MACC dè le ure

MACC dè le ure

Sono così chiamati i due automi che suonano le ore sull'Orologio di piazza della Loggia. Sono comuni ad altri orologi pubblici del Dominio Veneto. Sebbene non ci siano documenti in proposito sono probabilmente coevi della stessa campana fusa nel 1581. Giulio Antonio Averoldi alla metà del sec. XVII li chiamava Etiopi. Il popolino li chiamò poi "Tone e Batesta" (Antonio e Battista), nome loro dato secondo una tradizione da un'impiegato comunale sposato ad una poetessa dialettale. La loro esistenza è rilevabile a p. 23 delle "Memorie intorno alle pubbliche fabbriche di Brescia" di Baldassare Zamboni (Brescia, Pietro Vescovi, 1778). Il popolino anzi li chiamò fin dal '700 "i Macc dè le ure" ossia i "Matti delle ore" e il loro nome e la loro funzione vennero presi a pretesto di pezzi più o meno letterari e di vivace polemica. È del 1797 un "Dialogo Repubblicano dei Matti delle ore, le due statue libere e parlanti, ovvero dialogo tra i due fratelli che suonano le ore all'Orologio della Piazza di Brescia, soprannominati i Matti e chiamati da alcuni Battista ed Antonio". Del cittadino Gaetano Biancinelli (pseudonimo del lonatese Giacomo Mocini) anno 1797. Stampatore Vescovi. Nel 1808 furono ancora il pretesto per le diatribe fra il barone Antonio Sabatti e il tipografo Nicolò Bettoni contro Francesco Torriceni circa l'inchiesta economica condotta dal Sabatti stesso; vennero pubblicati alcuni opuscoli fra i quali "Dialogo primo fra le due statue di bronzo che suonano le ore in Brescia dette "I Matti delle Ore" (MDCCCVIII; IC pp. in 8°); e "Alli signori Antonio e Battista Matti delle ore sul loro Dialogo primo stampato in Brescia per Spinelli e Valotti 1808 Lodovica della Loggia" (s.i.s.).


Pochi giorni dopo lo scoppio della bomba in Piazza Loggia del 28 maggio 1974 i due automi si fermarono, causa la forte vibrazione che aveva incrinato il complicato meccanismo. La necessaria revisione degli ingranaggi e la sostituzione di una ruota dentata vennero affidate all'orologiaio Mario Veschetti che compì con meticolosa cura l'opera per cui i due automi ripresero a martellare la campana il 10 settembre 1980. Poco più tardi nel 1985 i due automi vennero tolti dalla loro sede per essere completamente restaurati dallo Studio Formica di Milano. Rimessi al loro posto nel novembre 1985, rimasero per tempo ancora silenziosi e immobili fino alla primavera del 1986. Dalle recenti revisioni e restauri è risultato che ogni automa è fatto di sette od otto pezzi uniti con delle viti. Uno per il viso provvisto di baffi e di barba, uno per ogni gamba e per ogni braccio, uno per quella specie di gonnellino che scende dalla cintura. Il telaio che sta sotto è tutto in ferro. È quello che trasmette alle statue il movimento governato dall'orologio. Da i "Macc dè le ure" presero il nome anche due giornaletti bresciani, uno stampato dal 1889 al 1895, l'altro nel 1953. Vennero chiamati dai bresciani anche "i Gobbi" o "i Gobbi delle ore" o anche "Mattaccini".