BRENO

BRENO

Centro di grande importanza della Valcamonica sia sotto il profilo industriale, commerciale e civile.

L'abitato sorge sulla sinistra dell'Oglio lungo la strada statale n. 42 per il Tonale, e si distende sopra le prime pendici del versante vallivo. Si trova a 68 Km. da Brescia, a m. 322 s.m. Superf. com. Kmq. 58,79. Ab. (brenesi), 4603 nel 1951, 5009 nel 1961, 5228 nel 1971 (fam. 1522, maschi 2510, femmine 2718, addetti agricoli 83, altre attività 1827). Centri abitati: Astrio (a 3 Km.) e Pescarzo (a 5 Km.) sulle pendici del monte Alta Guardia, Mezzarro, Campograndi Gera e Pilo.

Il comune molto vasto raggiunge Gavero nella Valle del Caffaro e confina con la provincia di Trento includendo le cime del Blumone (m. 2357), e il passo di Croce Domini (m. 1892). il lago artificiale della Vacca (m. 2357), e il passo di Croce Domini (m. 1892). Breno ha scuola media, Istituto magistrale, Liceo Scientifico, Istituto Professionale di Stato per il Commercio, Istituto Professionale di stato per l'Industria e l'Artigianato, due Collegi. E' sede di Pretura, dell'Ufficio del Registro e conservatoria delle Ipoteche. Ha un Ospedale Civile "Rizzieri". E', inoltre, sede della Comunità Montana di Valle Camonica. Il nome viene fatto derivare o dalla voce celtica brig - monte, o dal cognome celtico Brenoss o dal nome del popolo dei Brenni. La prima ipotesi è rifiutata dai glottologi.

Breno: il castello con lo sfondo del Badile (foto Schena)

Il centro era già certamente conosciuto nell'epoca romana. Geologicamente ci troviamo in presenza di formazioni triassiche quali i calcari anisici, i tufi verdastri di Wengen il raibliano e il servino, ma decisa importanza geologica possiede la località Bazena e dintorni in quanto ivi esiste la zona di contatto tra le formazioni sedimentarie avanti elencate e la grande massa eruttiva rappresentata dalla tonalite dell'Adamello. In questa zona di contatto si ha la presenza di rocce metamorfosate dall'azione del magma eruttivo di grande interesse geologico e pedologico. Due lapidi romane, tra cui una trovata ad Astrio con le parole "Julius Caesar Romanorum Imperator" indicano come il luogo fosse conosciuto fin dai tempi romani. Tre scheletri giganti attribuiti a galli cenomani furono rinvenuti in una necropoli scoperta nel febbraio 1950 nei pressi del campo sportivo "Carlo Tassara", nella quale furono rinvenuti anche un'anfora, fermagli d'osso una boccola di rame, amuleti, ecc. La necropoli è attribuita ad epoche barbariche forse gallo-cenomane. Comunque sono pochi, fino a dopo l'anno mille, i ricordi storici. Restano le ipotesi che i Franchi vi abbiano qui portato da Cividate, il capoluogo della Valle e 1 altra che i monaci di Tour, infeudati da Carlo Magno, abbiano fondato le cappelle di S.Martino di Astrio e di S.Maurizio di Breno.

Il primo brenese ricordato nei documenti è Ribaldus da Breno e si trova quale testimonio in un atto di Giovanni Brusati da Volpino del 1116. La comunità di Breno dava segno di vita in contrasto con il comune di Niardo per i possedimenti e i confini sul monte Stablio per i quali intervenne il vescovo Raimondo che il 12 ottobre 1157 che fece stendere un atto di composizione. Ai tempi delle varie discese di Federico Barbarossa e dopo il suo diploma (con il quale garantiva alla Valcamonica una totale autonomia, salvo che le prerogative imperiali), si registrano per Breno due atti di investitura: il 7 aprile 1186 Albertino Mettifuoco da Breno, nipote dei Conti d'Arco di Trento, viene investito di un feudo dal Vescovo di Trento; il 24 agosto 1198 Bellotto e Guizzardo, figli di Ardemanno dei Ronchi di Breno, vengono investiti dal Vescovo di decime in Breno, Bienno, Vezza d'Oglio, Astrio, Demo e Sonico. E' questo il primo atto in cui si incontra la famiglia Ronchi, cui la storia locale assieme alla famiglia Leoni è strettamente avvinta. Nel 1206-1230 una grande alluvione seppellì quasi totalmente Breno, posto allora in località Omera, che doveva essere poco lontana dal Castello. Al disastro seguì per un certo periodo, una forzata diminuzione dell'influenza brenese in Valle e le subentrò quella di Montecchio di Darfo. Durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, che compromisero l'autonomia concessa dal Barbarossa, venne richiesto a Maffeo Visconti un lodo arbitrale emesso il 17 agosto 1291 con il quale vennero reintegrati nei loro diritti i Ghibellini e i comuni di Breno e Prestine ma, al contempo, veniva imposto a reggente della valle il podestà conte Ottolino da Corte Nuova, scelto dal duca di Milano che però fece giuramento di fedeltà al Comune di Brescia. Da questo momento il potere di Brescia, sempre più in crisi, svanisce e subentra il dominio di alcune signorie e soprattutto dei Visconti. Arrigo VII, infatti, che il 1 aprile 1311 rinnovava le concessioni fatte alla Valle Camonica dal Barbarossa, nominava suo Vicario per la stessa, nel 1312, Cangrande della Scala. Alla famiglia veronese si deve il temporaneo passaggio della sede del reggimento valligiano a Cemmo nei primordi del secolo XIV. Impadronitisi però i Visconti della Valle nel 1337, il centro del potere ritornava a Breno, con un nuovo decreto di autonomia da Brescia, concesso nel 1339, confermato poi da Regina Visconti e da Bernabò. Durante il periodo del dominio Visconteo si sviluppò più che mai feroce la lotta partigiana tra i Guelfi e i Ghibellini, essendo tra i primi anche i Ronchi di Breno. Il duca milanese Gian Galeazzo Visconti operò attraverso i suoi delegati in Valle: Giacomo Malaspina2 Podestà, ed Emilio Suardi, Capitano; perchè si ponesse fine alle uccisioni, alle ruberie, agli incendi. Ne risultò la pacificazione del 31 dicembre 1397 al Fonte Minerva, a sud di breno, ove le parti avverse, i Ghibellini sulla sponda sinistra dell'Oglio e i Guelfi sulla destra, giurarono sul Vangelo di deporre le armi: giurarono prima i nobili, poi i Consoli dei Comuni. Il patto non durò a lungo giacchè presto si scatenarono le mire dei principi italiani fra i quali si segnalarono i Carrara di Padova e Pandolfo Malatesta che appoggia soprattutto i Ronchi. Nel 1404 Giovan Maria Visconti infeudava la Valle con Brescia al suo parente Giovanni Piccinino Visconti. Cooperava con il Duca Milanese per il recupero della Valle il Vescovo Pusterla, che nel 1404 prendeva provvedimenti contro i Ronchi di Breno. Seguivano poi: 1'11 giugno 1407 un decreto che sanciva nuovamente l'autonomia camuna da Brescia con un presidio di 25 armigeri fissi al Castello di Breno e il 15 febbraio 1409 un indulto del Duca a favore di tutti i ribelli, che entro un mese gli avessero consegnato le fortezze possedute. Non si dovevano per questo quietare i Guelfi, fautori del. Malatesta, perchè solo nel 1419 i Visconti dovevano ritornare Signori della Valle. Del 29 marzo 1420 è un atto dell'uomo di fiducia di Giangaleazzo Visconti, Cacciaguerra da Vione, con cui questo annullava il bando del 1403, che colpiva Giacomo Andreolo e Vincenzo Ronchi da Breno, che ritornavano così in possesso dei loro beni. Il bisogno di pace che doveva però sentire la comunità valligiana e chiaramente manifesto nell'atto deliberativo del 16 giugno 1426 del Consiglio Generale della Valle, con cui si approvavano i patti di buona vicinanza stabiliti tra la Valle Camonica e la Valle Trompia, nonostante che la prima fosse sotto il dominio Visconteo e la seconda in territorio Veneto. Nel 1427 Venezia, infatti, tornava alla riscossa e il Carmagnola occupava il castello. Passarono però alcuni anni prima che il dominio veneto si consolidasse. Nel 1438, infatti, Pietro Visconti occupa la Valcamonica e Breno, ma il castello nel quale si sono rinchiusi il capitano della Valle, Pietro Contarini, il castellano Giovanni Negroboni, i brenesi Marone, Giacomo e Lorenzo Ronchi e Martino Leoni, resiste. Dopo un lungo assedio il castello viene liberato da Pietro Avogadro e nel 1440 assicurato a Venezia. Il castello resistette per mesi anche a Bartolomeo Colleoni ancora al servizio degli Sforza che nel 1453 era riuscito ad occupare la valle cadendo solo nel febbraio 1454 per freddo e per fame. Dopo la pace di Lodi la Valcamonica passò di nuovo a Venezia e il castello di Breno venne fortificato mentre il valoroso Pasino Leoni veniva nominato castellano. Salvo che per pericoli di guerra fra Sigismondo d'Austria e Venezia, da allora in poi il castello e Breno godettero periodi di pace. Restauri vennero apportati dall'ingegnere Giacomo da Gavardo. La sconfitta subita da Venezia a Geradadda nel 1509, spinse i nemici di Venezia ad occupare il 23 maggio il castello, che venne raggiunto poi dal castellano francese Blascher, ma nel febbraio 1512 il castello veniva riconquistato per conto di Venezia da Vincenzo Ronchi. Da allora in poi anche il castello si avviò alla completa rovina. Il 25 settembre 1518 il Senato Veneto decideva di eliminare il presidio, nel 1583 ne veniva investito il comune di Breno ed infine il 16 aprile 1592 veniva posto all'incanto ed acquistato dal Comune di Breno. Da allora Breno godette secoli tranquilli e di relativo splendore come danno prova le belle chiese fra cui il Duomo, i palazzi e i numerosi tesori d'arte conservati nel Museo locale. Intensa fu anche l'opera di rinnovamento morale e religioso accentuatasi soprattutto con la visita del vescovo Bollani nel 1565, di mons. Pilati nel 1572, di mons. Celeri nel 1578, di S.Carlo (che soggiornò a Breno dal 29 agosto al 2 settembre 1580) e di altri vescovi bresciani nei secoli che seguirono. Il dominio veneto cessò nell'aprile 1797 quando il conte Emigli in qualità di capitano del Sovrano Popolo occupò Breno che divenne il centro del Cantone della Montagna che però non ebbe particolare rilievo. Più importante fu il ruolo avuto da Breno sotto il dominio austriaco e ancor più dopo l'unificazione nazionale quando divenne sede di Circondario, di Sottoprefettura e di Tribunale. La circoscrizione comunale venne ingrandita nel 1927 con l'assorbimento dei comuni di Niardo, Braone e Losine, comuni che riacquistarono di nuovo l'autonomia nel 1949. Nel 1887 sorgeva la prima centrale elettrica camuna (seconda in Europa dopo quella di Milano). Attiva fu la partecipazione di Breno alle varie fasi del Risorgimento e alle Guerre d'Indipendenza. Fra i 185 volontari camuni che si spinsero nell'aprile 1848 fino a Cles e Male vi furono 47 brenesi. Nel 1853-1854 Breno fu alla ribalta per manifestazioni antiaustriache. Nel 1859 i volontari furono 22 e agguerrita fu la Guardia Nazionale costituitasi il 15 settembre. Nel 1860 Breno contò altri 21 volontari, e 29 ne contò nel 1866 mentre una compagnia della Guardia Nazionale partecipò attivamente ai fatti dell'Italia Centrale Dal 1860 in poi Breno divenne uno dei più attivi e importanti centri della provincia. Sede di circondario nel 1861 vi si raccoglievano firme per la costituzione di un unico circondario camuno. Fu sede di collegio elettorale che espresse deputati come Cuzzetti (1861), Sigismondo Sigismondi, il gen. Baratieri (1876), B.Castiglioni (1897), Livio Tovini (1909). Divenne poi collegio senatoriale dal 1948 eleggendo A.Cemmi, Giacomo Mazzoli. Attiva fu fin dai primi anni di unità nazionale la classe liberale locale che diede vita alla società del tiro a segno, la società di mutuo soccorso maschile e femminile, il Casino sociale di lettura cui si contrappose agli inizi del secolo un sempre più agguerrito movimento cattolico grazie specialmente all'opera della Lega Camuna. Lo sviluppo sociale ed economico è segnato dalla nascita di un'agenzia. della Cassa di Risparmio (1862),dalla Banca Popolare (1865), dalla Banca della Valcamonica (1872), dal Comizio agrario (1887).

Fra le chiese più antiche e più belle di Breno vi è senz'altro quella di S.Antonio abate, costruita tra il 1334 a il 1359 grazie al lascito di Girardo di Marone Ronchi, ma conclusa solo nel 1480 quando fu posto anche il bel portale. Sisto V concesse una sua bolla di indulgenze. Dal 1534 fu usata come parrocchiale. Curiosa è la facciata posta in angolo e ricurva. L'interno è ad una navata di due campate con presbiterio molto vasto e quadrangolare; la prima campata ha un angolo smussato in cui è aperto il portale quattrocentesco, ma che in origine aveva un ampio arco a pieno centro. La volta antica a costoloni fu sostituita nel sec. XV o XVI dall'attuale a Crocera. Il presbiterio venne probabilmente restaurato nel sec. XV. All'esterno la parete nord presenta unità di forma con archetti pensili a pieno centro in muratura e fortemente affettati con la divisione in tre scomparti ad opera di lesene, con alta e stretta finestra in ogni campo, trilobate, ad arco ribassato e lieve strombatura. Verso la facciata vi è una finestra ad arco acuto. Ricco di fregi è il portale della fine del sec. XV. La porta a cassettoni, rafforzati di borchie. Un bellissimo battente di bronzo con raffigurata una testa di leone in bronzo è attribuito dal Putelli addirittura al sec. XII. Bellissimi gli affreschi interni in parte da alcuni attribuiti a Pietro da Cemmo, Sono opera tarda del Romanino gli affreschi raffiguranti la storia di Cristo; appartengono invece a Callisto Piazza le scene della Flagellazione e della Deposizione dalla Croce. Del Santuario di S.Valentino in posizione amenissima su un poggio la leggenda vuole che il santuario sia stato costruito nei primi secoli cristiani a ricordo del soggiorno in luogo di S.Valentino e che sarebbe poi stato restaurato da Carlo Magno nel 774, divenendo a secoli di distanza meta di pellegrinaggio di S.Antonio da Padova. In verità dovette essere costruito nella seconda metà del sec. XV o meglio verso la fine di tale secolo, in sostituzione di una preesistente chiesetta ad una sola navata. La navata sinistra e il pronao vennero costruiti tra il 1515 e il 1520 dal conte Teseo Terzi. Il pronao fu finito solo alla fine del sec. XVI. Nel 500 vi venne posta una bella tavola con la Madonna fra i due santi attribuita al Giambellino e poi a Romanino. Il santuario fu coperto di affreschi di Profeti, Sibille e votivi (Madonna e Santi) nei quali viene ravvisata l'opera del Maestro di Nave e del pittore Sigismondo de Magistris (sec. XIV). Il santuario venne custodito da una antica disciplina la cui regola risale forse al sec. XIII o al sec. XIV. Meno antica ma massiccia e importante è la attuale chiesa di S.Maurizio edificata dal 1558 al 1607 per iniziativa dei "deputati" anch'essa risale in sostituzione di una chiesa "piccola e vecchia" e fuori mano che fungeva anche da parrocchia. Nel 1607 venne posto anche il portale di arenaria rossa e probabilmente era già finito anche il campanile a tre ordini di bifore ma rimaneggiato nel 1752. La chiesa contiene numerosi sepolcri di famiglie di distinte e di confraternite. Vi si trovano anche opere d'arte notevoli come il sepolcro ricco di statue a grandezza naturale attribuite da qualcuno a Beniamino di Valsaviore ma dai più al Fantoni e alcune tele fra cui quella della B.V. dello scapolare di scuola morettiana, i ritratti di due religiosi. Rizieri, un S.Giovanni Decollato, una flagellaione. Bellissima la cornice della pala dell'altar maggiore di G;B. Soardi di Saviore. Il ciclo degli affreschi che adornano la chiesa sono attribuiti a Ludovico Gallina (altri hanno fatto il nome di un Pedretti). Belle sono anche le cancellate di ferro battuto settecentesche. Addirittura tempio pagano secondo il Putelli (ma dissenziente da ciò il Canevale) sarebbe il tempietto di S.Maria del Ponte, in località Manerbio che ricorda la dea Minerva. Ha caratteristiche e svelte colonnine (sei di porfido e due in marmo di Vezza) capitelli corinzi e magnifici basamenti di porfido. Il tempietto si appoggia ad una chiesa più grande costruita al dei sec. AV o agli inizi dei sec. XVI forse su altra preesistente del sec. XIII. Ha un bel portale in arenaria rosa con la data 1545. La pala dell'altare maggiore raffigurante la Natività della B.V. è di Tommaso Bona e ripete quelle del santuario dei Miracoli di Brescia. Adorni di bassorilievo e statue in gesso sono i due altari laterali dedicati a S.Giovanni Nepumoceno (quello di sinistra) e all'Ecce Homo quello destra con tela dl brenese Algelo Vilmi. Il pronao elegante e sobrio è secentesco. La chiesa fu meta di numerosi pellegrinaggi e nel 1817 tu lazzaretto. Trasormazione di un portico detto del Camino sotto il quale si sarebbe rifugiato un poveraccio inseguito da un malintenzionato dove la B. Vergine l'avrebbe salvato rendendolo con un velario invisibile al suo persecutore è la chiesetta detta della Madonnina del portico, costruita nel 1754 e benedetta nel 1755. Ha un frontale ad arco quattrocentesco certo qui riportato, di pura linea quattrocentesca. Una chiesetta molto bella e antica esisteva nell'ex convento poi Collegio che sorge accanto al duomo, trasformata poi in sala. Il Putelli la faceva risalire al sec. XIII e sarebbe appartenuta ad un piccolo monastero benedettino. Tributo di devozione a S.Carlo che a Breno ha lasciato profonde tracce è la devota chiesetta di S.Carlo, innalzata nel 1648. Semplici l'architettura e gli affreschi. Una cappella dedicata alla Madonna del Rosario esiste nella villa De Michelis a Cambrate. Gli affreschi raffiguranti i Misteri del Rosario anche se non del Romanino sono probabilmente di scuola romaniniana. Nel 1586 su disegno dell'architetto Stefano da Vezzana veniva costruito il convento di S.Francesco la cui prima pietra fu posta il 3 agosto da P.Apollonio da Brescia, ministro provinciale e dedicato a S.Francesco d'Assisi. All'edificazione contribuirono le elemosine della popolazione che diedero la possibilità di completarla in sette anni. La chiesa fu consacrata nel 1593 dal vescovo card. Morosini. I cappuccini vi abitarono circa duecento anni. Vi soggiornarono tra gli altri P.Mattia Bellintoni, p.Ignazio da Casnigo, P.Gianfranco da Darfo, ecc. Venne soppresso dalla Repubblica Cisalpina nel 1798 e quasi del tutto atterrato salvo l'infermeria. La proprietà passò a Carlo Cattaneo di Breno. Fra gli edifici civili occorre segnalare: una casa antica un tempo di proprietà Alberzoni, con un bel portale in arenaria di Sarnico, finestre a voltini con stuccature del sec. XVII e colonne di pietra con sagomature e capitelli a fogliami del sec. XV. Bello il loggiato dell'ex collegio del sec. XV con archi acuti e colonne in arenaria rossi. In casa Corna una bellissima colonna di epoca romana. Più recenti ma lo stesso notevoli un palazzo, Villa Gheza in stile moresco su progetto del proprietario avv. Maffeo Ghezza e di F.Canevali nel 1935. Una bella villa ai proprietà Guelfi e poi De Michelis esiste in Cambra te. La chiesa parrocchiale di S.Salvatore, chiamata anche duomo, è dovuta, a quanto pare, ad un atto di volontà di S.Carlo Borromeo. Altri l'attribuiscono, semplicemente, all'incomodo che ormai costituiva la vecchia chiesa di S.Maurizio, troppo fuori mano, in rapporto allo sviluppo urbanistico del grosso centro camuno. Sta il fatto che a sollecitare la costruzione di una nuova chiesa intervenne il vescovo di Brescia con un decreto del 25 maggio 1620. Passarono alcuni anni e sembra che la terribile peste del 1630 abbia dato le ali all'iniziativa. I lavori incominciarono infatti, il 3 giugno 1633, per decisione dell'arciprete don Bartolomeo Caldinelli. Nonostante la maestosità del tempio e la sua solidità in vent'anni era terminato. Naturalmente le opere di abbellimento continuarono ancora a lungo. Nel 1673, P.Gregorio nei suoi Curiosi Trattenimenti, registra l'erezione di un campanile "correspondente all'insigne condizione di detta Chiesa e della terra Capitale di Val Camonica", affidata all'impresario Antonio Tabù. Sorse così uno dei più imponenti, maestosi campanili del bresciano, alto circa 65 metri, di puro stile secentesco, tutto di granito scalpellato, ricco di cornicioni, di colonne anellate e di ornamenti vari, eseguiti con qualità di pietre diverse dalla Simona all'Occhialino, al marmo bianco di Vezza d'Oglio. La cuspide è alta 13 metri, 450 sono gli scalini, 8 pianerottoli, il campanone pesa 1400 Kg. La facciata, specie per susseguenti restauri, ha una sua dignità ed armonia, bello, solenne, è il portale barocco, con triplici colonne decrescenti di stile corinzio, in occhialino di Ono S.Pietro, con un arco bizzarramente contorto, e con un'aria trionfale degna veramente di una basilica. L'interno è di puro stile secentesco e s'impone per la grandiosità ed armonia e per la maestosità delle colonne dalle singolari fasciature. Anche il periplo della grandiosa chiesa à piacevole e ricco di sorprese d'arte. Salendo da destra s'incontra subito l'altare del Crocefisso opera del Peranthomer con ai lati un quadro raffigurante "Le Anime del Purgatorio" di autore ignoto e la "Madonna del Rosario" del camuno Domenghini. Segue, sopra il confessionale, una "Deposizione" del Ronchi (1828). Il secondo altare presenta una bellissima tela di Callisto Piazza raffigurante la flagellazione con un Cristo stupendo degno del miglior estro del pittore lodigiano. Ai lati sono un "S.Francesco" di ignoto e un "S.Rocco" di valida scuola tizianesca. Sulla porta laterale destra sta una bellissima "Natività" di pennello ignoto, mentre più in alto è incastonato un piccolo gioiello di pittura quattrocentesca e cioè "Ecce Homo" di legno policromo. Ultimo (e terzo) altare a destra è quello detto della peste con una pala raffigurante la Vergine e i santi Maurizio e Bartolomeo che pregano il Redentore che comandi all'angelo di ringuainare la spada del giusto castigo. Sotto sta un gruppo di appestati a l'arciprete del tempo, don Bartolomeo Caldinelli, mentre fa da sfondo il paesaggio di Breno. Ne è autore il "Troiano" pittore di qualche valore. Sul lato sinistro esiste un altro quadro di Callisto Piazza raffigurante "La morte di S.Giuseppe". Il presbiterio è veramente episcopale per ampiezza e solennità. Stupendo è l'altare Maggiore opera di Vincenzo Boronsino (1740) di prezioso marmo arricchito di intarsi e lapislazzuli con statue di angeli e il paliotto del Callegari, cui fa da degno pendant l'altro altare rivolto al popolo, degna opera di Comana (1965) e dovuto all'iniziativa intelligente dell'attuale prevosto e vera espressione di gusto e di sontuosità. Fa da sfondo e campeggia in una elegante anche se sobria cornice la "Trasfigurazione" di Palma il vecchio. Le stanno immediatamente ai lati un "Angelo custode" di ignoto (sec. XVIII) e un "S. Michele" (sec. XVI). Sulla destra del presbiterio vicino all'organo (che è del Bossi) sta la grande pala della parrocchiale di S.Maurizio opera di Jan de Herdt e un "S.Sebastiano" di Callisto Piazza. Dalla parte sinistra del presbiterio, invece, si trova con Santi e Sante una bellissima "Annunciazione" del Fiammenghino (sulla cantoria) e una tela con i santi Valentino e Filippo di D.Carpinoni. Scendendo dal lato sinistro si incontra l'altare di S.Siro con una pala del Nuvolone raffigurante il santo patrono della Valcamonica inginocchiato tra i santi Maurizio e Francesco. Stupendo il paliotto che arricchisce l'altare, al centro del quale campisce la figura di S.Siro incorniciata tutt'intorno da un ricco ornamento di legno intagliato e dorato, animato da teste di angeli e di santi. E' opera del Picini di Mona della Val di Scalve. Sopra il confessionale, che segue all'altare, sta un bellissimo quadro del Romanino raffigurante la Madonna coi santi Faustino e Giovita. Il secondo altare a sinistra è dedicato alla Madonna con una statua della Madonna del Rosario incorniciata da una magnifica soasa del Fantoni e con ai lati un dipinto su legno del Moretto e una tela con l'"Immacolata" del Paglia. Infine il terzo altare è dedicato al S.Cuore, è arricchito da un altro bel paliotto della Scuola della Certosa di Pavia. E' inutile sottolineare come oltre che di una chiesa si tratta di una vera e propria galleria d'arte. Ma alle tele e alle varie opere d'intarsio si accompagna una decorazione a fresco veramente straordinaria di Antonio Guadagnini di Esine che vi ha dipinto dal 1853 al 1871 e dal 1872 al 1897 alcune fra le più impegnative e significative sue opere. Sulla bussola si trova quello che è ritenuto il suo capolavoro "L'Epifania". Suggestiva è la cupola con il trionfo dell'Eucarestia con angeli osannanti e i tre grandiosi gruppi della Fede, Speranza e Carità. Quattro dottori della chiesa e scene bibliche adornano gli altri spazi mentre, la volta dell'abside, è coperta dal grande dipinto della moltiplicazione dei pani nel quale si riconosce l'autoritratto dell'autore. Completano il ciclo degli affreschi, le quattordici tele della Via Crucis, opera senile dello stesso pittore ma ancora degna della sua grande arte. Il castello, pur nei suoi ruderi, è ancora uno dei più possenti e suggestivi monumenti di Breno. Rimangono i resti di un imponente fortilizio centrale a pianta rettangolare molto irregolare con mura alte tra i dieci e i quindici metri costruite con blocchi squadrati e pietrame raccolti in luogo. Pochi i resti delle merlature. L'ingresso è costituito verso sera da una porta a tutto sesto sulla quale si innalza la torre quadrata, mozza, con poche finestrelle. Un'altra torre sta sul lato sud, collegata con la prima da una cortina di mura irregolare e che continua poi sbrecciata e rovinata per collegare un'altra torre, possente, formata di conci. Sotto di essa si dipartono verso il basso e a Sud-Est due ordini di cortine il primo dei quali racchiude tre cortili, nei quali forse sorgevano i rifugi delle guarnigioni, il secondo forma un semicerchio entro il quale doveva sorgere un forte baluardo. E' questa la costruzione più recente, probabilmente veneta. Interessanti le torri di Breno, probabili costruzioni di difesa delle famiglie guelfe locali quali i Ronchi e i Leoni. Una torre probabilmente dei Leoni, a pianta quadrata, costruita tutta a pietra a conci, si innalza in via Mazzini. Recenti le aperture che vi sono state aperte; il tetto è del 1919. Una seconda forse anticamente dei Ronchi, oggi di proprietà Pezzotti, sorge nei pressi del duomo. Ha le caratteristiche della precedente, ma fu troncata. Una terza si ergeva presso la chiesa di S. Antonio ed era detta del sale. Fu poi trasformata in abitazione ed ospita la drogheria Dominighini. Breno ha dedicato un busto a Zanardelli (nel 1908), a Giuseppe Tovini (nel 1909), e una lapide all'avv. Prudenzini. Vi si tiene mercato il giovedì della seconda, quarta, ed eventualmente quinta settimana di ogni mese. Nell'ultima settimana di gennaio si tiene la Fiera delle Belle. Breno chiese di avere un suo mercato fin dal sec. XV insidiando in tale settore i privilegi di Pisogne ma le sue richieste furono respinte dalle autorità venete nel 1478, 1547, 1575, 1766, fino a quando vennero esaudite nel sec. XIX. Nel '600 si estraevano pietre pregiate. Vi esistettero anche magli per forgiare attrezzi agricoli. L'industria ha avuto a Breno il suo punto di forza nella S.p.A. Carlo Tassara, fondata nel 1921 da Carlo Tassara che si trasferì da Darfo a Breno per costruirvi il primo forno del mondo ad elettrodi continui. Allo stabilimento Tassara si sono aggiunte altre iniziative imprenditoriali: Adamello (produzione chimica), la Cinecam (Soc. Immobiliare), la I.C.E. (Costruzioni Edili), la Tipografia Camuna, la E.L.V.A. (Società idroelettrica, nel 1955 incorporata nella S.E.B. a sua volta fusasi con la Edison, ora Enel, che ha qui un centro di zona). Lo sviluppo economico è stato ed è facilitato dalla presenza in luogo della sede centrale di un istituto di credito: la Banca di Valle Camonica, fondata nel 1872, la cui attività è andata aumentando di anno in anno accanto a quella di un altro istituto di credito che a Breno ha una organizzatissima agenzia: la Banca San Paolo, di Brescia. Nonostante queste iniziative non è del tutto scomparso il flusso emigratorio di carattere stagionale verso la Svizzera e la Francia. Degno di rilievo lo sviluppo turistico sia estivo che invernale, delle località Degna, Bazena e Gavero.

Nel capoluogo di Breno ci sono: un campo sportivo, campi di tennis, poligoni di tiro, tre biblioteche, un cineclub e varie associazioni culturali. Specialità gastronomica: salsiccia di castrato. Il mercato, con periodicità settimanale, si svolge il giovedì, dopo la seconda e la quarta domenica del mese e dopo la quinta quando esiste. Nell'ultimo giovedì di gennaio si tiene la "Fiera delle belle", caratteristica manifestazione valligiana. Patrono: per il capoluogo Breno, San Valentino, 14 febbraio; per Pescarzo, San Giovanni Battista, 24 giugno; per Astrio, San Martino, 11 novembre.

Podestà e sindaci: Valberti Ing. Erminio (podestà fino al 1939); Ronchi Ing. Giovanni (Commissario Prefettizio dal 1939 alla liberazione); Avv. Mario Nobili; Castagna dr. Giuseppe; Bonomelli Rag. Cesare.

Parroci: Faustino Buratti di Ossimo (1456-1462) Andreolo Francesconi (1462...), Cosma Federici (1534...), Agostino Zanetti (rin. nel 1539), Giov. Andrea Zanetti di Brescia (1539-1454 (? )), Nob. Bartolomeo Chizzola di Brescia (... rin. nel 1562), Lodovico Ronchi (1562 - 1567), Nob. Goffredo Federico di Gorzone (28 dicembre 1567 - 1581), Lodovico Ricci di Monno (6 ottobre 1581 - ? ), Giov. Battista Nobili di Lozio (esiliato nel 1586), Pietro Ricci di Monno (1593 - maggio 1596), Bortolo Cadinelli di Edolo (22 giugno 1596 - 1656), Andrea Zendrini di Valle di Saviore (4 aprile 1656 - 29 maggio 1689), Giovanni Bonariva di Villa di Lozio (9 luglio 1689 - 20 dicembre 1718), Ventura Guadagnini (12 aprile 1719 - 12 febbraio 1728), Giacinto Rizzieri di Breno (19 luglio 1728 - 18 giugno 1743), Paolo Regazzoli di Berzo Demo (6 giugno 1744 - 19 maggio 1765), Marcantonio Pampana di Breno (6 luglio 1765 - 15 novembre 1791), G.B. Guelfi di Breno (1791 - 9 gennaio 1816), Gregorio Valgoglio di Cortenedolo (29 aprile 1816 - 30 giugno 1825), Francesco Angeli Mazzucchelli di Siviano (9 agosto 1828 - 1862), Pietro Porta di Degagna (22 maggio 1862 - 26 novembre 1884), Pietro Sandrini di Ponte di Legno (16 giugno 1885 - 9 maggio 1886), Domenico Faustinelli (20 novembre 1886 - 24 aprile 1920), Stefano Regazzoli di Cedegolo (20 novembre 1920 - 8 dicembre 1952), Pietro Gazzi di Edolo (3 maggio 1953 - 17 maggio 1959), Vittorio Bonomelli di Valle Saviore (1959...).

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