TOSIO

TOSIO (Giovanni) Paolo

(Asola (Mn), 12 marzo 1775 - Brescia, 11 gennaio 1842). Del conte Ottaviano e della contessa Lucrezia Avogadro del Giglio. Fu uno dei più illustri mecenati bresciani ed al tempo stesso uno dei più caritatevoli. Mandato in collegio a Pistoia, vi rimase poco tempo, perché il padre preoccupato del dilagare in quella città delle idee giansenistiche, lo collocò nel collegio di S. Saverio a Bologna dove si addottorò in quella università "in utroque jure". La sua tesi venne stampata ed ebbe molti elogi. Ritornato ad Asola si dedicò alle aziende familiari della Sorbara, non tralasciando letture intense specie dei classici latini e italiani, intrecciando amicizie e relazioni con esponenti del mondo delle lettere, delle arti. Legato con la famiglia a Venezia, al sopravvento nel 1796 di Napoleone e allo scoppio nel 1797 della Rivoluzione giacobina e alla nascita del Governo Provvisorio si ritirò nella vasta tenuta di Sorbara a pochi chilometri da Asola, amministrando inoltre altre proprietà come quelle di Borgo Poncarale, di Montichiari, ecc. Pur riluttante, dovette arruolarsi nel Corpo degli Ussari Cisalpini formato, il 24 settembre 1797, con giovani nobili o ricchi obbligati in ogni modo ad arruolarsi pena la confisca dei beni e ritorsioni sul padre. Trascorsi tra Brescia e Milano alcuni mesi di vita militare, sciolto il corpo tornò ad Asola.


Il 22 luglio 1801 sposava donna Paolina (Ferdinanda Amalia) Bergonzi di Parma figlia del maggiordomo di una bresciana, la contessa Fulvia Fenaroli. Le sempre più floride condizioni economiche gli permisero di viaggiare e di acquistare notevoli opere d'arte. Nel 1807 raggiunse Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Pompei, Ercolano, ecc. A Roma ebbe come guida Luigi Basiletti, frequentò lo studio del Canova e di altri artisti. Altri viaggi compì nel Genovesato, raggiunse il Sempione e spesso soggiornò a Milano e Venezia. La passione per l'arte e gli interessi culturali divennero sempre più intensi. Tornato a Brescia, affidò al Basiletti il compito di allestire al meglio l'abitazione di Brescia, allargata con l'acquisizione di altre abitazioni contigue. Acquisito, con la morte del padre avvenuta il 15 gennaio 1815 e della madre il 16 maggio 1816, il controllo di tutto il patrimonio, si dedicò con passione ad abbellire la dimora bresciana con opere d'arte. Il suo scopo, come ha scritto nel suo necrologi Francesco Gambara, "non era di formare una cosiddetta Galleria di quadri, ma bensì di presentare un elegante domicilio, fornendo con preziose e aggradevoli opere di mani maestre le stanze della nobile casa".


A Brescia, infatti, porta la "Sacra Famiglia" di Andrea del Sarto acquistata dal padre. Ad essa aggiunge via via altre opere. Solo per fare degli esempi: nel 1817 acquista il "Ganimede" del Thorwaldsen, nel 1819 attraverso il Basiletti si assicurava il busto di Eleonora d'Este del Canova; nel 1821 acquistava da certo Virginio Mazzoni di Firenze, non altro che un intermediario, l' "Angelo" di Raffaello; nello stesso anno comperava dalla contessa Percis Parravicini i due tondi dell'"Aurora" e della "Notte" ancora del Thorwaldsen. A queste opere se ne aggiungono molte altre quali: il bellissimo "Redentore" di Raffaello già del Mosca di Pesaro; la "Presa di Gerusalemme" ritenuto del Borgognone; la "Toeletta di Venere" dell'Albano, due ritratti del Morone, il "Presepio" di Lorenzo Lotto, il "S. Sebastiano" di Guido Reni, un ritratto del Bassano, un piccolo quadro del Mantegna, una "Madonna" di Simone da Pesaro, due quadri del Moretto, un ritratto del Tintoretto, alcuni piccoli quadri di pittori fiamminghi, una "Sacra Famiglia" di fra Bortolo dalla Porta. A questi dipinti di autori antichi fanno pendant quelli di molti contemporanei fra i quali alcuni del Basiletti ("Paesaggio con figure", "Enea che sbarca a Butrinto", il "Tempio della Sibilla Tiburtina" a Tivoli, una veduta delle vicinanze di Napoli, una del lago d'Iseo, un "Platone al Pireo", una "Niobe", una "Galatea"), una "Toeletta di Giunone", del Bezzuoli, che il Tosio manda a Roma a sue spese perché eseguisse una copia della "Scuola di Atene" di Raffaello, una "Ebe" del piacentino Lando, un "Raffaello che dipinge la Fornarina" dello Schiavoni, tre quadri del Canella, due del Migliara (fra i quali l'"Interno della Certosa di Pavia"), una caricatura del Borsato, un quadro del Vood, due del Granet ecc. Celebrati, al momento, furono un "Newton" del Palagi, gli "Esuli di Parga" dell'Hayez, il "Conte Ugolino" del Diotti e un paesaggio del D'Azeglio. E l'elenco continua con dipinti del Bisi, del Ferrari ecc.


Notevole la collezione di sculture fra le quali, oltre a quelle già citate, una "Naiade" e alcuni altorilievi del Monti, "Silvia" del Baruzzi, un puttino genuflesso del Pampaloni, due busti, uno di Napoleone e l'altro del Canova, del Gandolfi mentre nella cappella privata viene collocata una statua del Redentore del Marchesi. Ordina inoltre, ma non vedrà finito, un grande quadro del Podesti raffigurante "Eleonora d'Este che ascolta i versi del Tasso", un busto di Galileo, del Monti e il gruppo del "Lacoonte" del Ferrari. Il Tosio raccoglie inoltre stampe antiche e moderne, disegni di noti artisti, cammei, medaglie, vasi etruschi ecc.; ricca inoltre è anche la raccolta di libri d'arte e di letteratura. Accumula, insomma, un ingente patrimonio d'arte.


Svanita ogni speranza di prole il Tosio pensa di lasciare le sue collezioni al Comune di Asola e dà incarico nel 1829 all'arch. Vantini di erigere all'uopo un contenitore che le raccolga e conservi. L'architetto costruisce in breve un elegante palazzo con al pianterreno un portico ad arcate a tutto centro su pilastri a bugnati e al piano superiore, al quale si accede attraverso due imponenti scaloni, le sale per le raccolte. Sul porticato fa porre la scritta "Civium commodo Paulus Tosio erexit 1829". Ma il palazzo rimane vuoto. Avendo il Tosio udito un passante esclamare: "Il conte Paolo ha aperto bottega per prendere affitti" se ne adonta e ordina l'immediata chiusura del palazzo commissionando subito allo stesso Vantini di adattare la vecchia casa di Brescia e abitazioni annesse di via Pace (ora via Tosio) oltre che come abitazione anche come Galleria d'arte in grado di accogliere il ricco patrimonio artistico che intende destinare al Comune di Brescia. La ricostruzione si svolge dal 1829 al 1833 circa, e ne risulta una delle più raffinate abitazioni del tempo (v. Tosio, palazzo).


La collezione prima e poi anche il palazzo continuano ad attirare artisti e personaggi di grande levatura. Fra le molte personalità si contano nel 1822 il vice-rè e la consorte Maria Elisabetta principessa di Savoia, nel 1825 l'imperatrice d'Austria Carlotta Augusta di Baviera, il principe Francesco Carlo e la principessa Sofia di Baviera; nel 1838 vi volle tornare il vice-rè che sollecitò a fare altrettanto l'imperatore Ferdinando I. Inoltre visitano, tra gli altri, il palazzo Tosio i principi reali di Modena, quelli di Toscana, di Lucca, il principe ereditario di Russia, il principe reale di Prussia, la regina di Spagna Maria Cristina, e come suggerisce Pietro Zambelli "una folla di altri distintissimi personaggi secolari ed ecclesiastici". Ma casa Tosio è anche un "cenacolo" di letterati, studiosi, artisti, attirati dalla saggezza e cultura del conte e dalla vivace intelligenza e gentilezza della contessa Paolina. Accoglie, infatti, personaggi quali l'Arici, il Bianchi, il Nicolini, Luigi Lechi, gli Ugoni, Francesco Gambara, il Saleri, il Mompiani, il Sala, il Gigola, il Labus, il Richiedei ecc. oltre il Basiletti e il Vantini che abita proprio di fronte a palazzo Tosio. In un dipinto ad olio di Luigi Basiletti intitolato "Cenacolo" sono raffigurati i più assidui frequentatori della casa cioè il Basiletti stesso, Luigi Scevola, Giovita Scalvini, Cesare Arici, mentre il Panazza vi ha ravvisato Nicolò Bettoni, Camillo e Filippo Ugoni. In questo Cenacolo il Tosio ha modo di imporsi, senza prosopopea, per cultura, tratto e grande generosità d'animo. Federico Odorici afferma che "nei giorni festivi dalle ore 1 alle ore 3 pomeridiane, il palazzo Tosio accoglieva i dotti e i possidenti della città in cordiali conversazioni rivolte con particolare interesse all'arte e alla letteratura: si discuteva e si giudicava intorno ai capolavori, si recitavano brani di poesie e memorie ed anche il Tosio declamava numerosi versi dell'Alighieri, al quale era devotissimo".


Come scrive il Nicolini, in letteratura predilesse i poeti latini, "massimo del buon secolo, e i nostri latinisti del cinquecento erano quelli ch'egli avea più alla mano, e Virgilio fra i primi, de' cui nobilissimi versi avea piena la memoria, e che sopra tutti i poeti predileggeva, siccome Rafaello fra tutti i pittori". Ma grande amore ebbe per Dante del quale aveva mandato a memoria intiere cantiche. Conobbe e amò Manzoni. Sempre il Nicolini ha scritto che della poesia "non fu solamente studioso, ma cultore pur anche, siccome provarono alcuni felici suoi saggi di composizioni così italiane come latine, che la sua modestia non conservò, ma che tuttora nella memoria de' suoi amici si conservano". Delle sue "Considerazioni sulla protesi dell'Iliade" il Foscolo scriveva al Monti: "Il Tosi (o Tosio) è scrittore elegantissimo e di gusto simile a' que nasi che si risentono anche alla troppa fragranza delle mammole e mentre trovo peccati nell'Ode genetliaca, non trovo peccati nel discorso". Al Tosio letterato e cultore delle Muse, anche l'Arici indirizzò elogi, chiamandolo "d'alto ingegno e cor gentile". Fu socio, senza darvi peso, di accademie di Milano, Venezia e Bologna e a lungo censore dell'Ateneo di Brescia.


D'animo semplice il Tosio assieme all'arte e alla letteratura predilesse la vita semplice della campagna, coltivò l'agricoltura, anticipando quella moderna, attraverso esperimenti di colture, la cura delle scuderie, l'allevamento dei bachi. Ma amò le passeggiate, le partite a bocce, gli abbondanti desinari e i cori popolari nei quali eccelleva il capomastro Botturi di Canneto. Ma come rilevano le lettere che scrisse alla moglie il suo animo caritatevole risaltò specialmente nelle relazioni coi contadini di Sorbara e degli altri paesi dove aveva possedimenti. Si riteneva loro padre: non ne licenziò mai alcuno; trattava tutti con le più gentili e belle maniere come suoi eguali, compativa, aiutava, beneficava, arrabbiandosi soltanto quando vedeva i vecchi lavorare. Per i suoi coloni costruì case nuove e igieniche, soccorrendoli quando erano ammalati, pagando anche talvolta i loro debiti, donando loro del vino per il tempo dei lavori pesanti, ricompensava a iosa i lavori non obbligatori, e faceva trasportare presso di sé, in città, coloro che erano bisognosi di cure specialistiche. A Natale e spesso a Pasqua faceva loro festa, offrendo carne in grande quantità, sacrificando nella solennità addirittura un bue per darne a tutti in abbondanza. Commovente la testimonianza che della sua carità fornisce Pietro Zani il quale racconta come il Tosio gli affidò una somma considerevole di 5 mila lire perché ne beneficasse persone veramente bisognose a condizione che esse nulla sapessero da dove proveniva il denaro. Appoggio larghissimo offrì al beato Lodovico Pavoni e alle sue opere. A lui, dagli "Alunni del Pio Istituto", venne dedicato il primo volume di lavori drammatici stampato dalla Tipografia Pavoniana. Il Tosio è tra i presenti alla cerimonia inaugurale della Congregazione fondata dal Beato.


Amante della vita tranquilla e per niente ambizioso rifiuta cariche di prestigio quale la presenza nella Congregazione Centrale di Milano, chiestagli dall'Imperatore, la carica di podestà di Brescia; preferì, invece, ruoli più modesti ma anche impegnativi quali quello di consigliere della Biblioteca Queriniana, di deputato del Duomo nuovo e dei Luoghi Pii. Al conte Paolo il can. Giovanni Luchi, deputato alla fabbrica del Duomo, dedicava nel 1826 l'opuscolo dal titolo "Rito sacro compiuto nel Duomo di Brescia per l'innalzamento della Croce sulla cupola della Cattedrale (25 dicembre 1821)". Segno di riconoscenza per un altro atto di mecenatismo. Pur molto prudente il 3 marzo 1824 propose in consiglio comunale di inviare a Vienna una delegazione composta dal vescovo, dal podestà e dal nob. Clemente di Rosa in rappresentanza della deputazione provinciale, a supplicare grazia dall'imperatore per i congiurati del 1821. Due anni dopo nel 1826 fu coinvolto nell'inchiesta della polizia austriaca per il ritrovamento nell'aula di disegno del Liceo di una statuetta di Napoleone in divisa. Colpito nel settembre 1841 da sempre più gravi inconvenienti di salute che si rivelarono un'invincibile calcolosi morì improvvisamente l'11 gennaio 1842.


Con testamenti del conte Paolo Tosio del 12 marzo 1832 e della consorte Paolina Bergonzi del 20 gennaio 1842 le collezioni e il palazzo passarono al Comune di Brescia che vi allestì una pubblica Pinacoteca che raccolse, attraverso il legato Tosio, 95 dipinti antichi, 49 dipinti moderni, 18 marmi (statue, busti, medaglioni), 2 avori, 3 bassorilievi in cera, 4 bassorilievi in stucco, 145 disegni. Le collezioni Tosio vennero messe in mostra nell'ottobre 1981. Alla Biblioteca Queriniana donò anche importanti carteggi. Lo stesso Tosio, tra le molte elargizioni, lasciò un legato in favore dell'Ateneo, affinché fosse disposto un assegno annuo di Lire 800 (Legato Tosio) a beneficio "di giovani scarsamente provveduti di fortuna ed avviati allo studio delle belle arti". Insieme con il lascito più importante, fatto alla città di Brescia, quello della sua preziosa pinacoteca e della sua ricca libreria, è da citare poiché meno noto, quello di L. austr. 72.000, "da erogarsi in oggetti di pubblica beneficenza a giudizio di una Commissione da eleggersi da Mons. Vescovo, dal Podestà e dal Presidente dell'Ateneo".


Le donazioni vennero ricordate da medaglie una del 1842 con nel diritto il busto del Tosio e la scritta "G. Gironetti F." e nel retro la scritta "Per dono / di qvadri statve cammei / intagli disegni libri / e per larghe beneficenze / all'ottimo cittadino / Brescia / riconoscente. / Decr. del Consiglio Com. / V apr. MDCCCXLII". Un'altra del 1843 scolpita dallo Zapparelli e con la scritta "C. Paolo Tosio" e "La cittadina riconoscenza / MDCCCXLIII". Ai coniugi Tosio veniva eretta al Vantiniano, sulla tomba Tosio-Avogadro, ad opera dello scultore Gaetano Matteo Monti, una stele funebre nella quale è rappresentata la vedova del conte Paolo in pianto davanti al busto del marito.