MONTAGU Wortley Pierpont Mary
MONTAGU Wortley Pierpont Mary
(Thoresby, contea di Nottingham, Inghilterra, 28 maggio 1689 - 21 agosto 1762). Primogenita del duca di Kingston e della contessa di Dembigh, discendeva da una delle più note famiglie della nobiltà inglese, oggi ancora non estinta. Orfana di madre, a quattro anni, quasi abbandonata dal padre dedito completamente agli affari e alla politica, crebbe senza conoscere una vera educazione familiare. Lo studio fu, per molti anni, la sua unica occupazione. Apprese il latino e il greco, traducendo Orazio ed Epitteto, e più tardi l'italiano (imparato sul Tasso) ed il francese avendo come precettore il vescovo anglicano Burnet, molto noto per la sua cultura classica. A sedici anni, abbandonati gli studi, si diede ad una vita mondana e qualche volta dissipata. Il matrimonio con Edoardo Wortley, già avviato a splendida carriera politica, celebrato segretamente nell'agosto 1712; il ritiro nella villa del marito a Walncliffeg; la nascita del primogenito, eclissarono per un poco la sua fortuna nell'alta società inglese. Più tardi con la presentazione a Corte, stava di nuovo per rilanciarsi nel bel mondo, quando, nel 1713, le si presentò l'occasione di un viaggio in Oriente, per accompagnare il marito, nominato ambasciatore a Costantinopoli. Colta e curiosa, il lunghissimo viaggio attraverso la Francia, l'Austria, la Jugoslavia, l'Ungheria, la Bulgaria e la Turchia, la portò a compiere le più interessanti esperienze che descrisse in lunghe e sapide lettere, che poi formarono la sua fortuna letteraria. Tra l'altro lo spirito di osservazione la sollecitò a capire l'importanza di certi rimedi usati dai Turchi nella cura delle malattie e nella prevenzione delle infezioni, facendola propagatrice in Europa dell'inoculazione antivaiolosa per la quale meritò un'ode molto conosciuta di Giuseppe Parini. Ritornando in Inghilterra, nel 1717-1718 ebbe di nuovo modo di compiere curiosi e lunghi viaggi, toccando oltre l'Egitto, Genova e Torino. Subito l'Italia l'affascinò e la entusiasmò. A Londra, dove giunse, dopo un fortunoso attraversamento della Manica, si rituffò nella vita mondana e letteraria. Bella, brillante, affascinante conversatrice fu per qualche tempo, al centro dell'attenzione di tutta l'alta società e di numerosi letterati, quali il Pope (con il quale avrà una burrascosa amicizia), lo Young, l'Herwey, lo Swift, il Fielding, l'Addison ed il Bolingbroke. Poi la sua fama e la sua fortuna, in seguito alla pubblicazione delle pungenti "Egloghe cittadine", a contrasti di carattere politico, a sbagliati affari economici e a dispiaceri familiari, dovuti soprattutto all'incomprensione con il marito ed alla condotta scapestrata del figlio, declinarono inesorabilmente. Nonostante l'amicizia con la principessa di Galles, divenuta poi regina Carolina d'Inghilterra, essa si sentì sempre più isolata e si ritirò dapprima in campagna ed infine, nel 1739, intraprese un volontario esilio in Italia, con soste, più o meno lunghe a Torino, Milano, Verona, Padova, Venezia, dove intrecciò amicizia con il doge Grimani e con numerosi scienziati e letterati del tempo. È di quell'anno l'idillio segreto con il Co. Francesco Algarotti, rimasto sconosciuto fino a non molti anni fa. Dopo aver toccato Firenze, Roma, Napoli, Ercolano, nel 1742, passò attraverso la Svizzera, in Francia, prima a Chambéry, poi ad Avignone, dedita all'archeologia, alla letteratura, alla vita mondana, amica del Legato pontificio e simpatizzante, allo stesso tempo, con la loggia massonica di Nimes. Malaticcia e inquieta trovandosi a disagio per la presenza di estremisti inglesi fuoriusciti e di irlandesi irredentisti, cercò un clima più confacente alla tranquillità dei suoi nervi. Il Legato pontificio le consigliò l'Italia ed il co. Ugolino Palazzi di Brescia, che viaggiava al seguito del Principe di Sassonia, la convinse per un soggiorno nel Bresciano, nonostante fosse molto pericoloso viaggiare per l'Alta Italia ove era in corso la guerra di successione austriaca. Nell'agosto 1746, passando attraverso la Liguria e il Piemonte, in subbuglio per la guerra e affrontando i pericoli di essere arrestata per vagabondaggio e spionaggio, il 20 del mese giunse a Brescia, ospite nel palazzo in Piazza del Novarino (ora del Foro). Pur dovendo passare molti giorni a letto per gravi disturbi, potè vedere la città che definì subito "jolie petite ville" . Sfruttata dallo squattrinato giovane conte bresciano, convinta da lui a trovare un clima più confacente di quello della città, accettò di trasferirsi nella sua casa di campagna a Gottolengo, ne divenne si può dire prigioniera, continuamente derubata, con tutti i possibili raggiri e imbrogli, fino al sequestro della sua corrispondenza. Alternando i soggiorni a Gottolengo e a Brescia fra cadute e ricadute di salute a volte gravissime, non rinunciò ad una intensa attività fondando in città un circolo intellettuale, progettando una storia locale, allestendo a Gottolengo, nelle scuderie del luogo, un teatro organizzando con la piccola società della Bassa bresciana concerti, cacce e danze, mentre si dedicava al giardinaggio, oltre che alla lettura e alla corrispondenza, condotta spesso con intenti letterari. Nel 1750 i prolungati silenzi decisero gli amici ad inviare nel Bresciano, alla sua ricerca, un misterioso cavaliere, certo Quinseros Lambercier (forse il figlio sotto mentite spoglie) che, ostacolato in tutto dal conte, riuscì a muovere le sonnolente autorità venete che tuttavia vennero disarmate dalla Montagu stessa che le rassicurò della sua libertà. Nel settembre 1750 soggiornò per un mese sul lago di Garda, del quale decantò le bellezze. Non seppe liberarsi dalle spire del conte Palazzi, che la raggiunse anche a Lovere, dove si era rifugiata in cerca di salute nel 1755. Andò poi prolungando i soggiorni a Lovere, alle cui acque attribuiva particolari facoltà curative e dove nel 1754 comprò un vecchio palazzo con terrazza, giardino sul lago, nel quale soggiornò scrivendo racconti e continuando la corrispondenza. Salvo parentesi di viaggio a Brescia per ascoltare opere teatrali e musiche da camera, essa se ne rimase sempre più ritirata in quest'angolo romito di lago. Lei stessa, come passatempo, fece allestire in casa sua, a Lovere, rappresentazioni teatrali. Si interessò un po' di tutto, ma specialmente di archeologia, di botanica, di agricoltura. Si diede a cercare lapidi con la stessa foga con la quale fece piantar viti e fiori e allestì un'azienda agricola modello nella piana di Pisogne. Tra l'altro, qui e nella piccola fattoria di Gottolengo, essa esperimentò la coltivazione del tè. Assetata di sapere, sempre curiosa di novità letterarie e scientifiche, mantenne il contatto diretto con tutto il mondo culturale bresciano. Conobbe un po' tutti gli uomini colti del tempo dal Querini al Mazzuchelli, dal Gagliardi, dall'Astezati allo Zendrini, dal Gussago al Rodella, allo Zamboni ecc. Si appassionò alla botanica, partecipò alle sedute delle accademie ed ispirò a Gianfranco Guadagni (1707-1784), da Rovato, gli studi sull'innesto contro il vaiolo, stampati nel 1770, ventisei anni prima della scoperta dello Jenner. Sempre derubata e ricattata dal conte Palazzi, nell'agosto attraversò Mantova, Vicenza, Padova, si avviò verso Venezia che raggiunse l'8 settembre 1756, rompendo definitivamente con il Palazzi, accorgendosi di essere stata da lui plagiata. Finalmente potè trovare pace. Passò gli ultimi anni della vita tra Padova e Venezia in serenità, raggiungendo l'Inghilterra solo nel gennaio 1762, morendo pochi mesi dopo, circondata dall'affetto della figlia e delle nipoti, lasciando come eredità più duratura le sue lettere nelle quali Brescia e il Bresciano sono vivamente presenti per la semplicità del dettato, la vivezza delle immagini e la potenza dei sentimenti, tanto da far scrivere al Schuolet, suo avversario in letteratura, ancora vivente la scrittrice: «Finchè dura la lingua inglese si ammirerà la finezza del suo gusto, non meno che la opportuna solidità delle sue osservazioni che va facendo con linguaggio semplice, disinvolto, efficacissimo».