ECONOMIA

ECONOMIA

Come dimostrano le incisioni rupestri e i reperti archeologici dopo le primitive occupazioni della pesca, della caccia e della pastorizia, si diffuse specie nel Bresciano con le immigrazioni dei Liguri e dei Cenomani, l'agricoltura, con la coltivazione di cereali, della vite ecc. Infatti mentre nelle valli continua la pastorizia e si profila il lavoro nelle miniere, nella pianura incominciano le opere di bonifica e di sfruttamento del suolo. L'evoluzione delle varie ere preistoriche vede già prevalere un centro di attività economica oltre che civile e religiosa sul colle Cidneo. Su questa "briga" celtica, deve essere sorto probabilmente il primo mercato per lo scambio dei prodotti naturali delle valli e della pianura; più tardi il mercato, inizio comune di molte città e paesi, raggruppa gli artigiani, rannoda più larghi interessi economici, e si formano le prime istituzioni civili e religiose della città antica, istituti che si perdono davvero nella "notte dei tempi" ma che lasciano scorgere il rapido progresso della potenza economica della fertile regione bresciana. Le industrie primitive della pietra, del ferro, del bronzo e degli altri metalli, che segnano il lento sviluppo della civiltà, vi hanno lasciato le loro impronte in molti oggetti di grande interesse archeologico, emersi qua e là in molti punti del territorio, finché la conquista romana viene a portare sui ruderi delle istituzioni primitive la civiltà latina con la creazione del "Municipium" elevato poi all'onore di "Colonia civica Augusta", e con la fondazione di fori, di templi, di teatri, di terme, di palazzi, di archi trionfali, di mausolei, che danno lavoro incessante a molti operai e guadagni rilevanti agli impresari, a negotiatores, che vi impiegano i loro capitali.


Ancor più centro economico e mercantile Brescia lo diventò nell'epoca imperiale, quando si trovano tracce sensibili di un grande risveglio nelle industrie del marmo, del ferro, della lana. Le cave del marmo di Botticino danno incessantemente materiali da costruzione finemente lavorati, non soltanto a Brescia, ma anche a Milano, ad Aquileia ed a Roma; le miniere e le fucine del ferro nella Valtrompia, nella Valcamonica sono in piena efficienza; la lavorazione e il commercio della lana impiegano una grande quantità di mano d'opera soprattutto schiavi. Si formano però ben presto anche le libere associazioni di artigiani e di industriali non vincolati dalla schiavitù, le prime corporazioni o collegi di lavoratori indipendenti, che costituiscono le maestranze più attive che danno un grande impulso al perfezionamento artistico dei loro prodotti e la cui presenza è attestata da iscrizioni. A Brescia e nel territorio queste corporazioni sono numerose e fiorentissime, specialmente nei primi secoli dell'era volgare, e ci indicano chiaramente i progressi compiuti dalle organizzazioni operaie, mercantili e industriali, sia nella città come nelle campagne, nei pagi e nei vici numerosissimi che costituivano l'ordinamento rurale intorno al municipio bresciano. Di questi primitivi centri latini abbiamo ancora il ricordo in molte iscrizioni lapidarie e nel nome stesso di molte località, specie quelle che conservano ancor oggi la desinenza in "ico". Alle indicazioni toponomastiche latine, si sono aggiunti recentemente i rilievi delle centuriationes romane, cioè delle assegnazioni di terre ai legionari romani che servirono non poco a far progredire l'agricoltura.


Nel periodo imperiale di Roma comunque l'economia entra già in crisi con il generale abbandono dei campi, la costituzione del latifondo e la decadenza industriale; la popolazione rurale diminuisce anche per il fenomeno dell'urbanesimo che si accentua sempre più. La bufera delle invasioni barbariche, dal IV al VII secolo, dissolve fino alle radici la costituzione romana della vita sociale ed il suo complesso organismo politico ed economico; i barbari irrompono a distruggere e a modificare in peggio, non in meglio, la civiltà latina, e la vita ritorna ad essere selvaggia e primitiva. Tuttavia pur ridotta e sconvolta dalle continue invasioni di Ostrogoti, Goti, Greci e Longobardi, Brescia mantiene un suo ruolo preminente specie come centro economico e commerciale. Grave è invece il declino della campagna dove interi centri popolati scompaiono, le popolazioni vengono decimate e deportate e i campi desolati ed abbandonati. Ma, scrive il Guerrini, per quanto riguarda la struttura giuridica della proprietà terriera e i sistemi della produzione anche i Longobardi mutarono assai poco dell'antico ordinamento romano; gli schiavi diventarono "mansi" o "manentes", cioè contadini fissi al fondo che si vendevano quindi col fondo stesso; i "vici" e le "ville" romane passati ai nuovi dominatori, passarono a costituire in ogni provincia l'enorme latifondo del fisco demanio regio, che viene più tardi - quasi in ammenda dei delitti compiuti - elargito alle chiese ed ai monasteri. Col nuovo ordinamento franco della feudalità urbana e rurale ci avviamo verso la trasformazione medievale dell'industria e del lavoro; il sistema corporativo si evolve verso la forte organizzazione delle corporazioni delle arti e mestieri, e l'industria domestica diventa l'industria curtense e urbana a seconda che si raggruppi intorno alla piccola "curtis" rurale o nella grande "curtis" signorile. Questa evoluzione è aiutata specialmente dalla influenza dei grandi monasteri di S.Giulia, di Leno, di S.Faustino, di S.Eufemia, di S.Pietro in Monte, di Maguzzano nei secoli VIII e IX, di S.Vigilio di Lugana e da altri nel secolo XI, più tardi dalla larga organizzazione dei monasteri Cluniacensi di Rodengo, di Verziano, di Cazzago, di Clusane, di Provaglio d'Iseo, di Corzano, di Gerolanuova, di Ognato, di Maclodio, ecc. e da quelli Vallombrosani di Acquanegra e di S.Gervasio del Mella nei secoli XI e XII. Ai pagi romani vanno sostituendosi le pievi intorno alle quali si stringono uomini liberi e schiavi, con proprie organizzazioni civili oltre che religiose e come centri di mercati della zona sulla quale ogni pieve estende la sua influenza. Accanto alle pievi, man mano che il fenomeno feudale avanza, si moltiplicano nei maggiori centri le curtes, specie di piccoli staterelli completi sotto il dominio di una potente famiglia feudale o dei monasteri. I monasteri accennati assorbono per donazione regale, specialmente i primi due fondati da Desiderio, Ansa e Adelchi, gli ultimi infelici sovrani longobardi, le immense possessioni demaniali, incolte e abbandonate, e le rendono gradatamente fruttifere.


Sarebbe impossibile determinare esattamente quali furono all'inizio tutte queste possessioni fondiarie, ma non si dice una esagerazione, afferma il Guerrini, affermando che esse costituivano i quattro quinti del territorio bresciano. Dopo Montecassino e Bobbio, i due monasteri bresciani di S.Giulia e di Leno erano i più ricchi e più importanti d'Italia, anzi quello di S.Giulia fu chiamato "monastero imperiale" perché le più illustri donzelle e matrone delle famiglie longobarde e franche vi si raccoglievano sotto la regola monastica di S.Benedetto. Documenti del secolo IX e X, purtroppo incompleti, ci fanno conoscere l'organizzazione agricola e industriale di questi grandi alveari umani, che sotto l'egida religiosa della regola monastica accoglievano lavoratori e artefici d'ogni specie e d'ogni attività. Paesi interi, oggi fiorenti e popolosi, devono la loro origine e la loro vita a questi monaci operosi che con la croce e l'aratro, "cruce et aratro", hanno fertilizzato materialmente e spiritualmente il nostro territorio. Leno ebbe vita dalla Badia di S.Benedetto, e con Leno tutta la plaga circonvicina fino all'Oglio, Ghedi, Calvisano, Pavone, Gottolengo, Gambara, Remedello, Pralboino, Ostiano, Seniga, Volongo, Fontanella, Canneto, Asola, tutte case monastiche o "prepositure" dipendenti dalla storica Badia. Così Porzano, il Canello, Movico, Cassivico, Timoline, Roncadelle, Nuvolera, Gargnano, Paitone, Sirmione sorsero alle dipendenze di S.Giulia, e molte altre fattorie, divenute poi borgate, si svilupparono intorno a una grande o piccola casa monastica o ad un ospizio di pellegrini. L'economia è in questi tempi e lo sarà ancora per molto, curtense cioè circoscritta alla corte del monastero o del castello della pieve. La città rimane sempre la città col suo mercato, abbarbicato alle rovine dell'antico foro romano. E' quasi l'unico mercato importante (nel territorio è accertata la sola esistenza del mercato di Iseo) mentre presso le pievi rimangono vivi piccoli mercatini locali o fiere che si tengono intorno alle chiese o ai monasteri, specialmente nelle settimane o feste commemorative della consacrazione di una basilica. Ma anche questi scambi si fermano alle cose più necessarie per l'uso domestico, che del resto tanto l'agricoltura quanto l'artigianato si limitano ancora a produrre in modo primitivo e grossolano. Qualche accenno a cose artistiche resta isolato perché l'industria non è ancora libera né capace di assurgere a forme più evolute ed estetiche. La città assume in tal modo un ruolo sempre più importante sotto l'ordinamento feudale franco, quando prende spicco l'autorità del vescovo-conte, cioè signore, capo in nome dell'Imperatore della città e del contado. Accanto o in luogo delle curtes signorili o plebanali si formano le curtes o curiae del vescovo-signore. Sotto la spinta della crescente importanza della città, l'economia cittadina si allarga, si rafforza e si sviluppa. Specie nel quartiere occidentale di S.Agata, S.Giovanni e S.Faustino, freme una vita tutta nuova di officine, erette sul Garza, di botteghe di mercanti, di artigiani e di apprendisti, qui emigrati dalle campagne in cerca di libertà e di pane; sono gli abitatori dei borghi o borghesi (burgenses), il lievito della società nuova che deve seppellire il feudalesimo e la sua struttura aristocratica per far posto alle masse di popolo che vanno alla conquista delle libertà comunali. Il libero comune che succede al vescovo-conte e che segna l'avvento di una classe nuova, spinge ancor più avanti l'economia. Nel quartiere occidentale di Brescia troviamo fino al secolo XII la sede della Mercanzia (poi Camera di Commercio), l'associazione principe dei mercanti e il tribunale supremo delle vertenze mercantili e intorno alla Mercanzia si snodano nelle stradicciuole anguste del quartiere le botteghe pei pattari, o cenciaiuoli, del lino e della lana, dei piccoli commercianti al minuto, che costituiscono anche a Brescia la Pataria, e che rianimano il commercio attirando dalle campagne i prodotti agricoli, che vengono scambiati con utensili domestici, abiti, attrezzi, ecc. Tutti questi operai, i maggiori che si chiamano "maestri' o capi di bottega, i minori che si chiamano "socii" e "discipuli" o apprendisti, sono organizzati in associazioni, variamente denominate "scuole", "confraternite", "arti", "corporazioni" e fra noi in modo speciale "paratici" che uniscono insieme i datori di lavoro e gli operai, i capitalisti e la mano d'opera, legalmente vincolati da un giuramento e da statuti particolari; in questi statuti ha parte importante tutto ciò che si riferisce all'assistenza materiale dei soci e alle manifestazioni religiose dell'istituto, il quale ha ordinariamente la sua sede ufficiale in una chiesa o in un monastero, ha il suo altare, il suo santo protettore, le sue feste particolari e le sue consuetudini. I Paratici della città estendono la loro influenza anche nel territorio, e vivono dei dazi imposti sull'arte e dei contributi annui dei soci, ai quali provvedono in caso di bisogno con sovvenzioni di danaro, di medicinali, ecc. e dopo morte con le spese del funerale e della tomba comune.


Nel secolo XIII Brescia aveva fiorentissime più di una ventina di queste associazioni, e oltre i Collegi dei Giudici, dei Medici e dei Notai, che accoglievano le arti liberali, si enumeravano i Paratici dei Brentatori, che funzionavano anche da pompieri, dei Fabbri, degli Orefici, dei Rivenditori o merciai ambulanti, dei Beccai, dei Pattari o Rigattieri, degli Osti, degli Ortolani, dei Falegnami, dei Muratori, dei Cardatori di lana, dei Calzolai, degli Armaiuoli, ecc. Di tutti questi Paratici conserviamo gli Statuti particolari, parte stampati e parte inediti, pagine ignorate di saggezza popolare e di illuminata democrazia, che attendono di essere fatte conoscere, se l'esperienza secolare di quegli istituti medievali può servire ad illuminare serenamente la faticosa formazione dei nuovi. Le corporazioni artigiane ebbero un importante ruolo nel risolvere la crisi del feudale, nella formazione e nello sviluppo del comune, come ente amministrativo, politico ed economico, e nella spinta in avanti alle industrie e ai commerci, alla diffusione degli scambi e dei mercati anche nel territorio. Un contributo non ancora del tutto studiato all'evoluzione ed al progresso economico e sociale venne anche dall'Ordine degli Umiliati. E' per principale loro impulso che l'industria della lana e quella del lino, per il commercio dei tessuti, dei feltri, delle tele, assumono un'importanza e una floridezza eccezionali in quel secolo e attirano grandi ricchezze alla città e al ceto mercantile; monaci e mercanti si sostituiscono ai feudatari nelle campagne, e cercano di utilizzare la fertilità del suolo con larghe opere di bonifica, con nuove rogge di irrigazione e di fluttuazione, col maggiore incremento degli scambi. Di pari passo con questo sviluppo artigianale, avviene il rilancio dell'agricoltura La spinta verso il progresso agricolo rappresentata dalle corti monastiche, vescovili, signorili, plebanali, ecc. aveva toccato, anche per la poca popolazione, non molte zone. Verso il mille la maggior parte del territorio bresciano rimane una grande distesa di selve, di paludi, di terre aride ed abbandonate. Ristretta la coltura arativa e limitatissima quella della vite e dell'olivo. Tutto si riduce come già aveva scritto ancora parecchi anni prima Polibio e confermato poi Strabone in una economia di monte a carattere forestale e minerario ed in una economia di valle a carattere agricolo. Tra i cereali oltre a poco frumento ed orzo, primeggiava la segale, mal coltivata però e che dava una farina scura che forniva un pessimo cibo, ingratissimo al ventre, del quale non si arrivava a mitigare il sapore amaro nemmeno mescolando ad altra farina. Diffuse nei cereali le malattie crittogamiche specialmente la Claviceps Purpurea (la Segale cornuta), a forte potere abortivo (onde di natalità) e portante ad un accentuato ergotismo cronico di cui è rimasto esempio in alcune vallate fino al secolo scorso. Documentano tale stato di desolazione gli stessi studi linguistici avendo ogni fenomeno sociale influito sulla formazione di molti toponimi. Giustamente il Serra ebbe a scrivere "l'economia rurale medioevale svolge la propria attività sulle terre lasciate incolte, paludose e selvose dai Romani o tali divenute in seguito al loro abbandono in età tardo romana o barbarica e che il nuovo libero ceto di agricoltori e la nuova civiltà medioevale d'Italia sorge sulla conquista delle terre redente. Si potrebbe vedere attraverso la serie dei nomi locali, derivati da voci relative alla condizione fisica delle terre ed al loro abbandono quali silva, padule, torfa ed affini quanto vasta fosse l'estensione delle terre sulle quali la rinascita rurale dell'Italia fra il secolo X e il sec. XIII, fonda la conquista coloniale della cosiddetta civiltà romanica, e come a suggello e conferma sorga da tale conquista la nuova toponomastica medioevale italiana improntata tanto per la forma che per il contenuto rispettivamente alla lingua neolatina ed alla storia del medioevo italiano".


Verso la fine del sec. XIII il bosco è già diventato esso stesso coltura e ben fa osservare il Gabotto che dicendo in taluni documenti dell'epoca "terra bossquiva" o "bosquera" con aggiunto "seu nemus salvaticum", voleva dire che non era "nemus salvaticum". Verso il 1300 troviamo specificata la terra coltivata coll'espressione di "terra arabilis" e "terra laborativa". Continuano le bonifiche, in cui si distinguono i benedettini che combattono il feudalesimo che fa schiavi, crearono i presupposti del libero comune che fu eminentemente rurale. "Nella stessa costituzione monastica vi è l'origine dell'ordinamento politico dell'epoca comunale che abbatterà il diritto feudale". Costruiscono alberghi, ospizi, ospedali, centri di vita e di lavoro di contadini artigiani. Stimolatori del dissodamento e coltivazione del suolo attraverso equi canoni di affitto a contadini specialmente attraverso l'Enfiteusi nelle sue diverse distinzioni: livello, precaria, prestaria o la vitalizia (specie per i monaci di Cluny). Allo sviluppo agricolo contribuisce la costruzione di una vasta rete di canali per l'irrigazione e per il trasporto di materiali. Il Naviglio Grande, che esce dal Chiese a Gavardo e discende fino a Canneto, opera idraulica di una importanza eccezionale, forse ideata e iniziata fino dai tempi romani, viene riattivato e rimesso in efficienza dal Comune di Brescia per la fluttuazione e l'irrigazione. Dall'Oglio e dal Mella sono già tolte nello stesso secolo alcune fra le più importanti rogge di irrigazione, come la Vetra di Chiari; ciò dimostra che accanto al risveglio industriale e commerciale si deve notare in quel secolo anche un discreto risveglio agricolo. I vecchi feudatari militari diventano dei conduttori di fondi e impiegano capitali ed energie nell'abbattere foreste secolari nel prosciugare e ridurre a coltura terreni paludosi, nel regolare il deflusso delle acque nascenti, con enorme vantaggio della salute pubblica, dell'economia generale, dell'incremento demografico e delle loro stesse finanze familiari che costituiscono la rinnovata potenza di queste casate. Si potrebbe fare la storia di molte nostre famiglie patrizie, ora estinte o tramontate, attraverso la storia economica del nostro territorio togliendone le testimonianze, più che dai documenti, dalle memorie vive che ancora ne restano nei nomi dei numerosi cascinali rustici e nei nomi delle rogge irrigatorie che solcano dal Mincio all'Oglio la nostra pianura, fecondandola con l'abbondante dotazione idrica dei fiumi e delle sorgenti. Accanto ai monasteri ai possedimenti del vescovo, dei comuni si collocano ora le famiglie. Si tratta, in effetti, di un accostamento sempre più deciso della vecchia nobiltà feudale all'industria, nelle corporazioni e all'agricoltura, nella diretta conduzione dei propri fondi o nell'assumere in affitto o in enfiteusi buona parte del latifondo ecclesiastico, che si sfascia - specialmente nei secoli XIV e XV - sotto la gravissima crisi spirituale ed economica determinata nella Chiesa dalla permanenza del papato in Avignone e dal susseguente Scisma occidentale. Nel secolo XIV il Comune decade e sorge la Signoria, prima dei Maggi, poi dei veronesi Della Scala, poi dei Visconti milanesi e di Pandolfo Malatesta di Rimini, ma nella decadenza del Comune e delle antiche fazioni dei Guelfi e Ghibellini, l'industria si allarga e diventa capitalistica, il commercio diviene più attivo e rimunerativo, l'agricoltura si scioglie dagli impacci della mano d'opera fissa al fondo e si industrializza con la mano d'opera libera e con la conversione o l'abolizione dei vecchi canoni feudali verso il signore. I contadini emigrano e i conduttori di fondi possono farne una selezione; nuove rogge abbondantissime di acqua fluviale si aprono per l'irrigazione (basterebbe accennare alla Gambaresca tolta dal Mella a Corticelle, alla Fusia derivata direttamente dal lago d'Iseo, e alle rogge di Calcinato, Lonato e Montichiari, vecchi pascoli quasi inutili e numerose foreste vergini vengono ridotte a coltura, prosciugate paludi, bonificate lande abbandonate e aumentati intorno alle borgate i cascinali rustici per le prolifiche famiglie dei contadini.


Nell'industria e nell'agricoltura si forma una nuova nobiltà, di data più recente, di origini più modeste di quella antica, ma che gareggia con l'antica nel lusso delle abitazioni e degli abiti e nel mecenatismo verso le arti e le istituzioni pie. Quella antica dei Gambara, dei Bocca, dei Martinengo, dei Maggi, dei Brusati, dei Sala, dei Federici, ecc. era la nobiltà delle armi, questa è la nobiltà nuova del lavoro, degli affari, dell'agricoltura, la nobiltà di origini democratiche che si mette arditamente ai fianchi della nobiltà aristocratica e feudale nel governo del Comune. In gran parte sono mercanti e industriali fortunati, che hanno saputo ricavare abbondanti raccolti di cereali e di fieno. Molte volte sono invece famiglie intere di mandriani bergamaschi che scendono dalle loro valli a popolare le pianure bresciane dove ravvivano l'incremento zootecnico e l'industria del caseificio, e danno al patrimonio agricolo larghi contributi di nuove energie. Più lentamente e pacatamente che altrove, nel Bresciano le continue immigrazioni, una nuova visione della vita e della società, il sopravvento di nuove classi sociali, portano ad un capovolgimento delle gerarchie delle forze sociali: artigiani, commercianti, agricoltori, imprenditori hanno gradatamente il sopravvento sulle vecchie classi dirigenti, costringendole a prendere, in parte almeno coscienza di nuovi compiti, accanto alle nuove forze economiche e sociali. Difatti già nel secolo XV si moltiplicano in Brescia e nel territorio le fiere ed i mercati, empori ambulanti del commercio nostrano e forestiero si riaprono le miniere già chiuse e abbandonate e si riattivano le officine del ferro, le corporazioni riprendono nuova vita e riformano i loro vecchi statuti per mettersi in rapporto ai nuovi bisogni dei tempi. Il Comune ha ormai finito il suo ciclo storico glorioso ed è ridotto a poco più delle semplici funzioni amministrative, sebbene il nuovo governo della Repubblica veneta, entrato in Brescia nel 1426 non senza contrasti politici, cerchi di favorire e di conservare, almeno a parole, le antiche tradizioni di autonomie e di libertà comunali. Annota, ancora il Guerrini, come la formazione dei grandi stati europei, il fenomeno sociale delle grandi guerre, le scoperte di nuove terre e del nuovo continente americano, il passaggio continuo di truppe, sono tutte cause che influiscono anche nel nostro territorio per una ripresa intensa degli scambi commerciali, delle attività industriali e della produzione agraria. Fioriscono soprattutto l'industria siderurgica per gli attrezzi rurali, per le armature e le armi famose in tutto il mondo, l'industria della lana, del lino e della seta, la lavorazione dei fustagni e delle pelli, le industrie della carta e della stampa salite a grande onore per artefici insigni del libro, come i Paganini di Toscolano, gli Zani di Portese, i Britannico e i Turlini e molti altri; in Brescia vi sono fonderie di campane e di cannoni, fabbriche d'organi e di ogni strumento musicale, specialmente di violini e viole; l'agricoltura ha due illustri trattatisti in Agostino Gallo e in Camillo Tarello, e riceve incremento per numerosissime rogge secondarie che si scavano da comuni e da privati per l'irrigazione, come per l'accentuata produzione del gelso e della seta, e per l'introduzione del granoturco.


La politica accentratrice di Venezia dominata da una casta di armatori e di commercianti, e ormai costretta alla difensiva del vero e proprio impero economico e politico, porta ad una involuzione economica anche in provincia di Brescia imponendo dazi e limitazioni esorbitanti, che deprimono la nostra industria e inceppano il nostro commercio: tutto deve passare per la Dominante, al grande emporio del commercio mondiale sotto lo strozzinaggio di pochi impresari. Accanto alla politica economica spesso mortificante di Venezia si aggiungono nella prima metà del '500, il continuo passaggio di eserciti, il terribile sacco di Brescia del 1512, pestilenze e avversità naturali che determinano delle gravi crisi economiche, crisi di danaro e crisi di derrate, carestie e fame, vagabondaggio, ai quali malanni si aggiungono i gravissimi frequenti balzelli che Venezia, ritornata padrona, impone ai sudditi fedeli, facendo pagare molto cara la loro fedeltà. Le condizioni economiche di Brescia in quel secolo sono largamente illustrate in memoriali dei Rettori veneti al Senato, uno del 1527 steso dal Podestà Nicolò Tiepolo, l'altro del seguente anno 1528 del Provveditore Marco Foscari, il terzo del 1562 del Podestà Paolo Corrèr.


L'industria siderurgica incominciava a declinare alquanto, né migliori volgevano le sorti dell'arte della lana per l'introduzione di panni forestieri i quali facevano una grande concorrenza all'industria locale. L'aggravamento dei dazi e delle altre angherie fiscali, certe pretese irragionevoli del governo centrale per tutelare il porto di Venezia, e molte altre cause particolari e generali di ambiente, concorrevano a rendere molto difficili le nostre condizioni economiche, e i magistrati mandati da Venezia a governare la nostra provincia mettevano in evidenza dinnanzi al Senato, con oggettiva serietà, i danni e i rimedi. Ma la china fatale delle cose non trovava freno alcuno da parte del governo veneto. La bachicoltura e l'industria serica, come la larga coltivazione del lino e del riso, avevano contribuito a rialzare in parte le sorti delle classi agricole; ricominciavano poi a prendere nuova lena anche le piccole industrie locali della chioderia, delle cartiere, della lavorazione dei marmi, delle calci, dei laterizi, e prendevano largo sviluppo i commerci dei latticini, del bestiame, del fieno, ecc. Nel seicento la nostra crisi economica si era fatta ancora più grave e veniva segnalata al Senato dal nob. Giovanni da Lezze, mandato come commissario straordinario a fare una larga inchiesta politico-amministrativa sulla nostra provincia. Il magistrato veneto riferiva nella sua larga relazione che le condizioni economiche di questa ricca provincia erano rivolte verso una decadenza allarmante, e faceva presente il depauperamento progressivo determinato da una remora di lavoro nelle industrie e nell'agricoltura, l'emigrazione di molta mano d'opera, specialmente delle maestranze metallurgiche, verso la Germania, il deperimento e la diminuzione della popolazione, l'aumento notevolissimo della mortalità, la miseria assai diffusa nelle campagne, l'abbandono dell'agricoltura, la delinquenza, la carestia, la decadenza dell'industria e la concorrenza spietata dei prodotti forestieri sui mercati locali. Mentre nel 1568-69 una relazione veneta intorno a Brescia diceva: "il distretto di Brescia è fertilissimo di biade, di vini e d'altri frutti, e ci nascono in alcune parti certi vini, che chiamano vernazze, che sono delicatissimi, et essendo il paese così fertile avviene che v'è abbondanza d'ogni cosa e tanto è abitata questa città quanto ne possono capir le case e ci sono artefici assai e specialmente armaruoli, che fanno armi in tutta la perfezione che se ne spediscono in molte parti del mondo e di ogni sorte di mercanzie si fanno molte faccende per il concorso grande della gente", la accennata relazione del 1609 è invece molto pessimista intorno alle nostre risorse economiche, agricole e industriali, che andarono poi sensibilmente peggiorando nei secoli XVII e XVIII per la scarsità della coltura granaria nella pianura, la crisi delle industrie siderurgiche, la grande mortalità del bestiame e la scarsità della mano d'opera determinata da abbassamenti o da stasi di natalità. Una statistica molto larga della popolazione accenna ad alternative di diminuzione e di lievi aumenti di abitanti; certi paesi arrivano alla fine del secolo XVIII quasi con la stessa popolazione che avevano duecento anni prima. Si forma invece in città una ricchissima borghesia industriale e mercantile e si vedono salire a grande importanza sociale alcune famiglie di fortunati commercianti, come gli Archetti, i Balucanti, i Valotti, i Lechi, i Bettoni, che devono le loro fortune a forniture militari di ferro, foraggio, granaglie ecc. per gli eserciti gallo-ispani e tedeschi venuti a lungo conflitto sul nostro territorio nella prima metà del settecento per le guerre della successione spagnola. Dopo queste ha invece un grande incremento l'arte edilizia; in Brescia e nel territorio si fabbricano durante il settecento nuovi palazzi e nuove ville sontuose e sorgono nuove chiese numerose e imponenti. Roberto Cessi studiando la crisi agricola negli Stati veneti durante il settecento delinea con rapidi ma sicuri cenni anche le condizioni agrarie del territorio bresciano, dove trionfavano ancora le forme più antiquate e primitive della conduzione a masseria, con prevalenza del pascolo e della coltivazione del granoturco, e con scarsità di raccolti che determinarono talvolta anche spaventose sommosse popolari, come quella dei Valsabbini affamati discesi nel 1764 a saccheggiare il mercato e i magazzini di Desenzano. L'agricoltura, cardine della nostra vita economica, si trascinava quindi molto lentamente verso migliori posizioni di produzione. La caduta della Repubblica veneta portò con il governo giacobino e poi con la dominazione napoleonica entusiasmi per nuove idee di libertà e progresso, non segnò passi nuovi nell'economia bresciana. Anzi proprio nel 1798 le sue condizioni si aggravano e sfociano in nuove crisi e vengono oppresse da nuove tasse che provocano l'inflazione, mentre l'industria e tutta l'economia risentono dell'incorporazione del territorio nella Repubblica Cisalpina e in seguito del blocco continentale antinapoleonico. L'agricoltura rimane la principale fonte di ricchezza ma diventa sempre più modesta nelle valli, mentre si sostiene nella zona pedemontana e in pianura. Ma vi sono remore di natura tecnica (come irrazionali sistemi di rotazione, degradazione della fertilità del suolo, pervicace sopravvivenza di sistemi e metodi di coltura ecc.) di natura giuridico-fondiaria (invecchiamento di strutture aziendali e inadeguatezza di patti colonici ecc.) e di natura demografica (sovrapopolazione) che indeboliscono l'agricoltura e ne rallentano il progresso. In altri settori si verifica un sempre più avvertito rallentamento dell'attività mineraria mentre nell'epoca napoleonica si sostiene e riprende quota l'industria metallurgica ed anche armiera. In complesso seguendo lo storico Tarle si può affermare in modo estremamente sintetico, che se l'attività economica trae vantaggi dal miglioramento e dalla costruzione di strade, ponti, canali, dalla più solida ed efficiente organizzazione statale, dalla profonda e benefica riforma della legislazione civile e commerciale, dalla introduzione in Italia dei codici napoleonici, dalle forniture militari, essa risente, però, i negativi effetti prodotti dal succedersi delle operazioni belliche, dai ricorrenti arruolamenti di uomini, in gran parte tolti alle officine, dall'arbitraria politica doganale instaurata dall'amministrazione francese, dalle difficoltà di varia natura in cui vengono a trovarsi gli operatori industriali e commerciali (per le confische arbitrarie di merci, per le perquisizioni e per altre vessazioni d'ogni sorta), e infine, dalla politica economica instaurata da Napoleone. Politica economica che, sostanzialmente, é volta a favorire sfacciatamente gli interessi dell'impero a danno di tutti i paesi europei - direttamente o indirettamente soggetti all'amministrazione francese - declassati, più o meno, al rango di meri "possedimenti coloniali". Se, a tutto ciò, si aggiunge il contraccolpo del blocco britannico alle coste dell'Europa, i cui effetti di natura economica sono ben noti, e delle contromisure adottate da Napoleone, contromisure essenzialmente operanti nell'ambito dell'attività economica e più particolarmente commerciale, è facile avvedersi del danno che deriva alla struttura economica delle nazioni europee, già oppresse dal pesante giogo economico imposto dalla Francia.


Una ripresa invece si verifica sotto la dominazione austriaca. L'agricoltura, pur attraversando momenti sfavorevoli (per influenze di mercato internazionale e per un succedersi di intemperie e di malattie parassitarie della vite e dei cereali), decolla verso un sicuro anche se lento progresso sia qualitativo che quantitativo, viene protetto il patrimonio forestale, si accrescono le coltivazioni foraggere e industriali, si sviluppa l'allevamento del bestiame, si intensificano la gelsicoltura e l'allevamento del baco da seta che trova agganci addirittura ai mercati da seme dell'Estremo Oriente. Il Sabatti nel 1825 sottolinea l'esuberanza della produzione granaria rispetto ai bisogni provinciali - donde la flessione continua dei prezzi, resa ancor più sensibile dalle forti importazioni di granaglie dal Cremonese e dal Mantovano, e la diminuzione dei proventi realizzati con l'esportazione dei cereali (poco più di 4 milioni e 250 mila lire austriache nel 1824, contro quasi 6 milioni 180 mila lire aus. nei primi anni del secolo) - e addita i progressi eccezionali compiuti dalla sericoltura nei suoi vari stadi (coltivazione dei gelsi, educazione dei bachi, trattura e lavorazione della seta) per cui le esportazioni di bozzoli, di seta grezza e lavorata appaiono quasi raddoppiate in poco più di un ventennio: da circa 5 milioni e 560 mila ad oltre 10 milioni e 150 mila lire austriache. La produzione di lino ha sofferto però alquanto per la diminuzione dei prezzi sui mercati nazionali e esteri; la produzione di vino non può offrire risorse di particolare importanza. Se l'agricoltura progredisce è invece in regresso l'attività industriale. Infatti la produzione di ferro risulta diminuita rispetto al 1803 di circa il 50 per cento; la situazione delle fabbriche d'armi da fuoco e da taglio appare estremamente precaria; la produzione liniera si è ridotta del 20-25 per cento e quella laniera e cotoniera di oltre la metà. Su tale ristagno e regresso pesa il voluto disinteresse del governo austriaco. Qualche ripresa nell'industria metallurgica e armiera si verifica verso il 1847 ma contemporaneamente nel 1846 si verifica una grave crisi della sericoltura che si ripercuote gravemente sulle condizioni generali dell'economia provinciale. Di contro verso la metà del secolo si profila già il lancio dell'industria cotoniera, nella quale impiegheranno poi grossi capitali, specie imprenditori svizzeri. In espansione è il commercio, grazie soprattutto alla migliorata viabilità e dalla costruzione alla metà del secolo della linea ferroviaria Milano - Brescia - Verona.


Una nuova prospettiva alla economia bresciana venne segnata dall'unificazione italiana e dal graduale inserimento della stessa nel mercato nazionale e della provincia di Brescia, ricostituita nei suoi confini di un tempo, nel sistema amministrativo ed economico del regno produce, inevitabilmente, una crisi di assestamento, alla quale non possono sfuggire, in verità, come ha ben dimostrato il Luzzatto, tutte le unità provinciali e regionali della penisola. Delle difficoltà incontrate dall'economia bresciana in quella decennale fase di transizione si fanno eco i rapporti della Camera di commercio di Brescia del 1861, 1863 e 1869. Come ha scritto il Maddalena, nel settore agricolo si protraggono, durante i primi anni che seguono all'unificazione, i dolorosi effetti della decimazione del patrimonio viticolo, del forte depauperamento dei gelsi e della contrazione dell'allevamento dei bachi.


Per alleviare le condizioni dei viticoltori e dei proprietari dei fondi avitati l'ente camerale propone, sensatamente, di rendere effettiva quella riduzione dei carichi prediali che, negli ultimi anni dell'amministrazione asburgica, era stata solo apparentemente accordata. Quanto alla situazione degli allevatori di bachi essa non può trarre giovamento che da una larga importazione di seme-bachi giapponese, resistente alla pebrina. Grazie all'interessamento dell'istituto camerale e di altri benemeriti enti agrari della provincia (ad esempio, il Consorzio agrario), i quali si fanno altresì promotori di provvide iniziative per migliorare l'istruzione degli agricoltori, già sullo scorcio del primo decennio post-unitario le condizioni della viticoltura e della bachicoltura appaiono nettamente migliorate. In compenso diminuisce la produzione agrumaria ma viene compensata da un miglioramento delle esportazioni. Le coltivazioni cerealicole e foraggere, pur denunciando qualche flessione in corrispondenza di annate avverse, nel complesso tendono a più alti livelli qualitativi e quantitativi. Motivo di preoccupazione continua sempre ad essere, invece, l'insano depauperamento del patrimonio boschivo provinciale causato, a detta degli osservatori camerali, dall'indigenza delle popolazioni montane, dall'accresciuto fabbisogno di materiali da costruzione, di legna da ardere e di carbone, e dall'assoluto disinteresse dimostrato dal governo austriaco per gli estesi boschi comunali, praticamente abbandonati allo sconsiderato sfruttamento di chicchessia.


Diverso di settore in settore è il comportamento dell'industria. Scrive ancora il Maddalena: nel settore industriale l'unificazione incide in maniera e con intensità diversa nei differenti rami manifatturieri. Nel campo della pura siderurgia l'apertura dei mercati nazionali e la tenue difesa doganale crea gravi difficoltà, attesa l'impossibilità di competere, in termini di prezzi, con la produzione forestiera. Nel 1863 dei cinque altiforni della provincia quattro rimangono inoperosi e si constata una conversione di molte officine: dalla produzione di barre, verghe, laminati e chioderie, si passa alla lavorazione del ferro fuso e alla fabbricazione di proiettili per conto dello Stato. Le condizioni della siderurgia bresciana migliorano, però, dopo la felice conclusione della campagna del '66 e ancor più verso il 1870. Nel ramo dell'industria armiera fin dai primi anni del regno si compiono rilevanti progressi: non solo per le commesse militari del governo, ma per le ordinazioni che giungono dai mercati stranieri, ordinazioni che potrebbero secondo gli organi camerali, essere ancor più numerose e remunerative, se il regime doganale fosse impostato su basi diverse e se lo Stato desse impulso all'iniziativa privata con una intelligente politica di finanziamenti. Considerazioni che, con riguardo all'aspetto tariffario doganale, vengono ripetute per l'industria della coltelleria, potenzialmente pronta per affermarsi sui mercati internazionali. In fase di rapida espansione entra anche l'industria della concia delle pelli, grazie alle grosse forniture militari. Progressivo e sempre più grave il cedimento dell'industria cartaria che vede, nel 1869, ridursi a 29 le cartiere con solo 550 addetti. Grave appare anche la crisi, che attraversa l'industria liniera, esposta da un lato alla sempre più sensibile concorrenza di quella cotoniera e dall'altro danneggiata dal disinteresse degli agricoltori, portati piuttosto ad investire capitali e lavoro nella più redditizia sericoltura. Nel 1869 i telai impiegati nella tessitura del lino si aggirano sulla metà di quelli battenti nel 1857: circa 200 di cui 33 concentrati nello stabilimento di Pralboino (nel 1857 ve ne erano in funzione 75).


Più confortante è il quadro offerto dall'industria cotoniera che, dopo aver superato una non facile congiuntura nei primissimi anni del regno, va lentamente affermandosi unitamente alla tessitura della canapa. Nel 1864 a Concesio entra in funzione un nuovo stabilimento per la tessitura del cotone e della canapa con 70 telai inglesi e 170 addetti. Nel 1869 altri 280 telai sparsi nel contado e funzionanti a domicilio vengono censiti dagli organi camerali. Si pongono le premesse, insomma, perché anche nel Bresciano l'industria del cotone, nei decenni a venire, intervenga come protagonista del boom industriale lombardo. Ben diversa, al contrario, appare l'evoluzione dell'industria laniera. Favorita, prima del 1866, dalle rilevanti commesse dell'amministrazione militare e dal regime doganale la produzione di coperte di lana si eleva in misura considerevole, pur rimanendo sempre concentrata a Sale Marasino. Anche la lavorazione della seta si emancipa sempre più da industria complementare dell'agricoltura per diventare vera e propria attività manifatturiera. Nel secondo decennio si profila un nuovo sia pur lento e faticoso progresso che avviene nonostante la crisi agricola, i riflessi del costo forzoso introdotto nel 1866, e le sempre più tasse e imposte. L'attività industriale e, di riflesso, quella commerciale, trae vantaggio dalla politica protezionistica.


Si evolveva intanto anche la situazione nelle campagne. Alla piccola proprietà ed alla mezzadria, sotto la spinta della penetrazione del capitalismo agrario, andava sempre più sostituendosi in pianura la conduzione in affittanza provocando l'allargarsi del fenomeno del proletariato agricolo. All'epoca dell'inchiesta Jacini (1880) la popolazione del Circondario di Brescia risulta per tre quarti rurale e su 212.771 abitanti del Circondario stesso, ben 50.000, cioè la quarta parte, è costituita da addetti all'agricoltura, pastorizia ed ortocoltura, non però proprietari di terra. Le colture vedono la prevalenza di pascoli; boschi e castagneti, con piccole superfici di frumento e granoturco nelle zone montagnose, di vite e gelso nella zona pedemontana, ed infine di frumento, granoturco, lino e prati (qualche volta riso), in pianura. In effetti il granoturco aveva il predominio sulle altre produzioni fino a raggiungere i tre quarti della superficie coltivata. In decadenza la coltivazione del riso e degli altri tipi di cereali. I foraggi erano in aumento ma non trovavano ancora il necessario supporto nell'allevamento del bestiame. D'altra parte anche questo era soggetto a diverse e diffuse malattie, come la polmena, la zoppina ed il carbonchio, per lo più di genere infettivo. Le viti risentivano ancora degli implacabili attacchi di crittogama di una ventina di anni prima; le altre produzioni (olio, frutta, ortaggi, ecc.), erano molto limitate per spazio ed importanza. Uniche fonti di considerevole rilievo economico per le popolazioni bresciane, specialmente della pianura e della collina, rimanevano la coltivazione del lino e la coltura del baco da seta che fioriranno ancora per molti anni. La concimazione permaneva ancora allo stato primordiale mentre nei riguardi della meccanizzazione prevaleva ancora il motto: "Mio padre ha sempre fatto così...", con conseguente ostilità alla introduzione di seminatrici e mietitrici, mentre però si era favorevoli alle trebbiatrici. Del resto, a sincerarsi di quella che era la situazione dell'agricoltura bresciana, basta dare un'occhiata ai diagrammi delle importazioni e delle esportazioni. La nostra provincia infatti importava frumento, riso e bestiame, esportando invece granoturco, fieno, bozzoli, burro e foglia di gelso. Tale stato di depressione era spiegabile non solo col fatto delle continue crisi ma anche col grado di istruzione tecnica delle nostre popolazioni. "Ancor pochi - scriveva il Benedini nel 1881 - troppo pochi furono i frutti della istruzione tecnica tant'è che due o tre anni or sono la Provincia rifiutò il suo concorso nella spesa della Sezione di Agronomia presso l'Istituto Tecnico, la quale non contò mai più di quattro allievi e qualche anno ne ebbe uno solo". Più fortuna, in verità, aveva avuto la scuola tecnico-pratica alla Bornata sorta nel 1875, ma era ben poca cosa di fronte all'immenso bisogno di riformare completamente metodi e mentalità. Mancava d'altra parte, perchè tutto ciò avvenisse, il sostegno indispensabile del credito agrario. Le Banche Popolari riservavano la loro attività al credito ordinario senza suscitare vere e proprie iniziative in campo agricolo. La costituzione dei monti Grano (specie di Monti di Pietà) in parecchi comuni della provincia, con le loro sovvenzioni in danaro e granaglie, rappresentavano d'altra parte un palliativo. Ma nonostante tutto ciò, già si prospettavano vari segni di risveglio e le promesse di profonde trasformazioni. Affittuali medi e grandi andavano sempre più sostituendo i piccoli affittuali e i mezzadri ed unificando sotto di sé aziende considerevoli. Ed ancora la sostituzione avveniva sempre più in favore di affittuali in possesso di rilevanti capitali, mandriani provenienti dalla montagna o grosse famiglie arricchitesi coi continui risparmi. In effetti dal 1880 al 1890 scrive il Maddalena si verifica il punto di forza dell'economia bresciana, l'inizio di una trasformazione, per molti aspetti rivoluzionaria, dell'economia bresciana. Ciò si nota soprattutto nell'ambito dell'industria manifatturiera dal 1878 in poi. Si rimodernano vecchi impianti, si impiantano nuovi e più vasti impianti, vengono investiti sempre più consistenti capitali. Progrediscono l'industria della seta e del cotone, riprendono lena le manifatture laniere e linifici e cominciano ad affermarsi le industrie dell'abbigliamento. Ma sono soprattutto quelle siderurgiche, metallurgiche e meccaniche che prendono quota. Il quadro dell'economia bresciana è così delineato nel 1892 dal Ministero dell'agricoltura, industria e commercio: alla concia e alla lavorazione delle pelli sono adibiti circa 400 operai in 32 fabbriche, fornite di forza motrice per 196 HP; nelle 23 cartiere risultano impiegate 470 persone e installati motori per 493 HP; i 19 stabilimenti tipografici danno lavoro a circa 270 persone; l'industria del legno, senza tener conto delle piccole falegnamerie viene esercitata in almeno 150 laboratori che occupano diverse centinaia di persone; alla fabbricazione dei bottoni sono adibite oltre 340 persone, distribuite in 4 stabilimenti forniti di 48 HP; infine, nelle altre attività manifatturiere (fabbriche di cordami, carrozze, cappelli, spazzole, strumenti musicali, maglierie, reti, ecc.) appaiono occupate almeno mille persone e vengono utilizzate diverse centinaia di HP. Complessivamente, dunque, intorno al 1890 gli addetti ad attività industriali ammontano a 23-34 mila persone (poco meno, cioè, del 5 per cento della popolazione bresciana) e la potenza installata nelle fabbriche manifatturiere supera gli 11 mila HP, tenuto anche conto delle ventun caldaie a vapore, appartenenti a diverse unità produttive, di potenza pari a 1.313 HP.


Un nuovo balzo in avanti l'economia bresciana fece soprattutto nel periodo giolittiano, carico anche a Brescia di avvenimenti politici, sociali e sindacali. L'incremento è documentato dal nuovo censimento industriale del 1911 secondo il quale il numero complessivo delle persone occupate nelle aziende industriali risulta più che raddoppiato rispetto a quello registrato vent'anni prima: 51.700 addetti (di cui 42.437 operai) contro 23-24 mila. Da meno di 50 si sale a 85 persone impiegate in attività manifatturiere per ogni mille abitanti della provincia. Diminuisce il numero delle imprese di piccole dimensioni e aumenta quello delle medie e grandi aziende: in totale le imprese censite sono 4.189. Più difficile, per non dire impossibile, è il calcolo esatto dell'entità della potenza installata negli stabilimenti provinciali. Non si è però certamente lontani dal vero, computando in oltre 133.570 HP la quantità di energia consumata dalle industrie bresciane. Il che fa capire quale enorme importanza abbia assunto l'impiego della forza motrice nelle lavorazioni industriali. I progressi più cospicui, come abbiamo già anticipato, si riscontrano nell'industria metalmeccanica, che con oltre 11.700 addetti vede più che raddoppiate le maestranze di vent'anni prima; nell'industria tessile, la quale in virtù dell'eccezionale sviluppo della manifattura cotoniera e del notevole incremento di quella serica, che però palesa sintomi di incipiente disagio, raccoglie oltre 20.200 persone; infine nelle industrie alimentari e in quelle che utilizzano i prodotti dell'agricoltura, della caccia e della pesca, le quali danno lavoro a 10.700 dipendenti. Causa ed effetto ad un tempo della crescente industrializzazione è l'addensamento della popolazione nei centri urbani provinciali, che tendono ad ampliarsi sempre più. Il capoluogo accoglie poco meno della metà delle maestranze dell'industria metalmeccanica ed oltre un decimo di quelle occupate nell'industria tessile. In totale, quasi un quarto della popolazione provinciale dedita ad attività manifatturiera viene censito nel capoluogo. Anche Palazzolo sull'Oglio acquista i caratteri di centro industriale, ospitando quasi 3.200 operai nelle fabbriche che vi sorgono sempre più numerose. Insomma, negli anni che immediatamente precedono lo scoppio della grande guerra, Brescia entra nel novero delle provincie italiane più industrializzate.


Tuttavia doveva essere la prima guerra mondiale a cambiare quasi faccia anche alla provincia di Brescia, come a gran parte d'Italia. Essa esaltò ed esasperò al parossismo le possibilità e l'intraprendenza dell'industria metalmeccanica bresciana che non poteva non creare gravissimi problemi nel dopoguerra. Abbiamo un'inflazione enorme di iniziative imprenditoriali ed un aumento improvviso degli operai delle industrie. Basti notare che gli addetti nei 110 stabilimenti con oltre 50 operai della provincia dal 1 gennaio 1915 al settembre 1916 salgono da 24.225 a 43.701, nelle sole 168 industrie metallurgiche e meccaniche, grandi e piccole. Nell'intero settore metalmeccanico si calcola che, al culmine della mobilizzazione industriale fossero impiegate oltre 43.701 persone, che giunsero a fornire all'esercito un'altissima percentuale di forniture belliche, tanto che il generale Dall'Olio ebbe a dichiarare che, industrialmente l'Italia era stata salvata al Piave dall'Ansaldo e dall'industria bresciana.


Inutile rilevare la crisi che seguì nel primo dopoguerra, ma fu presto superata pur tra agitazioni gravissime e continue violenze. Nel gennaio 1923 i disoccupati dell'industria assistiti dalla previdenza sociale sono solo 3.915. Rispetto ai 51.700 addetti rilevati nel censimento 19 giugno 1911 e malgrado che i metalmeccanici siano discesi da 40.000 a 18.000 nel censimento 15 ottobre 1927 i lavoratori dell'industria ascendevano a 86.245. Lo stesso censimento consente di constatare progressi notevoli. Complessivamente gli 11.219 esercizi industriali ospitano 86.245 persone e utilizzano forza motrice per quasi 327 mila HP. Tra il 1911 e il 1927, dunque, gli addetti ad esercizi industriali aumentano di circa il 66 per cento e la forza motrice impiegata si accresce di quasi il 150 per cento. Nel suo insieme l'industria metalmeccanica appare progredita e meglio equilibrata. Le maestranze (quasi 18.600 operai) superano del 60 per cento circa quelle del 1911 e per i due terzi risultano occupate in grandi aziende, intendendo per grande impresa quella che impiega più di 100 operai. Con poco più di 20.650 dipendenti l'industria tessile rimane, invece, sulle posizioni raggiunte nel periodo pre-bellico. La vera ragione di questa stasi va ricercata nella depressione di cui soffre sempre più gravemente il serificio, depressione peraltro compensata, almeno in termini quantitativi, dall'incremento dell'attività cotoniera e, soprattutto, di quella delle manifatture di fibre artificiali. Uno sviluppo considerevole denuncia l'industria dell'abbigliamento, vestiario, ecc., al cui esercizio son interessate oltre 14.200 persone. L'ascesa economica provinciale spiega, poi, l'importanza assunta dalle industrie dei trasporti e delle comunicazioni, che danno lavoro ad ore 4.100 persone. Si riscontrano progressi, infine, anche nell'industria delle pelli e del cuoio, in quella del legno, in quella chimica e in quella delle costruzioni (quest'ultima occupa 5.339 lavoratori). Dalla ripresa agricola verificatasi sulla fine dell'800 fino verso il 1930, specialmente attraverso la rivoluzione capitalistica, su 127.000 Ha di superficie totale, 110.000 sono stati trasformati in terreni irrigui e il lavoro agricolo e la produzione agraria e zootecnica hanno progredito sensibilmente. Oltre tali limiti non è stato possibile andare anche perché, pur essendo state nel miglior modo possibile disciplinate le acque dei fiumi e del lago d'Iseo, sono venute a mancare ulteriori disponibilità idriche e anche perché nel 1930 si esaurì si può dire la tenace opera di bonifica e di ricostruzione del terreno agrario iniziata negli ultimi decenni dell'800.


La produzione andò elevandosi specie per quanto riguarda i cereali, i foraggi, il bestiame, causa il frazionamento della proprietà i terreni raggiunsero un limite economico e tecnico di applicazione di capitali e di lavoro praticamente insuperabile. Nell'indagine condotta nel 1946 dall'Istituto Nazionale di economia agraria fu rilevato che su 30.640 proprietà della pianura 26.502 avevano una superficie inferiore a 5 Ha e di esse 22.000 inferiore a 2 Ha; 23.078 proprietà avevano un reddito imponibile inferiore a duemila lire annue. Si raggiunsero tra l'altro cifre di produzione unitaria di grano (84 miliardi) e di granoturco (oltre 120.000 quintali) che costituirono dei veri primati. Fin dal 1919 si ebbe l'imponibile di manodopera che comportò 10 unità lavorative ogni 100 piò. Nel 1929 esso salì a 11 rimanendo tale fino al 1946 quando vennero aggiunte in più tre unità circa di superimponibile. Ciò costituì sull'agricoltura bresciana un sovraccarico di circa 2 miliardi annui. Anche la collina coltivata soprattutto a gelso e vite raggiunse un elevato grado di intensa coltivazione che si accentuò sempre più con il diffondersi dell'irrigazione a pioggia. Meno sensibile il progresso in montagna, causa il fenomeno migratorio. La grande crisi 1929-1934 ebbe riflessi gravi anche sull'industria bresciana. Essendosi essa orientata verso la produzione di beni strumentali e di esportazione, risentì gravemente della crisi mondiale e dell'insipiente politica autarchica e di preparazione bellica (in vista specialmente della guerra d'Etiopia) che il fascismo aveva iniziato. Si trovò, in tali frangenti, automaticamente orientata di nuovo verso la produzione bellica accentuando sempre più il ritmo nel periodo tra la guerra d'Etiopia e la II guerra mondiale. Infatti l'esame fatto dalla Camera di Commercio presso 12 importanti aziende ha rilevato che il numero degli addetti suddiviso fra le lavorazioni di armi e di beni di consumo era il seguente: addetti produzioni armi 8.258 (1938), 27.350 (1943), 3.405 (1952); addetti produzioni civili 5.666 (1938); 5.000 (1943); 8.100 (1952). In tutto 13.924 (1938), 33.350 (1943), 11.505 (1952). Si calcola che nel 1943, al culmine della produzione di guerra, le aziende minori occupassero all'incirca 15.000 addetti. In complesso nel periodo di maggiore espansione e di più intensa attività, il volume di occupazione di manodopera si calcola che arrivasse a circa 130.000 unità. Anche nelle manifatture tessili si osserva un cospicuo aumento della manodopera che raggiunge le 26.214 unità. Progressi vengono pure compiuti dall'industria estrattiva, dalle industrie alimentari, da quelle delle pelli, del legno, delle costruzioni, dalle industrie per la lavorazione dei minerali non metalliferi, da quelle chimiche. Praticamente solo nel settore del vestiario e dell'abbigliamento si verifica una notevolissima contrazione: da oltre 14 mila gli addetti si riducono a 4.716. Naturalmente i progressi sono anche confermati dall'accrescimento dell'energia utilizzata nei processi di lavorazione. "La congiuntura bellica - ebbe a scrivere A.Maddalena - accelerò i progressi dell'industria metalmeccanica e in ispecie delle fabbriche d'armi, con ciò creando le premesse della inevitabile e profonda crisi postbellica. Quando si pensi che il numero degli addetti all'industria aumentò di circa il 30 per cento dal 1938 al 1943 ... e si tenga conto che sulla scorta delle valutazioni fatte dai competenti uffici economici provinciali la popolazione industriale nella stragrande maggioranza era addetta, nel 1943, alla produzione di strumenti bellici, si può capire quali e quante difficoltà dovettero incontrare e superare gli industriali bresciani per ricostituire su sane basi l'attività manifatturiera una volta tornati a produzioni di pace. Come già negli anni successivi alla prima guerra mondiale, gli industriali della provincia di Brescia hanno indubbiamente dato prova di alta capacità organizzativa e di elevata sensibilità umana e sociale, riuscendo ad operare la conversione della struttura industriale in un tempo relativamente breve e con danni minimi per i prestatori d'opera. Ma è altrettanto indubbio che le perdite furono molte e sensibili, soprattutto per l'industria armiera, la quale, assurta per le ricordate circostanze ad una posizione di netta preminenza nei confronti di tutte le altre, fu in gran parte paralizzata e costretta a dissolversi: solo le aziende più antiche forti di una solida organizzazione tecnica e commerciale, frutto di una lunga ed operosa attività, specializzata ebbero modo di sopravvivere e di affermarsi nuovamente sul mercato nazionale e straniero ...".


II dopoguerra. La fine della seconda guerra mondiale vide il ripetersi delle gravi crisi che coinvolsero tutte le industrie belliche con gravi manifestazioni ed aspetti di questo genere: a) i bombardamenti (soprattutto quello dell'aprile 1945) avevano provocato gravi distruzioni ai più importanti stabilimenti (Breda, Metallurgica bresciana ecc.); b) il blocco dei licenziamenti che causava la dispersione di preziose risorse finanziarie sulle quali avrebbe potuto essere fondata l'opera di riconversione; c) i gruppi finanziari extraprovinciali non favorirono lo sviluppo degli stabilimenti bresciani che essi avevano prelevato; d) la riconversione ebbe in molti casi, sia per mancanza di un forte sostegno finanziario sia per il clima di pressioni finanziarie e di lotte sindacali, un esito poco favorevole. Così ad esempio fallì la produzione del ciclomotore Breda, ebbe poco successo quella dei telai Cotton Breda di cui ancora nel 1956 era prevista una produzione di circa 40 milioni, le armi da caccia (Breda, F.N.A.) non poterono assorbire che in minima parte le aliquote della precedente produzione. A riprova si veda la comparazione fra addetti di alcuni stabilimenti nel 1943-44 (primo dato) e nel 1956 (secondo dato). Soc. Breda Mecc. bresc. occupazione 1943-44 5.800 - 705; Metall. Bresciana già Tempini 6.000 - 1370; Soc. Fabbr. Nazion. Armi 2650 - 495); Soc. Eredi Gnutti 3.000 - 440; O.M. Brescia 4.000 - 3.235; Marzoli Palazzolo 3.000 - 2.035; Gnutti Carlo 1.000 - 360; F.A.R.E. (Arsenale Militare poi MI.VAL) 2500 - 399. Per 19 ditte del settore metalmeccanico si passò da un massimo di 35.541 operai a 13.560 unità occupate.


Eppure ancora Alberto Maddalena considerando il quinquennio 1945-1950 non ha potuto che definire ammirevoli i progressi compiuti dall'industria bresciana come nel 1946 la popolazione industriale bresciana economicamente utilizzata venisse valutata intorno alle 40 mila persone e invece col censimento del 1951 si registrasse un numero di persone impegnate in attività industriali pari a 104.115 (ivi includendo i 6.074 addetti alle imprese di trasporto e comunicazione). In pratica in cinque anni la popolazione industriale bresciana si è più che abbondantemente raddoppiata. In generale, rispetto al periodo immediatamente prebellico, nel 1951 si nota un aumento della dimensione media delle 12.611 imprese (unità locali). Mentre le industrie tessili presentano una consistenza di mano d'opera (26.558) pressoché eguale a quella prebellica, quelle meccaniche denunciano una considerevole contrazione (da 32.741 a 25.790), peraltro compensata dall'aumento verificatosi in quelle metallurgiche (da 3.566 a 9.485) cosicché vista nel suo complesso, l'industria metalmeccanica con 35.275 addetti dà lavoro ad un numero di persone quasi eguale a quello rilevato 14 anni prima. Progressi, in confronto all'anteguerra, si osservano nell'industria edilizia (comprensibili le ragioni), i cui dipendenti sommano a 8.488 in quelle chimiche (2.019 addetti), in quelle del vestiario e abbigliamento (5.257 dipendenti), e in quelle dei servizi, soprattutto per la continua espansione delle imprese elettriche (2.498 addetti). Statica o in lieve regresso risulta la situazione delle industrie estrattive, alimentari, cartarie e poligrafiche. Depresse appaiono le condizioni dell'industria del cuoio e delle pelli.


Scrive ancora Maddalena: "La rapida ripresa dell'attività industriale nei primi anni del secondo dopoguerra non è che il preludio della magnifica espansione che l'industria bresciana realizza nell'ultimo decennio, dando un contributo considerevole a quell'ascesa vertiginosa dell'economia nazionale che, agli occhi di molti, è addirittura apparsa prodigiosa. Purtroppo non è possibile considerare in valori statistici i risultati di questo sviluppo. Sulla scorta di alcune informazioni non sembra azzardato affermare che la popolazione industriale bresciana è aumentata di oltre il 35 per cento negli ultimi dieci anni, avvicinandosi al traguardo delle 140 mila unità. I progressi conseguiti nel corso dei settant'anni che abbiamo lasciato alle nostre spalle ci appariranno in tutta la loro importanza solo che si ricordi come, intorno al 1890, il numero degli addetti alle imprese manifatturiere era di 23-24 mila e nel 1911 non raggiungeva le 52 mila unità. In mezzo secolo, dunque, le maestranze industriali bresciane si sono quasi triplicate. Da circa il 125 per mille il rapporto tra addetti all'industria e popolazione provinciale pare salito, nell'ultimo decennio, ad oltre il 150 per mille. Sensibilissimo anche lo sviluppo dell'attività commerciale, creditizia e bancaria. La crisi subentrata sulla fine degli anni sessanta dopo il boom economico, ed accentuatasi ancor più dal 1975 in poi, ha posto in difficoltà parecchie aziende, specialmente nei settori tessile, dell'abbigliamento ecc. ma non ha ancora scardinato del tutto l'apparato industriale. Nuovi passi ha fatto l'agricoltura alleggerita dalla mano d'opera e avvantaggiata dalla meccanizzazione. In continua espansione il turismo. Uno dei più recenti quadri dell'economia bresciana è stato tracciato dal prof. Franco Feroldi, presidente della Camera di Commercio di Brescia. Presenti in provincia sono anche notevoli complessi per la produzione di calce, cementi e laterizi. L'artigianato raggiunge consistenza notevolissima e le produzioni delle diverse aziende artigianali sono di tutto rilievo e conosciutissime anche all'estero, oltre che in tutta Italia. COMMERCIO. Dopo il forte incremento, rilevato negli anni '50, di addetti al commercio, spiegabile nel massiccio esodo dalla campagna e nella ricerca tra le attività terziarie di un'attività rifugio, si è constatato nel decennio '61-'71 un rafforzamento del commercio all'ingrosso che ha aumentato del 29,3 per cento gli esercizi e del 46,3 per cento gli addetti, il che implica il ragionevole presupposto di un aumento della dimensione media aziendale. La polverizzazione dei negozi tradizionali al dettaglio presenta caratteri simili a quelli rilevabili nel contesto regionale e nazionale. La grande distribuzione è presente con aziende talvolta di notevole entità, ma il suo apparato è da ritenere, in termini relativi, ancora modesto per il consumo effettivo e potenziale dei bresciani. AGRICOLTURA. Considerando i risultati dell'ultimo censimento generale dell'agricoltura, si rileva che i circa 35 mila addetti che vi si dedicano (10 per cento circa della popolazione attiva) sono dediti alla produzione cerealicola e zootecnica, nella parte meridionale della provincia caratterizzata dalle tipiche aziende agricolo-padane, mentre nella parte collinare è di notevole interesse la coltivazione della vite che fornisce prodotti di pregio nella Valtenesi, nella Franciacorta, nella zona di Botticino ecc. Alcuni dati sulle principali produzioni agricole riferite allo scorso '74 forniscono un'immagine abbastanza netta delle caratteristiche produttive del nostro settore primario. Sono stati infatti prodotti q.li 750 mila di frumento, q.li 2.145 di granoturco. La consistenza del bestiame, valutato sempre al '74 risultava di 406 mila bovini (di cui 157 mila vacche da latte), 221 mila suini e circa 18 mila tra ovini e caprini. Degni di nota gli allevamenti zootecnici realizzati negli ultimi anni con caratteristiche modernissime e con bestiame altamente selezionato.


INDUSTRIA. Nel settore secondario la prevalenza dell'attività spetta all'industria manifatturiera, comparto che risulta tra i più dinamici anche come creazione di posti di lavoro. Nei rami metallurgico e meccanico si è potuto assistere negli anni 60 e nei primi quattro anni del '70 ad un potenziamento delle strutture, ad un adeguamento delle tecnologie, ma anche ad una certa carenza di rinnovazione tecnologia e di ricerca che si ritengono necessarie per fornire un buon margine di sicurezza sulle prospettive di sviluppo a termine più lungo, Cioè sembrano prevalere le iniziative imprenditoriali basate su un'attività di ripetizione o di imitazione. Questo anche se si può affermare che è sempre esistito nel mondo imprenditoriale bresciano anche la figura di "imprenditore innovatore" intesa in senso schumpeteriano. Oltre a queste iniziative imprenditoriali, basate appunto su meccanismi imitativi, si sono riscontrati settori produttivi che hanno avuto lo sviluppo più rapido (abbigliamento e calzature). In questi si sono avute appunto le parabole più brevi nell'evoluzione dei cicli produttivi, ed infatti tali produzioni di recente introduzione nella nostra provincia risultano adesso in crisi. Sotto l'aspetto occupazionale va rilevato che gli addetti di tali comparti erano più che raddoppiati (da 7.700 a 16.044 tra i due censimenti). Va rilevato pure che il sorgere di tale iniziativa era stata salutata come di buon auspicio all'inizio, in quanto la quasi totalità di queste nuove imprese erano sorte (quasi sempre con criteri spontaneistici) prevalentemente nella zona della bassa bresciana già definita economicamente depressa e con forti tensioni migratorie. Diverso è invece il discorso per l'industria tessile che vanta notevole tradizione nella provincia e che solo per motivi essenzialmente di carattere generale ha continuato nella riduzione degli occupati fino ai nostri giorni. Dalla osservazione delle classi di aziende manifatturiere per numero di addetti si è pure constatato un ampliamento aziendale confermato dal raddoppiato numero di aziende con oltre 50 addetti dal censimento del '51 a quello del '61 e da un ulteriore incremento di circa il 50 per cento dal '61 al '71. In quest'ultima epoca le aziende con oltre 50 addetti erano oltre 469. Le principali attività del ramo manifatturiero esistenti nel bresciano possono essere riassunte nelle seguenti voci: armi (Gardone V.T.), posaterie e ottonami (Lumezzane), macchine tessili, macchine utensili, autocarri e autobus, laminati e trafilati, condotte forzate per impianti idroelettrici (ubicati prevalentemente nel capoluogo e nel suo hinterland). Tra le industrie estrattive sono da segnalare i marmi bianchi e colorati della zona di Botticino e di Rezzato. Mentre con ubicazione tendenzialmente dispersiva risultano cotonifici, lanifici e calzaturifici e nel settore alimentare i comparti lattiero-caseari, della birra ed il settore avicolo.