SCOMBURGA

SCOMBURGA

Bellissima e pura fanciulla figlia dello scabino Duruduno e di Imberga, della quale si sarebbe invaghito il tiranno Ismondo, governatore in Brescia a nome di Carlo Magno. Egli tentò di averla, attraverso le arti di una astuta mezzana, coprendola di regali. Accortasi Imberga del pericolo al quale andava incontro la figlia, allontanò la donna e rinviò al mittente i molti doni. Ismondo per vendicarsi non trovò di meglio che accusare Imberga e Scomburga come ricettatrici di furti e mandò i suoi sgherri ad arrestarle. Duruduno, che aveva saputo dalla moglie degli infami disegni del tiranno, piuttosto che vedere la figlia nelle mani del tiranno, la trafisse con la spada cadendo egli stesso, ucciso da uno sgherro, sul suo corpo. Alla notizia dell'accaduto accorse una moltitudine di popolo alla quale i fratelli mostrarono, levandolo in alto, il cadavere della fanciulla. Inferocita la folla si avventò su Ismondo mentre i suoi scherani, spaventati, fuggivano. Il popolo letteralmente lo fece a pezzi e si disse anche che, arrostite le carni, molti ne mangiarono. Carlo Magno, saputo dell'evento, perdonò ai colpevoli il delitto e nominò governatore l'ottimo e onorato conte Raimondo.


L'episodio, che sarebbe avvenuto il 26 agosto del 776, secondo anno della dominazione franca, è menzionato soltanto da una cronaca, detta di Ridolfo notaio, che l'abate Biemmi pubblicò asserendo averne rinvenuto una copia tra le carte dall'abate Borgondio, morto nel 1726. Con tutta probabilità non si tratta che di una invenzione dello stesso Biemmi, mutuata dalla vicenda della romana Virginia, come osserva A. Ferretti Torricelli, «molto indovinata: nella cronaca lo stile rammenta tanto il barbaro latino di certi scrittori del IX secolo, e i fatti più originali sono così bene impostati con quelli da tempo riconosciuti per veri, che non è meraviglia se fino alla metà del secolo scorso vi furono storici ed artisti che da essa attinsero come da genuina fonte».


Alla vicenda dedicò una tragedia dal titolo: "Virginia Bresciana" l'ex prete napoletano Francesco Salfi. La scena della vendetta contro Ismondo venne raffigurata, più tardi, in un quadro molto conosciuto di Gabriele Rottini, all'Ateneo di Brescia. La leggenda venne ripresa, ambientandola secoli dopo, da Tito Speri in un romanzo dal titolo: "Igelardo e Scomburga, romanzo del secolo XV", rimasto manoscritto conservato nella Biblioteca Queriniana. A Scomburga dedicò un'opera il compositore e musicista bresciano Pietro Pellegrini su libretto del notaio Luigi Pellegrini, opera rappresentata al teatro Guillaume nel marzo 1875.