MARTINENGO da BARCO
MARTINENGO da BARCO
Oltre al nominato Prevosto I, nel ramo dei "da Barco" si distinsero Prevosto III (v.) di Pietro, che ebbe tre figli Giacomo, Giovanni, Luigi o Lodovico. Mentre del primo e del terzo non sappiamo nulla, di Giovanni sappiamo che ebbe due figli: Antonio che fu capo del ramo dei Conti di Padernello (v. Martinengo di Padernello) e Leonardo I (v.) che continuò la discendenza dei "da Barco" attraverso il figlio Giovanni Francesco (v) considerato il vero caporamo dei "da Barco" e Leonardo II che fu caporamo dei Martinengo dalle Palle (v.). Con Gianfrancesco i "da Barco" si divisero in più rami.
RAMO I: ha come capostipite Vittore (v.) o Vittorio che ebbe sette figli maschi: Roberto (morto nella battaglia di Garlasco del 1524), Enea, Camillo (v.), Federico (v.), Leonardo (v.), Pompeio (capitano delle lance distintosi nella difesa di Vicenza contro gli spagnoli), Bartolomeo e tre figlie: Tolisea, Lucrezia ed Elisa sposatesi con nobili non bresciani. La discendenza continuò con Antonio, Malatesta qd. Antonio, Carlo qd. Malatesta, Leonardo (v.) qd. Carlo e nei figli di questi, dei quali Giulio (nato nel 1629) si fece religioso, Francesco (morto nel 1667), Carlo e Vittore, morti tutti giovani. Gli altri rami (II, III, IV, V) discesero dai figli di Gianmaria qd. Gianfrancesco fratello di Vittore, e cioè Lodovico (II ramo) Alessandro (III), Ercole (IV), Ascanio (V).
RAMO II: Lodovico o Luigi o Alvise (v.) ebbe tre figli: Leopardo I, Ottavio, Marcantonio e due figlie, Polissena e Giulia. I tre figli furono condottieri d'armi e combatterono in Friuli e nelle Fiandre. Il ramo venne continuato da Leopardo I, da Francesco, Leopardo II e di figlio in figlio con Leopardo III, Giovanni Francesco, Francesco Leopardo IV, Lodovico e Francesco Leopardo V (morto nel 1884).
RAMO III: discese da Alessandro di Gianmaria e di figlio in figlio con Nestore, Bernardo.
RAMO IV: discese da Ercole di Gianmaria attraverso Orazio, Ercole, Orazio (morto nel 1607).
RAMO V: discese da Ascanio di Gianmaria attraverso Camillo, Ercole, Federico con i figli suoi Carlo Camillo, Leonardo. Stemma: sul petto dell'aquila un piccolo scudo con l'alato Leone di S. Marco. Oltre ai palazzi e alle dimore bresciane, dovendo avere la residenza a Venezia almeno per sei mesi l'anno, si fabbricarono in Venezia un palazzo a S. Gregorio del Traghetto, vicino a S. Maria della Salute e per distinguerli da altri Martinengo, pure patrizi veneti, vennero detti anche di S. Gregorio. Possedettero oltre Barco, Urago d'Oglio, Orzinuovi, in Valcamonica, Monticelli d'Oglio. Ebbero possidenze anche a Venezia e a Padova. Vittore e Gianmaria di Gianfranco vennero iscritti nel 1499 nel libro d'oro del patriziato veneto con la nobiltà senatoriale trasmissibile. PALAZZO di Via Martinengo da Barco, 1 (ora Pinacoteca Tosio-Martinengo) : costruito dai nobili Fisogni nel sec. XVI, venne poi venduto dopo il 1670 ai Martinengo da Barco, e in particolare a Francesco Leopardo che dal 1680, come si legge nell'iscrizione sotto le statue del portale «sedes emptas extruit et curavit». Nel «curavit» Paolo Guerrini legge che lo stesso Martinengo preparò il disegno della ristrutturazione e del completamento del palazzo precedente. La ristrutturazione durò a lungo, come dimostra il fatto che la facciata a sera non venne costruita che nel 1884, quando il comune fece abbattere le casupole che coprivano l'attuale piazza antistante, salvo il portale che dovrebbe risalire al primo Seicento. Il palazzo venne, nel 1879, donato, assieme alla raccolta di quadri e di oggetti d'arte, alla città, dal Conte Francesco Leopardo (1804 - 1887), patriota, ministro nel governo provvisorio di Manin e Tommaseo. Il consiglio comunale, il 16 maggio 1889, grazie ad un prestito fattogli dall'Ateneo sul legato Cigola, allora assai ricco, creò la Piazza Moretto e fece la facciata verso sera del palazzo nel 1894, quando venne inaugurato il monumento al Moretto, anche questo eretto con le rendite del fondo Cigola. Nel 1906 venne fatta la fusione delle due Pinacoteche: Tosio e Martinengo da Barco, degnamente sistemate in questa sede. "Bella e nobile costruzione - ha scritto Fausto Lechi - era quella cinquecentesca come lo dimostra quanto oggi è rimasto e cioè il porticato sui tre lati del cortile con tre colonne joniche per ciascun lato con un fregio in cotto sull'arco e la bella loggia soprastante con le arcate e le colonne joniche corrispondenti agli archi del portico". È rimasto del '500 anche un salotto con buona decorazione del tempo. Perduti altri affreschi cui accenna il Pavia. Lo stesso Lechi aggiunge che "intelligenza e buon gusto non comuni" sono stati impiegati nella facciata a mezzogiorno che la tradizione vuole costruita su disegni di Francesco Leopardo Martinengo. È composta da tre settori: due destinati all'abitazione uguali e simmetrici, collegati fra loro dal terzo nel quale è inserito l'ingresso. I due corpi laterali sono belle costruzioni massicce, col solo primo piano; le finestre alte hanno il frontone curvilineo con l'innesto di un mascherone dalle smorfie le più disparate; le finestre in basso hanno una semplice cornice bugnata. Il cornicione sotto gronda ripete i motivi già noti in città. I due corpi sono uniti fra loro, come si disse, dall'ingresso, formato da un muro alto quanto il davanzale delle finestre e sul quale un'alta balaustrata ad un certo punto è interrotta per lasciar posto a due statue che si innalzano sulla verticale dei pilastri del portale. L'autore delle statue è Andrea Paracca che ha firmato sulla base di Marte mentre su quella di Pallade non vi sono che le iniziali A.P.F. Sotto questo fastoso coronamento il muro è diviso in tre scomparti: i due laterali formati da un bugnato a diamante imbarrocchito da un mascherone pesante, il centrale invece molto sobrio è formato dall'arco della porta a bugne lisce che tutto lo rivestono; soltanto in alto, a mo' di cornice, appare un tratto di trabeazione. Sulla piccola cornice vi è l'iscrizione FRANC. LEOPARD. MARTINENGUS JO. BAPT. F. (PATRIC. VENET. COMES) BARCHI AEDES EMPTAS EXTRUI CURA. D. MDCLXXX. È un complesso architettonico di primo ordine. La facciata su piazza Moretto, sostiene il Lechi, è un rifacimento moderno che ripete i motivi antichi fuorchè nella infelicissima trifora centrale; soltanto il portale è del secolo XVI ed è simile al portone testè descritto. Da questo ingresso sulla piazza si gode tutta la prospettiva, sull'asse di un primo androne, del porticato e di un secondo androne che ha come sfondo il giardino, pieno di verde e di luce. A destra dell'androne vi è una sala con la volta frescata nel Seicento, a sinistra uno degli scaloni senza interesse. Due arcate barocche, di un secentismo goffo e pesante, mettono in comunicazione gli androni col portico; verso il giardino sul lato di mattina si apre un altro portico a tre campate doppie. Durante alcuni restauri apportati alle sale a pianterreno, a mezzodì del primo androne, nell'aprile 1966 vennero in luce frammenti di muri della primitiva abitazione dei Fisogni. Lo scalone maggiore, affrescato con le glorie di casa Martinengo accompagnata al trono di Giove dai Geni e dalla Fama e con putti in chiaroscuro e prospettiva, conduce al primo piano, dove si aprono alcune sale ora adibite a Pinacoteca. Una piccola alcova ed un salotto collegato hanno affreschi del Settecento che il Lechi dice «molto fini e di pretto gusto veneziano»; altre sale che danno sulla strada sono state decorate nel primo Ottocento in stile pompeiano. Le sale invece che si affacciano sul giardino e il grande salone hanno, scrive ancora il Lechi, nelle volte delle festose e aeree decorazioni settecentesche con prospettive di colonne e allegorie in quella centrale. Il palazzo era adorno di numerosi quadri fra i quali nove enormi quadroni (m. 2.25 x 3.58) di Francesco Maffei e della sua bottega che il conte Leopardo lasciò alla sorella Giustina e che da questa passarono ai conti Donà delle Rose e finiti negli Anni Trenta in proprietà di Eugenio Ventura di Firenze. Cinque di essi esaltano i fasti dei Martinengo, attraverso scene di battaglia (fra i quali apprezzata quella riguardante la Lega Lombarda, mentre altre quattro raffigurano Goizone I Oprando, un Martinengo davanti al Papa, un Martinengo, forse Gianfrancesco, davanti al Doge).
PALAZZO di Via Martinengo da Barco, 4 (Oggi Casa S. Angela) : già abitazione dei Martinengo era collegata con il palazzo di fronte con un cavalcavia che attorno al 1870 il nuovo proprietario, il nob. Giulio Moro, fece distruggere affidando all'arch. Melchiotti la ristrutturazione della facciata. L'unico resto, rileva Fausto Lechi, della costruzione antica è il porticato cinquecentesco prospiciente a mezzogiorno con sette campate, e colonne con capitello jonico rinascimentale. In questa casa dimorò per qualche tempo Ugo Foscolo.
PALAZZO di Via Tosio, 6 (ora Beretta) : venne eretto su un' antica casa di proprietà, nel sec. XV, della famiglia della Scola e già nel 1513 passata al conte Ascanio Martinengo. Nel 1641 ne era già stata avviata la costruzione dal conte Carlo Camillo, finita dal conte Federico. Dagli eredi dell'ultimo discendente del ramo, Angelo (1759-1833) il palazzo venne venduto ad Andrea Giacinto Mompiani (il noto patriota e letterato). Gli eredi di questi vendettero il palazzo ai Cocchetti di Rovato. Estintosi senza eredi Eugenio Cocchetti, il palazzo passò a Giuliano Terzi figlio di una sua sorella. Alla morte del Terzi avvenuta nel 1927, il palazzo venne venduto al comm. Ambrogio Ambrosi, ricco industriale, che poi lo cedette al Credito Agrario Bresciano, dal quale, pochi anni dopo, venne acquistato dal comm. Giuseppe Beretta che lo restaurò nel 1971. Il palazzo ha pianta ad U ma con l'ala a sera quasi inesistente e presenta una solida facciata, non ricca di ornamenti, di concezione ancora rinascimentale. Un portale elegante e semplice immette in un profondo androne con la volta a botte, che conduce ad un portico di cinque arcate con volte a crocera e colonne tuscaniche. Il corpo centrale culmina con un attico con balaustrata, alle cui estremità stanno due statue della bottega dei Callegari. A pianterreno, nell'ala a sera, vi si conservano i resti del primo nucleo del palazzo di cui nei rifacimenti compiuti nel 1971 sono stati salvati i soffitti a travi cordonate e travetti con tavolette dipinte a uccelli, fiori e qualche stemma. Come numerosi stemmi (Fisogni, Griffi, Terzi Lana, Belasi, Scola ecc.) sono stati poi posti in una saletta di passaggio al primo piano. Discrete prospettive del primo Ottocento decorano le pareti della scala a due rampe che porta al primo piano. Il pianerottolo immette nella galleria, ricca di fregi o cornici in stucco bianco e oro che contornano quadri con in alto nel primo corso undici tele ricche di scene mitologiche di buon pittore veneto e sotto trentatrè tele in gran parte di nature morte, che il Lechi definisce gustosissime. Pure a stucco con finti graticci, foglie e uccelli è il soffitto della galleria. Tale decorazione dei sec. XVII-XVIII si ripete nella galleria piccola e nel salotto, ricavato nell'angolo retto fra le due gallerie. Due cancellate rinchiudono il cortile e il giardino su corso Magenta «tra le più belle d'Italia, del periodo barocco, definisce quest'ultima Fausto Lechi, che per la sua concezione e il modo di svolgerne il ritmo, si avvicina alla facciata di Palazzo Martinengo Villagana (oggi Banca S. Paolo) in corso Martiri della Libertà ed è attribuibile allo stesso architetto. "È questa elegantissima opera come la conclusione dell'arte signorile settecentesca bresciana: vuol essere quasi il paradigma della sua grandezza ed anche la dimostrazione della sua opulenza con tutto quel ferro e tutta quella pietra; i prodotti delle nostre valli vi sono valorizzati all'estremo con abbondanza senza pesantezza, con signorilità senza sfarzo".