SALÒ

SALÒ (in dial. Salò, in lat. Salodii)

Centro turistico e industriale della sponda occidentale del lago di Garda nell'angolo NO dell'ampio (circa 3 km.) golfo omonimo, protetto da una cerchia di rilievi collinari, sulle cui pendici settentrionali corre la statale Gardesana Occidentale. È a m. 75 s.l.m., a km. 30,4 a E di Brescia. Ha una superficie di kmq. 29,75; confina con i comuni di Gardone Riviera, Roè Volciano, Vobarno, Gavardo, S. Felice del Benaco, Puegnago.




LE PRINCIPALI FRAZIONI (con le distanze dal centro) sono Barbarano (km. 1,60) a NE, al confine con Gardone Riviera, sul delta formato dal torrente omonimo; Renzano (km. 3) sulle pendici a SO del Monte S. Bartolomeo; Serniga (km. 4) alla destra del torrente Barbarano in posizione dominante il fondovalle; Villa (km. 3) a SO del capoluogo e Campoverde. Sui primi rilievi morenici Muro (km. 1,20), S. Bartolomeo (km. 3,4). Altre località sono: Nizzola - Bagnolo - Milord - Milordino - Madonna del Rio - La Crocetta - P.sso La Stacca - Bissiniga - Buonchiodo - Massina - Fiocchina - Le Zette - Le Parti - Navelli di sopra e di sotto - Palazzina - Pignino Mattina e Sera - Rietto - Riotto - Valsiniga - Carmine - S. Jago - S. Anna - Le Rive - Bocca di Croce - Mezzanino - S. Rocco - Cunettone - Segazzine - Monte S. Caterina - Monte S. Bartolomeo - Scala - Cler - Sale - Colombaro - Videlle. Nel territorio comunale sono presenti le parrocchie di S. Maria Annunciata (Duomo), S. Antonio abate (Campoverde) e S. Antonio da Padova (Villa di Salò).




ABITANTI (Salodiani, Salodiensi o Salodiesi; nomignoli: salam, salamì, spacù): 3696 nel 1493, 5689 (1440 anime utili da anni 18 fino a 50; fino a 18 anni 1450, uomini dopo i 50 anni, 265; donne di ogni età 2689) alla metà del '500 circa; 4798 (di comunione 3238) nel 1580; 4246 nel 1727; 4295 nel 1729; 4789 nel 1775; 5380 nel 1791; 4880 nel 1805; 4765 nel 1809 (Caccavero 1318); 4421 nel 1819; 4820 nel 1835; 4600 nel 1848; 4300 nel 1858.


Abitanti della parrocchia (dal 1868): 4700 nel 1868; 4962 nel 1871; 5100 nel 1875; 4570 nel 1881; 5100 nel 1887; 4450 nel 1898; 445 nel 1908; 4843 nel 1913; 4500 nel 1926; 5375 nel 1939; 6300 nel 1949; 7517 nel 1963; 8000 nel 1971; 9300 nel 1981; 7158 nel 1991; 7827 nel 1997.


Abitanti del Comune: 5316 nel 1861; 5518 nel 1871; 5021 nel 1881; 5341 nel 1901; 6047 nel 1911; 5766 nel 1921; 6192 nel 1931; 6640 nel 1936; 8080 nel 1951; 8794 nel 1961; 10265 nel 1971; 10582 nel 1977.




Il nome (uno dei pochissimi sincopati nel Bresciano) è registrato nel 1016 come "plebs Salaude", nel 1200 come Salodo e anche Sullo, Sallo, nel 1300 è "de Saloda", communis "Salodi", nel 1381 come "plebis S. Marie de Salodo comunitatis Riperiae lacus Garde. Una leggenda raccolta da Silvan Cattaneo e riportata dal Solitro dice che Salò avrebbe principio e nome da una Salonina regina senza che si sappia altro; e ancora, che fosse edificata da alcuni abitanti dell'antica città di Benaco in fuga quando fu sommersa nei flutti per l'aprirsi del monte che le sorgeva alle spalle. Il Gratarolo vuole Salò edificato da un lucumone di nome Saloo, figlio di Osiri d'Egitto, il quale fuggito di Toscana per una pestilenza che vi infieriva e dall'oracolo esortato, venne in queste contrade a cercarvi il tempio della dea Vesta e lo trovò in Val di Vestino: costui avrebbe lasciato il suo nome a Salò. Controversa l'origine del nome, secondo Carlo Salvioni e Dante Olivieri deriverebbe da "Sala" con un suffisso "atu" poi ridottosi in "ò". Ma è stata affacciata anche una derivazione dal lat. Sal "sale" (ad indicare una sorgente o una pozza di acqua salata) che sembra però la più improbabile; o, anche, da una base prelatina "solco d'acqua", "acquitrino". G. D. Serra preferisce un etimo da un personale latino "Sallus". "Si potrebbe avanzare un accostamento con la voce franca Sahla = salice, presente nel francese (anche anticamente in sostituzione di Sals/Sals dal lat. Salix, Greimas, Anc. Fr., p. 584) e che per indicare un saliceto ha dato un esito Saloie non troppo distante dalle forme più antiche del nome di Salò". Dopo aver queste novelle riferito, espone il Cattaneo l'opinione propria sull'etimologia della parola, dicendola derivata dalle due voci "Sallustii laus" insieme unite, come di altre colonie romane si legge ad es. "Pompeii laus" che oggi si dice Lodi: il che, continua egli, par confermato da Breve Apostolico alla Chiesa di Salò, nel quale la città è chiamata Sallaude. Bongianni Grattarolo invece riferisce un'altra credenza che voleva Salò derivato da "sale" che secondo S. Gerolamo in lingua aramea suona uscita e secondo Giov. Annio Commentator di Beroso entrata, per essere Salò all'uscita e all'entrata d'Italia per chi va o viene di Germania. Di immaginarie ninfe Tavine, protettrici della flora e specialmente di quella lacustre, scrive il Grattarolo. Resti di strutture lignee forse riferibili a un abitato palafitticolo sono state segnalate da Pietro Simoni nel 1965. È stata avanzata anche l'ipotesi che Salò sia stato, per la posizione, porto dei Sabini, degli Edrani e degli Etruschi per cui Salò deriverebbe dall'etrusco Salonum. Nomi di origine gallica vennero alla luce su una stele funeraria trovata in località Lugone. Senza credere a Silvan Cattaneo che descrive la Salò romana con templi dedicati a Nettuno e a Cesare Augusto, demoliti nel 1450 per erigervi l'odierno Duomo, ed altri dedicati a Minerva e a Giove; e scrive anche di lapidi romane a Giove e Mercurio e cita una lapide ricordante Marco Merula e Druso Fedele che dedicarono a Bellona e alla Dea Vittoria una torre di 100 piedi e pensa che potrebbe essere l'attuale vicina alla Parrocchia; scoperte archeologiche sempre più recenti hanno messo in luce numerosi ritrovamenti di epoca romana. Presso la chiesa di S. Antonio vennero trovati due frammenti in calcare locale con iscrizione illeggibile; nell'area del Duomo vennero alla luce: una iscrizione funeraria posta dalle sorelle Laetilia Vera e Laetilia Secunda per il fratello Sextus Laetilius Firminus, seviro augustale, della tribù Fabia; una seconda iscrizione funeraria su base in calcare locale, con cornice modanata e corone sui lati, posta da Marcus Terentius Pyramus, seviro augustale, a Lucius Appius Aphobetus, alla sorella Terentia Piste, alla moglie e agli amici; e, infine una terza iscrizione funeraria posta da Caecilia Severa per sè e per i figli Quintus Caecilius Calvisius e Quintus Caecilius Quintio. Le prime due sono conservate nel Museo di Salò; la terza è andata dispersa. Presso la sagrestia del Duomo venne alla luce un'iscrizione votiva su ara in calcare con dedica di Helvia a Giove Ottimo Massimo. Presso il Duomo venne rinvenuta una iscrizione funeraria su ara in calcare locale, dedicata agli Dei Mani per Quintus Caecilius Gemellus e Laetilia Rufina dai loro figli Caecilius Rufinus e Caecilius Memor; iscrizione votiva su base in calcare con dedica posta da Lucius Septimius Felicius per il patrono Lucius Septimius Severianus (sec. II-III d.C.). Negli stessi luoghi venne ipotizzata l'esistenza di un forum romano. Un'iscrizione votiva, su ara in calcare, con dedica alla Vittoria, per Quintus Minucius Macer, posta da Sextus Cabinasius Primus ora conservata presso il Museo Maffeiano di Verona venne alla luce presso la chiesa di S. Bernardo. Un cippo in calcare, con cornice modanata, che riporta l'iscrizione funeraria di Triumus, figlio di Celer per sè e la moglie Duciava, figlia di Turus ora conservata nei Musei di Brescia venne rinvenuto nel 1754 presso Casa Polotti. Un reperto ceramico di età romana (ora nei Musei di Brescia) venne trovato nel 1816 in località imprecisata.


Ancor più ricchi di reperti archeologici sono i dintorni della città. In un orto della curazia di Renzano, nel 1818 venne alla luce una piccola ara in calcare con un'iscrizione "Dis Paternis" ora nei Musei di Brescia e un'epigrafe romana a Cunettone (villa Bontempi). In frazione Barbarano murato nell'orto del convento dei Cappuccini è un cippo con protome maschile, in calcare locale, con iscrizione funeraria posta a Lucius Petreius Felix liberto di Lucius. Circa venti monete in parte di epoca romana vennero alla luce nel 1956 in una località sulla collina in contrada Brolo, lungo la strada Crocetta-Salò e elementi e oggetti emersero in località Zette e a Villa Angelini; sepolture in contrada Valle (1954). Tombe romane ad inumazione emersero nel 1954 in contrada della Valle. Strutture murarie romane e sepolture vennero trovate nel 1897 in località Pratomaggiore di Villa di Salò. Circa venti tombe con corredo vennero segnalate da G.P. Brogiolo nel 1978 in frazione Barbarano. Di notevole importanza archeologica è la necropoli messa in luce nel 1927-1928 e poi, per iniziativa del Gruppo Grotte di Gavardo, guidato da Pietro Simoni, nel 1958-1962 e nel 1972-1976. Ricerche assidue hanno messo in luce 183 tombe ricche di numerosissimi oggetti in ceramica; anfore, ciotole, piatti, bicchieri, lucerne; su queste ultime è interessante notare il marchio dei vari artigiani costruttori (Octavi, Fortis, Optati). Numerose le monete di argento, rame e bronzo (ed una d'oro) riferibili ai tempi da Augusto (27 a.C. - 14 d.C.) a Costanzo II (337-361 d.C.). Tuttavia l'oggetto più prezioso e che ha polarizzato l'attenzione di non pochi studiosi è un vaso-borraccia di terracotta a forma lenticolare con le due facce decorate a rilievo da scene mitologiche. «Secondo il prof. Maarten Vermaseren, docente di religioni orientali all'università di Utrecht (Olanda) - sostiene Simoni -. esistono rari esemplari che hanno qualche analogia con il reperto salodiano: un vaso ritrovato nella valle del Rodano, una borraccia quasi sicuramente originaria dell'Egitto ed un "medaillon" conservato al Metropolitan Museum di New York». «La scritta "Felicis cera" inoltre - prosegue - è un elemento determinante per stabilire che il vaso deve essere considerato un prodotto dell'officina gallica Felix noto ceramista di Lione tra il primo e il secondo secolo». Fra gli oggetti di vetro ci sono quindici balsamari, dodici bicchieri e cinque bottiglie di pregevole valore, oltre a due coppe di vetro azzurrino. Gli studiosi non dubitano dell'esistenza a Salò di un porto romano. Un frammento di lapide - come sottolineava G. Solitro nel 1897 - oggi presso la famiglia dei nob. Arrighi in Salò, trovata dietro il presbiterio della parrocchia vicino all'antico porto delle Gazzere, è riferito dall'Odorici a un'associazione di "Fabri tignuarii" ovverossia legnajuoli ch'ivi avevano le loro officine. Butturini e Bettoni sono anche del parere che quei legnaiuoli costituissero una specie di corporazione. Non è messa in discussione una strada che a Virle Treponti si staccava dalla grande via che da Bordeaux andava a Costantinopoli passando da Milano, Brescia, Verona, la quale proseguiva con un ramo verso la Valsabbia e con l'altro si dirigeva a Salò verso Gargnano e che, secondo G.P. Brogiolo, aveva il suo capolinea a S. Giacomo di Calì da dove per salire a nord bisognava usare la barca. I resti di un ponte romano di questa strada sono stati individuati presso la chiesa di S. Anna e forse altri in una località sopra il torrente Coirano. Strutture romane sono venute alla luce nel 1881 sempre in frazione Villa, località Burago e in una località sopra il torrente Coirano. Anche la toponomastica conferma la romanità del territorio. Infatti Renzano deriverebbe da un Terentianus, Burago da Burbius, confermando l'esistenza di poderi affidati forse a militi romani.


La continuità della presenza di insediamenti umani nel territorio, venne alla luce nel 1930 e in occasione di lavori fognari avvenuti nel 1986 nell'area del Duomo. Furono trovati materiali architettonici e strutture murarie relativi ad età tardoromana; due sepolture ad inumazione altomedievali; materiali che sono conservati nel Museo di Salò. Di questa parte preesistente, ancora verso la metà del sec. XV si osservavano delle tracce, costituite da torri e palizzate, rimasugli di difesa del porto romano se non addirittura del primitivo castrum, nel quale si raccoglievano i pagani in caso di guerra coi loro tesori ed i simulacri delle divinità. Analoghe strutture altomedievali vennero alla luce a Serniga che il Pasquali ha messo in relazione con un centro curtense denominato "Cervinica" di proprietà del Monastero di S. Giulia. Quasi nessun segno vi è a Salò della dominazione longobarda e non provata da iscrizioni e documenti è pure l'edificazione di Barbarano da parte di Desiderio, anche se scoperte archeologiche hanno dimostrato l'antichità del borgo. Il Solitro tuttavia sottolinea che: «ad ogni modo anche la leggenda ha il suo fondo di verità, onde nessuna meraviglia che se non edificatore di paesi, fosse Desiderio, in quel luogo, possessore di case e di terreni e vi si recasse per interessi, o a caccia nelle selve dei monti ivi attorno e nella Lugana». Sembra invece che fra le terre donate dai Longobardi e dai Franchi al monastero di Leno vi fossero anche terre salodiane. Nessun segno del resto anche della dominazione franca. Nei decenni che seguirono, uno storico di Verona, il Dalla Corte e altri come il Sabelli narrarono di una vera guerra succeduta fra l'827 e l'837 fra Benacensi e Veronesi per gelosie di commerci con vittime. Molte terre andarono per dono di Longobardi o Franchi o di quant'altro al vescovo di Brescia al quale più tardi verrà riconosciuto il titolo di marchese della Riviera, e direttamente o attraverso questi a monasteri. "Res S. Benedicti" (appartenenti al monastero di Leno): come scrive Paolo Guerrini «la memoria, oltre che nelle carte più antiche di questa celebre badia benedettina, sta anche nella chiesa e nell'antico convento adiacente, sotto il titolo molto espressivo di S. Benedetto di Salò». Salò, soggiunge il Guerrini, si deve identificare in quell'enigmatico nome Sullo che si legge nei diplomi imperiali del secolo X, fra le proprietà fondiarie confermate alla celebre badia lenese, nome alterato come molti altri (Bogliaco è diventato Pulliaco e Carvanno è scritto Cavonno) dagli amanuensi della cancelleria imperiale e poi costantemente trascritto nella forma errata Sullo invece di Sallo. Sono le prime luci della storia salodiana queste che sorgono dai rapporti con la badia di Leno, colonizzatrice e bonificatrice dell'ampio anfiteatro che abbraccia il golfo incantevole del Benaco. Il Pasquali, a sua volta, ha voluto individuare nel toponimo Cervinca, elencato nei beni di S. Giulia, Serniga, mentre l'esistenza di beni di S. Eufemia è ancora certificata nei sec. XV-XVI. L'Odorici dubita che il "Salo" che si trova riferito ad un Andulfo (de Salo) si riferisca a Salò o non invece a un Sale. Ma se tale riferimento è incerto nel sec. IX i Benacensi sono citati in un inno a S. Filastrio, confermando l'opinione dei più che il Benaco facesse tranquillamente parte dell'agro bresciano. In tale secolo è inoltre avvertita la presenza di mercanti benacensi nella valle del Sarca.


È probabile che anche Salò abbia avuto durante le ultime invasioni ungare (sec. IX e X) le prime fortificazioni anche se secondo Ottavio Ferrari (in "Origo e stemma gentis Martinenghae") e Ottavio Rossi, è nel 1122 che sarebbe stato fabbricato (ma probabilmente ridotto a fortezza) il castello di Salò. È tuttavia solo nel 1016 che in un documento sia pure privato compare l'esistenza della pieve Salaude il cui arciprete Pietro abitante in Pivienagi (Puvegnago), dichiara di ricevere da certo Abramo Acoloco il prezzo di alcuni fondi vendutigli posti in Puveniaco e in Cacavario (Cacavero); atto poco importante per l'argomento di cui si occupa, ma importantissimo perché ci assicura che nel 1016 in Salò esisteva arciprebenda, probabilmente già antica, e che Cacavero col nome che ha oggi fin d'allora esisteva. Detto inter nos Cacavero si chiama Campoverde, dal 1907.


La crisi dei monasteri e quella dello stesso vescovado, avvantaggiò specie a partire dal sec. XII infeudazioni a famiglie di spicco quali gli Ugoni (i cui beni verranno confiscati dai Confalonieri e poi ritornati nel 1339), la famiglia locale de Salodo, che prese il nome dal luogo ma che scomparve presto; e inoltre i Manerba. Investiture durarono nel tempo per ragioni prevalentemente politiche. Nel 1295 il vescovo di Cremona Sicardo investiva di beni della Riviera, fra cui quelli esistenti in Salò, Alberto e Marchisio Cagnolus. Ma come ha desunto da un'ampia documentazione da lui riordinata nel 1996 il dott. Giuseppe Scarazzini verso la fine del XII secolo o all'inizio del successivo, il Comune di Salò era già interamente formato, e pur se i più antichi statuti che di esso ci restano risalgono solo al 1397, tutto fa credere secondo lo studioso che essi siano stati una revisione di altri più antichi. Nella sua evoluzione specie dal sec. XIV il comune era governato dalla Vicinia cioè l'assemblea dei «vicini» (da vicus, villaggio) in cui era rappresentata la Comunità con un membro «pro foco». La Vicinia (80 eletti) sceglieva il Consiglio speciale formato da 18 componenti ognuno dei quali, con turno di un mese, ricopriva la carica di console, la massima autorità cittadina. Affiancavano il console due sindaci: l'uno con l'incarico di difendere il Comune, il secondo con il curioso compito di contraddire le proposte dell'assemblea tanto da suscitare il dibattito perché le decisioni fossero ampiamente motivate. L'amministrazione contabile era affidata a tre rationatores (ragionieri) che dovevano verificare le spese del console, avallarle e farle registrare sul libro del massaro. In considerazione della frequenza di piccole liti (confini, furbizie fra abitanti) venivano eletti cinque delegati con il compito di ristabilire serenità fra i cittadini (un istituto molto simile al nostro giudice di pace). Quattro deputati (gli assessori odierni) erano incaricati del culto divino sia perché molto sviluppato era il senso religioso della vita; ma anche perché le funzioni religiose erano il momento di aggregazione sociale più intenso. Avevano l'incombenza di cercare i migliori predicatori per le feste dell'avvento e della quaresima. L'attività della Vicinia era basata sul rigoroso principio etico-giuridico della difesa collettiva sia contro i nemici esterni quanto contro i pericoli intestini. Attraverso pestilenze e carestie, i salodiani rivelarono essere una «gens» che ha sempre avuto ampia coscienza della propria autonomia sia che le insegne fossero quelle dei Visconti, dei Lodroni e della Serenissima Repubblica. Tuttavia non mancavano divergenze interne provenienti dalle tre frazioni (ville) di Renzano, Villa e Muro le quali non si sentivano rappresentate nella Vicinia che acquistava sempre più una caratteristica aristocratica dando vita ad una oligarchia che mal sopportava le proteste dei «turbatores». Dovette intervenire il senato veneto a dirimere la vertenza obbligando il Consiglio generale ad includere i rappresentanti delle trascurate frazioni. Nel sec. XII esisteva un Salò addirittura soccombente di fronte a Gardone Riviera. Nel 1215 infatti in una questione sorta tra Obizzone, Milone Grasso, Raimondo e Ranibaldo degli Ugoni, e Pietro da Monte Cucco pel castello di Gardone Riviera e rimessa al console bresciano Ottone Maffeo, gli Ugoni ebbero in giudizio ragione circa l'"onore" del castello e degli spalti, in contrasto con i Salodiani e ottennero che non solo la Vicinia giurasse loro fedeltà ma anche che ai "placiti" generali che tenevano nella curia davanti loro giudice andassero i "signori" di Salò. Negli anni seguenti un Paladino di Salò, con Tetoccio Tetocci andò a Roma durante la seconda Lega lombarda per tentare tra l'Impero e i Comuni un componimento che non durò a lungo.


Borgo quasi irrilevante e Comune come altri pur essendo al centro di una pieve, Salò passò quasi indenne nell'epoca delle lotte comunali. Schieratasi con la fazione ghibellina venne rispettata dallo stesso Ezzelino da Romano, che vi eresse nel 1258 fortificazioni. Caduto il tiranno a Cassano d'Adda (1259), Salò si trovò in forte disagio con il vincente partito guelfo, per cui si appoggiò ai Della Scala di Verona, barcamenandosi tuttavia nel susseguirsi di alleanze e di passaggi di eserciti. Fu il vescovo principe Berardo Maggi a ristabilire per qualche tempo ordine anche come marchese della Riviera.


Negli anni del suo principato Salò ricompare con Gardone, Maderno, Toscolano, Gargnano e Volciano nell'elenco dei Comuni chiamati a sostenere l'arginatura del Chiese e la manutenzione del ponte di Gavardo. Come gli altri centri della Riviera Salò dovette destreggiarsi fra Verona, Brescia e Milano come uno dei numerosi comuni della Riviera che facevano capo a Maderno. Pur sotto l'influenza dei della Scala, nel 1316 i salodiani, sotto la guida di Federico Filomeni di Salò, assieme a Francesco dei Lorenghi di Gargnano e ad un Avanzini di Maderno, accorrevano a Brescia in numero di quattromila tra gardesani e valsabbini a sostegno dei guelfi, sostenuti dal marchese Cavalcabò, signore di Cremona. Il 19 aprile 1322 "dominus" e giudice Fieto de Salodo era fra coloro che nel palazzo comunale di Brescia chiedevano a Roberto d'Angiò il riconoscimento dei privilegi di Maderno sulla Riviera. Ma pochi anni dopo, nel 1529 era Salò a fare le spese dei tentativi di riconquista da parte di Can Grande della Riviera occidentale del Garda. Come scrive Giovanni Villani nelle sue "Croniche", «egli con una grande armata di gazzare e d'altro navilio e con molta gente d'arme, a dì 24 di marzo assalì e ruinò Salò; ma piombarongli addosso i bresciani e combatterono coi nemici e sconfissongli e cacciaronli dalla terra uccidendone più di cinquecento». Ciò che non riuscì a Can Grande della Scala morto nel luglio seguente, riuscì ad Alberto II e a Mastino II il quale, pur sconfitto in Valsabbia, tenne le terre della Riviera che, passate in mano a Giovanni di Boemia, chiamato in aiuto da Brescia, infeudava Salò e molte altre terre ai Castelbarco, ai quali tuttavia la Riviera e Salò si negarono.


Nel 1334 Salò era soltanto uno dei 34 comuni tra grandi e piccoli i quali nell'ambito della riforma dei propri statuti sceglievano il 4 novembre Maderno come capoluogo di una federazione con regole statutarie comuni e con a capo un podestà. Alla ricerca di protettori la Riviera nel 1336 scelse Venezia. Sotto il podestà Nicolò Barbaro fu fatto l'interramento della fossa che fiancheggiava Salò, e la piazza che ne risultò fu in onore di lui battezzata col nome di Barbara; il popolo però continuò a chiamarla Fossa. Venezia mantenne un suo podestà per anni fino a quando passò per matrimoni attraverso i Della Scala ai Visconti. A sostegno di Bernabò Visconti nel 1362, Salò resistette a Cansignorio della Scala. Dai Visconti Salò ebbe probabilmente i suoi primi Statuti (o una delle prime formulazioni) contenuti in codice membranaceo del 1350 esemplati sulla falsariga dello Statuto dell'arcivescovo Giovanni Visconti (1349-1354). Alla morte di Giovanni Visconti la Riviera toccò a Bernabò in sostegno del quale Salò si battè con forza, sostenendo un duro assedio di Cansignorio della Scala il quale, dopo vari sforzi per espugnarla, dovette rinunciarvi. Passata in dote a Beatrice della Scala - da parte del padre o in contraddote del marito Bernabò Visconti nel 1377 - questa fu nello stesso anno in visita nella Riviera con Marco suo primogenito e con forte esercito, e in quell'occasione ordinò il trasporto del governo da Maderno a Salò e fece cingere quest'ultimo di mura con le sue torri dalla parte del monte e dall'altra dove non è assicurata dal lago, ampliando il borgo verso la Fossa con due cortine esterne ad "opus spicatum", e, nel mezzo, con muratura a secco. Salò divenne nel giro di pochi decenni il più importante centro della Riviera occidentale. Diventato Galeazzo Visconti signore concedeva nel 1385 che la Riviera facesse parte a sè, distaccata da Brescia, ma anche che i podestà "nel presente e nel futuro" risiedessero non più a Salò ma, di nuovo, a Maderno. E ciò per molte ragioni ma anche perché si riteneva che Salò non fosse un luogo sicuro per gli omicidi, rapine e misfatti che vi si erano commessi, mentre a Maderno era regnata la pace. Contro tale decisione ricorsero con energia i salodiani i quali ottennero l'anno seguente il ritorno di Salò a capitale della Riviera per cui, come sottolinea il Solitro, quando venne deciso di pubblicare i nuovi Statuti "Riperiae lacus Gardae" riveduti e riordinati, la pubblicazione anzichè a Maderno si fece il 5 luglio 1386 a Salò, davanti la Casa del Comune "in qua habitat infrascriptus dominus capitaneus posita in contrata Fontane apud lacum", presenti il Podestà stesso e i rappresentanti della Riviera. Riordinati e rivisti nel 1395 vennero confermati da Galeazzo Visconti e di nuovo pubblicati in 203 capitoli il 5 luglio 1396.


Salò era ormai avviato sulla via della celebrità tanto che ai funerali di Giangaleazzo Visconti, morto di peste nel 1402, dopo i rappresentanti dei signori e delle città libere venivano gli ambasciatori dei comuni del ducato, tra i quali quelli di Salò e della Riviera di Garda occupavano il quinto posto, quelli della Riviera di Trento il nono, quelli di Brescia il trentanovesimo, quelli di Verona il quarantesimo. Il trasporto della capitale della Riviera a Salò ne segnò un definitivo rilancio. Da modesto villaggio divenne presto il centro più importante della Riviera. Nel 1384 contava solo 76 fuochi; un secolo dopo, come scriveva Marin Sanuto, aveva già tre mila abitanti e due secoli dopo erano tanti, e al tempo del Gratarolo "intorno a settecento case di tre, quattro e fino a cinque palchi l'una, in molte delle quali si albergano due, tre et in tali quattro e più famiglie". Al contempo già alla fine del XIV secolo il borgo presentava i segni di un singolare progresso civile e sociale. In borgo Belfiore, attiguo alla Disciplina e governato dai suoi confratelli, veniva aperto un "asilo di carità", beneficato nel 1394 da un Agnello de Bamboci, tra le altre cose, di un letto a beneficio degli ammalati. L'anno dopo, con testamento in data 14 marzo 1395 agli atti del notaio Pasquettino detto Capellino qm. Tondini, il salodiano Zambellini qm. Bersanini Bolzati, lasciava la sua casa in contrada Capo di borgo ed un suo podere arativo, vitato e olivato, posto in territorio di Volciano, per l'erezione d'un ospedale presso la chiesa di S. Giovanni, a beneficio dei poveri in quella strada abitanti. Dal nome del fondatore s'intitolava in seguito questo primo ospedale salodiano, come si rileva da un testamento in data 28 gennaio 1477 di un Ermanno da Norimberga, Priore di esso, il quale pure regalava il pio Istituto. Altri lasciti più o meno importanti figurano in seguito, tra i quali uno di Bartolomeo de Zilioli di Salò in data 26 gennaio 1501. Come ricorda il Gratarolo ancora nel 1599 esisteva un ospizio per forestieri o xenodochio "dove, scriveva, si alloggiano i poveri forestieri che ci capitano per certo tempo, con appartamenti honestamente comodi, e con alcuni huomini e con alcune donne che e delli huomini, e delle donne e del luogo habbiano cura". In esso venivano ospitati anche i predicatori chiamati dal Comune, quando appartenevano ad ordini religiosi che in Salò non avevano convento. Nel 1396 compaiono i primi accenni a scuole. Gli statuti di tale anno infatti prescrivendo l'obbligo sia agli originari che ai forestieri dai 14 anni in su di far la guardia di giorno e di notte alla fortificazione ne esentavano i soli scolari che nel tempo frequentavano le scuole. Nella prima metà del '400 Salò divenne anche il luogo di concentramento dell'attività mercantile, tanto che Ugo Vaglia scrisse che «le merci in generale, e le biade, venivano trasportate per acqua fino a Salò, quindi dovevano transitare su strade aperte con portatori e conducenti soggetti al giuramento». Meno importante e meno attivo, invece, il mercato di Salò. Per non disturbare il mercato di Desenzano che si teneva il mercoledì, quello di Salò venne fissato ogni giovedì. Ma al di là dei mercati, per essere la borgata un crocevia verso la Valsabbia e altre località, produceva agrumi e specialmente cedri, olio, pesce, prodotti di ferro, marmi, carta e poi ancora lino, refe ecc., che fecero la fortuna del commercio locale. Ciò permise di abbellire la città. Già fin dagli inizi del '400 venne eretto o forse ampliato il palazzo dove risiedevano il Capitano e il Provveditore della Riviera, poi abbellito di affreschi e tele.


Nel frattempo a Salò, rimasta fedele ai Visconti, si rifugiarono Pietro Gambara e i ghibellini bresciani sconfitti dai guelfi e vi prepararono la riscossa. Come scrive il Solitro "un tentativo di assalto dell'Avogadro al castello di Salò non ebbe effetto, chè il Gambara coi suoi fu addosso agli assalitori e li inseguì fin sotto le mura di Brescia. Vi entrò anzi ma fu ricacciato e sfogò la sua rabbia sulle genti del contado. I guelfi ricorsero per aiuti al turbolento Carrara che venne con esercito ad assediare la disgraziata città; i ghibellini invocarono aiuti dalla reggente Caterina. Vari fatti accaddero ancora sotto e dentro le mura di Brescia tra gli eserciti belligeranti, finché si venne ad un accordo". In premio, al capitano Pandolfo Malatesta che aveva collaborato a ristabilire il dominio visconteo, venne concessa la signoria di Brescia e di tutta la Riviera occidentale. La signoria del Malatesta durò fino al 1421 e dopo pochi anni, ancora prima che cadessero nelle mani del Carmagnola, comandante le truppe venete, Salò e la Riviera si davano il 23 marzo 1426 a Venezia. Presa in consegna da Galvano da Nozza, vennero mandati a Venezia per fare atto di sottomissione Matteo Lancetti, Giorgio Tabacchi, un Guglielmi e altri. In seguito, assieme alla delegazione bresciana andò Rizzardo Cattanei. Salò fu presa in possesso da Andrea Marcello che, con un capitolato dei patti solennemente sottoscritti dalla Serenissima aveva assicurato la piena e totale separazione della Riviera dalla città di Brescia, quasi a premio ed a suggello di sì pronta e spontanea dedizione; Pietro Zeno era stato nel 1428 ricevuto quale primo ed unico podestà veneziano. Tuttavia l'avvento della Repubblica non fu dei più pacifici. Nomi di salodiani infatti si trovano nel 1426 e nel 1440 fra coloro che a Tignale resistettero alla sottomissione a Venezia.


Anche negli avvenimenti che accompagnarono l'assestamento del Dominio Veneto e le ultime resistenze dei Visconti, Salò visse momenti difficili. Oltre ad una grave pestilenza, che la colpì nel 1427, Salò conobbe nel 1431 la presenza del Carmagnola diretto a Brescia per riunirvi l'esercito Veneziano; inoltre soldati salodiani combatterono nel 1433 chi contro e chi a favore dell'arruolamento, per Venezia sia in Valcamonica, sia in Valtellina; a tutto ciò s'aggiunse l'ospitalità probabilmente forzata data al Forlano, comandante dei Viscontei, che venne poi rintuzzato nei suoi propositi, fortificando in Salò lo stesso castello che si estese verso oriente fino a raggiungere la parte più antica raccolta intorno alla pieve. Il tentativo nel 1439 da parte dei veneti di riconquistare Salò per farne una base di rifornimenti per Brescia, venne frustrato da tradimenti e nonostante una coraggiosa lotta, le truppe venete dovettero ripiegare su Gavardo e poi su Brescia. Poco più tardi, alla riconquista di Salò si mosse nel 1440 lo Sforza, capo dell'esercito veneto. Occupata Brescia, egli affidò ai capitani Pietro Brunoro e Scarioto di Faenza e al Contarini l'assedio e la conquista di Salò, che dopo valida resistenza, come scrive il Solitro, nel giugno 1440 si arrese, imitato presto dagli altri Comuni e terre della Riviera. Dopo nuove imprese militari, Salò e la Riviera nel 1448 tornarono sotto Venezia. Ma subito si riaccesero inimicizie fra Salò e Maderno, inasprite da una ducale del doge Francesco Foscari del 7 dicembre 1448 per la quale il Provveditore veneto sarebbe dovuto risiedere alternativamente, un anno a Salò e un anno a Maderno. Lo stesso doveva essere per il mercato. Ne seguirono recriminazioni a non finire, anche se alla fin fine, come sottolinea il Bettoni, Salò continuò ad essere in pratica la residenza abituale del magistrato. Poco tempo dopo, nel 1451, Salò passò di nuovo in mano ai milanesi che ne devastarono il territorio fino a quando nell'aprile del 1454 tornò la pace e ritornò Venezia. Vi furono poi nuovi turbamenti dovuti alla guerra. Essi si verificarono nel 1465 a causa della fornitura di soldati a Venezia, per le ostilità scoppiate contro i Turchi. Seguirono inoltre stagioni inclementi per il freddo (che nel 1477 inaridì i cedri, gli ulivi ed ogni pianta rara e delicata), l'invasione di cavallette nel settembre dello stesso anno (le quali dopo aver tutto distrutto annegarono tutte nel lago) e poi ancora la guerra nel 1483 fra Venezia e il ducato di Ferrara terminata solo con la pace delle Chiaviche del 7 agosto 1484, e i contrasti ai confini col Trentino risoltisi solo nel 1487.


Sta di fatto, comunque, che, dopo tante traversie, Salò fiorì a nuova vita. Fiorì specialmente a Salò la lavorazione e il mercato del lino. Infatti, nonostante le continue presenze di armati (sembra quasi che il Colleoni abbia preferito la Riviera per i suoi accantonamenti) e le ricorrenti pestilenze la vita salodiana riprese. Già alla vigilia della pace di Lodi (1454) veniva iniziata un'impresa titanica: la costruzione cioè del duomo, già decisa nel 1419 e rimandata per le difficoltà dei tempi. Si costruì infatti uno dei più solenni e ricchi templi del Bresciano.


Fu accelerato anche il rinnovamento edilizio, con la costruzione dal 1464 della piazza principale e della loggia, oltre che dell'abitazione del podestà. Veniva inoltre eretto nella piazza vicina, detta Napoleone (ora piazza della Vittoria) in più riprese ampliata, sul finire del XV secolo, l'attuale palazzo del Comune su disegno del Sansovino, sostenuto da pilastri con portici. Ivi si teneva il Consiglio del Comune, ed avea sede il Monte di Pietà: al pian terreno vi erano magazzini per deposito di mercanzia. Le mura vennero rinforzate e vennero introdotti anche gli orologi dei quali tuttavia vi sono notizie in documenti solo nel 1530. Non era ancora terminato il Duomo che nel 1476 si dava mano ad erigere la grande chiesa di S. Bernardino e il convento dei Francescani Minori Osservanti. Lo sviluppo di Salò diventò continuo e ampio nel corso del secolo XV con un incremento straordinario tanto della popolazione quanto edilizio fino a contare 700 case sparse fra celebrati orti e giardini. Anche l'economia ebbe un nuovo e più lungo respiro, anzi rilancio nell'industria della seta, del lino, dei refi, della pece, della carta, del ferro, della lana (nel 1463 i lanaioli riformavano il loro statuto), della pesca. Sorgevano fornaci di calce, di laterizi, di vetri. La simbiosi fra il civile e il religioso vide coinvolto il comune in uno sforzo moralizzatore; furono espulsi lenoni, prostitute (1475), furono proibiti i giochi d'azzardo (5 aprile 1488), e l'uso dell'alchimia (5 aprile 1488) e degli strumenti ad essa attinenti (17 ottobre 1488). Incremento invece dal Comune fu dato all'istruzione pubblica con l'istituzione di una "scuola di umanità" della quale fu insegnante di grande riguardo Pilade Boccardo, forse Gianfrancesco Boccardo, un messer Virgilio ecc. Una scuola per i "fanciulli dei poveri, pagata dal pubblico", era ospitata all'interno dell'ospitale. Notevole la presenza di ebrei, grazie alla longanime politica di Venezia, probabilmente nel sec. XV nei dintorni dell'attuale via Cavour della cittadina, detta "la grata" di una colonia abbastanza numerosa di ebrei. Nel 1449 contro le consuetudini correnti, gli ebrei avevano comunanza di beni con i Cattanei e gli Scovolo. Ma il 28 maggio dello stesso anno la Vicinia decideva di espellerli. Ma ciò non avvenne se nel 1462 erano ancora presenti e così pure nel 1468 e nel 1471. Cure particolari vennero poste allo stato della sanità pubblica e il 3 ottobre 1484 venne deliberata la ricostruzione del lazzaretto nel luogo dove oggi esiste il cimitero e dove venne edificata una cappella a S. Rocco. Dopo la firma della pace "di Bagnolo" del 1484 e una terribile pestilenza anche Salò visse nuovi anni di pace, di ripresa economica durante i quali oltre al Portale maggiore del Duomo venne rifatto ed abbellito il palazzo Comunale, iniziate e condotte a termine altre opere. Soprattutto la migliore attività fiorì sotto il regime di Francesco Barbo, Provveditore e Capitanio. Come era stato stabilito sin dal 1334, anno in cui la Riviera fece atto di sottomissione alla Serenissima, la Repubblica doveva avere una copia degli Statuti e nessuno poteva variarli, nè correggerli senza il consenso delle autorità venete. Tali statuti, presentati al governo veneto nel 1484 da Giacomo Guizaroti, vennero ratificati con ducale del 4 dicembre e stampati a Portese nel 1489. Quanto ai rapporti con Venezia, divennero sempre più sereni tanto che il Sanuto in questi stessi anni sottolineava che il capitaneato di Salò era reputato ottima sede, tanto che nessun veneziano mai lo rifiutò dal 1440 in poi, perché «quasi se pol reputar Domino da Dio».


Uno studioso, Giuseppe Scarazzini, segnala uno dei più importanti documenti che consente di delineare un quadro molto preciso di quello che era l'amministrazione del Comune all'inizio del 1500. Si tratta della «Fides publica boni regiminis spectabilis comunis Salodi que facta fuit in lite contra turbantes ordines pro defensione ipsius boni regimini et ordinum publicorum» redatta e sottoscritta da Agostino Gratarolo, notaio e cancelliere del Comune e fratello di Bongianni, noto storico della Riviera. «Da detta "fides" - spiega lo Scarazzini - appare che il Comune era amministrato da un Consiglio generale di ottanta membri, rinnovantesi per cooptazione ogni cinque anni. Manca nel documento ogni menzione della Vicinia, ossia della assemblea generale dei capifamiglia che, fino al secolo precedente, assumeva le decisioni più importanti e nominava il Consiglio generale. Dal Consiglio generale veniva nominato un Consiglio speciale di diciotto membri, ciascuno dei quali esercitava per un mese la carica di console, cioè di rappresentante ufficiale della comunità con il potere di convocare i Consigli. Molto singolare a Salò la stretta relazione con reciproco vantaggio fra Comune e vita religiosa che vede il primo assumersi il giuspatronato della stessa pieve promuovendo la costruzione del Duomo e il suo abbellimento e così pure di chiese, di monasteri e conventi, la sorveglianza sulla designazione di arcipreti, il controllo di cappellanie, ecc.


Una pausa in questo intenso sviluppo fu la guerra fra Spagna, Francia e Impero che dal 1509 al 1516 coinvolse anche Salò e la Riviera. Dimentico della più volte ribadita fedeltà a Venezia o per far buon viso a cattiva sorte o anche per essere teatro di improvvisi disordini e nella mai sopita speranza di veder ripristinati gli antichi privilegi assieme alla tanto bramata autonomia da Brescia, il Consiglio Generale della Riviera (contrario solo Maderno) il 26 maggio proclamò la nuova Signoria, affidando a sei ambasciatori, capeggiati da Antonio Ugoni, il giuramento di fedeltà. Tutta la Riviera, eccetto Maderno come s'è detto, fece subito atto di obbedienza, mentre il provveditore veneto Tomaso Marin (o Duodo?) veniva condotto in salvo dal Calzoni e da Zaccaria Loredan, capitano del Lago, il quale bruciò in seguito le sue fuste, armate fin dal 1508 e si ritirò a Riva, donde poi passò a Venezia. Di Salò, della Riviera e della Montagna Luigi XII, mentre in un primo tempo sembra avesse pensato a Marco Martinengo Palatini, investì il cardinale suo cugino Giorgio d'Amboise, vescovo di Rouen due volte preconizzato papa e, come scrive Carlo Pasero, "uomo di molta energia e di elevata mente politica". Ad esso il Consiglio Generale decise di mandare nuovi delegati coll'incarico di portare al novello padrone, il Cardinale arcivescovo, i complimenti e l'ossequio della Comunità. Deputati a ciò furono il podestà Cisoncello e Domenico Ugoni di Salò, nel mentre stesso che si delegavano altri undici Salodiani di stendere i capitoli da sottoporsi all'approvazione dell'Amboise, tra i quali al solito quello della completa separazione da Brescia. Il 1° giugno il card. d'Amboise, che aveva già nominato suo delegato al governo il podestà Francesco Cisoncello di S. Felice, fece il 1° giugno il suo ingresso in Salò, con inusitata pompa, accompagnato da tre arcivescovi, cinque vescovi, e da parecchi dignitari del Regno, ricevette il giuramento del Consiglio Generale, prese parte alla cerimonia che fu più solenne del solito. Subito al leone rampante di Salò fu posto tra le zampe il giglio di Francia. Tutto ciò avveniva mentre il salodiano Francesco Calsone, conestabile al servizio di Venezia, accorso da Cremona si batteva contro i francesi a Peschiera. Presto disillusi i salodiani e rivieraschi, dall'ordine del Cardinale che fossero abbattute tutte le fortificazioni di Salò e della Riviera, insorsero al grido di "S. Marco, S. Marco". Il podestà di Salò, Cisoncello, nonostante avesse con suo bando del 21 giugno deprecato le grida sediziose che avevano dato il massimo dispiacere al cardinale, venne destituito dalla carica e sostituito con il milanese Leonino Bilia che faceva il suo ingresso in Salò il 1° luglio. Quest'ultimo non riuscendo a placare gli animi ordinava che fossero spianate tutte le mura e i forti della Riviera. Nonostante poi che l'ex podestà Cisoncello cercasse di placare l'animo del cardinale, poco dopo venne l'ordine di requisire tutte le armi esistenti in Riviera. Il Bilia impose un duro governo finché, morto il card. Giorgio, il feudo passò nelle mani del nipote Carlo, che a sua volta morì dopo non molti mesi ed in tal modo Salò con la Riviera ritornò al Re di Francia, rappresentato dal marchese Antonio Maria Pallavicini prima, da Enea Crivelli poi, sempre come feudo in tutto separato dalla città di Brescia, sotto tale riguardo almeno appagando i desideri di quelle popolazioni, la cui insofferenza nei confronti di Brescia continuò a lungo. Il Calsone poi, avvertito della crescente avversione di Salò e della Riviera contro i nemici di Venezia, il 20 gennaio 1512 raggiungeva Salò dove di notte bruciò i documenti della Cancelleria criminale oltre, non si sa perché, a delle "banchette de la Chiesa de le done". Raggiunto poco dopo da Lodovico Cozzaglio il Calsone, convocato il Consiglio, vi lesse una lettera del Provveditore veneto Gritti nella quale lodava la fedeltà della Riviera alla Repubblica. Intanto lontano da Salò continuava a battersi per Venezia Francesco Calsone il quale con cinquecento giovani della Riviera fu uno dei principali protagonisti del recupero a Venezia di Padova. Nell'ottobre 1509 altri 400 giovani si univano ai "fedelissimi a S. Marco" nella guerra ai francesi. Nel marzo 1510 venivano arrestati ed imprigionati per resistenza al governo francese Costantino e Giacomo Calsone (cancelliere del Comune di Salò), Antonio Manerba e il dott. Lodovico Cozzaglio. Carlo Pasero ha avanzato l'ipotesi che si sia trattato di una congiura di timbro visconteo. Assieme a loro avevano manifestato analoghi sentimenti sempre a Salò i Bonfadini, i Ferrari, i Rota, i Lombardi, ecc. Scrive il Fonghetti: «l'entusiasmo dei Rivieraschi non ha più limiti; si dimentica che per tutto intorno sono armi francesi, si inalberano gli stendardi della Repubblica e si provvede ad arruolar genti per l'espugnazione di Brescia». Il Fossati soggiunge che furono 500 i volontari presentatisi in pochi giorni. Il Calsone si portò subito all'assedio di Brescia che il 6 febbraio cadde di nuovo in mano a Venezia, anche se per pochi giorni, dato che il 19 seguente la città cadde in mano a Gastone di Foix che vi operò un terribile sacco. Nonostante ciò il 26 maggio 1512 il Calsone entrava a Salò con il provveditore Marcantonio Loredano. L'8 giugno il Consiglio, "applaudendo tutti li voti, arma mille balestrieri e schioppettieri per andar ai luoghi ove fosse bisogno". Il primo luglio al Provveditore Loredano si sostituiva Sigismondo Cavalli, e pochi giorni dopo (17 luglio) Daniele Dandolo; il quale faceva nota al Consiglio la gratitudine della Repubblica per quanto a pro di lei aveva fatto. Dopo che, a fine luglio 1512, il provveditore di Salò Daniele Dandolo aveva finito di consegnarsi ai tedeschi all'invito del provveditore veneto Leonardo Emo, nell'agosto 1512 Salò e la Riviera offrirono mille uomini a proprie spese sotto il comando generale di Francesco Calsone. Nel gennaio 1513 i Veneti di stanza in Salò costringevano gli imperiali con altre truppe a ripiegare su Verona. A fine giugno 1513 Salò e la Riviera cadevano nelle mani degli Spagnoli, i quali istruirono inchieste e processi a carico dei ribelli del luogo. Mentre il Calsone continuava con alterne vicende la sua guerra, ai nemici di Venezia il 30 gennaio 1515 ritornava a Salò un Provveditore veneto, Zaccaria Contarini e restaurava il dominio veneto. Di nuovo allontanati dagli imperiali nel dicembre 1515 i Veneziani in ritirata gettarono parte delle artiglierie nel lago. Il 18 maggio 1516 infine gli abitanti di Salò si ribellarono agli imperiali. Ritornata la pace, Salò venne coinvolto in aspre questioni fra i comuni della Riviera riguardo alle spese di guerre che vennero risolte solo nel 1521 mentre si ripetevano rivalità e azioni di guerra. Su Salò si riversarono nel 1526 i lanzichenecchi guidati da Giorgio Frundsberg, contro il quale accorreva a Salò il capitano Camillo Orsini che costringeva il Frundsberg a passare altrove, senza tuttavia impedire che poco più tardi Salò cadesse nelle mani degli imperiali del duca di Brunswich. In seguito a ciò Salò fu costretta a versare una multa che venne poi in parte pagata a Venezia, irritata per la mancata resistenza. L'anno appresso, nel 1530, troviamo un Lodovico di Salò, capitano agli ordini di Francesco Ferrucci alla difesa di Firenze. Nello stesso 1530 Salò volle confermare la fedeltà a Venezia. Infatti il Provveditore e Capitano Giovan Francesco Sagredo faceva alzare nel mezzo della piazza sopra sette gradini una colonna dorica, sulla quale fu poi collocato un leone alato, insegna della Repubblica; nel 1561, essendo Provveditore Pietro Nani, fu aggiunta sul piedistallo una figura rappresentante la giustizia e l'insegna gentilizia della famiglia Nani.


Non tutto fu pacifico in seguito. Nel 1532 si rinfocolarono nuove discordie fra parecchi Comuni della Riviera meridionale nel tentativo di separarsi da Salò e avere un proprio podestà nominato da Brescia, con sede a Desenzano, in ciò, sembra, sobillati da Brescia. Ripresero subito però anche le opere di pace: nel 1533 il provveditore veneto Alvise Trevisano, provvedeva infatti ad allargare la pubblica piazza. Nel frattempo Salò e la Riviera continuarono ad offrire valido aiuto alla Repubblica e ciò specialmente nel 1570 a sostegno della guerra di Venezia contro i Turchi. Radunatosi il 16 marzo 1570 il Consiglio generale della Patria, unanimemente deliberava di armare cento soldati da spedire a Venezia per la guerra imminente, e con successiva votazione del 22 marzo eleggeva a condottiero di essi Giuseppe Mazzoleni. Luogotenente del capitano fu nominato Cornelio Fontana di Salò, e alfiere porta-stendardo il giovanetto Antonio Mazzoleni di Rainerio, nipote di Giuseppe. Il 5 aprile poi il Consiglio votava la spesa per uno stendardo nuovo del costo di lire 65,16 di pianeti, e pochi giorni dopo incaricava Antonio Vancino armaiolo di provvedere le armi pei soldati partenti. «Il giorno 19 aprile, come documenta Donato Fossati, la Comunità offerse un banchetto ai militi; il 22 fu cantata messa solenne nella Parrocchiale all'altare di S. Marco e fu benedetto il vessillo; il 23 la forte schiera che la Patria offeriva alla causa santa della civiltà partiva da Salò dal porto Gazzerre, accompagnata dalle benedizioni e dagli auguri del popolo plaudente e commosso. I militi sbarcarono a Lazise; di là per terra arrivarono a Verona, quindi per l'Adige a Venezia, dove furono ricevuti e presentati al Doge dall'oratore della Riviera Scipione Tracagni che li aveva preceduti». Ad assistere religiosamente i combattenti vi fu il cappuccino padre Paolo Bellintani da Salò. Dalla spedizione, dopo un anno, rientravano a Salò il luogotenente Fontana, accompagnato dall'alfiere Mazzoleni e da 22 militi. Il 13 marzo 1571 il Fontana raccontava le vicissitudini della spedizione davanti al Consiglio Generale e otteneva di potere custodire nella sua casa di via Calchera (poi via Fontana) il vessillo della centuria. A ricordo dell'impresa venne eretto in Duomo l'altare alla Madonna del Rosario mentre Domenico di Salò, figlio di Pietro, ricordava la battaglia a Venezia nella chiesa di S. Giuseppe di Castello con un interessante bassorilievo.


Più delle guerre, tuttavia, durante il '500, fecero vittime la peste e altre epidemie. Pesante fu quella del 1567 mentre si ritiene che Salò sia stato risparmiato da quella del 1576-1577 la quale vide rifulgere a Milano e poi a Brescia la carità e le capacità organizzative del citato p. Paolo Bellintani. Al contempo continuavano le opere di carità dei più vari tipi. Nel 1566 veniva costituita la Commissaria Fantoni per sussidi a studenti poveri. E presto rifiorì anche la cultura. Nel 1543 Jacopo Bonfadio lanciava da Padova l'idea di una Accademia letteraria sulle rive del Garda che si concretò nel 1545 con la fondazione dell'Accademia dei Concordi alla quale se ne aggiunse un'altra di cui non si conosce il nome e il 20 maggio 1564 quella detta l'Unanime fondata da una ventina di letterati e studiosi fra i quali Giuseppe Milio o Meio, detto il Voltolina e rifiorita nel 1733. Da questa viene fatto derivare l'Ateneo di Salò fondato nel 1810. Di mezzo sono esistite altre accademie di minore importanza quali la Modesta (sec. XVI), degli Industriosi, della Teosofia morale, dei Discordi, dei Pescatori benacensi, degli Ingegnosi. Collegata con le accademie e le arti è specialmente la musica, coltivata nelle accademie stesse, in ritrovi pubblici, in case private, a Savajone, una località nota per una eco che ripeteva fino a due versi. In voga giostre fra le quali quelle promosse dal marchese Alessandro Pallavicini, decantate addirittura come competitive con quelle delle principali città d'Italia. Clamorose le visite di principi, marchesi ecc. Celebri le regate fra le quali quella del 17 aprile 1548 per l'ingresso del provveditore Giulio Donato. Non si contano le scampagnate, le serenate, le sagre. Segno di progresso della città furono l'istituzione il 22 gennaio 1546 del Collegio dei notai del quale, come sottolineava il Gratarolo, «vanno quasi per tutto il mondo Giudici et Canceglieri ad esercitarsi con honore et con utile». Il 21 aprile 1551 veniva fondato l'onoratissimo Collegio di dottori, al quale nessuno era ammesso senza diligente e severo esame; «e alle volte è avvenuto, scriveva il Gratarolo, che detti approvati et accettati dai Collegi di Padova et di Bologna et di Pavia sono stati rifiutati et riprovati da questo». In quegli anni è da sottolineare la presenza della tipografia che precisamente nel 1585 vedeva l'apertura in via Fosse di una tipografia per merito dei fratelli Gelmini, chiusa però nel 1609. A sostituirli concorsero Bonifacio Zanetti da Muscoline e Bernardino Lantoni da Gazzane. Vinse l'appalto questi che si trasferì nel 1610 da Milano a Salò in contrada Muro, dove in seguito si susseguirono in società fino al 1640 Antonio Comincioli, Antonio Riccino. Rimasto questi solo la tipografia passò ai suoi eredi e infine ad Andrea Bassetti e fratelli e dal 1718 a Giacomo Ragnoli di Serle.


La preminenza o egemonia ormai assicurata sulla Riviera e la contrapposizione o tentata autonomia da Brescia, non salvaguardarono Salò da contestazioni interne ed esterne. Del disagio allo stesso Salò creato dalla politica accentratrice del comune nei riguardi dei "comunelli" o frazioni esterni alle mura (S. Bartolomeo, Renzano, Muro, Serniga, ecc.), si fece interprete nel 1584 Bonibel Porcelli, che venne poi accusato di aver provocato quasi un ammutinamento delle frazioni stesse facendosi loro procuratore. Arrestato e poi rilasciato venne in seguito nel 1585 processato e nel 1588 bandito. Salò dovette affrontare diversificazioni e contese con i comuni stessi della comunità come, dal 1548 in poi accadde con Lonato per la giurisdizione su Venzago, fino a questioni in terre più lontane e così pure per la giurisdizione sulle acque del lago di Idro rivendicata da Brescia e durata dal 1558 e oltre. Il contenzioso obbligò a cambiare la denominazione di Comunità della Riviera di Salò in quella di Riviera del Benaco e dal 1586 in Comunità della Riviera bresciana. A metà secolo XVI vi furono lunghi anni di tremenda carestia, coronati dalla devastante peste del 1576-1577. Il rilancio non solo religioso ma anche civile si ebbe con la visita di S. Carlo che esaltò il ruolo di preminenza di Salò, spingendo alla creazione di una diocesi autonoma (1599-1619) o collegiata (1604). Nel nuovo clima suscitato dalla visita di S. Carlo, nacquero nuove opere caritative e sociali. Con testamento del 1587, il medico Girolamo Fantoni di Salò volle aiutare i giovani di scarsa fortuna a percorrere gli studi primari e superiori di filosofia, teologia, legge e medicina attraverso una Commissione incaricata ad amministrare il suo pingue patrimonio ed a mantenere quanti più giovani studenti possibile. Nel 1796, erano sedici i giovani della riviera Benacense che fruivano delle pensioni Fantoni. Nel 1595 veniva fondato l'Istituto femminile con lo scopo di «assistere e redimere» ragazze madri, zitelle e in genere tutto quell'ambiente femminile assillato da problemi di sostentamento e difficoltà familiari: dalle unioni sfortunate alle mogli di emigranti rimaste sole. Al contempo il comune continuava ad esercitare opere già antiche di beneficenza. «Dispensa questo Commune - scriveva nel 1599 il Gratarolo - molte elemosine in denari, eleggendo per ogni contrada un Consigliero che visiti e sovvenga i bisognosi e vergognosi». Nè mancavano lasciti per dotazioni a povere fanciulle da marito, ancora oggi distribuite dal Comune. «Marita ogni anno» scrive il Gratarolo «cinque donzelle delle più povere et honeste, o per dir meglio le dota delle rendite d'alcuni beni legatici a questo fine da persone pie». Dispense di pane ai poveri di Salò e di Maderno disponeva con suo testamento del 18 febbraio 1610 Bressanino Guicerotto mentre nel 1611 fondava il Monte nuovo di pietà con sede nel Palazzo Comunale. Ma non era certo tutto un idillio per Salò. Già negli ultimi decenni del 500 si rivelò sempre più grave la piaga del banditismo. Nel 1576 imperversavano, non solo in Salò ma anche nella Riviera, Francesco Bertazzolo (più volte colpito da bandi nel 1580, 1584 ecc.), un altro chiamato "Chierico" e il conte Ottavio Avogadro, Girolamo Bergognoni ecc. e una vera banda raccolta intorno al Bertazzolo. Sebbene si parlasse di una conversione avvenuta nel Bertazzolo e nell'Avogadro per merito di S. Carlo B. ambedue tornarono ben presto alle loro losche imprese. Il primo, catturato, finì nel febbraio 1584 sulla forca. Con l'esecuzione non fu debellato il banditismo, che si ripresentò con la banda organizzata da tal Zanone, soprannome di Giovanni Beatrici, la quale ebbe a Salò più sicuri appoggi e riuscì il 29 maggio 1610 a freddare in pieno duomo di Salò, affollato, il podestà Bernardino Ganassoni senza che il molto popolo e "i micheletti presenti al fatto ardissero d'arrestarlo". Altrettanto noto per le sue imprese fu un certo Clerici.


Una parentesi tragica fu la peste del 1630. Salò venne colpito terribilmente dato che qualcuno ha fatto risalire a più di 4000 le vittime. Due predicatori Cappuccini, Francesco da Darigo (contrada di Desenzano) e Lorenzo da Casaletto (cremasco) accorsi fin dal principio si dedicarono ai colpiti. Sollecitati dal vescovo Marino Giorgi chiamarono altri compagni che assunsero insieme la cura spirituale della città. Otto furono i Cappuccini che a Salò e nei dintorni si prestarono alla cura degli infermi; di essi, tre perirono uccisi dal morbo, quattro ne furono colpiti e guarirono, uno solo ne restò immune. Infuriando il morbo il Comune fece voto a S. Teresa erigendole in duomo un altare. La peste non cambiò in meglio la società. Durò a lungo oltre la peste l'eco delle ribalderie di Cesare Luigi Rovellio (1677-1735) che, bandito dal territorio, visse anni di vita sfrenata in Spagna e Francia, morendo poi all'Arzago. Le sentenze venivano pubblicate in Salò sotto la loggia dove pure si amministrava la giustizia, ed erano precedute dal suono della campana e della tromba. Esistevano tre carceri, una detta "apud stratam"; la seconda "Camuzono" (forse da "camus" latino nel significato di capestro); la terza "Lorba". Nella prima si ponevano i detenuti per debiti o per crimini leggeri; nella seconda i condannati a morte; nella terza i prigionieri di Stato e gl'imputati di altro grave delitto. A questi mali sociali seguiva, dopo la peste del 1630, l'impoverimento delle economie di Terraferma indotto dalla guerra di Mantova prima e da quella di Candia nella seconda metà del secolo, che provocò una crisi senza precedenti; da essa la Riviera si risollevò solo alla fine del Seicento, ma per pochi decenni perché nuove difficoltà giunsero con la guerra di successione spagnola, che vide la regione percorsa dagli eserciti belligeranti, con rovine e spoliazioni. Assieme alle imprese di buli e briganti ebbero rilievo quelle di nobili mandatari o complici degli stessi, fra essi si ricordano i Lodroni e il conte Ottavio Avogadro. A Barbarano fu esibito Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano accusato di aver ucciso, per sposare Vittoria Accoramboni, la moglie Isabella e il marito della Accoramboni, Francesco Peretti.


Nel 1670 l'insegnamento da privato divenne pubblico, affidato al Collegio di S. Giustina dei padri Somaschi con impegni particolari presi dal Comune di mantenere tre maestri di sperimentata virtù, dottrina et esemplarità, dei quali uno sia maestro di buona grammatica, l'altro di perfetta Rettorica unita con l'Umanità, il terzo di Filosofia, "tutto senza spesa di scuolari". La cultura superiore continuò invece a gravitare sulle Accademie. Oltre a quella degli Unanimi nascono nel collegio dei Somaschi l'Accademia degli Ingegnosi (scomparsa nel 1680) alla quale si accompagnò quella degli Industriosi. Cantate, recite, composizioni musicali spesso in onore di personalità eminenti, accademie senza fine si susseguirono in onore di questa o quella autorità del tempo.


Una nuova difficile parentesi è rappresentata dalla guerra per la successione di Spagna che va dal 1702 al 1706. Nel 1702 una colonna francese agli ordini del conte Medavì, punta su Salò e continuando sulla sponda occidentale del lago si congiunge ad Arco con l'altra risalita sulla sponda orientale. Fallito il tentativo di avere rinforzi il ritorno porta disordine, soprusi ovunque, rinnovati dal sopraggiungere dell'esercito tedesco che presidia oltretutto Salò e che respinge il tentativo di attacco di truppe francesi provenienti via lago da Desenzano. Dal gennaio 1703 Salò oltre la Riviera dovette far fronte specialmente da parte del provveditore straordinario Fabio Bonvicino a nuove grosse difficoltà dovute a frequenti passaggi di truppe specie dal luglio all'ottobre 1703. Il 21 luglio al contingente francese di passaggio da Salò per Gargnano, Tignale ecc. Salò dovette fornire paglia, biade, legna, fieno e tende mentre il comune dovette contribuire con 1000 lire piccole. Un nuovo passaggio si verificò per tre giorni continui dal 23 settembre con nuovi notevoli danni specie "per essere imminente la vendemmia". Fino al 31 ottobre Salò e la Riviera si videro imporre grossi rifornimenti di fieno e anche di sale, del quale a Salò esisteva uno dei poli commerciali e di smistamento tanto che vi esisteva un funzionario governativo chiamato il "Partitante de sinque dazi de sal di Lombardia". Anche l'anno seguente, il 25 novembre 1704, erano gli austriaci ad occupare Salò, il cui Provveditore non aveva altra possibilità che di protestare. Nel 1705 Salò venne di nuovo occupata dagli imperiali e di nuovo sottoposta ad angherie e latrocini. I fanti occuparono le case e le chiese, la cavalleria in aperta campagna. «Per colmo di sventura - scrive il Solitro - quell'invernata (1705-1706) fu insolitamente rigida, onde è facile immaginare il danno che n'ebbero le campagne. Per far fuoco furono strappati i sostegni alle viti e le viti stesse, atterrata ogni specie d'alberi; per di più rovinate le case, manomesse le masserizie, rubate le provviste, nulla fu rispettato; i commerci rimasero interrotti, fermi gli opifici delle antichissime industrie; una desolazione da per tutto». Per far fronte agli enormi danni subiti, il 23 gennaio il consiglio generale della Magnifica Patria inviava come ambasciatori a Venezia Bernardo Cominelli e Domenico Delai con sontuoso seguito per impressionare la Serenissima. I due ottennero l'esenzione dal pagamento del Campatico e Tansa e Pena del 1704, e Campatico del 1705, e per un anno i coloni e villici del dazio della macina, con promessa di ulteriori compensi alle terre più danneggiate, salva e da definirsi la questione degli alloggi dati alle milizie. Ritornata la pace, ripresero le opere di miglioramento urbanistico ed edilizio. Nel 1709 un benemerito salodiano, Francesco Conter, provvedeva ad allargare, a sue spese, la strada "pubblica" da Salò a Gardone e a provvederla di una fontana.


Il '700 è definito il secolo delle accademie. Nel 1733 rinasce l'Accademia degli Unanimi che però deve affrontare la concorrenza con quella dei Discordi aperta anche alle donne, diventata poi nel 1762 l'Accademia dei Pescatori Benacensi che ebbe come principessa la poetessa Diamante Medaglia Faini. Nel 1763 l'Accademia degli Unanimi si fondeva con quella dei Pescatori Benacensi ed entrava in possesso del Teatro "Nobile" costruito in piazza S. Barbara, contiguo alla Torre dell'Orologio. Un'Accademia di Teologia Morale fu aperta dall'abate Andrea Conter nel 1718; ebbe breve durata, poiché durò fino al 1757. Il 6 maggio 1769 venne istituita dal conte Carlo Bettoni l'Agraria; approvata dal Veneto Senato, durò fino al 1793.


Disagi portarono ancora le guerre per la successione di Polonia (1733-1735) e per la successione d'Austria (1741-1748) causa passaggi di eserciti e reazioni ad imposte straordinarie e continue imprese di banditi tanto che nel 1735, il Provveditore di Salò Andrea Dandolo si credette obbligato a pubblicare non un ordine, ma un intero statuto «per il quieto e pacifico vivere con quel di più che riguarda il bene ed il vantaggio dei sudditi di Salò e sua Riviera». Scarsità di raccolti, carestie, crescenti difficoltà nell'economia veneta portarono anche a seri disordini fra i quali il saccheggio del mercato di Desenzano del 14 marzo 1764. Qui, come riferisce un cronista contemporaneo, giunsero 150 valsabbini «e non disturbati dai Salodiani allibiti da tanta audacia, dopo aver occupato il porto e l'ingresso del Borgo e le imboccature delle contrade alla piazza Fossa, attesero alla riva le barche che vi approdarono sul far della sera. Lo scarico durò il resto di quel giorno fino a notte, e parte del giovedì susseguente, mentre dalla Valle scendevano di continuo uomini a rinforzo con carri e muli, che caricati s'avviavano al loro destino. La sola sera del mercoledì, scrive il cronista, si caricarono 70 carri incirca e 180 muli, e per tutto il giorno seguente ancora si continuò a tradurre biade per la montagna senza esserne da chicchessia impediti. Baldanzosi del successo e dell'inerzia della cittadinanza e della pubblica forza, cominciarono quei villici a insolentire con le loro bulate ed anche a danneggiare alcune botteghe di Salò facendo delle espressioni contro l'istessa Rappresentanza, di modo che S.E. Provveditore, che era il n.h. Zorzi, per timore si dovette ritirare nel Convento de Somaschi in S. Giustina, ed il pubblico Palazzo fu chiuso quantunque munito di sbirri, di alcune cernide e d'altra gente armata al numero di cento. Chi sa quali altri danni avrebbe la città sofferto se non si fosse con assai coraggio e dolci parole interposto un Vezzani, conduttore d'un distaccamento di dragoni, che riuscì ad allontanare que'forsennati».


Per far fronte alla crisi agricola sempre più grave nel 1769, aderendo a provvedimenti del Senato veneto l'antica Accademia degli Unanimi specie per impulso di Jacopo Alberti prendeva il titolo di Unanime agraria aggiungendo allo Statuto dell'Accademia nuovi capitoli dettati dal Magistrato dei Beni inculti. Tuttavia Salò continuava a godere di alcune situazioni privilegiate per lo sviluppo dei commerci fra i quali quello della seta e di altre materie, ma soprattutto del refe. Se non era poi possibile far fronte alle folle affamate della Valsabbia, vi era chi, come il Provveditore Marco Soranzo, conduceva una serrata lotta al banditismo, arrivando a far abbattere nel 1787 la rocca di Manerba diventata covo di facinorosi. E fu intervento clamoroso, tanto da essere ricordato in una grande tela dipinta da Santo Cattaneo per incarico del Consiglio che si conserva nel Palazzo municipale di Salò, in cui la Riviera, rappresentata da una giovane donna, ringrazia in ginocchio il Provveditore Soranzo di averla liberata dai malandrini che l'infestavano.


Il commercio, in sviluppo nonostante i tempi, ed alcune aperture culturali avevano favorito la creazione, come scrive Marino Berengo nell'opera "La società veneta alla fine del '700", tra la borghesia colta di «gruppi favorevoli alle massime francesi: si tratta quasi sempre di quattro, cinque persone che si sono trovate consenzienti nella lettura e nel commento dei giornali esposti nei caffè, e che ora si raccolgono istintivamente tra loro e si "associano" ai fogli svizzeri e grigionesi per essere informati meglio e più largamente sulle novità di Francia. La piccola e dotta Salò, dove in questi ultimi anni del '700 si ha una fioritura culturale non del tutto legata alla tradizione conservatrice, ospita sin dal 1792 un nucleo di borghesi giacobini. Un medico, un avvocato, un abate, un proprietario benestante, ed un orologiaio francese che da oltre un decennio ha aperto un negozio in città, leggono con attenzione i pericolosi libri "oltremontani" (cioè francesi o di stampo illuministico), e dicono che "nella Francia vi era della tirannia tanta, e del dispotismo, il quale era bisognevole di questa crisi", ed esaltano la politica e le leggi dell'Assemblea francese. Nel luglio del '96, nel pieno della guerra, il provveditore Francesco Cicogna scrive che "con propenzioni e con esercizi non d'ignoranza, ma di mal talento" diversi salodiani inclinano alle massime di Francia, e segnala cinque nuovi nomi di borghesi sospetti». Fra i più attivi è l'avv. Francesco Baldini, che sarà poi capo della municipalità provvisoria salodiana. Una piccola schiera dunque, che, come ha sottolineato Guido Lonati con abbondante documentazione in una sua lettera all'Ateneo di Brescia nel 1928, esclude che Salò, assieme alla Riviera, fosse pronto "a ricevere il verbo rivoluzionario". La rivoluzione invece capitò d'improvviso assieme alle truppe francesi guidate dal giovane generale Bonaparte e pose subito Salò in posizione difficile trovandosi agli sbocchi e della Valsabbia e della sponda occidentale del Garda senza che potesse contare sulla male armata, ma neutrale truppa veneta. Appena occupata Brescia, il 28 maggio 1796, tremila soldati francesi, al comando del gen. Rusca si accamparono in Salò e sulle alture circostanti «spartiti, come riferisce Pietro Riccobelli, in quattro colonne, accamparono la prima fuori del Borgo orientale nel luogo detto le Rive, la seconda a Barbarano presso il convento dei Cappuccini, la terza alla Madonna dei Tormini, la quarta alla Corona sopra Vobarno per sorvegliare i passi della Val Sabbia, da cui s'aspettavano da un giorno all'altro i tedeschi che stavano raccogliendosi nel Trentino». Una tale presenza gravò pesantemente sulla popolazione salodiana, obbligata dallo stesso Provveditore veneto Cicogna a fornire vettovaglie ad una così consistente truppa. Senza dire che non mancavano grassazioni "private" tali da richiedere severi interventi dello stesso generale Rusca che non mancò di colpire con severità due sedicenti commissari francesi che si erano fatti consegnare una rilevante somma di denaro minacciando il saccheggio della città. A Salò e dintorni i francesi rimasero per due mesi, compiendo solo ricognizioni sul lago. Ma gli austriaci li sloggiarono il 28-29 luglio. Ultimi a cedere furono quelli che occupavano le Rive e Vallene mentre il gen. Guyeux, che comandava la colonna alloggiata in Barbarano, saputa la ritirata de' suoi, s'affrettò verso Salò per raggiungerli sulla via di Desenzano, ma impedito dagli austriaci sopravvenienti, retrocedette in fretta, e si rifugiò nel palazzo Martinengo, dove fu tosto assediato e con lui erano 400 soldati e secondo altri molti di più. «L'efferatezza dei soldati tedeschi non fu diversa questa volta dal solito; saccheggi e uccisioni accompagnarono l'occupazione di Salò e delle terre vicine: più grave danno soffrirono Salò stesso, Caccavero, Liano, Trobiolo, Gazzane, senza dire delle case di campagna che furono svaligiate, levando essi anco la vita a chi voleva opponersi e maltrattandoli». Come registrano le Memorie Grisetti gli austriaci saccheggiarono parecchie case; il fattore delle Madri Benedettine, ed altri che vollero contrastare alle violenze tedesche furono uccisi. «Non siamo sicuri ne meno in casa, scrive il cronista, mentre atterrano le porte come se fossero in stato nemico». Occupata dal Quosdanovich Salò venne di nuovo ripresa il 3 agosto dai francesi che vinti i tedeschi ai Tormini con molti morti d'ambo le parti fecero prigionieri 500 austriaci. I feriti vennero ricoverati nelle chiese di Salò, trasformate in improvvisati ospedali. Un cronista, il Cantoni, scrive che «questo venire frequentemente e bellicosamente in Salò di soldati or francesi or tedeschi, e lo scambio di fucilate e le scaramucce e le battaglie che dentro e all'intorno quasi quotidianamente vi si combattevano, aveano siffattamente abituata la popolazione, che quasi più non vi badava. Terminata nel paese o poco lungi da esso la fazione, ognuno riapriva le sue botteghe e tornava ai suoi negozi e ai suoi lavori». Di ritorno dalla visita ai suoi accampamenti Napoleone fu a Salò il 17 agosto 1796 e prese alloggio in casa Lanfranchi, dove fu ossequiato dal Provveditore Cicogna; pel quale - dicono i cronisti - ebbe benevole parole (!) per le somministrazioni e assistenza date ai suoi soldati. Narrano le Memorie Grisetti che il Bonaparte, avendo seco il Guyeux, si portò da Salò a Barbarano a visitarvi il palazzo Martinengo. Nel ritorno, fece breve sosta presso il Provveditore, e dopo aver pranzato in casa Lanfranchi, ripartì per Brescia. Nel continuo movimento di truppe il 24 dicembre 1796 entrava in Salò il gen. Murat con una mezza brigata di soldati e prese alloggio in casa Lombardi, per proseguire poi per Gargnano. Già nei mesi seguenti i forzati emigrati nel Trentino si rifecero vivi con spedizioni e saccheggi in Riviera, oltre che in Valsabbia tanto che si dovette approntare un corpo di "cacciatori" per tenerli lontani e ciò fino a quando lo stesso governo austriaco non provvide a richiamarli entro i confini trentini liberando da ogni molestia la Riviera e la Valsabbia. I fatti registrati nel 1796 e nei primi mesi del 1797 dovevano risultare palliativi di fronte alle dure prove che Salò dovette affrontare l'anno seguente. Insorta, infatti, Brescia il 18 marzo 1797 e dichiarata la Rivoluzione, Salò fu tra le terre bresciane che non si mossero per nulla. Venne perciò incaricato il conte Francesco Gambara per iniziarvi la rivolta ma quando questi il 25 marzo entrò al grido di "viva la libertà" in Salò con circa 150 bresciani e bergamaschi agli incitamenti rivoluzionari «nessuno, scriveva un testimone, Andrea Giacomi, vi corrispose e tutti osservarono un perfetto silenzio». «Atterrato il giorno dopo, racconta il Solitro, il leone nella piazza; abbattute le lapidi; martellate le inscrizioni; cancellate le insegne della Repubblica e quelle de' suoi rappresentanti nelle sale del Palazzo; manomesso l'archivio; aperte le carceri, e sguinzagliati i delinquenti che vi stavano rinchiusi; rizzato l'albero della libertà; fatto inventario di tutti i pubblici effetti, dei dazi, e della cassa; si venne lo stesso giorno (26 marzo) a costituire il governo provvisorio di Salò e di Riviera, nominando presidente Giuseppe Sgraffignoli, d'antica e benemerita famiglia toscolanese, e vice presidente il salodiano Faustino Olivari». In silenzio e pur senza palesi ostilità, il popolo accolse anche gli ordini di portare sul cappello o berretto le coccarde tricolori e di obbedire a disposizioni riguardanti dazi, tariffe e derrate alimentari. Ma, partiti il 27 marzo da Salò i rivoluzionari bresciani conducendo con sé il provveditore veneto, il giorno dopo Salò registrava un insolito movimento e grida di "viva S. Marco" si udivano e tale scritta figurava su cartelli e si leggeva anche sui cappelli. Riunitasi la municipalità pochi si dichiaravano per la rivoluzione. I più soprattutto, come scrive il Solitro, più per avversione a Brescia "antica rivale" che per attaccamento a Venezia. Chiuso il Palazzo municipale le vie si affollarono di popolo al grido generale di "viva S. Marco". Un certo Francesco Collini che con un amico Giov. B. Rizzotto gridò in piazza "viva la libertà" venne ferito e potè salvarsi a stento dalla folla inferocita. Qualcuno intanto partiva per Verona a chiedere soccorso al Provveditore veneto Battaggia il quale si affrettò a far sapere che «era dolente dell'aggressione patita de' ribelli, e lieto nello scorger costante l'attaccamento ed affetto della popolazione salodiana al serenissimo dominio, la eccitava a resistere con la forza alle violenze de' facinorosi, e si mostrava pronto a spedire soccorsi se fossero domandati». La lettera del Provveditore provocò entusiasmo. Al suono della campana a stormo in tutti i comuni si raccolsero i volontari a favore di Venezia portando alla raccolta di circa 700 uomini pronti a combattere. A comandarli venne chiamato il conte Giov. B. Fioravanti Zanelli che si affrettò a chiedere una colletta patriottica per andare incontro "ai bisogni della difesa universale". Da parte sua il Battaggia si affrettava a nominare il governo civico della Riviera. Come ha scritto il Solitro «in questo frattempo Brescia, saputo dei fatti di Riviera, preparava la vendetta; i più accesi fautori della rivolta predicavano per le vie doversi immantinente marciare contro Salò, raderlo al suolo e sopra alzarvi una colonna col motto qui fu Salò. Unitisi circa mille duecento armati - v'erano bergamaschi e polacchi, scrive l'Odorici, il resto un'accozzaglia di gentame - nominato generale Giuseppe Fantuzzi e suo aiutante il Gambara, con pochi cannoni, divisi in due colonne, il 30 marzo s'avviarono verso la Riviera». Respinta la sera del 30 marzo ai Tormini, la colonna dei rivoluzionari tornò il giorno dopo all'attacco ingaggiando uno scontro che durò sei ore intiere senza che ci scappasse il morto «perché, scrive lo Stefani, l'una parte e l'altra non avvezza al fuoco, non azzardava molto la vita ed osservava una distanza da non offendersi». Giunti al ponte del Brezzo i bresciani mandarono un ufficiale francese e l'abate Clemente Bondi a trattare l'armistizio subito accettato dai salodiani senonché l'uccisione di due militi bresciani penetrati in città contro le indicazioni dell'armistizio e il sopravvento di 1500 valsabbini al comando di don Filippi, Francesco Materzanini e Francesco Bazza rimisero tutto in gioco. Le file dei bresciani si scompigliarono e i capi, dal Gambara, al conte Caprioli, ai Lechi vennero catturati mentre 600 bresciani caddero prigionieri. Ben 26 rimasero uccisi e 80 feriti. Dei salodiani venne ucciso, assieme ad un altro, certo Arrighi e un valsabbino. Nella notte arrivarono a Salò in soccorso ottanta Schiavoni, seguiti più tardi da novanta cavalleggeri; nei giorni seguenti venivano spediti soccorsi in denaro, tornava acclamato dal popolo e si insediava in luogo Francesco Cicogna con il titolo di "Deputato di Salò e Valli Bresciane". Ma la situazione precipitò di nuovo in pochissimi giorni per l'intervento dei francesi. Infatti il 7 aprile un battaglione di questi, forte di circa 300 uomini, pretese di essere alloggiato nel convento di S. Bernardino; il 9 a mezzogiorno da una feluca francese entrata nel porto un ufficiale francese operò la requisizione di tutte le barche con uomini ed attrezzature; il 10 era tutta l'intera flottiglia francese composta da 7 cannoniere e 2 feluche a presentarsi minacciosa davanti al golfo. Il comandante Colomb sceso a terra entrò nel convento di S. Bernardino e comunicava l'ordine al battaglione di occupare il colle di S. Caterina dove erano di guardia pochi rivieraschi con un cannone e ritornò sulla feluca. Poco tempo dopo un aiutante di campo scortato da 8-10 soldati si presentava al Provveditore e gli presentava l'ordine di consegnare tutte le armi esistenti in città, pena il cannoneggiamento dal lago. Mentre 300 rivieraschi si portavano al comando del ten. Zapoga a Vallene per tagliare le comunicazioni al battaglione francese appostato a S. Caterina, incominciò il bombardamento della città. Alle prime cannonate tutti i rivieraschi sbandarono e fuggirono, nonostante le implorazioni dello Zapoga e del salodiano Fabio Vitalini che lo accompagnava. Tornati questi due soli verso Salò lo trovarono «intieramente abbandonato dagli abitanti a riserva di alcuni pochi, è il Zapoga che narra, che armati di fucile stavano appostati in qualche cantone taciturni e in guardia. Vuoto era pure il quartiere generale e per quanto richiedessi tanto in paese come fuori dell'eccell. Provveditore e degli altri, nessuno seppe darmene notizia». Il bombardamento durò un'ora senza vittime e con leggerissimi danni alle case in riva al lago ma nel frattempo il Cicogna aveva fatto alzare bandiera bianca e col comandante delle truppe rivierasche aveva abbandonato Salò fuggendo poi fino a Idro. Seguì un armistizio di quattro giorni ma quando questi non erano ancora scaduti si spargeva la notizia che due colonne di francesi avanzavano guidate una dal generale La-Hoz, l'altra dal generale Landrieux, con artiglieria e una retroguardia di polacchi. La sera infatti di quel giorno, il tredici, la colonna di La-Hoz attaccò Gavardo, e poco dopo fu alla Madonna dei Tormini. La resistenza dei rivieraschi e delle poche milizie venete fu breve; al fuoco dei cannoni francesi volsero le spalle e fuggirono a Salò. «L'annunzio della sconfitta e dell'avanzare dei francesi, narra il Solitro, sparse nella città un panico generale: gli abitanti in fretta abbandonarono le case e fuggirono, "chi per l'alta Riviera - scrive lo Stefani - chi per li monti, e chi fino nel Principato di Trento, ed alcuni nelli Stati veneti non ancora democratizzati". Il generale francese entrato in Salò il giorno seguente, 14, e trovatolo deserto, e chiuse le case, ordinò alla soldatesca il saccheggio, che fu crudele e terribile. Le case dei privati, i fondaci, le botteghe furono messi a soqquadro e villanamente svaligiati; il palazzo del Provveditore, pieno di prezioso mobilio, rubato e guastato; la casa Fioravanti prima saccheggiata, poi arsa; la parrocchiale nefandamente devastata; i sacri vasi, i ricchi paramenti di gran prezzo, le argentee custodie delle reliquie, i candelabri, involtati; senza dire dei danni ivi e da per tutto recati col rompere e il bruciare, pel solo selvaggio piacere della distruzione». La stessa sorte toccò alle altre chiese della città, e a quelle di Caccavero, di Volciano e di S. Pietro di Liano come pure ai monasteri, dei quali uno solo fu rispettato, quello della Visitazione delle Madri Salesiane, forse perché la maggior parte delle monache che vi dimoravano erano di famiglie bresciane e per l'intervento di un ufficiale francese parente della fondatrice santa Francesca M. di Chantal. Degli oggetti rubati, si caricarono parecchie barche che presero la via del lago. Francesi, bresciani, bergamaschi e polacchi abbandonato Salò, s'indirizzarono a Desenzano, e di là a Peschiera, lasciando il segno per dove passavano.


Tornati in Salò, gli abitanti, oltre che a devastazioni e a spogliazioni trovarono l'ordine del gen. La-Hoz di consegnare entro 24 ore al comandante di Lonato tutte le armi da fuoco e da taglio, pena un nuovo saccheggio. Ottenuta una dilazione di tre giorni, il 19 aprile l'ordine venne eseguito mentre i salodiani Giov. B. Polotti e Romualdo Turini, inviati al generale, ottennero parole rassicuranti. Il 20 aprile il Polotti e il Turini vennero eletti come rappresentanti loro presso il Governo di Brescia che accettò la designazione del Polotti scegliendo invece, come altri rappresentanti, Giov. Maria Fontana e Francesco Baldini. Mentre si svolgevano le trattative, ufficiali francesi giunti a Salò su due feluche imponevano entro quattro ore dietro gravissime minacce una taglia di un milione di lire francesi. In un baleno venne raccolto il denaro, argento rimasto dopo il saccheggio, e tutto consegnato al comandante francese. Meraviglia fu quando pochi giorni dopo le due feluche si presentarono di nuovo e il comandante restituì quanto aveva ricevuto. Non mancò invece la vendetta del Governo Provvisorio che il 1° maggio cambiò il nome di Salò in Benaco creando con un nuovo titolo il Cantone del Benaco staccando quasi tutte le terre della quadra bassa, e cioè: Arzaga, Bedizzole, Burago, Calvagesio, Carzago, Desenzano, Maguzzano, Moniga, Padenghe, Pozzolengo, Rivoltella, Sojano e Venzago, che furono aggregate in nuovo Cantone detto Colli, capoluogo Lonato; le furono invece aggiunte Villanuova, Gavardo, Barghe, Odolo, Bagolino, Prandaglio, Soprazocco, Sopraponte e poche altre. Cambiata presto bandiera il popolo abbatteva il 5 maggio il leone alato (che venne nascosto sotto uno strato di calcina e verrà ritrovato nel 1889 e collocato in apposita nicchia nella piazzetta davanti al Palazzo comunale). Lo sostituiva sulla colonna sulla quale era posto la bandiera tricolore, inalberata l'8 maggio fra luminarie, canti, danze, discorsi, pranzi e grandi bevute di vino offerto dal gen. Chevalier reduce dalla repressione della Valsabbia. Il 27 maggio arrivò poi la dura vendetta del Governo Provvisorio bresciano per mano di un arrabbiato giacobino: Gerolamo Rovetta che si autonominava discepolo di Robespierre ma che i bresciani chiamarono "il sicario". Istruito un tribunale rivoluzionario il 30 maggio faceva fucilare nella Fossa un Albani di Gavardo e l'arciprete di Vobarno, don Giuseppe Catazzi, e il 4 giugno Marcantonio Turini, ex Console di Vobarno, e Giovanni Speziali di Manerba. Mentre la maggior parte degli indiziati riusciva a mettersi in salvo in territorio austriaco altri venivano imprigionati ma poi liberati dopo breve prigionia. La situazione andò in parte normalizzandosi il 30 giugno quando la Commissione criminale straordinaria, in nome del Sovrano popolo bresciano, promulgò un'amnistia, dalla quale escluse però i capi più pericolosi, e quelli che s'eran messi più in vista nei fatti della controrivoluzione. Come ha scritto il Solitro «insieme colle condanne procedevano le riforme: abolita la festa di S. Marco; soppressi i monasteri e dichiarati nazionali i loro beni; battezzata col nome di sala patriottica quella dove il Consiglio teneva le sue riunioni; cancellato dai libri pubblici il calendario comune, e sostituitovi quello francese; intitolato anno primo della libertà italiana quello in cui aveva avuto principio la rivoluzione bresciana. Insieme a queste però, o frivole o consigliate dal fanatismo, altre ne furono ordinate di utili e savie in ogni ramo della pubblica amministrazione, con non poco generale vantaggio». Il 21 giugno, il cittadino Alessandro Dossi bresciano, radunato il popolo di Salò nella sala patriottica, procedette all'elezione della nuova Municipalità, che riuscì così composta: Giudice di pace, Giov. Maria Fontana; municipali: Gio. Batta. Pighetti, venditore d'acquavite, Carlo Lanfranchi, ex nobile, Terzio Polotti, dott. in leggi, Pietro Zavetti, pizzicagnolo, Antonio Samuelli di Gardone, medico, Gio. Batta Bazzani di Caccavero, medico; segretario, Andrea Bertelloni; accusatore pubblico, Gio. Costa di Polpenazze. Creata nell'ottobre 1797 la Repubblica Cisalpina a Salò, sembra per diretta scelta dello stesso Bonaparte, venne aggregata al Dipartimento del Benaco con sede in Desenzano, e rimase solo capoluogo dell'8° circondario. A Salò tuttavia prese dimora Francesco Gambara nominato dalla Cisalpina Commissario politico e militare.


Riapertesi nel marzo 1799 le ostilità fra Francia e Austria e Russia quasi inutili furono i tentativi di fermare la marcia delle truppe dell'esercito comandato dal gen. Wukassovich fra i quali ebbe rilievo quello di Cesare Domenicetti di Salò il quale comandante dei "cacciatori" ai primi di aprile sì scontrò a S. Giacomo di Ponte Caffaro con la sua colonna contro gli austro-russi e venne sconfitto così da doversi disperdere con i suoi uomini sui monti di Provaglio e della Degagna. Salò fu subito invaso da truppe austro-russe e da torme di emigrati tornati alle loro terre. Il giorno 11 aprile un ufficiale tedesco, adunato il popolo salodiano, lo invitava ad eleggere la nuova Municipalità, composta di cinque cittadini, col titolo di sindaci; gli eletti furono: Pietro Bonfamiglio, Teodoro Orio, Faustino Bonlini, co. Gio. Batta. Tracagni, Michele Nicolosi. La colonna della piazza fu dipinta in giallo e nero, e così pure lo stemma sopra il corpo di guardia. Appena occupata Salò gli austro-russi incominciarono sotto la guida del Cocastelli dure vendette contro i "giacobini". A Salò come a Brescia, scrive Guido Bustico, si videro vecchi incapaci di connettere due idee, privi di ogni mezzo di corruzione, ritenuti come «soggetti pericolosi, donne tacciate di giacobinismo arrestate»... «Tutti quelli che erano in odore di liberalismo arrestati e deportati. E tutto ciò contrariamente ai patti stipulati dagli austro-russi, chè nella resa di Mantova si era stabilito che nessun cittadino avrebbe avuto persecuzioni di sorta per aver coperto cariche pubbliche durante il governo anteriore, né per le sue idee politiche. Ma gli austro-russi violando i patti, cominciarono una ferocissima persecuzione contro cittadini inermi, rei solo di esser liberali o comunque avversi alla nuova dominazione. Bastava un gesto, una parola, una canzone, un'acconciatura de' capelli che desse sui nervi agli sbirri, che subito le "Commissioni di Polizia" riputavano tali atti "segni di libertinaggio e di perfidia". A Salò la "Commissione di Polizia" era presieduta da un Fioravanti che condannò parecchi cittadini alla deportazione. Vennero nel luglio 1800 portati a Venezia con altri condannati delle provincie cisalpine, e di là in una Manzera (perché serviva al trasporto dei buoi) da Venezia alla Dalmazia, con estremo supplizio caricati sulla navicella, portati a Sebenico e di lì ancora condotti nelle varie sedi della deportazione. I più dei salodiani vennero mandati a Petervaradino, dove soffrirono i tormenti di un carcere orrendo, trattati come veri malfattori». Tra gli altri Giovanni B. Fabbro internato a Sirnio in Ungheria, dopo la vittoria di Marengo del 14 giugno 1800, irritato per non essere stato liberato, fu tra coloro che si ribellarono, così da essere castigato con più pesanti catene e maggiori sevizie. La dura occupazione di Salò da parte delle truppe austro-russe si protrasse per ben tredici mesi.


Sconfitti a Marengo da Napoleone gli austriaci e ristabilitasi il 17 giugno 1800 la Cisalpina, Salò venne presto occupata dal gen. Lechi, dopo aver catturato una feluca austriaca ancorata nel porto. Il 27 novembre dello stesso anno il conte Francesco Gambara, aiutante del generale Lebrun, già liberato dal carcere, nominava in Salò la nuova municipalità, che risultò composta da Mattia Butturini, Giovanni Capra, Francesco Baldini di Giuseppe, Gio. Batta Zavetti di Pietro, Romualdo Turini pittore, Domenico Bresciani segretario, Lorenzo Grisetti vice segretario.


Il 13 dicembre 1800, scaduti i termini dell'armistizio, Salò città veniva ancora una volta colpita da 7 cannoniere austriache. In seguito a ciò, narrano i Grisetti nelle loro memorie, i francesi «circa mille, si divisero in tre colonne, e si appostarono in Fossa, sui colli di S. Caterina e al palazzo Martinengo; ma non vi fu combattimento; ché dopo due ore i legni austriaci si ritirarono senza tentar altro, "gloriosi - scrisse il cronista - per aver fatto guerra alle muraglie del paese", che non n'ebbe però gran danno». Il 19 febbraio 1801 infatti ritornarono le truppe francesi e con esse i superstiti di Petervaradino, Cattaro ecc. fra i quali R. Canelli di Villa, Giovanni B. Fontana che scrisse poi una "Narrazione veridica di quanto han sofferto i cento trenta uno martiri cisalpini..." (Salò, Righetti, anno 9 repubblicano), il possidente e negoziante Ottavio Manzoni, Battista Pighetti, Giuseppe Turina, che tentò invano con altri di fuggire, Giuseppe Zane, probabilmente prete e Antonio Zocchi. Accolti con festa dai cittadini: si pronunciarono discorsi e poesie; il tipografo Righetti, in foglio volante, pubblicava la nota poesia dell'Arrivabene "La tomba di Sebenico ossia la Prigionia dei Patrioti Cisalpini" e discorsi pronunciarono il cittadino Domenico Bresciani, che al grido di "viva la repubblica" dava il ben tornato ai martiri degli austro-russi, e così pure il cittadino Gio. Battista Angeli comandante la piazza di Salò inneggiando a Bonaparte, tesseva un breve discorso. Per mesi poi non si verificarono fatti di rilievo. Sotto la Repubblica Italiana proclamata il 26 gennaio 1802, Salò sempre capoluogo dell'8° Circondario del Distretto del Mella, diventava sede di vice-prefettura e al contempo sede di un Tribunale giudiziario di "prima istanza". Nel frattempo venne aggregato a Salò il comune di Caccavero che riacquistò nuovamente, nel 1816, l'autonomia. Instaurato il 31 marzo 1805 il Regno d'Italia la notte dell'11 aprile (giovedì santo) per ordine governativo venivano atterrati l'albero della libertà e le insegne repubblicane. Fra le opere pubbliche più importanti realizzate in questi tempi si può segnalare nel 1802 la strada dei Tormini, mentre nel 1811 venne avviata sulle pendici occidentali del monte di S. Caterina, sul lato sud dell'insenatura del golfo, il nuovo cimitero in luogo di quello da secoli esistente presso il Duomo ma che troverà sistemazione solo a distanza di decenni. Tra continue difficoltà comuni ai tempi di crisi economiche e sociali non mancarono spiragli di apertura culturale. Nel 1810 sulle spoglie dell'Accademia degli Unanimi Agraria nacque l'Ateneo di Salò, una fra le più prestigiose istituzioni salodiane via via arricchitasi di una sede e di una biblioteca prestigiosa e animata da feconde iniziative. Con un decreto governativo del 18 novembre 1812 veniva istituito, in sostituzione di un corso completo di scuole sorte sotto l'egida della "Carità Laicale", il Ginnasio di Salò con tutti i privilegi dei Ginnasi di Stato.


Sconfitto Napoleone a Lipsia (16-18 ottobre 1813), Salò conobbe il 9 novembre 1813 una nuova occupazione degli austriaci. Infatti alle ore quattro di tale giorno un corpo di bersaglieri tirolesi (circa 200) entrò in Salò. I pochi gendarmi franco-italiani che vi stavano di presidio, dopo un vivo scambio di fucilate, si ritirarono verso Brescia: la città rimase in balìa di quei forsennati, che invasi i palazzi della Vice Prefettura e del Tribunale, si diedero a rubare e a distruggere senza pietà: i magazzini del sale e tabacco furono saccheggiati; le prigioni aperte. Il giorno dopo arrivarono da Brescia 400 gendarmi franco-italiani, dei quali 60 a cavallo, agli ordini del colonnello di linea Dordi: i Tirolesi assaliti, furono in parte uccisi, in parte fatti prigionieri; pochi riuscirono a fuggire per la via di Toscolano e per monti. La gendarmeria rimase a presidiare Salò. Mentre la guerra ristagnava, la Riviera e Salò rimasero in balìa di bande di tirolesi e di disertori. Uno scontro ebbe luogo il 1617 gennaio 1814. In esso i francesi catturarono un orefice di Salò in divisa di ufficiale austriaco che venne poi fucilato a Mantova il 2 febbraio seguente quando, il generale austriaco Stanissavlavic, inviato in Valtrompia con la sua brigata per scendere su Brescia, distaccò duemila croati e ungheresi che il 13 febbraio 1814 occuparono le posizioni di Tormini, Vallene e S. Caterina. Appresa la notizia, il vicerè Eugenio mandò sul posto il gen. Teodoro Lechi con la Guardia reale (altri sostengono che la comandò in persona). Il 16 febbraio, provenienti da Desenzano, cacciatori a piedi al comando del col. Peraldi al ponte delle Rive ingaggiarono un combattimento con gli austriaci che dovettero fuggire per la stradella rivierasca. Frattanto la flottiglia del Garda, comandata da Tempiè, interveniva efficacemente, fulminando gli austriaci in ritirata sulla strada della riva: tra Gardone e Maderno la loro retroguardia fu costretta a gettare le armi e a salvarsi per la montagna. Gli austriaci perdettero, in quella che venne chiamata la battaglia di Salò, 100 morti e 357 prigionieri, i francesi 22 morti e 62 feriti. Sopraggiunto il vicerè venne festeggiato con luminarie alle finestre di tutte le case e trovò alloggio in casa Vitalini. Ma per tutto febbraio continuarono scaramucce, scorrerie, devastazioni, ecc. mentre il 15 marzo la flottiglia francese si scontrava sul Garda con cannoniere austriache, fino a quando il 27 aprile Salò accolse 1500 austriaci provenienti dalla Riviera «incontrati, scrive un cronista, fino a Gardone dalla Municipalità e da molti possidenti, mentre tutte le campane delle chiese suonavano a festa. Alla sera arrivava il generale Bunden, e si faceva l'illuminazione della città e ricevimento solenne in Palazzo». Le "Memorie Grisetti" ricordano come il 4 luglio fu alzata in Salò sul frontone del Palazzo pubblico, l'Aquila imperiale; il 24 venne celebrato nella Cattedrale un solenne ringraziamento, e una pomposa processione percorse le vie della città coperte e drappeggiate come per la festa del Corpus Domini, con l'intervento della musica militare fatta espressamente venire da Brescia. Stabilitosi il 5 aprile 1815 il Regno del Lombardo Veneto, Salò con pochi altri centri ebbe una Congregazione municipale, i cui membri furono scelti per due terzi tra i possidenti e per un terzo tra gli industriali e i commercianti. I capi della Congregazione comunale, detti podestà, furono nominati dall'imperatore su proposta dei consigli comunali. Salò fu inoltre dichiarato capo del XIV distretto.


Anche Salò visse alcuni anni di angustie economiche, di epidemie, alla quale si accompagnò l'umiliazione di diventare commissariato distrettuale unito a quello di Lonato e di essere privato del tribunale giudiziario di prima istanza sostituito da una pretura di seconda classe. Tuttavia, come avveniva da secoli ormai, i salodiani tentarono di nuovo, anche con l'Austria, di affrancarsi da Brescia. Il 22 agosto 1818 infatti ricorrevano alla Congregazione Centrale di Milano presentando attraverso l'arciprete Vitalini e l'avvocato Amadei, avvalendosi di una voluminosa documentazione, la richiesta di far "risorgere" la Provincia di Salò, staccandola da Brescia "a cui non aveva mai appartenuto... se non negli ultimi quattro lustri". Ciò veniva smentito categoricamente dal cav. Clemente De Rosa e le richieste vennero accantonate. Anche senza indipendenza nella ripresa dopo l'epoca napoleonica Salò seppe di nuovo assumere posizioni di prestigio sia sul piano economico che culturale. Divenne di nuovo porto di ancoraggio e di notevole attività commerciale grazie ad una tenuta economica specie nella produzione di refi, seta, ecc. Migliorarono anche le infrastrutture per via terra: nel 1823 veniva costruita da Salò a Desenzano una strada attraverso Vallene e Cunettone. Nel 1844 su progetto di Rodolfo Vantini venne avviata la costruzione definitiva del cimitero. Un nuovo passo per il miglioramento dei trasporti si ebbe nel 1827 con l'avvio della navigazione a vapore con il piroscafo Arciduca Ranieri, sostituito nel 1834 da altro Arciduca Ranieri, costruito a Salò, della portata di 300 quintali, con macchina a cilindro fisso della forza di 18 cavalli. Caduto in mano dell'esercito sardo nel 1848, fu disfatto a guerra finita. Notevole sviluppo ebbe anche l'attività culturale. Già nel 1818, approvata il 15 agosto dal Governo, venne costituita con 38 bandisti e diretta da Pietro Signori la Società Filarmonica (poi banda musicale), definitivamente riconosciuta con uniforme e bandiera nel 1823. Singolare la presenza a Salò negli anni '20-'30 del sec. XIX di Carlo Goldoni puntuale ogni anno nel riscuotere il canone d'affitto di case di proprietà della madre. Nel 1830 veniva fondata in Salò una società di divertimento col titolo di Società del Casino, alla quale "ben presto aderiva, scrive il Solitro, la parte più eletta della cittadinanza". Ebbe la sua prima sede nella casa Rossini poi Lombardi; nel 1831, prese in affitto dall'Ateneo la maggior parte del palazzo proprietà dell'Ateneo stesso, e vi restò senza interruzione fino al 1886. Scioltasi in quell'anno, si ricostituì poco dopo nello stesso luogo col nuovo titolo di Circolo Salò che, in declino nei primi anni del sec. XX, rinacque nel 1912. Nel 1824 Giuseppe Bruni apriva una Scuola pubblica di strumenti ad arco. Suo fratello Francesco, a sua volta, nel 1838 apriva una sala di istruzione per le esercitazioni del contrabbasso e del violoncello. Assieme i fratelli diedero vita a Salò e a Toscolano ad un'orchestra che fu la prima filarmonica o banda di Salò. Un altro teatro sorgeva in Salò nella piazza Vittorio Emanuele in un fabbricato anticamente di proprietà dell'Accademia degli Unanimi, e perciò anche in seguito chiamato Accademia: fu trasformato in officina da legnaiuolo nel 1883. Anche la beneficenza non segnò il passo. Grazie al testamento del 16 ottobre 1831 di don Paolo Avrera, veniva fondata la Casa Ricovero Maschile che, affidata all'amministrazione dell'Ospedale Civile, cominciò a funzionare il 6 aprile 1849.


Mentre nella Riviera fu attiva, a quanto sembra, la Undecima Falange del Benaco e dal 1817 era particolarmente attivo nell'Isola di Garda il conte Luigi Lechi, a Salò furono pochissimi i sospettati di nostalgia napoleonica. Fra essi fu in prima linea, come sorvegliato speciale nel 1816, l'ex ufficiale napoleonico Domenico Grisetti. Il 24-25 luglio 1823 Salò accoglieva con fervore il vicerè di Lombardia che visitò il Duomo, il Collegio delle Salesiane, l'Orfanotrofio femminile, il Ginnasio e l'Ospedale "ove ammirò le nuove costruzioni". Per l'occasione la Società Filarmonica inaugurò la propria bandiera. Guido Lonati ha ricordato gli anni tristi che accaddero a partire dal 1836 iniziati con il colera che «imperversò, egli scrive, con violenza inattesa per cui vennero sospese le lezioni nelle scuole, le cerimonie nelle chiese, mentre torme di fuggiaschi invadevano strade e piazze». «In pieno maggio, scrive il Lonati, una nevicata abbondante aveva ricoperto le colline prossime al lago. Le campagne non davano frutto: malfattori d'ogni specie abusavano della pubblica sventura e saccheggiavano persino le chiese. Le industrie locali arenavano per mancanza di mano d'opera: il bestiame era decimato dalla -supina-; piogge dirotte avevano causato delle piene dannose e la morte di molte piante di agrumi. Solo nel 1841 parve che si preparassero tempi migliori: raccolto abbondante, olivi copiosi, vendemmia discreta. Non cessava però la piaga del malandrinaggio, e gli anni successivi non furono egualmente floridi di raccolti. Il 1° febbraio 1843 si inaugurava un servizio celere di corriera fra Gargnano e Brescia; il 23 novembre 1844 un nuovo tipo di battello veniva esperimentato sul lago. Il 12 settembre 1845 Salò ebbe la visita del vicerè che da Salò si recava fino a Gargnano. Ma in mezzo a questi avvenimenti non cessavano le società segrete di gettare i loro piani di riscossa, anche nella nostra regione, dove la mancanza di grandi centri, il difetto di rapide comunicazioni, una vigilanza accanita, rendevano difficile l'opera dei patrioti. Nei "Casini" che sorsero allora a Salò, a Riva, a Gargnano, a Toscolano, a Peschiera la classe più agiata e più colta aveva mezzo di procedere ad uno scambio proficuo di idee. A tutte queste cose non era estraneo il popolo».


Tuttavia sotto la cenere covava anche a Salò l'avversione all'Austria tanto che la Polizia austriaca andava sempre più sospettando l'esistenza di cellule patriottiche e nel 1846, il delegato provinciale di Brescia sospettava addirittura che Salò fosse uno dei centri di diffusione dei libri rivoluzionari provenienti dalla Svizzera e diretti verso le province di Mantova e Verona. Già nell'ottobre del 1847, in ogni angolo del paese, su ogni parete (uso le parole di un modesto ms. dell'epoca) in ogni contrada si trova scritto "W Pio IX", "Morte ai Tedeschi". Passano mesi colmi di attesa: spie e tirapiedi lavorano a casaccio, colpendo dove possono e quando possono. Gli echi della rivoluzione giunsero a Salò il 19 marzo. Il popolo «elettrizzato, scrive il Solitro, dalle notizie dei moti di Milano e di Brescia giunte in Salò, mosso da alcuni dei più giovani e arditi che da tempo aspettavano con ansia l'occasione di agire, si portò alla gendarmeria, e disarmò e fece prigionieri i gendarmi e i pochi soldati tedeschi che vi erano per rinforzo». Subito dopo si procedette alla formazione della guardia cittadina, di cui venne eletto comandante il capitano Domenico Grisetti. Il giorno seguente la città era ancora più agitata: le notizie dell'eroismo di Milano, delle rivolte di Brescia, di Chiari, di Iseo e di Valcamonica, diffuse rapidamente, infondevano nuovo ardire, nuove speranze in tutti. Le insegne imperiali furono atterrate. Venne subito formata la Guardia civica al comando del Grisetti. La notte del 22 marzo un drappello di circa 60 salodiani, comandato da Paolo Rossini, accorreva a Brescia per portarle soccorso ma al Budellone, tra Gavardo e Prevalle, dovettero ritirarsi sulle alture soverchiati dal reggimento austriaco Hohenlohe. Ma già il giorno appresso, 23 marzo, verso mezzogiorno, più di 200 rivieraschi si presentavano a Salò pronti ad armarsi per affrontare un corpo di austriaci che, ritiratisi da Brescia, si dirigevano ai confini. Lo scontro fu evitato a causa di un lasciapassare concesso dai deputati municipali di Brescia. Il giorno dopo, 24, un corpo nemico che abbandonava Brescia, si avvicinava a Tormini. Salò, in allarme, manda Carlo Filippini e G.B. Bellini ai nemici per smentirne le intenzioni. È un corpo d'armati che si ritira per Valsabbia verso il Caffaro. Tuttavia l'allarme si propaga. Ancora dopo la mezzanotte le campane suonano a martello in tutti i paesi vicini e dappertutto si ergono barricate. Il 25 una schiera di bresciani con a capo Vittorio Longhena tenta un colpo di mano su Peschiera e vi cattura il generale Schönnalz. Nell'evolversi degli avvenimenti il 2 aprile dagli 800 ai 1000 austriaci provenienti da Desenzano esigettero denari e vitto dal Municipio, dopo aver saccheggiato il magazzino di sali e tabacchi, allontanandosi al sopraggiungere delle compagnie di volontari di Manara e di Sedaboni. Nei giorni seguenti dopo la vittoria di Goito (8 aprile) Salò divenne luogo di raccolta di volontari fra i quali 200 cremonesi che avevano quale portabandiera una donna: Elisa Beltrami, decisi a tentare un'azione sul Trentino. La sera, saputo che la Legione Manara avanzava da Gavardo, i saccheggiatori si ritiravano verso la Raffa dirigendosi a Desenzano. Infatti il giorno dopo la Legione Manara, combinando la marcia coi valsabbini del Sedaboni e con 800 volontari dell'Arcioni si portava a Salò, catturando anche due vaporetti, il "Benaco" e l'"Arciduca Ranieri" e cacciando il nemico fino a Desenzano. In tante traversie la città dovette affrontare spese senza fine (valutate sulle 80 mila lire austriache) per il vettovagliamento di truppe e contribuzioni varie, ma soprattutto Salò diede, scrive il Solitro, «esempio ammirabile di patriottismo e di carità, coll'attivare ospedali pei feriti, col provvedere vestiario e raccogliere danaro pei bisognosi, in tutti i modi prestandosi a sollevare le miserie di chi esponeva la vita per la libertà della patria». In Salò infatti oltre a ricoveri di emergenza nel 1848 funzionò un ospedaletto di 15 letti. L'impegno espresso dai salodiani in queste opere di assistenza venne lodato ampiamente il 28 maggio dal gen. De Schönnalz, comandante il II corpo d'armata. Sconfitti il 25-26 luglio i piemontesi a Custoza, Salò fu di nuovo coinvolta in azioni militari e in quello che venne chiamato il "combattimento di Salò". Mentre il gen. Durando, onde alleggerire la pressione degli austriaci su Peschiera, mandava una colonna di volontari, di un migliaio di uomini al comando del col. polacco Kamienski verso Lonato; contemporaneamente il gen. Haynau, comandante il corpo d'assedio, disponeva che una colonna austriaca agli ordini del Vogel occupasse Salò per togliere così ai vapori piemontesi ogni possibilità di rifornire Peschiera. Un battaglione di cacciatori, mezzo squadrone di cavalleggeri, una batteria di racchette e due cannoni, agli ordini del ten. col. Favacourt, da Desenzano doveva proteggere la spedizione. Ma il Favacourt, venendo a conoscenza che Salò era sgombra, senza aspettare la colonna Vogel volle accertarsene: vi spedì una compagnia ed un'altra la inviò per Carzago verso Gavardo, lungo il Chiese. Quest'ultima compagnia urtò verso le ore 10 nella colonna dei Volontari, e dopo vivo e breve combattimento fu costretta a retrocedere su Lonato e poi su Desenzano. I Volontari, giunti a Lonato, si apprestavano a sostare quando udirono un vivo fuoco di fucileria in direzione della strada di Desenzano: erano le avanguardie della colonna Vogel. La legione polacca si gettò energicamente contro le linee austriache e costrinse il Vogel a chiamare altre due compagnie a rincalzo. I Volontari, allora, perduto nel combattimento il Kamienski, non osarono di ritentare l'attacco ed il maggiore Manara ordinò la ritirata, che fu molestata dagli austriaci. Tre giorni dopo, il 9 agosto, il generale Salasco firmava l'armistizio che confermava il possesso della Lombardia all'Austria e il 16 agosto, festa di S. Rocco, un corpo di austriaci e di boemi, comandati da un capitano di nome Schiily entrava a tamburi battenti in Salò, che si trovò a sborsare circa 8000 lire austriache come spese di guerra. Mentre negli stessi mesi, in difesa di Roma, il salodiano Carlo Laffranchi si batteva, a Salò la polizia austriaca denunciava fin dal 1851 undici assenti, illegalmente riparati prevalentemente in Piemonte fra i quali Andrea Cattaneo, Luigi Paolo Ficca, Giov. B. Bazzani, Carlo Vitalini. Nel frattempo Salò con la Riviera dovette affrontare anche una massiccia presenza di disertori. Nello stesso agosto, infatti, a Renzano, presso Salò, avveniva un conflitto tra gendarmi e pochi disertori nel quale restava morto l'oste del paese. A Salò il 13 agosto di sera, nel Borgo di mezzo, una pattuglia faceva fuoco contro alcuni inermi giovanotti che cantavano; uno di questi, certo Francesco Rossi, cadeva mortalmente colpito. Inoltre Salò veniva coinvolta nell'attività del Partito d'Azione, in particolare nel tentativo di far insorgere il Veneto contro l'Austria attraverso comitati locali. Il decennio dal 1849 al 1859 passò sotto il segno di una crescente crisi economica denunciata come drammatica dal commissario distrettuale nel 1854 e che il colera del 1855 aggravò. Nonostante tutto ciò, verso la metà del secolo vi era chi scriveva: «Salò più che di un borgo ha l'aspetto di una città cosi per l'eleganza de' suoi edifizi, la pulitezza delle strade, l'ampiezza delle piazze, come per la qualità della popolazione ed i comodi che vi si trovano». Fermenti non mancavano in campo economico. Già si prospettavano esigenze di infrastrutture e si incominciava a far sempre più viva l'esigenza di creare linee di trasporto fra le quali un tronco della ferrovia Rezzato-Tormini-Vestone-Tirolo. Né mancava la volontà di progresso civile e sociale ed è certo significativo che al tramonto del dominio austriaco, il 1° gennaio 1859 nascesse proprio a Salò una delle prime Società operaie di Mutuo Soccorso. Pochi mesi dopo una nuova guerra, scoppiata il 29 aprile 1859 fra Francia, Piemonte e Austria, doveva segnare la fine del dominio austriaco che Salò registrò il 17 giugno con l'arrivo di Nino Bixio con un corpo di Cacciatori delle Alpi garibaldini, seguito, il 18, da Garibaldi che prese alloggio all'albergo Sirena. Il fatto richiamò l'attenzione non certo gradita degli austriaci. Infatti in quel mattino si presentò, sbucando dietro l'isola Lechi, il piroscafo da guerra austriaco "Taxis", con i cannoni da bordo puntati verso la costa seminando il più grande spavento fra gli abitanti. Ma, scambiati alcuni colpi con l'artiglieria della Brigata si allontanò. Ritornò il pomeriggio seguente sempre più minaccioso. Ma nel frattempo erano state costruite postazioni di artiglieria sia da parte di Cialdini che da parte di Garibaldi che lo accolsero a cannonate mentre da parte loro i carabinieri genovesi, al comando di Nino Bixio, disposti a monte S. Alessandro, gli aprivano addosso nutrite scariche di fucileria. Colpito da due poderosi obici, dopo aver girato tre volte su se stesso, il battello tentò la fuga, ma ormai spacciato, andò ad affondare dietro la punta di S. Vigilio. Convinto che gli austriaci avessero requisito le barche della sponda bresciana, Garibaldi si era fatto portare barche dai laghi di Como e d'Iseo. Con sua sorpresa, trovò che gli austriaci non avevano né requisito, né distrutto le barche della riva bresciana. Però dovette rinunciare all'avanzata lungo il lago, perché il comando supremo ordinò alla divisione Cialdini e alla brigata dei cacciatori che era stata unita a questa, di occupare la Val Sabbia, la Valcamonica e la Valtellina per prevenire un temuto attacco austriaco dal Trentino.


Come nel 1848 anche nel 1859 pronta fu la risposta di Salò nell'assistenza ai feriti della battaglia di S. Martino e Solferino. Fin dal mattino del 24 giugno, appena scoppiato lo scontro fra gli eserciti, da Salò partivano quattro medici "per la pronta assistenza ai feriti". Il 25 giugno la città era invasa da un gran numero di feriti. Garibaldi, in uno dei suoi progetti per liberare il Veneto, puntò nel luglio 1859 su Salò. Ad attuare il suo disegno aveva requisito a Salò e in Riviera tutte le barche che l'austriaco fuggitivo vi aveva lasciate, e inoltre combinato coi battellieri del Chiese a Gavardo, il trasporto sul lago di tre di quei barconi. «Quali capitani all'audacissima impresa aveva destinato, come scrive il Solitro, Bixio, Ansaldi e Rossi. Ma l'ardito concepimento e le rosee speranze furono sul cominciare troncate dall'ordine che improvvisamente gli venne di abbandonare col suo corpo Salò e di portarsi in Valtellina. Da quel giorno nessuno più vide sorridere il Generale». Nelle operazioni militari del 1859 caddero due salodiani, Giovanni Ferremi e Angelo Turina. Firmata la pace di Zurigo (10 novembre 1859) ricominciarono le emigrazioni e Salò divenne un capoluogo di circondario e sede di Sotto Prefettura, comprendendo i mandamenti di Salò, Gargnano, Preseglie, Vestone e Bagolino. Intanto continuava la partecipazione alle vicende militari e politiche. All'impresa dei Mille parteciparono Giovanni B. Botticella (1834-1860), che aveva già combattuto fra i cacciatori delle Alpi nel 1859 e cadde nella presa di Palermo; Enrico Augusto Richiedei (1833-1860) pur egli già cacciatore delle Alpi nel 1859 e caduto nella presa di Palermo. Fra i primi riconoscimenti al ruolo di Salò fu l'erezione l'8 giugno 1861 per merito del ministro Raffaele Conforti, al quale Salò dedicherà per riconoscenza una via, di un Tribunale giudiziario. Il 9 febbraio 1862 Garibaldi veniva proclamato presidente onorario della Società Operaia di Mutuo soccorso di Salò. Nel marzo seguente veniva aperta una sottoscrizione per costituire una società del Tiro a segno chiamata "Carabinieri del Garda". Presidente Garibaldi, essa aveva come scopo di "addestrare i cittadini al tiro delle armi di fuoco" in vista delle guerre di liberazione del Veneto. Né mancavano iniziative sociali: nel 1865 per iniziativa dell'avv. Alfonso Magera si costituiva la Società filodrammatica dei bambini tesa a fondare un asilo d'infanzia. Alle prime avvisaglie di un nuovo conflitto Salò diventava agli inizi del 1866 sede di un Comitato di Azione per sostenere una ventilata impresa insurrezionale in Dalmazia che aggirasse alle spalle l'Austria. Scoppiata poi la guerra, Salò e la Riviera assunsero nelle intenzioni di Garibaldi e dello stesso Governo particolare importanza tanto da costituire un perno essenziale di colpi di mano alle spalle del nemico accampato nel Quadrilatero e come testa di ponte per invadere il Veneto. Con questa intenzione Garibaldi, incaricato dell'impresa, giunse a Salò alle 6 pomeridiane accolto con entusiasmo dalla popolazione prendendo alloggio all'albergo che sorgeva a fianco dell'Orologio della Piazza. Spintosi il giorno dopo a visitare la flottiglia e le batterie, dovette subito constatare l'inadeguatezza loro ad ogni impresa anche a confronto degli armamenti del nemico. A Salò comunque Garibaldi pose in casa Zampiceni, trasferendosi poi in casa Bruni, il suo quartiere generale e il comando della flottiglia, mentre i Garibaldini vennero acquartierati un po' dovunque nel Palazzo Martinengo dove ricoprirono di scritte ogni muro libero e pescarono dalla fontana quasi tutti i pesci rossi. Con questa presenza Salò andò acquistando per la durata della guerra una grande importanza sia perché epicentro delle operazioni garibaldine in Valsabbia e sul Garda, sia per la ripetuta permanenza di Garibaldi, fino al 6 ottobre, e del suo seguito, nel quale si distingueva il figlio diciannovenne Ricciotti. Nel golfo Garibaldi concentrò tutte le barche del litorale da Limone a Sirmione e vi stanziò il 2° Reggimento agli ordini dello Spinazzi. Da Salò prima ma specialmente dopo la battaglia di Custoza (24 giugno 1866) Garibaldi dovette far fronte a ripetute offensive della flottiglia austriaca per respingere una temuta invasione del nemico per lago e per terra. Allarmi in proposito si sparsero il 27 e il 29 giugno. Della difesa di Salò venne incaricato prima il col. Giacinto Bruzzesi e poi il gen. Giuseppe Avezzano. Tuttavia Salò non soffrì attacchi che toccarono invece specialmente Gargnano. Alla guerra del 1866 Salò sacrificò tre caduti: Pietro Baruzzi, Scipione Bulgarini, Battista Landi; nell'occupazione di Roma del 1870 cadde Carlo Turini.


Come scrisse Giuseppe Solitro «dopo il 1866 la regione (cioè la riviera gardesana) già da parecchi anni in condizioni materiali difficili, restò quasi ignorata e straniera in Italia». Tuttavia grazie ad una congiuntura economica favorevole ed alla presenza di una burocrazia (essendo Salò sede di circondario, tribunale, sottoprefettura, archivio notarile, ecc.) si andò consolidando una classe liberale di orientamento democratico zanardelliano assieme ad associazioni di prestigio da essa dominate. Si rafforzò infatti la Società di Mutuo Soccorso, nacque nel 1866 la Società del Casino, nel 1867 l'Associazione del Tiro a Segno, che nel 1884 veniva costituita in Società, e la Società dei reduci delle Patrie Battaglie. Nel 1869 veniva fondata la Banca Popolare. Nel 1871 sorgeva un comitato per la costruzione della linea ferroviaria Salò-Lonato, Castiglione-Mantova e di un'altra Salò-Riva-Trento che non fu mai realizzata. Numerose le opere che si andarono accumulando soprattutto negli ultimi decenni dell'800: nel 1879 veniva aperto fuori porta Carmine nell'ambito dell'allargamento e della sistemazione della provinciale nel tronco Salò-Gardone il bel passaggio di Viale Regina Margherita. Il 15 giugno 1881 venne realizzato il primo tronco tramviario Brescia-Gargnano che fu il proseguimento del tratto Brescia-Salò e che verrà completato fino a Gargnano solo l'11 dicembre 1922. Nel 1883 veniva progettato il tronco Tormini-Cunettone-Vallene. Nel 1885 veniva ricostruito e ampliato il palazzo dell'Ateneo, si procedette all'allargamento nel 1887 di via Garibaldi (già borgo Belfiore), nel 1886 per far spazio alla tramvia veniva costruita la via esterna dal Pontone al Carmine e nel 1891 la circonvallazione delle Fosse per permettere ancora il tracciato del tram. Anche l'assistenza e la beneficenza trovavano nuovo modulo di presenza.


Nel 1866 nasceva, per impulso del Comune e con l'uso gratuito dell'edificio di proprietà della "Carità laicale", uno dei primi ASILI INFANTILI, dedicato, nel secolo successivo, a Odoardo e Annamaria Bravi. Nel 1876, grazie ad un lascito in data 16 gennaio 1874 di Francesca Leonardi ved. Rini, venne fondata la CASA DI RICOVERO FEMMINILE amministrata dall'Ospedale Civile sia pure con distinti patrimoni. Nel 1879 la Casa di ricovero veniva provvista del suo statuto. Con lo statuto adottato a partire dal 19 dicembre 1877, l'Ospedale ricoverava «dietro corresponsione di una diaria, gli infermi poveri di ambo i sessi a qualsiasi altro comune piacesse di far ricoverare nel Pio Luogo», tranne che per gli «individui maniaci e deliranti, cui è vietata l'accettazione». Potevano godere della «cura gratuita gli infermi poveri di ambo i sessi appartenenti alla parrocchia di Fasano», grazie al sostanzioso lascito di Antonio Toblini, mentre per la prima volta trovavano accoglienza anche «i bambini tanto legittimi che illegittimi, che vengono ad esso presentati» provvedendo al trasferimento presso il Brefotrofio di Brescia. L'ospedale creava anche una sala-museo delle "IMBALSAMAZIONI LAPIDEE" inventate dal dott. Gio. Battista Rini e lasciate all'istituzione con testamento del 12 agosto 1856. In progresso anche l'istruzione pubblica. Nel 1870 in sostituzione del secolare Ginnasio, il Comune apriva una SCUOLA TECNICA che, parificata più tardi alle regie, continua frequentatissima; nel 1884 riapriva l'antico COLLEGIO MASCHILE, decaduto nei mutamenti politici del 1859 pel distacco del Trentino dal nuovo Regno, ma da alcuni anni rifiorente. Nasceva inoltre una SCUOLA SERALE DI DISEGNO che, diretta dal prof. Saverio Pollaroli insegnante della Scuola Tecnica coadiuvato dal pittore Carlo Banali, veniva nel 1888 trasformata in una vera "Scuola d'arte applicata alle industrie" poi intitolata a Romualdo Turrini, premiata già nel 1896 all'Esposizione di Palermo per i mobili imitanti l'antico da essa prodotti. Nel 1906 verrà dichiarata "regia". Tale scuola nel 1923 ridivenne comunale. Si trasformò poi in Scuola d'arte applicata all'industria "Romualdo Turrini" e in seguito in Scuola serale di istruzione tecnica. Una novità singolare fu costituita nel 1877 dalla fondazione dell'OSSERVATORIO METEOROLOGICO. L'avvertenza consolidata di costituire un territorio sismico e lo sprofondamento nel lago avvenuto il 26 marzo 1874 di alcune case poste sulla riva consigliarono nel 1889 la fondazione presso l'Osservatorio meteorologico da parte del prof. Pio Bettoni di un OSSERVATORIO GEODINAMICO O SISMICO.


Nel 1890 la chiesa di S. Giustina da tempo ridotta a magazzino veniva trasformata in un fabbricato ad uso delle scuole secondarie. Venivano inoltre sistemate le case di riposo maschile e femminile. Sviluppo aveva anche l'Ateneo che nel 1891 rendeva pubblica e circolante la propria biblioteca, notevolmente accresciuta nel 1890 con quella generosamente legatagli dal sig. Domenico De Rossini. Segno del rilancio sociale e culturale è senz'altro il TEATRO SOCIALE, costruito su primaria iniziativa dell'ani. Luigi Pirlo su progetto dell'arch. milanese Achille Sfondrini (Milano 1836-1900) che al suo attivo progettò poi il Teatro Costanzi di Roma (1878-1880), il Teatro Lirico di Milano (1894) e il Colon di Buenos Aires. Copia in piccolo del Manzoni di Milano il Teatro Sociale venne inaugurato il 1° novembre 1873 con il "Rigoletto" di Verdi. Ceduto nel 1905 alla Società Benacense Elettricità verrà da essa il 26 marzo 1907 donato al Comune.


Singolare, specie nella seconda metà del sec. XIX, la fama del carnevale di Salò con corsi mascherati, carri, balli, tombole, vaudevilles ecc. Se ne tenne anche fuori del periodo fissato e addirittura in agosto. Durò, salvo qualche interruzione, fino al 1972 e ritornò poi nel 1982 su iniziativa del gruppo Tresanda Storta. Dopo alcuni anni di influenza di un liberalismo generico, e genericamente patriottico nel quale si riconoscono anche alcuni sacerdoti che appoggiano la fondazione della SOCIETÀ DI MUTUO SOCCORSO, della BANCA POPOLARE, si andò negli anni '70 formando una corrente liberale democratica di decisa influenza zanardelliana che ebbe i suoi esponenti in un gruppo di avvocati particolarmente attivi quali Luigi Pirlo e che espresse deputati quali Bernardo Maceri, Girolamo Cantoni, Giuseppe Zanardelli, Ludovico Bettoni, Francesco Glisenti, Giovanni B. Visentini e Giovanni Quarena. Peso consistente sempre di orientamento zanardelliano ebbe sulla vita politica amministrativa e sociale la Società del Circolo degli Amici fondata nel 1877 (Statuto, Salò tip. Pirlo, 1877) e diventata poi dal 1891 con nuovo statuto "Circolo di Salò" (Statuto, Salò tip. Devoti, 1891) il quale nel 1905 si diede un nuovo statuto (Salò, tip. Devoti, 1905). Ad un timido risveglio dei cattolici si assistette nel 1890. Essi promuovevano la SOCIETÀ FEDERATIVA CATTOLICA DI MUTUO SOCCORSO, la quale nel 1904 raggiungerà i 158 soci. Moderati e cattolici ingaggiarono alcune accese battaglie fra le quali nell'ottobre 1892 quella sul trasferimento ritenuto "politico" dell'ispettore scolastico prof. Paroli. Nel novembre 1893 faceva la sua comparsa, per iniziativa di Pietro Zane, il CIRCOLO DEMOCRATICO RISVEGLIO di ispirazione socialista, il quale verrà contestato il 18 gennaio 1894 da una trentina di persone con fiaccole al grido "Abbasso il socialismo! Viva Savoia!".


Verso la fine del secolo i maggiorenti salodiani andarono sempre più orientandosi verso una linea moderata, interpretata soprattutto dagli avv. Claudio e Donato Fossati (padre e figlio), e dall'influenza del conte Francesco Bettoni Cazzago e del sen. Pompeo Molmenti, trapiantatosi da Venezia in Riviera. La lotta politica è sempre più calda. Il partito zanardelliano sempre più vivace, guidato dall'avv. Gritti, si andò sempre più rafforzando. Una circolare dell'agosto proclamava che gli aderenti ad esso avrebbero votato anche per il diavolo piuttosto che per Molmenti. Ma Molmenti vinse poi le elezioni e continuò a vincere fino al 1913. Nello stesso anno una serie di lapidi poste sotto la loggia del PALAZZO DI GIUSTIZIA, inaugurato il 20 settembre 1895, sembrano riassumere un periodo storico. Sulla prima, dedicata a Vittorio Emanuele, è scolpita la seguente inscrizione: «Non siamo insensibili al grido di dolore, che da tante parti d'Italia si leva verso di noi», seduta reale 10 gennaio 1859. Nella seconda, dedicata a Camillo di Cavour, si legge: «Roma, Roma solo deve essere la capitale d'Italia», tornata parlamentare 25 marzo 1861. Sulla terza, dedicata a Giuseppe Garibaldi, è scritto: «Italia e Vittorio Emanuele», 5 maggio 1860. Sulla quarta, dedicata a Giuseppe Mazzini, sono scolpite le seguenti parole: «Dio e Popolo - Pensiero ed azione», 1831.


Nel 1880 veniva lanciato un "Progetto di statuto della Società Lago di Garda" (Salò, tip. Conter) avente come scopo la promozione economica di Salò e della Riviera. La Società si diede uno Statuto definitivo nel 1886. Fino al 1885 il servizio di navigazione era ridotto ad una sola corsa, e due sole corse quotidiane compivano le vetture dell'impresa Mazzola tra Brescia e Salò. Mentre si andarono, negli anni seguenti, moltiplicando i servizi di lago, nel 1887 una Società belga attivava, su progetto dell'ing. Giovanni Quarena, la linea tramviaria Tormini-Salò di circa nove chilometri arrestata nel 1891 a Piazza Fossa e poi continuata fino a piazza Carmine.


Nel 1890 si costituiva una "Società anonima per l'illuminazione elettrica Salò-Gardone Riviera" e l'anno seguente la luce illuminava edifici e case pubbliche. L'esempio di Luigi Wimmer a Gardone che erigeva un grande albergo, fu seguito anche da Salò con la nascita di alberghi e ville. Bellissimo era ritenuto Hotel Salò dovuto all'iniziativa dei proprietari Triaca e Guastalla e presso il quale vi era uno Stabilimento balneare per la cura dell'acqua. Strade, viali fecero il resto, tanto che già nel 1890 erano visibili i segni di risveglio edilizio. Nel 1897 il Solitro scriveva: «A migliorare le condizioni edilizie di Salò cooperarono nello stesso tempo i cittadini ristaurando e abbellendo le proprie case, e i commercianti ampliando e rimettendo a nuovo i loro negozi e magazzini con eleganza di grande città; nel mentre stesso che a case e ville suburbane e giardini, sorgevano a popolare le rive del lago e le più facili colline». Anche grazie al giovane sindaco, avv. Paolo Gritti, Salò potè godere di acqua grazie a due fonti, situate in territorio di Renzano, con condutture poste, su progetto dell'ing. Arrigo Arrighi, per iniziativa della società anonima "Acqua potabile" formatasi il 1° dicembre 1893. Ancora nel 1895 venne costituita una Società per azioni fra alcuni cittadini per una fabbrica di ghiaccio artificiale alimentata da un motore elettrico. Nel 1896, per iniziativa soprattutto di Battista Amadei, veniva fondato il Comitato di cura climatica di Salò e Gardone «avente per scopo di facilitare in ogni modo la permanenza in città dei forestieri che vengono a svernare qui sulle rive del lago, promuovendo lavori di pubblico decoro, come passeggi ombreggiati, sedili pubblici, manutenzione di strade». «Il concorso degli stranieri, scriveva il corrispondente da Salò de "La Provincia di Brescia" il 1° aprile 1900, che trovano il preferito soggiorno nella nostra riviera ha preso un enorme sviluppo». Nel 1900 veniva progettata la continuazione del passeggio da Salò a Gardone.


Anche lo sport già verso la fine dell'800 ebbe notevole sviluppo, specie quello acquatico. La piena riuscita delle regate di barcaiuoli nel golfo di Salò nel 1891 sollecitò l'istituzione della SOCIETÀ CANOTTIERI che si costituiva nel settembre dello stesso anno la quale, sul modello delle altre d'Italia, raccolse adesioni in tutta la Riviera e assunse la denominazione di "Canottieri del Garda". Già nel 1892 sotto la sua insegna si tennero le regate di campionato del Rowing-Club italiano ripetute poi a Salò nel mese di settembre degli anni 1893, 1895, 1896, ecc.; in aprile, regate sociali a Gardone Riviera; nel 1893 in febbraio a Peschiera, in luglio a Desenzano, nel 1897 in aprile a Gardone Riviera.


Una seria parentesi a tale sviluppo fu il terremoto con quattro scosse avvertite dalle 15.55 del 3 ottobre 1901 con case crollate o gravemente lesionate ed una popolazione terrorizzata. Fra i ripetuti episodi di terremoto che l'avevano preceduto e quelli che seguirono (3 aprile 1911) fu quello più grave. Eppure costituì per Salò un'occasione quasi unica di rilancio edilizio ed urbanistico. Grazie, particolarmente, al sindaco Marco Leonesio e all'intervento dell'on. Giuseppe Zanardelli. Una legge del 18 agosto 1902 accordava la stesura di un piano regolatore e di ampliamento e i mezzi necessari per l'esecuzione. In base a ciò il 18 ottobre 1902 veniva varato un programma edilizio che l'ing. Tobia Bresciani e Luigi Tognoli approntavano. Esso fu rivisto poi e approvato da una commissione composta dall'arch. Antonio Tagliaferri, dagli ingg. Eugenio Comboni e Domizio Panini. Vennero così, in poco tempo, ricostruiti il lungo lago e il palazzo municipale; segui poi (marzo 1904 settembre 1905) lo sventramento e il risanamento del vecchio quartiere di S. Antonio, fu avviata la costruzione del viale dei colli completato nel 1912. Vennero inoltre ricostruite le case private lesionate e riparato e restaurato il Duomo. Al ripristino del palazzo comunale lavorarono i pittori Carlo Banali, Giovanni Verenini, Angelo Landi di Salò, Giuliano Volpi di Lovere, l'intagliatore Giacomo Manovali. Inoltre venne inaugurato il monumento a Zanardelli di A. Zanelli e vennero poste lapidi a ricordo di Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi e dell'avv. Marco Leonesio morto nel 1906. L'imponente mole di opere venne inaugurata l'8 agosto 1906 mentre l'8-9-10 settembre si tennero grandiose manifestazioni: illuminazioni, esposizioni di strumenti ad arco, pubblicazioni, concorsi bandistici, regate, banchetti ecc.


All'orgoglio delle opere pubbliche realizzate non poteva non accompagnarsi quello mai sopito della Magnifica Patria che venne espresso nel volto dell'atrio del nuovo palazzo municipale in un grande affresco del salodiano Angelo Landi raffigurante Venezia in una donna assisa su drappi e arazzi con accanto il Leone di S. Marco mentre il Tempo sotto l'aspetto di vegliardo, impugna la falce inesorabile della fine e il carro del progresso sorge dall'altro lato come verso la Riviera nelle vesti di una giovane donna sorridente. Assieme alle opere pubbliche decollavano nei primi anni del secolo attività economico-sociali. Nel 1905 veniva fondata la CATTEDRA AMBULANTE DI AGRICOLTURA CIRCONDARIALE comprendente i mandamenti di Salò-Gargnano, Preseglie e Lonato; nel 1907 la SOCIETÀ ANONIMA PER L'INDUSTRIA DEL GAS di Augusta in Baviera costruiva, in via Pietro di Salò, una officina del gas. Nel 1913 l'ex caffè Pochetti veniva trasformato in sala d'aspetto del tram. Lo spirito associativo stesso trovava nuove espressioni. Nel gennaio 1907 veniva pubblicato il progetto di statuto per la società PRO BENACO avente come scopo di promuovere opere pubbliche e servizi sociali e nel 1908 veniva costituita la SOCIETÀ DEGLI ESERCENTI, INDUSTRIALI E COMMERCIANTI. Sempre agli inizi del secolo si ravvivava la vita culturale. Analogamente ad altri grossi centri nascevano a Salò il COMITATO DELLA DANTE ALIGHIERI (5 febbraio 1902), il CIRCOLO FILOLOGICO (sotto la presidenza del prof. Vittorio Bono). Riprendeva vita inoltre il Teatro Sociale con ricchi programmi di esecuzioni di opere liriche, di commedie. Teatro che verrà nel 1912 completamente rinnovato e riaperto in novembre con un riuscitissimo Rigoletto. Le cronache del tempo sono del resto ricche di veglioni. Sul piano scolastico nel 1906 veniva aperto il nuovo COLLEGIO DELLE ORSOLINE. Nel 1906 nasceva come sezione della Giovane Salò la SCUOLA DI CANTO M.E. BOSSI, diretta dal M° Arturo Baronchelli; nel 1907 la scuola d'arte diventava "Regia scuola serale applicata all'industria"; nel dicembre 1908 veniva costituita la nuova biblioteca circolante "Nicolò Tommaseo".


Nel frattempo si andava sempre più ravvivando la vita sociale che trovava espressione anche in numerosi veglioni di beneficienza organizzati nel Teatro Sociale da apposite società, nel fastoso carnevale e in altri divertimenti. Anche l'assistenza e la beneficienza compivano nuovi passi. Il 18 giugno 1910 il Consiglio Provinciale riformava lo statuto dell'Opera Pia Fantoni. L'11 dicembre 1912 veniva inaugurato nell'ospedale un nuovo reparto chirurgico. Intanto nuovi fermenti si manifestavano sul piano politico-amministrativo. Nel 1905 l'alleanza tra cattolici e moderati portava in Consiglio provinciale l'avvocato Donato Fossati mentre andava rafforzandosi una fronda di contestazione rappresentata da un gruppo di piccolo-borghesi e artigiani che si contrapponevano con denunce delle "Magagne" di Salò ai "signori" detti del "cadinù". Aspri attriti nascevano in quel periodo. A volte in manifestazioni violente, come quella accaduta la notte della domenica 14 gennaio 1906 quando per la imposta chiusura dell'osteria "Cristianelli" alcuni giovanotti "non immuni di censura" ebbero un violento scontro con i carabinieri. Andava invece declinando ormai il partito zanardelliano nonostante i tentativi di sopravvivenza. Nel 1908, infatti, una commissione composta dagli avvocati Gabriele Leonesio, Domenico Tebaldini, Pietro Zane, Giuseppe Erculiani, Angelino Dossena, Carlo Visentini si pronunciava in nome della suprema necessità di affermare il principio anticlericale..." per il blocco popolare e per la candidatura del conte Scipione Borghese. Nel 1910 gli zanardelliani, specie per iniziativa degli avvocati Leonesio, Pietro Zane e Domenico Tampalini tentarono di far fronte alla crisi del partito sempre più ormai superato dai cattolico-moderati. Il 28 agosto venne approvato lo statuto del Circolo Democratico Salodiano, al quale aderirono una settantina di soci. Si andava invece rafforzando la presenza dei cattolici specie grazie alla Giovane Salò che dal 1908 si fece sentire sia nella vita politica, che amministrativa e culturale. A ricordo dei caduti nelle guerre di Africa (Gerolamo Pippa, Bernardo Scioli, Bortolo Simoni, Enrico Tiziani caduti a Adua nel 1896) e a Lorenzo Ebranati caduto a Derna (Libia) nel 1912, venne inaugurata il 22 giugno 1913 una lapide nel recinto del cimitero.


All'approssimarsi della guerra e dopo la dichiarazione della stessa, a Salò fiorirono associazioni e comitati come quello della Croce Rossa, il Comitato di assistenza civile alle famiglie di militari in armi, l'Ufficio Notizie, l'Ufficio di interessamento dì assistenza e propaganda nazionale, il Comitato Mandamentale per la lavorazione di indumenti militari, l'Ufficio Profughi, ecc. Per iniziativa del Comitato Croce Rossa venne aperto un Ospedale della Croce Rossa collocato nel Collegio delle Orsoline e ritenuto uno dei migliori della plaga, il quale già nel maggio 1916 aveva disponibili 68 letti con tre suore, e numerose visitatrici. Fra i medici si distinse particolarmente il dott. Marco Vitalini. Nel novembre 1915 veniva aperto l'Ospedale civile che era considerato l'Ospedale militare di riserva. Nel 1917 veniva aperto il Ritrovo del soldato. Salò diede 85 caduti e subì direttamente i disagi della guerra. Il 21 febbraio 1916 un'incursione aerea da parte di una squadriglia austriaca, composta da 12 velivoli, benché contrastata da aerei italiani, riusciva a sganciare bombe di cui una cadde nel giardino della Sottoprefettura ferendo a morte l'usciere. Nel febbraio 1922 veniva soppresso il Tribunale e nel 1923 la Sottoprefettura. Tuttavia non mancarono opere di un certo rilievo quali la costruzione del nuovo edificio delle scuole elementari "Cesare Battisti" e la costituzione della scuola di avviamento al lavoro annessa al corso popolare. Nel primo dopoguerra manifestò la sua presenza anche il movimento sindacale. Tra l'altro l'Unione del lavoro (cattolica) accolse l'adesione di tutti i lavoratori della Cedrinca, ottenendo nel 1921 successi contrattuali. L'8 novembre 1922 veniva inaugurato un edificio destinato a sede del Patronato scolastico e della refezione scolastica. Nel giugno 1922 si rinnovava il corpo bandistico con 85 strumenti. Salò ebbe inoltre rinomanza per la presenza nella vicina Gardone di Gabriele D'Annunzio che l'8 ottobre 1922 patrocinava una gara di canottaggio per 8 di punta con timoniere: la coppa intitolata a D'Annunzio stesso perché da lui promossa. Nella stessa occasione si tennero le regate nazionali organizzate dalla Società Canottieri con trofeo commissionato dallo stesso D'Annunzio allo scultore Renato Brozzi. D'Annunzio saluterà Salò come "Città del Benaco - Salò di Gasparo" e ogni anno interverrà alla messa in suffragio della madre nel Duomo di Salò da lui definito "degno d'ogni più alta cerimonia".


La vita amministrativa e politica fu dominata anche nel Dopoguerra da alcuni esponenti della classe liberale moderata e dal Partito Popolare Italiano la cui sezione venne fondata il 16 marzo 1919 fra le prime nel bresciano, per iniziativa del sindaco Giacomo Frera, del prof. Pio Bettoni, deputato provinciale, di Edoardo Zambi, di Battista Ebranati, di Francesco Zane, ecc. Salò fu tra i primi centri della Riviera a registrare, particolarmente per iniziativa di Salvatore Punzo, una presenza fascista che si costituì in sezione il 23 marzo 1921 con l'intervento di Augusto Turati. Una ventina di fascisti vennero decorati della medaglia della Marcia su Roma. Il gruppo fascista andò poi sempre più rafforzandosi così che, quando nel marzo 1923 la Sezione fascista inaugurava il suo gagliardetto, la maggioranza cattolico-moderata si stava già sgretolando tanto che nello stesso anno l'amministrazione venne affidata prima al gen. Alfredo Duca, che la passò pochi mesi dopo a Salvatore Punzo che del fascismo salodiano era stato il vero fondatore. Non mancarono tuttavia anche nella pacifica Salò momenti di tensione. Il 25 agosto 1924 avendo certo Giacomo Manovali con l'appoggio di alcuni passanti redarguito due fascisti che cantavano una canzone di profondo disprezzo per Giacomo Matteotti, affermando che invece lui e gli altri gli avrebbero eretto un monumento, vennero pestati a sangue compresa la moglie di uno di essi finendo in prigione per lesioni serie, specie al Manovali. Ma nel 1924 ormai i fascisti sono talmente padroni della situazione politica e amministrativa che i popolari pensano di ricorrere ad un loro piccolo Aventino, astenendosi dalle elezioni amministrative dell'ottobre.


La normalizzazione all'interno del fascismo porta nel 1924 alla carica di sindaco l'avv. Alessandro Belli, il quale verrà poi nominato nel 1927 podestà e guiderà l'amministrazione di Salò fino al 1940. Più amministratore che uomo di partito egli darà impulso ad opere pubbliche e ad iniziative sociali di rilievo: nel 1924 ha vita per iniziativa del Comune l'Istituto Tecnico Superiore Parificato (sezione ragioneria) che completa la R. Scuola di Avviamento e il R. Istituto Tecnico Inferiore poi sostituito dall'Istituto Tecnico Inferiore Parificato. Nel 1925 viene impostato un piano regolatore. Nel marzo dello stesso anno viene fondata l'Associazione Stazione Climatica che, avendo quale presidente il dott. Duse, promuove un più aperto rilancio del turismo alberghiero. Punto di partenza per una ripresa del Dopoguerra fu l'Esposizione di Salò dell'ottobre 1925 sia alberghiera che industriale ed economica. Fra le attrezzature di divertimento più in voga si imponeva il Rimbalzello. Con R. Decreto dell'8 maggio 1927 il comune di Campoverde viene assorbito nel comune di Salò. Nel 1928 vengono costruiti l'acquedotto di S. Bartolomeo, la strada per la Valle, la palestra di ginnastica e il lavatoio pubblico in piazzetta S. Antonio. Nel 1928 viene promossa dal prof. Alessandro Ghigi dell'Università di Bologna una Stazione sperimentale di ornitologia. Di rilievo gli studi dell'ornitologo Antonio Duse (v.). Non manca nemmeno un'attività ricreativo-culturale, come la filodrammatica del Dopolavoro promossa dal prof. Vincenzo Paganoni. Nel 1930 si intensificano le opere pubbliche: il 23 giugno 1930 viene inaugurata la cappella-ossario dei Caduti, eretta per voto del 1917, e terminata con l'aiuto governativo per ospitarvi 35 salme di caduti della battaglia di S. Martino e Solferino ed altre 977 raccolte nei piccoli cimiteri della I guerra mondiale sparsi nei confini del fronte sull'alto Garda. L'11 maggio 1930 il Principe di Piemonte inaugurava il monumento ai caduti, opera del salodiano Angelo Zanelli. Nel 1932 viene sistemato l'asilo infantile; nel 1934 l'Istituto femminile passa alle Suore Elisabettine di Padova e diviene ente morale e assistenziale per orfani e fanciulli abbandonati. Viene, inoltre, ampliata la banchina a lago presso lo scalo piroscafi in piazza Vittoria, si procede alla sistemazione di Viale Regina Margherita, della strada per Campoverde, della Via delle Rive, tutte asfaltate dal 1930 al 1936. Nel 1932 viene sistemata la strada Salò-Renzano. Nel marzo 1933 viene avviata la costruzione della variante Tormini-Salò-Barbarano con il viadotto della valletta di S. Anna; nell'ottobre 1934 entra in funzione la centrale del latte e nel novembre il campo sportivo. Nello stesso anno viene realizzata una darsena in località S. Bernardino-Rive. Nel 1935-1936 viene realizzato il raccordo stradale con la provinciale Desenzano-Salò nel tratto delle Zette. Non è che tutto ciò si verifichi sotto una precisa egida fascista. Scarse infatti sono le manifestazioni pubbliche, stentate le associazioni se si pensa che il gagliardetto del GUF Raoul Simonini viene inaugurato solo nel gennaio 1935 e che la casa del Fascio verrà inaugurata dal segretario del PNF Achille Starace il 28 febbraio 1937. Né mancò una resistenza attiva al fascismo il quale prese di mira mons. Bodeo, il curato don Tomaso Vezzola e i membri più attivi della "Giovane Salò". Fra le iniziative patriottiche, oltre alla fondazione nel 1926 della Sezione Alpini nel 1934, veniva promosso con sede nel palazzo municipale il Museo Sacrario "Adolfo Battisti" che verrà poi trasformato nel 1943 da Luigi Ebranati in Museo storico del "Nastro Azzurro". Fra le iniziative culturali di rilievo sono da segnalare il rilancio di attività dell'Ateneo che dal 1930 iniziò le pubblicazioni delle Memorie dell'Ateneo di Salò; la raccolta, per iniziativa del pittore Anton Maria Mucchi del lapidario e nel 1943 del "Museo d'arte". Sempre fra le due guerre mondiali continuò la tradizione assistenziale salodiana con l'inaugurazione, nel novembre 1926, del Dispensario Antitubercolare; con l'apertura nel 1930 nella via Bellini in contrada del Carmine, del Preventorio "Principe di Piemonte", con il rilancio, grazie alla gestione affidata alle Ancelle della Carità, dell'antico Istituto femminile; nel 1942 con l'entrata in funzione della Casa della madre e del bambino e del Consultorio pediatrico.


Si sa che più di nome che di fatto Salò venne ritenuta, dal novembre 1943 all'aprile 1945, sotto il titolo di "Repubblica di Salò", la capitale della Repubblica Sociale Italiana. Probabilmente tale attribuzione derivò dal fatto che tutti i documenti ufficiali della R.S.I. furono emessi dall'Agenzia Stefani, anche all'estero, recando l'indicazione della località di emissione. In verità, mentre Gargnano fu residenza di Mussolini e Bogliaco (a villa Bettoni) ospitò la Presidenza del Consiglio dei Ministri mentre ministeri e organismi ministeriali vennero sparsi in diverse città e in località minori, a Salò ebbero sede il Ministero degli Esteri (a villa Simonini poi Hotel Laurin) e il Ministero della Cultura Popolare (villa Amedei), oltre ad altri organismi come la Direzione Generale della R.S.I. (villa Castagna), l'Agenzia Stefani (scuole elementari), il Comando della Legione M. Guardia del Duce (Casa del Fascio), il Comando della Motorizzazione MNR (ex caserma degli Alpini in via Fantoni). Villa Besana di Barbarano ospitò il comandante delle SS in Italia, gen. Wolf. Eppure nonostante che a Salò avesse una sua sede la cosiddetta banda Sorlini, particolarmente attiva contro le forze partigiane, la città fu centro di attività clandestina con agganci specialmente a Vobarno e Volciano e sede di un nucleo di Fiamme Verdi patriottiche, particolarmente attivo, specie in collegamento con la Brigata Perlasca operante soprattutto in Valsabbia. Presenti nella zona furono anche le formazioni Matteotti. Lanci alleati ebbero luogo sul Monte Vesta a nord di Salò. Temeraria e parzialmente riuscita l'azione compiuta nella notte del 23 marzo da un gruppo di cinque Fiamme Verdi che, riuscite a liberare il capo partigiano Carlo Mombelli (Renato) degente nell'ospedale dì Salò sacrificando uno di loro, Ippolito Boschi detto Ferro, portarono in salvo D. Pelizzari, ferito, assieme al Mombelli rifugiandoti in Tresanda Storta, nella casa di Caterina Ebranati. Tragici non per combattimenti ma per veri e propri assassini gli ultimi giorni di aprile del 1945. Furono dai tedeschi assassinati Vincenzo Cadei, che aveva reagito alla requisizione della bicicletta, e Tommaso Vaccari, grande invalido della I guerra, freddato senza alcuna ragione mentre era affacciato alla finestra di casa. Il 27 aprile vennero uccisi al Cunettone tre banditi. Il 29 aprile venivano assassinati in via Cure Arduino Arduini e Berthe Hognet e feriti gravemente altri due. L'occupazione alleata fu particolarmente efficiente sul Garda tanto che agli anglo-americani è attribuita la realizzazione di un nuovo acquedotto alimentato, a monte, dalla sorgente San Paolo a quota 450 m. s.l.m. in località Fontane, nella valle del Sur in territorio di S. Michele, ed a valle da un pozzo ricavato nei pressi della chiesa di S. Bernardino. Politicamente e amministrativamente si affacciò alla ribalta la vecchia classe politica, tanto che sindaco della liberazione venne indicato l'anziano avvocato Donato Fossati. Ma alle prime elezioni amministrative il successo toccò alla D.C. pur contrastata robustamente da socialisti e comunisti. Furono questi partiti a dominare la scena pur se con una certa vivacità si manifestò anche il neofascismo con denunce di traffico d'armi particolarmente con Desenzano, Toscolano e con la costituzione dal 1947 di un gruppo dei Fasci di azione rivoluzionaria. Nel 1974 il salodiano Vittorio Zambarda fu tra le vittime di Piazza della Loggia. La D.C. ha espresso parlamentari salodiani con il senatore Francesco Zane, l'on. Aventino Frau e l'assessore regionale Riccardo Marchioro.


Sul piano amministrativo fino agli anni '90 si è andato sempre più imponendo il centro-sinistra. Il centro-sinistra ha ceduto nel 1999 l'amministrazione al Polo. Nel 1991 veniva approvato lo Statuto Comunale, in applicazione delle nuove leggi sulle autonomie locali. Il Comune, con periodicità non regolare pubblicava dai primi anni 70 un notiziario dal titolo "Punto Uno"(v.) (poi Il Punto, v. Punto, il). Nei primi anni del Dopoguerra l'amministrazione comunale dovette affrontare grosse spese per il ripristino e la risistemazione di edifici pubblici, strade, impianti tecnologici quali la costruzione di fognature in via Gasparo da Salò, degli acquedotti di Villa, Salò, Barbarano, la riedificazione della Scuola Media, riparazioni al Teatro Comunale, la ristrutturazione dell'Orfanotrofio, la sistemazione dell'asilo di Campoverde, nella ex sede municipale, la costruzione dell'asilo di Barbarano, l'ampliamento dell'Ospedale. Fin dagli anni '50 fra le urgenze veniva identificata quella dell'edilizia popolare sulla quale Salò non si era mai cimentata in modo concreto. Già entro il 1951 vennero costruiti appartamenti delle case Fanfani ai quali seguirono, sotto la spinta propulsiva di mons. Domenico Bondioli, il villaggio S. Domenico e S. Giuseppe. Poco dopo venivano edificate aule delle medie, sistemate altre scuole. Inoltre veniva avviata la costruzione di nuove strade fra le quali la Salò-Portese, la Salò-Serniga-S. Bartolomeo, quest'ultima tramite finanziamenti ministeriali per cantieri di lavoro e di rimboschimento. Gli anni '60-'70 videro operare nell'ambito dell'edilizia economico-popolare, la Gescal e lo Iacp. Successivamente, su terreni messi a disposizione dal Comune, intervennero varie cooperative come la "San Francesco", la "San Valentino" di Villa, la "Speranza" di Barbarano, l'"Ambra", la "Benaco" per complessivi 270 appartamenti. Nel 1981 veniva approvato il Piano Regolatore redatto dall'arch. Vittorio Armellini. A Campoverde nello stesso anno entrava in azione la Cooperativa lavoratori del Garda per 22 appartamenti. A cavallo tra gli anni '80 e '90 verranno realizzati nuovi interventi residenziali di cooperative in Villa di Salò (loc. Burago e Valene). Venne inoltre accelerata la ristrutturazione del palazzo comunale. Anche gli edifici di via S. Carlo e Butturini, a seguito del radicale intervento di arredo, realizzato su progetto dell'arch. Viganò, sono stati progressivamente sistemati e restaurati dando una nuova immagine al Centro storico con rivitalizzazione delle attività commerciali. Nel 1974 fu restaurata la Torre dell'Orologio, il lungolago, dal 1985 assunse un nuovo disegno, su progetto dell'arch. Viganò, previa un'opera di consolidamento e di ampliamento (collegamento tra Fossa e piazza A. De Gasperi, nonché di costruzione di un collettore per le fognature). Curata anche l'edilizia scolastica con il nuovo edificio di scuole elementari "T. Olivelli" nel 1974 ai Due Pini e l'ampliamento, sempre in quegli anni, del Liceo scientifico "Fermi" e dell'Istituto Tecnico. Nel 1995, abbattute le carceri, venne ampliato l'Istituto per ragionieri e geometri "C. Battisti", d'intesa con la Provincia. Mentre veniva chiuso l'Istituto S. Orsola, prendeva piede il "Centro studi Enrico Medi" gestito da una cooperativa cattolica con scuola media, istituto per ragionieri e liceo della comunicazione. Nel 1998 veniva programmata, d'intesa con la Provincia, la costruzione di un nuovo Liceo scientifico in località Campoverde. Nel 1985 il ministro Martinazzoli inaugurava la nuova Pretura e il Palazzo di Giustizia. Sviluppo avevano anche le strutture alberghiere. Nel 1981 veniva ricostruito l'Hotel du Park. Si ampliavano inoltre le strutture sportive con una piscina coperta, un impianto natatorio scoperto, un bocciodromo, un impianto tennis, un campo per atletica e un nuovo campo di calcio dotato di tribune e servizi. Fin dal 1954 era stata dismessa dalla Società Tranvie Elettriche Bresciane la linea tramviaria Brescia-Rezzato-Prevalle-Tormini-Salò-Toscolano. La ex sede tranviaria veniva trasformata in struttura viaria su progetto dell'ing. Paolo Peroni. Nel 1992 veniva ampliato il porticciolo turistico delle Rive. Nel 1996-1998 veniva avviata la costruzione della bretella di collegamento tra la Panoramica e la 45 bis. Negli anni '90 veniva intrapresa la costruzione della strada parco per favorire la viabilità in transito, liberando il centro storico dal traffico. Veniva realizzata una nuova rete fognaria collegata all'impianto circumlacuale del Consorzio Garda 1. In sviluppo l'istruzione professionale con il Centro di formazione professionale SCAR fondato da Giuseppe Filippini che trova sede nella Casa della Giovane. Nel 1984 Beppe Nava di Brescia nei locali della scuola elementare di Barbarano apriva una scuola bottega artigiana per Salò e basso Garda come sezione staccata di quella di Brescia, diventata nel 1986 autonoma, con il sostegno del Soroptimist basso Garda. Nel 1978 nasceva per iniziativa di un gruppo di artisti, guidati dal prof. Benito Bolleri e dall'Assessorato comunale alla cultura, il Gruppo Amici dell'arte (GAA) che nel 1999 raccoglieva 350 soci. Negli stessi anni prendeva vita l'Associazione storico-archeologica della Riviera (ASAR). Attività culturali (mostre di pittura, conferenze) svolgeva fin dagli anni '60 la Giovane Salò. In auge da secoli non poteva non avere nuovi sviluppi la cultura musicale. Dal 1958 in luglio-agosto si tengono in piazza Duomo i concerti dell'Estate Musicale Salodiana con la partecipazione di orchestre di prestigio. La manifestazione, a partire dal 1997, accogliendo la sollecitazione di altri comuni, si trasforma in Estate Musicale del Garda, diretta nei primi due anni dal celebre violinista Uto Ughi. Nel 1983 la Banda musicale si costituiva in Associazione musicale banda cittadina "Gasparo di Salò". Nel 1987 veniva fondata sotto la direzione del maestro Sergio Bertasio la Scuola di musica "M.E. Bossi" che avviò corsi di formazione musicale per diversi strumenti, soprattutto la chitarra classica. Mentre la banda trovava nuova sede in locali presso la chiesa di S. Bernardino, e veniva affiancata da un gruppo di majorettes, veniva sempre più distinguendosi anche il Collegium musicale Bertoni, diretto dal maestro A. Cofano. Va ricordato che nel decennio a cavallo della II Guerra mondiale fu attiva, sotto la direzione del maestro Antonio Tomacelli, la Mandolinistica del Garda. Iniziative teatrali ad opera del "Teatro dei lumi", fondato da Marzio Manenti nel 1993, hanno caratterizzato l'ultimo decennio del secolo XX. Fra le realizzazioni culturali degli ultimi decenni sono da segnalare un'intensa ripresa dell'Ateneo e delle sue Memorie, il riordino e inventariazione (a cura di Giuseppe Scarazzini) dell'archivio storico comunale e di quello della Magnifica Patria, la sistemazione nel 1982 del Museo archeologico presso Palazzo Comunale. Nel novembre 1980 veniva costituita l'Associazione Astrofili. Sempre sul piano culturale sono da segnalare, fra gli altri, due convegni storici, quello dal titolo "Il Lago di Garda. Storia di una comunità lacuale" (1964) e, dal 9-10 ottobre 1997, quello dal titolo "Istorie serenissime". Nel 1982 Giuseppe Mongiello con la collaborazione di Attilio Forgioli e di Flaminio Gualdoni promuoveva la Civica raccolta del disegno che è andata sempre più arricchendosi di nuove acquisizioni, promuovendo mostre e pubblicazioni. Lanciata nel 1984, la proposta della costituzione di un Museo della R.S.I. venne ripresa nel 1996 con la trasformazione di un centro studi e documentazione sul periodo storico della Repubblica Sociale Italiana in collaborazione con la Regione Lombardia e la Provincia di Brescia. Notevole l'attività dell'associazionismo salodiano. Alle associazioni d'arma esistenti si aggiunsero quella dell'Arma aeronautica dedicata al ten. Raoul Simonini. Tra le associazioni da segnalare, il Gruppo Or.ca. di Campoverde fondato da Silvano Pellegrini, finalizzato alla formazione degli adolescenti. Il tempo libero ha trovato espressione in iniziative a volte singolari come nel "Festival dell'umorismo" promosso nel 1996 dall'Associazione culturale "L'Oleandro", nella Scuola di danza della Ass.ne Libertas (1966). Il cinema Cristal, inaugurato il 21 gennaio 1967, è stato recentemente ristrutturato e adattato a finalità cinematografiche e teatrali (1998). Salò non poteva mancare certo anche negli ultimi decenni al secolare appuntamento con la carità, l'assistenza e la beneficenza. Grazie a lasciti del nob. Arrigo Arrighi (1928), del dott. Carlo Tosi (1942), di Alessandro Gentili (1946) nel 1947 l'Istituto femminile veniva affiancato da quello maschile (con gestioni e consigli separati ma con un unico presidente) per diventare nel 1950 "Istituto femminile e maschile Tosi-Gentili". La struttura ebbe un ruolo importante, giungendo ad ospitare fino a 140 ragazzi. Nel 1963, sotto la presidenza del comm. Beniamino Filippini veniva ampliato e ammodernato l'Orfanotrofio maschile; nel 1968 fu fondato il gruppo dell'AVIS che si estese a parte della Riviera. Nel 1973 veniva aperto il Centro di tutela minorile, organo periferico dell'Unione italiana assistenza all'infanzia, affiliata alla Union internationale de protection de l'enfance che ha sede a Ginevra. Nel 1977 nasce l'asilo nido. Nel 1996 la scuola materna "Bravi" di via Brunati si univa a quella esistente in via Montessori nella zona Due Pini mentre rimaneva autonoma la scuola privata "Paola di Rosa" e continuava a funzionare quella di Villa di Salò intestata a "Maria Trivero". Il 2 marzo 1997 viene posta in viale Francesco Zane la prima pietra di una nuova casa di riposo. All'assistenza agli anziani, dal 1984, si dedicava con alacrità il Gruppo "Solidarietà salodiana". Il 18 dicembre 1993 in una cascina ai Due Pini veniva inaugurato il Centro sociale per anziani con mensa, assistenza infermieristica, iniziative culturali. Nel 1986 viene aperta una casa alloggio ANFFAS. Nascevano intanto forme nuove di volontariato. Nel 1996 veniva aperto un ufficio della Protezione Civile e nel 1984, per iniziativa di Franco Rodella, veniva costituito il gruppo dei "Volontari del Garda" con 210 soci nel 1993 che si prestano ad ogni intervento di soccorso in ogni possibile caso di pericolo. Solleciti anche gli interventi per far fronte al diffondersi della droga. A Campoverde veniva aperta la "Casa di Betania" sotto la guida di Mauro Marini. Nel settembre 1993 in via Panorama, 31 le Ancelle della Carità offrivano la Casa Famiglia legata al Centro bresciano di solidarietà. Più controversa, anzi contrastata, la vita dell'Ospedale Civile. Fin dal giugno 1975 un decreto regionale univa gli ospedali di Salò e Gavardo. Accantonata presto la proposta, del 1980, di costruire un nuovo grande ospedale a Roè Volciano per il Garda e la Valsabbia, si puntò di nuovo sull'ospedale locale. Mentre nel 1989 si ventilava una rinascita dell'ospedale, nel dicembre 1992 veniva posto di nuovo il problema di una sua sopravvivenza. Nel 1994 tuttavia veniva approntato un Pronto Soccorso più adeguato. Contemporaneamente però perdeva l'assistenza delle Suore Ancelle presenti dal 1851. Due anni dopo, nel 1996, si ricominciava a parlare di declino mentre i reparti di ortopedia, traumatologia e chirurgia venivano trasferiti a Gavardo. A Salò veniva destinata medicina, nel giugno 1998 chiudeva il Pronto Soccorso e veniva aperto il nuovo reparto di dialisi.


Più che naturale che le attività sportive fossero legate al lago. Venne costituita per iniziativa del col. Strada nell'ormai lontano 1891 una Società Canottieri "Garda" la quale fin dal 1892 organizzò regate di campionato dei Rowing-Club (v.). Nel 1908 si tennero le prime regate nazionali. A quelle del 1922 Gabriele D'Annunzio offrì un suo trofeo, opera dello scultore Renato Brozzi. Nel 1930 lo stesso D'Annunzio patrocinò la prima edizione della Coppa dell'Oltranza. Oltre al canottaggio (v.; v. anche Regate), la Società canottieri divulgò anche il nuoto (v.), la pallanuoto (v.), la vela (v.) esprimendo vari campioni. Tra le varie manifestazioni d'acqua: gli Agonali del Remo, il Trofeo Arturo Salvadori, la "Remada longa" (v.), Ecoservizi Trophy, la "Salò Sail meeting", la Trevelica Salodiana, la "Trans lac en du". Sempre negli sport d'acqua a Salò il 20 settembre 1989 si svolse il sesto campionato mondiale di sci nautico. Oltre a quello nautico fino alla fine del sec. XIX l'unico sport in auge fu il gioco della palla al quale consacrò un suo libro il salodiano ab. Antonio Scaino (v.). Ancora durante la I guerra mondiale la squadra della pallamano (v. pallamano, palla elastica) di Salò (che aveva allora come capo e battitore Felter) fu tra le prime della provincia. Per impulso di gruppi amatoriali, della "Giovane Salò", della "Società Sportiva Gioventù Salodiana" e di altre società l'attività sportiva ebbe notevole sviluppo negli anni '20. Nel 1921 veniva lanciato dalla stazione climatica Gardone-Salò il Circuito automobilistico del Garda (Salò-Cunettone-Tormini-Salò, riservata a "vetturette e vetture leggere") che schierò campioni del calibro di Ascari, Villoresi, Bracco, Stirling Moss. Ripetuto per anni, venne poi interrotto e ripreso più volte. Nel 1926 venne corso, sotto il patrocinio di D'Annunzio, il Circuito motociclistico del Garda. Il motociclismo trovò articolazione nel Moto Club di Salò. Tra le manifestazioni più note il Gran premio Gentleman (1957-1970) e altre. Vincente fra gli sport il calcio. Nata nel 1927, la squadra di calcio "Benaco" nel novembre 1934 entrava nel campionato provinciale vincendo nel 1937 il Torneo notturno di Brescia. Il 2 novembre 1934 veniva inaugurato verso Campoverde un campo sportivo affiancato nel 1990 dal nuovo stadio ai Due Pini. Al calcio giovanile ha dato la sua passione organizzativa Lino Turina (m. nel 1974), al quale è stato dedicato un importante torneo e il nuovo stadio. Praticato fra i primi sport il ciclismo che ha avuto la sua efficiente organizzazione nel Gruppo Sportivo (G.S.), che ha organizzato gare di gran fondo, e nel Club amici del pedale che riunisce molti campioni italiani e stranieri del pedale. Fra le grandi manifestazioni si ricordano l'organizzazione dei Campionati del mondo del 1962 e la Coppa San Geo per dilettanti. Viene attribuito da qualcuno al salodiano Antonio Scaino, autore di un manuale sul gioco della palla, l'aver fissato le prime regole del tennis. Il tennis vero e proprio venne importato solo negli anni venti del sec. XX. Il Tennis Club apprestò alcuni campi al Rimbalzello. Un suo rilancio avvenne nel 1987 presso l'impianto comunale di via Montessori. In sviluppo il basket praticato prima nella palestra dell'Istituto Battisti e nel Centro sportivo Due Pini. La squadra entrata nel 1969 in promozione prese poi, nel 1970, il nome "Contarelli". Nel 1971 nasceva la squadra femminile e nel 1976 veniva affiliata alla FIP come Polisportiva Libertas denominata poi Libertas Basket Salò. Nel novembre 1989 nasceva la Società Robur di Barbarano che tre anni dopo contava già 160 atleti. Il 9 marzo 1963 nasceva la sezione del CAI la quale realizzò nel 1967 il rifugio Giorgio Pirlo allo Spino. Dal 1963 si tiene a Villa la "Scürtaröla", passeggiata di 8 km nell'entroterra di Salò. Caratteristica la "Bisagoga" marcia non competitiva organizzata dal 1972 dal Centro Sportivo Italiano e sostenuta poi dagli Amici del podismo del Garda bresciano e della valle del Chiese. Nel 1978 nasceva l'Atletic Club con lo scopo di promuovere la cultura fisica. In auge, sul piano agonistico, l'attività bocciofila la quale dal 1975 ha ospitato il "Trofeo Nazionale Afranio Bertoli" e nel 1993 venne dotata di un nuovo bocciodromo. Nel 1968 nacque a Salò, per iniziativa della Libertas l'unica società di scherma della provincia di Brescia. Allo sviluppo dello sport hanno contribuito Società, gruppi ed Enti. Nel 1976 nasceva la Libertas (danza classica, ginnastica ritmica, pallacanestro, atletica, scherma). Promotore il salodiano Armando Maggi. Nel dicembre 1979 venne fondata la Handisport per dare aiuto concreto ai colpiti di handicap nel campo dello sport e delle attività fisiche. Nel 1981 veniva affrontata la costruzione di un secondo lotto del centro sportivo Due Pini che permise di praticare su SALÒ un'area di 35 mila mq. diversi sport (tennis, basket, bocce, ecc.) oltre a piscine, campo di tamburello.


Nel 1996 erano 45 le Società sportive in attività e precisamente: CAI: Egidio Bosio. Sci Club: Narciso Battaini. Tennis Club Rimbalzello: Giulio Bartolaminelli. Tennis Club Due Pini: Mauro Ventura. Canottieri Garda: Mino Miniati. Basket Barbarano: Armando Mirandi. Libertas Basket: Franco Andreatta. Libertas Pallavolo: Marco Bazzani. Libertas Judo: Paolo Zerneri. Libertas Scherma: Enrico Calderara. Libertas Ginnastica-danza: Nella Berardinelli. Arcikarate-aerobica: Carlo Canipari. Robur Barbarano (atletica): Dino Zanca. Club 10+7 (atletica): Pietro Mastrorilli. Tamburello: Matteo Grisi. Società Ciclistica Salò: Antonio Ricci. A.C. Benaco (calcio): Venanzio Girelli. Art Danza Studio: Antonella Mandanici. Studio Danza: Rossella Cipani. Bocciofila Dancelli: Renato Tranquilli. Bocciofila Gallo: Renzo Artioli. G.S. Tiro al Piattello: Fulvio Bertanza. Bike Ferremi (ciclismo): Giorgio Ferremi. Basket Barbarano: Armando Mirandi (accanto al nome di ogni società figura quello del presidente).




ECCLESIASTICAMENTE. L'opinione più diffusa fra gli studiosi è che Salò con la Riviera sia stato evangelizzato dai vescovi di Verona o di Trento. Sono stati fatti soprattutto i nomi di S. Eupreprio di Verona e S. Vigilio di Trento. Di questi in particolare vi sono molte supposizioni e anche notizie. Giuseppe Brunati, riferendosi agli Atti dei Bollandiani, narra che molti terrazzani del territorio bresciano, che conoscevano S. Vigilio per averlo avuto tra loro predicatore della fede di Cristo, corsero armati per ottenere dai Trentini il corpo del vescovo che dal fiume Sarca era trasportato a Trento, e non potendo ottenerlo ebbero invece come carissimo dono e santa reliquia un vaso del sangue di lui. Aggiunge che alcuni Salonitani (ossia Salodiani) che a Trento si trovavano per ragioni di commercio raccolsero in un pannolino il sangue del martire che dal feretro in cui era rinchiuso colava sulla via detta Vela - che da Val Rendena mette a Trento - e lo portarono in patria, «dove poi Dio compiacquesi onorarlo per copia di miracoli». Il Gratarolo aggiunge che tali reliquie venivano custodite nel Duomo di Salò e il Brunati aggiunge che si trovavano sotto l'altare del SS. Sacramento fino ai torbidi giacobini del 1797 quando vennero trafugate. Una probabile influenza nella evangelizzazione di Salò e della Riviera ebbe S. Ercolano rifugiatosi e vissuto da eremita a Campione dove morì. Comunque già nei sec. V-VI Salò fu centro di una importante pieve. Paolo Guerrini infatti scrive: "Mi sembra di poter affermare con sicurezza che anche la pieve salodiana sia succedanea dall'antico pago romano, che comprendeva l'attuale territorio e i comuni di Salò, Volciano e Gardone Riviera; difatti la giurisdizione della pieve si estendeva alle due chiese figliali di Gardone e di Liano, ora parrocchiali, e comprendeva tutte le altre cappelle, sparse nella conca del ridente golfo. Fasano però apparteneva alla matrice di Maderno, Villa di Salò a quella di Gavardo, e sopra Roè e Gazzane si protendeva la pieve di Vobarno". Perciò è una favola che S. Carlo abbia nel 1580 spezzato e gettato nel lago gli ultimi idoli di Salò fabbricati in marmo di Eno (Degagna). L'evangelizzazione doveva essere nel sec. IX ormai conclusa dato che i Benacensi, assieme ai Sabini e ai Triumplini, sono invitati ad intonare un inno di gratitudine al vescovo di Brescia S. Filastrio per l'annuncio evangelico da lui diffuso. Contemporaneamente si andava imponendo l'influenza, come si è accennato, monastica e specie di quella del monastero di Leno e di altri. Nelle vaste proprietà del monastero Leonense viene identificato, in una località chiamata Sullo, Salò. Ad esso si aggiungeranno poi altri monasteri quali S. Faustino, S. Giulia e poi S. Eufemia, S. Pietro in Monte Ursino, ecc. Quanto ai primi templi cristiani il Tomacelli poi nel suo "Stemma chronologicum" accenna con una singolare semplificazione all'esistenza di due chiese gemelle dedicate l'una alla B. Vergine, l'altra a S. Giovanni, ad un capitolo canonicale subentrati, le chiese, ai templi di Nettuno e di Augusto, l'altro al collegio dei seviri augustali e forse insediato addirittura nell'antica sede dei seviri stessi.


Anteriormente al Tomacelli, nel 1553 Silvan Cattaneo si limita a scrivere che nel 1453 sui templi dedicati a Nettuno e Augusto venne eretto quello a S. Maria Annunciata; mentre il Gratarolo riferisce ad età romana il basamento del campanile. Anche il Gratarolo scrive che la chiesa di S. Giovanni Decollato, poi completamente ricostruita, fu forse la prima che fu fabbricata da che si conobbe la vera religione in Salò. Non dice dell'epoca della fabbricazione, mentre l'anonimo autore del Diario di Salò afferma: «Questa Chiesa è la prima eretta in Salò l'anno del Signore 719». Un manoscritto letto dal Solitro la fa risalire almeno al 650. Naturalmente il Solitro si premura giustamente di avvertire che queste notizie sono "senza prove". Il primo documento che accenna sia pure indirettamente alla pieve è degli inizi del sec. XI. Si tratta di un atto privato di Pietro Arciprete della Pieve Salaude (Salò) abitante in Pivienagi (Puvegnago), col quale dichiara di ricevere da certo Abramo Acoloco il prezzo di alcuni fondi vendutigli, posti in Puveniaco e in Cacavario (Cacavero); atto poco importante per l'argomento di cui si occupa, ma importantissimo perché ci assicura che nel 1016 in Salò esisteva arciprebenda, chi sa quanto già antica e che già esisteva Cacavero. Come quasi tutte le altre pievi dedicate a S. Maria Assunta e poi più semplicemente detta di S. Maria, la pieve comprendeva agli inizi Gardone, Morgnaga, Serniga, S. Bartolomeo, Cacavero (poi Campoverde), Volciano, Liano, Gazzane e Trobiolo. Ma già nel 1153 la pieve di Salò doveva contendere con quella sorta posteriormente di S. Pietro di Liano (De Lyano) per cui a confermare la sua supremazia dovette intervenire, chiamato in causa dal vescovo Giovanni da Fiumicello, papa Urbano III il quale in data 4 febbraio 1186, scriveva da Verona per sanzionare il pieno e antico diritto di giurisdizione della pieve di Salò sul territorio di Volciano, che comprendeva le vicine pievi di Liano, Agneto, Ronco, Trobiolo e Gazzane. In seguito a nuove vertenze insorte ancora con la chiesa di Liano e poi anche con quella di Gardone, le quali cercavano di sottrarsi alle prestazioni canoniche verso la pieve, come per le spese di mantenimento del comune battistero della pieve, delle campane e del campanile interveniva con un suo decreto del 30 ottobre 1243 il vicario generale della Diocesi di Brescia. Pochi decenni dopo era il vescovo Berardo Maggi ad essere coinvolto in tali contrasti e, secondo Gabriele Archetti, il vescovo si attenne alla "chiara ed autorevole decisione" comunicata da Papa Urbano III al suo predecessore Giovanni da Fiumicello, della sanzione del pieno diritto della giurisdizione di Salò sul territorio di Volciano. Gli arcipreti, comunque, titolari del beneficio, esercitavano la vita liturgica e pastorale, assieme a vari sacerdoti, la cura d'anime e costituivano una Residenza corale, quasi una Collegiata di canonici nella quale ogni giorno, recitavano assieme le ore canoniche e provvedevano all'amministrazione dei Sacramenti e al ministero pastorale. È supposizione di Paolo Guerrini che a reggere la pieve dal sec. XI al sec. XIV alcuni degli arcipreti siano usciti dalla potente famiglia degli Ugoni o Cattani (Capitani), che teneva in feudo dal vescovato e dai monasteri bresciani di S. Eufemia, di S. Faustino, di S. Pietro in Monte, ecc. molta parte della Riviera benacense. Alcuni di questi come Bartolomeo de Tonolis (1336), Giacomo de Ziis (Gigli) (1350) sono coinvolti nelle controversie con Liano e con gli abitanti di Volciano per conservare alla pieve gli antichi diritti di decima e di giurisdizione. Un ruolo significativo nella vita religiosa di Salò ebbe il Comune che della chiesa maggiore assunse probabilmente fin dalla seconda metà del '300 il giuspatronato confermato nella bolla emanata nel 1418 da Martino V che concedeva appunto al comune l'autorizzazione "pro reductione e reformatione ecclesia" la quale sfocerà nel 1453 nella costruzione del Duomo. Tale ruolo è documentato fin dall'ultimo decennio del secolo precedente da una serie di testamenti in cui il Comune venne designato esecutore delle disposizioni di fondazione di alcune cappellanie e gestore delle risorse destinate a costituirne il beneficio. Da parte sua il Comune deputava all'amministrazione della chiesa un massaro la cui attività è documentata dal 1461, oltre che a commissioni, collegi, ed incarichi personali per specifici interventi. Tale patronato o protettorato che dir si voglia del Comune sulla pieve è giustificato da storici come Chittolini, dallo sforzo di mantenere o ottenere un ruolo di preminenza sulla Riviera e particolarmente sul territorio plebanale e giustificato dai tentativi centrifughi delle chiese e delle vicinie a rendersi da essa indipendente. Infatti esso si manifesta soprattutto da quando nel 1353 Volciano, che tre anni prima si era visto confermare l'obbligo di versare alla pieve di Salò la quarta parte delle decime ed altri contributi, in seguito a ricorso e a nuovi processi, il comune di Volciano veniva liberato da ogni onere verso la pieve matrice di Salò. Simile vertenza venne aperta contro la pieve salodiana anche dal comune di Gardone; ma il decreto 30 marzo 1353 del Vicario generale Beltramino di Malcalzati confermava a Salò il diritto della quarta parte delle decime e delle contribuzioni nel territorio di Gardone, soggetto alla giurisdizione dell'Arciprete e del capitolo di S. Maria di Salò. Una sentenza emanata nel 1408 dal Vicario generale del vescovo di Brescia ci fa conoscere il lento, ma progressivo sviluppo della parrocchia di Gardone, che si stacca dalla pieve matrice di Salò nel 1341, pur conservando molte consuetudini di soggezione spirituale, progredisce poi nel 1391 e nel 1408, quando, rimasto a capo della chiesa di Salò soltanto l'arciprete e scomparsi i canonici del Capitolo, le chiese e cappelle di Gardone, Serniga, Volciano e Campoverde diventano completamente emancipate e indipendenti nell'autonomia parrocchiale, conservando soltanto la consuetudine di ricevere da Salò gli Olii santi e di presenziare alla funzione del Sabato Santo. Questo profondo interessamento del Comune verso il Duomo e la vita ecclesiastica e religiosa di Salò viene attribuito da studiosi quali G. Chittolini e Monica Ibsen anche a motivi di preminenza nella Riviera. Frustrato a lungo dalla subordinazione o dalla concorrenza a Maderno come "capitale" della Riviera e in continua rivalità con Brescia, il Comune puntò sul prestigio ecclesiale, facendosi patrono della Pieve, promuovendo la costruzione del Duomo, favorendo o direttamente intervenendo nella costruzione di conventi e nella committenza di opere d'arte. La stessa modifica del titolo di S. Maria in S. Maria Annunciata che compare intorno al 1507 - sottolinea Monica Ibsen è da intendersi - come del resto la diffusione del titolo nel territorio bresciano tra le chiese di nuova fondazione - quale omaggio alla Serenissima dove, per la coincidenza tra le festività dell'Annunciazione e la mitica data della fondazione della città, la venerazione di Maria Annunciata costituiva un carattere determinante della religione cittadina - sarebbe da vedere nella ricerca di un "rapporto privilegiato" che Salò, appoggiandosi alla presenza dei rettori, seppe istituire e mantenere con Venezia per rafforzare il proprio prestigio e tutelarsi dai tentativi di Brescia e dei comuni della Riviera - in primo luogo Maderno - di ridimensionare il ruolo del capoluogo". Con il tedesco Giovanni de Helprum, familiare del vescovo di Brescia, arciprete dal 1377 incominciò con gli arcipreti commendatari la decadenza dell'istituzione plebanale antica e della disciplina ecclesiastica. Alla fine del sec. XIV la decadenza si era andata accentuando con l'arciprete Giovanni di Cecina (1408) come organizzazione ecclesiastica al punto che lo stesso doveva nel 1408 dichiarare di rappresentare da solo il Capitolo. Eppure non mancavano segni di vitalità. Nel 1394 con suo testamento Zambellino Bolzani fondava l'ospedale di Salò e predisponeva un legato in favore del convento di S. Antonio poi scomparso. A supplire e a reintegrare questa decadenza non fu solo la protezione attiva e generosa del Comune ma anche la presenza di sempre più numerosi religiosi e religiose e il sorgere di molte confraternite. Nel segno di una continuità del monastero di Leno, di rilievo fu l'influenza benedettina nella chiesa di S. Benedetto al Muro, dove visse per vari secoli una comunità di Benedettine prima che vi si stabilissero i Somaschi col loro Collegio di educazione. Le Benedettine passarono nel borgo di S. Bernardino dove eressero un nuovo monastero con la propria chiesa sempre dedicata a S. Benedetto. Ad essa seguì, più incisiva e determinante, la presenza francescana sia per la vicinanza dell'Isola di Garda poi con Gargnano, sia per la predicazione di eminenti figure dell'Ordine (fra cui quella supposta nel 1426 di S. Bernardino da Siena, del b. Bernardino da Feltre ecc.). Caposaldi della presenza salodiana a Salò furono il convento e la chiesa di S. Bernardino fondato nel 1476, le grandi figure di cappuccini come Mattia e Paolo Bellintani, il convento dei Cappuccini a Barbarano (1585) oltre al tentativo di Sebastiano Paride di Lodrone di fondare un convento di suore Cappuccine. Ma soprattutto la nascita di confraternite di uguale ispirazione (del Corpus Domini, del Santo Nome di Gesù, della Disciplina) e all'insistente ripetersi dal 1523 per deliberazione comunale del monogramma bernardino sulle porte civiche subito imitato anche da privati oltre all'istituzione della festa del Santo Nome. Significativa la delibera del 1523 (23 e 26 aprile) del Consiglio del comune sull'apposizione dei simboli bernardiniani alle porte civiche e l'istituzione della festività del Santo Nome di Gesù il primo giovedì di maggio, con solenne processione. Di ispirazione francescana sono anche le confraternite di S. Giuseppe e di S. Antonio di Padova e la proclamazione nel 1508 di S. Giuseppe a speciale patrono della comunità con la dedica loro, in Duomo, di bellissimi altari. Per tale via, scrive Monica Ibsen "si consolidò una religiosità vivace, sostenuta da un servizio ecclesiastico accettabile e forse superiore alla media anche grazie al serrato controllo del Comune sulla designazione e sull'attività dei sacerdoti che, scelti in prevalenza provenienti dalle famiglie locali, erano organici all'ambiente salodiano con evidente vantaggio nella conduzione del ministero". Oltre ai Francescani si insediarono altri ordini e poi congregazioni religiose fra i quali il convento di Carmelitani Osservanti nel secolo XVI in piazza Carmine, nel locale in cui venne poi collocato l'Orfanotrofio femminile; di Benedettine nel luogo dove si insediò l'Ospedale civile; di padri Somaschi della Misericordia introdotto nel XVI secolo con annesso educandato, trasportatosi nel 1624 nei locali poi del Collegio Maschile eretto per cura della Comunità sul disegno dell'architetto Lavarini di Milano; di Orsoline nell'antica piazzetta del Lino, nel luogo ove stanno anche presentemente. Anche a Salò ebbe un suo ruolo come in tutta la Riviera il Sovrano Ordine di Malta. È assai dubbio che a tale Ordine sia appartenuta la chiesa S. Maria da Senzago che appartenne all'Ordine di S. Giovanni Decollato. All'Ordine di Malta lo rivendicavano nel dicembre 1645 il priore dell'Ordine della Vicinia di Salò, il magistrato della Vicinia di S. Giovanni e fra Santo Tron di Verona, e, ancora nell'aprile 1648 lo stesso al priore dell'Ordine a Venezia. Il 26 gennaio 1419 Salò otteneva dal papa di costruire una nuova chiesa arcipretale più ampia e decorosa destinando all'impresa cento fiorini dei legati delle Opere pie. La realizzerà dal 1453 al 1502. Nel frattempo nel 1440 veniva costruita la chiesa della Disciplina di S. Bernardino; pochi anni dopo, a Renzano, veniva costruita la chiesa dei SS. Nazaro e Celso di Renzano; nel 1476 venivano costruiti il convento e la nuova chiesa di S. Bernardino. Alla comprovata assenza del clero secolare faceva riscontro una crescente presenza di ordini religiosi quali le monache agostiniane di S. Benedetto dal 1477, gli Osservanti Francescani a S. Bernardo nel 1479. Dal sec. XV esistette anche un convento di Terziari regolari dedicato a S. Rocco e che esisteva dove oggi sorge il Cimitero. Dovette avere un ruolo importante anche per il fatto che da essi uscirono tre generali dell'ordine: fra Giorgio da Salò (1522-1525), fra Remigio di Salò (1531-1534) e fra Lauro (1552-1555). La chiesa di S. Rocco, diventata nel 1514 centro del Lazzaretto, durerà fino ai giorni nostri. Nella scia francescana si può iscrivere la presenza in Salò di S. Angela Merici, ospite nel 1492 di parenti. La santa si fece terziaria rimanendo fino alla morte fedele alla regola. Nel 1525 i Salodiani ponevano mano alla costruzione di un'altra chiesa intitolata alla Vergine Assunta - poi detta del Carmine -, e poco dopo vi erigevano accanto un monastero di Carmelitani Osservanti, già compiuto al tempo in cui il Gratarolo scriveva. Si moltiplicavano anche le confraternite. Alle citate confraternite di devozione eucaristica si andarono aggiungendo infatti le confraternite legate al culto mariano del Santo Rosario, dei Santi Cristoforo e Maria, dell'Immacolata Concezione. Significativi i dati sulla partecipazione alla vita di queste istituzioni desumibili dagli atti della visita di Cristoforo Pilati, nel 1574: su una popolazione di 4000 abitanti erano circa 300 i disciplini, 250 i membri della scuola di Santa Maria, 200 quelli della scuola del Corpus Domini, 100 gli iscritti alla scuola di San Giuseppe. Frutto di carità cristiana e di elemosine "di varie persone" nel 1545 nasceva il Monte di pietà. Nel 1611 Bressanino Guicerotto fondava il "Monte nuovo di pietà". Altre opere di beneficenza fin da antico tempo esistevano in Salò a spese del Comune, come attesta lo stesso Gratarolo (1599) «Dispensa questo Commune molte elemosine in denari, eleggendo per ogni contrada un Consigliero che visiti e sovvenga i bisognosi e vergognosi». Né mancavano lasciti per dotazioni a povere fanciulle nubende, ancora oggi distribuite dal Comune. «Marita ogni anno» scrive il Gratarolo «cinque donzelle delle più povere et honeste, o per dir meglio le dota delle rendite d'alcuni beni legatici a questo fine da persone pie». Fra gli arcipreti commendatari spiccano le figure di Donato Savallo arciprete di Salò (1511-1533), il quale titolare di una decina o più di benefici, non pose piede a Salò. Alla sua rinuncia al beneficio gli succedette nel 1533 fino al 1558 il nipote Lodovico Savallo che dimorò in Salò, per qualche tempo, beneficando il Duomo, erigendovi un organo affidato all'Antegnati e notevoli opere d'arte e una cappella musicale che godette notevole prestigio e che ebbe insigni maestri quali Orazio Vecchi, musicista e maestro di Cappella della cattedrale di Modena, ed il grande Claudio Monteverdi che, al tempo della Serenissima repubblica, diede lustro alla visita del doge compiuta presso la «magnifica patria di Riviera» dirigendo la corale del duomo di Salò verso il 1620. Come ha osservato Monica Ibsen: "Gli arcipreti, malgrado la provenienza assai spesso da famiglie nobiliari bresciane altrimenti sensibili alla promozione artistica - si pensi ai Maggi, ai Savallo e ai Pontoglio -, per il ruolo sostanzialmente subordinato al Comune non dovettero evidentemente essere stimolati ad iniziative personali. Fino al pieno Cinquecento, tuttavia, la possibilità di ottenere la nomina attraverso favoritismi direttamente dal vescovo o dalla curia romana, generò situazioni di contrasto tra il Consiglio e i prelati che avevano ottenuto l'arciprebenda salodiana in deroga ai diritti di giuspatronato del Comune, e in contrasto con esso; non di rado il conflitto era inasprito dall'inosservanza dell'obbligo di residenza da parte di alcuni arcipreti che avevano così ottenuto il beneficio salodiano. Se continua la crisi del clero secolare e specie della direzione della parrocchia, si rafforzano le congregazioni religiose con la presenza dal 1527 del convento e della chiesa dei Carmelitani della Congregazione Mantovana. Sorgono anche nuove chiese quali quella a S. Caterina alle Cure (1548) pressoché contemporanea, su iniziativa dei Francescani quella di S. Anna alle Rive. Frutto di una spiccata religiosità è intorno agli anni '30 il cosiddetto gruppo spirituale di Salò, che si rifà in particolare alla "Società dei poveri" fondata a Verona dal vescovo Gilberto. Di essa sono particolarmente esponenti Stefano Bertazzoli, Bartolomeo e Giovanni B. Scaino, ecc. i quali in collegamento con mistici e operatori di carità del tempo, nell'alveo della riforma cattolica, prevennero quella seguita dal Concilio di Trento, realizzando nel 1542 la confraternita. Lo statuto elenca 113 membri, suddivisi per contrade con a capo ognuna un "colonnello" che già dà la misura della penetrazione di tali esperienze religiose: tra questi, numerosi membri delle famiglie Tracagno, Roveglio, Socio, Flocazzolo, Gobbi, Delayolo, ecc. alla guida tra il Quattro e il Settecento del governo cittadino. Dalle stesse famiglie, sottolinea M. Ibsen, uscirono poi non poche figure di alti prelati ed eminenti religiosi come Geremia Isachino, i Roveglio - Giacomo e Livio, vescovo di Feltre, intimo del Borromeo e convisitatore apostolico nel 1580 il primo, suo coadiutore il secondo -, Alessio Segala, Agostino Socio, ma soprattutto Mattia Bellintani, cappuccino, insigne predicatore, più volte commissario generale dell'Ordine, intimo di Carlo e Federico Borromeo, impegnato in delicate missioni diplomatiche, personaggi che, se non sempre ebbero un definito ruolo di indirizzo, indubbiamente favorirono in ogni momento le iniziative religiose locali.


Nel clima della riforma cattolica stabilita dal Gruppo spirituale e dagli Ordini religiosi si inserisce ancora una volta l'influenza della Compagnia fondata dalla Merici. Quattro anni dopo la morte della santa a quanto afferma Paolo Perancini, nel 1547 come affermano altri, le Orsoline stabilirono in Salò una loro casa che ebbe dal suo romitorio di Cisano l'appoggio spirituale in p. Francesco Santabona, uno dei primi Padri della Pace, raccogliendo in essa molte giovani della Riviera. Nella sua visita apostolica a Salò, S. Carlo affiderà all'arciprete la cura particolare delle vergini di S. Orsola e delle vedove di S. Anna, due associazioni che sembrano distinte e diverse ma che in realtà erano una sola, la Compagnia, secondo la forma primitiva della Regola. La riforma cattolica e il Concilio di Trento qualificarono la vita oratoriana. Il vescovo Bollani nella sua visita del 1566 trova un'accoglienza solenne per la presenza dell'autorità veneta e per la magnificenza di addobbi. Regola le confraternite, appurando legati e fondazioni fra le quali particolarmente e principalmente quelle del Corpo di Cristo e Santissimo Sacramento e della B.V. del Rosario. Quest'ultima particolarmente sentita per la accennata partecipazione di Salò alla battaglia di Lepanto (1571). Nel 1574 e poi nell'indagine del 1578 mons. Pilati annota la presenza della Disciplina dei Confratelli flagellanti la quale su 3000 abitanti conta 300 confratelli. Le spese di culto sono assai spesso in buona parte a carico della comunità civica, si chiami essa «Comunitas» o «Vicinia» o «Homines». Come rileva Giovanni Vezzoli: "Lo stato del clero risulta, almeno per quanto riguarda la disciplina e il costume, abbastanza buono, rispetto al resto della Diocesi. Pochi non risiedono e delegano l'incarico ad altri; per lo più è solo l'incarico di celebrare messe e assistere alle funzioni. Pressoché nessuno presenta situazioni equivoche o scandalose, pur trattandosi nella visita del Bollani e dei suoi delegati, d'una indagine scrupolosa, sostenuta anche dalle testimonianze di laici qualificati del posto. Non si può dire altrettanto della preparazione culturale dei sacerdoti al ministero di cura d'anime, perché si trovano sovente annotazioni non soddisfacenti. Trascurata è perciò l'istruzione religiosa, che viene impartita in poche parrocchie, come pure sono poche le parrocchie nelle quali venga spiegato il Vangelo. Di tali mansioni si occupano talora alcune confraternite per i loro iscritti o, assai spesso, le comunità le quali, a loro spese, aiutate pure in alcuni casi dal parroco o da qualche «Scuola», si dividono le spese per il «Concionator» o predicatore, per l'Avvento e la Quaresima che per lo più è un frate, ospite presso l'Ospedale. D'altra parte, pur con pochi rimarchi sulla condotta morale, è invece rilevata la scarsezza culturale del clero. Di rilievo la fondazione nel 1579 di una "Scuola" di chierici residenti chiamata "dei chierici" promossa dal giureconsulto Alessandro Rozza per i servizi divini. Ma soprattutto la parrocchia ebbe una scossa provvidenziale con la visita di S. Carlo Borromeo del 1580 che ebbe il suo incontro con Salò dal 26 luglio al 7 agosto quando il Santo Arcivescovo dimorò in Salò nella sua qualità di Legato e Visitatore Pontificio, con l'incarico di promulgare e dare esecuzione anche nelle parrocchie della Magnifica Patria, ai decreti del Concilio di Trento. Ci venne prevenuto. Salò contava allora un centinaio di preti, alcune centinaia di frati e monache, e numerose Confraternite. Gli avevano detto che i Salodiani erano gente «indocile per indole». Ma tale fu l'ascendente e la forza del Santo, ch'egli li disse invece «inchinevoli e disciplinati e pronti all'ossequio». L'ingresso fu trionfale. Egli si sistemò personalmente, in Canonica (dove si conserva ancora «la stanza di S. Carlo»). Mise gli uffici suoi nella casa ora Gaioni, in Calchera. Distribuì i suoi famigliari e collaboratori (un centinaio circa) nelle migliori case della città. Per quindici giorni, in quel Duomo, celebrò, pregò, confessò, predicò... In Salò, visitò Chiese, Conventi, Oratori, Confraternite. Dettò decreti, introdusse riforme, tolse abusi, compose liti, bandì superstizioni, troncò ire, corresse costumi, ripristinò la disciplina del Clero. Quanto alla moralità il visitatore individua una decina di unioni illegittime affrontate con energia. Come si è accennato affrontò e domò alcuni banditi. S. Carlo inoltre istituì un "Collegio del Monte di Pietà Spirituale" dotato di beni stabili da Giuseppe Milio con lo scopo di stipendiare «lettori e insegnanti i quali a spesa del Monte insegnino le lettere umane e le altre scienze liberali e i buoni costumi ai giovinetti e ai fanciulli poveri di Salò, inoltre anche ai figli di quelli che presteranno la loro opera per questo Monte e l'accresceranno». Il santo trovò una decina di Confraternite (SS. Sacramento, S. Caterina, S. Rocco, S. Giuseppe, Nome di Gesù, S. Michele, B.V. del Rosario, S. Antonio, S. Cristoforo, S. Girolamo) quasi tutte senza inquadramento statutario. Energico fu l'intervento del santo riguardo alle congregazioni religiose. Dispose che le Benedettine del monastero di Muro si trasferissero, come avvenne nel 1583, in città; affrettò la costruzione del convento dei Cappuccini a Barbarano, coinvolgendo nell'impresa il Comune di Salò e le elargizioni del conte Sebastiano Paride da Lodrone. Quasi sicuramente per intervento di S. Carlo nell'agosto 1580 un ignoto mercante, tal "messer Andrea", lasciava alla Compagnia di Gesù un legato di 4000 ducati per la fondazione di un collegio di Gesuiti. Il progetto apparso possibile in un primo momento anche per l'appoggio del governatore Sforza Pallavicino e di altri benefattori venne poi accantonato mentre a Barbarano, sempre per merito di Sforza Pallavicino, vennero accolti i Cappuccini in un convento già ultimato nel 1581. I cappuccini a loro volta si faranno cinque anni dopo portavoce specie per intervento di p. Mattia Bellintani della necessità di Salò di avere una comunità di educatori chiamando i Somaschi. Accettata la proposta nel Consiglio generale del 1586, i religiosi arrivarono a Salò nel 1587. Dopo un periodo di incertezze nel 1606 venne avviato anche un collegio vero e proprio. La situazione di Salò dovette apparire al Visitatore in un certo senso positiva. Infatti la pieve ebbe dal grande arcivescovo il riconoscimento ufficiale dell'antichità e dignità della pieve, che doveva essere nuovamente decorata di un capitolo di canonici e forse anche eretta a sede vescovile di tutta la Magnifica Patria. Il Pandolfini fu nominato Vicario Foraneo ed ebbe anche l'incarico di visitare tutte le parrocchie della Riviera, a nome del vescovo diocesano. Questo incarico di fiducia e la benevolenza di S. Carlo sono testimonianza delle sue qualità pastorali. Ma i salodiani non si accontentarono. Sospinti e aiutati generosamente dal piissimo e benefico conte Sebastiano Paride di Lodrone, che aveva messo a disposizione una forte somma per la mensa vescovile e il Capitolo, e aveva già dotato un piccolo Seminario locale, desideravano la erezione di una diocesi che comprendesse tutta la Riviera fino a Peschiera, la parte orientale della Valsabbia, la pieve trentina di Tignale con la Valvestino, una diocesi di circa 35-40 parrocchie bresciane, veronesi e trentine. All'audace richiesta, appoggiata autorevolmente da S. Carlo, dal salodiano vescovo di Feltre mons. Giacomo Roveglio e dal famoso predicatore Cappuccino P. Mattia Bellintani, i salodiani erano stati sospinti anche dall'esempio dei cremaschi, che nel 1579 avevano ottenuto la erezione della loro diocesi. La morte di S. Carlo (1584) pregiudicò l'affare, apertamente osteggiato da Brescia, da Verona e da Trento, e quindi lentamente archiviato. Si deve ai Cappuccini la chiamata a Salò, come s'è detto, dei Somaschi, l'edificazione nel 1592 del Collegio di S. Giustina che divenne un centro di formazione della gioventù e grazie a loro l'apertura, pochi anni dopo, della casa delle convertite e l'edificazione della chiesa di S. Marta. Si deve al conte Sebastiano Paride di Lodrone, prima che si facesse religioso cappuccino, il finanziamento dal 1587 al 1603 di numerose iniziative caritative (compagnia della Carità Laicale, casa della Misericordia, casa del Soccorso), religiose (seminario dei padri Somaschi) e artistiche: il nobile promosse la realizzazione della cappella delle Reliquie, sostenendo le spese con almeno 360 ducati, donò 500 ducati per "dipinger et accomodare il choro della pieve", e suoi dovettero essere probabilmente gran parte dei 4000 ducati offerti da Alberghino Alberghini, suo segretario e procuratore, per il completamento di Santa Giustina. Di notevole rilievo l'apertura del Seminario avviato attraverso la Congregazione della carità laicale, fondato assieme ad alcuni eminenti cittadini salodiani trasformando a Salò una scuola di seminaristi già esistente a Lodrone, affidandola prima alle cure dei padri Somaschi per poi darle autonomia attraverso l'istituzione di un vero e proprio seminario.


Egli stesso dotò l'istituzione di un patrimonio che gli permise di sfidare difficoltà e incomprensioni. Alla soppressione del Collegio dei Somaschi in S. Giustina, per intervento del Senato veneto, il Seminario trovava qui la sua sede più adatta che fu poi chiusa dalla rivoluzione giacobina del 1797. Nonostante il fallimento della creazione di una diocesi autonoma, Salò mantenne per S. Carlo la più viva venerazione. Proclamato santo nel 1610, nacque subito in Salò una Confraternita a lui dedicata, e il 16 novembre 1611 il Consigliere Generale della magnifica Patria decretò S. Carlo Borromeo come «Protettore di questa magnifica Comunità», istituendone la festa anche civile al 4 novembre. Ma poiché l'inclemenza della stagione spesso impediva l'afflusso delle folle, i Salodiani chiesero ed ottennero da Papa Gregorio XVI di poter celebrarne la festa in perpetuo ogni anno, e con la massima pompa ogni cinque anni, nella quinta domenica dopo Pasqua. Grazie poi al cappuccino p. Teodoro Foresti, predicatore del Quaresimale in Milano, il card. Federico Borromeo si dichiarava disposto a donare a Salò preziose reliquie del santo zio. Saputa la cosa a Salò, subito sia la Confraternita di San Carlo che il Consiglio del Comune stesero le loro petizioni, formarono due delegazioni in cui spiccavano i migliori nomi della città (i Roveglia, i Cerutti, gli Arrighi, i Tomacelli, i Muracca...) e le mandarono speditamente a Milano, nonostante fosse la Settimana Santa. La riconoscenza a S. Carlo anche per il suo interessamento all'erezione di Salò a diocesi spinse il Comune a proclamarlo nel 1611, subito dopo la sua canonizzazione, a speciale patrono della città e a dedicargli, nel 1619, la cappella già della SS. Trinità destinata ad accogliere le reliquie donate dal card. Federico. Trionfale fu il trasporto lungo il percorso da Milano delle reliquie di S. Carlo da parte di Salò dove ad accoglierle vennero calcolate circa 30 mila persone che si accalcarono lungo le vie. A «Porta Bressa» le reliquie vennero ufficialmente consegnate all'arciprete mons. Ippolito Baruccio, dottor teologo e protonotario apostolico. È da lì mosse la grandiosa processione «fra il suono delle musiche, il rombo dei cannoni, lo squillare delle campane, i canti dei Sacerdoti, il plauso di tutto un popolo festante». Durante la sosta in piazza la sposa del podestà Orazio Coradelli avrebbe ottenuto la guarigione di un figlio malato di 5 anni. Giunte in cattedrale, le reliquie vennero poste su di un trono d'argento. Fu cantato il Te Deum e si fecero tre giorni di festa. La Confraternita di S. Carlo, a ricordo, eresse il bell'altare a Lui dedicato. Forse il privilegio delle reliquie di S. Carlo e l'esaltazione del santo nel 1619 diedero di nuovo fiato al tentativo di autonomia ecclesiastica. Alla fine del 1619 alla bisogna si adoperò un ambasciatore straniero (forse imperiale). Ma già ai primi del 1620 alla nuova richiesta si opponeva il Consiglio generale di Brescia che ricorse a Venezia per sventare l'operazione. L'opposizione di Brescia alla creazione della diocesi, scivolò nella satira e a Brescia circolò un caposcarico con una mitria in testa cavalcando un asino salutato dal grido: "Il vescovo di Salò, il vescovo di Salò". Mentre si dice che a Salò, dietro un falso annuncio, la folla accorse ad accogliere con solennità il vescovo che risultò essere un pupazzo.


Nel sec. XVII l'attività degli arcipreti si confonde con quella dei molti sacerdoti che raggiungono il centinaio senza contare la presenza di frati e suore. Sorgono chiese, conventi e confraternite. Nel 1671 si stanziano a Salò i Minimi di S. Benedetto; nel 1713 dopo intense pratiche si stanziano le Salesiane della Visitazione. Continuò la sua preziosa opera educativa il Collegio di S. Orsola che nel 1760 dovette essere ampliato. Sulla rinata religiosità fiorì sulla fine del '500 e specie nel '600 una vera epoca di culto delle reliquie a partire dal dono di un cospicuo nucleo di esse provenienti dal cimitero romano di Callisto, donate alla chiesa di Santa Maria dal cappuccino salodiano Mattia Bellintani che le aveva ricevute a sua volta dal duca Federico Cesi d'Acquasparta, presso cui si era recato durante i suoi soggiorni in Toscana come commissario generale dell'Ordine nel 1593 e quindi nel 1594 come mediatore. Col sostegno finanziario e logistico del Lodrone, il Comune realizzò prima la fastosissima ricostruzione della cappella del Corpus Domini, destinata a custodire le reliquie, quindi la riqualificazione del coro, mentre procedeva la sontuosa decorazione plastica e pittorica delle cappelle laterali voluta dal vescovo Giorgi. Nel 1700 giunse la reliquia della S. Croce, alla quale il 22 settembre 1706 in piena guerra di Secessione il Comune votava un altare magnifico di fini marmi. Processioni solennissime come quelle del Venerdì Santo e del Corpus Domini e in concorrenza fra loro si alternarono a quelle delle confraternite. Come sottolinea poeticamente il Voltolina quella del Corpus Domini «per antica e pia usanza solevano i Salodiani in quel dì coprir con tele le vie, le piazze e il foro, e alzar qua e là colonne ed archi rivestiti di verdi fronde e altari riccamente adornati con sacre immagini». Straordinarie le molte feste celebrate, fra le quali quelle in duomo dal 10 al 12 agosto 1771 per la conferma del culto di beata della Merici. Solennissime anche con concerti, luminarie e beneficenze le feste di S. Carlo. La floridezza di clero e religiosi risvegliò nel sec. XVIII le ambizioni ecclesiastiche dei salodiani quando la famiglia ricchissima e potente dei conti Fioravanti-Zuanelli tentò di erigere una Abbazia mitrata e vari canonicati di patronato familiare, ma incontrò l'opposizione dell'arciprete D. Lodovico Glissenti, che avrebbe dovuto sottostare all'Abate mitrato. Del resto l'Abbazia sarebbe durata ben poco, perché nella rivoluzione giacobina del 1797-98 sarebbe stata ingoiata come beneficio semplice, insieme con l'ingente patrimonio dei fondatori. Nei secoli della devozione sorgevano, già chiesti nel 1626, e di nuovo richiesti nel 1698 e nel 1710, il monastero e la chiesa della Visitazione. Sempre sulla fine del '600 nasceva l'Orfanotrofio della Misericordia e la chiesa di S. Marta.


Il '700 vide la costruzione di santuari come quelli della Madonna del Rio, del Rio Brezzo e delle Rive oltre alle cappelle nel monastero della Visitazione e della Madonna della Porteria. Momenti difficili visse la chiesa salodiana il 30 aprile 1797 e anche in altre circostanze quando i rivoluzionari bresciani e poi le truppe francesi spogliarono chiese, monasteri e confraternite di tutti gli argenti, salvando solo i vasi sacri più necessari al culto e ancor più nel 1810 quando tutti i monasteri salvo quello della Visitazione vennero soppressi. In quegli anni Salò ebbe la fortuna di essere governato con saggezza da don Luigi Florioli (1785-1809). Superati i tempi napoleonici, scomparsi conventi e molte confraternite, riprese vigore la parrocchia. Subito l'attenzione andò orientandosi verso l'assistenza e la formazione della gioventù maschile. Il 3 marzo 1815 infatti, il sacerdote don Isaia Rossi dava vita, sotto il patrocinio del vescovo mons. Nava negli ambienti del collegio di S. Giustina, all'oratorio S. Filippo. Alcuni anni dopo, lamentandosi l'inconveniente dell'eccessivo affollamento che si produceva nei giorni festivi nel cortile del collegio, auspici i cittadini e sacerdoti Andrea Brunati e G. B. Manini, che coprirono di proprio la spesa di lire quattordicimila, furono comperate alcune case e una ortaglia nella contrada della Carità Vecchia e fu operata la ricostruzione degli edifici per ospitare l'oratorio. In epoca di restaurazione si ripetè il rito delle reliquie sia pure meno intensamente a quanto era avvenuto nel sec. XVIII e nel seguente, quando il 22 giugno 1828 vennero traslate a Salò, per interessamento dell'ab. Giuseppe Brunati, e riposte nella chiesa dell'oratorio di S. Filippo Neri. Ad esse si aggiunse il 23 agosto 1829 la reliquia del corpo di S. Venerio estratto dalle catacombe il 28 maggio dello stesso anno. Nel 1830 riprese vita il monastero delle Salesiane della Visitazione introdotte con solenne cerimonia personalmente dal vescovo Nava il 3 luglio 1831. Nel 1843, desiderando di ampliare il convento e di aprirvi le scuole, le suore ottennero di utilizzare previa la costruzione di una strada comoda e carreggiabile l'antica piazzetta del mercato del lino (già Foro Boario). Ciò si concluse nel 1844. Il convento il 16 luglio 1868 venne chiuso ed indemaniato. Più tardi il convento venne assunto dalla congregazione delle Orsoline di S. Carlo. Nel 1855 anche la gioventù femminile trovò assistenza spirituale ed educativa per intervento di S. Maria Crocifissa di Rosa, che accompagnate a Salò un gruppo di sue suore Ancelle come infermiere dell'ospedale, aprì alcuni ambienti dell'ospedale. Nel 1882 l'oratorio femminile verrà trasferito in casa Ebranati, di proprietà allora delle Ancelle della Carità, fino a quando, subentrate le Orsoline di S. Carlo alle Orsoline di clausura, nel 1902 l'oratorio avrà un nuovo e decisivo impulso.


Mentre l'arciprete, causa la presenza di numerosi sacerdoti e religiosi fino alla fine del '700 si limitava più ad una preminenza il più spesso onoraria o di rappresentanza, specie con il sec. XIX soppressi i conventi, e ridotto sempre il numero di sacerdoti con il ruolo nuovo assunto dalla parrocchia divennero sempre più i coordinatori e i promotori della pastorale locale. Tale ruolo si manifesta durante il ministero parrocchiale di don Giovanni Curzi (1842-1874) durante i difficili anni del Risorgimento. Sotto il suo ministero si verificò una divergenza fra il clero per la presenza anche a Salò di un nucleo di sacerdoti liberali (don Francesco Monselice, don Isidoro Rossi, don G.B. Bonicontro ecc.) ma si accentua sotto il parrocchiato di mons. Vincenzo Gaffuri (1874-1884). Sacerdote di grande zelo diede un'impronta di profonda pietà e di pastoralità formando molte anime. Tra le realizzazioni fu la gradinata del Duomo. Oratore efficace, scrittore e poeta fu mons. Domenico Ambrosi (1884-1901) ma non estraneo alla vita pastorale anche organizzata. Sotto il suo parrocchiato nasceva la Società Federativa Cattolica di Mutuo Soccorso la quale nel 1904 riuniva 158 soci. Tra l'altro nel 1893 venivano avvertiti anche tentativi di propaganda protestante. Una costante fu costituita dalle celebrazioni quinquennali in onore di S. Carlo. Nel luglio 1900 predicò il celebre p. Agostino da Montefeltro. Lungo e intenso, ricco di opere il parrocchiato di mons. Giov. B. Bodeo (1901-1939). Il 10 settembre 1906 presente il card. Andrea Ferrari di Milano ed i vescovi di Brescia e di Trento venivano inaugurati i restauri del Duomo. Grazie soprattutto ad un giovane prete, don Giov. B. Greppi rettore della chiesa di S. Bernardo, si ebbe dal 1907 un risveglio in campo giovanile sempre più evidente. Il 19 marzo 1908 nasceva "La Giovane Salò" avente come scopo di educare i giovani all'Azione Cattolica e Sociale, con i mezzi più vari (manifestazioni, conferenze, opere di beneficenza, trattenimenti, sport, gite, ecc.), e, ancora di educare la gioventù ai puri e santi ideali di religione e di Patria. All'associazione diedero appassionato apporto Lorenzo e Pierino Ebranati, Francesco Paris, Battista Rodolfi, Riccardo Turina ecc. con l'attività filodrammatica, sportiva e sociale. Assistenti molto attivi oltre a don Greppi, furono don Giov. B. Gigola, don Pietro Raggi ecc. Sostegno continuo diede l'arciprete don G.B. Bodeo assieme ad altri sacerdoti (don Giovanelli, don Luigi Tarolli, ecc.). Il 28 agosto 1910 per la prima volta Salò vede presenti, per l'inaugurazione della bandiera dell'associazione 2000 persone, 70 bandiere, 3 bande. Sotto il parrocchiato di mons. Bodeo si espande l'organizzazione catechistica, si diffonde la stampa cattolica, nascono l'Associazione magistrale Nicolò Tommaseo, le scuole serali, le cucine economiche, due biblioteche cattoliche, si intensificarono gli esercizi e i ritiri spirituali, il mese mariano. Tra le figure eminenti del movimento cattolico sono da segnalare Battista Rodolfi e Pierino Ebranati. L'oratorio, affidato per anni a don Giovan Battista Gigola, passa il 15 ottobre 1914 agli Oblati di S. Giuseppe o Giuseppini. Al contempo sotto la guida del maestro Arturo Baronchelli riprende vita la Schola Cantorum che nel 1924 prendeva il nome di San Gregorio Magno, e nel 1929 di Marco Enrico Bossi. Nel febbraio 1922 veniva aperto un laboratorio missionario; nel maggio 1924 entrava in funzione il Consiglio parrocchiale. Nell'ottobre 1926 il card. Achille Locatelli presenziava alle solenni feste francescane. Nello stesso anno all'intenso impegno pastorale veniva un riconoscimento di rilievo. Papa Pio XI concedeva infatti all'arciprete di Salò il privilegio dei pontificali con la mitra di tela d'oro, la croce pettorale e l'anello nelle feste di Natale, Pasqua, Pentecoste, Assunta e S. Carlo Borromeo nella 5ª Domenica dopo Pasqua. Gradatamente si andò risvegliando anche in campo cattolico l'elemento femminile oltre che nell'oratorio, nel Circolo femminile "Fortes in fide" presieduto dalla maestra Veronesi, il Gruppo Donne dell'A.C., presieduto dalla maestra Bonvicini, la Scuola di canto, il Gruppo catechistico, la Biblioteca. Assistente solerte don Teodoro Brusasco. Centro del movimento femminile di Salò fu il Convitto femminile di via Gaspari, diretto dalle Ancelle della Carità, che venne rinnovato nel 1922. Fra le grandi manifestazioni straordinario fu il Congresso eucaristico del Garda che si tenne nel maggio del 1935. Nell'agosto 1935 erano i Padri Artigianelli (o Piamartini) a sostituire nell'oratorio a Salò i padri Giuseppini. Di essi lasciarono ricordi incancellabili il superiore p. Giuseppe Podavini e il direttore dell'oratorio p. Giuseppe Guarneri assieme ai padri Michele Bonomini, Sala ed Italo Bosetti fondatore della "Città del Fuoco". A loro volta i p. Artigianelli nel 1953 lasciarono l'oratorio al clero diocesano nel quale si distinsero particolarmente don Tonini e don Turla. Quattro soli anni (1941-1945) durò il parrocchiato di mons. Luigi Ferretti ma furono sufficienti per lasciare l'impronta di una spiritualità intensa anche se da qualcuno discussa, avendo accolto le esperienze di avanguardia di cenacoli, promossi nell'ambito dell'Azione cattolica giovanile e ispirata da un assistente dell'Università Cattolica, don Franz Massetti. Tali esperienze originarono inchieste in ambiente ecclesiale ma nessuno dubitò della rettitudine dell'arciprete mons. Ferretti e degli stessi esponenti laici. Alla parrocchia mons. Ferretti diede il meglio di sè, sacrificò l'argenteria di famiglia per un nuovo tabernacolo e promosse, spendendo del suo, nuove aule catechistiche dell'Oratorio "S. Filippo". In seguito al tragico bombardamento di Gavardo del 29 gennaio 1945 mons. Ferretti volle tornare a Gavardo da dove era arrivato a Salò. Incompreso e forse non molto adatto ad impegni di così vasta attività parrocchiale, chiuso per sofferto carattere mons. Prezioso Milani (1945-1952) visse tra difficoltà e incomprensioni il suo breve ministero specie a causa di questioni inerenti alla proprietà e alla gestione dell'oratorio maschile. Fra i suoi meriti la fondazione del bollettino parrocchiale "Il Duomo". Intenso e brillante anche se non lungo il parrocchiato di mons. Domenica Bondioli (1953-1965). Alla cura particolare della liturgia, della predicazione e dell'Azione cattolica dedicò le sue migliori energie. Ma avvalendosi della collaborazione di intraprendenti collaboratori quali don Mario Tonini realizzò nel 1953-1959 opere grandiose quali la Casa del Giovane "La Giovane Salò", il Cinema Cristal, la chiesa di S. Giuseppe e fu dal 1962 tra i principali promotori di tre villaggi. Cure particolari dedicò al Duomo. Solenni le celebrazioni del 5° centenario dell'erezione del Duomo, presente il patriarca di Venezia card. Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII. Tra le sue esperienze per sua iniziativa, nasceva l'idea che giovani sposi davano vita ad una comunità di genitori con lo scopo di sensibilizzare i genitori stessi "alla primaria e fondamentale responsabilità" di educatori per attuare i nuovi insegnamenti del Concilio circa l'educazione della gioventù. Attiva dagli anni '60 anche la "Scuola di vita familiare". Nel 1961, per iniziativa dell'ordinario militare mons. Pintonello, si stabilì, anche se per pochi anni, nella villa S. Lucia, la casa per Esercizi spirituali e lo studentato per i cappellani militari d'Italia. Di acuta intelligenza e di vasta cultura, diventato arciprete a 37 anni, mons. Gianni Capra (1965-1971) non ebbe tempo di sviluppare opere di grande rilievo, ma coltivò la vita religiosa. Cure particolari dedicò nel 1966-1967 al santuario della Madonna del Rio e nel 1971 al nuovo monastero della Visitazione a Versine. Il 20 ottobre 1968 a Versine venne posta la 1ª pietra del nuovo monastero della Visitazione, inaugurato il 2 luglio 1971 mentre la chiesa veniva consacrata il 4 luglio seguente. Nel 1970, per impulso del prevosto la parrocchia venne suddivisa in sette diaconie: S. Giovanni Battista (Barbarano), Madonna del Carmine, S. Carlo B., S. Domenico, S. Giuseppe, S. Bernardino, S. Benedetto. Dal 1972 al 1992 la parrocchia venne affidata a mons. Paolo Zanetti, per carità e doti umane, sacerdote popolarissimo, e di grande zelo. Notevoli le opere a lui dovute, quali la Casa della Giovane, il nuovo concerto di campane, il restauro e il consolidamento del Duomo dopo il terremoto del 1972, corsi professionali ecc. Nel 1976 veniva fondato un Riparto esplorativo. Nel 1982 veniva istituita la scuola media cattolica. Il 9 dicembre 1983 veniva inaugurata la Casa della Giovane voluta da Antonia Valdini Caldirola. Opere riprese, sviluppate e arricchite da mons. Francesco Andreis il quale inaugurava per ex drogati la "Casa di Betania" e avviava un intenso aiuto alle Missioni specialmente a quelle nel Burundi. Nel 1994 veniva aperto, in via Canottieri 2, un centro di ascolto della Caritas Zonale. Nel febbraio 1996 la parrocchia avviava, dopo 25 anni di abbandono, la ricostruzione del cinema Crystall.




IL DUOMO. Poco o nulla si conosce della prima chiesa plebanale. Secondo il Brogiolo sarebbe sorta sui resti di una basilica romana. Resti di tale epoca sono venuti alla luce nel corso degli anni. Essendo cadente la prima, o seconda, chiesa cristiana, oltre che insufficiente, fin dal 1418 i salodiani deliberarono di fabbricarne una nuova che fosse degna della loro borgata, divenuta capitale della Magnifica Patria e sede di un Provveditore Veneto, emporio commerciale in rapporti con Venezia, specialmente per il commercio dei refe e della carta. Ma varie cause di ordine politico ed economico fecero dilazionare l'esecuzione della desiderata fabbrica fino al 1452, nel quale anno i consiglieri del comune di Salò deliberarono di mandare a Verona l'architetto Filippo de Vachis di Caravaggio ma residente in Brescia, perché prendesse le misure e studiasse la struttura della chiesa di S. Anastasia, la più vasta e monumentale delle chiese di Verona. Volevano che il nuovo Duomo fosse eguale, in proporzioni minori, a quella famosa chiesa romanica, celebre per la sua eleganza e vastità. L'architetto dalle Vacche (il cognome e la patria lo avvicinano alla Giovannetta dalle Vacche, alla quale sarebbe apparsa pochi anni prima la Madonna di Caravaggio) preparò il disignamentum o disegno, studiò in tutti i particolari e, pienamente approvato dal comune, il 7 ottobre 1453 si diede principio alla grandiosa fabbrica con la posa della prima pietra, come ricorda la piccola lapide posta nell'interno, di fianco alla porta di sinistra. La costruzione massiccia in pietra proseguì per vari anni sotto la direzione dell'architetto dalle Vacche, e già nel 1483 il cronista Marin Sanudo nel suo memorabile "Itinerario di Terra ferma" poteva scrivere che la nuova pieve di Salò era «magnifica et excellente», e più tardi la marchesa di Mantova, Isabella d'Este, a diporto sul lago di Garda scriveva al marito Francesco Gonzaga: «Sono stata alla messa et vespero alla Chiesa principale di Salò, molto più bella de veruna delle nostre de Mantua» dove pure vi era un S. Andrea! Tra i primi benefattori il Duomo contò un certo Antonio Griffi, ricco camuno, il quale nel suo testamento del 6 febbraio 1456 disponendo di essere sepolto nel Duomo lasciava alla fabbrica dello stesso dieci ducati d'oro. Nello stesso anno 1456 risulta eseguita la porta laterale. Nel 1501 veniva già ampliato il coro, nel 1506 veniva eretto il portale maggiore. Già dal 1513 la chiesa si andò arricchendo di molte pale d'altare, affreschi, stucchi (1599, 1602, 1619), altari, ecc. Ai danni provocati dal terremoto del 1901 che costrinsero alla chiusura del tempio supplì prontamente la fabbriceria, alla quale andò poi incontro l'Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti. Un progetto per la rifinitura della facciata veniva presentato nell'ottobre 1926 dall'arch. Beniamino Serri. Se il progetto non venne accettato, il Serri vide costruite tuttavia su suo disegno, dalla ditta Pietro Bonetti di Sale, le due bussole delle porte laterali. Interventi vennero resi necessari nel 1976 in seguito a scosse di terremoto che provocarono alcuni lievi danni. Dal 1986 al 1992 il duomo venne ampiamente restaurato. Vennero compiute opere inaugurate il 5 luglio 1992 dal card. Antonio Innocenti. La facciata del Duomo di Salò - in cotto non rivestito terminante in un frontone triangolare con quattro contrafforti a pilastro - è rimasta grezza e incompiuta. Ma porta su di sé quattro gioielli che ben valgono a darle rilievo e maestà. In alto l'oculus o finestra rosata, semplice, con belle sagome larghe e ben proporzionate, in marmi policromi: il plumbeo, il rosso e il bianco di Verona. Ai fianchi, due porte gotiche originali del '400, rettangolari nella pietra grigia di Soasso di cui è fatto tutto il Duomo, recanti, nell'architrave, l'una l'Agnello con vessillo e croce, l'altra il monogramma I.H.S. sormontato dalla croce e racchiuso in raggiera. Il portale, sobrio ed elegante, venne iniziato il 25 marzo 1506 e terminato il 31 maggio 1509. Attribuito a Pietro da Salò e al Gobbo di Milano (cioè Cristoforo Solari) o al Sansovino è invece opera di Antonio della Porta da Porlezza (il disegno, il gruppo dell'Annunciata, il Padre e i medaglioni dei SS. Giacomo e Filippo) e di Gasparo da Cairano (l'architettura e i busti dei SS. Pietro e Battista), gli artisti della Chiesa dei Miracoli in Brescia. E ben ricorda i portali della Certosa e del Duomo di Pavia, ispirati dal Bramante. La porta in legno è di maestro Bartolomeo Otello da Salò giovinetto, costruita nel 1511. L'esterno è dominato dal gioco delle absidi. Domina la cupola, di stile gotico veneziano. Alto splende il cupolino marmoreo, costruito nel 1548, del campanile a curve orientaleggianti, fiorito in punta da una croce a palle anch'essa di pretto stile veneziano. L'interno offre una visione d'insieme grandiosa e assieme devota. Difatti, come scrive il Mucchi, «chi entra nel Duomo di Salò è immediatamente sorpreso da un armonioso senso di grandiosità che non deriva già da che l'architettura sia più grande, più alta e spaziosa di quella di altri templi archiacuti, ma piuttosto dal connubio di elementi diversi coordinati felicemente ad un unico effetto prospettico. Non soltanto dunque sono da considerarsi influenti le ragguardevoli dimensioni dell'ambiente, ma anche, e più, l'equilibrio del bilanciarsi dei vuoti e dei pieni, la parca distribuzione della luce, e soprattutto un accorgimento architettonico di grande effetto». Lo stile della Chiesa è il gotico italiano, in cammino però verso il ritorno alla basilica romana secondo i postulati dell'Umanesimo e del Rinascimento che già si aprono la via tra gli animi. L'arco acuto, le volte a crociera, la forte spinta all'alto, la penombra e la severità dell'ambiente, ci dicono che siamo ancora nel gotico. Ma lo stesso arco che dal triangolo isoscele si è allargato all'arco acuto di terzo punto abbassando le volte, i pilastri mutati in colonne, la forte spazialità dell'ambiente e la semplificazione della pianta già dicono che si ritorna alla vecchia, spaziosa e luminosa basilica latina. Il Duomo di Salò è un raro esempio di questo passaggio dal gotico al rinascimento in atto nella seconda metà del '400. Progettista, architetto e capomastro del Duomo è il "protomaestro murario" Filippo delle Vacche. È attorno a lui e con lui lavora tutta una schiera di artisti e di artigiani comacini, gente che ben sa il suo mestiere.


La pianta è a tre navate con volta a crociera sviluppate su archi d'ogiva, sostenuti da 8 colonne massicce e da 4 mezze colonne in pietra viva delle cave, oggi esaurite, di Soasso. Da notarsi i capitelli, in ricche foglie ripiegate a riccio. La navata maggiore è alta 22 metri, le minori 14 metri. La lunghezza delle navate è di 45 metri, la centrale, col presbiterio e il coro (m. 17), raggiunge i 62 metri all'interno, i 64 metri all'esterno. La navata centrale è larga 10 metri, le minori m. 5,15. La larghezza totale è di m. 20. Il diametro delle colonne è di m 1. La luce, scarsa e raccolta, piove da due ordini di finestre, gotiche le più alte, ridotte a forma veneziana quelle della navata prospiciente il lago. La decorazione delle tre navate - del 1591 - è opera del decoratore bresciano Tomaso Sandrini, l'artista che affrescò la basilica dei SS. Faustino e Giovita di Brescia. Entusiasta del barocco, egli seppe però lasciarsi dominare dalla severità della architettura del Duomo di Salò così da non violentarla e da darci una decorazione che almeno non stona con l'austerità dell'ambiente. Salendo lungo la navata di destra la prima cappella è dedicata a S. Girolamo e fu riccamente decorata dallo stuccatore Domenico Reti per conto della famiglia Segala. Come sottolinea Monica Ibsen «l'intelaiatura architettonica della parete d'altare riproduce quella realizzata dal Malosso nelle pareti della cappella del Sacramento, ma con un meno affinato senso delle proporzioni. A lato della pala, sopra le nicchie, riquadri con simboli funerari, nella volta le "Virtù teologali"». La pala raffigura "S. Gerolamo nel deserto" ed è lavoro giovanile di Zenone Veronese eseguito secondo qualcuno tra il 1502 e il 1507, secondo altri entro il 1520. Il Santo penitente è in meditazione dinanzi al Crocefisso, mentre lo Spirito Santo gli manda le Scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento. Nella cappella riparata da una nuova cancellata si venera la Pietà, gruppo ligneo di scuola Altoatesina della seconda parte del sec. XVI, un giorno dotata e decorata (il Cristo è ridotto da un Crocefisso del sec. XV). Balza all'occhio, sullo spazio di fianco alla cappella, la "Pietà" di Zenone Veronese, firmata e datata 1513. Anche se il disegno lascia qua e là a desiderare, il colore è vivo e ben armonizzato e il quadro è assai ammirato e gustato dal popolo. Tra questa prima e la seconda cappella è appesa una grande tela del vicentino Alessandro Magonza (1556-1630) raffigurante l'"Omelia di S. Carlo" (olio su tela cm. 380x185, rest. 1968-1970, firm. Alex MGAM. PING.). Eseguita forse nel 1619 e qui trasportata dal vicino altare di sinistra. La seconda cappella già dedicata alla SS. Trinità è stata poi dedicata a S. Carlo Borromeo patrono di Salò. Gli stucchi sono opera di Davide Reti mentre nei sei ovali della volta il bresciano Luigi Salvetti ha dipinto nel 1995 episodi della vita di S. Carlo. L'altare è ricco di un bel paliotto del '700 in raffinato commesso marmoreo. La pala raffigura S. Carlo e gli appestati (olio su tela cm. 295x185, rest. 1968-1970), è opera di Alessandro Magonza (1556-1630). Venne eseguita per la chiesa di S. Giustina nel 1611. Accanto all'altare è conservato un manipolo da Messa e nel tabernacolo un prezioso reliquiario con alcune pezzuole intrise del sangue di S. Carlo nell'ultima sua malattia. Il manipolo e le pezzuole sono dono come già s'è detto, del card. Federico Borromeo fatto alla città di Salò nel 1619. Sopra il confessionale che segue sta una pala dello stesso autore, richiamo alla protezione concessa da S. Carlo alla città di Salò nelle varie pestilenze che la minacciarono in quegli anni. La decorazione della terza cappella, dedicata ai Santi Sebastiano e Cristoforo, è caratterizzata dagli stucchi dorati e policromi che si associano, come nella cappella prospiciente, alla soasa dorata della pala d'altare, qui particolarmente fastosa, e - come tutta la cappella - un po' greve. Il paliotto in seta dell'altare probabilmente della prima metà del sec. XVIII è ricamato in filati preziosi. La pala è firmata da Tommaso Bona ed è di impronta morettesca. Sulla successiva parete è collocata la tela raffigurante il "San Paolino di Nola tra i Santi Giovanni Battista e Pietro" di Zenone Veronese, che lo splendore cromatico e la nuova sicurezza nella presenza fisica e nella tornitura dei volumi permettono agli studiosi di assegnare agli anni 1515-18. La quarta cappella è intitolata al Santissimo Nome di Gesù e l'omonima confraternita ne affidò la decorazione a stucco a Davide Reti tra il 1603 e il 1605, immediatamente dopo che l'altare era stato qui trasferito dalla seconda cappella della navata sinistra. Ugualmente commissionata dalla confraternita fu la pala dell'altare, la "Discesa del Redentore al Limbo" firmata da Zenone Veronese nel 1537. La pala è incorniciata da un'elegante soasa in stucco, recante nell'architrave i simboli della Passione e le lettere INRI connessi alla dedicazione dell'altare. Sul fastigio due putti sorreggono il simbolo di San Bernardino; negli ovali della volta sono dipinte a fresco, al centro, la "Circoncisione di Gesù" e, nella fascia esterna, le Sante Apollonia, Caterina d'Alessandria e Lucia. Sulla parete adiacente si scorge un modesto affresco strappato rappresentante l'"Adorazione dei Magi", opera tarda di scuola veronese (intorno alla metà del '400) proveniente da un edificio delle Rive di Salò; in alto, "San Filippo Neri in meditazione" tela del salodiano Romualdo Turrini (sec. XIX) e già nella distrutta cappella dell'oratorio dedicata al Santo. Rientrante e vasta si apre poi la cappella del SS. Sacramento degna di una cattedrale. Costruita nel 1594 e decorata nel 1599 venne dapprima dedicata ai SS. Martiri. Si tratta di un bell'edificio di perfetto stile barocco. Il vano d'accesso è decorato da stucchi e inserti a fresco con l'"Ascensione di Elia" e la "Consegna delle tavole a Mosè", angeli e Virtù. L'ambiente principale è dominato dalla spettacolare quadratura prospettica della volta che si accorda appieno con la solenne e fastosa spazialità della cappella; al centro della finta prospettiva il Malosso dipinse la "Gloria celeste" o il Paradiso con la Trinità adorata dai martiri dei quali la cappella conserva le reliquie e che sono rappresentati anche nelle statue di stucco imitante il bronzo; queste, come tutte le altre raffinate decorazioni plastiche, furono compiute da Davide Reti mentre gli affreschi sono opera del cremonese Giov. B. Trotti detto il Malosso (1555-1611). Nella parete destra si trova la tela con il "Martirio di Santa Felicita e dei suoi figli" (1606) del Malosso; di fronte, la "Lapidazione di Santo Stefano" di Andrea Bertanza (1619) proveniente dall'adiacente cappella dei Santi Stefano e Giuseppe, e qui collocata dopo il 1700. Nel vano d'altare, sulla scorta dell'Epistola paolina ai Romani, sono accostate le figure di Abele e Santo Stefano e immagini del culto levitico ed eucaristico per esaltare la superiorità di quest'ultimo; il dipinto a olio su muro di Angelo Landi rappresentante il "Golgota" (1906), rispecchia fedelmente la sistemazione adottata nel 1607. Sull'altare - quasi certamente disegnato dal Malosso come forse l'inferriata che chiude la cappella - un ricco tabernacolo del cremonese Giovan Maria Pellone (1646), affiancato da due pregevoli angeli lignei intagliati nella bottega dei Fantoni. Del Landi, che la realizzò intorno al 1930, è anche la notevole "Via Crucis". La piccola abside che affianca a destra quella principale accoglie un fastoso altare di Domenico e Antonio Corbarelli eretto tra il 1707 e il 1729 al posto dell'altare di Antonio Carra (1624) per onorare una reliquia della Santa Croce. La pala d'altare, la "Madonna con il Bambino fra angeli e i Santi Stefano e Giuseppe", arieggiante grazie rococò, è opera di Ercole Graziani che sostituì dopo il 1729 la tela di analogo soggetto del Celesti, ora in San Bernardino. A destra dell'altare, "Respice finem", dipinto dei primi anni dell'800 probabilmente commissionato dalla confraternita del Suffragio, e un pregevole "Ecce Homo" ligneo della prima metà del `500. A sinistra lo "Stemma chronologicum perantiquae plebis Salodii", carta settecentesca illustrante le istituzioni religiose dipendenti o collegate alla pieve, originariamente collocata nella sala del Consiglio comunale. Addossate ai pilastri del presbiterio due cornici-ambone gemelle, finemente intagliate, dipinte e dorate tra il 1513 e il 1519 dagli intagliatori Pietro da Salò (identificato generalmente con Pietro Cutello) e Antonio da Zara e da Zenone Veronese, e poste a ornamento degli altari di San Giuseppe e di Santa Caterina, soppressi nel 1580 da San Carlo. I due manufatti lignei ospitavano due tele di Zenone Veronese, delle quali ci è giunta solo la "Natività" per l'altare destro: quella dell'altare di sinistra, dedicato a Santa Caterina, andò distrutta alla metà del '600 in un incendio e fu sostituita nel 1689 dall'"Adorazione dei Magi" di Andrea Celesti. La navata centrale sbocca sul presbiterio, diviso in due parti: il Coro Senatorio per le autorità religiose e civili che assistono ai riti solenni, e il Presbiterio propriamente detto, in cui si trova l'altare e si svolgono i riti sacri. L'altare non presenta particolari degni di rilievo. Pregevole è invece il Tabernacolo di argento massiccio, opera dell'orafa milanese Eugenia Mucchi, fuso e sbalzato nell'anno 1942, ma modernamente intonato allo stile quattrocentesco della Chiesa e dell'ancona che lo sovrasta. I candelabri e la croce che stanno sull'altare, sono fusi con bronzo tolto ai turchi nella battaglia di Lepanto, dono della Repubblica di Venezia e opera datata 1775 da Giuseppe Filiberti, veneziano.


Sulle pareti del presbiterio stanno l'organo e il controrgano, opera cui han posto mano più artisti nel volger di un mezzo secolo. Un primo organo venne costruito da un maestro Baldessari "teutonico", fu commissionato nel 1546 all'officina degli Antegnati, la scuola dalla quale uscirono i migliori organi del tempo, come quelli del Duomo vecchio di Brescia, di S. Maria Maggiore di Bergamo e dello stesso Duomo di Milano. L'organo di Salò fu costruito da Bartolomeo e Gian Francesco Antegnati e dal genero del primo. Vi posero poi mano altri organari nel 1600 (Tommaso Migliorini da Brescia) e venne ricostruito, come suggerisce l'etichetta, dalla "Fabbrica Nazionale (...) dei fratelli Serassi di Bergamo nel 1862". Ha un ripieno di particolare effetto.


Le due cantorie sono opera di mastro Bartolomeo Otello da Salò (segnalato nel 1495) con la collaborazione di un fratello, di Pietro Cutello e di un certo Francesco, tutti intagliatori salodiani. Le ante che racchiudono l'organo sono opera pregevole del pittore Jacopo Negretti di Antonio (1544-1628), nipote e discepolo di Palma il Vecchio e soprannominato perciò Palma il Giovane; all'esterno, è una grandiosa "Adorazione del serpente" agitata e commossa; all'interno, vi sono da una parte il "Sacrificio di Abele" e dall'altra il "Sacrificio d'Isacco". Il grande quadro che sta loro di fronte, raffigurante "La caduta della manna" è del collega di lui, Vassilacchi (1556-1629) detto l'"Aliense da Milo", greco, ma residente a Venezia. Divide il coro dal presbiterio e domina maestosamente l'altare e la Chiesa, l'ancona dorata quattrocentesca che è frutto della collaborazione intelligente di numerosi artisti. Commessa nel 1475, essa richiese, a compiersi, quasi una trentina d'anni. Il disegno e l'intaglio di tutta la parte architettonica - riccamente incavata di trafori e fiorita di cimase palmeggianti, di gugliette e di pinnacoli, di archetti montanti, di fascie, di timpani e di pilastrelli intagliati come un fine ricamo di stile gotico fiorito - sono opera di Bartolomeo da Isola Dovarese. Le statue sono di Pietro Bussolo da Milano, che vi raffigurò il Risorto sopra e la Vergine in trono sotto, circondati dai Santi titolari delle 8 Chiese dipendenti dall'antica Pieve di Salò: in alto S. Maria Maddalena, S. Benedetto, S. Nicola da Bari, S. Lucia; in basso S. Giovanni Ev., S. Pietro, S. Giovanni Battista e S. Bartolomeo. La doratura e la coloritura di tutta l'opera è del pittore Francesco da Padova che vi lavorò col genero Michele Bertelli da Salò. E infine un'allegra ma capace brigata di pittori veneziani "Maestri di Ancona" - dei quali conosciamo i nomi ma non i cognomi - vi pitturarono le 11 piccole ancone poste sul piedestallo, opere di grande pregio eseguite in purissimo stile quattrocentesco, raffiguranti i Santi titolari delle altre terre della Riviera dipendenti civilmente da Salò. Il tutto forma un ottimo lavoro di stile veneto goticizzante, illuminato da un vivido e sereno raggio di arte quattrocentesca.


Sul presbiterio si innalza l'armonica cupola, progettata e costruita dallo stesso Filippo dalle Vacche, alta m. 11, con m. 43,84 di circonferenza. Il passaggio dal quadrato del presbiterio alla circonferenza della cupola è ottenuto mediante quattro pennacchi a vela, nei quali Palma il Giovane dipinse i quattro Evangelisti. Sull'anello di base, si aprono 8 finestre bifore ad archi riflessi sorretti da colonnine con capitelli gotici. Una di esse si apre, con bello effetto, sull'interno della Chiesa sopra il Crocifisso gotico. La volta è divisa in 16 spicchi da nervature che fanno da raggi all'occhio di Dio inserito nella serraglia circolare che le raccoglie. Oltrepassato il presbiterio e l'ancona che lo domina si apre il coro, pienamente barocco, costruito nel 1601 quando il Consiglio della Comunità decise che ad una chiesa così grandiosa dovessero corrispondere un altrettanto grandioso coro e l'abside. E l'opera, su ispirazione del Governatore Veneto Angelo Gradenigo, fu lungamente discussa e infine contrattata con Palma il Giovane, l'artista veneto che, morti ormai il Veronese e il Tintoretto, era rimasto padrone assoluto nel campo della pittura ed era salito in gran fama. Data l'età ormai avanzata e la salute malferma, egli si associò il discepolo e collega Antonio Vassilacchi detto l'Aliense. Si fece dapprima, dal 1602 al 1605, il catino dell'abside. Palma il Giovane vi raffigurò l'Assunzione della Madonna. In una mandorla dorata, chiamata dall'estasi divina cui tende ambe le braccia la Vergine sale al cielo. Attorno, le fa coro una gloria d'Angeli distesa e osannante. In piano, chiusi da una pesante balaustrata che si apre al centro per mostrare il sepolcro ormai vuoto, gli Apostoli cercano, ammirano, pregano, gestiscono in atteggiamenti concitati o estatici. Pregio dell'opera è soprattutto il colore, che sprizza vivo, variato, parlante, in una tavolozza ricchissima in cerca di osannanti armonie. Intanto Davide dei Heredi, veneto, ha apprestato la doratura del cornicione e delle lesene che accolgono le due grandi tele che i due pittori dipinsero in Venezia ed esposero all'ammirazione del pubblico nella Chiesa S. Zaccaria: la Visitazione, di Palma il Giovane (è il suo capolavoro, qui nel Duomo di Salò) e la Nascita della Vergine, del Vassilacchi. Esse furono poste in opera a Salò per la Pentecoste del 1605 e restaurate nel 1960 dal prof. G. Arrigoni da Bergamo. Nel 1609 si decise di toglierla e si commise a Palma il Giovane la pala centrale dell'Annunciazione. L'artista tirò le cose in lungo. Tanto in lungo che, mentre stava finendola, morì. E fu nel 1628. I discepoli la rifinirono e la collocarono nel coro dove ancor oggi si vede. Il Palma oramai vecchio fornì i cartoni per gli "Evangelisti" dei pennacchi compiuti dall'Aliense (1605); quindi vennero collocate le tele: nel catino absidale la "Visitazione" di Palma a sinistra e la "Natività" del Vassilacchi a destra, sull'organo il "Sacrificio di Isacco" (Palma) e l'"Uccisione di Abele" (Vassilacchi) e, all'esterno, visibile solo ad ante chiuse, il "Serpente di bronzo" (Vassilacchi), ed infine, sul controrgano, la "Caduta della manna" (Vassilacchi). La grande tela centrale con l'"Annunciazione" fu commissionata al Palma solo nel 1627 e condotta a Salò dopo la morte dell'artista sopraggiunta l'anno seguente. Pure suggerite dal Palma furono le decorazioni a monocromo (statue e nature morte) ai lati delle cantorie e gli ornati barocchi sopra l'organo e il controrgano. L'altare è di ordinaria fattura. Nell'absidiola sinistra, dedicata ai Santi Michele e Giorgio, l'altare assembla elementi del distrutto altare di San Giuseppe, di Antonio Carra, con elementi realizzati dai Corbarelli, come il paliotto, molto simile a quello dell'abside destra. La pala, rappresentante i "Santi Michele, Giorgio e Francesco di Sales", è opera di Andrea Celesti; a sinistra la "Maddalena ai piedi del Crocefisso", tela molto deperita di autore veneto, ascrivibile ai primi del '600; a destra, "San Filippo Neri" di Romualdo Turrini; il fonte battesimale è opera bronzea del salodiano contemporaneo Angelo Aime (1968). La porta ingresso della sagrestia (1474) è di buona fattura quattrocentesca, di stile rinascimentale. Uno stucco che sta sulla porta della sagrestia stessa raffigura la Madonna col Bambino in gloria opera di ignoto del 1400. La lunetta con l'Addolorata fu dipinta nel 1679. Nella sagrestia - che conserva broccati e damaschi del '600 e del '700 - si può ammirare la pala di S. Antonio Abate con Santi di Zenone Veronese (1484-1553). Tra gli altri quadri si notano una "Madonna col Bambino" attribuita a Zenone Veronese, tela di spiccato accento veronese databile intorno al 1512-15, e "San Giovanni de Matha e San Felice di Valois", proveniente dalla chiesa di Santa Maria di Senzago e attribuibile a Romualdo Turrini. Altri dipinti raffigurano "I Santi Francesco e Antonio di Padova", opera tardo settecentesca rimossa dalla chiesa di Sant'Antonio, e lo stendardo settecentesco sulla parete di fondo; "Santa Maria Maddalena" di Antonio Calza (XVIII sec.), proveniente dall'oratorio delle Zitelle e "La Vergine in gloria con i Santi Marco, Antonio Abate, Francesco e un donatore" (fine XVI sec.) sulla parete d'ingresso, l'"Immacolata Concezione" (XVIII sec.) a destra.


Di particolare interesse è la Bibbia già nel Duomo di Salò (biblioteca dell'Ateneo di Salò), dalle elegantissime lettere con minuti motivi geometrici e floreali colorati in azzurro, in giallo e in verde e, nei fogli dei canoni, con la solita composizione di arcate sulle sottili colonnette. Questo codice è da ricordare per la quasi puntuale identità fra una sua iniziale e una nella Bibbia Atlantica (Milano, Chiesa di S. Ambrogio Ms M 55 c. 3 v) del secolo XI. Scrive il Gratarolo, nella "Historia della Riviera di Salò" (Brescia 1599): «la sacristia è fornita di paramenti e di libri, fra i quali è una Bibbia antica scritta a mano, e miniata sottilmente e di prezzo di trecento scudi»; venne acquistata nel 1448 presso un certo Matteo di Asti abitante a Salò e nel 1473 venne data in pegno a certi giudei di Gavardo per bisogni improvvisi del comune e della chiesa, ma fu ricuperata dal console. Segue la quinta cappella dedicata a Santa Teresa per voto della comunità in occasione della terribile epidemia di peste del 1630: l'altare fu tuttavia edificato solo nel 1679 da Scipione Ogna e Giuseppe Cantone, mentre gli stucchi furono eseguiti da Battista Rossi. La pala, raffigurante Santa Teresa che intercede presso Cristo per gli appestati, è opera del veronese Francesco Barbieri (1684). Sulla parete adiacente, la tela di Andrea Celesti proveniente dalla chiesa di Santa Giustina, con la "Vergine che appare a San Gerolamo Emiliani in carcere", con la rappresentazione della Trinità, allusiva all'istituzione dei padri Teatini. Segue la cappella dedicata ai Santi Antonio abate e Antonio di Padova e reca sull'altare una tavola raffigurante i "Santi Antonio abate, Rocco e Sebastiano e due committenti" (della famiglia Accursi) di discussa attribuzione (Torbido o Moretto) ma senz'altro assegnabile ad artista veronese intorno al 1515-25, probabilmente Gianfrancesco Caroto. Gli stucchi della volta furono realizzati nel 1669 da Battista Rossi, a rifacimento di una decorazione precedente, di cui restano le parti a fresco con episodi della vita dei due santi titolari e la lunetta con la Madonna delle Consolazioni degli anni '20 del Seicento. Tra la quarta e la terza cappella l'"Immacolata Concezione" realizzata da Andrea Celesti per i frati francescani osservanti di San Bernardino. Sull'arco della terza cappella, dedicata ai Santi Filippo e Giacomo, alla Madonna del Rosario e all'Immacolata Concezione, l'iscrizione dedicatoria, accompagnata dalle insegne araldiche e da due putti, ricorda Filippo Bon, provveditore veneto nel 1603 e donatore della sontuosa e greve decorazione a stucco, attribuibile al Reti e assai prossima al gusto delle decorazioni della Basilica delle Grazie a Brescia. La pala con la "Madonna del Rosario con i Santi Filippo e Giacomo", accompagnata dalla lunetta con l'"Eterno Benedicente" e dalle tavolette con "Misteri del Rosario" fu realizzata nel 1596 da Pietro Marone. In restauri compiuti dal prof. Lorenzini è venuto alla luce nel cimiero un leone rampante con cartiglio con il nome di Filippo Bon podestà e capitano nel 1603. Sulla parete successiva "Sant'Antonio di Padova e donatore" del Romanino, firmato e datato (1529), proveniente da San Bernardino, dove era collocato sull'altare di Sant'Antonio, di giuspatronato della famiglia Grilli, un cui membro, donatore del dipinto, è raffigurato in atteggiamento devoto ai piedi del Santo. La seconda cappella ospita entro una solenne cornice in pietra di paragone la pala dei "Santi Marco e Giustina" - titolari della cappella - di Antonio Vassilacchi (1602); i santi sono rappresentati sullo sfondo della battaglia di Lepanto cui la Riviera di Salò partecipò con proprie forze. L'opera, che esprime le migliori potenzialità del pittore e al tempo stesso il suo profondo debito verso il Veronese, fu donata dal provveditore veneto Gradenigo, il cui emblema araldico è sulla parete sinistra della cappella e compare anche nell'angolo inferiore destro della pala. Le pareti e la volta sono ornate da stucchi (1609) originariamente profilati con dorature. Nell'ovale centrale il "Redentore in gloria", frammento di tela di Andrea Bertanza. Sulla cornice della pala è collocato un quadretto con "Sant'Angela Merici in preghiera" di autore ignoto ed episodi della vita della Santa sono rappresentati negli ovali di Luigi Salvetti inseriti tra gli stucchi. L'ottocentesco paliotto ligneo presenta ai lati del leone marciano simboli funerari connessi all'utilizzo della cappella da parte della confraternita del Suffragio. Sulla parete tra la seconda e la prima cappella sono collocati due dipinti di straordinario valore: il polittico con la "Vergine in trono tra i Santi Giovanni Battista, Faustino, Giovanni Evangelista, Nicola, Pietro e Bartolomeo", titolari delle chiese del territorio pievano di Salò, che costituiva la pala d'altare dell'antica pieve, e la "Madonna in trono tra i Santi Bonaventura e Sebastiano" di Gerolamo Romanino, proveniente dalla chiesa di San Bernardino e databile al 1517-18. Il polittico è la più antica opera conservata nella chiesa ed anche il più antico documento della dipendenza artistica di Salò da Venezia: inizialmente attribuito a Jacobello del Fiore e quindi a Paolo Veneziano, per gli evidenti limiti dell'opera - si noti la resa spaziale molto insicura e imprecisa - rispetto alla grandezza artistica di Paolo, il polittico è stato assegnato a un suo seguace, attualmente identificato in Guglielmo Veneziano in momenti anteriori al 1370. La pala del Romanino è ritenuta fra i capolavori della prima maturità dell'artista. Sotto i dipinti è collocato il cosiddetto gobbo, che funge da cassetta delle elemosine con coperchio firmato nel 1506 dal fabbro milanese Bernardi. Nella prima cappella, costruita nel 1584 per ospitare il fonte battesimale, si trova il magnifico Crocifisso ligneo realizzato per l'antica pieve dall'intagliatore Giovanni Teutonico nel 1449-50 e a lungo collocato sospeso all'arcone absidale e che secondo il Gratarolo sarebbe stato ammirato dal Mantegna come uno dei più bei crocifissi d'Italia. Ai lati del Crocifisso due coppie di statue lignee raffiguranti l'Addolorata e San Giovanni Evangelista: la più antica, assegnabile al '400, in legno intagliato e originariamente policromo è di scuola altoatesina; la più recente in legno colorito in bruno, è opera manieristica, probabilmente realizzata per affiancare il Crocifisso quando questo fu collocato nella cappella del Sacramento. Sopra il Crocifisso una lunetta con il "Battesimo di Cristo" proveniente dalla chiesa di San Bernardo di Serniga; il fonte battesimale è sormontato da una statuetta bronzea del "Battista" di Claudio Botta.


Salendo lungo la navata centrale, ecco il pulpito. Quattro sono gli elementi originali del '400: il cappello, la scala d'accesso, l'acquasantino (forse il fonte battesimale originale posto nel battistero che era allora vicino al campanile) e il mensolone che sostiene il pulpito; quest'ultime due opere sono in pietra viva, da attribuirsi forse, assieme ai capitelli delle colonne, a Jacopo Filippo de Confortis da Brescia, ma abitante in quegli anni in Salò, autore del portale posto ora sulla Chiesa dei Cappuccini di Barbarano, ma eseguito per un'apertura sul lato a monte del Duomo. Nel '600 l'ambone fu sostituito con un cassone stonato e povero. A ricordo del quinto centenario del Duomo, la Comunità salodiana ha offerto nel 1953 il pulpito attuale, ricostruito sugli elementi originali dai salodiani Abramo Bertasio, progettista, e Nando Curami, scultore. A fianco della gradinata che porta al presbiterio, stanno i due ricchi amboni per il canto dell'Epistola e del Vangelo nelle Messe pontificali. Essi sono opera del maestro Pietro da Salò, che eseguì gli intagli, del maestro Martino da Gavardo che fece le colorature e le indorature e del pittore Zenone Veronese (1484-1553) che dipinse nel 1520 i due quadri. La Natività è la più sobria ed equilibrata delle opere da lui poste nel Duomo di Salò. Quello a sinistra andò distrutto in un incendio. E al suo posto si ammira l'Adorazione dei Magi di Andrea Celesti (1637-1706), pittore veneziano. Nella controfacciata spiccano le grandi vetrate - l'"Annunciazione" nel grande oculo centrale e i "Santi Pietro e Paolo" nelle finestre laterali - dipinte con gusto eclettico nei primi anni del Novecento. Sopra la bussola del portale maggiore è collocato il "Martirio di Santa Giustina", grande e macchinosa composizione di Andrea Bertanza realizzata per la chiesa omonima. Di notevole interesse sono i numerosi affreschi strappati, tutti databili tra il tardo '400 e l'inizio del '500, qui raccolti al momento della demolizione delle strutture di provenienza. Il gruppo più cospicuo, anche se qualitativamente mediocre e ritardatario, è costituito dagli affreschi provenienti dall'ex ospedale di Santa Maria: si tratta dei "Santi Cosma, Damiano e Lucia", a sinistra del portale centrale, e della lunetta con "Sant'Agata", a lato del battistero, il primo firmato dal tedesco Giovanni da Ulma nel 1475 e il secondo recante l'attribuzione allo stesso artista nonché delle "Storie di Giobbe" sul portale sinistro; all'autore di queste ultime vanno attribuite anche le due figure ("Santa Caterina d'Alessandria" e "Giobbe") collocate a lato della cappella di San Gerolamo; di incerta provenienza ma cronologicamente prossimi sono i due pannelli facenti parte di un unico fregio ai lati del portale maggiore (a destra "Santa e devoto", a sinistra "San Cristoforo e Santo cavaliere"). Della stessa mano, a destra del portale "Madonna col Bambino tra Sant'Antonio di Padova e Santo cavaliere". Di esecuzione più fluida e raffinata sono i "Santi crucigeri" - probabile rappresentazione dei Diecimila martiri del monte Ararat (venerati particolarmente in tempo di peste) - assegnabile agli anni a cavallo tra '400 e '500. A destra di questo è il "San Rocco", proveniente da una facciata di via Garibaldi ed erroneamente attribuito al Romanino ma più prossimo ai modi di Zenone Veronese, databile intorno al 1520. Sotto l'affresco, la prima pietra dell'edificio. Sulla parete opposta a fianco della cappella di San Gerolamo sopra la lapide terragna di Baldassarre Gemi (1509) due modeste tele seicentesche raffiguranti due santi. Sul lato nord sorge il campanile che risulta costruito in successive sopraelevazioni delle quali la parte inferiore, attinente alla antica pieve, si articola in tre frasi attribuibili ai sec. XI, XIII e fine XIV-inizi XVI. Una cronaca anonima dell'archivio aggiunge che sopra i rimasti avanzi di quella torre «fu eretto l'ora esistente campanile, dando mano alla costruzione il giorno 2 giugno 1524». La data non è confermata, come rileva Renato Cobelli, da alcun altro documento della masseria di chiesa, né da alcuna deliberazione del consiglio comunale. Nel documento dell'archivio comunale "pro termine Cubae" si legge che il cupolino era in rifacimento nel 1540 e Bonaventura Porcelli, nel 1555, asserisce infine, che in quell'anno furono completati i lavori relativi alla cella campanaria. La torre è di forma quadrata, più tozza che slanciata, e termina con un aereo cupolino posto sopra la cella campanaria, con sagoma curva orientaleggiante, sorretto da otto colonnette coppe isolate in pietra, con coronamento costituito da una croce a palle di stile veneziano.


Accanto al Duomo esisteva ancora una chiesetta che conteneva una Deposizione lignea, tinta di grigio scuro, che stranamente, su un'impostazione di figure, di moti, di gesti, di espressioni tardo-gotiche, ha steso con certe mosse del panneggio e in alcuni atteggiamenti del viso una tensione che si direbbe secentesca. Sotto il campanile sorge la casa canonica. Ha al pianterreno una grande finestra del sec. XV con inferriata a riquadri della stessa epoca ed al primo piano una bifora ad archi a tutto sesto di gusto veneziano con la colonnina a capitello fogliato. (La bifora vicina deve essere una imitazione). Nel piccolo androne recenti restauri hanno messo in vista l'antica cornice romanica della porta pedonale. Nel cortile interno assai notevole la grande sala dalle pareti ornate da fregi a fresco e dal soffitto ligneo del sec. XVI.




S. ANTONIO DI PADOVA. Sorge nella piazza omonima e venne costruita sull'area di una casa incendiata di proprietà Porcelli, vicino ad una torre sulla quale assieme ad un orologio vi era una campana del 1445 chiamata "Rench" e che suonava per annunciare una condanna a morte. Venne costruita nel 1646 per iniziativa privata e col contributo del Comune. Fu sede di una confraternita intitolata a S. Antonio. Lesionata nel 1901 venne restaurata nel 1907 e poi ancora recentemente. Il piccolo presbiterio e le pareti della chiesa sono abbellite da quadri di autori ignoti ma di buona fattura. Vi si venerano numerose reliquie. Le occasioni particolari di festa sono la ricorrenza delle apparizioni di Lourdes (11 febbraio) e la festa di S. Antonio (13 giugno).




S. BENEDETTO, monastero e chiesa in fraz. Muro. Fondati nel sec. XV nella frazione Muro, ospitarono le monache benedettine di clausura sotto la regola di S. Agostino con un educandato. Come ha scritto Donato Fossati ("Chiese e monasteri in Salò"), «Il fabbricato era modesto, ma capace di una trentina di suore e di molte educande, con spaziosi beni adiacenti, ortaglia, giardini d'agrumi, viti e olivi, diretti da un fattore stabile: la chiesa coll'altar maggiore decorato da una pala col Santo di Norcia, di un'altra con S. Agostino in un altare laterale e in un altro, credo, da una statua della Madonna, era officiata quotidianamente da un sacerdote stipendiato». Decaduta la disciplina del monastero (Ducali del 1495-1497 denunciano rapimenti di fanciulle ospiti), S. Carlo Borromeo nel 1580 ordinava che le monache si trasferissero dentro le mura cittadine in un nuovo monastero costruito in via S. Bernardino (ospedale) e terminato nel 1583, dove rimasero, senza più educandato fino al 1810. S. Benedetto fu acquistato dal conte Sebastiano Paride di Lodrone per la Congregazione dei chierici regolari Somaschi con un collegio di istruzione, detto dei nobili, entrambi traslocati a S. Giustina. Nel 1671 chiesa e monastero furono acquistati dai frati minori di S. Francesco di Paola, i quali ampliarono il fabbricato in comunicazione dal portico e dal primo piano colla chiesa pure ingrandita e decorata di tele che asportarono quando caddero sotto la soppressione del 1810. Passato al Demanio il complesso venne acquistato da Angelo Dal Mistro, il quale pensò di trasferirvi la fonderia con fabbrica di vetri, che possedeva a S. Rocco e che era stata distrutta da un incendio. Tramontata tale intenzione, il vecchio monastero e la chiesa caddero in completo abbandono tanto da diventare rifugio di ladri e banditi fra i quali i famigerati Tagliani e Moneta finché la chiesa venne per due terzi demolita e conservata per il resto. Passata in proprietà della famiglia Raggi, venne, a cura di mons. Pietro, restaurata e decorata nell'interno con tre altari e riaperta al culto. Come scrive Mario Ebranati «sulla parete che sovrasta l'altare maggiore, è al suo giusto posto la statua della Madonna della Cintura; sull'altare di destra è la pala di S. Benedetto da Norcia, di S. Cattaneo, restaurato dal Nastuzzo, nel 1969, per iniziativa dell'allora Arciprete mons. Gianni Capra; su quello di sinistra è un Crocefisso. Non mancano altri quadri, non trascurabili per fattura. Annualmente, e con una più corale partecipazione ogni cinque anni, in ottobre, vi si celebra la festa in onore della Madonna della Cintura, che gli abitanti del rione del Muro onorano, tramandandone la solennità da generazione a generazione».




CHIESA E CONVENTO DI S. BERNARDINO. Venne eretta in seguito a reiterate istanze degli abitanti dei suburbi delle Rive e di Mezzo, che erano andati aumentando nel sec. XV e pei quali riusciva incomoda la lontana parrocchiale. Emanata la Ducale di autorizzazione del gennaio 1476, il 13 giugno 1479 il comune di Salò disponeva di assegnare a fra Antonio da Gottolengo, il terreno per costruirvi un monastero dedicato a S. Bernardino, erezione approvata dal doge Giovanni Mocenigo con ducale del 14 ottobre seguente. Il convento doveva essere terminato in breve, se una ducale del 28 aprile 1481 concedeva che al convento di Salò venisse assegnata una campana di Manerba. Si diede presto mano ai lavori, con denari accumulati da anni e col contributo del Comune, per cui venne ultimata molti anni prima della fine del secolo. Vasta quasi come il nuovo Duomo, a una sola navata, più bassa del piano stradale e con piano terra uniforme aveva, oltre il maggiore, cinque altari per lato in cappelle. Chiamati ad officiarla i Francescani Minori, questi la affiancarono con un vasto monastero di mediocre architettura ma dotato di giardino ed ortaglia digradanti sul lago. I religiosi elevarono, secondo la consuetudine francescana, di parecchi gradini il presbiterio, con ai lati due altari, organo e controrgano e un ampio coro di sfondo. Nell'abside venne collocata in un'artistica ancona una pala di Zenone Veronese con S. Bernardino tra gli altri Santi in venerazione della Madonna; ai fianchi dell'organo e controrgano vennero collocate le quattro tele di Andrea Bertanza ora sulle pareti della chiesa e raffiguranti episodi della vita di S. Bernardino e ai fianchi dell'ancona due tele di Paolo Farinati veronese (1522-1606). Nelle cappelle laterali vi erano: la statua di S. Francesco, Presepio e Sacra Famiglia, S. Antonio da Padova del Romanino trasportato in Duomo, la Madonna con S. Sebastiano del Romanino pure trasportato in Duomo: S. Pietro d'Alcantara, la pala donata da Martino Muracca, l'Assunta del Celesti ora nel presbiterio, Gesù in casa di Marta già esistente nella chiesa di S. Marta. Pare che esistesse in una cappella una tela del Moretto e fu poi qui trasportato, il trittico, già esistente nella demolita chiesa di S. Anna alle Rive, col Padre Eterno nel centro, a destra S. Francesco e a sinistra S. Giuseppe. Nel 1879 venne installato un organo dalla Ditta Pacifico Inzoli di Crema. Col tempo la chiesa divenne una specie di rettoria e fra i titolari fu don Pietro Raggi. La chiesa compromessa dal terremoto del 1901, il 25 gennaio 1910 registrò il completo crollo del tetto. Accorciata di un terzo venne ricostruita dal 1910 al 1914 su progetto preventivo dell'ing. Edoardo Gerosa, e su quello effettivo del prof. Beniamino Serri; capomastri i salodiani Agostino Antonio Tosi e Domenico Battista Banalotti.


Il vecchio presbiterio venne trasformato in casa di abitazione e in sede della "Giovane Salò". Venne inoltre rialzato il pavimento con la scomparsa di sepolture delle famiglie Podavini, Bruni, Lombardi, Arrighi ecc. Il 25 gennaio 1912 alle ore 18.30 crollava improvvisamente il tetto e il volto del presbiterio. Ma subito nei giornali del 31 seguente ne veniva annunciata la riedificazione. L'arciprete mons. Raggi ne affidava il progetto all'ing. Edoardo Gerosa. Nel 1914 infatti la chiesa non solo era già ricostruita ma anche decorata nel presbiterio dai salodiani G. Verenieri e G. Gentili. Venne inaugurata l'11 ottobre 1914 con l'intronizzazione dell'effigie della Madonna, qui trasferita dal Duomo ove era stata custodita provvisoriamente durante la ricostruzione. Dal 1915 venne custodita dai Padri Giuseppini di Asti, i quali, come ha scritto Mario Ebranati «provvidero alla posa, presso i due altari laterali, di due statue lignee, raffiguranti la Madonna e S. Giuseppe. I presbiterii, presso i due altari, sono abbelliti da buoni dipinti. A cura dei Giuseppini e con offerte di privati, nel 1925, fu inaugurato un nuovo concerto di campane, in sostituzione delle tre precedenti». Dopo la partenza da Salò dei Giuseppini, la chiesa venne officiata dai Padri Artigianelli. La chiesa venne restaurata nel 1953 per intervento dell'arciprete mons. Bondioli. All'ancona (di cui alcune parti si erano rese illeggibili), pose mano il valente pittore Pietro Manenti. All'abbellimento dell'interno ed al rifacimento della facciata esterna, si dedicarono Abramo Bertasio e Antonio Nastuzzo. Ai suddetti lavori venne legata la commemorazione della Madonna Missionaria, la cui statua dell'Immacolata che si trova in S. Bernardino, peregrinò in tutti i quartieri della cittadina, per un mese. A chiusura della pia manifestazione la comunità salodiana donò alla medesima "Immacolata", una corona d'oro, in pubblica cerimonia, sulla piazza di S. Bernardino. La chiesa conserva la tomba della serva di Dio Teresa Saodata mentre una lapide ricorda Battista Rodolfi custode solerte della chiesa.




S. FILIPPO NERI. Annessa all'oratorio maschile e alla Casa del giovane "La Giovane Salò" inaugurata nel 1959, venne progettata dall'arch. Fausto Bontempi, dal geom. Euse Ebranati e costruita dall'Impresa Castellini di Salò. Sul largo Dante Alighieri, all'altezza del piccolo balcone della "Casa del Giovane", una lapide della ditta Aime di Salò, dice: «NELL'ANNO MARIANO MCMLXIII - LIX - SOTTO I PONTIFICATI DI PIO XII E GIOVANNI XXIII - ARC. VESC. DI BRESCIA GIACINTO TREDICI - ARCIPR. DI SALO DOMENICO BONDIOLI QUESTO ORATORIO DI S. FILIPPO NERI FONDATO NELL'ANNO MDCCCXV FU AMPLIATO E RICOSTRUITO DALLE FONDAMENTA. DIRETTORE DON MARIO TONINI - PROGETTISTA ING. LUIGI BONACCINI».




S. GIOVANNI DECOLLATO. Il Gratarolo, come si è ricordato, scrive che fu forse la prima chiesa fabbricata in Salò, e l'anonimo autore del "Diario di Salò" ne fissa la data all'anno 719 mentre in un manoscritto anonimo presso la Biblioteca dell'Ateneo di Salò si legge che questa Chiesa è la più antica, come dimostra l'anno 770 d.C. in cui fu dipinta l'immagine di M.V. dietro la porta laterale, da cui si deduce che la fondazione siasi eseguita almeno nel 650. La chiesa venne completamente ricostruita nel 1580 secondo le direttive di S. Carlo Borromeo. Nel 1727 subì una nuova trasformazione che le diede l'attuale fisionomia. L'organo collocato sul fondo di destra della navata già esistente venne restaurato e riformato da Bianchetti e Facchetti di Brescia nel 1898.




S. GIOVANNI EVANGELISTA, v. Barbarano.




S. GIUSEPPE LAVORATORE. Sorge su un'area donata da Ida Caldiroli al centro del villaggio S. Giuseppe, costruito dalla Cooperativa La Famiglia. La prima pietra venne posta il 19 marzo 1962 su progetto del geom. Andrea Facchi di Rezzato. Venne inaugurata nel 1964 ed ebbe fra i maggiori realizzatori l'arciprete don Domenico Bondioli e il curato don Mario Tonini. Il presbiterio venne rinnovato su progetto di Giovanni Biondo nel 1975. Di linee moderne e sobrie è dominata all'interno da una grande terracotta del salodiano Cornelio Turelli.




LA MADONNA DEL RIO. Sorge in fondo ad una valletta, a tre chilometri di distanza da Salò e ad un chilometro da Renzano, appena passato un ponte. È il santuario più rinomato di Salò. Prende il nome dal vicino torrentello, quasi sempre asciutto, ma che quando si ingrossa per le piogge diventa impetuoso e minaccioso. Timorosi per i pericoli che esso poteva provocare, come racconta una tradizione locale, un giorno alcuni montanari e pastori invocarono la protezione della Vergine. Ed essa sarebbe loro apparsa, in una grotta, ritta nella persona, ma in atteggiamento amorevolissimo, per dir loro parole di speranza e di incoraggiamento. E come segno della sua momentanea ma confortante presenza avrebbe lasciato nella grotta scavata dalle acque del Rio l'impronta del suo piede, in una pietra bianca. A consacrare quella apparizione fu eretto, nel secolo XVIII, il santuario, cui danno suggestione una vicina e gorgogliante cascatella e gli ombrosi secolari cipressi. Sotto il porticato erano ex voto, quadri devoti, grucce, fucili, ecc., che coprivano interamente le pareti costituendo un angolo caratteristico quant'altri mai. Benemerito verso il santuario fu per decenni fin dal 1914 il rettore don Luigi Tarolli. Fu fatto oggetto di particolari attenzioni dagli arcipreti di Salò. Un pericoloso cedimento del terreno aveva, ultimamente, compromesso la stabilità della costruzione per cui, nel 1966-67, il prevosto di Salò, mons. Gianni Capra, provvedeva, mediante le generose offerte di salodiani, anche emigrati, a restaurare il grandioso santuario con l'aiuto del gruppo Alpini locale. Vivissima è la devozione alla Madonna del Rio che ha la sua grande giornata il lunedì di Pasqua quando una vera folla si accalca attorno alla Vergine ed invade gli ameni dintorni del santuario. 




MADONNA DEL RIO BREZZO. Bel santuario che sorge sulle rive del rio Brezzo. La sua storia è narrata nel sec. XVIII da don Lorenzo Chiodi a pagg. 112-113 del suo volume manoscritto intitolato "Cronologia di Salò e sua Riviera" conservato nella Biblioteca Da Como (manoscritto 120). «Nell'estremità della detta strada detta via Larga vedesi un piccolo santuario detto La Madonna del Ponte di Brezzo, volgarmente chiamato Braccio, da un fiumicello (Rio) che sotto vi scorre; sopra del quale sta un volto di pietre quadrate, che serve di ponte a passeggeri senza avvedersene per essere benissimo attorniato nell'estremità de' suoi capi da forti assicurate muraglie. Prima del suddetto santuario eravi solamente un picciolo capitello campestre, sopra del quale stava colorita la Madre di Dio col suo Divin Figliuolo fra le braccia, in mezzo all'immagine dei SS. Antonio Abate e Matteo apostolo. Dietro lo stesso capitello era un'alta quercia, la quale nell'atto di essere dalla scure recisa cadde di repente sopra il divoto dipinto capitello e lo fracassò subitamente, conservandosi solamente l'incrostatura sopra della quale dipinta scorgevasi la Madre delle Misericordie. A vista di tale prodigioso avvenimento concorsero le genti salodiane e dei dintorni, quali a gara portavansi ivi a schiere a osservare il miracolo e a tributare a Maria SS. gli ossequi nonché larghe elemosine e offerte. Ciò succedette circa l'anno 1665; del quale fatto reso consapevole il salodiano pubblico diede subito mano a far erigere dietro la portentosa incrostatura che miracolosamente stava in piedi, un forte ben accomodato riparo di viva muraglia e poscia fece attorniare il sito di grossi cancelli di ferro posati sopra d'un recinto di lapidi ben tagliate, formando in cotal guisa una aperta cappella da fianchi e nel prospetto una porta pur di ferro a spessi cancelli formata, affinché ognuno comodamente stando di fuori e sotto del portico ivi eretto potesse venerare ed adorare il nuovo santuario di Maria. Era in quei tempi tanto e tale il concorso dei cittadini e dei lontani divoti che in un poco tempo viddesi attorniato tutto il ferreo recinto della cappella da voti ed appese tabelle, le quali in parte tutt'ora si veggono, oltre quelle state levate in gran copia e disperse dagli indivoti e dalla non curanza inconservate. Sogiace questo santuario sotto il dominio del pastore di Salò come membro della sua vicaria, e perciò le raccolte limosine vengono dallo stesso custodite e poste in uso a suo piacere». Verso il 1853 i fratelli Giuseppe, Giovanni Battista e Francesco Bruni di Salò vi fecero costruire una elegante rotonda con un altare marmoreo, il cui progetto fu disegnato dal salodiano ing. Gorisio e approvato da Rodolfo Vantini. Qui fu trasportato con solenne processione l'affresco temporaneamente depositato in S. Giovanni Battista. Il tempietto fu poi da Giovanni Battista Bruni-Conter donato alla fabbriceria di Salò.




S. MARIA DELL'ASSUNZIONE e Convento del Carmine. Convento e chiesa furono fondati nel 1527 dalla Congregazione carmelitana di Mantova, fuori Salò a est, con il beneplacito del vescovo di Brescia Paolo Zane, grazie anche ad "elemosine da diversi benefattori e persone pie" e particolarmente mediante la donazione di una pezza di terra di undici piò e mezzo da parte di Simone Rovellio in cambio di una messa perpetua e il sostentamento di un figlio naturale. Altro fondo venne donato da Michele Miliani. Nel 1650 il convento, in relazioni pubblicate da Lionello Santini, si presentava così: «Ha la Chiesa sotto il titolo della Assuntione, et è fatta tutta in volto con una bella facciata à fresco, con quattro Capelle per parte à stucho; la maggiore è senza stucho, quale fu fabricata dalli q.m. Sig.ri Gio Batta e Francesco frattelli Rovelli, che per questa Cappella, et per la Pala della Assunta obligorno il Monastero di mantener sempre la lampada accesa et vi agionse anco uno pezzeto di terra con obligo di dire al detto altare maggiore una messa ogni giorno, et perché non fecere mentione se non d'uficiare l'altare, e del Sacrificio si è inteso dalli nostri ante passati, che in vece del sacrificio fusse ridotto a dire ogni mattina in choro dopo le litanie "Concede famulos tuos" come al presente si costuma, per detta Rovellia, che ancho di questa per maggior tranquillità di Coscienza si suplicha della gratia. Il Convento ha un claustro solo piccolo di quadro perfetto tratto in volto, con due scale di pietra fuori di esso subito, che conducono in Dormitorio, qual è fabrichato in volto l'anno 1642. De Capitali non potendo con frutti (?). Nel detto Dormitorio vi sono 13 stanze per li Religiosi, vi sono due coridori sofitati, fabricati in parte di limosine di messe, e parte di Cappitale, per uno si va in choro, e vi sono quattro... non habitatte per esser sopra li Altari. Per altro si và alle foresterie, che sono quattro stanze, che una và nell'altra. Da basso vi è la Sacrestia con il suo Camerino, finanzi ad esso vi sono due camerini, nel Claustro vi è la Procureria». Nel 1634 aveva 12 frati. Ancora nel 1856 il dott. A. Marchioro, salodiano, e il dott. B. Pezzolini di Collio pubblicavano rispettivamente un cantico e un'ode "Celebrandosi nelle feste di Pentecoste la consueta solennità della B.V. del Carmine". Rimase di patronato dei Rovellio e nella chiesa vennero sepolti Giacomo III nel 1566, Gio Battista nel 1570, Francesco nel 1600, Giacomo IV vescovo nel 1606, Siviano nel 1622, Nicolò II nel 1671. Con la soppressione del convento nel 1810 il fabbricato passò per acquisto in proprietà del dott. Andrea Polotti e in seguito dell'Istituto dell'orfanotrofio femminile, erede di quello della Misericordia presso S. Marta in Piazza Cavour (Grola), insediatosi nel 1864. La chiesa aveva la facciata verso Salò in linea della strada per S. Bartolomeo fino al margine di quella delle Cure, formando così un piazzale che servì per molti anni al gioco. Era vastissima a una sola navata e con nove altari; sul maggiore splendeva una pala del nostro grande Lattanzio Gambara (1530-1574) venduta a Brescia, nei laterali S. Alberto del veronese Bettino Cignaroli (1706-1770), S. Caterina del Bertanza, S. Teresa di scuola bresciana, una statua della Madonna del Carmelo in legno dipinto, un S. Francesco di ignoto pittore e una statua pure in legno dipinto di S. Gio. Battista. La chiesa e l'alta torre vennero sacrificate nel 1878-1879 per far posto alla nuova strada della Riviera. Subito dopo venne costruita l'attuale piccola ed elegante chiesetta. Venne affrescata dal salodiano Ottorino Benedini, il quale alla base del volto a cupola ha dipinto le figure di S. Teresa del B.G. e di S. Elisabetta di Ungheria; ai quattro lati della navata gli Evangelisti e ai lati figure di Santi e di angeli. Sull'altare sta una statua della Madonna del Carmine, donata da Beniamino Filippini, dal 1934 al 1970 presidente dell'Istituto femminile, il quale provvide con larghezza a restauri interni ed esterni. Vi si tenevano solenni processioni quinquennali. Devota la processione annuale per voto antico dei fedeli di Fasano.




S.S. NAZARO E CELSO a Renzano. La data 1500 che appare su uno degli affreschi esistenti fa pensare che sia stata edificata nella seconda metà del 1400. La chiesa ha navata a capanna e ha l'abside a volta di crociera. Entrando vi è una acquasantiera in pietra del 1600. Gli affreschi votivi della parete sinistra sono di scuola bresciana. Rappresentano uno la Natività, un secondo la B. Vergine in trono con S. Rocco e il terzo la Madonna in trono col Bambino datato appunto 1500. La Chiesa ha un solo altare, con sopra la pala di ottima fattura, forse di scuola lombardo-veneta dedicata alla Natività di Gesù, con i SS. Nazaro e Celso ed altri Santi. Come ha scritto Mario Ebranati (1976) alla chiesa dedicò cure particolari don Franco Turla. La pala sull'altare raffigura i titolari della chiesa, Santi Nazaro e Celso con la Natività: è un dipinto d'ignoto autore, giudicato di valore ed opportunamente rimesso a nuovo. Il pulpito è stato tolto, mentre lo stemma su legno che lo ornava, è ora presso la casa Canonica di Salò. Sulla sinistra, in parete, tre affreschi di cui peraltro non si conoscono qualità e pregio (del secolo XV o XVI), sono stati scoperti e pure restaurati. Curiosa è l'epigrafe che si trova accanto alla porta d'ingresso sormontata dallo stemma papale, con un campo inquartato in parte da rampini e in parte abraso, così leggibile: «Adriano VI Pontefice Massimo della patria di Renzano nell'anno dopo Leone X 1522». L'epigrafe richiama la leggenda secondo la quale Papa Adriano VI, di cui è certa l'origine di Utrecht, in Fiandra, venne ritenuto originario del luogo.




MADONNA DELLA PORTERIA. Cappelletta già esistente nel precedente monastero della Visitazione e distrutta con esso nel 1968, venne di nuovo eretta, nel nuovo monastero, nel 1989 seguendo il culto diffuso in Spagna da Luigi Riol, diventato frate Luigi di S. Giuseppe, per l'immagine della Madonna che fece dipingere nel 1719 nella portineria del convento dei frati Francescani riformati di Avila. La cappella divenne centro di pellegrinaggi e di miracolose guarigioni. A Salò la devozione venne introdotta nel 1760 dalla quindicenne Rosalia Valotti che fece dipingere l'immagine accanto alla porta carraia del monastero. Intorno ad essa venne costruita più tardi la cappella dalla famiglia di suor Antonietta Trentini in riconoscenza di una sua guarigione.




S. MARIA DELLE GRAZIE alle Rive o la Madunina. Elegante tempietto settecentesco a due cupole, una soprastante il presbiterio e l'altra la navata. Fu forse costruito nello stesso luogo dove sorgeva un tempo una chiesetta, senza titolare, che S. Carlo, con decreto del 1581 fece sconsacrare, perché troppo piccola. Poi la chiesetta, riattivata, fu dedicata a S. Omobono e ampliata nel 1711 «per renderla capace di quelle persone che vi concorrono alla recita del Rosario». Il 4 luglio 1727, tuttavia, gli abitanti della contrada «riflettendo [...] che il sito in cui è piantata essa capella si trova troppo esposto all'inondazione, e riconoscesi che nella passata rovinosa irruzione dell'acque non sii stata demolita», chiedevano al Consiglio generale di Salò perché permettesse che la cappella fosse ricostruita in posto più sicuro, e poco distante. L'altare dell'attuale santuarietto è ricco di marmi policromi e porta sotto un vetro una Madonna con a fianco S. Giovanni e S. Sebastiano. La cupola della navata venne affrescata negli anni '30 dal pittore Ottorino Benedini (1874-1939).




SAN ROCCO. Chiesetta votiva sorta in via Tavine nel lazzaretto nel 1514 su terreno acquistato da Gerolamo Bergamini. Si tratta di un fabbricato rettangolare, oblungo, con portico a terreno e locali retrostanti, più un giardino cintato verso monte, loggia e celle adiacenti al primo piano, la cui costruzione si era resa necessaria da due esigenze: isolare gli ammalati colpiti dalle periodiche pestilenze; la quarantena cui dovevano sottostare i forestieri e le merci provenienti dall'estero e da località sospette. Dopo lunghi decenni di inattività per la scomparsa della peste nel 1797 venne affittato ad Angelo Dalmistro che lo trasformava in una vetreria. Rimasto distrutto da un incendio venne restaurato e riaperto al culto e officiato specie il 16 agosto, tanto da diventare una frequentata e variopinta sagra e una fiera. Con la creazione, in conseguenza delle leggi napoleoniche, di un cimitero lontano dall'abitato, la chiesetta divenne centro di rinnovata devozione mentre il porticato si riempì di iscrizioni funebri fra le quali alcune dettate dal Morcelli, dal Brunati, dal Rossi, dal Cantoni. Il 4 agosto 1850 al centro di una fontana accanto alla Chiesa venne eretta una statua di S. Rocco opera dello scultore Luigi Cocchini di Milano.




VISITAZIONE. Già fin dal 3 ottobre 1626 la Repubblica Veneta aveva approvato la fondazione di un monastero in Salò che si realizzò tuttavia a distanza di decenni dopo che nel 1698 scegliendo tra un monastero di monache benedettine, Salò ne scelse uno della Visitazione fondato ad Annecy nel 1610 da S. Francesco di Sales e S. Giovanna Francesca di Chantal. Ottenuto l'8 maggio 1710 il decreto ducale, dal 1710 al 1712 si svolsero trattative fra i maggiorenti di Salò, il Vescovo di Brescia e l'arcivescovo di Milano e il monastero di Arona, scelto come casa madre. Ostacolata dapprima dall'arcivescovo di Milano il card. Archinti che finì poi col cedere, dietro l'assicurazione di aver la precedenza per fondare un monastero a Milano, l'11 luglio, ottenuto dal vescovo di Brescia il decreto di erezione il 3 dicembre 1712, madre Giulia Margherita Castiglioni, suor Maria Serafina Lezzen e suor Maria Visconti d'Aragona partirono da Arona giungendo il 19 dicembre a Salò in una sede provvisoria. Superando, grazie a garanzie economiche di Luce Angelica Bertarelli e di altri, nel 1712-1714 su progetto dell'arch. Antonio Spazzi, vennero eretti il monastero e la chiesa, quest'ultima consacrata il 17 novembre 1715. Il 29 gennaio 1719 il vescovo card. Barbarigo benediva il monastero e stabiliva la clausura canonica. Il monastero fu protetto e sostenuto dal vescovo card. Querini. Nel 1797 salvato dal saccheggio delle truppe francesi e dai rivoluzionari, il monastero si vide confiscare arredi preziosi, dovette registrare la chiusura del noviziato, a cui si aggiunse nel 1810 la proibizione di pronunciare voti religiosi.


Pur nella generale soppressione dei monasteri, quello di Salò venne preservato, evitando anche di essere trasferito a Brescia. Riprese nel 1815 le professioni religiose, fu visitato nel 1821 dal Vicerè di Milano, difeso nel 1866 dal sindaco di Salò da nuove minacce e tentativi di soppressione, lesionato dal terremoto del 1901 e riparato. Contiene opere di Antonio Cappello (Visitazione), di Giulio Crespi (S. Francesco di Sales), di Giacomo Franceschini (S. Giovanna di Chantal), due statue del veronese Caliari (raffiguranti la religione e la carità); inoltre quattro statue dello scultore Fantoni di Bedizzole ornano la facciata. L'organo venne costruito da Giuseppe Bonatti di Desenzano nel 1715 e radicalmente trasformato nel 1827 per opera di Luigi Montesanti. Il 29 aprile 1905 veniva consacrato il piccolo santuario della Madonna della Porteria. Superate altre prove e momenti solenni come i centenari di S. Francesco di Sales, di S. Giovanna Francesca di Chantal, visite e pontificali di prelati fra le quali, nel 1953, quella del card. Roncalli, il 3 novembre 1963 ne venne decisa la demolizione eseguita nel 1968. Sempre in tale anno il 2 ottobre veniva posta la prima pietra del nuovo monastero alle Versine nel quale le monache facevano il loro ingresso il 4 agosto 1970. Tale nuovo monastero fu inaugurato il 2 luglio 1971 e il 4 luglio 1975 benedetto dal vescovo di Brescia mons. Morstabilini. La porta della chiesa reca medaglioni di Angelo Aime raffiguranti i temi principali della spiritualità della Visitazione. In alto, i due medaglioni dei santi fondatori: S. Francesco di Sales e S. Giovanna Francesca di Chantal. Al centro, l'avvenimento evangelico della visita di Maria ad Elisabetta e l'apparizione del S. Cuore a S. Margherita Maria Alacoque; in basso i due passi fondamentali del "Magnificat": «Ha volto lo sguardo all'umiltà della sua serva» e «Ha rovesciato i potenti dai loro troni e ha esaltato gli umili».


Fra le SANTELLE quelle del Crocifisso sulla strada da Renzano alla Madonna del Rio nel podere Mondello, restaurata nel 1993 a cura della popolazione del luogo. Il gruppo sportivo sommozzatori bresciani deponeva in fondo al lago a 15 m. di profondità nella notte di Natale 1983 una statua di Gesù Bambino. Una statua della Madonna venne posta sul fondale del lago, profondo 15 metri, a iniziativa del Sub Club di Brescia l'8 dicembre 1998.




CHIESE SCOMPARSE.


S. ANNA ALLE RIVE. Piccola chiesa eretta nel sec. XVI dai Frati minori francescani al confine di una loro proprietà in via Rive (oggi via Pietro da Salò) presso l'antica porta cittadina, Dandolo, sulla quale si affacciava. Sull'unico altare vi era una pala ora in S. Bernardino raffigurante il Padre Eterno, la B. Vergine e i S.S. Francesco e Giuseppe attribuita a Zenone Veronese. Era affidata alla confraternita della B. Vergine. Venne sacrificata nel 1810 alla costruzione della strada napoleonica delle Zette rappresentando il punto di un'accentuata strozzatura.




S. BENEDETTO DELLE SUORE AGOSTINIANE. Soppresso da S. Carlo B. nel 1580 il monastero, in frazione Muro, le monache Agostiniane di S. Benedetto si trasferirono nel 1583 in città in un nuovo monastero edificato in via S. Bernardino verso il lago dopo l'abbattimento di alcune case. In esso rimasero fino al 1797, ritornandovi nel 1799 fino al 1810 dopo aver ospitato per poco più di un anno il collegio di S. Giustina per ospitare alla fine l'ospedale detto del Benaco (poi ospedale civile) al quale vennero devoluti rilevanti capitali del monastero, mentre parecchie monache si rifugiarono al monastero della Visitazione. La chiesa, della quale si scorge ancora la facciata, piccola ma elegante, era adorna delle statue di due sante. Aveva un bell'altare con pala raffigurante il Salvatore, la Madonna e i S.S. Benedetto e Agostino del romano Francesco Ruschi, allievo del Caravaggio. La chiesa già tutta affrescata fin dagli inizi del secolo, venne di nuovo ridipinta nel 1770 da Santo Cattaneo che affrescò pure i loggiati e alcune stanze.




S. BERNARDINO (via Garibaldi). Antica disciplina costruita su un asilo-dormitorio voluto dal testamento del 1394 di Agnello de Rembocci. Sorta nel 1440, aveva la facciata tutta in pietra viva e di stile ionico; l'interno ad una sola navata. Aveva un bell'altare maggiore in marmo nero di Eno di Degagna con una pala del Caravaggio, discepolo del Balestro, raffigurante i S.S. Bernardino e Carlo B. (sec. XVII). Sull'altare di destra vi era una pala raffigurante S. Giovanni Nepomuceno, su quello di sinistra l'esaltazione della S. Croce. Su una parete era appesa una tavola firmata da Martino Martinazzoli di Anfo datata 1522. In una cripta sotto il presbiterio si venerava un Sepolcro di scuola altoatesina passato poi dal 1942 al 1945 nel Museo Mucchi e nel 1954 in Duomo. Nel 1572 vi si insediarono i Somaschi che costruirono accanto il loro collegio. Nel 1913 venne sconsacrata e trasformata nella sala cinematografica Ideai e poi in officina meccanica. Mario Ebranati nel 1976 scriveva che secondo la versione di testimoni, nel medesimo anno vennero disseppelliti alcuni resti di frati. Di essa rimangono, quasi legami di due epoche, una scala interna rimasta intatta, il campanile, il dipinto dell'altare di sinistra, malamente ridotto.




S. CATERINA. Eretta nel 1548 in via Cure del Lino (detto anche borgo di S. Caterina) assieme ad un convento di religiose carmelitane. Aveva tre altari. Dalla via si scendeva per una scala a terreno verso il lago, dove era la facciata, mentre l'abside s'innalzava verso la strada, munita di due inferriate fatte chiudere dal Borromeo.




S. FILIPPO NERI. Chiesetta edificata nel 1819-1820 accanto ad un vasto salone di proprietà dell'Opera Pia della Carità Laicale fondata dal conte Sebastiano Paride di Lodrone in via della Carità vecchia che dalla piazzola degli erbaggi conduceva a S. Giustina. Acquistato l'immobile da don Isaia Rossi e da altri salodiani già ricordati vi venne eretto l'oratorio e una chiesetta. Venne completamente ristrutturata nel 1863. Ad una sola navata con due altari e un buon organo, custodiva in un'urna dell'altare maggiore le ossa di S. Faustino e in quella dell'altare di destra intitolato alla Madonna, quelle di S. Valerio, donate nel 1828-1829 dal card. Zurla al salodiano abate Giuseppe Brunati e da lui portate da Roma nel 1828-1829 e che oggi sono raccolte nella sagrestia della chiesa di S. Giovanni. Il tempietto era adorno di tele del salodiano Romualdo Turrini, raffiguranti l'albero dell'uguaglianza, S. Giovanni B. oggi nel salone della canonica, S. Filippo Neri che mostra ai fanciulli l'immagine della Madonna, oggi nel duomo di Salò, S. Filippo Neri in preghiera, S. Filippo Neri in meditazione nelle catacombe. Vi dipinse un affresco il pontevichese Luigi Sampietro.




S. GIUSTINA. La chiesa, su finanziamento di 500 ducati d'argento assegnati ai padri Somaschi nel 1590, venne iniziata nel 1592, continuata in seguito con altri finanziamenti. Nel 1600 vennero assegnati 25 ducati per la fabbrica del campanile. Nel 1608 venivano assegnati dal comune altri fondi perché si provvedesse almeno alla copertura. Attraverso altri finanziamenti la chiesa veniva completata nel 1624 e occupata dai Somaschi assieme al collegio nel quale presero posto le scuole, il Pio Luogo della Carità Laicale, il Pio Istituto Lodrone, il Seminario. Dal 1670 il collegio ospitò anche le scuole pubbliche. Maestosa, ad una sola navata, aveva cinque altari. La pala dell'altare maggiore raffigurante il martirio di S. Giustina, attribuita al Moretto, è invece assegnata da alcuni ad ignoto autore di scuola bresciana, o uno dei Paglia o al Bertanza. Vi esistevano tele dello stesso Bertanza (S. Giustina, ora sopra la bussola della porta centrale del duomo), di Andrea Celesti (raffigurante S. Girolamo Emiliani, ora in duomo), di Alessandro Magonza (l'omelia di S. Carlo B., ora in duomo), una statua lignea della Madonna di Loreto (oggi scomparsa). Nella chiesa nel 1770 venne sepolta la poetessa Diamante Medaglia Faini. Dal 1815 al 1819 servì all'oratorio maschile fondato da don Isaia Rossi. Allontanati nel 1798 i Somaschi, servì come sala di riunioni e come ospedale militare nel 1859. Sconsacrata nel 1880 servì alle scuole pubbliche e sede dell'Ateneo.




CHIESA E COLLEGIO DELLA B. V. MARIA. Ricavati dai Padri Somaschi nel 1583 in un fabbricato composto da vari corpi che sorgeva in un vasto podere che si stendeva dopo il ponte delle Rive, fino a Muro, e racchiuso a mattina tra la vecchia strada per Villa di Salò e a sera da quella per S. Benedetto, vennero occupati assieme al convento di S. Benedetto dai padri Somaschi che poi nel 1624-1630 si trasferirono a S. Giustina. Nel 1943 Donato Fossati scriveva che nel lato di sera dove ai suoi tempi esisteva una stalla con sovrastante fienile vi era la chiesa dedicata alla B.V. della quale rimanevano alcuni stucchi e qualche fregio. Nel 1726 chiesa e fondo dovevano passare alla Compagnia di Gesù che poi rinunciò alla fondazione di una sua casa passando alla famiglia Bonfamiglia la cui ultima discendente sposata ad un Righettini lasciò l'eredità alla casa di ricovero femminile la quale nel 1910 circa la vendette.




S. MARIA MADDALENA. Sorgeva nell'omonima via anticamente denominata Caminadella da via Rive a via Gasparo di Salò vicino alla porta cittadina. Era annessa ad una casa di "convertite", ambedue fondate verso la fine del sec. XVI dai padri Somaschi. Serviva anche da luogo di convegno dei Trinitari di S. Maria di Senzago. Venne sconsacrata nel 1860 circa.




S. MARIA DI SENZAGO. Sorge nel villaggio di S. Giuseppe fra la strada provinciale di Campoverde e la soprastante statale. Venne edificata nei primissimi anni del `500 o negli ultimi del '400. La prima data che compare sotto un affresco perduto ai piedi dell'antico altare è «Die 1° augusti / 1524 / C.F.G.» e un'altra data in un cartiglio a fresco in quella che doveva essere originariamente la pala dell'altare. Di gusto quattrocentesco. Controversa la spiegazione del termine Senzago che secondo Paolo Guerrini e Domenico Bondioli deriverebbe da San Jacque, cioè S. Giacomo, per indicare un ospizio e chiesa con riferimento al famoso santuario di Compostella per indicare un ospizio di pellegrini esistente nel suburbio di Salò. Secondo altri si riferirebbe ad una famiglia del luogo che avrebbe contribuito ad edificare il tempio. Decisamente Dante Olivieri ricorre invece ad un "Sentiacum" dal nome gentilizio "Sentius". Opinione plausibile dato che la chiesa sorge in una ricca zona archeologica recentemente valorizzata da scavi. «Non solo, sottolinea Giovanni Scarabelli, ma stando ad una persistente tradizione, due delle colonne del portichetto antistante la chiesa sarebbero di fattura romana (seppur magari restaurate in seguito), resti forse di un tempietto votivo o di una illustre tomba, sulle cui rovine poi sorse l'attuale chiesa». Il nome, come ha sottolineato lo Scarabelli, già presente nel 1576 come Sensagno è cambiato poi nel latino Santhiaghi nel 1753 e in S. Jago nel 1771. La chiesa poi è sempre stata dedicata alla Natività della B.V. Maria mentre non venne mai solennizzato S. Giacomo. Povera era ai tempi della visita di mons. Pilati nel 1573. Solo in quella del 1667 vi viene segnalata la legittima, ossia regolare, esistenza di una Confraternita di S. Maria aggregata alla Confraternita della SS. Trinità del Riscatto degli schiavi di Roma. Niente di particolarmente rilevante negli altri atti delle visite pastorali. I confratelli dal 1740 si interessarono per avere il diritto di sepoltura dei confratelli nella chiesa. Nel 1747 gli stessi si rivolgevano all'autorità per chiedere di poter erigere due nuovi altari da dedicare ai S.S. Fondatori Protettori della Confraternita, Felice di Valois, Giovanni de Matha, Vincenzo Ferreri e Giuseppe. Altari che vennero realizzati. Scrive Giovanni Scarabelli che «quasi certamente ascrivibile alla metà circa del XVIII secolo è lo sfondamento della parete destra della chiesa per aggiungervi la cappella laterale per ospitare l'altare dedicato ai SS. Giovanni di Matha e Felice di Valois. L'esecuzione della pala venne affidata, a quanto si dice, al pittore salodiano Romualdo Turrini che la realizzò in proporzioni piuttosto modeste (cm. 248 x cm. 135) ma di un certo valore artistico». Dubbia invece la costruzione del secondo altare dato che non ne è rimasta traccia. Sciolta nei primissimi anni dell'800, forse nel 1802, la chiesa passò in giuspatronato della famiglia Butturini che la mantenne al culto fino alla morte dell'ultimo discendente, Mattia, morto nel 1906. L'erede la spogliò di ogni suppellettile compresa la campana che ora si trova nel chiostro della Memoria di Brescia. Dopo di ciò il comune di Salò la destinò a ricovero dei contagiosi, fino a quando fu trasformata in magazzino finché, per eredità, non pervenne ad Antonia Valdini Caldirola. La signora Valdini Caldirola cedette fra il 1943 ed il 1946 in uso la chiesa a due gruppi di persone impegnate nel perfezionamento spirituale. A questi due gruppi si devono far risalire le ripuliture e i riattamenti affidati al salodiano Nastuzzo. Benché la chiesa fosse stata riportata allo stato di decenza, non venne però mai concesso dal Vescovo Tredici il permesso di celebrarvi la S. Messa. La chiesa venne alla fine nel 1974 venduta allo scultore Angelo Aime il quale, operati attenti restauri, ha trasformato la chiesa nel suo studio ed atelier, inaugurati il 15 dicembre 1974 con una mostra di Romualdo Turrini.




S. MARTA. Esisteva nell'angolo di piazza Vittorio Emanuele III dove ora sta la casa Pasini, poi magazzino del negozio di ferramenta. Era la chiesa dell'orfanotrofio femminile della Misericordia fondato verso la fine del sec. XVIII. L'altare maggiore aveva una pala del veronese Antonio Calza (1663-1720) raffigurante Gesù in casa di Marta trasferito prima in S. Bernardino e poi, nel 1953, in Duomo. Venne sconsacrata nel 1864 con la soppressione dell'orfanotrofio. Una piccola chiesa senza titolo, in contrada Rive, compare in un decreto di S. Carlo B. del 1581. Essendo troppo ristretta, ne veniva proibita la celebrazione e si ordinava la sconsacrazione.




DIMORE, PALAZZI E MONUMENTI.


Numerosi i palazzi pubblici e privati, dimore signorili, case di Salò il cui numero disanimò lo stesso Fausto Lechi nella sua opera "Dimore bresciane" tanto da scrivere: «Non è possibile, per le proporzioni del nostro lavoro, descrivere una per una le singole case, di qualche interesse artistico, che si affollano nelle tre strade, piuttosto anguste ma appunto per questo di un fascino speciale, che corrono da nord a sud per tutta la lunghezza dell'antica cittadina, chiusa nelle sue mura, da una porta all'altra».


PALAZZO DEL COMUNE. Le colonne con capitelli fogliati sotto il portico, risalgono al '300. Venne ricostruito verso il 1500 su disegno del Sansovino. Vi si teneva il Consiglio del Comune e vi aveva sede il Monte di Pietà. Al pian terreno vi erano magazzini per deposito di mercanzia. Narra il Gratarolo che i pilastri dei portici erano stati costruiti di quadrelli di terra cotta, ma che poi, temendo ch'essi non potessero sostenere il peso del fabbricato, furono sostituiti da quadroni di pietra con arte quasi meravigliosa, senza che la fabbrica se ne sia risentita pur di un pelo. Più tardi le pareti esterne del palazzo furono dipinte dal bresciano pittore Tomaso Sandrini, artista per simili lavori eccellente, distrutte da un incendio nel 1666. Il soffitto della maggior sala, a cassettoni e mensole e riquadri con dorature e intagli, ricco ma un po' pesante, fu dipinto nel secolo XVI da Andrea Bertanza. Gravemente danneggiato dal terremoto venne ricostruito, senza alterarne le linee. Nei lavori di restauro del 1981 vennero alla luce ben 200 tavolette in legno del '400. Il palazzo è ricco di opere d'arte, fra cui, nella sala consiliare, un dipinto del Bertanza e il busto di Gasparo da Salò "inventore" del violino, dello Zanelli. Nell'atrio il busto del musicista Marco Enrico Bossi, del salodiano C. Turelli. Le pareti della stessa sala, sistemate a cassettoni e decorate dal salodiano Giacomo Gentili, conservano i documenti dell'archivio della Magnifica Patria, in attesa di sistemazione definitiva.


Scomparso invece il PALAZZO DEL CAPITANO O PROVVEDITORE, sede anche del Consiglio generale della Riviera. «Fu eretto, scrive il Solitro, sul principio del XV secolo, o forse ampliato, nel mezzo della città, in riva al lago, sostenuto da colonne formanti un ampio porticato, sotto cui sedevano il Capitano col suo Giudice, il Podestà col suo Vicario a render ragione al popolo, e s'intrattenevano i nobili a passeggiare e a conversare. La sala maggiore era sotto il palco fregiata delle insegne dei Provveditori che ci son stati già più di cento anni, legate da Cartuccie, da Arpie, da fogliami et da altri abbigliamenti che s'usano nè Grotteschi e distinte a tre a tre da termini e da mensole. V'erano stanze ampie e signorili per ogni grande e per ogni honorata famiglia. Sul davanti correva una longa, larga et aprica loggia coperta, con soffitto dipinto e fregiato di dorature, e ringhiera di ferro con pomi di oricalco. Una comoda scala dall'interno scendeva al lago, riparata lateralmente da assicelle, per toglier ai curiosi la vista di chi se ne serviva. Attiguo, verso sera s'allargava, un vago giardinetto con piante di agrumi ed altre sempre verdi e fiorite».


Notevole la CASA TURELLI di forme gotiche con aggiunte e trasformazioni settecentesche. Il Cinquecento ha lasciato profondo segno negli edifici di Salò, come ancora oggi si può ammirare (bellissima la serie dei portali) in via Garibaldi, via Gasparo da Salò, piazza Vittorio Emanuele, piazza Zanelli, via S. Carlo, via Mattia Butturini, via di Mezzo, piazza S. Antonio, via Duomo, via Fantoni, via Cure del lino. Anche i Lodroni vi ebbero nel sec. XVI un palazzo, poi trasformato e in parte restaurato nel 1983. Portali rinascimentali si trovano ancora nelle case Salvatori e Tarolli. Tracce del '400 si trovano in case delle vie Fantoni 23-31 e n. 3 (con bellissimo portale), via Roma 6 (con bello stemma cittadino), via di Mezzo 50 (con portalino e stemma), vicolo del Teatro Vecchio 2 (con portico con colonne di pietra e capitelli gotici fogliati), di piazza S. Antonio 26 (con poderosa muraglia), di via di Mezzo 4-18, di via Gasparo da Salò. Cinquecentesche sono numerose case a partire da quella di piazza A. Zanelli 20, che Fausto Lechi ritiene «la più bella di tutte per il suo armonico prospetto con il portale, bugnato largamente, sormontato da una bella finestra serliana con balcone, in ferro battuto, a "petto di colombo"». Nel retro del palazzetto, in via Teatro vecchio n. 2 si scorge un'ala quattrocentesca formata da un portico di quattro arcate con colonne dai capitelli fogliati.


CASA DI VIA S. CARLO 29. Ha il portale a tutto sesto con fregi in, alto rilievo. Tre finestre per piano con stipiti in pietra. È stata di recente ben restaurata.


Modesta ma nobile la CASA DI VIA FANTONI 49, sede della Commissaria Fantoni nella quale visse il benefattore Gerolamo Fantoni, con bel portale, elegante cortile.


Nella stessa via Fantoni n. 86 è la RESIDENZA DEI CONTI FIORAVANTI ZUANELLI. Verso Barbarano, in via Cure del Lino 42, indica l'origine cinquecentesca il prospetto esterno di casa Tracagni. Portali cinquecenteschi si notano in via Garibaldi 46, via Gasparo da Salò 3/4, 36, 73 e 75; via S. Carlo 7, via Fantoni 27, 28 e 44. Belle finestre si notano nella casa Pirlo di via Mattia Butturini 58-60, in casa Valdini di via Duomo 10, via Gioacchino Scaini 5, ecc.


Del sec. XVII restano ancora una nutrita serie di palazzi, fra cui sono almeno da ricordare: CASA BALLINI, oggi della Croce Rossa, in piazza Carmine 4 che subì nel tempo profonde trasformazioni; CASA TRACAGNI in via Fantoni 88, con portico e interessanti balconate; CASA AMADEI in piazza S. Antonio 2, importante palazzetto la cui facciata principale prospetta verso monte su un vicolo strettissimo e che fu residenza del rappresentante veneto presso la Riviera bresciana del Garda; ed ancora importanti strutture secentesche si possono ammirare in Casa Restelli via Butturini 22, Casa Torchio via Butturini 7, Casa Barbetti via Butturini 32, Casa De Paoli via S. Carlo 3-7, case di via S. Carlo 17 e 78, Casa Tusi in via Casalone 3-4, Casa Girardi in via Casalone 5 (oggi proprietà dell'Ateneo di Salò), Casa Dolcini in via Garibaldi 6-10, Casa Martinangeli in via Garibaldi 4, Casa Cantoni in via Garibaldi 14.


Fra gli edifici settecenteschi, di tutto rilievo VILLA LEONESIO, già Olivari (sulla strada delle Zette), esempio di architettura veneziana nella riviera bresciana, con pianta a U. La compattezza delle linee settecentesche è alleggerita dalle bellissime finestre; l'interno fu ristrutturato nell'Ottocento. In Salò sono almeno da segnalare i seguenti edifici, rilevanti soprattutto per i portali: casa del lungolago ai numeri 40-41-42, palazzetto in via Butturini 19, casa della Parrocchia in via Tre Corone 13, case in piazza Zanelli 10 e 13, casa in via Garibaldi 4.




IL CIMITERO. Notevole per l'eleganza il Cimitero. Avviato nel 1811 alle pendici del monte di S. Caterina accanto alla chiesa di S. Rocco già del Lazzaretto. Ormai saturo nel 1823 si pensò di costruirne uno nuovo in località Muro, su progetto dell'arch. Carlo Rubelli poi abbandonato. «Rivelandosi, come lo vide Rodolfo Vantini nell'agosto 1844, ancora in stato sì negletto da ispirare ribrezzo anziché raccoglimento». Da allora il Vantini anche con modificazioni proposte dall'ing. De Domiani, dedicò energie per un progetto presentato nel marzo 1853 e realizzato sotto la direzione dell'ing. Teodoro Arrighi di Salò. Un progetto di riordino non eseguito venne presentato dall'arch. Luigi Fasser. Il cimitero accoglie tombe e monumenti di rilievo fra i quali la tomba di Evelina Carrington Martinengo, rivestita di mosaici; la cappella Simonini costruita nel 1919-1920 e affrescata da Gaetano Cresseri.




Tra le VILLE poste lungo la Riviera nel comune di Salò vengono ricordate quelle dei Massa, Tracagni, Pirlo-Puerari (Gioconda), Semboche, Bertazzoni (Concordia), Sala (Linda), Medini (una delle prime, in splendida posizione sul colle), Triaca (Gilda), Leonesio, Bertelli, due, una a piedi della collina, l'altra a riva di lago (Spiaggia d'oro), Ghio (sulla collina), Norsa (Jeanne).




ECONOMIA.


L'agricoltura ha offerto oltre a cereali, olive, uva, specie ortaggi e fiori. Ottavio Rossi esaltava già nel '600 i cedri, gli aranci e i limoni coltivati da Gargnano a Salò. Particolarmente decantati da Giuseppe Mejo detto Voltolina nel suo poema "De horzorum cultura", gli orti e i giardini di Salò. Egli decanta soprattutto gli orti in località Tavine, Versine, Rocche, Carmine e quelli in particolare delle famiglie Soci, Areoli, Ambrosi, Ceruti. "Ortaglie fertilissime-, scriveva il Solitro nel 1897 - si trovano a Caccavero (poi Campoverde) la cui popolazione vive in gran parte del pro dotto di esse. Ortolani benacensi fin dagli inizi del sec. XVI e forse anche prima prendevano in affitto terreni a Venezia per esercitarvi la loro competenza. Sempre il Solitro sottolineava nel 1897: "Gli ortaggi principali che si coltivano oltre l'asparago e i broccoli, i carciofi che sulle colline a mezzodì, lungo i muri, si piantano perfino nei vigneti e nei giardini, i piselli, gli spinaci, i cavoli e, inoltre, cicorie, indivie, lattughe e lattugoni, radicchi, verze, agli, cipolle, ravanelli, ramolacci, ecc. Verze e cavolfiori furono sempre tra gli ortaggi più apprezzati. Il florovivaismo è ancora molto in auge a Salò e specialmente a Campoverde. Nel 1985 vi venne organizzato il Gruppo bonsai del Garda. Apprezzati gli olivi di Salò fin dai tempi antichi. Alla metà del sec. XVIII Salò esportava 117 moggi d'oliva a Brescia e a Bergamo. Prospero l'oleificio di Barbarano. Nello stesso Settecento si sviluppava la bachicoltura. Sempre in rilievo la viticoltura nella quale a cavallo dei sec. XIX-XX si distinsero i fratelli Bellini. Ma chi diede particolare impulso alla produzione vitivinicola dal gennaio 1868 fu l'Associazione enologica di Salò promossa da un Comitato espresso dall'Ateneo e formato da Fabio C. Treccani, l'avv. Marco Leonesio e l'avv. Pietro Zanoli. Alla qualificazione e alla produzione agricola fin dal 1875 per iniziativa soprattutto del conte Lodovico Bettoni diede forte impulso il Comizio Agrario circondariale che nonostante molte difficoltà e le diffidenze incontrate ebbe notevole influenza, instaurando una positiva collaborazione anche con l'Osservatorio meteorologico. Pur programmate non nacquero invece la Scuola di piccole industrie agricole, la Società di mutuo soccorso per gli infortuni sul bestiame, l'Agenzia agricola. Nel 1898 il Consorzio lasciava invece spazio al Consorzio agrario cooperativo della Riviera e poi nel 1900 alla Cattedra Ambulante d'agricoltura, per l'istruzione agraria gratuita. Ultimissima iniziativa fu l'avvio nel 1989 nella cascina "Pignino sera" dell'agriturismo. Non determinanti nell'economia locale ma di un certo rilievo furono le attività artigianali e industriali. Fra le più caratteristiche produzioni locali occorre segnare quelle del refe e dell'acqua di cedro. Notissima, a Salò, l'industria del lino, dei refi, e quella delle funi, che aveva una sua corporazione di funari con commesse per la flotta veneziana. Le matasse venivano distese per il candeggio sulle rive del golfo (donde il nome di Cure del Lino) verso il mese di aprile; e l'operazione destava la gioia delle donne (v. Lino e linifici; v. Refe, Refi). Nella produzione di tessuti di canapa e di lino Salò superava nel sec. XVI la stessa Brescia. L'industria del refe entrerà in crisi e scomparirà solo dalla metà dell'800. Una solida celebrità acquistò già nel '500 la fabbricazione dell'acqua di cedro attraverso la distillazione della corteccia del frutto e l'infusione in vino bianco specie a partire almeno dal 1790, grazie al farmacista Antonio Bonardi, continuata poi dal chimico farmacista Luigi Patuzzi. Nella distillazione di acqua di cedro si specializzò poi la farmacia Bertoleni che nel 1824 ottenne il riconoscimento governativo. Venduta nel 1854 ad Antonio Barbieri di Seniga la distilleria passò poi ai Castelli-Tassoni. Rimase poi al marchese Nicola Tassoni che produsse il Cedral Duplex. La ditta venne rilevata nel 1909 da Giuseppe Della Bona e otteneva di cambiare il nome di Cedralka in Cedrinca. Efficiente dalla seconda metà dell'800 fino al 1969 fu anche la Distilleria di acqua di cedro Coen. Nel novembre 1925 la ditta Filippini brevettava il miele aromatizzato al cedro. Alla metà dell'800 era attiva una fabbrica di bibite. Nel 1963 Amos Tonoli avviava lo sfruttamento della fonte di acqua minerale "Tavina e Linda" avviando una rilevante ditta di imbottigliamento. Nella seconda metà dell'800 funzionavano, come a Desenzano, fabbriche di pasta da minestra. Nel 1917 il milanese rag. Vittorio Mosca costruiva lo stabilimento Cedrinca, una delle principali fabbriche di cioccolato della Lombardia. Agli inizi dell'800 Michele Pederzoli di Preseglie introdusse alle Rive una fabbrica di botti con notevole successo realizzando botti gigantesche (fino a più di 200 ettolitri), oltre che solide di grande resistenza. Inoltre, il Pederzoli, costruì torchi e utensili in genere per fabbricare vino. Fino alla seconda metà del sec. XIX era in auge a Salò il commercio del legname da vite, proveniente da mercanti valsabbini che tenevano a Salò ingenti depositi. Fiorente fin dal sec. XVI la lavorazione in concorrenza con Arco del legno di olivo per ricavarne "assi o tavole da quadri e da lettiere, gran quantità di pettini da capelli e da barba...". Dal 1945 occupò parecchi operai il Calzaturificio del Garda, specializzato nella produzione di scarpe e stivali da donna. Entrato in crisi, venne liquidato nel 1984. Fucine di rame erano in funzione ancora alla fine dell'800. Agli inizi del sec. XX Salò contava anche una fabbrica di oggetti di ottone e di bronzo. Una fonderia era ancora attiva agli inizi del '900. Numerosi i costruttori di barche la cui ultima eredità è il cantiere nautico C. Arcangeli. La ditta Rebusco ha prodotto recentemente un edificio mobile per gli scienziati operante in Antartide. Non meno di rilievo fin dal 1517 la tipografia che durò nel tempo tanto che nel 1904 si registravano due aziende tipografiche (fra le quali importanti la. G. Devoto ed una tipolitografia). Nel 1836 veniva fondata l'antica e rinomata Cereria Carlo Filippini q. Giovanni Antonio.


Se antica è l'esistenza di fornaci, attiva alla fine dell'800 e agli inizi del '900 è stata la ditta di costruzioni Bernardo Cittadini. In sviluppo dagli anni '70 l'edilizia cooperativa che appunto in quegli anni allineava dieci cooperative edili (S. Francesco, Ambra, Garda, S. Valentino, S. Carlo, La Speranza, La Casa, Benacense, Riviera, Fedelissima). Lo sviluppo artigianale ha richiesto nel 1997 a Cunettone l'approntamento di un'area artigianale. Antica la concia delle pelli che alla fine dell'800 allineava ditte importanti quali la E.B. Fratelli Veludari, Marini Fratelli e Tosi Luigi. Una grossa macelleria fu la Tranquilli Francesco che nel 1904 macellava ogni anno 1200-1500 suini e che all'Esposizione bresciana del 1904 ebbe la medaglia d'oro dell'Esposizione e del Circolo Industriale. Nel settore commerciale ebbe notevole importanza la ditta Michele Girardi fondata nel 1839 per il commercio dell'olio e specialmente di formaggi e, per un certo periodo, dell'acqua di cedro. Per la tutela e la promozione dell'industria e del commercio nel maggio 1908 veniva fondata la Federazione Industriale e Commerciale. In anni più recenti è da registrare la comparsa di supermercati fra i quali la Colmark in località Due Pini. Il consiglio di amministrazione comunale ha varato nel 1989 un piano commerciale.


Punto di forza dell'economia salodiana fu soprattutto il commercio che si presenta di notevole importanza specie a partire dal sec. XV con il mercato delle biade trapiantato da Maderno a Salò nel 1456. In effetti in tale secolo Salò divenne oltre che centro di un grande fondaco un luogo di smistamento del traffico commerciale oltre che con Desenzano anche con Lazise, paese della Riviera orientale a pochi chilometri dall'Adige ove aveva scali al traffico. Soprattutto ricoprì un ruolo importante di smistamento commerciale nella Gardesana e in Valsabbia specie riguardo ai grani che portati dal Veneto, Lombardia e dal Trentino confluivano al mercato di Desenzano dove un soprastante controllava le merci avviandole a Salò dove venivano smistate. Salò comunque ebbe anche un suo mercato anche se meno importante di quello di Desenzano. Si teneva ogni mercoledì ma poi, per non disturbare quello di Desenzano con deliberazione del 6 febbraio 1456 venne trasferito al giovedì, salvo più tardi essere ripristinato per i prodotti delle cartiere, ferrarezze e panni per ridursi, alla fine, soltanto alle merci varie, dopo essere stato spostato al sabato.


Come ebbe a sottolineare Ugo Vaglia: «I nomi rimasti alle strade e alle contrade della cittadina benacense stanno a confermare la vasta attività mercantile che si spandeva oltre la piazza del mercato nei vicoletti e nei sobborghi. Botteghe e fondachi erano a S. Omobono o Rive, a Trabucco o sia Pusterla, a Piazzola, a S. Giovanni Decollato o sia S. Carlo, a Macina, Borgo Belfiore, Rio Sotto, Chiusure o Clesura. Torcoli da grata e da olio erano a Villa e a Sotto Villa; laterizi a Fornace; formaggi e grassine a Mezzanino, Pasturo, Pradaino, il bestiame al mercato dei Bovi; ferri e chioderie a Chiodera. Nel Catastico del 1720 si possono raccogliere oltre cinquanta nomi di località diverse, fervide di attività commerciali ed artigianali, in competizione per l'incremento dei loro guadagni». Più specificatamente esistette un foro boario con mercato dei buoi che si teneva una volta al mese. Settimanalmente si teneva il mercato del lino e il mercoledì e il sabato quello delle biade. Altri mercati si tenevano per le cibarie e gli ortaggi nella contrada di S. Giovanni, e per i latticini e i foraggi in piazza del comune. Tra le manifestazioni di un certo rilievo negli anni '80 si tenne la mostra-mercato Salottogiorni, mentre, nel 1982, veniva lanciato il mercatino dell'artigianato. Il 29 agosto 1869 veniva fondata la Banca Popolare di Salò liquidata l'11 dicembre 1949. Nel 1923 comparve una filiale della Banca S. Paolo alla quale se ne aggiunse un'altra nel 1993. Negli stessi anni pressappoco comparvero due filiali del Credito Agrario Bresciano.




PERSONAGGI.


PER LA SANTITÀ di vita godettero viva stima Teresa Saodata (v.) (sec. XVIII), Margherita Cominelli-Simbeni (sec. XVII-XVIII), Stefano Bertazzoli. Smentita l'origine a Renzano di papa Adriano VI, nacquero in Salò illustri uomini di chiesa, quali mons. Giacomo Roveglio, vescovo di Feltre e i religiosi Mattia e Paolo Bellintani, Sebastiano Paride Lodrone, Geremia Isacchini.




Salò contò numerosi personaggi di valore nei più vari campi.


NELLA LETTERATURA e nella storiografia si segnalarono Bongianni Gratarolo (sec. XVI), Girolamo Meio o Millio detto il Voltolina (sec. XVI), Gianfrancesco Boccardo, Leonardo Cominelli (sec. XVII), abate Antonio Scaino (sec. XVI), Gaetano Gargnani (sec. XIX), padre Alessio Scaglia (sec. XVII), G. De Rossini (sec. XIX), Stefano Benedetto Pallavicini (sec. XVI), Mattia Butturini (sec. XVIII-XIX), Bartolomeo Vassalini e i figli Ugo e Caterina.




Tra gli ERUDITI si incontrano l'abate Giuseppe Brunati (sec. XIX), Paolo Perancini (sec. XIX), A.M. Mucchi (sec. XX).




NELLE ARTI si segnalarono i pittori Sante Cattaneo (sec. XVIII-XIX), Romualdo Turrini, Angelo Landi (sec. XX), Rina Soldo.


SCULTORI furono Pietro da Salò (sec. XVI) e Angelo Zanelli (sec. XX).


Nella MUSICA fra i compositori ed esecutori si segnalarono Ferdinando Bertoni (sec. XVIII-XIX), Ferdinando Turrini (sec. XVII), Carlo Pallavicini (sec. XVII), i fratelli Francesco e Giacomo Qualia (sec. XVIII), Antonio Turrini, Bono Chiodi, Agostino Viviani, Giov. B. Faccolino, Ottavio Bargnani, Michele Venturini, Cesare Domenicetti. Grande organista fu Enrico Bossi (sec. XIX-XX).




LIUTAIO di fama mondiale fu Gasparo da Salò.




Tra i CANTANTI si ricordano Giov. Maria Rubinelli (sec. XVIII-XIX), Agnese Mometti (sec. XIX). Nelle SCIENZE si segnalarono: Paolo Gallucci (sec. XVI-XVII); l'abate Antonio Barbaleni (sec. XVIII-XIX).


Nella MEDICINA: G.B. Rini.


GIURECONSULTO di valore fu Francesco Bertoldi (sec. XVII).


Tra i TIPOGRAFI salodiani si ricordano Maffeo Paderbonis (a Venezia), Natan da Salò, Francesco di Tomaso da Salò, Alessandro di Tomas, Giovanni Devoti, Giuseppe Bicelli.




Nello SPORT e nella vita civile si è distinto Vittorio Pirlo.




ARCIPRETI: Pietro da Puegnago (1016); Guglielmo (1228); Giacomo (1254); Bonincontro (1283); Bartolomeo de Tonolis (1343); Giacomo de Ziis (1350); Petrus de S. Felice de scovolo (1352); Petrus (1371); Petrus (1372); Pietro da Provaglio (1375 - m. nel 1377); Giovanni Helprum (1377); Giovanni di Cecina (1408); Giovanni de Zanarelli di Verona (1426); Jacobo da Pavia (1453); Alessandro (1460); Piccinello de Piccinellis (1470); Alessandro Savallo (1500); Baldassarre de Jemis (1507); Donato Savallo (1530); Lodovico Savallo (1543 - rin. 1565); Annibale Maggi (1566); Battista Bonini (1574); Giacomo Pandolfini (1580); Ippolito Baruzzi (1588 - m. nel 1621); Antonio Loda (1621 - m. nel 1632); Prospero Pontoglio (1632 - rin. 1650); Carlo Cerutti (1650 - m. nel 1678); Lorenzo Caliari (1678 - m. nel 1702); Giuseppe Brescianini (1702 - m. nel 1706); Lodovico Glisenti (1707 - m. nel 1744); Andrea Conter (1744 - m. nel 1782); Luigi Florioli (1785 - m. nel 1809); Carlo Vitalini (1810); Giovanni Curti (1842); Vincenzo Gaffuri (1874); Domenico Ambrosi (1884); Giambattista Bodeo (1901-1941); Luigi Ferretti (1941-1945); Prezioso Milani, di Idro (1945-1952); Domenico Bondioli, di Lovere (1953 rin. 1965); Gianni Capra, di Brescia (1965 - rin. 1971); Paolo Zanetti, di Cellatica (1972-1992); Francesco Andreis, di Torbole C. (dal 1992).




SINDACI, PODESTÀ, COMMISSARI PREFETTIZI: Antonio Rotingo (1860-1861); Domenico Scotti (1861); Giacomo Ambrosi (1861); Bernardo Maceri (1861-1869); Fabio Tracagni (1869-1872); Marco Leonesio (1872-1888); Giuseppe Castelli (1888-1891); Cesare Pozzi (1891-1892); Marco Leonesio (1892-1899); Paolo Gritti (1899-1901); Marco Leonesio (1901-1906); Donato Fossati, prosindaco (1906-1910); Alfredo Guastalla (1910-1914); Giacomo Frera (1914-1920); Pietro Castagna (1920-1923); Alfredo Duca, commissario prefettizio (1923); Salvatore Punzo, commissario prefettizio (1923-1924); Alessandro Belli, sindaco (1924-1927), podestà (1927-1940); Francesco Bonzanini, commissario prefettizio (1940-1941); Cesare Mortari, commissario prefettizio (1941); Domenico Milanesi, commissario prefettizio (1941-1943), podestà (1943-1945).




SINDACI: Donato Fossati (1945-1946); Luigi Sbarbari (1946-1951); Mario Frera (1951-1956); Vittorio Pirlo (1956-1960); Francesco Zane (1960-1970); Riccardo Marchioro (1970-1990); Giuseppe Mongiello (1990-1995); Giovanni Cigognetti (1995-1999); Giampiero Cipani (dal 1999).




DEPUTATI DEL COLLEGIO DI SALÒ: cav. Federico Odorici (apr.-dic. 1860); avv. Bernardino Maceri (1861-1865); ing. Geronimo Cantoni (1865-1867); prof. Giuseppe Zuradelli (1867-1870); dott. Ludovico Bettoni (1870-1876); Francesco Glisenti (1876-1881); Giov. Battista Visentini (1881-1884); ing. Giovanni Quarena (1892-1895); prof. Pompeo Molmenti (1885-1913); dott. Vincenzo Bettoni (1909-1919); dott. Italo Bonardi (1929-1943).




SENATORI: rag. Francesco Zane (1953-1968); prof. Fabiano De Zan (1968-1983); Egidio Ariosto (1972-1983); Elio Fontana (1983-1997).