PAGANINI Alessandro

PAGANINI Alessandro

Sec. XV, morto a Toscolano nel 1538. Figlio naturale di Paganino Paganini. Compare, come ha documentato Angela Nuovo, la prima volta nel 1491 nel testamento di Cristina Fontana, moglie di Paganino Paganini, che lascia «a Alessandro figlio naturale di Paganino ducatos cinquanta da versarli per dito mio marito, da dar condicionatamente butandose bene». A lui, con un suo primo testamento del 13 settembre 1505, poi superato da quello del 1538, lasciava tutto il suo patrimonio. Come stampatore Alessandro compare a Venezia accanto al padre nel colophon degli "Elementorum" di Euclide siglati il 22 maggio 1509. Continua poi nel colophon della "Divina proporzione" di Luca Pacioli del I giugno 1509 (con disegni di Leonardo da Vinci). Compare, invece da solo, nel colophon della "Summa Angelica" del beato Angelo da Chivasso dell'8 marzo 1511, per poi continuare a siglare messali, offici, trattati, dizionari, (come il celebre Calepino del 1513), opere spirituali e letterarie. La prima opera firmata l'8 marzo 1511 è, appunto, la riedizione della Summa Angelica del bresciano p. Angelo Carletti da Chivasso, oriundo da Gabbiano nel Bresciano. Già stampata dal padre nel 1499 (secondo Angela Nuovo è il libro-cerniera tra l'attività del padre e l'esordio autonomo del figlio), è, in verità, un vero scampolo paterno, dal momento che l'edizione è di fatto, fuor di dubbio, la stessa. Tutto corrisponde: formato, registro, paginazione, fascicolazione, carattere (un gotico minutissimo che Alessandro non userà mai più); ovvi motivi commerciali impongono di mutare - ma non radicalmente - frontespizio e colophon; e non è un caso che il figlio ne approfitti per sciogliere la maggior parte delle abbreviature. Dell'edizione Alessandro è disegnatore di caratteri, mentre è dichiarato diligentissimo calcografo del Dizionario del Calepino. Infine nel periodo di avvio dei primi passi editoriali pubblicava una grossa raccolta delle opere di Bartolomeo Cipoli.


Angela Nuovo ha sottolineato che nelle opere stampate accanto al padre «Alessandro firmò esplicitamente la parte tecnica, il disegno dei caratteri, cioè l'idea stessa (che avrebbe in seguito sviluppato accanitamente) di una contaminazione tra romano e corsivo». La Nuovo sottolinea ancora: «I libri del Pacioli ebbero una grandissima risonanza, e Alessandro fu dunque per gli uomini del suo tempo l'artefice di una brillante dimostrazione, dell'elasticità, cioè, delle possibilità e degli innumerevoli esiti che la tipografia poteva esperire a contatto con i molteplici stimoli della cultura contemporanea». All'avvio della vera e propria attività editoriale autonoma di Alessandro è legato, tramite alcuni piccoli libri, il nome illustre di Agostino Giustiniani il quale commissionò ad Alessandro la stampa in edizione princeps del "De immortalitate animorum" (Venezia, settembre 1513), di una "Precatio" dello stesso Giustiniani, testo considerato di grande rilievo, di un "Tractatus errorem Judeorum indicans". Dopo pochi anni di prove Alessandro realizzava nel 1515-1516 l'avvio della sua più vera iniziativa editoriale. Si tratta infatti di un'impennata sia quantitativa (15 edizioni nel 1515, 13 nel 1516, un tetto di produzione mai più raggiunto), sia qualitativa, con una notevole pluralità di proposte, ma soprattutto con la stampa a ritmo intensissimo dei volumi della collezione in ventiquattresimo. Angela Nuovo afferma come «L'attività del Paganino è, a tal proposito, emblematica; più che a una continuità con l'azienda paterna, certo probabile sul piano propriamente strutturale, per la comprensione di questa fase del catalogo di Alessandro converrà tenere presente le invenzioni e gli spunti fecondissimi di Aldo (Manuzio) e da questi ricostruire un disegno che, con mira più modesta, tempestivamente rispondeva alle nuove esigenze dei lettori, e quindi anche all'innegabile ridimensionamento della grande scuola umanistica italiana». Angela Nuovo sottolinea poi che «La più consistente parte della produzione non letteraria di Alessandro è di tipo religioso: escludendo il più specifico caso dei testi stampati sotto sollecitazione del vescovo di Nebbio, i messali e gli uffici come i testi devozionali di vario genere sono rappresentati in misura sufficiente da farci supporre una produzione ben altrimenti rilevante». Ma aggiunge che «È questo il settore in cui meno praticabile appare la valutazione quantitativa, perchè il margine di deperibilità del materiale deve essere considerato massimo». Tuttavia sappiamo che con il padre ebbe a pubblicare nel 1512 il "Missale Romanum" (replicato nel 1516) e nel 1513 l'"Officium Beatae Mariae Virginis" che si devono considerare, a quanto afferma la Nuovo, «alla stregua di prototipi di una lunga teoria di stampe analoghe. L'escursione dei testi religiosi è notevole, dal mediamente colto al popolare (e la fascia di pubblico più bassa sarà tenuta presente soprattutto nella pubblicazione dei vari pellegrinaggi): l'"Apocalipsis", benchè in volgare, è edizione riccamente illustrata, dunque costosa. La Nuovo considera come uno dei nodi dell'editoria di Alessandro la collezione in ventiquattresimo, stampa a ritmo intensissimo ideata con un programma preciso e coerente; e quasi esclusivamente da quei volumetti l'editore prende la parola e si intrattiene direttamente con il lettore, come voleva la tradizione umanistico-letteraria portata al massimo splendore da chi ne era stato l'esponente insuperabile, Aldo Manuzio, sul cui prestigio probabilmente non si insisterà mai abbastanza. "Ut Aldi insistamus vestigiis" diventa sempre il motto di Alessandro seguendone le invenzioni e gli spunti fecondissimi tanto da far ritenere il Paganini da qualcuno come il plagiatore del Manuzio. Circa la collana la Nuovo non ha dubbi di affermare «che, allo stadio attuale delle conoscenze, Alessandro Paganini è da considerarsi l'inventore del formato in ventiquattresimo, e che gli altri libri nello stesso formato di altra azienda, come quelli che Francesco Griffi pubblicò a Bologna nel 1516, sono diretta filiazione della sua invenzione» e che, inoltre nella sua officina «Alessandro dovette disporre di elementi di altissima competenza tecnica, se una semplice osservazione di questi volumetti induce a ipotizzare che, ad esempio, il compositore fosse obbligato a lavorare con lenti di ingrandimento e con l'estrema abilità manuale necessaria a maneggiare velocemente caratteri minuscoli».


Si susseguirono nell'aprile 1515 l'"Arcadia", gli "Asolani", le "Rime" del Petrarca con le quali, scrive la Nuovo, Alessandro «compie immediatamente delle scelte assai lucide: ulteriore sviluppo della intuizione manuziana riguardo al libro tascabile, al punto di farlo diventare un oggetto minuscolo (lo specchio di stampa è di 84 x 39 mm.), e riguardo alla leggibilità - fors'anche alla piacevolezza - del carattere, che pur con qualche titubanza, tende a identificare una sorta di giusto mezzo tra corsivo e romano». Seguono, di notevole importanza, il "Corbaccio" del Boccaccio, la "Divina Commedia" e nel 1616 una serie di testi latini fra i quali Cicerone, Terenzio, Giovenale e Persio, Marziale, Tibullo e altre opere. «La collana - scrive sempre la Nuovo - ebbe grande successo, e proprio presso quel pubblico al quale aveva puntato, protagonista di una cultura aperta, vivace, mondana, fitta di presenze femminili: il minuscolo libro diventò un oggetto di moda in quel dilagante fenomeno sociale che fu il petrarchismo, come ci tramanda un fedele testimone di voghe cinquecentesche, l'Aretino delle Sei giornate». Dopo una seria crisi, anche per la situazione di guerra e di crisi economica, Alessandro punta la sua attività di stampatore sul Garda a Salò e poi a Toscolano pur continuando ad usare nel triennio 1517-1520 anche come luogo di stampa Venezia. Con il padre Paganino, Alessandro pubblicava a Salò il 5 maggio 1517 il commento di Francesco Licheto a Duns Scoto ("Lycheti Pr. Francisci de Brixia in Johannem Duns Scotum super secundo sententiarum et super questionum quolibet clarissima commentaria", Salodii, 1517 in 2 vol.). Solo il 7 dicembre 1517 Alessandro compare come stampatore in Salò con il "Viaggio a Gerusalemme" di Francesco di Alessandro da Modena, mentre due anni dopo, il 24 dicembre 1519 Alessandro ha trasferito i torchi a Toscolano dove pubblica una serie di grammatiche fra le quali le "Institutionum grammaticarum" di Aldo Manuzio il vecchio, che apre la strada alla piena riattivazione dei torchi. Cinque anni dopo la chiusura della parte veneziana della collezione in ventiquattresimo, si assiste infatti alla ripresa della serie in terra benacense, volta soprattutto a mantenere la promessa fatta ai lettori in occasione dell'edizione di Marziale (I febbraio 1516): pubblicare i migliori autori - ovvero i classici latini - nell'ormai collaudato formato minuscolo. La preponderanza latina nella ripresa della collana è infatti assoluta, con il solo titolo petrarchesco a rappresentare la letteratura volgare per il 1521, anno in cui si concentra la produzione, con l'uscita di ben otto volumi. Nel 1521 pubblica "Opus Macaronicum" di Teofilo Folengo, la più apprezzata dagli studiosi e bibliofili. Il catalogo dei classici comincia nel 1521 con Ovidio (i Fasti, i Tristia, il De Ponto) cui si aggiunge Sallustio (maggio 1521) e nel giugno dello stesso anno il Petrarca. Poi di nuovo Ovidio con le "Metamorfosi" (1521), Orazio (1521), Petrarca (1521), Mela (1521), l'opera di Boezio, l'editio princeps della "Fortuna" di Filippo Balacchino e poi ancora Cicerone (1523). Nel 1522 Alessandro si dedica alla stampa di due testi tradizionali: la Cornucopia del Perotti e il "Dizionario" del Calepino. Ed inoltre la "Brassea" e i "Commentaria" (1524) di Ippolito de Marsigli.


Segue, firmata anche dal padre Paganino, una collezione di testi in volumetti in ottavo e in corsivo di precisa ispirazione aldina, quanto alla veste esterna. Così la Ciropedia di Senofonte (1527), i Commentari di Cesare, e poi Dante, Boccaccio, le operette di Trissino, le "Rime" del Sannazzaro ecc. Come ha scritto il Baroncelli «di Alessandro si devono riconoscere la versatilità, la prontezza con la quale, attratto dall'esempio del grande Aldo Manuzio, seppe intuire quali fossero le opere da stampare - in testi sempre più corretti - a quali umanisti si dovesse rivolgere per ottenere i commenti migliori, quali formati e quali caratteri il nuovo gusto richiedesse per una sempre maggiore diffusione della cultura. Prove di questa cultura, di questo gusto ci sono offerte dalle prefazioni - in latino o in volgare - di qualcuna delle opere stampate in Toscolano, nelle quali da chi era vissuto nella Venezia del Manuzio e del Bembo ci saremmo aspettati un latino più elegante e più vicino ai modelli classici. Ma proprio questo particolare può costituire una prova che la prosa delle prefazioni di Alessandro sia stata scritta da lui e non sia dovuta a qualcuno degli umanisti, dei commentatori di classici con i quali i Paganini furono in rapporto. Non teniamo conto, ovviamente, degli scritti di Alessandro inseriti nelle Maccheroniche del Folengo, perchè, come si disse, potrebbero essere state scritte dal Folengo stesso. Proprio alla spregiudicatezza di Alessandro gli studiosi devono essere grati perchè essa offrì al frate gaudente la possibilità di pubblicare il suo capolavoro. Ad Alessandro si deve anche l'edizione del "Burato" e dei vari "Libri di ricami" stampati verso il 1532, che, per la bellezza, se non per l'originalità forse, delle xilografie non sono inferiori a nessun'altra opera italiana del genere e servirono piuttosto di modello ai molti successivi. Nessuna opera ci risulta pubblicata negli anni che vanno dal 1533 al 1538 e non è facile spiegarne interamente le cause; non pare infatti accettabile l'ipotesi che in quegli anni possano essere state stampate le varie edizioni in 8° e in 32° senza data, tutte certamente anteriori. Nel 1538 Alessandro - che già da anni stampava quasi esclusivamente col suo nome - ruppe il silenzio con un altro volume delle Heroides di Ovidio, della serie dei classici commentati e illustrati in 4°, e con una edizioncina in corsivo in 8°, di probabile successo commerciale: il "Formulario nuovo che insegna dittar lettere missive" del Tagliente con i quali concluse, sembra, la sua attività editoriale e tipografica».


Di assoluto rilievo la stampa nel 1538 del "Corano", la cui copia, appartenuta al canonico pavese Teseo degli Albanesi, studioso di lingue orientali, venne trovata presso la biblioteca dei Frati Minori di S. Michele in Isola a Venezia. Porta il visto del vicario del S. Ufficio di Cremona, Arcangelo Mancasula. Ciò smentisce l'ipotesi che il Corano dei Paganini fosse stato distrutto per ordine di papa Paolo III come libro ereticale. La mancanza di una introduzione latina, di impaginazione e di fascicolazione, i molti errori, la confusione di alcune lettere dell'alfabeto, la mancanza di ordine dei capitoli, e dei tre segni vocalici che dovrebbero guidare la lettura, ha fatto scrivere a Roberto Tottoli che si dovrebbe trattare di una bozza. Il risultato poi, sottolinea il Tottoli, ne fa «un testo sicuramente aberrante per il credente musulmano; un testo che non solo non poteva competere con i manoscritti ornati da un punto di vista estetico, ma che presentava tutti gli errori di una falsificazione maldestra». Il Tottoli respinge poi l'ipotesi che l'opera sia stata composta a Venezia, dove non mancavano arabi in grado di rivedere le bozze; troppi errori si scontrano con l'eventualità di una collaborazione di esperti o di musulmani del tempo. Il testo prodotto dagli stampatori bresciani risulta inutilizzabile, tanto che è impossibile credere che sia intervenuta una qualsiasi revisione. E per tentare tale impresa senza nessun consigliere esperto, i Paganini non avevano certo bisogno di ritornare a stampare a Venezia, ma potevano sicuramente continuare a Toscolano.


Grande amore Alessandro ed in genere i Paganini dimostrarono verso il Garda e la Riviera, come dimostrano i numerosi e a volte incantati accenni al paesaggio, ai quali si accompagnano le sottolineature delle memorie storiche benacensi. Singolare l'elemento decorativo dei libri stampati dai Paganini a Salò e Toscolano. Come ha scritto il Baroncelli: «Xilografie, cornici xilografiche ed iniziali incise confermano che la produzione dei Paganini si sviluppò interamente nell'ambito dell'arte e della tradizione veneziana», ma bisogna aggiungere di gusto a volte di notevole effetto, come nei frontespizi ad esempio della "Summa" del Pacioli (1491) e nell'Apocalisse (1515). Cornici, semplici ma belle, caratteri eleganti, ricorrono in molte edizioni. «Per l'eleganza della composizione e la varietà dei caratteri, ma soprattutto per la perfezione delle tavole che lo adornano, - scrive il Baroncelli - emerge il "Burato", che costituisce indubbiamente non soltanto il piccolo capolavoro dell'arte tipografica di Toscolano, ma uno dei più bei libri di modesto formato che si siano stampati in Italia tra la fine del terzo e l'inizio del quarto decennio del secolo XVI. E per Burato qui intendiamo non solo il fascicolo di 20 cc. che riproduce diversi tipi di "buratti", cioè di drappi radi e trasparenti su cui ricamare, ma anche i quattro "Libri de rechami"». Particolare l'uso che fece dei caratteri tipografici, fra i quali un buon corretto corsivo a imitazione di quello famosissimo usato per primo da Aldo Manuzio nel 1501 e presto contraffatto da altri. E, soprattutto negli ultimi anni, impiegò quello strano carattere corsivo semidiritto, poco elegante e assai compatto, che ben ricorda quello fuso da Francesco Griffi da Bologna e che, denominato variamente dai bibliofili, il Baroncelli indica col nome di «carattere speciale di Paganini».


Benchè attivissimo, Alessandro vive all'ombra del padre comparendo in un numero straordinario di colophon ma in rari documenti. Nel 1535 è ricordato come "benacensis librarius filius domini Paganini habitator super lago Garda" in qualità di testimonio in una causa tra i Padri di S. Stefano e Giovanni Francesco Torresani. Dopo la morte del padre, non solo finisce la presenza editoriale di Alessandro ma anche le sue tracce di qualsiasi altro genere. Come ha documentato Angela Nuovo è ricordato come "impressor Tuscolani" in atto di riscossione di credito nel 1544, e nel 1545 per l'arbitrato di un compromesso fra Paolo Girardi libraio all'Aquila e Romase de Cartis. Dal testamento della moglie Daria Rusconi, figlia di Giorgio Rusconi milanese ma stampatore in Venezia, dettato il 5 luglio 1556, sappiamo della sua numerosa figliolanza, nella quale si notano un'Agnesina sposa al cartaio toscolanese Marco Comincioli, Marta sposa a Giovanni Varisco e i figli Gaspare, Paganino, Camillo, Orazio e Scipione con bottega in Venezia all'insegna della Sirena.