ESINE
ESINE (in dial. esinese Éden, in lat. Esinis)
Centro agricolo industriale della media Valcamonica alla sinistra dell'Oglio. L'abitato molto unito si stende ai piedi del colle della SS.Trinità, ed è lambito nella sua parte meridionale dal torrente Grigna che, poco più a valle, confluisce nell'Oglio. Si trova a 283 m.s.m., a 64 Km. da Brescia. Il territorio comunale di Esine, diviso in tre parti tra il capoluogo e le frazioni di Plemo e Sacca, occupa una vasta porzione tra i comuni della media Valle Camonica. Confina a N col comune di Cividate Camuno, a S col comune di Gianico e di Bovegno e parte del comune di Darfo, a E col comune di Berzo Inferiore e ad O col comune di Piancogno e di Darfo. La sua estensione risulta di kmq. 30,961. Il territorio riservato al comune, occupato in minima parte dall'agglomerato urbano e rurale, è per tre quarti considerato montano e per un quarto pianura. Il territorio è ricco d'acqua. Il fiume Oglio che tra il capoluogo e Sacca entra per un buon tratto ad irrigare il territorio segna in parte il confine con i comuni di Piancogno e Darfo. Ai piedi della falda montana scorre impetuoso il tristemente famoso torrente Grigna che dà il nome alla valle e sfocia nei pressi di Plemo nel fiume Oglio. Il torrente ingrossa la sua portata ricevendo le acque di numerose valli e valloncelli che, precipitosi, confluiscono nel Grigna tra salti e cascatelle. Il Degna, il Valle delle Valli, il Valbonina e il Gabbia sono i suoi affluenti più importanti. Altri affluenti, la Cavena e il Valpelù, sono in secca per buona parte dell'anno. In direzione SO, in una tetra valle, orrida e fortemente scoscesa, non a caso soprannominata Valle dell'Inferno, scorre il Resio che lungo il suo corso riceve le acque della Valle dell'Orso e la Valle del Cul, che proveniente dal Vacaretto, cede le sue acque alla Valle dell'Inferno, a Pianazzo. Numerose sono le falde idriche risorgive disseminate un po' dovunque sulle nostre montagne.
A SO del capoluogo la natura carsica del terreno ha favorito il nascere di alcuni tipici laghetti formatisi entro crateri di sprofondamento per erosione subacquea dovuti alla soluzione della roccia sottostante. con conseguente formazione di specchi d'acqua. Questa roccia, la Dolomia Cariata, costituita da un complesso di depositi a strati, contiene anche del gesso, facilmente erodibile dall'acqua sotterranea. Si formano così delle caverne sotterranee che, ad un certo punto, provocano uno sprofondamento della terra di superficie. I laghetti che, nel 1932 risultavano una quindicina, hanno dato luogo ad una serie di studi dovuti ad Arturo Cozzaglio, Gualtiero Laeng e ai giovani geologi camuni dott. Gianni Feriti, dott. Vittorio Sigala che hanno qualche anno fa approfondito lo studio sui laghetti. Nel 1967 queste conche naturali piene d'acqua si ridussero a otto. Le cause furono, o i contadini che le riempirono di terra o fenomeni naturali quali l'ammassamento di detriti alluvionali. Ora ne è rimasto uno, il laghetto di "Cilicele", che è stato anche il primo della serie. Scrive G.Savoldelli:"La natura geologica del suolo, come quella di tutta la bassa Valle Camonica, nella parte piana è caratterizzata dalla presenza di un vasto deposito alluvionale, là dove in epoche remotissime doveva giungere l'acqua del mare. Le rocce che formano le catene laterali della nostra zona sono in prevalenza sedimentarie, calcaree, e in certe zone il carbonato di calcio raggiunge un grado di purezza molto elevato tanto da poter essere sfruttato dall'industria. In particolare, tutto il sistema montuoso alla sinistra del torrente Grigna è composto da arenaria e da scisti del permiano frammisti a porfidi. Al di sopra di tale ossatura si scoprono depositi morenici (tonalite-granito) che costituiscono piccoli altipiani e terreni altamente soggetti a forti erosioni causate dal lavorio rovinoso delle acque superficiali e risorgive e dallo scalzamento alla base dovuto alla corrente dei numerosi corsi d'acqua: torrenti e valloncelli. Questi ripiani morenici, mentre costituiscono ubertosi prati e verdi pascoli, danno abbondante contributo alle frequenti alluvioni del bacino del Grigna e dei suoi numerosi e non meno impetuosi affluenti".
E' comune e parrocchia autonoma. Religiosamente appartiene alla Vicaria foranea di Cividate Camuno nella II.a zona media Valcamonica. Abitanti (Esinesi), 850 nel 1459 (compresi Plemo e Sacca), 800 nel 1567, 1573, 1030 nel 1646, 1436 nel 1871, 1503 nel 1871, 1666 nel 1881, 1973 nel 1901, 2125 nel 1911, 2309 nel 1921, 2349 nel 1931, 2416 nel 1936, 2958 nel 1951, 2775 nel 1961, 3414 nel 1971 (residenti 3573 di cui 978 famiglie, 1761 maschi, 1812 femmine, 107 addetti all'agricoltura, 1200 ad altre attività, 2266 non attivi).
L'Olivieri, dal fatto che in un documento del 977 viene nominato un flumen de Esenoso, fa derivare il nome dall'antico nome del Grigna che appunto si sarebbe chiamato Esino; l'Odorici invece lo suppone di origine etrusca, e lo deriva dal nome personale "Aesina", per cui il paese sarebbe sorto su un fundus, cioè sulla vasta possessione di un ricco latifondista etrusco. Altri invece suppongono che il nome derivi dal laburno (cytisus laburnum), un arbusto dai bei fiori gialli chiamato in dialetto "Esen". Sarebbero segno di stanziamenti liguri alcuni toponimi come Varesagna, nome col quale era chiamata ancora nel '500 la montagna di Scandolaro e forse, ancora quelli di Barbisone (da bar, var) e Ganda (nome adoperato per indicare ghiaia o frane). E' supposizione di studiosi che la val della Grigna e perciò anche Esine, siano state poi tra le località preferite dagli Etruschi. Altri toponimi come "Terza mala' da tegio, "Navezza" (da nava - luogo pianeggiante) e termini usuali come leda (sabba fine), bruck (erica), gamb (legno), barek (recinto), camös (da camax) ecc. indicano la susseguente dominazione celtica.
Impronte molto vive lasciò la dominazione romana nei toponimi di Sonvico (Summus vicus), Carobe (per quadrivium), Canfré (poi contrada Ponte, da campus fretus cioè rinserrato tra torrenti), Tremiache ("tres imo aquae" cioè località a tre sorgenti), Sostrada (da sub strada), Salvagnone (da silva magna), Pradicolo (da praticolum, piccolo prato) ecc. Ma ancor più probanti sono i cimeli dell'epoca romana come l'ara rinvenuta a Plemo nel sec. XVII (ed ora nel museo di Bergamo) dedicata a Druso, figlio di Germanico, tombe romane e monete rinvenute nell'area di Plemo, tegole romane e una moneta di Agrippa (39-37 a C.) trovate nel 1943 negli scavi per l'apertura del canale dell'ILVA. Una lapide preparatasi ancor vivo da Publio Valerio Crispino seviro flaviale della Gens Valeria, venne ritrovata ad Esine. Il Rossi attesta che vi venne trovata anche una grande statua ritenuta simulacro di Ercole. Di epoca romana sarebbero anche le tracce di due vie, l'una proveniente dal Grigna e l'altra da Sonvico e che seguendo il tracciato del cardo e del decumano si incrociavano al Carobe ossia nel quadrivio romano. E' opinione del Sina che una colonia di veterani vi si sia stanziata per far da baluardo con altre (fra cui la più importante quella di Cividate) contro i popoli nemici. Nel 1930 in scavi compiuti vicino a S.Maria vennero trovate alla profondità di un metro, parecchie tombe, che vennero giudicate più che sepolture romane, preromane. Un altro gruppo di tombe venne individuato lungo il fianco della strada per Cividate. Altre tombe antiche vennero rinvenute nel fondo di proprietà Nodari-Ballardini a fianco della strada che da S.Maria porta al Castello. E' opinione del Sina che a Esine la prima chiesa sia stata costruita tra il VI e il VII secolo e che il luogo fosse lo stesso sul quale poi venne costruita l'attuale S.Maria; dove del resto come s'è accennato, vennero trovate tombe romane o meglio ancora preromane, segno dell'esistenza di un cimitero. La prima cappella ebbe probabilmente il titolo dell'Assunta. La cappella di S.Maria deve aver preceduto la chiesa stessa della SS.Trinità e come risulta anche da documenti posteriori (visita pastorale del 1459) deve aver tenuto per qualche tempo anche il Battistero. Non molte testimonianze invece restano dell'alto medioevo. Alcuni termini usati ancor oggi dal popolo sarebbero di origine longobarda. Vestigia longobarda è la chiesa della SS.Trinità, costruita nel 771, come longobardi sono lo stesso titolo e il culto di S.Michele arcangelo. Ricco di selve e pascoli, il territorio di Esine fu forse feudo di qualche nobile longobardo. La dominazione franca è poi ricordata dalla presenza nel sec. X di nobili di tale origine come Giselberto che, con l'approvazione del vescovo Goffredo, dona alla cappella dedicata a S.Paolo e a S.Vigilio, da lui fatta costruire nel quartiere più popolare di Esine, delle terre allo scopo di mantenervi un piccolo collegio di chierici destinati al servizio religioso. Giselberto era investito di beni vescovili e con i suoi parenti, fu signore di Esine. La popolazione aveva molti obblighi nei confronti suoi e dei familiari. Emancipandosi, almeno in parte da tali obblighi, gli Esinesi già fin dal sec. XI andavano costituendo un libero comune. Tale costituzione è sicura nel secolo seguente, come conferma un documento dell'ottobre 1168 che riguarda la composizione di una controversia che da tempo si trascinava tra i comuni di Borno e di Esine per una palizzata costruita dai Bornesi sulla sponda destra dell'Oglio che impediva la fluttuazione del legname e causava alluvioni nel territorio di Esine. Il comune doveva già pesare nella vita camuna. Il 10 novembre 1182 Lanfranco di Esine in qualità di Console della valle intervenne alla rappacificazione fra il nobile brenese Guiscardo ed i figli di un losinate da lui ucciso. Nel 1208 un Federici di Esine interveniva a Brescia per sostenere il popolo che aveva cacciato alcuni nobili. Come altrove gli amministratori dei beni erano i Vicini cioè gli antichi originari, i quali soli costituivano la Vicinia escludendone i forestieri. Come in quasi tutti i centri della Valcamonica la Vicinia combaciava col comune e ne teneva il posto. La Vicinia, secondo i capitoli pubblicati ancora nel 1596 e poi aggiornati nel 1668 e nel 1763, era convocata dai due consoli, gridata dal campanaro, annunciata dalla campana alla vigilia.
Le famiglie originarie erano: Federici, Beccagutti, Puritani, Librinelli, Biasini, Speziari, Castellani, Delanoce, Guadagnini, Nodari, Fassini, Finini, Delaidi, e la famiglia del sig. Francesco Zanotti. Famiglie forestiere erano invece: Lamagni, Gheza, Tomera, Chiarolini, Bassi, Laffranchini, Gatti, Baiocchi, Ghirardi, Burgale, Zamboni, Berteni, Mondini, Bianchi, Galelli, Martinelli, alcune famiglie Zanotti, Betossi e Guaini; a questi dovevano aggiungersi le famiglie d'origine estera e cioè: Ronchi, Altini, Tampalini, Selvatico, Balzarini e Schena, tutti immigrati dalla Valtellina; Bontempelli e Finadri d'origine trentina. Ammessi anche costoro nella vicinia, non vennero più chiamati forestieri, sibbene nuovi originari, per distinguerli dai vecchi.
Consistenti erano i beni comunali specie in pascoli e in boschi che a tempo debito erano tagliati in piccola parte per i bisogni della popolazione, e per l'altra per sopperire alle spese ordinarie ed anche straordinarie della comunità, i pascoli montani venivano alcuni dati in affitto ed altri tenuti per l'uso comune. Da qui la distinzione anche di montagne d'uso e montagne d'affitto. Queste ultime furono, fino al principio del secolo scorso, Büsech, Teza Mala, Navezza, Scandolario e Foppole; mentre le prime comprendevano: Salvagnone, Tremiache, Vacareto e Dos Valengo. Era esclusa a quel tempo la montagna di Pianazzo, di proprietà della famiglia Federici, e l'Asereto ancor oggi di proprietà privata. Per questi beni venivano presi provvedimenti nel 1581, nel 1598, nel 1637 ecc. Importanti capitoli vennero adottati nel 1800. Tra le montagne escluse dall'uso vi erano Foppole, Bùseco, Pradicolo, Teza Mala, Navezza, Scandolaro e Coste. L'affitto che se ne ricavava doveva essere versato ogni anno dal locatore direttamente alla camera fiscale di Brescia, per acconto delle taglie di cui il comune era gravato dal governo della Repubblica. I libri delle nostre vicinie dal 1500 in poi ricordano molte di queste affittanze, come pure gli ordinamenti deliberanti per una buona conduzione.
Con la nascita del Comune si avviava anche l'autonomia ecclesiastica. Dopo la seconda metà del sec. XII Esine otteneva di avere il proprio battistero. Difatti mentre nel 1154 e 1156 Esine mandava i fanciulli per il battesimo a Cividate, nel 1186 un testimone dice che Esine con Niardo avevano un proprio battistero. Di rilievo la presenza in Esine di una "domus da Eseno" di Umiliati, ricordata in documenti del 1280 e probabilmente fondata nei primi decenni del sec. XIII come appartenente al secondo ordine. Religiosi e religiose, raccolti in locali separati, esercitarono probabilmente nei primordi l'industria della lana. La casa sorgeva nel rettangolo di terra che attualmente è delimitato dal Vaso, incominciando dalla Piazzetta fino alla strada di Basso. Alla casa erano uniti un brolo, degli orti, dei casamenti e due molini. La casa possedeva pezze di terra in Bosa, Prasoleto, Isola Faiesa, Torta, Gerola ecc., oltre il Chioso. Non rispondendo più agli scopi per cui era stata fondata la casa di Esine venne soppressa nel 1314 "per utilità e salute dell'anima e del corpo dei frati e suore", e i beni con i diritti di acque per l'industria dei panni venduti a Zanone e Ziliolo Federici di Montecchio, ma abitanti a Gorzone. Il primo fu il capostipite dei Federici di Artogne, il secondo di quelli di Esine. Bertrando maestro dell'Ordine trasferiva al contempo la casa di Esine a Brescia presso la casa di S.Luca in città. Unico ricordo del convento sono alcune vestigia di costruzione del sec. XIII che si scorgono oggi in casa Fumagalli e che doveva costituire la parte rustica del convento, mentre il convento e i chiostri dovevano sorgere dove oggi sono le case Salvetti e Ronchi-Gennari.
Accanto al comune o Vicinia rimasero però ancora potenti i signori del luogo eredi della potenza di Giselberto e dei signori longobardi e franchi, che pur avendo favorito la creazione delle Vicinie e dei comuni, cercarono poi di contrastarne la crescente importanza. Fino alla fine del sec. XIII e anche oltre il vescovo di Brescia venne riconosciuto come il principale signore della Valcamonica e anche di Esine. Nel 1291 e nel 1298 infatti prete Giacomo di Esine pagava al vicario del vescovo Cazoino gli obblighi feudali verso il vescovo e nel gennaio 1300 lo stesso Cazoino investiva di alcuni fondi Giovanni Gaioni di Esine, dimorante però in Edolo. Fra i più potenti signori d Esine oltre ai Beccagutti, di cui però non si trovano documenti del sec. XIII, in questo secolo si incontrano già i Federici come dimostra il fatto che Felazio, Angelerio e Zenone figli di Federico Federici, signore di Montecchio, nel 1254 investivano di suoi beni un certo Tomasino abitante a Esine, nipote di Giovanni detto Dagacia notaio di Cividate, di un certo loro feudo e di diritti di pescare nell'Oglio. Oltre ai continui acquisti, i Federici erano entrati in possesso di proprietà, di diritti e privilegi che erano già stati dei Beccagutti attraverso fortunati matrimoni. I feudatari di Esine furono tra coloro che nel 1287 si ribellarono contro il comune di Brescia che, per punire i camuni per le continue rivolte, voleva impedire l'importazione di sale in Valcamonica e perciò furono tra coloro che con a capo i Federici fecero strage di nobili guelfi, inseguendoli fino a Iseo e passandoli a fil di spada, attirandosi il severissimo bando del comune di Brescia del 28 ottobre 1288. Nel bando sono compresi anche Armenolfo, Giacomo e Tancredino fu Raimondo di Esine. A coloro che fossero stati capaci di cacciarli dal castello, il comune di Brescia prometteva lire 500 imperiali, mentre lire 300 a quelli che incendiassero il paese. Quando poi, nel 1291, Maffeo Visconti venne eletto, da Brescia e dai nobili camuni, arbitro della controversia a firmare la pace non è il comune ma sono i nobili e cioè Manfredo qd. Raimondo (fratello dei precedenti) e Giacomo qd. Bonaventura suo parente. A Esine poi i Federici acquistarono ancor più forza economica attraverso l'acquisto dei beni degli Umiliati. A ricordo della potente famiglia è la torre che si innalza al centro del paese a sud della chiesa parrocchiale. Restano ancora come segno della sua presenza due alti casamenti che sorgono sulla collinetta a nord del paese e nei quali i Federici si stabilirono verso la fine del sec. XIV forse su un antico maniero. La forza e il prestigio del comune costrinsero tuttavia fin dal sec. XIII e XIV i nobili del paese e specialmente parecchi rami della famiglia Beccagutti a scendere a patti con esso e a chiedere l'ammissione alla Vicinia, anche a costo di rinunciare a propri privilegi come avvenne gradatamente fino al sec. XV. Dopo i signori Beccagutti venne il momento anche per i nobili Federici che vennero contrastati sempre più nelle antiche prerogative ed immunità dal comune, per cui sorsero anche ad Esine dei gravi contrasti tra il comune e i detti nobili, tanto che furono costretti, gli uni e l'altro, a venire, dopo la metà di quel secolo, ad una intesa che ponesse termine a controversie e lotte trascinantesi forse da troppo tempo. Questo accordo infatti venne concluso in Breno il giorno 15 maggio 1465 alla presenza dei più distinti personaggi, tra i quali il nobile Stefano Federici di Sonico, ma abitante in Breno, uno dei più famosi giureconsulti del suo tempo, del quale senza dubbio è il merito se si poté trovare, almeno per allora, un modus vivendi tra i due contendenti. Ma la diatriba si riaccese dopo alcuni decenni per cui il 15 luglio 1510 si addivenne ad una nuova conciliazione che ebbe per paciere p. Gabriele da Crema. I nobili Federici vennero accolti nella Vicinia e in compenso cedettero al comune il proprio mulino e si obbligarono a corrispondere alla Comunità cifre considerevoli. Ma non mancarono in seguito nuovi litigi. Fu necessario un nuovo accordo firmato il 28 gennaio 1530, secondo il quale oltre ai 32 ducati d'oro che i Federici s'erano impegnati a corrispondere al Comune, essi riconoscevano di dover sottostare anche a tutti gli oneri comunali.
Pur tra difficoltà interne ed esterne imposte da continue guerre e pestilenze, Esine andava anche cambiando volto edificando le proprie belle chiese e abitazioni civili. La vita della borgata non fu solo contraddistinta da laboriosità e opere civili e religiose, ma fu anche percorsa da liti e contese fra cui vivaci quelle già accennate con Borno, per i confini sull'Oglio, ricomposte con l'atto di Borno dell'ottobre 1168 cui altri sia pure meno solenni seguirono nel 1378, nel 1482. Contese nacquero anche tra Esine ed Erbanno forse già nel sec. XII ma decisamente verso la fine del sec. XV e agli inizi del sec. XVI sempre circa i confini sull'Oglio, ricomposte solo nel 1543 con un arbitrato di Gabriele Bellasio di Collio. Contrasti avvennero anche con Collio, Darfo e Berzo. Contese avvennero con Cividate per la manutenzione del ponte di Cividate specie dal 1365 in poi, quando Esine si rifiutò di continuare le sue prestazioni. Il podestà della Valle obbligò Esine a continuarle. Una nuova contestazione sorse nel 1618, per il transito su una strada, e fu vinta a quanto sembra da Esine. Anche le pestilenze e le epidemie funestarono la vita di Esine nel 1521-1526, nel 1575-1577, e specialmente nel 1630, quando si dovettero allestire due lazzaretti, uno in castello presso la chiesa della Trinità, l'altro in aperta campagna, in un fondo poi di proprietà Ronchi, sul quale venne eretta una cappella. Oltre alla grave carestia del 1816-1817, la vita di Esine venne funestata nel 1827 dal tifo petecchiale e nel 1836, 1855-57, dal colera. Drammatici disastri ed allagamenti causò nei secoli il torrente Grigna, tanto da far valere il sinistro detto dialettale "Quand 'l Grigna el grignerà Bers ed Esen i pianserà". Tremenda fu l'alluvione del 7 luglio 1634 che "divastò gravemente la campagna, ed empì 29 involti con mortalità di 17 persone". Una grave minaccia per fortuna superata venne rappresentata dall'alluvione del 1882 quando il Grigna allagò i Gioldi riempiendo anche i Laghetù. Il paese venne abbandonato da tutta la popolazione salvo il parroco don Luigi Magoni e una signorina, Margherita Guadagnini. L'ondata si infranse contro uno sperone di roccia del Castello. Il pericolo corso provocò un deciso intervento per cui vennero chiamati i mastri di Vezza d'Oglio specialisti nella costruzione di arginature a secco con blocchi monolitici ad incastro. Le difese da essi apprestate resistettero anche alla alluvione del 16-18 settembre 1960 che risparmiò il paese e danneggiò la parrocchia e alla tremenda alluvione del 1966 che non scalfì le opere apprestate 80 anni prima, ma solo l'argine in sassi e cemento.
Specie dal '700 all'800 la borgata non mancò di esprimere forti personalità culturali e artistiche nel grande teologo ed erudito don G.B.Guadagnini, nell'erudito p. Fortunato Federici, nei pittori Guadagnini e Nodari, ecc. Fu anche percorsa da aspirazioni patriottiche. Nella biblioteca parrocchiale si conserva una completa raccolta del "Conciliatore" del Pellico già di proprietà di Cristoforo Federici. Un Gheza della famiglia estinta dei Petrànc partecipò ai moti mazziniani. Alcuni esinesi combatterono nelle file garibaldine a Vezza d'Oglio nel 1866. Altri militarono nell'esercito regio e parteciparono alle guerre d'indipendenza. Un Gheza fu marinaio su una nave che partecipò alla battaglia di Lissa mentre Luigi Ameraldi, bersagliere, fu ferito a Custoza nel 1866. Fermenti sociali animarono il paese nella seconda metà del sec. XIX. Fin dal 1880 sorse infatti la Società Operaia Agricola Darfo-Esine, cui si accompagnò nel 1895, fondata dal cav.Giovanni Maria Nodari, la Cassa Rurale artigiana che è rimasta unica del genere in Valcamonica. In campo cattolico veniva fondato un circolo della Gioventù Cattolica. La partecipazione degli esinesi alla I guerra mondiale venne sanzionata dal sacrificio di 44 esinesi. Se il fascismo passò a Esine senza fatti gravi, un doloroso e alto contributo Esine ha dato alla Resistenza con sette morti e con numerosi partigiani presenti nelle Fiamme verdi, nelle brigate Lorenzini e "Lorenzetti" quest'ultima al comando dell'esinese Franco Ceriani (Paolo), nei gruppi di Silvio, sulle montagne di Esine, di Paolo sui monti di Artogne, nei gruppi di Bienno. Molto frequentata dai ribelli la val Bresciana e val Brescianina. Negli ultimi centocinquant'anni vennero affrontati anche da Esine problemi di fondo per una convivenza civile.
Segno di una sensibilità per i valori dello spirito è stata la presenza in Esine di maestri e scuole che sebbene documentata solo dagli inizi del 1610 il Sina ritiene molto più antica. Era affidata a sacerdoti e in seguito anche a laici, come conferma il libro delle vicinie sotto l'anno 1612. I maestri venivano assunti e stipendiati dal comune. Dopo alcune discussioni l'insegnamento venne nel 1618 allargato anche a nozioni di "umanità". Il maestro sacerdote fungeva anche come cappellano del comune ed era obbligato a celebrare la domenica nella cappella di S.Rocco nella chiesa della SS.Trinità per impetrare la preservazione del paese dalle pestilenze. Fra i maestri più stimati fu don Nicola Gatti di Esine, che insegnò dal 1727 al 1780 ed ebbe fra i suoi discepoli i celebri don G.B.Guadagnini, don Fortunato Federici ecc. Solo nel 1760 ebbe inizio, invece, una scuola per fanciulle, aperta, per suggerimento di don Gatti, dalla nobildonna Maria Federici che dispose di un patrimonio. Maestri di prestigio furono alcuni decenni fa, don Paolo Nodari, Antonio Rivadossi, Vincenzo Guarinoni ed Emilio Ameraldi.
Nel sec. XIX vennero affrontati i problemi igienici. Intorno al 1830 vennero costruite le fontane (quella del Carobe porta la data del 1833), sempre però alimentata dall'acqua del Vaso Re. Nel 1895, sindaco Ernesto Ceriani, ottenne da Berzo Inferiore metà dell'acqua del nuovo acquedotto colà costruito. La prima tubazione durò 25 anni e venne rifatta nel 1921 con tubi di ghisa. Il nuovo acquedotto venne costruito nel 1958 sfruttando il fontanile di Ligone e raggiunse anche le frazioni di Plemo e di Sacca. La viabilità è andata migliorando negli ultimi centocinquanta anni. Nel 1834 venne lanciato sull'Oglio un ponte di legno, sostituito nel 1870-1871 con quello in muratura. Il ponte sulla Grigna due volte travolto dalle piene, dal 1882 in poi, venne riedificato negli anni del '50 da Giuseppe Zamboni e sostituito dall'attuale nel 1964. Nel 1908 anche Esine veniva congiunta dalla ferrovia camuna. La maggior parte delle strade di montagna risalgono in gran parte al 1920-22. Nel 1974 venne terminato il nuovo ponte sulla provinciale Esine, Bienno a tre campate lungo 140 m. Il telegrafo giunse nel 1906 e l'illuminazione elettrica nel 1907. La casa comunale che un tempo si trovava sul sagrato venne sistemata poi in contrada Torosino, dove fino al 1911 servì anche come scuola e dal 1911 al 1920 da asilo, per divenire, in seguito, caserma dei carabinieri. Nel 1911 veniva inaugurato in via Manzoni il nuovo municipio che ospitò di nuovo la scuola e nel 1920, in seguito alla costruzione di una nuova ala, anche l'asilo. Lavori di sistemazione e di arredamento delle scuole venne operato nel 1966-67 a cura del comune. Nello stesso periodo venne sistemato anche il cimitero. Sul piano culturale funziona da anni una biblioteca civica. Per iniziativa del parroco don Daniele Venturini, nel 1966 è comparso a Esine un periodo ricco di notizie storiche e di cronaca dal titolo "El Carobe, voce della comunità parrocchiale", curato oltre che da don Venturini, dal prof. Oberto Ameraldi e Vitale Bonettini (Tani). Recente ma subito sviluppatasi è l'attività assistenziale. La casa di riposo istituita grazie al dono di Nini Beccagutti ved. Sangalli inaugurata l'1 settembre 1962, ospitò una ventina di anziani. Rivelatasi inadeguata alle esigenze, nel 1976 ne venne progettata una nuova dall'arch. P. Donati con l'aiuto dell'ing. Ghitti e del geom. Cistellini e per determinante interessamento del sindaco Glisente Scalvinoni, che venne inaugurata nel 1977. Ad essa l'E.C.A. ha unito una mensa ed una lavanderia comuni. Nel 1970 venne fondato il gruppo A.V.I.S. che nel 1975 (annoverò subito 80 soci) ha avuto una sua dignitosa sede. Nel 1971 l'AVIS stringeva un gemellaggio con Civitanova Marche. Nel 1976-77 è stata apprestata nel territorio di Esine l'area per la costruzione dell'ospedale provinciale Breno-Darfo che ospiterà 721 posti letto, 1200 dipendenti, sedici specialità con attività ambulatoriale. In campo sportivo nel 1973 ha preso vigore lo sci club Crocedomini. Nel giugno 1977 venne rifondata l'U.S. Eden, già esistente come gruppo sciistico dal 1966.
Chiesa di S.Maria. La prima chiesetta venne sostituita con un'altra forse nel 1300. Il pavimento a lastroni fu riscoperto nelle opere di ripristino del 1932; appartengono ad essa le due colonnine che sostengono la loggia e lo stesso campanile. L'attuale chiesa sarebbe stata costruita dopo la metà del 1400 ed ultimata nel 1485. Da allora non subì più rilevanti modificazioni, fatta eccezione della cappella del Rosario eretta alla fine del cinquecento e di pochi altri aspetti. L'architettura della chiesa è notevole "la navata ha due arcate a sesto acuto un poco compresso ed è a travatura coperta; ha un loggiato in fondo alla chiesa che è sostenuto da due colonne di pietra simona". Il presbiterio invece ha il volto a crociera senza cordonature in modo da dividere le lunette in tanti compartimenti. La facciata fu rifatta nel 1776 con la porta maggiore nello stile del tempo; opera ben poco indovinata. Il campanile, che secondo alcuni risale al 1300, ha due campane, una del 1535 e la seconda del 1680. Anche l'interno della chiesa la rende uno dei più bei monumenti artistici della valle. Chi entra in S.Maria di Esine non può non restare rapito dal meraviglioso ciclo di affreschi avvalorato dall'architettura gotica della chiesa. Si devono quasi tutti al pennello prestigioso di fra Pietro da Cemmo, che li eseguì dal 1491 al 1493. Disegno, disposizione di massa, distribuzione di colori, espressione di visi, ne fanno un vero gioiello dell'arte pittorica del Rinascimento. Ma è soprattutto la concezione ideale che è veramente grandiosa incentrata sull'esaltazione della Vergine Madre e Corredentrice del genere umano, dalle predizioni dei profeti alla gloria dei santi. Non è qui il caso di fare della critica d'arte. Soltanto pochi accenni descrittivi. La navata ritrae la storia del Vecchio Testamento in attesa della Redenzione attraverso i profeti Daniele (primo a destra) e il profeta Michea (sinistra) che si vedono dipinti in due medaglioni sul fronte del loggiato prospicente. Sulle due arcate della navata piccole medaglie raffigurano gli antenati di Davide e quindi di Maria. Le pareti invece fuori del ciclo sono coperte di ex voto commissionati da confraternite o da fedeli. Fra questi merita attenzione la Deposizione. Altri sono dedicati alla Madonna e a santi popolari come S.Rocco. L'arcata del centro raffigura la pienezza dei tempi in cui il Verbo s'é fatto carne. Al centro sta il Padre Eterno e ai lati l'Annunciazione e l'Incarnazione del Verbo. Alla base sinistra dell'arco vi è una significativa Via Crucis in cui in un solo quadro ci sono tutti i momenti e strumenti della Passione. Il presbiterio invece esprime la attuazione della Redenzione per mezzo di Gesù e Maria e la loro trionfale glorificazione. Sulla parete di destra sono riprodotti in due quadri il mistero della Natività e la Adorazione dei Magi. Sopra di essi stanno S.Francesco e S.Girolamo. Su tutta la parete dietro l'altare maggiore è occupata dalla grandiosa Crocifissione. Dopo il Calvario segue l'Assunzione della Vergine al cielo, alla quale è dedicata la chiesa, e l'incoronazione della Vergine. Infine nel grande ovale, al centro della volta, domina il Cristo benedicente, l'Alfa e l'omega sedute in trono in una cornice di Angeli fra una moltitudine di santi suddivisi in schiere di apostoli, di sacerdoti, diaconi, fondatori di ordini ecc. Ai lati delle nervature e costoni l'artista ha raffigurato i quattro evangelisti, i quattro dottori occidentali della Chiesa (S.Ambrogio, S.Agostino, S.Girolamo, S.Gregorio) e quattro poeti latini cui vennero attribuiti sentimenti cristiani (Virgilio, Orazio e forse Stazio e Persico) e di fianco i poeti italiani (Dante, Petrarca e due non individuabili). La cappella del Rosario, affrescata da Stefano Viviani, conferma la viva devozione degli esinesi. Ad essa seguì o s'accompagnò l'istituzione di una confraternita che ha sfidato i tempi circondando la cappella di molte cure e soprattutto promuovendo la pia preghiera mariana. Grazie al legato del notaio nobile Francesco Federici del ramo dei Zilio fu anche istituita una cappellania che ancora oggi offre i fondi per mantenere, in parte almeno, un sacerdote. Alla Madonna del Rosario, la cui statua fu intronizzata intorno all'anno 1600, la popolazione esinese portò subito una vivissima devozione tanto che il vescovo monsignor Morosini nel 1646 impose che il S.Rosario anziché nella chiesa di S.Paolo venisse recitato in S.Maria. Don Sina scrive "Per tale ragione si può ben pensare che, non solo singolarmente, ma soprattutto nelle grandi calamità, i fedeli siano ricorsi pubblicamente al potente patrocinio della Vergine Santissima". La chiesa ospitava numerosi sepolcri fra cui quelli dei membri delle famiglie Beccagutti e Federici. Altri ne vennero eretti a Rettori o famiglie esinesi. La chiesa, ridottasi in condizioni miserevoli, venne per decenni, quasi abbandonata a se stessa. Fino a quando nel 1930 il prof. Bernardo Sina appassionato cultore di arte e di storia, lanciò l'idea di restituirla all'antico splendore che venne subito accolta e fatta propria dal rettore don Alessandro Sina, che in verità fu probabilmente l'ispiratore della stessa iniziativa del prof. Sina. Fin dal 1932 si diede principio a quelle opere che dovevano preparare l'ambiente per il restauro dei preziosi dipinti. Con l'aiuto del Comune venne per primo rinnovata la copertura del tetto, indi rifatta quella parte di pavimento ch'era deteriorata, e rimossa l'ancona e il quadro che coprivano il grandioso affresco della Crocifissione dietro l'altar maggiore. Ciò fatto, nel 1941 si iniziarono i restauri degli affreschi che la Sovrintendenza alle Gallerie di Milano, volle fossero affidati al pittore Ottemi Della Rotta di Milano, il quale con vera competenza e passione d'artista vi lavorò fino al 1942. Ma se questa importante impresa artistica s'è potuta condurre, ha scritto don Sina, a termine, lo si deve in modo particolare a coloro che generosamente offrirono i mezzi e prima fra i molti, la famiglia Buelli fu Angelo di Lovere, la quale, a ricordo del padre e dello zio, già benefattori della chiesa e promotori di quest'opera d'arte, sostenne tutta la spesa, e fu la maggiore del restauro dei dipinti di tutto il presbiterio e dell'arco maggiore". La famiglia Rusconi di Esine invece provvide a far restaurare i dipinti della cappella del Rosario.
Chiesa della SS.Trinità. Il Sina la ritiene la seconda chiesa costruita a Esine, dopo quella di S.Maria. Venne costruita nel 771 entro le mura del castello e vicino alla Rocca, forse per iniziativa del signore longobardo del tempo, come indicano la dedicazione della chiesa alla SS.Trinità e di un altare a S.Michele, ambedue culti molto vivi presso i longobardi. Dopo aver servito al castellano e alla sua corte, la chiesa servì, forse dai tempi delle invasioni ungare, a tutta la popolazione. A questa fu talmente cara e utile da divenire intorno alla metà del sec. XII la chiesa parrocchiale di Esine. Ma già nella prima metà del secolo l'antica chiesa era stata sostituita con una nuova che esiste ancora e che costituisce uno dei monumenti più venerati della Valcamonica. Secondo il Panazza la chiesa doveva essere "Ad una navata, volta ad oriente, era a quattro campate coperte da volta a crocera sorrette da lesene addossate alle pareti; curiosa la prima molto ampia, ma che vista in sezione era formata da due vani uno sopra l'altro, sicché la parte a pianterreno era così bassa (anche quando il livello era alquanto inferiore, come si può ben vedere anche oggi esternamente, dal livello delle porte), che la volta nasceva dal pavimento. Vi si accedeva da due porte: a ovest e a sud. Superiormente vi doveva essere un altro ambiente, una specie di coro che si affacciava, come l'attuale, nell'interno della chiesa per mezzo di un'arcata. Le campate successive si elevano invece alte, slanciate; la seconda alterata nel '300, era coperta a crocera, come mostrano ancora i supporti alle pareti; le due ultime, invece, ancora intatte con la volta originaria a crocera di pianta rettangolare. Addossata al lato settentrionale vi è la sagrestia di pianta quadrata, bassa, in tutto simile ad una cripta, con una rozza colonna circolare al centro che sostiene, con un povero capitello, le quattro voltine a crocera. La facciata era a forma di capanna e si scorgono ancora i resti degli archetti che coronavano il cornicione e il segno del muro dove finiva la facciata. La porta era un po' più piccola dell'attuale Tracce di archetti del cornicione e due finestre monofore e una porta con bella ghiera dall'arco a conci di pietra si vedono nella parete sud. La parete nord conserva ancor più evidenti i caratteri originali, nella cornice ad ampi archetti a pieno centro e tre finestrelle. La chiesa aveva già il battistero nel 1150 e poco dopo probabilmente il 15 giugno 1154 dovette essere anche consacrata. Nel sec. XIV venne completamente modificata la seconda campata. Alla volta a crocera fu sostituita una volta a botte, con profilo a sesto acuto. Per sorreggere tale volta furono ingrossate le pareti all'interno. Fu aggiunto all'arco fra la prima e la seconda campata un altro arco a pieno centro in bellissima muratura. Sopra quest'arco si alzò la nuova parete con la grande apertura, pure a sesto acuto, del piano superiore. A ricordo di questi restauri venne posta sulla parete est dell'arco la iscrizione ancora ben conservata e pienamente leggibile: "Hoc opus fecit fieri dominus marchesius de Federicis de Gorzone... Julii 1373". Sotto vi fu aggiunta un'altra iscrizione con la data 1561, per ricordare gli affreschi fatti in questa campata. Nuove opere vennero compiute nel secolo XV quando a fianco della prima campata sul lato nord, venne costruita la cappella di S.Rocco, venne eretto il presbiterio a forma poligonale, con volta a padiglione, rifatta la parte superiore della prima campata, ricostruite alte volte a crocera, e innalzata la facciata, come è oggi con una grande finestra al centro poi chiusa. Inoltre fu aggiunta la scala esterna sul lato nord che porta all'ambiente superiore e nel lato sud vennero aperti, al posto delle finestrelle monofore, ampi finestroni e, presso il presbiterio, una porta in pietra rossa. S.Carlo nel 1581 ordinava che la cappella di S.Rocco venisse aperta verso la chiesa, togliendo la parete divisoria e che fossero chiuse le due pareti verso nord e ovest. Nel sec. XVII venne completata la facciata, alla quale venne aggiunto il campaniletto a vela collegato ai due pinnacoli piramidali in pietra. Venne inoltre innalzato il tetto della sagrestia cripta.
La chiesa venne poi abbandonata e solo negli ultimi decenni, dietro insistenza di don Alessandro Sina, e grazie ad enti pubblici (specie la Comunità Montana) venne ripristinata. Nel 1955 venne rifatto il tetto e sistemate porte e finestre e nel 1969-1970 per intervento del parroco don Venturini tutta la chiesa venne interamente restaurata nelle opere murarie e negli affreschi che vennero ripristinati dal pittore C.Bellotti. Nella chiesa e in particolare la Cappella di S.Rocco non mancano affreschi di rilievo che il Panazza ritiene di Giampietro da Cemmo, dopo l'impresa di Bagolino; mentre la Ferrari li ritiene di un mediocre frescante allievo del da Cemmo. La volta presenta al centro il monogramma di Cristo nimbato, da cui si dipartono quattro costoloni con decorazioni a candelabro che la dividono in quattro vele, in cui sono rappresentati S.Sebastiano e S.Rocco seduti su troni e, in asse con queste due vele opposte, la Trinità e la Decollazione del Battista. La presenza dei due Santi testimonia che la Cappella fu eretta in relazione alla peste scoppiata nella valle sul finire del secolo XV, mentre l'iconografia del S.Sebastiano, piuttosto insolita, richiama quella analoga di Berzo. Simboli di Evangelisti e altri elementi si alternano nei tondi in corrispondenza dei peducci della volta. Sulle pareti sta una grande Crocifissione che ripete l'impianto iconografico usato dal da Cemmo a Bagolino, Bienno, in S.Maria di Esine. Sulla parete opposta sta un affresco creduto una raffigurazione della Battaglia di Lepanto o un'imitazione del Naufragio di Gentile da Fabriano o ancora secondo il Mulazzani di un miracolo operato da S.Nicola, di cui si legge nella Leggenda Aurea. Nelle altre due pareti sono raffigurati S.Rocco, S.Caterina d'Alessandria e un S.Papa tutte di mano posteriore al 1553, mentre sotto l'intonaco è riapparsa un'altra S.Caterina di epoca precedente. Gli affreschi rimanenti, come s'è detto, rivestono un interesse molto minore: sull'arcone della seconda campata sono rappresentati una serie di ex voto, da collocare alla fine del XV secolo: al centro una Madonna col Bambino e una Trinità fiancheggiate da due coppie di Santi, al di sotto un'Annunciazione. Da notare che l'iscrizione con la data 1373, che compare a sinistra dell'Angelo, si riferisce ai lavori architettonici eseguiti in quel tempo. Spiace comunque di non poter più leggere l'iscrizione a caratteri gotici che centina l'arco al di sotto di questi affreschi e questa impossibilità si fa più grave per le scritte che compaiono nell'affresco della parete sinistra di questa stessa campata, che, almeno per la composizione, si rivela di un notevole interesse e databile alla seconda metà del XVI secolo. Anche le figure sono scarsamente interpretabili (si distingue un S.Girolamo), mentre le due iscrizioni che ancora si leggono alla sua sommità ("Te ipsum nosce" e "Tempus nosce") fanno pensare che si trattasse di una decorazione a un sepolcro. Da citare infine, sempre di quest'epoca, gli altri affreschi, rappresentanti una Madonna col Bambino e S.Giovannino, sotto un padiglione, con ai lati S.Michele e S.Giovanni Evangelista; un altro S.Michele e, nel presbiterio, un mediocre Crocifisso. Nel centro della chiesa e esternamente ad essa vi sono due sepolcreti. Forse ad uno di essi si riferisce un'iscrizione oggi pressoché illeggibile ma che p.Cistellini riuscì a trascrivere anni fa e che suona: "E TI GERONIMO NON AVER PAURA DI QUESTA MIA TROMBA/ CHE TREMENDA ET DURA NON ESSENDO /A CHI PON TUTTA CURA IN COSE MORTALE CHE /IL TUTTO FURA /FA A TI ET ALTRI TUOI SANCTI PURA /CHE DI FEDE ET OPRE SON FATTI DEGNI /MERCEDE DI CHRISTO /DI QUESTI REGNI /VENENDO SICURA NON HAN DA DUBITARE"/.
Della necessità dei restauri si fece eco don Sina in uno dei suoi ultimi scritti del 1953. Da tale anno la fabbriceria fece rimettere in sesto il tetto e provvide alle opere più urgenti. Ma radicali restauri vennero affrontati solo nel 1968 per interessamento dell'arciprete Don Venturini e col fattivo intervento della Comunità Montana condotti a termine nel 1970. I restauri agli affreschi sono stati compiuti dal pittore C.Bellotti.
S. Paolo. Una prima cappella in onore dei SS.Paolo e Vigilio, venne fondata intorno al 979, da Giselberto q. Attone, d'origine franca, che la dotò di beni per mantenervi alcuni chierici per il servizio religioso. Ad essa i documenti non accennano più fino al sec. XV, quando visitandola nel 1459, mons. Benvenuto Vanzio, annota che è in via di radicale ricostruzione. Già ultimata nel 1494 come ricorda una pietra alla base del campanile. Anche di questa costruzione non si conosce molto. Dovette assomigliare alla chiesa di S.Maria e ad altre chiese del '400. Era ubicata probabilmente di fianco al presbiterio dell'attuale, occupando parte della vecchia sagrestia, e allungandosi fino a poco al di sotto le porte laterali d'oggi. Accanto quasi nel mezzo dell'attuale sagrato sorgeva la casa comunale. Aveva, oltre l'altare maggiore, due altari laterali dedicati l'uno, situato in cappella, a S.Antonio abate e l'altro molto piccolo a S.Bernardino. La chiesa alquanto disadorna, venne dipinta per voto fatto durante la peste del 1577. Il coro venne affrescato da Tommaso Bona intorno al 1587. Nel '600 vennero eretti due nuovi altari dedicato l'uno alle anime purganti, l'altro al SS.Nome di Gesù. Per la circostanza venne fondata anche la Confraeternita dello stesso nome. Divenuta parrocchiale, dopo parecchio tempo la chiesa di S.Paolo si rivelò sempre più incapace per cui nel 1691 venne intrapresa la costruzione di una nuova che venne terminata nelle opere murarie e coperta del tetto nel giro di 15 anni. Entro il 1727 la chiesa venne dipinta da Giulio Quaglia di Laino (Como), ricercatissimo e bravo affreschsta. Dal 1700 al 1732 vennero costruiti i sei altari o cappelle laterali. Seguendo il Sina nella visita dela chiesa appena entrati a destra si incontra l'altare dedicato a S.Gaetano Thiene, la cui pala, secondo il Panazza, sarebbe opera del veneziano Bartolomeo Letterini. Il secondo altare di destra è dedicato alle Anime purganti, o alla Pietà. Altare e ancona sono in scagliola, di disegno sobrio ed elegante, opere di maestro Francesco Carnevale. La pala è una tavola di Callisto Piazza qui trasferita nel 1878 dalla Chiesa della SS.Trinità. Il terzo altare in onore dell'Immacolata venne eretto dalla signora Maria Fantoni ved. Federici. La pala, di discreto valore e di autore ignoto, raffigurante la Madonna venne sostituita con una pregevole statua in legno della Madonna del Rosario di ignoto scultore della fine del sec. XVI o degli inizi del sec. XVII. Qui trasportata da S.Maria. L'altare maggiore opera di Francesco e figlio Scalvi di Rezzato è fra le opere migliori della parrocchia per la grandiosità e varietà dei marmi, (sono in bella armonia il bianco di Carrara, il rosso di Verona, il verde antico e il diaspro), come per il disegno, per le sculture e la maestosa tribuna, che tiene ai lati due cherubini in atto di adorazione, a fianco dei quali, sul corno dell'ultimo gradino stanno le due statue di S.Pietro e di S.Paolo, attribuite queste ultime, unitamente all'altorilievo del paliotto, al famoso scultore Antonio Callegari. L'altare venne a costare la somma di L. 14.000 ed è dovuto alla munificenza di due nob. fratelli dott. Agostino e Maria Federici fu Gio. Battista, a ricordo dei quali dietro l'altare maggiore con lo stemma di famiglia venne scolpita la seguente iscrizione: EX MUNIFICENTIA Q. NOB. ET EXCELL.D.AUGUSTINI FEDERICI ERECTUM ITA LARGE PIEQUE COMPLENTE NOB. D. MARIA EIUSDEM SORORE ANNO D.NI 1743.
Dietro l'altare maggiore campeggia la pala della Conversione di S.Paolo che è opera di Antonio Guadagnini eseguita nel 1853-55. Il grandioso quadro rappresenta S.Paolo nel momento in cui gli apparve G.Cristo sulla via di Damasco; in esso l'artista, ispirandosi in parte a quello che venne rimosso per dar posto al nuovo (che non manca di valore artistico e che oggi si trova collocato in S.Maria), mise tutti gli accorgimenti dell'arte sua, tanto da essere annoverato tra le sue opere migliori. La soasa in stile neoclassico che lo racchiude, forse non del tutto degna del quadro, è opera di un certo Teodolfo Zucchini di Pisogne. Altra opera che merita menzione è il grande quadro a olio che copre tutta la parete destra del presbiterio al di sopra della cantoria; esso vi rappresenta la scena di S.Paolo che parla nell'Areopago di Atene. E' fra i lavori migliori del bresciano Sante Cattaneo di Salò, che lo dipinse nel 1798. A Tomaso Pietroboni di Vione si devono i banchi del presbiterio e gli stalli del coro, in stile neoclassico. Per questi ultimi concorse nella spesa il parroco don Domenico Ottelli, il quale volle scolpita la sua effige nel centro del coro sopra la cornice. Del medesimo intagliatore Pietroboni è pure il cornicione intagliato sopra la cornice del quadro del Cattaneo, dietro la Cantoria, come pure la bussola della porta maggiore e delle laterali.
Il primo altare che si incontra discendendo dal presbiterio sull'altro lato della chiesa è quello del SS.Nome di Gesù, in scagliola. Venne costruito negli anni 1723-1724, a cura dalla Confraternita dello stesso nome. La pala è del pittore iseano Domenico Voltolini, raffigurante la Circoncisione di Gesù. Viene poi l'altare di S.Antonio da Padova, con altare in marmo nero ed un'ancona in legno attribuita ai Fantoni di Rovetta, donata dalla famiglia Federici della torre. Il quadro rappresentante il santo che tiene fra le braccia il bambino Gesù è firmato da Bartolomeo Letterini. L'ultimo altare, presso la porta maggiore, è dedicato al transito di S.Giuseppe raffigurato in una tela di buon pittore del sec. XVIII. L'altare, pure in scagliola, venne terminato nel 1736 anno nel quale venne celebrata la prima volta la festa del Patrocinio di S.Giuseppe. L'organo originario era opera di Giovanni Giacomo Bolognini, terminato verso il 1750 che però nel 1832 venne sostituito con uno nuovo opera della ditta Bossi di Bergamo, restaurato da Diego Porro di Brescia nel 1915 e infine dalla ditta Formentelli di Pedemonte (Verona) e collaudato dal m.o Fait nel marzo 1975. La cassa e l'ancona dell'organo sono opera di mastro Giov. Battista Perini di Lovere che li terminò nel 1745 con l'aiuto del falegname esinese G.B.Federici. Gli ornati vennero eseguiti dall'intagliatore Antonio Fusi di Brescia. Più tardi nel 1790 vennero aggiunti e posti sull'ancona dell'organo due angeli e due teste di cherubini scolpiti dall'intagliatore e scultore in legno Carlo Baldoni di Capodiponte. La facciata e le porte vennero compiute poco dopo il 1760 sotto la direzione di mastro Domenico Barilando, che in quello stesso tempo stava costruendo casa Sacellini a Cividate. Alle sue dipendenze furono : mastro Francesco Carloni milanese, mastro Antonio Vinanti, m.ro Giuseppe Lurato, m.ro Giovanni Giovannetti, m.ro Antonio Odone, m.ro Lorenzo Hortelli, tutti muratori e m.ro Bernardo Silva tagliapietra, m.ro Giacomo Spacci tagliapietra, ancora tutti milanesi, nonché i muratori Gio. Battista Ceresola di Esine e Antonio Ceresa di Berzo Inferiore. Invece a mastro Giacomo Novi, pur esso milanese, ma che teneva laboratorio in Artogne, vennero commessi il disegno e la costruzione della porta maggiore, di quelle laterali, come pure delle quattro che si marmo di Verona mentre le altre sono in marmo di Botticino. Eleganti e di ottimo disegno i due portali laterali, migliore quella maggiore, sul quale, nel cartoccio che lo sovrasta e fa da cimasa, venne scolpita con la seguente dedica, anche la data della costruzione : "D.O.M. /ET /DOCTORI GENTIUM /MDCCLXXII". Completano l'arredamento della chiesa otto belle lampade settecentesche in metallo sbalzato e argentato. Sono di Beniamino Simoni di Saviore le statue dei SS.Pietro e Paolo dell'abside. Dello stesso (? ) sono le statue dei santi che ornano la facciata. Da ricordare la statua del S.Cuore che venne posta nell'agosto 1919. Nuovi confessionali e un rinnovato fonte battesimale vennero apprestati nel 1969, per iniziativa del parroco don Venturini. Nel 1977 vennero restaurate e ridipinte tutte le pareti esterne di S.Paolo. Tre quadri del Guadagnini abbelliscono la parrocchiale: S.Luigi Gonzaga, S.Carlo e la pala dell'altare maggiore rappresentante la conversione di S.Paolo sulla via di Damasco. Oltre queste opere di pittura, vi sono nella parrochiale ancora due tavole, dipinte tanto nel diritto che nel verso, di Callisto Piazza da Lodi e che un tempo dovettero servire da antoni dell'organo. Una di esse rappresenta S.Pietro e, nel retro, l'Arcangelo Gabriele; l'altra S.Paolo e la B.V.Annunciata. Ambedue si trovano alla base tanto a destra che a sinistra dell'arco trionfale. Anche la sagrestia contiene o conteneva opere di notevole valore come la tela di stupenda fattura che stava fino al 1870 nella chiesa della Santissima Trinità. Essa raffigura la SS.Vergine seduta, con sulle ginocchia il S.Bambino in atto di porgere a S.Pietro le chiavi, mentre dall'altro lato, verso il quale si volge lo sguardo della SS.Madre, sta S.Paolo con un ginocchio piegato e con la simbolica spada. Questo dipinto attribuito comunemente ancora a Callisto Piazza, richiama secondo il Sina un affresco di Bernardino Luini che si ammira alla Certosa di Pavia. Venne restaurato da Otteni della Rotta nel 1965. Purtroppo il quadro è stato rubato nel nov. 1976. Ancora in sacristia, oltre a due buoni ritratti, quello del dott. Agostino Federici e sua sorella nob. Maria, si trova pure ora il ritratto del defunto Arciprete don Luigi Magoni, uno dei migliori usciti dal pennello del concittadino Battista Nodari. Il banco dei paramenti, non privo di eleganza, fu lavorato dal maestro Cappellini Bartolomeo di Cerveno e venne ultimato nel 1743; la spesa fu sostenuta dalle varie Schole o Confraternite. Su un mobile della sagrestia vi è anche una bella tribunetta lignea di autore ignoto, ma probabilmente di Pietro Ramus, dorata, e a due ordini architettonici. Nel primo ordine vi sono, fra molti intagli, cinque nicchie e nel centro è il Cristo risorto; ai lati forse S.Pietro e S.Paolo e altri due santi. Il secondo ordine è molto più piccolo; ha tre nicchie nelle quali sono S.Caterina, S.Rocco ed un Angelo. Tra i tesori di Esine vi è una bella croce astile in metallo argentato e sbalzato. Sopra di essa nel verso sono le figure del Crocefisso, del Padre Eterno, della Madonna e della Maddalena; nel recto un grande Pellicano e i simboli degli Evangelisti; vi sono inoltre quattro busti di Papi e sei candelabri del '700 in metallo argentato e sbalzato. Molto interessanti. Vi si custodiscono inoltre un bellissimo piviale in velluto cremisi riccamente ricamato, che ritrae nel cappuccio le figure dei Santi Pietro Paolo sopra le quali sta lo Spirito Santo. Fu disegnato da Callisto Piazza, come dissero P. da Ponte, (1904, p. 52) e G. Panazza "Le arti applicate ecc.", (1964, p. 693). Il piviale fu esposto a Breno alla Mostra del Romanino del 1965. La parrocchia possiede ancbe uno stendardo interessante in raso e seta con dipinti nel verso i santi Pietro e Paolo e lo Spirito Santo che scende sotto forma di colomba; nel recto un grande Ostensorio. Si ritiene opera di Callisto Piazza. Negli anni dal 1882 al 1826 la chiesa andava arricchendosi di una nuova bussola opera del falegname esinese Oberto Guadagnini; nel 1825-1828 di nuovi banchi e di stalli del coro ecc. opera di Francesco Inversi. Nel contempo venne sistemato il sagrato. Nel 1833 venne ampliata la sagrestia. Nel 1819-20 era stato innalzato il campanile arricchito di nuove cinque campane fuse da G.B. Moncini per un totale di 422 pesi. Nuove riparazioni vennero compiute in seguito ai gravi danni provocati da un fulmine nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1872.
Chiesa del Lazzaretto. A ricordo della terribile peste del 1577, sul lazzaretto che, contemporaneamente a quello aperto accanto alla chiesa della SS.Trinità, costruito in aperta campagna, su un fondo poi di proprietà Ronchi, venne eretta nel 1599 una cappella dedicata alla Madonna e alle Anime Purganti. L'erezione fu dovuta alla pietà di don Agostino Fantoni, rettore di S.Maria, nel luogo che era meta ogni anno di processioni devote riconfermata per voto nel 1602. All'opera concorsero molti devoti anche delle vicinanze. La cappella, modesta, ha sui lati due finestre barocche e fu arricchita di una bella cancellata di ferro battuto che la separa dal pronao. Sull'altare una buona tela del sec. XVIII rappresenta la B. Vergine e le anime purganti. Segno di viva pietà e di amore è stata per secoli la Confraternita dei Disciplini, che dapprima si radunarono intorno all'altare di S.Bernardino della vecchia chiesa e poi in una cappella che oggi viene ancora detta "La Disciplina" e infine dal 1675 circa in una nuova chiesetta dedicata a S.Carlo. I Disciplini vestivano ancora nel sec. XVI l'abito bianco a forma di sacco con un cappuccio che copriva il capo e parte del viso come appaiono nella pala della loro Disciplina. Nel 1573 erano una cinquantina. Nel 1580 S.Carlo li richiamava all'osservanza e allo spirito della regola mentre nel 1593 il vescovo Morosini minacciava loro l'interdetto se avessero ancora osato tenere il giovedì santo e in altre occasioni, cene troppo laute. Nuovi dissapori tra il parroco e i disciplini insorte nel 1619 richiamarono l'attenzione del vicario generale della Diocesi che intervenne per impartire precise norme di condotta. La Confraternita dei Disciplini, venne poi assorbita da quella del Corpus Domini o del SS.Sacramento sorta fin dal principio del sec. XVI che venne chiamata Scuola dell'Oratorio di S.Carlo. Soppressa ai tempi della Repubblica Cisalpina assieme alla chiesa, venne ricostituita a distanza di pochi anni. La Confraternita del SS. Sacramento, fondata forse sulla fine del sec. XV, nel 1573 contava ben 400 confratelli. Ricca di legati e di elemosine contribuì ad abbellire la chiesa e ad arricchirla di suppellettili e di arredi e svolse anche intensa opera di carità. Intorno al 1620 venne eretta la Confraternita del SS.Nome di Gesù che aveva come scopo la lotta alla bestemmia oltre che di onorare il nome di Gesù. Si arricchì anch'essa di legati e provvide di arredi sacri la chiesa e soprattutto l'altare e la cappella dedicata sempre al SS.Nome di Gesù. Grazie al dono fatto dal nob. Girolamo Federici della sua casa in favore della Confraternita, i Disciplini chiesero il 15 luglio 1646 al vescovo di Brescia di poter costruire una nuova disciplina in sostituzione della vecchia che era diventata incomoda. La nuova chiesa venne costruita, poco distante dalla prima, e fu finita entro il 1680 come ricorda un'iscrizione trovata recentemente nelle opere di restauro della chiesetta e dedicata a S. Carlo. Venne soppressa con la confraternita nel 1807.
Comperata dal demanio da certo G. Antonio Stefani da Bergamo, appena fu possibile fu acquistata da Bortolo Gheza e nel 1816 rivenduta da questi ai confratelli del SS.Sacramento. Chiuso di nuovo, dopo aver servito come oratorio dei confratelli e per attività parrocchiali, l'Oratorio, per iniziativa dell'arciprete don Venturini è stato restaurato ed aperto come chiesa invernale. Le opere di restauro hanno rimesso in luce l'altare primitivo datato 1680 al quale verso la metà del '700 fu aggiunta l'ancona. Elegante è ancora la linea architettonica.
S. Maurizio. Una graziosa chiesetta, inaugurata il I agosto 1976 e dedicata a S.Maurizio venne costruita in Pianazzo dal gruppo alpini guidati da Panighetti, per ricordare caduti e dispersi di tutte le guerre e della Resistenza.
Tra le feste e devozioni più vive oltre quelle dei titolari delle chiese, sono da ricordare quelle di S.Michele Arcangelo, di S.Martino, di S.Sebastiano, di S.Rocco, di S.Antonio Abate, di S.Francesco d'A., di S.Antonio da Padova, di S.Bernardino ecc. Festa votiva decisa il 3 novembre 1630 per la peste fu quella di S. Carlo. Viva la devozione alle SS.Reliquie con festa particolarmente solenne. Già viva nel 1600 la devozione alla Madonna del Rosario ebbe impulso il 27 agosto 1732 con il voto di dedicare ad essa la quarta domenica di maggio, il 16 agosto 1769 con la deliberazione da parte della vicinia di una processione con la statua della Madonna. Tra le funzioni religiose indette dal Comune sono da ricordare la processione del Lazzaretto (2 giugno e 5 agosto e 7 novembre), più volte confermata, la processione alla Campagna e messa a S.Antonio, Messe in S.Paolo, processione in Castello e messa a S.Rocco, ecc.
Fra i monumenti esinesi spicca a SE del paese una torre in pietra a vista dei Federici. II Lechi la descrive di pianta quasi quadrata, formata da muro in pietrame a vista, a conci assai irregolari, con le scarse finestre aperte in modo asimmetrico, senza il più piccolo accenno di vago sapore d'arte (la stessa ogiva, che si scorge in talune finestre di case antiche del paese, qui è trascurata), la torre, oggi mozza, fu costruita in modo da rispondere alla sua funzione di baluardo avanzato del castello che sorgeva più in alto, di abitazione usuale di un guardiano armato, e occasionale, in momenti di emergenza, anche dello stesso signore. Da notare il portale in pietra simona o arenaria di Gorzone, che si apre sulla strada a mezzodì della torre, per la povertà e la semplicità dei mezzi di costruzione di gente anche potente. Purtroppo scomparsa è la casa quattrocentesca che fu del pittore Nodari. Oltre alla caratteristica architettura dell'epoca mostrava due bei affreschi raffiguranti S'Rocco e S.Sebastiano, opere di Giampietro da Cemmo. I due affreschi strappati si trovano ora, per interessamento del defunto Araldo Bertolini, nella sede comunale assieme ad altre opere d'arte fra cui una raffigurazione del leggendario Leutelmonte, e opere di G.B. Nodari. Piccole ma vere gallerie d'arte sono la casa parrocchiale con opere di Guadagnini, Nodari ecc. e la casa del prof. Oberto Ameraldi, pronipote del pittore Antonio Guadagnini, di cui conserva molte opere. Su casa Sacellini sulla via che dal Carobe conduce a S.Maria esiste una bella Natività di Giampietro da Cemmo restaurata nel 1942 da Otteni Della Rotta di cui un opportuno intervento del prof. Oberto Ameraldi è riuscito a sventare la rimozione. Ricca di buone opere d'arte specie moderne è la villa della contessa Rosa Rainieri Salvadego. Per iniziativa della Sezione Combattenti, e con la collaborazione dell'amministrazione comunale è stato realizzato un monumento ai caduti, opera con prestazione gratuita, del prof. Franco Piscapelo, insegnante della scuola media locale, e del geometra esinese Pietro Vielmi; venne inaugurato il 9 novembre 1972.
Dialetto Il dialetto di Esine è suppergiù quello in uso nella media Valle Camonica che, a differenza di quello cittadino, presenta la "s" aspirata comune, per esempio, al dialetto di Lumezzane ed a quello dei pastori del Nuorese che dicono "Sardegna" aspirando la "s" come fossero esinesi. Questa caratteristica che molti Camuni considerano quasi una minorazione nei riguardi del dialetto cittadino, più dolce e meno "barbarica", potrebbe, al contrario, considerarsi una peculiarità positiva in quanto rende naturale agli esinesi la pronuncia delle aspirate della lingua tedesca, dello spagnolo e dell'arabo. Da sottolineare, inoltre, che la "s" davanti alle vocali diventa spesso "d". Ad esempio Esen si dice Eden ? asen aden ìsiga ? ìdiga (erba) ? Isabela Idabela ? esempe ? edempe, ecc. Per curiosità aggiungeremo, che il più antico documento del dialetto di Esine è forse rappresentato dalla filastrocca poetica messa insieme dal noto giansenista G.B.Guadagnini ? arciprete di Cividate Camuno fino alla sua morte nel 1807 ? in occasione delle nozze di un suo fratello in un anno imprecisato, agli inizi della seconda metà del settecento. In questo componimento, per nulla affatto poetico, ma impastato di bonomia conviviale e di saggezza cristiana, il dialetto usato presenta profonde diversità da quello parlato attualmente a tal punto che alcuni vocaboli non solo sono caduti, ma addirittura incomprensibili alla distanza di poco più di due secoli. Leggende. Tra le leggende antiche o create recentemente sono da segnalare quella di Leutelmonte guerriero medievale nato dalla fantasia di Lorenzo Ercoliani che gli ha dedicato un grosso romanzo a seguito dell'altro intitolato "I Valvassori bresciani'; "La egiasina del castel", ecc. Per secoli Esine è vissuta grazie alla vastità delle montagne e alla ricchezza di acque e vegetazione delle stesse di una economia silvo-pastorale, sia attraverso lo sfruttamento di proprietà private, sia anche l'uso o l'affitto dei vasti beni comunali ai quali si è accennato. Provvidenziale fu per la popolazione soprattutto la montagna d'uso, della quale cioè tutti gli originari e anche i forestieri, ma abitanti nel comune potevano usare. Tale montagna era chiamata anche montagna della "malga", perché da tempi remoti nei paesi delle nostre alpi, allo scopo di impedire disordini e ogni danno al patrimonio pascolivo, come per conservarlo in efficienza per la sua futura produzione, s'erano andate, formando le così dette "compagnie della malga", di cui potevano far parte tutti i proprietari di bestiame del comune, disposti a versare un piccolo contributo per ogni paga. Alla direzione della malga la vicinia sceglieva varie persone, cioè il "massaro", "il casaro", e un dato numero di "vaccari", ai quali affidava la gestione della piccola azienda, come la lavorazione del latte e la custodia del bestiame. La montagna, alla fine del secolo XV, come risulta dall'Estimo di Valle del 1476, portava 1260 paghe, calcolando come facevasi allora quattro paghe ogni bestia bovina e una paga ogni pecora o capra. Non tutto il bestiame poteva allora essere collocato su detta montagna, poiché dal censimento di quell'anno esistevano in Esine 321 bovini, 302 tra pecore e capre, 34 cavalli e 5 asini. Siccome però parecchi proprietari preferivano custodire il proprio bestiame personalmente, così prendevano alcuna delle altre montagne in affitto, di modo che quella dell'uso veniva a trovarsi in condizione di poter portare il quantitativo di bestiame, sia grosso che minuto, di cui era capace. Per regolare la montagna d'uso vennero adottati, a più riprese (4 giugno 1581, 10 maggio 1637, 23 aprile 1658, ecc.) disposizioni e regolamenti. Questo patrimonio boschivo sempre custodito con particolare cura dalla comunità è stato anche recentemente, a partire specialmente dal 1931, protetto dalla Milizia forestale. In tempi più pacifici, specie dal sec. XVI, in poi, prese sviluppo anche l'agricoltura in pianura. Nel 1870 B.Rizzi scrive che anche il terreno in pianura è ormai "molto fertile, e produce in copia biade, vino, fieno, castagne ed altra frutta d'ogni sorta. Vi prosperano i gelsi in quantità non ordinaria; i monti sono coperti di prati, pascoli - quattro montagne estesissime - boschi cedui, le cui legne si confezionano in carbone e resinosi, che si trasportano sui mercati". La vite tuttavia era già in crisi del 1853 per l'invasione dell'oidio e della peronospora. Di vivo interesse il fatto che grazie specialmente al maestro G.B. Guadagnini già fin dalla fine del sec. XIX alla istruzione elementare venne aggiunta quella tecnico-agricola. La campagna esinese produce frumento, granoturco, patate, frutta varia, abbondante foraggio; la cultura della vite vi è largamente praticata. La semina del frumento, si fa a spalio in collina e negli appezzamenti di fondo valle a righe con la seminatrice. Le qualità usate in prevalenza sono: il Mentana, il rosso gentile, il Damiano Chiesa. La coltivazione come ha osservato G.Savoldelli si va riducendo di anno in anno; è limitata oggi alle esigenze dell'allevamento del bestiame unico consumatore del prodotto locale. Molto praticata è la coltivazione del granoturco che permette di gustare la buona polenta, cibo di cui si fa ancora largo uso nel nostro paese. Si semina: lo scagliolo bergamasco, il dente di cavallo, il centoventi e il quarantino. Altro frutto della nostra terra, la cui produzione annua è sufficiente al fabbisogno della nostra popolazione, è la patata. Un tempo veniva seminata la qualità quarantina di produzione locale e più precoce, oggi vengono impiegate patate di selezione fornite dai consorzi agrari provenienti dalla Valtellina e dal Trentino. L'erba si raccoglie in tre tagli: madèngh, risia, tersarol. Le qualità di foraggio che prosperano nella nostra campagna sono: il trifoglio ladino, nano con fiore bianco; il trifoglio comune con fiore rosso; l'erba medica con infiorescenza verde; il prato stabile. La coltura della vite è notevole ed ha una produzione varia di uve che vengono trasformate in buon vino. La qualità di vino varia naturalmente da annata ad annata. Nelle località più qualificate per la coltura della vite; Valàr, Marasche, Prai, Castello, Faede, il vino ha una gradazione di 10 gradi; nelle altre zone si può avere vino di 7-8 gradi. Le qualità di vino più note sono la bresciana, la barbera, la berzamina, il moscatello bianco, il moscatello nero, la palazzina, il corvat, il bordeaux, lo sciaeto, el sciafneghèr, la freisa; la qualità americana si limita a pochi pergolati. I cicli produttivi seguono in linea di massima questa rotazione; normalmente il contadino coltiva un terreno per tre anni ad erba medica, poi un anno a granoturco, un anno a frumento, un anno a granoturco e dopo averlo abbondantemente concimato può assicurarsi un raccolto di patate.
A cominciare almeno dal sec. XII, rappresentarono particolare importanza l'industria del ferro e della lana, grazie questa alla presenza degli Umiliati. In seguito prese piede anche quella del legname. Non ebbe invece sviluppo la scoperta di filoni di rame fatta in territorio esinese nel 1893.
Segherie vengono segnalate nell'estimo del 1476 senza precisazioni di ubicazione. Nel sec. XVI esisteva una sola segheria, di proprietà del Comune. Venne poi acquistata dai Federici e di essa vennero fissate regole precise nel 1588.
Antiche fucine collocate sul vaso Re lavoravano "ranze" falci, grattugie, mestoli ecc. Nel 1873 una sola di queste fucine era ancora attiva. Lo stesso vaso Re azionava segherie e mulini. Antica di tre secoli e mezzo è la falegnameria Puritani. Incendiatasi nel 1944 venne ricostruita e continua a funzionare ancora oggi. Centenarie sono la segheria Luigi Federici di via Chiosi e la segheria Andrea Salvetti, e la bottega di fabbroferraio di Mario Santo Gatti, apel 1866. Una buona segheria fu quella di Paolo Fenini che all'Esposizione di Brescia del 1904 fu l'unica a presentare legni segati d'opera. Nel 1967 le segherie erano dieci, appartenenti alle famiglie Barborini, Colossi, Federici, Fenini, Franzoni, Laffranchiní, Mariolini, Monchieri, Salvetti, Spadacini, alcune sono moderne, altre rimodernate, altre conservano ancora la sega alternativa a una lama (Fenini, Monchieri, Salvetti, Spadacini). Inutile dire che alcune di queste segherie subirono attraverso gli anni numerosi passaggi di proprietà: la segheria Federici doveva essere dei Salvetti, la premiata segheria Fenini era dei Federici, i Ceriani ne possedevano una nel 1862 probabilmente ceduta nello stesso anno in seguito ad un incendio nel quale periva il lavorante di 9 anni G.B. Barbolini. Il molino di Giuseppe Zaboni fu acquistato e trasformato in segheria da F.Franceschetti e passò poi agli Spadacini. La segheria Monchieri era di Andrea Salvetti e infine il pastificio di Antonio Kramer fu trasformato in segheria da Martino Franzoni e in seguito ceduto all'attuale proprietario Andrea Franzoni.
Il più grosso complesso industriale oggi esistente è quello dei Fratelli Franzoni per la filatura, torcitura e confezione di cotone puro, e che esporta all'estero, specialmente in Germania. Numerose sono le botteghe, officine e imprese artigianali, fra cui la già citata falegnameria dei f.lli Puritani, che costruiva doghe per botti e carri agricoli, che attualmente produce mobili e serramenti; l'Officina del legno dei f.lli Marioli, costruttori assai apprezzati di serramenti; l'Officina meccanica dei f.lli Sembinelli che produce carpenteria metallica (ponteggi e attrezzature per l'edilizia); l'Officina meccanica Valgrigna di Gheza: bulloneria, tiranteria e forgiatura; l'Impresa edile di Comensoli e Panteghini (forniture di ghiaie, sabbie, calcestruzzi); la Bottega Ragazzi (radio-tv e elettrotecnica ); la Politerma nella frazione Sacca, piccola industria in progressiva espansione che fabbrica materiali per impianti di riscaldamento su brevetti propri e, sempre alla Sacca, la Exencalor impianti idro-termo-sanitari; la ditta Benvenuto Tuini, costruzioni edili; la Carrozzeria di Giuseppe Pellegrinelli.
Emigrazione. Alcuni esinesi come Vittorio Ragazzi (1875-1947) e Giovanni Marchesini (1884-1937) cercarono l'avventura come veri pionieri in Libia immediatamente dopo l'occupazione italiana, ma senza fortuna. Ma Esinesi sono sparsi in tutte le parti del mondo come lavoratori o Missionari. Nel settore creditizio. Segno di un avviato risveglio economico fu la fondazione il 20 febbraio 1895 della Cassa Rurale e Artigiana che ebbe poi buon sviluppo e può svolgere la sua attivata anche nel territorio di Berzo Inferiore. Oltre che aiutare l'artigianato e l'agricoltura, la Cassa sostiene anche l'emigrazione. La cassa si dava nel 1908 il Regolamento interno. Ne furono presidenti Giovanni Maria Nodari (1895-1927 ), Bortolo Bontempelli (1927-1931), Antonio Salvetti (1931-1936), Giovanni Moraschini (24 marzo 1937 ? 24 marzo 1962), Glisente Scalvinoni (dal marzo 1962). Vi si tiene mercato di tessuti, mercerie e calzature il mercoledì successivo alla prima e alla terza domenica di ogni mese. In pieno sviluppo è anche il turismo, quasi del tutto locale, che vede una vera migrazione estiva di intere famiglie sulle bellissime montagne di casa e specialmente in località Pianazzo e Salvagnone, imponendo grossi problemi ecologici ed organizzativi.
Famiglie. Fra le famiglie ancora viventi sono da ricordare quelle dei Bassi, una stanziatasi nel sec. XVI e proveniente da Ossimo, l'altra da Astri; nobili Beccagutti (v. ), discendenti come i Federici dai nobili Mozzo, oppure dai Griffi; Benedetti, provenienti nel sec. XVIII da Sale M., Bianchi, già presenti nel 1492; Biasini, fra le più antiche e originarie, Bigatti, venuti da Crema agli inizi dell'800; Bonettini venuti da Malegno nella seconda metà del sec. XIX; Bontempelli; Carè, provenienti da Pescarzo, Ceriani, venuti da Darfo nella prima metà del sec. XIX; Chiarolini presenti agli inizi del '600; Cistellini, provenienti da Budino di Foligno nel 1904; Cramer, venuti da Poschiara nella prima metà del sec. XIX ; Dellanoce provenienti da Ossimo, agli inizi del '500; Fassini, oriundi da Cividate e discendenti dai nobili capitani di Sovere; Federici (v. ); dei Finini originari del comune già nel 1530; Galli, un tempo Felinelli del Gallo, venuti da Grosseto nella seconda metà del sec. XVIII; Gatti, oriunda da Borgo Terzo in Val Cavallina, al principio del '700; Gelfi, appartenenti ai nobili di Lozio; Gheza, oriundi da Borno, Guadagnini, già presenti nel 1392; Guarinoni, venuti da Malegno nel sec. XIX; Laffranchini, discendenti dai nobili Capitani di Sovere; Lombardi, venuti da Bagolino agli inizi dell'800; Marioli, venuti da Corteno verso la fine del sec. XVIII; Mazzoli, venuti nel sec. XIX; dei Moraschini, provenienti da Corteno; Nodari, un tempo Lombardi, pervenuti alla fine del sec. XIV; Panighetti, oriundi di Lepreno di Seria in Val Brembana, agli inizi del sec. XIX, Puritani, venuti dalla Val di Imagna verso la fine del sec. XV; Rebaioli, oriundi da Bagolino; Regolio, venuti da Mazzunno; Rivadossi oriundi da Borno nella seconda metà dell'800; Rodari, venuti da Lizzola in Val Seriana, dopo la metà dell'800; Rossati, oriundi di Toffo in Valtellina nella seconda metà dell'800; Sacellini, provenienti da Cepina di Bormio (Valtellina), nella seconda metà del '700; Salvetti, oriundi da Breno verso la fine del '700; Savoldelle, oriundi dalla Valle di Borlezza; Speziari, originari fin dal principio del '500; Stofler, oriundi della valle di Ulten, alla metà del sec. XVIII; Tognali oriundi da Vione agli inizi dell'800; Tomera già Faustinelli, presenti nel sec. XV; Vielmi provenienti da Astrio; Volpi oriundi da Corteno; Zamboni presenti alla fine del '600; Zanotti, oriundi da Siano. Tra le famiglie estinte o emigrate: Bassetti, Betozzi, Casari, Castellani, Cherubini, Delaidi, Falardi, nob. Federici di Breno, Gaioni, Gandini, Lamagni, Librinelli, Micotti, Raineri, Vico, Zerla, Zuppa.
Rettori della S.S.Trinità: Galliciano e Meliorato (nominati nel 1222); Giacomo dei nobili di Esine (ricordato dal 1276 al 1299), Delaido de Acapis di Esine (ricordato nel 1303), Lorenzo di Comino de Cerete (rinuncia nel 1373), Benedetto Cornali di Nembro (1373 - 1376), Bertolini Spiotti di Cividate (nominato nel 1396, tenne il beneficio fino al 1423), Stefano da Caversegno, bergamasco (1387), Guglielmo de Anglia (1399), Giovanni de Anglia (1408 ? - 1426).
Rettori di S.Paolo: Giovanni Spiotti di Cividate (8 aprile 1443 - 1465? ), Giovanni da Borno (1465? ), Girolamo (ricordato nel 1528), Giovanni Battista Tiraschi di Modena (1530), Antonio Pomola di Chiuro in Valtellina (1537 - 1562), Corradino Antoniacini di Vezza (1563 - 1598), Giovanni Buccelleni di Brescia (10 marzo 1593 - 1598), nob. Ottavio Maggi di Brescia (4 dicembre 1598 - 1603), Giov.Battista Novarese di Salò (28 agosto 1603 - 28 gennaio 1604), Sandrino Homeri di Sellero (14 luglio 1604 - 1607), Maffeo Locatelli di Bergamo (15 ottobre 1607 - 1640), Cesare Francesco Locatelli (29 marzo 1640 - 1680), Ippolito Locatelli (2 aprile 1680 - 21 settembre 1699), Domenico Cominazzi di Pisogne (3 febbraio 1700 - 16 aprile 1719), Giov.Battista Mandelli di Cedegolo (1 settembre 1719 - 19 aprile 1741), Giov. Battista Sisti di Savore (17 luglio 1741 - 1763), Domenico Ottelli di Acquebone di Artogne (2 gennaio 1764 - 2 maggio 1802), Nicola Ercoli di Bienno (7 ottobre 1802 - 3 gennaio 1827), Domenico Menizzi di Grevo (7 marzo 1828 - 1848), Giov. Battista Avanzini di Borno (11 novembre 1850 - 1876), Luigi Magani di Castrezzato (16 maggio 1876 - 13 novembre 1931), Giov. Battista Pedrotti di Cortenedolo (20 gennaio 1932), Daniele Venturini.
Rettori di S.Maria: Giorgio Graioli di Iseo (9 marzo 1443 - 1464), Isacco Fais de Gandino di Brescia (ricordato nel 1491), Nicolò di Esine (ricordato nel 1582), Faustino Faustinoni (1540), Giov. Antonio Bondioni di Niardo (ricordato nel 1540), Giov. Antonio Bondioni di Niardo (ricordato nel 1540), Giacomo Mozzi di Cividate (ricordato nel 1562 e nel 1573), Agostino Federici di Esine (1573 - 1577), Mauro Girardi (o Ghizardi) di Beatrici di Ceto (20 ottobre 1577 - 1625), Giovanni Girardi o Ghirardi di Ceto (16 febbraio 1625 - 1644? ), Girolamo Fantoni di Bienno (3 marzo 1645 - 1677 Agostino Fantoni di Bienno (9 febbraio 1677)- 1718); Giov. Battista Bonizoli di Terzano (21 giugno 1719 - 1751), Giov. Battista Bonizoli (23 gennaio 1751 - 1757), Giovanni Librinelli (2 luglio 1757 - 28 ottobre 1785), Giov. Battista Comella di Vello (30 dicembre 1785 - 15 febbraio 1800), Angelo Beccagutti di Esine (4 aprile 1800 - 1815), Adamo Zecchini di Demo (30 maggio 1818 25 febbraio 1872), Angelo Poiatti di Piancamuno (6 gennaio 1873 - 1889), Giovanni Bondioni di Niardo (1889 - 4 marzo 1930), Alessandro Sina (21 marzo 1930 - 1953), Arturo Maiolini (dal 1953).
Fra i personaggi più noti sono da ricordare don G.B.Guadagnini (1723 - 1807), arciprete di Cividate teologo e erudito; suo nipote il padre Fortunato Federici (1778 - 1842), erudito; i pittori Antonio Guadagnini (1817 - 1900), e G.B.Nodari (1881 - 1930), e la poetessa Francesca Laffranchini (1867 - 1903).
Sindaci: Andrea Ronchi (1861 - 1863), Giacomo. Nodarì (1863 - 1871), cav. Carlo Marenzi (1872 - 1874), Andrea Gatti (7 marzo 1875 - ottobre 1878), Paolo Federici (ottobre 1878 - maggio 1881), cav. Carlo Marenzi (maggio 1881 - 1888), Ernesto Ceriani (gennaio 1890 - dicembre 1892), Paolo Federici (gennaio 1873 - 1896), cav. Giovanni Maria Nodari (1898 - 1905), dott. Francesco Bonettini (11 luglio 1907 - 7 febbraio 19121. cav. Giov. Maria Nodari (luglio 1914 - 1919), Francesco Franceschetti, commissario prefettizio (1920), avv. Giuseppe Ceriani (1920 - 1924), dott. Giuseppe Ferretti, commissario prefettizio (1924), avv. Gino Federici (1924 - 1925), avv. Giuseppe Ceriani, commissario prefettizio (1925 - 1926), avv. Giuseppe Ceriani podestà (1926 - 1932), Sperandio Marchesini, commissari prefettizio (1 giugno - dicembre 1932), poi podestà (dicembre 1932 - 1937), dott. Giuseppe Gheza, podestà (1937 - 1941) dott. Matteo Bonella commissario prefettizio (1941 - 1944), Glisente Scalvinoni (maggio 1944 - luglio 1945), Bortolo Moraschini, sindaco della Liberazione (luglio 1945 - gennaio 1946), maestro Giovanni Maria Vielmi (gennaio 1946 - 31 marzo 1946), Luigi Volpi (31 marzo 1946 - 1951), cav. Glisente Scalvinoni (9 maggio 1951 - 27 novembre 1967), maestro Vittorio ederici (27 novembre 1967 - 26 novembre 1972), cav. uff. Glisente Scalvinoni (27 novembre 1972).