ONDEI Demetrio
ONDEI Demetrio
(Rovato, 2 marzo 1856 - Brescia, 21 febbraio 1923). Frequentò il ginnasio di Lovere e a 17 anni compose il carme "Il cuore" (1873) e, poco più tardi, "I Monumenti" (1882), di seguito, una leggenda romantica "Riniero" e poi articoli, poesie. Essenzialmente autodidatta, si dedicò presto all'insegnamento prima a Codogno, poi a Chiari. Fu poi professore di latino e di italiano nel collegio Peroni di Brescia. Passò poi a Castiglione delle Stiviere come direttore ed insegnante del collegio Battaglia dal 1896 al 1908. Nel 1901 conseguì dal ministero il diploma di abilitazione definitiva all'insegnamento dell'italiano nelle scuole tecniche. Ritornato a Brescia nel 1908 fu, fino al 1914, direttore delle scuole tecniche B. Castelli dove fu anche ordinario di lettere, di lingua italiana e, al contempo, fu incaricato dell'insegnamento dell'etica professionale nella Regia scuola di commercio di Brescia. Fu, come ha rilevato Emilio Ondei, "insegnante di professione ma chi è stato suo alunno lo ricorda non come professore, ma come maestro ed il sentimento quasi unanime, a postuma nostra consolazione, è che quel maestro era sprecato in scuole inferiori e secondarie. Ma in esse quegli insegnamenti, se impartiti veramente da un maestro, sono fecondi di decisivi risultati educativi dell'intelligenza e del cuore". La vita gli riservò grandi prove come la morte avvenuta il 10 luglio 1894 di una figlioletta settenne. Incominciò presto a lavorare anche per il teatro e i due pezzi "Amor prigioniero" in versi e "Dopo Mentana" ebbero anche buoni successi. Nel 1896 ebbe con "Ezzelino" una menzione onorevole ad un concorso, suscitando le proteste di Ghisleri, Cantù, Cavallotti, Abba ed altri che la ritenevano degna del premio. "Spartaco", in versi, pubblicata in Brescia, venne rappresentata dalla compagnia Capodaglio. Il 5 marzo 1893 venne nominato socio corrispondente (dimorando a Castiglione) dell'Ateneo di Brescia. Nel 1902 su proposta di G.C. Abba divenne socio effettivo. Nel dicembre 1919 declinò la nomina a vicesegretario. Mazziniano convinto, il 14 novembre 1881 venne nominato con Attilio Tosoni redattore di "Brescia nuova", diretta da Giuseppe Capuzzi. Fece parte delle Società radicali, delle società operaie e democratiche del tempo. Fu oratore caldo ed affascinante, ricercato e spesso chiamato oltre che a manifestazioni patriottiche anche da associazioni ed enti culturali non solo a Brescia e provincia, ma in varie città d'Italia. Fu aperto sostenitore dei ricreatori laici e di numerose iniziative sociali. Partecipò attivamente alla vita politica ed amministrativa. Si schierò apertamente e tenne comizi contro le imprese africane (1886-87 - 1896). Nel giugno 1900 partecipò alle elezioni politiche nel collegio di Chiari, ottenendo 473 voti contro i 1523 voti dell'on. Morando. Nel novembre 1906 tenne comizi in favore della lista popolare. Nel 1914-15 fu interventista convinto senza accostarsi al nazionalismo. Dettò epigrafi come quella ad Antonio Frati (in piazza Garibaldi), ai Caduti, per l'ara del Vantiniano (nel 1915). Fu oratore ufficiale in molte commemorazioni (Dieci Giornate, Mazzini, Cavallotti) e per l'inaugurazione di lapidi e monumenti. Fu amico ed in corrispondenza con G.C. Abba e Gabriele Rosa ma anche di Aurelio Saffi, Felice Cavallotti, Imbriani, Giovanni Bovio, Cesare Cantù, Ghisleri, Zanardelli, Colajanni, Alfredo Oriani. Collaborò a periodici bresciani quali "Brescia nuova", "L'Avamposto", "La Fiamma", "L'Ordine", "La Squilla", "Il Frustone", "L'Innominato", "Quarto Stato" e inoltre all"`Illustrazione Bresciana" e a "Brixia" ecc. Scrisse molti articoli su "La provincia di Brescia". Come è stato rilevato in un convegno a lui dedicato, egli derivò da Carducci il gusto della storia come maestra d'impegno civile: ricercò le origini antiche nella tradizione italiana dello spirito nazionale e dello spirito di libertà. Il suo patriottismo fu nella testimonianza assidua, nello studio, nella scuola, nella società, dei valori del Risorgimento e nel sostegno di iniziative politiche, dalla celebrazione della presa di Roma all'interventismo "democratico" ai tempi della prima guerra mondiale. Dal pensiero mazziniano mutuò le esigenze di riscatto sociale parallelo al riscatto nazionale: educatore nella scuola, intese la cultura come presidio di libertà da diffondere tra il popolo per "consolidare" le conquiste risorgimentali e l'emancipazione sociale; volle una scuola "scevra da spirito partigiano". Professò di amare l'arte che "pugna, crede e spera", ma fu anche poeta lirico intimista, autore di versi intrisi di malinconia e pessimismo idealista. Fu anticlericale perchè avverso al dominio temporale della Chiesa, ma ebbe una fede profonda e la sua religiosità andò al di là del generico teismo mazziniano. Secondo Emilio Ondei egli rappresenta "un'ultima propaggine romantica che si esprime in quello che il De Sanctis chiamò "pessimismo idealista", quando contrappose il pessimismo del poeta Leopardi a quello del filosofo Schopenauer. Delle poesie Arturo Pompeati scrisse che "si fanno notare, oltre che per le qualità di vena, di colore, di energia, per la misura con cui subiscono la disciplina di una scuola o di un modello". Mario Cassa ha scritto che: "i suoi scritti sono schietti, trasparenti e non offrono resistenza alcuna a chi voglia ritrarne i lineamenti d'un uomo fiero e generoso, d'un cittadino vivo nell'Italia da poco fatta. Ciò che più si nota e che merita oggi una buona attenzione è l'unità del tema intimo, umano, con quello civile e sociale; ogni meditazione interiore si ripercuote in un'eco di emozione patriottica, corale; ogni quadro naturale si anima e si popola di figure, di immagini storiche". Anticlericale, fu di animo intimamente religioso come dimostra una serie di inni sacri da lui dettati. In appendice a "La provincia di Brescia" pubblicò con "Il libro del mago" una volgarizzazione del libro di Giobbe. Lo scultore Angelo Colosio scolpiva per l'ing. Cadeo un suo busto. Tra le sue pubblicazioni "Carme. I monumenti" (Brescia, Tip. R. Codignola, 1882, 15 p.); "Il cuore. Carme" (Bergamo, Tip. Gaffuri e Gatti successori Sonzogni, 1873, 24 p.); "In montibus patriis". Scene e pensieri. Lettura" (Brescia, Tip. F. Apollonio, 1898, 72 p.); "In morte di Giuseppe Garibaldi. Canto" (Brescia, Tip. sociale operaia, 1882, 13 p.); "Spartaco. Tragedia" (Palazzolo sull'Oglio, Tip. Angelo Maver, 1875, XXIX, 168 p.); "Un poeta bresciano (Giuseppe Da Como)" (Brescia, Tip. Lenghi e C., 1906, 29 p.); "Bagliori di guerra" (Brescia, Pea, 1914); "Piave! versi di D.O. (A beneficio del Comitato Bresciano di preparazione)" (Brescia, Geroldi, 1917); "Piave" (Brescia, Tip. Geroldi, 1919). All'Ateneo di Brescia lesse "La poesia nella geografia" (1893); "In montibus patriis. Scene e pensieri" (1898); "Ode ad Alessandro Bonvicino" (1898). Molta della sua produzione venne raccolta nei volumi "Poesie, con prefazione del sen. Ugo da Como" (Milano, A. Mondadori 1925, 324 p. in 8°); "Prose, con prefazione del sen. Ugo Da Como" (Milano, A. Mondadori, 1925, XI - 534 p., in 8°). Più recente la pubblicazione "Natura ed arte" (Milano, Gastaldi, 1956).