BACHICOLTURA

BACHICOLTURA

Introdotta da Verona agli inizi del 1400, gli "ormesini", cioè i bachi furono subito apprezzati sul mercato veneziano, anche se vi è chi dubita si tratti invece di prodotto importato da Genova da semplici mercanti. Però, una provvisione dell'11 dicembre 1444 concedeva immunità a quei setaioli del Cremonese che volessero trasferirsi nel Bresciano. Nel sec. XVI, comunque, la bachicoltura bresciana ebbe un crescente sviluppo e la sua produzione venne assorbita soprattutto dalle manifatture milanesi, bolognesi, vicentine, ecc., mentre sono ancora pochi i filatoi bresciani. Testimonianze sull'allevamento dei bachi da seta si trovano nelle "Venti giornate dell'agricoltura" di Agostino Gallo (1569) il quale assicura che ai suoi tempi si piantavano nel Bresciano milioni di mori (cioè gelsi). Singolare documento è il trattatello uscito a Brescia nel 1564 dalla Stamperia Damiano Turlino con il pittoresco titolo "Avvertimenti di Levantio Mantovano Guidicciolo Bellissimi et molto utili a chi si diletta di allevare e nudrire quei cari animaletti che fanno la seta i quali volgarmente si nominano Cavalieri, ovvero Bombici, o Bigatti, o anche Bacchi, come ti piace. Senza quali, malamente, e di rado potrai conseguire il desiato frutto". Il trattatello fu ristampato dallo stesso Turlino nel 1568. Da tale sviluppo prese vigore, specie nel sec. XVII in poi, la trattura, filatura e tessitura della seta, che rappresentò una delle industrie agrarie più redditizie del bresciano, contribuendo non poco alla economia provinciale e alla formazione, a volte, di vere fortune familiari. Agli inizi del sec. XIX si segnala una produzione annua di tre milioni di Kg. di bozzoli. Poi la pebrina ridusse notevolmente tale produzione, tanto che il Sabatti nel 1825 la valuta sui 1.900.000 Kg. e il Torriceni sui 1.200.000 Kg. Una qualificazione della produzione si ebbe dal 1842 in poi con l'importazione da parte del conte Vincenzo Dandolo di seme giapponese nelle sue aziende di Adro. Dal 1851, e specialmente nel 1854, la pebrina andò sfiancando la bachicoltura, ma nello stesso tempo stimolò la ricerca di rimedi e di miglioramenti. Nel 1855, infatti, il conte Ignazio Lana incominciò ad importare semi dall'Australia, mentre altri continuavano a ricorrere a semi orientali. Da allora in poi numerosi commercianti bresciani percorsero le più lontane terre della Cina, del Giappone, ecc. Basti nominare il conte Lana, Achille Cortesi, il Mazzocchi, il Nicolini, il Brusaferri, il Franzini, il Vedovecchi, il Puech, il Ghirardi, l'Inselvini, Giuseppe Borghetti, Antonio ed Annibale Brognoli. Nel 1858 il Giulitti importò semi da Bucarest; l'Inselvini, attraverso la Siberia e la Cina, giungeva in Giappone, seguito poi da altri come Cesare Bresciani e Antonio Dusina. Il Mazzocchi, valendosi della nuova ferrovia Nuova York - San Francisco, studiava l'incipiente bachicoltura dei Mormoni; l'ing. Fè, seguito poi da Valotti, Facchi e Bettoni, visitarono la Cina più interna e sconosciuta. L'introduzione di semi giapponesi fece sì che si raggiungesse di nuovo la produzione anteriore al 1851. Alle iniziative private si unirono quelle degli enti economici quali l'Associazione bacologica, fondata nel 1867 dal Comizio Agrario, che affidò a Pompeo Mazzocchi l'acquisto di grandi quantità di seme nipponico. E' così che fin dal 1857 la ripresa della bachicoltura si sviluppa sempre più promettente. Lo Zanardelli nel 1857 valuta a 3.200.000 i Kg. di bozzoli prodotti (per 12 milioni di lire). Ai primi di giugno del 1866 veniva aperto, su iniziativa del Comune, sotto la Loggia (e trasferito poi nella Crociera di S.Luca) un mercato di bozzoli molto frequentato. Nel 1871 la provincia di Brescia produceva la nona parte di tutto il prodotto nazionale. Nel 1859 venivano utilizzate 82.970 once di semi che però andarono diminuendo fino a stabilizzarsi su una media di 73.000 once annue, dal 1905 al 1908 (Kg. 30.065.000 di prodotto), per scendere poi fino ad un terzo nel 1911 ed a 36.310 nel 1917. Nel primo dopoguerra la produzione superava la media prebellica. Nel 1924 la bachicoltura bresciana era seconda solo a quella milanese, ma già si avvertivano i segni di cedimento. Il declino si profilò inarrestabile dopo la II guerra mondiale. Da 22 milioni di Kg. prodotti nel quinquennio 1941-45, la produzione scese a 17 milioni nel 1946-50; a 13 milioni nel 1951-55, per risalire a 6 milioni annui al principio degli anni '60, scendendo nel 1970 a soli 2 milioni annui.