LUMEZZANE

LUMEZZANE (in dial. Lömesàne, in lat. Lumentianorum)

È il paese più grosso ed industrializzato del Bresciano, composto da diverse frazioni disseminate sul versante di destra e superiore della Val Gobbia, tributaria di sinistra della Val Trompia, da cui si diparte, sulla destra, da Sarezzo. La Valgobbia è lunga 8 Km dal crocevia di Lumezzane a Passo Cavallo con un'ampiezza di Km 2,5. È solcata dal torrente Gobbia che le dà il nome e che discende dal Passo Cavallo ed è compresa fra due catene di monti di altezze non superiori a 1271 metri (monte Prealba). Tradizionalmente i nuclei principali erano tre: Pieve (con le frazioni di Piatucco, Gazzolo, Fontana, Dosso, Valle, Mezzaluna e Termine); S. Apollonio (con Montagnone, Sonico, Premiano, Mosniga e Faidana) e S. Sebastiano. L'altitudine s.l.m. dei centri abitati è la seguente: Valle m. 333; Mezzaluna m. 345; Gazzolo m. 413; Villaggio Gnutti m. 440; S. Sebastiano m. 478; Pieve m. 494; Fontana m. 516; Renzo m. 541; S. Apollonio m. 579; Montagnone m. 550; Sonico m. 609; Premiano m. 595; Mosniga m. 643; Piatucco m. 448; Dosso m. 414. Il municipio si trova a S. Sebastiano, a m. 408 s.l.m., a 19,1 Km da Brescia. Dal crocevia Pieve è a 3 Km e da S. Apollonio 3,500 Km. La sup. complessiva è di 31,26 Kmq. Le parrocchie sono sette: Pieve o S. Giovanni B., S. Apollonio, S. Sebastiano, Gazzolo, Fontana, Valle, Villaggio Gnutti.


Il territorio è raccolto da corne, cime e cortine di alture interrotte da pochi passi. Partendo da sinistra l'altura più elevata è quella della Corna del Sonclino (m. 1351 s.l.m.), seguono il monte Dossone (m. 1340), che attraverso il dossone di Facqua conduce alla Brocca Camoghera e Monte Prealba (m. 1271). Seguono le Cime di Carne e il monte Cocca (m. 1108). Poi le alture sono tagliate dal passo del Cavallo. Dopo aver accompagnato per breve tratto il torrente Garza, i confini salgono al monte Doppo (m. 1216), per toccare poi il monte Calone (m. 1119), il Conche (m. 1198), il Predosa (m. 1077), e il Palosso (m. 1158). Lumezzane confina a O con i comuni di Villa Carcina e Sarezzo, a N con i comuni di Casto e di Bione, a E con quelli di Bione e di Agnosine e a S con quelli di Caino, Nave e Concesio. Lo sperone denominato "La Costa" staccandosi dal monte Ladino, passando a occidente di S. Sebastiano, taglia nettamente in due parti il terrazzo di insediamento. Secondo Enzo Roveri la valle di Lumezzane "è incisa in rocce sedimentarie triassiche" su cui ha agito l'immenso ghiacciaio ritirandosi, lasciando sul fondo valle un abbondante deposito di materiale morenico. Si trattava di una valle ampia, a fondo piatto, sul quale poi un impetuoso torrente specie in prossimità del versante sinistro ha agito in profondità sul terreno morenico e poi sui terreni sottostanti dando alla valle la forma attuale più stretta dove vi erano calcari e calcari marnosi, e più ampia e con versanti meno ripidi dove il torrente ebbe ad attraversare terreni di argille e di marne. Incontrata una grande frana il torrente ha vagato spostando il suo alveo sulla destra e alternando periodi di prevalente erosione ad altri di prevalente deposito, ha accumulato alluvioni ghiaiose rimaste poi sepolte dai detriti franati o comunque scesi dal versante sinistro. A costringere poi il torrente a portarsi tutto sulla sinistra confinandolo nell'alveo attuale, intervenne l'uomo con discariche ed opere murarie. Il terreno su cui Lumezzane sorge appartenne ai periodi triassico, retico e liassico, cioè a 200 milioni di anni fa, quando le alture si elevarono nell'età mesozoica corrispondente al secondo periodo di assestamento della superficie terrestre. Nel terreno composto da dolomie, calcari, arenarie, marne si trovano fossili di epoche ancor più lontane quando il mare ricopriva ancora tutto. Pesci ganoidi sono stati trovati a S. Sebastiano; alghe calcaree o giroforelle quasi a formare scogliere madreporiche sono state rinvenute nella zona di Monte Prealba, nelle dolomie sono stati individuati il "Turbo solitarius", l'"Avicula exilis" e il "Megalondon Gimbellii". Non mancano anche caverne come la buca del Marmo (89 ha), e il Buco Porsi (7 ha). Il clima è quello tipico della fascia prealpina non eccessivamente rigido d'inverno, con nevicate frequenti ma non abbondanti. Nel corso delle precipitazioni atmosferiche si riscontra di solito una forte corrente che spira da passo del Cavallo verso O. La vegetazione è abbastanza folta solo sul lato sinistro. Rare sono le conifere: qualche pino e abete si notano solo oltre i mille metri. Diffusi sulle pendici dai monti meridionali e particolarmente il bosco ceduo con castagno, faggio, quercia, noce, nocciolo, olmo, frassini, corniolo carpino. Uno fra i principali coefficenti della fortuna industriale di Lumezzane è stata l'acqua che ha permesso di alimentare le officine locali. Il principale corso d'acqua è il torrente Gobbia che nasce presso il Passo del Cavallo e, ancor prima della Valle di Novegno, ha corrente propria e continua. Per questo suo regime costante è stato possibile il sorgere lungo le sue sponde di numerose officine che sfruttavano l'unica energia disponibile: quella idraulica. Dopo un percorso alquanto tortuoso e ripido, oltre la località Termine si adagia in un percorso relativamente pianeggiante fino a gettarsi nel fiume Mella, nel territorio di Sarezzo, appena a sud della località Crocevia di Lumezzane. Il suo percorso si può stimare sui Km 10. Torrenti minori sono: sulla destra: Novegno, Rio Marce, Vezzola, Brignasca, Nona, Bosca; sulla sinistra il Faidana (il più importante dopo il Gobbia) ed il Porcino. Che la valle Gobbia sia stata popolata dai "Retii secundi" (dello stesso gruppo etnico dei Retii primi, stanziati in Valtellina e regioni vicine), dai Liguri ed Etruschi e che questi vi abbiano portato la lavorazione del ferro, non è certo provato. Si tratta di pura supposizione. Ciò che è certo invece è che la valle fu percorsa da cacciatori e pastori fin da tempi antichissimi. Nel 1834 il medico W. Menis elencava fra le fonti di acque minerali bresciane una di Lumezzane a poca distanza dal Crocevia, considerata fra le più ricche di zolfo della provincia. Una nuova sorgente di acqua ottima venne scoperta al Passo Cavallo nel 1981.


Il nome chiaramente collettivo è dell'epoca medioevale, come del resto i nomi di quasi tutte le contrade di Lumezzane. Proviene dal basso latino rustico «medius» = intermedio, in dialetto mès = mezzo e probabilmente doveva riferirsi alla pieve di S. Giovanni eretta a metà della Valle Gobbia. Le medane sono la vera indicazione sicura e chiara della etimologia di questo nome, che ha il suo sinonimo in Le meane di Calvisano, sulla sponda destra del fiume Chiese. Mezzane e Mezzanini si chiamano difatti quegli anfratti o pozze di acqua stagnante che si formano facilmente sulle due sponde dei fiumi e dei torrenti. A Lumezzane queste "metianae" sono state, imbrigliate e condotte, la primitiva forza matrice di molteplici e svariate officine, di magli, di mole, di fucine. Ma accettata tale etimologia potrebbe anche indicare «case poste nel mezzo» (a mezza costa). Secondo l'Olivieri sarebbe, in tal caso, quasi identico al toponimo La Limezzana (presso Palagnedra, canton Ticino), dove già il Gualzata additò pure un composto di Mediana. Ma lo stesso Olivieri dichiarava di avere in mente il veronese Mezzane, dove la "zz" è certamente tenue (quindi "tti"); ma per Lumezzane, che si pronuncerebbe sul luogo Lumehàne, non si riesce di risolvere se la "zz" sia da considerare tenue o sonora. Secondo il Guerrini il nome primitivo, da tempo scomparso, era quello di plebicula, o piccola pieve, trasformato poi in publica o piubega, perchè la Vallis Eugubia (ora Valgobbia) dalla quale Brescia ha dedotto il suo primo acquedotto romano per l'abbondanza delle sue acque, era la più piccola delle tre pievi che hanno dato il nome alla Valtrompia, vallis trium (Bovegno, Inzino e Lumezzane). Meno sostenibile di ogni altra è l'etimologia dal latino "Lumen sanum" cioè lume sano, per indicare che tutti gli abitati sono esposti al sole, in posizione aprica. Altri ancora, ma senza appoggi di alcun genere, hanno pensato ad un aggettivo "Mettiane" dal nome personale "Mettius". Il Laeng poi ha visto nel nome di Lumezzane e specie nella sua versione dialettale di "Le medane" l'indicazione di una stazione di truppe "limitanee" vale a dire prossime ai confini dell'agro di Brescia, cioè dei "limitanei milites" che costituiscono un presidio per far fronte alle incursioni dei popoli vicini. Nei documenti il nome compare: "Mezzani" (sec. XII), "de Lumexanis" (1225, liber Potheris 368), "il luogo delle Mezzane con le ville, dacy et giurisdizione" (1427), "plebis S. Joannis de Lumesanis brix. dioc." (1568), "Le Mesane" (Catastico del 1609). Abitanti, lumezzanesi: 760 nel 1493, 1100 nel 1573, 2699 nel 1805, 3516 nel 1850 (800 a S. Sebastiano, 1306 a S. Apollonio, 1410 a Pieve), 3675 nel 1861, 4006 nel 1871, 3998 nel 1881, 4850 nel 1901, 5388 nel 1911, 6313 nel 1921, 7597 nel 1928 (1893 a S. Sebastiano, 2617 a S. Apollonio, 3087 a Pieve), 7502 nel 1931, 8363 nel 1936, 8363 nel 1938, (2260 a S. Sebastiano, 2771 a S. Apollonio, 3332 a Pieve), 11726 nel 1951, 17075 nel 1961; 19.955 nel 1965, 23069 nel 1971 (6150 fam., 11739 maschi, 11333 femm., 40 add. agr. 9007 altre att.), 23733 nel 1973, 23942 nel 1977, 23868 nel 1981. Agli abitanti delle diverse frazioni vennero affibbiati i più diversi e variopinti nomignoli dialettali: quelli di S. Apollonio sono "i malègn" (maligni), quelli di Fontana: "i nedròcc" (anitre), quelli di S. Sebastiano "i macc" (i matti); quelli di Piatucco "i gài" (i galli), quelli di Premiano "i brognocc" (contadini), quelli di Renzo "i cornar" (cioè abitanti delle rocce), quelli di Mosniga: "i luff" (i lupi). Infine quelli di Gazzolo si dice: "Chèi de Gazol i la dà e i la töl" (cioè quelli di Gazzolo la danno e la tolgono). Come ha osservato il Guerrini ogni frazione ha un gruppo più o meno rilevante di famiglie dello stesso cognome, come i Polotti e gli Zanetti a Piatucco, i Moretti in Valle, i Bolognini alla Pieve, i Mori, i Gnali e i Botti a Fontana, gli Zani a Gazzolo, i Prandelli e i Becchetti a Sonico, i Pasotti detti Bordiga, i Bugatti e i Ghio (ora estinta) a Montagnone, i Rivadossi a Premiano, i Maratti, i Ghidini, i Frascio, i Riboldi e i Donati a Mosniga, famiglie provenienti da un unico ceppo primitivo e che si differenziano, per ovviare alle frequenti omonimie, coi soprannomi personali o familiari. Molte volte questi sono diventati alla loro volta dei cognomi e quindi discendono da un unico ceppo primitivo anche molte famiglie che ora hanno diverso cognome. Secondo sempre il Guerrini le famiglie principali e più antiche di S. Sebastiano sono ora quelle degli industriali Saleri, Gnutti, Seneci e Bossini; i Bianchi sono venuti più tardi, forse dalla Valtellina o dal Comasco come costruttori edili, più tardi ancora i Bonomi dalla Valle Sabbia, come i Bossini erano venuti dalla Val di Scalve e perciò erano soprannominati Scalvinelli o Scalvati e i Pintossi provengono da Polaveno. Circa l'origine di taluni dei cognomi più correnti e che un tempo formarono il nucleo primitivo della popolazione lumezzanese si possono dare alcune spiegazioni circa le varie radici etimologiche. Famiglie primitive di Piatucco sono i Polotti (da Apollonio) e gli Zanetti (da Giovanni o Zuane); a Valle i Moretti (da caratteristiche fisiche come i Mori, Morani, Moreschi, ecc...); alla Pieve i Bolognini (da Bologna); a Fontana i Mori, i Gnali (da Agnolo o Angelo); i Botti (da bot o botte); a Gazzolo gli Zani (da Giovanni o Zuane); a Sonico i Prandelli (Aliprando o Liutprando, nome longobardo), i Becchetti (da ceck o becco); a Premiano e Montagnone i Pasotti (da Pace o Pasino), i Bugatti (da «buon guado» o dal dialetto «bugada» o da «buon guardiano»), i Rivadossi (da Riva e Dosso); a Mosniga i Maratti (da Mario), i Ghidini (da Gabino o Ghebino o da una contrazione di Guido (Guidino); i Frascio (da frassino o dal nome Francesco o francese); i Riboldi (dall'aggettivo «ribaldo» una volta con significato diverso da oggi; indicava una persona coraggiosa, di fegato, senza paura), i Donati (dalla parola «donato»); a S. Sebastiano e Faidana i Saleri (dalla parola «sale» o dai feudatari di Sale (di Gussago, di Cologne, di Corzano e di Marasino) anche i Sala hanno questa etimologia, i Gnutti (da Noto, Ignoto o Ignudo. C'è chi propende anche da certi Nuti di origine fiorentina), i Seneci (dal latino senex che significa vecchio), i Senici (da Siena, città toscana), i Bossini (dal latino «bonus civis» divenuto in dialetto «busì»), i Bonomi (da «buon uomo), i Bianchi (dall'aggettivo «bianco»). I Bossini sono originari della Val di Scalve, i Bonomi dalla Valle Sabbia, i Bianchi dal Comasco venuti verso il 1600. Per altri cognomi si danno le seguenti derivazioni che si capisce sono suscettibili di varie interpretazioni. I Perotti (da Pietro), i De Giacomi e i Cometti (da Giacomo), i Nember (dal paese di Nembro in provincia di Bergamo), i Valotti (da Vall'Alta nome di un paese), gli Scalvini (dalla Val di Scalve), i Foresti (dal paese bergamasco di "Foresto Sparso"), gli Zamboni (da «Giovanni buono»), gli Zanotti (da Giovanni o Zuane), i Bertoli (da Bartolo, o Berto, o Alberto), i Guagnetti (da Gano o Guano nome franco o dal vocabolo «guadagno»), gli Zobbio (da Eusebio, gli Scaroni (da Carones, lavoratori di carri) che sono originari della Valle Sabbia, i Pintossi (da Giuseppe del Dosso in dialetto Pinì del dos), i Pilotti (da pila, mortaio per pestare cenci), i Belleri (da «bello» o dal latino «bellum» che significa guerra), i Montini da Monte. Singolari i soprannomi dati alle varie famiglie e relativi rami per distinguerle dalle altre. Così ad esempio: a Pieve la famiglia Polotti si è suddivisa in vari rami dei quali i più importanti sono: i Decasener, i Piipèt, gli Sburse, i Cui, i Campanel, ecc...; la famiglia Zanetti si è suddivisa in: Baciòck, Torcèi, Melghe, Scancì, Arcangei, Brinche, Marilì, Berete, Casèi, Bragher, Basgiötì, Cabaì, Ombrìo; la famiglia Zani in: Finci, Gàine, Mgia, Roncaina; la famiglia Scaroni in: Valsabì e Zelet; la famiglia Facchinetti in: Us'ciu, Mele, Del; I Saba in; Mascerpe, Piononi, Borgno; i Ghidini: Bali, Volase, Castilì; i Mori in: Mago, Pu, Comete, Casadur, Cole, Peshäi, Maoche, Cioce; i Gnali: Cucinì, Poali, Ciunì, Felice, Mintì; i Moretti in: Punci, Barsele, Bisbì, Ciofei; i Botti in: Bas'ianì, Pi de Stenele, Süche, Lete; i Beccalossi in: Scursì, Monte, Farini; i Rossetti in: Jacintì, Barbanì, Mice; i Berna in: Gioache, Pacioti, Capone; i Salvinelli in: Baganì, Biulì; i Bolognini in: Dori, Molöcc, Borei, ecc. A Lumezzane S. Sebastiano si ebbero i Gnutti suddivisi in: Peste, Fretadì, Mocei, Lesegniöi o Quaì, Gangaì; i Saleri in: Suster, Marinì, Bösatì, Chee, Basgì, Balì, Fagiù, Pupe; i Seneci in: Togn, (da questa famiglia proviene la maestra Seneci Maria a cui è intitolata la scuola elementare di Lumezzane S.S.), Papata; i Senici in: Jorji, Pierana; i Bonomi in: Ghiss, Löck, Minine, Baresel, Gatì; i Cavagna in: Scalvatì, Pierole, Moliner; i Pintossi in: Eva, Topinusolo; i Bianchi in: Beghe, (da Piubego), Patei; i Bossini in: Togne, Baghèt, Carabola, Braghe, Tita, Tirilì, Lüchitì. A Lumezzane S. Apollonio si ebbero invece: i Ghidini divisi in: Stifinì, Canap, Masöla, Tabachì, Barbarine, Pinulì, Bosk, Faustieni, lupì, Silvester, Gione, Tasù; i Bugatti in: Largaride, Pagi, Giude, Costantina, Barghì e Cavaler; i Becchetto in: lacomet, Purissime, Pesacì, Beniamì Bechecc; i Donati in: Becece, Mente, Batulì, Comì, i Laratti in: Pi, Di, Braghe; i Pasotti in: Bordighe, Bondei,Piatulì, Sofì; i Riboldi in: Biculì, Söpe; i Montini in: Gazì, Montì, Risulì, Monarche, Ma Galopini; i Rivadossi in: Borei, Fausti, Sesane; i Frascio in: Galei, Bianchi; i Prandelli in: Tamburù, Maestri; Dutur, Sunçent, Mantì; i Bertoli in: Angelù, Piputì, Còi, Meneghete, Degagna. I più numerosi erano nel 1986 i Ghidini (1061 unità) seguiti dai Pasotti (499), dai Bugatti (470), dai Bossini (359). Seguono gli Zanetti (339), i Mori (315) e via via: Saleri (295), Gnali (281), Bonomi (275), Bertoli (267), Banchi (253), Cavagna (238), Gnutti (222), Zani (220), Botti (212), Becchetti (160), Prandelli (155), Guagnetti (146), Pintossi (145), Donati (141), Peli (140), Montini (139), Moretti (133), Polotti (125), Rivadossi (116), Facchinetti (111), Sala (98), Berna (97), Riboldi (89), Vivenzi (87), Pelizzari (85), Zubani (83), Gatta e Nember (78), Bolognini (77), Salvinelli (76), Ferrari (72), Zobbio, Casella e Cornetti (68), Simonelli (67), Zubbiani (64), Martinelli (65), Frascio (63), Sciola (62), Belleri (59), Boventi (59), Festa (57), Patti (57), Ottelli e Scaroni (55), Toninelli (54), Mammone e Costa (52), Svanera (51), Ferraglio e Rossetti (50). E ancora: Gregoli, Ghidoni, Trombini e Palini (49), Ricetti (48), Taiola (47), Mino (46), Demasi (46), Bettini (45), Franzè e Marniga (44), Zappa (43), Nesci e Pozzi (42), Zanatti (41), Perotti, Zanelli, Borghetti (39), Lombardi e Riboldi (38), Garneri (34), Forelli, Cadei e Cirillo (35), Franzoni (34), Gentile e Viotti (33), Fontana, Monteleone e Pilotti (32), Maratti, Zanagnolo, Urbani (31), Manessi e Rossi (30).


Notissimo per la sua singolarità è il dialetto lumezzanese aspro nella pronuncia e con vocaboli usati solo qui e pronunciati con tal singolarità di modo da far contrasto vivo con molte altre plaghe della provincia. Si tratta, nell'ambito provinciale, di una vera isola linguistica, con un dialetto che in molte radici etimologiche trova maggior affinità fuori provincia, che non nelle plaghe circostanti. La causa di tale fenomeno non è affatto chiara, ma si avanzano solo delle ipotesi. La più interessante fa risalire il fenomeno alle migrazioni dei popoli indoeuropei, ancora in epoca romana o addirittura preromana. Coll'arrivo degli invasori, gli indigeni, indifesi, abbandonarono le zone maggiormente infestate dai barbari e si rifugiarono nelle vallate secondarie, isolate. Le caratteristiche linguistiche, nell'etimologia e fonetica, si conservarono a lungo in queste zone isolate. Le testate delle vallate alpine e prealpine ospiterebbero perciò popolazioni di origine comune che, pur separate da catene montuose, conservano il segno della comune origine nell'affinità di linguaggio. È una ipotesi comunemente accettata per le zone del Trentino-Alto Adige dove si parla ladino. Il Pellegrini dice: "Si propende circa il linguaggio ad una derivazione dal ladino... Non si notano nel dialetto lumezzanese che rare radici celtiche e la fonetica è fortemente aspirata". Inoltre: "Inutile dire che, come sta avvenendo a tanti dialetti circoscritti a piccole zone, la parlata tipica della valle è rimasta ora retaggio di poche famiglie e il dialetto vero lumezzanese si è andato da alcuni anni in qua modificando sia nei termini che nella flessione, una volta musicalmente caratteristica". L'insediamento di numerosissimi immigrati, il continuo e vastissimo contatto con i più svariati ambienti, per motivi di lavoro e commercio, ha livellato il linguaggio locale al dialetto bresciano più comune; l'unica caratteristica locale ancora conservata è la forte aspirazione simile a quella riscontrabile in Franciacorta, Valle Camonica, Valle Borlezza e Valle Seriana. Lumezzane Pieve ebbe come stemma il sole circondato da raggi, e S. Apollonio il sole che sorge dietro le montagne. Al cessare del feudo degli Avogadro, Lumezzane Pieve assunse come nuovo stemma quello dei feudatari: "scudo d'argento con tre scale attraversate sormontato dalla corona". Alla sua nascita S. Sebastiano assunse tre spade. L'attuale comune, unico, li ha assunti in un unico stemma.


Scarse, anzi quasi del tutto finora inesistenti, le notizie sulle origini storiche di Lumezzane. Nella preistoria doveva essere percorsa dalla "via antiga" che da Concesio proseguiva per i monti di Carcina e per il Palosso, attraversando poi i territori di Sarezzo e di Lumezzane Pieve congiungendosi con altra proveniente da Nave e da Conche e toccava , Mosniga. Passando poi sull'altro lato della valle attraversava il monte Ladino, costeggiava il prato di S. Bernardo e finiva a S. Emiliano. A Lumezzane Pieve toccava la frazione Tuffi, e passava sotto la località Castello, nome che indica la probabile esistenza di un castelliere preistorico. Il vero popolamento della valle si dovette verificare nell'epoca romana, come dimostra anche il dialetto che non ha radici celtiche ma che viene fatto derivare dal ladino lingua ancora parlata nei Grigioni, nell'alto Friuli, in Val di Sole, di Non, in Val di Fassa ecc. e che fa parte delle lingue romane o romaniche. Del resto nessun toponimo si riferisce a radici preistoriche. Il nucleo primitivo sembra sia stato S. Apollonio cui corrispondeva Sonico (summus vicus) e dovette ospitare i primi colonizzatori che vi si stanziarono per dedicarsi all'agricoltura, alla pastorizia, oltre che alla caccia. A questo vicus dovettero affiancarsi i vici o le ville corrispondenti all'attuale S. Sebastiano, Premiano, Piatucco ecc. Dove oggi è Pieve a vigilare il resto del territorio doveva succedere al castelliere una castrum romano. E' probabile l'opinione del Lucchini secondo la quale, giungendo in Valle per costruire l'acquedotto, i romani trovarono senz'altro, sia pure ridotti, stanziamenti di popolazioni, «adtribuitae» a Brescia, di antica stirpe retica che da poco avevano acquistato l'appartenenza di pieno diritto allo Stato Romano. Il nome di Sugasio, Hiumeno, Lubiano, Bitumi, Peinone e Messara inclusi in iscrizioni romane esistenti a Pieve assieme a quelli greci di Aphrodisio e Onesino indicano come i poveri abitanti della valle per avere la cittadinanza romana e tentare una certa ascesa sociale, non trovarono di meglio che il servizio militare come fecero appunto i figli di Sugasio Caio Manino che morirono sotto le insegne della XXI Legione Rapace. È da notare inoltre che il nome di Lubiano ricorre solo in due altre epigrafi, una da Riva del Garda e una dalla chiesa di S.Apollinare di Trento. In quella di Riva, Lubiano, con Lucio Tinnavio Quarto, dedica un ricordo a Lucio Tinnavio Robia, seviro di Brescia. Legami a largo raggio tutti da scoprire. La presenza romana a Lumezzane è ampiamente documentata anche dalle cinque iscrizioni esistenti presso la chiesa della Pieve. Di esse una sola è conservata nella cella centrale del museo romano di Brescia, presso la parete occidentale, vicino alla porta piccola. Le altre quattro sono andate perdute ma di esse ci è stato conservato, fortunatamente, il testo. Quella che si trova al museo romano di Brescia è dedicata a Marco Cornelio Sesto ed ai suoi familiari. Cronologicamente viene datata in epoca posteriore al tempo dell'imperatore Vespasiano (69-79 d.C.). Delle quattro perdute la più famosa è quella che attesta la presenza della famiglia Nanino che ebbe due figli defunti, Sugasio e Staio, militi della XXI Legione Rapace. In essi è interessante l'accenno della XXI Legione Rapace, inviata sul luogo, come in Valsabbia, nelle Giudicarle e sulla Riviera Gardesana a difendere le popolazioni locali e i passeggeri dalle rapine e dalle ostilità di popolazioni alpine, spinte dalla miseria e da facili prede. La lapide, nella riproduzione dell'Aragonese, aveva un bassorilievo con due cinture e due pugnali segni di nobiltà che venivano posti anche nella tomba. Il Marco Publicio Afrodisio che è nominato in un'altra lapide dovette essere un liberto, cioè uno schiavo riscattato dal suo padrone Onesino. L'interesse, che si nota nelle lapidi, per Lumezzane da parte di personalità romane, può essere, almeno in parte, giustificato dalla costruzione promossa dall'imperatore Augusto e finita sotto Tiberio di quell'acquedotto che per secoli alimentò Brescia. Scendendo da Lumezzane passava per la via Pendese e raggiunta la Valgobbia costeggiava la valle fino a Pregno per dirigersi su Brescia, percorrendo da 25 a 30 Km. Al Termine le condutture minori dovevano confluire in quella principale. Indagini compiute nell'800 da Giuseppe Ragazzoni e da Pietro Filippini, riferite poi da Federico Odorici, appurarono che l'acquedotto principiava dalla sorgente di S. Apollonio sopra Lumezzane, dove si trovarono "avanzi di fabbriche romane". Di là seguiva sulla sinistra il torrente Valgobbia, dirigendosi poi dal Termine su Pregno. L'abbondanza delle acque nel territorio è testimoniata dalla toponomastica che ricorda le fonti Nona, Sesone, Settima, Fano, che sembrano avere un'origine romana. Probabilmente presso la fonte Fano sorgeva un tempietto. Sembra che l'acquedotto funzionasse ancora nel sec. XIV. Una tradizione registrata e qui già ricordata a Lumezzane vuole che i viveri forniti dai Valtrumplini alla città assediata siano stati fatti passare attraverso il condotto del diavolo cioè l'acquedotto romano. G. Rosa nel 1875 attestava inoltre come «pochi anni orsono, oltre Mosniga, l'ultimo gruppo d'abitati al Pradel e nel sito ove pure nel medioevo era un castello, scoprironsi tombe romane", poi scomparse sotto frane e lavori edilizi. Nel 1930 c'è stato chi ha assicurato di aver visto negli scavi accidentali compiuti anche recentemente sia nelle frazioni che nei campi, con i propri occhi, fosse mortuarie certamente anteriori all'epoca cristiana perchè contenenti piccole lucerne di ferro ad olio dette «leoum» ed alcuni vasi di terra, pentole di cotto, talvolta di bronzo, cucchiai di ferro e qualche moneta di rame. Indicativo è il ritrovamento anche di monete, di cui una del periodo imperiale trovata nel 1959 durante i lavori per la costruzione della circonvallazione di Piatucco. Certo è che anche lo sperone di Lumezzane Pieve, dovette presto accogliere abitatori. In occasione di restauri compiuti nel 1979 nella chiesa parrocchiale di S. Apollonio vennero compiuti scavi che portarono alla luce vasi di origine aretina, ceramiche di produzione locale del I sec. d.C., ossa di animali e carbone. Inoltre non mancano, oltre a Sonico, altri toponimi chiaramente romani, come Premiano che deriva probabilmente da un "fundus Primianus" e perciò da un gentilizio romano "Priminius", "Primilius"; Mosniga, forse da Mucinianus, e dal diffuso nome personale Mucianus cioè Muziano. Qualche autore sostiene che dove oggi sono le chiese parrocchiali di Pieve e di S. Apollonio esistessero sacelli romani, «vuolsi, scrive lo Straforello, che la chiesa parrocchiale di Lumezzane Pieve, sia stata eretta sugli avanzi di marmo cipollino e di granito, materiale non esistenti in Valle». Si è anche supposto che tale edicola sia stata eretta per i soldati della XXI Legione romana, qui allogata, come sembra certo, anche da un brano di epigrafe citato dal Comparoni, sulla testimonianza del Rossi e del Muratori. Inoltre è stato testimoniato: «Chi osserva i ripostigli che restano verso tramontana e verso mezzodì dell'attuale Chiesa, si accorge che sono avanzi di edifici, meglio, delle antiche chiese». Sull'edicola esistente anticamente nell'orto della canonica di S. Apollonio, secondo la tradizione, sarebbe sorto il primo tempio cristiano. Gabriele Rosa si spinge a scrivere che la chiesa di S. Bernardo come quella di S. Giorgio in territorio di Caino, ma sovrastante quello di Lumezzane, aveva surrogato sacelli pagani. La leggenda vuole che il vescovo S.Apollonio, fuggiasco e profugo, dopo essersi fermato a Lumezzane per catechizzare la popolazione sia proseguito per la montagna e si sia fermato dove ora è il "santel de la cassa" e abbia fatto scaturire una sorgente perenne per battezzare i neofiti. Al santo vescovo sarebbe stato eretto un tempio, dovuto o almeno arricchito dalla pietà del duca Marcobaldo ritenuto forse l'ultimo duca di Brescia, santuario il più ricco per oro e argento del regno longobardo. Il santuario sarebbe esistito dove ora sorge la chiesa parrocchiale. Al di là della leggenda si può presumere che il centro del territorio dove già esisteva un piccolo pago, con giurisdizione civile, religiosa economica, si sia formata una pieve che estendendo il suo territorio alla sola valle di Lumezzane, venne detta plebicula, cioè piccola, che egli vede nel toponimo Piumego (o Piubecco) nome che poi venne sostituito con quello di S. Sebastiano. Secondo il Guerrini la Pieve di Lumezzane è di più recente formazione di quelle contermini di Inzino e Concesio come di quella di Bovegno e si sarebbe staccata dalla pieve centrale di Inzino che comprendeva il territorio valtrumplino da Pregno a Brozzo, con le vallette laterali di Gombio e Lodrino. Nel catalogo del capitolo della cattedrale del 1410 è citata come "plebs sanctae Mariae de Limesanis" dotata di due benefici e con sotto di sè la chiesa di S. Apollonio. La plebicula può aver istituito una chiesa battesimale perciò dedicata a S. Giovanni Battista ove è oggi Lumezzane Pieve e dove, dopo che una frana o qualcosa d'altro distrusse la primitiva sede, venne trasferita la sede plebana che perciò al titolo di S. Maria aggiunse quello di S. Giovanni Battista mantenendo alla fine solo questo. Tali ipotesi sono leggendarie mentre, del tutto inventata da Rodolfo Notaro è la calata nell'800 di torme di ben diecimila trentini, sospinti dalla fame, saputo del ricchissimo santuario di Lumezzane ove si precipitarono per metterlo a sacco. Preavvertiti dei propositi sacrileghi, i valtrumplini attesero nascosti ai passi e sulle alture e nei boschi, dando addosso ai malcapitati e compiendo un orribile macello. Accertata è la presenza longobarda per una tomba rinvenuta sempre a Lumezzane Pieve. Il toponimo Gazzolo è poi tipicamente longobardo e indicherebbe proprietà demaniali. Dal demanio longobardo il territorio passò al vescovo di Brescia. Quando specie dal sec. XI l'evoluzione demografica, sociale, economica divenne più chiara si delineò la caratteristica dei diversi poli urbanistici: a Pieve andarono concentrandosi le "ferrarezze" cioè le officine degli artigiani del ferro, a S. Apollonio i folli dei lanaiuoli, a Premiano i contadini veri e propri. A S. Apollonio collegato con Conche, si stanziarono gli Umiliati (un ordine religioso di lavoranti la lana), gabellieri ecc. La lavorazione dei panni costituì la base economica che si tramandò per secoli. Il dazio sui panni fu causa, ancora nel 1700-1800, di molte contestazioni e conflitti legali che ebbero termine solamente alla fine del XVIII secolo, quando scomparve il regime feudatario.


Per secoli la valle costituì una unità amministrativa, derivante probabilmente dal pago romano e dalla piccola pieve cristiana, dividendosi poi nel sec. XIII, per ricostituirsi più tardi rimanendo tale fino almeno al sec. XVI. A quanto si può dedurre dal "Liber Potheris Brixiae", nel 1232 S. Apollonio si chiamava della Cappella. Il liber nomina infatti in tale anno un Gastoldo console del comune di Lumezzane della Cappella e un "Baldus de Montegnano de Cappella de Lumexanis" il che fa supporre che il comune di S. Apollonio fosse allora a Montagnano. Intenso deve essere stato lo sviluppo di Lumezzane nei sec. XIII-XVI. Un drappiere di Lumezzane, Andreolo, è nominato in un documento del 1383 come presente in Brescia. Sul territorio di Lumezzane come su Sarezzo, Villa Carcina, Concesio ecc. aveva steso nella seconda metà del sec. XIII la sua presenza la città di Brescia, che sostituì le proprietà vescovili, mentre le vicinie e i comuni di Pieve e S. Apollonio ridavano vita ad una comunità de Limesanis, che pose la sua sede e il suo mercato a Termine. Alcuni documenti dell'archivio comunale provano che sino alla prima metà del 1500 la valle «de limesani» ebbe senz'altro un'unica identità politico-amministrativa con sede alla Pieve che poi figliò S. Apollonio. Questa situazione si conservò senz'altro sino alla fine del secolo. A sostegno di ciò il Lucchini riporta parecchie prove (una sentenza del 14 sett. 1540 in favore del comune di Limesani; una del 22 febbraio dello stesso anno, in cui il notaio Giuseppe Bugatti attesta di aver agito a nome del comune di Lumesane, e di altri documenti del 1539, 1541, in cui si parla solo del comune di Lumesanis. In un documento del 6 giugno 1543 si parla di affrancazione in favore del comune di S. Apollonio e di una ristretta parte del monte Palosso. Diverso il destino invece della valle sotto l'aspetto politico e giurisdizionale. Roberto di Baviera concedeva il 3 novembre 1401 ad Alberghino Alberghini da Fusio, che gli aveva spianata la via verso Brescia e l'aveva sostenuto contro i Visconti, assieme a diversi feudi anche Lumezzane. Nel 1406 passò poi direttamente al Malatesta che la assegnò alla quadra di Mompiano. Nel 1406 erano operosi in Lumezzane i Buccelleri, i Pasotti, i Montini, i Pestarape, gli Amici, i Bugatti. Nel codice malatestiano di Fano tra i nobili del territorio bresciano al principio del '400 si ricordano di Lumezzane: Bettino Corradi, arciprete, Contrino Pasotti, Fachino Contrini, Federico Toloxi, Giustaco Corradi qd. Lorandi Marco Buccelleri, Pasino detto Pasotto de Bonincontri, Pecino detto Botego qd. Rolando, Talasso de Vavassoribus, Tonolo Bugatti, Venturino qd. Pecino Amici. Lumezzane gravitò sempre su Brescia; mantenendosi indipendente della Valtrompia; dalla quadra di Mompiano passò presto a far parte della quadra di Nave della quale fu capoluogo, e infine fece quadra a sè nel 1427. Nel 1427 era dipendente dalla Repubblica veneta: "Villa e curia nostra de li Mesanis districtus nostrae civitatis Brixiae" scrive il doge Foscari nel 1427. Ma il 27 novembre dello stesso anno la Repubblica veneta concedeva a Pietro Avogadro "benemerito della Repubblica" "il luogo delle mezzane con ville, dacij et giurisditiane" in cambio del feudo di Polaveno che aveva avuto nel 1409. Da quel momento gli Avogadro ebbero sulla Valle giurisdizione civile e penale, eccetto che per i fatti di sangue e di maleficio, oltre che i più sostanziosi diritti di riscuotere dazi e tasse a non finire, avendo via libera a soprusi e violenze come a grandi atti di liberalità e generosità. Non contento dei privilegi concessi dalla Repubblica Veneta, Pietro Avogadro altri ne otteneva dalla città di Brescia che, il 13 aprile 1434, attraverso gli Anziani, esentava all'unanimità l'Avogadro e quelli di Lumezzane da ogni obbligo verso il comune, con l'ordine, inoltre, di cancellare "da qualunque filza, scritture, libri o estimi della città di Brescia i loro nomi in quanto vi apparissero». Tali nuovi privilegi venivano confermati dal Consiglio Generale nel luglio 1437. Gli Avogadro andarono allargando anche alla giurisdizione civile i loro diritti su Lumezzane. Gli Avogadro fabbricarono il loro palazzo su una piccola altura isolata fra Piatucco, Pieve e Fontana dalla quale si dominava tutto il territorio, circondandolo di una fossa in cui vennero immesse le acque della sorgente Ruonone. Attorno al palazzo gli Avogadro ebbero molti fondi coltivati compresi tra via Sevino, Caselle, la strada per Fontana e quella che da Piatucco arrivava a Pieve. La fedeltà dimostrata in più occasioni da Pietro Avogadro e dai suoi discendenti rassodò le loro posizioni e convinse Venezia a confermare più volte i privilegi feudali concessi la prima volta nel 1427. La sudditanza venne più volte ribadita, come ad esempio il 2 maggio 1471, quando i rappresentanti della comunità lumezzanese Francesco de Nember, Carlino de Prandellis, Domenico de Bogiis (Bossini) e Bertolino Gidini (Ghidini) si obbligarono a nome dei rappresentanti sudditi del feudo al pagamento annuo di lire 320 in moneta aurea o argentea, a dare 3 sparvieri all'anno al signore di Lumezzane come competenze a lui spettanti per dazio, tasse, pedaggi e ogni altro benefizio di dominio per la signoria del feudo. Rimane al feudatario l'amministrazione della giustizia a mezzo di un "Giusdicente", da lui eletto fino a lire 50 di multa con diritto a ricorso al feudatario qualora la sentenza sembri ingiusta. Il signore si riservava di eleggere un "masseruolo" (amministratore) per la "salvaguardia dei suoi diritti fiscali e la spesa del mantenimento sarà a carico dei sudditi". Presso l'Archivio Territoriale Veneto sono custoditi vari documenti, che testimoniano i rapporti intercorsi fra il feudo degli Avogadro e le superiori autorità della Serenissima, molte volte chiamate in causa per dirimere questioni sorte fra i rettori di Brescia e i feudatari lumezzanesi specialmente dopo la morte di Pietro Avogadro avvenuta verso il 1473. A Pietro Avogadro successe nel feudo lumezzanese il figlio Luigi, e poi Angelo. La fedeltà a Venezia degli Avogadro interrotta solo per brevissimo tempo nel 1509, venne abbondantemente premiata dalla Serenissima. Costò anche gravissimi sacrifici di persone come accadde nel 1512 quando Luigi Avogadro, venne dato in pasto ai cani da Gastone Foix e i figli Pietro e Francesco ebbero la testa "mazzata" e si salvò solo il figlio dodicenne Antonio Mario. I discendenti ebbero anche il titolo di conti di Lumezzane. In più nel 1555 la valle di Lumezzane venne separata dalla città e distretto di Brescia e su richiesta degli Avogadro, dichiarata esente da tasse e tributi. Più volte il governo Veneto intervenne nella vertenza tra Brescia e i conti Avogadro per la giurisdizione criminale su Lumezzane. Per la stessa ragione il 23 ottobre 1555 interveniva il Doge che limitava molto la giurisdizione specie nelle cause criminali. L'esistenza del feudo non salvò i lumezzanesi da imposte straordinarie (1516) e dalla fornitura di uomini alla repubblica nelle ordinanze e cernide. Così, ad esempio, nel luglio del 1530 Lumezzane contribuì con 14 archibuseri. Esentato dapprima nelle cause criminali dai giudici del maleficio, nel 1555 vennero ad essi sottoposte le cause riguardanti crimini di sangue. A volte, come nel 1585, gli Avogadro ottennero l'esenzione dai nuovi dazi di bollo sui "panni bassi". Nessuna esenzione invece gli Avogadro e i Lumezzanesi ottennero in occasione delle guerre contro il Turco sulla fine del '500. Al comune di Lumezzane toccò di sostenere rivendicazioni per i confini con Sarezzo (8 luglio 1468, 13 ottobre 1520, 24 sett. 1525, 27 febbr. 1527, ecc.) Più tardi, specie dal 1542 al 1545 insorse una lite fra Lumezzane e la Comunità della Valtrompia per il mancato pagamento da parte dei Lumezzanesi di una tassa che ritenevano di non dover pagare. Firmano Bossini, Bartoli, Becchetti, Frassi, Lechi, Grotti, Bologni, Polotti, sindaci di Lumezzane. Dalla seconda metà del sec. XVI Lumezzane passò a far parte della Comunità di Valtrompia, alla cui assemblea i due comuni di Pieve e di S. Apollonio inviavano un rappresentante o "audadore". Nonostante ciò, ha sottolineato Lino Lucchini, dalla creazione del feudo e per secoli, Lumezzane divenne un'isola senza veri contatti e legami con la città di Brescia nè con la Comunità della Valtrompia, perchè dominio del padrone-feudatario. Brescia e la comunità si interessarono della valle di tempo in tempo solo per reclamare davanti all'autorità giudiziaria il diritto di esazionedi «gravezze» varie, cioè di imposte e tasse. Lumezzane non potè darsi statuti propri, fu in balia dei feudatari e soprattutto della loro "grande corte per lo più di gente disonesta". Gli Avogadro reclutavano servitori e bravi in notevole numero, pretendevano prestazioni gratuite per le loro fabbriche, esigevano di essere riforniti di ogni ben di Dio, anche perdendo nelle vertenze non pagavano le spese e non risarcivano i danni. Solo durante il decennio 1671-1681 ebbero vigore a Lumezzane gli statuti di Brescia, mentre quelli della Valtrompia vennero disattesi. Solo nel 1681 i nuovi feudatari dettarono norme di buon governo per la comunità. Né vi furono (se non nei primissimi anni del feudo, quando commisero angherie e gravi abusi) intensi rapporti tra gli Avogadro e la comunità. I feudatari si portavano al loro palazzo (Torre) alla Pieve una volta tanto. Preferivano abitare in città ed esercitare i loro diritti attraverso funzionari, fra i quali il Vicario, il Cancelliere e notaio ed il «fante» o messo notificatore che si faceva sentire dalla gente con apposita «trombetta». Nemmeno la morte il 9 maggio 1608 del conte Roberto Avogadro e l'estinzione con lui della linea maschile aveva posto termine ai diritti feudali della famiglia. Essi vennero anzi confermati il 22 settembre 1609 alla figlia del conte Roberto, Emilia, sposata in casa Martinengo.


Nonostante l'infeudazione e la pesante presenza degli Avogadro, Lumezzane andò via via conquistandosi una sempre più ampia autonomia amministrativa con ordinamenti propri che prevedevano un Vicario dei rettori o consoli, un notaro, dei soprastanti, un massaro, dei campanari. Il Vicario o Podestà dipendeva dal Capitano Generale della Valtrompia, che aveva la propria residenza nel castello del Testaforte a Zanano o a Gardone Val Trompia. Gli abitanti della valle, maggiorenni maschi, che formavano una vicinia, eleggevano un consiglio composto di parecchi membri il quale provvedeva alla scelta dei consoli o rettori. Il Vicario o Podestà teneva la carica per brevi periodi e così pure i rettori onde evitare abusi di potere e ad essi era severamente proibito durante il periodo in cui erano in carica di accettare inviti a pranzo o regali dai componenti la vicinia. La comunità doveva un tributo annuo alla città come concorso alle spese di interesse provinciale e per la retribuzione dei pubblici ufficiali. In più doveva contribuire a seconda del numero dei «fuochi» (famiglie) anche a spese di carattere contingente e straordinario che le circostanze imponevano o per guerre o per carestie o per epidemie, ecc. Dai 15 ai 70 anni tutti i maschi dovevano accorrere alle armi o dare la loro opera ogni qualvolta il suono della campana a stormo, o del corno, o un segnale stabilito avesse dato l'ordine del «fuori! fuori!». Speciali statuti nel territorio di Lumezzane regolavano l'acquisto dei minerali, la lavorazione degli stessi e la vendita dei manufatti e lo stesso dicasi per quanto riguardava l'uso delle acque motrici e la confezione dei panni di lana. Non si sono potuti rintracciare gli statuti originali dell'epoca, ma le notizie riportate sono state desunte da documenti di comunità affini alla nostra e confinanti con le terre della vicinia Lumezzanese. Man mano l'egemonia degli Avogadro andava delineandosi, crebbe il ruolo di alcune famiglie. Importante fu quello dei Lechi, sopravvenuti, sembra a Lumezzane da Lecco (donde il nome), nel sec. XVI. Da fucinieri e negozianti assunsero via via potenza economica, trasferendosi poi a Brescia, Montirone ecc. Lo stesso si deve dire dei Negroboni che estesero la loro influenza sulla Valtrompia e anche nella pianura bresciana (Gerolanuova). I Buccelleni allargarono le loro proprietà fino all'agro romano. Nel 1667 certo Vincenzo Buccelleni faceva costruire sulla piazza di Pieve, una fontana pubblica facendovi scolpire le parole: «Per tutti a spese di me», e ciò con l'intenzione di dare una lezione al "masseruolo" degli Avogadro che non aveva voluto assentire alla richiesta da parte della Comunità. La vita a Lumezzane, nonostante lo sviluppo industriale, non fu mai molto facile. Alla dura fatica dei campi e delle officine si aggiunsero fame e malattie che non risparmiarono la popolazione del feudo di Lumezzane e negli anni 1597 - 1612 - 1620 - 1622 - 1629 - 1649 e 1701 si registrano carestie più o meno gravi e nel 1512 - 1530 - 1576 - 1629 - 1630 , 31 morbi maligni, chiamati col nome di peste e dei quali rimane il ricordo nel santello detto "Dei morti di Carù" presso il villaggio Gnutti e in quello di Faidana in località chiamata "Lazzaretto". Lì venivano gettati per essere poi bruciati con calce viva o divorati dalle fiere i morti appestati dai "nettesini o monatti". Particolarmente terribile fu la carestia che infierì nel 1629, mietendo vittime e riducendo parecchi a cadaveri ambulanti. L'anno dopo (1630) si diffuse la peste che nel giugno-luglio nella solo S. Apollonio mietè 82 vittime. Nonostante il tentativo di affrancazione dal feudo avesse visto sostanzialmente concordi le due comunità di Pieve e di S. Apollonio, a partire dal 1686, nacquero fra di esse gravi ed estenuanti contrasti circa l'autonomia ecclesiastica della seconda verso la prima. In pratica la parrocchia di S. Apollonio chiedeva di non essere più obbligata a partecipare alle funzioni del sabato santo a Pieve, di ritirare l'olio santo e il cero pasquale, e il diritto dell'arciprete di Pieve di celebrare a S. Apollonio la festa del titolare. Ciò che Pieve negava nel modo più assoluto. Seguirono ricorsi e controricorsi, al vescovo, a Venezia, con intervento degli stessi feudatari Avogadro e presto si mutarono in vere e proprie liti che sfociarono il 7 luglio 1725, festa di S. Apollonio in fatti gravissimi, quando l'arciprete di Pieve, in compagnia di alcuni sacerdoti e di molti secolari armati, scese a S. Apollonio per cantarvi messa. Alla richiesta del parroco di S. Apollonio di dimostrare i suoi diritti, l'arciprete e i suoi accompagnatori si ritirarono facendo scattare i rigori della legge. Il parroco, i sindaci, l'eremita, il sagrista ecc. non comparvero, per una serie di equivoci e di contrattempi davanti al giudice e questi deliberò sui due piedi di bandirli per sette anni dal territorio bresciano, quindici miglia oltre i confini, o a pagare una multa di 150 ducati e tre anni di Camerotto. La vicinia di S. Apollonio tentò il controricorso, ma non era ancora spirato il tempo necessario per presentarlo che undici persone di S. Apollonio, arciprete compreso, venivano colpite di bando e si eclissavano rifugiandosi nel Trentino, in Valcamonica e a Castiglione delle Stiviere; i sindaci venivano sostituiti da altri. Nuovi tentativi a Venezia di appianare la situazione fallirono, e fu giocoforza agli abitanti di S. Apollonio, in seguito a sentenza emessa il 21 agosto 1726, di rimangiarsi tutto e rimettersi ad un compromesso affidato ai conti Avogadro; fu sanzionata una transazione, siglata il 30 gennaio 1733 davanti al notaio Carlo Costantino di Brescia, secondo la quale la parrocchia e il comune di S. Apollonio "in segno di soggezione alla matrice" si impegnavano di mandare ogni anno e in perpetuo il console o il sagrestano a ritirare il sabato santo gli oli santi alla Pieve, lasciando in cambio 6 candelotti di cera e in più S. Apollonio doveva corrispondere a Pieve 1500 scudi di sette lire piccole l'uno a rimborso delle spese. Morta il 23 marzo 1670 la marchesa Emilia Avogadro, ultima erede di Pietro Avogadro, fondatore del feudo, questo venne avocato a sè dalla Repubblica Veneta che lo governò provvisoriamente attraverso un cancelliere di stato sottoponendo Lumezzane agli Statuti della città di Brescia. Da parte sua la Vicinia di Pieve riunitasi il 13 aprile nominava un consiglio speciale per "comprarsi la libertà et non più sogiacere a Signori feudatari" anche dietro un esborso di grosse somme. Analoga azione veniva decisa da S. Apollonio. Le pratiche furono lunghe ed estenuanti, nonostante l'appoggio di Brescia, ma già nel luglio 1771 le speranze incominciarono a vanificarsi. Per qualche mese continuarono le trattative fino a quando nel marzo 1681, giungeva, come fulmine a ciel sereno, la notizia che il feudo di Lumezzane veniva messo all'incanto. Le due Vicinie di Pieve e S. Apollonio nominarono nuovi incaricati per risolvere la questione in proprio favore ma mentre si compivano tutti gli sforzi in tal senso, il feudo veniva venduto per 32.677 ducati alla famiglia dei conti Francesco e Gerolamo Avogadro. Il feudo rimase un giogo pesante. Più tardi, dai fratelli Francesco e Girolamo Avogadro il feudo passò nel 1776 in eredità alla contessa Paola Fenaroli che ne ebbe conferma con ducale del 1778. Nè migliorarono le condizioni delle comunità come confermano le petizioni di soccorso avanzate dalla popolazione nel 1676, nel 1687, nel 1695, nel 1749, nel 1752, nel 1764, nel 1773. Anzi per far fronte alle gravi crisi venne dato fondo al patrimonio boschivo. Alla povertà e ai contrasti con gli Avogadro si aggiunsero, specie nel sec. XVIII, buli e bravi. Imperversò a Lumezzane un brigante di nome Giubileo. Un Battista Botti, bulo al servizio del conte Martinengo di Malonno, venne impiccato nel 1721 per aver partecipato all'uccisione di Francesco Nazaro Panserini di Cedegolo. Una banda di briganti capitanata da certo Ottaviano insediatasi nella cascina la "Porcina" terrorizzò la valle di Lumezzane. Il covo venne distrutto, dopo il sequestro di certo Bugatti, il cui padre reagì uccidendo lo stesso Ottaviano e incitando contro la banda la popolazione lumezzanese. Nel 1724 un bravo del nobile Masperoni, per una sfida uccise due bravi degli Avogadro riuscendo a portare un cesto di frutta al palazzo feudale di Lumezzane. Ma più grave ancora era la miseria che continuamente cresceva ed ogni tanto esplodeva in proteste e sommosse, al suono della campana a martello e si quietavano solo all'arrivo dei carri di grano: il 19 marzo 1764 i lumezzanesi erano in prima linea nell'incursione compiuta a Brescia per chiedere farina. Altri gravi fatti si ripeterono specialmente nel 1772 mentre relazioni di grave denuncia si riscontrano nel 1774. Di una tra le più gravi crisi dell'attività industriale parla in una relazione presentata nel luglio 1784 il capitano di Brescia Giovanni Grassi che accenna a officine chiuse e agli abitanti "esinaniti dalla fame". Parecchi erano coloro che dovevano abbandonare le loro fucine e le povere case per prendere la via dell'emigrazione. A chi restava altra via non s'apriva che quella di protestare contro l'esosità del governo veneto e più ancora degli Avogadro. Un ricordo di queste proteste l'abbiamo ancora nell'archivio di Stato a Venezia. Una relazione del capitano vice-podestà di Brescia, Antonio Savornian, attesta di una aperta rivolta scoppiata, a suon di campane a martello, nel dicembre 1793 contro il governo rapace ed inetto, il quale lascia che i sudditi muoiano di fame. Con la rivoluzione giacobina del 1797 il feudo lumezzanese finì la sua troppo lunga esistenza. Il fossato del castello venne riempito e il torrente Nona deviato verso il paese. Le mura di cinta, già in cattivo stato per l'incuria e l'avarizia degli amministratori lasciati dai feudatari, vennero demolite e di tutto il complesso, che doveva essere imponente e grandioso, rimase solo un torrione malandato adibito a servizi pubblici. Con la scomparsa del feudo non finirono la povertà e la dura fatica dei lumezzanesi. Tuttavia non mancarono anche spiragli di progresso: nel 1809 su progetto dell'ing. Carlo Donegani veniva infatti terminata la strada nuova (detta stradone) tra S. Sebastiano e S. Apollonio. Furono però spiragli brevi. La grave crisi della produzione metallurgica verificatasi dopo il 1815 indusse infatti i due comuni lumezzanesi a ricorrere a prestiti che gravarono sempre più, tanto che le imposte finirono con il pareggiare i redditi dei fondi. Nè il taglio dei boschi, grandemente immiseriti e peraltro erroneamente censiti, servì a saldare i debiti. Il solo bosco Prealba affittato a lire 14 ne dovette pagare 90 d'imposta. Ancora nell'agosto 1817 il parroco di S. Apollonio registrava la morte di due fanciulli assaliti da lupi, uno all'uccellanda Frascio e l'altro presso il santuario di S. Giorgio. Continuava la miseria e l'inquietudine sociale. In un solo processo del 1830 venivano condannate 50 donne di Lumezzane Pieve per il taglio di legna nel bosco comunale. Una vampata di patriottismo investì Lumezzane nel marzo 1849 all'annuncio dell'insurrezione di Brescia. Un buon numero di lumezzanesi con a capo il parroco di S. Apollonio, don Ercolano Bentivoglio, e con in testa la bandiera tricolore, benedetta il 23 marzo sul piazzale della chiesa di S. Sebastiano dal parroco don Arcangelo Zanetti, si mosse armato di fucili da caccia, vecchie daghe, forche, e ferri di ogni genere per unirsi agli armati di don Boifava. Si distinsero fra tutti Antonio Bertoli e Clemente Donati. Taluni caddero prigionieri. Tragica fu la fine di Bortolo Gobbi, diciannovenne, studente e tenente dell'esercito e spia del governo piemontese. Catturato fu impiccato dagli austriaci sugli spalti del castello. Nel 1850 una tremenda alluvione inghiottì intere officine strade e case. Il colera del 1855 fece solo a S. Apollonio, dall'1 luglio, 57 vittime. Ma altrettanto pesante fu la chiusura imposta nello stesso anno dal governo austriaco delle fabbriche d'armi da guerra e la riduzione della produzione di quelle da caccia. Nel 1859 lumezzanesi combatterono tra i volontari garibaldini a Virle Treponti e nelle Giudicarie. Tra essi si distinsero Giacomo Gnutti, capostipite della famiglia degli industriali, Felice Polotti di Piatucco e Battista Schiavi di Mezzaluna. Nel 1864 Lumezzane Pieve fu una delle tappe dell'impresa garibaldina organizzata a Sarnico per provocare movimenti rivoluzionari nel Veneto e nel Trentino e che, rimasta latente dal 1862, venne ripresa, nel novembre 1864, per iniziativa di Ergisto Bezzi. Proprio a Lumezzane Pieve il 13 novembre il Bezzi raccolse circa 150 giovani coi quali, attraverso Lodrino e il Monte Ario, si avviò al confine trentino. Ma una nevicata fermò l'impresa e i rivoluzionari finirono nelle braccia dei carabinieri. Nel 1866 tre lumezzanesi, Giacomo Gnutti, Felice Polotti di Piatucco, Battista Schiavi di Mezzaluna si arruolarono nelle file dei volontari garibaldini che combatterono nelle Giudicarie. I primi decenni dell'Unità furono segnati dalla grande endemica povertà ed anche da sommosse (fra cui una molto vivace nell'aprile 1881). Nel 1892 un operaio venne arrestato per propaganda anarchica.


Sulla fine dell'800 e agli inizi del '900 la vita della Valle di Lumezzane fu scossa da scioperi e disordini. Nel settembre 1897 gli operai di 17 fabbriche scioperarono per ottenere aumenti di prezzi dai negozianti. Un vasto sciopero si verificò nell'aprile 1901 mentre nello stesso 1901 e nel 1902 si verificarono disordini per il diritto accampato dai contadini di raccogliere legna e pattume in alcuni boschi, e per quello di tagliare le fronde degli alberi. Qualche segno di progresso non mancò come l'istituzione, nel 1880, delle scuole elementari a S. Sebastiano che ne era ancora priva. Politicamente Lumezzane sostenne candidati liberali democratici, specialmente Zanardelli e Quistini; ma quando nel 1909 i cattolici posero proprie candidature assieme ai liberali moderati, mentre Pieve diede di nuovo la maggioranza a Quistini, S. Apollonio votò l'on. Corniani, candidato cattolico-moderato, che ebbe poi un ruolo importante specie per l'insistenza posta sui problemi della viabilità e su questioni daziarie. Lo sviluppo industriale si andò accentuando verso la fine dell'800 e per aiutarlo vennero lanciati progetti grandiosi come quello del 1900 di una ferrovia Brescia-Trento che, attraverso una galleria sotto il passo del Cavallo, avrebbe congiunto la Valtrompia alla Valsabbia. Elemento di sviluppo fu invece l'energia elettrica portata in valle nel 1907 che segnò una vera nuova rivoluzione tecnico-economica. Nei due comuni della valle intanto venivano promosse opere nuove. Nel 1900, per acquietare gli animi delle frazioni in continuo dissidio fra loro, si decideva di erigere fra S. Apollonio e S. Sebastiano un nuovo edificio scolastico dedicato a Umberto I. Nel 1906 venivano eretti a S. Sebastiano un nuovo asilo e l'edificio scolastico; nel 1907 a Lumezzane Pieve si dava inizio alla costruzione del nuovo acquedotto e nel 1912 all'asilo infantile. La guerra italo-turca del 1911 registrò la morte di due lumezzanesi: Antonio Mori e Costanzo Salvinelli, ma anche paure per l'occupazione provocata dalla minacciata chiusura dell'Arsenale di Gardone, poi procrastinato. Lo sviluppo industriale cui aveva dato impulso l'introduzione dell'elettricità, trovava ostacoli gravi nella viabilità. Solo nel marzo 1916 il governo concedeva il sussidio per "la riforma" della strada di Lumezzane che venne completata su progetto dell'ing. E. Dabbeni e del geom. Moretti nel 1920 e poi negli anni seguenti. Nel settembre 1916 l'ufficio telegrafico veniva elevato dalla terza alla prima categoria. La guerra portò molta apprensione ai lumezzanesi per il fatto che nelle incursioni su Milano e Brescia gli aerei passavano sopra Lumezzane mentre la valle era indifesa. Portò anche problemi di esoneri con relative denunce, concordati sindacali ed altri vari problemi. La situazione politica e sindacale del dopoguerra fu abbastanza vivace. Prevalente fu ancora il movimento cattolico attraverso i circoli giovanili e operai. Sufficientemente forte fu il partito popolare, meno il partito socialista. Nemmeno molto vivaci furono i contrasti sindacali. Già nel marzo 1919 la sezione operai metallurgici, suddivisa nei tre gruppi di Pieve, S. Apollonio e S. Sebastiano, riusciva a siglare con la commissione degli industriali locali un concordato che comprendeva le 8 ore di lavoro, il sabato inglese, miglioramenti di cottimi, l'istruzione professionale ecc. L'accordo rafforzò l'organizzazione cattolica. Più controversa e accesa fu la conquistata autonomia da parte della frazione di S. Sebastiano da S. Apollonio approvata dalla Camera dei Deputati il 24 marzo 1921. Non mancarono momenti di grave tensione e le funzioni comunali incominciarono solo il 24 maggio 1924. Non mancarono pronunciamenti nazionalisti: fra i legionari a Fiume si trovarono anche i lumezzanesi Beniamino Becchetti di S. Apollonio e Giovanni Gnali di Pieve. Non si verificarono tuttavia fatti gravi di violenza. Più fortuna ebbero le organizzazioni dei reduci. Nel settembre 1921 inaugurava la propria bandiera la Sezione reduci di S. Apollonio, il 20 aprile 1922 veniva benedetto il monumento ai caduti di Lumezzane Pieve; nel giugno 1923 sempre a Pieve veniva inaugurato il Parco della Rimembranza. Più tardi il 17 ottobre 1926 verrà inaugurato il gagliardetto degli alpini di S. Sebastiano e il 28 aprile 1935 quello degli artiglieri. Il fascismo presente a Lumezzane con Alfredo Bossini e i Fratelli Gnutti fin dal 1920, si sviluppò nel 1922 e si affermò con un certo vigore nel 1923. Il 21 maggio di tale anno fu inaugurato il gagliardetto del fascio. Ma subito sopravvenne la crisi, superata nell'ottobre dello stesso anno con la nomina del nuovo direttorio e con un appello alla popolazione. Non mancarono nemmeno duri scontri come quello verificatosi il 27 gennaio 1924 fra un "sovversivo" e due fascisti, finito a colpi di pistola. Il fascismo ne approfittò il 10 febbraio per rafforzarsi con la presenza di Augusto Turati e di fascisti valtrumplini. In sostanza, come riconoscevano gli stessi organi di stampa fascisti, Lumezzane rimase per anni una roccaforte del Partito Popolare. Ai più influenti esponenti del P.P.I., fra cui in prima fila l'on. Salvadori, venivano riconosciute le più importanti realizzazioni, fra cui la costituzione del nuovo comune di S. Sebastiano. Scontri tra fascisti ed antifascisti ebbero luogo solo nel dicembre 1924 e nel gennaio 1925. Il 15 giugno 1925 l'on. Carlo Bonardi inaugurò a Lumezzane S. Sebastiano la sede del fascio e il 17 luglio dello stesso anno il gagliardetto del fascio di S. Apollonio. In seguito i contrasti si ridussero tra fascisti e cattolici e nel novembre 1926, come nel novembre 1927, oltre che nel maggio 1931 saranno il circolo giovanile di S. Sebastiano e gli oratori ad essere presi di mira. Sciolti e ricostituiti, resistettero e continuarono la loro opera. Le polemiche politiche erano però solo marginali all'intensa vita economico sociale dei centri lumezzanesi. I gravi danni di una tremenda alluvione abbattutasi sulla Valgobbia il 2 luglio 1925 vennero subito riparati. Nel 1926 erano compiute opere di miglioramento della strada della valle con il sostegno dell'amministrazione provinciale che il 12 gennaio 1927 deliberava lavori di radicale trasformazione viaria. La valle andava sempre più unificandosi sotto il profilo amministrativo dopo polemiche e contrasti, con R.D. del 4 dicembre 1927 (n. 2533), in un unico comune e con le borgate e frazioni denominato Lumezzane, affidato interinalmente al commissario prefettizio dott. Luigi Giannitrapani. Il 7 gennaio 1928 veniva inaugurata la nuova sede municipale posta in S. Sebastiano, come più centrale. L'unificazione non centralizzò tuttavia i servizi più essenziali. Il 28 ottobre 1928 era infatti inaugurato il cimitero di S. Sebastiano progettato dal geom. Guido Parenti di Brescia e costruito dalla ditta Mai e C. Nel 1931 veniva dato il via su progetto dell'ing. Dabbeni ad un nuovo tronco stradale da Mezzaluna a S. Sebastiano, inagurato nel novembre 1932. Per la costruzione di strade e altre opere il comune aveva contratto nel 1933 con la banca di S. Filastrio di Tavernole un debito di 700 mila lire; con la soppressione della stessa, il comune di Lumezzane ricorse a quella di Temù che vendette le obbligazioni della Venezia e della Rendita italiana al 2,50 per cento, dando in prestito a Lumezzane un milione per 35 anni all'interesse del 6,50 per cento. Ciò permise la costruzione di tre nuovi edifici scolastici, di lavatoi, di fogne, di acquedotti e la realizzazione nel 1935 della strada Piatucco - S. Sebastiano, oltre che l'avvio della costruzione di case popolari. Tra i numerosi lumezzanesi che parteciparono alla campagna etiopica 1923 - 1936 si distinsero Virgilio Ghidini, caduto all'Amba Aradam, e al quale venne conferita la medaglia d'argento. Nel 1937 veniva realizzato il tronco stradale Crocevia Lumezzanese - Mezzaluna. Seguiva l'erezione di un nuovo edificio municipale, la pavimentazione di strade comunali ecc. Il 21 aprile 1939 si aggiungeva l'inaugurazione del ricovero vecchi e di una scuola di avviamento professionale industriale dedicato a C. Ciano, che nell'agosto 1940 ebbe il riconoscimento ufficiale e raccolse in partenza più di 150 allievi. L'impresa più grandiosa fu nel 1939 - 1940 la costruzione, da parte della famiglia Gnutti (Battista, Basilio, Giacomo, Luigi e Umberto) tra Ravinaglio e la Santella di Piatucco, di un intero villaggio dedicato a Serafino Gnutti, composto di 22 fabbricati e da 205 vani utili, compresi la chiesa, servizi sociali ecc. A Serafino Gnutti veniva il 27 ottobre 1940 dedicato un monumento opera dello scultore Claudio Botta. Nel 1941 vennero gettate le fondamenta della casa del fascio; nello stesso tempo, su disegno dell'ing. Zani, era completata e inaugurata il 20 gennaio 1941 la "Casa dell'Operaio" un grande fabbricato capace di 35 letti con un refettorio, costruita su iniziativa della ditta Carlo Gnutti, delle armerie Gnutti, della società Polotti e della ditta Saleri. Fin dal 1941 lungo il "sentiero delle capre" è progettata una strada per congiungere Lumezzane alla Valsabbia, progetto dell'ing. Camillo Traversa, attraverso Mosniga, il Valico del Cavallo, i Campi Boni, il dosso S. Pietro, ecc., realizzata tuttavia a decenni di distanza. Realizzata subito invece è la cappella alla Madonna degli Alpini dipinta da Giuseppe Mozzoni inaugurata nell'ottobre 1942. La guerra mondiale stava richiedendo il sacrificio di parecchi lumezzanesi fra cui il ten. Serafino Gnutti, medaglia d'oro, comandante di un plotone d'assalto alpino caduto in Albania il 21 gennaio 1941. La Resistenza sfiorò Lumezzane ma lasciò profonde ferite. I primi echi della guerra civile giunsero a Lumezzane nel novembre 1943 quando al Crocevia fu trucidato il saretino Luigi Gatta. Poco dopo a Lumezzane venne sistemato, in un buon albergo, un campo di concentramento che Mussolini chiamò degli "aristocratici" e nel quale furono rinchiusi l'ex segretario del P.N.F. Achille Starace, Giancarlo Matteo e una trentina di fascisti. Tredici lumezzanesi caddero sotto i colpi dei nazifascisti o in campo di concentramento. Fra questi si ricorda Tranquillo Bianchi, sorpreso mentre portava viveri e medicinali ad un gruppo partigiano a Gabbiole di Agnosine, seviziato e fucilato il 14 maggio 1944. A Lumezzane, oltre Mezzaluna, al bivio dei morti di Carone, il 10 gennaio 1945, venne ucciso dopo sevizie Giuseppe Verginella, "Alberti" comandante della CXXII Brigata Garibaldi. La liberazione stessa venne funestata dall'eccidio da parte di partigiani di un nutrito gruppo di fascisti e di presunti tali. A ricordare la Resistenza il 26 aprile 1970 verrà inaugurato un monumento opera di Vittorio Piotti. La ricostruzione fu a Lumezzane rapida ed intensa. Si provvidero subito nuovi acquedotti alla frazione di Pieve e di S. Sebastiano, si costruirono fognature, vennero ampliati i cimiteri, migliorati gli edifici scolastici e approntati campi sportivi. Nel 1957 veniva costruito un nuovo monumento ai caduti opera di Angelo Righetti e Mario Moretti. La sede municipale veniva arricchita nel 1958 da sculture di Claudio Botta. Enorme fu poi lo sviluppo che prese Lumezzane dagli anni Cinquanta in seguito al boom industriale che durò dal 1951 fino al 1971 e al quadruplicarsi nel giro di 20 anni dal 1955 al 1976 della popolazione. Sempre più intenso fu il richiamo di manodopera forestiera meridionale così che da 8-9 mila nel 1955 gli abitanti salirono a circa trentamila nel 1976. Desiderata da decenni, esattamente dal 1941, sembrò concretarsi la proposta di una strada congiungente la Valtrompia e la Valsabbia attraverso il Passo del Cavallo. La proposta della strada venne ripresa nel 1949. La progettazione si concretizzò nel 1958 ma la realizzazione ebbe l'avvio soltanto nel 1971 e il completamento nel 1977 quando il 12 agosto di tale anno venne inaugurata. Strade secondarie ma importanti vennero costruite spesso da privati, riuniti anche in consorzio in tutta la zona. Nacquero le strade della Casina Cucinì (fino a 1300 m. realizzata dai Gnali Cucini nel 1971), quelle delle Poffe, della Rava, del roccolo di Casarole (realizzata da Graziadio Prandelli) ecc. Nel 1979 veniva costruita una nuova strada della Ruca. Altre vennero allargate. Nessuna realizzazione ebbe invece l'idea più volte ripresa di congiungere Lumezzane con un tunnel aperto sotto il monte Poffe con Bovezzo e Brescia. Intensissimo lo sviluppo edilizio. Dal 1945 al 1979 a Lumezzane sono stati costruiti 323 appartamenti: una media di quasi dieci l'anno. Dal 1980 al 1985, nel quiquennio 429, prevalentemente nell'ambito del settore pubblico dell'edilizia popolare: una media di 85 l'anno. Ogni anno cioè si è costruito otto volte di più che nel precedente periodo '45-'79 e ciò nonostante nel 1985 venisse individuata la necessità di altri ben 3 mila vani. Non rallentò minimamente questo progresso il gravissimo nubifragio che si abbattè nella valle il 13 luglio 1981. La cittadina andò, anzi, sempre più abbellendosi ed attrezzandosi di servizi. Nel 1960 - 1961 venne infatti edificata su progetto dell'ing. Alessandro A. Abba la nuova sede del Municipio e nel 1962 era definitivamente aperto il grande piazzale Roma. Nel 1979 venivano realizzati i giardini di via Repubblica e quelli del Cimitero; un parco di 40 mila metri si cominciò a realizzare nella valle della Brignasca. Ad un piano regolatore varato nel 1945 se ne aggiunse uno nuovo nel 1986. Tra le ultime strutture di supporto all'economia, ha aperto i suoi battenti accanto a locande e trattorie, l'albergo "Letizia", il primo della zona.


PIEVE: ecclesiasticamente il territorio lumezzanese potrebbe essere appartenuto dapprima alla vasta pieve di Concesio, cui successe poi una pieve autonoma che per la ristrettezza del proprio territorio venne chiamata plebicula, cioè piccola pieve. P. Guerrini sospetta che abbia avuto la sua prima sede a S. Sebastiano, un tempo chiamata Piubegio (nome appunto che deriverebbe da plebicula). L'ipotesi non esclude che la pieve abbia avuto un fonte battesimale dando con ciò il titolo di S. Giovanni il Battista alla chiesa. Distrutta per frana o altro disastro l'abitato di Piubego, la chiesa sarebbe stata trasferita all'abitato che prese il nome di Pieve. Fu intorno alla Pieve che nacque una forte ed operosa borgata ramificatasi poi in diverse frazioni, che andò acquistando sempre più le caratteristiche di centro della Valle, titolo che conservò per lunghi secoli. Nel 1565 all'epoca della visita del vescovo Bollani le anime sono 1200 di cui 550 da comunione. Si tratta perciò di una comunità discreta per i tempi, con una sua ossatura precisa. Migliorata è la vita religiosa non solo per la presenza della confraternita del S.S. Sacramento ma perchè è ancor più aumentato il numero degli ammessi alla comunione. Sono ora 900 rispetto a 1270 anime. Indice di una crescita religiosa è data anche dalla nascita registrata nel 1602 della Compagnia di S. Nicola Tolentino. Si tratta, nonostante quanto scrive il Guerrini, che la indica come emanazione di quella in S. Barnaba a Brescia, di una filiazione di quella analoga di Sarezzo. Un confratello di questa l'ha trapiantata a Lumezzane, reclutando sedici adepti che si raccolgono la prima volta la domenica della S.S. Trinità nella casa o meglio nella colombara di Francesco Bucelleni ma l'anno seguente intraprende la costruzione di una propria chiesa terminata nel 1630, la adorna di un bellissimo altare (oggi nella chiesa di Piatucco) ed una bella soasa (ora nella chiesa parrocchiale), mentre è andata smarrita la pala. La chiesa comunemente detta la disciplina venne trasformata nel 1937 in aule di catechismo e in seguito in abitazioni private. Venne incrementata la devozione alla Madonna del Rosario, alla quale verrà dedicato un altare sostituendo quello di S. Antonio nella parrocchiale e una confraternita. Per iniziativa dell'oratoriano p. Giovanni Giacomo Bolognini, è eretta, in frazione Piatucco, una chiesa (la prima nel Bresciano) dedicata a S. Filippo Neri. Devastatrice fu probabilmente la peste del 1630 se nel 1652 gli abitanti erano 930 (400 in età da comunione). Il numero degli abitanti risalirà nella seconda metà del sec. XVII: nel 1657 sono 1000 (di cui 600 da comunione) nel 1668, 1200 (di cui 700 da comunione) e nel 1674, 1370 di cui 1000 da comunione. In una iscrizione del 1727, registrata da Marco Cominazzi come esistente nella sagrestia di Lumezzane Pieve, si attesta di un legato del "molto illustre signor Pietro Lechi q. sig. Faustino" per due uffici "in perpetuo, per i defunti della famiglia con la clausola che venisse posta la lapide stessa "per la di lui benemerenza con questa comunità non mai abbastanza riconosciuta in defendere e mantener le ragioni di questa chiesa matrice sopra la figliale di S. Apollonio". L'800 segnò momenti difficili nella vita parrocchiale per frequenti emigrazioni e immigrazioni. Il parroco Sperandio Bianchi intensificò l'attività pastorale non solo per l'aspetto religioso ma anche sociale. Nel 1872 per iniziativa del gesuita Rampinelli veniva costituito l'oratorio femminile; quasi contemporaneamente la compagnia di S. Angela. Nasceva nel 1910 il circolo S. Giovanni B. della società Cattolica Operaia di M.S. di Valtrompia; nel gennaio 1885 ne è costituito il comitato parrocchiale. La vita parrocchiale divenne più difficile agli inizi del '900 con l'intensificarsi della industrializzazione. Gravi problemi si posero all'arciprete don Tomaso Tomasoni, quasi costretto a lasciare la parrocchia nel 1907 dopo soli due anni di parrocchiato. Con il suo successore don Cavallaro si ebbe un deciso risveglio organizzativo. Nell'agosto 1908 venne fondato con sede a Piatucco il Circolo operaio cattolico con ritrovo, presenti don Eloni, Alessandro Bonincontro di Gardone V.T. e altri dirigenti del movimento cattolico valtrumplini. Carlo Zani lavorava già in Valtrompia con il Bonincontro. Il merito dell'iniziativa andava particolarmente al curato don Giuseppe Locatelli e al presidente Lodovico Zanetti. In pochi anni il circolo da 30 soci saliva a 286. Il 5 giugno 1920 si inaugurava la bandiera del ritrovo giovanile S. Giovanni Battista che divenne un centro di propulsione del movimento cattolico lumezzanese. Conferenze e incontri prepararono grazie all'attività di don Sgritta, la nascita di un sindacato metallurgico con l'ambizione di proporsi come base di una organizzazione di categoria nazionale. Dal ritrovo, nel dopoguerra, nacque il circolo dei giovani cattolici inaugurato il 21 agosto 1921. Seguiva il 15 febbraio 1922 la fondazione della Congregazione del terz'Ordine con un centinaio di iscritti. Decaduta, venne riattivata il 14 novembre 1937. Il 14 febbraio 1926, per merito dell'oblato p. Zubiani, iniziava la sua attività la casa delle suore Canossiane. La vita parrocchiale si intensificò ancor più con il parroco don Francesco Venosta che provvide al rifacimento della canonica, ormai fatiscente, del vecchio edificio dell'asilo infantile (di cui fu animatore Battista Rossetti), alla sistemazione delle aule di catechismo nella vecchia disciplina; realizzato, nel 1934, il campo sportivo, creata una sede per i giovani di Azione Cattolica, edificato su progetto dell'ing. Vittorio Montini nel 1949, il cinema teatro Lux, ampliato nel 1950 il Cimitero. Nulla si sa della prima chiesa, di quella che probabilmente si trovarono resti addossati a ridosso e a mezzogiorno dell'attuale parrocchia e mostrano un edificio gotico, con facciata a capanna. Forse fu costruita nel sec. XIV, su altra precedente come indicano i frammenti di affreschi rinvenuti nelle recenti opere di restauro. Più tardi venne arricchita di ex voto affrescati, di cui restano quelli raffiguranti S. Erasmo e S. Veronica datati 1522. La prima notizia della chiesa di S. Maria è del 1410 e si legge nel catalogo capitolare che: «la chiesa di S. Maria in Lumezzane del valore di XXIII libbre, ha due benefici di libbre I e soldi 8 ciascuno». A un secolo di distanza negli atti del notaio Tadeo Ceroni accanto alla Pieve è già nominata la chiesa di S. Apollonio. Nel 1565 la chiesa è consacrata ed ha tre altari: quello maggiore dedicato a S. Giovanni Battista e i laterali dedicati ai S.S. Antonio ab. e S. Rocco. L'ordine del visitatore è che si alzi la volta del presbiterio e si ampi la chiesa. In effetti ciò avviene nel 1570 e il progetto viene affidato all'architetto della città, Lodovico Beretta. Nell'opera di ricostruzione si impegnano per una parte il rettore, per un'altra il comune e per una terza la popolazione. Di recente costruzione la dice il visitatore mons. Pilati nel 1573 mentre rileva che l'altare maggiore è consacrato. La popolazione è scesa a 1100 anime, ma sono salite a 600 quelle in età di comunione. Due anni dopo viene eseguito un "designamentum" dei confini e dei beni parrocchiali. S. Carlo nel 1580 ordina che il presbiterio sia ornato di pitture decenti e che sia sistemato in modo decoroso il cimitero. Per la prima volta si accenna alla chiesa di S. Bernardo, che il visitatore ordina sia ultimata entro sei mesi o altrimenti venga demolita. Più precisa è la descrizione della chiesa che ne fa il vescovo Dolfin nella sua visita pastorale del 23 giugno 1582. Egli la dice rivolta ad oriente, con il tetto a vista. A mezzogiorno, una navatella (probabilmente la chiesetta primitiva incorporata nella nuova) non comprendeva tutto il lato ma solo la parte che si trovava verso la cappella maggiore. Il vescovo ordinava di chiuderla con un muro e di usarla per cimitero, trasferendovi tombe che erano nella chiesa. Vi erano tre altari laterali: quello della confraternita del Corpus Domini, quello di S. Rocco, per nulla dignitoso e a metà navata quello di S. Antonio. Il vescovo ordina di trasferirlo a quello di S. Rocco. La chiesa venne consacrata dal vescovo Marino Giorgi il 13 luglio 1625. Dal 1672 al 1680 verrà costruito l'altare per riporvi il corpo di S. Crescenzo donato nel 1653 dal cappuccino Marino. Nel 1682 verrà eretta una nuova sagrestia. Nel 1684 si decide che un altro altare "stando che si vede che molte febri mortali si vanno dilatando con la morte di molti" venga dedicato a S. Pietro martire. Verrà ultimato nel 1691. Nello stesso anno si edifica il campanile che viene terminato l'anno seguente. E subito il 26 aprile 1693 il consiglio comunale decide di ingrandire la chiesa. Il proposito riconfermato dallo stesso consiglio il 6 giugno 1694, viene realizzato nello stesso anno e completato verso il 1700. La chiesa viene di nuovo abbellita sia nell'altare maggiore che in tutto il complesso anche con vetrate nuove. La spesa è enorme e per farvi fronte vengono messi all'incanto le legna dei boschi di Val di Soldo, di Gambali e di altre località. La chiesa è arricchita anche di paramenti e di argenterie (reliquiari, teche ecc). La chiesa si trova arricchita di altari e soase di marmo e di altre opere fra cui, sull'altare di destra, la grandiosa soasa di Carlo Dossena che incornicia una bella deposizione di Paolo da Cailina; una tela raffigurante il Battesimo di Gesù attribuita a Francesco Giugno. L'organo, a due tastiere, posto in opera nel 1899 dalla ditta Porro Diego e C., in sostituzione di uno precedente opera di don Cesare Bolognini, è stato rimesso a nuovo nel 1980. L'orologio della torre merlata esisteva già nel sec. XVII. Nel 1855 vennero rifuse le cinque campane da Giorgio Pruneri di Bergamo. Quando, il 6 settembre 1943, verranno requisite dal Governo, saranno strenuamente difese dalla popolazione. La resistenza alla requisizione portò in prigione 24 persone sotto l'accusa di sollevazione contro lo Stato e rinchiuse a Canton Mombello. Il sopraggiungere due giorni dopo dell'armistizio permise loro di squagliarsela. Nuovi restauri vengono compiuti nel 1861 con l'aggiunta di nuovi altari e viene riconsacrata dal vescovo Verzeri il 3 ottobre 1868; l'anniversario veniva celebrato la IV domenica di ottobre. Nel 1908 viene acquistata una nuova statua di S. Giovanni Battista, benedetta il 12 luglio; nel 1911 Clemente Rivetta di Rovato esegue un nuovo magnifico apparato dei tridui; nel 1914 è rifatto il pavimento, nel 1934 sono rinnovati i mobili della sagrestia e due confessionali. Le opere maggiori vengono compiute a partire dal 1978 con il nuovo parroco don Franco Turla. Si ricuperano affreschi del '500 e numerosi quadri (1970), viene restaurato l'organo (1979) la soasa dell'altare maggiore ecc. Singolare la costruzione che sta a meridione della chiesa parrocchiale e che viene ritenuta da qualcuno una chiesa battesimale. Recenti e più scrupolose ricerche di don Franco Turla hanno permesso di precisare che l'edificio fu costruito nei primi decenni del sec. XVIII; per iniziativa della Veneranda Scuola del Corpus Domini per farne il proprio cimitero. Costruttori furono Giacomo Somalvigo e i suoi figli Stefano e Giovanni Battista che lo completarono probabilmente nel 1747 come indica la data segnata nell'estradosso della cupola che sormonta l'aula principale. Vi venne posta una pala raffigurante la Risurrezione finale, sulla quale ne venne incollata un'altra con l'Addolorata quando l'ambiente fu trasformato in oratorio femminile. Opere di consolidamento vennero compiute tra il 1891 e il 1893 dalla ditta Giuseppe Perotti. Di forma ottagonale (e ciò ha fatto fantasticare che si trattasse di un battistero), massiccio, l'edificio è costituito da due parti ben distinte ma comunicanti tra loro. Nell'ambiente sotterraneo si contano sei cellette; in quello superiore, un'ampia aula con cupola a spicchi, decorata con stucchi e medaglioni affrescati con al centro la Risurrezione di Gesù C. e ai lati la risurrezione della figlia di Giairo, del figlio della vedova di Naim e di Lazzaro. Sulla parete occidentale è stata raffigurata la strage degli innocenti e su quella occidentale la decollazione di Giovanni il Battista. Sulla parete di fondo stava la pala con la risurrezione finale, poi coperta da altra raffigurante la B.V. Addolorata, oggi ambedue in canonica e sostituite da una tela con la Resurrezione di Gesù qui trasportata da una santella demolita. A cura dell'arciprete don Franco Turla, dal 1978 al 1982 l'ambiente è stato radicalmente restaurato a cura di Silvio Meisso, mentre la ditta Delle Donne di Gazzolo ha posto in opera un nuovo pavimento e la ditta "Cibo" di Verona le vetrate. Così restaurato l'edificio è stato destinato, ora legittimamente, a fonte battesimale. Alto su uno sperone che è l'ultimo contrafforte di un breve altopiano ricco di prati e alberi, sorge il santuario romitorio di S. Bernardo, oggi raggiungibile attraverso una comoda strada. È stato affermato che documenti d'archivio ne fisserebbero l'erezione al 1370, ma non abbiano potuto sapere dove siano conservati tali documenti. Sappiamo invece di certo che la chiesa campestre di S. Bernardo, senza beni nè obblighi, è citata negli atti della visita di mons. Cristoforo Pilati (30 agosto 1573), nei quali si ordina che venga coperta, munita di porte di legno provviste di catenacci e chiavi; ed inoltre che venga tenuta chiusa "et nitida", nè, frattanto, vi si celebri neppure il giorno della festa del santo. Il visitatore annotava che l'oratorio non aveva né beni, nè obblighi e che vi si celebrava la festa del santo. Ma la scoperta nel giugno 1985 di un affresco della fine del '400 o inizi del '500 raffigurante la Madonna col Bambino con ai lati S. Rocco e S. Bernardo d'Aosta, fa pensare ad una preesistente santella, poi trasformata in chiesa. Gli atti della visita di S. Carlo (1580) registrano gli ordini che non vi si celebri fino a quando non venga finito quanto manca alle pareti, al pavimento e al tetto. Il parroco provveda affinchè venga tenuta chiusa il meglio possibile e se entro sei mesi i lavori non fossero stati portati a termine, venga demolita. Il vescovo Marino Giorgi il 6 aprile 1606 annota che la chiesa è governata da un eremita, ma anche che S. Bernardo è venerato con S. Pantaleone nella stessa parrocchiale di Lumezzane Pieve. Un eremita è presente durante il '700. La devozione a S. Bernardo è confermata dalla fitta folla che vi sale ogni anno, nella festa del santo, uguagliata soltanto dalla contemporanea e tradizionale sagra dei "moléte". Fino a pochi anni fa Lumezzane Pieve si svuotava per salire sul monte, mentre molti altri venivano da S. Sebastiano, S. Apollonio ecc. Nel 1933 Mino Pezzi scriveva di «pellegrini provenienti da tutte le frazioni di Lumezzane, dai passi della media valle Trompia e perfino da Brescia...» Negli anni Sessanta alla festa si calcolava la presenza di circa cinque mila persone. Al santuario si sale per una specie di scaletta e subito si è sotto il pronao, molto rustico, che s'appoggia alla facciata. Questa è a forma di capanna, con una porta e due finestrelle ai lati. L'interno è a una sola navata, in due campate, con tetto a vista. Più basso e più stretto il presbiterio, nel quale campeggia una pala che raffigura la Madonna e S. Bernardo e che venne ridipinta. L'ancona lignea dell'altare, pur dipinta inopinatamente con porporina, conserva un'interessantissima predella raffigurante gli Apostoli, di buona fattura e che necessiterebbe di un restauro dato che la pellicola pittorica è screpolata. Nel 1984-1985 gli alpini lumezzanesi lavorarono per mesi al restauro del santuario, grazie anche alla messa a disposizione di materiali necessari da parte dell'amministrazione comunale. Sono scomparse le statue di S. Bernardo e della Pietà. Niente di particolare contraddistingue il santuario, che pure conserva una sua suggestione. Accanto sorge un piccolo romitorio con pochi locali, ma dal quale lo sguardo spazia verso il cielo e verso i monti. Poco distante, ai margini dell'ampia e verde conca, stanno la malga pur detta di S. Bernardo, ricostruita nel 1951 su progetto del geom. Marniga, per conto dell'Eca. Eretta tra il 1603 e il 1630 per iniziativa della Compagnia di S. Nicola da Tolentino, fondata la domenica della SS. Trinità del 1602 in casa di Francesco Buccelleni "nella sua colombera" sull'esempio di quella di Sarezzo, grazie alla propaganda di un confratello di questo paese. I disciplini recitavano l'officio della Madonna. La chiesa nel 1646 aveva ancora un solo altare e vi si celebrava per devozione. Il vescovo B. Gradenigo, nella visita pastorale del 17 maggio 1684, ordinava che venisse "purgata la fossa che girava intorno alla chiesa per evitare che, riempiendosi di acqua in occasione di una qualche pioggia, provocasse umidità". Singolare anche il fatto che il vescovo ricorresse ad un apposito decreto perchè la confraternita di S. Nicola riammettesse, sotto pena d'interdetto, Lodovico Botti, escluso da essa senza legittima causa. Gli atti della visita pastorale del 1735 annotano che il santuario era mantenuto con elemosine. Nel 1838 serviva, la domenica mattina, come sede alla Confraternita del SS. Sacramento e nel pomeriggio per la dottrina delle donne e la sera per l'oratorio dei fanciulli. Si celebravano inoltre alcune messe solenni. Il parroco nella sua relazione del 1868 scriveva: "Questi parrocchiani in occasione del colera dell'anno 1855 hanno emesso voto per anni 30, cioè quelli della contrada di Sonico ad onor di S. Nicola da T. e lo osservano fedelmente col farne la solennità e coll'astenersi in tal festa dai giuochi. E quelli delle due contrade di Montagnone e Mosniga di far gran festa come fosse di precetto quel giorno di S. Rocco". La chiesa fu adornata di una bella soasa di pregevole fattura, opera di G.B. Montanino (1631) e poi indorata da Pietro Chiodo di Brescia (1642), ora sistemata nella chiesa parrocchiale di Lumezzane Pieve, mentre l'altare si trova nella cappella dell'oratorio maschile di Piatucco. La chiesetta divenuta disciplina nel 1937 fu trasformata in aule di catechismo e poi in abitazioni private. S. Filippo Neri di Piatucco venne eretta nel 1644 da don M. Antonio Bolognini della Congregazione dell'Oratorio di Brescia. La sua immagine è raffigurata sulla porta maggiore della chiesetta. Nel 1646 appena eretta, aveva un unico altare e vi si celebrava per devozione. I visitatori lungo il '600 e il '700 lo trovavano in perfetto ordine. Il vescovo Marino Giorgi visitando Lumezzane il 7 settembre 1674 lo definisce "eleganter constructum" anche se indica come promotore della costruzione don Giovanni Giacomo Bolognini e non p. M. Antonio. Mancava di sagrestia ma, annota il visitatore, la chiesetta possedeva "bellissima sacra suppellettile" intessuta d'oro. Nel 1735 aveva una entrata di 200 lire. Nel 1838 vi si celebravano due messe la settimana. Nel 1956 la chiesa venne restaurata. Nella chiesa esiste un organo ad una tastiera costruito nel 1864 da Giuseppe Zamboni, restaurato da Giorgio Codini nel 1911 e nel 1956 dal Maccarinelli.


Singolare per la dedica è la chiesetta del Dosso di Lumezzane Pieve. Infatti è forse l'unica, nel bresciano, che ricordi un santo servita, S. Pellegrino Laziosi (Forlì, 1265 circa - 1345 circa), venerato soprattutto per ottenere protezione contro le piaghe e anche contro il cancro. Semplice e piccola, la chiesetta venne costruita verso la metà del sec. XVIII. Probabilmente, la sua erezione venne promossa da un sacerdote del luogo, don Faustino Bertelli, che, con testamento del 27 marzo 1790, lasciava beni per l'istituzione di una cappellania al Dosso, con un onere di celebrarvi tre messe settimanali. Il fatto che la tela che sta sull'altare sia datata 1768 e firmata dal pittore Antonio Dusi (1725-1776), fa pensare che la costruzione della chiesa risalga pressapoco a quegli anni. Il lascito Bertelli servì anche alla costruzione della casa del cappellano edificata nel 1790-1794. La devozione che circonda questo santuarietto è ancora testimoniata dai sette ex voto che l'adornano, gli unici rimasti di molti altri. Restaurata nel 1980 per iniziativa dell'arciprete don Turla, che ha provveduto al rifacimento del tetto e degli intonaci, al restauro della pregevole pala e ad arricchirla dell'altare che si trovava nel cosiddetto battistero a fianco della chiesa parrocchiale. La chiesa servì alla limitata popolazione del Dosso, mentre il cappellano ebbe anche l'incarico di gestire la scuola del paese fino al 1887, quando la libertà di insegnamento venne definitivamente abolita.


Prima a staccarsi dalla chiesa di S. Giovanni il Battista di Lumezzane Pieve, è stata la frazione di Gazzolo, nome che significa gazzo, bosco o meno verosimilmente "Gardun" o "Vadim"con il significato di luogo di transito in quanto era alle porte della Valgobbia attraverso una stradicciola che ancora esiste e che arrivava alla Pieve. Qui già esisteva una cappellina o santella dedicata alla Madonna della Neve. Nel 1684 come testimonia un testamento, era già vivo il proposito di costruire una vera chiesa dedicata a S. Antonio realizzata agli inizi del '700 e terminata appena nel 1710 quando Antonio Paglia firmava la pala dell'altare maggiore. Il 19 luglio 1711 la vicinia di Gazzolo decideva di chiedere "un religioso esemplare di ottimi costumi" che la officiasse. Venne affidata a cappellani che dal 1790 vi tenevano anche scuola elementare. Nel 1957 la chiesa era eretta in parrocchia ed affidata ai Frati Minori Conventuali grazie al lascito di p. Antonio Bolognini. La cappella della Madonna della neve venne abbandonata fino a quando nel 1866 venne restaurata e il 4 febbraio 1867 benedetta e riaperta al culto con commoventi cerimonie registrate in una sua memoria dall'arciprete don Luigi Lupi, in cui testimonia anche la preservazione dal colera diffusosi nell'agosto dello stesso anno e l'ottenimento della pioggia dopo lunga siccità. Rimasto per secoli un piccolo agglomerato di case, la frazione Fontana sviluppatasi nel sec. XVII, ebbe la sua chiesetta che come ricorda la data incisa sul portale, venne terminata nel 1668 e dedicata a S. Rocco e a S. Anna. È ricordata in un testamento del 1670 e negli atti della visita pastorale del vescovo Marino Giovanni Giorgi. Ha una bella soasa probabilmente dell'intagliatore lumezzanese Gaspare Bianchi (sec. XVIII). Il paliotto dell'altare rappresenta S. Anna e Maria Bambina. Lo sviluppo demografico ed urbanistico specie dagli inizi del 1900 impose la creazione di una parrocchia indipendente eretta nel 1939 con primo parroco don Giovanni Tirelli. La chiesa venne consacrata dal vescovo mons. Tredici. Resasi insufficiente la vecchia chiesetta, nel 1961 per impulso del parroco venne avviata la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale. Il progetto, affidato all'architetto Dino Bianchi e all'ing. Domenico Garlani fu realizzato fra difficoltà e stasi per una spesa di 150 milioni. Venne consacrata il 27 settembre 1969 dal vescovo mons. Morstabilini. Accanto furono costruite la canonica, le aule per il catechismo e il campo sportivo.


Parroci: Giovanni Tirelli (1939-1974); Severino Belletti (1975 ...).


Dopo Fontana, si staccò dalla chiesa madre di S. Giovanni Battista in Lumezzane Pieve la parrocchia di S. Carlo della frazione Valle. Qui già nel 1618, come ricorda un testamento, esisteva una chiesetta dedicata al santo arcivescovo. Venne ricostruita più ampia nel 1745 e affidata a cappellani che nell'800 tennero anche la scuola elementare. Grande amore per la chiesa ebbe don Angelo Sgritta che provvide a farla dipingere da Vittorio Trainini che nella volta dipinse medaglioni in cui vennero raffigurati S. Calogero e S. Gottardo, mentre sulle pareti il Grimani ha dipinto altri episodi sacri. Nel 1963 la chiesa divenne parrocchia. Primo parroco fu don Roberto Genzati (1963-1977) cui successe nel 1977 don Angelo Chiappa.


PARROCI: Agostino Gandini (1534); Francesco Manfredi, cremonese (1567-1568) ; Marino Lurani (1573); Cristoforo Bedusi (1572-1614); Francesco Montini (15 gennaio 1615-1629); Pietro Antonio Rossini di Livemmo, (1630 - 15 giugno 1681), Bartolomeo Zambelli di Levrange (1681 - 9 febbr. 1701); Bernardino Zanetti di Lumezzane (10 maggio 1701 - 30 ottobre 1720); Pietro Arici di Brescia (28 apr. 1721 - 14 nov. 1749); Francesco Tavelli di Collio (18 giugno 1750 - 12 ott. 1750); Antonio Vallini di Bione (1751 - 10 maggio 1771); Marco Magnoli di Piandiborno (6 ago. 1771 - 23 gennaio 1787); Giuseppe Varisco di Brescia (16 giugno 1787 - nov. 1822); Pietro Seneci di Lumezzane S. Apollonio (3 marzo 1823 - 1860); Luigi Lupi (1861 - 1874); Sperandio Bianchi di Brione (5 febbr. 1874 - 1905); Tomaso Tomasoni (11 nov. 1905 - 4 ottobre 1907); Giovanni Cavallaro (13 apr. 1908 - 1929); Francesco Venosta di Lumezzane Gazzolo (22 apr. 1930- 1956); Giuseppe Menassi di Capriolo (12 maggio 1956 - 1977); Franco Turla (1977 ...).


S. APOLLONIO: ritenuta leggendaria l'esistenza di un santuario a S. Apollonio esistito nell'attuale giardino della canonica dove sarebbero una antica torre e archi di ordine gotico, altrettanto leggendario il tentato saccheggio che 10 mila trentini avrebbero perpetrato del tesoro del santuario. La tradizione registrata da Marco Cominazzi vuole che già nel 1400 contasse 2500 abitanti ridotti a 250 in seguito ad una terribile pestilenza. La tradizione vuole ancora che i sopravvissuti cominciassero a contendersi le proprietà ma riflettuto in seguito sulla fine fatta dai precedenti proprietari, fecero a gara a rinunciare l'un l'altro ai beni creduti propri. La parrocchia si formò agli inizi del sec. XVI, staccandosi dalla Pieve. Come parrocchiale la chiesa è ricordata nel catalogo capitolare del 1532. Comprese subito le frazioni S. Sebastiano, Sonico, Montagnone, Premiano e Mosniga. Nonostante l'indipendenza ottenuta, S. Apollonio dovette affrontare come s'è visto le pretese di preminenza della Pieve, difese in particolar modo agli inizi del '700 da Pietro Lechi qd. Faustino e con veri scontri fra i partigiani delle due frazioni. Dalla parrocchia di S. Apollonio si staccava nel 1836, dopo lunga e aspra contesa, la frazione di Fontane che nel 1936 si costituiva parrocchia intitolata a S. Rocco e che assorbiva anche la frazione di Renzo già nel territorio di Pieve; nel 1942 si costituiva in parrocchia, dedicata a S. Giorgio m., il Villaggio Gnutti costruito ex novo nel 1940. Seguivano nel 1954 l'autonomia della parrocchia di Gazzolo dedicata a S. Antonio di P.; nel 1963 la parrocchia di S. Carlo comprendente le frazioni di Valle, Mezzaluna e Termine. Specie nel sec. XX la parrocchia è andata aggiornandosi sul piano assistenziale e del movimento cattolico. Il 19 maggio 1903 veniva inaugurata la nuova Società Operaia e benedetta la bandiera: nel dicembre 1904 iniziava la sua attività l'asilo diretto dalle suore Poverelle; il 24 aprile 1921 era inaugurata la bandiera del Circolo S. Apollonio e nello stesso anno, il 23 dicembre, costituita la congregazione del Terz'Ordine francescano. L'anno dopo riprendeva vita la Banda musicale dopo qualche anno di crisi. Salendo negli anni, nel 1945, promotore il maestro Andrea Pellegrini a S. Apollonio e il polacco Teodoro Heliaz a Pieve, nasceva lo scoutismo con il reparto Lumezzane I al quale si aggiunse poi nel 1974 il Lumezzane II, le cui prime promesse risalgono al 17 maggio 1947. Nel 1968 aveva inizio a S. Apollonio l'attività dell'A.G.I. (Associazione Guide Italiane). Sempre intensa l'attività oratoriana che culminava il 9 febbraio 1980 con l'inaugurazione di un grandioso complesso giovanile.


La chiesa parrocchiale: la tradizione vuole che la primitiva chiesetta sorgesse dove ora è la casa parrocchiale e un tempo sarebbe esistita una torretta. La chiesetta esistente fino al 1673 aveva tre altari. La chiesa comunque è già nominata nel catalogo capitolare del 1410 come "sine cura" e nel 1519 esistente "in vicinia Comunis" come Cappella. Il visitatore mons. Bollani nel 1565 la trovò decorosamente e bene provveduta. L'espansione economica-sociale e demografica e lo "stato ruinoso" ed incomodo nel quale si trovava la primitiva chiesetta, convinsero gli abitanti di S. Apollonio a chiedere alle autorità competenti di poter edificare in luogo più comodo e sicuro una nuova chiesa. Il permesso veniva concesso il 4 aprile 1673. Inopinatamente il parroco di S. Apollonio, don Giacomo Corte, doveva contemporaneamente affrontare i tentativi di quelli di S. Sebastiano di rendersi indipendenti. Tuttavia potè rintuzzarne le pretese. La prima pietra della chiesa parrocchiale veniva benedetta e collocata il 17 agosto 1763 dall'arciprete della pieve di Lumezzane, don P.A. Rossini, a cura del parroco di S. Apollonio don Giacomo Corte, al quale si deve l'erezione del tempio. Cinque anni dopo lo stesso parroco, il 20 novembre 1678 vi cantava la prima Messa solenne ed il 26 agosto 1685 come ricorda un'iscrizione sulla porta maggiore il vescovo di Brescia mons. Bartolomeo Gradenigo la consacrava solennemente. La chiesa venne adornata di una grandiosa soasa di legno ed un magnifico altar maggiore con la tribuna e le decorazioni in marmi vari e lavorati. L'artista, forse un trentino, che il Paglia dice esser morto "per troppa applicazione", vi aveva lasciato la sua firma: «Girolamo de Castellari scolpì l'anno 1684». Ma altri la attribuiscono a Carlo Dossena. Sostenevano il gran corpo quattro leoni simbolici, quattro grandi colonne tutte ornate di fiori, statuette, arabeschi, simboli, poggianti sul dorso dei leoni e posti a sostegno di un grande loggione sormontato dalle colossali statue dei quattro evangelisti e adornato, tra le colonne, da quelle degli apostoli. In alto, sostenuto dagli evangelisti, l'ornato finale con al centro la croce e angeli incensanti. «Un lavoro molto preciso, complesso, appariscente, magnifico e ricco, soprattutto di significati simbolici attribuito a Carlo Dossena» adornato da due belle tele con la Madonna, il Bambino, S. Apollonio, S. Margherita e S. Sebastiano l'una, la SS. Trinità l'altra. Bellissimi erano anche gli scanni che fiancheggiavano l'abside o presbiterio, in noce massiccio a intarsio con putti, fregi, statuette, simboli, cornici barocche, fregi, costruiti intorno al 1720. Della stessa epoca sono il pulpito, intagliato a fiorami e simboli. I quattro altari laterali erano pure ornati di soase in legno, di cui due forse appartenevano ai Bianchi di Lumezzane. Quella del Rosario era segnata: "Ave Maria 1667" e apparteneva alla chiesa precedente; l'altra di S. Antonio e dell'Addolorata portava la scritta: "Si quaeris miracula Antonium quaere: 1736 Giacomo Vailati". La bella chiesa secentesca aveva una completa decorazione a fresco; la parte antica era aggiudicata allo Strafforello, di scuola veneta, quella moderna fu compiuta dal bergamasco Achille Locatelli nel 1913 per le figure, mentre l'ornato era stato fatto dal nostro Gezio Cominelli. Purtroppo un incendio scatenatosi la sera del 30 dicembre 1922 nell'apparato dei Tridui distrusse tutta la chiesa assieme ai paramenti, la grandiosa soasa dell'abside e altre tre soase, con statue, l'altare maggiore, una tela del pittore Achille Locatelli del 1914, ogni addobbo, banchi e mobili. Nel 1925 la chiesa era già restaurata nel coro e in due cappelle laterali. Si provvide ad una grandiosa soasa nell'abside eseguita in pietra artificiale da Giuseppe Tempini su disegno del geom. Pietro Trombetta, alla decorazione del volto dell'abside ad opera di Narciso Pasotti; alle decorazioni in stucchi e dorature eseguite alle parti laterali da Michele Bordoli; a sei medaglie affreschi, opera del cav. Achille Locatelli di Almenno S. Bartolomeo; all'altare maggiore in marmo e le balaustre pure in marmo della ditta Bonifacio di Brescia; a due cantorie e agli scanni fiancheggianti il presbiterio per la lunghezza di 12 metri ogni lato con relativi inginocchiatoi, opera eseguita in noce lucida e lavorata a intaglio e altorilievi dalla ditta F.lli Ferrari fu Bernardo di Pontedilegno. Inoltre la ditta Frigerio Maccarinelli - Fusari di Brescia eseguì un nuovo e maestoso organo. Il pittore Locatelli raffigurò nella volta Costantino e S. Apollonio che pregano la SS. Trinità per la salvezza del paese. In seguito vennero rimessi in ordine gli altari in marmo e sei statue in plastica. Il Righetti scolpì una bella statua della Madonna del Rosario. Nuove opere si aggiunsero nel 1972 con la nuova pala raffigurante S. Apollonio opera del pittore Gabriele Saleri. Restauri alla chiesa vennero apportati negli anni seguenti ed inaugurati il 9 febbraio 1980. Nel 1976 vennero realizzate le nuove porte in bronzo opera dello scultore Maffeo Ferrari di Pontedilegno. Su una struttura tubolare sono stati applicati i pannelli artistici. La sola porta centrale pesa 15 quintali ed è composta da sei episodi: si inizia con la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli per passare via via allo loro predicazione, alla morte di S. Apollonio (316 d.C.) all'apertura del Concilio Vaticano II, alla sua chiusura e, per concludere, con il messaggio di pace dell'Anno Santo. Le porte laterali riportano, invece, i santi patroni dei rioni: S. Rocco, S. Erasmo, S. Nicola, S. Fermo, S. Rustico, S. Margherita, S. Antonio, la Madonna della Neve. Su disegno dello stesso scultore Ferrari sono state realizzate anche le bussole interne della parrocchia di S. Apollonio. Nel 1980 il pittore bresciano Pierluigi Sabbadini dipinse una grande tela (m. 6x3) posta sulla controfacciata sopra la porta maggiore e raffigurante le Beatitudini. Nell'agosto 1986 durante i lavori della nuova pavimentazione della chiesa sono stati trovati due vani sotterranei con le date 1672 e 1660, adibiti a sepoltura nella chiesa precedente.


S. Margherita: sul lato sinistro della valle, a fianco della via che poi si inoltra nella valle e si biforca per salire alla frazione Rova, sorge il santuario di S. Margherita che senza ragione una tradizione locale ha indicato come la prima chiesa parrocchiale. È antico e già citato negli atti della visita pastorale del vescovo Bollani nel 1567 e poi nelle seguenti come senza dote, affidato ad un massaro e più tardi ad un eremita, aperto sul davanti, fatto segno a devozione e offerte. Dal 1625 in poi la chiesa venne di nuovo riedificata e finita entro il 1660. Ebbe dapprima un altare e nel 1700 due: quello maggiore dedicato a S. Margherita e quello laterale ai S.S. Gottardo e Fermo. Appartenne ed era amministrata dal comune, "tenuta con grande devozione", vi si celebrava la festa patronale il 20 luglio, inoltre, la popolazione di S. Apollonio vi si recava processionalmente per la messa cantata del lunedì dopo la IV domenica di Quaresima, la IV domenica di ottobre, il giorno di S. Gottardo (4 maggio) e il giorno di S. Fermo (9 agosto). In seguito S. Margherita venne ritenuta compatrona e nella chiesa si cantarono Messe "in primavera per ottenere i frutti della campagna e in autunno in ringraziamento dei frutti ottenuti". La facciata a capanna è semplice: un portale con accanto due finestrelle, una finestra con sopra dipinto il simbolo del martirio e, ai lati, le due figure di S. Gottardo e di S. Firmo, compatroni della chiesa con Santa Margherita. Semplice anche l'interno: il presbiterio è profondo, con volta a botte, dominato da una soasa barocca ricca di putti, che si orna di una bella pala in cui campeggia la Santa. Essa ha una croce in mano e un gran drago verde è inchiodato sotto i suoi piedi vittoriosi. Un angioletto vola, in alto, e si accinge a deporle sul capo la corona del martirio. Sullo sfondo, i momenti della passione della Santa: Margherita rinchiusa in un'alta torre, Margherita che sta per essere decapitata. La pala è firmata: "Stephanus Vivianus (Civis Brixiae P) 1645". La navata ha il tetto a vista. Ha una sola cappella sul lato sinistro, nella quale, in una semplice ma elegante soasa dominata dal Padre Eterno, è da ammirare una pregevole pala secentesca, raffigurante la Madonna col Bambino, in gloria fra angioletti e con ai piedi S. Gottardo in vesti pontificali, e S. Firmo. Si tratta di un bel quadro, completamente dimenticato dagli studiosi bresciani e che potrebbe essere di uno dei Gandino. Sulla parete di destra, in una semplice cornice, si trova una tela raffigurante S. Luigi Gonzaga, con il Crocefisso tra le mani e, su un tavolo, un gran mondo e una corona. La tela è opera giovanile di Lorenzo Migliorati di Brescia. Accanto, una modesta statua di S. Antonio da Padova che porge del pane a un bimbo. Sulla stessa parete vi è un piccolo ma elegante pulpito, dono di Lorenzo Prandelli di Lumezzane (1802), rettore della Chiesa del Carmine di Brescia. Sopra l'unica porta laterale, aperta sulla sinistra, c'è una tela, tolta da una santella che un tempo si trovava in paese e che fu sacrificata per allargare una strada. La tela rappresenta la Madonna di Conche, con ai lati S. Rocco con l'immancabile cane, e S. Apollonio in vesti pontificali. È firmata da A. Locatelli, 1925. Accanto al nome dell'autore si trova la sigla "D.G. 1962": è la sigla della lumezzanese Domenica Ghidini che nel 1962 appunto restaurò, o probabilmente, rifece la tela. Di un artigiano lumezzanese, Giacinto Bugatti, sono le stazioni della Via Crucis, da lui tratte con amore da tavole di gesso e con altrettanto amore dipinte. Tutti gli abbellimenti citati sono il segno della devozione che ha sempre accompagnato la vita di questo santuario e si può dire che furono sostenuti quasi eclusivamente dalla comunità e dalla popolazione lumezzanese, spesso indipendentemente dall'autorità ecclesiastica locale. Del resto, a riconferma della devozione, stanno anche più recenti restauri. Un rilevante intervento venne compiuto nel 1949 con la posa del pavimento, come ricorda la data incisa al centro della navata: Anno Santo, lì 13-7-1949. Più radicali ancora i restauri compiuti nel 1960, ritenuta la data centenaria della costruzione del santuario. I lavori furono affidati ad Angelo Rasi, che si sforzò di aggiungere alle tinteggiature e alle decorazioni anche quattro medaglioni rappresentanti gli Evangelisti, nel volto del presbiterio, e le figure di S. Gottardo e di S. Firmo, sulla facciata. Accanto al santuario esiste ancora la vecchia casetta del romito. Nel 1931 per iniziativa di Giacomo Seneci proprietario del terreno, venne eretta una cappella sul monte S. Giacomo. Ogni anno in luglio vi accorre sempre molta gente.


La chiesetta della Madonna della Neve di Premiano venne edificata nel 1731 mentre il campanile fu costruito nel 1756. La chiesa, dedicata alla Madonna della Neve, risale alla prima metà del Settecento, ed è un vero gioiellino di architettura tardo barocca. Piccola, a pianta centrale, l'interno tutto a stucchi bianchi, con motivi arabescati, incornicia una bella tela di Pietro Scalvini, raffigurante la Madonna col Bambino, sant'Antonio e Papa Liberio. Sullo sfondo una raffigurazione della costruzione della Basilica di Santa Maria Maggiore. La volta della chiesa crea un grande affresco raffigurante una natività ancora molto ben conservata, opera, secondo Enrico Guzzo dello stesso Scalvini. Completano la dotazione artistica della chiesa due telette ovali raffiguranti la morte di S. Andrea da Avellino e S. Carlo Borromeo in atteggiamento orante, malamente ridipinta in questo secolo e un'ultima tela che rappresenta una Madonna con Bambino e Sant'Agostino, detta anche dalla gente del luogo, la Madonna della cintura, per via dell'omonimo oggetto che compare sulla tela. Quest'ultima, di notevole valore artistico, è stata molto rovinata dalle infiltrazioni di acqua ed umidità, e dovrebbe essere tra le prime avviate al restauro. Nel 1985 operò il restauro dell'interno il prof. Angelo Lorenzini di Gussago.


Una cappella dedicata a S. Barbara venne eretta nel 1977 in Poffe del monte Lodino a 1250 m. s.l.m. (dette "pofe de uciù") dagli artiglieri di Lumezzane su terreno donato da Caterina Zanetti Gnali. La cappella venne inaugurata nel luglio dello stesso anno.


In frazione Montagnone esiste una piccola cappella dedicata a S. Rocco. Attraverso le offerte di moltissimi lumezzanesi venne restaurata nel 1909 dal pittore Abdon Migliorati ed inaugurata nel dicembre di tale anno.


Una chiesa detta di Cristo dei Monti si è aggiunta alle altre per volontà di alcuni devoti e di operatori economici animati da Cipriano Ghidino al Passo del Cavallo arricchita da un grande Crocifisso di Giuseppe Rivadossi e di altri lavori della stessa bottega. Tra Sonico e Mosniga esisteva nel 1875 una cappelletta con un affresco cinquecentesco. Un altro affresco coevo raffigurante la Madonna e S. Rocco, era su una casa di Pieve. Una santella con affreschi datati 1710 e raffiguranti la Madonna col Bambino e i S.S. Rocco, Antonio di Padova e S. Nicola da T. venne abbattuta nel 1986 per allargare la strada in via Valmezzana.


RETTORI e poi arcipreti : Girolamo Garzoni (1534), Maffeo Sponda (de Spatis) di Brescia (1542 c.); Giov. Maria Bonuzzi (1583-1588); Pellegrino Marzoni, Parmigiano (2 maggio 1588); Gianfrancesco Coni o Da Como (1589 c.); Giacomo Franzini forse di Gardone V.T. (morto nel 1615); Bartolomeo Bonizzardi (1615 c.- agosto 1630); Giacomo Corti (a Curte) di Cellatica (1631 - 6 marzo 1685); Orario Capitanio di Brescia (1685-1692); Giuseppe Fada, forse di Pezzaze (15 marzo 1692 - marzo 1697); Carlo Frassi o Frascio di S. Apollonio (13 apr. 1697 - 20 nov. 1723); Lodovico Benasoli di Brescia (1724 - 24 dic. 1729); Giambattista Leali di Odolo (1730 - 1749); Francesco Lollio di Gardone V.T. (1749 - 10 apr. 1787); Domenico Archieri di Lumezzane Pieve (1787 - 20 apr. 1835); Giambattista Marchi di Castiglione delle Stiviere (16 nov. 1835 - 1844); Ercoliano Bentivoglio di Brescia (28 apr. 1844 - 1862); Angelo Polotti di Lumezzane Pieve (1 luglio 1862 - 1 nov. 1903); Basilio Liotti di Preseglie (1904- rin. 13 dic. 1904); Giambattista Zani di Trenzano (1905 - 1915); Severino Sabatti di Inzino (agosto 1915 - agosto 1931); Virgilio Alghisi di Padernello (13 febbr. 1932 - 1970); Mario Guerini (1970 ...).


S. SEBASTIANO: già si è accennato come il Guerrini abbia insinuato il dubbio che S.Sebastiano sia stata la prima plebicula della valle e in tal senso interpretata l'etimologia di Piubego. In effetti ammessa o rifutata l'ipotesi, S. Sebastiano rimase per secoli nell'ambito della parrocchia di S. Apollonio. Secondo un documento, trovato da Flaviano Capretti, la primitiva chiesa a S. Sebastiano venne eretta intorno al 1478. In tale anno veniva concesso a fra Cristoforo Martinoni, generale dei Carmelitani, il giuspatronato su tale chiesetta. Si può pensare, data la scelta del patrono, che fosse stata costruita come ex voto in seguito a qualche grave pestilenza. Si trovava sotto la strada principale della frazione, a mezzogiorno dalla cosiddetta piazzola poi traformata in casa privata. La chiesetta aveva redditi che furono uniti al beneficio parrocchiale di S. Apollonio, obbligando il parroco a celebrare la messa a S. Sebastiano ogni sabato per obbligo e per devozione dei fedeli della contrada, che aveva la propria Vicinia, cioè una rappresentanza religiosa e civile delle famiglie della frazione. Nella chiesa, oltre la messa settimanale del sabato, si teneva anche la dottrina festiva per i bambini, gli uomini e le donne, che non potevano recarsi a quella parrocchiale di S. Apollonio. L'istruzione religiosa veniva impartita da un curato di S. Apollonio perchè a S. Sebastiano c'era la chiesa ma non ancora un cappellano stabile e residente. Aumentando la popolazione e la coesione comunitaria e religiosa, verso il 1620 cominciarono ad affluire alla chiesa i primi legati per costruire la dote necessaria al mantenimento di un sacerdote proprio, che risiedesse nella contrada e assistesse spiritualmente sul posto grazie soprattutto alle famiglie Pozzi, Gambera, Gnutti, Saleri, Seneci, ed altri. I legati crebbero di molto durante la peste nel 1630. Ottenuto il sacerdote, gli abitanti chiesero, anche dal 1642 in poi, l'autonomia parrocchiale. Viene instaurato nella curia vescovile un processo che però finì negativo per S. Sebastiano, con sentenza del vicario generale del 5 dicembre 1643, confermata dall'autorità civile. Nel 1661 la Vicinia di S. Sebastiano tornò alla carica senza alcun risultato. Solo con decreto del 25 ottobre 1838 mons. Carlo Domenico Ferrari separava S. Sebastiano da S. Apollonio erigendo una nuova parrocchia. A pochi anni dall'erezione la parrocchia andò attrezzandosi di strutture adeguate. Nel 1853 il parroco don Arcangelo Zanetti erigeva la Disciplina per ospitarvi i Confratelli del SS. Sacramento e i giovani trasformando, grazie all'aiuto dei Saleri (detti Marini) in oratorio una casa privata la cui facciata d'ingresso si può ancora scorgere a fianco del Bar Bristol in via Roma. In esso, dedicato a S. Luigi Gonzaga, si riunivano i giovani, specie la domenica, dopo i vespri. In più don Zanetti edificò una nuova sagrestia, restaurò la casa parrocchiale e il beneficio. Il 26 gennaio 1892 veniva costituita la Congregazione del Terz'Ordine francescano. Particolarmente fecondo fu il parrocchiato di don Teodosio Roveglia, oltre all'ingrandimento della parrocchiale e alla sua decorazione, nel 1895 in occasione del centenario della morte di S. Filippo Neri, fondava l'oratorio maschile che sistemò negli orti di Luigi Nember, poi in località Ligura, di proprietà Ghisi e infine nel cortile dei Gnutti Fradi. Nel 1900 chiamò le suore Poverelle per l'assistenza alla gioventù femminile e per l'asilo che costruì nel 1906 con annesse scuole di catechismo, anche per l'Az.Catt. e teatro. Nel 1901 promosse il corpo musicale. Nel gennaio 1906 si inaugurò un ritrovo festivo giovanile, che ebbe anche la sua fanfara. Il 29 giugno 1921 si costituì il Circolo della Gioventù Cattolica Italiana; promosse scuole serali e domenicali, anche di disegno. Nel luglio 1922 venne benedetta la bandiera . Costruì inoltre il nuovo cimitero parrocchiale inaugurato il 28 ottobre 1928. Il circolo subì gravi persecuzioni fasciste nel 1926-1927 e nel 1931, con chiusure e riaperture. Toccò a don De Giacomi realizzare nel 1937 nuove aule catechistiche, un ampio teatro e l'istituzione della conferenza di S. Vincenzo de Paoli. Un nuovo grande centro giovanile parrocchiale verrà inaugurato, sotto il parrocchiato di don Masneri, il 21 sett. 1975. A ricordo veniva posta la seguente iscrizione: "Questo Centro Giovanile il popolo credente di San Sebastiano sempre volle e amò. Iniziato orsono cinquant'anni promotore il parroco don Angelo De Giacomi, arricchito di vitalità e pietà nei ventisette anni di parrocchiato di mons. G. Battista Masneri animatore indimenticato don Evaristo Zubbiani. Oggi nell'Anno Santo della Riconciliazione a dieci anni dal Concilio Vaticano II, rinnovato ed ampliato per generosità e intraprendenza di moltissimi benefattori, è offerto ai giovani lumezzanesi strumento di crescita umana". Nel novembre 1978 per iniziativa del parroco don Silvio Perini venne aperto un centro cattolico di cultura.


Abitanti: 300 nel 1610; 565 nel 1787; 800 nel 1838; 1462 nel 1921; 3497 nel 1955; 7831 nel 1971 (con 1958 nuclei familiari). Alla chiesa, costruita nel 1478, ne seguì un'altra nel 1672, costruita contemporaneamente o quasi a quella di S. Apollonio a seguito di deliberazione presa l'11 aprile 1672, su progetto dello stesso capomastro Stefano Bianchi e nelle stesse linee architettoniche di quella, anche se più piccola. Consacrata il 27 aprile 1720 come ricorda l'iscrizione scolpita sulla porta maggiore. Aveva cinque altari, di cui tre in marmo con bei intarsi e con belle soase in legno. Bellissima la soasa dell'altare maggiore che conteneva una pala firmata da Angelo Paglia nel 1728. Un altare venne eretto nel 1756 per iniziativa dei Reggimenti della Vicinia a S. Gaetano Thiene. Nel 1895, aumentando la popolazione la chiesa venne in gran parte demolita e ricostruita salvo l'abside che corrispose all'altare della Madonna di Lourdes della successiva costruzione e la facciata conglobata nel lato meridionale della stessa. La chiesa progettata dall'arch. Carlo Melchiotti fu costruita dalla sezione muratori dell'Istituto Artigianelli di Brescia. La ricostruzione è ricordata con la seguente iscrizione: «Monumento di pietà / di generosità di concordia / di entusiasmo popolare / proteggi splendida chiesa / in pochi mesi / riedificata ampliata compita / gli eroici parrocchiani di S. Sebastiano / capitanati dal loro parroco Teodosio Roveglia / 1895». La chiesa ebbe sei altari così disposti: a destra: 1) l'altare delle Sante, moderno con soasa barocca di legno intagliato; 2) altare di S. Gaetano, di patronato Seneci, con ricca cornice rococò; 3) altare della Madonna di Lourdes, con una grande grotta che è una stonatura; 4) altar maggiore. A sinistra: 1) altare di S. Luca, S. Lucia S. Apollonia, con una buona tela secentesca; 2) altare di S. Bartolomeo, con mensa marmorea eretta nel 1922 a cura della maestra Maria Seneci di Domenico. Nel 1921 - 1923 la chiesa venne sontuosamente decorata con ricchezza di stucchi dalla ditta milanese di Giambattista Martinetti, con sfarzo di affreschi del pittore bergamasco Giovanni Cavalleri e figlio, con altre opere ornamentali e decorative di Gaetano Ghidini di Coccaglio, della bottega Poisa di Brescia, del vetraio Angelo Conter, con il vecchio organo del convento della Verna, opera dell'organaro toscano Bruschi di Loro Ciffena, acquistato nel 1925, al quale ne venne aggiunto un secondo comperato dalla ditta sassone Baldassa Schaefers e Giovanni Schoppen.


Con il continuo aumento della popolazione la chiesa si rivelò presto e ancora una volta angusta e fin dal 1939 il parroco De Giacomi si pose il problema di una nuova chiesa. Nel 1940 venne affidato all'ing. Vittorio Montini l'individuazione di un terreno più confacente che indicò in un'area di circa 10.000 mq e la creazione di cinque accessi veicolari e pedonali alle vie esistenti: quali la nuova strada assiale, il prolungamento di via Artigiani (considerata allora la via di accesso più importante), la scalinata ed i collegamenti ad E con la strada provinciale. Il 6 ottobre 1941, pur in piena guerra, vennero firmati gli atti notarili di acquisizione alla parrocchia di tutto il terreno previsto sulla planimetria del nuovo centro religioso. L'area vera e propria per la chiesa per mq. 6.000 era donata da Orsola Taroni, l'area per il prolungamento di via Artigiani per mq. 400 da Simone Bertoli, le aree per il completamento del piazzale e per la strada assiale di accesso da Carlo Gnutti per mq. 1700, dai fratelli Riboldi per mq. 480, da Tobia Bonomi per mq. 1800 circa. Per rafforzare le fondamenta vennero infissi pali di costipamento in castagno, sommando la loro lunghezza, per complessivi 4200 metri e pali trivellati Franki per 270 metri. La mole dei lavori fu imponente: vennero scavati per i piazzali e le fondazioni 8200 mc. di terra, i getti di calcestruzzo furono di mc. 2600, murature ordinarie di mc. 2700; 2100 mq. di rivestimenti di pietra; sono state impiegate per le sole opere murarie 200.000 ore di lavoro pari a 25.000 giornate. La spesa si aggirò sui 160 milioni. La chiesa venne abbellita con l'apporto di artisti specie bresciani. Vittorio Trainini dipinse nell'arco trionfale un efficace volo d'angeli, nella cupola episodi della vita della Vergine, mentre, in luogo della pala, creò un Cristo benedicente fra santi mentre nel catino del presbiterio dipinse i profeti. Al pittore Oscar Di Prata fu commessa l'esecuzione delle pale degli altari laterali, le quattordici stazioni della Via Crucis e le vetrate. I progetti della nuova chiesa vennero ripresi da don G.B. Mosner nel 1952 che affidava allo stesso ing. Montini un progetto sommario del nuovo tempio che venne di molto ampliato e arricchito. Il progettista diede alla croce latina ampie dimensioni, mosse la pianta con le navatelle laterali di servizio delimitate da pareti curve, alzò le volte paraboliche rette da costoloni direttamente impostati senza piedritti sul piano del pavimento, girò la cupola centrale sugli archi della crocera, aprì al centro perchè dall'alto scendesse la luce, mosse il pavimento degradante dall'ingresso verso l'altare, per poi portare il presbiterio alto e dominante sulla scalinata, pose ai lati dell'altare due ricchi amboni, mosse la facciata con fascie verticali poste su pianta curva e via via innalzate verso il centro a formare trono ad una grande allora ipotizzata statua di Cristo dalle braccia aperte formanti croce, pose il campanile presso la sacrestia sull'asse della proviciale, quali a fare da fondale ad essa con una pennellata alta 51 metri, come secondo prospetto e non meno importante della facciata pincipale, pensò che lo spazio interno dell'edificio, delimitato dal pavimento inclinato, dagli archi, da volte cupola e catini, accogliesse i fedeli con un abbraccio protettivo e li portasse, massa orante, uniti verso l'altare; desiderava scrivere una pagina nuova nella storia delle chiese locali. Avvalendosi della collaborazione del prof. Danico Cocconcelli l'ing. Montini diede forma al progetto definitivo in cui l'edificio risultava lungo 70 metri, largo al transetto 35, alto alla cupola 30 metri, con superficie coperta di 2000 mq.. Il 31 luglio 1953 Don Masneri diede il via ai lavori affidandoli alla impresa dei geom. Archetti e Cassani per le opere murarie. Lavorarono poi le ditte Venturini per i marmi, Alberti per i serramenti in ferro, Marigo per gli impianti elettrici, Ronchelli per gli impianti fonici, Isva per il riscaldamento a pannelli radianti sotto pavimento, Bontempi per le vetrate istoriate, Tamburini per l'organo, Ottolina per le campane. Le vetrate furono create dalla ditta Bontempi (specie dai tecnici Antelsi e Calloni), disegnate da Oscar Di Prata e da Domenico Cantatore e realizzate con un vario campionario di vetri. Le opere di scultura furono affidate a Claudio Botta e ad Angelo Righetti. Il fonte battesimale richiama quello che lo stesso Botta ha ideato per la basilica civica di San Faustino: è un pozzo egregiamente adorno di figure, con un coperchio di bronzo decorato con finezza. Nell'altra, invece, è stato provvisoriamente collocato il grande bozzetto in gesso di Angelo Righetti. Si tratta di un paliotto a riquadri raffiguranti la Natività, l'Ultima Cena e la Deposizione. Pochissimi, ridotti all'essenziale, i motivi per riempire l'aria attorno alle trenta e più figure plasmate con dolcezza (il Bambino e l'Angelo) con espressivo vigore arcaico (gli Apostoli) e con una nervosa spezzatura di linee (la Madre e il Cristo morto) che lega le scene di un armonioso vincolo. L'organo è della ditta Tamburini di Cremona. Nell'ambito della parrocchia di S. Sebastiano esistono due cappelle: una, privata di proprietà Saleri, dedicata alla B.V. di Lourdes; l'altra delle Suore Poverelle, intitolata all'Immacolata.


PARROCI: Antonio Maria Pezzucchi di Cividate Camuno (9 marzo 1839 - 26 dic. 1843); Arcangelo Zanetti di Gazzolo di Lumezzane Pieve (4 sett. 1844 - 18 aprile 1883); Francesco Ringhini di Sale M. (2 luglio 1883 - 2 febbr. 1891); Teodosio Roveglia di Brescia (20 nov. 1891 - 12 genn. 1925); Angelo De Giacomi di Caino (2 luglio 1925 - prima parte 1942); Giovanni Masneri (1942 - 20 sett. 1969); Silvio Perini (1970 - 1982); Mario Prandini (1982 ...).


EDIFICI CIVILI: tra gli edifici civili di rilievo spicca la torre-palazzo Avogadro. Costruita probabilmente entro la prima metà del 1400. Ad essa, come a "torre in forma di palazzo in cui alloggiano quando vanno fuori gli Avogadro", accenna il Da Lezze nel suo catastico del 1609. Passata in proprietà al conte Roberto Martinengo questi, il 5 aprile 1706, la vendeva ormai diroccata e con minaccia di crollare, per 450 scudi alla comunità della Pieve di Lumezzane. A sua volta la Comunità la rivendeva il 29 maggio dello stesso anno, per la stessa somma, al feudatario conte Scipione Avogadro che ne iniziò nell'agosto seguente la ricostruzione terminata nel febbraio 1707. In tale ricostruzione la merlatura venne sostituita con un cornicione a cui fu aggiunta una cupoletta particolarmente adatta per la sorveglianza. Singolare monumento della dominazione feudale, sorge a monte del ponte levatoio sulla fossa ove il torrente Rugnone versava le sue acque chiare ed era circondata da fosche mura alte oltre tre metri che chiudevano la piccola corte quadrata di 16 metri per lato. Presso il ponte vi erano le due stanze del corpo di guardia. La torre, quadrata grandeggia ancora per 16 m. di altezza su 10,50 di larghezza. Una memoria del secolo XIX la descriverà "Con proporzionata base vi sono quattro lesene per ogni parte (facciata) e un poggiolo di pietra bianca con ringhiera di ferro pure per ogni facciata. L'ingresso verso monte. Nel mezzo della facciata vi è una scala a lumaca, di pietra bianca, che dal fondo si dirige fino al tetto. Esso (palazzo) ha un sotterraneo composto di tre stanze che servivano da prigioni, con uno stanzino senza finestre in cui vi era un pozzo, dicono tagliente, nel quale i Conti gettavano le loro vittime, e un altro con finestra di cui non si sa che uso ne facessero. Nel pianterreno, quattro stanze, una grande e tre usuali. In primo piano una sala da ballo, alta circa metri 8, larga e lunga metri 7 con altre tre stanze usuali. In secondo piano tre stanze a motivo che la sala del primo, cioè con la volta, arriva al pavimento del solaio. Al di sopra, solaio coperto con mattoni. Tutte le sette stanze son coperte a volto reale. All'estremità superiore del palazzo vi è un cornicione di pietra: al di sopra del tetto una colombaia con tre finestre e una apertura per andare sui tetti, la qual colombaia serviva anche per esplorare, dalla quale si vedevano tutte le frazioni, tranne quella della Valle, e i campi di Lumezzane Pieve molto distintamente. Era coperta di piombo." Trasferito il 12 agosto 1779 il feudo al ramo veneto degli Avogadro, la Torre venne contesa fra questi e la contessa Paolo Avogadro Fenaroli. Con la rivoluzione giacobina fu tolto il ponte levatoio, si lasciò diroccare la parte e fu colmata la fossa che esisteva ancora nel 1780. Acquistata poi da Benedetto Lechi, implacabile demolitore, fece togliere la colombaia e i balconi. Abbandonata a se stessa, si sfasciarono anche le due stanze di guardia e le mura di cinta. Dal Lechi la torre passò ai Facchinetti e poi ad uno Zani e finalmente con le aste del 22 marzo 1865 e 18 gennaio 1866 al comune della Pieve che vi pose le scuole, per poi abbandonarla a se stessa. Altri edifici interessanti per l'architettura sono l'ex casa Buccelleni e l'ex casa Gnutti, poi Danesi (con bella loggia settecentesca) a Lumezzane Pieve. Rinascimentale è l'attuale casa Gnutti. Curiose costruzioni di architettura rustica sono i roccoli le cui più antiche testimonianze esistono a Lumezzane dal sec. XV. Negli ultimi anni la Torre è stata completamente restaurata su progetto dell'arch. Gino Bozzetti, e arricchita all'esterno da una grande fontana, ideata dallo stesso architetto. I restauri sono stati inaugurati il 5 maggio 1985.


LE OPERE ASSISTENZIALI: specie negli ultimi cinquant'anni Lumezzane ha realizzato opere assistenziali notevoli. Grazie ai fratelli Gnutti (Umberto, Franco, Paride, Vito e la vedova di Ferruccio) nel 1953 venne realizzata (e benedetta il 19 aprile dello stesso anno) in un vasto immobile, opportunamente adattato dall'ing. Vittorio Montini, la Poliambulanza, dipendente dall'analoga istituzione di Brescia e come questa affidata alle Ancelle della Carità. La struttura è andata poi ampliandosi e qualificandosi aumentando sempre più il numero di degenti. Una nuova ala venne costruita nel 1974 e due nuovi blocchi costruiti nel 1981, così da ospitare sempre nuovi reparti con attrezzature modernissime inaugurati il 12 dicembre 1981. Un nuovo reparto di fisioterapia venne aggiunto nel 1983. Nel 1986 la Poliambulanza aveva tre sale operatorie, dieci ambulatori, numerosi servizi di avanguardia. Gli stessi fratelli Gnutti fu Serafino donarono a Lumezzane anche una casa di riposo dedicata a Teresa Nember Gnutti capace di 120 persone. Nel 1981 l'Amministrazione Comunale decideva di costruire un nuovo centro sociale per anziani per un'ottantina di ospiti, attrezzata anche per ospitare anziani esterni. Nello stesso anno l'amministrazione apriva due centri per minorenni specie difficili; nel settembre 1983 aggiungeva un centro di accoglienza per tossico-dipendenti. Al problema dell'assistenza specie degli anziani si dedicò intorno al 1975 - 1976 il Gruppo Giovanile mentre al Terzo Mondo dava un valido contributo il Gruppo Volontari Lumezzanesi. Nel 1956 veniva fondata una fiorente sezione Avis, il 4 aprile 1974 si costituiva con 180 militi, per un servizio continuo, la Croce Bianca. Dieci anni dopo raggruppava 300 volontari. Più tardi si aggiunsero l'Aido, e gruppi di appoggio e di aiuto alle missioni e al terzo mondo.


ISTRUZIONE e CULTURA: l'educazione e l'istruzione hanno avuto sempre fortuna a Lumezzane. Vari documenti accennano alle scuole fin dal sec. XVII e indicano la presenza di un maestro. Scuole tenute da sacerdoti esistevano nel 1756 a Pieve e a S. Apollonio. All'istruzione nelle frazioni di Piatucco, Fontana e Gazzolo provvedeva un legato costituito con testamento del 27 aprile 1790 del sacerdote Faustino Bertelli. Nel 1821 incominciarono ad insegnare maestri laici, ma le scuole si ridussero di numero. Durante l'Amministrazione austriaca infatti furono in funzione scuole elementari solo nei due centri maggiori di S. Apollonio e Pieve. Nel 1880 venne istituito il plesso di S. Sebastiano. Il ciclo di insegnamento comprendeva solo tre classi. Nel 1912, data la ubicazione dei centri di Valle, Mezzaluna e Termine, molto distanti dal capoluogo Pieve, venne istituito il quarto plesso scolastico in Valle; altrettanto si fece nel 1939 per il Villaggio Gnutti, nel 1950 per Gazzolo, nel '51 per Fontana, nel '57 per Faidana, nel '59 per Premiano e nel 1965 per Rossaghe (quartiere di S. Sebastiano). Vivo ricordo nell'ambiente scolastico lasciò la maestra Maria Seneci, ricordata in un busto di Claudio Botta, nelle scuole di Lumezzane S. Sebastiano. Agli inizi del secolo XX si diffusero gli asili infantili. Nel 1905 il curato don Rovetta erigeva quello di S. Apollonio; nel 1905 venne costruito, su disegno dell'arch. Carlo Melchiotti e nella forma di un casino svizzero, l'asilo infantile di S. Sebastiano; nel 1925 veniva costruito quello di Pieve. Nel 1971 era aperto quello di Premiano. In seguito venivano aperti nel 1974 quello in località Faidana, nel 1975 in località Promase di S. Apollonio. Le scuole materne erano ormai dieci: tre a S. Apollonio, due a S. Sebastiano; le altre dislocate a Pieve, Fontana, Gazzolo, Villaggio Gnutti e Valle. Naturalmente non poteva essere estranea ad una borgata ad alta industrializzazione l'istruzione tecnica. Il 20 novembre 1939 veniva aperta la scuola professionale Costanzo Ciano con oltre 160 alunni. Ma il vero sviluppo dell'istruzione tecnica si ebbe negli anni Sessanta. Nell'ottobre 1969 veniva aperto l'Istituto Tecnico con sede in un edificio al Villaggio Gnutti e dipendente agli inizi dall'I.T.I.S. di Gardone V.T. Ebbe subito sezioni di congegnatori meccanici e meccanici armaioli. Fu dislocata a Lumezzane anche una sezione per la specializzazione di meccanica dell'Istituto Tecnico Industriale Statale di Gardone V.T. Nel 1976 esistevano tre scuole superiori: l'Istituto Professionale di stato, l'ITIS e il Liceo scientifico; tre scuole medie inferiori (a S. Apollonio, a Pieve e a S. Sebastiano) e undici scuole elementari (S. Sebastiano, Rossaghe, Pieve, Fontone, Gazzolo per il primo circolo didattico, S. Apollonio, Valle, Faidana, Villaggio Gnutti, Casa del Giovane, Premiano-Mosniga). Nel 1981 si aggiunse un Liceo scientifico ad indirizzo linguistico. Nè fu estranea a Lumezzane la cultura nelle sue varie forme. Praticato nelle tre frazioni principali il teatro oratoriano; molto diffusa l'educazione musicale come dimostra l'esistenza di bande a Pieve e a S. Apollonio. Nel 1901, per iniziativa del parroco don Roveglia e del curato don Rovetta, si formava la banda di Lurnezzane, che iniziata con 34 elementi divenne via via più numerosa (sotto la guida dei maestri Rocco Casoli, Francesco Andreotti, Giovanni Gatti, Francesco Consoli, Gino Fogliata, Filippo Cuscito, Aldo Trivella ecc). Scomparsa, venne di nuovo ricostituita nell'ottobre 1923. Più recente (1976) la nascita del complesso di S. Apollonio che in un primo tempo si fuse con quello di S. Sebastiano per poi separarsi di nuovo. Sempre nel settore musicale nel 1974 presso il ristorante "Da Ugo" si costituiva l'Associazione Amici della Musica, che ha svolto intensa attività. Fino al 1970 Lumezzane contò tre sale cinematografiche (l'Ariston, con 1200 posti, l'Odeon con 800 posti e il Lux con 600 posti) e alcune sale parrocchiali. Nel 1981, delle sale pubbliche, era aperto solo il Lux rinnovato. Per anni ha funzionato un Cinefotoclub. Nel 1963 nacque il "Gruppo artistico lumezzanese" che organizzò subito una compagnia stabile teatrale. Attivo anche il Gruppo Artisti Lumezzanesi che nel dicembre 1981 organizzò la prima collettiva di 22 artisti locali; seguirono poi altre rassegne ed attività. Fin dal 1913 era attiva a Pieve la Biblioteca "A. Manzoni" che organizzava anche conferenze. Precorse di decenni il Circolo culturale S. Sebastiano fondato nel 1961 e scomparso nel 1971, cui seguì il "Gruppo di iniziative culturali" traformatosi in "Circolo cultura" che inaugurò la propria sede il 22 dicembre 1963. Con delibera dell'8 giugno 1971 l'Amministrazione Comunale istituiva la Biblioteca civica, ricca di iniziative e di patrimonio librario. Nel 1978 rinasceva il Circolo cultura di S. Sebastiano. Negli immediati programmi culturali vi è la trasformazione della Torre Avogadro in museo dell'industria lumezzanese e in centro culturale.


LO SPORT: in campo sportivo, da tempi lontani fu in auge la palla a mano che registrò sfide e squadre di prestigio specie attorno al 1913 - 1915. Il passaggio al calcio fu breve e sul campo di Rossaghe (costruito nel 1953) si alternarono squadre di prestigio quali l'A.C. Lumezzane, la "Valgobbia" ecc. Un nuovo campo di calcio fu aperto a S.Apollonio nel luglio 1983 presso l'Oratorio locale. Il 21 ott. 1978 era inaugurato un secondo campo sportivo, al Villaggio Gnutti, a beneficio delle Società Calcio Valgobbia Lumezzane. Ad esso diedero determinante contributo l'Unione Sportiva di Lumezzane, il comune, i fratelli Gnutti. Un nuovo stadio comunale veniva progettato nel 1982. Nel 1954 il friulano Vittorio Pilar importò a Lumezzane il pugilato e l'industriale Carlo Gnutti fondò la prima società intitolata a Serafino Gnutti, quasi scomparsa in pochi anni; riprese vita nel 1963 per merito di Franco Cirelli e del com. Giovanni Ghidini con la "Frabosk" e la "Boxe C. P. di Lumezzane" che hanno dato ottimi campioni a diversi livelli. Fondato dal prof. Bruno Menta e dalla passione di Ottorino e Flaviano Bugatti, di Angelo Ghidini e di pochi altri, nel 1964 nasceva il club del rugby che sfornò una delle più solide squadre della provincia. Un altro campo di rugby veniva realizzato nel 1984 nella zona di Val de Put. Nel 1967 nasceva il Basket Lumezzane, denominato poi "Società Italo Saleri", dal nome di Italo Saleri, lo sponsor più appassionato. Nel 1985 la società allineava cinque squadre. Viva nei lumezzanesi la passione automobilistica che nel 1954 confluì nell'organizzazione, poi ripetuta, della gara automobilistica Sarezzo-Lumezzane. Il 23 aprile 1984 veniva presentata la "Lumezzane Star Racing", una scuderia realizzata per promuovere a Lumezzane lo sport motoristico a livello nazionale specie nei settori dei rally e dell'autocross. Anche l'escursionismo ha avuto notevole sviluppo nel 1968 con il "Gruppo Armi Bettinsoli" che svolse attività agonistica nelle gare di montagna e nel 1977 con il "Gruppo escursionisti Lumezzane" che all'attività sportiva congiunge quella ecologica. Le attrezzature sportive si arricchirono nel 1978 di una piscina coperta e dal 1981 di una piscina gestita da una Cooperativa. Il "twirling" viene sempre più praticato da due club di majorettes: uno di S. Apollonio, che nel 1982 riuscì fra i primi otto di tutta Italia, e quello di S. Sebastiano. Ambedue sono abbinati alle rispettive bande musicali. Praticato il tennis che nel 1984 poteva usufruire di tre campi, due dei quali coperti. Nel 1986 lo sport lumezzanese allineava 20 società, due piscine, due campi di calcio e 9 palestre. Successo ha avuto dal 1971 il "Gir de paiss", gara podistica che partendo da S. Sebastiano, tocca S. Apollonio e il fondovalle con ritorno, per 15 km. Si tiene ai primi di luglio. Sport singolare di Lumezzane è la "caradelera", gara giocata con carrettini fabbricati con assi di casse rotte poste su cuscinetti a sfera.


ECONOMIA: sembra che si debba escludere che nel territorio di Lumezzane la lavorazione del ferro risalga ai tempi di Roma tanto più è inverosimile che vi siano stati nell'epoca stessa dei "damnati ad metalla". È provato invece che l'attività manufatturiera era già in atto nel medioevo e su due poli diversi: quello intorno a S. Apollonio, per la lavorazione della lana, a quanto pare, importata dagli Umiliati, che in Conche avevano una loro casa, fin dagli inizi del sec. XIII, e l'altro, intorno a Pieve, per la lavorazione del ferro. Il mercato invece era più in basso presso la frazione Termine, dove si riuniva anche il consiglio della Comunità. La produzione manufatturiera venne favorita certamente dall'abbondanza di acque, di legna e dalla vicinanza di miniere ma anche dalla ingegnosità, sia pure sospinta dalla necessità e dalla laboriosità della popolazione. Per secoli anche a Lumezzane ebbe preminenza l'economia agricola, Nel 1522 il comune di Lumezzane Pieve, secondo un atto notarile di Luigi Bucelleni, aveva molti e buoni boschi, specie sul monte Palosso, affittati per 300 ducati a Pietro Plotti, per 150 a Cristoforo Perotti, per 100 a Andreolo Bocchi o Bocca, per 100 a Girolamo Bolognini, per 100 a Mafio Lechi, per 50 a Marco Botti. Anche quando si intensificò l'attività manufatturiera, il lavoro agricolo rimase sempre un'occupazione preminente, affidata soprattutto alle donne. Con l'utilizzazione della polvere da sparo agli inizi del '400 si presero a lavorare anche parti di bombarde, spingarde, archibugi. Tale quadro economico si mantenne inalterato per secoli. Nel 1610 il Da Lezze nel suo Catastico scrive che la valle "è fertile di formenti, vini, fieni ed ogni sorta di frutti. Terre lavorate circa campi 1500 et altri tanti boschivi, che rendono però entrata di raggione de particolari habitanti in detta Valle". A S. Apollonio si fabbricavano "panni bassi al numero di 300 pezze all'anno e si vendono a Brescia a ragion de 25 soldi di brazzo et sono bianchi, che possono esser intorno quattro o cinque folli per purgar li panni. Le lane parte fanno venir da Venetia et parte raccogliono dalli loro proprij animali." A Pieve invece si continuava a "lavorar di ferrazza, tolendo il ferro alli forni di Valtrompia. Et lavorano esso ferro alle fusine di quelle terre di essa Pieve, che sono al n. di 7 in circa, oltre alle 6 o 7 fusinette, dove trafilano il ferro, et quelle genti con queste arti sostentano se medesimi et le loro famiglie senza andar per il mondo, come fanno quelli della Val di Sabbia". Apprezzati erano gli acciarini di Lumezzane, ma specialmente a Pieve venivano lavorati, "ad immemorabile", ferro, acciaio, detto di Milano e ottone, ricavandone lance, spade, posate esportate soprattutto sul mercato di Venezia. In pratica nel '600 si concentrò a Lumezzane la lavorazione dei "fornimenti" delle armi, cioè degli accessori metallici, come raschiatori, cavastucci, fiasche di polvere e inoltre, serpentini, azzalini, provette da polvere, accendi esca. Prodotti in forma grezza tali "fornimenti" venivano poi rifiniti a Brescia. Speciali statuti regolavano a Lumezzane l'acquisto di minerali, la loro lavorazione, la loro vendita, l'uso dell'acqua, la confezione dei panni di lana. Filatoi di rilievo aveva Prandelli Giacomo a S. Apollonio nel sec. XVIII, riuscendo ad impiegare fino a 90 operai. Nel 1706 esistevano a Lumezzane 3 grosse fucine di affinazione del materiale di ferro grezzo ridotta ad una sola nel 1770 ma resistevano molte piccole officine. Un estimo del 700 dava a S. Apollonio come fabbricanti di panno i Seneci, i Prandelli, i Raboldi, i Ghidini. Gerolamo Saleri e gli eredi di Giov. Battista Gambera fabbricavano seghe, altri Saleri qd. Angelo fabbricavano brocchette e lame di ferro, Faustino Ghidini qd. Giovanni Battista produceva catene. A Pieve tutti (Polotti, Bertelli, Zanetti, Pasotti, Bucelleni) fabbricavano "ferramenta di diversi generi". I soli Bolognini costruivano organi. Nel 1760 Carlo Zanetti fabbricava azzalini da cavalletto ed era, considerato il "migliore maestro del tempo" tanto che venivano venduti a 2 zecchini d'oro cadauno. Nel 1761 le fabbriche di baionette erano in grado di fornire in pochi mesi ben 8 mila pezzi. Secondo un censimento ordinato il 28 ottobre 1788 si contavano nei due comuni di Pieve di S. Giovanni e di S. Apollonio: 27 fabbriche che producevano oggetti e arnesi di ferro, antesignane dell'odierna industria metalmeccanica, 48 fabbricanti di posate e 130 di acciarini che lavoravano in casa propria, secondo una tradizione ancora oggi preponderante a Lumezzane 9 fabbriche di armi e, a parte, 145 telai per la lavorazione della lana, esistenti a S. Apollonio. Il filatoio di Paolo Montini con due telai occupava ben 70 operai, che verso la fine del secolo si ridussero a quaranta. Agli inizi dell'800 esisteva nella valle un'officina per lime, 14 officine per baionette ed altre per oggetti di ottone. Si valutavano a 1500 le persone impiegate. Agli inizi dell'800 la lavorazione dell'ottone era già in sviluppo inarrestabile. Andò soprattutto sviluppando articoli di maniglieria, posateria, pesi per bilance, pomoli, carniere, candelabri, boccoli e tutto a prezzo di concorrenza. Nel 1801, Fox, visitando l'esposizione di Parigi, a Napoleone che gli chiedeva che cosa l'avesse più colpito, rispose che era il coltello d'un soldo prodotto a Lumezzane. Nel 1809 esistevano tre fucine con fuoco grosso (una a Termine e due a Valle), 6 mulini con 10 ruote (4 a S. Sebastiano, 1 a Pieve ed 1 a S. Apollonio), 3 folli di panni a coperte (a S. Apollonio), due fabbriche di ottonerie, sei fabbriche grosse di broccamio e lane, 32 fucine e fusinetti di brocche, chioderie, lame, munizioni, seghe, battifuoco, ferri da taglio, molotti, ecc. In sostanza 52 fucine. L'attività manufatturiera superò anche la crisi del 1815. Nel 1833 a Lumezzane Pieve vi erano 25 officine per la costruzione di armi con 129 operai e a S. Apollonio 27 officine di altro genere con 80 operai. Tra il 1820 e il 1825 entrò in crisi la lavorazione di acciarini che scomparve nel 1839.


Il nerbo dell'industria lumezzanese andò sempre più specializzandosi nella produzione di posateria, ottoname, serrature e rubinetteria concentrate specialmente nelle frazioni di Sonico e Montagnone e che nel 1897 raggruppavano una ventina di officine. Sempre più numerose divennero le famiglie che da contadine passarono alla lavorazione del ferro. É il caso degli Scaroni provenienti da Agnosine nella prima metà dell'800. Divenuti da agricoltori, fabbri, si trasformarono poi in piccoli imprenditori. Armi bianche (sciabole, spade, tridenti, roncole, zappe) producevano dal 1860 anche Giacomo Gnutti, che allargò poi la produzione a lance, staffe, filetti per la cavalleria e perfino le manette in dotazione ai carabinieri. Lo stabilimento andò sempre più ingrandendosi diventando uno dei più prestigiosi della Valgobbia. La concentrazione della produzione delle armi bianche, diede, alla metà dell'800 un ancor più intenso incremento alla produzione di posate cui si dedicarono, assieme ad altri, i fratelli Bugatti fu Antonio, Giacomo Pasotti, i fratelli Prandelli, i Becchetti, Bortolo e Vittorio Bugatti.


Un rilancio dell'attività manufatturiera si ebbe verso la metà del sec. XIX. Mentre declinava completamente la produzione di panni, si allargava e perfezionava la produzione di acciai e di ottonami. Lo spirito di iniziativa spinse nel 1862 Pietro Polotti a recarsi, su incarico del governo italiano in Inghilterra per studiarvi la produzione di acciaio. Grazie all'on. Zanardelli e alle commesse governative riuscì a sviluppare la piccola azienda aperta nel 1850 in un grosso stabilimento di acciai per la marina, completato da altre produzioni, le più varie, come granate, baionette, sciabole, sbarre per canne da fucili, chiavi, viti, assili, coltelli ecc. Nel 1884 lo stabilimento Polotti si fondeva con la Società Tempini dando vita a Pieve ad un grande stabilimento metallurgico inaugurato il 18 gennaio del 1885. Nel 1875 le officine lumezzanesi non impiegavano che 200 persone compresi i fabbricanti di posate e di candelieri d'ottone. Il resto era tutto affidato all'iniziativa autonoma personale e familiare. Nel 1879 nonostante le ricorrenti crisi si leggeva sui giornali: «A Lumezzane ogni uomo è operaio; le poche campagne sono occupate da donne». Una grave crisi colpì Lumezzane come tutta la Valtrompia verso il 1880 tanto da far scrivere ad un giornale che le "innumeri" officine di Lumezzane erano ormai "silenziose e deserte e che quella popolazione di intelligenti operai languiva nella più squallida miseria". Ma le inaspettate risorse di genialità e di laboriosità dei lumezzanesi assieme a commesse governative riuscirono ad aver ragione ancora una volta della crisi. Nel 1887 Federico Bagazzi e Giov. M. Mutti promuovevano un grande opificio all'imbocco della Valgobbia per la produzione di cementi e calci idrauliche. All'esposizione operaia del 1889 facevano mostra di sè, oltre agli acciai dei Polotti, le parti di armi commissionate dal R. Arsenale, ai Polotti fratelli e figli, allo Sgritta, ai Gambera, a Bernardo Zanetti, a Giovanni Botti e a molti altri. Sempre più fortuna avevano gli arnesi agricoli di ogni specie del Fomassi, di Giovanni Mori e del Duina;le posaterie e coltellerie ancora di Giovanni Mori, di Michele Gnali, di Nicola Botti; chiodami di Arcangelo Zanetti e di Francesco Bonomi. Nello stesso anno Massimo Bonardi poteva scrivere: "Nella Valle Trompia la piccola industria si concentra tutta si può dire nella industre valletta di Lumezzane. Lassù ogni casa è una officina dove gli abitanti attendono a svariatissimi lavori". A Lumezzane Pieve esistevano 4 officine (Bagazzi, Funazzi, Mori e Duina) che fabbricavano vomeri ("scartade"), zappe, badili e altri arnesi agricoli, e, ancora, ferri per tram. La ditta Michele Funazzi occupava da 25 a 32 operai, le altre da 8 a 10. Parti d'armi da fuoco e da taglio venivano prodotte da dodici officine (con circa 200 operai) disperse nelle contrade Trefilere, Tuffi, Piatucco, Palone e Caselli, di proprietà dei Gnutti, Polotti, Botti, Lechi e Gambara. A Lumezzane S. Apollonio erano invece concentrate oltre ad una ventina di officine di ottonami, 25 piccole fabbriche di cucchiai e forchette di ottone, 10 di parti di armi da guerra e di arnesi agricoli, oltre 50 di broccami a mano. In complesso occupavano circa 650 operai. Ammaestrati dalle crisi delle commesse governative molti produttori abbandonarono sempre più la fabbricazione di armi da sparo o bianche orientandosi verso una produzione meno legata alla politica generale. Michele Gnali si specializzò sempre più nella coltelleria, il Fonassi negli attrezzi rurali, i Polotti negli assili per carrozze, Giacomo Gnutti, qd. Andrea (nel 1890) in armi da scherma (fioretti e sciabole tabulate degne di stare accanto a quelle di Solingen). Nei 1892 veniva avviata e potenziata la produzione di seghe. Nel 1897 i giornali non avevano remore a definire l'industria lumezzanese di cucchiai e forchette d'ottone come unica in Italia, ed esportata all'estero "per la sua apprezzata bontà e i prezzi modicissimi". In più a Lumezzane si erano concentrate ben 27 fonderie di rame, ottone, bronzo, sulle 37 esistenti in provincia, distribuite fra i rami di poche famiglie, quali i Bonomi, i Pasotti specie Giacomo, i Ghidini i Rivadossi (specie Faustino). Nella rubinetteria si andavano specializzando soprattutto le ditte Serafino Bonomi e figli, Vittorio Bonomi che già agli inizi del '900 esportavano in Oriente, Grecia, Egitto. La gamma produttiva dell'industria lumezzanese non ebbe mai confini. Alla rubinetteria si aggiungeva la produzione di viti per botti, finimenti per cucine economiche, portiere, ecc. della ditta Faustino Rivadossi. Nel 1900 iniziava la produzione delle lame da scherma anche la ditta Bianchi Francesco di Pieve che presto fece concorrenza a quelle di Santo Pasotti, ritenute le migliori in Italia. Agli inizi del '900 venne avviata, attraverso un industria milanese, "l'Izar" una fabbrica di bottoni che nel 1914 assorbiva un centinaio di dipendenti, ma che scomparve nel primo dopoguerra. Nè mancarono fabbricanti di armi da caccia, specie carabine, come la ditta fondata da Nicola Mori, continuata dal figlio Giulio. All'esposizione bresciana del 1904 venivano premiati i coltelli di Carlo Polotti (Pieve), di Pietro Seneci (S. Sebastiano). Successo ottennero i bulloni, le viti, i chiodi, le chiavarde, i dadi ecc. di Battista Gnutti (S. Sebastiano). Agli inizi del '900 Lumezzane concentrava il maggior numero di officine per la fabbricazione di attrezzi agricoli (a Pieve), di chiodi, bulloni ecc. (a S. Sebastiano). Enorme sostegno venne all'industria lumezzanese dall'introduzione nel 1906 dell'energia elettrica, per la distribuzione della quale si costituì nel 1909 la società elettrica di Lumezzane nel 1923 un consorzio elettrico. Grazie all'elettricità nel 1911 le aziende lumezzanesi di un certo rilievo erano 77 con 1116 addetti. Negli anni che precedettero la I guerra mondiale nascevano la Società fra i produttori di cucchiai e il sindacato degli ottonami. In più, nel 1913, veniva fondata per far fronte alla concorrenza, la società degli industriali produttori di rivoltelle, e, per dar lavoro ai disoccupati, quella dei lavoranti in armi. Si intensificava inoltre la cooperazione che allineava la cooperativa del Ritrovo operaio S. Giovanni Battista, il Circolo Cooperativo "Unione" di Fontana, il Circolo Cooperativo di Consumo di S. Sebastiano. Dopo la prima guerra mondiale si andarono ancor più concentrando a Lumezzane l'industria della posateria, dei casalinghi e, della maniglieria. La rubinetteria e il sifoname vi ebbero la loro capitale. La spinta fu dovuta, oltre che alla guerra e alla sempre più intensa distribuzione di energia elettrica, alla cessazione della concorrenza straniera, specie tedesca, per cui la maggior parte dei metallurgici si riversarono su Lumezzane. Un vero rilancio si ebbe dal 1925 in poi, quando assieme ad una rinnovata produzione d'armi si aggiunse quella di nuovi articoli fra cui le posate inossidabili. L'espansione è significata dal fatto delle presenze di pendolari e di 115 lavoratori che, a fine settimana, tornavano nei propri comuni di residenza nel Bresciano e nel Bergamasco. Nacquero in questi anni la "Inox beck" di Giacomo Becchetti (che nel 1940 produceva già 10 mila posate al giorno), la "Polotti Santo", la "Risolì" di A. Montini, la "Montars" dei Fratelli Montini, la "Rivadossi Francesco" (1941) che incominciarono a produrre sempre più largamente anche articoli di regalo, posacenere, candelabri. I fratelli Moretti di Pieve si dedicarono alle armi antiche, mentre la "Ilcar" di Ottorino Bugatti diede vita alla lavorazione di ceramiche. Nel 1927 le fabbriche salivano a 201 con 1615 addetti e nel 1930, la proporzione fra agricoltura e industria era ancora sia pure di poco, prevalente, nel 1931 era completamente capovolta: gli addetti all'industria erano 1700 contro i 1000 dell'agricoltura che poi continuarono a diminuire fino a scomparire nel 1975. Durante le sanzioni, mancando il rame, i lumezzanesi inventarono una lega detta "zama" a base di zinco, adottata poi in tutto il mondo.


La II guerra mondiale rallentò ma non fermò o sconvolse l'industria lumezzanese. Essa si riprese subito con decisione. Già nel 1945 nascevano nuove imprese come "l'Almac - S. Giorgio", promosse dai Gnutti per la fabbrica di parti di bicicletta e poi rubinetteria Soprattutto ebbero sviluppo le posate inox, la cui produzione già sperimentata nel 1931, si impose con "Inoxriv" dei fratelli Rivadossi nel 1943, la "Inoxpran" di Prandelli nel 1946, la ditta "Polotti Santo" nel 1948 seguita, nello stesso 1946 a S. Apollonio, dalla "Mepra" (fondata da Pietro Felice Giacomo Prandelli) dalla "Inoxpran" di Giovanni Prandelli nel 1945, dalla "Inox Alpac" di Pietro Gnali nel 1956) fino alla "Inox Botti" 1972 ecc. Con i fratelli Ghidoni e con altri, poi con la"Novalux" di Paride Belleri per la posateria argentata, la "Risoli" di Montini Alfredo; sempre negli anni '50 prendeva piede la produzione di posate d'alpacca argentate, ma non venivano abbandonate le altre produzioni. Nel 1953, ad esempio nasceva la "Polotti Emilio" per profilati d'acciaio. Ma l'industria base rimase sempre l'utensileria per la casa tanto che in Lumezzane si concentrò l'ottanta per cento della produzione nazionale di posateria. Nel 1953 le imprese industriali piccole, medie e grandi erano 256 delle quali 65 a Pieve e frazioni, 80 a S. Sebastiano, 105 a S. Apollonio, con complessivi 10.700 dipendenti. Il numero delle ditte superava nel 1961 le 1000 unità; nel 1965 erano più di 1200 con 15 mila dipendenti. In effetti gli anni sessanta segnarono un boom mai visto e mai sognato richiamando un'immigrazione sempre più intensa, dalla Bassa Bresciana prima e poi dalle più lontane regioni italiane, Sicilia e Sardegna comprese. Nel solo 1968 si registrarono 618 immigrati. Nel 1951 ne risultavano iscritte, nel Registro ditte della Camera di Commercio, ben 700 fra artigianali e imprese. Il comune di Lumezzane risultava così il maggior polo manufatturiero della provincia (escludendo, ovviamente, il capoluogo), ed evidenziava una accentuata specializzazione produttiva, con il 97 per centro degli addetti occupati nel settore metallurgico e meccanico. Le produzioni principali lumezzanesi si concentravano intorno a: 1) prodotti di pressofusione di ottone e alluminio per impianti idraulici e idrosanitari, maniglie, parti di motori a scoppio in alluminio, minuterie metalliche in genere; 2) prodotti di stampaggio a freddo e a caldo in acciaio inox, ferro, alpacca, ottone, posate, pentolame, articoli casalinghi in genere, coltellerie, lucchetti, serrature; 3) macchinari o parti di essi; cuscinetti, forni per fusione di materiali ferrosi e non ferrosi, macchine utensili e stampi di ogni tipo. Come ha rilevato Luciano Consolati dal 1951 al 1961 Lumezzane è protagonista di una crescita industriale vertiginosa, legata al boom economico del Paese, ma soprattutto all'andamento positivo del settore edilizio, che esprimeva una crescente domanda dei beni tipici della produzione lumezzanese. Questo fatto, unito alla contemporanea apertura dei mercati esteri, ha indotto nel sistema produttivo locale un'espansione senza precedenti. La popolazione registra un incremento del 45 per cento, il tasso di attività esplicito, che probabilmente risulta largamente sottostimato, raggiunge il 39,1 per cento, pari a quello medio provinciale. Gli addetti all'industria manufatturiera raddoppiano, e in particolare aumentano del 43,8 per cento nel settore metallurgico, e del 98,7 per cento nel settore meccanico. Il rapporto tra addetti (coloro che risultano occupati in aziende del Comune, anche se non ivi residenti) e attivi (coloro che risiedono nel Comune e si dichiarano occupati in un determinato settore, anche se in aziende non nel Comune di residenza) rivela la presenza di lavoratori pendolari, pari a circa il 25 per cento degli occupati totali. Le unità locali aumentano notevolmente, ma in misura minore rispetto agli addetti, quindi la dimensione media delle unità locali evidenzia un incremento che conferma la caratteristica di crescita estensiva del sistema. Si formano anche alcune concentrazioni industriali di rilievo come le industrie casalinghi "Mori" di Gaetano, Giacomo, Sergio Mori, (nata nel 1974, in pochi anni con 200 dipendenti), la "Siral" di Saleri Frascio, passata poi alla "Sebini" S.p.A., "l'Italpress" di Bruno Zani (per metalli non ferrosi); la "Rubinetteria G.S." di Gnutti Sebastiano e Figli (fondata nel 1905 ma rifondata nel 1970 e che nel 1985 avrà 256 dipendenti), la "Teorema" di Palazzani, la "Gnutti Carlo e figli" (officine meccaniche di precisione) la "O.M.S." srl (per contatori d'acqua e rubinetti), la "Metallurgica Bonomi" fu Luigi, la "Becchetti Angelo", la "Bal" snc (ottonami), la "Pasotti Giacomo" spa (fonderia e lavorazione di metalli), la "Metallurgia Pasotti", (maniglieria) e la più grande "Eredi Gnutti" spa (profilati, trafilati di ottone, alluminio e bronzo). Lo stesso Luciano Consolati ha annotato come anche il decennio 1961-1971 evidenzia ancora una fase di espansione per Lumezzane, anche se più contenuta rispetto al periodo precedente. La popolazione aumenta del 35,5 per cento, mentre il tasso di attività non subisce sostanziali modificazioni. Gli addetti all'industria aumentano del 16,8 per cento, e gli incrementi percentualmente maggiori si segnalano nel settore metallurgico e nel meccanico mentre l'incremento del terziario rimase al di sotto del livello provinciale.


Dal 1971 al 1981 seguì un decennio di più limitata crescita contenuta degli addetti, ma anche di ristrutturazione e di ridimensionamento delle aziende. Nel 1978 le officine di ogni tipo e dimensione erano 1200 di cui con più di 250 addetti: Eredi Gnutti con 600 e Gnutti Sebastiano con 250; otto dai 100 ai 250 addetti, venti dai 50 a 100 addetti. Più di mille sotto le 50 unità lavorative. L'anno dopo 230 nuove officine chiedevano aree idonee per la loro attività. Nel 1984 il registro ditte della Camera di Commercio elencava 1113 ditte di cui 171 di casalinghi in genere, 254 di rubinetteria, 73 di elettrodomestici, 477 di mobili, 138 di ceramica e igienico sanitari. Nel 1984 le imprese erano 1670. Al contempo veniva affrontato con coraggio l'aggravarsi della crisi con nuovi programmi e progetti. La saturazione di imprese in Lumezzane aveva spinto fin dagli anni Sessanta parecchi imprenditori a cercare di espandere altrove la loro attività. Sul piano sindacale i primi tentativi vennero esperiti nel 1914 da don Angelo Sgritta, cappellano a Valle, con un Sindacato metallurgici che egli ambiva lanciare sul piano provinciale e poi nazionale. Ma, in sostanza, anche dopo la prima guerra soprattutto a causa della struttura aziendale in cui prevalse sempre, di gran lunga, la piccola azienda, Lumezzane rimase sempre refrattaria all'attività sindacale. Solo intorno al 1960 se ne ebbe il primo radicamento, con l'elezione dei primi membri di commissiosi interne. Da allora il processo di sindacalizzazione fu discreto per cui nel 1967 su circa 8 mila metalmeccanici gli iscritti al sindacato erano circa 2 mila. Dal 1969 al 1971 anche a Lumezzane le lotte operaie assumono più o meno le caratteristiche comuni a tutta la provincia pur con accentuazioni proprie come la resistenza all'incompatibilità fra cariche sindacali e politiche, un'attenzione particolare ai problemi di zona, una accentuata autonomia, un riferimento stretto (con inchieste di massa coi lavoratori locali, la creazione di una sede unitaria (aperta l'1 maggio 1971) e di un Consiglio direttivo di zona. Diventato il territorio ormai saturo di officine, i lumezzanesi aprirono aziende un po' dovunque come l' "Idra" di Pasotti, la "Posital"e la "Tecnomeccanica" a Brescia, l'"Italfond" a Bagnolo e altre fabbriche a Sarezzo, Marcheno, Lodrino in Valtrompia; a Candino, Tione, Storo nelle Giudicarie; a Sabbio Chiese, Agnosine e Odolo, in Valsabbia; a Toline sul Lago d'Iseo; a Piancamuno in Valcamonica, a Saiano e Monticelli Brusati in Franciacorta e, inoltre, a Calcinato, Desenzano, Prevalle, Coccaglio, Ospitaletto, Rovato, Collebeato, Torbole, Orzinuovi, Quinzano, Seniga, Gambara. Altre ancora in Argentina, nel Venezuela, nel Sudafrica. Il lavoro nelle officine e la continua crescita industriale aveva portato a trascurare via via l'agricoltura e la silvicoltura. Già nella seconda metà dell'800 scomparse le selve resinose e diradati i cedui non rimanevano che "pochi e magri lembi prativi, sui quali i lavori agricoli "ed i trasporti sul capo e sulle spalle" erano "quasi interamente affidati alle donne". Solo il versante meridionale attorno alle Poffe conservava quasi intatta la ricchezza della natura. Fino a Mosniga non mancavano "belle viti", specialmente schiave e groppelli. Le renaccie erano scomparse uccise dallo oidio. Tuttavia agli inizi dell'800 la vendemmia era ancora in auge. Del lino rimanevano solo alcune tracce. Imposte e sovraimposte avevano depresso le produzioni agrarie. Se si accettuano un allevamento di trote in Faidana ed un moderno impianto di pollicoltura in località Vers, 188 bovini, 135 ovini, 78 suini, una cinquantina di coltivatori e 7 viticoltori, nel 1983, l'economia lumezzanese era ormai del tutto di tipo industriale. Conseguente allo sviluppo economico fu quello creditizio, ma solo nel 1926 venne aperto uno sportello della Piccola Banca S. Filastrio con sede a Tavernole, scomparsa nel 1930. Nel 1936 vennero aperte le filiali del Credito Italiano a Piatucco e nell'ottobre dello stesso anno in S. Sebastiano quella del Credito Italiano, che, nel 1962, eresse in piazzale Roma una nuova modernissima sede. Per iniziativa soprattutto dell'arciprete don Vigilio Alghisi nel marzo 1952 apriva, nel palazzo Portegaia, lo sportello della Cassa Rurale ed Artigiana di Lumezzane, con 226 soci e un capitale di lire 2.314.000. Presto si impose la necessità di una trasformazione della cassa in Banca Popolare, società cooperativa a r.l.. Ciò avvenne il 4 marzo 1955 con 277 soci. Poi la banca apriva sportelli a S. Sebastiano, a Concesio (1962), Stocchetta (1962), Sarezzo (1962) ecc. Nel 1982 la Banca Popolare si fondeva con quella di Palazzolo nella Banca Popolare di Brescia. Nel frattempo nel 1964 a S. Sebastiano aveva aperto i suoi sportelli una filiale della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, cui seguiva nel 1976 l'inaugurazione a S. Sebastiano di un'agenzia della Banca S. Paolo.


PERSONAGGI: sono di Lumezzane, l'inventore Giuseppe Gnutti, costruttore di geniali quadranti solari; gli organari Antegnati e Bolognini; l'intagliatore Gaspare Bianchi; i musicisti p. Bernardino Polotti e i fratelli Codini; il tenore Giacinto Prandelli; numerosi ecclesiastici e religiosi fra cui don Giovanni Battista Bossini, detto el beat cüradì, mons. Bonifacio Bertoli, vescovo di Tripoli, p. Antonio Bolognini, morto in concetto di santità nel 1942, p. Giacomo Gambara, missionario zelantissimo a Chicago, p. Ghidini dei Fatebenefratelli, madre Lucia Seneci canossiana, medaglia d'oro al merito filantropico ecc.