TEATRO Grande

TEATRO Grande

È la più importante realizzazione nella vita teatrale bresciana. Nato come "Teatro dell'Accademia degli Erranti" (v.), chiamato durante la Repubblica bresciana "Teatro Nazionale" (v.) e quindi "Teatro Nuovo" (v.) dall800 ha l'attuale denominazione. Sotto il fascismo ci fu una proposta, respinta, di chiamarlo "Teatro comunale"(v.).


IL NOME


Prevalse il titolo di "Grande" con il quale il Consiglio Comunale il 2 dicembre 1805, dopo la vittoria di Austerlitz, decise di chiamare Napoleone dedicandogli il teatro più importante di Brescia e di raffigurarlo nella sala nelle vesti di Marte, affiancato da Minerva e dalla Vittoria, che scaccia la Discordia. Ai quattro punti cardinali e ripetuto l'emblema dell'aquila che afferra il fulmine. L'iscrizione celebrativa dice: "In onore / di Napoleone nostro re e imperatore augusto / per le fortune del popolo / instauratore di regni e di province / sotto il governo di Eugenio Napoleone figlio dell'augusto / che tiene con altissimo decoro l'ufficio / di viceré e vicario imperiale in Italia / la deputazione e il popolo di Brescia / con animo devoto dedicano / alla maestà dell'invitto sovrano / questo teatro ricostruito sin dalle fondamenta / coi contributi degli aventi diritto alla sua proprietà / a fini di pubblico svago". Il testo della dedica fu inviato da Marcantonio Fè (v.), da Francesco Martinengo Cesaresco (v.) e da Giovanni Calini (v.) all'imperatore e al viceré Eugenio al quale vennero anche chiesti con discrezione aiuti ricordando che l'Eroe si era degnato di chiamare i bresciani "suoi di cuore".


STORIA E TRASFORMAZIONI


L'attuale struttura ha trovato la sua origine nel riordino dell'attività teatrale decisa dal Governo della Cisalpina alla fine del 1797. Dopo un primo progetto, tra i più avanzati in Italia ma non attuato, ne fu rielaborato un secondo e presentato il 12 febbraio 1798 al Ministero. Scomparvero l'appellativo di Nazionale (segno del moderativismo politico avviato) e lo stemma fu sostituito da una Minerva. Nella sala accademica, diventata dal 15 dic. 1797 sede del "Circolo Costituzionale", il 18 dic. 1798 per ordine del Governo cessarono le riunioni. Il 21 apr. 1799 quando le truppe francesi lasciarono Brescia ed entrarono le austro russe, gli Accademici Erranti si ricostituirono. Rimesse le antiche insegne iniziarono un restauro generale cercando anche di dare assetto stabile alla direzione del Teatro. Seguirono proposte alla Regia Imperial Congregazione, in parte accettate, ma lo stesso 22 maggio, quando Tomaso Balucanti fu indicato presidente del Teatro, Napoleone aveva varcato le Alpi. Il 10 giugno 1800 Brescia tornò a far parte della Repubblica Cisalpina. Il ritorno dell'esercito francese fu salutato in teatro con feste, banchetti e balli. E iniziò la fase di ricostruzione che portò - dopo peripezie e incertezze - all'attuale edificio. Nacque allora la Deputazione che ancora esiste la quale fissava i criteri giuridici e amministrativi della gestione teatrale. La conduzione del 1801 fu assunta dalla "Commissione delegata al teatro" affiancata dal revisore delle comiche rappresentazioni e dal poeta incaricato di modificare i libretti d'opera. Agli inizi del 1804 la direzione fu affidata a un solo ispettore e nel 1805 subentrò una direzione del teatro composta da un presidente e due direttori. Si intensificò il controllo della municipalità e si posero le premesse per il cambiamento della gestione. Il 24 marzo i palchettisti (v. Palchettisti) decisero la costruzione di un nuovo edificio che, ultimato, sarebbe stato diretto dalla Deputazione composta dai rappresentanti degli stessi palchi e della municipalità. Nonostante l'imminente demolizione la sala venne provvista di un nuovo grande lampadario per l'avvenimento più importante: la presenza di Napoleone (v. Teatro Grande, Presenze e festeggiamenti). Mentre nel 1805 si prospettava l'idea di una sala alternativa (v. Teatro Provvisorio della Pace) le stagioni continuarono anche nel 1808 e 1809. Intanto dal 15 gennaio 1808 c'erano due progetti, uno del celebre Leopoldo Pollack e uno del bresciano Vincenzo Berenzi (v.) che fu poi scelto. Nel 1808 si arrivò a un accordo, approvando il disegno del celebre architetto milanese Luigi Canonica. Nel 1809, il Municipio concesse che venisse demolito il fondaco di Paganora di sua proprietà, compresa la chiesetta di S. Giacomo. Circa la costruzione del peristilio del teatro grande esiste nell'Archivio del teatro il disegno originale preparato fin dal 1790 da P.A. Vigliani e, preceduto da una breve relazione manoscritta, corredato da preventivo della spesa occorrente per la sua erezione, avvenuta nel 1807. Fra il 1809 e il 1810 venne chiuso per erigere un nuovo teatro. Sempre nel 1809 fu conferito a Giuseppe Teosa (v.) l'incarico di dipingere la sala: era l'unico esponente della pittura bresciana gradito ai committenti. Nel 1811 la costruzione veniva terminata sotto la direzione dei lavori di Giovanni Donegani (v.). Al sipario provvide Giuseppe Manfredini (v.). L'inaugurazione ebbe luogo senza attendere l'imperiale autorizzazione nel Carnevale del 1811. Per l'occasione andò in scena "Il sagrifizio di Ifigenia", poesia di Cesare Arici (v.), musica di Simone Mayr (v.), maestro di Donizetti e allievo del bresciano Giuseppe Ferdinando Bertoni (v.). Le scene erano del milanese Paolo Landriani; Ifigenia era una voce nota: Elisabetta Manfredini. La serata fu completata da "Caio Marzio Coriolano", ballo eroico tragico su musica di Joseph Weigl coreografato dal celebre Salvatore Viganò che aveva furoreggiato a Berlino.


L'avvio della vita teatrale non fu fortunato tanto che nel 1824 la Deputazione dovette affrontare una grave crisi finanziaria obbligando il Consiglio Comunale a concedere il 18 gennaio 1825 considerevoli sovvenzioni. Nel 1849, in seguito al bombardamento del Castello, durante le Dieci Giornate, il Grande subì danni per circa 5000 lire austriache. Sono di quell'anno i disegni a penna di uno scenografo cresciuto fin da piccolo sul palcoscenico e che amò la città: Giovan Battista Soardi (v.). Dal 1854 al 1861 la gestione del teatro ebbe come segretario Giuseppe Zanardelli. Si susseguono date che scandiscono interventi, arricchimenti, trasformazioni: 1861: illuminazione nuova. 1863: con la illuminazione a gas, vengono tolti fregi, emblemi, simboli napoleonici e si pensa ad un generale restauro del teatro su progetto dell'architetto parmense Girolamo Magnani (v.) che non solo sostituisce gli affreschi del 1809 del Teosa ma rinnova la decorazione secondo i dettami del gusto neo-barocco. Scarsi sono i consensi all'inaugurazione dell' 1 agosto, col "Ballo in maschera" di Verdi. 1894: con l'arrivo della illuminazione pubblica elettrica, in luogo di quella a gas, anche al Grande entrano in scena le lampadine. 1897: la luce elettrica viene estesa al ridotto e alla sala nel 1900 e 1901 con 27 lampadari di 440 candele istallate dalla ditta Freschi e portalampade di Vittorio Castiglioni. Nel 1901 viene inaugurato nell'atrio, un busto di Giuseppe Verdi, opera di Domenico Ghidoni (v.). Nella notte del 29 agosto 1903 per colpa delle stufe un incendio scoppia dalla parte di via Paganora. Ingenti danni ai magazzini. Del 1904 è il progetto di Arnaldo Trebeschi (v.) per la riforma della IV e V fila di palchi in galleria e loggione. Nel 1910 viene posto un busto a Gerolamo Rovetta (v.), opera di Leonardo Bistolfi (v.), davanti a quello di Verdi. Nel 1911 viene messa in opera una scala di sicurezza in ferro su progetto dell'arch. Luigi Tombola (v.). Nel 1914 Gaetano Cresseri (v.) affresca le pareti di accesso al teatro (v. Teatro Grande, L'atrio). Fra il 1926 e il '30, diventato anche cinema, il Grande viene ridotto in condizioni pietose, nonostante che fra il 1926 e il '28 fossero stati rifatti pavimento e soffitto del palcoscenico e parte del pavimento della platea. Per la stagione '28-'29 la Pubblica sicurezza avrebbe negata l'apertura se non si fosse costruita sopra l'atrio esterno una terrazza di sicurezza con scale d'accesso dal loggione e da ogni fila di palchi. La terrazza, progettata da Federico Cozzaglio (v.) che diresse i lavori fino al 1930, fu costruita con struttura a travi di ferro. 1929: tra i vari restauri si registrano l'ammodernamento dell'impianto elettrico, con l'adozione di cristalli artistici intonati. Nel 1936 viene messo il sipario tagliafuoco e nel 1937 il panorama "Fortuny", dal nome dell'eclettico scenografo spagnolo Mariano Fortuny. Si sostituirono anche le sedie del palcoscenico della platea. Nel 1942 si pensa di trasformare il Grande in comunale (v. Teatro Comunale). Opere di consolidamento e di restauro dalle tegole alle travi, all'illuminazione, ai velluti, vennero compiute nel 1962-1963 sotto la guida dell'ing. Mario Spada, dell'ing. Pietro Lechi e del geom. Bruno Corniani. Nel 1972 veniva trasformato il loggione con 224 posti numerati, poltroncine, moquette, condizionatori d'aria. Dal 1971 la stagione di prosa (inverno/primavera) è gestita dalla Deputazione e dall'ETI. Nel 1974 Giulio Scalvini (v.) lascia al teatro un fondo che, venduto, frutta 700 milioni. Una lapide nell'atrio ricorda il benefattore. Dal 1976 per ragioni di programmazione la stagione lirica viene anticipata dal Carnevale all'autunno. Nel 1977 l'accordo per la prosa viene allargato al Comune e al Centro Teatrale Bresciano (v.). Fra il 1978 e l'83 vengono eseguite opere di restauro, ricostruzione e pulitura degli affreschi del Ridotto. Nella notte fra il 2 e il 3 settembre 1988 crolla il soffitto della sala. Rovinano gli stucchi del Magnani, spezzando diverse poltrone della platea. Le opere di consolidamento delle strutture e del soffitto affrescato vengono curate dall'ing. Angelo Micheletti; l'arch. Federico Zucchetti cura il restauro, le migliorie, la sicurezza, il nuovo arredo con materiali ignifughi, e il recupero del sottotetto. Per non compromettere la stagione fu montata una tensostruttura a San Polo (v. Teatro Grande Tenda). Nel 2000 viene ipotizzato un ente unico per la gestione delle sale cittadine. Nel 2001 inizia un ulteriore adeguamento degli impianti del Teatro sotto la guida degli ingegneri Antonio Abba, Roberto Zani e Giampaolo Perini.


L'ATRIO


Nel 1914 si inaugurarono nell'atrio del teatro due grandi affreschi quasi monocromi del pittore concittadino Gaetano Cresseri (v.). Le due allegorie rappresentano Tragedia e Commedia. La Tragedia è al centro della scena. Ai suoi piedi Rimorso e Dolore. A sinistra il carro del Destino. Due Geni con torce ne illuminano il cammino. Una coppia di Amanti scansa il carro. A terra giacciono i vinti. A destra tre Furie incitano un Irato a raccogliere dalle mani della Morte il ferro ed il veleno della vendetta, mentre una Maga legge nella mano d'una Dolente il triste futuro. Nella seconda allegoria al centro è la Commedia con la Celebrazione e la Satira; a sinistra i Vati e la Gloria che incorona l'eroismo mentre consegna le armi al Genio della Pace e le Ancelle della Fama suonano le trombe; a destra la Danza del Piacere, mentre due Amorini frenano la tigre della brutalità.


IL RIDOTTO


v. Ridotto del Grande.


LO SCALONE


E' del 1782 lo scalone monumentale e il portico quale oggi si vede sul corso Zanardelli, opere dell'abate architetto Gaspare Turbini.


PALCHETTISTI


v. Palchettisti.


ISTITUTO FILARMONICO


v. Istituto Filarmonico del Teatro Grande.


ABITUALI MANIFESTAZIONI OSPITATE


Oltre alle stagioni liriche e di prosa il T. Grande ospitò il maggior numero delle manifestazioni della Società dei Concerti (v.) sorta nel 1868; della Società di S. Cecilia (v. Società Bresciana dei Concerti sinfonici S. Cecilia) nata nel 1936, il Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo diretto da Agostino Orizio. Ha portato a Brescia i più grandi pianisti del mondo, fra cui Arturo Benedetti Michelangeli nel 1980 e le più importanti orchestre. Ospiti fissi annuali dal 1968 al 1993 con loro spettacoli - saggi la scuole di danza di Tina Belletti "Forza e Costanza" con la direzione artistica di Costanzo Gatta e la "Città di Brescia" diretta da Lyda Bianchi.


PRESENZE E FESTEGGIAMENTI


Delle sette volte che Brescia ospitò Bonaparte almeno tre lo si vide in teatro: e cioè al galà del 28 luglio 1798 a fianco di Giuseppina e il 12 giugno 1805, ma solo per mezz'ora. E ancora: il 26 novembre 1807, a sorpresa, quando il teatro stava per essere demolito. Nel 1816 ebbe luogo una visita di Francesco I e una seconda ai primi di luglio del 1825. Nel 1838, con la visita di Ferdinando I d'Asburgo, re del Lombardo-Veneto, il teatro fu arricchito di nuovi addobbi. Nell'aprile 1854 vi si celebrano feste per il genetliaco di Francesco Giuseppe e per le sue nozze. Già venuto nel 1851 vi ritornò nel 1857 (sempre accolto freddamente). Nel 1878, con la visita di Umberto I e della regina Margherita, il "Grande" si pose come fulcro dell'immagine pubblica. Nel 1882 in occasione dell'inaugurazione del monumento ad Arnaldo il Ridotto viene decorato da Antonio Tagliaferri (v.). Alla seconda rappresentazione di "Madama Butterfly" del maggio 1904 fu presente anche Vittorio Emanuele III e, tra gli altri, Giuseppe Giacosa, Arrigo Boito, Luigi Illica. Il 23 agosto 1911 si inaugurò la stagione presente G. Puccini. Il 4 maggio 1985 il presidente della Repubblica Sandro Pertini intervenne all'inaugurazione del XXII festival internazionale.


DOCUMENTAZIONE


La straordinaria vita dell'ente è documentata dal registro degli spettacoli (dal 1863 al 1950, archivio del T.), da alcune fotografie di illustri musicisti che si sono esibiti nella sua sala (Verdi, Toscanini, Mascagni, Puccini, archivio del T.) tratte dalla nutritissima collezione conservata in sede. Se la lirica è il cardine dell'attività, non manca una qualificata prosa (manifesto Otello, 1887, collez. Salce; Romolo Romani: cartone per la Fanciulla del West, 1910, civica Pinacoteca; Giribone: manifesto per "Francesca da Rimini" di d'Annunzio, collez. Salce; tre pagine dell'"Illustrazione Bresciana" del 16 agosto 1905, dell' 1 settembre 1906 e del 16 settembre del 1910; una cartolina per l'"Amleto" e il "Rigoletto" del 1903; tre manifesti per le stagioni di fiera del 1875-76, del 1881 e del 1886; ancora due pagine dell'"Illustrazione Bresciana" dell' 1 settembre 1903 e del 16 agosto 1807; Hohenstein: manifesto per "Manon", collez. Salce; Hohenstein: manifesto per "Bohème", 1895, collez. Salce; Metlicovitz: manifesto per "Tosca" e 1900 collez. Salce. L'episodio attorno al quale ruota il prestigio del teatro in quegli anni è il trionfo bresciano di "Butterfly" del 28 maggio 1904 dopo il fiasco della Scala, (riproduzione del manifesto di Hohenstein per "Butterfly", 1904; manifesto di Metlicowitz per "Butterfly", collez. Salce; foto della compagnia di canto, archivio del T; foto della protagonista Salomea Krusceniski in costume di scena, archivio del T; locandina per la stagione straordinaria del 1904.


HANNO DETTO DEL TEATRO


Del Teatro Grande Stendhal ebbe a scrivere, mettendolo a confronto con quello di Lione, "Si vous voulez une salle plus grande, copiez le charmant théàtre de Brescia: rien n'est plus joli...". "Il teatro Grande merita d'essere annoverato fra i primari d'Italia", scrisse l'arch. Andrea Sala, costruttore dei teatri di Udine e Trieste, alla commissione per i restauri del teatro. Zanardelli ebbe ad affermare: "Per la maestà del pronao, la vastità dell'atrio, l'armonia del disegno fu ed è uno dei migliori teatri d'Italia".


CAPRICCI DEI DIVI


Nel 1950 la quasi debuttante Maria Callas si presentò in palco con mezzora di ritardo e fece una Aida in abiti da albanese con capelli raccolti alla nuca. Non trovò una parrucca di suo gradimento e un vestito che si adattasse alle sue forme giunoniche. Mario Del Monaco nel 1971, prima di andare in scena con Otello, disse "Io non canto con un baritono che non conosco". Fortunatamente si trovò come rimpiazzo Lino Puglisi che aveva cantato con Del Monaco un mese prima. Fu un trionfo.