ROGNO

ROGNO (in dial. Rògn, in lat. Rognus)

Comune della provincia di Bergamo, e parrocchia della diocesi di Brescia ai confini fra le province di Bergamo e Brescia sulla statale 42. Si estende su una superficie di Kmq 15,59, a m 215 s.l.m., sul conoide di deiezione del torrente che scorre nella Valle dell'Orso (chiamata anche, nella parte superiore, Valle dell'Ogna), alla destra dell'Oglio, fiume che attraversa l'estremità SE del territorio comunale. È equidistante di 50 Km esatti da Bergamo e da Brescia. Ha un'estensione territoriale di 1560 ettari, prevalentemente montani, di cui solo 1/5, corrispondente alla zona alluvionale del fiume Oglio, risulta pianeggiante. Rogno confina a NO con il comune di Songavazzo, a N con Castione della Presolana, a NE con Angolo Terme e Darfo Boario Terme, a S con Pian Camuno e a SO con Costa Volpino. Al vecchio centro di Rogno, sede comunale, fanno corona le frazioni: Rondinera, sviluppatasi negli ultimi anni e Bessimo nuovo centro industriale, nella piana dell'Oglio. Sul territorio collinare è situato Castelfranco, antica sede comunale, mentre in montagna troviamo S. Vigilio e Monti, a cavallo della Valle dell'Orsa, su cui sono poste le speranze dello sviluppo turistico del paese. La cima più alta del territorio comunale è il Monte Pora, m. 1880. Il termine Rogna è di incerta etimologia; il Salvioni e l'Olivieri assegnano al termine "Roga" o "Rogna" il significato di terreno infecondo e sassoso. B. Favallini, invece, è ricorso alla voce prelatina "Rho-nius" nel significato di "via nuova che attraverso Angolo e Darfo raggiungeva Artogne" e che qualcuno vuole costruita per ordine di Druso nel suo secondo consolato, del quale vi è ricordo in un'iscrizione assegnata al 21 d.C.. "Geologicamente, scrivono G.C. Merotti e F. Salvini, il territorio comunale è composto dalla serie delle sedimentazioni permotriassiche, che si manifestano principalmente con affioramenti di Verrucano Lombardo e Pietra Simona a rappresentare il periodo Permiano; Carniola di Bovegno, Calcare di Angolo ed altri depositi calcarei a rappresentare il periodo Triassico. Queste formazioni geologiche sono messe in contatto tra loro dalla faglia di S. Vigilio, ben visibile al di sotto dell'omonimo abitato. Su tutto sovrasta il Calcare di Camorelli, depositato nel periodo Anisico, anch'esso tagliato da un'importante faglia. È stato inoltre fatto rimarcare che il paese sorge nelle vicinanze di una vasta falesia di verrucano lombardo. Nel centro abitato troviamo case caratteristiche, spesso edificate con la locale pietra rossastra conosciuta con il nome di "Simona"; molte quelle con il ballatoio in legno e, alcune, con bel portale in pietra di Sarnico. Di notevole interesse, secondo Gualtiero Laeng, alle spalle di Rogno il "bruno piastrone" nel quale scorre il Dezzo e giace il lago di Sorline (o Moro).


ABITANTI (Rognensi): 500 c. nel 1820; 759 nel 1870; 855 nel 1886; 1860 nel 1960; 2183 nel 1976; 2705 nel 1986.Insediamenti neolitici sono stati individuati sul "Coren pagà". Sulla scorta di antiche leggende, che volevano nascosto sulla sommità di questo spuntone di roccia un antico tesoro, nel 1989 gli studiosi locali Flavio Salvini e Giancarlo Merotti e l'archeologo Ausilio Priuli, avviavano in questo sito un importante scavo archeologico. Effettuato in collaborazione con la locale Associazione "Amici del Coren pagà" e con le facoltà di Archeologia delle Università di Pisa e Trento, lo scavo ha portato al ritrovamento di numerosi ed importanti reperti litici, incisioni rupestri, muri megalitici e una serie di terrazzamenti che presentano sistemi di costruzione preistorici nei quali Ausilio Priuli ha individuato un insediamento risalente al periodo tardo neolitico. Una scoperta capace di rimettere in discussione decenni di studi e teorie compiuti sui "pitoti" della Val Camonica. Comparati i reperti e i manufatti ad analoghi rinvenimenti in aree anche molto lontane, il raffronto ha fatto pensare che possa trattarsi addirittura dei resti di un santuario preistorico. Qualora le ricerche e gli studi in corso confermassero le scoperte accennate del "Coren Pagà" si potrebbe anticipare di molto, nel tempo, l'importanza che Rogno ebbe poi come centro civile e religioso in epoca romana e paleocristiana. Dopo la guerra Retica Rogno conobbe la dominazione romana dopo che le legioni comandate da Publio Silio nel 16 a.C. conquistarono la Valcamonica. Della dominazione romana, si legge nella "Guida alpina della provincia di Brescia" (1889), vennero trovate parecchie lapidi, delle quali due di notevole importanza: la prima che dopo varie peregrinazioni (su uno dei piloni della cappella di S. Carlo nel 1716, su una lesena dell'altare della Addolorata nella chiesa plebanale nel 1846, definitivamente collocata nel 1987 alla destra del caminetto del salone seicentesco della casa canonica) è legata alla campagna di Druso e Tiberio condotta nel 16 a.C. Pur se mutilata, viene letta «Druso (Caesari) / Ti(beri) Aug(usti) F(ilio) / D(ivi) Aug(usti) N(epoti), Divi Iuli Pr(onepoti) Pontif(ici), / Sodal(i) Augu(stali) co(n) S(uli iterum) Tr(ibunicia) / Pot(estate secunda) (quindicem) Vir(o) Sacr(is) Fac(iundis) / Civit(as) C(amunnorum)» che, tradotta da Albino Garzetti, si legge: "A Druso Cesare / figlio di Tiberio Augusto, nipote del Divo Augusto, / pronipote del Divo Giulio, Pontefice, / sodale Augustale, console per la seconda volta, rivestito / della seconda Potestà tribunizia, quindicenviro per la direzione del Culto. Murata alla base della colonna di destra della torre campanaria, la seconda è parte di un cippo funerario e recita: «REAE TRVMIAE / SACERDOTI CAESARIS / ETENNAE TRESIAE / VXORI». La traduzione, sempre del Prof. Albino Garzetti, è la seguente: "A Rea, figlio di Triumo, / sacerdote / di Cesare / e ad Enna, figlia di Treso, / sua consorte". Le due iscrizioni hanno fatto pensare a T. Mommsen che Rogno sia stato nientemeno che il Centro della Res Pubblica Camunorum. L'ipotesi è stata rifiutata da quasi tutti gli studiosi che hanno attribuito il ruolo di capitale a Cividate o Vannia. Con ciò, tuttavia, interpretando il termine "civitas" come comunità, non è per niente escluso che Rogno sia stato il centro di un vasto pago romano comprendente a SE la sponda bresciana del Sebino fino a Sulzano, a SO il territorio dei comuni bergamaschi di Rogno, Costa Volpino, Lovere e Bossico che fanno ancora parte della diocesi di Brescia; ad O molto probabilmente tutta la val di Scalve che appartiene civilmente ed ecclesiasticamente a Bergamo. E ciò, forse, come suggerisce A. Sina "pel motivo principale, che desso probabilmente ancora a quel tempo era lambito dalle acque del lago, venendo così ad essere porto di lago e per di più posto sulla via, anzi punto di comunicazione col bresciano e col bergamasco". Infatti Rogno si trovò sulla antica strada proveniente da Bergamo che si incontrava probabilmente presso un guado sull'Oglio in località "La Naf" con quella proveniente da Brescia mentre da Rogno si dipartivano due antichissime mulattiere delle quali una, passando sotto Monti, toccava Anfurro, Angolo, Mazzunno e raggiungeva l'altopiano di Borno; l'altra, partendo dal ponte sulla valle a monte del paese, tagliava a mezza costa portandosi a S. Vigilio.


Come hanno sottolineato G.C. Merotti e F. Salvini «la posizione geograficamente favorevole di Rogno, prima terra asciutta della valle, favorì di sicuro un insediamento militare romano, anche se di questo sinora non si è trovata traccia. Non essendoci ancora strade, tutto lascia supporre che a Rogno (località Casel del Barca) vi fosse un porto. Il consolidamento della dominazione romana, portò a Cividate Camuno il centro politico-amministrativo della Valle, ma Rogno restò ugualmente importante, essendo l'unico sbocco commerciale attraverso il lago, per la pianura». All'incrocio di queste antiche vie vennero, dal 1925, scoperte tombe e altri reperti. Come rilevava Giuseppe Bonafini: "La località «più archeologica» è una zona pianeggiante chiamata "Gerù" (Ghiaieto), situata a SO dell'abitato, lungo l'antica strada di grande comunicazione della Valcamonica, già appartenente al Beneficio Parrocchiale e da alcuni anni acquistata dal sig. Angelo Sandrini del paese. Quivi nella primavera del 1925, scavando per un impianto di viti, si trovarono alla profondità di 50-60 cm. almeno una dozzina di tombe ad inumazione e parecchie altre si videro affiorare ai lati dei fossi aperti". Altre tre tombe vennero in luogo scoperte nel 1927 con corredi di epoca imperiale tra cui una fibula a sanguisuga, lucerne ed altri oggetti. Tutto ciò rafforza l'opinione che Rogno sia stato il centro di un vasto pago e cioè di un distretto religioso, amministrativo, giudiziario, di mercato e di attività commerciale di una vasta zona.


Sfasciatosi l'Impero romano, e passate senza lasciare ricordo le invasioni barbariche, durante la dominazione longobarda sembra che Rogno sia passato sotto la giurisdizione del duca di Bergamo, e da lui sottoposto ad un "gasindo". Già forse cristianizzato o in via di evangelizzazione in epoca longobarda Rogno ebbe la sua prima chiesa che qualcuno suppone consacrata da un vescovo ariano e dedicata alla B.V. Maria. Sono infatti del sec. VII-VIII i reperti archeologici comparsi nel 1968 durante opere di restauro della chiesa parrocchiale e che misero in luce frammenti di due archi di un ciborio. Tutto ciò ha fatto pensare alla presenza in Rogno, come scrivono G.C. Merotti e F. Salvini di un centro sia spirituale che amministrativo della zona, quindi sede di Curia e del gasindo, rappresentante del Duca, nonchè del gastaldo, esattore delle tasse dell'epoca.


L'importanza strategica del paese, come porto sul lago, come base per il traghetto per la sponda opposta dove confluivano le strade provenienti da Brescia, come punto di passaggio obbligato della via Valeriana proveniente da Bergamo, presupponeva la presenza di un castello o almeno di una torre fortificata, come riportato da Paolo Guerrini, nel suo lavoro "Ignorate reliquie archivistiche del Monastero di S. Giulia". La giurisdizione amministrativa combaciò probabilmente con quella del pago estendendosi come si vedrà sulle due sponde dell'Oglio, da Lovere a Erbanno, da Piano d'Artogne a Montecchio nel fondo valle, e da Gorzone ad Anfurro sulla montagna sul lato destro della Valle Camonica.


Sopravvenuto Carlo Magno, Rogno fu con molta probabilità compreso fra le terre camune donate dall'imperatore nel 846 al monastero francese di Tours, al quale dovette subentrare, poi, come feudatario, il vescovo di Brescia che concesse probabilmente in feudo il paese ai Brusati, dai quali passò ai Federici che con i Brusati ebbero, secondo la maggioranza degli studiosi di cose bresciane, origini comuni. Una tradizione locale vuole che intorno al mille si sia formata la vicinia di Rogno. Queste specie di associazioni o società che si scissero poi in vicinie delle diverse frazioni durarono fino al 1799. Il paese, come gran parte della valle, sarebbe stato devastato da due grandi scosse di terremoto il giorno di Pasqua del 1064. Rogno, fu comunque travolto nelle contese e guerre fra i Comuni di Brescia e di Bergamo per il possesso dei Castelli di Volpino e della Costa conclusesi nel 1156. Vassalli del vescovo di Brescia, i Federici, approfittando, come hanno scritto G.C. Merotti e F. Salvini, della lontananza dell'autorità vescovile, si impossessarono lentamente dei beni e delle rendite della Pieve di Rogno disgregandone la struttura politico amministrativa. «Difatti, sfruttando gli eventi geologici naturali, scrivono ancora Merotti e Salvini, la curia, sede amministrativa della Pieve, fu trasferita a Montecchio dove anche i Federici avevano un loro castello. Successivamente il vescovo di Brescia spostò la curia a Pisogne e Rogno perse ulteriormente prestigio e ricchezze. A testimonianza di ciò la ricostruzione della chiesa dopo il terremoto venne infatti realizzata operando con materiali di recupero e molto poveri». Gli stessi autori ritengono che Rogno sia stato particolarmente colpito dal terremoto che il giorno di Natale del 1222 colpì duramente la Valcamonica. Comunque il paese sopravvisse e nel 1234 Rogno è con Lozio, Plemo, Esine fra i comuni che, secondo i patti di livello vescovile firmati a Cividate, deve contribuire alla costruzione del ponte sull'Oglio a Cividate. «A causa della precaria situazione economica, il paese, scrivono Merotti e Salvini, subirà un notevole ritardo nella sua ricostruzione, ne è conferma la richiesta fatta al Vescovo di Brescia dai cittadini di Rogno e di Fano (paese situato tra Rogno e Volpino ora scomparso) per la costruzione di un nuovo borgo franco sopra la grande corna bianca (le attuali cave di gesso). Franco perché doveva essere esente da tasse e servitù e con la possibilità di avere due mulini ed un mercato settimanale; il fatto avvenne nel 1255, che può essere considerato l'anno di fondazione di Castelfranco». Nello stesso anno poi gli abitanti "de montibus, de Fano et de Rogno" si univano a quelli di Volpino per chiedere al Comune di Brescia e per esso al Vescovo della città quanto già descritto, ossia i mulini, il mercato, ecc. purchè il terreno fosse dato in feudo per conto del comune di Brescia, che non si potesse alienare senza il consenso dello stesso comune e che nessun bergamasco vi avesse ad abitare.


Fu a queste condizioni che venne effettivamente costruito il borgo, con lo scopo evidente di arginare la potenza e le mire dei feudatari bergamaschi e ciò in breve tempo, tanto che nel 1274 Alberto da Como, chierico della chiesa di Rogno vi percepiva già le decime. Questi nel 1295 era investito delle decime vescovili nei territori "di monte di piano" in Rogno e Castelfranco. Tuttavia Rogno aveva ormai perso un suo ruolo civile ed amministrativo mantenendo solo quello religioso incentrato sulla pieve. In effetti, quando tutte le forze in campo nel 1398 sottoscriveranno al ponte della Minerva di Breno la pace generale fra le fazioni camune avversarie, Rogno non è presente in alcun modo. La marginalità di Rogno è significata dal fatto che i Federici non vi avranno mai effettiva residenza, pur tenendovi possedimenti come risulta in documenti del 1356, 1417, 1418, 1421, 1422, 1427, 1463 ecc. Nel 1463 i Federici condividevano le investiture vescovili con i Celeri. Dal 1350 al 1400 i Federici ebbero su Rogno un ruolo particolare in quanto vassalli dei Visconti. Di grande rilievo invece la presenza nella storia bresciana del vescovo di Brescia il beato Guala de Roneis o da Rogno, uomo di fiducia di tre papi presso Federico II, podestà e duca della Valcamonica.


Nel tempo, a sostegno della povera popolazione, lasciti testamentari delle famiglie Bianchi, Bertoli, Sangalli e Tovini permisero la distribuzione due volte l'anno di sale alle famiglie da loro discendenti, e di provvedere la dote a ragazze da matrimonio. Cambiando casato le nubende perdevano ogni diritto. La frammentarietà nei secoli che seguirono di diverse e distinte piccole comunità (Castelfranco, Monti, Bessimo, ecc.) non permise di seguire unitariamente le vicende di Rogno se non a partire dal sec. XIX. Sappiamo, infatti, che nel 1815, con l'avvento del dominio austriaco, Rogno appartenne al distretto e alla pretura di Breno, passando poi nel 1838 nell'ambito di Lovere, rimanendo poi nel 1859 nell'ambito della provincia di Bergamo pur appartenendo, invece, ecclesiasticamente alla diocesi di Brescia.


Lenta fu l'evoluzione economico sociale. Nel 1909 le guide turistiche segnalavano solamente l'esistenza di piccole osterie e il collegamento del tram. Ma negli stessi anni esistevano nelle frazioni ancora classi uniche. Solo nel 1929 il comune riusciva ad erigere l'asilo infantile. Un vero decollo si ebbe nel secondo dopoguerra quando vennero costruiti gli edifici scolastici del capoluogo e di Castelfranco, costruito il nuovo cimitero del capoluogo e sistemato quello di Castelfranco, costruiti gli edifici scolastici a Monti, sistemato quello di Castelfranco, avviate opere stradali e impiantati cantieri di rimboschimento, costruito un ponte tra S. Vigilio e Monti, l'acquedotto e le fognature, installati posti telefonici, sistemati piazzali e strade, aperta inoltre una latteria sociale a Monti.


Nel 1983 il comune si dotava del piano regolatore generale per un più ordinato sviluppo urbanistico che assegnava a Bessimo e a Rondinera un plesso di ordinaria viabilità, il collettore fognario e il depuratore comune, assieme ad intensi insediamenti edilizi e produttivi, guardava con nuovo interesse l'ambiente collinare, s'interessava agli insediamenti urbani e alle coltivazioni essenzialmente a vigna, nell'ambiente montano (Monti, S. Vigilio) non trascurando le attrezzature turistiche; curando, infine, sopra e sotto il monte Pora, malghe e alpeggi.


Notevole sviluppo ha avuto negli ultimi decenni la località o frazione di Rondinera dove si sono insediate attività terziarie, uffici e dove sono sorte numerose abitazioni accanto ad una chiesa dedicata a S. Francesco. Attiva dal 1991 a Rogno l'associazione "Amici del Coren Pagà" promossa per la conservazione e lo studio dei reperti archeologici scoperti in tale località e nella zona circostante.


In sviluppo lo sport grazie a molte iniziative dell'Unione sportiva locale e del Centro Sportivo Italiano che vide la vittoria di tornei di volley e di altre specialità sportive.


L'ECONOMIA fu per secoli eminentemente agricola. Considerato nel 1610 comune "molto grande ma poco buono" essendo "tutto sassoso e ghiaioso" sottoposto ad alluvioni e inondazioni del fiume Oglio, il territorio produceva allora cereali e vini "ma pochi e cattivi". Vi esistevano due mulini, gli abitanti erano tutti contadini "ma gente misera e da poco" come qualcuno lasciò scritto allora. Nel 1820 G. Maironi Da Ponte ne decantava invece "il terreno fertile di vini generosi, ricco di foglia di gelso, di granaglia, di molta frutta; ed ha anche, soggiungeva, de' prati, de' pascoli e de' boschi d'alto e basso fusto". La sua popolazione, sottolineava ancora il Da Ponte, erano in massima parte agricoltori o dediti alla custodia del bestiame. Uguale la situazione economica rilevata nel 1870.


L'agricoltura divenuta sempre più inadeguata alle esigenze del vivere costrinse molti ad emigrare e a cercar lavoro soprattutto in Svizzera (nell'edilizia) e in Belgio (nelle miniere). Negli ultimi decenni da agricola, l'economia si è andata trasformando in economia mista e poi sempre più accentuatamente industriale grazie ad insediamenti, specie alla Rondinera e a Bessimo, di medie industrie ed artigianali, il che portò al rientro di molti emigrati per cui nel 1983 l'agricoltura contava 42 addetti (quasi tutti raggruppati in tre grosse aziende), 732 erano addetti all'industria, 272 al commercio e ai servizi.


ECCLESIASTICAMENTE Rogno affonda radici in tempi molto lontani. Una tradizione o, meglio, una leggenda vuole che Rogno sia una delle cinque pievi erette nel 143 dal vescovo di Brescia, S. Apollonio. Indubitabile invece che Rogno sia stata una delle più antiche pievi camune fondate in epoca longobarda. Dell'antichità della chiesa sono testimonianza i reperti architettonici di due archi di ciborio riferiti al sec. IX comparsi, come si è già accennato, in lavori compiuti nel 1968. Dalla pieve dipesero, via via, numerose cappelle o chiese, comprese quelle di Pisogne e di Lovere. Dalla stessa dipendevano inoltre le diaconie di S. Stefano di Volpino e di S. Lorenzo di Angolo. Anche a Rogno, presso la pieve, si ritiene sia esistito un ospizio dedicato a S. Lorenzo. I presbiteri, con a capo l'arciprete, vi esercitavano il culto divino, esteso, più tardi, anche alle cappelle erette nella circoscrizione della pieve. Nel 1212 un decreto imponeva che alla pieve fosse presente e salariato un maestro che avesse a istruire i chierici e anche altri "ragazzi poveri". Alla pieve apparteneva buona parte del territorio che, estendendosi anche su Bessimo e al di qua dell'Oglio, toccava i centri abitati di Artogne e Piancamuno. Nel 1402 ad Artogne, in un documento si cita un vasto appezzamento di terreno «ubi dicitur ad plebis» ed ancora oggi esiste una via Pieve. Inoltre nell'archivio parrocchiale di Rogno si trova un registro del 1670 con un fitto elenco di debitori d' Artogne e di Piano sottoposti alle spettanze del chiericato della Pieve di Rogno.


Ma già fin dal sec. XII dalla Pieve si staccarono terre importanti come Pisogne e Lovere. La prima sembra si sia staccata quando il territorio fu donato al vescovo di Brescia che vi eresse una sua curia ed una gastaldia vescovile erigendosi con ciò una pieve autonoma. Nello stesso secolo o nel seguente (e secondo un'ipotesi di A. Sina per decisione del vescovo Cavalcano Sala, esiliato e morto a Lovere nel 1263), si staccò anche la chiesa parrocchiale di Lovere, che nel sec. XII aveva già un suo battistero non tanto, come rileva A. Sina, perchè distante da Rogno, ma perchè in quel tempo era divenuto un centro di grande importanza sia per il commercio, che per il numero di abitanti. Alla chiesa di Lovere erano soggette le cappelle di Bossico e le cosiddette «chiese della Costa» a sinistra del torrente Supine. Ciò nonostante a metà del XVI secolo la pieve di Rogno comprendeva ancora: Vissone (chiesa di S. Lorenzo), Piano (S. Giulia), Artogne (Ss. Cornelio e Cipriano), Piazze (S. Maria de Palatiis), Erbanno (S. Matteo), Mazzunno (S. Giacomo), Monti (S. Gaudenzio), Volpino (S. Stefano), Bossico (S. Pietro), Gianico (S. Michele), Darfo (Ss. Faustino e Giovita), Corna (S. Gregorio), Gorzone (S. Ambrogio), Angolo (S. Lorenzo), Anfurro (Ss. Nazaro e Celso), Lovere (S. Giorgio), Corti (S. Antonio), Qualino (S. Ambrogio).


Nel sec. XVI Rogno ebbe la sua importanza religiosa, tanto da essere costituito nel 1560 in vicariato che di quelli camuni fu il più vasto, avendo giurisdizione su 17 parrocchie e cioè: S. Martino di Erbanno, S. Faustino di Darfo, S. Cornelio di Artogne, S. Michele di Sonico, S. Giulia di Piano, S. Bernardino di Vissone, S. Pietro di Bossico, S. Ambrogio della Costa, S. Stefano di Volpino, S. Antonio di Corti, S. Gaudenzio di Monti, S. Maria della Neve di Piazze, S. Nazaro di Anfurro, S. Lorenzo di Angolo, S. Giacomo di Mazzunno, S. Ambrogio di Gorzone, S. Gregorio di Corna. Inoltre dipendevano dalla pieve la chiesa di Pellalepre sotto il rettore di Darfo e quelle di Ceratello, Flaccanico e Branico, alle quali provvedeva il rettore di Qualino. All'arciprete di Rogno nel 1584 veniva affidata la visita alle chiese di: Erbanno con Angone, Gorzone, Angolo, Anfurro, Mazzunno, Corna con Montecchio, Darfo, Gianico, Artogne, Piazze, Monti e Piano. E ciò nonostante, come documenta Andrighettoni, «era la popolazione del pievatico di Rogno assai inferiore a quella delle altre pievi, 5575 abitanti, ai quali provvedevano l'arciprete, 10 rettori, 10 curati ed un cappellano». Dalla chiesa plebanale di Rogno, intitolata a S. Stefano, dipendevano un oratorio in contrada Bessimo e la chiesa di S. Pietro a Castelfranco. L'arciprete riceveva gli Oli sacri dalla cattedrale di Brescia e li distribuiva alle parrocchie soggette alla pieve i cui rettori convenivano a Rogno il Sabato santo e lo coadiuvavano nella celebrazione degli offici divini. Negli stessi anni gli abitanti di Castelfranco, essendo molto distanti dalla pieve, ottennero dal vescovo il permesso di tenere un proprio fonte battesimale ed un cappellano, ch celebrasse la S. Messa nella chiesa di S. Pietro. Era compito di tale cappellano accedere alla pieve di Rogno nelle feste più importanti dell'anno liturgico, per coadiuvare l'arciprete nelle celebrazioni; celebrare messa ed esercitare la cura d'anime in caso di necessità, mentre spettava all'arciprete di Rogno recarsi a Castelfranco per celebrare, per confessare e per comunicare.


Il ricco beneficio fece sì che sulla fine del '400 e agli inizi del '500 diventasse una specie di commenda. Infatti agli inizi del sec. XVI risultava unito su domanda del canonico Lodovico Arrivabene di Mantova al suo canonicato. Da esso li separava poi nel 1526 papa Clemente, conferendolo a don Alberto Federici di Angolo. Morto questi, nel 1578 il beneficio fu goduto per una decina di anni da un diacono Orazio Federici di Artogne. Nel 1578 il visitatore mons. Celeri registra nel territorio tre chiese: la parrocchiale o plebania di S. Stefano, quella di S. Pietro di Castelfranco e una chiesetta dedicata a S. Giuseppe in Bessimo. Nel frattempo il territorio ecclesiastico di Rogno si disgrega. Con decreto 10 novembre 1580 viene eretta, staccandola da Rogno, la parrocchia di S. Pietro di Castelfranco. A distanza di circa cento anni il 15 novembre 1685 viene staccata ed eretta a parrocchia con il titolo di S. Gaudenzio la chiesa di Monti di Rogno. Pochi anni dopo, il 15 novembre 1683 veniva eretta a parrocchia, staccandola da Monti di Rogno, la chiesa di S. Vigilio. Non solo ma nascono questioni riguardo al beneficio di Rogno con Castelfranco, finite con una transazione fra i due arcipreti nel 1639. Il beneficio tuttavia continua ad essere ricercato anche nei secoli seguenti. Arcipreti di Rogno, infatti, sono di frequente sacerdoti provenienti da altre parrocchie meno ricche e anche dottori in diritto, quali Paolo De Boni (1642-1646), Francesco Pomo (1652-1667).


La parrocchia comunque andò rinsaldandosi ancor più specie nel sec. XIX alla fine del quale il vescovo mons. Corna Pellegrini registrava come la popolazione si dimostrasse «di buona religiosità con discreta frequenza alla dottrina cristiana ed ai sacramenti. Generalmente si santifica la festa e non si lamentano inadempienze all'obbligo dell'astinenza e del digiuno. Qui non serpeggiano errori, ma esiste il problema dell'emigrazione: ritornati dall'estero, gli emigranti "pronunciano parole ereticali" e tengono discorsi che non sono da buoni cristiani». Lo stesso vescovo nella visita del 1912 dichiara di non nutrire "preoccupazioni particolari riguardo alla religiosità dei fedeli", lo dimostra il fatto che la chiesa è "discretamente frequentata". La parrocchia supplisce anche alle deficienze dell'istruzione pubblica, organizzando una scuola serale, mentre nel 1929 nei locali dell'asilo, appena fondato ed affidato alle Suore Dorotee da Cemmo viene istituito l'oratorio femminile. Ultimamente per iniziativa dell'arciprete don Paolo Gheza si provvede, a partire dal 1983, a più riprese, ai restauri dell'antica Pieve di Rogno con la ricostruzione della casa canonica, con il restauro dell'attiguo secentesco salone parrocchiale, con il restauro della parrocchia di S. Stefano, la sistemazione con strutture efficienti del Centro Giovanile e ricreativo, inaugurato il 6 ottobre 1990, ecc. Negli anni '90, accogliendo le richieste dei parrocchiani, don Gheza ristabilisce la Confraternita del S.S. Sacramento e nel febbraio 1994 viene richiamata la devozione dei Tridui anche con il restauro della cosiddetta "macchina". A cura della parrocchia esce dal 1983 il periodico "La Pieve di S. Stefano".


CHIESA PLEBANALE DI S. STEFANO - Secondo G.C. Merotti e F. Salvini: «la prima costruzione, databile fine VII secolo (600 d.C.), realizzata in epoca longobarda, doveva essere una costruzione piccola e semplice, a pianta rettangolare con un'abside semicircolare. La facciata doveva avere tre finestre ad arco oltrepassato, realizzato con mattoni in cotto e spallette in sassi cementati. Il portale presentava la stessa tipologia costruttiva delle finestre». A questa prima costruzione, l'antico tempio" che già nel 1889 era segnalato nella "Guida alpina della provincia di Brescia", apparterrebbero i reperti trovati nel 1968 quando, durante i lavori per l'impianto del riscaldamento, si rinvennero due pennacchi d'arco finemente decorati, probabilmente artistici frammenti di quello che doveva essere un ciborio. I due pezzi sono ora conservati presso il museo romano di Cividate Camuno. Nel 1986-1987 durante più ampi lavori di restauro anche alla facciata sono venute alla luce due aperture con arco in cotto, a tutto sesto; in origine erano finestre con un resto di un terzo arco a lato dei primi due; sotto si intravede la grande arcata, pure in cotto, del portale, parzialmente danneggiata dall'inserimento dell'attuale porta della chiesa. Successivi sopralluoghi dell'architetto Efrem Bresciani, soprintendente per i beni ambientali ed architettonici di Milano, e dell'esperto d'arte alto medioevale dott. Brogiolo, hanno confermato l'antichità della pieve tanto da far pensare di essere in presenza dell'edificio di culto cristiano forse più antico della Valcamonica, anteriore anche alla pieve di S. Siro di Cemmo, ritenuta fino a ieri la più antica della valle.


Il terremoto del giorno di Pasqua del 1064 che devastò la valle e anche il paese salvò, a quanto scrivono G.C. Merotti e F. Salvini, la parte della facciata "tutt'ora evidenziata da una spaccatura leggibile per la diversità del materiale usato nella ricostruzione". Rimangono intatti: l'arco del portale, la nicchia centrale e quella di destra, mentre quella di sinistra ha ceduto con il crollo. La successiva ricostruzione vede il tamponamento delle finestre rimaste, forse con l'intento di dare più stabilità alla costruzione, e l'ampliamento con l'aggiunta di due navate laterali e relative porte d'ingresso. Questi lavori portano l'aspetto della chiesa a quello tipico del periodo romanico. Come hanno scritto Giancarlo Merotti e Flavio Salvini: «I recenti restauri hanno confermato le ipotesi che storici locali avevano avanzato precedentemente circa l'antichità della Pieve. Nel disfacimento dell'intonaco esterno sulla facciata sono venute alla luce due nicchie sottese da un arco in cotto più l'avanzo di una terza; sotto ad esse, più in basso, l'arcata in cotto del vecchio portale. La datazione a seguito di un'indagine stratigrafica, ad opera di qualificati studiosi, ha confermato il periodo alto-medioevale della costruzione» mentre la mancanza della terza nicchia è stata spiegata dai danni subiti dal terremoto che colpì la valle il giorno di Natale del 1222. La successiva fase individuata è quella che vede il sopralzo della navata centrale, il tamponamento delle porte laterali e l'apertura, nella parete frontale sopra il portale, di un finestrone rettangolare. La costruzione viene a questo punto completamente intonacata.


Merotti e Salvini asseriscono che «l'edificio non viene più rimaneggiato fino al XVI secolo allorquando si procede alla sostituzione della copertura a capriate in legno con quella a volte in muratura decorate, contemporaneamente al rinforzo aggiuntivo di lesene collegate da chiavi di volta in ferro: la chiesa approda al suo aspetto attuale». Secondo i due studiosi: «Gli ultimi interventi appena descritti, secondo le direttive del Concilio di Trento, fatte applicare in Valle con grande determinazione da S. Carlo Borromeo, compresero anche l'allungamento della chiesa con la costruzione di un'ampia abside e il conseguente arretramento dell'altare maggiore, la costruzione della nuova sagrestia ed il collegamento con la canonica. Il vecchio muro circolare dell'abside (rimasto intatto a Cividate), che terminava pressappoco sull'attuale gradinata che porta all'altare, venne sostituito da un manufatto a forma quadrata tuttora visibile». La fase sopra citata è l'ultima individuata anche sul complesso Canonica-Sagrestia, che si è modificato attraverso fasi evolutive individuate da una lettura stratigrafica. Gli stessi autori attribuiscono al secolo XIV «la ricostruzione seguita alla distruzione causata dal terremoto; essa vedeva sorgere, dove si trovava attualmente il salone, una costruzione con ampio portico rivolta ad est, con due o più stanze nella parte superiore ricavate tramezzando la costruzione stessa con un impalcato in legno, mentre sul lato destro (sotto l'attuale sagrestia) un porticato chiuso su tre lati racchiudeva la probabile piazzetta del broletto». Nel 1578 il visitatore mons. Celeri ordinava di fare il fonte battesimale in pietra "ad formam praescriptam". Nel 1698 p. Gregorio di Valcamonica sottolineava che la chiesa "capitale" (cioè principale) di S. Stefano era apprezzata per la struttura architettonica, le pale d'altare e per altri ornamenti "a proporzione della qualità sua e della riguardevole conditione degli habitanti". Di Tommaso Pietroboni sono le seguenti opere: Cornici, altare della B.V. (1823), Crocifisso (1833), Altare e statua della B.V. del Rosario (1834), pulpito (1837). L'organo venne costruito da Giovanni Tonoli di Brescia, tra la fine del '700 e gli inizi dell'800 e restaurato nel 1994 da Luca Chiminelli di Darfo. Nel febbraio 1994, per iniziativa dell'arciprete don Paolo Gheza, ricompariva, restaurata da Sergio Graziano di Capodiponte, la "macchina dei Tridui" costruita ai primi del Novecento e ricca di 146 candele. Nella chiesa esiste sull'altare maggiore una pala del clusanese Domenico Carpinoni (1566-1658) raffigurante il Martirio di S. Stefano racchiusa in una grandiosa ancona di legno intagliato e dorato della stessa epoca, probabilmente opera di artigianato camuno. Tra le sculture si distingue una Madonna Addolorata con veste dorata e graffita, ma "le pesanti ridipinture non permettono di classificarne con certezza l'epoca e la scuola".


CHIESA DI S. FRANCESCO ALLA RONDINERA. Sorta per venire incontro alle necessità spirituali di una zona in continua espansione edilizia.


ARCIPRETI: Pietro de Columbis di Solto (1375); Alberto de Biffi di Angolo (1388); Lodovico Arrivabene di Mantova (inizi sec. XV); Alessandro Montanari (1453); Alberto Federici di Angolo (1526-1578); Orazio Federici di Artogne, diacono, (1578-1588); Giov. Maria Pilati di Toscolano (1588-1605); Giovanni Antonio Guarneri di Vione (1605-1638); Giovanni Fioletti, già parroco di Sonico (1639-1642); Paolo De Boni di Breno (1642 - rin. 1646); Alberto Gelmini (1646-1650); Giov. Batt. Federici, già arciprete di Casalmoro (1652); Francesco Pomo di Lovere (1652 - rin. 1667); Martino Antonio Bazzini, già parroco a Sonico (1667-1700); Paolo Laffranchi di Brescia (1701-1733); Simone Obici di Sale Marasino (1733 rin. 1739); Paolo Bossi, già parroco di Artogne (1739-1750); Andrea Boldini di Saviore (1750-1779); Gasparo Ronchi di Breno (1789 - rin. 1792); Giuseppe Losa di S. Michele in Val Beretta, Bergamo (1792-1803); Giacomo Minelli di Monno (1803-1831); Gian Bettino Sorteri di Cerveno (1831-1854); Giov. Batt. Viotti (1854); Agostino Ghida (1901-1928); Giovan Maria Malonni (1928 - 1934); Giuseppe Cotti Cometti (1934-1966); Angelo Ruggeri (1966-1983); Paolo Gheza (1983).