NAVONO
NAVONO (in dial. Naò o Naù)
Piccolo paese della Pertica Alta tra Marmentino e Livemmo, nella valle trasversale che unisce Tavernole sul Mella a Nozza, a m 800 s.l.m. Il nome è forse un accrescitivo di «nava» voce mediterranea per pianoro raccolto fra monti che in effetti si stende vicino al paese. Altri lo fanno derivare anche da «naù» = navone, specie di rapa usata per foraggi; altri ancora da «novo» cioè di terra bonificata. Abitanti (navonesi, detti «i gacc»): 392 nel 1850, 38 nel 1988.
Ugo Vaglia sottolinea l'esistenza fin dal sec. IX presso le sorgenti del torrente Fusio in territorio di Odeno e Navono di un forno fusorio che ricevette impulso nella seconda metà del 1200 dalla famiglia Alberghini che dalla località venne chiamata «da Fusio». Ad esso veniva portata la vena da Aveno e dalla Valtrompia, quotidianamente trasportata con mute di muli. Secondo una tradizione popolare della potente casata avrebbero fatto parte «Bonefemmine di Fusio» le quali con testamento del 12 luglio 1002 beneficarono parecchie comunità delle Pertiche fra le quali Navono. Infatti a Navono e a Odeno le Bonefemmine di Fusio lasciarono i monti compresi nel loro territorio con l'obbligo di conservare per sempre tali beni a beneficio di tutti gli abitanti e, insieme, imponendo l'obbligo di donare il latte prodotto in un giorno di giugno al sacerdote che vi aveva la cura d'anime. Presto oltre alle officine, Navono ebbe un mulino a due ruote che servì anche Livemmo, Noffo e Odeno con decime per il rettore di Barbaine, rivendicate in documenti del 1384. Nel 1210 Navono si accordava con Odeno sull'uso comune dei boschi e nel 1213 si accordarono anche sull'uso delle malghe, avviando verso la conclusione, che avrà luogo nel 1285, un lungo e aspro dissidio circa i confini tra i due comuni. Con diploma di re Roberto, dato in Bolzano il 3 novembre 1401, Alberghino da Fusio dimorante a Fusio d'Ono venne investito delle terre delle Pertiche, del Savallese, oltre che di Bione, Odolo, Agnosine, Barghe, Sabbio, Preseglie e Caino. Quarant'anni dopo, tuttavia, parte del vasto feudo veniva da Venezia assegnato ad Aldreghino di Nozza. Navono sarebbe stato dominato da un antico fortilizio vescovile, aperto sui monti di Tenda e di Ario e sulla Corna di Savallo per dove, secondo una leggenda, sarebbe passato proprio Alessandro III in fuga per la persecuzione dell'imperatore Federico I di Svevia. Secondo il Vaglia la rocca è segnata in una carta topografica di Livemmo e, «costruita a difesa di quell'ultimo lembo della valle ed a sostegno dei diritti di confine, ebbe vita gloriosa durante le lotte dei Valvassori, contro i quali combatté in favore del vescovo di Brescia». Anche in seguito vi si sarebbe rafforzato Alberghino da Fusio, passato al partito imperiale. Vicus nell'ambito del pago e poi della pieve savallese, Navono fu vicinia autonoma da tempi molto antichi, pur facendo parte già agli inizi del '300 del «Comun de la Pertega» costituendo una piccola comunità amministrativa a se stante, che assorbì poi anche Noffo e Odeno. Navono poi nella divisione dei beni comunali ebbe boschi e pascoli a Campodinasso nella Val di Ecolo e a Pian del bene sul monte Ario.
ECCLESIASTICAMENTE tuttavia, Navono fece parte nell'ambito della pieve di Savallo (alla quale nel 1547 pagava la decima «quarantola») della parrocchia di Lavino. Navono ebbe un'importanza particolare tanto da oscurare Lavino. La chiesa parrocchiale di S. Michele in Lavino veniva detta di Navono. Con sentenza emessa il 28 agosto 1428 da Antonio di Valcamonica, il comune di Navono veniva obbligato a cooperare alla ricostruzione del lato sud della chiesa plebana del Savallese, alla manutenzione del campanile e a molti altri obblighi. Nel 1438 subì distruzione dalle truppe del Piccinino. Sotto Venezia Navono godette un lungo periodo di pace e di prosperità. Come esempio di progresso può essere citata, nel 1780, la costruzione di un acquedotto in cotto. Fra le famiglie più antiche del luogo si distinsero gli Arrighini, gli Acquistini, gli Zamaretti, poi Quistini che, trasferitisi anche in Valtrompia, diedero personalità eminenti, i Carlenzoli (che furono anche notai). A Navono esistette fin dal 1382 una delle più antiche opere di carità documentata della Valsabbia. Un legato per i poveri di Navono e di Noffo disponeva, con testamento dell'8 luglio 1498, Pietro Bonomi. Navono come tutte le altre comunità delle Pertiche fu beneficato dal Soccorso dei Poveri di Cristo o Pio Soccorso della Pertica, fondato in Forno d'Ono nel 1614 da don Francesco Bacchi e nel quale Navono aveva un suo massaro. Nel 1863 poi Navono partecipò alla ripartizione del capitale del Pio Soccorso. Appartenente sotto Venezia alla Quadra Valsabbina, nel 1797 Navono con Livemmo, Lavino e Odeno venne staccato dalla Valsabbia ed entrò a far parte del Distretto delle Miniere con capoluogo a Bovegno, assieme ad altre comunità valtrumpline. Nel 1865 con Odeno venne unito al comune di Lavino, mentre nel 1810 al ricostituito comune di Navono venne unito quello di Noffo. Nel 1827 venne realizzata su progetto del perito Groppi una strada per Navono fra Livemmo e Marmentino per una spesa di 49.950,44 lire. Sotto l'Austria, oppressa dalle tasse, la popolazione riuscì a defilarsi dal pagamento, rispondendo agli agenti con i soli soprannomi, disorientandoli ed obbligandoli a desistere. Nel 1850 dizionari corografici del tempo segnalavano ancora alcuni opifici per lavorare il ferro. Non mancarono riflessi unitari attraverso l'attività di Andrea Michele Vivenzi q. Santo detto «Santi» o anche «Garibaldi» per il suo entusiasmo verso il generale e la sua partecipazione fra i volontari garibaldini nella campagna 1866; e, ancora, Giambattista Vivenzi di Lodovico morto per ferite riportate in combattimento a Custoza nel 1866. Dal 1859 Navono entrò a far parte del Mandamento di Vestone. Pure piccolissimo centro abitato, non mancarono a Navono vivaci contrasti politici tra liberali zanardelliani e cattolici che nel 1909 ebbero echi sulla stampa provinciale. Nel 1916 Navono entrava in consorzio con altri comuni per la sistemazione della strada delle Pertiche. Il 28 ottobre 1933 veniva costruito un nuovo acquedotto a sostituzione di quello realizzato nel 1780 e del quale aveva approntato, dal 1929, il progetto l'ing. Gino Bontempi, realizzato dalla ditta Giacomelli di Bovegno. L'isolamento di Navono come di altri centri della Pertica venne rotto con la costruzione della strada Nozza-Belprato-Livemmo-Navono decisa nell'ottobre 1921; ne fu principale promotore il segretario comunale Angelo Piccini, ma costruita soltanto a partire dal 1942 per deliberazione presa dal Rettorato provinciale il 25 luglio di quell'anno. Nel 1924 venne installata la luce elettrica. Con il 1° gennaio 1928, il piccolo comune di Navono venne conglobato con Belprato e Livemmo nel comune di Pertica Alta.
CHIESA DEL SS. NOME DI GESU'. Si erge su un piccolo poggio, di contro alla montagna, in suggestiva posizione. A destra, dal breve presbiterio si diparte una stradetta che conduce diritta all'edificio un tempo adibito a municipio, come indica ancora la scritta che vi si legge tutt'oggi. Il paesello si distende tranquillo e ordinato, pur se qua e là si scorgono occhiaie di case diroccate, a testimonianza di un crescente abbandono anche di queste bellissime contrade. La chiesa, a capanna, ha un elegante portale di pietra scura, con scolpite le parole: «Soli Deo honor et gloria», che indicano la prima dedicazione al Santo nome di Dio. Sulle imposte della porta, invece, due monogrammi designano la successiva dedicazione ai SS. Nomi di Gesù e di Maria. In queste scritte è contenuta tutta la storia del santuario. Progettato nel 1611, nel 1614 venne posta la prima pietra. A costruirlo, come ha documentato Valentino Volta, venne chiamato il maestro Pietro Noli (Nul) q. Luison, di Castiglione d'Intelvi. I lavori però a rilento, con più o meno lunghe interruzioni. Una decisiva ripresa ebbe luogo nel 1619, per iniziativa di un frate domenicano, padre Serafino Borra, di Ono Degno, che il 13 giugno 1619 istituì la confraternita del SS. Nome di Dio, dando nuovo impulso alla costruzione della chiesa. Il 28 ottobre dello stesso anno, il console del comune di Navono, Giovanni Quistini, convocava la vicinia, composta di 69 capi-famiglia, che incaricava Francesco fu Michele e Francesco Giovanni Carlenzoni a sopraintendere alla fabbrica. Il santuario fu in breve tempo terminato, tanto che il primo gennaio 1623, festa del S. Nome di Gesù, il curato Cristoforo Pirlo poté celebrarvi la prima messa. Ne risultò un tempio, come ha sottolineato il Volta, non molto grande ma «ben proporzionato». Ma, nonostante la buona volontà e l'impegno, molte erano le opere di rifinitura che ancora dovevano essere compiute, e soprattutto doveva essere terminata la copertura. Fu la peste del 1630 a convincere gli abitanti di Navono a completare il santuario, grazie ai testamenti di Lucia qd. Pietro Quistini, che lasciava eredi in parti uguali le chiese di Lavino e di Navono, aggiungendo poi, il 18 luglio 1631, mentre era ammalata nel fienile di Bel Vedeno, un codicillo per un lascito di altre 100 lire. Altro lascito fu quello di Maria qd. Paolo Quistini Ballione, con testamento del 12 giugno 1631, steso mentre era in quarantena nella baita di Gratio Carlenzoni, in contrada Belvedere: constava di 100 lire. Grazie ancora ad una generosa offerta di 100 ducati da parte di Pasino Quistini, la chiesa poté essere coperta, con determinazione presa il 18 ottobre da nove dei 69 capifamiglia, superstiti del flagello della peste. I lavori vennero affidati a Francesco Bertelli di Odeno. Dagli Atti della visita pastorale del 6 ottobre 1646, sappiamo che vi si celebrava due volte la settimana. Il vescovo ordinò che non vi si celebrasse, nelle feste di S. Marco e nelle Rogazioni, se non dopo le processioni; che gli abitanti non vi facessero celebrare da nessun altro prete che dal cappellano; che gli stessi costruissero due ponticelli nel luogo indicato dal rettore-parroco, perché potesse arrivare a Navono da Lavino anche d'inverno e nei giorni di pioggia. Gli Atti della visita pastorale del 1668 registrano 120 scudi d'entrata, amministrati dalla comunità di Navono. Con essi, come si legge nella relazione del parroco di Lavino del 1684, si doveva mantenere il cappellano che dicesse messa ogni giorno. L'obbligo era di trentun messe, che il vescovo Marin Giorgi aumentò a cento. Vi esisteva la confraternita del SS. Nome di Dio, come da diploma firmato dal vicario generale mons. Carlo Antonio Luzzago. Nella relazione parrocchiale del 1715 sono registrati anche l'obbligo di usare le entrate per cera, olio e paramenti e la dichiarazione che le elemosine erano bene amministrate dai Reggenti. Vi sono legati per un complesso di 178 messe e il cappellano era obbligato a far scuola. La chiesa, che risultò dedicata ai Nomi di Gesù e Maria, fu sempre di più abbellita. Nel febbraio 1736 vi venne trasferita l'ancona vecchia dell'altare del Rosario della chiesa di Lavino, costruito nel 1724 da Francesco Pialorsi, detto Boscaì. Nel 1764 Paolo Bombastone e mastro Domenico Tagliani di Rezzato edificavano un nuovo altare. Altri due altari e il presbiterio venivano costruiti nel 1793, forse da Faustino Palazzi, che in quegli anni lavorava nella chiesa di Lavino. Sempre dalla chiesa di Lavino vi verrà trasportato, in sostituzione di quello vecchio costruito nel 1681 da Fedele Orlando di Preseglie, l'organo costruito da Francesco Doria di Desenzano nel 1737 e verrà collocato nella nuova cantoria. Nella prima metà dell'800 fu costruito il campanile, sul quale vennero collocate due campane: una fusa da Viviano e Salvatore Renieri nel 1679, l'altra dai Maggi nel 1779. Il primo giorno dell'anno e il giorno del nome SS. di Maria, per antica istituzione o voto del comune, e per obbligo annesso al beneficio parrocchiale, il parroco si recava processionalmente a solennizzare in quell'oratorio il mistero di quei giorni e si facevano colà tutte le funzioni parrocchiali. Nel giorno del SS. Nome di Gesù, nella domenica dopo il 26 luglio dedicata all'onor di S. Anna e nel giorno di S. Antonio di Padova, quando cade in giorno festivo, per voto del comune il parroco doveva pure cantar la S. Messa nel detto Oratorio. Nel 1853 l'Oratorio aveva un'entrata di L. 398,67 austriache. Nel 1884 sussisteva ancora l'obbligo di 178 messe con quattro feste, come la Circoncisione, il SS. Nome di Gesù, . Anna e il SS. Nome di Maria, messe ai santi e alle sante degli altari laterali. In una memoria dal titolo «Piccola Cronaca», don Luigi Maccabiani, parroco di Lavino dal 1911 al 1914, sostiene che la chiesa era «riccamente fornita (forse più della parrocchiale) con fabbriceria a parte», divisasi da quella parrocchiale sulla fine dell'800, «con pubblica sottoscrizione di tutti i capi di famiglia di Navono, visto che le rendite proprie sembrava non esistessero e rimanevano inadempiuti i legati di messe»; per cui «appena avvenuta la divisione, si dovette domandare la sanatoria di più che cento messe». Grazie a questo intervento, fu possibile fare il pavimento e indorare la cantoria, e venne decorata la chiesa per una cifra di L 1000, ad opera di Ernesto Sottini di Brescia. Un restauro più radicale venne compiuto nel 1966, come indica la scritta sulla controfacciata: «Anno Dom. MCMLXVI per volere della popolazione questo tempio fu restaurato».
Armoniosi, ricchi pur senza forzature, sono i tre altari, quello maggiore e i due laterali, così da creare - scrive il Vezzoli - un «particolare rapporto architettonico nello spazio sia pure ristretto della chiesa montana, quasi una facciata unica con arretratezza, e maestosa la parte centrale come un portale e avanzate le laterali, di gusto e di estro più moderno e più vivace». Il Vezzoli, oltre che esempi addirittura romani, richiama quello di Tizio di Collio. L'altare maggiore, che il Vaglia sostiene costruito da Francesco Boscaino nel 1724, viene da Giovanni Vezzoli attribuito ad epoca anteriore. Attraente l'architettura classicheggiante, anche se non del tutto accurata la esecuzione, specie nei particolari; molte le statue di santi e angioli, le nicchie, le colonne; complessa la cimasa. Guardata ai due lati dalle statue di S. Francesco e S. Domenico, una grande Madonna domina dalla nicchia centrale: dal suo manto amplissimo e compatto emergono a stento le spalle e il volto e il Bambino Gesù. La grande statua che troneggia al centro dell'ancona è probabilmente una trasposizione della figura della Madonna di Loreto. Un piccolo quadro che si trova sulla parete sinistra della navata raffigura infatti la Madonna Nera, che sull'altare, salvo che si tratti di una coincidenza, diventa bianca. Sotto la statua, una scritta richiama la dedicazione del tempio. Vi si legge «Sanctum et terribile nomen eius». Al centro, in alto, in una grande cornice, sormontata da un timpano da cui sbuca un Padre eterno benedicente, è raccolta una bella tela di scuola veneta del primo '600, raffigurante la Circoncisione. L'altare di sinistra ha una bella soasa con una altrettanto bella tela raffigurante la Madonna con i santi Antonio Abate e Antonio da Padova. Su tale altare il 17 gennaio si benedice il sale per gli animali. Sull'altare di destra, in una cornice uguale, sta una tela con S. Carlo, Santa Lucia e Santa Apollonia. Sotto la volta del presbiterio in una piccola medaglia a mezzaluna è raffigurato. Antonio da Padova, con la scritta «Fatto da me Bernardo Quistini per mia divozione l'anno 1700». Alla devozione di altri Quistini si deve la commissione di quadri raffiguranti gli Evangelisti, come dice la scritta su uno di essi: «Nel 1699 G.M. Quistini fece fare». L'organo venne installato nella chiesa nel 1905, ed è opera di Giovanni Bianchetti di Brescia. La cantoria e la soasa molto eleganti e da qualcuno attribuite ai Boscaì, dal Podavini sono invece ritenute opera, forse, dei Doria. La campana veniva fabbricata nel 1779 dalla Fonderia Maggi. Bei mobili ha la sagrestia, che conserva anche un pregevole paramento settecentesco, che la tradizione vuole donato dal Doge ad un Quistini di Navono. Si tratta di un ricchissimo paramento bianco «in quinto» del 1781 ricamato in oro, «degno, secondo P. Guerrini, di una cattedrale» sicura opera dei Soeri di Brescia.