SAVONAROLA Girolamo

SAVONAROLA Girolamo

(Ferrara, 1452 - Firenze, 1498). Religioso domenicano, predicatore e riformatore, condannato come eretico e scismatico venne impiccato con due suoi confratelli in piazza della Signoria a Firenze il 23 maggio 1498 e il suo corpo bruciato. Fu più di una volta a predicare a Brescia, probabilmente in S. Domenico, e come scrive Roberto Ridolfi, più che altrove vi si fermò. Predicò probabilmente la Quaresima del 1489. Lo Schnitzer ritiene addirittura che vi si sia fermato quasi un anno. Più prudente il Ridolfi ritiene come "certo" che vi fu fra la metà e la fine di novembre di quell'anno a predicarvi l'Avvento; e fu una memorabile predicazione della sua nuova maniera. Particolarmente memorabile fra tutte le altre, la predica fatta nel giorno di Sant'Andrea (30 novembre). «Vi espose l'Apocalisse - come scrive P. Villari - e trovò un popolo più facilmente accensibile. La sua parola fu subito piena di fervore, il suo accento imperioso, la voce quasi tuonava; egli rimproverò i peccati commessi, accusò tutta Italia, minacciò l'ira terribile di Dio. Descrisse le figure dei ventiquattro vecchioni, e immaginò che uno di loro sorgesse ad annunziare futuri danni ai Bresciani. La città verrebbe in preda di furiosi nemici, e si sarebbero visti per le vie rivi di sangue; le mogli verrebbero tolte ai mariti, le vergini violate, i figli trucidati sotto gli occhi dei padri; tutto sarebbe stato pieno di terrore, di sangue e di fuoco. E concludeva il sermone invitando ognuno alla penitenza, perché il Signore avrebbe avuto misericordia dei buoni. La misteriosa immagine del vecchione fece una profonda impressione sul popolo; pareva che la sua voce risuonasse veramente dall'altro mondo: le sue minacce spaventarono grandemente. E quando nel 1512 la città dovette sopportare quel feroce sacco dai soldati di Gastone di Foix, nel quale si dice morissero circa seimila persone, i Bresciani rammentarono il vecchione dell'Apocalisse ed il predicatore ferrarese». Soggiunge R. Ridolfi, che "non vi è ragione di dubitare di questa profezia, trovandosi insino il nome della persona degna di fede che, avendola udita dalla viva voce del predicatore, ne rese testimonianza ancorché "post eventum". V'è ragione invece di dubitare delle amplificazioni dei biografi; e non già degli antichi soltanto, che sarebbe cosa più compatibile, ma di qualche moderno. I quali, al solito, parlarono di uno scalpore grandissimo che quelle prediche bresciane avrebbero suscitato, di un grido che avrebbe fatto correre subitamente il nome dell'oscuro predicatore ferrarese per tutta Italia, mentre nella stessa Brescia ne tacquero anche cronisti solleciti a registrare i più minuti fatti della vita cittadina". Comunque lo stesso Savonarola parlando più tardi delle sue visioni profetiche affermerà: «Io le ebbi sin dalla mia prima giovinezza, ma cominciai a manifestare solo a Brescia». Di là fu dal Signore mandato a Firenze, che è il cuore d'Italia, perché venisse incominciata la riforma di tutta Italia. Sempre al tempo del soggiorno bresciano, una pia leggenda racconta che la notte di Natale, a mattutino, il Savonarola stette per lo spazio di cinque ore immobile nella preghiera, e che, spenta ogni luce, fu vista la faccia del gran servo di Dio risplendere nell'estasi.


A Brescia fu chiamato forse dal suo amico e protettore fra Vincenzo Bandello di Castelnuovo Scrivia (zio del famoso novelliere Matteo Bandello) e dall'affetto che già lo legava al bresciano beato Sebastiano Maggi pure egli domenicano e che lo difenderà in ogni modo dichiarando di non aver riscontrato in lui "neppure un peccato veniale". A Brescia godette vive simpatie anche dopo la sua morte come dimostra una lettera pubblicata da Paolo Guerrini indirizzata dall'agostiniano fiorentino fra Cherubino Salvini al conte Nicolò Gambara di Verola Alghise, scritte da Firenze a un anno di distanza dalla morte del Savonarola che rivela in un breve periodo che in casa Gambara frate Girolamo era conosciuto e ricordato con simpatia, e che i feudatari di Verola si interessavano del movimento da lui iniziato in Firenze. Si è affacciata anche l'ipotesi di una particolare influenza sulla letterata Laura Cereto per altro non esaurientemente documentata. Un tempo si riteneva che il frate fosse stato raffigurato in un ritratto del Moretto conservato nel Museo Civico di Castelvecchio in Verona nel quale invece è stato più recentemente identificato da Sandro Guerini fra Innocenzo Casari e, invece, da Ennio Sandal il francescano, filosofo teologo Francesco Lechi detto il Licheto morto nel 1520.


Al celebre frate domenicano venne dedicata nel 1909 la contrada già Soncin Rotto e poi via Soncino ma che nel 1936 riebbe il nome di via Soncin Rotto. Di nuovo nel 1985 gli venne dedicata la strada terza a sinistra di via Flero, undicesima di via Corsica, che si stacca poco sopra via Case Sparse per perdersi nella campagna.