SALE MARASINO
SALE MARASINO (in dial. Sale Marazì, in lat. Salarum Marasini)
Centro industriale e agricolo della sponda orientale del lago d'Iseo a m. 194 s.l.m. a 31 km. da Brescia, a NE da Iseo, tra Sulzano e Marone con alt. massima 1391, media 194, minima 185. Si stende al centro di un anfiteatro di colline e di valli, che da Sulzano a Marone si rincorrono e salgono, da una parte, al Giogo di S. Maria che porta in Valle Trompia, dall'altra alla Forcella e all'altopiano di Zone, dal quale anticamente si discendeva in Valle Camonica. Marasino sorge a SE del capoluogo. Ha una superficie comunale di 16,32 kmq. di cui agricola forestale 13,89, improduttiva 2,43.
FRAZIONI (loro distanza dal centro del Comune): Conche km. 0,83, Distone km. 0,60, Marasino km. 1,57, Massenzano km. 1,50, Maspiano km. 2,96, Presso km. 2, Riva km. 2, Dosso km. 0,60.
Nel sec. XIII è Salis, nel sec. XVI Sali. «Alle sue spalle, scriveva don Alessio Amighetti nel 1922, la montagna spiega tutta la ricchezza della sua vegetazione dovuta al grande deposito morenico lasciato dal ghiacciaio quaternario fra Marone e Sulzano». Lo spartiacque sebino-triumplino è costituito dai monti Rodondone, Dosso Pelato, P.ta Almana, Caprello, P.ta Val Mora creando un territorio prevalentemente montuoso anche se, rispetto all'andamento consueto, le montagne non incombono sulle acque ma si dispongono a ventaglio. Ciò, unito alla presenza di ingenti depositi morenici che ammorbidiscono le differenze altimetriche, conferisce all'insieme, come ha rilevato Giuseppe Vitali, i caratteri d'uno splendido anfiteatro naturale.
ABITANTI (SALESI): 900 (dei quali 560 a Sale e 340 a Marasino e Maspiano) nel 1493; 859 nel 1561; 1500 nel 1567 e nel 1573; 60 (solo Sale) nel 1610; 2000 nel 1658; 1983 nel 1727; 2140 nel 1729; 1239 nel 1768; 1564 nel 1775; 1504 nel 1791 e nel 1805; 1415 nel 1819; 1614 nel 1835; 1716 nel 1849; 1976 nel 1858; 1889 nel 1861; 1941 nel 1871; 1963 nel 1881; 2025 nel 1901; 2173 nel 1911; 2112 nel 1921; 2259 nel 1931; 2358 nel 1936; 2648 nel 1951; 2580 nel 1961; 2640 nel 1971; 2924 nel 1981; 3071 nel 1991; 3061 nel 1997.
Per il nome, p. Gregorio di Valcamonica nei "Curiosi trattenimenti" ha scomodato addirittura il Diluvio Universale e S. Girolamo. Noè e compagni, uscendo dall'arca, avrebbero messo il nome di Sale col significato di uscita al luogo dove posero il piede all'asciutto. «Se ciò è vero, scrive p. Gregorio, come riferito da. Giovanni Annio lib. 3 col testimonio di Musilio, Catone et Antonini nell'Itinerario, porta da una ragionevole illatione per l'identità del nome che anco l'erranti famiglie incaminate à Val Camonica, e circonvicine Regioni, incontrata la vista del Lago, ch'à quella chiude il passo, ricordandosi del gran Diluvio, come grati dell'immenso bene di quei pochi avanzi dell'humana prosapia, per la divina clemenza nell'Arca salutare riserbati». Naturalmente gli studiosi ricorrono ad una più prosaica etimologia, cioè fanno derivare il nome dal longobardo sala nel senso di corte, edificio o più specificatamente "casa per la residenza padronale nella curtis" e in seguito per indicare semplicemente "casa di campagna". Il plurale potrebbe indicare l'esistenza di case sparse. Come ha rilevato Gabriele Rosa «prima dell'epoca moderna, su queste pendici la pastorizia prevaleva all'agricoltura, e gli abitanti preferivano stare nei siti elevati, più salubri e sicuri». Ciò vale naturalmente per i tempi preistorici quando si formò nella conca di Sale Marasino un pago che, come rileva Paolo Guerrini, «ebbe il suo centro a Sale e si estendeva da Sulzano a Vello e a Zone, comprendendo quindi - fra i due contermini pagi di Iseo e di Pisogne - una vasta zona montagnosa, ricca di oliveti, di vigneti, di pascoli e di acque perenni, poiché Sulzano, Sale Marasino, Marone e Vello, che s'incontrano nello spazio di 6 km. salendo per la Riviera, hanno ognuno almeno una fonte perenne, sulla quale nel Medioevo si posero molini e folli per tessuti di lana: la prima industria locale nata dalla pastorizia».
Ma, sviluppandosi la civiltà romana, gli insediamenti abitativi andarono concentrandosi sulle rive del lago, più facilmente raggiungibili con imbarcazioni. Anche se non sono molte le testimonianze dei tempi di Roma esse sono particolarmente significative quali, ad esempio, quella di G. Patroni che segnalò come nel 1908, proseguendosi la costruzione della linea ferroviaria Iseo-Pisogne, sulle rive del lago, nell'oliveto Giugni, furono messi in evidenza resti di costruzioni romane, con pavimenti di "tessellatum", camere tagliate nel tufo, canali d'acqua, questi così numerosi da far pensare che il fabbricato romano fosse una stazione balneare. Si trovarono in abbondanza mattoni ed embrici privi di marchio e qualche frammento d'intonaco con decorazione di foglie di edera. Nota è poi la villa romana scoperta tra Sale Marasino e Marone, Ela, Vela o Villa, che si presume sia stata al centro di un "fundus" di un signore romano che probabilmente era quel Micianus nominato in una lapide esistente prima come acquasantiera nella chiesa plebanale di Sale Marasino e dal 1824 nel Museo romano di Brescia. L'iscrizione è una dedica a Cautopates posta dal duoviro Gaius Munatius Tiro che così suona: «Caio Munazio Tiro, della tribù Quirina, duoviro iure dicundo e Caio Munazio Fronto, suo figlio offrirono un dono a Cautopates». Si tratta di una piccola ara, con coronamento e base sgrossati un po' rozzamente, dedicata al dio Mitra, chiamato qui con uno dei suoi appellativi più comuni: Cautopates, termine con il quale si designava inizialmente uno dei due giovani dadofori (portatori di fiaccola) spesso raffigurati accanto alla divinità e precisamente quello che tiene la fiaccola abbassata, simbolo del sole che tramonta. Un mosaico pertinente probabilmente ad una villa romana forse distrutta all'atto del rinvenimento venne alla luce nel 1920 a Marasino (casa Gregori). Tombe romane con corredi sono venute alla luce nel 1930 in località Vigolo, probabilmente da "vicolus" piccolo vico. La presenza romana è segnalata da toponimi quali Verzàno, Venzàno, Vigolo, con quelli di Gandizzàno, Massenzàno e verso Pregasso, Vesto, Villa (Ela). Essi sono i primitivi segni della civiltà romana nel territorio di Sale, così come i nomi di Carzano, Siviàno, Olzàno e Senchignano nell'isola, e di Martignàgo a Sulzano, di Cusàno e Cislàno a Zone. Interessanti i rinvenimenti di sepolture ad inumazione di età tardo romana o alto medievale venute alla luce nel 1957 in via Mazzini accanto al cancello d'ingresso delle Industrie Tessili Bresciane; nel 1952 in località Ronzone con corredo databile al IV-V sec. d.C., nel 1959 in frazione Conche, nell'area antistante la chiesa di S. Giovanni.
Come vuole Gabriele Rosa, le invasioni barbariche avrebbero spinto gli abitanti a ritirarsi in luoghi meglio difendibili e solitari, spingendoli a tracciare o a riprendere sentieri e mulattiere forse anche romane risalenti da Polaveno o da Zanano, per incontrarsi a S. Maria del Giogo e per puntare su Maspiano e verso la Forcella di Sale e inoltrarsi poi nell'altipiano di Zone e scendere a Pisogne e in Valcamonica. Questi sentieri o mulattiere hanno fatto pensare a Giuseppe Vitali che più che una via Valeriana sia esistita una via vallesiana o valeria. Invasioni, ma soprattutto traversie economiche, sociali e politiche, portarono fra i secoli V e VI alla trasformazione del pago romano e preromano nella pieve cristiana di S. Maria e di S. Zenone la cui giurisdizione si conservò intera fino al sec. XVI.
Un segno forte lasciarono in quei secoli di transizione i Longobardi. Dalla loro presenza e da una loro corte deriverebbe il toponimo Sale nel significato di case e stalle riunite intorno ad una corte signorile (sala). Grazie a donazioni longobarde e franche sono presenti nel vasto territorio del pago o pieve di Sale Marasino i monasteri di S. Giulia e S. Martino di Tours a Marone, S. Zenone di Verona a Sale, S. Cosma e Damiano, S. Benedetto e S. Mauro a Sulzano, S. Giulia a Maspiano, S. Cassiano a Sulzano e a Zone, S. Eufemia a Vello, S. Faustino e Giovita a Siviano. Sono, queste, indicazioni precise degli antichi possedimenti fondiari che tenevano in quelle località i vari monasteri bresciani di S. Giulia, di S. Faustino, di S. Eufemia, di S. Cosma e probabilmente anche il lontano monastero di S. Zeno di Verona, dotato dai re longobardi nel sec. VIII di molti beni nella diocesi di Brescia, dove il culto del "Vescovo moro" della vicina chiesa veronese è assai antico e diffuso. I monaci benedettini, soggiunge il Guerrini, colonizzando il quasi deserto pago e la vicina isola che in esso era, rinnovarono lentamente le fonti della vita sociale, economica e religiosa della regione, dissodando terreni incolti (ecco i novali), aprendo il varco verso il lago alle acque degli acquitrini o paludi di Marone, di Marasino, di Conche, sistemando la viabilità primitiva, coltivando nei nuovi fondi la vite, l'olivo, alberi fruttiferi e ortaggi, e dando nuovo impulso all'industria locale del lanificio, della pesca, della fabbricazione delle reti. È presente anche la proprietà vescovile: nel sec. XIII il vassallo di Maspiano donava alla mensa vescovile due pernici da consegnare a Natale. Nel secolo XIV un Uberto pagava decime per terre bonificate nella zona. Dalle bonifiche, il territorio prese il nome di "Vallis renovata" (valle rinnovata) al centro della quale mantenne la sua preminenza la pieve di S. Zenone che andò raggruppando sotto di sè molte cappelle sussidiarie, alcune delle quali divennero poi parrocchie autonome. Era governata - come ogni altra pieve - da un capitolo rurale di sacerdoti e chierici, presieduto dall'arciprete. Ancora sul principio del sec. XV esistevano a Sale, nella "plebes S. Zenonis vallis Renovatae", il beneficio arcipresbiterale, un beneficio sacerdotale e tre benefici chiericali, ultime vestigia dell'antico collegio canonicale, disperse poco dopo o riunite nell'unico beneficio dell'arciprete. Sempre nell'ambito della pieve o ancor prima nel pago sorgono le prime vicinie comunali, associazioni primitive di famiglie che possiedono in comune dei beni fondiari.
Enumerando i comuni della Riviera, che erano compresi nella giurisdizione della Quadra d'Iseo, padre Fulgenzio Rinaldi cappuccino scriveva: «Tiensi nell'ambito della sua Giurisdittione l'infrascritte Terre, cioè Peschiera, Siviano, Vello, Cluzane, Pilzone, Martignago, Marone, Mont'Isola, Zono, Maresino e Sale, quale benché da esso sii qui posto nell'ultimo luogo, riguardevole però fassi vedere fra dette Terre et altre anchora, sì per l'honorevole sua Arciprebenda, e per la vaghezza del suo sito, che si rende molto amabile, come per i vari traffichi, massime di panno e lane, che non pare invidiar a Caristo di Negroponte nell'Arcipelago, ove si fila e tesse fino la pietra detta Amianto: perché a Sale oltre il cavarsi una Vena di pietra Tofo di sì rari scerzi di natura, che arte alcuna non li puotrebbe immitare, vi si tesse e lavora quantità tale di lane, che in più remote parti de' Paesi nostri si somministra il lavoro di esse».
Eccettuati i comuni di Clusane e Pilzone, che appartenevano alla pieve di Iseo, tutti gli altri enumerati dal p. Rinaldi erano compresi nell'ambito territoriale della pieve di Val Renovata, e avevano con essa dei doveri, a seconda della loro importanza, doveri generali di prestazioni e di manutenzioni che denotano l'intima struttura economico-religiosa della pieve come unico centro primitivo di ogni attività sociale del suo territorio: Vicinie, Comuni e Parrocchie sono soltanto frazionature tardive di questa unità le quali mantennero a lungo inalterati antichi usi come confermano anche il nome di Piazza Maggiore conservato a una località fra Distone e Marasino: qui si riuniva quasi certamente il "concilium" del pago romano, sede del mercato domenicale, ritrovo per assemblee; una tradizione continuata probabilmente in età medievale, quando le vicinie vi convennero a date periodiche per la trattazione degli affari. A dominio dell'anfiteatro montuoso sorgeva il Castello di cui resta il ricordo nella toponomastica. Il territorio appartenne poi in gran parte al feudo dei Martinengo, che furono padroni anche della piccola isola di Loreto, nella quale nel secolo XIV venne eretto un monastero di clarisse soppresso in epoca napoleonica. Come ha scritto Giuseppe Vitali, accanto a Marasino, che fino al 1300 aveva avuto la prevalenza sul territorio, prese importanza anche Sale. Le due "vicinie" rimasero comunque vincolate dall'unità della pieve che rappresentò la premessa alla futura fusione nell'unico comune di Sale Marasino. Tra l'XI ed il XIV secolo il territorio appartenne alle signorie che si avvicendarono nel possesso della riviera sebina orientale e fu lungamente soggetto agli Oldofredi. Nel 1426 la Repubblica Veneta toglieva la Riviera e il Bresciano ai Visconti e il 6 giugno 1428 il doge Francesco Foscari concedeva alle comunità particolari privilegi. Nel contesto di questi avvenimenti ha avuto un certo rilievo il "tradimento" del 3 dicembre 1452 di Sale, come di Zone e Pilzone, verso Venezia. Tali comunità si fecero rappresentare da Martino Blandi e da Cristoforo de Cigolis per sottomettersi a Orzinuovi allo Sforza e più precisamente al suo rappresentante, Angelo da Rieti, ottenendo l'esenzione dell'"imbottado" e delle "bollette" per quattro anni e la licenza di commerciare ad Iseo e per tutta la Quadra i loro panni senza dazio. Ma si tratta di episodi subito superati. In seguito, la fedeltà a Venezia sarà assicurata fino al 1797.
Nella metà del '400, affermatasi definitivamente la Serenissima, Sale, a compenso della fedeltà dimostrata nel corso dell'incerta disputa tra i Visconti e Venezia, ottenne da quest'ultima notevoli esenzioni daziarie (1440), confermate dalle successive "ducali" del 1562, 1612, 1646. Il dominio veneto diede impulso alle autonomie locali determinando, di riflesso, lo sviluppo della borgata che, nel 1564 giunse a contendere ad Iseo il primato in seno alla "quadra". Sale e Marasino, pur rimanendo autonomi, avevano pascoli promiscui de Fraxaneda, de Seleribus, de Carezado (1470). Assieme sostennero sulla fine del sec. XV una vertenza con Inzino per certi confini sul monte Ceradello che erano stati definiti con delegazione da "boni homines" di Brozzo, Marmentino, Gardone, ecc. ottenendone piena ragione. Vertenze "in solidum" i due comuni sostennero per i confini con Marone e con altri comuni. Tuttavia i due comuni rimasero per secoli indipendenti con propri beni, estimi, bilanci. Autonomamente accrescevano il proprio patrimonio, come nel caso dell'acquisto nel 1503 da parte del comune di Sale del molino dei Conti di Marone. Ricerche di Giuseppe Vitali hanno appurato che alla fine del '700 sia Sale che Marasino disponevano ciascuna di 3 sindici, 12 consiglieri ed un console. Ma il numero degli ausiliari era notevolmente superiore a Sale dove si contavano un massaro, un andadore, un campana, un cavallaro, due stimadori, un beccamorto. Divisi sul piano amministrativo e patrimoniale, i due comuni dipendevano dalla pieve formando poi un'unica parrocchia. Anzi i due comuni, o meglio tutti i vicini o "bocche" di Sale e di Marasino, godevano insieme le rendite dell'istituto della Carità, piccola Congregazione di Carità che era succeduta, non sappiamo quando, all'antico Hospitale della pieve, il quale probabilmente doveva essere a Maspiano, poiché vi era in questa località una chiesa dedicata all'apostolo S. Giacomo maggiore, tipico titolare di molti ospizi e ospedali medioevali. Un atto del 18 agosto 1505 ricorda che "super territorio comunis Marasini, in contrata Saletti" (il "salicetum" latino che si trova frequentemente nella toponomastica bresciana), Simone qm. Massolino di Maspiano e alcuni altri "agentes tamquam gubernatores charitatis sive bucharum comunis de Salis et Marasini" davano in affitto a uno di Carzano di Montisola alcuni fondi della detta Carità esistenti in Saletto e che formavano parte del patrimonio fondiario dell'antico Ospitale della pieve di S. Zenone. Nel 1493 l'elenco del Vicariato o Quadra di Iseo dava già prevalente Sale con 560 abitanti sui 340 di Marasino con Maspiano. Nel sec. XIV-XV si andò evolvendo anche la vita economica del paese. Alla pastorizia andò accompagnandosi la lavorazione della lana, mentre nelle zone bonificate si sviluppava l'agricoltura portando nuovi capitali che permisero, specie a partire dal '500, di edificare le belle case che ancora oggi si ammirano, case costruite, per lo più, dalla borghesia locale. Del resto, come ha sottolineato Paolo Guerrini, non si devono cercare nella Conca di Sale Marasino avvenimenti di rilievo. «La storia di questa regione, egli scrive, non è percorsa da grandi avvenimenti politici o militari; il fragor delle armi non è mai giunto a infrangere l'incanto idilliaco di questo paese, frastagliato a gruppi di case rustiche, sulle quali ha sempre regnato sovrana la georgica pace del lavoro agricolo e la serena attività della primitiva industria del lanificio. Anzi, per la stessa postura fuori mano, lontana da strade militari, senza arnesi di difesa o di offesa guerresca, questa incantevole riviera divenne luogo preferito di soggiorno e di rifugio per molte famiglie signorili. Basta aggirarsi un poco nel laberinto delle vecchie case del paese per accorgersi della signorilità di molti palazzi... con larghe e ariose loggette aperte sul lago».
Come ha rilevato il Da Lezze (1610) a Marasino (non nomina Sale) non vi erano nobili bresciani stabili, anche se vi erano presenti i Secco d'Aragona che alla fine del '500 per iniziativa del conte Marco q. Orazio avevano costruito il severo palazzo del Portazzolo, venduto poi nel 1619 al conte Girolamo q. Giulio Martinengo della Pallata che con i suoi lo predilesse come villeggiatura estiva. La pesca, la caccia, il bagno, le liete scampagnate facevano convenire ad essa tutta la nobiltà dei dintorni. Ma poi la solitaria dimora divenne pronuba di vita libertina e di imprese brigantesche, segnando la fine ingloriosa di questo ramo illustre dei Martinengo della Pallata. Giovanni di Girolamo Martinengo, fratello della contessa Flaminia, vi tenne a lungo una sua tresca, dalla quale nacquero i due figli naturali Sciarra e Mario. Mario, il più giovane, entrò in un ordine religioso e morì in giovane età. Sciarra, che in questo palazzo era circondato da una turba di servitorame prezzolato, che incuteva spavento in tutti i dintorni, vi tenne come sposa legittima una certa Margherita del Zeno o Zeni di Sale, dalla quale nacque il figlio postumo che portò per pochi anni il nome del padre e fu l'ultimo dei Martinengo della Pallata. Altri nobili sono saltuariamente presenti come ad esempio gli Averoldi. Giovanni Francesco nel 1517 dichiara di possedere in Sale una casa ed un broletto che fu poi dei Dossi. Ma sono soprattutto i "locali" a far la fortuna di Sale Marasino, acquistando sempre più prestigio per laboriosità e capacità imprenditoriale; questa gente del posto, come i Dossi e i Serioli, trasportarono poi altrove capitali ed iniziative. E ciò, come scrive Giuseppe Vitali, accrebbe l'importanza dei due comuni di Sale e di Marasino.
Sebbene alquanto appartata, la Conca di Sale Marasino conobbe epidemie terribili come la peste e quelle non meno pesanti per l'economia che colpirono gli animali, le quali si susseguirono nei sec. XVII-XVIII tanto da spingere le popolazioni a far voti, fra i quali è d'esempio quello del 1755 del comune di Marasino a S. Vincenzo Ferreri. Né mancò a Sale Marasino l'empito della carità che si concretò in un Monte di pietà e in legati (Scaglia, Reotti, Antonioli, ecc.) "a sostegno dei poveri". Assieme, specie a partire dal '500, cure sempre più attente andarono all'istruzione dei fanciulli. Alla fine del '700, infatti, vengono elencati «un legato denominato Scaglia per scola a poveri fanciulli di questo Comune, il quale era diretto da detti ex-Sindici e di presente ritrovasi all'ombra e direzione di detti Municipali. Altro legato denominato Archetti per scola come sopra, che era diretto da detti ex-Sindici e di presente dai Municipali. Altro legato denominato Reotti per scola come sopra; li Commissari sono li Cittadini Giov. B. Sbardolini e Giuseppe Benedetti. Altro legato denominato Reotti per scola da Maestre alle povere fanciulle; direttori sono li suddetti Sbardolini e Benedetti».
Eppure nei sec. XVII-XVIII anche Sale Marasino ebbe a soffrire dei mali del tempo quali il banditismo e il contrabbando, dovuto anche alle crisi economiche che colpirono l'economia locale attraverso dazi sulle più diverse produzioni. Fra essi fu particolarmente pesante quello sulla mercanzia, pubblicato il 21 gennaio 1698. Come ha documentato Giuseppe Vitali traendo i dati dalla "Descrizione generale della città e provincia di Brescia" a Sale, nel 1764 si contano 264 famiglie (delle quali 160 "originarie" e 104 "non originarie"). La popolazione complessiva è stimata in 1230 abitanti (dei quali 167 ragazzi fino a 14 anni, 372 uomini da 14 a 60, 117 ultrasessantenni e 574 donne d'ogni età). Gli esponenti del clero sono 21, distinti in 11 preti "con beneficio", 7 "senza beneficio" e solo 3 monache. La popolazione attiva comprende 293 contadini, 17 negozianti e bottegai, 2 armaioli d'arma da fuoco, 15 artigiani ed "altri manifattori". La consistenza degli animali domestici è valutata in 139 "bovini da giogo", 2 "bovini da strozzo" (ossia da macello), 2 cavalli, 1 mulo, 28 asinelli, 145 pecore, 83 capre. Infine le attività artigianali sono limitate ad un molino, un frantoio, 10 de panni", 4 "telai di lino e cotone", 11 "telai da tela" e 2 "tintorie". Altrettanto significativi risultano i dati di Marasino che - com'è noto - costituiva una vicinia autonoma. Nel 1764 il paese conta 409 abitanti, ripartiti in 84 famiglie di cui 47 "originarie" e 37 "non originarie". I ragazzi d'età inferiore ad anni 14 sono 50, 160 gli uomini (compresi 28 ultrasessantenni) e 199 le donne. La "cura delle anime" è affidata ad 1 prete "con beneficio" coadiuvato da 4 "senza beneficio". La stragrande maggioranza della popolazione attiva lavora nei campi (90). La rimanente parte gestisce "botteghe" (3) o svolge attività artigianali (30), limitate queste ultime ad un molino ed una "fucina da chioderia". Infine la statistica degli animali domestici indica la presenza di 100 "bovini da giogo", 25 "bovini da strozzo", 1 cavallo, 21 asinelli, 476 pecore e 25 capre.
Nessun fatto rilevante han segnato la Rivoluzione bresciana del 1797 e i tempi napoleonici. Sotto l'Austria il comune di Sale Marasino sviluppa una sempre più accentuata vocazione imprenditoriale della popolazione che porta le aziende locali a produrre nel 1840 fino a 40 mila coperte l'anno. Tale attività e il commercio che si infittisce con la costruzione della strada aprono sempre più ad influenze di idee e di esigenze nuove, comprese le aspirazioni all'unità d'Italia. Nella campagna del 1848 militarono ben 38 "militi" salesi, tra cui il capitano Pietro Signoroni; nel 1849 a Novara combatterono cinque salesi. Nove parteciparono alle Dieci Giornate di Brescia e uno di essi, Francesco Gorini, cadde sulle barricate; due (il capitano Pietro Signoroni e il milite Deodato Zeni) furono presenti alla campagna per la presa di Roma del 1849 nella quale morì il capitano Pietro Signoroni. Undici parteciparono alla campagna del 1858 e due: Evaristo Ferrari e Alessandro Tacchini, caddero in battaglia a S. Martino; un altro, Giacomo Buizza, morì per le ferite subite in battaglia. Alla Spedizione dei Mille fra i carabinieri genovesi partecipò Angelo Baldassari (1832-1864), morto nell'ospedale di Brescia in conseguenza dei disagi sofferti nella campagna di Sicilia. Altri quattro parteciparono alla campagna dell'Italia meridionale del 1860 e quattro alla campagna garibaldina del 1866.
Nell'unità italiana prese piede, per iniziativa soprattutto dei Tempini, Sbardolini, Turla, Giugni, Della Torre ecc. una combattiva corrente zanardelliana che fondò una Società Operaia e Agricola di Mutuo Soccorso che si diede nel 1877 lo Statuto e il 22 settembre 1878 inaugurò, con una grande festa, la bandiera donata da Cristoforo Tempini. Tuttavia ricorrenti crisi economiche aprirono la via ad una forte emigrazione per cui il 7 agosto 1897, dopo uno spettacolo pirotecnico preparato e diretto dal conte Martinengo, partirono da Sale Marasino 30 persone per le Americhe. La vita amministrativa e civile si arricchì di alcune strutture di rilievo come nel 1870 la strada litoranea al lago, con la nuova costruzione della scalinata della chiesa parrocchiale; seguirà il 29 giugno 1904 l'inaugurazione dell'Asilo infantile eretto presto in Corpo Morale e affidato alle Suore Dorotee di Brescia. Agli inizi del '900 la ditta Emilio Zeni di Marone portava a Sale Marasino la luce elettrica. Nel frattempo si profilavano gli schieramenti politici sempre più precisi che domineranno per due decenni la vita del paese. Mentre la corrente liberale il 9 ottobre 1898 in occasione del 20° di fondazione della Società Operaia accoglieva con solenni manifestazioni Giuseppe Zanardelli, i cattolici andavano riunendosi per contrastarne l'azione e creare una movimento cattolico operante sul piano amministrativo e politico che portava nel 1909 Sale Marasino ad eleggere alla Provincia il cattolico moderato Corniani ed a fare del paese uno degli anelli della catena che avrebbe stretto sempre più fino a soffocarla l'egemonia zanardelliana sul Sebino. Nel frattempo la borgata non aveva mancato di dare alcuni segni di novità. Sulla fine dell'800, sotto la guida del dott. G.B. Turla "musico appassionato" e avente come istruttore il maestro Andreotti di Brescia, si costituì una compagnia di mandolinisti e chitarristi che raccolse buoni successi. Agli inizi del '900 il paese era andato aprendosi ai primi timidi spiragli di sviluppo turistico o a quella che veniva chiamata l'industria del forestiero, con l'inaugurazione nell'agosto 1902 dell'Albergo della Posta su iniziativa di T.M. Turla e Giovanni Ranieri. Al contempo andava sempre più prendendo evidenza lo sviluppo edilizio, aiutato nel 1907 dall'apertura del tronco ferroviario Iseo-Pisogne e dalla costruzione di case e ville. Fra queste, nell'aprile 1913, veniva salutata dai giornali come una delle più belle del Sebino la villa di Luigi Bertelli. Sul piano assistenziale si distinse durante la I guerra mondiale fin dal 1915 il Comitato di Assistenza Civile nel cui ambito sorsero sottocomitati per la raccolta di indumenti per i soldati. Durante il conflitto, Sale Marasino contò ben 32 vittime. Il dopoguerra fu contraddistinto da un'accentuata presenza cattolica e socialista. In campo cattolico si manifestò particolarmente attiva la sezione tessile sostenuta anche con sottoscrizione in denaro dalla Federazione Tessile Bresciana. Il 26 settembre 1920 la Sezione Tessile locale inaugurava la propria bandiera. Manifestava una sua attiva presenza anche una sezione socialista. Ma già fin dal 26 settembre 1920 era presente il fascismo che raccoglieva sostegno specie fra gli imprenditori. A rinsaldare l'unità degli animi valsero manifestazioni patriottiche di rilievo come l'inaugurazione avvenuta l'8 ottobre 1922 del monumento ai caduti, opera dello scultore Giovanni Asti raffigurante la Vittoria Alata, mentre nel luglio dell'anno seguente veniva inaugurato il parco della Rimembranza. Altro significativo indizio di unità d'intenti fu la costituzione il 21 dicembre 1924 dell'Istituto Gianna Zirotti Richeri. Tuttavia il clima politico si andava sempre più riscaldando e nel febbraio 1923 sfociò in un vero e proprio conflitto fra fascisti di Iseo, reduci da un raduno a Piancamuno, e socialisti salesi. All'albergo della Posta si scatenò un tafferuglio durante il quale furono sparati alcuni colpi di pistola. I fascisti, per non scontrarsi con i carabinieri, si ritirarono e partirono per Iseo, ma poco dopo ritornarono a Sale Marasino e in un nuovo scontro a fuoco rimase ferito un "sovversivo", com'erano chiamati gli oppositori al fascismo. Nel luglio 1923 i fascisti erano ormai padroni del campo fino a non tollerare, come segnalato sul "Popolo di Brescia", che i socialisti ostentassero il garofano rosso all'occhiello della giacca. Nel 1933 la sezione locale del P.N.F. contava 84 iscritti e 45 tesserate al fascio femminile.
Nel 1927-1928 il comune di Sale Marasino assorbì quello di Sulzano, che di nuovo si sarebbe reso indipendente solo nel 1947. L'unità amministrativa dei due comuni portò negli anni '30 a progressi di rilievo quali nel 1931 la costruzione della passeggiata a lago, l'impianto della luce elettrica nelle frazioni Marasino, Presso, Distone, Riva, Tassano, Maspiano e Martignago; la sistemazione del porto lacuale di Sulzano e di quello di Sale, la costruzione del piazzale fronteggiante la casa Fonteni, l'immissione dell'acqua della sorgente Zenere nell'acquedotto comunale, l'impianto telefonico a rete urbana a Sale e Sulzano, l'impianto di orologio pubblico a Sulzano, la costruzione dell'acquedotto della frazione Presso, la costruzione del campo sportivo; le riparazioni straordinarie alle strade comunali rovinate da alluvioni, la sistemazione generale del Cimitero e la costruzione di nuovi loculi, i miglioramenti delle alpi pascolive di Casere e Ronchi mediante la costruzione di un ricovero bestiame, la costruzione dell'acquedotto per Sulzano, la fognatura dei centri di Sale e Sulzano, l'acquedotto della frazione Riva e la formazione di nuovi pascoli montani. Nel 1933 si contavano a Sale Marasino 135 lanieri, 25 reticiai, 28 edili e 36 agricoli. Nel 1936 veniva avviata la costruzione di una nuova strada per congiungere la stazione e il municipio di Sale Marasino con le frazioni di Conche, Marasino, Riva, Maspiano e a Sulzano con Martignago e Tassano. Nel 1941 il Rettorato Provinciale sussidiava l'allacciamento della frazione Conche con la strada provinciale e il capoluogo di Sale Marasino. Nel 1943 entrò in funzione un consultorio pediatrico.
Nella II guerra mondiale, specie negli ultimi due anni, Sale Marasino si andò riempiendo di sfollati fra i quali, ospite dei conti Martinengo al Portazzolo, il celebre pianista Arturo Benedetti Michelangeli. Durante il primo ventennio di vita amministrativa democratica, vennero costruiti nuovi edifici scolastici per le elementari nel capoluogo e a Riva per le frazioni e fu avviata nell'ex filanda Mazzucchelli nel 1957 una scuola di avviamento professionale a tipo industriale con un corso speciale per idraulici. Inoltre si provvide alla riparazione dei danni delle alluvioni del 1950 e 1954 e vennero compiute opere di sistemazione e di asfaltatura di numerose strade; seguirono poi la costruzione di un acquedotto a Marasino, miglioramenti della rete interna e la costruzione di fognature in varie località (a Conche, Croce, Maspiano e Marasino) e in via Baldassari e Giardino. Nel 1958 venivano completate le strade: Sale-Conche, Marasino-Gandizzano e quella del Giardino. Veniva inoltre potenziata l'illuminazione pubblica, costruita la cappella e 120 nuovi loculi al cimitero. Notevoli le manifestazioni di solidarietà. Nel 1946 per iniziativa di Angelo Bracconi e di altri salesi veniva fondato a Iseo presso l'ospedale il gruppo donatori di sangue che nel 1947 si trasformò in sezione intercomunale AVIS. Agli avisini nel settembre 1998 verrà dedicata la Piazza Donatori di Sangue. Nel 1950 veniva fondato per iniziativa di Angelo Villa il Gruppo Alpini. Sorgeva inoltre, ad opera del Ministero della Pubblica Istruzione, il centro di lettura ed informazione divenuto poi Centro Sociale di Educazione Permanente in seno al quale negli anni '60 sotto la guida del maestro Francesco Nodari, il pittore Giuseppe Tesini teneva una scuola di pittura. Nel 1979 prendeva ampio sviluppo sotto la presidenza del prof. Antonio Burlotti la biblioteca comunale. Nel 1983 veniva avviata la costruzione del porto commerciale completato solo nel 1989. Nel 1988 veniva aperta la nuova sede della Comunità montana del Sebino. Nel 1997 su progetto dell'arch. Antonio Acuto veniva costruita una palestra anche per ospitare la fiera. Nel 1999 veniva avviato l'ampliamento del cimitero. Nel 1976 nasceva il coro "La Baitella" diretto dal maestro Mario Soardi e nel 1983 era attiva la Compagnia filodrammatica "Gli Stupidi". Nel dicembre 1980, con sede all'hotel "Posada", veniva istituita l'Accademia della cucina bresciana. Nel 1978 prendeva consistenza, per iniziativa del Gruppo Alpino, il "Gruppo volontari alpini per la protezione civile ed intervento socio-sanitario di Sale Marasino" che nel 1998 avrebbe avviato la costruzione di una vasta sede, inaugurata nel settembre 1999, adiacente alla ex chiesa dei Disciplini. Nel settembre 1998 veniva avviato il Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD) per persone in difficoltà.
L'attività sportiva ha visto nascere negli anni '80 la Società ciclistica G.S. Rotelli-Tanfoglio che ha colto buoni successi a livello provinciale e oltre. Singolare l'attività del "Parapendio sky club" poi "Parapendio club" il quale, a partire dal 1989 in collaborazione con la "Federazione italiana volo libero", ha organizzato delle prove valevoli per la Coppa Italia e per la selezione dei partecipanti ai campionati mondiali. Nel suo ambito funziona da anni anche una scuola di parapendio (v. Parapendio Sebino). Attivo fu dal 1991 il gruppo sportivo Mountain Bike-Ciclismo con sede presso il bar dell'oratorio. Curiosa la gara "della birocia" organizzata nel 1999. Grande successo ha avuto nella frazione di Maspiano a partire dal 1983 la sfida della zucca, nata nell'osteria del Gambero Rosso (ora chiusa) di Redento Franceschetti, animata da Aldo Castagna, e che richiama molti sfidanti. Diedero e danno lustro a Sale il commerciante Domenico Serioli; il p. Flaminio da Sale (1667-1733) predicatore, missionario nei Grigioni, apprezzatissimo lessicografo della lingua ladina; mons. Giovanni Maria Turla (1823-1892), insegnante in Seminario, Vicario Generale, Penitenziere della Cattedrale; mons. Primo Giugni (1842-1904) Canonico e Rettore del Seminario; mons. Angelo Bertelli, Vicario Generale. Ebbe pure i natali a Sale il romanziere e poeta Costanzo Ferrari autore, tra l'altro, del romanzo "Tiburga Oldofredi". Da Sale Marasino si trasferiva a Darfo l'industriale Agostino Bonara. Da Marasino ebbe origine e prese il nome la nobile famiglia bresciana Marasini, che anticamente si chiamava "Zani de Marasino", costituita da ricchi industriali della lana emigrati a Bedizzole nel sec. XV e ivi diventati proprietari di fondi. La famiglia, accolta nel patriziato bresciano nel sec. XVIII, è ancora fiorente in vari rami. Verseggiatore dialettale apprezzato fu il dott. Paolo Mauri, medico a Sale dal 1926 al 1959 nonché il vivente Ernesto Guerini. Benefattrice insigne la signora Gianna Zirotti, sposa al contrammiraglio Vincenzo Richeri. Morendo nel 1922 la Zirotti dispose che un palazzo e il terreno circostante, a Montisola, fossero destinati ad ospitare un medico. Inoltre lasciò il palazzo di Sale Marasino perché ospitasse una maternità per le donne indigenti, successivamente trasformata in un ospizio per anziani.
L'ECONOMIA prevalente era quella agricolo-silvestre basata sui cereali, la legna, l'allevamento di bestiame e specialmente di pecore. Via via prese sviluppo la viticoltura che assunse buon rilievo fino alla vigilia della II guerra mondiale, come ebbero a dimostrare un importante convegno vinicolo tenutosi il 26 novembre 1923 e altre riunioni e corsi relativi. Negli anni Venti erano ancora in voga le feste dei viticoltori mentre continuava ad essere attivo il Consorzio antifillosserico che organizzava corsi professionali. Attiva anche la frutticoltura incrementata negli anni '30 da corsi organizzati dalla cattedra ambulante. Non mancò nel tempo la presenza dell'olivicoltura. Ancora verso la metà dell'800 Sale Marasino forniva carbone vegetale in abbondanza. Cessato il forno di Marone, il carbone salese veniva inviato ad alimentare i forni della Valtrompia (Gardone, Pezzaze e Bovegno). Segnalata nel 1870 anche la presenza di "una pietra la quale, cotta in apposite fornaci, si trasforma in calce". Nel 1896 veniva segnalato il commercio di "tufi scavati da una rupe dietro il paese, che servono per fabbrica ed ornamento di giardini". In continua emulazione con Marone, la lavorazione della lana. Tale lavorazione, specie delle coperte, si impose decisamente nei sec. XVI-XVII trovando tra l'altro abili commercianti, come il salese Domenico Serioli, console per gli affari dei domini Veneto e Pontificio, che le diffuse in mezza Italia e in Oriente. Ma già nel 1750 il capitano di Brescia Bartolomeo Gradenigo scriveva che ormai la tessitura era ridotta ad esigue proporzioni riferendosi a Sale Marasino e a Zone e che qualche altra piccola attività sopravviveva ad Agnosine e Lumezzane. Nel sec. XIX le sedi riattivate della produzione di coperte andarono concentrandosi là dove queste venivano tessute a mezzo di telai a mano e poi inviate a Marone per la loro rifinitura (feltratura a mezzo di folli a martello e susseguente garzatura), perché a Marone esisteva la forza motrice sufficiente (fornita dalla sorgente Festola e dal Rio Ariolo). Nel 1834 nei comuni di Sale Marasino e di Marone quasi tutti gli abitanti in inverno lavoravano la lana per conto di negozianti che operavano sul mercato veneto e sulle fiere di Bergamo e Brescia. Tra il terzo ed il quarto decennio del secolo la produzione era ragguardevole. Nel 1844 Costanzo Ferrari le valutava sulle 40 mila. Nel 1848 questa industria prese uno straordinario incremento pel numero delle coperte e pel valore triplicatone. A Sale nel 1850 funzionavano 15 piccoli opifici con 35 telai e 737 occupati. Ma ben presto il consumo tornò scarso e i prezzi crebbero. Nel 1870 si sottolineava che «le fabbriche son 15 che hanno complessivamente 55 telai, occupandovi 757 persone fra uomini, donne e ragazzi. La lana che alimenta questa industria, è per circa una quarta parte prodotto di armenti nostri, di Valcamonica, Valtellina e Tirolo; l'altra si ritira dal levante per la via di Trieste. Nella fabbricazione delle coperte ordinarie si adopera anche il pelo di capra, o solo o unito alla lana. Lo smercio delle coperte si fa nel Lombardo-Veneto, nel Tirolo, nei Ducati e nel Piemonte. Il loro prezzo varia dalle 5 alle 50 lire». In seguito i telai si ridussero sempre più mentre prendevano piede ditte vere e proprie. Furono i Signoroni che diedero ampio respiro all'attività laniera introducendo verso la metà dell'800, per primi, macchine tessili. Si segnalarono soprattutto nella confezione di coperte di lana famiglie come i Turla, i Fonteni, i Tempini, i Burlotti, gli Sbardolini, ecc. Specie per l'intraprendenza di Bonomo Sbardolini, in vista della guerra del 1866, ebbe notevole sviluppo l'attività laniera; accaparrandosi la produzione delle coperte militari trasferì poi lo stabilimento a Marone conservando a Sale Marasino la sede commerciale. Conclusasi rapidamente la campagna del '66 e venute a cessare le ordinazioni governative, le nuove macchine introdotte dopo il 1860 rimasero in gran parte inoperose per circa sei mesi all'anno: nel 1869 risultano in funzione 35 telai, vale a dire la metà esatta di quelli attivi otto anni prima. Nel 1874 le statistiche segnalavano 4 fabbriche di coperte con 12 cavalli a vapore e 5 idraulici, che impiegano 16 uomini, l donna, 12 ragazzi per la filatura; 17 uomini, 13 donne, 21 ragazzi per la tessitura; nessun telaio meccanico e 22 a mano. Non mancò poi una lenta ripresa specie grazie a nuovi imprenditori. Nel 1890 funzionavano infatti le ditte Francesco Turla con 88 operai, Bonomo Sbardolini con 62 operai e Guerini Fratelli e C. con 57 operai tra filatori, tintori e tessitori. Essendo le coperte di "lunga durata" e di ogni tipo richiesto dal commercio esse davano luogo a «forniture speciali per ospedali, opere pie, case di pena, amministrazioni ferroviarie, per tutte le armi del R. Esercito e per la Marina». Il Menis valutava nel 1895 una produzione dalle 30 alle 40 mila coperte per quasi un milione di lire.
Nel 1908 veniva fondata la S.A. Lanificio del Sebino che andò sempre più ampliandosi finché venne assorbita nel 1921 nella S.A. Industrie Tessili Bresciane con sede a Brescia e filiale a Marone. Come ha scritto Alfredo Giarratana verso la fine del secolo scorso, alcuni titolari delle fabbriche di Sale vennero attratti verso l'agricoltura acquistando terreni da bonificare nella bassa bresciana; basta ricordare i Tempini. Sviluppo ebbe anche la produzione di reti da pesca e da caccia affermatasi poi industrialmente nel 1922 con la S.A. Industria Reti. Entrata in crisi intorno agli anni 1927 la produzione andò sempre più riducendosi su Sulzano e Montisola. Un poco più tardi alla produzione laniera si aggiunse quella della filatura della seta che vide la nascita di filande quali quelle dei Panzeri, dei Mazzucchelli, ecc. Seta e lana connotarono il lento ma sicuro sviluppo industriale del sec. XIX che registrò nel 1903 la fondazione da parte di Cristoforo Tempini di uno stabilimento per la filatura della seta che impiegò subito cento operai. Nel 1938 erano in funzione la Filanda Mazzucchelli, il Lanificio S.A. Industrie Tessili Bresciane, una fabbrica di coperte di Battista Burlotti e la fabbrica di telerie Maddalena Turelli e Rosa Guerini. Inoltre esisteva il retificio Giacomo Romeda. Nel 1908 veniva avviata la ditta Castagna per la produzione di mobili in ferro. Dopo la II guerra mondiale tale ditta andò sempre più ampliandosi fino a costruire nel 1958 un nuovo stabilimento, allargando la propria produzione tanto da assumere più di duecento operai. Verso gli anni '50 i fratelli Maluta trapiantavano dal Veneto a Sale Marasino la loro Manifattura per la fabbrica di pantaloni che chiamarono di Valcamonica e che occupò fino a 50 operai. Dagli anni '50 furono via via presenti ditte come la F.ar.me. Fabbrica Arredamenti Metallici (via Ronzone), la Leghorn Prodotti Alimentari s.r.l. (preparato per brodo e condimenti), chiusa nel 2000. Negli anni '60 ebbero notevole sviluppo la Sebino Resine e la OMAS Lavorazioni meccaniche di Giannotti e C. Più recente la SIMES, ora trasferita, che nel 1987 eseguiva tra l'altro l'impianto di illuminazione della Torre Eiffel; la Iseo Gomma (dal 1970), leader nella produzione di profilati in gomma e derivati; la CAM (Costruzione Arredamenti Metallici).
Sulla fine dell'800 ebbe un lento ma costante sviluppo l'industria del forestiero come veniva chiamata l'attività turistica. Nel 1896 veniva aperto il primo albergo, quello della "Posta" e veniva registrata l'esistenza della Trattoria dei Due Mori, di due caffè e di alcune osterie. Recentemente sono sorti altri hotel e alberghi come Motta, Rotelli, La Posada ristrutturato recentemente e ribattezzato Villa Kinzica (dal nome di un'eroina senese), Villa Bredina ecc. Dal febbraio 1962 a Sale Marasino si svolge quella fiera del Sebino e della Valle Camonica che ha avuto largo sviluppo, ampliando nel corso degli anni il suo ambito, oltre che all'economia, all'arte, alla musica, al folclore, ecc. Il 1° agosto 1994 veniva inaugurata un'agenzia della Banca Popolare di Sondrio che si aggiunge alla già esistente agenzia del Banco di Brescia.
ECCLESIASTICAMENTE, anche se i primi documenti che vi accennano sono solo del 1275, Sale Marasino fu fin dal sec. V-VI pieve di un territorio non certo vasto (65 kmq.), comprendente i territori di Marasino, Martignago (Sulzano), Peschiera di Montisola, Vello, Pregasso e Zone. Nel 1275 compare nei documenti anche il primo nome di un arciprete di Sale Marasino o della valle Renovata, certo Pietro che è presente assieme ad altri membri del clero all'elezione del vescovo Maggi il 21 settembre. Ma bisogna attendere cento anni perché nei documenti appaia un altro nome. Il 14 luglio 1374 infatti Bianco di Inzino arciprete di S. Zenone di Valrenovata viene delegato dal vicario generale a investire don Giovanni de Cazonibus dei benefici delle chiese unite di S. Martino in Prata e di S. Nicola di Polaveno. La pieve era governata da un capitolo rurale di sacerdoti e chierici, presieduto dall'arciprete. Della storia della pieve nessun documento e nessun cenno appare prima del sec. XV; l'elenco stesso dei nomi degli arcipreti, come scrive Paolo Guerrini, è muto fino al 1275, mentre molte altre pievi bresciane hanno documenti e memorie fino dal sec. XI. Ogni anno il collegio canonicale della pieve faceva per tre giorni la ricognizione ufficiale dei confini del territorio plebanale; l'antichissima "lustratio pagi", cerimonia pagana di importanza grande, venne tramutata nelle tre processioni delle Rogazioni cristiane, che percorrevano il territorio al canto delle Litanie dei santi secondo un cerimoniale particolare, che ancora rimane nell'uso della parrocchia di Sale ed è quasi codificato in un libro di «Preces et Benedictiones super campus, quae utuntur Rogationum diebus ex consuetudine in hac paroecia Salarum Marasini, transcriptae ex editione Brixiensi sub anno 1629», ultime reliquie liturgiche di un remotissimo rito pagense. Il catalogo dei benefici della diocesi compilato intorno al 1410 comprende il beneficio dell'arciprete, "unum beneficium sacerdotale et tria clericalia beneficia, il monasterium S. Pauli de Lacu exemptum" e i benefici non ancora parrocchiali ma soggetti alla pieve come rettorie coadiutorali, di S. Giorgio di Zone, S. Cassiano di Martignago, S. Maria del Giogo, S. Pietro di Pregasso e quelli di Monteisola, riuniti insieme: cioè di S. Maria de curis, S. Faustino di Siviano e S. Severo di Senzano. Il nome di un nuovo arciprete, Antonio Grossi di Piacenza, riemerge nel 1448 quando nel documento, "Diritti della Pieve di Sale Marasino", viene ricordato che i comuni di Marasino, Martignago, Peschiera, Montisola, Vello, Pregasso e Zone sono obbligati ogni anno a pagare il cero pasquale e a riempire il battistero della pieve matrice di Sale nel Sabato Santo e sono tenuti alla manutenzione del tetto della medesima pieve nella parte a ciascuno assegnata. Nonostante l'autonomia dei due comuni di Sale e di Marasino, come scrive P. Guerrini «la chiesa della pieve rimase unica parrocchiale per tutto il vasto pievato fino al secolo XV; vi discendevano all'unico fonte battesimale tutti i bambini di Zone, di Marone, di Vello, di Sulzano e dell'isola; quivi si ricevevano i sacramenti, qui si raccoglievano i fedeli per le feste o le funzioni più solenni. Ogni chiesa sussidiaria aveva invece annesso un cimitero e l'arciprete, col capitolo dei suoi canonici, si recava a compiere le esequie dei morti». Poi, intorno al sec. XV, la pieve andò dissolvendosi e, a mano a mano Zone, Siviano, Peschiera, Vello, Marone e, ultimo, Sulzano, si costituirono, oltre che in comune, in parrocchie autonome mentre l'isola di Loreto (v. Loreto) passò per decreto di S. Carlo alla parrocchia di Marone. Nel catalogo del 1532 Marone e Vello, erano già parrocchie autonome, come Siviano, Peschiera e Zone. Soltanto Martignago (Sulzano) restava allora ancora unito alla pieve, ma era in procinto di staccarsene per diventare anch'esso una parrocchia autonoma. Il consistente beneficio divenne poi oggetto di una commenda concessa a dignitari che ricoprivano alti incarichi come il nob. Paolo Aleni, canonico della cattedrale, vicario generale di Brescia e poi di Verona, e ancora di Brescia, morto nel 1572 e del nipote suo nob. Antonio Aleni, protonotario apostolico canonico della cattedrale. Naturalmente questi prebendari che non risiedettero mai in luogo, si servirono di sacerdoti così detti mercenari. Il primo parroco residente, don Fabrizio Cristoni, imposto dal vescovo mons. Bollani, vi rimase fino al 1592 quando, già anziano rinunciò a favore del nipote Giovanni il quale provvide ad un altro inventario di fondi, censi, rendite. Trovò la cura pastorale "difficilis et laboriosa" per l'assistenza a 1500 anime sparse "in diverse contrade e comuni, fuori e molto distanti". Sebbene S. Carlo avesse espresso rilievi sulla sua operosità pastorale esortandolo ad essere assiduo al confessionale, alla predicazione della Dottrina Cristiana e all'assistenza agli infermi, Paolo Guerrini lo definisce un "ottimo arciprete". San Carlo, pur sanzionando nel 1581 l'autonomia delle parrocchie staccatesi dalla Pieve, erigeva la vicaria foranea di Sale Marasino. Le visite pastorali indicano una solida vita parrocchiale nonostante la mancata presenza in luogo di arcipreti titolari. Oltre alla Confraternita del SS. Sacramento, alla Disciplina (1521) e alla Confraternita del SS. Rosario, nacque, in occasione della peste, anche la Confraternita di S. Rocco. Legata al cimitero nacque la Confraternita del Suffragio e quella dei devoti di S. Antonio per il Triduo dei defunti o Confraternita del Triduo. Il Seicento si aprì in un clima religioso sempre più intenso. Sotto il parrocchiato di don Teodosio Gallizioli (1604-1633) si affermò fin dal 1612, a due anni dalla canonizzazione, il culto di S. Carlo Borromeo al quale venne eretto un altare con relativa cappellania. Nel 1621 lo stesso don Gallizioli dava vita, assieme a p. Maurizio Lazzari della Pace, alla Compagnia delle Dimesse alla quale fecero capo i piccoli gruppi di Sulzano, Carzano, Marone e Zone. Come ha sottolineato Paolo Guerrini: «questo Collegio delle Dimesse Orsoline, accoglieva a vita comune parecchie signorine delle famiglie più distinte del paese, dedicandosi esse alla educazione della gioventù femminile nelle scuole private e nell'oratorio. Ebbe beni e legati propri e durò quasi tutto il secolo XVIII». Nel 1600 la Congregazione delle Dimesse di S. Angela ebbe tra l'altro come direttrice anche la contessa Flaminia Martinengo Coradelli (morta a Sale nel 1693 e sepolta nella vecchia parrocchiale) la quale fu anche direttrice della Dottrina Cristiana. I secoli XV-XVIII videro nascere, attribuiti ai vari altari, numerosi legati e cappellanie fra i quali quello dei Martinengo e dei Baldassari all'altare di S. Antonio, degli Antonioli all'altare di S. Carlo, degli Antonioli, Bertelli e Benedetti a quello del SS. Rosario, degli Antonioli e Baldassari a quello del SS. Sacramento. Legati di messe e cappellanie sostenevano anche le chiese sussidiarie come quelle Bertagna e Buizza per S. Giovanni Battista in Conche. Legati, i più vari, come si è ricordato, vennero disposti per l'istruzione dei fanciulli e per l'assistenza ai poveri. Al parrocchiato di don Francesco Soardi (1634-1651) seguì quello di don Pietro Antonio Obici o Obizi (1652-1660) che fu percorso da difficoltà e dispiaceri tali da consigliarlo a cambiare sede. Lungo e fervente fu il parrocchiato di don Antonio Ghitti (1660-1699) durante il quale fu un fiorire e rifiorire di confraternite e pie associazioni quali quelle di S. Pietro, S. Rocco, del SS. Sacramento, del Rosario, di S. Carlo, delle Dimesse ecc. Contrastato e "litigioso dato il carattere autoritario" fu il parrocchiato di don Giov. Pietro Ghitti il quale ebbe tra l'altro una lunga controversia con i Disciplini di S. Pietro, i quali pretendevano di portare il cappuccio in testa nella processione del Corpus Domini. Dissidi ebbe anche con il Comune e con parenti. Già anziano (aveva 68 anni) nel 1737 maturarono le condizioni per erigere una nuova chiesa voluta dalla popolazione e alla quale non si oppose collocandone il 25 agosto la prima pietra; lasciò a don Ignazio Zirotti, ricco e intraprendente sacerdote del paese, l'iniziativa da condurre in porto. Alla morte di don Ghitti il successore, don Simone Obizi (1738-1745), vide sorgere a poco a poco lo splendido tempio ma non lo vide compiuto dato che morì a 53 anni nel 1745. Il compimento della chiesa e la sua inaugurazione appartennero a don Marcantonio Guerini (1746-1769) con la partecipazione di mons. Alessandro Fé, vescovo ausiliare di Modone. Il ricordo di questi avvenimenti è stato fissato in due eleganti iscrizioni latine. La prima, scolpita sulla facciata della chiesa, è opera dell'insigne epigrafista prevosto Morcelli di Chiari. La seconda, collocata all'interno della chiesa, fu dettata dall'archeologo Giovanni Labus, e si conserva autografa nell'archivio parrocchiale. Dopo il parrocchiato di don Giov. Maria Prevosti (1769-1791) il suo successore don Giuseppe Zanola, dovette affrontare la rivoluzione giacobina e la spogliazione dei beni ecclesiastici che lo consigliarono nel 1799 a rinunciare alla parrocchia, per ritirarsi in qualità di parroco a Garda di Sonico. Nemmeno il suo successore, don Alberto Pandocchi, parroco nel marzo 1800 resse alle difficoltà e alle traversie dei tempi napoleonici per cui nel 1816, in tempi di carestia e di epidemie, finì con l'abbandonare la parrocchia morendo nel 1829. Più tranquillo fu il parrocchiato di don Giovanni Pansoldi che dal 1816 al 1829 era stato vicario parrocchiale di don Pandocchi e che a lui successe dal 1829 al 1835. In quegli anni risorsero la Confraternita del SS. Sacramento e la Congregazione di S. Luigi. Lasciò indimenticabili ricordi della sua pietà e, soprattutto, della sua eroica carità don Angelo Valdini (1835-1855). Appena nominato, dovette affrontare l'epidemia del colera nella quale si prodigò con eroica carità, svolgendo poi intenso ministero. Morì, vittima della sua abnegazione, durante la nuova epidemia di colera del 1855, lasciando dietro a sé la fama di essersi offerto vittima volontaria per tenere lontano il flagello dell'epidemia. Per molti decenni una vera folla non solo da Sale Marasino ma anche da tutta la Riviera Sebina accorse sulla sua tomba per venerarne le spoglie ed invocarne l'aiuto. Zelantissimo fu anche il suo successore don Antonio Carletti (1855-1893) che provvide oltretutto al restauro della facciata della chiesa parrocchiale nel 1891. Egli promosse nel 1890 la confraternita del Carmine. Esemplare fu il lungo parrocchiato di don Vincenzo Gorini (1894-1938) che lasciò ricordi vivi per il suo zelo, la sua oratoria e la sua apprezzata abilità poetica ed anche per la capacità organizzativa della pastorale nella quale venne coadiuvato dal 1910 fino al 1950 da un venerato sacerdote, don Giovanni B. Cuter, di cui si ricordano ancora esempi di vera santità sacerdotale. Promosse altresì la Pia Unione delle Madri Cristiane, ripristinò la Congregazione dei Terziari francescani. Oltre a promuovere un intenso movimento cattolico anche in campo sindacale, che riscattò il paese dalla predominanza liberale zanardelliana, egli diede via libera a don Giuseppe Rossini, curato a Sale dal 1926 fino al 1938, di organizzare tutte le branchie dell'A.C. Nel 1938 don Cavalli, forte di una precedente esperienza a Quinzano d'Oglio dava vita ad un sereno ambiente giovanile, creando cinque aule catechistiche, una sala ritrovo per giovani, un'altra per ragazzi, una cappella, aggiungen do poi un cinema-teatro, un piccolo campo sportivo e un campo di pallavolo e aprendo la casa di esercizi e ritiri spirituali "Betania". Nel 1941 a Natale, arciprete avviava la pubblicazione del bollettino parrocchiale continuato poi nel dicembre 1992 con il titolo -Vieni a casa". Nel 1951 veniva fondata la S. Vincenzo. Don Cavalli dedicò cure attente alla chiesa parrocchiale e a quella sussidiaria mentre la vita pastorale andava arricchendosi col contributo di congregazioni religiose, oltre che delle Suore Dorotee anche delle Missionarie della Consolata in frazione Marasino. Le Suore Misericordiose svolsero in anni recenti la loro attività nella frazione Marasino e le Umili Serve del Signore nella Casa di Riposo, che però lasciarono il 31 dicembre 1993. L'Istituto Pro Familia ha aperto a Conche una casa di spiritualità e di formazione alla vita familiare. Don Lino Bianchi (1970-1992) ricco di un'esperienza fra gli emigrati, fece soprattutto leva sugli organismi parrocchiali voluti dal Concilio e sopra un'intensa catechesi. Creò la radio parrocchiale, sistemò il cinema e l'oratorio, ristrutturò e restaurò il presbiterio della chiesa parrocchiale (1983), le non poche chiese sussidiarie, risistemò la casa canonica realizzando ambienti per le adunanze e la catechesi. Don Firmo Gandossi arciprete dal 1992 ha rivitalizzato con intensa azione religiosa la parrocchia, ha provveduto a nuovi abbellimenti della chiesa, alla ristrutturazione del cinema-teatro "Sebino" ed ha sollecitato ricerche archeologiche intorno alla chiesa plebanale primitiva.
LE ANTICHE CHIESE. La prima chiesa documentata come PIEVE nel 1275, aveva orientamento EO e, come in tutte le pievi romaniche, aveva l'abside rivolta verso Gerusalemme. Lo scavo archeologico intrapreso nel 1998, nel sagrato meridionale dell'attuale chiesa parrocchiale ha individuato una piccola parte dei muri perimetrali della primitiva pieve romanica. La chiesa venne poi sostituita, nel secolo XV, da una nuova e più ampia chiesa (circa 19 metri la lunghezza per 14,50 di larghezza), ruotata di 90 gradi rispetto alla precedente, con ingresso a nord e abside a sud. L'edificio sacro, come evidenziato dagli scavi, rientra nella tipologia delle chiese ad aula unica, con facciata a capanna, con portale d'ingresso sormontato da un loculo e il tetto a doppio spiovente; l'interno era suddiviso in tre ampie campate scandite da archi traversi, quasi certamente a sesto acuto, che sostenevano direttamente il tetto, a travatura lignea, con un'abside probabilmente ottagonale. Le pareti perimetrali laterali saranno state certamente ricoperte di pitture a fresco del tipo "ex-voto". I documenti d'archivio ci informano che, nel 1736, a fronte della decisione da parte degli abitanti di Sale e Marasino di abbattere la chiesa ad aula unica rinascimentale, per costruirne una più grande, arciprete di allora, Giampietro Ghitti, ottenne l'assicurazione "che non si sarebbe demolita la vecchia prima che fosse compiuta la nuova". Con il completamento della nuova chiesa parrocchiale nel 1754, vennero abbattute tutte le campate della vecchia chiesa, mentre l'area dell'abside fu mantenuta, benché tutta ristrutturata, e, all'altezza dell'arcone trionfale, fu innalzata una nuova facciata, dando origine all'attuale "chiesina dell'oratorio". Ciò detto fa comprendere la sproporzione esistente tra lunghezza e larghezza dell'edificio. Quest'ultima presenta due interessanti affreschi raffiguranti l'Assunzione di Maria Vergine ed un episodio della vita di S. Zenone attribuiti a Domenico Voltolini (1666-1746). La parte inferiore dell'altare maggiore, in legno, presenta un'apertura destinata a raccogliere il Cristo morto, opera in legno di Grazioso Fantoni (sec. XVIII), scomparso e ritrovato, nella vecchia sagrestia, da Antonio Burlotti. La soasa, intagliata in legno policromo, è di manifattura locale e racchiude una pregevole pala (olio su tela), che raffigura il Cristo morto con i ritratti dei figli di Orfeo Dossi, si tratta di una bella Deposizione con in basso i giovanetti Vincenzo e Battista Dossi e reca la data 1598. Il campanile della Pieve di Sale Marasino è databile tra la metà del XII e inizi del XIII secolo per le caratteristiche della murata. Il medesimo presenta una particolarità davvero singolare: la presenza, al piano terra, di quattro accessi (uno su ogni lato e ognuno di diverse dimensioni) dei quali è rimasto in uso oggi solo quello settentrionale. Questa stranezza può essere spiegata solo pensando che il campanile si trovasse almeno parzialmente dentro la chiesa medievale e non semplicemente accostato ad essa. Della cella campanaria medievale si vede nel versante E il segno di un'antica apertura, ora chiusa, mentre la cella campanaria attuale è settecentesca.
LA CHIESA PARROCCHIALE di S.ZENONE. Ricerche puntuali di Valentino Volta hanno portato a scoprire il progettista dell'attuale chiesa parrocchiale nell'arch. Giovanni Battista Caniana (Romano Lombardo, 1641 - Alzano, 1754). Secondo Giovanni Cappelletto la chiesa rivela «caratteristiche proprie notevoli in quanto sembra ricalcare la pianta della chiesa di S. Alessandro di Milano, ma in chiave settecentesca. Identica ne è la distribuzione degli spazi, ma la cupola diviene qui elissoidale, le colonne angolari scompaiono e si appiattiscono le lesene, per lasciare indisturbato il gioco degli archi che sembrano tesi dal basso all'alto in valore puramente lineare e non più chiaroscurale come nel Binago». Qui lo spazio è tutto plasmato nella luce. I pilastri che pure sostengono l'intero sistema, quasi scompaiono, per dare risalto alle plurime superfici curve che si rincorrono e generano scorci di altre arcate più lontane e appena intraviste. L'effetto è poi accentuato dalla luminosa decorazione dei numerosi fondali prospettici che promettono fughe di altri colonnati ed effimere gradinate. La croce greca, tema originale della composizione, viene subito dimenticata in un sereno godimento delle luci che avvolgono la festa dei policromi giochi delle leggerissime arcate. L'interno si presenta come una festa di colori, mosso da splendide e originali prospettive. In particolare il monzese Giacomo Lechi (sec. XVIII) ha decorato la cupola centrale, mentre il quadraturista bolognese Giovanni Zanardi (sec. XVIII) ha decorato praticamente tutta la chiesa; vi ha pure lavorato il comasco Filippo Velizzi per la decorazione della cupola e delle cappelle laterali. I medaglioni che rappresentano episodi della vita della Vergine, situati sui quattro archi principali della cupola centrale, sono del pittore bolognese Francesco Monti (1683-1768) presente a Sale Marasino secondo documenti nel 1750. Il pavimento alla palladiana fu voluto nel 1948 dall'arciprete don Angelo Cavalli. Nel 1870 venne costruita l'attuale scalinata di accesso alla chiesa. La facciata venne eseguita nel 1891 su disegno dell'arch. Carlo Melchiotti, dalla Sezione Muratori dell'Istituto Artigianelli di Brescia.
Sulla destra, entrando dal portale di ingresso della chiesa si incontra la cappella dedicata a S. Giovanni Battista o delle Reliquie. Sui sovralzi in un'anconetta cimata vi è al centro un ampio reliquiario marmoreo affiancato da due statuette (altezza cm. 60) raffiguranti S. Giacomo e S. Zenone di splendida fattura seicentesca. La pala settecentesca di autore ignoto raffigura il Battesimo di Gesù (sec. XVIII). La cappella della Madonna del Rosario, che segue, ha nell'arcata i 15 misteri del S. Rosario del sec. XVII provenienti dalla vecchia parrocchiale, la quadratura è opera di Giovanni Zanardi (sec. XVIII) e la pala d'altare è opera di G.B. Sassi (1679-1762). L'altare, assemblato nel 1764, presenta una mensa della fine del '700 di marmo intarsiato con ai lati due putti in marmo bianco. All'altare della Madonna del Rosario si conservano, raccolte in un'urna, le reliquie del martire S. Giustissimo, ottenute in dono l'anno 1799 dalla chiesa del soppresso monastero di S. Giulia. L'urna è segnata da questa iscrizione dipinta sul legno: «Corpus - d. Iustissimi Mart. - Brixia - in plebem hanc solennit. translatum - anno Domini MDCCIC - septimo kal. iunii hic - honorifice conditum fuit». La terza cappella di destra ha anch'essa una cupola con decorazioni e prospettive di Filippo Velizzi. L'altare secentesco è in marmo policromo con, al centro della mensa, un ovale raffigurante su fondo nero la figura di S. Zenone. La soasa con cimasa è sovrastata da una statua a tutto tondo, raffigurante un angelo. La pala rappresenta la Madonna col Bambino e S. Carlo e i S.S. Ignazio di Loyola e Fermo.
Il presbiterio è ricco di prospettive e decorazioni di Giovanni Zanardi (1752). Sulle pareti del coro sono due grandi affreschi raffiguranti il viaggio verso Betlemme e la Natività, opera di Francesco Monti. Il coro del sec. XVII proviene dalla precedente chiesa parrocchiale. L'altare, in marmo policromo, fu tolto dalla distrutta chiesa di San Domenico in Brescia (ex Ospedale Civile di via Moretto), intorno al 1868. Al centro della mensa è presente una formella quadrilobata in fusione bronzea, lavorata a rilievo, raffigurante la SS. Trinità e San Domenico, eseguita da Giuseppe Filiberti, fonditore ed argentiere bresciano che lavorò nella seconda metà del Settecento. Ai lati sono poste due grandi statue raffiguranti S. Zenone e S. Giacomo opere di Grazioso Fantoni giovane" (1753). I candelabri di bronzo che ornano l'altare sono del milanese Carlo Ferrazzoli eseguiti nel 1740. La soasa in legno (ancona), dei Boscaì, racchiude la pala raffigurante la Vergine col Bambino (dipinta su un'anta che si apriva per mostrare un'altra statua in legno della Madonna, detta "Madonna della seggiola"), San Zenone vescovo, patrono della parrocchia, i Santi Pietro e Paolo, patroni della Chiesa universale, e in basso i Santi Patroni delle contrade: Sant'Antonio abate, San Giacomo apostolo, San Rocco. La tela è di Pompeo Ghitti da Marone (1631-1704).
L'altare della celebrazione, rivolto verso l'assemblea è stato progettato dall'arch. Valentino Volta, realizzato in un blocco (60 q.li) di marmo venato in palissandro della Val Malenco con, nel paliotto, un ovale raffigurante la pesca miracolosa scolpito dallo scultore Luigi Lozica quale personale interpretazione della "Pesca miracolosa" nella Maestà di Duccio da Boninsegna nel museo dell'opera del Duomo di Siena. Il rilievo, racchiuso in uno spazio a forma ovoidale, rappresenta Cristo che sul mare di Galilea consegna a Pietro la Chiesa, raffigurata da una rete piena di pesci tirata in barca da tre Apostoli. Lo stesso architetto Volta studiò il rifacimento totale dell'area presbiteriale, affidando alla ditta Lombardi marmi di Rezzato la realizzazione dell'opera secondo il progetto originario del Caniana. Tutto il lavoro è stato eseguito in marmo bianco di Botticino ed in rosso Asiago. I restauri furono voluti dall'arciprete don Lino Bianchi. L'altare venne consacrato il 30 marzo 1984 da mons. Gaetano Bonicelli. A fianco dell'ambone in una cantoria settecentesca con decorazioni dipinte sul frontone, sulle lesene e sugli specchi è l'organo ivi collocato da Giovanni Giacomo Bolognini e dal figlio Giuseppe nel 1754. Venne poi rifatto da Diego Porro. Scendendo sul lato di sinistra, sempre partendo dall'ingresso, si incontra la cappella dell'Immacolata con, nella cupola, decorazioni a fresco e sulle pareti prospettive del comasco Filippo Velizzi (sec. XVIII). L'altare è finissima opera che ricerche d'archivio di Antonio Burlotti portano ad attribuire al marmorario rezzatese Paolo Ogna (sec. XVIII). Ricchissimo il paliotto, in marmo nero, che racchiude intarsi di marmi colorati ed è lateralmente racchiuso da due ampi pilastri sempre in marmo nero. La pala rappresenta l'Immacolata, San Luigi Gonzaga, San Giovanni Nepomuceno e San Domenico; la tela non apparteneva a questo altare, ed è stata posta qui in anni passati. Segue la cappella del Crocefisso e della Addolorata. Nell'arcata spiccano gli ovali in olio su tela raffiguranti i sette dolori della B. Maria Vergine (sec. XVII) della stessa mano dell'autore dei 15 misteri del Rosario. Le pareti laterali sono ornate di prospettive di Giovanni Zanardi. L'altare in marmo è affiancato da due colonne e da due nicchie in una delle quali si trovava la statua di S. Zenone, poi trafugata, e nell'altra una statua di S. Giacomo rimasta priva della testa. Nel 1992 Giacomo Ercoli eseguiva una nuova statua di S. Zenone, anch'essa trafugata. La grande teca, che sovrasta l'altare, è in lastre di vetro saldate col piombo; al suo interno le statue, in legno policromo, di san Giovanni evangelista e della Madonna addolorata, ai piedi di un grande Cristo crocifisso. Si attribuiscono con certezza le prime due statue lignee a Grazioso Fantoni, scultore di Rovetta (sec. XVIII), rimane da individuare la mano dell'artista autore del Cristo. Segue l'altare di S. Antonio da Padova, in marmo nero. La soasa, con due colonne con capitello corinzio e trabeazione presenta all'interno la pala che raffigura la Santa Famiglia di Nazareth e S. Antonio da Padova, attribuita al pittore Pompeo Ghitti da Marone (1631-1704). La mensa presenta ai fianchi due cariatidi in marmo bianco. La decorazione ad affresco è stata realizzata in epoca neoclassica (inizio del XIX sec.). I quadri delle 14 stazioni della Via Crucis sono opera del veneziano Quarena, acquistati nel 1856. Il pulpito in legno dipinto e decorato in oro risale al 700.
La sagrestia custodisce vari e pregevoli dipinti, tra i quali una tela di Grazioso Cossali (Orzinuovi 1563-1629), raffigurante l'entrata in Sale Marasino di San Carlo Borromeo; una cinquecentesca tela, di scuola morettiana, con la Madonna col Bambino in gloria e i Santi Domenico e Caterina da Siena, San Zenone vescovo, San Francesco, Santa Caterina d'Alessandria, ed effigiati di profilo in basso ai lati, i due ritratti degli offerenti: Orfeo e Marta Dossi. Altri dipinti completano la sagrestia, tra i quali le presumibili ante dell'organo della vecchia parrocchiale, raffiguranti Giuditta, che decapita Oloferne, Davide col gigante Golia e un S. Sebastiano. Come ha scritto Paolo Guerrini «La sacrestia era ricca di paramenti sacri e di argenterie: restano ancora alcuni pizzi antichi, alcuni paramenti di broccato veneziano, una bella croce astile d'argento del '500 con figure a sbalzo da ambe le parti, due pissidi del sec. XVII, che servono anche da ostensorio nella forma circolare di tipo ambrosiano, quattro secrete d'argento, a fiorami a sbalzo di stile barocco del sec. XVII, un reliquiario della SS. Croce in cristallo di Boemia legato in argento e segnato A.D. MDCCXX, una piccola pace d'argento del sec. XVII che ora non si usa più per il bacio tradizionale del popolo nelle feste più solenni, due turiboli d'argento stile impero, e un altro ostensorio grande, purtroppo rubato, pure d'argento e del medesimo stile, il quale porta nel piedestallo i nomi dell'artefice e del donatore in questa iscrizione: «Caietanus de Rizzi a Marasino / istud persolvit / a Pedrina Petro Brixiensis / formatum anno Domini MDCCCXXIII». Né meno prezioso e venerato è il tesoro delle Sante Reliquie, che il popolo ama e onora ogni anno con speciale solennità. Nel 1789 lo scultore Tomaso Pietroboni di Vione eseguiva gli ornamenti per i Tridui. Lo stesso scolpiva inoltre una statua di San Zenone ora scomparsa.
CHIESE.
S. PIETRO (PAOLO E ROCCO) al CURET. È opinione del Guerrini che la chiesa sia stata eretta e dotata sul principio del '500. La compagnia dei Disciplini la ottenne definitivamente l'anno 1521 per suo uso esclusivo, salvi i diritti parrocchiali, onde tenervi tutte quelle funzioni particolari e pii esercizi che erano consentiti dalla loro regola e dalla consuetudine. Si trattò, dapprima, di una piccola chiesetta, quasi una rotonda. Mezzo secolo oltre, in occasione della visita di mons. Pilati del 5 ottobre 1573, Domenico Baldassari, sagrestano della Disciplina attesta: «La disciplina non possiede beni se non elemosine; ha otto confratelli che non versano alcuna quota; fanno celebrare una messa nella loro chiesa nel giorno di S. Pietro e altre tre quattro volte nell'anno, pagano una somma di due soldi al sacerdote celebrante, acquistano candele che tengono accese durante le funzioni. Ogni anno fanno i conti senza chiamare il rettore, ma lo chiameranno; alternano i rettori; si amministra bene». Il Pilati da parte sua annotava che non era consacrata e che vi si celebrava nella festa di S. Pietro e qualche altra volta per devozione. Ordinava che si costruisse un altare. La peste del 1577-1578, durante la quale la chiesa fu probabilmente adibita a lazzaretto, dovette far nascere accanto alla Disciplina una Confraternita intitolata a S. Rocco per cui S. Carlo, nei decreti della sua visita del 1581, prescriveva che "La scuola dei Disciplini e la scuola di san Rocco, che non hanno potuto dimostrare della loro legittima istituzione canonica ora sono erette e unite dall'Illustrissimo Visitatore Apostolico e ordina che abbiano e osservino la regola edita ad uso dei Disciplini della Provincia ecclesiastica milanese...". È plausibile l'ipotesi avanzata da Antonio Burlotti che la bella pala raffigurante la B.V. col Bambino in gloria e i S.S. Sebastiano, Pietro, Paolo e Rocco con ai piedi due devoti della famiglia Dossi e che oggi, restaurata, si trova nella chiesa di Conche, sia stata fatta eseguire a suggello dell'avvenuta fusione delle due confraternite. Dagli atti della visita pastorale del 1593 si legge che: «Per l'Oratorio di S. Pietro dei Disciplini i Disciplini seguiranno volentieri e pienamente, con pietà, i doveri della visita pastorale e garantiscono con certezza le affermazioni fatte. Le pareti siano incrostate e imbiancate. Il crocefisso sotto l'arco della cappella maggiore sia posto su di una apposita trave. Le finestre siano munite almeno di tela cerata. In questo Oratorio non si pongano sotto nessun pretesto assi di imbarcazioni o lane da mercanti, né qualsiasi altra cosa profana, sotto pena di interdizione». Alcuni anni dopo il 10-11 novembre 1599 in occasione della visita pastorale di Marino Giorgi alla parrocchia di Sale Marasino, a proposito della chiesa di S. Pietro si apprende che: «Nell'oratorio di S. Pietro si accede all'altare attraverso tre gradini. Nell'oratorio superiore siano poste delle tavole traforate, volgarmente dette «gelosie», affinché a coloro che si trovano nell'oratorio inferiore non sia manifestata la vista di ciò che si trova nella parte superiore». Si dimostra così, sottolinea il Burlotti, che - contrariamente a quanto supposto da alcuni - il matroneo risale allo stesso periodo e non è dunque frutto di trasformazione successiva della struttura architettonica. I confratelli sono in numero di 38 e indossano il saio bianco con cappuccio. Nel '600 la chiesa fu ampliata e la navata dipinta con medaglioni raffiguranti S. Pietro liberato dal carcere, Saulo che cade sulla via di Damasco, la visita di Maria a S. Elisabetta e, ai lati, piccole medaglie in cui sono raffigurati S. Girolamo, S. Caterina da Siena, S. Lorenzo, S. Gregorio Magno, S. Agostino ecc. Sulla volta della tribuna venne successivamente raffigurato nell'Ottocento S. Rocco tra gli appestati. Ai lati, in due nicchie, vennero poste due statue, una di S. Carlo e l'altra di S. Rocco. Dagli atti della visita del vescovo Morosini dell'8 maggio 1648 sappiamo che nella chiesa vi si celebra solo per devozione e vi convengono i disciplini per la recita dell'ufficio della Madonna ed altre devozioni. Come ha sottolineato il Burlotti oltre all'accenno di Bernardino Faino nel suo "Coelum" (1658) non si trovano altre notizie se non di un lascito del 1773 di Pietro Archetti per la celebrazione di messe, ma dovevano seguirne altre se nell'elenco della Repubblica bresciana del 20 fiorile anno IV repubblicano si legge «che la chiesa ha capitali propri e capitali obbligati in celebrazioni di messe, reggenti li cittadini Giovanni Battista Agnesi, dott. Buizza e Bortolo Turla».
Passata di proprietà in proprietà, nel 1855 la chiesa venne convertita in lazzaretto per i colerosi mentre l'anno appresso il proprietario del momento Geremia Giugni si dichiarava disponibile ad alienare l'immobile al Comune "allo scopo lodevole di adottarvi un ospitale nel quale dare ricovero agli infermi specialmente all'evenienza di morbi epidemici o contagiosi". Affidata all'ing. Giacomo Cozzoli una perizia dello stato della ex chiesa e della casa adiacente, entrambi gli edifici venivano il 3 giugno 1856 acquistati dal Comune con lo scopo preciso di erigervi l'ospedale dopo aver affidato in precedenza ad una commissione il restauro della chiesa e l'adattamento a tale scopo del locale vicino. La commissione composta da Giacomo Tempini, Francesco Turla, Battista Mazzucchelli, Gaetano Antonioli, Lorenzo Zirotti riuscì allo scopo, attraverso offerte private. Al restauro della chiesa venne chiamato il pittore esinese Guadagnini che eseguì l'affresco del centro dell'abside raffigurante l'intercessione dei santi dove il Cristo seduto accoglie le preghiere della Madonna, di S. Pietro, S. Carlo e S. Rocco e rimanda con lo sguardo l'intercessione al Padre. Il Guadagnini salvò alcuni affreschi cinquecenteschi fra i quali due teste dei S.S. Ippolito e Cassiano poste sulla porta d'ingresso. Al contempo venne restaurata la secentesca copertura a botte della chiesa e le cornici a stucco. Eseguite le opere di restauro il 10 aprile 1865 il Comune deliberava di donare l'immobile alla Congregazione di carità dandole facoltà "a norma dei suoi statuti e leggi regolatrici" di assecondare la fondazione dell'ospedale. Nel 1867 una nuova, ma per fortuna non grave epidemia di colera affrettò la realizzazione dell'opera. Nel 1868 la Congregazione di carità era autorizzata da un rescritto ad accogliere il dono del comune. Un nuovo lascito di Maria Faccoli morta nel 1890 portava nuovi capitali per la realizzazione dell'opera, per cui seguirono nuovi ampliamenti. Con l'aggiunta di altra donazione di Giovanni Tempini l'ospedale divenne nel 1895 una realtà. Nel 1930 il complesso venne trasformato in casa del fascio. Passata all'Eca e da questa al Comune, la chiesa rimase chiusa a lungo e ridotta in pessime condizioni fino a quando nel 1983 il presidente della Biblioteca locale ne propose il restauro e l'utilizzo per conferenze, mostre, ecc. Ciò in effetti avvenne nel 1990 attraverso la Comunità Montana del Sebino Bresciano e con il contributo determinante dell'allora C.A.B.
S. GIOVANNI BATTISTA in CONCHE. Edificata nel 1737, molto elegante, domina il lago da un'ampia piazza. Di nette linee settecentesche, aveva anche una bella pala raffigurante la Madonna del Carmine con i S.S. Giovanni Battista e Erasmo, opera di Francesco Monti. Purtroppo la bella tela è stata rubata, attualmente sostituita dalla restaurata pala della chiesa dei Disciplini. Godeva di una cappellania e di un patronato. Alla fine del '700 le cappellanie erano due. Nel 1809 dopo le note vicende laicistiche aveva ancora un obbligo di 150 Messe l'anno. La chiesa venne decorata dal pittore Giuliano Volpi di Lovere che ha dipinto nella lunetta sopra l'altare la Decapitazione di S. Giovanni Battista e a lato dell'altare il Battesimo di Gesù. Nei pennacchi dell'elegante cupola dipinse i quattro Evangelisti. Come attesta una lapide nell'aprile 1962, Lucia Gaspari offriva il nuovo pavimento.
S. GIACOMO a MASPIANO. Si trova sull'antica via Valeriana o vallesiana nella frazione di Maspiano. Domina una pittoresca piazzetta, sulle balze che digradano verso il lago, ha una facciata elegante anche se semplicissima. Più mosso è l'interno che ha linee settecentesche. Il bell'altare di marmo intarsiato, ornato con fiori e con al centro una medaglia del Santo, è dominato da una, popolaresca pala raffigurante il Martirio di S. Giacomo, raccolta in una semplice soasa. L'ubicazione della chiesetta e soprattutto il Santo titolare, indicano l'esistenza probabile di un antico "hospitale", dato che il Santo era il tipico titolare di molti ospizi e ospedali medioevali. Infatti un atto del 18 agosto 1505 che ricorda l'affitto da parte di un Simone Massolino di Maspiano ed altri "agenti come governatori della carità" di Sale Marasino, potrebbe indicare indirettamente l'esistenza di tale ospedale o ospizio. Don Cristoforo Pilati nel 1573 costata che vi si celebra talvolta e ordina che si pongano catenacci e chiavi, altrimenti non vi si celebri. Richiamando gli ordini di S. Carlo, il vescovo Morosini nel 1593 ordinava che non vi si celebrasse fino a quando non fossero stati adempiuti tali ordini che erano stati completamente disattesi. Inoltre ordinava che se gli abitanti del luogo si fossero decisi a ampliare la chiesa così che fosse in grado di accogliere la popolazione della contrada, non dovevano procedere a ristrutturazione alcuna se non dopo aver sottoposto all'approvazione del vescovo il progetto relativo. Nel 1648 il vescovo visitatore ordinava vetri o tele alle finestre. Il vescovo M. Giorgi, nel settembre 1677 ordinava che si facesse la sagrestia. Il parroco la dice "povera" con legato di Donna Ippolita da Sulzano. Alla fine del '700 aveva aggregate due cappellanie denominate Turelli. Turelli ne era anche il reggente. Nel 1855 vi esisteva una sola piccola cappellanìa. Ora vi si celebra ogni domenica e la chiesa è ben tenuta e di recente restaurata.
S. ANTONIO ABATE a MARASINO. La chiesa ha conservato nella facciata la semplice e primitiva architettura, anche se è scomparsa la gigantesca figura di S. Cristoforo. Ma l'interno, rimaneggiato nei primi decenni del secolo, non corrisponde più alle linee primitive. È scomparso il tetto a vela e sono stati coperti gli affreschi primitivi. Il vescovo Bollani, visitandola il 2 ottobre 1567, annotava che era governata dal Comune e che vi si celebrava due volte la settimana. Il visitatore decretava che venisse riattato il tetto perché non vi entrasse acqua, venisse imbiancato, si rimuovessero le lapidi. Ordinava, inoltre, che venisse riattato l'altare maggiore e venissero rimossi gli altri, venissero comperate le funi alle campane, si provvedesse l'altare maggiore di pallio, croci, candelabri ecc. Il Pilati nel 1573 sottolinea solo che non ha beni e che vi si celebra una volta la settimana. Lo stesso vescovo Morosini ribadisce gli ordini dati da S. Carlo, che devono essere adempiuti entro un anno, aggiungendone altri di poco rilievo (indorare un calice, murare la pietra sacra nell'altare ecc.). Ordina che vengano fatte due chiavi della cassetta delle elemosine una delle quali vada al parroco e l'altra agli amministratori; questi diano conto entro quindici giorni della loro amministrazione al vicario foraneo. I debitori soddisfino subito ai loro doveri. Nel 1598 il vescovo Marin Giorgi ordina che venga fatto, entro tre mesi e usando delle elemosine, il sottotetto in legno. L'ordine viene ripetuto l'anno seguente, come pure quello che i debitori diano il dovuto, pena la proibizione di dar loro i Sacramenti. Dagli atti della visita pastorale dell'8 maggio 1648 sappiamo che vi si impartisce la dottrina cristiana. In tale visita viene emanato l'ordine di togliere, entro sei mesi, l'altare laterale e che venga allineata la parete, pena l'interdetto. Nel '600 la chiesa si arricchisce di alcune entrate. Nel 1627 Giacomo Michele Baldassari, con testamento del 10 maggio, lascia un legato per la recita dell'officio dei morti. Nel 1667 le entrate sono di L. 130 piccole con obbligo di Messe. Nel 1699, gli atti della visita pastorale registrano vari legati per la celebrazione della Messa. Il santuario è amministrato da tre reggenti; ma il parroco auspica più frequenti incontri tra questi e il cappellano "affinché tutti più uniformi di parere provvedessero le cose più necessarie al decoro dell'oratorio". Nel 1717 i vari legati, danno proventi di L. 275 piccole, ma il santuario, annota il parroco, viene mantenuto dalle elemosine. Alla fine del '700, prima, delle soppressioni giacobine, aveva "capitaletti fruttanti in celebrazione di tante Messe a comodo de abitatori della medesima contrada". Mentre dagli atti della visita pastorale di mons. Nava sappiamo invece che "il Governo paga la sola Messa festiva avendo spogliata la chiesa de' capitali, passati in mano al Demanio". Nel 1861, invece, il parroco afferma che la cappellanìa ha parecchie Messe; informa che la festa del Santo si festeggia il 17 gennaio se cade in domenica, in caso contrario viene rimandata al lunedì seguente. Dalla relazione del parroco per la visita pastorale del 20-21 dicembre 1885 sappiamo che gli altari sono due, essendosene aggiunto uno laterale dedicato a S. Vincenzo Ferreri, che vi è ancora la cappellania, ma che "per ora non vi è Messa festiva per alcune ragioni particolari". Durante i restauri eseguiti nel 1930, tolta la pala, riapparve un affresco cinquecentesco raffigurante S. Antonio in paludamenti abbaziali, con mitra e pastorale. La pala rimossa, raffigurante S. Antonio nel deserto, venne posta al lato sinistro del presbiterio. La pala era attribuita, da una leggenda locale, addirittura a Paolo Veronese che l'avrebbe dipinta nel vicino palazzo Martinengo, dove si sarebbe trovato ospite durante la peste. Anche se con certezza non è del Veronese, è comunque bella opera di un suo alunno, forse di Paolo Farinati, di Verona. Sul lato destro del presbiterio fu eretto un altare con la grotta e la statua della B.V. di Lourdes ove ora è stato collocato l'altare appartenente alla ex chiesa dei Disciplini. In fondo alla chiesa, invece, esiste ancora una tela secentesca con la Madonna, S. Giuseppe, S. Vincenzo Ferreri e S. Ignazio da Loyola. Nella lunetta a sinistra del presbiterio, Antonio Guadagnini ha raffigurato la Fuga in Egitto.
SAN VINCENZO FERRERI a PRESSO. Sorta per volontà di don Ignazio Zirotti allo scopo di favorire la preghiera della piccola comunità di Presso. Fu dedicata a S. Vincenzo Ferreri probabilmente in seguito al solenne voto fatto il 2 marzo 1755 dal Consiglio del Comune di Marasino che "essendo la comunità oppressa da gravi anzi mortali calamità" fece solenne voto di solennizzare la festa di S. Vincenzo Ferreri per "dieci prossimi anni". Nel 1816 la chiesetta era della famiglia di Giovanni Battista Rigelli. Più tardi passava ad Andrea Ferrari e poco più tardi alla signora Maria Turelli Ferrari. Nel 1861 si celebrava solo la festa del Santo. Poi venne la decadenza quasi completa. Pochi anni fa la chiesa era pressoché diroccata, passò di proprietà dell'Ente morale Asilo Infantile di Sale Marasino che nel 1974 la diede in cessione gratuita alla Sezione Alpini. Dagli alpini venne dedicata a Sacrario dei caduti e dispersi di tutte le guerre e si volle ricostruirla. La ricostruzione, conclusa nel 1978, costò a vecchi e «bocia» circa tremila ore di lavoro, quasi sempre realizzato solo in sabato e domenica. Sulla facciata della chiesa figura un affresco, opera di un reduce della Campagna di Russia: Alessandro Lombardi di Milano. A lui è dovuta anche l'opera di sistemazione dell'interno della chiesa dove, oltre alle lapidi in ricordo dei caduti, sono esposti in una teca alcuni contenitori con acqua dei mari e delle terre dove si è combattuto. Spicca, nella cappella, il ritratto di Don Turla che, reduce dalla Russia, scrisse "Sette rubli per un cappellano", diario di guerra. Al piano superiore un piccolo Museo, formato di "pezzi" offerti dai cittadini.
MADONNA DELLA NEVE o MADONNA DI GANDIZZANO. Su un bel poggio che divide la conca di Sulzano da quella più ampia di Sale Marasino domina il santuario di Gandizzano, così chiamato dalla località su cui sorge, ridente di vigneti ed olivi. La versione del toponimo "Gaisano, Gaesano" potrebbe far pensare ad un derivato da "Gas" = bosco. Risale probabilmente agli inizi del quattrocento, ma fu poi riedificata in delizioso ed elegantissimo tardo stile settecentesco. Come ha rilevato Antonio Burlotti: "la nuova fabbrica venne eretta conglobando una chiesa preesistente da collocarsi cronologicamente - ne abbiamo conferma con la scoperta di un ciclo di pitture a fresco datato settembre 1539 -, tra le chiese ad aula unica che tra il 1450 e il 1550 costellarono il suolo bresciano e più in generale lombardo. Il dato saliente di questo ritrovamento è che queste pitture a fresco non sono da annoverarsi tra gli ex voto diffusi in molte chiese della nostra provincia, ma costituiscono un ciclo di affreschi che hanno una narrazione organica: passione, morte e resurrezione del Cristo. Va da sé il richiamo al grande ciclo pittorico dipinto dal Romanino nella pieve di Santa Maria della Neve a Pisogne (1535). Non che si tratti della mano del grande maestro, ma di qualcuno che l'aveva osservato al lavoro. Il ciclo di affreschi è pervenuto a noi mutilo in molte sue parti a causa delle modifiche dell'assetto spaziale e di aperture che hanno cambiato la struttura architettonica dell'originaria pieve. A noi rimangono i resti della lavanda dei piedi, la Resurrezione, la parte centrale della Crocefissione, il Cristo alla colonna, il Cristo deposto. La chiesa che fu della Comunità di Marasino venne beneficata dai Martinengo che ebbero nel luogo vaste proprietà. Sciarra e Mario Martinengo vollero essere sepolti in questa chiesa in una tomba datata 1599. Nella visita del vescovo Bollani (2 ottobre 1567) il parroco la denomina come S. Maria della Misericordia mentre in elenchi curiali è detta B. Maria dei Gaesani. Il visitatore annota che vi si celebra talvolta e ordina che l'altare maggiore venga ornato di croce, candelabri, paliotto di legno dipinto e soprattutto che vengano ridipinte le pitture del presbiterio (cappella), che tutta la chiesa venga imbiancata e vi si tolga lo sporco. Si tolga, inoltre l'altro altare e la chiesa si tenga chiusa. Si aggiusti il tetto e si faccia la porticina al campanile. Nella visita compiuta il 31 luglio 1593 dal card. Giov. Francesco Morosini la chiesa viene chiamata S. Maria de Gaesani. Il vescovo ordina che non vi si celebri fino a quando non siano stati eseguiti gli ordini della visita di S. Carlo. Inoltre, si orni il presbiterio di una decente icona e, dove fosse necessario, si rimbocchino e si imbianchino le pareti. Si indori il calice. Si perfori la copertura della sagrestia e vi si cali la fune della campana. Nel 1648 vi si tiene la dottrina cristiana. Nella relazione dell'arciprete del 26 settembre 1691 è detta semplicemente "Oratorio della S.S. Vergine nella contrada di Gaisano, sotto la Comunità di Marasino". Di grande rilievo il polittico ligneo che racchiude in tre diverse nicchie, la statua della Madonna, collocata al centro, e ai lati San Giovanni Battista e San Rocco che, come voleva la tradizione, sono in posizione più bassa. Ai due estremi del basamento riccamente decorato, stanno due angeli portacandele a tutto tondo. Secondo Adriano Peroni l'ancona segna il passaggio dai modi del Lamberti e di Maffeo Olivieri ad una più chiara nozione del linguaggio manieristico di ascendenza sansovinesca e, sottolinea lo stesso Peroni, "Vale la pena di osservare le formule decorative della cornice, destinate a sopravvivere a lungo: scomparsa la candelabra, la colonna non può rinunciare ad un rivestimento ornamentale che sembra connaturato alla tradizione dell'intaglio. La percorrono infatti viticci a spirale con grappoli, putti e uccelli. Il fastigio è arricchito da figure di angeli stanti e distesi sull'incurvatura del doppio frontone centrale". A lato dell'unica navata su tre nicchie ricavate nel muro altre tre statue lignee, di cui due, un San Pietro e un San Paolo, probabili resti di un polittico e un San Rocco con cane di popolare fattura, scolpita in legno d'olivo da Turelli Luigi (morto nel 1917) e da Turelli Beniamino (Rusì) (morto nel 1916), mandata a Brescia per essere pitturata. L'organo, contenuto in una cantoria a specchi tipo marmo, proviene dalla chiesa di S. Pietro di Marone ed è stato sistemato da Diego Porro nel 1911. Secondo Antonio Burlotti le canne, come risulta da sommaria lettura di documenti d'archivio, risultano essere state fatte con una pregiata e rara lega che certamente caratterizzava il suono dello strumento ora desolatamente silenzioso. In sagrestia vi è un interessante mobile a tre cassetti con alzata a tre ante in noce nazionale.
S. BERNARDO. Il parroco, nella sua relazione per la visita pastorale del 23 aprile 1703, annotava che per decreto del vicario generale "si ritrova in stato di nuova fabbrica per essere troppo angusto al bisogno". È senza entrata ma è "mantenuto dalle elemosine e dalla pietà delli abitanti di essa contrada".
SANTUARI SCOMPARSI. Altre cappelle sorsero a Sale Marasino per devozioni particolari. A Conche esisteva una chiesetta dedicata a S. Lucia, che nell'800 era di proprietà di Giovanni Maria Ghidini. La famiglia Martinengo aveva eretto al Portazzolo una cappella a S. Ermenegilda. Con permesso della Curia in data 27 ottobre 1738, Ignazio Zirotti costruiva in contrada Presso una chiesetta a S. Ignazio di Loyola. A Sale M. appartenne l'isoletta di Loreto passata poi, per ordine di S. Carlo Borromeo, a Marone (v. Loreto).
SANTELLE. In via Balzerina, una santella, con una versione popolare della Madonna della seggiola di Raffaello, fu restaurata nel 1996 per iniziativa di Ernesto Guerini. Tra le santelle bisogna ricordare le ultime costruite fra le quali quella eretta nel 1998 da Cittadini in via Giardino dedicata alla Madonna Assunta con i S.S. Giuseppe e Martino, dipinta dal pittore Luigi Casernieri di Travagliato; e, ancora quella a S. Orsola edificata nel 1999 dai fratelli Guerini. Di rilievo le croci poste sulle cime come quella sulla punta Almana, benedetta nel maggio 1981.
Molti erano gli AFFRESCHI VOTIVI anche nelle case più antiche. P. Guerrini nel 1932 ne segnalava abbondanti a Verzano e risalenti al '500, ingenue espressioni di pietà e di arte locale. A Portole, sulla parete esterna di una cascina di proprietà Gaspari, si trova ancora, purtroppo in pessimo stato di conservazione, un affresco votivo che rappresenta la Madonna seduta in trono col Bambino fra le braccia, fiancheggiata dai due santi più popolari dell'epoca, S. Antonio abate e S. Rocco; si legge il nome e la data: «Hoc opus f. f. Mateus f. Pedrini d. Camplano die 8 marcii 1547». Ad un artista della famiglia Marone, Paolo Guerrini attribuiva una bellissima testa di Madonna, dipinta sotto il portico di una casa Faccoli a Distone, ultimo avanzo di un grande affresco ora scomparso.
PALAZZI E CASE. Fra le dimore più notevoli del sec. XVI Fausto Lechi segnala il PALAZZO AVEROLDI, poi Giugni, come «casa di grande importanza per il bellissimo prospetto interno poiché verso le strade non ha caratteristiche di rilievo salvo il grande portale che si apre su via G. Zirotti. Questo è formato da due belle lesene con capitello semplice nell'imposta dove si inizia un ampio arco a tutto sesto sopra il quale corre l'architrave, sorretta da due lesene a poco rilievo. Sopra architrave uno scudo con stemma bandato e un fregio settecentesco». Passati il portale e un cortile-giardino «si scorge, rivolto a mezzodì, il prospetto sorto nei primissimi anni del Cinquecento, formato da ben otto campate di portico con archi a pieno centro e le colonne in pietra di Sarnico, dai capitelli di gusto quattrocentesco con foglie grasse sugli spigoli. Sopra un capitello vi è lo stemma bandato (Averoldi) con la data 1524, sormontato da una mitra vescovile o abbaziale. Il portico, secondo la regola, ha sedici campatelle di loggia con le colonne dai medesimi capitelli. In alto, sotto la gronda, otto occhi di bue, forse posteriori, danno luce al solaio. Dopo un breve tratto di muro pieno, girando verso mattina, si aprono tre arcate aventi la medesima forma delle precedenti. Per uno scalone creato nel '700 si giunge al primo piano dove vi è la piccola loggetta. Dalla loggia lunga si entra subito in quello che fu il salone d'onore della casa e che durante l'ultima guerra venne tramezzato per ricavare cinque piccoli locali. Sfortunatamente il soffitto con travi, travetti e tavolette dipinte è andato per buona parte disperso. Nella parete di mattina vi era un camino molto bello, dalle colonne a scanalatura tortile e capitelli corinzi ibridi, una bella architrave con lo stemma bandato al centro e sulla cappa a padiglione un buon pezzo di pittura che rappresenta un uomo barbuto vestito di gala che suona una mandola (attribuito al Romanino o ad un suo discepolo, forse Lattanzio Gambara). Ora gli elementi di pietra sono conservati in casa e l'affresco, strappato, è appeso alla parete di una sala a pianterreno. Un altro camino di linee semplici si trova nella cucina a pian terreno e sempre, sia sulla architrave inciso nella pietra, sia sulla cappa, dipinto, porta in una bella cornice con cartiglio e motto, lo stemma Averoldi».
Al Portazzolo sorge, affacciato al lago, il PALAZZO MARTINENGO VILLAGANA, costruito sulla fine del '500 da Marco di Orazio Secco d'Aragona, venduto poi nel 1619 a Girolamo Martinengo della Pallata. Estintosi questo ramo, il palazzo passò ai Martinengo Villagana. L'edificio, a forma di elle, è segnato all'esterno da una serie di mensole sotto gronde e, al piano terreno, da aperture con contorni bugnati. "Bellissima", sottolinea Fausto Lechi, la facciata sul lago di una architettura sobria, ma molto elegante. A pian terreno vi è, al centro, un porticato di tre luci, con due colonne piene e due mezze, sempre di pietra scura, che sostengono un'architrave piuttosto pesante ornata di triglifi. Ai lati del breve portico si aprono quattro finestre dalla cornice con leggero bugnato. Al primo piano si ripete lo stesso schema, con le finestre dalla cornice semplice, una loggia sopra il portico, con colonne più snelle e balaustra a colonnine tonde, sormontata da una leggerissima cornice. Tra le finestre del primo piano, molto deperiti, affreschi con trofei d'armi e due grandi stemmi dei Martinengo. Notevole la galleria del primo piano sul lato a monte, con "il soffitto a travetti tutti decorati a tinte ancora vivacissime". Sempre il Lechi fa rilevare una piccola sala del primo piano con decorazione pesante, di epoca più tarda e che porta, nel medaglione centrale, la figura di una torre con le finestre a sbarre di ferro (forse il ricordo di qualche dolorosa prigionia ?). Nel corpo laterale tre sale ampie coi travetti dipinti al modo della vicina galleria, ma tutti variati. Assai piacevole, rileva il Lechi, è la loggia centrale che si affaccia verso il lago: anch'essa è tutta dipinta. Alle pareti in quattro riquadri sono paesaggi di fantasia con palazzi e giardini a macchiette (osservare come sono disegnate con spirito quelle appena abbozzate nel quadro presso la porta). Sulla volta, attorno al finto squarcio di cielo, si aprono, nell'inquadratura, delle finestre, sul davanzale delle quali appoggiano busti di personaggi in finto bronzo. Nelle cartelle sono iscritti alcuni motti: verso nord: INFERIOR CAVEAT (uno dei motti più superbi), verso sud: QUO FRUAR? (di non facile interpretazione) e infine verso est: VIRTUTE ET FIDE.
La CASA MAZZUCCHELLI, scriveva P. Guerrini, ha due magnifici portali sormontati dallo stemma della famiglia Dossi; uno di questi portali reca difatti, nella trabeazione cinquecentesca, l'iscrizione: «I. P. d. ADI. 9 SETEMB. 15 LX» che segna la data di erezione della casa (1560), e forse anche il nome del proprietario Giov. Pietro o Giov. Paolo Dossi. Questo gruppo di case, cioè casa Giugni e la vicina casa Mazzucchelli, come l'Albergo della Corona, appartenevano alla famiglia Dossi, la più ricca e la più distinta del paese.
CASA BELOTTI, ora Briola, ha pure sul portale un grande stemma scolpito in pietra, che rappresenta un orso eretto a sinistra, che tiene nella zampa destra una spada; lo stemma è fasciato e sormontato da un cimiero con svolazzi. Non si conosce la famiglia a cui si riferisce.
Vecchie case erette in pietra viva con primitive forme architettoniche medioevali si trovano presso la località Castello, che domina la Valle, le contrade di Dosso, Distane, Tufo e Marasino.
Rilevanti sono soprattutto i palazzi che fiancheggiano la strada provinciale, come il palazzo Richeri (già Serioli), in via G. Zirotti 37, bello fra le tante case a portici e logge di questo paese; il portico di cinque arcate a sesto ribassato e colonne toscane sostiene una loggia con arcate in numero doppio simili a quelle del pian terreno, ma con gli archi a tutto sesto. Sopra la loggia un'altra loggetta di carattere rustico con pilastrini in muratura".
E poi l'albergo della Posta con loggiato interno, il palazzo Tempini (già Antonioli), il palazzo Turla-Tacchini: più in alto sono da segnalare le case Cozzali e Sbardolini, l'antica casa del comune di Sale (ora casa Antonietti) e varie altre case private che denotano in molte famiglie del paese un gusto aristocratico e abitudini signorili. «Difatti, come rileva P. Guerrini, il traffico e l'industria della lana, accanto ai prodotti del suolo, diedero sempre a Sale Marasino un'agiatezza non comune, la quale si rivela appunto in modo particolare nell'edilizia locale». Fausto Lechi segnala particolarmente la casa oggi Negroni come diversa dal solito schema per la loggetta di sette arcate, che si trova al secondo piano mentre al primo non vi sono che cinque finestre con le inferriate inginocchiate; al pian terreno non vi è portico poichè siamo sulla strada pubblica.
ARCIPRETI: Pietro (ricordato il 21 settembre 1275); Bianco da Inzino (1374); Antonio Grossi (dal 1448 ?); Bernardo q. Cristoforo Grossi di Seniga (dal 1511); nob. Paolo Aleni di Brescia (m. 7 maggio 1572); nob. Antonio Aleni di Brescia (m. 6 novembre 1599); Fabrizio Cristoni di Farfengo (19 gennaio 1572-1592); Giambattista Cristoni di Farfengo (gennaio 1593-1603); Teodosio Gallizioni di Pilzone (24 aprile 1604 - 16 dicembre 1633); Francesco Soardi di Iseo (25 aprile 1634-1651); Pietro Antonio Obici o Obizi di Sale M. (febbraio 1652 - 20 ottobre 1660); Antonio Ghitti di Marone (6 novembre 1660 - 20 gennaio 1699); Giov. Pietro Ghitti di Marone (16 giugno 1699 - 19 agosto 1737); Simone Obizi (16 aprile 1738 - 2 settembre 1745); Marcantonio Guerini di Marone (21 febbraio 1746 - 2 aprile 1769); Giov. Maria Prevosti di Brescia (22 ottobre 1769 - 7 gennaio 1796); Giuseppe Zanola di Nigoline (11 ottobre 1796 - 12 novembre 1799); Alberto Pandocchi di Niardo (14 marzo 1800-1829); Giovanni Pansoldi di Piovere (1 maggio 1829 - luglio 1835); Angelo Valdini di Teglie (10 ottobre 1835 - 19 agosto 1855); Antonio Carletti di Serle (27 ottobre 1855 - 6 luglio 1893); Vincenzo Gorini di Sale M. (12 aprile 1894 - 20 aprile 1938); Angelo Cavalli di Leno (1938-1970); Lino Bianchi di Piancamuno (1970-1992); Firmo Gandossi di Berlingo (dal 1992).
SINDACI: Gaetano Perini (1947); Pietro Ghitti (1952); Casimiro Bertelli (1957); Nino Amodeo (1962); Renato Bonassi (1967); Dante Bazzana (1972); Roberto Forner (1975); Angelo Cadei (1978), Giacomo Passini (1982); Alfonso Corrà (1985); Giuseppe Chitò (1990); Giacomo Bettoni (1993); Giovanni Tacchini (1994); Ada Gasparotti (1999).