MOLIN Giovanni
MOLIN Giovanni
(Venezia, 1705 - Brescia, 14 marzo 1773). Nobile veneziano, fu avviato fin dalla prima giovinezza alla carriera ecclesiastica, secondo la legge imposta ai figli cadetti. Compiuti gli studi giuridici, sostituì Carlo Rezzonico, promosso cardinale, come uditore della Repubblica veneta presso il Tribunale Rotale in Roma. Mantenne questo incarico per sedici anni, distinguendosi per saggezza e dottrina e accattivandosi anche le simpatie dell'aristocrazia per i modi signorili e distinti. Il 17 febbraio 1755 Benedetto XIV (Lambertini) lo nominò vescovo di Brescia successore di Angelo Maria Querini e il 1 aprile seguente ricevette la consacrazione episcopale. Il 12 dicembre entrò in Brescia accolto con manifestazioni di giubilo dalle autorità e dal popolo. Si preoccupò subito d'aver particolare conoscenza della realtà diocesana non soltanto per ciò che si riferiva all'aspetto religioso ma anche ai più rilevanti momenti della vita sociale; pertanto egli invitò tutti i parroci a compilare un minuzioso formulario da inviare in curia, quale documento utile per la visita pastorale iniziata a partire dal 1760. Della sollecitudine del presule è documento nella lettera che il capitano veneto Antonio Donato scrisse al Consiglio dei Dieci, in data 5 maggio 1757. Il magistrato comunicava che la concordia che regnava tra i cittadini si doveva senz'altro all'edificante opera del defunto cardinale Querini "in ora assai bene ravvivata dall'attuale zelantissimo Monsignor Vescovo Molino". Il prelato che amava ospitare ogni sera nelle sale del suo sontuoso appartamento, ornate di splendidi arazzi e di molti quadri dei più celebrati pittori, i più eruditi esponenti del patriziato, per intrattenerli in dotte conversazioni, diede prova del suo interesse per lo sviluppo degli studi e per i nuovi orientamenti della ricerca scientifica, patrocinando l'Accademia di fisica sperimentale e di storia naturale fondata dal padre Sanvitale, nel 1760, presso la Biblioteca Queriniana. Particolari rapporti ebbe con Giuseppe Baretti, il conte Durante Duranti, il conte G.M. Mazzuchelli. Del Mazzuchelli rimane una lettera, poi non inoltrata, nella quale nel luglio 1756 rivolgeva al vescovo severe critiche, rilevando la sua mondanità, superficialità e leggerezza. Gli rimproverava inoltre una sua chiusura con il clero, da lui ricevuto raramente e di malavoglia, l'avidità di "mance", la difficoltà di rapporti con le autorità civili. Si tratta probabilmente di esagerazioni, anche se non mancano rimarchi notevoli alla sua attività specie nella formazione del clero, perché lasciava che nel seminario e nelle numerose scuole di teologia, aperte dai più qualificati ordini religiosi cittadini, circolassero indirizzi speculativi diversi e nuovi orientamenti di pensiero e di metodo, incoraggiando altresì quanti tra i presbiteri gli apparivano di più acuto ingegno. In questo clima vivace ed aperto alle dispute teologiche si affermarono le tesi giansenistiche che avevano già fatto breccia tra i padri della Pace ai tempi del Querini e che ora contavano aderenze e simpatie anche in altri ordini regolari e in alcuni fra i più preparati sacerdoti secolari quali Pietro Tamburini, Giuseppe Zola, Baldassare Zamboni. I primi due saranno tra i più celebri esponenti del giansenismo italiano. Del resto il teatino Gian Battista Scarella, bandita la Scolastica, insegnò la filosofia nuova e pubblicò tra il 1762 e il 1763 i suoi "Elementa logicae ontologiae ac theologiae naturalis"; lo Zamboni si guardò bene dal dare la preferenza ad un solo sistema teologico; il Tamburini, proprio per la sua formazione filosofica e giuridica introdusse nell'insegnamento criteri affatto nuovi, mentre lo Zola diede alle stampe, tra il 1762 e il 1763, i suoi quattro libri di teologia morale, seguiti da molti altri trattati. Si prepararono in tal modo i tempi del durissimo scontro che vide opposti ai giansenisti soprattutto i gesuiti. Tuttavia la situazione non fu tale da imporre al vescovo un intervento d'autorità. Il presule si preoccupò invece di organizzare anche i seminari periferici per offrire ai chierici che non potevano giungere fino in città una adeguata preparazione. Di questa iniziativa c'è esplicito cenno in un rapporto steso da Francesco Caraffa, nunzio apostolico a Venezia tra il 1760 e il 1768. Il diplomatico scrisse che il Molin "ottimo vescovo, che regola in tutto la sua condotta secondo le istruzioni di san Carlo" ha deciso di fondare tre seminari rurali a Lovere, Salò, Montichiari. Dal 1762 al 1766 la presenza del vescovo è segnalata in alcuni momenti della vita cittadina che stanno tra il religioso e il profano. Nel "Compendio storico della città di Brescia", riferito al secolo XVIII, Andrea Costa ricorda che il 12 novembre 1762 il presule pose la prima pietra della nuova chiesa del Patrocinio in Brescia; il 1 maggio 1763 il cardinale consacrò il tempio cittadino di S. Lorenzo; il 3 febbraio 1766, in tempo di carnevale (anche agli alti prelati era concesso qualche svago) il Costa rammenta che sua eminenza fu presente, tra le autorità civiche e la nobiltà, alla giostra dell'Anello che si correva in piazza della Loggia. Il medesimo cronista torna a parlare diffusamente del presule dopo la pubblicazione del decreto, datato 7 novembre 1768, per il quale il Senato veneto intese sottomettere gli Ordini religiosi alla giurisdizione dell'Ordinario diocesano, imponendo al vescovo di visitare i monasteri. L'ordine governativo fu trasmesso al Molin dal podestà Antonio Priuli. Il presule prese tempo e promise una risposta definitiva per il 14 dicembre. Ma al magistrato, recatosi puntualmente al palazzo episcopale nel giorno indicato, restò soltanto da constatare che il prelato se n'era andato, che aveva abbandonato la sua sede, per non essere costretto a subire un'imposizione contraria a quanto il pontefice aveva stabilito con la bolla "In Coena Domini". L'imprevedibile gesto indignò il Senato: una deliberazione del 21 dicembre dispose il sequestro di tutte le rendite della mensa vescovile e dei benefici assegnati al prelato, mentre il vicario generale fu incaricato di provvedere alle necessità spirituali della diocesi. Frattanto il cardinale, fatta una breve sosta a Castiglione delle Stiviere dove venerò le spoglie di san Luigi e fu ospite dei Gesuiti, raggiunse Mantova e quindi Ferrara nello Stato della Chiesa. In questa città soggiornò presso i benedettini; nell'aprile 1769 si portò a Roma per partecipare al conclave e scegliere il successore di Clemente XIII. Il 19 maggio il sacro Collegio elesse nuovo papa Lorenzo Ganganelli con il nome di Clemente XIV. Il pontefice raccomandò all'ambasciatore veneto presso la Sede Apostolica la sollecita soluzione del caso Molin affinché fosse consentito al porporato di tornare in Brescia. Il diplomatico trasmise l'istanza al suo governo, ma poiché il Senato fece chiaramente intendere che esigeva comunque dal prelato l'ispezione ai monasteri, in ossequio al decreto 7 novembre 1768, Clemente XIV superò l'ostacolo nominando il Molin delegato apostolico per questa visita. Il cardinale, vecchio e quasi cieco, rientrò nella sua sede e, dopo aver condotto una parziale indagine nei conventi cittadini, ottenne dal governo la piena reintegrazione nei suoi diritti, con la restituzione delle rendite e dei beni confiscati. La ducale, che reca la data del 14 dicembre 1769, chiuse definitivamente un caso che aveva molto amareggiato il porporato. Ma altri e gravi motivi insorsero ben presto a turbare l'animo del cardinale, stanco e fisicamente debilitato. Si accesero infatti aspre polemiche in Brescia dopo la pubblicazione della dissertazione sulla Grazia, data alle stampe da Pietro Tamburini, nel 1771. Il saggio suscitò contrasti vivacissimi e determinò il formarsi di correnti che si affrontarono apertamente. Avversi ai giansenisti furono in primo luogo i gesuiti che godevano di largo credito presso l'aristocrazia, sostenuti anche da Giacomo Soncini, vicario generale. Alla Compagnia di Gesù si unirono nella lotta contro il movimento rigorista molti sacerdoti in cura d'anime. Nel 1772 comparve, contro il Tamburini, l'opuscolo "Lettere di un curato campestre", di Cristoforo Muzani e la polemica ne trasse nuovo alimento. Nel tentativo di troncare una questione che minacciava di creare seria confusione anche nei fedeli, il Molin allontanò dall'insegnamento, nel seminario e dalla città, insieme con il Tamburini, lo Zola che manifestamente ne condivideva le idee. Questo può considerarsi l'ultimo atto degno di rilievo del suo episcopato, durante il quale dovette affrontare anche momenti difficili quali la carestia serpeggiante ma devastante soprattutto nel 1763 e lo scoppio della polveriera di Porta S. Nazaro, il 18 agosto 1769 che fece più di 300 vittime. Il porporato si spense nella notte tra il 14 e il 15 marzo 1773. Fu sepolto nella cattedrale di S. Maria Maggiore. Nel suo testamento nominò erede universale la Congrega della Carità Apostolica. Di lui restano due ritratti incisi nel 1762 e 1763 da Domenico Cagnoni, su disegno del Turbini.