadri, di mantenere numerosi sacerdoti, di curare le varie confraternite, di sviluppare la catechesi e l'istruzione del popolo che con l'Accademia Luchi si allarga anche al ceto femminile procurando oltre al leggere e allo scrivere, anche l'insegnamento dei lavori di cucito e di ricamo. Straordinaria è l'organizzazione della catechesi documentata da una collezione di registri che vanno dal 1795 ad oggi. Per questo, quando il vescovo Giovanni Nani giunge il 4 marzo 1792 a Travagliato per la visita pastorale, sembra che nulla faccia presagire la bufera rivoluzionaria che si abbatterà a distanza di soli cinque anni. Il vescovo, infatti, trova quasi tutto in ordine, registra la presenza di ben 17 sacerdoti e i recenti ed ancora in corso lavori di costruzione di nuovi oratori quali quelli di S. Gaetano, di S. Liborio e di S. Carlo ai Finiletti. Quando la rivoluzione giacobina scoppiò nel 1797, sconvolgendo l'equilibrio instaurato da secoli tra il civile e il religioso con incameramento di tutti i beni ecclesiastici e con forme di anticlericalismo, trovò un forte ostacolo nell'arciprete don Giacomo Bonomi presente dal 1794. «Uomo dottissimo e di grande coraggio, come scrive la Corniani, egli affrontò le stesse assemblee comunali per difendere la libertà e la tradizione religiosa, le confraternite e il patrimonio parrocchiale». La ripresa della vita religiosa, grazie alla sua fermezza, fu rapida. Già il 27 luglio 1811 veniva ricostituita come Confraternita del SS. Sacramento la continuazione della Scuola del SS. Sacramento, della quale ereditò l'impegno di promuovere il culto eucaristico, ma solo pochi dei beni precedenti. Contrasti e difficoltà erano già superati quando, il 20 aprile 1816, giunse a Travagliato, in visita pastorale, il vescovo Gabrio Maria Nava. Egli infatti, oltre alla ripresa di tutta l'organizzazione e lo splendore della chiesa parrocchiale, deve constatare alta frequenza dei fedeli ai Sacramenti e alla Dottrina cristiana. Don Bonomi, che rimane arciprete per 47 anni, fino al 15 febbraio 1841, segue con sollecitudine la costruzione dell'Ospedale, allargamento e l'abbellimento del Cimitero. Tocca al suo successore, don Luigi Mazzoldi (1841-1864) provvedere all'assistenza nell'Ospedale chiamandovi le Ancelle della Carità, promuovere, attraverso il filippino p. Giuseppe Ziliani, le prime forme oratoriane, organizzare l'assistenza ai feriti della battaglia di Solferino e San Martino. L'oratorio maschile venne fondato nel 1829, curato era don Filippo Rovetta, e il p. Giuseppe Ziliani costruì a sue spese il portico tutt'oggi esistente. Una svolta importante per Travagliato è il parrocchiato di don Dionigi Orlandelli di Bagnolo (1864-1900). Egli, infatti, deve affrontare i problemi imposti da una rapida trasformazione economica e sociale conseguente allo sviluppo agricolo e industriale e all'evolversi politico-amministrativo. Oltre ad essere pio, colto, caritatevole e perciò molto amato, egli promuove la nascita o il potenziamento di associazioni, per cui, nel 1886, in occasione della visita pastorale, potrà segnalare l'esistenza in parrocchia degli Oratori maschile e femminile, del Terz'Ordine Francescano, della Compagnia di Sant'Orsola, della Scuola della Dottrina Cristiana e del Comitato Parrocchiale. Promuove la fondazione dei circoli cattolici di S. Pietro per gli adulti e quello della Gioventù cattolica, le Madri Cattoliche, le Figlie di Maria; asseconda Andrea May nella fondazione (1878) di una delle prime Società agricoleoperaie di Mutuo Soccorso cattoliche della provincia. Nel 1868 promuove la Compagnia di S. Angela nella quale si distinguono anime elette quali Angelina Zanotti, Paola Belotti, Rachele Taino, Chiarina May e la nipote Paolina May. Sotto il suo parrocchiato e per il suo zelo, viene aperto l'oratorio maschile, «costruito da un capomastro del luogo nel locale adibito a ricreatorio festivo». Egli asseconda pure il direttore don Angelo Colombo a promuovere nel 1894 la costruzione di un teatro (m. 20 x 10), «decorato con pitture a colori e lavori a traforo» del chierico don Luigi Ziliani ed inaugurato nell'ottobre 1894. Già nel 1886 esiste la biblioteca parrocchiale che resta aperta per decenni e chiuderà solo nel 1978. A don Orlandelli si deve inoltre la decorazione di gran parte della chiesa parrocchiale, la pavimentazione, l'erezione della cappella del cimitero, la dotazione di statue sacre, l'ampliamento della casa parrocchiale fino alla piazza, ecc. Durante il suo parrocchiato, nel 1880 l'ambito territoriale della parrocchia si allarga, includendo le frazioni di Barco e di Pianera che civilmente erano già staccate da Rodengo nel 1809.


Sulla stessa linea di apertura ai tempi conduce il suo ventennale parrocchiato del paese don Eugenio Cassaghi (1900-1920). Paolo Guerrini lo ha definito «di grande ingegno e vasta cultura; predicatore di fama e di grande sostanza, poeta facile, (autore pure di testi teatrali rappresentanti a Travagliato e in altri teatri della provincia) specialmente nei soggetti giocosi, uomo austero e quasi rude, ebbe amicizie e inimicizie fortissime, ma operò il bene con rettitudine e con costanza». Fin dai primi mesi di parrocchiato promuove la fondazione (1901) dell'Unione Cattolica del lavoro con la sezione "Operaie e contadini" che in pochi anni, nel 1907, raggiunge i 300 soci. Il 5 gennaio 1913 veniva benedetta la bandiera. Nel 1904 fonda la Schola cantorum che si distingue per esecuzioni apprezzate di musica polifonica. Dal 1907 al 1909 Travagliato ospita la Compagnia di S. Luigi, o dei Luigini, con lo scopo di dedicarsi all'educazione della gioventù maschile delle campagne, fondata dal travagliatese p. Maffeo Franzini, gesuita, e trasferita, poi, a S. Urbano a Brescia. Nel 1908 nasce il Circolo della gioventù cattolica che nel marzo 1914 inaugurerà la nuova sede. Particolare solennità riveste, il 10 maggio 1914, la benedizione dei vessilli della Società Operaia Cattolica di M.S. del Circolo Democratico Cristiano e del Circolo giovanile. Negli stessi anni, sotto la direzione di don Michele Minini, ha notevole sviluppo l'oratorio maschile che nel 1915 raggiunge i 445 iscritti. Intensa la sua presenza nel travaglio della I guerra mondiale e durante la spagnola. Dal 1916 accompagna la fondazione del ricovero vecchi voluto dal curato don Angelo Colombo, da Paolina May e Rachele Taino a gestire il quale nel 1919 vengono chiamate le Ancelle della Carità. Alla sua devozione mariana per voto, si deve nel 1908/ 1909, la trasformazione della chiesa della Disciplina in santuario della Madonna di Lourdes.


Di forte personalità, già temprato da un forte apostolato, ma più particolarmente devoto all'Eucarestia e alla Madonna, don Umberto Sigolini (1920-1945) resse la parrocchia nei momenti difficili del fascismo e della seconda guerra mondiale facendo opere di pacificazione, ma sostenendo anche l'attività dei suoi curati particolarmente attivi, quali don Angelo Marini, venerato come un santo, don Mosè Ghidoni, don Fausto Capretti, don Enrico Gobbi, ecc. sostenendo gli oratori e l'Azione Cattolica anche nei momenti critici, intervenendo in miglioramenti. Favorì fin dal 1923 un circolo di cultura; nel 1932 promosse la costruzione del teatro, su progetto del geom. A. Marchesi di Brescia; nel 1935-1936 la costruzione di nuove aule catechistiche e restaurò la casa parrocchiale. Nel 1942 sostenne la fondazione della Conferenza di S. Vincenzo. La profonda pietà lo spinse a fare delle Quarantore (delle quali difese, nel 1936, l'imponente apparato da proibizioni vescovili) e della devozione alla Madonna (dotò la chiesa parrocchiale di un bel gruppo della Visitazione e promosse i restauri del Santuario della Madonna dei Campi) i capisaldi della devozione sacerdotale.


Intelligenza e capacità organizzative guidarono l'attività pastorale di don Francesco Foglio (1945-1969). Con avveduta amministrazione e con l'appoggio della popolazione condusse il restauro, dal tetto al pavimento della grande chiesa, della facciata, dell'abside, delle vetrate, delle pale, degli altari, della volta, del presbiterio e delle pareti. I lavori si estesero inoltre anche alla sagrestia e alla canonica e compresero i nuovi impianti di illuminazione e di riscaldamento. Costruì inoltre una nuova scuola materna (1957-1959), costruì un nuovo oratorio maschile, dotò (1957) la parrocchia di una grande casa detta "Pino Silvestre" a Temù, ristrutturata e abbellita poi nel 1985 da Luigi Barucco in memoria dei suoi famigliari. È sotto il parrocchiato di don Foglio che nel 1968 esce il bollettino parrocchiale "L'eco di Travagliato". Zelante il parrocchiato di don Giuseppe Garzoni (1970-1987). Si devono a lui la costituzione, nel 1972, del Consiglio parrocchiale, l'istituzione dell'Ufficio parrocchiale e del Patronato ACLI, i restauri all'oratorio maschile (1973), alla chiesa del Suffragio (1972-1976), dell'organo (1975) della parrocchiale. Provvide ancora al restauro del tetto della parrocchiale. Nel 1985 viene posta la prima pietra della chiesetta dedicata alla Madonna di Fatima, inaugurata nel settembre 1986. Promuove il gruppo Volontari della Sofferenza (1973), il Missionario (1973), quello Scout (1973). L' 1 febbraio 1981 viene inaugurata Radio Travagliato. Il parrocchiato di don Mario Turla (dal febbraio 1988) registra, il 17 settembre 1989, la benedizione del ristrutturato e completato oratorio femminile che diventa anche sede dei Gruppi di Azione Cattolica, scout, Volontari della Sofferenza, della Corale "Bortolo Bertozzi", del corpo bandistico "S. Cecilia", dei gruppi anziani e più tardi, l'AVULS, ecc. Si devono al gusto per le cose belle di don Turla il restauro delle opere lignee e di pale della chiesa parrocchiale, della cappella, del Lazzaretto; un nuovo intervento al santuario di S. Maria dei Campi. Nel 1998 viene inaugurato, per il Santuario della Madonna di Lourdes un nuovo concerto di campane. Alla sua passione culturale sono dovuti l'allestimento dell'archivio storico parrocchiale e la ripresa della biblioteca. Di avanguardia è il sito internet che ambisce realizzare la "parrocchia virtuale", realizzato nel 2000 dal curato don Giacomo Favagrossa. Culla di missionari (nel 1990 ne vengono contati in attività ben dieci), nel 2000, dall'Associazione Marilena, dai Gruppi Missionario e Alpini viene realizzato a Gasura nel Burundi un acquedotto. Arrivano pure, alla Casa di riposo don Angelo Colombo, le Suore Missionarie Carmelitane.




CHIESA PARROCCHIALE.


Non si conosce quando fu costruita la prima cappella dedicata a S. Pietro. Esisteva già almeno nei sec. XII-XIII. Venne poi ricostruita probabilmente nel sec. XIV quando divenne curazia o parrocchiale. Come scrive don Mario Turla «con tutta probabilità era in stile tardo romanico lombardo. Due dei quattro capitelli, che compongono la loggia dell'ex canonica, potrebbero essere appartenuti a questo edificio». Forse ancora rifatta nel sec. XVI, consacrata nel 1530 o nel 1540, compare molto vasta: aveva cinque altari che poi, nella visita pastorale del vescovo Bollani nel 1565, salgono a sette. La chiesa, già rovinata lungo il '500 fu più volte oggetto, nel corso del secolo, di visite vescovili, in particolare di S. Carlo B. il quale giudicò la parete, ove si trova ora l'altare del Sacro Cuore, e quella principale troppo piccole. Anche il campanile era diverso: aveva la porta che si apriva verso la piazza. Le riparazioni prescritte da S. Carlo non erano state fatte ancora vent'anni dopo, perché era in programma il rinnovamento totale della chiesa. Così il vescovo Marino Giorgi, nel 1600, fissò un tempo inderogabile per le riparazioni più impellenti, se non si voleva incorrere nel divieto di celebrarvi le messe. Nei primi anni del '600 la chiesa dovette essere sottoposta ad importanti restauri per cui il Da Lezze nel Catastico 1610 la dice "grande e bella". Durante il sec. XVII non mancarono nuovi interventi. Contrariamente a quanto è sempre stato scritto, la nuova chiesa venne riedificata nei primi anni del '700 e giunse al tetto nel 1713 come rivelò il recente ritrovamento, tra la volta e il tetto, della controfacciata nella quale si legge, oltre alla data anche il nome dell'architetto. Dice, infatti: «Anno Domini li sei lulio MDCCXIII, Anto(nio) Corbellini F(ecit)». L'Anelli sostiene che la fabbrica procedette "salvando il salvabile". Secondo lo studioso si salvò gran parte del muro meridionale, parte di quello settentrionale e probabilmente anche altro. Il nuovo edificio nasceva come da un gioco di scatole cinesi, nuovo alla fine, ma senza che il culto fosse stato sospeso (come documentato ad esempio per il duomo di Lonato) nella chiesa. La chiesa, come la precedente, si affaccia sulla più antica e più importante via del paese, la Chiari-Travagliato-Roncadelle-Brescia. «La facciata, anche se non finita, annota Luciano Anelli, è assai ricca e articolata in mattoni scoperti, che disegnano in basso grandi riquadri rettangolari e in alto si addentrano a costruire due nicchie ornate da comici barocche, l'una a destra, l'altra a sinistra del grande finestrone, forse destinate ad accogliere le statue dei santi protettori. Sulla linea dell'attico, che nasconde il tetto retrostante, corre un cornicione dentellato, pure in mattoni. Il portale, fornito di un breve protiro, è in pietra di Botticino e le due colonne sostengono un arco rialzato sul quale poggia il timpano triangolare. Nella specchiatura interna dell'arco è raffigurato in scultura il Padreterno accompagnato dai cherubini, lavori assai fini da assegnare alla bottega dei Calegari. Il portale proviene dalla chiesa precedente. Di stile rinascimentale è il protiro. La chiesa presenta, all'interno, una navata grandiosa e imponente, con un presbiterio di notevole profondità. Sull'arco trionfale, che li divide, spiccano due epigrafi in gesso dorato. La più alta porta le parole: «Templum sanctum et terribile, ergo sancti estote»; la più bassa: «Exaltatus omnia traham». Scrive l'Anelli che «l'interno più che l'esterno rende onore all'immagine unitaria del tempio ideato dall'architetto, anche se nelle forme attuali degli altari e nella decorazione affrescata giungiamo fino al tardo Ottocento. I sei altari laterali, tre per parte, sono inseriti in altrettante brevi cappelle con arco d'ingresso altissimo e a centina rialzata, che è lo stesso motivo che domina la struttura del presbiterio dominato nella zona dell'altare da una finta cupola in cui è affrescata la scena della Gloria dei Santi Pietro e Paolo in Paradiso». Nella controfacciata è raffigurata, nel grande affresco del bergamasco Giacomo Gritti (1819-1891), la "Proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione" dipinto risalente al 1871. Nella volta un altro bergamasco, Luigi Tagliaferri, verso la fine dell'800, raffigurava tre grandi medaglie raffiguranti "S. Francesco converte il Saladino", "Il martirio di S. Eurosia" e "Il ritrovamento della vera Croce". Ai lati del presbiterio Luigi Gritti firmava nel 1871 "S. Pietro che guarisce lo storpio sulla gradinata del Tempio", "S. Paolo che predica ai sapienti greci nell'Aeropago di Atene". Nella finta cupola Giovanni Cappello (1669-1741) ha dipinto i "S.S. Pietro e Paolo nella gloria del Paradiso" con negli angoli i quattro Evangelisti. Lo stesso pittore nel coro ha dipinto "S. Pietro che cammina sulle acque del lago di Genezareth" e "S. Pietro liberato dall'Angelo". Alle lesene della navata sono appesi i quadri della Via Crucis, opera del pittore Motta (1650-1700). Alle pareti fra una lesena e l'altra sono fissate sei grandi tele del pittore bresciano Pietro Scalvini (1729-1799) che le eseguì intorno al 1775. Rappresentano: l'Orazione di Gesù nell'orto, la Flagellazione, l'Incoronazione di spine, la Salita al Calvario, la Crocifissione e Morte di Gesù e la Resurrezione. Il pulpito e i confessionali (sostituiti recentemente da altri altrettanto belli), si possono datare al 1700 e sono assai belli. Il pavimento attuale, in marmo, è recente; il vecchio era a piastrelle in cemento, interrotte da due fasce di pietre sepolcrali, che correvano in senso parallelo alle pareti della navata, a copertura delle sepolture sottostanti. Alcune epigrafi marmoree, rinvenute durante i lavori, furono inserite nel pavimento nuovo: coprivano le tombe degli arcipreti, dei confratelli del Suffragio e di un congiunto dei nobili Covi.


GLI ALTARI. Partendo lungo la parete di destra il primo altare è dedicato a S. Carlo Borromeo. La mensa è in marmo, probabilmente della fine del '700. La sovrasta una soasa in legno dorato con la statua del santo in alto, con putti al centro che reggono le sue insegne episcopali, larghi festoni di fiori ed encarpi, opera attribuita ad uno degli Olmi di Chiari o probabilmente di Orazio (prima metà del sec. XVIII). La pala, raffigurante S. Carlo B. in preghiera dinanzi alla B. Vergine col Bambino, S. Caterina d'Alessandria, S. Nicola da Bari e ai piedi le anime del Purgatorio è firmata "Prosper Rebaleus faciebat" cioè Prospero Rebaglio forse di Travagliato (o di Brescia, n. nel 1718, morto dopo il 1792). «L'impostazione del quadro, scrive Anelli, non è nuovissima, ma sostenuta da grande forza: il rapporto è fisso e benissimo costruito tra le tre figure e la Vergine reggente sulle ginocchia il Bambino, montata su di un alto piedestallo marmoreo ornato di un mascherone barocco ed incorniciata da due classiche colonne a loro volta fasciate di drappi gonfi e scattanti, alla Tintoretto». La pala venne poi, secondo l'Anelli, ampliata da Pietro Scalvini attorno al 1745-1750.


Il secondo altare è dedicato alla Madonna del Rosario. È ricordato la prima volta negli atti della visita pastorale del vescovo Marino Giorgi del 14 novembre 1600. Definisce il complesso una «fastosa macchina barocca, senza tema diperboli una delle più eleganti e solenni non solo della chiesa, ma anche della diocesi. È animata da statue bellissime, di fine esecuzione: i due angeli che reggono rose e fiori all'estremità delle mensole, e i quattro angioletti con simile funzione issati al di sopra delle colonne e in alto sopra il fastigio. L'altare che, sempre secondo l'Anelli, appare il più unitario di tutti, ha una bella mensa con paliotto a commessi di marmi versicolori raffiguranti, su una cartella sagomata di marmo nero incorniciato di giallo di S. Ambrogio e di Carrara bianco, la Madonna del Rosario con il Bambino in grembo, tra ampie foglie d'acanto e fiori di tulipano, rose e narcisi. Simili motivi floreali, stupefacenti quanto i primi per l'abilità nella resa mimetica e formale, si ripetono nelle due cartelle minori laterali, nell'alzata per le candele, e in due facce di plinti che fanno da base alle colonne». È opera della prima metà del '700, probabilmente lavoro di marmorini rezzatesi. In una cartella sagomata sopra la soasa è un Padreterno con angeli che l'Anelli riferisce a Giuseppe Tortelli. Nel sottarco dell'altare sono dipinti i Misteri del Rosario. La pala raffigurante la Madonna del Rosario con i SS. Domenico e Caterina da Siena, e i personaggi della battaglia di Lepanto, tra i quali emergono Papa Pio V e il doge del tempo. L'Anelli l'attribuisce con sicurezza a Prospero Rebaglio con ampliamento ad opera di Pietro Scalvini.


«Sontuosissimo altare barocco, ricco di marmi versicolori, di commessi marmorei, di statue e di dipinti» indica l'Anelli il terzo altare di destra. Appartenente alla cappellania dei SS. Antonio abate-Vincenzo Ferrei proviene dall'antica chiesa parrocchiale. In seguito prevalse la dedicazione ai SS. Faustino e Giovita che sono raffigurati nella parte inferiore del quadro. L'opera è attribuita da qualcuno al Gandino, firmata e datata "Prosperus Rebaleus F. / Brixs / 1598" di Prospero Rabaglio. L'Anelli ha anche qui messo in rilievo «la macchina scenografica dell'altare impostata sul prezioso paliotto a commessi marmorei raffiguranti mazzi di fiori e cartocci di foglie (stupefacenti per l'abilità della lavorazione sono le rose ed i narcisi) su tre cartelle di fondo nero». Come ha scritto don Mario Turla: «L'artista ha posto tutta la sua maestria nella realizzazione dei festoni completati con rose e narcisi, stupendamente composti. L'alto zoccolo marmoreo, volutamente costruito per adattare il precedente altare all'imponenza della nuova parrocchiale, nella sua articolazione geometrica spezza in parte la pesantezza della sovrastante composizione. Stupendi sono i due medaglioni che l'ornano: l'uno rappresentante il pellicano, simbolo dell'amore di Gesù che si dona in cibo; l'altro, invece, la fenice che sempre si ravviva, come immortale è la Grazia divina. Sopra i gradini per i candelabri è posta un'arca per le reliquie, certamente voluta per ricordare l'esposizione che di queste si faceva nella prima Domenica di Maggio». L'Anelli assegna il paliotto e l'urna delle reliquie alla seconda metà del 1700. Il presbiterio è dominato da una ricca soasa in legno, decoratissima, realizzata in due tempi. Come ha sottolineato l'Anelli (che l'avvicina a quella dell'altare dell'Assunta in S. Giovanni a Brescia): «al primo tempo appartiene tutta la zona alta dagli encarpi sotto le mensole fino al gigantesco (e francamente un po' rozzo) Padreterno dalle braccia aperte, ivi comprese naturalmente le quattro colonne; nel Settecento, poi, la soasa fu innalzata sottoponendovi il paramento con le due specchiature rettangolari ornate di fogliami barocchetti e con le dieci nicchie centrali per le reliquie cui, a custodia chiusa, viene sovrapposta una grande cartella con la corona e le palme del martirio». È stata poi adattata alla pala del Paglia e, a quanto annota S. Corniani, sarebbe stata eseguita o almeno dorata da un "auctor auri tapezarius de Zabelli". Lo stesso Anelli definisce la pala raffigurante Cristo Redentore con i S.S. Pietro (al quale consegna le chiavi) e Paolo «una delle opere più sintetiche e più significative del Paglia che la firma (Fran. S. Palea F.) senza apporvi la data e nella quale dà il meglio di sé in modi eleganti ed eloquenti, d'una sontuosità "romana"». Egli stesso la registra nella sua guida "Il giardino della Pittura" redatta tra il 1692 e il 1712. Il coro, nel tratto centrale, è ricco di lesene joniche scanalate, che dividono i dossali, mentre gli scanni sono ornati da grandi foglie, raccolti in un fregio a disegno neoclassico, riferibili alla prima metà dell'800 e al Vantini che, nei suoi Diari, accenna nel 1836-1838 a un suo lavoro per gli altari di Travagliato.


L'altare maggiore venne eseguito per contratto firmato il 7 luglio 1752 dal lapicida Paolo Bombastone di Rezzato e il collaudo venne steso da Antonio Calegari, autore probabilmente delle statuette dei S.S. Pietro e Paolo, purtroppo rubate nel novembre 1978 assieme a 18 candelabri. Bellissimo è il tabernacolo. Sul lato sinistro della navata di sinistra si presenta l'organo. A quanto pare, non vi venne trasferito l'organo dell'antecedente chiesa che Ottavio Rossi, negli "Elogi historici di bresciani illustri" vuol attribuire all'organaro Tonio Meiarini. Ne venne invece costruito uno nuovo da don Cesare Bolognini nei primi anni del '700. Si trattava di uno strumento "di picoli 12 con due testature di registri 30". La cassa con sontuosa cornice venne forse costruita dagli Olmi di Chiari. Secondo la Corniani, tra il 1782 ed il 1784 si procedette a trasformare il precedente organo per costruirne uno nuovo per opera dell'organaro Antonio Cadei di Paratico. Non è dato conoscere di più di questo nuovo strumento se non la descrizione, fatta in occasione di un rifacimento del medesimo, da parte dall'organaro Felice Cadei di Chiari, nel 1847. A metà chiesa sorge anche il pulpito, bel lavoro settecentesco di noce ferrarese, restaurato nel 2000.


Il primo altare sul lato di sinistra partendo dal presbiterio, dedicato un tempo a S. Bernardino da Siena, è ora intitolato genericamente alla Madonna. Si tratta di un altro altare ricco di marmi, con modanature barocchette, alte e solenni colonne e ornature, probabile opera del 1760-1770 di un rezzatese. L'architettura in marmo raccoglie una pala, opera di Pietro Scalvini, nella quale sono raffigurati i S.S. Giuseppe, Bernardino, Sebastiano, Agnese, S. Elisabetta d'Ungheria e in cui si apre una nicchia con elegante cornice che contiene una bella statua dell'Immacolata di scultore bresciano del 700.


L'altare che segue è dedicato al S. Cuore di Gesù. Si tratta di un'altra grandiosa "macchina" in marmo bianco con specchiature di verde antico, con quattro colonne, capitelli, colonne di pietra d'Arco dorata. Il tutto costruito da Angelo Leppreni di Rezzato e dai suoi fratelli per contratto firmato nel maggio 1795, con l'obbligo di affiancare all'altare le statue della Fede e della Carità, opere di Antonio Calegari (secondo l'Anelli del fratello Alessandro) e che prima dovevano ornare la chiesa dei Morti, oppure che attendevano il loro impiego. Sulla elegante mensa in marmo è un prezioso tabernacolo in diaspro di Sicilia con una porticina ornata di belle testine di angeli a sbalzo. L'ultimo altare a sinistra è dedicato alla S. Croce. Esso ha un paliotto bello nella sua semplicità manieristica e classicheggiante. Scrive l'Anelli: «molto semplice ed elegante nelle specchiature di breccia alpina messe in risalto dalle volute e dalle cornici di marmo bianco e nero appartenne alla precedente chiesa parrocchiale». Fastosissima è la soasa lignea probabilmente realizzata dall'intagliatore Orazio Olmi (1625-1713) di Chiari e indorata nel 1745 da Cristoforo Brilla. La pala raffigura il «Trionfo della Santa Croce con Sant'Elena, S. Pietro da Verona e S. Paolino da Nola, l'imperatore Costantino e il papa S. Silvestro» ed è attribuita a Luca Mombello o ad un maestro morettesco del sec. XVI. Il Battistero, da secoli collocato in sede propria presso l'altare della SS. Croce, fu recentemente chiuso. La vasca battesimale si trova ora nello spazio prima occupato dall'altare di S. Carlo, a questo scopo ridotto nelle sue dimensioni.


Dalla chiesa si accede alla sacrestia nuova, costruita a pianta rettangolare con angoli smussati. Il soffitto porta una decorazione a stucchi a motivi floreali, in cui si slanciano agili figure di uccelli. In quattro medaglioni ovali e in quattro esagonali, incorniciati in stucchi e piccoli encarpi, sono raffigurati episodi della vita dei SS. Pietro e Paolo, assegnati al '700 e che l'Anelli avvicina alla pittura di Giovanni Antonio Cappello. Sulle pareti spiccano due belle tempere di Vincenzo Civerchio, raffiguranti la "Salita al Calvario" e la "Deposizione dalla Croce"; e un affresco trasportato su tela raffigurante lo "Sposalizio della Vergine" attribuito da alcuni a Francesco Prato da Caravaggio, nel quale in una sontuosa cornice architettonica, compaiono belle e varie figure. Un dipinto ad olio su tavola restaurato nel 1998, che il Panazza ascrive all'ambito dei seguaci del Foppa e nella quale l'Anelli vede affinità ad un analogo soggetto di Gerolamo da Brescia è stato ora trasferito nell'abside della chiesa del suffragio. Inoltre vi si trovano un dipinto ad olio su tela degli inizi del '600, attribuito a Prospero Rabaglio, raffigurante la "Madonna in gloria coi S.S. Sebastiano, Agata, Leonardo, Bernardino da Siena, Giuseppe, Elisabetta e Rocco"; il "Martirio di S. Erasmo con la Madonna e S. Biagio", dipinto da Camillo Rama; una "Madonna in trono con S. Felice da Cantalice" di Pietro Scalvini del 1745; la "Morte di S. Giuseppe", dipinto ad olio su tela di Pietro Scalvini e bottega; "S. Filippo Neri tra i fanciulli", dipinto ad olio di Luigi Sampietri, firmato e datato 1822 (?); "S. Lucia", dipinto ad olio sec. XIX, di intonazione devozionale. Vi sono state inoltre sistemate altre tele quali l'Annunciazione e i S.S. Pietro e Paolo (forse dello Scalvini) e la Madonna del Rosario (forse dello stesso), S. Bartolomeo. Inoltre vi esiste una serie di ritratti di parroci quali don Lazzaro Lazzari di Collio (di maestro bresciano del sec. XVII); Paganino di S. Paolo, vescovo di Dulcigno e parroco commendatario di Travagliato (di maestro bresciano del sec. XVIII); don Giacomo Bonomi (di anonimo bresciano del sec. XIX); don Luigi Mazzoldi; don Umberto Sigolini. Sono inoltre allineati in sagrestia un bancone con alzata per le argenterie, in legno di noce intagliato del sec. XVII; un cassettone in legno di noce, radica, avorio, del sec. XVI-XVII; un mobile in legno intagliato del sec. XVIII. La chiesa è ricca di Crocifissi: uno in legno intagliato e policromato degli inizi del sec. XVII, attribuito a Pietro Amatore; uno di intagliatore bresciano del sec. XV-XVI; il Crocifisso dei Disciplini attribuito al veronese Francesco Giolfino (m. nel 1519); una Croce astile in lamine d'argento di orefice bresciano del sec. XVI. Rilevanti per fattura una coppia di busti reliquiario (fine sec. XVII), un reliquiario della S. Croce (sec. XVII-XVIII). E, ancora, calici dei sec. XVIII, XIX, XX ecc.; turibolo del 1712; carte gloria, legature di messale, candelabri, paramenti ecc. È del 1647 il grande apparato delle Quarantore chiamato gli "scaloni" perché è costituito da una simmetrica scalinata che porta all'Eucarestia. La "Gloria dell'Eucarestia" venne dipinta nel 1923 da Angelina Melchiotti.


Settecentesco è anche il campanile (similissimo a quelli della Disciplina e del Suffragio, e probabilmente dello stesso architetto), che l'Anelli ritiene opera del Corbellini, per quanto non documentato (e benchè inglobi almeno in parte, nella porzione inferiore, una muratura più antica). È formato da tre corpi sovrapposti, che ripetono in modi variati elementi decorativi simili, cioè le lesene angolari, i fregi, le cornici marcapiano.


Accanto alla chiesa antica esisteva il cimitero, di cui è rimasto intatto il portico che ancora si affaccia sulla via Roma. Era piccolo, ma servì al paese fino alla fine del XVI secolo. A quel tempo, sul viottolo che lo separava dalla chiesa furono gettate le fondamenta di quella nuova e, per la sepoltura dei morti, fu scelto uno spazio più grande verso la piazza dietro la chiesa nuova e la canonica. Questo cimitero, dal 1600 in poi, fu visitato dai vescovi in ogni loro visita pastorale alla parrocchia. Era un recinto sacro, sormontato al centro da una grande croce di legno e col cancello d'ingresso sulla via Marsala. Sul terreno del cimitero antico fu eretta la chiesa dei Morti per conservare a quel luogo il carattere sacro che aveva avuto per tanti secoli. La piccola chiesa ebbe più tardi il titolo di S. Antonio.




LA TORRE CIVICA. Appartenne alla comunità religiosa assieme a quella civile la torre civica che campeggia al centro della grande piazza centrale e che viene ritenuta una delle torri medievali della rocca travagliatese. Verso la fine del sec. XVII, dopo lunghi tempi di abbandono, venne trasformata in campanile «consolidata alla base e rafforzata con grosse chiavi di ferro perché sopportasse il peso dell'aggiunta cella campanaria, costruita in stile secentesco. La base venne abbellita con due eleganti pilastri di marmo di Botticino, culminanti con un piccolo obelisco sormontato da una palla. Vi venne posto l'orologio, mentre ai suoi fianchi furono costruite due stanzette per i disbrighi comunali. Per molto tempo essa conservò, nella parte volta verso via Napoleone, l'arco originale con l'annesso androne, sotto il quale trovavano posto gli arrotini e gli ombrellai nei giorni piovosi ed i venditori di angurie e di granatine nel periodo estivo». Una campana porta scritto «Franciscus Soletti A.D. 1753». Nel 1859, guastatosi il castello delle campane, venne sostituito con uno nuovo fabbricato da Pietro Salomoni di Chiari. Nell'aprile 1862 la ditta Carlo Frassoni di Chiari installava un orologio nuovo. Nel 1867 venne rinnovato il concerto delle campane da una ditta di Bergamo. Rifusa tre volte, la campana maggiore venne fabbricata dalla ditta Innocente Maggi di Brescia. Nel 1927 il Comune decise di porre mano alla corrosa e vetusta torre, ritoccandola completamente e rifacendone il quadrante dell'orologio. Le stanzette laterali furono restaurate ed abbellite con portali in marmo e sormontate da eleganti balaustre. La base venne rivestita con finto bugnato e la sovrastante prima parte con pietre dipinte, racchiuse in alto, sotto il quadrante per l'orologio, da un cornicione entro il quale correva attorno dipinto un festone floreale. Negli ultimi anni la torre subì altri interventi che la trasformarono fino a darle l'aspetto che noi ora ammiriamo.




ALTRE CHIESE:


SANT'ANTONIO o DEI MORTI o DEL CIMITERO. Non risulta quando sia stata costruita. È opinione di Luciano Anelli che abbia ereditato il titolo dall'altare di S. Antonio eretto nella chiesa parrocchiale (dotato di cappellania nel 1529) quando tale altare venne soppresso in seguito all'erezione, nel 1713, della nuova chiesa parrocchiale. La chiesa, secondo l'Anelli, potrebbe essere stata eretta nel 1600 su un precedente edificio, mentre la sistemazione della facciata risalirebbe al '700. L'imponente protiro da alcuni ritenuto cinquecentesco, secondo lo stesso studioso fu probabilmente disegnato dal Vantini. A lui l'Anelli assegna anche il grande altare dipinto e l'aggiunta di quattro coppie di colonne in finto marmo "Verde Alpi" oltre all'altare "teca" che contiene il Cristo morto e che serve alla celebrazione liturgica. Dismessa per lungo tempo, la chiesa è stata restaurata e ridonata alla sua funzione di luogo sacro per iniziativa dell'arciprete don Mario Turla. La chiesa è adorna di una pala di maestro bresciano del '700, raffigurante S. Andrea Avellino in estasi, e di statue dello stesso secolo di S. Rocco, di S. Antonio da Padova e di S. Francesco.


S. CARLO AI FINILETTI. Venne eretta, per testamento del 15 luglio 1716 di don Giovanni Battista Peri, proprietario con i fratelli della cascina dei Finiletti, allo scopo di offrire agli abitanti della campagna la possibilità della messa domenicale e dei giorni di precetto. Fallita la richiesta avanzata dai fratelli esecutori testamentari il 2 gennaio 1717 ed estintasi poi la famiglia Peri, il compito di costruire la chiesa passò alla Confraternita del SS. Sacramento, la quale il 27 luglio 1765 rinnovava, al doge Alvise Mocenigo, la domanda di edificazione. Affidato al capomastro Giuseppe Restelli, l'edificio era finito il 19 agosto 1794 e per lungo tempo vi venne celebrata la messa domenicale. Come ha sottolineato Luciano Anelli, «La forma architettonica dell'edificio è barocca, tipica dell'epoca in cui è sorta. La facciata è rinchiusa fra due semplici lesene sovrastate da una trabeazione e da un timpano al cui vertice si erge una croce in ferro battuto. Un elegante portale in marmo di Botticino dà accesso all'interno, costituito da una navata e da un piccolo presbiterio, tutto illuminato da quattro finestre che, dall'alto delle pareti laterali, lasciano filtrare una luce pacata, inducente alla devozione». Sull'altare è una pala, di pittore bresciano della fine del '700, raffigurante S. Carlo in preghiera davanti alla Beata Vergine mentre seduto ai piedi c'è Gesù Bambino che si protende verso S. Antonio di Padova il quale, con una mano, indica i suoi devoti. Nel 1799 vennero poste le stazioni della Via Crucis.




DISCIPLINA poi BEATA VERGINE DI LOURDES. Come ha scritto don Mario Turla, risale al sec. XIV come mostra la finestra goticheggiante della facciata e, secondo l'Anelli, come fanno intuire le pietre squadrate alla base del campanile. Dedicata a S. Maria Annunciata, era retta dalla Compagnia dei Disciplini detti bianchi per la loro divisa. Il Bollani trovava la Disciplina ben amministrata da Pietro Fistoni, e comandava che si eleggesse un apposito cappellano per la celebrazione delle Sante Messe e per la direzione spirituale dei Confratelli. Della chiesa si interessò S. Carlo Borromeo che la eresse canonicamente nella visita apostolica del 1580 e gli altri vescovi visitatori prescrissero interventi specie sulla sistemazione dell'altare, la rimozione delle statue (1665), ora in S. Maria del Suffragio, la provvista di paramenti (1684), i restauri al coro, il pavimento (1696). Soppressa la Disciplina nel 1798, nel 1816 la chiesa venne utilizzata per la Dottrina delle donne. Nel 1902, per voto personale in seguito ad una guarigione e per devozione, l'edificio venne trasformato, su progetto dell'arch. Arcioni, in un santuario della Madonna di Lourdes. L'edificio venne pertanto trasformato (il capomastro Colosio, il fabbro Benedetti, i falegnami Angelo Ghidoni, Pitossi, Bazzardi, Grandi Pietro e Buratti Domenico sono pure valenti artigiani che vanno ricordati). Per le decorazioni affrescate venne chiamato il pittore Arnaldo Marchesi e per le varie opere d'intaglio la ditta dei Fratelli Beneduci. Vennero inoltre collocati un organo della ditta Tamburini di Crema (1908) e un concerto di cinque campane ridotte a una dalla requisizione di guerra. Ormai fatiscente, la chiesa venne restaurata. Nel 1995 l'organo venne restaurato da Sandro Galli per iniziativa di don Mario Turla; nel luglio 1998, alla campana rimasta ne vennero aggiunte altre tre. Il 4 novembre 1999 venne inaugurato il polittico dipinto dai pittori travagliatesi Casermieri e Turra sulla parete esterna Nord. Della Disciplina non rimane che l'edicola posta nell'abside, di forme classicheggianti, nella quale quattro lesene sorreggono una pesante architrave formando cinque riquadri con al centro un'Immacolata, ai lati l'angelo Annunciante. Un bel Crocefisso cinquecentesco che l'Anelli indica come "magnifico pezzo di scultura" già di questa chiesa, è ora nella chiesa del Suffragio, è attribuito dallo stesso studioso all'intagliatore veronese, ma operante in Brescia nel primo decennio del '500, Francesco Golfini; il Crocifisso «dalle braccia mobili» conservato nella vecchia Disciplina e poi santuario della Madonna di Lourdes, del quale l'Anelli dice «l'intaglio vigoroso e nervoso, la plastica armoniosa, ma ancora inquietamente gotica, l'alta spiritualità che emana dal viso e la nobiltà dei tratti fanno di questa statua un vero capolavoro».




S. GAETANO. Venne costruito accanto al loro palazzo dai fratelli Giovanni Antonio, Ottavio, Tranquillo, Lodovico, Francesco e Gaetano Rampinelli qd. Marchese. L'atto notarile del 4 luglio 1731 specifica che «la piccola chiesa doveva essere a loro comodo e di tutti li vicini della contrada per evitar la strada d'andar alla chiesa parrocchiale che si attrova molto distante». Ottenuto il 6 luglio il "nulla obsta" della Curia e assicuratone il sostentamento, la chiesa venne in breve costruita ed era già funzionante nel 1738. «Piccolo e delizioso edificio», come lo definisce l'Anelli che rileva «una notevolissima facciata barocchetta caratterizzata da lesene, da un piccolo fronte inflesso, da una finestra quadrilobata e da doppie volute svasate e sormontate da obelischi, è all'interno impostato su un vano sagomato sormontato da una cupoletta di disegno molto fine. All'inizio del secolo il decoratore Lodovico Cominelli da Lograto (1902-1980) (la firma è leggibile in alto a destra dell'arco santo) completò la decorazione della cupola e del piccolo presbiterio riprendendo la decorazione settecentesca (fiori, ecc.); e rifece completamente le due scene della vita di S. Gaetano che sono affrescate verso l'altare; mentre si limitò a restaurare le altre due scene che sono - sempre nei peducci della cupola - verso la porta principale». Luciano Anelli assegna al pittore Luigi Sigurtà, attivo intorno alla seconda metà del '700, l'interessante pala raffigurante la Madonna in trono col Bambino, un angelo e S. Gaetano.




S. MARIA DEI CAMPI. Sebbene si sia più volte affermato che la chiesa sia stata la prima del territorio e che attorno ad essa sia sorto il primo centro abitato, l'origine più verosimile è da collocarsi durante le cruente guerre fra Vi sconti e Venezia e al predominio di quest'ultima nella fine del sec. XIV e gli inizi del sec. XV. Non è certo escluso pensare che esistesse da molto tempo una cappella, ma sembra certo che la chiesa non fu mai parrocchia. S. Corniani ha pensato che la chiesa costituisca l'adempimento di un voto su imitazione di Chiari, che innalzò alla B.V. una chiesa poco distante dalla chiesa parrocchiale. Leggende popolari poi hanno fatto credere che sia stata costruita dopo terribili disgrazie (guerre, carestie, epidemie, ecc.) provocate da tre streghe che avevano imperversato a Travagliato. È inoltre da pensare che anche l'ampliamento corrispondente all'area presbiteriale, come hanno rilevato don Mario Turla e Luciano Anelli, sia da ascrivere ad un voto fatto nel 1512 in momenti difficilissimi che portarono poi ad abbellimenti pittorici. Al momento della visita pastorale del vescovo Bollani (1565), la chiesa non aveva redditi, ma era frequentata da molti fedeli che, assieme ad abitanti di Coccaglio, vi lasciavano elemosine che venivano versate al Monte di Pietà dagli amministratori eletti dalla popolazione. Un intervento di grande portata segnò un rilancio del santuario nel 1517-1518.


Con tutta probabilità, per un voto emesso nei terribili frangenti di guerra del 1512, venne rifatto in forme più ampie e solenni il presbiterio, con la magnifica volta ad ombrello, innestandolo sulla navata quattrocentesca della chiesa; venne chiamato il cremasco Vincenzo Civerchio ad affrescarlo ed altri pittori a continuare la serie degli ex voto in tutta la chiesa. Pittori vari, rimasti sconosciuti, continuarono poi ad allineare Madonne e santi in quella che Luciano Anelli ha definito «un'antologia saporosissima di pittura del nostro primo Rinascimento, a volte timido, in altre figure già ben avviato verso una maggiore consapevolezza, ubicata nel bel mezzo della nostra campagna». Una novità nel 1611 cambiò volto alla facciata: l'aggiunta cioè di un porticato dovuto alla munificenza di mons. Girolamo Verduro ricordato da un'epigrafe latina che tradotta dice: «A Dio Onnipotente e Massimo Girolamo Verduro, Cameriere Segreto di Clemente VIII Pontefice Massimo e Canonico della Chiesa bresciana, per ornamento di questo sacro tempio e per la comodità del popolo a sue spese costruì questo portico nell'anno del Signore 1611 D.O.M.». Il protiro servì certo a facilitare ai fedeli la partecipazione alle sacre cerimonie, a riparare i passanti dalle intemperie, ma anche, come ha sottolineato l'Anelli, a proteggere gli affreschi della facciata.


Nel 1658 la chiesa ha un nome che rimane misterioso: "de Bertachiari" ma nel 1665 è definita "Oratorio campestre dell'Assunzione della B.V. Maria". I più recenti restauri furono condotti nel 1943-1945 per inziativa dell'arciprete don Sigolini. Restauri, peraltro deprecati per l'imperizia degli autori. Rimisero tuttavia alla luce gli affreschi che erano stati coperti da scialbature. Restauri radicali sono stati operati nel 2001 per iniziativa dell'arciprete don Mario Turla. Nella facciata vi è una piccola edicola pensile quadrangolare, con una bella Madonna col Bambino, a mezza figura, ad alto rilievo. Bellissimo, sempre sulla facciata, l'affresco del Civerchio raffigurante "La Pietà" che l'Anelli definisce "di qualità superba". L'interno è ad una sola navata divisa in tre campate da due arconi a sesto acuto, collegate all'abside quadrangolare con un arcone a tutto sesto. Tali archi acuti, che reggono il tetto a vista della navata, rivestito negli interstizi delle travature da mattonelle dipinte, appartengono al Quattrocento. Quattrocenteschi anche i caratteri della decorazione in cotto ad archetti pensili rientranti che corre all'esterno, protetta dagli spioventi del tetto e da una ghiera di mattoni messi a spigolo. Tutt'altra lavorazione che non quella dell'arco a tutto sesto e dell'abside a pianta quadrangolare con elegantissima volta ad ombrello rafforzata da otto vele angolari e sottolineata nelle costolature da bellissime candelabre dipinte, di gusto già rinascimentale; mentre, al centro, le otto costolature si raccordano nel grande disco con l'ostia e il monogramma, che è il simbolo di S. Bernardino. Sulla controfacciata a sinistra sono raffigurati un Santo domenicano (probabilmente S. Nicola da Tolentino), una Madonna in trono e S. Antonio abate; a destra: S. Girolamo (?), Madonna in trono e altra Madonna in trono di ignoti maestri bresciani dipinta verso il 1510-1520. Partendo dall'entrata, nella prima campata di destra si incontrano le figure di S. Antonio abate, Madonna col Bambino, S. Antonio da Padova, S. Rocco, Madonna in trono, un Santo eremita (?), dipinti da ignoto maestro bresciano al secondo decennio del Cinquecento. Il pilastro che segue porta una Madonna in trono che viene attribuita al maestro di S. Rocco di Lovernato. La seconda campata è occupata da un'architettura ricca di decorazioni classiche. Un affresco di maestro bresciano della fine del '500, raffigura una S. Margherita che schiaccia il drago infernale, mentre, sullo sfondo, una casa brucia. L'insieme fungeva da pala di un altare distrutto qualche decennio fa. Ricca di ex voto è la terza campata di destra che presenta le figure di S. Sebastiano, Madonna in trono, frammenti di due Santi, Madonna in trono, S. Rocco, Madonna in trono unificati da un'alta cornice rinascimentale a sua volta decorata di figurine ornamentali. Sulla parete destra dell'arco santo sono raffigurati la "Natività di Gesù" di maestro bresciano dei primi del '500 e S. Nicola da Tolentino, pure di maestro bresciano della fine Quattrocento. Sull'arco santo, al centro, è un rilevante affresco della Crocifissione con la Maddalena che abbraccia la Croce e ai lati la Madonna e S. Giovanni, dipinto uscito dalla bottega del Civerchio o di un suo imitatore. Ai lati dell'affresco stanno, a sinistra, l'arcangelo Gabriele e, a destra, la B. Vergine. Il presbiterio ha volta ad ombrello a otto spicchi che si ricongiungono al centro in un monogramma raggiato giallo entro un disco nero su fondo rosso. Le candelabre sono invece in colore bianco su due bande rosse e nere. Le quattro vele angolari, all'estremità del quadrangolo, sono invece delimitate, ed a loro volta scompartite in due, da una greca sinuosa bianca; mentre una fascia a torciglione delimita le lunette. Queste, a loro volta, non sono tutte affrescate: solo le due lunette laterali all'altare recano le raffigurazioni di S. Rocco e di S. Firmo, inginocchiati, sullo sfondo di un muretto.


Domina il presbiterio il grande affresco dell'Assunta firmato «Vincenzo De / Crema / pict / ore Facieb. / A.D. MDXVII», una delle opere più note dell'autore cremasco, testo fondamentale per comprenderne la pittura (anche perché sembra oggi unico suo affresco superstite, dei molti cicli che segnala l'antica letteratura), e capolavoro primo da cui partì, almeno in ambiente bresciano, la rivalutazione di un pittore troppo a lungo dimenticato o confuso con altri artisti. «L'opera, ha scritto L. Anelli, è molto importante dal punto di vista documentario, perché unica testimonianza dell'attività di frescante del Civerchio. Per quanto deteriorata, l'Assunzione di Travagliato dimostra una grande facilità di esecuzione, a pennellate sciolte, dai tratti veloci e sicuri, secondo una tecnica non molto dissimile dagli affreschi del Romanino giovane». "Pregevolissimo" ha definito l'Anelli il paliotto dell'altare in scagliola a finto marmo del '700, di pregevole fattura nelle grandi foglie a cartoccio, rese a colori chiari, entro le quali si dispone tutto un variegato campionario di fiorellini di attinenza mariana ed alle litanie Lauretane. Nei tre riquadri in cui la superficie è suddivisa, stanno, in quello centrale, entro una cartella a forma di scudo, gli apostoli attorno alla Madonna addormentata (la Dormitio Virginis), e nei due laterali, entro finte nicchie, S. Giuseppe (?) e la Maddalena (o la Madonna?).


Scendendo lungo la parete di sinistra, nella prima campata, si leggono le figure di San Rocco, Madonna in trono, figura di Santo, Madonna in trono, una Santa con le mani giunte, un Santo in una nicchia che Luciano Anelli pone allo scadere del '400. Sul pilastro che divide la prima campata dalla seconda è raffigurato un imponente S. Cristoforo con Bambino dello stesso periodo.


Nella seconda campata è affrescato il Bernardino da Feltre, raffigurato di profilo il cui busto emerge su una finta lapide che reca un'iscrizione di difficile lettura che è stata così resa forse approssimativamente: «A Te (noi ci rivolgiamo), Tu ascoltaci, o gloria delle genti di Feltre e non di meno dei (Frati) Minori dottore e cultore d'eloquenza e maestro di consigli da noi prima trascurati, guidaci ora nella preghiera, o nostro custode (e) protettore». Nella campata di fondo sulla sinistra un maestro bresciano tra fine '400 e primi '500 ha dipinto San Rocco in venerazione della Madonna col Bambino, San Giuseppe con la Madonna che allatta il Bambino, S. Antonio abate, S. Rocco.




S. MARIA DEL SUFFRAGIO. Eretta tra il 1675-1684 per iniziativa della Confraternita del Suffragio, che aveva un altare nella parrocchiale dedicata a S. Carlo. Su tale altare si provvedeva a far celebrare messe a suffragio dei morti di peste, grazie a lasciti affluiti fino dal 1663 e soprattutto a quelli di Orsolina Aquilini che, morendo, aveva lasciato la sua casa per metà ai Suffraganti e per metà alarciprete. I confratelli, allora, acquistarono anche l'altra metà casa, e, demolendo il tutto, ebbero a disposizione lo spazio per il nuovo edificio sacro. Ad un certo punto sembrò che i progetti dovessero fermarsi sul nascere: un intervento improvviso del vicario della diocesi imponeva non solo di fermarsi, ma anche di demolire quanto già costruito. La controversia fu sciolta con un atto notarile del 19 marzo 1675 dal notaio Carlo Uberti, atto in cui si diede l'autorizzazione a costruire purché fosse sotto la protezione dell'arciprete, avesse un solo altare, mentre ai confratelli veniva proibita ogni questua senza il permesso dei superiori e con altri vincoli. L'Anelli definisce bella la facciata settecentesca non priva di grazia e di carattere. «Quattro paraste (terminanti in alto con un accenno timidissimo di capitello), scrive l'Anelli, affiancano da entrambi i lati l'elegante portale sormontato da un frontone inflesso spezzato ed ornato da un cartoccio affiancato da encarpi. Nell'ordine superiore un'ampia finestra rettangolare è affiancata da due paraste per lato, simili a quelle dell'ordine inferiore, ma più ornate». La sovrasta un classico timpano triangolare con tre pinnacoli di cui il centrale sostiene la Croce. L'interno, scrive l'Anelli, ha «un suo carattere di una certa eleganza nelle profilature della finta cupola e degli unghioni delle finestre, che sono state messe in valore dalle tinteggiature sobrie dell'ultimo restauro». "Elegantissimo" il campanile formato da tre ordini semplici sovrapposti. La chiesa venne restaurata nel 1972-1973.




CAPPELLA DEL CIMITERO. Venne eretta nel 1876-1877 e benedetta il 2 febbraio 1877. Vi vennero sepolti i sacerdoti della parrocchia. Particolarmente elegante, a croce greca con tre porte, ha una piccola abside alla quale fu appoggiato altare per la celebrazione. Sulla parete di fondo è stata recentemente collocata una scultura in terracotta, opera del prof. Gianni Naoni. Sulla facciata vennero poste le lapidi con i nomi dei caduti della I guerra mondiale. Sulla parete dell'abside, che guarda verso il paese, fu posto il monumento fatto erigere dal Comune a ricordo di alcuni soldati francesi e piemontesi, gravemente feriti durante la II guerra d'indipendenza e deceduti nell'Ospedale, dove erano stati accolti, con la seguente epigrafe: «Reduci dell'immemorabile / vittoria di Solferino / per faticamenti e ferite / morti in questo ospedale / il Comune / riconoscente ai generosi / che diedero la vita / per l'italica indipendenza / dicembre 1859». Nel 1999 venne arricchita di vetrate eseguite dalla ditta Bontempi di Brescia su cartoni di Oscar Di Prata.




CAPPELLA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA. Costruita nel 1986 per iniziativa del prevosto don Garzoni su progetto del geom. Egidio Baldini. La campana elettrificata venne donata dai genitori di Graziano Tonelli, morto il 4 novembre 1985. Altre cappelle vennero erette nell'Ospedale, nell'asilo infantile (dedicata al S. Cuore, 1938), nel Ricovero vecchi (dedicata alla Visitazione).




CHIESE SCOMPARSE:


S. ANNA ALLA FORESTA. Eretta sulla strada Travagliato-Bargnano, su richiesta e planimetria presentate il 29 febbraio 1804 da Benaglia qd. Giacomo, per comodità della famiglia e della contrada distante da Travagliato 2 miglia, venne dotata di un piò di terra e 28 tavole. Sopra il portale venne dipinta S. Anna; accanto all'edificio sorge il campaniletto. L'interno è decorato di disegni floreali. Sull'altare esisteva una pala nella quale era raffigurata S. Anna con accanto Maria SS. bambina che legge un libro.




S. LIBORIO alla cascina Gambara. Venne costruita nel 1792 dal proprietario, il conte Martinengo.




MADONNA DI VALVERDE. Ridotta ora a pochi detriti, sorgeva accanto ad una cava abbandonata sulla via Trepola in direzione di Ospitaletto sul confine tra Ospitaletto e Travagliato e quindi sul confine antico della pieve di Bornato con quello di Lograto. Secondo, Giuseppe Bertozzi serviva essa stessa da confine presso la quale ci si recava in occasione delle Rogazioni per affermare, appunto, i confini, sia parrocchiali sia comunali. Infatti in quel luogo tra gli abitanti dei due paesi confinanti avvenivano frequenti risse. La chiesetta era dedicata alla Madonna di Valverde, veneratissima a Rezzato nel santuario con lo stesso nome. La devozione, scrive Mario Turla «potrebbe essere pervenuta per opera di un devoto, immigrato qui da Rezzato oppure per un voto della Parrocchia di Travagliato che il 25 marzo del 1712 si recò in pellegrinaggio al Santuario di Valverde a Rezzato. Il quadro, che al tempo in cui sorgeva la nostra chiesetta di Valverde fungeva da pala all'altare, ora è conservato in S. Maria dei Campi. Esso rappresenta l'episodio dell'apparizione della Vergine all'umile contadino. La Madonna è dipinta nell'atteggiamento di rimandare il fedele a Gesù, perché Lo implori a perdonare l'umanità». Propositi di restauro vennero espressi nel 1901, mentre nel 1911 il terreno circostante venne destinato a lazzaretto per una temuta, ma non avverata, epidemia di colera. Sempre più abbandonata, nel 1916 il Sindaco faceva murare le porte. Fallito ogni altro proposito di restauro, nel 1927 la Fabbriceria decise di alienare l'edificio. Spogliata, cadde in completa rovina. Come ha scritto Mario Turla «l'altare in marmi policromi, fu usato per la cappella del Ricovero Vecchi fino a quando l'Ente ebbe la sua sede in via Ziliani, in Casa Taino. Quando fu trasferito in via Rose, il manufatto fu lasciato in deposito in un ripostiglio. Dopo aver fatto bella mostra di sé nella Cappella di Fatima, ora invece è stato collocato nella restaurata chiesa di S. Maria dei Campi completamente ricomposta. Il quadro del Miracolo della Madonna di Valverde di Rezzato è stato recentemente restaurato dalla Scuola Regionale per la valorizzazione dei beni culturali. Il resto della suppellettile della chiesetta è andato disperso».




S. ROCCO. Venne edificata per voto pubblico sul principi del sec. XVI, nei pressi della strada che dal borgo dell'Olmo portava a Casaglia, probabilmente su un lazzaretto o un cimitero di appestati. Era officiata da una Disciplina detta dei Roccanti. Accanto alla chiesa esisteva una casetta per il custode. Un chiericato di S. Rocco esisteva ancora e veniva soppresso nel 1797. Della cappellania il Comune ebbe riservato a sé il giuspatronato, ma non potè esercitarlo liberamente perché il beneficio fu quasi sempre dato in commenda a qualche ecclesiastico forestiero, essendo di investitura pontificia. Durante la visita pastorale di monsignor Domenico Bollani, avvenuta nel settembre del 1565, l'Oratorio aveva per rettore il travagliatese don Pietro Verduro, che godeva del beneficio annesso, costituito da quattro piò di terra e dalle offerte delle celebrazioni delle Sante Messe dei legati. Nel novembre del 1600 monsignor Marino Giorgi trovò la chiesa disadorna e con il tetto rovinato. Perciò decretò che i responsabili usassero le offerte ricevute in onore di San Rocco per riparare il tetto e per ornare l'interno dell'edificio, affinchè si potessero celebrare le funzioni con il decoro dovuto. La Confraternita dei Roccanti aveva un suo statuto. Essa era retta da un governatore, da un vice governatore, da un cancelliere (notaio), da due sindaci, da quattro consiglieri e da un cassiere eletti dai componenti della Confraternita, secondo le leggi statutarie. Per le attività pratiche poi venivano incaricate due persone con ruolo di infermiere. Esse dovevano prodigarsi per curare gli infermi e tutte le persone che, in caso di malattia, non avessero l'assistenza necessaria. C'erano pure due maestri dei novizi con il compito di iniziare i fedeli alla pratica devozionale della recita del Divino Ufficio e di tutte le devozioni dell'associazione. Infine, c'erano due sagrestani con l'incarico di custodire i paramenti sacri e di fare i preparativi per le funzioni sacre. Come tutti i partecipanti alle Confraternite, anche i Roccanti avevano la loro divisa che indossavano per le processioni e per le loro solennità che era costituita, secondo l'iconografia di S. Rocco, da un camice color verde con cintura di corda pure verde e da una mantelletta nera, da porre sulle spalle. Interventi sulla chiesa emanarono i vescovi in visita pastorale nel secolo XVII e XVIII, sia per la sua struttura che per l'arredamento. Soppressa la Confraternita dal governo giacobino, indemaniati i beni appartenenti alla chiesa, questa decadde rapidamente. Abbandonata del tutto, venne abbattuta. Di essa restano nella parrocchia le tele e la statua di S. Rocco che essa custodiva.




SANTELLE:


S. ANTONIO DI PADOVA in via Solferino. Il popolino vuole che a questo S. Antonio si rivolgessero i ladri prima di compiere le loro azioni per ottenerne la protezione.


ALLA CINAGLIA. Contiene un quadro della Madonna col Bambino con la scritta "Refugium peccatorum". Restaurata negli anni '40 del sec. XX, era festeggiata l'8 settembre.


ALLA CINAGLIETTA. Risalente al sec. XVIII venne restaurata nel 1971 e dipinta dal pittore Bignotti di Travagliato. CROCIFISSO, nella via omonima. La tradizione locale vuole che sia stata eretta a protezione dalla peste. Nel 1997 venne posta una tela raffigurante la Crocifissione del pittore Oscar Di Prata.


DEL DANÀT. Il nome è la corruzione dell'antichissimo nome del fondo Danaco permutato nel 1043 dal vescovo di Brescia Olderico con il monastero di S. Pietro in monte Orsino di Serle. Secondo un'altra versione il nome sarebbe derivato dal ritrovamento in luogo di uno scheletro con le mani incatenate; il defunto si sarebbe poi fatto sentire con continui lamenti notturni fino a quando i suoi resti non furono sepolti sotto la santella.


DEI SS. FAUSTINO E GIOVITA. In via Roma contiene una tempera rappresentante i due santi. Oggi è illegibile. ALL'IMMACOLATA. Posta sul retro dell'abside della chiesa della Madonna di Lourdes, in via Roma, raffigura al centro l'Immacolata affiancata da S. Rocco e da S. Firmo. In alto sono raffigurati l'Arcangelo Gabriele e Maria SS. Venne restaurata nel 1999.


DEL LAZZARETTO. Costruita sulla via Castrina dalla Confraternita del SS. Sacramento sul luogo del Lazzaretto per testamento del 22 luglio 1631 per celebrare la Messa per i morti di peste. Venne restaurata nel 2002. MADONNA COL BAMBINO in via Solferino. Restaurata dal pittore travagliatese Bignotti.


MADONNA COL BAMBINO in via Vittorio Emanuele.


MADONNA DI CARAVAGGIO. Sorge in via Lepre.


DELLA MADONNA DI CARAVAGGIO. Sorge in mezzo ai campi. Venne affrescata dal pittore Meneghini, restaurata con la struttura a portichetto, tetto, ecc. nel 1980.


DI S. ROCCO. Eretta sulla via per Casaglia dove sorgeva la chiesa-santuario di S. Rocco scomparsa nel sec. XIX. DI S. ROCCO E DI S. FAUSTINO in via Brescia, edificata sulla fine del sec. XIX e di proprietà Verzelletti. È stata recentemente restaurata da Fausto Troncana. La santella è dedicata a S. Rocco, S. Firmo, ai due lati, con al centro la Pietà. È stata più volte restaurata anche di recente, ma attualmente è rovinatissima.


DI S. ROCCO E DELLA MADONNA. Venne restaurata nel 1949 dal pittore travagliatese Bignotti.


AI TRE CAMINI. Di proprietà di Giuseppe Bazzurini venne restaurata nel 1977 dal pittore Albini di Pontoglio.




PALAZZI, VILLE E CASE. Accanto ad alcuni edifici religiosi di notevole prestigio Travagliato allinea, dal '500, alcuni palazzi, ville notevoli per storia ed eleganza.


VILLA MARTINENGO-CADEO. Venne costruita in due momenti, nel sec. XVI e XVIII. Il casamento, da O a E è stato edificato dal 1550 al 1570, è il nucleo originario e si presenta, come ha rilevato Fausto Lechi ("Dimore bresciane", II, p. 143-145), «con portico a colonne toscane di sette arcate, e di buon disegno, prospetta verso mezzogiorno, e ad esso corrispondono a monte alcune sale che confermano la datazione: abbiamo vòlti a carena, a riquadri, a mensoloni e camini con volute e zampe di leone». Il casamento cinquecentesco venne ampliato poi nel 1760 con «l'aggiunta di un nuovo luminoso corpo di fabbrica verso mattina, adagiato in un bel giardino. La saldatura fra la casa vecchia e quella nuova avviene spontaneamente con lo scalone, che si apre con un bel portale sotto l'ultima arcata del portico. Le altre sale aggiunte al piano terreno sono tutte decorate con finissimi, leggeri stucchi». Allo Scalvini sono attribuiti il medaglione del vòlto dello scalone, che raffigura la storia di Bacco e di Arianna. Da lui firmati "Pietro Scalvini 1763" i dipinti del soffitto del salone sopra lo scalone con l'Aurora e quello dell'alcova. Dello stesso tempo è il restauro della parte a sera «del fabbricato vecchio: un'ala con l'atrio d'ingresso e un portico di tre campate ad angolo, e simile a quello antico, e, al primo piano, un'altra deliziosa alcova parte a travetti decorati e parte affrescata con, ancora, la Flora».


PALAZZO CORADELLI, poi COVI, poi ALBERTINI, per una piccola parte, poi FACCHETTI ora DERADA, detto "Russia". Si tratta, come ha scritto Fausto Lechi ("Dimore bresciane", II, p. 408-409) di «due edifici collegati fra loro da un corpo basso. La parte interna, con la facciata del portico verso mezzogiorno, è del sec. XVI, ma delle antiche bellezze non restano che gli stipiti di una porta e di una finestra. Nell'altro corpo vi è una galleria, verso mattina, sulla quale si affacciano le stanze, in una delle quali esistono tuttora i travetti dipinti. Non molto lontana da questa (ma l'accesso è oggi dalla casa vicina trattandosi di diverse proprietà) una grande stanza di angolo coi travetti pure molto bene dipinti nella fine del Cinquecento. Un arco d'ingresso in pietra si innalza da questa parte della casa, alto e solenne, tutto bugnato, accostato da due volute e sormontato da tre obelischi con palle in pietra». Da recenti restauri sono emersi alcuni manufatti che potrebbero risalire al XIV secolo.


PALAZZO VERDURO. Una torre divide il palazzo in due parti, con bella scala con tre stanze da un lato e tre dall'altro. Una è decorata con simboli militari e dei nomi dei partecipanti all'impresa dei Mille, fatta decorare dal dott. Francesco Ziliani, reduce dalla spedizione garibaldina. Di notevole interesse il sotterraneo in mattoni e con finestre a bocca di lupo.


PALAZZO VERDURO, poi FRANZINI, poi ZILIANI, poi PATERLINI. Venne costruito, secondo Fausto Lechi, dopo la metà del '500, secondo altri nei primi anni del 1600 ad iniziativa di mons. Girolamo Verduro e poi, come segnala una data latina del 29 agosto 1648, restaurato ed ampliato. Fausto Lechi trova "interessante l'edificio" anche se sull'imponente insieme si pongono all'attenzione quasi solo la torre ed il salone a pianterreno. Lo stesso Lechi vede in quest'ultimo l'interesse "maggiore, eccezionale" dell'edificio. Del salone il Lechi ha rilevato «il vòlto sorretto da larghi mensoloni coperti di stucchi di ottima mano e, sul fondo, il grandioso, bellissimo camino con la cappa interamente decorata a stucco da ottima mano di scultore. In alto, lo stemma degli Aldobrandini, sormontato dalle insegne pontificie (tiara, chiavi) è sorretto da due belle figure femminili: a destra la Giustizia ed a sinistra una figura di meno certa definizione, che regge un edificio. Nel mezzo della cappa, sormontato dal cappello cardinalizio e affiancato da due putti, è ancora lo stemma Aldobrandini, ma partito con altro rappresentante un albero».


PALAZZO RAMPINELLI poi CADEO ora BOSSINI. Una data incisa su un mattone del solaio indica il 18 gennaio 1675 il coronamento dell'edificio nel quale Fausto Lechi individua «una consistente dimora di campagna, con portico di cinque campate a colonne toscane, rivolto verso mezzogiorno, archi, volte a crociera, tre portalini a bugnato a punta di diamante, altre tre architravi. Interessante è la facciata verso mezzogiorno e quella del portico, al di sopra del quale le finestre sono contornate da una complessa partitura di fasce e lesene, che sembra anticipare, sia pure in tono un po' rustico, quelle ben più importanti che troveremo nel Settecento. All'interno, è degno di menzione il saloncino al piano terreno, con camino in marmo, volta a mensoloni e centro sagomato entro il quale venne nel '700, da buona mano, affrescata Diana». La cappella gentilizia adiacente, come si è accennato, è stata costruita intorno al 1731.


PALAZZO ROTA-MAZZOCCHI. Racchiuso fra via 26 Aprile, vicolo Ruscello e piazza Cavour, viene da Enrico Cordoni fatto risalire alla seconda metà del '700, per iniziativa della famiglia Rota, di origini bergamasche, che lo vendette poi ai Mazzocchi di Coccaglio. Costituisce, come scrive il Cordoni, un isolato unitario con i rustici. Il palazzo ha la forma di una C «con ingresso da via 26 Aprile, è costituito da un corpo principale elevato, dal grande salone centrale e da due ali più basse simmetriche che si affacciano sul giardino: si potrebbe dire sull'ex giardino, perché la meravigliosa, fitta vegetazione con i pini e le grandiose magnolie che io stesso ricordo perfettamente, è miseramente scomparsa alla fine degli anni '50, al momento della vendita da parte dei Mazzocchi con conseguente divisione della proprietà. Si è salvato l'elegante tempietto neoclassico che fa da fondale all'ingresso, con due belle colonne di Botticino sovrastate da un timpano curvilineo». Eleganti e assieme imponenti sono il porticato d'ingresso, lo scalone e il salone centrale, come pure interessanti sono i rustici le cui linee architettoniche, rileva il Cordoni «sono quasi più ricche del palazzo stesso».


Notevole l'attività edilizia dei primi decenni dell'800 dominata dalla figura dell'arch. Vantini, autore dei progetti dell'OSPEDALE e del CIMITERO.


Al Vantini vengono attribuite, da Enrico Cordoni, CASA CORNIANI, poi CAPITANIO, poi DONINA, poi FALSINA, di via Marconi e la CASA CORNIANI GUERRINI di via Mandorle anche se la prima è, a parere del Cordoni, l'esempio più imponente e forse l'unico per il quale si può ipotizzare l'intervento dell'architetto. Di un certo interesse per il suo riferirsi all'epoca neoclassica è CASA LEGRENZI, poi AQUILINI, di via Solferino per la facciata interna, non visibile dalla strada, con portico (ora veranda) architravato con colonne doriche in marmo e galleria finestrata superiore. Così dicasi di CASA ZILIANI (poi GOBBI), di via Ziliani, costruita nel 1820 con al piano terra un portico di ben otto arcate su colonne marmoree e la facciata riportata ad un delicato gioco di riquadrature con lesene verticali e fasce orizzontali. In confronto con la semplicità dell'interno è «notevole il portale d'ingresso dalla strada stilisticamente molto ricco anche se eseguito con materiali poveri».


AVEROLDA. Riecheggiante in parte lo stile neoclassico è la palazzina Averolda, costruita verso la metà dell'800, di proprietà del comune. Abbandonata rischia di crollare da un momento all'altro.




L'ECONOMIA si è fondata fino a pochi decenni fa quasi solo sull'agricoltura, i suoi addentellati manifatturieri e sul commercio. Il terreno, agli inizi dello sfruttamento acquitrinoso e arido, venne riscattato in parte da un duro, secolare lavoro che ha perfino dato, secondo alcuni, il significato al nome di Travagliato derivato da "traaiàt", cioè da un lungo travaglio lavorativo. In parte centuriato nei tempi di Roma, il terreno venne coltivato grazie alla presenza di monasteri e di famiglie di imprenditori. Un decisivo sviluppo l'agricoltura ebbe, specie dal sec. XIV-XV, dalla costruzione di rogge quali: la Travagliata (1417, v.), la Castrina (1512, v.), la Seriola Nuova (1560), derivate dall'Oglio. Nel 1610 Giovanni Da Lezze nel suo Catastico scriveva: «li terreni migliori vogliono 100 ducati il piò, li peggiori la mità, essendo le possessioni gerose, se ben l'industria et con adaquarle le fanno fruttare». In verità i terreni acquitrinosi lo rimasero ancora a lungo, tanto che, nel 1850, un Dizionario corografico descriveva la località «fertile di biade e in alcune parti non troppo salubre».


Ad integrare la coltivazione di alcune specie di cereali, dal 1600, si andò sviluppando la gelsi-bachicoltura che diventò una ricchezza aggiuntiva di notevole valore fino ai primi decenni del XX secolo. L'allevamento del baco da seta andò sviluppandosi nel '700, integrato dalla filatura, prima familiare poi e, solo più tardi, artigianale e industriale. Specie nella prima metà la trattura della seta si andò talmente sviluppando che Martino Cadeo di Travagliato aprì a Vienna un'agenzia commerciale per la vendita di tale prezioso tessuto. Fra le più caratteristiche iniziative in Italia vi sono i vivai "Sabbionera" di Mauro Maestri e di Manfred Orsechowski, specializzati nella fornitura di conifere e sempreverdi coltivati in contenitore. Sviluppata l'apicoltura che ha avuto, ai Finiletti, per iniziativa di Marino Parzani addirittura un "monumento all'ape". In sviluppo dal 1983 la lombricicoltura "La Castrina".


L'antico mercato e la recente, ma fortunata iniziativa del "Travagliatocavalli" ha portato allo sviluppo di allevamenti di cavalli che hanno segnato una ripresa per iniziativa di Battista Pedersini e dei Santus. Un allevamento, unico in Italia, di cavalli Akhal Teke, è stato realizzato dall'ex campione di ciclismo Mino Denti. Senza dire del commercio del bestiame che nel 1958 contava 34 commercianti. Lo sviluppo dell'allevamento portò nel 1983 all'apertura di una stazione di monta equina.


Fin dal '600 alla bachicoltura si accompagnarono, come testimonia Ottavio Rossi nelle sue "Memorie bresciane", quelle di Travagliato con altre della pianura che erano le terre più appropriate per la coltura e che più davano prodotto. Coltivazione del lino e gelsicoltura andarono, nella seconda metà del sec. XVIII, integrandosi con la coltivazione del riso causando il diffondersi allarmante di febbri maligne. Sorsero piccoli opifici o filande il cui numero, nel 1869, in piena crisi della bachicoltura in seguito al diffondersi della pebrina, assommava a 25.700 kg. l'anno lavorativo, con 104 bacinelle così distribuite: Ziliani Tomaso (baccinelle 40), Rota Filippo (10), Della Vedova Giovanni (7), Maj Andrea (17), Cadeo Fratelli (10), Falsina Antonio (5), Andreoli Domenico (5), Lorini Girolamo (2), Bignotti Giuseppe (2), Orlandi Cristoforo (2), Montini Fratelli (3). La falcidia provocata dalla pebrina, che rinnovata tecnologia e lo sviluppo capitalistico portò, sulla fine dell'800, ad una concentrazione di lavoro nelle filande Serlini, Mazzadi, Benedetti che poi via via chiusero. Verso la fine dell'800 Travagliato era chiamato il paese delle quattro ciminiere cioè delle quattro filande che esistevano: la prima in via Tintori (dei Mazzadi), la seconda in piazza Libertà (dei Serlini), la terza in via Vittorio Emanuele (dei Benedetti) e la quarta in via Scuole. La demolizione negli anni '60 dell'alta ciminiera (46 m.) della filanda Serlini, chiusa nel 1950, segnò il tramonto definitivo dell'industria serica, ma non significò l'arresto o il rallentamento dell'attività manifatturiera.


La crisi, apertasi fin negli anni '30, aveva spinto la popolazione ad un sempre più intenso commercio minuto di carne, tabacco ed altri generi, ad un crescente pendolarismo su Brescia e su Milano. Nel secondo dopoguerra, in comune con altri, molti paesi della Bassa, si intensificarono le spedizioni di mondine in Lomellina e nel Varesotto. La crisi degli anni '30 aveva già sollecitato un risveglio anche dell'artigianato e della piccola e media imprenditoria. All'attività dei mulini, delle segherie, di pochi magli specialmente dislocati lungo la Travagliata, si accompagnarono piccole iniziative di officine meccaniche, imprese edili, ecc. Questa attività si andò moltiplicando. Solo per fare un esempio: nel 1933 esistevano una fabbrica di cera (Giulio Abeni), una di ferramenta (Giulio Abeni), due magli (Libero Filippini, Ettore Olivini), quattro mulini (Luigi Santi, Angelo Marchetti, Romano Ruggeri, Giovanni Danzini), due seghe (Camillo Zanotti, Fratelli Bossini), ecc.


Nel 1958 si contano più di dieci imprese edili, otto officine meccaniche, due calzifici, ecc. Se alcune iniziative imprenditoriali come la "Super man jeans" hanno breve vita (fondata negli anni '70, nel 1982 era già in crisi; la KMF, fabbrica di motorini, chiusa nel 1985), altre iniziative imprenditoriali si radicano sempre più nel territorio. Ricordiamo così: la FABARM; gli Impianti elettrici Mor dei Fratelli Facchinetti; la AGRIMEC di Rosario Ghedi; varie ditte di abbigliamento (Baldini, Franco Grandi, Felice Orizio, Amos Benedetti). In altri settori merceologici si distinguono i fratelli Derada (pavimenti, rivestimenti, arredi bagno), Artex di Paolo Begni (nastri, trecce, ecc.). Negli anni '50 Travagliato registra la presenza di due calzifici (Calzificio Travagliato, Zini Lelio e figli), due caseifici, una decina di imprese edili, sette officine meccaniche, sei imprese di trebbiatura, dodici autotrasporti merci, tre cavatori di ghiaia, ecc. Nel settore maglieria, nel 1978, si afferma il "Maglificio sportivo Denti" che, qui trapiantato da Brescia, sforna maglie per campioni sportivi. Nel 1991 si trasferisce a Travagliato da Torbole la Ital-Fashion International Ind. guidata da Mario Vittorio Belleri e collegata con l'americano Fashion Group, leader mondiale nella produzione di nastri e fiocchi. Si presentano inoltre le Officine Longinotti (caricatori ed escavatori per l'agricoltura, l'industria e l'edilizia). Sviluppo ha avuto la Ferriera Aurora, promossa da azionisti quali Andrea Venturini, Pietro Faini, Zemeri ecc. Veniva rilevata al 60 per cento nel settembre 1987 dalla Ferriera Valsabbina dei Brunori. Molto attive le ditte di escavazione Bettoni e Del Bono s.p.a. e la Torcitura Zarino Carlo per lavori di filati (colpita da incendi nell'aprile 2002).


Coefficiente dello sviluppo economico-sociale di Travagliato fu il commercio nella sua espressione più continua e preminente: il mercato. Senza ricorrere a ipotesi circa le origini del paese, sembrerebbe che esso abbia avuto origine almeno nel sec. XIV, se non prima, forse sviluppandosi sotto il dominio di Venezia. Nel 1509 veniva confermato da Luigi XII re di Francia entrando presto in rivalità con il mercato di Rovato, che continuerà per secoli. Nel sec. XVII la piazza maggiore di Travagliato è già chiamata Piazza del mercato. Quest'ultimo si va sempre più qualificando come mercato del bestiame (senza escludere altre merci), che si tiene al martedì. Al mercato si accompagna la fiera del 29 giugno. Il mercato del bestiame viene poi in certo qual modo istituzionalizzato con decisione del consiglio comunale del 30 agosto 1901. Fissato dapprima al 1° e al 3° sabato del mese, decaduto con la prima guerra mondiale, venne ripreso nell'aprile 1933 e fu fissato ancora al sabato. Il mercato durò tranquillamente fino al gennaio 1952, quando il consiglio comunale decise di spostarlo al lunedì, in concorrenza diretta con quello secolare di Rovato. Ne nacquero polemiche e disordini, provvedimenti, ricorsi e controricorsi. Spostato alla domenica, il mercato di Travagliato terminò così di esistere. Un'iniziativa vincente, qualificatasi sempre più come una fiera dei cavalli, troverà una sua espressione di grande successo nel Travagliatocavalli (v.). Un rilancio dell'economia travagliatese, non avvertito agli inizi, si verificò con l'organizzazione nel 1979 della rassegna "Arte e Motori" organizzata dall'assessore Mimmo Paterlini e che l'anno seguente verrà sostituita dalla "Mostra Agricola", divenuta poi la citata "Travagliatocavalli", rassegna che andò sempre più sviluppandosi e sollecitò l'allevamento di cavalli. Prestigio ha acquisito allevamento "Prati nuovi" promosso da Mino Denti che, come già detto, ha conquistato primati con il miglior stallone del mondo della razza asiatica Akhal Tekè (2002). Negli anni '80 veniva messa a disposizione una zona di oltre 250 mila mq. per le ditte artigianali che nel 1990 raggiungevano il numero di 55. Nel 1990 i mq. occupati salivano a 410 mila, mentre si aggiungeva il polo artigianale dell'Averolda. Sulla linea di promozione economica, nella seconda metà degli anni Novanta, nasceva l'associazione "Botteghe in Travagliato" con lo scopo di promuovere il commercio. Lo sviluppo economico agricolo, ma specialmente commerciale, ha portato a sempre più consistenti presenze del credito. Entra nel giro l'agenzia della Banca S. Paolo. Nel 1987 apre uno sportello la Banca Popolare di Crema; nel 1997 è presente la Banca di credito cooperativo di Brescia. Ora sono attive la Banca S. Paolo, il Credito Bergamasco, la Banca popolare di Crema (1987), la Banca di Credito cooperativo di Brescia (1997), il Credito Agrario Bresciano.




PERSONAGGI. Numerose le personalità religiose fra le quali il domenicano p. Tomas da Travagliato del convento di Venezia (1510), il cappuccino Pietro da Travagliato (m. nel 1664, v.), p. Giulio da Travagliato, missionario nei Grigioni. Nel '700-'800 Travagliato diede ottimi membri all'Oratorio dei Filippini della Pace di Brescia quali p. Gerolamo Verduro (v. Verduro o Verdura Girolamo); p. Vincenzo Ziliani; p. Giuseppe Ziliani. Fra i gesuiti si distinse p. Maffeo Manzini Franzini (v. Franzini Maffeo).


Numerosi furono pure i missionari: don Tarcisio Zanotti (1866-1940), parroco di Roccafranca e poi missionario scalabriniano in Brasile; p. Dionisio Troncana (v.); suor Eliselda Tironi, la canossiana Madre Carolina Colombo prima a Hong Kong per 35 anni e poi altrettanti nelle Filippine.


Tra i sacerdoti mons. Girolamo Verduro (v.); don Antonio Uberti (m. nel 1792, v.) parroco di Pompiano e Gerolanuova; don Vincenzo Maj (m. nel 1867) arciprete di Iseo; don Angelo Colombo; mons. Pietro Santi (v.) arciprete di Orzinuovi; don Emilio Verzeletti (v.); don Amos Benedetti; don Giuseppe Verzelletti (v.) arciprete di Palazzolo S.O. e di Edolo; don Vito Palazzini; don Angelo Marini, ecc.


Benefattori e operatori sociali: Andrea Maj imprenditore agricolo e promotore di attività sociali e la figlia Paolina Maj benefattrice.


Operarono nella vita politica e sindacale l'on. Fausto Zugno, Costantino Camossi e per qualche anno l'avv. Emilio Bonomelli.


Ricordiamo: tra i letterati Tomaso Alberti (1768-1838); tra gli scrittori di storia l'arciprete don Pellegrini, Santina Corniani, Giuseppe Bertozzi, Giovanni e Luca Quaresmini. Autori di memorie, di opere narrative e di poesia recenti: Marino Parzani, Giovanni Quaresmini, Patrizia e Graziella Orlandi, Maria Verzelletti. Tra i pittori si annoverano: Prospero Rebaglio (?) (sec. XVI-XVII), Paolo Bignotti (1878-1918), Maria Meneghini, Paolo Turra, Luigi Casarmieri, Giovanni Marelli, Mario Ferrari. Fra gli scultori: Innocente (Battista) Tironi. Fra le stelle dello sport ricordiamo i calciatori Beppe e Franco Baresi, i danzatori Emanuela e Marco Bornati, campioni del mondo.




ARCIPRETI: Francesco da Montecchio (m. gennaio 1455); Paganino di S. Paolo, vescovo di Dulcigno, commendatario; Zanucchi Filippo da Orzinuovi (m. 9 maggio 1529); Alessandro Pellegrini di Brescia (m. 24 marzo 1567); Giacomo Pandolfini da Salò (eletto nel 1568, rinuncia l'1 febbraio 1572); Ottaviano nob. Aleni da Brescia, chierico, 1572; Vincenzo nob. Aleni da Brescia (16 luglio 1573 - m. 4 novembre 1611); Antonio Garzoni da Brescia (maggio 1612 - m. 10 ottobre 1630); G. Battista Montini da Travagliato (gennaio 1631 - rinuncia nel 1652); Giovanni Lazzaro Lazzari da Collio (1654 o 1652 - m. 1672); Andrea Balladore da Chiari (15 gennaio 1673 - m. 30 luglio 1680); Antonio Frascio da Lumezzane (10 ottobre 1680 - m. 11 ottobre 1729); Carlo Guadagni da Brescia (30 dicembre 1729 m. 22 novembre 1749); Faustino Taddei da Rezzato (9 giugno 1750 - m. 19 novembre 1772 a Rezzato); Faustino Lonati da Concesio (30 gennaio 1773 - m. 21 aprile 1788); Agostino Piccioli da Palazzolo (9 gennaio1788 - 5 ottobre 1793); Giacomo Bonomi da Lavenone (4 gennaio 1794 - m. 13 febbraio 1841); Luigi Mazzoldi da Brescia (22 ottobre 1841 - m. dicembre 1862); Dionigi Orlandelli da Bagnolo (9 marzo 1863 - m. 28 aprile 1900); Eugenio Cassaghi da Pavia (14 luglio 1900 - m. 26 aprile 1920); Umberto Sigolini (5 dicembre 1920 - m. 13 marzo 1945); Francesco Foglio da Orzivecchi (29 giugno 1945 - 1969, per rinuncia); Giuseppe Garzoni da Calcinato (15 marzo 1970 - m. 1 giugno 1987); Mario Turla da Monte Isola (dal 1988).




CONSOLI, SINDACI, PODESTÀ: Gerardo Fasano, console (1449); Vincenzo Campana, sindaco (1630); Bartolomeo Lantana, rasonato; Alfonso Colosio, rasonato; Gabriele Ghidoni, console (1652); Adriano Cararia, console; Scipione Bazardi, console; Vincenzo Derada, sindaco (1722); Giuseppe Zogno, sindaco; G. Battista Barucco, sindaco (1727); Vincenzo Derada, sindaco (1737); dott. Carlo Uberti, sindaco; nob. Tito Covi, sindaco (1752); Ignazio Usupini, sindaco; Giovanni Mometti, (1769); Giuseppe Marchetti; G. Battista Prati (1782); Giovanni Mometti; Carlo Bertulli (1788); Pietro Ziliani; Battista Derada (1794); Francesco Zini; nob. Flaminio Carrara (1798); Bortolo Domeneghini (1800); Bartolomeo Dusini (1815); Bortolo Domeneghini (1838); Carlo Frascio (1843); Fortunato Montini (1856); Andrea Maj (1859); Filippo Rota (1864); Andrea Maj (1875); ing. Felice Cadeo (1889); dr. Francesco Ziliani (1891); Luigi Sandrini (1893); Eugenio Cadeo (1899); Giovanni Mazzocchi (1900); cav. Giuseppe Frugoni (1909); dr. Emilio Bonomelli (1915); Latino Corniani (1920); Nicola Nomini (1921); Andrea Mazzocchi (1925); cav. Enrico Cadeo sindaco (1926) e podestà (1927); Latino Corniani, sindaco (1945); Mario Bonomelli (1946); Giuseppe Bignotti (1956); m°. Virgilio Campana (1964); p.i. Bruno Nicolini (1970); Aurelio Bertozzi (dal 1981 al 1987); Domenico Paterlini (dal 1987 al 1990); Gian Luigi Buizza (dal 1991 al 1995); Aurelio Bertozzi (dal 1995 al 1999); Domenico Paterlini (dal 1999).