MONNO

MONNO (in dial. Mòn; in lat. Munni)

Borgata dell'alta Valcamonica, 7 km a N di Edolo, a O della strada per Pontedilegno. È a m 1066 s.l.m., a 105 km da Brescia e con una superficie comunale di 30,69 kmq. L'abitato sorge sulla destra del fiume Oglio, all'imbocco della valletta del Mortirolo, ai margini di pinete e su un lento declivio. Costituisce un blocco unico, sia pure distinto in contrade. Le principali sono Lucco, che è ormai conglomerato nel nucleo abitato, Iscla, che si trova a S del paese, sulla statale n° 42, a circa 3 km di distanza, e il Mortirolo che è abitato solo d'estate e si trova a circa 6 km a N del paese. Il Comune confina a N con la Valtellina (Sondrio) ed esattamente con i Comuni di Grosotto, Grosio, Mazzo di Valtellina e Tovo S. Agata; a E con Vezza d'Oglio e Incudine; a S con Incudine e Edolo, a O con Edolo. Il territorio è situato tutto sul lato destro orografico del fiume Oglio, che fa anche da confine naturale nella parte S che è la più bassa, con i suoi 765 m sul livello del mare, nel punto in cui il rio Fino si getta nell'Oglio al confine con Edolo. Gradualmente il terreno si innalza fino al paese e poi su su fino al Mortirolo e raggiunge la massima elevazione a NE con i Dossoni, che fanno parte del gruppo dei Monti Serottini, a 2910 m s.l.m. L'arco di montagne che fa da confine a N, appartenente alle Prealpi Bergamasche, è composto dalle seguenti cime: Cima di Grom (m 2773), Monte Varadega (m 2364), Cima Cadì (m 2449), Cima Verda (m 2409), Cima Resverde (m 2348), Motto Pagano (m 2348), Motto della Scala (m 2333), Dosso Signeul (m 1952). Il Passo della Foppa (m 1852), il Passo del Mortirolo (m 1892) e il Passo di Varadega (m 2296) mettono in comunicazione con la Valtellina. Il fiume Oglio riceve in territorio di Monno tre affluenti: la Valle di Mola (o Pedrua), che segna il confine con Incudine, l'Ogliolo di Monno nelle vicinanze di Iscla e il Rio Fino che segna il confine con Edolo. L'Ogliolo di Monno a sua volta riceve le acque del Torrente Re, che attraversa il paese, e del torrente Mortirolo, nel quale confluiscono il Rio Almada, il Rio di Sternorio, il Grom e il Varadega, oltre alle acque dell'emissario del Laghetto di Mortirolo (largo m 172, lungo m 220 e profondo m 7,50). Altro laghetto alpino, di minori dimensioni, è quello di Varadega. Abitanti (monnesi, nomignolo dialett. "i gàcc"): 900 nel 1562, 1000 nel 1567, 1000 nel 1573, 829 nel 1850, 940 nel 1861, 943 nel 1871, 915 nel 1881, 799 nel 1901, 786 nel 1911, 751 nel 1921, 775 nel 1931, 812 nel 1936, 848 nel 1951, 777 nel 1961, 645 nel 1971, 621 nel 1977, 619 nel 1981, 580 nel 1990. La tradizione, registrata da p. Gregorio di Valcamonica, vuole che "anticamente" si chiamasse "Amone", dal nome del leggendario duca Amon, che in lingua ebraica e armena significherebbe "fedele", "verace". Altri hanno pensato che derivi dal greco "monos", cioè "unico, solo". La località avrebbe conosciuto il passaggio di truppe romane dirette verso la Valtellina e i Grigioni. Monete di Augusto vennero scoperte nella costruzione dell'asilo infantile. La tradizione vuole che vi abbiano eretto un castello due duchi longobardi: Amon (che avrebbe poi dato il nome al paese) e Lamdelfio e che all'epoca longobarda appartenessero le tombe ritrovate durante lavori di fognatura. La leggenda vuole che Carlo Magno, desideroso di liberare l'alta valle dagli ultimi pagani e da greci iconoclasti che vi si erano rifugiati, abbia mandato al duca Landolfo di Monno, quale messaggera dei suoi piani, una sua parente, Monica, la bellissima figlia del duca Alloro di Cala, monaca in Brescia, che riuscì a convincerlo a lasciar via libera alle truppe imperiali. Dalla strage di pagani ed eretici da queste fatta al passo Cala, sarebbe venuto il nome di Mortirolo e il nome ad una altura chiamata Motto Pagano. A ringraziamento per la gentile messaggera, Carlo Magno avrebbe poi chiamato queste terre Cà (per casa) di Monica, donde poi il nome di Valcamonica. L'imperatore franco avrebbe fatto costruire una chiesa dedicata a S. Brizio, alla quale i sette vescovi del seguito concessero quaranta anni di indulgenza per ogni visita alla chiesa, mentre papa Urbano concedette poi novecento giorni ogni venerdì e ogni festa del santo. Leggende e tradizioni hanno avuto origine assieme al culto di molti santi, fra i quali quello di S. Brizio, dalla permanenza dei monaci di Tours e di Cluny, che in valle ebbero possidenze e case, dopo la donazione di Carlo Magno del 774. Nel toponimo della località "dei frà", vicina a S. Brizio, si è voluto vedere il segno di una presenza di un monastero benedettino, mentre indica certamente possedimenti monasteriali. Il santuario di S. Brizio verso il 1000 era un oratorio o solo un ospizio per pellegrini cui era addetto un prete. La tradizione vuole che la chiesa dedicata a S. Brizio sia stata parrocchiale. Il primo parroco segnalato è del 1284 e la serie segue poi ininterrotta. Con il passaggio della Valcamonica dal dominio del monastero francese di Tours a quello del vescovo di Brescia, anche il territorio di Monno venne assoggettato a canoni di affitto e decime. Periodicamente il vescovo procedeva ad esazioni ed investiture, mandando appositi delegati e teneva in Valle un suo vicario. In modo particolare i vescovi Beato Guala e Berardo Maggi fecero opera di revisione e di riordinamento dei loro diritti. Furono investiti delle decime i Federici e altri personaggi. I Federici continuarono la loro presenza fino a metà del '700. Ad opera di Cazoino, vicario del vescovo, investiture di beni vescovili sono registrate il 2 febbraio 1300. Nel 1389, un Michelino da Monno veniva bandito per non aver corrisposto quanto dovuto, sempre al vescovo, o per non aver chiesto l'investitura. Infeudazioni di decime vescovili in Monno vennero registrate ancora nel 1458, nel 1460. Con il 27 settembre e il 22 ottobre 1465 si registrarono investiture del comune e degli uomini di Monno. Con il disgregarsi del sistema feudale emersero alcune famiglie particolarmente facoltose, quali quelle dei Sutili ("Sitìi"), Fachinetti, Useppi, Fracala, ecc., che hanno lasciato il nome ad alcune località. Il castello continuò a svolgere la sua funzione per molti anni. Nel 1455 Venezia, conscia che molte rocche non potevano resistere alle artiglierie e che erano spesso nido a violenti e ribelli, decretò che fosse restaurato il castello di Breno e che si conservassero le rocche di Cimbergo e di Lozio, ma che fossero distrutte tutte le altre. Anche il castello di Monno, che era passato dai Federici ad una famiglia locale, quella dei Corata (che si estinse poi nel 1733), seguì la stessa sorte. Sulle sue rovine, che scomparvero del tutto agli inizi del '600, venne costruita la nuova parrocchiale. Nel 1398, ad un notaio del luogo, Brizio da Monno, venne affidato l'incarico di comporre dissidi fra guelfi e ghibellini. Si tratta facilmente di uno della famiglia Rizzio (o Ricci), come asserisce Agostino Pietroboni, famiglia illustre di una lunga serie di notai che si estinguerà alla fine del 1700. Ai primi del '500 assunse in valle un ruolo particolare Antonio da Monno che ricoprì la carica di Sindaco di Valcamonica varie volte (negli anni 1527, 1533, 1539 e 1545). Nel 1512 con Bernardino Ronchi e Ambrogio Alberzoni di Breno egli veniva inviato al Provveditore veneto Gritti per confermare la fedeltà dei Comuni a Venezia. Solo pochi mesi dopo Antonio da Monno con Antonio Cini, si affrettava a fare lo stesso con il governatore spagnolo. In accordo con gli Spagnoli, i Monnesi, parteciparono, il 18 marzo 1516, all'assalto del castello di Breno. Temendo discese di truppe dai Grigioni o dall'Austria, ma specialmente paventando il passaggio dei Lanzichenecchi, come poi avverrà nel 1522, i passi del Mortirolo, del Tonale e dell'Aprica vennero rinforzati e si tennero Deputati e guardie a Ponte di Legno, a Monno e a Corteno. Nella carta topografica della Bresciana, datata 1597, il Pallavicini segna torri in vari passi, compreso il "Monterol". Impressione fece il passaggio nel 1580 di S. Carlo Borromeo, a ricordo del quale rimane una santella in Mortirolo. Antica e importante fu la Vicinìa, che distribuiva sale e altro, manteneva il cappellano, il maestro, il medico, la levatrice, presiedeva alla manutenzione delle strade, alla sorveglianza sul Re, ecc. La casa comunale, lasciata in eredità dal fabbro Bartolomeo Veggiardi detto Mottino, venne risparmiata quasi del tutto dall'incendio del 1737 che distrusse parecchi registri e documenti. Nel 1720 vennero riordinati gli Statuti comunali, già emanati da secoli. Si distinsero poi le famiglie Andrioli, Caldinelli, Cicci, Grialdi, Ghensi, Lazzarini, Melotti, Mossini, Minelli, Orsatti, Passeri, Pietroboni, Trotti, Useppi, Zanardi e altre famiglie da queste derivate. La tradizione vuole che da Monno, dove viene indicata una casa loro appartenuta, sarebbero derivati quegli Ottoboni che, diventati nobili, diedero poi il vescovo di Brescia Pietro Ottoboni, poi Papa Alessandro VIII.


Il paese fu poi sempre avvantaggiato dal fatto di essere all'imbocco della valle Mortirolo, il cui passo ebbe sempre grande importanza. Tuttavia la vita di Monno fu contrassegnata per secoli da povertà endemica, dovuta anche a parecchie sventure che colpirono il paese. Vengono ricordate le carestie del 1348, 1484, 1629, la peste del 1508, 1555, 1576 e quella del 1630 che fu particolarmente funesta e durò fino al gennaio 1631. Proprio a causa della peste risultano estinte ben sei famiglie in quell'anno (Bullola, Aricha, Bonina, Maffei, Premotti, Tomasini). Altre sventure si abbatterono sul paese anche nel secolo XVIII. Una "peste di febbre maligna" mietè nel 1733 ben 93 vittime. Un'inondazione del 1644, una tempesta del 1735 e alluvioni del 1736 distrussero campi e case. Non pochi anche gli incendi che nel 1698 colpirono Vadostiel, nel 1699 casa Facchinetti, nel 1708 fienili a Lucco, nel 1722 casa Useppi, nel 1726 casa Passeri. Ma il più terribile fu quello che colpì il paese la notte del 19 settembre 1737 e che si propagò a quasi tutto il paese salvando solo venticinque case, delle quali dieci a Imavilla e quindici al Dosso. Poche furono le vittime. Alle varie sciagure e alla povertà endemica vennero incontro opere di carità, il Monte di Pietà, legati per la distribuzione del sale, ecc., tutte sorte all'ombra della chiesa. Una località chiamata "Le Misericordie" ricorda pagine di solidarietà sociale molto vive. Valvola alla situazione economica e sociale fu dai primi anni del sec. XVI, l'emigrazione, specie in Val di Sole. Rilevante l'emigrazione a Roma, dove i monnesi si segnalarono soprattutto come acquaioli e a Venezia. Nella sua relazione, il Da Lezze coglie anche l'occasione per dirci che a Monno "li terreni sono puochi, et poco buoni, et vi sono due mulini, et una rasica ( = segheria)" . Il paese non offriva grandi possibilità di lavoro e di guadagno ai suoi abitanti. Monno subì particolari danni specie dal novembre 1797, quando le truppe francesi, vittoriose su quelle austriache, distrussero la cappella dei Martini e tentarono di asportare le campane delle chiese. Poco dopo distrussero la foresta di Mortirolo. Nel 1809 l'Alta Valle vide la discesa degli insorti tirolesi, ricacciati poi dai francesi. L'armistizio dell'aprile 1814 pose fine all'occupazione francese.


L'epoca napoleonica, oltre all'abolizione degli antichi Statuti e la confisca dei beni di confraternite, delle chiese e degli enti comunali lasciò tristi ricordi di reclutamenti forzati negli eserciti e di una gravissima carestia che colpì la Valle dal 1815 al 1817 e che fu causa di febbri petecchiali con numerose vittime. Nel 1843 il paese venne colpito di nuovo da un furioso incendio che distrusse molte case e tutti i documenti d'archivio. Di una grave inondazione avvenuta nel 1852 rimaneva a ricordo fino a poco tempo fa un mastodontico masso in via Dosso. Un certo rilievo assunse il paese durante le guerre di indipendenza. Nell'aprile 1848 venivano eseguite opere di fortificazione (trincee e fortini) a S. Brizio. Per l'occasione cinque monnesi si arruolavano fra i volontari avviati al Tonale. Nel 1849 venne fatto saltare il ponte detto di S. Brizio, di cui restano residui vicino a Iscla. Nel luglio 1859 il comune veniva obbligato a concorrere al mantenimento delle truppe dislocate in Valcamonica. Il Rizzi scriveva nel 1870 che a Monno "sull'Oglio erano esistiti sette ponti in pietra, i quali nel 1859 furono distrutti per ordine di Cialdini; riattati dopo, nella guerra del 1866 tre furono demoliti di nuovo" . Durante la seconda e la terza guerra d'indipendenza vennero usate come ospedale e quartiere militare sia la chiesa di S. Brizio che quella di S. Sebastiano, che dovettero essere nuovamente benedette con il "rito romano della riconciliazione". Inondazioni nel 1862 distrussero varie case e lo stesso Municipio, rovinando gran parte dell'archivio. Sul piano politico, sulla fine del secolo XIX e agli inizi del sec. XX si equilibravano gli zanardelliani e i cattolico-moderati, ma agli inizi del sec. XX diventava particolarmente attivo il movimento cattolico, che vedeva realizzato nel 1905 il gruppo dell'Unione cattolica del lavoro, con 70 soci. All'inizio del '900 il Comune sovvenzionava una sezione di scuola elementare mista. Nel 1912 viene portato a termine il nuovo edificio scolastico. Nel 1915 il Comune istituì anche la 4 e 5 maschile facoltativa. Nel 1914 arrivò in paese l'illuminazione pubblica, per mezzo della soc. Elva e venne istituita una collettoria postale, dovuta specialmente alla importanza strategica che stava assumendo il Mortirolo. Iniziarono anche i primi lavori di riparazione della frana Dorena, che sarà causa di gravi danni negli anni successivi e che ancora oggi, nonostante i massicci interventi, è un grave pericolo specialmente per i paesi sottostanti. Durante la prima guerra mondiale il paese sopportò gravi disagi per la vicinanza del fronte e parecchi monnesi lavorarono ad opere di fortificazione, specie sul Mortirolo (v.), che divenne un importante caposaldo militare. Vennero aperte molte strade militari che collegavano Monno con il Castelletto, il Motto Pagano, il Mortirolo e il Passo dell'Aprica. Tra le personalità che Monno vide durante il conflitto, vi fu il re Vittorio Emanuele III diretto al Mortirolo, che ritornerà poi nel 1931 per seguire manovre militari. Il paese contò 10 caduti, quasi tutti del corpo alpino, su ben 102 giovani che erano partiti per il fronte. Gli anni del dopoguerra, come già all'inizio del secolo, videro aumentare l'emigrazione verso i paesi europei ma tanti presero la via del mare, seguiti a volte dall'intera famiglia, per recarsi in America Meridionale (oltre 50 persone), in Australia (più di 50 emigrati) o negli Stati Uniti. A partire dall'ottobre del 1918 la febbre cosiddetta "spagnola" mietè anche a Monno parecchie vittime. Per dare lavoro ai numerosi disoccupati, nel dopoguerra vennero realizzate alcune opere: la ricostruzione delle malghe di Dorena e di Varadega (completamente destrutturata dai militari); la sistemazione di varie strade con acciottolato; la costruzione dell'acquedotto e dell'impianto antincendi. Molto sentito dalla popolazione il problema della erezione di una efficiente Scuola Materna, che venne aperta il 31 dicembre 1928, dopo un lungo travaglio, specialmente per interessamento del parroco don Battaini e del contributo di vari offerenti. Venne affidato alle Madri Canossiane che continuano la loro opera anche oggi. La Casa Madre scelse Monno come luogo di riposo per le proprie suore, acquistò una villetta adiacente alla Scuola Materna e costruì una villa che negli anni successivi adibì a colonia e, dagli anni '60, a casa per ferie, contribuendo allo sviluppo turistico del paese. Nel 1927 Monno perdette la sua autonomia e venne aggregato al comune di Incudine. Verso gli anni Quaranta venne costruita la Casa della Patata per conservare questo prodotto, per il quale Monno è rinomato.


Durante la seconda guerra mondiale il paese contò 7 caduti e 10 dispersi. Momenti terribili il paese visse dal settembre 1943-1944 per rappresaglie nazifasciste dovute particolarmente alla dislocazione in Mortirolo, specie dal novembre 1944 all'aprile 1945, di formazioni patriottiche delle Fiamme Verdi, contro le quali vennero lanciati nel febbraio e nell'aprile 1945 attacchi in forza, che però risultarono inutili (v. Mortirolo). I disagi e i pericoli per la popolazione e per il paese furono enormi, ma non vi fu alcun morto di Monno. Vennero incendiate e distrutte alcune cascine, rovinate parecchie case e edifici pubblici. Il 16 marzo 1945 i fascisti, sospettandone la collaborazione con i partigiani, catturarono il podestà Minelli G. Antonio, assieme alla sorella Maria. Condotto a Brescia a Canton Mombello e sottoposto a pressanti interrogatori da parte delle S.S., venne liberato il 16 aprile, anche dietro le continue insistenze della popolazione. Negli ultimi giorni di guerra la gente dovette sgomberare il paese per l'incombente pericolo di rappresaglie. L' 1 maggio, sotto l'imperversare d'una bufera di neve, le Fiamme Verdi attaccarono la colonna dei repubblichini della "Tagliamento" e dei tedeschi in fuga verso il Tonale. Grazie anche ad una fitta nebbia alcune camicie nere riuscirono a far saltare il Consorzio (casa della patata) adibito a deposito di munizioni, provocando enormi danni. Il 3 maggio fecero saltare anche il ponte dei Pellegrini sulla nazionale. Dopo una lenta ripresa, l'1 gennaio 1948, veniva ricostituito il Comune autonomo e si realizzava la strada per allacciare la statale 42 del Tonale con il centro abitato, si operava l'imbrigliamento della "frana Dorena", si migliorava l'acquedotto, si rimettevano a nuovo l'asilo e le scuole elementari rovinate da eventi bellici. In seguito ai gravi danni prodotti dalle alluvioni dell'estate 1950 veniva costruito il ponte sull'Ogliolo e quello della segheria comunale, distrutti dalle acque. Miglioramenti vennero compiuti alla Malga Andrina e alle proprietà boschive comunali. Nel 1949 si realizzò l'allacciamento telefonico al Comune, che nel 1955 inizia la costruzione di una nuova sede, allargando la piazza IV Novembre. Nel 1960 un'altra grave alluvione ripropose il problema di un radicale intervento sulla "frana Dorena" che continuava a provocare ingenti danni. Si provvide anche all'allargamento del cimitero, con la costruzione di un primo lotto di loculi, cui ne verranno aggiunti altri due nel 1972 e nel 1984. Nel 1966 vennero inaugurate le scuole nuove, mentre era in corso di esecuzione una nuova strada di collegamento con il Mortirolo, portata a termine negli anni '80. Secondo le indicazioni tratte dalla tradizione orale, il 4 novembre 1972 il Comune assunse ufficialmente il suo stemma: il gonfalone viene sfoggiato per la prima volta durante l'inaugurazione del monumento ai caduti di tutte le guerre, dovuto allo scultore Maffeo Ferrari. Con l'approvazione del Piano d fabbricazione nel 1975 ha inizio un periodo di rinnovo del paese, con la costruzione di nuove case, il recupero degli edifici vecchi e la sistemazione delle strade e della illuminazione da parte dell'Amministrazione Comunale, nonché dall'impinguamento dell'acquedotto e la razionalizzazione della fognatura. Altre opere si aggiunsero negli anni seguenti. Nel 1983 sulla sede del torrentello che attraversa il paese veniva costruito un parcheggio, con successivo allargamento della piazza. Nel 1987 venivano avanzati progetti per la creazione nel territori di due centraline idroelettriche, ora in via di realizzazione e, su iniziativa di Angelo Giovanni Trotti, venne costituito il gruppo folkloristico "Gàlber de Mòn" (cioè gli "Zoccoli di Monno"). In sviluppo anche le attività del tempo libero, grazie alla costruzione, nel 1982, di un nuovo campo sportivo.


ECCLESIASTICAMENTE appartenne alla pieve di Edolo, dalla quale si rese indipendente nel 1284, con una serie di parroci che continua fino ad oggi. Il parroco rimase a lungo presso S. Brizio, mentre il paese si espandeva più in alto. Dopo la visita di S. Carlo Borromeo (1580), pressioni venivano fatte dalla popolazione perché il parroco si trasferisse in paese, tanto che, approfittando di un'assenza i monnesi distrussero la canonica esistente presso S. Brizio per obbligare il parroco alla nuova residenza. Nel 1922 vi veniva eretta la Congregazione del Terz'Ordine francescano.


S. BRIZIO: la prima chiesa era di derivazione certamente monastica, legata, come indica il santo titolare, al monastero di Tours. È sicuro che una chiesa esisteva già nel 1284, quando ebbe inizio la serie dei parroci di Monno. Nel 1480 la chiesa venne ricostruita. Era ancora parrocchiale nel 1567, quando il vescovo Bollani sollecitò la costruzione di una nuova parrocchiale più vicina al centro abitato. La chiesa aveva allora due altari ed era adorna di ex voto. Verso la metà del sec. XVII venne eretta una cappellanìa che doveva servire al culto e alla custodia della chiesa, alla quale lasciarono capitali anche i monnesi emigrati a Roma. Nel 1646 la costruzione della nuova chiesa era in atto, sostenuta dagli "uomini del comune" e dagli abitanti e restaurata entro il 1657 mentre ritocchi e completamenti erano ancora in atto nel 1672. Il campanile fu completato negli anni successivi probabilmente nel 1716. In posizione dominante la strada della valle si distingue per una sua eleganza e singolarità dovuta alle tre caratteristiche finestre, per il solido campanile in granito bigio e per la natura che lo circonda. Domina il santuario una stupenda icona in legno, barocca ma suggestiva ed interessante, ricca di colonne, di statue, statuette, di santi, di angeli, di cariatidi (parecchie purtroppo rubate recentemente). Racchiude una tela con la Madonna con Bambino, S. Brizio e da un lato la scena con la chiesetta di S. Brizio, sulla soglia della quale egli s'affaccia per accogliere una processione: madri con bambini, poveri, ecc. La pala è firmata "Carolus Marnus Burniensis, 1655". Nel 1976 venne asportata dai ladri e recuperata dai carabinieri sotto un ponte. Ora si trova nella chiesa parrocchiale. Bello il paliotto in legno dell'altare con il santo al centro ed altre figure. Ancona e altare sono attribuiti ai Fantoni. Probabilmente di altra mano, ma squisitamente scolpito è il tabernacolo. Del tardo Settecento sono gli affreschi del soffitto, nei quali fra ornamenti floreali spiccano tre medaglioni raffiguranti S. Brizio in gloria fra gli angeli, Cristo glorioso con la Croce fra i SS. Pietro, Paolo e un vescovo, l'Assunta con San Giuseppe, S. Brizio e S. Anna. Nelle lunette attorno alla navata vi sono figure di apostoli, di vescovi e di santi. Il santuario era ricchissimo di ex voto dei quali fu fatto un gran falò, dopo la visita pastorale di mons. Tredici nel 1935, il quale diede ordine di rimuovere tutti gli ex voto tranne i quadri ad olio. Ne restano due grandi e molto belli. Uno raffigura S. Brizio in abiti vescovili con ai piedi quattro devoti dai caratteristici costumi del tempo, specie per i collari piatti e quadrangolari in lino, amplissimi i paramenti ricamati. Si tratta di una tela molto bella che richiama il Paglia. Un altro quadro votivo, da poco restaurato, raffigura una chiesa verso la quale si dirige una processione di devoti con l'iscrizione "Ricorso devoto fatto lì 9 novembre 1759 dal pio popolo di Monno al suo fedelissimo Protettore S. Brizio per ottenere la liberazione del male epidemico nella gente, e ne ottenne compitissima la grazia et effiges sint in memoria". Sono di pietra bianca il portale e le finestre. Accanto alla sagrestia esiste anche un piccolo romitaggio consistente in un'unica stanza. Per iniziativa del parroco, nell'aprile 1973 si è formato un comitato o associazione di Amici di S. Brizio, che si proponeva il restauro del santuario. Tutto ciò che poteva essere trasportato si mise in salvo presso la canonica. Nonostante ciò la chiesa è stata in seguito quasi del tutto spogliata: l'ultima volta nel 1980. Per evitare ulteriore degrado e pericoli, si diede corso ad alcune opere. Con due successivi contributi è stato fatto il drenaggio a monte per togliere l'umidità dalla parete e rifatto il tetto con la posa nuovamente delle "piode", cioè lastre di ardesia. La devozione dei monnesi per il santo resta ancora oggi particolarmente sentita. Nella chiesetta viene celebrata la messa il 13 novembre e tutte le domeniche di marzo.


PARROCCHIALE DEI S.S. PIETRO E PAOLO: costruita nel 1410 circa, venne poi rifatta, conservando della vecchia il campanile con cella a bifore. Venne poi ampliata dal 1600 circa al 1620. Nel 1762 venne costruito, per iniziativa del parroco don Giovanni Carli, l'altare maggiore. Nel 1775 Pietro Corbellini dipingeva e firmava gli affreschi della navata centrale e delle sue cappelle Di grande risalto la Madonna in gloria della volta. L'altare rivolto verso i fedeli è adorno di un paliotto dorato, attribuito a Giovanni Battista Zotti, un tempo nella chiesa dei S.S. Fabiano e Sebastiano. La pala dell'altare maggiore è di Palma il Giovane. Nella parte in basso ci sono raffigurati i santi Pietro, Paolo, Antonio e Francesco, mentre in alto una Madonna col Bambino circondati da angeli. Alle pareti del presbiterio ci sono due quadri settecenteschi di ottima fattura, appena restaurati, che rappresentano il Primato di Pietro e il Martirio dei SS. Pietro e Paolo. Gli affreschi della volta del presbiterio sono di A. Guadagnini. Due sono gli altari laterali, uno dedicato alla Madonna, con statua in legno e i Misteri del Rosario dipinti su lamine di rame, l'altro dedicato a S. Antonio, con una pala raffigurante Gesù Bambino tra i SS. Antonio da Padova e Antonio abate, datata 1791 e firmata Antonio Corbellini, fratello di Pietro. Oltre ad una tela seicentesca raffigurante la Sacra Famiglia con Anna e Gioachino, sono da segnalare un settecentesco pulpito in noce, un confessionale con eleganti colonne tortili, una Via Crucis forse del Corbellini e tutto il coro in noce, di intagliatori monnesi. L'organo venne costruito dai Bossi di Bergamo. Dopo aver rifatto la copertura del tetto nel 1984, un più consistente intervento nel 1989/90 ha dato un aspetto migliore a tutto l'esterno della chiesa, con l'isolazione delle fondazioni, il totale rifacimento dell'intonaco e imbiancature delle pareti, lo spianamento e la sistemazione del piazzale e la posa di piacevole impianto di illuminazione che mette in rilievo anche il bel campanile.


S. SEBASTIANO: all'imbocco della Valle che porta al Mortirolo, domina il paese il santuario dedicato a S. Sebastiano. All'epoca della visita del vescovo Bollani (1567), aveva due altari, uno dedicato a S. Sebastiano e l'altro a S. Rocco, con pallio di legno dipinto. La chiesa era poi in parte affrescata. Dagli atti della visita del Pilati (20 settembre 1573), sappiamo che la chiesa era consacrata assieme all'altare maggiore. Restauri venivano prescritti da S. Carlo nel 1580 e dal vescovo Morosini nel 1593, da mons. Macario nel 1641, dal vescovo Morosini nel 1645, ecc. Il 21 febbraio 1731 veniva concessa la riedificazione dell'edificio ormai diroccato che durerà per oltre quarant'anni, con la collaborazione di tutta la popolazione. Come indica il cartiglio dell'elegante portale in marmo bianco, la chiesa era già finita nel 1781 e arricchita di tre altari: il maggiore dedicato ai SS. Fabiano e Sebastiano, e i laterali alla Madonna delle Grazie e a S. Rocco. É documentato che venne decorata da Pietro Corbellini, il quale dipinse anche le pale raffiguranti la Madonna col Bambino, i SS. Rocco, Ignazio e Luigi Gonzaga, e il martirio di S. Sebastiano. Il piccolo campanile porta una sola campana, fusa da Gaetano Soletti nel 1793 a Brescia, assieme alle due campane maggiori che servirono per completare il concerto della chiesa parrocchiale, munita fino allora solo di tre. Nuovi restauri venivano prescritti nel 1886. Ancora oggi all'interno stanno tre altari. Il maggiore in legno, elegante e con pale molto interessanti, ha un paliotto in cuoio bulinato con statuette. Vi esisteva una statua lignea della "Madonna dei Miracoli", che fu al centro di uno speciale culto dei bambini morti senza battesimo, levato per l'energico intervento del parroco don Bartolomeo Mossini durante il suo parrocchiato (1731-1753). Attualmente, dopo un adeguato restauro, si trova in canonica e viene portata nella solenne processione che si tiene ogni anno a ferragosto. E una delle poche (forse quattro) opere lignee del '400 che esistono nel Bresciano. Attribuita comunemente alla mano di un intagliatore altoatesino. Originario è il pavimento di ardesia. Anche a seguito dei danni causati dalla guerra, nel 1955 il Genio Civile interviene per la sostituzione del tetto e la sistemazione e rifacimento degli intonaci e della tinteggiatura delle pareti. È in questa occasione che furono coperti con calce i due grandi affreschi del Corbellini sulla facciata esterna, rappresentanti S. Cristoforo e S. Simone stilita. Nel 1981, il tetto nuovamente ridotto male, fu risistemato. La chiesa è utilizzata saltuariamente durante l'anno, tranne per il periodo estivo, durante il quale vi si celebra la messa vespertina ogni sabato.


CASA CANONICA: la canonica venne riedificata in gran parte dal parroco don Bartolomeo Mossini nei primi del sec. XVIII e venne in parte distrutta dall'incendio del 1737. Sul bel portale in granito è scolpita la data 1847. DISCIPLINA O S. FRANCESCO D'ASSISI: l'antica Disciplina, che sorgeva sopra la chiesa parrocchiale dedicata ai SS. Pietro e Paolo, venne distrutta nel 1600 circa quando venne spianato il poggio per far posto alla nuova parrocchiale con l'impegno per il comune di ricostruire la cappella altrove. Nel 1650-1685 venne fabbricata una volta per conservare il grano del Monte di pietà e delle confraternite. Sopra di essa, nel 1707, ad iniziativa delle Confraternite venne costruito l'ospizio o appartamento per il predicatore, di quattro stanze, che venne poi distrutto dall'incendio del 1737. Servita come Disciplina verso la fine dell'800, ospitò i confratelli del SS. Sacramento e in seguito fu oratorio femminile. L'altare venne restaurato e benedetto nel 1826. Vi esisteva un bel quadro che porta la data 1608 raffigurante la Crocifissione con i santi Bernardino e Francesco, attorniati dai Disciplini incappucciati. Ora è posto sulla parete sinistra del presbiterio della chiesa parrocchiale. Nell'anno 1960 l'Oratorio (così viene ancora oggi chiamato) venne adattato a teatrino, sopraelevando il pavimento e includendo parte della retrostante casa cappellania per adibirla a palco. Ha un centinaio di posti a sedere ed è stato usato vari anni come cinema parrocchiale. Nel 1986, con la collaborazione del Gruppo Alpini locale è stato sistemato ed adeguato, con servizi e camerino per gli attori. Nell'autunno del 1990 sono stati rifatti gli intonaci esterni, la tinteggiatura e i serra menti, adeguandoli alla sistemazione della vicina chiesa parrocchiale, così che tutto l'insieme si presenta in modo molto decoroso.


RELIGIOSITA': solenne la festa dei S.S. Pietro e Paolo (29 giugno); ma ancor più sentita quella di S. Giacomo (25 luglio), celebrata sul Mortirolo, e in occasione della quale si accendono sui monti suggestivi falò. Dal dicembre del 1970 in parrocchia si stampa un bollettino dal titolo "All'ombra del mio campanile", che viene distribuito a tutte le famiglie del paese e spedito agli emigrati che lo richiedono. E' stato voluto dal parroco don Francesco Nodari, il quale ha acquistato il ciclostile e il fotoincisore elettronico utilizzando una offerta apposita del monnese padre Michele (al secolo Silvio Andricci) che morì a Monno nel 1976 in concetto di santità. In concetto di santità sono morti pure altri due religiosi monnesi: il cappuccino Arcangelo Grialdi e Caldinelli Rosa (suor Giulia) delle Suore Dorotee di Cemmo. In ottobre, dopo il ritorno anche di quanti trascorrono l'estate in Mortirolo, si svolge la festa dei giovani, dedicata ai SS. Luigi e Teresa. Da vari anni riveste una particolare importanza anche la festa di Natale, con l'allestimento di un presepio vivente che termina, a mezzanotte, in chiesa dove viene allestita ogni anno una diversa capanna, con suggestiva scenografia. La stessa sera, prima della messa, i coscritti salgono sul campanile e cantano una nenia tramandata oralmente dagli avi, inframmezzandola al suono di "allegrezza" . La religiosità dei monnesi è ampiamente dimostrata anche dalle numerose croci e santelle poste agli incroci di varie strade, nonchè da edicole poste sulle facciate di molte case. Monno vanta una lunga sequenza di sacerdoti che si sono sempre fatti apprezzare per il loro zelo e per aver contribuito a diffondere e rinsaldare la fede dei nostri padri. Alcuni si sono particolarmente distinti per la loro intraprendenza. Per il passato ricordiamo don Giovanni Facchinetti, dottore in Teologia a Venezia (1676 c. - 1 marzo 1744), parroco di Berzo Demo; Melotti don Giov. Battista (m. 2 agosto 1745), dottorato in Vienna, poi ordinato sacerdote a Roma; Rizzi don Antonio (m. 1640), dottore in teologia, arciprete di Cemmo, che compose la "Vita delle SS. Faustina e Liberata verg." (Brescia, Sabbio, 1660); Sutili abate Marco Pio, cancelliere datario a latere di S.S. Papa Alessandro VIII e Sutili don Giacomo (1703), canonico in S. Giovanni in Laterano; Pietroboni don Agostino (1689 - 1764), parroco di Incudine, scrittore della "Historia del tragico et fatal incendio di Monno". Dei viventi si deve citare almeno mons. Giovanni Antonioli, già parroco di Ponte di Legno, ora rettore di Santa Maria di Esine, apprezzato pubblicista e autore di vari libri: "Mestiere, ministero, mistero" (La Scuola, 1977), "L'ospite più strano. Conversazioni sul dolore" (Morcelliana, 1983), "Sentieri della legna. I solchi della sofferenza" (Morcelliana, 1984), "Trattenimenti con Dio. Conversazioni sul dolore" (Morcelliana, 1985), "Il mio prossimo, il mio paradiso" (Morcelliana, 1986).


LEGGENDE: molte sono le leggende locali che veniva tramandate specialmente dai nonni nelle stalle, durante le lunghe sere di veglia, tra cui quella della "Spongada dulcia de Pasqua", che vede la signora Rosa trasformarsi da donna avara e gretta in una persona generosa in una mattina di Pasqua allietata dal suono festoso delle campane. Ancora oggi la "spongada" è un tipico dolce locale.


ECONOMIA: preminente l'agricoltura, con produzione di segale e patate e l'allevamento di bovini, favoriti da estesissimi pascoli, specialmente sul Mortirolo dove fino a qualche decennio fa si trasferivano molte famiglie durante l'estate. Estesi i boschi resinosi e cedui, compresi numerosi castagni nella parte bassa del paese e che davano fino a poco tempo fa un prodotto molto ricercato. Nessuno più coltiva frumento o orzo, mentre in rotazione alla patata, da alcuni anni, qualcuno ha introdotto il granoturco. Scomparsa pure la coltivazione del grano saraceno. Il bosco e la campagna hanno sempre dato un buon prodotto, anche se scarso; l'emigrazione ha sempre contribuito ad incrementare gli scarsi guadagni dei monnesi. Il Da Lezze afferma che nel 1609 a Monno esistevano "dui molini et una rasica". La segheria continuerà sempre la sua attività, mentre i mulini (2 privati e 1 comunale) subiranno la totale distruzione nelle alluvioni del 1956 e 1960. Un mulino però era necessario, allora ne venne costruito uno elettrico in paese, che cesserà di funzionare nel 1986 con il pensionamento dell'ultimo "mulinér" Pietroboni Brizio. Il pane di segale è sempre stato uno dei nutrimenti base: veniva confezionato una volta alla settimana in quasi tutte le famiglie utilizzando il forno a legna, di cui molte case erano provviste. Ancor oggi è particolarmente apprezzato il pane di segale fatto a Monno. Ottimo è sempre stato anche il miele locale. Nel periodo estivo molte arnie vengono spostate in Mortirolo per la produzione del miele di rododendro. Particolarmente avanzato era l'allevamento del bestiame. Nel 1870 si allevavano 700 giovenche e altrettante pecore e capre. Già nel 1928 venne ufficialmente istituito il primo "Gruppo di Selezione" di bovini di razza bruna-alpina. È a Monno che si attuarono le prime esperienze pubbliche di prevenzione e cura sul fronte delle epizoozie bovine ed ovicaprine, con particolare impegno contro il flagello dell'afta. Si sperimentarono anche le prime "inseminazioni strumentali", antesignane delle attuali "fecondazioni artificiali". Migliorìe venivano apportate negli anni Cinquanta alla Malga Andrina e al patrimonio boschivo comunale. La viabilità montana (tra i 1600 e i 1800 metri s.l.m.), le cascine e le malghe vennero ulteriormente migliorate grazie all'intervento del Feoga nel 1979. Sviluppata per secoli l'uccellagione colle reti che nel 1850 veniva detta "ferace di prese molto straordinarie". Nel 1970 veniva costituita nella zona di Toricla, su 700 ettari di territorio comunale, una riserva di caccia nella quale vennero immessi dei cervi, diventati ormai numerosi. A Monno si facevano borse, tappeti e tessuti con fine gusto artistico, inoltre anche cappelli e canestri. Telai esistevano in parecchie case fino a pochi anni fa. Si fabbricavano tele di canapa, di lino e di seta e si producevano tele a bei disegni floreali. Venivano tinti in blu con un'erba chiamata "guado", e in rosso utilizzando la robbia. Venivano prodotti soprattutto "pelòrc" tessuti con la stoppa a righe colorate, tinte con la radice del crespino, con le bacche del quale si produceva anche l'aceto. Il territorio è ricco anche di torba estesa sopra i 50 ettari, ma che non fu mai sfruttata. In tempi antichi vi era una miniera di ferro che venne però abbandonata causa le ripetute inondazioni. Una fucina venne messa in luce e poi travolta dall'alluvione nel 1960. Sempre attivo il flusso emigratorio, specie dei giovani, che riprese nella seconda metà dell'800 diretto specialmente all'estero, fornendo soprattutto muratori, scalpellini e falegnami. Negli ultimi trent'anni sono aumentati i pendolari (giornalieri e settimanali), mentre l'emigrazione ha visto maggiormente lo spostamento verso i paesi del fondovalle. Nonostante l'attaccamento alla terra e la cura che viene tuttora dedicata alla campagna, il maggior calo di addetti si è verificato in agricoltura. Nel censimento 1990 risultano attive 81 aziende, ma molti si dedicano a questa attività solo part-time. Negli ultimi anni c'è stato ancora un buon incremento edilizio, rivolto principalmente al recupero delle case del centro abitato. Risulta così che vi sono parecchie abitazioni ad uso dei villeggianti. Esiste poi una casa per ferie con 50 posti letto, gestita dalle Suore Canossiane, mentre 9 sono gli esercizi pubblici. Di essi 4 sono alberghi: 2 a Monno, con 30 camere e 56 posti letto; 2 in Mortirolo, con 19 camere e 29 posti letto.


Stemma del Comune: a destra, sui fianchi di una montagna innevata sono disposti alcuni abeti, con un cervo e un toro al pascolo, mentre a sinistra svetta la torre di un castello con merli ghibellini e nel cielo azzurro un'aquila dispiega le sue lunghe ali.


PARROCI: Giovanni Prandini (1408), Pietro Donato (1480), Lodovico Ricci (1492), Pietro Pietroboni di Monno (1510-1538), Nicolò Negri di Venezia, canonico di S. Marco (1538-1547), Alessandro Visentini, veneto (1547-1567), Giovanni Regazzi di Incudine (10 settembre 1567 - 1581), Antonio de Nobili di Lozio (1581-1584), Lodovico Rizzi o Ricci di Monno (1584 - m. 29 maggio 1599), Martino Rainetto di Borno (1599-1600, forse solo economo), G.B. Passeri di Monno, detto Trancano (1600-1613), Pietro Bonaccorsi di Vezza d'Oglio (1612, forse solo economo), p. Fortino da Edolo (1613, forse solo economo), G.B. Facchinetti di Monno (1613-1614), p. Arrigo Cresiolo (forse solo economo), Pietro Faustino Panteghini di Bienno (1615-1653), Maffeo Pietroboni di Monno (1653), Pietro Guarneri di Vione (1654-1663), Bartolomeo Rizzoni di Santicolo (1664-1681), p. Giuseppe Gismondi di Mu (1681 - m. nel 1688), Alberto Rizzi di Malonno (1688-1725), Stefano Camadini di Incudine (1725-1730), Bartolomeo Mossini di Monno (1731-1759), Giovanni Carli di Incudine (1759 - 27 ottobre 1786), Matteo Tognatti di Incudine (1787 - 29 settembre 1792), Giacomo Minelli di Monno (1792-1803), Antonio Fenni di Montisola (1803-1812), Giovanni Passeri di Monno (1812 - 13 aprile 1827), Brizio Caldinelli (settembre 1827 - 21 giugno 1844), Giacomo Trotti di Monno (1846 - 23 settembre 1859), Isidoro Corazzina (1860 - ottobre 1893), Angelo Battaini di Vezza d'Oglio (marzo 1894 - gennaio 1924), Antonio Cauzzi (1924 - 1 giugno 1934), Innocenzo Ercoli di Bienno (1934 - 9 novembre 1947), Domenico Garatti di Darfo (1948 - 13 marzo 1956), Giuseppe Figaroli di Costa Volpino (29 giugno 1956 - dicembre 1967), Francesco Nodari di Esine (gennaio 1968 - 25 novembre 1979), Raimondo Sterni di Bossico (13 gennaio 1980 - 28 aprile 1987), Angelo Mario Gozzini di Roccafranca (dal 19 luglio 1987).


SINDACI: Melotti Paolo (1890-1895 e 1895-1898), Passeri Giacomo (1898-1899 sindaco f.f.), Passeri Giacomo (1899-1902), Minelli Pietro (1902-1905 e 1905-1907), Zanardi Giovanni (1907-1910 e 1910-1914), Minelli Pietro (luglio 1914-ottobre 1914 dimissionario), Mossini Paolo (1914-1920 e 1920-1926), Guizzardi Giovanni (Podestà 1926-1927); dal 1928 al 1947 aggregazione con Incudine. Di Stefano Francesco (Commiss. Prefettizio 1948 -11 luglio 1948), Minelli Giovanni Antonio (1948-1952), Melotti Luigi ( 1952-1956), Minelli Giovanni Antonio (1956-1960), Melotti Luigi (1960 dimissionario), Minelli Giovanni (1960-1964 e 1964-1970 e 1970-1975), Ferrari Eugenio (1975-1980), Caldinelli Claudio Luciano (1980-1985), Minelli Giovanni (1985-1990 e 1990 in carica).