TIFO

TIFO

Nonostante il suo continuo manifestarsi sotto le forme più diverse, il nome "tifo" compare soltanto alla fine del Settecento col Boissier de Sauvages, che usò la parola "tifo" (dal greco typhos) a indicare lo "stupore", l'ottundimento causato dalla febbre alta nei colpiti. Il termine comprende in realtà malattie infettive ben distinte: il tifo addominale o enterico o ileo-tifo e il tifo petecchiale o tifo ricorrente.


Il primo è originato da un bacillo che vive nell'acqua o nel latte e viene introdotto nel tubo digerente mediante l'acqua inquinata, le verdure crude, la frutta, le ostriche o altri molluschi o alimenti inquinatisi accidentalmente. Il tipo di tifo che si impose all'attenzione per secoli fu quello petecchiale, la cui forma, a volte imponentemente epidemica, richiamò l'attenzione degli storici. Il nome deriva dal fatto che la malattia si manifesta con la caratteristica di piccole lesioni cutanee (petecchie) tondeggianti minute, ma livide e piuttosto rosseggianti. Si tratta di una malattia causata da un batterio (Rickettsia prowazeki) e trasmessa agli uomini dai pidocchi; è dovuta alla scarsa igiene personale. Fece la sua prima comparsa in Europa, probabilmente importata dall'America (dove era presente fra gli indiani precolombiani) nel 1498, quando, durante la guerra civile di Granada in Spagna, uccise in poco tempo 17 mila soldati spagnoli, sei volte più di quelli morti in battaglia. Nel 1528 il tifo petecchiale si manifesta in Italia durante l'assedio, a Napoli, da parte delle truppe francesi. Quando sembra che esse stiano per avere la meglio sulle truppe di Carlo V, scoppia improvviso il tifo, che uccide trentamila soldati, costringendo gli altri alla ritirata. Nello stesso tempo il morbo si diffonde anche altrove come febbre o peste petecchiale ed è presente a Venezia, dove viene chiusa la "Casa dei Bresciani". Nel 1567 è segnalato a Desenzano, dove, come registrano le cronache del tempo, "passò con poca mortalità di popolo", di cui fu dato merito al dott. Andrea Graziolo (v.), uno specialista in materia di peste, e al chirurgo Pietro Giudici. Il 6 marzo 1579 per sospetto di petecchie manifestatesi a Tirano di Valtellina, veniva chiuso il passaggio per la Valcamonica e il Trentino.


Confuso, in seguito, spesso con la peste, doveva ripresentarsi di nuovo in forma cruda a distanza di secoli. Nel 1799, infatti, il tifo petecchiale si manifestava nelle campagne di Cazzago, Rovato e Coccaglio, portato dai prigionieri e disertori tedeschi accolti o curati dai contadini. Venne affrontato con una certa energia, ma ricomparve dopo una decina di anni, ai primi di marzo del 1808, a Gottolengo, in due stalle dove vivevano nell'una il padre, nell'altra due figli, di origine genovese ma provenienti dal Parmense. Dopo che furono portati all'ospedale di Brescia, la malattia si manifestò a molti che avevano frequentato le stalle. Il 19 marzo il medico condotto informava il sindaco che l'epidemia aveva contagiato venti persone, fra le quali alcune nella frazione di Cereto. La Commissione di Sanità del Dipartimento del Mella mandava sul luogo il medico Luigi Bonetti, segretario della Commissione stessa, che non potè non constatare che si trattava di "febbre maligna petecchiale epidemica" e che ordinava l'allestimento di un "Ospitale provvisorio", che, pur approntato, non venne per varie ragioni utilizzato. All'esaurirsi dell'epidemia, a metà maggio, i colpiti risultavano 52, dei quali 7 le vittime, tra le quali due puerpere. Sembra che il caso di Gottolengo sia rimasto isolato.


Altri dieci anni dopo, nel gennaio 1817, l'epidemia riesplose con virulenza inaudita, favorita da una gravissima carestia durata dal 1812 al 1816, e forse anche dal ritorno dei reduci dalla campagna napoleonica in Russia, nella quale aveva imperversato. L'epidemia investì l'alta Italia, la Lombardia, dove dal gennaio 1817 al maggio 1818 colpì 38.355 persone con 7.215 morti, 27.841 ricoverati in 35 ospedali ordinari e 69 provvisori.


Nel Bresciano la situazione si presentò drammatica per l'insufficienza di strutture ospedaliere. Di fronte al crescente numero di ammalati, nelle sale degli ospedali di Brescia, Bovegno, Chiari, Rovato, Palazzolo, Castrezzato ed Orzinuovi vennero accolti, come ha sottolineato Sergio Onger, solo 67 infermi, i rimanenti furono collocati in sei lazzaretti eretti in luoghi di fortuna, generalmente ex edifici religiosi, a Brescia, Bagnolo, Lonato, Chiari e Fiesse. La mortalità registrata fra i ricoverati nei nosocomi fu superiore a quella dei malati curati a domicilio (il 26,8 per cento contro il 23,2). Come ebbe a sottolineare Annibale Omodei, l'affollamento degli infermi in sale scarsamente attrezzate, ma soprattutto la terapia medica applicata, consistente in "emissioni di sangue al punto di esaurire le forze vitali", furono tra le cause della maggior mortalità, dimostrando come molto spesso l'"abbondanza dei rimedi era superflua, e forse anco dannosa".


Esiziale fu l'epidemia nelle valli e specialmente in Valcamonica, dove sappiamo che veniva combattuta "con due grani di tartaro in once nove di acqua distillata da prendersi a cucchiai due ogni due ore" accompagnata da una bevanda a base di radici di gramigna bollita e da "brodose panatelle per dieta" e ancora "un'oncia di polpa di tavano disciolta nel decotto di gramigna". Colpiva soprattutto i più giovani e più robusti ed imperversò soprattutto nella media Valcamonica. Se fece le sue prime vittime nel giudice del Tribunale il nob. Tranquillo Gritti Morlacchi e nell'usciere Gianantonio Sandrinelli, ad esserne falcidiati furono soprattutto i poveri e gli indigenti. La Commissione di Sanità istituita allo scopo si affrettò ad aprire un lazzaretto nella chiesa della B.V. Maria al ponte della Minerva dove vennero portati i malati di tutto il distretto di Breno. Altro ne venne aperto nell'Ospizio detto degli esposti tra Cividate e Malegno. Come annotava don Gregorio, arciprete di Breno, comparse agli inizi del 1817, le febbri continuarono fino a tutto ottobre, "molte sotto aspetto di doglie, altre d'altri mali", cui "seguirono morti improvvise per colpi di febbre" mietendo 130 vittime su 1500 persone. Più tragica ancora la sorte di Malegno, dove su 800 abitanti i colpiti (definiti appestati) furono 700 circa e i morti 220. Resta (o restava) nel campo antistante il cimitero di Malegno una terribile iscrizione in latino, sul lato sinistro di un cippo di pietra simona, che tradotta da un rustico poeta del tempo diceva: "Qui giacciono li estinti / petecchiati / due cento / e vintedue / numerati / entran ne la / eternità / passati / dal vicino / ospital / santi / o dannati". Segue poi sul lato destro: "Li 23 febrajo / 1817 / scoppiò in / Malegno / la febbre / petecchiale / ebbe fine / al 1° 7.mbre del / istesso anno. / Gli ammalati / furono 700. / Gli estinti / dell'istesso / male (220). / Era la / popolazione / al n. di 800". Sempre la stessa lapide sulla superficie frontale dice: "Ager este sacer / esto hic bis centum / vigenti duo nosti / ates de. finitimis / et. advenae novem. / mensibus hoc. / exspositorum. Nos° / com. io tunc. / petechiali. Typo / infectis costituto / perempti ob. morbi / savitiem nullo. / ritv. conditti ad precantur elatis. Patuit a tertio idus / martii a prid. Kal / jan.ann.MDCCCXVII". Che significa: "Tu campo sarai sacro. Qui hai conosciuto 222 morti, forestieri o provenienti dalle zone confinanti, in un arco di tempo di nove mesi. Morti nell'ospedale degli Esposti per evidente epidemia di tifo petecchiale scatenatosi con grande forza. Sepolti senza rito, chiedono una prece. La malattia comparve dal marzo al dicembre dell'anno 1817". Fu invece risparmiata in gran parte l'alta Valcamonica, per merito che il cronista Guarneri di Temù attribuisce ai medici del luogo per "aver conosciuto, egli scrive, la qualità e la natura della malattia e la maniera di curarla con abbondanti decozioni di gramigna". La malattia si ripetè in modo meno virulento in alcune località fra le quali, nel settembre-ottobre 1828, Cologne. Ma poi i casi divennero sempre più sporadici fino a scomparire.


Una minaccia fu rappresentata anche dal tifo bovino, che, diffusosi nel 1863 nel Meridione, venne affrontato con decisione dagli uffici governativi, impedendone la diffusione.


Scomparso quasi del tutto il tifo petecchiale, l'attenzione si andò concentrando sul tifo addominale o ileo-tifo, che dalla metà dell'800, per il peggioramento delle condizioni di vita igieniche delle popolazioni e altre cause, assunse forme endemiche, diventando una delle cause più frequenti di decesso, dopo la pellagra e prima dei tumori allo stomaco e delle malattie delle arterie. Come ebbe a documentare il direttore di sanità di Brescia, il ten. col. medico Da Vico in "Cenni sulle cause delle malattie tifiche in Brescia", nel "Giornale di Medicina" del 1884, se ne dava colpa "alle condizioni atmosferiche, derivanti dalla posizione topografica della città e alle condizioni del sottosuolo della città stessa, all'inquinamento delle acque". Una riprova di ciò veniva vista dal Da Vico dalla morbilità delle truppe stanziate a Brescia. La ricerca rilevava infatti che i decessi per tifo di militari di truppa dal 1866 al 1883 erano stati 248 in confronto ai 491 morti per altre malattie, su un totale di 739. Dai 25 casi di morte nel 1866, dai 28 nel 1867, dopo essersi aggirati sotto i 10 fino al 1879, salivano a 36 nel 1879, 25 nel 1881, 21 nel 1882, 57 nel 1883. E proprio negli anni '80 veniva avvertita una crescente recrudescenza della malattia fra la popolazione. Infatti le statistiche nel 1882 rivelavano come il tifo mietesse a Brescia 387 vittime su 10 mila abitanti, mentre la media del Regno d'Italia era di 287. La situazione era aggravata, come scriverà A. Magrassi in "Brescia sanitaria 1880-1950", dal fatto che negli anni '80 del sec. XIX "per il tifo, la denuncia era obbligatoria soltanto in caso di morte, mentre non esisteva nessuna possibilità di isolamento per gli affetti da tale malattia. Pertanto la maggior parte di essi veniva curata nelle case e gli spedalizzati erano ricoverati nelle infermerie comuni in mezzo e a contatto con tutti gli altri ammalati. Superfluo aggiungere che non si conoscevano e non si usavano adeguati mezzi di disinfezione o di sterilizzazione. Per tali sfavorevoli condizioni l'infezione tifosa poteva rapidamente estendersi fra la popolazione stabile e anche in quella transitoria, come le guarnigioni militari temporaneamente di stanza a Brescia, così che talvolta le truppe dovevano essere urgentemente allontanate in massa dalla nostra città".


Al diffondersi della malattia posero la loro attenzione medici e pubblici amministratori. Nel solo 1884 dedicano studi al tifo o febbre tifoide i medici F. Gamba, A. Maraglio, R. Rodolfi. Solo nel comune di Brescia nel 1883 mieteva 102 vittime, 201 nel 1884, scemando solo negli anni seguenti, ma rimanendo fra le cause principali di mortalità. La mortalità a causa del tifo poneva Brescia nel 1898-1899 al quinto posto, al quarto nel 1900, all'ottavo nel 1901 fra i 27 comuni con più di 60 mila abitanti. Nel 1890 l'ufficiale sanitario di Bedizzole, il dott. Emanuele Anselmi, denunciava come a fine inverno, appena cessata una "generale epidemia di influenza, nel mese di aprile se ne era diffusa un'altra più grave e pericolosa: l'ileo-tifo". Da aprile a dicembre a Bedizzole l'epidemia colpì 135 persone, facendo cinque vittime. Agli inizi si ammalarono di più i ragazzi e le ragazze dai 10 ai 15 anni, in seguito gli adulti, rari i vecchi. In compenso si ebbe un solo caso di tifo petecchiale. Anche negli anni seguenti la "febbre tifoidea" tenne per decenni il campo sanitario, continuando a registrare la massima diffusione subito dopo quella della pellagra.


Momenti di acutizzazione si ebbero nei primi anni del `900 e specialmente negli anni '30. Ancora nel settembre 1937 le autorità riunivano 30 ufficiali sanitari della Provincia "allo scopo di esporre direttive per la cura del tifo che è in provincia un male assai frequente". Veniva ribadito l'obbligo della denuncia all'ufficio sanitario provinciale; la necessità dell'accertamento diagnostico batteriologico dei materiali patologici; l'isolamento degli ammalati di tifo e specialmente il ricovero in un ospedale; la vigilanza sulle sostanze alimentari e sulle vivande con particolare riguardo al latte, alle verdure crude e all'acqua potabile; la necessità delle disinfezioni. Sui metodi di lotta si svilupparono anche vivaci polemiche. Solo il continuo risanamento del sottosuolo, il miglioramento delle reti idrauliche e fognarie, il progresso della profilassi oltre che la scoperta di nuovi medicinali permisero di ridurre sempre più la presenza della malattia.