MADERNO

MADERNO (in dial. Maderno o Madéren, in lat. Materni)

Borgata a NE di Salò, sulla base destra del delta formato dal fiume Toscolano, a m. 140 s.l.m. Alle spalle il monte Pizzocolo (m. 1582 s.l.m. detto Gu(acuto) e il monte Pirello. Forse dall'agg. "maternus" fondo ereditario dalla madre. Secondo altri da Mater (cioè 'terra madre' in quanto capitale per qualche tempo della Magnifica Patria) e nel sec. XI, Materno. Abitanti (madernesi). Popolazione: 1390 nel 1857, 1340 nel 1886, 2370 nel 1933, 2700 nel 1970, 2900 nel 1978, 2798 nel 1987. Il paese è sorto su un ampio deposito alluvionale, nel quale si è aperto uno sbocco, il fiume Toscolano sul cui tracciato si aprono anche alcuni interessanti orridi. La presenza gallica sembra essere provata dalla toponomastica delle frazioni Benela (da "bene" carro rustico e il suffisso "ela" = montagna, valle), Lavino (rovina), Bornico (da Bruic, luogo abitato), Bolzem (abitazione), Maclino (da Macl luogo paludoso). Ampiamente documentata, invece, la presenza romana, forse dovuta dapprima ad una "Colonia limitanea" cioè all'insediamento di militi romani e delle loro famiglie, a sorveglianza del fiume nell'unico punto guadabile all'uscita della forra delle Camerate (porta verso la bassa Riviera e la pianura) e della val di Surro. Numerose le lapidi romane, anche se una sola è rimasta in loco, murata nella basilica di S. Andrea. Tali lapidi ricordano personaggi della gens Cassia, (soprattutto nella persona di Cassia Festa), della gens Clodia, della gens Minicia (v. Minicii o Miniciani) imparentata questa con i Nonii Arii, (e di riflesso con i Matieni, i Romani, i Vibii, i Rosci, i Sorici, i Valeri). A credere a Silvano Cattaneo, a Maderno esisteva, dove poi sorse la basilica di S. Ercolano, un tempio ad Apollo "con alcuni volti sotterranei, dove l'oracolo dava li responsi". Documentato il culto a Minerva, a Giove, a Ercole e alle Giunoni. Le Giunoni, furono forse, il genius loci del luogo, in relazione alle celtiche Matronae, dalle quali sarebbe derivato, secondo qualcuno, addirittura il nome di Maternum = Maderno. Maderno fu centro di un pago romano comprendente secondo un'ipotesi di Guido Lonati i vici di Fasano, Bornico, Maclino, Maderno,Toscolano, Gaino, Cecina, Roine, Bogliaco, Fornico, Sanico, Gargnano, Liano, Vigole, Magnico. Appartenente alla gens Fabia, fece sempre parte del territorio bresciano. Al pago successe la pieve cristiana, forse risalente a S. Filastrio, o a qualche vescovo di Brescia, più che a S. Vigilio, vescovo di Trento che pure probabilmente evangelizzò la Riviera del Garda. Di origine monastica e perciò più tardive furono invece le pievi di Toscolano e Gargnano. A rassodare la fede sopravvenne poi S. Ercolano, le cui reliquie riposarono per secoli nella tomba profana di Cassia Festa. La dominazione longobarda su Maderno e il territorio circostante sono dimostrate da località in "oga", in "gard" e dai termini Gaz, Gazzo, Gazollo. Fece poi parte della contea Gardense e poi di quella Franca dei Supponidi. I longobardi e poi i franchi, allargarono anche in Maderno proprietà demaniali, che via via, vennero, almeno in parte, donate ai più diversi monasteri bresciani. Ebbe presto un castello, dove poi sorse la nuova parrocchiale. Venne, secondo la tradizione, rafforzato dai monaci del monastero di Leno, che compare nel 958 quando Berengario e Adalberto confermano ad esso le proprietà in Maderno. Ancora in un documento del 1509 i consoli di Maderno ordinano un sequestro di beni per livelli non pagati al Monastero. Beni maderniesi, già da tempo esistenti del monastero dei S.S. Cosma e Damiano di Brescia sono ricordati in un inventario dell'8 marzo 1191. I documenti relativi diventano poi numerosissimi fino al sec. XVII. Beni vi ebbero il monastero di S. Faustino Maggiore, quello di S. Eufemia (confermati nel 1123). Molti beni in Maderno, specie in località S. Alessandro e Campora venivano ceduti dall'arciprete di Manerbio, Arderico, nel febbraio 1041, al monastero di S. Pietro in Monte Orsino. A sua volta in Maderno possedeva beni il monastero di Manerbio, citato nel 1279. Nel 1183 papa Lucio III confermava proprietà in Maderno alla pieve di S. Zeno di Lonato, mentre di altre nel 1196 il vescovo di Cremona Sicardo investiva Alberto Gagnola. Più tardi avranno proprietà i conventi francescani di S. Francesco di Brescia e di Gargnano, i canonici della cattedrale, i monasteri di S. Caterina e di S. Afra. Dei beni vescovili venivano investiti a Monte Maderno e a Bornico gli Ugoni, potenti feudatari vescovili a Gardone Riv. e a Gargnano. Investiture vescovili sono registrate ancora il 14 aprile 1326 e riguardano molti abitanti delle contrade di Bornico, Brolo superiore e inferiore, Villa ecc. Nel sec. XIII è ricordato fra gli eretici un Damiano da Maderno. Il libero comune madernese sembra forse comparire, nelle sue più lontane origini, nel diploma rilasciato da Enrico II nel 1041, agli arimanni mantovani, con il quale si assicurava, attraverso particolari privilegi concessi ai rivieraschi del Garda, la loro alleanza contro il Comune di Brescia. Anzi, il primo nucleo è forse da vedersi in quella "Schola de Materno" che viene nominata nel 1041 nell'inventario dei beni di S. Alessandro, ceduti al Monastero di S. Pietro in Serle, dove il termine Schola trova riscontri in altri territori, come equivalente al comune. Ai liberi homines, cioè di un comune in pieno costituito, si accenna nell'atto del febbraio 1160, riguardante l'obbedienza prestata da Lauro e da Materno all'imperatore di Germania; anche se i due non hanno ancora il titolo di Consules, ma figurano solo come ambasciatori. La avvenuta costituzione è comunque documentata nel 1170. Nel frattempo e già nel 1170, il vescovo di Brescia continuava a tenere a Maderno una sua curia o curtis di cui, nel 1206 erano gastaldi Matteo Tornioli e Bresciano Giudice di Toscolano. Con l'andare del tempo si era rafforzata su Maderno come sulla Riviera occidentale l'influenza del Comune di Brescia. Ad esso infatti, nel 1192, Enrico VI cedeva tutti i diritti del fisco regio, oltre che su Maderno, anche sulla riviera fino a Limone, fatta eccezione dei benefici goduti da feudatari fedeli all'Impero. I gastaldi della curia vescovile di Maderno a loro volta dovevano corrispondere i diritti feudali agli Avogadro, che erano i diretti feudatari vescovili. In processi di investiture dei primi decenni del sec. XIII si trovano diversi nomi di gastaldi del vescovo come quelli di Pietro Grasso da Toscolano, del prete Discacciato, e di Azzo da Palazzo. Qualcuno ha ritenuto che Maderno fosse addirittura il capoluogo della Riviera Superiore, come Scovolo lo fu di quella Inferiore. Ma non si tratta che di supposizioni. Sembra più plausibile, invece, che spezzatosi con la morte di Berardo Maggi l'equilibrio fra comune e vescovo, Maderno sia entrato in una specie di federazione di paesi della Riviera con un proprio capitano o rettore, che cercò di far fronte alle continue lotte fra Guelfi e Ghibellini e fra le diverse Signorie che si contesero il territorio Bresciano, fra cui i Visconti e poi gli Scaligeri. Un Avanzino da Maderno è a capo dei benacensi, accorsi in soccorso ai guelfi Bresciani per rintuzzare il prepotere degli Scaligeri e difendere il più possibile l'autonomia della Riviera. Forse a premio di questa presenza, Roberto d'Angiò re di Napoli, e diventato signore di Brescia e della Riviera, riconosce a Maderno i particolari privilegi già concessi da Federico II e violati dal vicario scaligero. Passato nel 1330 con la Riviera sotto i Castelbarco, Maderno divenne il fulcro della autonomia benacense anche rispetto a Mastino della Scala, signore di Brescia, ponendosi sotto la protezione di Venezia, che consigliò la formulazione di nuovi statuti, da essa approvati dal generale consiglio della Riviera, con sede a Maderno, il 4 novembre 1334 e sanciti dall'invio di un suo rettore. Valido contributo i benacensi diedero al crollo della potenza scaligera e al ritorno a Brescia, nel 1337, dei Visconti, tanto che nel 1339 quando verrà conclusa la pace fra Scaligeri e Visconti, verrà chiamato ad assistervi anche Franzono q. Antoniolo Serici di Maderno, sindaco e procuratore del Podestà veneto e abate cioè "presidente" del consiglio di tutta la comunità e dei comuni della Riviera del Lago di Garda Bresciano. Proprio per questo ruolo, i Visconti si dovettero impegnare a rispettare l'autonomia di Maderno e della Riviera. In seguito i podestà veneti continuarono a governare a Maderno la riviera, cercando di contrastare la corrente viscontea e le pretese dei Visconti, che avevano il loro epicentro a Gardone. I contrasti raggiunsero momenti di viva tensione, ma Maderno si manteneva sostanzialmente fermo nella sua fedeltà a Venezia, tanto che il Podestà veneto Andrea Zeno, quasi a simbolo di tale fedeltà faceva erigere in S. Andrea, a sue spese, un altare dedicato a S. Maria. Venezia nel 1345 avocava di nuovo a sé la nomina dei rettori, faceva modificare gli statuti e sottoponeva la Riviera ad una pena in caso di rifiuto del Podestà eletto. Pochi anni dopo tuttavia a partire dal 1349, i visconti ebbero il sopravvento anche su Maderno e la Riviera, e nel 1351, l'arcivescovo Giovanni Visconti era in grado di intimare alla Riviera di non ingerirsi oltre nelle cose della Riviera, mandando il 19 agosto di tale anno a Maderno, come capitano, Filippo Cazola. Con il sopravvento di Bernabò Visconti e la divisione dello stato fra i suoi figli, la Riviera passò a Marco Visconti e alla madre Regina della Scala. Questa ebbe poteri eccezionali dei quali si avvalse per trasferire il capoluogo da Maderno a Salò confermando comunque l'indipendenza della Riviera da Brescia. Maderno non dimenticò Regina della Scala. Infatti fino alla metà del secolo scorso sul parapetto del ponte fra Maderno e Toscolano esisteva una scultura raffigurante una donna con diadema, manto che il popolino chiamava la Regina Cagna, termine equivoco che poteva significare disprezzo o anche soltanto richiamarsi alla discendenza di Regina da Cangrande della Scala. Succeduto, nel 1385 a Bernabò il nipote Gian Galeazzo i benacensi ricorsero a lui per ottenere la conferma dei propri privilegi e il ritorno del capoluogo da Salò a Maderno sia per la comodità del luogo sia per le maggiori possibilità di difesa. Ciò fu concesso ma non eseguito, se non sotto la reggente Caterina Visconti e poi sotto Pandolfo Malatesta (1404). Difatti numerosi sono gli atti da questi emanati dal 1406 in terra de Materno in domo Arengarie, sita sopra la piazza, presso il lago. Filippo Maria Visconti, a sua volta, nel 1419 riconfermava l'autonomia della Riviera, ma toglieva a Maderno il privilegio di essere capoluogo ritornandolo a Salò. Durante tutti questi avvenimenti era andato sciogliendosi il patrimonio vescovile, il quale con i diritti annessi era stato assorbito dal Comune rimanendo al vescovo tributi e livelli. Il 13 maggio 1426, finalmente, Venezia poteva ristabilire il proprio dominio con particolari privilegi concessi dal doge Francesco Foscari, sulla Riviera e su Maderno. All'atto di sottomissione tra gli ambasciatori si trovavano anche i madernesi Maternino Lancetta e Giovanni detto Bergamino. Costoro tuttavia non riuscirono ad ottenere sicuro affidamento sul trasferimento del capoluogo della Riviera da Salò a Maderno. Comunque i madernesi rimasero da allora fino al 1797 fedeli a Venezia. Nel 1438 erano infatti i madernesi Comino, Ettore e Malatesta Lancetta a capeggiare i benacensi. Accorsero a Gavardo per fronteggiare il capitano visconteo Piccinino. Maderno fu in tale occasione uno dei centri di smistamento degli aiuti mandati da Venezia, attraverso il Gattamelata, a Brescia per sostenere l'assedio del Piccinino stesso. Preso poi dai Visconti, Maderno fu liberato dal conte Avogadro a fine maggio del 1439 con un azione concertata per terra e per lago. A Maderno cercarono di resistere Taddeo d'Este assieme ad una piccola flotta veneta; ma dovettero soccombere all'assalto delle truppe viscontee capitanate da Taliano del Friuli. Con il suo sopravvento, Venezia riconfermava con ducale il 19 dicembre 1440 un suo vicario residente a Maderno, ma solo il 7 dicembre 1448 Maderno potrà ottenere dal doge Francesco Foscari, che il Provveditore veneto potesse fissare la sua sede, alternativamente, un anno a Maderno e un anno a Salò, anche se con pretesti o scuse in seguito Maderno godette raramente di tale privilegio che decadde poi nel 1473. Maderno difese con vigore anche il privilegio del mercato rivendicato a sua volta anche da Salò. Anche il tentativo di particolari apprezzamenti militari attraverso strade di soccorso fra Maderno e Idro, avanzato nel 1449 non ebbe seguito. Nonostante ciò Antonio da Maderno intervenne per offrire a Venezia uomini anzichè denari e derrate nella Guerra contro i Turchi. Ciò che non ebbe luogo in tale circostanza si avverò nella guerra di Venezia contro il duca di Ferrara, mentre con patenti del 22 maggio 1496 Bortolo e Leonardo Monselice venivano insigniti del titolo di conti palatini. Non più capoluogo della Riviera, Maderno conservò tuttavia il privilegio di avere probabilmente fino dai tempi del dominio visconteo un vicario riconosciuto nel 1426 e nel 1440, e ristabilito in pieno nel 1470, soppresso nel 1510 e subito ripristinato e poi presente pur tra difficoltà e contestazioni fino al 1797, fino al punto che Maderno finì per qualche tempo nel sec. XVI col porsi a capo di un movimento secessionistico delle quadre della Riviera Superiore (Maderno, Gargnano e Montagna) dalla Magnifica Patria, che però non trovò sbocchi. Il vicario aveva competenze nelle cause civili, con appello presso il Provveditore veneto, doveva mantenere un conestabile dottore in ambe le leggi risiedente in luogo e che durava in carica due anni. Veniva eletto dalla generale Vicinia e confermato dal Provveditore ed aveva diritto ad onori speciali e di posto distinto nella chiesa parrocchiale. Per disposizione della Repubblica Veneta il Vicario e i magistrati a Maderno come a Salò non potevano essere persone forestiere. I rettori risiedettero per qualche tempo nel castello trasformato poi in comoda residenza. Silvan Cattaneo nel sec. XVI scriveva: «Vicino alla piazza vi è un palazzo antico e quasi tutto in rovina avvegnachè anco si abiti in una parte così malagevolmente per lo Presidente o com'essi dicono, vicario del luogo, del quale considerando la qualità del sito, li fondamenti, le stanze reali bene intese e comode, la grandezza delle sale, logge, e cortili da muri alti, da peschiera artificiosamente circondato, appresso del quale eranvi orti amenissimi e spaziosi giardini, non potemmo se non giudicare esser stato uno dei più vaghi, adorni e superbi palagi che per addietro veduti si fossero». Sebbene nel 1483 Martin Sanudo annotasse che il palazzo "fabbricato in modo molto grande et già fu castello a ponte et revelino solum davanti le fosse, lago li bate al vento" cadeva già in rovina, tuttavia in un quadro del 1590 appariva ancora esteriormente intatto nella sua maestosa imponenza. Sparì poi con inspiegabile rapidità lasciando il posto alla nuova chiesa parrocchiale.


Maderno ebbe anche statuti particolari purtroppo perduti e risalenti certamente a prima del 1462 e che vennero riformati il 20 aprile 1466 e poi l'11 settembre 1550. Contemplavano come capo del Comune il Console, e privilegiavano il Comune stesso in ogni causa intentata da privati. Distinguevano con puntigli i diritti degli originari da quelli dei forestieri, con assoluta preferenza per i primi, salvo temperamenti successivi. Cure particolari Maderno ebbe per la casa comunale che venne rifabbricata nel 1621, per ospitare anche il Monte di Pietà e la Commissaria Monselice. Complessa l'organizzazione dei pubblici uffici. Oltre al Console capo del Comune, nel 1479 venne istituito l'ufficio del sindaco, con funzioni strettamente giudiziarie. Il Comune era retto dal Consiglio Generale, dal quale emanava quello speciale, cioè una specie di Giunta. Gli statuti prevedevano altre cariche come i sapientes, i giudici per le razzie, i campari, il contraddittore, (specie di avvocato fiscale) il massaro, (esattore) il commilitone (funzionario all'annona). Nella guerra fra Francia, Spagna e Impero (1509-1516), Maderno fu l'ultima, il 26 maggio 1509, ad arrendersi ai francesi che imposero nel settembre seguente l'atterramento delle fortificazioni, poi risparmiate in seguito a trattative. Viene invece abolito nell'ottobre 1509 l'ufficio di vicario, ristabilito il 15 febbraio 1510, mentre Maderno dovette subire le malversazioni del governatore milanese Leonino Billia, e fu costretta ad ospitare nel novembre 1511 truppe imperiali, mentre Girolamo Monselice militava per Venezia, alla quale più tardi nel luglio 1512, la comunità offriva 31 armati. Fra alterne vicende, nel 1516, Maderno, al ritorno definitivo della Serenissima, poteva vantarsi di essere stata l'ultima terra a staccarsi da Venezia nel 1509 e di aver dato alla Repubblica ininterrottamente i suoi figli migliori. Finite le guerre combattute sul territorio, Maderno continuò a offrire alla Repubblica uomini e rifornimenti . Ciò accadde spesso: nel 1570 - 1571 per la campagna contro i Turchi, culminata nella battaglia di Lepanto. Nel frattempo erano comparsi a Maderno i Gonzaga, che presenti a Toscolano nella canonica fin dalla fine del sec. XV nel 1537, incominciarono a soggiornare anche a Maderno . Echi ebbe nel 1573 la permanenza del duca Guglielmo Gonzaga. Dopo di lui i Gonzaga frequentarono sempre più la Riviera e Maderno, tanto da far nascere, nelle menti delle autorità venete, il timore che volessero apporre sulla Magnifica Patria ipoteche di potere commerciale e anche di difesa militare dello stato mantovano. I Gonzaga comunque intrapresero sempre più consistenti acquisti di terreni fino a quando nel 1607 il vizioso duca Vincenzo I (il personaggio che nel Rigoletto di Verdi canta "Questa o quella per me pari sono") decise di erigere a Maderno un palazzo che servisse soprattutto ai lunghi soggiorni estivi affidandone il progetto ad A.M. Viani. In attesa della costruzione, i Gonzaga abitarono nella canonica di Toscolano. Nel 1612 il palazzo era terminato senza che il duca Vincenzo I ne vedesse il compimento. Sventure, difficoltà finanziarie allontanarono i Gonzaga dal Garda. Ripresero a frequentare Maderno: anche Carlo II (1656) e Ferdinando che fecero del palazzo il teatro delle loro gozzoviglie e che costruirono anche la villa del Serraglio (v. Serraglio di Maderno) assorbendo anche il convento dei Serviti (ora villa Caprera). Con l'esilio del duca Ferdinando Carlo, finiranno i rapporti dei Gonzaga con Maderno. Rilevante la presenza nel 1559 di un nucleo anabattista di cui fu animatore fra Damiano da Maderno gruppo visitato da un emissario segreto della setta. Nel 1576 - 1577 la borgata veniva flagellata dalla peste. Il 15 agosto 1580 ospitava S. Carlo B. che fra l'altro provvide ad una nuova ricognizione delle reliquie di S. Ercolano. A confermare la fedeltà a Venezia, il 16 agosto 1610 il Consiglio comunale decideva di erigere sulla piazza una colonna sormontata dal Leone di S. Marco, che nel 1611 venne arricchita tutt'attorno di scalini. Tale rimarrà fino al 1797, quando verrà, per ordine di Napoleone, decapitata. Nei secoli XVI - XVII non disturbati da guerre, la vita madernese fu invece tribolata da imprese banditesche contrastate dà spedizioni di soldatesche venete, a loro volta mal tollerate per le spese di mantenimento imposte. Bandito, pericoloso e temuto, fu soprattutto nei due primi decenni del sec. XVII Giovanni Beatrici, detto Zuane o Zanon o Zanzanon e in dialetto Zanzanù, ucciso nel 1617. Nella guerra per la successione di Mantova (1629) a Maderno vennero rinforzate le fortificazioni, ma la carestia prima e la peste poi, vanificarono ogni pericolo di guerra, lasciando il luogo nella più grave desolazione. Molte le vittime dell'epidemia che sterminò famiglie intere e tutti i sacerdoti presenti, vittime della loro carità. Seguirono lunghi anni di routine, senza avvenimenti di rilievo, salvo la distruzione, il 25 agosto 1645, del vecchio castello. Momenti difficili Maderno visse durante la guerra per la successione spagnola quando vi si concentrarono prima le truppe imperiali (1702) poi quelle francesi (luglio 1703) e, infine, di nuovo quelle imperiali (1703 - 1705) che fecero della borgata la base di servizi logistici, per tutta la Riviera protetta da nuove fortificazioni. Il 29 novembre 1704 vi prendeva stanza un contingente di 1000 fanti dell'armata imperiale. La situazione rimase pesante fino al 30 aprile 1705, quando il principe Eugenio di Savoia ritirò le truppe, liberando Maderno da un'occupazione durata troppo a lungo, e che aveva seminato rovine e disagi gravi. Un ultimo pericolo Maderno corse il 22 marzo 1706, quando il principe Eugenio schierò le sue truppe riuscendo a respingere i francesi, i quali però, partiti gli imperiali, vi si accamparono dal 14 aprile al 2 agosto 1706. Gli anni che seguirono furono di pace, anche se le condizioni economiche sociali andarono deteriorandosi in ragione della graduale decadenza della Repubblica Veneta. Fra gli avvenimenti più rilevanti sono da segnalare le osservazioni fisiche sul lago, condotte a Maderno nel 1724 dal conte Luigi Ferdinando Marsili pubblicate poi solo nel 1930. Avvenimenti di un certo rilievo furono le feste fra le quali parecchie votive, le visite del Provveditore veneto e di altri personaggi. Tasse, risse, invii di cernide e di milizie alla Repubblica, costituirono i momenti di un qualche rilievo. Il sec. XVIII vide l'erezione della nuova parrocchiale e nel 1762 la costruzione della strada Salò Maderno. Il secolo registrò visite illustri come quelle della scrittrice inglese Mary Wortley Montague (ottobre 1749) e dell'arciduca Ferdinando d'Austria, governatore di Milano (1777). Continua fu la fedeltà a Venezia anche durante la sua decadenza, smentita solo da Vespasiano Delay e da un tale (non identificato) sorpreso a diffondere proclami antireligiosi, ma presto pentito e convertito. Per questo i madernesi accettarono con disappunto e contrarietà la fine della Repubblica veneta, preannunciata nel giugno del 1796 dal passaggio di truppe francesi e segnata poi dall'arrivo dei giacobini bresciani. Maderno partecipò ai tentativi di rivolta contro il nuovo governo, specie per opera di don Giacomo Mignochetti, che venne poi condannato a sette anni di lavori forzati in contumacia. Nel giugno 1797 a Maderno venne posta la municipalità comprendente anche Toscolano. Vessazioni, forzate coscrizioni, tassazioni fecero accogliere con favore nel marzo 1799 gli austro-russi, approfittando per chiedere inutilmente il ristabilimento del vicariato, abolito nel marzo 1797. Il ritorno dei francesi, obbligò i madernesi ad ospitare numerose soldatesche, sorprese da una grave tempesta sul lago, a subire vessazioni, aggravate da carestie e da epidemie nel bestiame. Molte d'altro canto le feste per ogni diversa circostanza. Scorrere di tirolesi nel gennaio del 1814, preannunciarono l'arrivo imminente degli austriaci, che appena stanziativi vennero il 17 febbraio ricacciati dalle truppe del gen. Lechi che vi rimasero fino al 7 maggio quando sbarcarono le truppe del gen. Bellegarde. Seguirono anni di carestia e poi di ripresa economica, senza che si manifestassero segni di cospirazioni unitarie. Unico forse a contestare la dominazione austriaca fu Giuseppe Monselice, massone, che probabilmente partecipò alla cospirazione del 1821. Notata nel 1824 una sosta dell'ab. Antonio Rosmini. Nel 1832 Maderno era obbligata ad accogliere il presidio di una compagnia di croati, e nel 1836 venne colpita dal colera in occasione del quale venne fatto voto di erigere una statua a S. Ercolano che, eseguita da Cesare Mesti, venne inaugurata il 25 luglio 1838. Imprese di malandrini disturbarono gli anni seguenti. Convinta fu la partecipazione di madernesi alla rivoluzione del marzo 1848, quando venne costituita anche una nuova municipalità e aperto l'arruolamento di volontari. In occasione dello sbarco il 2 aprile, a Salò, di 800 croati, Maderno si pavesò di tricolori e il 5 aprile accolse 1200 volontari della legione Manara di cui ne ospitò, presso famiglie, 400. Requisizioni compivano le truppe piemontesi il 6 e l'11 agosto. Il 25 e nei giorni seguenti vi approdarono di nuovo gli austriaci, che in seguito ritornarono poi per rimanervi. Risparmiata nel 1855 da grave morbo Maderno dedicò a S. Ercolano un vessillo ed un'epigrafe in marmo nero, dettata dal conte Luigi Lechi, che diceva: «Affinchè sappiano i posteri che i madernesi quando l'anno M.D. CCC L.V. imperversava in Italia il colera offerto con voto solenne uno stendardo al divo Ercolano uscirono illesi dall'eccidio comune nello sciogliere la devota promessa posero questa memoria come più durevole segno della loro riconoscenza».


La liberazione definitiva dal dominio austriaco venne preannunciata dall'arrivo dei volontari garibaldini. Una epigrafe sulla via da Fasano ricorda che il 21 giugno 1859 entrava acclamato il 3° Battaglione del 16° Reggimento fanteria. Con l'armistizio di Valeggio dell'8 luglio Maderno divenne, fino alla pace di Villafranca, paese di confine, con il ponte guardato da piemontesi da una parte e austriaci dall'altra. La partecipazione dei madernesi alle guerre risorgimentali assume particolare significato nella medaglia d'oro guadagnata da Erculiano Cobelli, sergente nel 43° reggimento di fanteria, il quale con pochi uomini, presso Caserta, l'11 novembre 1861, seppe difendersi contro l'assalto di 400 briganti, aprendosi la ritirata alla baionetta. Nel frattempo si avviava anche la vita politica e sociale. Il 1° gennaio 1865 veniva fondata, con indirizzo dichiaratamente apolitico, una Società di Mutuo Soccorso, ma presieduta nel 1867 dal liberale Ercoliano Veronesi. La guerra del 1866 vide il 20 giugno il ritorno dei Garibaldini del 1° reggimento comandato dal col. Corte e all'aprirsi della ostilità (23 giugno) udì i colpi della batteria posta sul promontorio che in pochi minuti mise in fuga una piccola flottiglia austriaca. Nuovi attacchi austriaci da lago vennero respinti, il 6 e il 19 luglio, dai 4 cannoni, piazzati sul promontorio. Numerosi per tutto luglio i passaggi di volontari. Si possono contare ad una decina i volontari garibaldini nelle varie compagnie risorgimentali. Trentasette saranno invece i Caduti nella I guerra mondiale. Tra gli ospiti più illustri per due anni (1891-1892) poco prima della morte il musicista Alfredo Catalani, che abitò presso l'antica farmacia Podestini, il prof. Augusto Murri con la figlia Linda (1913) che sostò in cura all'Hotel Bristol. Nel 1892 arrivava a Maderno l'illuminazione pubblica, alimentata dalla centrale di Barbarano. Nel novembre 1894 la Commissione Benamati dava vita ad una scuola pratico-sperimentale di disegno, affidata al maestro Dubbini, che nel giro di pochi giorni raccoglieva già una ventina di alunni. Sempre più assidua e influente fu la presenza dell'on. Zanardelli dal 1892, dopo la costruzione della villa, dove egli volle morire, il 26 dicembre 1903. La villa ospitò uomini politici, artisti, (fra cui Ximenes e l'on. Cavallotti). In una sola giornata dell'ottobre 1901 scesero dal piroscafo ben tre ministri, l'on. Prinetti agli Esteri, l'on. Carcano alle Finanze e l'on. Di Broglio al Tesoro. La presenza socialista venne segnata sia pure indirettamente dal 1898 dalla influenza dell'appena fondato circolo socialista di Toscolano. Ma in sostanza Maderno subì prevalentemente l'influenza liberale e del movimento Cattolico. Nel 1905 faceva la sua comparsa, fondato da don Giuseppe Davini, il Circolo Cattolico. Ad esso seguirono l'oratorio e il circolo della Gioventù femminile, inaugurati il 7 ottobre 1923. Ancora nel 1905 segno della vitalità del movimento cattolico, veniva fondata la Banca S. Ercolano, che pur con attività modesta durò fino alla vigilia della seconda guerra mondiale. Per un dono fatto all'arciprete, nell'ottobre 1913 faceva la sua comparsa il Cinematografo, sistemato nel teatro dell'oratorio. Nel novembre 1902 veniva posto sulla colonna della piazza il leone di S. Marco dono dello scultore Ettore Ximenes, leone distrutto nel 1797. Lapidi a Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini vennero inaugurate, il 20 settembre 1901. Il 18 aprile 1909, fra vivaci proteste per la presenza del cattolico on. Longinotti, veniva inaugurato il monumento a Zanardelli dello scultore Bistolfi. Ai piedi del monumento venne posta un'epigrafe: «A Giuseppe Zanardelli / evocandone qui sulle rive consolatrici de lago ch'egli amò / la forte e libera anima latina / fiamma d'olocausto / alla bellezza, alle speranze, alla grandezza della patria / gl'italiani XVIII aprile 1909».


Nel 1912, su disegno di Italo Cozzaglio veniva avanzato il progetto del lungolago e veniva preparato anche quello per la sistemazione della piazza. Nel 1921 su Maderno e particolarmente sulla Villa Serraglio, pose gli occhi anche D'Annunzio, prima di scegliere Gardone Riv. Il comm. Giovanni Bianchi, nel febbraio di tale anno, offriva la villa al "poeta soldato" proponendo che oltre all'ospitalità custodisse per sempre la sua ricchissima biblioteca e un costituendo Museo Fiumano. Nell'aprile 1921 veniva inaugurata la Casa di Ricovero Bianchi, donata dai fratelli Giovanni Battista ed Ettore Bianchi. Sulla Casa venne posta una lapide con un'iscrizione dettata dal drammaturgo Giuseppe Bonaspetti che così suonava: «Giovanni Battista Bianchi / che il largo censo nobilmente conquistato profuse qui e altrove / in opere di alta previdenza sociale / di commossa carità cristiana / questa casa ai madernesi donò / con lo spontaneo munifico concorso / del fratello Ettore Bianchi / spirito ugualmente aperto ad ogni idea / generosa / il benefico Istituto veniva largamente / dotato / perchè i nostri concittadini / più provati dell'età e della sventura / vi trovassero un asilo / di serenità e di pace». Il fascismo si affermò lentamente, senza violenza di rilievo, contrastato dal movimento cattolico e da un socialismo molto moderato, soprattutto fra professionisti, commercianti, impiegati, ex ufficiali ed alcuni mutilati. Il primo podestà fu Giovanni Bonaspetti, ufficiale di fanteria e già commissario prefettizio. Gli anni venti videro il moltiplicarsi di nuove opere. Nel marzo 1925 venne inaugurato il Grand Hotel Bristol, di proprietà dei fratelli Ambrosi. Nello stesso anno veniva costruito da Angelo e Giuseppe Brivio, il nuovo albergo S. Marco. Contemporaneamente il Comune riattava e completava il lungo lago. Un R. Decreto del 14 luglio 1928 univa i comuni di Toscolano e Maderno con sede degli uffici a Toscolano. Il 4 aprile 1933 veniva inaugurata la sede del Dopolavoro. Nel 1934 veniva avviata la costruzione dell'acquedotto, esteso poi alle frazioni. Nel 1937 l'ex villa Zanardelli veniva su iniziativa della P .0. di prevenzione infantile "Villa Paradiso", adibita a Colonia permanente, intitolata "Principe di Napoli" per bambini deboli, gracili e predisposti. Il 2 maggio 1937 veniva inaugurato il grandioso Monumento a ricordo dei Caduti della Grande Guerra, della rivoluzione fascista e dell'A.O.I. eretto su progetto dell'ing. Luigi Dubbini. Aperta nel 1978, semidistrutta da un incendio doloso nel 1980, il 21 marzo 1982 veniva inaugurata la ricostruita biblioteca comunale "Antonio Rosmini". Nel 1957 una imponente frana alle soglie di Maderno, compromise il fianco della collina di Monte Maderno ed obbligò le amministrazioni ad imponenti opere di ristabilimento compiute durante lunghi anni e che furono coronate con l'apertura nel giugno 1983 del parco Serraglio, apertura che trascinò lunghe polemiche. Nel 1973 veniva costruito un nuovo porto. A Maderno venne realizzato un Centro medico-psicopedagogico. Dal 1978 venne costruito un acquedotto derivato dalla sorgente "Acqua Salata" che servì al capoluogo e alle frazioni. Nel settembre 1984 sulla scia delle polemiche collegate alla sistemazione del parco del Serraglio, nasceva il gruppo di "Italia Nostra".


ISTRUZIONE: fin dal 1569 il Comune si era preoccupato di ingaggiare un precettore che poi divenne stabile grazie al testamento del 21 settembre 1573, di Bartolomeo Monselice, che in cambio dei beni lasciati, imponeva al comune di eleggere un sacerdote idoneo, probo, di vita lodevole che intraprendesse "l'istruzione nelle lettere", grammatica e leggere e scrivere. Solo nel 1618 si incominciò a dare esecuzione alla volontà del Monselice, facendo funzionare più regolarmente la Commissione amministratrice. Altri legati avevano incrementato l'istruzione pubblica, fino a quando, con testamento del 17 giugno 1799, il sacerdote Cristoforo Benamati istituiva vere scuole, ampliate alla metà del sec. XIX con le classi elementari III e IV e le classi femminili che richiamarono allievi anche da Venezia e dal Trentino. Ad esse fu affiancato un collegio diretto da sacerdoti. Grazie ai legali dei fratelli Giovanni Battista ed Ettore Bianchi, la scuola Benamata venne trasformata in sussidiaria delle classi governative. Il 1° gennaio 1927 il Dopolavoro locale istituiva una scuola serale professionale di meccanica, edilizia, falegnameria e decorazione. Di essa furono promotori specialmente Mario Gaioni, gli ingegneri Luigi Dubbini e Andrea Visioli, mentre particolarmente apprezzati come insegnanti furono i fratelli De Rossi.


BANDA MUSICALE. Nel 1858 Pietro Crescini, (1825-1902) aiutato da Filippo Hell detto "l'ira di Dio" e dal farmacista Antonio Martinelli, che ne fu però presidente, fondò il Corpo Musicale. Frequenti le esibizioni del giugno 1859, dopo la liberazione da parte delle truppe italiane. Ebbe sede dapprima al "Casino" in "Via di dietro" per passare poi in casa Pippa, e ancora nei locali dell'istituto Scolastico Benamati. Nel 1872 ebbe le prime divise preparate da tale Rosina Baradandi che poi si fece suora. La banda si segnalò per clamorosi pesci d'aprile. Eccelsero come suonatori Girolamo Cobelli, clarino (zio della soprana Giuseppina Cobelli, e Andrea Crescini, prima cornetta, poi trombone. Negli anni Ottanta nacque una banda cattolica che ebbe il sopravvento detta dei "besolér", mentre la più antica schieratasi in campo liberale fu detta de "sgamasér". La banda "liberale" ebbe particolare sviluppo dal 1902 al 1922 sotto la guida del presidente Giovanni Battista Bianchi, sindaco di Maderno. Nel 1913 con la sistemazione in nuova sala, la banda liberale riprese vigore, affidata alla direzione dei maestri Giacomo Buriani, Regolo Romani. Rinnovato, il corpo bandistico veniva di nuovo inaugurato il 17 febbr. 1920. La musica "clericale" ebbe pure lunga vita. Tra le manifestazioni sportive di rilievo è da registrare il concorso ippico del Garda, indetto nel settembre 1921 e dal 1923 svoltosi sotto il patronato di Gabriele D'Annunzio e sotto la presidenza del gen. Mennarin. Nel 1926 il comune di Maderno entrò a far parte della Società Consorziale di Tiro a segno nazionale. Negli Anni Ottanta ebbero successo le gare di bisse.


Tra le famiglie più distinte sono da segnalare i Monselice (v.), i Lancetta (v. Lancetta o Lancetti, famiglia), i Podestà (v.), gli Alcherio, i Setti (v. Setti o Sette). Tra gli altri personaggi sono da segnalare il drammaturgo Giuseppe Bonaspetti (v.), il pittore Franceschino da Maderno, il teologo p. Ercolano Mignochetti, il poeta e letterato Andrea Righettini, il letterato Baldassarre Roscio, il matematico Giovanni Francesco Veronesi, l'astronomo Emilio Bianchi ecc.


La BASILICA di S. ANDREA. La prima basilica venne secondo qualcuno costruita fra l'VIII e il IX secolo, se non su un preesistente edifici() romano con l'utilizzazione di materiali di spoglio di epoca romana fra i quali si riscontrano un concio d'angolo, di marmo bianco,a incorporato capovolto, delle dimensioni di m. 0,84 x 0,77 rappresentante un'ara, poco più sotto al concio un'altra pietra,_ pure incorporata ca povolta reca incisa parte di un'epigrafe dedicatoria romana, con scritta capitale vi si legge: P. EPPIUS P. F. RVFVS MIL. CHOR. II. PRAET T. F. I. ARBITER. ovvero: Publio Eppio, Rufo, il figlio di Publio della tribù Fabia, soldato della seconda corte pretoria dispose per testamento che fosse eseguita (l'opera) secondo il criterio di.... La parte mancante specificava quale fosse l'opera che doveva essere eseguita. Gabriele Rosa indicava nel 1875 come risalente al sec. VI, e forse appartenente ad un tempietto ad Apollo, un capitello romano. Il Brunati segnava al 1022 la costruzione di un sepolcro per S. Ercolano. Un pluteo rettangolare (di m. 0,84 x m. 1,08) di marmo rosato di Verona è murato nel cortile dell'antica canonica e viene fatto risalire ai sec. VIII - IX. Secondo il Panazza ricorda quelli del Museo Civico di Como e del Museo di Cividale del Friuli. Secondo qualcuno la primitiva basilica paleocristiana doveva avere una pianta rimasta pressapoco inalterata nell'attuale costruzione che viene fatta risalire dai più accreditati studiosi agli inizi del sec. XII il che rappresenta un notevole esempio di architettura romanico-lombarda. A tre navate di cui quella centrale è più larga del doppio di quelle collaterali, è completata dall'abside maggiore sulla navata centrale. La facciata come ha scritto Gaetano Panazza è la riduzione lombarda - tanto nella pianta come nella decorazione - del massimo monumento romanico veronese, S. Zeno Maggiore. Ricca di colori afferma ancora il Panazza s'intona mirabilmente alla festa di luci, di toni, di tinte che la circonda, posta com'è in riva all'azzurro Benaco, coronata dai colli ove i cipressi spiccano qua e là fra i verdi lauri e gli ulivi argentei. Nella facciata - senza però quell'ordinata disposizione orizzontale ed alternata delle costruzioni veronesi - sono frammisti marmi di tre tinte: il bianco botticino, il rosato marmo di Verona, il grigio del calcare locale; soltanto nelle due semicolonne che fiancheggiano la parte centrale della facciata, i conci di vario colore sono disposti con ordine alternato. Il colore quindi, mostra chiara derivazione veronese. Ma non è questo il solo elemento che conferisca nobiltà architettonica alla facciata. La muratura stessa, così compatta, liscia, a conci ora bassi, ora alti, con grandi blocchi di botticino posti negli spigoli, denota raffinatezza di artisti. La facciata, come nella maggior parte delle chiese lombarde, rispecchia - con l'alta parte centrale terminante a capanna, fiancheggiata dalle due laterali con terminazione a spiovente - l'interno a tre navate. La porta (m. 1,50 x 3) ha gli stipiti formati con diverse pietre che sostengono l'architrave in pietra rossa di Verona, con al centro scolpita una croce greca. Le finestrelle hanno gli stipiti in pietra spugnosa di origine stalattitica. Completano l'arco delle finestrelle un altro arco che ingentilisce e decora le finestrelle ed è fatto con mattoni murati in costa. Della copertura originaria non esistono tracce od elementi atti a stabilirne il tipo. Di come poteva essere la basilica all'interno non restano tracce visibili. La strombatura della porta è costituita da sei ordini di pilastrini e colonnette intercalati, di varie qualità di pietra, decorati con bassorilievi raffiguranti animali, pampini, mostri, disegni geometrici ecc. La decorazione predominante dei capitelli è fatta da fogliami, pampini ed arabeschi, solo sul lato sinistro due aquile l'alternano, mentre quelle delle semicolonne del pretorio raffigurano: l'una elementi botanici, l'altra due agnelli accoppiati con una croce al centro. L'interno è stato, a quanto pare, inalterato fin al 1454. Secondo la ricostruzione di Guido Lonati, tra i pilastri che dividevano dalla centrale le navate laterali, ed alternate con essi, sorgevano quattro colonne per lato, a base circolare senza toro, e poggianti direttamente sul pavimento o con plinto di poco sopraelevato da terra. Erano rastremate in alto e coronate da un anulo dal quale nasceva il capitello istoriato e perfettamente in stile con quelli dei pilastri. Sui capitelli delle colonne come su quello dei pilieri poggiavano gli archi a tutto sesto quali ancora si vedono sulla ala destra del presbiterio, dove sorse la cantoria. In corrispondenza alla seconda colonna di sinistra aprivasi una delle porte laterali con accesso alla strada pubblica, ed una porta simile si apriva certamente nell'altro fianco verso il sagrato. Finestrelle senza incassatura correvano lungo le navi minori, ed altre simili, delle quali furono scoperte le traccie all'interno, davano luce alla navata centrale. Nel mezzo della basilica dove ora si stendono i gradini di accesso al presbiterio, era la cripta, della quale non si hanno notizie, e che il Brunati assicura fosse circondata da cancelli di ferro, «forse - aggiunge - al modo di quelli dell'altare del corpo di S. Zenone a Verona nella sua basilica». Nella confessione era collocata l'arca di marmo rosso veronese già contenente il corpo di Cassia. Festa e poi adattato a custodir le reliquie di S. Ercolano. Un altare dedicato a S. Andrea sorgeva nell'abside, che alcune tracce superstiti osservate dall'Arcioni e recentemente rimesse allo scoperto, ci assicurano fosse semicircolare. Tale a un dipresso, era la fisionomia sobria e severa della chiesa, sorgente quasi a riva di lago, «esattamente orientata secondo l'uso delle basiliche cristiane fino quasi a tutto il sec. XIV». La proclamazione, nel 1466, di S. Ercolano a protettore della Riviera sollecitò i Madernesi ad allargare la loro chiesa. Il 4 aprile 1469 viene deciso l'innalzamento del campanile e si procedette poi ad altri lavori, mentre Paolo Zane procedeva all'apertura dell'urna del Santo Patrono e al riconoscimento ufficiale delle Reliquie. I lavori di trasformazione erano ancora in corso nel 1495. Nel 1495 vennero tolte le colonne che si alternavano ai pilastri (una di queste si trova al Vittoriale) vennero chiuse le porte originarie e aperte altre due più a Nord quasi al termine delle navate minori. Sulla navata a levante vennero costruite due cappelle dedicate al SS. Sacramento ed a S. Lorenzo, di gusto mediocre. Nel 1501 vennero benedette le due campane chiamate "Adriana" ed "Herculiana" uscite dalla fonderia bresciana di Giovanni Alberti da Como. Nel 1565 venne eretto il pulpito addossato al secondo pilastro. Nel 1573 venne abbattuto il tetto e innalzate le odierne volte a crociera. Il 23 agosto 1573 venne costruita la balaustra con le colonnine tornite in marmo rosso di Verona. Venne poi demolita l'abside circolare sostituita da altra rettangolare e di maggiore profondità nella quale veniva istallato il coro con alti scanni di legno; l'altare di S. Andrea rimosso dal posto originario venne spostato verso il fondo dell'abside mentre vennero modificati gli altri altari. Adempiendo agli ordini di S. Carlo Borromeo nel 1580 scomparve la cripta e venne aperta la III° cappella, demolendo così l'ultimo residuo di muratura antica. La nuova cappella era destinata a contenere i resti di S. Ercolano (resti che poi furono traslati nel 1825 nella nuova chiesa parrocchiale) che vi furono trasferiti dopo svariati viaggi a Roma di delegati, per concessione nel 1583 di Papa Gregorio XIII, il 10 maggio 1588. La Cappella venne arricchita di stucchi nel 1605-1607. Dal 1589 venivano costruiti il coro e l'organo. Un nuovo ampliamento proposto nel 1742 non ebbe luogo. Restauri vennero compiuti nel 1959 e nel 1962 e, più radicalmente nel 1985. Nel 1982 venne rimesso sulla torre l'antico orologio che era stato sostituito con altro inadatto dieci anni prima. Nella chiesa rimangono due Cappelle. Una dedicata a S. Lorenzo, aperta sulla fine del '500. La pala (m. 1,58 x 2,33) raffigurante il martirio del santo è firmata da Andrea Bertanza. Sul lato sinistro sta una pala di Antonio Paglia raffigurante i SS. Filippo Neri, Carlo B., Gaetano da T., S. Giuseppe. Coeva è l'altra cappella che un tempo conservava le reliquie di S. Ercolano e che ora conserva una pala secentesca con i SS. Francesco di A. ed Ercolano. Altri altari erano dedicati uno (del sec. XV) ai SS. Rocco e Sebastiano ed era adorno di una pala raffigurante il Battesimo di Gesù Cristo (sec. XVII), un altro (della fine del sec. XVII) dedicato ai SS. Bernardo e Caterina. Un ultimo altare, eretto nel 1604, è dedicato alla Madonna del Rosario. Una Madonna lignea è in una nicchia contornata dai Misteri del Rosario. L'altare maggiore venne eretto nel 1577 con al centro un Crocifisso ligneo in una soasa raccolta in due colonne. Trecentesca, secondo Gaetano Panazza, è la tavola esistente in S. Andrea raffigurante la Madonna e il Bambino con devoti inginocchiati. La basilica è ancora adorna di brani di affreschi, fra i quali un voto, raffiguranti S. Nicola, (del dicembre 1499) S. Apollonia, Mosè con le tavole, S. Sebastiano (sec. XV) e motivi floreali. All'ultimo pilastro di sinistra in una cornice secentesca è raccolta una Madonna col Bambino (cm. 59,5 x 37) attribuita alla bottega di Paolo Veneziano.


NUOVA PARROCCHIALE. Abbandonato, fortunatamente, il progetto di ampliare la basilica di S. Andrea, il 21 giugno 1742 veniva decisa "la fabbrica di una nuova chiesa di pianta capace del popolo" e il successivo 28 si procedeva alla nomina dei deputati alla fabbrica, nella persona di Bertolo Monselice, Gerolamo Botticella, G.B. Veronesi e Alberto Mignocchetti. Il comune destinava subito alla costruzione 200 scudi ripromettendosi di elargirne 150 all'anno fino al compimento. Da nessuno o quasi nessuno venne avanzato dubbio sulla scelta dell'area che cadde su quella del vecchio castello ormai in completa rovina. Per la costruzione, con testamento del 2 aprile 1766, legava la rendita di una sua casa Filippo Perini. Per lo stesso scopo il 17 aprile 1763 venivano destinate il 10% delle taglie, accresciuto l'8 aprile 1776 dal ricavato sui frutti di Monte Maderno. Andando a rilento la costruzione, il 9 giugno 1776 venne proposto di demolire il campanile della basilica di S. Andrea per utilizzare il materiale; ma il progetto venne accantonato. Il 13 giugno 1781 venivano destinati alla costruzione altri beni comunali, oltre al reddito di Monte Pojana e del Dosso del Faggio; il 31 ottobre 1788 venivano utilizzate il 12% delle fittanze dei monti e il 6 dicembre 1795 Pietro Alberti veniva condannato a contribuire con una barca di pietre. Per la costruzione vennero utilizzati molti materiali di altri edifici, fra cui gli stipiti delle porte laterali e della sagrestia, gli stipiti del palazzo Gonzaga. Nonostante le numerose offerte, la costruzione continuò per oltre tre quarti di secolo. Appena finito il presbiterio nelle strutture murarie, nel 1863 venne dipinto dal Teosa. Ma i lavori di rifinitura ripresero solo nel 1812. Vennero innalzate le altre arcate dei volti e nel 1818 venne posta la pala del Veronese, raffigurante S. Ercolano come ricorda la iscrizione dettata dall'ab. Morcelli, che sta sull'ovale della soasa e che suona: «Sacrum Omnipotenti Deo / In honorem Protocleti Apostolorum / Andreae Sanctissimi Tutelaris / Matèrnitani anno M.DCCC.XVIII / Pientissimorum Civium liberalitate / Freti Dedicavere». Nel 1819 mancavano ancora le finestre e le pareti della navata erano allo stato grezzo. Venne posto un altare maggiore provvisorio. Da allora in pochi anni la Chiesa fu rifinita. La notte della vigilia della festa di S. Andrea (29 novembre 1825), suonò per la prima volta il concerto di Campane, fuse a Verona dalla ditta Cavadini, e che verrà sostituito da un nuovo concerto di campane, benedetto il 1° luglio 1876 dal vescovo di Verona, mons. Luigi Canossa. Nel 1825 vi veniva trasferito l'antico organo degli Antegnati, esistente in S. Andrea, arricchito da fra Domenico Dominami di Bergamo di 20 nuove voci. Rimaneggiato più volte, l'organo venne restaurato nel 1987 dalla ditta Inzoli Bonizzi di Ombriano di Crema. Finalmente il 22 ottobre 1825 il vescovo di Brescia Gabrio Maria Nava poteva consacrare con grande solennità la Chiesa. Nella nuova chiesa vennero trasferite anche alcune tele già nella chiesa di S. Andrea. Fra esse le tre che l'arciprete don Giovanni Setti aveva direttamente ordinato a Venezia in un suo viaggio, compiuto nel 1583. E cioè quella di S. Andrea dipinta da Francesco Bassano juniore, l'altra della Madonna di Andrea Vincentino e infine, la terza, già ricordata, raffigurante S. Ercolano di Paolo Caliari detto il Veronese e da lui stesso firmata. Eseguita tra il 1583 e il 1588, superati i dubbi che si son affacciati nonostante la firma, i più sono d'accordo nel ritenerla opera di bottega e nel darla (così Pallucchini, Boselli, Panazza) a Carletto Caliari. Trafugata da ladri nel 1972 vene poi ritrovata dai carabinieri. Il maestoso altare maggiore in marmo venne eretto nel 1844 su disegno dell'ing. Comotti dalla ditta Tagliani di Rezzato ed inaugurato per il Natale. L'ultima opera di restauro venne compiuta su iniziativa del parroco don Eugenio Mena negli anni 1969 - 1970. Entrando sul primo altare a destra entro una cornice neoclassica degli inizi dell'800 è raccolta una tela (cm. 265 x 185) di Giovanni Andrea Bertanza (firmato Bertanza de Salodi, 1625), raffigurante S. Caterina. Proviene dall'antica pieve. Sul secondo altare pure in una cornice duecentesca sta una tela (di cm. 220 x 150) di Paolo Veronese (firm. "Paullo Calliari Veronese F.") raffigurante S. Ercolano vescovo, rimesso in luce nel 1933 da A. Morassi. Ai lati dell'altare stanno due tele (cm. 186 x 148) opere di scuola bresciana del sec. XVII, vicine al Gandino, una raffigurante la salma di S. Ercolano, galleggiante sulle acque grigie presso la riva di Maderno accolta con grandi gesta di stupore dal popolo, l'altra rappresenta la processione per il trasporto dei resti del santo, sotto un baldacchino portato da quattro chierici. Dietro l'altare maggiore la pala (m. 1,82 x m. 2,93) rappresenta S. Andrea orante con la croce fra le braccia. In alto Gesù morto portato in cielo da angeli. Venne attribuita a Francesco Bassano. Scendendo per la navata di sinistra si incontra l'altare della Madonna del Rosario con una tela opera di Andrea Vicentino. Nell'ultimo altare scendendo per la navata di sinistra, sta una pala (m. 2,65 x 1,85) raffigurante la Vergine in gloria fra gli angeli S. Antonio di Padova, che riceve il Divin Bambino, S. Carlo benedicente, e S. Antonio abate adorante. È opera di Andrea Celesti, anteriore al 1706. La chiesa possiede notevoli opere di oreficeria fra i quali un ostensorio in argento sbalzato e cesellato, una pisside in metallo dorato, un calice in metallo argentato di oreficeria bresciana del sec. XVII. Un calice in metallo dorato pure del sec. XVII con la sigla * BAR * PoD che richiamano il donatore Bartolomeo 1602. Inoltre un calice in argento del sec. XVIII. La chiesa conserva inoltre un Crocifisso ligneo bel lavoro del sec. XVII (altezza cm. 70), e una statuetta i legno di S. Ercolano della fine del sec. XV di scuola bresciana.


S. Giovanni B. Antico battistero della pieve, nel 1605 venne destinata ai Disciplini, ai quali però passò solo il 30 maggio 1641. Nel 1670 - 1675 la Confraternita del Suffragio, con l'aiuto del Comune, provvide ad ingrandire la chiesetta prolungandola fino all'angolo della piazza, di proprietà di Domenico Perini. Nel 1929 venne restaurata la facciata.


S. Maria Immacolata al Promontorio venne costruita dai Franceschini nel 1863 e arricchita da una efficace piccola pala del Podesti. Dal 1889 vi si conservò il Santissimo. Più tardi passò ai Bonaspetti.


S. Martino. Certamente di origine monastica la dice il Panazza che, per la sua pianta circolare all'interno e all'esterno, l'alzato con la copertura a cupola, ma senza soluzione di continuità fra cilindro e volta, la muratura assai rozza a conci di pietra appena abbozzati, con una rustica cornice terminale, l'andamento irregolare delle pareti dallo spessore di m 0,75 ritiene probabile che l'edificio, di m 5,8 di diametro, possa essere assegnato al sec. X. Probabilmente di origine monastica e sorta accanto ad un ospizio, venne poi (dalla fine del sec. XVI fino alla metà del sec. XVIII) custodita da eremiti dei quali, lungo il '600 abbiamo i nomi di: Pietro Pezza, veronese (1617); Giovanni Lancetta, sacerdote (1632); Giovanni Tiboni (1643); Bortolo Iseppi, sacerdote (1652); Lelio Angelini da Perugia, terziario francescano (1656); Bortolo Colmasino, già schiavo dei turchi (1657); G. Antonio Fantoni (1669); Antonio Serafini, sacerdote (1675); Alessio Fornari (1678); Bartolomeo Collini (1688); Francesco Ciri (1693); G. Batt. Trentini (1695); Giuseppe Barbieri (1748). Nel 1630 venne adibita a Lazzaretto per gli appestati.


S. Bartolomeo ap. Edificata nel 1602 da Bortolo Podestà, che la dotò di un legato annuo di 50 scudi per la celebrazione della Messa. Con bolla di Clemente XI vi venne eretto un beneficio semplice sotto lo jus - patronato dello stesso Podestà e suoi discendenti. Non avendo il figlio del podestà, Giovanni Battista avuto eredi, il beneficio venne avocato a sè dagli arcipreti fino al 1712, quando don G. B. Alberti ottenne, come discendente dai Podestà, di esserne investito. Nonostante contestazioni e divergenze il Card. Querini confermava il patronato agli Alberti. Li obbligò di mantenere il rettore; passò poi dagli Alberti ai Perini. La proprietà passò infine ai Monselice. La chiesetta è adorna di una pala (cm. 244 x 155) firmata e datata 1609 da Jacopo Palma il Giovane, raffigurante la S. Famiglia. Il donatore che vi è rappresentato dovrebbe essere il fondatore della Chiesetta, Bortolo Podestà.


S. Urbano. La più antica notizia risale al 1474, e secondo il Vitali, sarebbe stata costruita per voto durante una pestilenza. Il 6 maggio 1498 il Comune ne ordinava la chiusura essendo diventata una stalla. Ancora chiusa all'epoca della visita apostolica di S. Carlo, nel 1586 veniva riparata e diventava meta delle Rogazioni. Nel 1588 vi si riprendeva la celebrazione della Messa. Nel 1614 veniva adornata di una nuova pala e nel 1639 affidata ad un romito, tale Erculiano Usardi. Riparata ancora nel 1661 e nel 1675, cadde in abbandono, tanto che nel 1737 il Comune doveva intervenire a proibire che fosse adibita a magazzino e a deposito di attrezzi agricoli. Divenuta proprietà del comm. G.B. Bianchi, venne nel 1928 completamente restaurata.


S. Michele. In valle di Surro, passata poi nel Comune di Gardone Riv. Di probabile origine longobarda è citata come appartenente alla pieve di Maderno, nella designazione dei beni vescovili del 1279. Nel 1485 il Comune di Maderno vi compiva notevoli restauri. Il 27 marzo 1519 il Comune di Maderno negava a quello di Gardone di accamparvi pretese, ma già nel 1580, forse per decisione di S. Carlo, o pochi anni dopo, la chiesa passava con la Valle di Surro nell'ambito a Gardone Riv.


S. Carlo a Bezzuglio. Sorta su un'area donata nel 1623 da un devoto, venne eretta dopo qualche contrarietà e vi vennero deposte le reliquie di S. Carlo e di S. Prospero. Un legato del 1733 di Pietro Cipani, destinava ad essa una messa da celebrarsi la festa di S. Carlo. Nel 1750 veniva richiesta la celebrazione quotidiana: dal 1758 vi venne custodito il S.S. Sacramento per il Viatico e nel 1883 vi venne eretta la Via Crucis. La petizione già avanzata a S. Carlo B. il 22 aprile 1580 da fra Erculiano da Bezuglio, per staccare la chiesa dalla parrocchia di Maderno e per aggregarla a quella di Fasano venne esaudita solo nel 1959.


SS. Sebastiano e Pietro da Verona martire. La facoltà di erigere la chiesa in località Castelle nel promontorio venne concessa il 10 giugno 1467 dal domenicano fra Pietro Frigerio, rappresentante del vescovo Domenico de Dominici ad una Confraternita di Crocesegnati, votatisi allo "sterminio degli eretici della Riviera del Garda, conferendo la facoltà di questuare». Il 4 Giugno 1480 i Confratelli della suddetta Compagnia, tramite il loro Procuratore Antonio Pasino da Maderno fecero la donazione dell'Oratorio alla Congregazione dell'Osservanza dei Servi di Maria, rappresentata dal p. fra Tobia da Brescia; la Comunità di Maderno confermò questa donazione nel 1483 facendo obbligo ai Servi di Maria, presenti e futuri, di mantenervi almeno tre Frati i quali avrebbero dovuto abitarvi e di celebrarvi ogni anno dodici SS. Messe in suffragio delle anime dei Confratelli (Bonfratelli) e prestare la loro assistenza spirituale per il bene delle anime di quei paesani, con il patto ben chiaro che, se il suddetto p. Fra Tobia o i suoi successori non vi avessero fatta la loro residenza abituale e avessero omessa l'assistenza per andare in altro posto, l'Oratorio sarebbe tornato in proprietà ai detti Confratelli. Il 25 Giugno 1483 l'Arcivescovo consacrò la Chiesa. Il p. Fra Tobia suddetto era stato costituito Vicario di detto Luogo di Maderno dal p. Generale Cristoforo Tornelli da Venezia. La costruzione della chiesa venne probabilmente terminata nel 1493 quando la Pieve donò ad essa le colonne levate tra i pilastri della navata durante i lavori in corso nella chiesa di S. Andrea. La Chiesa e il convento vennero ricordati da Silvan Cattaneo nelle sue "Dodici Giornate" come situati in luogo amenissimo. Legati venivano lasciati da A. Lancetta il 18 luglio 1500, da S. A. Marchetti il 10 febbraio 1522. Maddalena vedova di Apollonio Benamati donava alla chiesa una campana del valore di 10 ducati d'oro. Nel 1518, il 1° Maggio p. fra Benedetto Mariani, Vicario Generale dell'Osservanza, concesse la partecipazione dei beni spirituali alla Compagnia di San Giuseppe nella Chiesa di San Pietro Martire. Nel 1652 la Chiesa aveva due Altari ed era a volta; il Convento, tutto recintato, aveva otto celle e tutti i locali soliti alla vita monastica, alcuni terreni tra i quali due giardini coltivati a limoni e cedri. Il tenore di vita era modesto perchè necessaria anche la questua del grano. Nello stesso 1652 venne decisa la soppressione del «conventino» e invano, il 14 novembre di quell'anno, sceglieva il Comune due persone che ottenessero dal Ducale Dominio la revoca dell'ordine. Tuttavia le pratiche durarono quattro anni dando luogo a varie elezioni di ambasciatori, finchè il 25 luglio 1656 veniva compilato l'elenco dei beni del convento, beni che il 24 settembre 1659 venivano acquistati dal duca Gonzaga di Mantova. Dopo varie vicende la chiesa e l'ex Convento pervennero alla famiglia Belloni che sostenne una lite lunghissima con l'autorità ecclesiastica, conchiusa in cassazione nel 1891 con sentenza sfavorevole ai Belloni che dovettero indennizzare la fabbriceria, ma demolirono la chiesa già ridotta in condizioni precarie di stabilità. Dei priori serviti son ricordati: Tobia da Brescia (1483); Lionello Pollini (1529); Pietro da Calvisano (1640); Angelo Gallizioli (1555); Paolo Magri (1561); Lauro Tiboni (1619); Gabriele Pellegrini (1625); Lorenzo Cobelli (1627); Pietro Martire Barbieri (1640); Andrea Benaglia (1656).


Cappella di S. Luigi. Inaugurata nel 1925 a riconoscenza per il ritorno dalla guerra di molti giovani.


Cappella votiva dei caduti. Una cappella votiva venne ricavata all'interno del monumento ai caduti, eretto su progetto dell'ing. Luigi Dubbini e inaugurato il 2 maggio 1937. È decorata da una vetrata su cartoni di Tita Mozzoni, raffigurante il Cristo che sorregge un soldato morente.


Alla Madonna di Lourdes è dedicata la cappella dell'Oratorio femminile, all'Immacolata quella del ricovero. Il Solitro accenna all'esistenza nel sec. XIII, di un convento di Francescani. Una santella, che si affaccia su via Benamato, venne dipinta con una Pietà nel 1767 e recentemente restaurata.


I Gonzaga fecero costruire fra il 1607-1612, su progetto dell'arch. A. M. Viani un palazzo, poi rimaneggiato ed ampliato. Venne nella facciata e nell'ala meridionale fatto distruggere nel 1817 dal dott. Ghiselli di Bogliaco, alla ricerca, secondo la tradizione, di nascosti tesori. Del palazzo rimasero alcuni stemmi. A metà del colle che sovrasta Maderno esisteva ed esiste in parte la storica villa del Serraglio edificata dai Gonzaga. La tradizione vuole che il Serraglio fosse unito attraverso un sotterraneo con il palazzo Gonzaga. Ma grande rilievo ha avuto sempre il parco. Rilievo architettonico ha Palazzo Bulgheroni esistente in via Benamati n. 79, costruito secondo Fausto Lechi da un ricco mercante. Circondato da un alto muro di cinta nel quale sulla via principale (che era l'antica e unica comunicazione per via di terra fra Toscolano e l'alta Riviera), si apre un portale di pietra a bozze piatte, coperto da una gronda a forte aggetto, sorretta da mensole, e sormontato da tre palle di pietra con supporti. Sullo spigolo del muro di cinta si erge una torretta di spia sorretta da mensole, con numerose feritoie. Il prospetto verso mezzodì della villa è semplice, non presenta che un portale pedonale, cui si accede da una scala a rampe convergenti, e, sopra di esso, un balcone panciuto in ferro battuto. Ma il particolare che conta, quello che veramente dà un tono elevato alla nobile casa è la bellissima fascia, dipinta non sappiamo quando, sotto la gronda del tetto e nella quale si vedono tritoni, nejadi e altre divinità marine che si rincorrono. Si aggiungono le belle tavole sotto la gronda, dipinte a rosoni e amorini alternati che completano la ricca decorazione. La facciata nord prospetta in un cortile e presenta tra campate di portico al piano terreno e cinque di loggia al primo piano, tutte sostenute da colonne toscane, chiaramente seicentesche. Nell'interno tutto è stato rimaneggiato: non si scorgono che due soffitti a travetti dipinti. Degno di nota sempre secondo il Lechi, il giardino verso il monte formato da una scalinata e la limonaia. Sempre in via Benamati nel centro storico si nota una casa cinquecentesca. Il prospetto verso il cortile presenta tre arcate di portico a pian terreno con colonne dal tronco basso e massiccio dai capitelli toscani, e, sopra di esse, una loggia, oggi murata, di quattro campate (quindi non ordinata secondo il classico sistema) con colonne più agili delle due del portico. In bellissima posizione sorge la villa Zanardelli costruita su progetto dell'arch. Tagliaferri dal 1888 al 1892 su idea dello stesso Zanardelli. Alla villa, secondo Danilo Tanguini in una descrizione della Rivista Pro Benaco del 1904, si entrava attraverso un vestibolo a guardia del quale stanno dei bei fenicotteri, dalle ali rosse, dono a Zanardelli del ministro dell'Agricoltura Cocco Ortu: in alto sulla parete a destra una lunetta dipinta dallo Ximenes, rappresentante la Legge. Dello Ximenes si ammira anche, nell'ampio parterre che dà accesso alla villa, una statua di marmo bianco: la Quiete. Dal vestibolo si passa nel tinello, dove si può ammirare negli affreschi vivaci dello Ximenes, l'elogio e il trionfo della Valle Trompia così cara allo Zanardelli: Carcina e la scena del ricevimento di Umberto a quella fabbrica d'armi nel 1890: Gardone V .T., Iseo, Irma, Collio, Bovegno; pensiero soave questo di aver voluto sotto agli occhi continuamente il paesaggio vario e pittoresco delle vallate natie. E lassù, dalla dipinta balaustra, si affacciano i tre amici: lo Zanardelli, lo Ximenes, il Bagozzi... con lo statista, lo scultore che più ammirava e l'imprenditore edile, che per lui aveva costruito un grande albergo a Collio. Nella seconda sala i tre affreschi del pittore Bertolotti rappresentanti la Pesca, l'Olivo, la Vendemmia, e nella terza sala, propriamente quella di ricevimento, ancora due affreschi eleganti di Ettore Ximenes, due scene in contrasto: l'una raffigurante l'Amor pagano, l'altro l'Amor divino: Catullo e Lesbia, Dante e Beatrice... E lo Zanardelli che aveva un culto per le memorie teneva in un'altra sala opere che a lui ricordavano amici cari, luoghi veduti, momenti di vita, oggetti di un vero, di un grande e reale valore. Così va ricordato la Testa dello schiavo del Biondi, uno schizzo del ritratto della Duse del Lembach, Le Cri de la paix del Barran, e tante e tante altre cose che andarono disperse essedo state legate ad amici o parenti. Nel piano superiore lo Zanardelli teneva il suo studio; nell'antistudio una tela del pittore salodiano Pasinetti: Salò vecchio. Nello studio sparse di quadri le pareti: Cavallotti che fu ripetute volte alla villa e che fu l'iniziatore della tradizione del volume dell'Heigel: La veranda su lago di Garda, Carrara, Cairoli: i ritratti del Re, della Regina, di Umberto: una grande fotografia, ricordo del viaggio dello Zanardelli in Basilicata... Una tela rappresentante Capri del Montefusco nella saletta che sta prima della camera da letto dove morì l'illustre uomo dove ora si vede la testa dello Zanardelli ritratta sul letto di morte, opera dell'Arpini. Le finestre ampie guardano il lago. In un fianco della villa la ricca biblioteca lasciata alla Queriniana di Brescia. La villa si presenta con peristilio, verande, terrazze, colonnati, tutto l'insieme di essa, che attiene dello stile italiano e dello stile arabo.


L'ECONOMIA madernese è sempre stata fin dall'antichità, mista. L'agricoltura si basò soprattutto sulla produzione di cereali, l'allevamento del bestiame, la coltivazione di vigneti e oliveti e la pesca e la caccia regolate da norme speciali e da appalti regolati dal comune. La pesca assorbiva nel sec. XVIII un quinto della popolazione. La sua regolamentazione era affidata al capitano del lago. Il comune divise per secoli i diritti di pesca con i Frati della Religione e poi con i Monselice. Tra gli ultimi fatti riguardanti la pesca fu la moria che colpì i pesci nel golfo di Maderno nel 1973. La caccia fu nell'antichità fino all'espansione urbanistica più recente, abbondante nei folti canneti e fra i castagni, che attorniavano prima il Castello e poi dal sec. XVIII, la nuova chiesa parrocchiale. Nel 1983 venne fondata alla malga Campi di mezzo e di fondo (m. 750 s.l.m.) una scuola d'agricoltura per giovani handicappati. L'attività manifatturiera già probabilmente presente fin dall'età romana, registrò poi l'infoltirsi di particolari categorie quali navigaroli, minatori, vasai, muratori, vetrai, panettieri. Attività del genere indicano le contrade Frere (ferro), Marmere (pietra), Vigole (laterizi), Pegol (bitume, pece), ecc. Attive le cave di Seasso che diedero il calcare scuro plumbeo di cui sono fatti i pilastri della basilica di S. Andrea. Secondo qualcuno, come il Guerrini, risalgono forse alla prima metà del sec. XIII le cartiere di Toscolano Maderno. Sicura è la loro esistenza nel sec. XIV. Nel 1381, infatti, i due comuni di Maderno e Toscolano raggiungono un accordo per regolare l'uso delle acque del fiume che ne divide i territori destinati ad alimentare il follo Bellenzoni e dei mulini. Antonio Monselice, da parte sua, proprio per potenziare le cartiere, apriva una seriola che dai mulini raggiungeva il lago. Egli ampliò talmente l'attività cartiera da far concorrenza ai prodotti di Padova, Treviso e di altre località. Ai Monselice nel sec. XVI successero altri. Quella dell'Ongarino veniva ceduta ad Ascanio Colosini, che ne possedeva un'altra in contrada Maine. Altre sempre nei sec. XVI - XVII ne possedevano gli Albertini, Domenico Danti, Antonio Protasi, Francesco Comincioli, Giacomo e Francesco Calcinardi. Le ultime cartiere di proprietà dei Monselice passarono poi a Giovanni Battista Zanelli, quella del Colosini ad Alessandro e Vespasiano Delaj che l'ampliarono; quelle dell'Albertini e Giuseppe Viani; un'altra dei Colosini in località Maina ad Andrea Zuanelli, che pure l'ingrandì forse incorporandovi altre vicine cartiere tanto da formare un grosso edificio con sei ruote, due da cinque feltri, e l'altre da quattro. Nel 1857 Maderno contava otto cartiere contro le diciassette di Toscolano ed una sola di Limone. Nel sec. XVI esisteva una sola officina di fabbro e, invece, numerosi torcoli di olio. I molini erano del Comune che li metteva all'incanto. Del comune erano almeno fino dal 1597 anche gli edifici per imbiancare i refi, industria durata fino alla prima guerra mondiale. Una macina di olive posseduta dai Setti passò poi ai Ciscato. Agli inizi del sec. XX esisteva una fabbrica di seghe di proprietà di Ernesto Baumsterch, di 16 operai, che importava acciaio laminato dalla Germania, Francia e Spagna, smerciando poi i suoi prodotti nei principali centri europei. Decaduta l'industria cartaria recentemente si sono andate sviluppando altre attività. Nel 1919 veniva aperta sul Lungolago l'Impresa Fratelli De Rossi, per costruzioni edili, stradali e in cemento armato, che poi si specializzò nella lavorazione del legno e specialmente nella lavorazione artistica dell'olivo e dell'acero. Copriva nel 1921, 2500 mq. dei quali 1000 coperti. Attivo il Maglificio di Maderno, fondato nel 1956 dal dott. Ottorino Bertuetti. Produce maglierie per neonati. Successo ebbero anche le Confezioni Mora di via Moretto, aperte da Eleonora Gaddini e da Sergio Casella a Cecina, e poi trasferite in Maderno. Maderno fu fin dai tempi più antichi sede di un mercato molto attivo. Solo all'epoca di Beatrice della Scala venne trasferito a Salò. Ritornò a Maderno nel 1385, per concessione di Gian Galeazzo Visconti. Perdurando i contrasti con Salò, il doge Francesco Foscari, il 7 dicembre 1448 fissava che il mercato si tenesse un anno a Salò e un anno a Maderno. Comprendeva anche il bestiame. La decadenza del mercato portò alla sua chiusura il 6 febbraio 1456. Venne poi ripristinato nel 1512, ma non ebbe fortuna. Fu ancora ripristinato con appositi capitoli il 20 settembre 1795 e durava ancora nel 1839. Di nuovo decaduto il mercato del bestiame veniva ripristinato nel 1890 e continuò fino alla I guerra mondiale. Il turismo fu fatto sporadico, fino verso la fine dell'800 e venne potenziato. Nel marzo 1921 veniva costituito un Comitato provvisorio per la costituzione di una Associazione Pro-Stazione Climatica di Maderno. Illuminazione con palloncini e poi una fiera contraddistinsero le feste annuali di S. Ercolano, dell'11 agosto.