CANTONI Giulio

CANTONI Giulio

(Verolanuova, 24 marzo 1890 - 6 Gennaio 1968). Imparò i primi rudimenti dell'arte dal compaesano Galperti. Dal 1903 studiò all'accademia di Brera seguendo corsi di ornato, di architettura e nel 1910-1911 un corso speciale di scultura col Butti al termine del quale vinse nel luglio 1911 il primo premio Bezzi Caimi. Dopo essersi dedicato alla scultura e alla musica si votò del tutto alla pittura sotto la guida del Tallone vincendo nel 1913 il legato Brozzoni per la pittura. Fante nella prima guerra mondiale ne riportò una menomazione alla gamba. Si dedicò poi con tutto l'entusiasmo all'arte. Passò qualche tempo a Bologna dove subì in certo senso l'esempio del Corsi e del Morandi. Le gallerie bresciane dal 1920 ospitarono le sue opere ed egli alternò personali a collettive e a "Sindacali" attraverso le quali una sua tela giunge alla Galleria d'arte moderna di Milano. Le mostre milanesi ottennero autorevoli e favorevoli giudizi di Giorgio Nicodemi, Leonardo Borgese, e Mario Lepore. Reso sempre più solitario da gravi lutti familiari, si rifugiò nei paesaggi della "Bassa" e di tutta Italia che rivivono nelle sue tele. Efficaci anche i ritratti, stupendo un suo "Ecce Homo". Numerose le mostre: alla Galleria Campana (1920, febbraio 1925, aprile 1926, gennaio 1934, gennaio 1936), alla galleria Bravo (febbraio 1928), alla galleria A.A.B. (novembre 1953, novembre 1956, marzo 1959, aprile 1962), alla prima mostra d'arte triennale (6 maggio 1928), alla galleria permanente di Bergamo (1933). Fu presente anche a mostre milanesi come la III mostra regionale Lombarda. Biennale di Brera di Milano, II Mostra sindacale lombarda, IV Mostra sindacale Lombarda x(1953), alla Galleria Internazionale (gennaio 1953), alla Galleria Vinciana (febbraio 1958). Una mostra postuma fu tenuta nel giugno 1968 nel Municipio di Verolanuova. Cresciuto nella atmosfera dell'ultima scapigliatura lombarda a contatto con quei grandi ed entusiasti artisti milanesi che lo ebbero caro, egli mantenne per tutta la vita vivi gli ideali di quella scuola che lasciò giovane sempre e sempre entusiasta. L'avvicendarsi delle mode, delle ricerche astruse e dei criteri critici avvicendatisi nell'ultimo mezzo secolo, lo sfiorarono senza lasciargli segno. La stima dei maestri, i molti premi vinti, le offerte di cattedre o di lavori anche all'estero, avrebbero potuto schiudergli una brillante carriera. Non credette a queste lusinghe e dopo la parentesi della guerra riprese la sua pittura di personaggi, si immerse nella pace della sua pianura, dei fiumi, delle rive, dei paesi, dell'inverno, del sole e delle messi dorate, e non turbato da dubbi, continuò a cantare la natura. Viaggiò, dipinse anche paesi del mare nel meridione d'Italia, ma le sue opere più profonde e più dense di pathos rimangono i quadri della sua terra. Della pittura dell'artista verolese il Lonati ha scritto che "è apprezzabile per indiscusso pregio, ma al di là di ogni giudizio vivranno in essa il tepore del sole e la nebbia, il gorgogliare dell'acqua dei ruscelli, il verde dei prati e il candor della neve, e i fiori... ogni stagione, ogni aspetto della bella terra che gli ha dato i natali e alla quale Giulio Cantoni ha fatto ritorno al termine della operosa giornata terrena".