TIMOLINE

TIMOLINE (in dial. Timoline, in lat. Temolinarum)

Abitato a m. 216 s.l.m., frazione del Comune di Cortefranca e parrocchia autonoma. È posto in ridente posizione su piccole colline sovrastanti le torbiere del Sebino. È a 21 km da Brescia, viene citato come "Curte Timolines" nel 766, "Themolina" nell'896, "Thimolina" nel 1184.




ABITANTI (Temolinesi): 260 nel 1567; 293 nel 1572; 145 nel 1580; 180 nel 1604; 150 nel 1620; 99 nel 1635; 116 nel 1644; 120 nel 1658; 128 nel 1727; 147 nel 1775; 151 nel 1791; 151 nel 1805; 192 nel 1819; 190 nel 1835; 214 nel 1841; 220 nel 1842; 210 nel 1848; 267 nel 1858; 265 nel 1868; 303 nel 1875; 321 nel 1881; 304 nel 1887; 370 nel 1898; 370 nel 1908; 470 nel 1913; 525 nel 1926; 510 nel 1939; 590 nel 1949; 680 nel 1963; 780 nel 1971; 892 nel 1981; 975 nel 1991; 1062 nel 1997.




Il nome deriva, secondo qualcuno, da Timolina, il nome volgare del Sorbo corallino, alberetto che si trova nella zona; altri sono ricorsi a "temolo" una qualità di pesce che si trova nelle torbiere da cui Temolinas per "peschiere". P. Guerrini, cambiando poi parere, sottolineò come anche in Irlanda vi siano località chiamate Timoline, Timoleagn e lo fece derivare da "tumuli" modeste elevazioni rappresentate dalle colline moreniche sulle quali il paese si estende. L'abitato sorge sulle cerchie collinari lasciate dall'ultima glaciazione (detta di Würm), fra lame e torbiere su sedimenti argillosi. L'antichità del luogo è testimoniata da rinvenimenti archeologici: grattatoi, microbulini, e nuclei di selce relativi al Mesolitico recente (civiltà del Castelnoviano) vennero raccolti da don Paolo Biagi nel 1971 presso la strada Provaglio-Timoline. Nello stesso anno, ad un centinaio di metri a NO della cascina Cerreto, sempre presso la torbiera d'Iseo, veniva rinvenuto un sito dell'antica età del Bronzo. Il poco materiale qui raccolto del tutto omogeneo pare attribuibile alla Cultura di Polada, fiorita all'inizio del secondo millennio a.C. in buona parte dell'Italia Settentrionale. I reperti fittili comprendono vasellame tipico, tra cui boccali monoansati con ansa a gomito, anfore e scodelle biansate. Più abbondanti furono i reperti archeologici emersi fortuitamente in lavori agricoli compiuti nel dicembre 1910 nelle proprietà Pizzini, consistenti in materiali ora conservati presso il Museo Archeologico di Milano e tratti da diciotto tombe ad incinerazione indiretta, a cassa. Tra i materiali sono da menzionare tre fibule di bronzo, tipo La Tène, tre torques in doppio filo bronzeo ritorto a fune, una spatola e numerosi oggetti ed armi in ferro; olle e olpi fittili, un boccale campaniforme, ceramica comune; un balsamario in vetro, una lucerna a disco figurato, una coppetta in ceramica a pareti sottili (I sec. a.C.-II sec. d.C.) ecc. Come ha rilevato Brunella Portulano "si tratta di oggetti di tradizione celtica commisti a materiali tipicamente romani; anche se l'associazione dei due gruppi nelle medesime sepolture non può essere provata". Mescolati all'atto del ritrovamento, i reperti indicano la presenza in luogo sia di contadini come anche di guerrieri e, nel tempo, specie per quanto riguarda la ceramica, da presenze tipicamente celtiche nell'ambito del II sec. a.C. fino all'età augustea. Gli studiosi hanno individuato un "tipo Timoline" in tre torques e due fibule a coda di gambero secondo lo schema antico (La Tène) già diffuso nella seconda età del Ferro. Materiali ceramici, schegge di selce e di osso del Bronzo antico, riferentisi alla civiltà della Polada, vennero fortuitamente alla luce nel 1971 e vennero messi in relazione con tracce probabili di palafitte. Il territorio di Timoline (come quello di Colombaro) frequentato da pescatori e cacciatori venne solo sfiorato, come indicano alcuni toponimi, dalla centuriazione, ma, come risulta dai reperti archeologici, fu conosciuto ed abitato nei tempi di Roma. Ha rilevato Brunella Portulano che particolari specie, i citati "torques", pur rifacendosi a costumi precedenti, sembrano riferirsi agli inizi dell'età imperiale. L'importanza di tali ritrovamenti ha fatto scrivere ad Enzo Abeni che Timoline "considerando la sua posizione al centro della valle d'Iseo, la si può definire la punta più avanzata dell'opera di bonifica che l'uomo fece o tentò di fare nei tempi più lontani, quando le acque del lago occupavano ancora decisamente tutto il territorio ora occupato dalla torbiera, e quando a S e a O si estendevano zone paludose".


Travolto dalle continue invasioni di popoli, il luogo compare come "corte Temoninas". Il 3 marzo 766 veniva confermata da Adelchi, figlio del re Desiderio, in proprietà alla sorella Ansilberga, badessa del monastero di S. Salvatore poi di S. Giulia. La località che era stata acquisita da Verissimo, principe longobardo, padre della regina Ansa e quindi nonno materno di Adelchi, era stata donata al monastero dal chierico Rachis o Arichis, figlio di Verissimo. Come sottolinea Enzo Abeni questo è "in assoluto il documento più antico riguardante una località della Franciacorta. La "curte Temoninas" costituisce inoltre una delle prime dotazioni fondiarie del monastero, successivamente incrementate, in breve tempo, da altre proprietà, fino a divenire, alla fine del IX secolo, uno dei più ricchi e potenti organismi economici d'Italia. Il più antico diploma che elenca complessivamente i beni mobili ed immobili del monastero bresciano è quello di Lotario I (15 dicembre 837), nel quale sono ricordate ben 27 corti, tra cui Timolinas e Hisieges"; e ancora da Carlomanno l'8 luglio 879. Dal celebre polittico o inventario delle proprietà del monastero del 905 sappiamo anche che la corte consisteva in una cappella con due altari, arredi sufficienti, e con un beneficio costituito da tre case, una caminata (una specie di casa signorile) con due contadini "manenti", terra da semina, vigna e un certo numero di animali. Vi abitavano undici contadini "prebendari" di cui tre maschi maggiorenni, quattro donne e sette bambini. Accanto, o comprendente la corte, esisteva un castello o meglio un borgo fortificato di cui, in tempi di invasione da parte di Ungari, re Berengario con Diploma del 4 marzo 915 autorizzava la fortificazione. Egli concedeva all'uopo alla figlia Berta, badessa del monastero di S. Giulia, di servirsi di una strada pubblica che corre intorno al castello del villaggio di Timoline chiamato Cendolo (o Sendolo) con l'autorizzazione a tagliare tale via, a scavarvi fossati e a costruirvi sopra tutte le fortificazioni che si ritenessero opportune, salvo l'impegno, per il monastero, di predisporre un'altra strada lungo la quale potesse venire avviato il pubblico transito. Il Diploma risulta molto importante, perché documenta per la prima volta il fenomeno dell'incastellamento delle campagne, che gli storici mettono in relazione con il bisogno di sicurezza determinato dalle periodiche incursioni e conseguenti razzie operate dagli Ungari fra l'898 e il 955. La Carta Archeologica della Lombardia ha individuato il centro curtense Temulina di proprietà del Monastero e il citato castello medioevale detto Cendolo, "Sendali" di proprietà del Monastero stesso, in mura altomedievali che esistono ancora in una località detta, appunto, "castèl". Le proprietà del Monastero di S. Giulia durarono fino al XV sec., come suggeriscono documenti di investitura della badessa di S. Giulia nel 1324, 1350, ecc.


Diritti e attribuzioni di beni nel territorio di Timoline ebbe il vescovo di Brescia, come è certificato da un'investitura di decime di novali, o territori di prima messa a coltura, concessi dal vescovo di Brescia Giovanni da Palazzo, il 22 ottobre 1196, al notaio Stefano da Torbiato e riconfermata a Maifredo da Torbiato nel 1287. Come ha rilevato Paolo Guerrini: «dalla primitiva "corte" (cortile o fattoria) monastica, che avrà avuto - sì e no - due o tre famiglie di coloni, si è lentamente sviluppato il comune, e poi la parrocchia, staccata dalla pieve d'Iseo e dedicata ai due santi martiri Cosma e Damiano, dei quali si celebra ancora la tradizionale "sagra" il 26 settembre. Vita laboriosa ma tranquilla di contadini e di vignaioli intorno al castello di S. Giulia, passato ai conti Lana de' Terzi, poi ai nob. Gandini, trasformato in due palazzi contermini dai conti Santi e poi proprietà dei baroni Pizzini, eredi dei Santi». Personaggi di Timoline sono nominati anche in documenti medioevali sparsi, quale quell'Oprando che nel 1217 era tra i nuovi abitanti del castello ricostruito di Canneto; nel 1225 un Lanfranco da Timoline possiede una pezza di terra sul Monte Denno o Maddalena. Antico comune rurale, Timoline è nominata nel 1385 come appartenente alla Quadra di Palazzolo, pur trovandosi in quella che era chiamata la "Valle di Iseo". Nel sec. XV ebbe il suo Lazzaretto nell'area sulla quale sorse poi l'attuale cimitero. Nel 1403 il Comune di Timoline risultava, con Nigoline e Colombaro, fra i più poveri della Quadra di Palazzolo, in quanto doveva corrispondere in tasse libre 4 e soldi 4, contro le ben 150 libre di Palazzolo, le 41 di Erbusco, le 30 di Adro, le 29 di Cologne, ecc. Nel 1473 non è nemmeno nominato tra i comuni "estimati" della Quadra di Palazzolo. Lo è invece, ultimo fra tutti, nel 1489. Nel 1750 è sempre fra gli ultimi, sia per numero di estimati che di contribuzione.


Fin dal sec. XV la proprietà andò concentrandosi in mano della nobiltà e della borghesia cittadina, che ampliò sempre più il terreno coltivabile a scapito della proprietà comunale. Come riferisce Bernardo Scaglia, nel 1531, a Timoline, dei 617 piò che appartenevano ai cittadini, solo 28 erano a bosco, mentre dei 91 di proprietà dei contadini 12 erano boschivi. Il paese venne falcidiato dalla peste del 1577, scendendo da 293 abitanti del 1572 a 145 nel 1580. Eppure nel 1610 il Da Lezze decanterà il paese "come terra ornata di belle case e giardini", annotando che aveva 16 paia di buoi, 8 cavalli e 17 carri. Il che non significa prosperità economica per la popolazione, ma per i "cittadini" che vi tengono la villa o la seconda casa. Infatti anche a Timoline si è insediata una nuova categoria di proprietari, quali i nob. Lana con i rami di Giacomo e Gaspare, e i Gandini, i quali nel 1610 sono anche proprietari delle due fornaci esistenti. Pur fra i più piccoli centri della Franciacorta, nei primi decenni esistette a Timoline, promossa da don Girolamo Inverardi, una scuola privata medio-superiore, frequentata, come risulta dal libro delle entrate del 1621-1623, da alunni di distinte famiglie (Appiani, Guarnieri, Savallo, Bona, Gandini, Butturini, Benaglia, Camozzi, ecc.) e provenienti dalle località più diverse. Sacerdoti insegnanti sono segnalati negli atti delle visite pastorali dei sec. XVII-XVIII. La strage che la peste seminò nel 1630 è significata dalle cifre degli abitanti, che risultavano in numero di 350, mentre nel 1640 erano ridotti a 147. La ripresa fu lenta: nel 1652 gli abitanti erano risaliti solo a 200. Per far fronte alle difficoltà e agli imprevisti del tempo, nel '700 Timoline aveva il suo piccolo Monte delle biade o di Pietà. Alla fine del '700 nel territorio di Timoline si coltivavano ancora ulivi. La crisi economico-sociale, aggravatasi nel `700, venne soltanto in parte arginata dall'attività di tre fornaci (Sovarda, Manerbi, Barboglio) e di una filanda di proprietà Bersi. Del resto la filatura continuerà fino alla seconda guerra mondiale. Ma dominante rimaneva in genere la povertà: nel 1766, ad esempio, su 180 abitanti gli estimati erano solo 7, con un estimo di 250 lire, fra i più bassi della Franciacorta.


Nel 1805 il Comune venne unito a quello di Colombaro, ritornando indipendente nel febbraio 1816. Pochissimi gli avvenimenti che segnarono il sec. XIX, fra i quali la nomina, nel 1829, di un chirurgo condotto nella persona del dott. Francesco Scanzi e la benedizione, il 12 giugno 1831, del nuovo cimitero. Nel frattempo si andava trasformando il quadro economico-sociale. Mentre nel Catasto napoleonico la proprietà nobiliare raggiunge il 44 per cento, nel Catasto austriaco si dimezza ed in quello del Regno raggiunge solo il cinque per cento, mentre quasi raddoppia la proprietà non nobiliare. Scarsa è l'eco degli avvenimenti nazionali sulla vita del borgo. Si ricorda un Pietro Lodovico Botticini ferito a morte nella battaglia di Custoza (24 giugno 1866); quasi totale l'assenza dalla vita politica del tempo. Nel 1880 furono solo 9 gli elettori al Parlamento, mentre pochi anni dopo erano 7 su 321 abitanti. Negli stessi anni sono sette i pellagrosi, sei i casi di difterite, e non mancano vittime della rabbia dei cani e pure diffusa è la scarlattina. Per niente brillante è l'istruzione scolastica, che vede la scuola disertata spesso dalla metà degli alunni. Un quadro della situazione economico-sociale è delineato in una relazione del 1890, fornita per una monografia sulla Provincia di Brescia. La relazione rileva come manchino nella zona industrie estrattive e industrie minerarie, come l'agricoltura sia "tutt'ora nello stadio d'infanzia, sia per la mancanza di capitali, sia per la poca volontà dei proprietari a compiere migliorie". "L'allevamento del bestiame limitatissimo e solo la bachicoltura e la produzione di vino siano sufficientemente sviluppati". Invece analfabetismo è già ridotto al 6 per cento, e la "cura dei poveri non lascia a desiderare". Alla povertà degli abitanti venivano incontro alcuni legati, fra i quali quello in data 27 marzo 1865 che disponeva di 1500 lire, il cui reddito doveva essere speso "a sollievo dei poveri malati della Parrocchia". Dal 1887 il legato venne gestito dal Comune. A "soccorso di famiglie bisognose" di Timoline e di altri paesi, nel 1898 disponeva un legato la duchessa Felicita Bevilacqua la Masa, morta il 28 giugno 1899. Un legato Cacciamatta assicurava ai malati un letto nell'ospizio.


I pochi segni di progresso sono: nel 1888 la messa all'asta del recapito di telegrammi e, nel 1893, l'istituzione di una collettoria postale di III classe. Quanto all'organizzazione sanitaria, nel 1876 Timoline si consorziava con i comuni di Clusane e Colombaro ed eleggeva con verbale 2 aprile 1876 (fino al 1895) il medico, dott. Filippo Rovetta. Nel 1894 il Comune di Timoline approvava il Regolamento Comunale di igiene e nel 1903 il regolamento per l'igiene del suolo e dell'ambiente. Nel 1904 era il Consorzio a darsi un regolamento per il servizio medico. Nel 1882 Timoline si era già consorziata con Erbusco e nel 1894, con molti paesi di Franciacorta, creava un Consorzio Veterinario con sede in Rovato. Nel 1904 tutte le località si davano un regolamento pel Consorzio Veterinario. Nel 1898, 4 ragazzi vennero mandati alle cure balneari di Celle Ligure, nel 1902 venne adottato il regolamento delle tasse locali, nel 1906 fu ampliata la linea elettrica con fornitura di energia motrice; nel 1910 fu dato il via alla costruzione dell'edificio scolastico. Nello stesso anno operai del luogo vennero ingaggiati a Iseo nella cava di torba. Dal settembre 1901 si erano manifestate le prime agitazioni sociali. Il 16 settembre la sottoprefettura di Chiari segnalava fra gli affittuali e coloni di Timoline "un tentativo di disordini" per aver chiesto la diminuzione del 30 per cento dell'affitto o che venisse tolto del tutto quello della casa, l'abolizione del "quinto dei bozzoli", la divisione a metà di "tutte le semenze, l'abolizione totale della regalia del pollame". L'agitazione si risolse con una piena sconfitta dei reclamanti, che il 19 settembre ritirarono "le domande di miglioramento dichiarando di seguire gli antichi patti stabiliti". Timoline fu tra i pochi comuni a resistere ancora nel 1925 all'adesione alla federazione degli enti autarchici, cioè fascista.


Nel 1928 finiva l'autonomia del piccolo Comune. Il 24 marzo infatti la Prefettura proponeva l'unificazione in uno solo dei comuni di Colombaro, Nigoline, Timoline e Borgonato con denominazione Sebinia. La commissione dava parere favorevole, respingendo però come "non molto appropriata e opportuna" la denominazione di Sebinia. Con R. Decreto 14 luglio 1928 n. 1837, l'unificazione diventava effettiva con denominazione Cortefranca e sede attuale comunale a Timoline (via Seradine, 7). La seconda guerra mondiale richiese varie vittime, alle quali il 6 novembre 1955 veniva dedicato un monumento costruito dalla ditta Maistrini di Paratico. Determinante allo sviluppo di Timoline fu la strada Rovato-Iseo, che dapprima angusta, con tracciati viziosi e pendenze forti, venne, con decreto del 2 dicembre 1866, classificata provinciale e, a partire dal 1889, fatta oggetto di una sistemazione generale. Si aveva l'intenzione che tale strada avesse ad ospitare anche una linea tranviaria, che fu per qualche anno la guidovia Iseo-Rovato-Chiari, ma che scomparve in breve tempo. Completata la sistemazione nel 1896 e sempre più allargata, la strada trasse dall'isolamento Timoline ed altri paesi. Il fatto di essere collocata sulla strada principale della zona, la Iseo-Rovato portò a Timoline nel secondo dopoguerra uno sviluppo rapido e continuo. Nel 1955 venivano avviati corsi di agricoltura; nel 1973 fu costruito un campo sportivo ed eretta una cappella ai Caduti di guerra, davanti alle scuole. Si sviluppano inoltre attività artigianali e industriali, quali la ditta di laterizi Pezzotti, Anessi e Biasca. Tale sviluppo continuò anche negli anni che seguirono. Diventato soprattutto il fulcro commerciale del comune, sede di supermercati e di negozi, Timoline diventò importante anche sul piano civico e del tempo libero, registrando la concentrazione di una palestra, di un bocciodromo, di bar, sala riunioni, ecc. Divenne sede di servizi sociali, tanto da far scrivere ad un anonimo giornalista, il 30 agosto 1986: "Timoline, capoluogo delle quattro frazioni". Nel 1983 veniva creato il gruppo d'animazione giovanile che si fece promotore di attività culturali e specialmente musicali. Il 18 giugno 1987 veniva aperto al pubblico, sulla statale Rovato-Iseo, un nuovo supermercato della Esselunga, su una superficie di 3.500 mq. L'agosto seguente le scuole medie ospitavano la rassegna dell'antiquariato. Nel 1988 la società Mafeco lanciava il progetto, su un'area di 40mila mq di un parco di divertimenti acquatici, o "Acqua splash". Assieme ai supermercati e al commercio in genere è andata espandendosi la viticoltura, concentrata specialmente nelle aziende Barone Pizzini, Bersi Serlini, ecc. Nel 1993 venivano restaurati e adibiti a negozi e abitazioni due antichi edifici al centro del paese. Nel 1994 fu ingrandito l'edificio scolastico e furono create una nuova biblioteca comunale e la sala civica. Nello stesso anno veniva ampliato il cimitero; nel 1995 sistemato il campo sportivo e creati nuovi parcheggi. Nel novembre 2002 veniva aperto il nuovo Centro Commerciale "Corte Franca", posto di fronte al supermercato Esselunga.




ECCLESIASTICAMENTE. Non è chiaro se Timoline sia appartenuta alla pieve di S. Andrea di Iseo o a quella di S. Maria di Erbusco. La parrocchia si formò nel sec. XV ed ebbe la sua sede nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano, mentre quella di S. Giulia rimase cappella sussidiaria, dotata di beneficio semplice o clericale e continuò a dipendere dall'omonimo monastero di Brescia. La chiesa dei Ss. Cosma e Damiano sorta ai piedi della collina sulla quale sorgeva il castello è già nominata in bolle pontificie di Innocenzo II (1132), Eugenio III (1148), Lucio III (1184), Innocenzo IV (1251) che confermandola al monastero di S. Giulia ricordano le due cappelle. Come scrive Paolo Guerrini: "fino al secolo XV i sacerdoti beneficiati della cappella dei Ss. Cosma e Damiano non furono che semplici cappellani, dipendenti dal monastero di S. Giulia per il beneficio, e dalla pieve di Iseo per la cura d'anime". Nel catalogo d'inventario dei benefici ecclesiastici del 1410 la chiesa dei Ss. Cosma e Damiano ha un beneficio del valore di cinque libre e ha due "benefici clericali" (S. Giulia e S. Maria) di libre quattro ciascuno. L'ultimo beneficiato nominato dal capitolo del Monastero di S. Giulia fu don Pierino Giovanni Bertoli, eletto nel 1456. In parrocchia è indicata l'esistenza, fin dal 1491, della Scuola o Confraternita del SS. Sacramento, che circa cento anni dopo contava 34 iscritti. Nel catalogo del 1532 della quadra di Palazzolo, la chiesa parrocchiale dei Ss. Cosma e Damiano registra un beneficio di 40 ducati goduto da don Agostino de Gandini e un chiericato di S. Maria di Timoline (tenuto da don Bernardo di Palazzolo), del quale non si specifica il valore. È probabilmente questo don Agostino Gandini a edificare una nuova chiesa e a ornarla di affreschi. In seguito si ebbero beneficiari che mantennero in parrocchia sacerdoti mercenari. Di loro si possono ricordare don Giorgio Martelli, chierico comasco ma residente a Roma, che nel 1562 rinunciava a favore del nob. Leandro De Terzi Lana, contemporaneamente arciprete di Desenzano, prevosto di Calcinato, canonico della Cattedrale di Brescia, ma residente a Roma. In quella città egli era familiare del card. Gianfrancesco Gambara e, per breve tempo (1565), vicario della Diocesi di Brescia. Fu rettore di Timoline per due anni (1562-1563).


Dopo anni di grande abbandono, nel clima di rinnovamento del Concilio di Trento la parrocchia ebbe la fortuna di avere come parroco dal 1563 il timolinese don Francesco Maria Borella de Scalmanatis, che il 19 aprile 1565 affrontò il problema della chiesa fatiscente. Il 5 marzo 1565 indirizzava una supplica al vescovo per alienare alcuni fondi del beneficio onde riparare la chiesa e la casa canonica vetustate labentes per la continua assenza dei parroci precedenti. In un lungo processo alcuni abitanti di Timoline descrivono lo squallore e la rovina della chiesa e della canonica, che il buon parroco Borella restaurò alla meglio nel 1568 anche con l'aiuto delle nobili famiglie locali. Alla sua morte, avvenuta il 10 luglio 1570, gli successe Gio Batta Santicoli di Valcamonica, forse di Pian Camuno, già mansionario della cattedrale di Brescia e famigliare del vescovo Bollani. Nominato vicario parrocchiale il 20 luglio 1570, resse la parrocchia per mezzo di coadiutori. Rinunciò la parrocchia a favore del nipote Girolamo e moriva nell'agosto 1590. In quegli anni la parrocchia era sotto la vicaria di Adro e vi svolsero il servizio di curato don Francesco Capponi da Zurlengo (1572-1574); Pietro Marzolo (1574-1576). Durante questo parrocchiato Timoline ebbe la visita di S. Carlo, i cui incaricati trovavano la chiesa ben decorosa, con addirittura otto altari, con battistero, campanile, campane, casa parrocchiale con giardino. Il parroco non era all'altezza del suo compito, per cui gli venne intentato nella Curia di Brescia un processo, dal quale risultarono le numerose assenze del sacerdote, da nessuno sostituito, per cui un bambino era morto senza battesimo; inoltre egli esercitava un qualche commercio, teneva in casa archibugi "da ruota" e uno spadone a due mani, rifiutava anche, pur richiesto, di confessare, disattendeva la raccomandazione fattagli da S. Carlo di distribuire elemosine. La visita di S. Carlo lasciò un duraturo ricordo, per cui quando venne fatto al santo, a brevissima distanza dalla canonizzazione, si fece un solenne voto "di quattro venerdì" per la preservazione dalla tempesta e da altre avversità, voto che venne poi commutato in una solenne processione da tenersi il primo giorno di maggio. Il catastico del 1609 avverte: chiesa di S. Damiano governata da preti con entrata di 220 ducati, che vanno divisi tra il parroco e i cappellani in misura imprecisata. Il "Coelum Sanctae Ecclesiae" del Faino registra la presenza delle chiese dei Ss. Cosma e Damiano, con tre altari, e di S. Giulia. Lo "Stato del Clero bresciano" (1727) informa che la Parrocchia dei Ss. Cosma e Damiano di Timoline, nella Vicaria Foranea di Iseo è rettoria di libero conferimento con la rendita di 150 scudi e con 128 abitanti.


Parroci e sacerdoti si dedicarono all'insegnamento. Tra essi si distinse don Girolamo Inverardi che, come detto, agli inizi del '600 apriva un'accademia o scuola superiore. Nel sec. XVIII è ricordato don Giovanni Maria Marzoli, parroco dal 1744 al 1774, del quale si legge nel registro dei morti che "è sempre stato amato e venerato da tutti, del quale può dirsi che seipsum exinanivit in vantaggio di questa Chiesa e Popolo e che è stato lo specchio de' veri Parrochi colla continua ressidenza attiva e prudentissima usque ad mortem". Sul ritratto conservato nella sagrestia, si legge che visse non per sé ma per Dio e il suo popolo. Si deve al card. Lodovico Calini il dono, nel 1775, delle reliquie dei Ss. titolari Cosma e Damiano. Le ricevette don Dioniso Agnesi, che in morte, nel 1781, fu ricordato come "non meno esemplare che zelante, compianto teneramente da tutti i suoi parrocchiani". Cure particolari dedicò alla chiesa parrocchiale.


Durante la rivoluzione giacobina del 1797 il beneficio parrocchiale venne usurpato da un certo don Giacomo Plebani, un "intruso (come vicario parrocchiale) dalla municipalità di Iseo", dato che il parroco legittimo, don Giuseppe Vezzoli, non volle uniformarsi "alle massime" del Governo Provvisorio di Brescia. La chiesa andò raccogliendo alcuni legati, mentre nel 1833 don Ambrogio Cacciamatta eresse una cappellania. Di grande esempio sacerdotale per la profonda pietà e carità fu don Giovanni Battista Angelini (1840-1865), fratello di ottimi sacerdoti. Eroico, nell'assistenza ai malati, durante l'epidemia del colera, lasciò tutta la sua sostanza alla Congregazione di Carità di Timoline. Anche il suo successore don Francesco Omoboni (1865-1890) fu molto amato per la sua bontà, amabilità, vita sacerdotale esemplare. Una svolta nella vita parrocchiale fu dovuta a don Angelo Roveglia (1890-1916). A lui si deve l'erezione (1911-1912) della nuova chiesa parrocchiale; spendendo del suo, provvide agli arredi, riordinò il beneficio e l'archivio parrocchiale. Paolo Guerrini lo ricordò in morte come: "uomo di rettitudine, di sincerità e di attività; sembrava nato per il comando. Amministratore abilissimo; stimò lo splendore del culto". Nel 1918 veniva, con il lascito testamentario di don Roveglia, eretto l'asilo infantile e assieme veniva avviato l'oratorio femminile, l'uno e l'altro affidati poi, nel 1940, alle Suore della Sacra Famiglia di Comonte di Seriate della beata Cerioli. Nel 1922 venne autorizzata la costituzione della Congregazione del Terz'Ordine Francescano, che però non ebbe seguito. Il 27 marzo 1949 veniva benedetto il campo di calcio parrocchiale; il 28 agosto seguente benedette le due nuove campane, fuse dalla ditta Colbacchini di Trento in sostituzione di quelle levate in tempo di guerra; pochi mesi dopo, il 27 novembre benedetta la nuova casa canonica. Frequentato fu il congresso eucaristico del 2-9 marzo 1952, e l'anno mariano del 1954. Nel 1953 la parrocchiale organizzava le scuole serali. Don Gatti arricchiva inoltre la chiesa di nuove statue: quella di S. Luigi, della bottega Poisa (1953), quella di S. Agnese della ditta Comploi di Bolzano (1958) e quella di S. Giovanni Bosco (1959). Il 29 maggio 1960 venivano benedetti i restauri della chiesa, l'ampliamento dell'asilo con una cappella e nuove opere per la gioventù. Negli anni '70-'80 veniva avviato il centro "Il Focolare" e nel 1973 rinnovato il campo sportivo. Nel settembre 1983 per iniziativa di don Vittorino Bracchi venivano ultimati i lavori del nuovo oratorio e centro giovanile e benedetti i locali dal vescovo mons. Bruno Foresti.




CHIESA PARROCCHIALE ANTICA. Probabilmente eretta dal nob. don Agostino Gandino nella prima metà del sec. XVI, era ornata di pregevoli affreschi del cinquecento, in merito ai quali ha scritto P. Guerrini: "Nell'abside restava un grande Crocifisso, fiancheggiato dai due santi medici Cosma e Damiano, titolari della parrocchia, che riappaiono a fianco della Vergine Addolorata in adorazione del Cristo morto deposto dalla Croce con la Maddalena e S. Lorenzo. In un altare dedicato a S. Antonio abate splendeva la figura del santo ispirata a quella famosa del Moretto esistente nel santuario di Auro (Comero) e alla tempera della chiesa parrocchiale di Marmentino. Su due di questi preziosi affreschi appare il ritratto di un giovane sacerdote; è il committente dei lavori". Paolo Guerrini ritiene si debba identificare nel nob. Agostino Gandino "che intorno al 1530, epoca che si può assegnare a questi affreschi, era parroco di Timoline, dove la sua famiglia teneva possedimenti". Tali affreschi vennero staccati nel 1956 da Francesco Lorandi e collocati nella nuova parrocchia. La chiesa, dopo anni di quasi abbandono, venne restaurata nel 1568 dal parroco Borella De Scalmanatis, con l'aiuto delle famiglie nobili di Timoline: Lana de' Terzi, Fenaroli, Gandini, Gaioncelli-Barboglio di Lovere e altri. Cure per la chiesa ebbe anche don Dionisio Agnesi (1775-1781).


La chiesa era in tale degrado che il 23 febbraio 1910 l'ufficiale sanitario si sentiva in dovere di scrivere in una sua relazione di averla trovata: "in condizioni veramente deplorevoli nei riguardi della pubblica igiene, umidissima, con pavimento infiltrato di salnitro e posto su un volto di sotterraneo" contenente tombe che non può sopportare con sicurezza il carico di numerose persone. Nel 1914, in concomitanza con l'inaugurazione della chiesa nuova, venne rifatto il tetto e abbattuto il pronao-portico della facciata. Contemporaneamente venne imbiancata la vecchia sagrestia. Nel 1939 venne trasformata in teatro e sala di proiezioni. Nel 1976 l'ambiente venne adibito ad uso palestra delle scuole comunali.




NUOVA CHIESA PARROCCHIALE DEI SS. COSMA E DAMIANO M. Le condizioni miserevoli dell'antica chiesa parrocchiale stavano sollecitando il parroco don Angelo Roveglia e la popolazione a costruirne una nuova. Il vicario foraneo stesso, visitandola nel 1910, scriveva: "La chiesa è piccola e si fanno pratiche per erigerne una nuova". Infatti probabilmente già dal 1909 il parroco aveva commissionato il progetto di una nuova parrocchiale all'ing. Giovanni Tagliaferri, che nel gennaio 1910 lo firmava; poco dopo veniva firmato il contratto e capitolato con l'impresa Alessandro Della Torre e Michele Parzani per le opere murarie, affidandone la direzione dei lavori all'ing. Bevilacqua. Iniziata il 30 giugno 1911, con il sostegno della popolazione e di un legato del barone Enrico Pizzini, e con l'intervento di ditte locali (Berlucchi, Anessi, Società Rovatese Cementi), la costruzione venne terminata in un anno circa. Fu benedetta da mons. Bonomelli (v. Geremia Bonomelli), amico del parroco don Roveglia, il 12 ottobre 1912 e poi consacrata dal vescovo di Brescia, mons. Gaggia, il 5 settembre 1914. Nello stesso anno veniva restaurato il campanile, sul quale venne posto un concerto di 5 campane. Nonostante i momenti tragici della seconda guerra mondiale, sotto la guida del parroco don Giuseppe Gatti venne costruita, ad opera della ditta Raffaele Soligo di Villa d'Erbusco, della ditta edile Pierino Lazzaroni di Timoline e sotto la guida del geom. Gerolamo Mondella, la nuova facciata, inaugurata il 28 ottobre 1945. A ricordo venne posta una lapide con l'iscrizione: "Il popolo di Timoline - sciogliendo voti riconoscenti a Dio - per gli scampati orrori della guerra - abbelliva questa facciata a memoria imperitura del sacrificio dei suoi soldati morti e vivi - auspicio di rinascita e concordia - nella fede di Cristo Signore". A distanza di un anno, sempre don Gatti affidava a Raffaele Soligo le decorazioni e a Umberto Severin di Paese (Treviso), le figure della decorazione del coro, inaugurate il 27 ottobre 1946. I restauri vennero poi inaugurati il 28 settembre 1947, in occasione del 25° di sacerdozio del parroco. Il 25 febbraio 1962 veniva benedetta la nuova Via Crucis, dipinta dal veneto Umberto Rossato e con completamenti decorativi di Raffaele Soligo. Seguiva, nel 1965, una nuova illuminazione della chiesa. Nel settembre 1967 veniva inaugurata la nuova cappella della Madonna di Fatima con statua della B. V. e paliotto in cirmolo ricco di intagli di Giovanni Fiorini di Brescia. Nel 1972, nel vano della scala del pulpito veniva ricavata una cappella con un gruppo ligneo della Crocifissione. Nel 1989 veniva di nuovo abbellita la facciata. Il sagrato è adorno di una statua di Gesù flagellato alla Colonna, opera di Andrea Mozzali di Guastalla del 1969. La facciata è adorna delle statue dei Ss. Cosma e Damiano, in marmo di Carrara, opera dei fratelli Rebecchi di Pietrasanta. La porta maggiore costruita con le minori da Benedetto e Paolo Rivetti di Rovato, venne ornata di nove pannelli in bronzo raffiguranti momenti del pontificato di Paolo VI, opera ancora di Andrea Mozzali. Il primo altare a destra, in un primo tempo dedicato a S. Antonio abate, è, dal 1956, consacrato a S. Antonio di Padova, che appare in un affresco staccato dalla vecchia chiesa parrocchiale di cui si è già detto. Il secondo altare di destra è dedicato alla Madonna del Rosario. Fu costruito da Benedetto e Paolo Rivetti di Rovato su disegno dell'ing. Tagliaferri. In una nicchia contornata dai Misteri del Rosario e raccolta in una soasa ad opera dei Rivetti vi è una statua della Madonna. L'altare maggiore, con tabernacolo e gradini di marmi policromi, ha una tela raffigurante i Ss. titolari Cosma e Damiano, opera firmata da Antonio Paglia sotto la data 1733, raccolta in una cornice eseguita dai Rivetti. Il coro venne trasferito dalla vecchia chiesa e restaurato pure dai Rivetti. Scendendo lungo il lato di sinistra si incontra l'altare dedicato a Cristo Risorto, raffigurato in un affresco riportato su tela, proveniente dalla parrocchiale antica. È adorno di una statua di S. Giuseppe. Il secondo altare di sinistra, prima dedicato a S. Giuseppe, dal 1956 lo è al Crocifisso. Fa da pala un affresco riportato su tela, proveniente dalla parrocchiale antica, e raffigurante il Crocifisso con la Madonna Addolorata e S. Lorenzo. L'organo attuale risale al 1797. Non se ne conosce l'autore. Venne poi restaurato da Felice Cadei nel 1841, di nuovo dallo Sgritta nel 1894 e dalla ditta Bianchetti nel 1902. Nel 1922 venne assemblato da Frigerio, Maccarinelli e Fusari. Ultimo restauro avvenne nel 1993 ad opera di Luigi Gaia. La cantoria è stata costruita da Benedetto e Paolo Rivetti. In sagrestia sono conservate una tela raffigurante la Madonna del Rosario firmata "Antonius Palea 1733" raccolta in una cornice dorata proveniente dalla chiesa di S. Giulia e ivi depositata per eredità del 2 luglio 1897 da parte del conte Bernardino Santi. Vi esiste inoltre una più piccola tela raffigurante la B. V. Maria e S. Antonio. Il campanile venne eretto probabilmente assieme alla vecchia chiesa parrocchiale. Nel 1842-1844 circa venne innalzato "togliendolo della sua difformità". Su di esso venne posta nel 1848 una nuova campana.




CAPPELLA DI S. GIULIA. Di una cappella, forse già dedicata a S. Giulia, della quale non si menziona la data di erezione, si parla nel Polittico del Monastero del sec. IX. Di essa, che ha due altari, si dà una descrizione dettagliata degli arredi: «quattro vesti di seta e due di lino, una corona di bronzo, un turibolo, tre "corones", un calice d'argento, due patene di stagno, un vangelo, un messale, una pianeta, ecc.» L'attuale, tuttavia, come ha constatato Angelo Valsecchi dopo attente indagini archeologiche, venne costruita in altro luogo tra l'XI e il XII sec. Come sottolinea lo stesso Valsecchi "la dedicazione a Santa Giulia testimonia comunque come il monastero bresciano avesse in età romanica ancora cospicue proprietà in Timoline, proprietà che vennero mantenute sino alla fine del 1500. La chiesa di Santa Giulia è ricordata in vari documenti pontifici del XII secolo che confermavano al Monastero di S. Giulia i fondi ubicati nel centro franciacortino". Quando il parroco Giorgio Mandelli tentò di incorporare il piccolo beneficio della cappella in quello parrocchiale, il nob. Oldofredo Oldofredi di Iseo, titolare del beneficio, ricorse contro la pretesa ottenendo ragione il 10 marzo 1562. All'epoca della visita di S. Carlo (1580) era stata "di recente riparata". Nella visita del 1598 don Alfonso della Corte di anni 40, residente in Nigoline, aveva un chiericato a Timoline conferitogli dalla badessa di S. Giulia, Serena de Bonis. Il beneficio venne dato, in seguito, ad un nob. Gridi veneto (1621), a D. Francesco Occhi-Maggi (14 luglio 1660), a D. Carlo Vescovi (4 maggio 1668) e a suo nipote D. Giambattista Vescovi di Palazzolo (4 dicembre 1681), a D. Giuseppe Benedetti (5 maggio 1711) e al nob. D. Mario Ghidella (30 gennaio 1730). Fu soppresso nel 1866 e l'ultimo cappellano fu don Pietro Baroni. La chiesa venne incorporata nel palazzo attiguo e trasformata in cappella privata. Passò ai nob. Gandini, via via ai conti Santi, alla duchessa Bevilacqua La Masa, ai baroni Pizzini Piomarta ed infine agli attuali proprietari. La chiesetta venne eretta su un'area di lavorazione di calce e anche su una piccola sepoltura preromanica ospitante i resti di un bambino. Angelo Valsecchi la descrive: "molto semplice, ad aula unica disposta lungo l'asse EO con abside ad oriente (secondo i canoni costruttivo-religiosi delle chiese medievali) e copertura lignea a capanna. Le dimensioni dell'aula (circa 4,85x7,80 metri), l'altezza del locale e la presenza dell'abside semicircolare risultano ben proporzionate e costituiscono un insieme equilibrato ed armonico". Nel sec. XVII venne, sul lato O, eretto il nuovo portale in pietra di Sarnico, furono intonacate le pareti, tamponate le monofore dell'abside. Nuovi interventi vennero compiuti nel sec. XIX. "Gli intonaci più antichi sono stati rintracciati unicamente nella zona absidale dove sono affiorati lacerti di affreschi che per le caratteristiche stilistiche possono essere attribuiti al XIV sec. Nella volta è apparsa iconografia del Cristo benedicente creatore dell'universo (Pantocreatore) racchiuso nella classica forma della mandorla con ai lati i simboli dei quattro evangelisti raffigurati con una forte carica di naturalismo. Sulla parete curva è visibile invece una teoria di Sante, dalle figure esili ed allungate, che tengono in mano la palma simboleggiante il martirio; esse si affiancano da entrambi i lati ad una Santa centrale, con ogni probabilità Giulia, caratterizzata da una ricca veste e da una corona reale sul capo. Dello stesso artista si conserva un brano di affresco, posto sulla parete esterna meridionale, in cui si coglie la presenza di una Madonna con Bambino ed, in posizione inferiore, un santo monaco, forse benedettino, e la figura della stessa Santa coronata già osservata all'interno". La pala dell'altare raffigura la Madonna del Rosario con papa Pio V, don Giovanni d'Austria e una dama della famiglia Lana. La chiesa ha un campaniletto a vela.




PALAZZI. La corte monastica (Cascina Bersi Serlini). Della corte sussiste traccia in una costruzione medievale forse deposito rurale o abitazione dei monaci quando si recavano nei campi per i lavori. L'origine monastica potrebbe apparire dalla struttura architettonica che si sviluppa lungo l'asse EO parallela ai margini delle torbiere sebine, in direzione del monastero. L'edificio solido e massiccio è formato da cocci, mattoni e pietre regolarmente disposti e presenta alcuni elementi architettonici e decorativi che ancora si conservano integri e che vivacizzano la semplicità del sobrio fabbricato. Di fronte al vecchio pozzo, sotto un portico in cotto e legno, si aprono le antiche cantine dalle volte a botte e a crocera tipiche del '400, per cui si può ipotizzare tra il 1400-1450 l'epoca della costruzione. Questa tesi è avvalorata anche dalla particolare, originale disposizione dei mattoni, che in un recente restauro è stata giustamente ben evidenziata. Allo stesso periodo tardo-gotico si possono far risalire sia l'apertura trilobata (gotico fiorito) sulla facciata S, sia le altre due sulla facciata N. C'è, ancora sufficientemente leggibile, un grande affresco, documento della religiosità degli abitanti, che ingentilisce il rustico portico. Esso rappresenta la Madonna col Bambino in trono e S. Antonio Abate sulla destra, che la tradizione vuole protettore del bestiame e della campagna in genere; presenta nell'impaginazione prospettico-architettonica dell'alto trono curvilineo e nel panneggio del manto della Vergine caratteri iconografici cari al gotico internazionale che ancora persisteva nelle valli e nei paesi. Anche la gamma cromatica su tonalità calde, per quanto scialbata, ci riporta al gusto del '400 e del primo '500. L'affresco poi, per uniformità di gesti e di impianto, richiama molti altri affreschi votivi della zona, a cui l'ignoto autore deve sicuramente avere attinto. Così, questo antico fabbricato colonico, viva testimonianza di tanta storia, conferisce particolare fascino all'ambiente, creando un'atmosfera ricca di cose vissute.




BIOLCHERIA. Risale al 1300-1400 il caratteristico edificio della "Biolcheria Bersi", legato con tutta probabilità agli ultimi tempi della corte monastica per ospitare i contadini. Più recentemente ospitò le scuole comunali, in seguito, la Casa del Fascio e, negli anni '60 del sec. XX, le ACLI, attività commerciali e del tempo libero.




EDIFICI. Tra gli edifici di notevole rilievo sotto il nome di Villa Pizzini già Lana sono le due ville racchiuse in una cinta e un belvedere a S. Quella a N venne costruita probabilmente nel sec. XVII. Come ha scritto Fausto Lechi (in "Dimore bresciane" vol. VII): "Di struttura molto elementare, semplicissima, ha però, nel suo insieme un'impronta assai signorile sia nel prospetto verso il cortile a mezzodì sia in quello verso il giardino e il parco; bellissimo questo da dove lo sguardo spazia sul bacino meridionale del lago d'Iseo, sulle sponde e sulle isole. La facciata ha nove finestre, quattro e quattro, più una centrale un poco distanziata dalle altre: su di essa si nota un frontone poco elevato, ma sufficiente a movimentare la linea del cornicione. Verso il cortile, il portale d'ingresso è ben decorato in pietra. Il palazzo è fiancheggiato ai due lati da due costruzioni basse che forse sono la base di due torri che, nel progetto, avrebbero dovuto salire a far da supporto all'edificio centrale". Se l'ingresso non ha nulla di notevole, la villa ha belle sale con decorazioni secentesche e del '700 e affreschi di Carlo Carloni raffiguranti Bacco e Cerere. C'è pure un piccolo salotto con vedute dei dintorni della villa. L'altro fabbricato, scrive il Lechi, "è una grande costruzione del primo Ottocento, senza particolari caratteristiche". Nel recinto sorge la cappella di S. Giulia cui si è già accennato.




Notevole è anche la CASA BERSI-SERLINI edificata tra la fine del '500 e gli inizi del '600, con l'aggiunta, nel '700, del portico. Già dei Cacciamatta, è passata, attraverso Maria Cadei Parisio, che l'aveva ereditata dal prozio Giulio Cacciamatta, ai Bersi Serlini, che ne han fatto il centro di una grossa azienda vitivinicola.




RETTORI-PARROCI. Giacomo Lanzoni (rinuncia 1329); Giovanni Pozzi (n. 8 agosto 1329 - ?); Martino di Lussemburgo (eletto 17 dicembre 1340 - ?); Martino Mandelli (eletto 8 febbraio 1347 - ?); Pierino Giovanni Bertoli (eletto 9 giugno 1456); nob. Agostino Gandini (1532 - ?); Giorgio Martelli di Como (rin. 16 agosto 1562); Leandro de Terzi Lana (el. 10 agosto 1562 - rin. 1563); Francesco Maria Borella De Scalmanatis di Timoline (eletto 19 aprile 1563 - m. 10 luglio 1570); Giambattista Santicoli (20 luglio 1570) che poi rinunciò a favore del nipote; Girolamo Santicoli (m. agosto 1590); Maffeo Perini di Iseo (eletto 10 settembre 1590 - m. nell'agosto 1610); Paolo Andrea Guaino o Guaglino di Ceto (1 luglio 1611 - 10 novembre 1622); Orfeo Andreasio o Andreani bergamasco (10 novembre 1622 - m. nel giugno 1623); Urbano Girolamo Inverardi di Brescia (18 maggio 1624 - 1631); Domenico Balsamino di Gorzone (1632 - m. 13 novembre 1661); Matteo Travagliolo di Savallo (5 dicembre 1661 - rin. nell'aprile 1665); Alessandro Carlo Tempini di Peschiera Maraglio (4 febbraio 1666 - rin. 1689); Innocenzo Pietro Tempini di Peschiera M. (1689 - m. 15 dicembre 1694); Carlo Tempini (5 gennaio 1695 - rin. maggio 1704); Clemente Giuseppe Marsaglia di Provezze (10 aprile 1706 - rin. 1709); Giov. Battista Battiani di Pisogne (20 settembre 1709 - m. 12 febbraio 1733); Giulio Tavolini di Sulzano (17 giugno 1733 - m. 14 febbraio 1744); Giov. Maria Marzoli di Erbusco (16 ottobre 1744 - m. 16 dicembre 1774); Dionisio Agnesi di Peschiera M. (7 giugno 1775 - m. 1 marzo 1781); Giuseppe Vezzoli di Adro (18 aprile 1781 - m. 7 novembre 1810); Antonio Falardi di Fonteno (Bg) (14 marzo 1811 - rin. 18 novembre 1828); Giovanni Zanotti di Clusane (11 febbraio 1829 - 24 marzo 1840); Giov. Battista Angelini di Rovato (22 agosto 1840 - m. 31 marzo 1863); Francesco Omoboni di Palazzolo (12 luglio 1865 - m. 17 marzo 1890); Angelo Roveglia di Lodetto di Rovato (novembre 1890 - 31 luglio 1916); Pietro Chiappa (marzo 1917 - 19 novembre 1936); Giuseppe Gatti di Bornato (2 febbraio 1937 - rin. 1971); Orazio Savani di Remedello Sopra (1972 - 1982); Vittorino Bracchi di Bornato (dal 1982).


SINDACI (dal 1855 al 1928): 1855: Loda, Parisio, Camplani; 1859: Parisio, Camplani; 1860-1862: Sindaco barone Pizzini; 1866-1871: Parisio Agostino; 1872-1878: Cadei Battista; 1879-1880: Loda Giovanni; 1881-1883: Pizzini barone Bernardino; 1883-1887: Cadei Battista (dimissioni in ottobre); 1888-1889: Pizzini Enrico f.f. di sindaco; 1889-1895: Bersi Pietro; 1896-1899: Pizzini barone Enrico; 1900-1920: Amodeo Lucio; 1921-1926: Amodeo Tommaso; 1926-1928: Bersi avv. Arturo.