ROVATO

ROVATO (in dial. Roàt o Ruàt, in lat. Ruati)

Grosso centro commerciale, industriale e agricolo della Franciacorta a 18 km. a O di Brescia. Si stende sulle pendici orientali del Monte Orfano e nella pianura circostante. Raccolto dapprima intorno al Castello, si è andato recentemente sviluppando a S verso la linea ferroviaria Milano-Brescia; a N verso l'autostrada. È a m. 200 s.l.m. ( esattamente tra i 121 e 315 m.) e ha una superficie comunale di 26,26 kmq. "nel più importante nodo stradale dell'area bresciana antica". Confina a N con i Comuni di Erbusco, Cazzago S. Martino; a E con Cazzago S. Martino, con Travagliato nell'estremo SE per circa 300 metri; a S con Berlingo e Trenzano (piccoli cunei a mattina della Bargnana), con Castrezzato; a E con Coccaglio e Erbusco (per un tratto a N del Monte Orfano). Gli abitanti (rovatesi) sono 13.913, al 30 settembre 1998.


Le FRAZIONI sono:


DUOMO, distante poco meno di 5 chilometri dal capoluogo;


LODETTO, a meno di 5 chilometri;


S. ANDREA, a circa 3 chilometri;


S. ANNA, a poco più di 4 chilometri;


S. GIUSEPPE, a 4 chilometri e mezzo.


Vi sono, poi, delle località che fanno capo, comunque, per la chiesa parrocchiale, le scuole elementari e materne, negozi, telefoni pubblici, acquedotti, ecc. alle frazioni sopraindicate. Le località più note sono: per la frazione di Lodetto (èl Ludèt): Gabbiane, Mercurio, per la parte a N, verso la Statale n. 11; il Comune (èl Cümù), i Torcolotti (i Turculòcc). Per la frazione Duomo: il Cavalletto (èl Caalètt), Il Manganino (èl Manganì), il Grumetto (èl Grumètt); la Corradina (la Curadìna), le Oriole (le Oriöle), La Campanella (la Campanèla), il Pergolone (èl Pergulù), il Galufero (èl Galofèr), S. Giorgio, la più popolosa, considerata addirittura sottofrazione. La Bargnana ha la chiesa in Comune di Rovato, alcune cascine, ed aveva, fino ad alcuni anni fa, anche la scuola pluriclasse in Comune di Rovato, ora aggregata al Duomo. Le abitazioni più numerose si trovano nei Comuni di Castrezzato. Alcune in territorio di Trenzano e di Berlingo. La Pedrocca, per un tratto che va dalla Madonna della tosse fino al cimitero della medesima frazione è in territorio di Rovato, per la parte a E della strada Cazzago-Berlingo; è tutta in Comune di Cazzago, per la parte a O della medesima strada. La chiesa parrocchiale, S. Francesco d'Assisi, costruita nel dopoguerra 1940-'45, come pure la scuola materna sono in Comune di Rovato. Sotto Cazzago è la scuola elementare. La contrada più densamente popolata, dove c'è la chiesa, è il Segabiello. Altre località segnate anche sulle carte militari di un secolo fa sono: la Colombina (la Culumbina) che fa capo alla frazione Duomo, come pure i Luoghi di mezzo (Loc dè mès), la Peschiera (la Pèschéra), il Quartiere (èl Quartéer); il fienile Donini che fa capo alla frazione Lodetto come pure la cascina Martorella (i Marchècc - Rivetti). I Dusi (I Duss) in frazione S. Andrea, come pure la Contrada Lazzaroni (Lazarù) che esiste anche a Lodetto. Le Case Vecchie (lé Cà ècie) a S. Giuseppe. Alghisis S. Andrea, S. Carlo e Lazzaretto (Lazarètt) che fanno capo alla frazione S. Anna. Il Fossato con S. Anna, in parte, ed il resto con S. Giuseppe. Non dimenticando, in frazione Lodetto la Contrada di Sopra e la Contrada di Sotto, rispettivamente la via Castignolo e la via Albarelle (Albarèle). La divisione a Lodetto, delle due contrade risale alla metà del secolo scorso (1845-1850) quando la ferrovia Brescia-Bergamo (ora Milano-Venezia) tagliò in due quel territorio.


Le FESTE PATRONALI sono: San Carlo Borromeo (4 novembre) a Rovato capoluogo e quella dell'Assunta il 15 agosto. S. Giovanni Battista, il 24 giugno, a Lodetto. S. Teodora nell'Ottava di Pasqua al Duomo. S. Anna (26 luglio) per la frazione S. Anna. S. Andrea (30 settembre) per la frazione omonima. S. Giuseppe (19 marzo) per la frazione omonima. Bargnana: chiesa dedicata all'Annunciazione. Occorre rilevare che le feste, da parecchi anni, si celebrano spostate alla domenica successiva o alla precedente. In frazione S. Andrea e S. Giuseppe, da circa 40 anni si celebrano feste solenni, rispettivamente, la prima domenica di settembre, in onore di S. Luigi e della Madonna di S. Andrea, e feste di fine agosto. Le feste durano alcuni giorni e servono anche per raccogliere fondi per le Opere Parrocchiali e per la Scuola Materna che funziona a S. Andrea per le tre frazioni S. Anna, S. Giuseppe, S. Andrea. In alcune frazioni, al Duomo in particolare, la festa patronale è collegata ad alcuni adempimenti tradizionali come la Benedizione della Campagna, sintesi delle antiche Rogazioni, e la Benedizione del Lavoro.


Il nome Ruadus/Roadus compare per la prima volta in due documenti del XII secolo (anni 1172 e 1190) e quindi in alcuni documenti del secolo successivo. Rohato nel 1211, Roato nel 1226, Rovado nel 1500. Lo Statuto del Comune, adottato dal Consiglio Comunale nelle sedute del 12 giugno e 25 luglio 1991, è stato offerto a tutte le famiglie rovatesi, nella ricorrenza del Natale 1992. Elenca in appendice ben 84 associazioni rovatesi, da quelle d'Arma, a quelle socio-sanitarie assistenziali, ecologiche, ambientaliste, ai sindacati, patronati di consulenza per lavoratori, associazioni culturali, del tempo libero, socio-umanitarie, associazioni o consorzi di Comuni, associazioni sportive, ricreative, di addestramento, ecc. Lo stemma è un leone che regge uno scudo nel quale è raffigurato un castello.


ABITANTI (Rovatesi): 4.350 nel 1493, 3.450 nel 1572, 6.000 nel 1580, 5.400 nel 1599, 4.348 nel 1648, 5.540 nel 1670, 4.209 nel 1766, 5.000 nel 1779, 6.586 nel 1847, 7.880 nel 1857, 7.825 nel 1881, 9.414 nel 1921, 10.207 nel 1936, 11.619 nel 1951, 11.802 nel 1961, 13.260 nel 1971, 13.193 nel 1981, 13.009 nel 1991. Il nome di Rovato ha subito, in toponomastica, varie interpretazioni. Vi è chi lo fa derivare da "robur" = quercia; chi da "ruina" = rovina; chi da "robus" = rovo. In tal modo, esso apparirebbe come una località sorta, secondo le varie ipotesi, dove un tempo esisteva un querceto, oppure una certa rovina, oppure una macchia di rovi. Ma, qualunque sia la scelta, i termini non collimano: perché non abbiamo avuto un "Reburetus", un "Ruinatus", un "Rovitus", né, su questa strada glottologica, sarebbe possibile giungere all'attuale "Rovato". Altri è ricorso al celtico "rhot, road" "roa" per strada carrabile (donde Rho, Rhoad). Il termine "road" ("rua" nel latino volgare) torna, secondo Stefano Dotti in un'altra interpretazione per la quale, riferendosi alla via carraia di Caporovato, nel senso di luogo dalle "molte vie", Rovato deriverebbe toponomasticamente da "vicus ruatus" di cui, perso il termine vicus iniziale rimane il ruatus. Senza dire che Sandro Guerini è convinto della validità di un "ruinatum" riferito ad un castrum che veniva presentato dagli scrittori più antichi come base del toponimo. Del resto lo stesso Paolo Guerrini aveva osservato «come il nome dialettale ruàt è un aggettivo che ha perduto il suo sostantivo, facilmente però rintracciabile in uno scomparso castrum». La maggior estensione del territorio si è andato formando su depositi delle morene o detriti dei ghiacciai che scesero nell'era quaternaria dalla Valcamonica, si appoggiò e scivolò ai piedi del Monte Orfano già formatosi in era terziaria. La caotica formazione del terreno, come rileverà nel 1875 il noto geologo abate Antonio Stoppani non permise stratificazioni tali da assicurare rifornimento regolare e continuo di acque potabili. Vi è stato chi ha individuato l'esistenza sul Monte Orfano di un castelliere neolitico e di una piazzola druidica, dove, secondo la tradizione, vennero praticati riti al disco solare; in particolare, credevano incarnate nel toro le forze solari e lunari espresse nel fuoco e nell'acqua o secondo altri nel toro e nel bue. A questi riti e credenze si potrebbe allacciare la leggenda popolare locale di un vitello d'oro: esso sarebbe stato seppellito dagli ultimi pagani per sottrarlo ai cristiani ormai ovunque diffusi. Un labile segno di presenza dell'uomo in epoca preistorica è costituito da una punta di selce databile all'età del bronzo e trovata in una località imprecisata del Monte Orfano negli anni '60. Ma certo non è sufficiente ad individuare e situare precise presenze. Come scrive Sandro Guerini «infatti, scorrendo le fonti storiche che tramandano le vicende del paese dal Medioevo al Cinquecento e confrontandole con i pochi reperti archeologici emersi da fortuiti scavi e con gli affioramenti architettonici ancora conservati, si ha la nettissima impressione che il centro sia stato sottoposto ad un incessante ciclo di demolizioni e di ricostruzioni, con un continuo spostamento di baricentro. La spada gallica rinvenuta in un anfratto del Monte Orfano, le tracce di murature, appartenute ad un insediamento militare forse romano, ancora conservate accanto alla chiesa dell'Annunciata ed il titolo della chiesetta di S. Michele, tipico degli edifici sacri dei castelli longobardi, testimoniano l'importanza strategica del Monte Orfano che fu forse il primitivo nucleo abitato dall'epoca gallica a quella longobarda».


Vi sono notizie di numerosi ritrovamenti di epoca romana avvenuti nel sec. XIX intorno a S. Rocco su una via ritenuta romana chiamata della "Cà del diaol" sulla quale secondo il D'Anville sarebbe esistita l'antica Tetellus. Una tomba romana venne trovata nel gennaio 1956 a S. Michele. Importante la scoperta del 1958 nei pressi del crocevia Bonomelli di una cisterna di forma rettangolare, lunga una decina di metri, larga quattro e profonda due con muri dello spessore di 40 cm. ritenuta il resto di una villa romana o anche di un agglomerato abitativo di età romana. I ritrovamenti ricordati danno più l'idea della presenza di abitazioni, anche di rilievo, sparse nella zona, che di un villaggi compatto ed organizzato. È invece probabile che Rovato sia stato un punto di riferimento specie in epoca longobarda, quando impiantata nel demanio ducale una corte, il colle di S. Michele venne utilizzato come fortilizio. Se non sono particolarmente precisi i reperti di epoca romana, più circostanziati invece sono quelli di epoca tardo romana come la tomba lunga due metri, larga e alta uno con pareti a mattoni e con sei piccole nicchie trovata nel luglio del 1934 in località S. Fermo, casa Cavalleri, presso la chiesetta inglobata nella cascina omonima. Si tratta di una sepoltura ad inumazione, a cassa, con corredo costituito da una ampolla ed un balsamario in vetro, venticinque piccoli spilloni, una lucerna fittile con bollo Vibiani, due monete di rame, forcine di osso. Anni prima nei pressi erano state trovate altre tombe. Dell'esistenza di un villaggio romano, antenato di Rovato nella sua attuale ubicazione, non abbiamo testimonianze, anche se si propende a credere, ragionevolmente ma senza sicura documentazione di reperti archeologici, che prima del castello medievale sorgesse un castrum romano, come invece è documentato a Coccaglio. Strutture murarie, materiali ceramici, una sepoltura ad inumazione attribuiti ad epoca tardo romana vennero rinvenuti nel 1956 e 1969 in un campo presso il convento della SS. Annunciata sul Montorfano il che ha portato qualcuno a pensare all'esistenza di una fortezza principale in collegamento con il castrum di Coccaglio e ad un aree pretorio dove è ora il centro della borgata. In effetti sembra che i primi insediamenti si siano sviluppati sulle alture a O, lungo le pendici del Montorfano e che siano stati distrutti nelle invasioni ungare tra il '900 e il Mille. Tuttavia, come ipotizza Sandro Guerini: «A partire dal V secolo dopo Cristo fino all'XI si creò un secondo centro abitato intorno alla chiesa dell'Assunta, su un rilievo meno inaccessibile di quello del Monte, alla confluenza delle importanti strade per il lago d'Iseo e per Brescia». È lo stesso S. Guerini che ipotizza la nascita di una pieve, come si rileva altrove, dedicata all'Assunta, poi distrutta (donde il nome "ruinatus", "ruatus"). Resta tuttavia viva la tradizione dell'esistenza di un castello longobardo, che «sembrerebbe confermata non solo dalle confuse notizie di ritrovamenti archeologici del secolo scorso, ma anche dal rinvenimento recente di tombe alla cappuccina costruite con embrici che sembrerebbero già altomedievali.


Sul monte di S. Michele i Longobardi devono aver costruito un posto di osservazione con una chiesa dedicata all'arcangelo da loro venerato e ciò in collegamento con una fortezza più importante collocata sullo sperone sul quale ora sorge il convento dell'Annunciata che, all'incirca circoscrive il periplo della Chiesa, sopravanzandola sul lato O ossia sul sagrato. Sempre nello stesso anno sul Monte Orfano presso il convento, in una vigna vennero rinvenuti tre frammenti fittili con segni graffiti e nel 1969 emerse un manufatto a sezione semicilindrica, con muretti in sassi non squadrati, di provenienza locale. Le pietre erano legate con malta rosa (forse per un canale per l'acqua). Più circostanziate le supposizioni di una presenza longobarda a S. Michele come suggerirebbe la stessa dedicazione all'Arcangelo di una chiesa mentre più a O, sarebbe stata fondata dal duca longobardo di Brescia, Alahis, una chiesa a S. Eusebio. L'importanza di Rovato sarebbe tuttavia dipesa soprattutto dal fatto di trovarsi su due strade parallele: quelle che vanno da Brescia a Bergamo e che nel tratto Brescia-Telgate hanno probabili punti di riferimento nel territorio di Rovato come Cà del diaol, cascina S. Martino, Crocicchio Bonomelli per puntare su Zocco-Spina. È molto probabile che nei pressi della Cà del diaol la strada proveniente da Brescia si dividesse in due, passando l'una a N e l'altra a S del Montorfano, per ricongiungersi in seguito quindi a Zocco-Spina. L'ipotesi invece avanzata da M. Mirabella Roberti il territorio doveva essere toccato a N da quella via pedemontana preromana che lambiva le pendici del Monte Orfano e che poi divenne una variante della Castegnato-Rovato della via romana Brixia-Bergamo mentre a S correva la Brixia-Medionalum. Ad essa faceva riferimento il decumano di una centuriatio che aveva il cardine Coccaglio-Pompiano con direzione N-S nel cui ambito sarebbero esistite ville e nuclei abitativi e il castrum già ricordato per la difesa. Nei sec. IV-V si diffuse il cristianesimo attraverso le grandi strade concentrandosi intorno ad alcuni "loca sancta", e nei luoghi un tempo di culto pagano, specie a S. Michele. Stefano Dotti ha avanzato l'idea che la prima chiesetta costruita sia stata di epoca costantiniana "o giù di lì". Nel 1957 durante la costruzione della strada, che dal convento dell'Annunciata porta alla prima sommità del monte passando accanto alla chiesetta, venne alla luce molto materiale archeologico, tra cui "importantissimo sopra ogni altro reperto", una ben conservata tomba del periodo paleocristiano, appartenente ad una giovinetta. Qualcuno ha avanzato l'ipotesi che su S. Michele gravitasse la devozione dei non molti fedeli di Coccaglio, Rovato, Erbusco, Villa, Cazzago, Bornato ritenendola addirittura, ma senza prova alcuna, la pieve madre della Franciacorta. S. Stefano e S. Vincenzo dovrebbero indicare piccoli luoghi di assistenza o diaconie della pieve di Coccaglio, e secondo alcuni, dovrebbe essere esistita una pieve di S. Maria a Rovato, molto presto scomparsa. La presenza di proprietà vescovili e monasteriali favorì la nascita di altri luoghi di culto come quelli di S. Martino, di S. Donato, ecc.; antichissima è la chiesa dedicata a S. Andrea nella frazione che ne ha preso il nome. Tralasciate le fantasie che a Rovato nel 776 avesse posto il suo accampamento il feroce generale di Carlo Magno, Ismondo e che il castello fosse stato distrutto nel 1109 da Leutelmonte, resta su di una pergamena della fine del Trecento il ripetuto accenno ad un "castello vecchio" probabilmente risalente all'XI-XII secolo. Di una località del territorio (loca Grumide, oggi probabilmente Grumetti) e di una chiesa di S. Andrea nel territorio che allora si estendeva a O fino ai confini con Coccaglio (che Emilio Spada ha pensato come esistente dove ora sorge la frazione omonima la cui chiesa era già cadente nel sec. XVI) vi sono cenni in una pergamena vaticana del 1043. Una terra al Grumetto che confina a mattina con i beni del Comune, a mezzogiorno con S. Giorgio, a sera con S. Stefano e compare in una pergamena del 16 luglio 1179, mentre un'altra del 26 luglio seguente registra al Grumetto fondi delle chiese di S. Stefano, S. Giorgio e S. Maria, segni di una vitalità ormai rassodata. In documenti del sec. XIII compaiono anche personaggi di Rovato. Nel 1211 tra i bresciani che giurano la pace coi cremonesi «sub rocha Rodenghi» troviamo anche un Consolatus de Rohato; nel 1226, tra i ferarii che lavorano in città, è registrato un Witalis de Roado (oltre a un Girardinus de Herbusco); nel Consiglio Generale di Brescia c'è, nel 1292, un Nicolaus de Roado, mentre leggiamo la formula tradizionale «commune et homines de Roado» negli Statuti del Comune di Brescia, anno 1295.


A Rovato ebbe feudi fin dai sec. X e XI il vescovo di Brescia, registrati nell'archivio vescovile, concessi al comune e terre con decime concesse a diverse persone documentate nel 1295, 1310, 1336, 1388, 1460. Nel 1295 il comune e gli abitanti di Rovato pagano misure di frumento e di orzo per la decima dei novali di Rovato della quale in passato Boccadelepores e Sethesia e gli eredi di Obizo de Camegnono versavano sei sestari tra frumento e orzo. Ancora «comune et homines de Roado» versano quattro libbre di cera per le decime della campagna che lavorano nei territori di Coccaglio e di Lograto e per la decima di tutta la campagna che si trova in contrada Lafrusca, del territorio di Lograto. Ancora nel XVIII secolo i registri degli Atti Consiliari esistenti nell'Archivio Comunale di Rovato, segnano un tributo di orzo da trasmettere all'Episcopato di Brescia, come atto di doveroso omaggio al loro vecchio signore.


Il nome di Rovato emerge quasi d'improvviso nella storia nel 1265 quando, chiamate in Lombardia da un accordo con i Torriani, le truppe di Carlo d'Angiò passato l'Oglio investono la Franciacorta e occupano Rovato. I soprusi e le uccisioni compiute dai francesi provocarono l'11 novembre una rivolta della popolazione rovatese che si scatenò contro gli occupanti. Tale rivolta venne chiamata "Vespri di Rovato" analogamente ai più celebri "Vespri siciliani" e fu celebrata ad ogni vespro nella ricorrenza annuale fino al 1797 al rintocco della campana maggiore. Si frapponevano continuamente a tale sviluppo le lotte tra le fazioni (guelfi, ghibellini) e le guerre fra le Signorie e poi fra queste e Venezia e fra questa e le potenze del tempo. Tali lotte ebbero anche a Rovato ripercussioni a volte disastrose. Nel 1312 i rovatesi si ribellavano al vicario di Enrico VII; nel 1326 Rovato veniva invaso dalle truppe di Azzone Visconti e da quelle ghibelline che saccheggiarono, incendiarono, violentando e trucidando molti uomini e prendendo centocinquanta persone in ostaggio. Secondo la tradizione popolare la popolazione comprese donne e fanciulli si sarebbe difesa da leoni. Le invocazioni alla Madonna venerata in S. Stefano avrebbero ottenuto molti prodigi, tra cui l'improvvisa e misteriosa liberazione dei prigionieri, l'incolumità dell'onore delle fanciulle, il condono di una pesantissima multa che Azzone aveva imposto ai rovatesi e infine il ritorno alla pace e alla tranquillità. Da allora la chiesa di S. Stefano divenne la meta preferita della devozione popolare mariana. Tra i documenti salvatisi da incendi e distruzioni è rimasto un registro che raccoglie l'estimo del 1326 nel quale compaiono circa 140 proprietari fra i quali i De Adro, i Bagatta, i Bariselli, Barlini, Berardi, Berlandi, Brunelli, Cavallari, Crotti, Cordini, Cosini, Cossandi, Dotti, Faini, Fava, Fusari, Fisoni, Fremondi, Frialdi, Fontana, Chizzola, Laporta, Lazzaroni, Malagnini, Mazzi e Mazzini, Monaldi, Monandi, Morgini, Oberti, Obiconi, Odelli, da Bergamo, Prandini, Rainaldi, Ranzanigo, Redona, Rosini, Roveglia, Spagnoli, Stoncari, Targa, Tartaioni, Taveri, Tebaldi, Tinaglia, Tonsi, Ugolini, Vanaga, Visi, Zafaroli, Zana, Zaneboni, Zocca, Zucchi e Zucchini.


Nel 1331 Rovato otteneva privilegi da Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia. Momento cruciale fu la peste del 1348 che desolò la pianura tanto da richiamare come in gran parte della Bassa bresciana, l'immigrazione di numerose famiglie di agricoltori, mandriani, artigiani specie dal Bergamasco che diedero un incremento all'esausta economia bresciana, ripopolando e ricostruendo, bonificando terreni incolti, rianimando i superstiti a fare altrettanto e rinvigorendo la stessa attività comunale. Grazie anche a queste nuove forze imprenditoriali si andava accentuando il riscatto di vaste aree paludose che coprivano ancora il territorio a S di Rovato. Infatti ancora nel 1374 negli estimi di Rovato verranno elencate numerose paludi quali quelle del Grumetto, del Galufferi, del Segabiello, la Nova, del Termine, la Bonicena ecc. Lo sviluppo economico fu favorito dalla seriola Fusia (1347) che poco dopo fu proseguita, passando nel territorio di Cologne e Coccaglio, fino a Rovato che dal 1351 vi ebbe proprietà di parte dell'acqua erogata. Seguirono contese fra Rovato, gli Oldofredi ed altri comuni e proprietari (conti Palazzi) alla metà del sec. XIV circa la proprietà e l'utilizzo della seriola Fusia (1351-1355), la cessione dei Maggi a Rovato dell'"Acqua Novella" (1369) ecc. fino alla vendita da parte di Pandolfo Malatesta (10 novembre 1413) della quarta parte della Fusia e di mulini al comune di Rovato confiscati agli Oldofredi. Nel frattempo Rovato si andava imponendo su parte della Franciacorta. Nel 1370 vi è infatti un chiaro accenno ad una Quadra di Rovato e ad un castello vecchio della terra di Rovato. Della Quadra facevano parte la chiesa di S. Stefano e S. Donato, di S. Martino e di S. Giulia di Cazzago, di S. Michele e di S. Nicola di Calino, la pieve e l'ospitale di S. Giulia, di S. Pancrazio di Paderno, di S. Zeno di Passirano, di S. Apollonio di "Fanticulo", di S. Pietro de "Novatibus" di Passirano. La stessa vita amministrativa e civile assumeva linee più precise ed organizzate. A sua volta la Vicinia che costituiva il Consiglio Comunale era formata da quattro Quadre interne a Rovato. Sotto Bernabò Visconti nel 1383 vennero riformati gli Statuti comunali approvati dal Capitano di Brescia Guido Gonzaga e confermati il 22 febbraio 1393. Nello stesso 1393 venne dato il via all'ampliamento del Castello o borgo fortificato che, secondo Sandro Guerini, «potrebbe corrispondere ad un'espansione a S fin verso il canale dei mulini e fino alla via Cantù dove al numero civico 57 si conservano ancora tracce di poderose murature medievali. La superficie netta, disponibile per abitazioni e cortili divisa tra i Vicini è di circa 15.000 mq.: se si aggiunge ad essa la superficie delle strade, quella delle piazze, degli edifici ecclesiastici (chiesa, sagrestia, casa canonica, cimitero), e delle case e dei fondi dei nobili bresciani, si deve raggiungere per tutto l'ampliamento del nucleo murato l'area di circa 60.000 mq. Il circuito delle nuove mura trecentesche doveva allora correre lungo le attuali vie Martinengo, Bettini, Cantù, Bonomelli, Porcellaga, Sopramura. Il castello vecchio all'interno della cinta venne comunque conservato, costituendo un ulteriore sistema protettivo intorno all'estremo baluardo della Rocca».


Grazie alle ricerche compiute da Roberto Manenti e R. Baroni nel 1986-1987 si è giunti, come ha scritto S. Guerini «all'individuazione di parte della cinta del castello medievale, emersa proprio nella piazzetta antistante il Palazzo comunale, durante i lavori di posa del la nuova rete fognaria. Nel gennaio del 1987, al livello di circa un metro dal piano stradale, per una profondità di circa tre metri e sulla lunghezza di circa cinque metri è apparso un grosso muro di sassi di fiume vigorosamente legati da malta di calce e perfettamente in ordine. Il muro era allineato sull'orientamento del campanile che nella sua parte inferiore deve conservare una torre di quell'antica cinta. Proprio davanti e sotto il Palazzo comunale passava invece una grande fossa, dell'ampiezza di una decina di metri, coperta con la demolizione del Castello vecchio (forse nel 1426) e riempita con i detriti delle distrutte mura e con un fondale nero e melmoso, di circa un metro e mezzo di spessore». La fossa del castrum sembrerebbe abbia preso l'acqua dal cosiddetto "Pozzolungo", mentre S. Guerini individua in "strane" cantine la base del rivellino di accesso al castello medievale con sottostanti i loculi di un cimitero. In una pergamena, come sottolinea S. Guerini «sembra di capire che il palazzo comunale e la casa del Vicario fossero presso la porta di S. Donato e che il castello giungesse addirittura fino al palazzo Quistini (nel Cinquecento di proprietà dei Calzaveglia). Anzi, si potrebbe individuare quella "domus magna que fuit illorum de Bruxatis" proprio nella base della nostra torre che ha tutto l'aspetto di una tipica torre del Gastaldo vescovile (come quella più famosa di Pisogne)». Nel 1402 (o 1403) il castello presidiato dai Ghibellini venne incendiato e conquistato dai guelfi, ma nel 1404 venne ripreso dai ghibellini. A Rovato fu più volte Pandolfo Malatesta il quale da Rovato il 22 maggio 1412 ordinava una feroce azione di rappresaglia contro i ribelli al suo dominio confiscando i beni degli Oldofredi e vendendo al comune di Rovato per 2.200 lire planet la loro quota di acqua della Fusia. Ciò servì a potenziare ancor più l'economia rovatese per cui dal 1425 in poi il comune andò compiendo ogni sforzo per acquisirne ed utilizzarne il più possibile con acquisti ed espropriazione di acque a danno degli Oldofredi. Nel 1419 Rovato veniva conquistato dal Carmagnola al servizio di Filippo Maria Visconti che impose una taglia di 15 mila ducati. Nel 1426 con altri paesi della Franciacorta, Rovato, collaborava con Venezia per sottrarre Brescia al duca di Milano, fortificandosi contro la volontà di questi. sostenendo dal marzo 1426 fino all'ottobre 1427 per 13 mesi gli assalti delle truppe milanesi. In vista di ciò si abbattè sulla forte struttura difensiva di Rovato da parte di Azzone Visconti, signore di Brescia, l'ordine di distruzione. Come scrive S. Guerini «la Rocca e le sue torri caddero sotto il piccone dei viscontei e con le macerie venne riempita la fossa che attraversava il paese e che segnava la demarcazione tra il vecchio castello ed il recentissimo ampliamento trecentesco». In tal modo le fondazioni delle torri vennero trasformate in cantine ed in un labirinto di cunicoli. Rimasti padroni di Rovato e di gran parte del Bresciano, i Visconti continuarono l'opera di demolizione, fino a quando, occupata dopo una serie di difficoltà nel 1428 dal provveditore veneto Contarini, nel marzo Rovato giurava fedeltà a Venezia che la ricompensò con privilegi, assegnò al comune gli antichi diritti degli Oldofredi sulla Fusia e fece di Rovato, come si evince dagli Statuti del 1429, una Quadra comprendente oltre Rovato: Coccaglio, Erbusco, Calino, Cazzago, Camignone, Bornato, Passirano, Paderno. Venezia per ingraziarsi sempre più i sudditi di Rovato, li difese in tutte le liti con i signori del posto e favorì l'accentrarsi nelle mani del Comune della proprietà dei mulini, dell'osteria, della forneria: così tutte le attività produttive indispensabili per la vita quotidiana vennero sottratte al monopolio dei pochi aristocratici che le avevano avute dal Vescovo o da altre autorità, e vennero consegnate alla collettività. Il Comune si preoccupò anche di stipendiare un medico, un farmacista ed alcuni maestri di scuola. Con l'autorità di S. Marco vennero anche confermati gli antichi statuti e si codificò, dopo lunghe liti e discussioni, la prassi dell'elezione dei rappresentanti del Comune. Nel 1434 Venezia rinforzò e ricostruì in gran parte le mura e il 28 giugno 1438 per assicurarsi una stretta fedeltà a Venezia, il Gattamelata e i rettori veneti concedevano a Rovato e alla Franciacorta i medesimi privilegi che godevano le valli Trompia e Sabbia. Ma in agosto Rovato veniva assediato dal Piccinino e, sebbene difeso per 36 giorni, oltre che dagli abitanti, da duemila uomini del contado al comando di Leonardo Martinengo da Barco e da un migliaio di valtrumplini, il 30 agosto "con grande vergogna", rimasto senza aiuti, si arrendeva al nemico. Nonostante una nuova occupazione nemica fino al 1439 Rovato riforniva Brescia di "biade" vantandosi poi di aver salvato la città, fino a quando, nel giugno 1440, venne rioccupato dall'esercito veneto. In vista della fedeltà dimostrata e delle difficoltà subite il 17 luglio 1440, vivamente raccomandata dalle autorità bresciane, Rovato ebbe riconfermati gli ampi privilegi del 28 giugno 1438, fra i quali quello del mercato settimanale. Seguirono anni ancora difficili anche per la peste che imperversò nel 1447. Il 20 settembre 1448 di nuovo investita dalle truppe milanesi comandate da Francesco Sforza, Rovato come altre fortezze si consegnava ad esse con spontaneo atto di dedizione, forse anche per il continuo serpeggiare fin dall'ottobre dell'anno precedente della peste o perchè da essa stremato. Il fatto suscitò grande impressione tanto da far scrivere al cancelliere V. Malvezzi «... fides, o constantia rusticorum, ubi es? O Asola, o Road, fioi de Sant Marc... ubi nunc est filiatio vestra?». Continuando per anni la guerra Rovato che, già nell'ottobre 1453 aveva perduto, assieme a Gussago, uomini delle cernide (milizie gregarie) nella difesa di Pontevico l'1 novembre venne investito dalle truppe dello Sforza e il 7 dovette arrendersi con l'intera Franciacorta e la pianura bergamasca. Si dice che lo Sforza, dopo aver fatto dipingere il proprio stemma sulla porta N del castello, vi scrivesse sotto, di propria mano, la parola "virtute" quale riconoscimento della valorosa difesa della popolazione, concedendo inoltre ad essa privilegi. In seguito nonostante il tentativo del Piccinino, comandante ora delle truppe venete, di riprenderlo con un attacco il 14-16 marzo 1454, Rovato rimase in mano allo Sforza. Conclusa la pace di Lodi (9 aprile 1454) e ritornata Venezia questa premiò di nuovo Rovato riconfermando i privilegi concessi e concedendone di nuovi e soprattutto creandola sede di un vicariato minore e poi maggiore. Nel seguente mezzo secolo di pace la vita economica e sociale si andò ancor più sviluppando. L'agricoltura andò sempre di pari passo con il mercato che entrò in concorrenza con quello di Chiari. Nelle zone più meridionali nel sec. XV vennero utilizzate anche le acque della roggia Nuova di Chiari (costruita nel 1505), nel sec. XVI delle rogge Castrina, Vetra ecc. Venne inoltre migliorata la rete stradale. Tra le realizzazioni di maggior spicco la via detta del Fossato, una vera direttissima, che passato l'Oglio a Pontoglio si dirigeva a Chiari e attraverso il territorio a S di Rovato raggiungeva Travagliato, Roncadelle e Brescia. Si allargava intanto anche l'assistenza pubblica con il Consorzio di S. Maria per l'assistenza agli infermi.


Dal sec. XV in poi Rovato divenne uno dei centri culturali della provincia e, come annota A. Racheli, "dal 1400 all'epoca della rivoluzione francese ebbe sempre persone che si occuparono dell'istruzione popolare". Nella seconda metà del sec. XV Rovato ebbe quattro professori di grammatica e retorica e offrì a Brescia professori del calibro di Giovanni Taveri, senza dire di altri illustri rovatesi come il pittore architetto Francesco Ricchino, il medico Feliciano Betera, ecc. Data l'importanza che Rovato va assumendo sempre più, i suoi abitanti chiedono, nel 1470, di potere ampliare il castello, rifare le mura, e per meglio illustrare la richiesta allegano un disegno esplicativo redatto da Allovise di Crema. Per appoggiare tale richiesta i rettori veneti scrivendo al doge Cristoforo Moro gli fanno rilevare, con alquanta enfasi, ma anche con convinzione che il castello è "uno degli occhi" e in qualche modo il braccio destro della città di Brescia, baluardo non solo della Franciacorta ma addirittura della Valsabbia (!), di molta parte della pianura di Iseo e di tutto il lago; essi si dichiaravano sicuri «che ditto logo de Rovado sia uno dei più necessarj luoghi di questo bressano che bisogni fortificare, essendo uno delli occhi et quodammodo la mano destra di questa Cittade et in ogni tempo de novità Capo guida et tutela de tutta Franzacurta, val de Sabia et di molti altri logi del piano bressano et etiam d'Iseo et del lago e de tutte le montagne bressane». L'impresa affidata all'"inzegnero" Giov. B. Borella, già noto per gli interventi sulla fortezza di Orzinuovi incominciò entro breve tempo. Infatti sull'architrave di una porta interna del Torrion Cattaneo, graffiata sull'intonaco è stata anche rinvenuta l'iscrizione 14+72 che fissa chiaramente la fine dei lavori di costruzione della torre. Dell'impresa si assunse il finanziamento la stessa Repubblica che il 30 gennaio 1484 attraverso Zaccaria Barbaro a nome del Senato veneto sollecitava una radicale trasformazione di tutta la fortezza. L'invito a continuare nell'opera fino al suo compimento è rivolto all'inzegnero Borella in una ducale del 1485. Con l'impresa grandiosa, della quale appare un particolare (forse il torrione di SE) in un affresco di Liberale da Verona nella chiesa di S. Stefano, la borgata veniva arricchita da nuovi possenti bastioni, potenziati da 5 torrioni circolari dislocati lungo mura che abbracciavano il vecchio castello e tutte le abitazioni più importanti del paese, per una popolazione composta da 400 «fuoghi» (famiglie). Nella costruzione, che doveva essere lunga (da N a S) 300 metri e larga circa 150, si aprivano due porte con i loro «revelini e un ponte levador». Qualche anno dopo, come rileva Giamberto Campagnari, ad opera completa, i rovatesi avevano già affibbiato un nome a ciascuno dei 5 torrioni: «la roccha» (oggi semidemolita per la costruzione del portico Vantiniano in piazza Cavour), il «canal verso ostro» (a S, ancora quasi intatto), il «canal de S. Maria» (quasi scomparso dopo la costruzione della parrocchia), il «canton catanio» (ancora in piedi verso il Foro Boario) ed il «canton pusterla» (vicino alle elementari). Rilevando alcune caratteristiche dell'opera, S. Guerini rimarca l'importanza del complesso architettonico indicando due bastioni che sono tra i "primissimi dell'architettura militare italiana" senza dire di altri particolari di grande significato ed importanza. Bisogna anche sottolineare che durante la costruzione della fortezza Rovato fu colpita da ricorrenti sventure come l'invasione di cavallette nel settembre 1477, e, alla fine dell'anno la comparsa della peste dapprima in maniera sporadica, poi ferocissima per due anni (1478-1479), per cui scrive ancora il Racheli, «cessava il commercio, chiudevansi le botteghe e le case e si proibiva perfino l'accesso ai sacri templi, onde i divini misteri celebravansi all'aperto sotto improvvisate tende». Sotto l'imperversare dell'epidemia, i rovatesi ricorsero alla protezione di S. Rocco dedicandogli la chiesa già di S. Martino e facendola dipingere dal pittore Rovadino di Bovegno.


Scomparsa la peste, il paese rifiorì mentre veniva riaperto, appunto nel 1480, il mercato del lunedì. Il 31 gennaio 1471 il capitano di Brescia Pietro Foscarini fu costretto a recarsi a Rovato per ridurre a concordia la vicinia e i reggenti del comune, che erano in dissidio riguardo al governo (o meglio al malgoverno) del comune. In una solenne adunanza, avvenuta nella chiesa di S. Maria del castello, egli stabilì i principali capitoli della forma di amministrazione. La dott. Giuseppina Caldera così descrive l'antica organizzazione del Comune: «Il comune è rappresentato dalla Vicinia, assemblea generale dei capi delle famiglie originarie e abitanti nelle quattro Quadre, interne e di campagna, di Dublato, di Trito comprendente anche il Castello, di Breda e di Visnardo. La generale Vicinia si riunisce una sola volta l'anno, il 31 dicembre giorno di S. Silvestro per eleggere 4 sindici e 4 esaminatori, uno per Quadra, previsti dalla transazione 1471.


Gli statuti erano stati approvati dal popolo e sanzionati dal doge Agostino Barbarigo (con ducale 18 dicembre 1495). Il Da Lezze (1609) circa il "governo" del Comune segnala come ogni anno venissero estratti a sorte alla presenza del Vicario e di tutto il Consiglio composto di 72 membri. Fatto giuramento sopra l'altare, i consoli, a loro volta, eleggevano quattro rappresentanti ognuno per Quadra di Rovato i quali, emesso il giuramento sull'altare, eleggevano di anno in anno, la vigilia di S. Tommaso, il nuovo consiglio, confermando i già presenti in Consiglio o eleggendone di nuovi in modo che ogni Quadra fosse rappresentata in Consiglio da 18 consiglieri. Il Consiglio a sua volta eleggeva otto suoi rappresentanti sopra le frodi "de Vittuarie et d'ogni altro, sopra l'osservanza delli Statuti con salario di mezzo scudo per ogni quattro mesi". Inoltre eleggeva il Cancelliere, il vice Cancelliere, i Campari, gli "andatori" (o messi comunali) ed altre cariche secondo il dettato degli Statuti. Il Consiglio generale eleggeva inoltre un Massaro generale con salario di 400 lire all'anno, riscuote e paga, dandone conto a quattro "esaminatori", eletti dalla Vicinia e non dal Consiglio. Il Console in carica ha il compito di convocare il Consiglio e di apprestare l'ordine del giorno. Se poi il Massaro generale al saldo del suo mandato fosse rimasto in debito, il credito veniva passato al nuovo Massaro con l'obbligo di riscuoterlo a suo danno.


Il continuo progresso sociale e culturale venne di nuovo interrotto dal 1509 al 1516 dalla guerra fra Spagna, Francia e Impero che rinfocolarono avversioni e contrasti fra le famiglie quali quelle dei Gigli, Inverardi, Caretti, Lazzaroni, Rivetti, Taveri, Della Torre, Bona, Betera, Bertuzzi, Guadagni, Onsini, Tonsi e le famiglie sostenitrici dei francesi quali i Tovaglia, i Bonvicini, i Bariselli, i Pelucchi, i Parisio, gli Zucchetti, i Fremondi, gli Atassi, i Bersini ed i Menoni. Come ha scritto Carlo Cocchetti «per vero era cosa assai grave il vedere come si approfittasse della comparsa dell'uno o dell'altro straniero per sfogare i propri odii, ed, anzichè curare gli interessi del natale castello, mettersi spesso a disposizione del più forte, coll'efferato proposito di atterrare veri o presunti nemici, che, un giorno resi poi vittoriosi, facevano pagare ai più deboli i frutti dell'odio inveterato». Non si trovano accenni diretti al ruolo avuto in genere da queste famiglie nella tragedia che coinvolse Rovato nel 1509 salvo che per quello del Gigli il quale secondo versioni probabilmente romanzate, di fronte alle prepotenze delle truppe francesi capitanò una rivolta che, domata, costò la vita al Gigli stesso e ad altri. La situazione rimase immutata fino al 1 febbraio 1512 quando, in seguito alla liberazione di Brescia da parte di Venezia anche dal castello di Rovato, con l'intervento dei distaccamenti veneti, venivano scacciati i france si. Ma dopo pochi giorni, caduta Brescia in mano di Gastone di Foix, anche Rovato dovette consegnarsi al De Lude e pagare una taglia di 9.734 ducati d'oro. Nel giugno, partiti i francesi, si insediava nel castello Pietro Longhena, delegato provvisorio di Venezia, sostituito da Leonardo Emo il 6 luglio, provveditore veneto. Brescia era ancora in mano francese e l'Emo con la collaborazione del Consiglio provvisorio cittadino in esilio si sforzò da Rovato di riattivare l'amministrazione del territorio. Finalmente nel 1516, durante l'assedio degli spagnoli a Brescia, Rovato veniva occupato dall'esercito veneto. In vista di questi fatti una ducale del 5 luglio 1517 pur non potendo concedere "l'immunità e l'esenzione da ogni gabella e gravezza..." richiesti per il mercato, concedeva a Rovato il diritto già acquisito di tenere il suo mercato il lunedì di ogni settimana. Il 3 marzo 1518 Rovato e la sua Quadra venivano esentati dal pagamento di tasse "di gente d'armi", il 3 marzo successivo dagli alloggiamenti di truppe. In nuovi movimenti di guerra al passaggio nel Bresciano dei Lanzichenecchi di Carlo V l'esercito veneto si ritirò su Chiari e Rovato (5, 6, 7 maggio 1522) e nel novembre il paese vide il passaggio delle truppe francesi dopo la battaglia della Bicocca. Nel giugno 1528 le truppe imperiali taglieggiarono Rovato di 33 mila lire ed ancora Lanzichenecchi di manzoniana memoria passarono per le vie del paese. La pace tornò solo nel 1526 e furono anni di decisa ripresa economica nei quali crebbe il mercato e i traffici aumentarono e l'agricoltura ebbe una continua espansione, tale da mutare la composizione sociale della popolazione ed innalzare il tenore di vita generale. Questo fatto spingerà a realizzare opere grandiose. L'espansione del comune portò anche nel 1555 a contese per questioni di confini con Erbusco ed altri centri franciacortini. Si risvegliava inoltre la vita religiosa grazie anche alle visite pastorali del vescovo Bollani (1565) e del card. Carlo Borromeo (1580) e si intensificava l'assistenza pubblica grazie anche all'erezione (per donazione di 500 monete d'oro da parte di Vincenzo Rovati) di un Monte di pietà. Nonostante la gravità dell'epidemia del 1576, salvo il grande spavento, Rovato, forse per la valida opera di vigilanza e prevenzione o per un'insperata fortuna non ebbe vittime. Passata la paura della peste, in Rovato negli anni che vanno dal 1585 al 1592, venne completamente ricostruita la chiesa prepositurale.


Il lungo periodo di pace, lo sviluppo economico e sociale spingeva agli inizi del '600 Ottavio Rossi a definire Rovato come "luogo munitissimo d'homini, di territorio e di ricchezze" e "castello principale". Si sviluppava inoltre la vita culturale. Oltre alle scuole di grammatica e retorica già radicate da tempo, agli inizi del secolo le Dimesse di S. Orsola, beneficate largamente dalle famiglie Delaidi, Caretti e Tonsi, ecc. dotate altresì di una propria casa, davano vita a scuole per ragazze povere chiamate le "figlie del popolo". Segni di ulteriore sviluppo fu la concessione dal 1612 di un archivio notarile già chiesto da ottant'anni e, con ducale del 17 luglio 1622, pubblicata dal podestà di Brescia solo il 9 gennaio 1673, veniva concesso al vicario di Rovato di emettere sentenze in cause non eccedenti lire trentaquattro piccoli di Venezia. Ma presto tornarono momenti difficili dovuti alla guerra di Venezia contro gli Uscocchi (1617), che comportò tasse sempre più pesanti, alla quale seguì una lunga carestia durata dal 1618 al 1629 al passaggio dei Lanzichenecchi imperiali nella guerra per il ducato di Mantova. Terribile nel 1630-1631 la peste che a Rovato si manifestò il 9 maggio quando si dovette chiudere una casa. L'epidemia che durò fino all'autunno inoltrato per decrescere poi nel 1631, seminò morte per 2500 abitanti compreso il podestà, "molti signori, dieci sacerdoti, cinque religiosi serviti i cui resti furono raccolti in una tomba comune nell'antica chiesa parrocchiale di S. Stefano sulla quale si legge ancora in una breve epigrafe il bilancio spaventoso di quella ecatombe". Scrive il Racheli che il prevosto nell'occasione fu "angelo di conforto" e il clero "operò prodigi di carità" imitato da padri serviti che morirono in cinque dopo aver aperto nel loro convento dell'Annunciata un lazzaretto per i paesi circonvicini. Per l'occasione vennero creati ossari, coperte di calce le pareti affrescate della chiesa e creati nuovi cimiteri. Si è anche affermato che a Rovato la peste si sia ripetuta nel 1633, anche se non vi sono convincenti riscontri. Passata la peste, alla ripresa economica e demografica corrisposero nuove tasse e reclutamento di duecento uomini per le galere per la guerra di Candia, investita nel 1644 dai Turchi.


A turbare i tempi di pace e non funestati dalla peste vi furono fatti criminali, gravi tassazioni, epidemie di bestiame, ecc. Uno dei punti caldi di ribalderie fu il caso Porcellaga. Nel 1605 venne confinato o sequestrato Vincenzo Porcellaga qd. Vincenzo coinvolto in un lungo processo per l'assassinio di Gerolamo Calini compiuto per poter curare i propri interessi e quelli di due vedove dei propri fratelli e dei loro figli. Ma vi furono anche momenti esaltanti come le Missioni popolari predicate nel maggio-giugno 1676 dai gesuiti Segneri e Pinamonti che raccolsero a Rovato una folla di fedeli valutata intorno ai 23 mila. Il sec. XVIII incominciò con nuove paure, movimenti degli eserciti francesi e austriaci che dopo aver seminato disastri e spogliazioni si scontrarono al 1 settembre 1701 a Chiari. "Unica magra consolazione", ha rilevato Franco Nardini, l'apprezzamento del principe Eugenio di Savoia che definì l'Annunciata e il Monte Orfano come "il più bel punto di vista che abbia l'Italia". Durante il secolo è un susseguirsi di epidemie di bovini specie negli anni 1711 e 1736 quando vennero eretti ovunque casotti e "restelli" per impedire l'ingresso di animali infetti; nel 1747 quando venne fatto voto particolare all'Immacolata alla quale venne attribuita la liberazione dal morbo. Malattie, mortalità infantile, latrocini, delitti non appianarono, ma anzi acutizzarono, i contrasti e le discordie per cui, nel luglio del 1734 il provveditore di Brescia Federico Tiepolo si sentiva obbligato ad informare che la comunità di Rovato era agitata da "invecchiate discordie" tra i due partiti degli originari e dei forestieri, guidati da capi ostinati e che egli aveva incominciato col "cambiare il governo del comune" e col far accettare in esso i non originari, che fino ad allora erano stati sempre respinti. Una volta "riformato il consiglio e stabilite nuove regole alla miglior direzione di esso comune", ebbe il piacere di veder approvati i suoi provvedimenti e di riportare la pace; tuttavia si rendeva conto che restavano ancora "semi di discordia" e che qualcuno per propri interessi poteva tentare di suscitare nel comune nuovi litigi. Contro i detentori del potere locale erano insorti i cosiddetti forestieri dando origine a sempre nuove divisioni "in parti" e a "violente contese" che avevano portato all'espulsione di 48 persone che pretendevano di "eternarsi nel governo" e che per di più avevano esercitato il potere poco pulitamente. Solo nell'agosto 1753 dopo 44 anni di "dispendiosi" litigi e rinnovati tentativi di riconciliazioni e grazie ai "pubblici uffici" del conte Rutilio Calini venne conclusa la pace fra originari e forestieri, che venne particolarmente solennizzata l'8-9-10 dicembre con atto solenne di ringraziamento all'Immacolata venerata nella parrocchiale. Nonostante le remore di queste discordie e beghe locali, le difficoltà generali dovute alla decadenza della Repubblica veneta dall'estimo mercantile del 1750 Rovato figura nella stima fiscale di 58.750 lire del tempo al secondo posto in provincia dopo Chiari (che segnava 3.370 lire in più ma con popolazione assai più numerosa). Rovato poi aveva tre molini con complessive sette ruote, una fucina, un filatoio ed una macina. Venezia che continuava a prediligere come sempre Rovato incaricò il podestà di Brescia di ordinare "funditus et in omnibus il comune laudatissimo di Rovato; per cui il documento del 4 novembre 1764, è una vera e propria costituzione della vita civile e amministrativa di Rovato; sono "Ordinazioni e regolazioni" di Francesco Grimani podestà di Brescia, che trasmettono "le Provide Massime e salutari Ordinazioni concrete dalla volontà dell'Ecc. Senato nella deliberazione del 7 settembre decorso". "Eccellente il documento, non tale l'applicazione, commenta il Racheli; infatti si continuò come prima, anzi si fece peggio; crebbero le liti e si moltiplicarono i delitti, dei quali è testimonianza nell'Archivio Parrocchiale; per esempio: due rovatesi, «feritisi come cani rabbiosi, morivano entrambi alla medesima ora rifiutando li sacramenti»; un tale scaraventò nella seriola una pia signora che vi annegò; una schioppettata uccideva giovane sposa al nuziale banchetto. Non mancavano tuttavia rilevanti sacche di povertà che spinsero alcuni illuminati cittadini a maturare dal 1759 un progetto concreto e dettagliato di istituire a Rovato un ricovero per gli infermi poveri locali e la perorazione del Prevosto al Consiglio del Consorzio (17 giugno 1759) ed il memoriale al Consiglio Comunale (18 aprile 1762) testimoniano che i fondatori proponevano quest'opera senza aggravi per la popolazione, ma basandosi su lasciti (tra i quali consistente quello di Ottavio Bona) e confidando in contributi liberi. La Ducale 27 agosto 1763 concedeva l'acquisto di area e casa in Rovato (atto notarile 10 dicembre 1763 al prezzo di L. 8.750) necessarie a erigervi l'Ospedale "per i suoi infermi poveri". Per alcuni decenni restò un piccolo ospedale di soli 8 letti, dove però i malati poveri trovavano assistenza, cibo e medicinali gratuiti. Nel 1783 si aggiunse la farmacia interna. E nonostante le difficoltà economiche non veniva meno l'impegno culturale. Chiuso nel 1772 il convento dell'Annunciata, un gruppo di rovatesi dava vita nello stesso ambiente ad un collegio nel quale si insegnavano lettere e anche filosofia con insegnanti come l'ab. Francesco Barbieri, Vincenzo Rosa, l'ab. Corna, l'ab. Urgnani ecc. Nasceva al centro il collegio Grimani, e in Lodetto il collegio Aliprandi, dove insegnava tra gli altri un dotto grecista quale l'ab. Pietro Rivetti per cui il Cocchetti potrà scrivere che a Rovato sullo scorcio del sec. XVIII e agli inizi del sec. XIX "l'istruzione era fioritissima".


Anni difficili visse di nuovo Rovato al tramonto del secolo. All'arrivo dell'esercito francese e di Napoleone nel 1796 incominciò lo smantellamento del castello con l'abbattimento del rivellino a N delle mura e l'appianamento della fossa dinanzi a quello a S cercando così uno spazio che sarebbe poi diventato la piazza nuova del mercato. Al seguito delle truppe francesi arrivò nel marzo del 1797 la rivoluzione giacobina. Dal 17 marzo 1797 Rovato vide il passaggio delle truppe venete al comando del provveditore veneto Battaggia, per fermare i rivoluzionari bergamaschi. Dopo la rivoluzione giacobina di Brescia del 18 marzo, anche Rovato dovette accogliere i rivoluzionari innalzando il 27 aprile l'albero della libertà ed istituendo la guardia civica e corrispondendo una tassa di 389 scudi, superata soltanto con 500 scudi da Chiari. Rovato dovette ospitare soldati e salmerie francesi. Impegno particolare a sostegno della Rivoluzione bresciana ebbe il banchiere Andrea Cocchetti che ebbe posto di rilievo poi nel Consiglio degli juniori della Cisalpina, e l'omonimo medico (1763-1834) che ricoprì poi cariche nel governo di Eugenio Beauharnais, fu esule in Francia e fu direttore degli ospedali militari della Lombardia. Sopravvenuti, il 13 maggio 1799, gli austro-russi a quanto scrive il Racheli, vennero accolti al grido di "Viva l'imperatore, viva la Religione!". Aggravarono ancor più le condizioni di Rovato un'epidemia di bestiame che durò dal 1797 al 1802 e che impose la chiusura del mercato. Nel 1808 un'"orrenda tempesta" convinse la popolazione a far voto di una festa che rimase in vigore fino al 1915. Il Racheli accenna solo a "disordini, immoralità, delitti senza numero" ad arginare i quali il 27 giugno 1799 venne eletto vicario di Rovato, "onde rimettesse in vigore l'antico reggimento della Repubblica Veneta", il notaio Antonio Riatti che verrà poi, anni dopo, il 14 maggio 1809, abbattuto da un'archibugiata sparatagli dalla finestra della stanza in cui consumava il pasto. Ma anche partiti gli austro-russi e ritornati i francesi, alcuni disertori vennero accolti e curati nelle case dei contadini seminando un'epidemia di tifo particolarmente insidiosa. Pur festeggiati, i francesi continuarono a spogliare dei beni la Collegiata «rubando, a quanto scrive il Racheli, i famosi lampadari d'argento e il magnifico leggio, dono della famiglia Guadagni». Fu inoltre sospeso il mercato, la maggiore "risorsa del paese" minacciando di "devolvere allo stato la proprietà della roggia Fusia". Il Racheli calca la mano sottolineando il contegno ribaldo delle «francesi milizie, che impadronitesi della casa Quistini rinnovarono gli eccessi del tempo funesto di Gastone, invano piangenti i padri sul disonore delle proprie figliuole, si darà troppa ragione agli avi nostri se andati a Milano dallo stesso Napoleone esposero col pianto i loro lamenti». Il 5 giugno 1800 una Deputazione di Rovato veniva ricevuta da collaboratori di Napoleone che, come scrive A. Racheli, «conosciuti giusti i lamenti del nostro comune pel tristissimo contegno delle milizie francesi, prendeva energici provvedimenti e con speciale decreto riconfermava il mercato settimanale» accordando per due anni l'esenzione dalle tasse e lodando il paese. Fra i pochi vantaggi rilevati sotto il dominio napoleonico fu la soluzione, come ha scritto il Racheli, della lunghissima questione «fra gli originari e gli utenti del canale della Fusia. I Reggenti Caretti, Lazzaroni e Calastri portatisi dallo stesso Napoleone, ottennero l'esenzione per due anni dalle imposte, la restituzione di vari privilegi e la conferma del mercato settimanale; mentre il rovatese Pietro Atassi medico militare tenea alto il vanto del paese ed avea l'incarico della capitolazione del forte Almunnia». Un'abbondante grandinata l'ultima domenica del luglio 1810 e due terribili "tormente di tempesta" distrussero ogni raccolto, provocando desolazione e fame alle quali vennero incontro il prevosto don Carlo Gatti e il vescovo mons. Nava che, come sottolinea A. Racheli, «elargì cospicue somme nell'inverno che successe al disastro e impedì che il nostro popolo morisse di fame». Per riconoscenza il vescovo mons. Nava venne invitato a Rovato ad assistere ad una accademia in suo onore durante la quale fu rappresentato un dramma di don Francesco Barbieri. Anche per i gravi problemi economici-sociali non molti progressi fece l'istruzione pubblica, nonostante i decreti dei governi giacobino e napoleonico. Nacque una scuola pubblica maschile, ma quando nel 1810 venne soppresso il Collegio delle Dimesse o Orsoline, le fanciulle non ebbero nè istruzione pubblica, nè privata fino al 1817 cioè fino a quando la giovanissima Annunciata Cocchetti all'età di 17 anni non aprì in casa sua una scuola per fanciulle povere. Nel 1822 fu aperta la prima scuola elementare inferiore, comunale, per fanciulle e la Cocchetti, ne fu la prima maestra, assunta per concorso, con lo stipendio di Lire 300 annue. Lire 200 erano per l'assistente Serafina Rossoni. Le bambine erano 135 sulle possibili 410. Nell'anno della beatificazione della Cocchetti, è stata a lei dedicata l'Aula Magna delle Scuole Elementari del capoluogo di Rovato. Una lapide porta incisa la motivazione. Nel 1811 il patrimonio dell'Ospedale veniva aumentato grazie a disposizioni di benefattori e al concentramento a suo beneficio del patrimonio e delle rendite del cessato Consorzio dei poveri, che permisero un suo ampliamento e riadattamento. Pur nelle strette dell'indigenza nel 1812-1813 utilizzando anche altri beni e lasciti venne costruito, su progetto e direzione dell'architetto Pietro Della Torre e realizzata da Gio Maria Lancini con l'avallo di Carlo Antonio Manna di Palazzolo figlio di Domenico, domiciliati a Palazzolo un nuovo edificio, al quale nel 1834 vennero aggiunti tre nuovi locali di cui due con vasca in pietra di Botticino per i bagni indicati nella cura dei pellagrosi aumentando fino a 30 i letti (Relazione post 1855). Il 22 luglio 1845 suor Vincenza Gerosa presentò le sue Suore all'amministrazione dell'Ospedale di Rovato. Fin dal 1815 circa veniva costituita, come in altri paesi della provincia, una "filarmonica", formata in prevalenza da strumentisti a fiato, guidata da un maestro e organizzata in "procuratori" e "proponenti", rispettivamente con il compito di racimolare fondi per l'acquisto e la manutenzione degli strumenti e di ricercare occasioni di commemorazioni, feste religiose, celebrazioni civili, sagre popolari in cui prestare il proprio servizio. Documentata da Donni la presenza della filarmonica in processioni sotto la guida, nel 1824, del maestro Bortolo Buizza.


Nel 1815 Rovato venne assegnato al distretto di Adro nel circondario di Chiari ma al contempo venne annoverato fra i dieci comuni di prima categoria con una Congregazione municipale i cui membri furono scelti per due terzi dai possidenti e per un terzo tra gli industriali e i commercianti. I capi della Congregazione venivano nominati dall'imperatore su proposta dei consigli comunali. Momenti difficili si ripeterono per la carestia del 1817 e per la comparsa del tifo petecchiale che ebbero a mietere molte vittime. Alla popolazione venne incontro ancora il vescovo mons. Nava che, secondo il Racheli, prediligeva la parrocchia di Rovato. Particolare sorveglianza gli austriaci posero su Rovato anche per la vicinanza con Coccaglio, noto centro antiaustriaco fin dal 1821. Un ruolo preminente ebbe il prevosto ab. Carlo Angelini che provvide alla costruzione su progetto del Vantini della piazza maggiore, alla fabbrica dei portici, alla fondazione avvenuta nel 1836 dell'orfanotrofio femminile e ad altre beneficenze. Come ha sottolineato il Racheli corsero nella prima metà del secolo XIX «tempi assai difficili; le frequenti carestie, i malanni senza numero, la perdita degli antichi privilegi, il desio di una vita nuova lasciavano assai incerte le popolazioni: qui a Rovato molto poteva il Clero piissimo e dotto, ma malgrado i suoi nobili conati quegli anni furono funestati da forti delitti». Fece epoca fra questi l'inaudito crimine compiuto da certo Tomaso Basurini o Busurini, scoperto come autore della morte di un suo figlio per cui fu condannato alla forca e salì il patibolo il 22 maggio 1834. Un discrimine della situazione economico-sociale fu il colera del 1836. Prima che comparisse, il dottor Antonio Racheli ne aveva preavvertito fin dal 1831 il pericolo con un opuscolo letto dal pulpito dal prevosto Bottelli. Il dott. Racheli morì poco dopo e l'epidemia colerica piombò su Rovato nel 1836, mietendo 236 vittime. La condizione di fanciulle orfane spinse il prevosto don Carlo Angelini a fondare a sue spese un orfanotrofio che ospitò nella sua casa. L'istituzione non ebbe vita facile fino alla donazione degli stabili (26 ottobre 1864) ed erezione in Ente morale (Decreto reale 11 luglio 1867). La direzione e amministrazione furono allora assegnate alla Congregazione di carità, pur reggendosi con propri regolamenti (amministrativo e interno) approvati il 14 settembre 1880 e dalla Deputazione provinciale il 16 novembre 1880. Nel 1873 si adattò la casa dotandola di un porticato e dormitorio superiore. Nel 1890 in seguito al lascito di Anna Zappa si costruì il nuovo edificio accanto a quello vecchio. L'orfanotrofio si dotava di nuovo Statuto che assegnava al parroco il solo voto consultivo. Tra il 1838 il 1846 l'architetto Rodolfo Vantini, su commissione del prevosto di Rovato mons. Angelini, dopo aver abbattuto il rivellino a S faceva costruire i portici dell'attuale piazza Cavour, al fine di destinarla a piazza del mercato. Il progettista conservò l'accesso al castello con il solenne arco centrale che ancora oggi porta alla chiesa e al cuore della Rovato antica. Sempre dalle collaborazioni fra mons. Angelini e Vantini si devono gli interventi sulla chiesa prepositurale e il cimitero.


Sebbene non rilevata dalla storia ufficiale, fu la partecipazione dei rovatesi alle vicende risorgimentali. Nel marzo 1848, dopo l'insurrezione di Brescia, Rovato fu tra i primi centri di Brescia a mettere a disposizione della città uomini e armi. Diciassette rovatesi parteciparono alla campagna di Lombardia ed una fu la vittima. Nel giugno 1848 vennero apprestati due ospedali militari, nei quali si distinse soprattutto il chirurgo dott. Gregorio Poetini. Le cure prestate da suor Giacinta Brembati delle Suore della Carità ad un soldato tedesco ferito dai rovatesi convinsero gli austriaci a recedere dai propositi di vendetta sulla borgata. Alla battaglia di Novara nel 1849 erano presenti l'ing. Pietro Dusini e altri cinque rovatesi. L'ing. Dusini era presente anche all'assedio di Venezia. Premessa per un più ampio sviluppo economico-sociale fu la costruzione della linea ferroviaria la cui prima piattaforma fu costituita dalla linea Brescia-Milano, Brescia-Bergamo. Il tronco Coccaglio-Rovato-Brescia venne aperto il 22 aprile 1854 e congiunto con Bergamo il 12 ottobre 1857. Nel 1855 intanto il colera mieteva altre 255 vittime e ancora fu provvidenziale l'orfanotrofio Angelini che al trasferimento del fondatore come abate di Pontevico rimase in mano alla sorella Giuseppa. Nello stesso anno Angela Cavalli seguita poi nel 1864 da Lucia Cocchetti lasciavano beni per provvedere al ricovero di 4 cronici nell'Ospedale, che specie d'inverno era occupato da un numero assai più elevato di essi per cui ne venivano lagnanze e soluzioni provvisorie come i finanziamenti annui che tuttavia coprivano solo in parte la maggiore spesa. Sette rovatesi parteciparono alla campagna di Lombardia del 1859 e nel 1860 in Italia meridionale erano presenti il capitano ing. Pietro Dusini (morto a Capua) e altri sei militi. Nell'Italia Unita, Rovato divenne sede di Mandamento comprendendo i comuni di Rovato, Adro, Coccaglio, Cologne, Erbusco, Palazzolo. Il 15 aprile 1862 il paese ospitò Garibaldi che arringò la folla dal Municipio. A lui verrà eretto un busto, meta di manifestazioni patriottiche, e dietro suoi incitamenti venne organizzata una Società di tiro a segno che ebbe lunga vita. Fin dagli anni '80 prendeva rilievo a Rovato la presenza dell'illustre storico Cesare Cantù che acquistò e poi trasformò sulle pendici del Monte Orfano una villa detta oggi la Palazzina ma che egli chiamò "Il Riposo" e nella quale soggiornò a lungo per circa quarant'anni conducendo anche personalmente e con successo il vigneto nel quale si divertì a dare, ai vari appezzamenti di terreno i nomi delle sue opere. Da Rovato nel gennaio 1861 Cesare Cantù lanciava un suo caldo appello per la sua elezione al parlamento. Si verificarono, inoltre, segni di risveglio sociale e culturale. Nel 1863 la banda prendeva il nome di "Compagnia banda nazionale dì Rovato" e nel 1868 nasceva la Società Operaia di M.S. con 149 soci che sarebbe stata fra le più attive tanto da dar vita in breve tempo anche ad una scuola di disegno. Nel 1873 all'Annunciata si radunarono molte società operaie bresciane. Nonostante questi e altri segnali il decollo della vita amministrativa e di un vero progresso economico sociale fu particolarmente lento. Scarsa fu per decenni la partecipazione alla vita pubblica: nel 1873 su 450 iscritti alle liste elettorali amministrative votavano dai cinquanta ai sessanta uomini per cui un consigliere veniva eletto con 15-20 voti. Un contributo particolare alla vita politico-amministrativa di Rovato diede la storico Cesare Cantù che aveva conosciuto Rovato forse per mezzo del rovatese Carlo Cocchetti. Entrato nel Consiglio comunale nel quale ebbe notevole peso il 2 maggio 1871, fino alla morte, elesse Rovato come domicilio legale, soggiornandovi sempre più a lungo e determinando anche non poche volte, con la sua presenza autorevole, la vita della borgata, la quale viveva fra gravi difficoltà e strettezze economiche ed un diffuso stato di povertà denunciato dai giornali e dalle statistiche e aggravato dalle ricorrenti epidemie, malattie endemiche. Questa situazione trovò dei correttivi ed aiuto nell'orfanotrofio femminile eretto nel 1867 in Ente morale dall'orfanotrofio Angelini nel 1869; con l'impianto di un'agenzia della Cassa di risparmio; con le opere pubbliche come il prolungamento nel 1873 della via Larga (l'attuale via Bonomelli) fino al palazzo Quistini. Causa di gravi malanni era attribuita oltre che alle acque stagnanti, all'estrema difficoltà di trovare acqua potabile, tanto che nel 1875 Cesare Cantù invitava a Rovato per un accurato sopralluogo il celebre abate Antonio Stoppani. La situazione rimase difficile per lunghi anni. "In vista delle attuali misure" dichiarava la Congregazione di Carità, stanziando in questi imperiosi momenti 1500 lire per medicinali, letti ecc. Nel 1886 rapporti ufficiali dichiaravano scarsa e mediocre l'acqua potabile, le vie "quasi tutte senza fogne". Dal 1880 al 1884 su 303 giovani presentatisi alla visita militare 82 venivano riformati per difetto di statura, 27 per infermità. Unico luogo di cultura sembra sia stato in quegli anni il Caffè "Lallio" al centro della vita letteraria, oltre che commerciale e politica del paese, animato dalla presenza di Cesare Cantù (che amava risiedere in Rovato dove fu per trent'anni consigliere comunale), del fratello di lui Ignazio, del Cocchetti e di altri studiosi che lì intrattenevano dotte conversazioni, scambio di libri ed opinioni. È infatti del 1863 una fascetta di giornale recante l'indirizzo "Allo spettabile Gabinetto di Lettura Rovato (Bresciano)". La situazione andò migliorando verso gli anni '80 con il rilancio del mercato che grazie ad agricoltori e allevatori come Giuseppe Bonomelli, come si accenna altrove, si andò orientando verso il commercio del bue grasso che poi diventò una fiera tra le più frequentate. Lo sviluppo ferroviario con l'impianto del tronco della ferrovia Rovato-Iseo, inaugurato nell'ottobre 1897 favorì il risveglio del paese che vide con lo sviluppo di magazzini di stagionatura del formaggio la nascita dell'albergo Croce Bianca. Dal 1880 anche l'Ospedale rinacque a nuova vita grazie all'eredità del dott. Ettore Spalenza contemporaneamente allo sviluppo edilizio del 1893-1894 e con la dedicazione al dott. Spalenza di un monumento. Nacque un asilo infantile Garibaldi aperto il 18 giugno 1889 accanto ad un altro asilo ospitato nella casa dei fratelli Domenico e Giuseppe Agnesi. L'amministrazione comunale, formata da maggioranza cattolica, pungolata anche da Cesare Cantù, difese nel 1888-1889 la presenza di suore nelle scuole, dando in blocco le dimissioni in seguito alle decisioni del Consiglio scolastico provinciale. Nel 1891 grazie all'artigiano Clemente Rivetti, rinasceva la Scuola di disegno dedicata a Francesco Ricchino ospitata nel 1892 nel palazzo scolastico e, nel 1901, nel palazzo municipale. Nel 1891 detta scuola trovava una più opportuna sistemazione nel settecentesco palazzo Scolari. Un segno di un miglioramento della situazione economico-sociale fu il lancio del carnevale specie dal 1892, che vide ogni anno la sfilata di carri ammirati, ascensioni in aerostato, giochi, che richiamarono folle sempre più numerose. Nel 1894 veniva rifondata la banda e nel 1894 si esibiva anche un'orchestrina della "Belle Epoque"; nel 1896 nasceva l'Unione filodrammatica. Nel 1898 Rovato festeggiava il centenario del Moretto. Tuttavia le feste e le sfilate di carri non bastavano a cancellare il crescente disagio sociale ormai serpeggiante fra le classi più povere e del quale si ebbero segni evidenti in più occasioni. Nel luglio 1897 venne registrata una vera rivolta contro il Sindaco e la giunta con grida di abbasso e a morte per l'assoluzione in tribunale di guardie campestri che avevano ucciso due contadini. La fine del secolo vide il risveglio di nuove forze politiche e sociali come quella repubblicana imperniata sulla figura di particolare fascino come Demetrio Ondei; quella liberale della Società l'Esercito (1892); quella cattolica con la Società Cooperativa Operaia di consumo (1898) e nel 1901 dell'Unione Cattolica del lavoro. L'evoluzione economico-sociale si andava imperniando oltre che nell'agricoltura e nel mercato e fiera, sempre più fiorenti, intorno a imprese artigiane preesistenti (filande, filatoio, conceria, ecc.) ed alla nuova fabbrica di carrozze. Attraverso la ditta Porta arrivava intanto anche l'illuminazione pubblica. Alle sia pur limitate spinte economiche e sociali corrispondevano nuove iniziative come l'istituzione di una scuola serale per analfabeti peraltro poco frequentata; l'istituzione nel 1904 della VI classe elementare; l'asilo infantile a Lodetto ecc. Nel novembre 1906 un giornale scriveva che "la bufera di delinquenza che per il passato aveva imperversato su questa forte e laboriosa comunità non è oggi che un lontano ricordo". Il 30 novembre 1902 veniva inaugurato ufficialmente con discorso di Demetrio Ondei il Circolo liberale democratico che raccolse subito 160 iscritti sotto la presidenza del prof. Domenico Merlini. Al risveglio liberale corrispose quello cattolico specie per iniziativa del clero locale. Grazie al prevosto mons. Luigi Gramatica e al canonico Salvi nel novembre 1903 prendeva il via l'Unione Cattolica Rovatese con l'intervento di Guido Zadei, L. Bulferetti e Livio Tovini che lanciò subito l'idea di un ritrovo serale, scuole serali e cassa rurale. Altro segno di rinascita del movimento cattolico fu il sorgere del circolo femminile "Gaetano Agnesi". Segnale del risveglio cattolico nell'aprile 1904 fu l'erezione sul Monte Orfano di una nuova Croce. Nel 1910 per iniziativa di don Andrea Galuppini venne fondata la "Giovane Rovato" il cui labaro venne benedetto dal beato card. Ferrari il 30 aprile 1911 in occasione del IV Congresso Regionale della Gioventù Cattolica Lombarda tenutosi a Rovato sul Montorfano. Dalla Giovane Rovato e dal Circolo cattolico locale nacquero una sezione sportiva in seno alla quale emerse quella ciclista, una biblioteca circolante, il "Piccolo risparmio", una scuola di canto e specialmente le scuole serali che registrarono la presenza di circa 120 allievi. Morendo il 4 dicembre 1904 Candido Ronaldo Cantù, nipote dello storico che nel 1896 era diventato proprietario della Palazzina dei ronchi confermava la destinazione di essa al Comune di Rovato perchè venisse "consacrata ad operai del comune di Rovato... impotenti al lavoro e... assolutamente privi di mezzi di assistenza". Il 26 marzo 1905 il Consiglio Comunale accettava l'eredità "nell'interesse dell'erigendo Pio Ricovero di operai vegliardi del lavoro" chiamata poi "Casa di Ricovero C.R. Cantù" eretta in Ente Morale il 29 agosto 1909. Con analoghe finalità di istituire un "Ospizio per vecchi poveri" o "impotenti", morendo il 26 novembre 1905, Giov. B. Lucini lasciava alla Congregazione di Carità il suo patrimonio dando così il via all'Opera Pia Ricovero Lucini eretto in Ente Morale il 26 settembre 1907. La vivacità politica e amministrativa di Rovato si manifestò nel 1905 con la vittoria liberale nelle elezioni provinciali (il conte Bettoni, moderato, otteneva 418 voti contro i 173 dell'ing. Gasparini, cattolico). Pochi mesi dopo, vi fu una affermazione dei cattolici nelle elezioni comunali, vittoria attribuita, dagli avversari, alle risolute posizioni prese dal pulpito dal prevosto mons. Gramatica. Si accentuava intanto anche la presenza sindacale e socialista. Nel 1907 "un gruppo di operai" invitava a festeggiare il primo maggio. Si rafforzava intanto il Circolo Monte Orfano. Si infoltivano le manifestazioni di anticlericalismo come la commemorazione di Francisco Ferrer nel novembre 1909. Negli stessi anni non mancarono crescenti manifestazioni di fermenti culturali come la nascita sotto la direzione di Eugenio Caratti di una filodrammatica e per interessamento di un gruppo di giovani con l'ente "Teatro di Rovato" al quale corrisposero le attività filodrammatiche, solidaristiche, culturali della "Giovane Rovato" e la nascita di una Società Orchestrale. Sempre più attivo in ambito femminile il teatro delle suore canossiane. Mentre si ventilava la costituzione di un Circolo di cultura e ricreativo e nasceva una Società (E.I.A.) per lo sviluppo economico e sociale, nel gennaio 1912 veniva costituito e inaugurato, sotto la direzione di E. Racheli, C. Cocchetti ed E. Sabatti, il nuovo corpo bandistico "Stella d'Italia" e l'anno appresso nasceva la "Scuola bandistica Luigi Pezzana", da questi voluta e diretta per decenni. Altro segno di un risveglio sociale fu lo sviluppo delle attività sportive che vide nel 1909 il rovatese Eugenio Caratti fra i primi bresciani partecipanti al Giro d'Italia; il 2 giugno 1912 l'apertura dello sferisterio Carampane con campo di gioco del pallone che ospitò subito un campionato e il 20 maggio 1913 l'inaugurazione della sezione ciclisti della "Giovane Rovato". Mentre il movimento cattolico si estendeva intanto anche nelle frazioni con le più diverse iniziative (come la Società Operaia Cattolica di M.S. di Lodetto fondata nel 1908), nel 1911 veniva rilanciato in grande quello liberale zanardelliano con la fondazione nel marzo 1911 dell'Associazione Popolare dell'Unione Democratica Bresciana di orientamento liberale e nel 1912 con il periodico quindicinale "Il Montorfano" che, diretto da Oreste Bonomelli diventerà qualche tempo dopo un "Periodico socialista" costituendo l'organo d'informazione laica e di sinistra della Franciacorta. Al contempo dava segno di continua notevole attività la Società Operaia di M.S. che il 7 febbraio 1913 raccoglieva a Convegno sul Montorfano numerose società operaie bresciane. Fra le opere pubbliche sono da ricordare, tra le altre, lo sviluppo dell'acquedotto, l'ampliamento dell'edificio scolastico, l'avvio del Ricovero comunale per vecchi, realizzato grazie ai legati testamentari Cantù e Lucini. Grande importanza ebbe la costruzione del Mercato Nuovo sull'area messa a disposizione nell'ottobre 1909 dal conte Eugenio Martinengo, alla quale altra se ne aggiungerà nel 1925 per merito della vedova, contessa Evelina Carrington. Nel 1911 veniva attivato il tronco ferroviario Rovato Bornato-Iseo; veniva inoltre installato l'impianto telefonico. Determinante certo, per la vita della borgata che aspirava a diventare la capitale della Franciacorta, fu la delibera approvata in consiglio comunale il 16 novembre 1912 della costruzione della ferrovia Rovato-Orzinuovi-Soncino che tuttavia verrà aperta solo nel 1932 (la linea verrà soppressa nel 1957 e sostituita con autoservizio). Queste e altre opere ed iniziative culminarono in quello che potrebbe essere chiamato l'anno "magico" dello sviluppo economico-sociale degli inizi di secolo e cioè il 1913 che vide l'inaugurazione dell'acquedotto sulla cui torre fu posta la lapide con un'iscrizione consona agli sforzi compiuti e al volontarismo locale: «QUOD NATURA NOLUIT ARS VOLUIT MCMXIII»; l'Esposizione agricola industriale del settembre 1913, alla quale fecero da quadro manifestazioni musicali di vario genere, come la rappresentazione del "Don Pasquale"; e soprattutto il Carosello storico evocante i vespri di Franciacorta. Le manifestazioni del 1913 costituirono il segnale di un notevole progresso economico-sociale e culturale. Il clima politico intanto si andò accendendo sempre più, e nel 1915 nacquero vivaci polemiche, specie su S. Carlo, fra il "Montorfano" e la "Voce del Popolo", mentre al periodico socialista don Cesare Bonini ne contrapponeva un altro di orientamento cattolico, intitolato "Franciacorta".


La prima guerra mondiale con i gravi disagi provocati dal ristagno del mercato, da gravi difficoltà economiche della popolazione e da 170 Caduti e dispersi, rallentò di molto quello che sembrava ormai un rapido cammino di progresso. Attivo durante il conflitto fu il Comitato di assistenza civile che nel novembre 1916 apriva ai contingenti di truppe italiane e dal 2 novembre 1917 a quelli francesi di stanza o di passaggio per Rovato. Attiva nell'assistenza alla popolazione e ai soldati fu la parrocchia e particolarmente il curato don Andrea Galuppini che ai Caduti dedicherà nel 1919 un opuscolo dal titolo "Modesti eroi!". Ai Caduti (marzo 1923) Rovato dedicherà il Viale della Rimembranza e poco più tardi un monumento. Il dopoguerra vede un risveglio politico e sociale sempre più intenso. Continua l'azione dei socialisti, degli ex combattenti e di un gruppo di liberali. Notevole l'affermazione dei cattolici che il 12 febbraio 1919 ad opera di Antonio Rossi e dell'avv. Emilio Bonomelli la sezione del P.P.I. alla quale risponde, nel 1920 la fondazione del circolo socialista, sempre affiancato dal quindicinale "Montorfano" e che con la scissione di Livorno del 1921 vedrà la nascita di una sezione del P.C.I. che avrà come esponenti Andrea e Pietro Machina e altri. Le prime elezioni amministrative vedono la vittoria dei popolari che esprimono il sindaco nella persona di Antonio Rossi, da tempo militante cattolico. In genere la vita sociale è tranquilla salvo che per alcune agitazioni (fra le quali è singolare quella dei contribuenti del 19 marzo 1922). Accanto ai partiti nasce l'Associazione Combattenti e nel 1925 il Gruppo Alpini. A parte l'uccisione l'8 febbraio 1920 di un ex combattente Giovanni Dallini, in una sala da ballo, rivendicato come fascista caduto sotto le rivoltellate di socialisti, il fascismo fece sentire la sua presenza nel marzo 1921 quando un gruppo di fascisti, appunto in tale mese, incominciarono a riunirsi (Marino Todeschini, Pierino Bonetti ed altri) in Casa Andreoli in via XX Settembre e poi al Caffè Vitali. Ai primi di maggio 1921 squadristi giunti da Brescia, Iseo e Chiari anche per mezzo di una sparatoria interruppero un comizio del socialista Bianchi. Ma fu soprattutto nel luglio 1922, dopo lo sciopero agrario che il nucleo fascista si andò infoltendo, mobilitandosi poi in ottobre in occasione della marcia su Roma. Il 17 dicembre un comizio affollatissimo di Augusto Turati sanzionava la nascita del fascismo rovatese avendo quale segretario Adolfo Bonardi. Niente fu risparmiato alla amministrazione popolare sulla quale nel 1922 venne reclamata un'inchiesta prefettizia. La violenza montava sempre più e la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1923 ignoti devastarono il Bar Teatro del socialista Oreste Bonomelli. Il 3 giugno 1923 un gruppo di fascisti bastonava il sindaco Rossi e il consigliere comunale avv. Emilio Bonomelli. Nel parapiglia anche un fascista rimase ferito. Dal 1923 il fascismo occupava il municipio. Al di là dei problemi amministrativi Rovato visse momenti particolari. Il 22 agosto 1926 Rovato assieme a Brescia festeggia il rovatese Attilio Caratti che aveva sorvolato il Polo Nord il 12 maggio col Norge ma che doveva perire nel sorvolo del Polo Nord sul dirigibile Italia nel maggio 1928. Nel frattempo il 10 settembre 1926 e ancora con tutto l'equipaggio del dirigibile "Italia" e poi dopo la sua scomparsa il 30 agosto 1928, casa Caratti ospitò il gen. Umberto Nobile. Il fascismo creava intanto fin dal 1926 le sue opere. Attivi da tale anno il Dopolavoro e la sua compagnia filodrammatica; nel 1927 presso l'asilo infantile, la colonia elioterapica e il Comitato Maternità ed infanzia; nel 1928 la sala maternità e le cucine economiche; nel 1929 presso l'ospedale, la sala baliatico. L'Opera Nazionale Dopolavoro promuoveva campeggi in Val Magna, una biblioteca, una filodrammatica ed una scuola di musica. Delle precedenti associazioni ne sopravvissero per alcuni anni certune, ma poi vennero soppresse la Società operaia, la Sezione del Tiro a segno, oltre quelle di ambito cattolico che resistettero dal 1926 al 1933 alle insidie del regime. Si deve poi ad un sacerdote, don Andrea Galuppini, la decisione il 10 marzo 1929, nel lasciare Rovato, di donare al Comune la biblioteca pubblica circolante di sua proprietà composta di 1.500 libri circa affinché "fosse perseguita l'azione istruttiva ed educativa del popolo rovatese". In quell'occasione si costituiva una biblioteca comunale, purtroppo ora dispersa, con un'apposita Commissione. All'iniziativa ne corrispondeva un'altra: nel 1939 mons. Luigi Zenucchini istituiva una biblioteca parrocchiale popolare che chiusa durante la guerra verrà riaperta nel 1963. In seguito l'amministrazione comunale da parte sua promosse l'ampliamento e la costruzione della facciata del cimitero, l'allargamento e l'asfaltatura di alcune strade, la sistemazione degli uffici comunali, la ricostruzione del mulino comunale, il miglioramento dell'approvvigionamento idrico nelle frazioni, il potenziamento della illuminazione pubblica. Migliorata l'istruzione pubblica con l'istituzione nel gennaio 1929 di un corso di avviamento al lavoro industriale ed agricolo che si svilupperà poi in corsi più completi, affiancando la sempre intensa attività della Scuola professionale "Francesco Ricchino". Nella frazione Bargnana è sorto un nuovo edificio scolastico. Fra le realizzazioni più importanti sono il campo sportivo inaugurato il 16 ottobre 1932, la nascita nella zona della stazione di un nuovo quartiere a villette e a viali alberati secondo un piano regolatore predisposto dal comune, la costruzione di grandi magazzini (del Piccolo Credito bergamasco) per il formaggio e di impianti silos per i cereali. Dal 1926 era operante il Consorzio di rimboschimento del Monte Orfano. Il 10 novembre 1935 veniva inaugurato il grandioso edificio scolastico costruito sui bastioni meridionali del borgo fortificato, su progetto dell'ing. Ferruccio Bettoni e dedicato ai Caduti in guerra. Il corpo avanzato della costruzione al centro della stessa destinato a sacrario dei Caduti e ad "aula magna" dedicata ad Arnaldo Mussolini fu decorata da grandi altorilievi in bronzo di Claudio Botta dedicati ad aspetti della guerra con stemmi in bronzo e lampadari. Nell'aula magna in grandi affreschi il rovatese Guerino Assoni ha dipinto l'era fascista, Giuseppe Mozzoni, scene di guerra, il rovatese Gerolamo Calca la rivolta del 1509 di Rovato contro i francesi. Alla significativa realizzazione, nel settembre 1940 seguiva l'istituzione della scuola media.


La seconda guerra mondiale portò nuovi e gravi disagi e difficoltà e richiese vittime militari e civili. Caddero negli anni di guerra 150 giovani e più di 70 furono i dispersi, quasi tutti in Russia. È singolare il fatto che fin dal 1943 il VI Alpini abbia iniziato a costruire sul Montorfano un monumento ai Caduti che, interrotto dagli avvenimenti bellici verrà portato a termine solo nel 1974. Le condizioni economico-sociali e le prime grosse difficoltà create dalla guerra portarono il prevosto mons. Luigi Zenucchini a fondare nel 1941 con il nome di Istituto S. Carlo l'orfanotrofio maschile con sede in via S. Carlo. Nel 1942 conta 15 ospiti, nel 1944 venti. Viene attrezzato un laboratorio per i più grandicelli e il numero cresciuto a 45 nel 1953 richiederà una nuova sede, dovuta nel 1955 alla carità della famiglia Cossandi. Il 4 luglio 1962 la sig.ra Adalgisa Maranesi ved. Cossandi firmava l'atto costitutivo dell'Ente "Fondazione Cossandi Ludovico - Orfanotrofio San Carlo, con sede a Rovato, a perpetua memoria del figlio disperso in Russia". La borgata venne occupata il 10 settembre 1943 prima da un sergente e due militari delle SS tedesche che alle 14 s'impadronirono della stazione dei Carabinieri e alle 17 da un autocolonna della Wermacht che si insediò nelle scuole elementari. Ai tedeschi si accompagnorono presto le risuscitate organizzazioni fasciste. Come ha scritto un testimone, Andrea Cazzani: «Le prime fasi di una resistenza al nazi-fascismo iniziano nell'ottobre 1943 con atti di sabotaggio e di propaganda che determinano l'arresto del dott. Carlo Giannotti, del dott. Giorgio Ottolenghi, del sig. Sorlini Francesco, del sig. Cavalieri Ettore, del sig. Bruschi Franco, e rapporti frequenti aveva nella nostra plaga il milanese Capettini fucilato in Milano il 31 dicembre 1943. In solidale collaborazione col Centro Militare di Brescia, si costituiva nell'aprile 1944 in Rovato il C.L.N. clandestino, composto dai signori Borghi Carlo, Bruschi Franco, avv. Cazzani Andrea, Frassine Giovanni, Machina Andrea, Valzorio Giuseppe, collegato al C.N.L. di Chiari, ed assumeva l'iniziativa della organizzazione dei nuclei clandestini di tutti i paesi della Franciacorta assegnando ad essi i compiti della propaganda e dell'azione». Diffusione di stampa clandestina, contraffazione di documenti, aiuti agli sbandati e raccolta di aiuti alle formazioni partigiane, rifugio, occultamento e smistamento di perseguitati politici e di prigionieri di guerra contraddistinsero l'azione dei resistenti rovatesi. Ma intanto si alternavano sulla borgata vere tempeste di bombe e di mitragliamenti. La sola Stazione ferroviaria subì 87 mitragliamenti e 39 bombardamenti con 4 morti e alcuni feriti. Gli attacchi dal cielo incominciati il 25 settembre 1943 ebbero quali obiettivi la stazione, l'autostrada, la statale, i silos. Divennero intensi e quasi quotidiani nell'ultima decina di dicembre 1943, per ripetersi ogni giorno, dal 4 al 12 febbraio 1944. Abbastanza frequenti nei mesi seguenti, se non altro per la presenza insistente del famoso velivolo solitario Pippo, raggiunsero il loro apice con il mitragliamento, del 17 novembre 1944, di carri ferroviari in località Segabiello, carichi di tritolo. Il loro scoppio seminò distruzione tutt'intorno, ferendo una persona, scardinando porte e demolendo vetri della stessa parrocchiale e non solo a Rovato, ma anche a Brescia, Iseo, Palazzolo e Chiari. Quattro giorni dopo, il 21 novembre, su Rovato incombette il pericolo di ancor più gravi disastri per la presenza di un treno carico di tritolo e munizioni e fu un miracolo attribuito alla Madonna di S. Stefano per voto fatto se il treno stesso poté essere rimosso e ricoverato sotto una galleria del lago d'Iseo prima che gli aerei alleati si precipitassero a ondate sulla stazione. Nel frattempo la propaganda anti RSI si fece presto intensa attraverso la stampa clandestina, la falsificazione di documenti, l'occultamento di perseguitati politici e di partigiani, il rifornimento di armi, l'organizzazione dí squadre che raggiunsero una forza di otto completamente armate con cinquanta effettivi che poi aumentarono di molto nei giorni della Liberazione. Caddero vittime il 7 luglio 1944 Silvio Bonomelli e nell'ottobre dello stesso anno caddero a Cologne Giuseppe Messali e Vittorio Vicini. Ai primi di novembre 1944 quando le FF.VV. Ferdinando Valzorio, Filippo Frassine e Giuseppe Astori del battaglione FV «Tarzan» di Pontoglio, riuscirono a portare a Rovato, e nascondervelo, il figlio di Silvio Bonomelli, Paride, fuggito dal carcere di Verona dove era stato imprigionato in attesa di giudizio dopo essere stato catturato in Brescia dalla SS mentre operava come agente informatore degli Alleati, si formò a Rovato un nucleo partigiano o distaccamento "Silvio Bonomelli" che in contatto con analoghe formazioni di Pontoglio, Chiari, Capriolo, ecc., favorirono evasioni di prigionieri di guerra e di partigiani incarcerati, diffusione di manifestini, incetta di armi. Nel frattempo il C.L.N. di Rovato costituiva un deposito di armi e munizioni nell'ex monastero dell'Annunciata e altrove. Un attacco, a metà aprile 1945 alla locale caserma della G.N.R. favoriva la diserzione di militi fascisti, ed il trasferimento a Brescia del locale presidio. Il 25 aprile si verificarono svaligiamenti di magazzini e di un treno merci. Il 26 aprile veniva occupato il comune e l'edificio scolastico. La sera del 26 aprile 1945, il distaccamento al completo procedette all'occupazione dei locali magazzini della Todt. In questa azione venivano disarmati e catturati 14 tedeschi di servizio. Il giorno successivo aveva inizio l'insurrezione generale. Duri combattimenti furono sostenuti specie contro la colonna nazifascista di Farinacci. In tale occasione il gruppo ebbe sei caduti e sei feriti; il gruppo di Chiari ne ebbe quattro e tredici quello di Pontoglio. Vennero fatti prigionieri cinquecento tedeschi, mentre soverchianti forze vennero lasciate passare per evitare rappresaglie e vendette. Il 28 aprile alle ore 14 l'arrivo delle truppe americane pose fine anche a Rovato all'immane conflitto.


Sotto la guida di Andrea Cazzani in qualità di sindaco il Comune riprese slancio rioccupando i Silos mentre venivano svaligiati i magazzini della Todt. Dal 1946 al 1951 venne ampliato il cimitero con 152 loculi e 7 cappelle di famiglia e nel 1947 vi venne eretta su progetto di Oscar Prati la cappella monumento ai caduti inaugurata il 23 maggio 1947; venne inoltre potenziato l'acquedotto e sistemato quello di Lodetto, ristabilite alcune fognature, ampliato il mercato dei bovini per una cifra di 22 milioni e ricostituita nel 1949 la II Fiera della Franciacorta. Sistemati provvisoriamente i senzatetto veniva avviata la costruzione di case attraverso il Piano Fanfani e le prime cooperative. All'istituzione della scuola media statale corrispose il rilancio di quella professionale "F. Ricchino" che nel 1950 contava ben 500 iscritti. Ad esse si aggiungeva nel 1959 la Scuola statale di avviamento industriale con 130 allievi. Venivano riprese inoltre la colonia elioterapica e la refezione scolastica. Mentre negli anni che seguirono vennero continuate opere di sviluppo edilizio di sistemazione di strade, di ampliamento degli acquedotti ecc. si profilava anche una significativa ripresa culturale che nel 1954 ebbe il suo più significativo segno nelle celebrazioni del Moretto e nell'ottobre 1958 nella mostra postuma del pittore Gerolamo Calca. Negli anni che seguirono 1955-1960 si sviluppò ancor più il piano edilizio con la realizzazione di 125 appartamenti, miglioramenti di ponti e strade, illuminazione di cascine sparse, ampliamento del cimitero. Un nuovo impegno venne preso dal comune per agevolare nuove industrie assieme alla progettazione di alloggi I.N.A., asfaltature, completamento della illuminazione, sistemazione di via Bonomelli.


Negli anni '60 prendeva pieno sviluppo l'espansione urbanistica ed edilizia con villette, case popolari, stabilimenti. Sorgeva l'edificio delle scuole secondarie, veniva trasformata definitivamente via Bonomelli su progetto di Franco Rubagotti. Il trend edilizio continuò ancora più intenso nel decennio 1960-1970 con la costruzione di numerosi appartamenti dell'Istituto Case Popolari Ina-Casa e di Cooperative ("S. Carlo", "Rovatese", "La Famiglia"). Edifici scolastici nuovi a S. Andrea, Duomo; migliorie al Centro, Lodetto, ecc., opere pubbliche, viabilità e fognatura. Cure particolari vennero dedicate alla illuminazione, alla sistemazione generale e al potenziamento della rete idrica, su progetto dell'ing. Bernori. Dal 1965 veniva avviata inoltre su progetto dell'arch. Franco Rubagotti la nuova sede della Pretura e la sistemazione dell'Istituto Professionale di Stato. Nel 1959 veniva avviata la Scuola statale di avviamento industriale con 130 allievi. Gli anni '60 sono caratterizzati dalla fondazione di un Circolo di Cultura presso l'Oratorio maschile che dispose di una biblioteca sufficientemente dotata di opere di varie discipline e di un Circolo di Cultura Moretto ideato da alcuni rovatesi volenterosi e da artisti. Memorabili il 12 settembre 1965 la manifestazione del XX della Liberazione e il 12 maggio 1967 l'inaugurazione della nuova Pretura. Nel 1968 e 1969 venivano gettate le basi, con centro a Rovato, di una comunità della Franciacorta, che ebbe concreta espressione nei primi anni '70 nel Consorzio Urbanistico della COGEME indicato come la Municipalizzata dell'Ovest bresciano.


Sforzi sempre più concreti vennero spesi per lo sviluppo di iniziative industriali. Negli anni '60 veniva inoltre realizzato il nuovo edificio delle scuole secondarie. Alle attività scolastiche nel 1971 si aggiungerà una frequentata scuola serale per lavoratori. Mentre venivano riparati subito i gravi danni provocati da un uragano del 12 agosto 1963, nel 1964 veniva completata asfaltatura di tutte le strade e aggiornata l'illuminazione pubblica, perseguita la sistemazione definitiva dei mercati, portato il metano in tutte le case e completato il rifornimento di acqua e luce elettrica. Nel 1966 veniva avviata al Ministero la richiesta di apertura di un Istituto magistrale, ma si aprì invece (1970) il liceo scientifico. Nel 1967 l'Amministrazione Comunale proponeva un nuovo Statuto della scuola di disegno "F. Ricchino". Tra le altre novità vi era quella dell'elezione del Presidente, non più il Sindaco di diritto, ma eletto da una Commissione di nomina consigliare. E ciò per favorire maggior partecipazione e assunzione di responsabilità anche da parte di cittadini competenti e volonterosi e per sottrarre la Scuola alle mutevoli contingenze politico-amministrative. Da tre anni, al termine delle lezioni, vengono conferiti riconoscimenti, pergamena e medaglia d'oro, a persone benemerite della Scuola (o ai loro prossimi parenti che ritirano il riconoscimento assegnato, così, alla memoria) riconoscimenti che andarono nel 1996 a Aldo Caratti e Tarciso Bertoni; nel 1997 al Comune di Rovato, a Giuseppe Castelvedere, al geom. Giuseppe Curti; nel 1998 alla memoria di Clemente Rivetti, Gerolamo Calca ed a Ettore Agostini. L'ospedale nel luglio 1966 passava da Infermeria a Ospedale di II categoria generico; con D.P.R. 5.11.1968 era dichiarato Ente Ospedaliero (G.U. 113, 3.5.1969). L'Ospedale contava allora 120 posti letto. Nel 1972 veniva approvato il progetto di ristrutturazione e ampliamento ed in quell'anno ospitò 5.253 malati nei 240 posti letto (compresi n. 3 cronici) e aveva 109 dipendenti. Nel frattempo venivano fuse con decreto del Presidente della Repubblica del 10 aprile 1970 in un unico ente denominato "Casa di riposo Lucini-Cantù" le due case di riposo e, scartata la prima scelta per una nuova sede della villa Cantù, nel 1978 ne veniva avviata la costruzione in via Spalenza sull'area dell'eredità Lucini. Negli anni '70 veniva completata la metanizzazione, l'urbanizzazione fra via C. Battisti e via Poffe e veniva, inoltre, dato impulso al rimboschimento delle pendici del Monte Orfano e si concludeva il completamento nel 1974 del monumento agli alpini già iniziato nel 1943, presto interrotto, ripreso negli anni Cinquanta nella sua parte centrale. Nel settembre 1978 la stazione ferroviaria veniva attrezzata per la sosta del bestiame. Nel tempo si era andata espandendo la vita associativa specie nelle sezioni d'arma. Fra le prime Rovato annoverò il Gruppo dell'Associazione Nazionale Alpini costituitosi ufficialmente nel 1925, che nel 1997 contava 229 iscritti; la sezione Bersaglieri, fondata il 25 ottobre 1970 per iniziativa di Lorenzo Capoferri, Eugenio Solazzi, Angelo Caffi, Luigi Golinelli ecc., e il cui gagliardetto venne inaugurato il 7 giugno 1992; l'Associazione Marinai sorta nel 1974 per iniziativa dell'ing. Fausto Lazzaroni; le Associazioni Nazionale Carabinieri promossa nel 1975 da Francesco Tommasini. E inoltre le Associazioni Combattenti e reduci, Artiglieri, Mutilati ed invalidi di guerra, Partigiani d'Italia, Autieri ecc. Sempre dal 1974 in poi veniva avviata la costruzione di un grosso complesso scolastico comprendente anche una scuola materna, un asilo nido; l'istituzione di una biblioteca comunale; la realizzazione di abitazioni popolari anche sulle pendici del Montorfano (1982); la costruzione di fognature, la ristrutturazione dell'acquedotto; l'organizzazione del comitato sanitario di zona (Franciacorta Sud) del quale Rovato fu capoconsorzio. Inoltre veniva progettata una nuova sede per l'Istituto professionale. Di notevole rilievo e di rapido sviluppo sotto la direzione di Ebe Radici, la Biblioteca Comunale deliberata il 5 luglio 1975 ed inaugurata nel maggio 1976 con un proprio periodico "La Pagina" scomparso nel 1988 e poi risorto nel 1993. Nel maggio 1984 gli anziani avevano una nuova casa di riposo iniziata nel 1980, inaugurata l'8-9 novembre 1986 con l'intestazione di Casa di riposo Lucini-Cantù costruita su progetto dell'arch. Mario Dioni sull'ex area Cavalieri con un complesso comprendente un centro diurno, minialloggi, ristorante, cucina, palestre, ambulatori, ecc. Nel 1985 veniva creato intorno alla villa Cantù un orto botanico. Di notevole rilievo nel 1985 l'avvio del piano regolatore e, grazie anche ad una attiva commissione, il recupero delle mura venete ripreso poi nel febbraio 1998 dalla Sovraintendenza dei beni archeologici attraverso scavi in piazza Cavour per verificare lo stato di conservazione delle mura stesse. Nel 1985 si restauravano anche le chiese di S. Rocco, S. Stefano, S. Michele. Inoltre veniva ampliata la scuola media ed avviato l'Istituto professionale per l'industria e l'artigianato con sedi coordinate a Iseo e a Palazzolo s/O. Si prospettò anche la necessità di una tangenziale anche se poi rimandata e attuata solo recentemente. Sempre nello stesso tempo veniva ristrutturato il palazzo Sonzogni adibito in parte ad alloggi popolari ed in parte ad ospitare la Scuola professionale Francesco Ricchino e il Distretto Scolastico. Sul piano più direttamente educativo l'Istituto Angelini da orfanotrofio veniva destinato ad aiutare e sostenere le famiglie nell'educazione integrale dei figli. Nel 1987 il sindaco Toninelli progettava la sede di un nuovo liceo scientifico, il centro sportivo, un nuovo campo di calcio, la ristrutturazione del foro boario, la realizzazione della tangenziale, l'ampliamento dei cimiteri, l'asfaltatura totale delle strade comunali. Sempre più in agitazione invece dagli anni 80 la vita politica ed amministrativa per una divisione interna della D.C. egemone da anni nella vita politica e amministrativa. Nonostante ciò le Amministrazioni dei sindaci Toninelli e Lazzaroni (1975-1990) hanno realizzato molteplici opere: 4 stralci della rete fognaria, potenziamento dell'acquedotto generale per tutto il territorio del Comune, perforazione di 2 nuovi pozzi in località "sottomonte" e serbatoio di contenimento a mezza costa del Monte Orfano, tangenziale E posta in esercizio, piano per l'edilizia popolare in via Europa, ampliamento Scuole Medie in via Solferino, ampliamento Liceo Scientifico in via Europa, avvio della ristrutturazione del Foro Boario e del palazzo municipale, P.I.P. piano insediamenti produttivi via S. Fermo, via Campomaggiore, via Platani, via del Maglio. Adozione piano commerciale e del piano particolareggiato per sistemazione del centro storico; adozione del I piano regolatore generale. Acquisto Casa Bonvicino, dell'area per il centro sportivo in località Stadio, di area Conte Terzi in località Foro Boario. La crisi, aggravatasi negli anni '90 ha portato, in un'alternanza di giunte e di alleanze alla vittoria, con Roberto Manenti, della Lega Lombarda vincente il 21 novembre 1993 e riconfermata nel 1997. Le diatribe politiche ed amministrative non hanno impedito tuttavia, nel maggio 1993, a Rovato, di piazzarsi al primo posto nel Bresciano e al cinquantesimo sul piano nazionale per ricchezza, relativamente ai depositi bancari. E non impediva una crescita anche della società civile, con la Protezione civile, gli Amici dei monumenti, l'affermazione di nuovi sport e con l'inaugurazione nel giugno 1987 di una nuova sede della Camera del Lavoro. I problemi non nuovi, ma affrontati con diversa disponibilità di mezzi finanziari e con decisione favorita dalla consistenza della rappresentanza consigliare, senza peraltro che le opposizioni abbiano fatto ostruzionismo preconcetto, sono stati elencati in un pieghevole distribuito durante la campagna elettorale. I principali: la ristrutturazione della rete idrica e del Municipio riportato all'antico splendore, l'ampliamento del Cimitero del capoluogo e di quelli delle frazioni; la pavimentazione del centro storico, gli svincoli della tangenziale E; fognatura; II stralcio, ampliamento del Foro Boario, manutenzioni straordinarie degli edifici scolastici; allargamenti di strade e relative asfaltature, ecc. per un importo di circa 18 miliardi mentre sono in fase di esecuzione o di progettazione, con finanziamento assicurato altre opere pubbliche per circa 33 miliardi. Tra le altre iniziative nel 1992 veniva inaugurato, nella scuola di armonia Heinrich Strickler, su iniziativa della prof. Patrizia Maranesi il laboratorio per la musica e le danze antiche mentre presso l'Annunciata era attiva dal 1993 la Compagnia dei laudesi, o della Laude novella e il Gruppo Giovani di Rovato. Venivano inoltre organizzate seguendo un progetto a respiro biennale le mostre del pittore Gerolamo Calca (settembre 1993) e dello scultore Francesco Pezzoli (dicembre 1995) ambedue rovatesi. Nel 1994 il comune lanciava la prima Sagra patronale di S. Carlo con manifestazioni fieristiche.


L'anno appresso l'amministrazione comunale istituiva il premio "Leone d'oro" per i cittadini benemeriti. Primi destinatari furono per il 1995: Tarcisio Bertoni e il maestro d'arte Aldo Caratti scomparso nel luglio del 1998; per il 1996: ex-sindaco Giacomo Medeghini e suor Giovanna Antida Zoldan (Suora della Carità di S. Giovanna Antida Thouret); per il 1997: don Luigi Gregori.


Tangenziale, zone pedonali e il ripristino del ponte levatoio erano le mete ambiziose di un progetto del 1992 a cui si aggiunsero nel 1994 il recupero dell'ex filatoio per ricavarne uffici, appartamenti, negozi. Nel 1993 venivano proposte le autocandidature come sede del Centro interscambio merci (CIM) e il centro intermodale. Nello stesso anno venivano riproposti il salvataggio della villa Cantù, i restauri nel centro storico, la ristrutturazione del Municipio (1994), il ricupero nel 1995 dell'area del palazzo Cavalleri (ex Contessine), il ricupero e la ristrutturazione del campo sportivo in centro sportivo con piscine e cinque campi di tennis. Nel 1996 veniva avviata anche la completa sistemazione del torrente Plodio che raccogliendo le acque delle colline moreniche della Franciacorta provocò spesso e ancora nel 1965 e nel 1984, seri danni. La stessa istruzione professionale si arricchiva di nuove iniziative con la "Scuola bottega" (1998) e la prima scuola di vitivinicoltura come distaccamento dell'Istituto Bonsignori di Remedello (1996). Per permettere all'Ente Angelini di ristrutturare la sede operativa in vista del miglioramento dei servizi offerti, il Comune nel marzo 1997 acquistava una parte della proprietà dell'ente mentre il 21 settembre 1997 veniva inaugurato, in via Franciacorta, lo stadio rinnovato. L'attività assistenziale è cresciuta parallelamente a quella amministrativa. Nel 1956 nasce l'AVIS che negli anni '90 raggrupperà oltre 800 donatori di sangue. Ad essa si aggiunge nel 1978, l'AIDO che dopo un periodo di crisi si ricostituirà nel 1993 con 600 iscritti. Dal 1957-1958 viene ampliato l'Ospedale, specie con la costruzione di un reparto di Maternità arricchendosi, specialmente dal 1965 di nuove attrezzature. Ma presto la situazione dell'Ospedale si fa precaria e complicata. Partito, come si è detto, come infermeria, l'ente diventò nei vari tentativi di riforma prima ospedale di III categoria, poi ospedale di zona e infine ospedale provinciale in fusione con quello di Chiari, disponendo di una struttura di 200-250 posti letto, 150 dipendenti, servizi per soddisfare le esigenze di 7000 degenti in media l'anno per un bacino di utenza di 60 mila abitanti. Nel 1965 vennero avanzate proposte di una trasformazione dell'ospedale in istituto specializzato di traumatologia. Nonostante vivaci manifestazioni di protesta per difendere l'ospedale e singole specialità, nel 1995 veniva decisa la trasformazione dell'ospedale in un polo riabilitativo e neurologico. Sul piano dell'assistenza sociale svolge il suo compito da decenni il Patronato ACLI grazie, tra gli altri, al maestro Cadei (Vigolo, Bergamo, 1918 - Rovato, 13 ottobre 1994), e che il 15 novembre 1992 inaugurava in via S. Orsola, una nuova sede zonale oltre che locale. Il Comune di Rovato, nella ricorrenza del 4 novembre 1995, Festa Patronale di S. Carlo Borromeo, ha offerto una medaglia d'oro alla memoria del M.° Giovanni Cadei, consegnata alla vedova Pierina Coffetti. Nel 1993 nasceva il gruppo "Antares" avente come scopo la prevenzione al disagio giovanile, attraverso la via educativa. In seguito ad una donazione testamentaria di Maria Cornetti, la Fondazione Pro Juventute don Carlo Gnocchi ha costruito due strutture per ospitare un centro di ricupero e riabilitazione dei disabili intitolato S. Maria in S. Stefano funzionante dall'1 dicembre 1995 al quale si è aggiunto un ambulatorio inaugurato il 22 febbraio 1996. Il 27 maggio dello stesso anno entrava in funzione con 80 iscritti il centro "Rovato Soccorso" fondato con atto notarile 17 giugno 1995 per il trasporto con ambulanza di malati (visite, cure, ecc.). Nel 1997 inoltre veniva dato il via alla ristrutturazione della Cascina Bascianelli per adibirla a centro di servizi di igiene ambientale e tutela della salute nei luoghi di lavoro. Contemporaneamente presso il Convento dell'Annunciata, p. Attilio Tavola realizzava la comunità per tossicodipendenti "Il Gabbiano". Notevole anche l'opera da anni esplicata, con centro nel Convento dell'Annunciata, di sostegno all'attività assistenziale in Tanzania di Baba Camillo (padre Camillo Calliari della Consolata). A sostegno dei Paesi poveri nel 1993 è stata aperta (in piazza Palestro, 17) la Bottega "Terzo Mondo".


SERVIZI. Rovato è centro di servizi grazie anche all'iniziativa pubblica unita a quella privata. Vi sono Scuole di ogni ordine e grado al passo coi tempi. La Scuola di Vitivinicoltura voluta accanto alla Scuola Bottega dal prevosto Albertelli e dai suoi Collaboratori, l'Ospedale riorganizzato in collaborazione con il Centro don Gnocchi e la Croce Rossa Italiana. Numerose Associazioni formate da molti giovani; una Banda musicale giovane e bene organizzata. Una Biblioteca che scoppia, troppo stretta in locali non più adeguati con oltre 17.000 volumi e 18 mila utenti all'anno. Sedi di Associazioni di Assistenza ai Lavoratori come le ACLI, i Coldiretti, servizi di zona, i Sindacati C.G.I.L.-C.I.S.L.-UIL, Sedi recapiti di Artigiani, Commercianti, di Consorzi, ecc. Una viabilità in continuo adeguamento, alle moderne esigenze, alimentano la speranza in un futuro di prosperità.


LO SPORT. Negli ultimi decenni ha avuto notevole sviluppo anche l'attività sportiva grazie anche alla Polisportiva Rovatese fondata nel 1970 su iniziativa di Parzani , Faustini, Bertelli e della quale fu primo presidente l'avv. Cossu e segretaria Piera Manfredini. Iniziò con l'atletica, passando poi alla scherma, alla pallavolo, al ciclismo. Nel 1975 nasceva il settore "primavera". La Polisportiva organizzò poi dal 1976 il Trofeo AL-CO, il Campionato nazionale Allievi CSI ciclismo su strada, il centro di formazione e di addestramento. Continua l'attività calcistica con il Gruppo Sportivo Rovato. Singolari le prestazioni nel Campionato italiano di ciclismo non vedenti conquistato dal rovatese Giancarlo Galli. Sviluppo ha avuto anche il Motoclub Rovato anche per l'opera educativa svolta riguardo ai ragazzi "in età di motorino". In sviluppo anche il volley specie per la Volley Rovato Maxi Geo. femminile. Nel 1991 nasce il "Montorfano bike team" che nel 1993 organizza una gara regionale "top race". L'atletica ha la sua articolazione nell'"Atletica Franciacorta" che ha organizzato tra l'altro la "Stramontorfano" manifestazione podistica di particolare rilievo. Il tennis ha sviluppo grazie alla realizzazione, avvenuta nel 1993, di campi da tennis voluti dall'amministrazione comunale. Al contempo venivano create anche delle piscine. Rapida l'affermazione della scuola Karate Shoto Kan Club di Rovato sotto la guida del maestro Franco Genocchio. Nel 1983 hanno conseguito titoli nazionali e internazionali i soci Mauro e Simone Genocchio, Muratori e Saba. Oggi conta 250 allievi e maestri. Notevoli le affermazioni della Bocciofila Rovatese. Il biliardo ha visto particolari affermazioni a partire dal 1994 grazie all'"Herris Club di Rovato" che nel 1997 ha organizzato a livello nazionale il Trofeo Città di Rovato. La passione per la montagna trova nel CAI fondato nel 1974 un punto di riferimento. La sezione rovatese raggiunge in vent'anni circa trecento soci e pubblica nel 1987 e 1988 un annuario dal titolo "Il Monte Orfano Notiziari della Sezione di Rovato del Club Alpino Italiano" che dal 1989 si trasformò in trimestrale. Nel 1993 nasce lo Sci Club CAI.


ECCLESIASTICAMENTE, secondo l'opinione dei più, il territorio è appartenuto alla pieve (e prima ancora al pago) di Coccaglio che probabimente ebbe una sua diaconia in S. Stefano e antichi «loca sanctorum» in S. Vincenzo e S. Donato. Secondo Sandro Guerini sarebbe stata pieve prima ancora di Coccaglio e lo afferma considerando il titolo della chiesa attuale di S. Maria Assunta (proprio delle pievi più antiche e antecedente a quella di S. Maria Nascente di Coccaglio sempre posteriore al primo), la sua posizione, unitamente all'esistenza delle due diaconie di S. Stefano e di S. Vincenzo, protese ad assistere i viandanti ed i poveri che seguivano le aspre vie del Montorfano e quelle più agevoli per Brescia, Cologne ed Erbusco. Tutto ciò induce a pensare che l'antica parrocchiale di Rovato fosse prima del Mille una vera e propria pieve rurale. A rafforzare la sua ipotesi egli richiama l'esistenza di un antico mercato legato al culto di S. Andrea, già invocato in antichi testamenti e diffuso in antiche pievi e in più l'anomala collocazione della pieve di Coccaglio all'interno e non all'esterno, come di solito avviene, del centro abitato. E rileva come la distruzione del castello del Montorfano ad opera degli Ungheri intorno al X secolo avrebbe provocato anche la rovina della pieve dell'Assunta ed il trasporto dell'autorità plebanale nella vicina chiesa di S. Maria Nascente in Coccaglio, all'interno del castello di età repubblicana romana. Quanto al richiamo al culto di S. Andrea particolarmente antica deve essere stata la cappella di S. Andrea esistente nel territorio di Lograto che allora si estendeva a O fino ai confini di Coccaglio e che Emilio Spada identifica con l'attuale parrocchia di S. Andrea. La chiesa qui esistente, nel sec. XVI era già cadente per vetustà. Il S. Stefano di Rovato, Emilio Spada lo individua in una località nominata in due documenti nel 1179. Nel 1334 la chiesa dei S.S. Stefano e Donato pagava alla S. Sede un tributo di 10 fiorini d'oro; nel 1376 compare con Giacomo Mazzocchi il primo nome di un beneficiato di S. Stefano e di S. Donato (ma non solo di Rovato) il quale fu dotato di parecchie investiture beneficiarie in quei dintorni e morì nel luglio del 1386. Il Catalogo dei benefici bresciani del 1410 elenca le chiese di S. Stefano, S. Donato e tre benefici clericali. La vita religiosa della zona si articolò come ha scritto Paolo Guerrini intorno a "S. Stefano; ai piedi del monte era la diaconia intermedia fra le due pievi di Coccaglio e di Erbusco, mentre S. Donato sorgeva sulla strada per Iseo: due chiese alle dipendenze della lontana pieve di Coccaglio, e ciò fino a quando Rovato con lo sviluppo dei canali d'irrigazione e per l'aumentata importanza strategica cresceva di potenza a tutto scapito di Coccaglio che perdeva la sua millenaria supremazia religiosa e civile". Il mercato interplebanale, costituito a Rovato come centro delle tre pievi di Coccaglio, Erbusco e Bornato accrebbe ancor più tale importanza. Infatti grazie a tale sviluppo nel principio del sec. XV Rovato era già centro della Quadra, e le sue chiese, oltre i due benefici sacerdotali riuniti, avevano anche tre benefici chiericali semplici per il servizio religioso. È probabile che circa nello stesso tempo tutte queste proprietà ecclesiastiche siano state riunite in una sola massa, quando passarono in commenda del vescovo di Dulcigno, Paganino, vicario generale della Diocesi e commendatario perpetuo di Rovato. L'importanza religiosa di Rovato crebbe, durante il sec. XV, assieme alla sua importanza civile e militare per l'edificazione di un forte e agguerrito Castello. Allora fu necessario edificarvi, entro le mura, anche una nuova chiesa, la quale dovesse servire per i bisogni religiosi dei rovatesi; e questa nuova chiesa, divenuta ben presto parrocchiale o curata fu dedicata alla B. V. Assunta, e secondo il Racheli sarebbe sorta dal 1410 al 1419 e chiamata «chiesa del Castello». Di essa sarebbe stato primo parroco don Giov. B. Baitello. Un ruolo particolare ebbe nella vita ecclesiale di Rovato il già accennato mons. Paganino. Si deve a lui infatti la posa, nel 1449 della prima pietra della chiesa della S.S. Annunciata e a lui ancora l'erezione della Collegiata nella chiesa di S. Maria di Rovato. Approfittando del passaggio per Asola del card. Giovanni di Aragona legato a latere del Papa Sisto IV mons. Paganino presentò a lui la richiesta firmata dal capo del Comune Rovadino e degli altri deputati. Accolta favorevolmente la petizione e, come scrive A. Racheli; con lettera del novembre 1475 incaricava il Canonico Giacomo Averoldi, Vicario del Vescovo di Brescia, di ben informarsi di quanto volevano i rovatesi; provare se in Rovato esistesse per opera di monsignor Paganino un beneficio prepositurale e due Canonicati, osservare se il provento fosse tale da poterli avere in perpetuo; e qualora l'annuo reddito fosse di 100 fiorini d'oro (dei quali metà spettasse al Prevosto, l'altra metà in parti eguali ai due canonici). Il Cardinale d'Aragona accolse favorevolmente la petizione di monsignor Paganino, del capo del comune Rovadino e degli altri deputati e, con lettera del novembre 1475 approvò che si creasse pure la perpetua prepositura, che diverrebbe Collegiata. Il Canonico Averoldi veniva a Rovato, chiamava il sac. Baitello che fungeva da Prevosto, in nome di mons. Paganino, chiamava pure il sindaco Rovadino ed i capi della comunità e, conosciute giuste le loro dimande, il giorno del S. Natale 1479, con apposito breve istituiva la prepositura ed i Canonicati in perpetuo ed intimava l'erezione della Collegiata. Essendo necessaria la sanzione del Sommo Pontefice, il prevosto Baitello fu a Roma a conchiudere le ultime pratiche e finalmente il 19 gennaio 1481, Sisto IV, con Veneratissimo Breve riconosceva la Collegiata di S. Maria Assunta in Rovato. Il capitolo si componeva di un Prevosto parroco e di due cappellani, detti canonici, coadiutori del parroco nella cura d'anime: fra essi era stato diviso il beneficio parrocchiale in modo che il prevosto ne avesse una metà, e l'altra metà fosse divisa in parti eguali fra i canonici. Il prevosto eleggeva e investiva i due canonici, questi nominavano il prevosto, onde succedeva che il prevosto veniva scelto ordinariamente fra i canonici. Ottenuta la collegiata si passò subito alla elezione del prevosto, da parte dei due canonici Anacleto e Giovita Odasi nella persona di don Donato Frialdi che fu il primo a celebrare i pontificali. Lo stesso Racheli sottolinea come fu «indicibile il gaudio dell'intìera popolazione che assisteva ben volentieri al lieto salmodiare della ufficiatura, di prelatizie insegne vedea rivestito il proprio Pastore, e per opera del pio canonico Pecino Greco, che fu poi Prevosto, vedea sorgere nella vasta campagna novelli oratorii, quale quello di S. Andrea, di S. Giovan Battista, di S. Giuseppe, di S. Anna, mentre i Canonici della Cattedrale di Brescia avevano innalzato quello della SS. Trinità, lasciando alla loro villeggiatura il titolo di Duomo, che pervenne sino a noi».


La vita ecclesiale non si esauriva certo in formalità e in contrasti per cariche e insegne. Durante il sec. XV andava fiorendo anche la vita religiosa alimentata dalla nascita della Scuola o Confraternita del S.S. Sacramento, seguita nel 1491 da quella della B. Vergine. Il 2 dicembre 1498 il Vicario di Rovato proponeva al Consiglio comunale di celebrare ogni anno con solennità la festa dell'Immacolata Concezione all'8 di dicembre. Proposta approvata con 52 voti favorevoli e 12 contrari. In più nascevano le opere della carità cristiana specie con il Consorzio dei poveri consistente soprattutto in un monte granario del quale vi sono documenti fin dal '400. Vennero inoltre erette le Cappellanie di S. Bernardino da Siena all'omonimo altare della Parrocchiale e di S. Nicolò da Tolentino nella chiesa di S. Nicola e con testamento 18 luglio 1478 di Obicino Bernoni di Rovato, e donazione del 15 aprile 1481 di Giovanna ved. del nob. Sansone Porcellaga fu lasciato il patronato al Comune di Rovato, rimanendo di collazione vescovile, per un sacerdote rovatese, celebrante quotidianamente nelle dette chiese. Quella di S. Nicola, per la distruzione di questa chiesa, fu portata poi nella chiesa di S. Donato. Don Donato Frialdi (m. nel 1514) visse momenti difficili durante i "vespri di Rovato", mentre il suo successore il prevosto Pecino Greco (m. nel 1544) si distinse per la larga beneficenza verso la chiesa e la parrocchia. Il suo successore don Anacleto Frialdi ebbe un parrocchiato breve, morendo nel 1549. Gli successe don Giulio Donnino o Domino fino al 1565 cui successe don Alessandro Malacrida che il 3 settembre 1575 rinunciava nelle mani del Papa riservandosi una piccola pensione sul beneficio. Ciò offrì il destro a Papa Gregorio XII di togliere ai Canonici la elezione del prevosto conferendola all'ordinario che nominò prevosto don Lorenzo Bersini. Vi furono proteste e si arrivò a denunciare il Bersini per simonia. Nel sec. XVI non mancarono tuttavia forti segni di crisi religiosa con accentuazione ereticale. Nel 1543 infatti l'ex francescano Gomezio Loviselli riuscì a irretire nella sua propaganda eretica don Giovanni Menoni di Rovato assieme a don Marco Oldofredi di Iseo. Ma mentre questi ritrattò il Menoni morì impenitente. Residui di infiltrazioni protestantiche si rilevano anche dalla visita di S. Carlo a quell'inconfesso che dichiarava "una stupidità rivelare ai preti ciò che essi non conoscono". In effetti nonostante che nel 1550 fosse stata istituita la Confraternita dei disciplini o "dei penitenti" quando mons. Bollani arrivò in visita a Rovato (3-4 settembre 1565) non trovò una parrocchia particolarmente fiorente. Vi trovò numerosi sacerdoti di media cultura, un piccolo seminario ed una situazione edilizia particolarmente grave. Dagli atti si rileva infatti lo stato di abbandono nel quale si trovano le chiese di S. Fermo, di S. Rocco, di S. Vincenzo, di S. Stefano, di S. Donato, di S. Nicola, ecc. Senza porte, senza imposte, senza ripari, ridotte a stalle di fortuna per le pecore, le capre e altri animali, abbandonate, cadenti, quasi devastate dal tempo e dagli uomini, nessuno se ne occupava e il disordine grave in cui erano, richiese al Vescovo energici provvedimenti. La stessa chiesa parrocchiale era in stato precario. Con la visita del vescovo Bollani la parrocchia assunse però sempre più importanza avendo il vescovo incaricato il prevosto di farsi suo interprete e controllore nell'esecuzione dei decreti e nel rinnovamento della vita religiosa di tutta l'area gravante su Rovato, comprendente i paesi di Coccaglio, Cologne, Palazzolo, Cazzago, Erbusco, Calino, Bornato, Passirano, Paderno, Monterotondo, Camignone. Come sottolinea Giovanni Donni «egli svolse con cura questo incarico come testimoniano le date, di ben sei visite compiute nel triennio 1570-72. Dagli appunti di una di queste visite apprendiamo che egli considerava ormai eseguita la quasi totalità degli ordini della visita Bollani ed elencava solo alcuni decreti ineseguiti». In effetti il visitatore mons. Pilati nel 1572 non poteva che constatare che «tutti gli ordini del vescovo furono eseguiti ad eccezione della pala dell'altare maggiore e il restauro dell'organo a causa della troppa spesa e dell'impossibilità di affrontarla». Mons. Pilati trovava una Disciplina «bene amministrata», una Confraternita del SS. Sacramento che contava duemila confratelli, una Confraternita della B. Vergine con 300 confratelli e un Consorzio per i poveri che nel 1565 possedeva 5060 piò saliti di cento piò nel 1572 e contribuiva alle spese di culto, distribuiva grano, pane, formaggio, vino, ecc. Le divergenze per l'elezione del Bersini furono appianate dalla visita apostolica in Rovato del card. Carlo Borromeo che si fermò in Rovato alloggiando nella casa del prevosto Bersini. Il santo arcivescovo si sarebbe fermato a Rovato tre settimane circa facendone il centro della visita ad altre parrocchie. Il 10 ottobre in S. Stefano procedette alla vestizione del nipote Federico Borromeo, suo successore poi nella cattedra di Milano.


Come ha ricordato ancora Giovanni Donni: «Al momento della Visita, Rovato aveva ancora accresciuto il suo splendore: 16 chiese con la parrocchiale; nove sacerdoti; tre Confraternite; due Istituti di carità ed assistenza; il monastero dei Serviti; istituzioni culturali e una fioritura artistica, culturale e edilizia di notevole respiro. Gli atti della visita del Santo Cardinale denunciano però irregolarità nell'amministrazione dei sacramenti segnalando diciotto inconfessi, casi di immoralità, un clero ritenuto per lo più neghittoso se non scandaloso, ed impose restauri degli edifici sacri, ecc. Severa ed accurata l'opera restauratrice del Visitatore e di indisciplinamento riguardo a sacerdoti e laici. A S. Carlo viene fatta risalire la solennissima processione del Venerdì Santo. Lo stesso Racheli scrive che «prima di partire è fama che strettisi a lui intorno i rovatesi, chiedessero al Santo Cardinale che cosa ne lasciasse in sua memoria. S. Carlo rispose: «La mia benedizione e il mio cuore!». La particolare predilezione dimostrata spingerà i Rovatesi a chiedere al card. Federigo di concedere, il 12 giugno 1626, una insigne reliquia del santo zio accompagnata da una lettera particolarmente affettuosa. Essendosi manifestato il bisogno di allargare o addirittura ricostruire la chiesa prepositurale, il problema venne affrontato sotto il parrocchiato del prevosto Bersini. Venne subito abbracciato il progetto di una nuova costruzione anche se vi era contrario il prevosto. La nuova chiesa prepositurale, iniziata nel 1585 su progetto dell'arch. Todeschini, venne continuata nonostante alcuni torbidi per l'elezione del successore, avendo nominato il capitolo di Rovato don Ippolito Bersetti e il vicario generale della Diocesi don Francesco Inverardi. «Accese le ire, si stette, scrive A. Racheli, molto tempo senza prevosto, finché rinunciando il Bersetti e morendo l'Inverardi, di comune accordo si elesse il prevosto don Giovanni Menoni» che nel 1593 potè vedere la chiesa finita. Al fervore di opere così importanti corrispondeva quello della vita religiosa sempre più in crescita. A dieci anni della visita di S. Carlo, forse da lui stesso raccomandata, nel 1590 nasceva la Società delle Vergini di S. Orsola e delle "Dimesse" di S. Angela Merici che fu tra i primi gruppi mericiani e che ebbe il sostegno più aperto della popolazione e il favore delle principali famiglie rovatesi, benemerita specialmente nell'educazione e istruzione delle ragazze povere. Alle Confraternite del S.S. Sacramento e della B.V. si aggiunsero quelle della Dottrina Cristiana, del Rosario, segnalata come da poco istituita nel 1599, e della Visitazione. Si moltiplicarono i legati per altari e per le Confraternite stesse, e per messe ai vari altari che diedero poi mezzi per erigere nuovi canonicati e mansionariati. Dal centro la organizzazione della vita religiosa ed ecclesiastica si estendeva al territorio che si stendeva a S fino a 6/7 km. di distanza e nel quale andarono sorgendo, specie dal sec. XVI, chiese sussidiarie per l'assistenza spirituale degli abitanti. Negli atti di visita del Vescovo Monsignor Bollani (1565) sono ricordate le chiese di S. Andrea, di S. Croce e della Annunciazione esistenti nella campagna. Negli atti successivi, riguardanti la visita del Vescovo Marino Giorgi, fatta nel 1598, si attesta che la Chiesa di S. Croce a Lodetto (che è la prima sorta nel luogo) fu fondata dal nob. Camillo Lodetti, e quella della Annunciazione alla Bargnana fu eretta e dotata dal nob. sig. Camillo Bargnani. Più tardi, e cioè all'inizio del XVII secolo, sorgono la chiesa della SS. Trinità al Duomo e pochi anni dopo quella di S. Giovanni Battista a Lodetto, rifatta verso la fine del XVIII secolo, le chiese di S. Anna e S. Giuseppe. Già fino dal 1669 i cappellani curati delle chiese di campagna, cioè di S. Giovanni B. (Lodetto), della SS. Trinità (Duomo), SS. Annunciata (Bargnana) di S. Giuseppe e di S. Andrea (quello di S. Anna non è nominato), ottenevano dal Prevosto e Capitolo la facoltà di confessare, amministrare il Viatico e l'Olio santo, cioè di esercitare la cura d'anime per delegazione: durante il sec. XIX si aggiunse anche la concessione del Battistero particolare e del Cimitero. Cresceva assieme alla pratica religiosa la carità con il potenziamento del Consorzio dei poveri, del Monte di pietà, di legati e cappellanie. Il 18 settembre 1618 moriva il prevosto Bersini compianto da tutti. Grandi esempi di carità dimostrarono durante la peste del 1629-1630 il prevosto G. Menoni e i due curati che si dedicarono all'assistenza agli ammalati. Il prevosto stesso per meglio adempiere al compito caritativo, si trasferì negli ambienti del Consorzio dei poveri. Durante la peste del 1630 rimanevano vittime i due curati Tonsi e Lazzaroni. Finite le epidemie vi fu un nuovo fiorire di opere. Come voto venne posto sull'altare del SS. Sacramento il magnifico tabernacolo di ebano e d'argento; venne inoltre accomodata la torre e dotata di un ottimo concerto di campane; fu riedificata in gran parte la chiesa di S. Martino e dedicata a S. Rocco. Inoltre come scrive il Racheli «coll'aiuto della Serenissima si ampliò ed abbellì la Chiesa di S. Donato; si rinnovò quasi dalla fondamenta quella del Patrocinio, si fondò il tempietto di S. Fermo, dopoché il Santo Borromeo ne raccomandò così efficacemente la devozione; e col concorso della famiglia Guadagni si riformò la Chiesa di S. Vincenzo». Nacquero nuove Confraternite fra le quali quella di S. Carlo (1624), del Suffragio (documentata nel 1648), di S. Rocco (segnalata nel 1670). Continuò inoltre il fiorire di chiese e oratori per cui nel 1658 il Faino nel suo "Coelum Sanctae Brixianae Ecclesiae" era in grado di elencarne una ventina e precisamente, oltre la parrocchiale, la S.S. Annunciata, S. Stefano, S. Croce (della famiglia Bonvicini), S.S. Trinità, Immacolata Concezione, dell'Annunciazione (alla Bargnana), S. Maria (campestre), S. Anna, S. Giuseppe, S. Michele Arcangelo, S. Andrea ap., S. Giovanni, S. Vincenzo, S. Donato vesc., S. Firmo, S. Carlo (della famiglia De Portis), S. Nicola da Tolentino, S. Rocco, S. Orsola. Tuttavia, come scrive A. Racheli «morto il Prevosto Menoni (1638) incominciarono anni di turbolenza nel Capitolo della Collegiata e si può dire che, sotto il suo successore Giuseppe Pelucchi, la Collegiata decadde quasi del tutto». Vivaci contrasti portarono alle dimissioni del prevosto Pelucchi dopo soli tre mesi e alla nomina del palazzolese Francesco Della Torre che, optato per un beneficio a Bergamo, lasciò il posto al fratello Pietro che pur nominato con bolla pontificia, fu recisamente respinto dal Comune, per cui alla morte di Francesco si ricorse di nuovo a don Giuseppe Pelucchi che resse la parrocchia dal 1640 al 1649 con grande "maturità" e "indicibile carità". Nel 1650 il vescovo nominò prevosto don Giacomo Rossi e da ciò derivarono 26 anni di contrasti con il vescovo di Brescia per conservare il privilegio della nomina del Prevosto da parte dei canonici. Il clero, le confraternite, il comune agivano assieme per tale fine, appoggiati anche dalle principali famiglie rovatesi (e specie i Caratti, i Tonsi, i Dusini e i Guadagni) che si rivolsero particolarmente al Nunzio a Venezia. Nel 1670 moriva il prevosto Rossi che in tutti quegli anni era stato sostituito da vicari e veniva eletto prevosto il curato Cristoforo Gallerini che aveva portato avanti fin'ora la causa a Venezia, Roma e Brescia. Per quattro anni la sua nomina fu contrastata a Roma da un prete bergamasco, don Antonio Salvetti, e solo nel 1674 la nomina del Gallerini fu confermata e il 2 agosto 1674 furono anche accolti i ricorsi sugli antichi privilegi. Non solo si riconobbero i diritti della Collegiata, ma si aggiunsero ai due antichi altri cinque canonicati e cioè quello della Scuola del SS. Sacramento, denominato Maestri di patronato della Scuola medesima, quello della Comunità, quello della Scuola del S. Rosario, quello della Scuola della Visitazione, quello detto "Dusini" (fondato da don Francesco Dusini con testamento del 10 ottobre 1693 di giuspatronato del capitolo della Collegiata), del Consorzio della famiglia Bergomi (eretto canonicamente dal vescovo di Brescia il 7 giugno 1701). Nel frattempo Rovato visse le giornate indimenticabili delle Missioni al popolo predicate dai gesuiti Paolo Segneri e Giovanni Pietro Pinamonti che, predicate nel maggio 1676, videro affluire una folla valutata sulle 23 mila persone accalcate nella fossa "che responde contro il torrione contiguo al coro della chiesa parrocchiale" raccolta in processione penitenziale. L'ultimo giorno ebbe luogo una comunione generale di 24 mila persone e la chiusura della Missione vide presenti 60 mila persone. Dopo queste grandiose manifestazioni religiose delle quali rimangono testimonianze dirette, ricominciò la prosa della burocrazia ecclesiastica soprattutto per il fatto che gli atti del Nunzio pare non fossero stati passati alla Curia Romana. Alla morte del prevosto Francesco Gallerini (5 maggio 1692), eletto che fu dai Canonici il suo successore don Giannantonio Marini, questi venne sospeso dalla S. Sede. Ma nel viaggio a Roma per giustificarsi, nel 1693, costui moriva. Toccò al suo successore mons. Agostino Cocchetti "uomo preclaro per scienza e virtù" non solo appianare tutte le divergenze con Roma ma ottenere addirittura «alla Collegiata il titolo di Insigne e la riconferma di tutti i privilegi, per cui chiamata al Sinodo e ad altre funzioni nella Cattedrale, avea posto subito dopo quella di Verolanuova, che succedeva alle Collegiate della città, secondo il decreto ottenuto dal Vescovo. Rovato, scrive sempre il Racheli, ricorderà sempre con affetto i trent'anni di regime tenuti dal Cocchetti, mentre a lui deve anche le entusiastiche solennità con cui nei giorni 24-25-26 luglio 1703 si ricevettero e festeggiarono le Venerate Spoglie de' SS. Martiri Prospero e Defendente, che il Cocchetti potè avere dal cimitero di S. Callisto in Roma». Nonostante che la Collegiata abbia avuto specie a metà del secolo momenti di crisi per rinnovati contrasti per la nomina del prevosto e dei canonici, il '700 segnò momenti di notevole vitalità grazie agli esempi dei prevosti fra i quali mons. Giovanni Barbieri (1725-1726) "celeberrimo per santità e per indicibili penitenze"; don G.B. Rivetti (1726-1732), don Domenico Codenotti (1772-1786), don Carlo Gatti (1786-1813). Momenti straordinari furono, tra gli altri, la "pace universale" del 28 dicembre 1753 fra originari e forestieri attribuita a speciale grazia dell'Immacolata, la predicazione nell'avvento del 1755 di p. Claudio da Lodi che ottenne strepitosi successi, ecc. Di rilievo particolare il fatto che nel 1788 circa Rovato ebbe, grazie allo zelo del novello sacerdote don Bartolomeo Brunelli, una delle prime esperienze oratoriane che continuò fino alla di lui morte avvenuta nel 1853. Come sottolinea ancora A. Racheli «nel secolo XVIII, la Collegiata continuò la sua opera di beneficenza e civiltà, mirabilmente aiutata dai Padri Serviti che al bene indirizzavano la gioventù maschile e dal Benemerito Collegio delle Vergini Dimesse del Chiostro di S. Orsola, vera salvaguardia delle nostre giovani, le quali vedevansi innanzi egregie Signore delle principali famiglie rovatesi vivere nel ritiro e nelle opere della carità, rispecchiandosi nell'esempio della bresciana S. Angela Merici, che avevano eletto patrona».


Non mancarono momenti difficili sia per la fortunosissima vita del prevosto don Pietro Rivetti, sia per i tempi "calamitosissimi sia dal lato morale che materiale" ai quali accenna don Racheli a proposito del prevosto don Domenico Codenotti e ancora quelli altrettanto difficili di fine secolo portati dalla rivoluzione Giacobina del 1797 il cui governo provvisorio, il 4 ottobre, nonostante le forti resistenze, si era riservato il diritto di presentare il nuovo prevosto. Nello stesso tempo vennero inoltre soppresse le confraternite con incameramento di beni, salvo quella del SS. Sacramento e della Dottrina cristiana private delle dotazioni di beni accumulati nel tempo. Il 3 settembre 1803 una circolare prefettizia riservava la nomina del prevosto alla Vicinia cioè al Consiglio. "Gravi torbidi, come scrive don Racheli, suscitò la legge napoleonica del 22 dicembre 1807 che riservava al re d'Italia la nomina delle collegiate. La ventilata soppressione di un canonicato venne sventata dall'intervento della Curia vescovile di Brescia". Fu il prevosto Carlo Gatti (1786-1813) che non solo, come scrive A. Racheli "affrontò l'ira di Napoleone I per salvare i benefici della Parrocchia", ma consumò il suo patrimonio per sovvenire ai poveri, caduti in miseria per la famosa tempesta del 1810 aiutato con larghezza dal vescovo mons. Nava. Morto nel 1813 il prevosto Gatti, il podestà ricorse l'8 maggio alle autorità perché venisse conservato al Comune ed al clero di Rovato il diritto di eleggere il prevosto, ma il Ministro del culto rivendicò al Governo la nomina per cui il 14 marzo 1814 eleggeva don Angelo Maria Bottelli, parroco di Coniolo, suscitando con ciò una nuova e vivace lite per l'elezione e l'uso delle insegne prelatizie. Soppressa la Collegiata vennero conservati soltanto i tre benefici primitivi del Prevosto e dei due canonici-curati, ma il diritto di presentazione o di elezione, già esercitato dal capitolo, fu devoluto al Governo e la chiesa divenne quindi di patronato Regio. Il vescovo Nava nel 1826 riuscì a togliere al Governo la nomina dei due canonicati, che erano prima di investitura prepositurale, rendendoli di libera collazione. La Collegiata non venne più ricostituita canonicamente, ma i Prevosti continuarono nell'uso di alcuni privilegi e consuetudini liturgiche speciali: per legittimarle e modificarle secondo le prescrizioni canoniche, Pio IX, con Breve del 19 maggio 1863, concedette al Prevosto l'abito prelatizio e l'uso dei pontificali in alcune solennità dell'anno e ai due canonici l'uso dell'almuzia corale, ossia della cappa. Le leggi eversive napoleoniche soppressero nel 1810 anche il Collegio delle Dimesse. Fu Annunciata Cocchetti che nel 1817 appena diciassettenne ne raccolse l'eredità aprendo la sua casa alle ragazze rovatesi. Particolarmente fervidi furono i parrocchiati di don Angelo M. Bottelli (1814-1839) e di don Carlo Angelini (1840-1856). Don Bottelli "uomo piissimo e dotto" autore "di vari libretti ripieni di elevati pensieri" dovette affrontare momenti di grave crisi economico-sociale ma riuscì ad arricchire la parrocchia di nuove iniziative specie in favore della gioventù. Nel 1824 diede mano a restauri e completamenti della parrocchiale. Una svolta significativa fu la Missione predicata dal 9 al 30 gennaio 1819 dal vicentino don G.B. Muttoni e da otto sacerdoti. Fra altri frutti della Missione si possono elencare: la dottrina cristiana delle donne, l'Oratorio femminile e varie pratiche di pietà. A sua volta don Bartolomeo Brunelli nel 1818 apriva nella Disciplina l'Oratorio maschile S. Filippo Neri mentre nel gennaio 1819, su incitamento del già ricordato don G.B. Muttoni, predicatore di una Missione al popolo nella quale ottenne strepitoso successo, veniva avviato l'Oratorio femminile in casa di Margherita Caprina (e poi trasferito nella chiesa della Disciplina lasciata libera per il trasferimento dell'Oratorio maschile in S. Orsola). Ad esso dava una sua forte impronta durante una sua visita nel settembre 1820 don Luca Passi. Margherita Caprina aveva acquistato lo stesso ex collegio "S. Orsola" per donarlo alla marchesa Maddalena di Canossa per aprirvi un suo istituto. Come si è accennato, nel 1836 don Carlo Angelini apriva la sua casa per accogliere le orfane di famiglie distrutte in parte o del tutto dal colera. Fervido fu il parrocchiato dello stesso don Carlo Angelini (1839-1856) dotato di grande cultura anche tecnica e che ispirò la costruzione dei portici dell'attuale piazza Cavour. Sotto il suo parrocchiato nel 1847 giungevano a Rovato nell'ex convento di S. Orsola le Figlie della Carità ossia le suore Canossiane con l'intento di «raccogliere le fanciulle povere... per insegnar loro i primi rudimenti dell'aritmetica e delle lettere e tutti quei lavori normali che alla loro condizione convenivano». Sempre per iniziativa del prevosto don Carlo Angelini il Vantini intervenne sul cimitero e sulla chiesa parrocchiale. Continuava la tradizione oratoriana che alla morte di don Brunelli (1853) passò a don Faustino Tonsi, cappellano di S. Stefano che trasferì l'oratorio a S. Vincenzo, con campo ricreativo a S. Donato. Influenza fra la gioventù ebbe, al contempo don Angelo Angelini, professore in Seminario e vice assistente ecclesiastico del Circolo della Gioventù Cattolica di Brescia. Continuarono a coltivare l'oratorio don Paolo Micanzi (1870-1888), don Carlo Delaidini (1888-1891), don Antonio Racheli che fu nel 1891 il fondatore del Circolo Giovanile Cattolico sciolto nel 1898 in seguito ai moti di Milano. Dopo il breve parrocchiato di don Francesco Beretta (1856-1862), quello del prevosto Giacomo Avogadro (1863-1899) fu particolarmente "pastorale" e caritativo. Crebbero infatti le pie associazioni delle Madri Cristiane e delle Figlie di Maria. Nel 1872 per i buoni uffici di don Daniele Cocchetti prese consistenza il gruppo dei Terziari francescani. Grandi feste centenarie di S. Carlo di cui fu relatore nell'Unità Cattolica di Milano Cesare Cantù furono celebrate il 19-20-21 aprile 1885.


Iniziava e si consolidava un attivo movimento cattolico. Nel 1890 circa veniva fondato il Circolo cattolico. Nel 1891 per iniziativa del canonico Antonio Racheli sorgeva il salone-teatro. Mons. Luigi Gramatica (1900-1906), pur portato più agli studi che alle opere (diventerà prefetto della Biblioteca Ambrosiana e dottore della Vaticana), oltre che a promuovere opere degne di notevole rilievo come la Cappella del S. Cuore (dal 1902) una delle poche chiese di puro stile liberty, diede particolare impulso al movimento cattolico. Con don Salvi e don Galuppini nel 1902 diede battaglia all'anticlericalismo zanardelliano e socialista fondando nel novembre 1903 sempre con i due canonici l'Unione Cattolica Rovatese. Nel 1904 ingaggiò una vera battaglia elettorale portando in comune una maggioranza cattolico-moderata nel 1910. L'attività del movimento cattolico assecondava don Galuppini nella fondazione della "Giovane Rovato" promotrice, come si è accennato in precedenza, di iniziative nella fondazione da parte di don Cesare Bonini del periodico "Franciacorta" in contrapposizione al socialista "Montorfano". Oltre all'assistenza ai soldati nella prima guerra mondiale, nel 1922, 17 dicembre, veniva inaugurato il nuovo Oratorio maschile. Seguirono poi difficoltà del dopoguerra, deprecati contrasti interni alla parrocchia oltre all'allontanamento nel 1929 di don Andrea Galuppini. Scomparve la Giovane Rovato e rimase in efficienza l'oratorio (curato da don Emilio Verzelletti) che nel 1932 venne dalla chiesa di S. Nicola trasferito nell'area attuale. L'organizzazione giovanile maschile cattolica quasi del tutto abbandonata riprese invece nel 1935 sotto il parrocchiato di mons. Felice Bonomini e per merito del curato don Virgilio Casnici che fece risorgere per qualche anno dal 1936 la Giovane Rovato e tutta l'organizzazione della Gioventù di Azione Cattolica, compresi i fanciulli cattolici e gli aspiranti, senza che ne risentisse l'oratorio che andò ampliandosi e arricchendosi di numerose iniziative.


Mons. Zenucchini, succeduto nel 1938 a mons. Bonomini, pur non trascurando grandi manifestazioni religiose come le feste di S. Carlo che videro presente il card. Schuster, sviluppò una sua particolare presenza pastorale sforzandosi di formare le coscienze dei parrocchiani in una scuola di virtù e di carità e compiendo un largo sforzo culturale, specie nei riguardi della gioventù, promuovendo circoli culturali e biblioteca. La carità divenne il suo assillo. Fin dal 1939, come scrive Tarcisio Bertoni, egli dà vita a due importanti istituzioni intitolate al patrono: la Pia opera S. Carlo che si interessa di numerose opere caritative parrocchiali, tra cui le colonie marine e montane, con la preziosa collaborazione del dott. Livio Perani e di Ada Bonomelli e Linda Legine. Il 23 luglio la Pia Opera riceverà in carico parte del macchinario del calzificio Ferrari, che sta chiudendo i battenti, con l'intento di non lasciar disoccupate le operaie. La nuova attività inizia in fondo alla Piazza Cavour al I piano della casa di proprietà Cornetti dove viene sistemato anche un dormitorio, in quanto i turni di lavoro si protraggono fino a sera tarda. Sotto la direzione di Giuseppina Martinazzi il laboratorio, trasferitosi poi in via Castello, al I piano della casa di fronte alla Parrocchiale, funzionerà per undici anni, dando lavoro fino a 15/20 ragazze per volta e sarà l'Opera S. Carlo per antonomasia. L'altra e più importante istituzione è l'Orfanotrofio S. Carlo che ebbe inizio il 2 febbraio 1941 proprio nella casa ove la tradizione vuole che il santo abbia soggiornato. Nel dopoguerra moltiplicò le attività pastorali parrocchiali mentre con lo sviluppo demografico, economico e sociale di Rovato si impose sempre più anche il decentramento della vita ecclesiale. Già con decreto vescovile del 10 marzo 1903 era nata la parrocchia di Lodetto. L'11 maggio 1916 veniva eretta in parrocchia la chiesa già curaziale del S. Cuore della frazione Duomo. Il 5 agosto 1942 un decreto vescovile staccava la chiesa di S. Maria Annunciata della frazione Bargnana affidandola a don Lorenzo Vescovi. Un altro decreto del 23 agosto 1956 staccava quella di S. Giuseppe con primo parroco don Virgilio Lanzanova. Nel novembre dello stesso anno seguiva l'erezione della parrocchia di S. Andrea affidata a don Vittorio Basini. Il 26 luglio 1958 si staccava dalla prepositurale di Rovato e veniva eretta in parrocchia la curazia di S. Anna, affidata a don Gelsomino Bianchi. Non mancarono inoltre momenti straordinari di devozione per la "Peregrinatio Mariae". La Madonna di S. Stefano nell'anno mariano 1948-1949 venne portata per le parrocchie della Franciacorta. Altrettanto solenni furono, nel 1952, le celebrazioni del Congresso Eucaristico e nel 1954 il centenario della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione. Significativa la consegna nel 1958 di una statua della Madonna al sig. Romano per essere trasportata in Australia e consegnata a Tonswille alla comunità rovatese. Seguirono altre solenni celebrazioni come le feste di S. Carlo che videro presente il card. Carlo Confalonieri. Nel 1980 (12 ottobre-2 novembre) le grandi Missioni dei Cappuccini e altre solenni feste per il centenario della visita apostolica di S. Carlo Borromeo. Solenni celebrazioni si ripeterono nel centenario (1984) della sua morte.


Nel frattempo aveva continuo sviluppo l'oratorio che nell'ottobre 1987 si arricchiva di una statua di S. Giovanni B. di Gineba (G.B. Abeni), mentre nel 1989 si costituiva l'"Ente Parrocchia" che raggruppava oltre le chiese e adiacenze, l'oratorio, la sala cinematografica e il vigneto di S. Stefano. Impoveriva la parrocchia, nel settembre 1989, la partenza dalla parrocchia delle Suore Dorotee da Cemmo. Nonostante ciò, nel 1989 al termine del parrocchiato di mons. Bonometti si registrava la presenza dei più diversi gruppi: Piccolo Clero, Lettori, Cantori, la Corale Polifonica (composta da 50 coristi e diretta da don Ardiccio Degani), delle Pie donne (per la pulizia della chiesa), la S. Vincenzo, la Buona stampa, Missioni, Avis, Pensionati S. Carlo, Patronato Acli ecc. In favore dell'Operazione Mato Grosso veniva lanciata la cena del povero. L'attività pastorale si era andata articolando intorno ad iniziative come settimane dell'oratorio, della famiglia, liturgica, rapporto "uomo-natura". Sotto il parrocchiato di mons. G. Albertelli il 4 novembre 1992 veniva inaugurato il Centro pastorale L. Zenucchini. Nel 1993 veniva aperto in via Castello di fronte alla chiesa parrocchiale un Centro di ascolto zonale per persone in difficoltà, gestito da volontari. In sviluppo nel 1993 l'AGESC, l'associazione genitori scuola promossa da Claudio Vaccarezza. Nel 1996 il prevosto mons. Gianni Albertelli lanciava un appello per il recupero della sala del cinema dell'oratorio, costruita 40 anni prima e chiusa da 20 anni.


LA CHIESA DI S. MARIA ASSUNTA. Nella zona della attuale parrocchiale esisteva l'antichissimo oratorio di S. Giorgio o Disciplina, titolo di costruzioni altomedievali quando poste entro un castello. Forse da qui parte la storia della prima fase della chiesa che ora reca il titolo dell'Assunta, e che è citata in una pergamena del 26 luglio 1179; in altra del 21 marzo 1395 si attesta che nella chiesa del castello intitolata all'Assunta si riunirono i capifamiglia per assegnare l'area per la ricostruzione di case all'interno del castello. Vi si parla anche di "contrada della piazza", infatti l'antica chiesa dell'Assunta aveva la facciata arretrata rispetto ad oggi e quindi delimitava una piazza su cui si affacciavano le case di via Palazzo e di via Castello, molto alte, disposte secondo il lotto gotico, scandite da finestre arcuate o architravate e separate alla base da passaggi coperti che le collegavano ai vicoli retrostanti. Ospitava la Vicinia e cioè il Consiglio generale e venne riedificata agli inizi del '400 e inaugurata nel 1419 entro il castello per cui fu detta "del Castel". La piazza e il castello furono sistemati (1470-1485) su disegno dell'Ingegner Battista Borella. S. Carlo la trovò "sufficientemente decorosa, ampia e consacrata il 7 novembre 1464" e quando Marin Sanudo, alla fine del Quattrocento accenna alla chiesa parrocchiale di Rovato non parla di S. Stefano fuori le mura, ma scrive: "Et Roado è a questo modo ut patet, e al piano ha un castello forte con caxe dentro e una chiesa di S. Maria bellissima". Le visite di Mons. Domenico Bollani (4 settembre 1565) e quella di San Carlo Borromeo (ottobre 1580) elencano sei altari con queste dedicazioni: S. Giovanni e Barnaba (secondo la tradizione un martire rovatese) o decollazione di S. Giovanni; S. Antonio; Tutti i Santi; S. Bernardino; Corpo di Cristo o Corpus Domini; S. Andrea; e naturalmente l'altare maggiore. Vi era l'organo; un battistero definito in posizione non idonea; all'esterno della chiesa, una sacrestia di forma "non quadrata" orientata a S ed un cimitero anch'esso a ridosso del lato S della chiesa, circondato da case e per il resto non cintato.


LA NUOVA PARROCCHIALE. Il preliminare di contratto fra il Consiglio municipale (28 dicembre 1584), l'architetto Giulio Todeschini che disegnerà la nuova chiesa e i suoi costruttori testimonia che la municipalità in un primo momento, aveva progettato di ricostruire la chiesa modificando quella vecchia; nel contratto 9 aprile 1585 opterà per una nuova costruzione ritenuta più sicura. Seguendo i punti del contratto, sappiamo che l'interno della vecchia chiesa era diviso in navate: a S due mezze navi che occupavano totalmente la lunghezza della chiesa ed in cui c'erano bocche di sepoltura, la nave più bassa (fra le due) terminava con un muro verso mattina oltre il quale vi era la sacrestia; la copertura era a crociere e sostenuta da archi ad ogiva e pilastri, sotto i quali stavano i sei altari minori. L'attigua nave di mezzodì era fondata su cinque pilastri composti da colonne con capitello a base quadra ed agli estremi una semi colonna di forma analoga alle altre. La nave di mezzo aveva il copertume sostenuto da cinque archi anch'essi ad ogiva poggianti sulle colonne sopra descritte, mentre la navata settentrionale era come la meridionale ma senza altari laterali. Il coro era presumibilmente delimitato da tre facciate; il pavimento di tutte le navate era in cotto. Alla sommità dei muri delimitanti la nave mediana, pregevoli decorazioni in cotto, meritevoli di essere recuperate ornavano la gronda. Nulla sappiamo riguardo alle dimensioni in alzato, a porte e finestre ipotizzando l'esistenza della sola porta sul fondo della navata centrale.


Il Consiglio Generale dell'1 gennaio 1585 deliberava di ristrutturare la chiesa, utilizzando materiali di recupero, e si procedette all'elezione di nove deputati incaricati di seguire i lavori. Per attuare la decisione si era chiamato a Rovato l'architetto Giulio Todeschini di Brescia, già noto per alcune opere eseguite a Brescia e nel territorio, che portò con sè disegni e capitoli presentandoli al Comune di Rovato.


Il 9 febbraio 1585 si registrano le prime spese per la retribuzione degli operai che devono demolire la vecchia chiesa, e si apprende che vi erano destinati gli introiti di affitto del mulino di sera. Il 9 aprile 1585 si riunirono nuovamente Consiglieri e Deputati per decidere riguardo delle opere da farsi alla Chiesa poiché esperti e deputati proponevano il rifacimento dalle fondamenta per maggiore solidità e durata. Allo scopo era stato chiamato a Rovato un certo Giuseppe architetto di Cremona il quale aveva presentato due disegni uno di rifacimento, e l'altro di completa ricostruzione. Anche Giulio Todeschini aveva fatto due nuovi disegni: uno di riparazioni e l'altro di rifacimento integrale. Fu posto al voto il secondo progetto dell'architetto cremonese, in cui non vi erano colonne, ma piloni in ambo i lati che fu accettato con 52 voti affermativi e 3 negativi. Tuttavia il 4 agosto 1585: "Al Consiglio viene comunicato che i deputati della Fabbrica non hanno ancora avviato i lavori nonostante sia stata predisposta notevole quantità di materiale, nonostante siano stati sollecitati più volte da Giulio Todeschini. Gli altri periti e muratori sul modo e la forma di fabbricar la chiesa e la disponibilità di ben cinque progetti redatti dallo stesso Giulio e da Don Giuseppe Cremonese, architetti, diversi l'uno dall'altro (ci si riferisce ai progetti). Considerate con maturità varie cose specialmente la spesa così da incominciare e finire la stessa fabbrica si impone di scegliere un progetto che sembri migliore, più utile, e laudabile al comune e così giungere a una conclusione a onore di Dio. Fatte varie valutazioni, compresa la provincia (intesa come territorio) si propose questa parte: che i deputati eletti alla Fabbrica abbiano piena libertà di eleggere e accettare il progetto fra quelli presentati, che si possa fare a maggiore utilità del popolo, al fine di fabbricar la chiesa e portarla a termine a onore e gloria di Dio".


Il 7 agosto 1585 viene scelto fra i cinque disegni presentati, il secondo, ma questa volta del Todeschini, che prevede la ricostruzione dalle fondamenta della Chiesa di S. Maria di Rovato. Il giorno 18 agosto 1585, si effettua la scelta del capomastro impresario, avuto riguardo alla convenienza dei prezzi e risultò preferito Michele Facchetti di Bornato con affermativi 7 e negativi 2 voti. Il 21 agosto 1585, viene presentata al Comune una relazione dei prezzi consegnata dall'Ingegner Architetto Giulio Todeschini, con la definitiva accettazione dei disegni dell'Architetto bresciano. Dal 6 settembre 1585, con l'inventario di oggetti dati in uso ad operai che dovranno lavorare alla fabbrica della chiesa, si può stabilire l'insediamento del cantiere. Lo Spada aggiunge: "Verso la fine del 1586 volgeva al termine la fabbrica del coro, e ai deputati mancanti di mezzi, si concedevano certe facoltà per cercarli e recuperarli. Il 31 maggio del 1587 trovandosi i deputati privi di mezzi per continuar la fabbrica della Chiesa, che si considerava impresa importante e un poco eccessiva stabilirono di sottoporre al Generale Consilio se si potessero a questo fine vendere o impiegare i beni del Comune, alla quale proposta essi aderirono con voti affermativi 57 e con negativi 3".


In una delibera del Comune di Rovato, 15 marzo 1590, si legge: "I Consoli radunato il Consiglio Generale per decidere sull'ampliamento della Chiesa già iniziata e definita per la maggior parte in merito alla quale, riflettendo meglio, si ravvisa la necessità di ampliarla di 12 o 14 braccia verso la piazza, secondo il disegno fatto, salvandone la proporzione, lunghezza e larghezza si che possa contenere la maggior quantità possibile di popolo. La parte riceve 51 affermativi, 9 contrari". Tenendo conto che un braccio bresciano misura circa 65 cm e che per piazza si deve intendere, come si è già detto in precedenza, l'area antistante la vecchia chiesa, l'ampliamento che viene deciso è pari all'allungamento di una campata, che misura circa 6 metri.


Lo Spada annota che: " il 21 dicembre 1590 essendo calamitosi i tempi, i deputati non volevano esigere il pagamento di lire 700, e deliberarono che si potesse ridurre il debito ad un annuale censo di lire 52 e soldi dieci sopra una terra trepulina e altra, fondi comunali venduti ad Andrea Guatta, armaiolo di Brescia. Il 30 novembre, rinnovandosi le cariche per l'anno successivo gli eletti si portano alla chiesa di S. Maria, dove davanti all'altare del Corpo di Cristo, piegate le ginocchia, esprimono il loro giuramento di fedeltà". La chiesa dunque era stata da poco aperta al pubblico e benedetta.


Nel 1597 si spesero lire 500 come parziale spesa per la porta della Chiesa e lire 500 per saldar detta chiesa. Forse in questo anno si stava preparando il bellissimo portale d'ingresso. Il Vescovo Marino Giorgi (1596-1632) il 27 maggio 1599 dichiarava che questa chiesa era prepositurale, che non era consacrata, da poco finita, e fabbricata dalle fondamenta dal Comune di Rovato. Altri documenti inediti registrano pagamenti fra gli anni 1591 e 1597, indicando con questo che fino alla fine del Cinquecento i lavori all'interno del cantiere della chiesa erano assai fervidi. Un documento del 1605 ci informa sul pulpito: "Giorni scorsi fu fatto l'accordo con Orazio de Pedersolis abitante in Rovato scultore di legno per fare il pulpito nella chiesa parrocchiale di questa terra per i predicatori e si tratta di assegnare il luogo più adatto nella chiesa dove porre e appoggiare questo pulpito e specialmente per togliere tutte quelle costruzioni per le dispute che possono occorrere; in particolare questo pergamo o pulpito sia appoggiato alla colonna di destra esistente verso la porta della chiesa esistente verso mezzogiorno presso la casa della scuola del Consorzio".


Nel 1625 la chiesa viene consacrata e il Comune dà incarico di sistemare la pietra con la avvenuta consacrazione. Ciò potrebbe riferirsi alla grande iscrizione che si rinviene nascosta dalla bussola della porta maggiore e recita: «VETERI ECCLESIAE AN: 1419 A IO: DE ARAGO: CARD: LEG: IN COLLEGIATAM / INSIGNE: ERECTA; A SIXTO IV. 1481. CONFERMATA, FVNDITVS DEMOLITA, HANC / IN HONOR ASSVMPTIONIS B: M: VIG: S IN AMPLIOR ET ELEGANTIOREM / FORMAM 1590 CONSTRUVENDAM, ET FAVENTE MARINO IO: GEORGIO EPO: / COLLEGV IAM ANTQVATV [...l 1610 [...1/ AN 1614 AVCTV. QVIQ». "Alla vecchia chiesa (edificata) nell'anno 1419, eretta a Collegiata Insigne dal Cardinale Legato Giovanni d'Aragona (nel 1479), confermata da Sisto IV nell'anno 1481, demolita dalle fondamenta (1585) e ricostruita in forma più ampia ed elegante in onore dell'Assunzione della Vergine nel 1590 (nel 1592 terminano i lavori) e con il favore di Marino Giorgi Vescovo".


Nel 1627 si ha notizia di un compenso fornito "Per sottisfar li pittori muratori con altri per le spese fatte a regular la facciata della chiesa parrocchiale avanti circa lire 400". Nel 1839 appena nominato prevosto don Carlo Angelini di Rovato pensò subito ai restauri della chiesa parrocchiale, malandata, senza decorazioni né pitture. Nel 1842 egli dava il via ad un grandioso restauro per il quale aveva convocato l'architetto Rodolfo Vantini che a Rovato aveva già realizzato i disegni per la piazza del mercato. Bocciato il progetto di girare l'orientamento della chiesa a E e di costruire una nuova facciata con una grande scalinata e si procedette ad altre soluzioni. Dopo una prima, relativa al solo coro il 7 aprile 1843 presentò un intervento più radicale, con pianta e sezione interna. Soltanto il 9 agosto 1844 il Regio Subeconomo di Chiari autorizzava la spesa per i restauri ritenuti necessari avallando un sussidio della amministrazione comunale (L. austriache 25.000) circa i due terzi delle spese preventivate. I lavori si avviano nel 1844: le finestre semicircolari sostituiscono quelle rettangolari preesistenti. La modifica della Cappella del SS.mo Sacramento, progettata dal Vantini già nel 1845 iniziò solo nel 1847, a causa delle interferenze progettuali della Fabbriceria, dell'autorizzazione del Regio Subeconomo, delle revisioni, delle incomprensioni col progettista e dei rapporti con le autorità imperiali. Intanto proseguivano i lavori di restauro nella chiesa; l'Angelini voleva i vestiboli delle porte laterali previsti dal Vantini, ma la Fabbriceria era indecisa come anche l'Angelini che rimandò per due volte il progetto, per questioni economiche. Accantonato il disegno della cancellata della cappella al SS. Sacramento del Vantini, nel 1884 venne disegnato dall'architetto Tagliaferri e realizzato dal fabbro Caratti. Nel 1847 fu sistemato anche il cornicione della chiesa. Per qualche tempo i lavori proseguirono lentamente e nel 1851 si completava la prima fase.


Nel settembre 1851, terminati gli interventi delle finestre della navata, si pensò a chiudere le finestre delle cappelle laterali e anche i lavori al SS.mo Sacramento, mentre la Fabbriceria autorizzava il previsto dislocamento del battistero. Anche le porte laterali e relativi vestiboli furono eseguite tra il 1851 e il 1852. Il 15 marzo 1853 Vantini redige la stima delle spese di ricostruzione del coro che viene ampliato ed assieme si prevedono la posa dei pavimenti, la costruzione dei sedili del coro, la sistemazione delle cantorie cinquecentesche, la ricomposizione dell'altare settecentesco precedentemente smontato, la ricollocazione della suasa e della pala settecentesca ed i lavori partono lo stesso anno. Dal 1853 al 1855 Tommaso Castellini e Antonio Guadagnini provvedevano, fra ampi interventi su finestre e finestroni, ad una vasta decorazione della chiesa. L'ultimo lavoro eseguito dal Guadagnini e dal Castellini fu il restauro della Cappella di S. Carlo, eseguito entro la fine dell'ottobre 1855. Si avranno altri interventi fra il 1882 e gli anni Trenta del nostro secolo a cura del Tagliaferri e di altri. Il 20 febbraio 1912, il Ministero della Pubblica Istruzione notifica che la Chiesa Parrocchiale è sottoposta ai vincoli di tutela della Legge n. 364 del 20 giugno 1909. Opere di restauro e di abbellimento vennero compiute nel 1936 in vista della Consacrazione fatta dal vescovo mons. Tredici il 16 ottobre. Altri interventi nel 1977 (tetto) e nel 1982 (portale). Dal 1991 al 1996 la chiesa fu restaurata per iniziativa di mons. Gianni Albertelli incominciando dalla facciata e dalla porta in pietra simona, alla cappella del S. Cuore ricuperata, agli affreschi e decorazioni dell'intera chiesa riportando allo splendore originale affreschi, decorazioni e stucchi, le tele di Palma il Giovane, 14 Via Crucis del Cirari, opere lignee e policrome che ornano le navate laterali.


LA FACCIATA. È decorata da quattro lesene con base in pietra di Sarnico; ha nel centro un portale della medesima pietra, formato ai lati da due colonne sostenenti un architrave finemente lavorato, sul quale poggia un semicerchio. Nella lunetta vi è una scolorita pittura, forse rappresentante la nascita di Gesù. Sull'architrave della porta è scritto "Collegiata insignis" e nel sottarco vi è uno stemma. Secondo alcune registrazioni, questo portale venne eseguito verso il 1597. Nella parte alta della facciata era una finestra circolare (oculus), e ai lati due modiglioni o sagome decorative di uso in quel tempo, come appare in altri esemplari. Sembra di vedere realizzato il modello in legno della cattedrale di Pavia di Cristoforo Rocchi e Giov. Pietro Fugazza, o un simile del Duomo di Cortona di Andrea Sansovino, o della chiesa di S. Giovanni di Jirolamo Genga a Pesaro. Nel recente restauro sulla parete meridionale esterna è apparso un frammento decorativo a forma di angolo di cornice che potrebbe attribuirsi alla stessa epoca. La navata centrale ha nei sottogronda modanature o cornici decorative in laterizio e a rilievo di belle forme (altezza cm. 60 x 50) recentemente restaurate nelle parti mancanti, mentre le cornici, pur in rilievo delle altre parti più basse della chiesa, sono state coperte e lisciate, essendo troppo erose. Già simili decorazioni al tetto furono nella demolita prepositurale precedente, e di queste fa cenno il Todeschini, perché voleva conservarle e rimetterle nella ricostruzione. Il portale cinquecentesco ha il protiro che riprende eleganti motivi bramanteschi tipici di molte costruzioni lombarde. Il portone venne realizzato nel 1884 da Clemente Rivetti come attestano le iscrizioni dei rosoni centrali (III centenario di S. Carlo 1884).


Nel 1903 si affidò all'ing. Almici di Chiari di proporre un progetto per la facciata, ma risultando troppo oneroso si rimandò fino al 1905 quando la Fabbriceria per motivi di sicurezza lo riconvocò incaricandolo solo di consolidare la facciata. Espresse parere favorevole a questa linea di intervento anche l'ing. Egidio Dabbeni di Brescia.


GUIDA ARTISTICO STORICA DELLA CHIESA. Nello schema basilicale la chiesa viene definita da Giovanni Cappelletto "una replica impoverita della chiesa parrocchiale di Desenzano" giacché l'architetto volle ripetervi «il medesimo schema basilicale, solo differenziato dalla presenza di una piccola cupola sopra il presbiterio, ma identico nel sistema delle cappelle laterali, con eguale alternanza accusata all'esterno. Manca però, ed è una lacuna che si nota, l'apparato delle modanature in pietra che furono imitate, per mancanza di mezzi, "ad affresco"». Ma nonostante queste riserve la chiesa conserva lo stesso una sua severa maestosità. Il Vantini eseguì, poi, modifiche ed ampliamenti che tolsero all'edificio parte della sua originale struttura tardo cinquecentesca. L'edificio ha schema basilicale su tre navate; nell'interno misura in lunghezza m. 54 e m. 18,50 in larghezza.


AFFRESCHI E DECORAZIONI. Il ciclo pittorico in cui il Guadagnini unisce il suo eclettismo accademico alla capacità di esprimere un'autentica devozione popolare, si estende in tutta la Chiesa. Nel catino dell'abside il "Redentore", i due riquadri con la "Liberazione di San Pietro dal carcere" e "La conversione di San Paolo"; nella calotta la "Trasfigurazione" e nei pennacchi i Padri della Chiesa. Nella volta della navata: il grande medaglione centrale "Assunzione di Maria", due altri medaglioni a rombo "Gloria di San Carlo" e "Gloria dei Santi Faustino e Giovita"; ottagoni con Santi e gli Apostoli; in altri sei ovali monocromi illustrò episodi della vita di San Carlo. Partendo a destra dall'ingresso si vede il cardinale di Milano che arriva a Rovato, adora il Crocefisso, conferisce le Cresime, consegna nella pieve di Santo Stefano la veste clericale al cugino Federico, si accomiata dai rovatesi. Nell'ultima scena, infine è Federico, divenuto arcivescovo, che dona ai rovatesi una reliquia, di San Carlo. Nella controfacciata un grande affresco (m. 3 x 7) rappresenta l'incontro di S. Ambrogio con l'imperatore Teodosio. Nel 1856 il prevosto volle che l'Inganni realizzasse le due ultime lunette in fondo alle navate laterali con il "Battesimo di Gesù" e "L'incredulità di S. Tommaso".


Tutte le inquadrature e decorazioni sono state eseguite da Tommaso Castellini dal 1854 al 1862. In cima alle due navate laterali due tele: S. Angela Merici (cm. 180 x 110) dipinto, secondo Luciano Anelli "sui modi" di Antonio Paglia e restaurato nel 1980 da Giuseppina Mazza di Rovato; e S. Luigi Gonzaga di Sante Cattaneo (firmato 1779). Pregevole il Crocefisso (cm. 198 x 133) della bottega Fantoni e databile al 1732 che viene portato in solenne processione il Venerdi Santo.


PRESBITERIO E ALTARE MAGGIORE. All'inizio del 1769, quando ormai i lavori alla cappella del SS.mo volgevano al termine, si iniziò a parlare di una dilatazione del Presbiterio e di accomodare l'organo. L'altare maggiore fu realizzato nel 1770. Si innalza su tre gradini di giallo di S. Ambrogio, a profilo sagomato e convesso sugli angoli, al centro del paliotto, una specchiatura quadrilobata di lapislazzuli porta una croce sbalzata in bronzo dorato, con quattro raggi. Le cartelle, rettangolari con encarpi bronzei, sono di brecce alpine verdi e rosse, mentre la mensa, tutte le cornici bianche e le eleganti volute barocche ai lati, sono di Botticino. Con gli stessi materiali è costruita pure l'alzata per i candelieri: questa porta però due eleganti cartelline sagomate di Rosso di Francia, incorniciate da modanature bronzee, disposte ai lati del tabernacolo. Quest'ultimo è come sempre accade, la parte più preziosa di tutta l'opera, realizzato come un tempietto in marmi e pietre dure, con quattro colonnine tornite e capitelli di bronzo dorato. Pure di bronzo dorato è la piccola porticina per l'Eucaristia. Nel 1773 si collocò la soasa della pala, si regolarizzarono le muraglie del coro, si aprirono due finestroni sopra la cornice e se ne otturarono altri due. Sotto la soasa si legge: «B.M.V.A.N. DOMINICUS CODENOTTI HUIUS AEC. COL. INS. PRAEP. ANNO MDCCLXXIV». Essa risulta composta con moduli e materiali che la legano all'altare maggiore; la sua collocazione nel 1774 può datare la tela al 1768-1770.


La pala raffigurante S. Maria Assunta venne ritenuta a lungo opera di G.B. Pittoni, ma nel 1984, durante una sommaria opera di pulitura eseguita da Silvio Meisso, apparve in caratteri greci maiuscoli la firma di Giambettino Cignaroli (1706-1770). Il dipinto di Rovato dovrebbe essere, secondo Sandro Guerini, tra le ultime cose del pittore, poiché non vi scorgiamo la precisione di contorni che contraddistingue il suo primo modo di dipingere, quello che piacque qui a Brescia intorno agli anni 1751-1757, quando l'artista venne incaricato prima di eseguire la pala dell'Ospedale degli Orfani della Misericordia e poi la tela di S. Lorenzo. Nel 1891 la Fabbriceria decise di sistemare il presbiterio, sostituendo il pavimento (realizzato dal marmista Luigi Gamba di Rezzato) bianco di Carrara e nero di Varenna con gradinata di accesso in marmo di Carrara, con una nuova balaustrata in bronzo su progetto dell'ing. Giovanni Tagliaferri. Il coro ligneo è di nobili e sobrie linee del '700. L'attuale altare mobile posto nel presbiterio è dedicato alla beata Annunciata Cocchetti. Fu eretto nel 1991 su progetto dell'arch. Valentino Volta (consulenza artistica di Aldo Caratti e Silvio Meisso) con la collaborazione della decoratrice Baiguera utilizzando le formelle bronzee della balaustra di Antonio Tagliaferri.


ALTARE DEL ROSARIO. V. Volta riporta una quietanza di Giuseppe Bulgarini (30 novembre 1602) per scudi 25 "per un paro de angeli fatti nuovamente alla Scola sudetta et anco di aconto per trej pezzi de intaglij fatti quali vanno alla ancona di detta Scola". Perciò, l'ancona del Rosario di Rovato si pone temporaneamente oggi al primo posto tra le opere bresciane conosciute dello scultore bresciano Giuseppe Bulgarini. In alto vi è un coronamento di 5 angeli che reggono formelle con i misteri del Rosario e dalla trabeazione emerge la statua dell'Eterno; altre formelle sono disposte lungo le lesene ai fianchi delle colonne; gli altri due misteri sono rappresentati uno all'altare di fronte e l'altro nella pala di questo. Dietro le colonne vi sono lesene riccamente intagliate, ma nascoste alla vista e con altri elementi fanno pensare ad un successivo adattamento di tutto l'altare destinato ad una diversa dedicazione. Varie le ipotesi, e comunque l'attribuzione di gran parte della struttura lignea, a Gaspare Bianchi, deve essere messa in discussione, non dimenticando inoltre la pregevole decorazione ad affresco, scoperta nel corso degli ultimi restauri, di cui non si conosce molto se non la possibile appartenenza al Seicento. La soasa lignea fu restaurata nel 1996 da Marina Baiguera e da Vincenzo Marini ed allora vi si scoprirono affreschi secenteschi. La pala è firmata da Palma il Giovane (autore anche dei misteri del Rosario), ma non datata e rappresenta la Madonna del Rosario e pare vi sia l'autoritratto del pittore. Sulla mensa uno splendido tabernacolo in legno dorato. Un tempo sull'altare si trovava la statua della Madonna del Rosario "con capelli naturali" e del bambino "con parrucchino" commissionata alla bottega Fantoni nel 1708.


CAPPELLA E ALTARE DI SAN CARLO. Costruiti negli anni fra il 1620 e il 1634; i pagamenti effettuati dal massaro del Comune, riguardano, in ordine di tempo, l'altare e poi la cappella che lo accoglie. Un pagamento del 1621 oltre all'altare, menziona esplicitamente la pala, eseguita da Jacopo Negretti detto Palma il Giovane. Dagli atti della visita del vescovo Marino Giorgi (23 aprile 1624), si sa che era ancora in via di costruzione. Il visitatore ordinava che venisse finita e chiusa come tutte le altre cappelle. Era già custodito da una Confraternita e nel 1626 vi vennero deposte le insigni reliquie di S. Carlo B. donate dal nipote card. Federico. Nel 1634 si annota: "Libertà concessa di removere il remenato et piloni all'altare di S. Carlo continuando unde sopra e sta concesso che conforme il bisogno et la prudenza dei maestri di cassola possa essere levato il remenato o parte di quello del volto e parte delli piloni alle porte dell'altare di S. Carlo e S. Bernardino nella Parrocchiale di Rovato, acciò il grande altare et grande mole di marmore di novo fatta sia maggiormente vista et non richiusa senza ordine et perché così è necessario e presa a spesa però della Scola di S. Carlo e così a viva voce et sopra concessa la proposta fatta dal Sig. Paolo Dusino per ogni miglior modo". Ai lati della cappella il Guadagnini dipinse con decorazioni di Tommaso Castellini "S. Carlo B. in processione di penitenza" (lato sinistro) e "S. Carlo che comunica un'appestata" (lato destro) e ciò per voto fatto a S. Carlo ai tempi del colera del 1855.


CAPPELLA DEL SANTISSIMO. La cappella del SS.mo Sacramento secondo il disegno originale del Todeschini aveva la dimensione delle altre. L'arch. V. Volta documenta che Giuseppe Bulgarini aveva completato l'ancona del SS.mo Sacramento nella chiesa Parrocchiale di Rovato nel 1607, ma che poi quest'opera era andata perduta quando l'altare venne rifatto per voto popolare dopo la peste del 1630. Per l'ancona lignea del SS.mo, nel 1611 fu chiamato Gio Batta Cimetto in collaborazione con Orazio Rizzardi e Lorenzo Chiodi, altri intagliatori all'inizio del Seicento. L'attuale altare del SS.mo venne fatto eseguire da un artista di cui ancora rimane ignoto il nome, come voto nel tempo della peste del 1630. Non si trovava al luogo attuale ma era l'altare maggiore (quindi posto al vertice della navata) ed era noto per le sue reliquie, specialmente quella della Santa Croce.


In cornice di marmo nero e riporti argentei c'è la pala di Palma il Giovane e raffigura l'ultima Cena, restaurata nel 1990 da Silvio Meisso. L'ancona in legno o almeno due angeli che l'affiancavano erano di Giuseppe Bulgarini (pagamento nel 1607) ma fu poi sostituita dall'attuale cornice del tardo '700. Il 2 aprile 1766 si approvò l'ampliamento della cappella del Santissimo e l'anno seguente, il 5 aprile 1767, si affidò l'opera a Carlo Merlini; attorno al 1770 si spostò l'altare del Santissimo alla nuova cappella per fare luogo all'attuale altare maggiore. Nel 1847 si pose il nuovo pavimento in bianco di Ome e nero di Varenna dalla ditta Luigi Medici e figli di Ome. Nel 1882, per "porre riparo ai replicati danni che venivano da malevoli, cagionati all'altare del SS. Sacramento guastandolo ed asportandolo taluni dei vari fregi d'argento che sono annessi al sacro tabernacolo", venne progettata nel 1882 da Antonio Tagliaferri una cancellata realizzata, nel 1884, dal fabbro Luigi Caratti sotto la direzione dell'ing. Bertuzzi. Per completare l'altare del SS.mo Sacramento la Fabbriceria, in data 18 luglio 1888 stipulava con Baldini Pietro argentiere di Brescia un contratto relativo alle opere di restauro dell'altare. Nel 1907 l'ing. Evaristo Stefini, incaricato di progettare un rifacimento della Cappella del Santissimo presentava due progetti: uno in stile barocco e l'altro in stile gotico, ma la Fabbriceria per mancanza di fondi non realizzerà alcun progetto. Alcuni cittadini offrirono di far eseguire a loro spese il restauro e la decorazione alla cappella del SS.mo Sacramento: i lavori furono appaltati agli impresari Giuseppe Curti e Silvio Valzorio secondo le direttive dell'ing. Tagliaferri anche collaudatore delle opere, da completare entro la fine di novembre 1909 con una spesa di lire 4000. Per la decorazione pittorica venne convocato Giuseppe Trainini che eseguì le decorazioni in pittura e stucco "più quattro vetri di cornici nonché le dorature" mentre il pittore rovatese Gerolamo Calca (1878-1957) dipinse nella volta la parabola del Buon Pastore e nei pennacchi gli Evangelisti (1910-1911). Ai fianchi della cupola due vetrate, finemente lavorate dall'antica «Vetreria bresciana di Testori & C.», danno luce all'intera cappella e rappresentano Cristo nella cena di Emmaus e, di fronte, l'incontro con la samaritana al pozzo eseguite su disegno del pittore bresciano Fausto Codenotti. Alle pareti sono due belle pale provenienti da S. Rocco: a destra la Madonna col Bimbo e i Santi Giovanni Nepomuceno, Carlo e Francesco di Paola; a sinistra la pala rappresentante la Madonna col Bimbo, S. Giovanni Nepomuceno e S. Apollonia.


ALTARE DELLA VISITAZIONE. Accoglie una pala (cm. 300 x 210) raffigurante la Madonna, firmata da Pietro Malombra (1556-1618) e restaurata da Luisa Salvalai nel 1993. «Lavoro veneziano di rara finezza cromatica e di grandiosa ambientazione scenografico architettonica da avvicinare alle più note scene eseguite dal Malombra per il Palazzo Ducale a Venezia». La statua lignea policroma della B.V. seduta col Bambino è di scuola bresciana e viene fatta risalire alla fine del '400, più probabilmente è del primo '500, è venerata come miracolosa. Particolarmente amata e posta un tempo su una colonna dirimpetto alla cappella del S. Rosario venne eretta nel 1644 anche con l'intento di ospitare le SS. Reliquie. La statua è racchiusa in una nicchia di marmo, con pregevoli sbalzi in argento mentre il trono attuale porta la data "1710 G.N.M.R.". Per inserirvi la nicchia e la statua è stata ritagliata in basso una parte della tela raffigurante la Visita di M.V. ad Elisabetta del Malombra. Nel gennaio 1748 a questa immagine venne attribuita la liberazione da una grave epidemia bovina. Venerata particolarmente una statua dell'Immacolata conservata sull'altare della Visitazione sotto la pala alla quale, nel dicembre 1753 venne tributato un atto solenne di ringraziamento in seguito alla pacificazione tra "oriundi" e "forestieri" dopo 44 anni di dispendiosi litigi. Segue a questa cappella un piccolo monumento eretto in onore della Beata Annunciata Cocchetti e il battistero con affresco di Oscar di Prata.


LA SAGRESTIA. Nel 1859 fu sistemata anche la sacrestia nella forma attuale. In sagrestia si trova una Madonna del Rosario con Santi di Pietro Rosa e un'Immacolata firmata da Giovanni Paglia; 15 ritratti dei prevosti di cui uno firmato da Eleonora Monti. Un armadio corre lungo le due pareti maggiori e reca la scritta: "...arys, nova haec in commodissimam et elegantem formam Clerus huius parochialis Collegiatae Insignis et venerandae Societates in ea erectae ad sacerdotum usum et commodum... veteribus inaequalibus anno 1664 Christo favente Gallarino canonico Vic. Foraneo curante et Francisco Bersino oeconomo Ioanne Antonio Marino canonico curato ad laudem Dei Beateque Virginis Assumptae Santci Joseph prote...". Vi sono custoditi molti parametri assai apprezzati per fattura e antichità. Altro armadio fu costruito per incarico del prevosto Avogadro da Clemente Riva, con al centro in un ovale il ritratto del Santo per conservarne le Reliquie. La statua di S. Carlo venne eseguita nel 1936 in Val Gardena.


L'ORGANO. A metà del 1774 si sistemò l'impianto organario e si realizzarono le cantorie "meno sporgenti possibile". Venne costruito nel 1806 circa dai fratelli Luigi e Antonio Cadei, per particolare iniziativa del can. Francesco Barbieri, e nel 1813 consegnarono il controrgano. I Cadei ne curarono la manutenzione fino al 1855. La casa organaria Sgritta di Bergamo nel 1876 vi operò un rimpasto con aggiunta di strumenti e ottenne la manutenzione. Nel 1887 venne restaurato da Prospero Foglia di Palazzolo s.O. Nel 1900 se ne compì un ripasso da parte di Giovanni Riboli di Crema, da Roberti Francesco e Figlio Arturo di Bergamo, più tardi da Piceni Domenico ecc. fino all'ultimo intervento nel 1968 dalla ditta Arturo Pedrini di Binanuova.


ALTRE OPERE. Nel 1884 la Fabbriceria commissiona alla ditta Clemente Rivetti la porta maggiore che reca intagli del giovane Clemente Rivetti a quei tempi ancora studente a Brera. Clemente Rivetti poi eseguiva il grande armadio reliquiario della sagrestia. Nel 1904 intervenne sull'altare del Rosario, con pulitura, indoratura e riparazione. Nel 1910 per il centenario della Canonizzazione di S. Carlo per iniziativa del prevosto Domenico Tampalini venivano eseguite tre vetrate della facciata raffiguranti nella centrale S. Carlo e in quelle dei lati i S.S. Prospero e Defendente. La vetreria artistica dei Flli Marangoni nel 1930 forniva i vetri da applicare alle finestre lungo le due navi; tra il 1935 e il 1936 forniva le vetrate a semicerchio in vetri colorati e istoriazione. Nel 1936 la bottega di Caratti Francesco forniva i dodici lampadari in ferro battuto, decorati con una greca in ottone e con delle coppette in vetro posizionate sui vari punti luce dei dodici lampadari.


EDIFICI ADIACENTI LA PARROCCHIALE. Questi edifici fanno parte del complesso monumentale della Collegiata di Rovato e sono legati fra di loro anche fisicamente.


CAPPELLA DEL SACRO CUORE. Nel 1611 veniva iniziata la sagrestia. Nel 1824 l'architetto palazzolese Carlo Antonio Manna progetta e costruisce una nuova sacrestia sul lato settentrionale della chiesa, definita sacrestia grande, con pianta rettangolare e tetto a padiglione con la funzione di raccordo tra il corpo della cappella del SS.mo ed il torrione. Nel 1840 sull'adiacente bastione del castello fu collocata la cappella di S. Luigi a servizio dell'oratorio maschile. Nel 1902 l'architetto Carlo Melchiotti, incaricato da Mons. Gramatica, univa la sagrestia e la cappella di S. Luigi ricavando un unico oratorio intitolato al S. Cuore di Gesù uno dei pochi esempi di liberty sacro. Nell'oratorio Melchiotti si avvalse della collaborazione di vari artisti come l'intagliatore Clemente Rivetti che apprestò l'altare e arredi sacri; lo scultore Francesco Pezzoli per le statue del S. Cuore e di S. Margherita Maria Alacoque; il falegname Bortolo Davo per i 22 banchi; al decoratore-stuccatore coccagliese Francesco Rubagotti e ai suoi allievi Vincenzo Belleri e Antonio Abiendi di Rovato fu affidata l'intera quadratura e al bergamasco G. B. Galizzi gli affreschi raffiguranti la Natività e la Risurrezione di Lazzaro. Tutti questi artigiani contribuirono alla creazione di un'opera che bene si inseriva nel panorama definito dal nuovo linguaggio Liberty. La cappella fu usata fino agli anni Cinquanta ed in seguito abbandonata per il crollo di pezzi di stucco. Fu completamente restaurata nel 1988 da Silvio Meisso e Marina Baiguera. Dagli interventi di ripulitura, consolidamento e recupero dei frammenti delle tinte originali, la cupola è tornata all'antico splendore: alla base un festone in gesso, bordato d'oro, che congiunge alcuni motivi floreali, sopra i quali tre fasce (vivacemente colorate di giallo, arancio e marroncino) si stringono attorno ad una porzione di scuro cielo stellato. Vi si trovano due belle tele: la presentazione di Maria al tempio (Antonio Vanzi); la presentazione di Gesù.


LA TORRE. Parlando dell'episodio del 1265 si dice che il popolo subito dopo il richiamo di una campana, si raccolse: non si specifica se la campana fosse della torre o di qualche chiesa. La torre com'è oggi, è più antica delle mura venete attuali (1470-1485) Le provvisioni parlano del rifacimento della campana maggiore (23 febbraio 1567) e nel gennaio 1576 l'elezione degli addetti alla torre. Nel 1624 il prevosto Menoni arricchì la torre di due nuove campane (la mezzana e quella "a morto") fabbricate da V. Luzzago. Ad esse nel 1629 venne aggiunta la maggiore. La torre coeva alla chiesa venne dotata di un buon concerto di campane che venne poi rinnovato nel 1828 per iniziativa del prevosto Bottelli.


IL VECCHIO CIMITERO DEI MORTI. Nel 1584 era posto fra la torre, la Disciplina e la parrocchiale. In occasione della costruzione della nuova cappella del SS.mo Sacramento, la "fasciata del cemiterio dovrà essere ristretta" da cui si deduce che allora e fino al 1770 circa il cimitero era localizzato lungo la cortina muraria medioevale a nord della chiesa, quindi occupando altra area o spostato per la costruzione della nuova chiesa. Vi esisteva un edificio detto "Casello dei Morti" nel quale ancora all'inizio dell'Ottocento si officiava e dove vi era un ossario.


ORATORIO DI S. GIORGIO O DISCIPLINA. Chiamato solitamente "Disciplina", è una antica e singolare chiesa semi sotterranea, orientata nel senso E-O, ed occupa lo spazio fra il lato orientale della cinta muraria, ed il basamento della torre. Questa chiesa risulta situata ad una quota inferiore di circa tre metri dal piano stradale esterno, e ciò dipende dalla grande antichità dell'edificio anteriore, alle ripetute demolizioni della cinta muraria e della parrocchiale e quindi progressivamente interrato dai detriti prodotti. C'è quindi poco da dire sulla sua struttura esterna, tranne che per le due finestre che illuminano il presbiterio, mentre la navata riceve luce da piccole aperture semicircolari lungo il lato N. L'interno è composto da una lunga navata terminante nel presbiterio sito ad E. La navata è coperta per metà da tre volte a crociera ribassate, mentre la seconda metà ha perduto le volte ora sostituite da un soffitto piano; le due parti sono raccordate fra loro da un arco. La pavimentazione è costituita da mattonelle in cotto in buono stato di conservazione.


G. Donni nello studio sulle Visite pastorali del Cinquecento riporta alcune note: nominata nella visita del vescovo Bollani come esistente sotto gli ambienti del Consorzio dei poveri. S. Carlo annota che la Disciplina non ha nulla al di fuori delle elemosine; è bene amministrata e per i rendiconti si chiama il Rettore. Si trova sotto le stanze del Consorzio; ha un unico altare. Vi si suole celebrare nella festa di S. Giorgio; d'inverno le donne sono solite radunarvisi per l'istruzione festiva della dottrina cristiana. Nel 1819 diventa sede dell'Oratorio femminile appena formato. Il presbiterio, rialzato di due gradini, risulta protetto da una bella grata metallica del Seicento con chiavistello originale ed apribile in quattro battenti, l'ambiente è a pianta quadrata, coperto da una volta a botte separata dalle prime due per mezzo di un arcone ribassato identico al precedente. Fra le due finestre, è posto uno splendido altare di gusto secentesco, poggiante su di una predella marmorea intarsiata a motivi geometrici. La mensa, anch'essa in marmo di Botticino è riccamente lavorata: lungo i fianchi abbiamo putti e volute che sorreggono il piano, intervallati fra loro da pannelli intarsiati con marmi rossi, neri, gialli e venati. Al di sopra una grande nicchia accoglie una crocifissione: un crocefisso notevole, che pare di scuola fantoniana, una Madonna in pianto e altre due figure minori; vari angeli raccolgono in coppe dorate i rivoli di sangue sgorganti dalle ferite del Cristo. La volta è decorata da arazzo dipinto, quadripartito, con campi azzurri divisi da crociere gialle e con al centro inserita in un cerchio la colomba dello Spirito Santo. Sul contro arco una rappresentazione sindonica del volto di Cristo sorretto da due putti, chiude l'interessante apparato decorativo del presbiterio che pare coevo all'altare. Lungo la parete di mezzogiorno, scoperti all'inizio degli anni Sessanta, si notano due lunette, datate 1497, con affreschi: in una sono rappresentati S. Rocco, S. Giorgio (al centro), S. Sebastiano. Nella seconda una Madonna in trono con un orante. Le volte hanno al centro due medaglioni con le lettere IHS con scritta e data 1496. La stessa parete verso il fondo reca delle sinopie, forse del Trecento, che rappresentano scene della Via Crucis, delineate a terra rossa su fondo a calce e poco leggibili in quanto picconate. L'accesso a questa chiesa è possibile tramite due scale in pietra di Sarnico: la prima posta sul fondo della navata sbocca all'ingresso vicino ai piedi della torre dotata di un bello stipite, anch'esso in pietra di Sarnico, a timpano spezzato dei primi del '600. La seconda scala invece, dalla parte opposta della navata porta presso la sagrestia della parrocchiale.


IL CONSORZIO DEI POVERI. È una sala costruita sopra la Disciplina ed è documentato dalle prime visite pastorali del Cinquecento: esso trae origine da molteplici lasciti almeno dal Quattrocento. Un Consiglio ne amministrava il considerevole patrimonio i cui redditi erano erogati ai poveri del paese attraverso la dispensa di grano, farina e denaro in certe solennità e ricorrenze dell'anno. Il Consorzio di Rovato era in realtà un Monte Granario perché il suo patrimonio produceva grano (conservato nei propri granai) distribuito ai poveri per uso immediato, dato in prestito gratuitamente per la semina o distribuito a prezzo calmierato in tempo di carestia. Era nell'edificio ancora oggi chiamato "Consorzio", vicino alla chiesa Parrocchiale, sopra la Disciplina. Nel 1773 fu affrescato dal pittore rovatese Francesco Merlini, come recita il cartiglio: "Fra.us Merlini natus Rovati anno aetatis suae XX hoc opus fecit MDCCLXXIII" eseguendo la splendida prospettiva con al centro l'allegoria della Carità e ai lati le colonne di una loggia. Nell'Ottocento vi erano delle stanze destinate agli uffici della Cancelleria, della fabbriceria, dell'archivio, dell'alloggio del predicatore e dei sacrestani; vi erano ancora annessi dei locali destinati a granaio. Nel 1896 la Fabbriceria lo acquista dal Pio Luogo Ospedale Civile di Rovato. Vi è l'armadio della Confraternita del S. Rosario con la scritta: "Societas S. Rosarj Canonicus Fer.s Eleem.a Per Bartolomeum Blancum Anno 1679 erigendum curavit".


S. MICHELE SUL MONTE ORFANO. Sorge lungo la strada che dal Convento perviene alla Croce del Monte Orfano sopra una grotta con acqua sorgiva. Questo rilievo montuoso è isolato tra i colli della Franciacorta e la pianura bresciana, trasversale ad essa dalla valle dell'Oglio a Rovato. Esso presenta pochi piani adatti ad abitato civile risultando più adatto ad osservatorio con orizzonte estesissimo a seconda delle stagioni. La dedicazione e la sua posizione parrebbero avvicinarlo all'epoca della conversione dei Longobardi al Cristianesimo (Autari e Teodolinda 584-590); comunque si colloca tra i principali monumenti medievali dell'area, i vari s. Michele (Corte Franca, Provezze, Ome), s. Maria in Favento di Adro, la pieve di Erbusco, s. Eusebio e s. Lorenzo di Cologne. Le varie asserzioni sull'origine di questo luogo di culto, hanno in comune di ritenerlo assai antico: tempio già pagano, costruito sulla base di un torrione di antico castello, sviluppo di un'area sacra celtica. Certamente qui vi fu un luogo di culto precristiano, durato anche nel primo cristianesimo locale, essendo collocato sopra una grotta con una sorgente a forma circolare, dove in occasione della festività di S. Michele, i Rovatesi si recavano per attingere l'acqua ritenendola miracolosa, tradizione ora scomparsa. Quando i Longobardi si installarono nella fortificazione del monte trasformarono i resti di questo luogo sacro (ambiente carissimo alla mentalità ed alle superstizioni germaniche) dedicandolo all'Arcangelo San Michele, trasposizione cristiana del dio pagano Thor che armato combatte le forze del male, proprio come San Michele che affronta e trafigge il demonio. G. Panazza scrisse: «La Chiesa di S. Michele è una delle più antiche della Provincia di Brescia fortunatamente ancora intatta, anche se purtroppo in condizioni precarie. È una Chiesa ad una navata coperta da tetto, con abside semicircolare. Questa è di speciale importanza per le sue forme architettoniche che sono molto semplici, ma che risalgono certamente ai sec. IX-X, come rivelano le murature, l'ampia finestra poi ridotta a monofora più stretta nel sec. XII. Il tempio va probabilmente collegato ad un antico fortilizio, probabilmente di età longobarda». Leonardo Cozzando nel 1600 scrive «di molti documenti che avvertono che l'Oratorio di S. Michele sorse sul torrione del vetusto castello, distrutto poco dopo l'epoca longobarda»; C. Cocchetti nella sua «Storia di Brescia», scrive che «lassù nel secolo scorso, furono sterrati molti avanzi di fabbriche, ed anche un acquedotto e monete». Quando i luoghi di culto si spostarono in posti più accessibili e sorsero altre chiese nei pagi di Coccaglio, Erbusco, Rovato ecc., S. Michele col suo recinto fortificato e la sorgente d'acqua rimase un sicuro punto di riferimento e di ricovero specialmente di pastori che vi portavano le loro greggi al tempo della tosatura e del mercato, forse il più remoto avvio del mercato di Rovato. Ricordava tale consuetudine fino a pochi decenni fa, la tradizione di una fiera ovina sul piazzale della chiesa che si teneva il 29 settembre festa di San Michele. La consuetudine dei pastori e la posizione ipotizzata della Chiesa sembrano rilevabili in una scena affrescata nel catino dell'abside che rappresenta un recinto fortificato e delle pecore.


Gli interventi accertati e le rappresentazioni dei Santi negli affreschi visibili o coperti dimostrano la devozione e i culti qui praticati. Un documentondel 1351 riporta: "Luturollus de Greppa reddit annuatim soldos viginti imperiales pro decima Sancti Michaellis de Herbusco". Nella Visita del 1565 si riporta: S. Michele sul monte era custodita da un eremita e si ordinava di porre un altro leggio (cantero, psalterium) al posto dell'attuale che è rotto e demolire gli altari in modo che vi resti solo quello maggiore. Un documento sulla contesa fra Rovato circa la custodia della chiesa e le sue feste elenca numerosi romiti e custodi. Gli atti della visita di S. Carlo (1580) segnalano un oratorio dedicato all'apparizione di S. Michele. È sul monte ed è molto piccolo. Ha un solo altare in una cappella a volta, affrescata. Non ha alcun reddito. Vi si celebra nella festa di S. Michele e altre volte per devozione. Vi è annessa una casa dotata di orto in cui abita un eremita, converso dell'Ordine dei Serviti.


La relazione della visita del vescovo Giorgi (1678) registra: "Ha un puoco di terreno attorno del qual ne tien cura un heremita che può essere circa un piò e mezzo o due". Nella relazione del parroco per la visita M. Dolfin (1703) si legge: "L'Oratorio di S. Michele in Monte, povero, miserabile, si va però ideando di risarcirlo se sarà possibile".


In seguito risulta di juspatronato della Comunità di Rovato. Infatti, nel 1835, la chiesa è elencata fra quelle "comunali" ma amministrata da custodi o dalla fabbriceria, anche se quando nel 1876 un fulmine abbatté il campanile, fu il Comune di Rovato a progettare rifacimenti non eseguiti mentre insorgeva un contenzioso con la famiglia Tonelli per l'accesso al santuario e alla "grotta"; la chiave verrà affidata fino al 1959 al sagrestano della parrocchiale. Agli inizi del 1900 il prevosto mons. Gramatica provvide a rimettere alla luce gli affreschi dell'abside e della navata. Rifugio di sfollati durante la seconda guerra mondiale, riparata poi nel tetto, fatta segno a strappi di affreschi, finalmente, il 29 settembre 1959 la chiesa veniva riaperta e venivano avviate nel 1960 opere di consolidamento e di restauro. Nel 1972 veniva dichiarata Monumento Nazionale. In epoca napoleonica i soldati Francesi qui forse accampati di vedetta lasciarono, sull'affresco dei Santi Filastrio e Gaudenzio, alcuni graffiti raffiguranti dei gigli di Francia e degli alberi della libertà, ai quali alcuni nostalgici della Serenissima contrapposero, sempre in graffito, la scritta Venezia. Nel 1981 l'AVIS di Rovato, per ricordare i suoi primi 25 anni di vita, decise di promuovere, finanziare e realizzare i restauri della chiesa per farne, ferma restando la dedicazione a San Michele, un "Tempio del Donatore". I lavori condotti sotto la tutela della Sopraindendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici di Brescia, furono realizzati dal rovatese Silvio Meisso per la parte pittorica, dalla ditta Zafferri per la sistemazione ed impermeabilizzazione del tetto e da alcuni volontari dell'AVIS rovatese per le altre strutture.


Nel 1986 l'AVIS di Rovato istituì l'Associazione Amici della Chiesa di San Michele col compito di promuoverne la salvaguardia, la conoscenza, la valorizzazione ed il pubblico utilizzo.


ARCHITETTURA. La chiesa è realizzata in blocchi del caratteristico ceppo del Monte Orfano. La struttura architettonica ha subito, nel corso dei secoli, alcuni interventi che ne hanno modificato anche l'accesso, ma conserva le linee del sec. XV: aula con una sola navata a pianta rettangolare (m. 12 per 7,30), terminante con abside a E, accesso dalla parete laterale N, coperta da capriate. La muratura è realizzata con conci irregolari di conglomerato del Monte Orfano, disposti quasi sempre in corsi orizzontali. Il pavimento originale doveva essere più basso di almeno 70/80 cm come attesta l'impostazione della porta di accesso originaria sulla facciata, che ora scende sotto l'attuale pavimento in cotto.


L'abside semicircolare (sec. IX-X) aveva al centro un'ampia finestra poi ridotta a monofora nel XII secolo facilmente rilevabile dall'esterno; dopo vari e successivi rimpicciolímenti fu chiusa definitivamente nel 1487 quando il pittore Cristoforo, detto Bozo da Cremona dipinse l'abside. Infatti durante i restauri, un distacco di malta evidenziò che i riquadri degli affreschi precedenti (del XIV secolo) erano disposti lateralmente alla strombatura della finestra e che la loro decorazione proseguiva all'interno della stessa, segno che la monofora a quell'epoca era ancora aperta. La struttura esterna dell'abside evidenzia l'intonaco fine nell'intradosso dell'arco e mostra le varie fasi di rimpicciolimento della finestra, le cui sucessioni sono riscontrabili facilmente nella disposizione delle pietre sull'arco a tutto sesto e delle spalline.


Il fianco N non presenta alcuna vecchia apertura se non l'attuale porta d'ingresso. Il fianco S conserva un'antica finestrella con strombatura interna, in modo da apparire all'esterno come una feritoia, all'interno come una monofora a tutto sesto (la finestrella era chiusa ed è stata individuata e ripristinata durante il restauro del 1981); le due finestre rettangolari che si affiancano alla precedente, devono essere state aperte nel sec. XVII-XVIII nello spazio occupato da altre due monofore strombate (vedasi l'affresco di cui sopra) rovinando alcuni affreschi quattrocenteschi della parte medio alta della parete.


GLI AFFRESCHI. La chiesa, restaurata per la locale sezione AVIS da Silvio Meisso nel 1981 reca affreschi ex voto del sec. XIV arcaicizzanti ed altri del sec. XV-XVI, di grande interesse per la pittura lombarda. L'abside presenta un ciclo dovuto a una sola mano: sulla parete ricurva sono 4 riquadri rettangolari bordati di bianco e di rosso costituenti uno strato sovrapposto ad altro trecentesco, in parte leggibile e conservato, che rappresenta una Crocifissione, emersa in seguito ad uno strappo eseguito nel 1975 da ignoti nel tentativo di impadronirsi degli affreschi. In quella occasione vennero infatti rubati due dei quattro affreschi tardo quattrocenteschi dell'abside (alla destra di quello centrale che ripetevano la figura di San Michele) danneggiando quello centrale (Madonna e Bambino in trono) e quasi distrutto il riquadro alla sua sinistra con l'Arcangelo Michele. Nel riquadro centrale è la Madonna in trono che tiene fra le braccia il Figlio ritto su un ginocchio e che offre alla Madre un frutto mentre a lato è inginocchiato e orante il committente in piccole proporzioni: essa è molto simile a quella che si trova nelle chiese di S. Stefano di Rovato (la Madonna miracolosa è forse della stessa mano) e di S. Maria di Cividino, tutte del '400.


Nei due riquadri laterali a sinistra del centrale, il primo raffigura l'immagine di San Rocco; il riquadro a sinistra di questo, rappresenta la Madonna e il Bambino ed è della prima metà del XVI secolo (e nasconde altra composizione). L'affresco rappresenta, in piccolo e in basso, la facciata della chiesa di S. Michele colpita da un fulmine che doveva ricordare l'episodio: è interessante vedere la probabile configurazione della facciata prima della chiusura della porta di accesso localizzata sul fronte O, e l'apertura dell'ingresso laterale N. Il catino dell'abside è contornato da un bordo col motivo decorativo alla certosina, di gusto arcaico, che racchiude nella parte superiore la Natività (1487) con ai lati l'arcangelo Michele armato e S. Raffaele; in alto entro un mezzo disco contornato da iride multicolore il Cristo Pantocrator. Dopo i restauri del 1962 sotto la sorveglianza del prof. Panazza venne letta l'iscrizione "... de roado xpoforus dictus bozus de cremona die XXVII junii 1487". Cristoforo detto Bozo da Cremona, con tutta probabilità è il committente, raffigurato in ginocchio a sinistra nella calotta. Interessante l'origine cremonese del committente. Il Panazza afferma trattarsi di un maestro secondario della corrente di transizione fra il tardo gotico e il proto-rinascimento, un ritardatario che si muove ancora nella scia di Andrea Bembo come denotano le colline a pan di zucchero con quelle curiose scanalature che cercano di rendere gli strati rocciosi; le pose, i gesti, le fisionomie, le ricche armature, le varie figure di S. Michele.


Secondo il Panazza gli affreschi erano di notevole qualità per la freschezza dei colori, per il sottile sfumare nelle vesti e negli incarnati perlaceo-rosati, per il tondeggiare dei visi imbambolati nella serie dei santi e nella «Madonna col Bambino in trono», nella fascia sottostante, mentre nella calotta absidale la «Natività» assume un'intima poesia non indegna di un seguace di Bonifacio Bembo. Sulla parete a mattina all'interno di una triplice cornice nera bianca e rossa un Santo vescovo e un Santo: la corporatura e le mani allungate, il panneggio schematico e secco, ci portano all'ultimo quarto del sec. XIV.


La Pietà, acefala, in cui il costato è ben evidente, le braccia incrociate lasciano cadere le mani sull'addome (richiama simile immagine in S. Pietro in Lamosa) è della fine del Trecento. Vi è un riquadro con la Madonna ed il Bambino in trono fra S. Antonio abate e S. Rocco avvicinabile agli affreschi dell'abside. Parete di sinistra: S. Bernardino, anteriore al 1490.


ORATORIO DELL'APPARIZIONE DI S. MICHELE. I Longobardi ebbero un culto speciale per s. Michele rappresentato come pesatore di anime con armatura guerresca per meglio indicare la lotta contro Satana. A seguito della strepitosa vittoria longobarda contro i Bizantini sul Gargano (dove apparve come loro protettore: festa 8 maggio) ne venne diffuso il culto specialmente in Lombardia. I Missionari si servirono anche di questo culto per soppiantare quello di Wotan e di Thir sui vessilli guerreschi dei Germani; da allora comparve l'immagine di S. Michele, divenuto Santo nazionale. Non sfugga la vicinanza di questa chiesa a quella di s. Donato (santo caro ai Longobardi) e il s. Michele del Monte Orfano.


Nel 1580 in occasione della visita di S. Carlo viene scritto: "È campestre, piccolo, poco decoroso ed è sotto la parrocchia di Rovato. Ha un solo piccolo altare posto in una cappelletta a volta e affrescata. Non ha alcun reddito. Non vi si celebra". Decreto: "L'altare sia chiuso con dei cancelli secondo il prescritto. Il pavimento sia ricoperto di mattoni o terra cotta. Si conservi molto bene la serratura". Nella relazione del parroco per la visita pastorale del 1670, si legge: "L'oratorio di S. Michele nella strada alle fornaci (più o meno l'attuale incrocio Bonomelli per Iseo): non si celebra in esso anzi è più tosto un recettacolo di fuorusciti e altri malviventi che si ricoverano in ipso de' frutti in detto luogo. È meglio demolirla". Fu allora emanato questo decreto: "L'Oratorio di S. Michele, non ornato, quasi indecente, lo rendiamo profano e dichiariamo profanato e comandiamo che sia distrutto quanto prima e il materiale sia usato in altra opera ecclesiastica o sepolto".


SANTUARIO DELLA MADONNA DI S. STEFANO. Sorge in un angolo a O del paese, su un piccolo rilievo lungo la strada che porta al convento dell'Annunciata. Diaconia della pieve di Coccaglio (secondo Sandro Guerrini di quella di Rovato) è stata ritenuta come sottolineano gli atti di alcune visite pastorali: Marino Giorgi (1678), B. Gradenigo (1693), A.M. Querini (1737) e da una voce comune la prima parrocchia di Rovato. Subì molte vicissitudini. La chiesetta semplice degli inizi fu poi rifatta e ampliata a tre navate senza un preciso disegno. La navata di mezzo, maggiore in grandezza, serviva per gli uomini, una piccola per le donne e la terza per i catecumeni. Il Racheli sottolinea che «più volte venne dipinta da classiche mani e più volte, dalla rozza calce sovrappostavi, furono quelle pitture cancellate. Ma ne restano visibili alcune, massime in coro, sufficienti per far conoscere un pennello valente». Il culto di S. Lorenzo e il titolo di S. Stefano, rappresentati in diversi affreschi e celebrati come feste principali attestano che nella sua epoca più antica fu sede diaconale. Il primo documento attualmente conosciuto che ne parla direttamente è del 1334 e dice che il beneficio sacerdotale di s. Stefano e s. Donato pagava alla s. Sede un tributo di 9 fiorini d'oro. Ciò indica che i beni delle due chiese erano uniti in unico titolo e goduti da un sacerdote, forse a segnare l'unificazione del servizio pastorale reso in due chiese che in epoca molto antica (come indicano i titoli) officiavano due porzioni distinte di territorio come segnala la loro dotazione di cimitero. Nel 1376 era investito di questo beneficio il sac. Giacomo Mazzocchi di Coccaglio, che godeva diverse investiture beneficiali e che morì nel 1386.


Le due chiese sono nuovamente citate assieme nell'elenco dei benefici del 1410: "Squadra de Roado: Ecclesia Sanctorum Stefani et Donati de Roado valoris librarum XXVIII. Trìa clericalia beneficia valoris librae I sol. X pro quolibet". Allora Rovato non era ancora istituita in "Parrocchia", ma vi erano tre benefici clericali. Qualche notizia più recente abbiamo dalle visite pastorali. Nel 1565 Domenico Bollani: segnala la chiesa di S. Stefano protomartire come consacrata, bisognosa di serramenti ed ornamenti; il suo cimitero e quello di S. Donato dovevano essere recinti per impedire l'accesso agli animali.


Al tempo della visita di S. Carlo Borromeo: l'oratorio di S. Stefano è abbastanza ampio e decoroso, con due navate e tre altari. Vi è una cappella a volte, ampia. Vi si celebra nelle feste di S. Stefano, S. Lorenzo e Tutti i Santi. S. Carlo consegna il 6 ottobre 1580 in S. Stefano la veste talare al cugino Federico Borromeo. Nelle visite pastorali dei sec. XVII-XVIII la chiesa ha un cappellano, una Confraternita del SS. Sacramento, tre altari (maggiore, della Presentazione della B.V., di S. Lorenzo). Trasformata in scuola normale privata dalla rivoluzione giacobina la chiesa venne riaperta con propria Capellania.


Importanti e diversi interventi vennero eseguiti fra i quali: i muraglioni di sostegno (1836), la rampa di facciata (1864), sistemazione della facciata (1874), della piazzetta (1875)... Nel 1924 don Giuseppe Polvara, direttore della società "Amici dell'arte cristiana" di Milano compì una ispezione e stilò una relazione che costituì la guida degli interventi successivi fra cui nel 1925 lo scrostamento delle pareti interne alla ricerca di altri affreschi, asportazione provvisoria di quadretti ed ex voto. Si incaricava della direzione dei lavori il pittore G. Calca con facoltà di farsi sostituire dal maestro Rivetti Clemente che effettivamente collaborò. Furono scoperti parecchi affreschi e messe in miglior luce le pitture dell'abside e dell'altare maggiore. I lavori furono completati nel 1928-29 con l'abolizione del pulpito, e il restauro degli altari. Già nell'aprile 1940 mons. Zenucchini proponeva restauri e la valorizzazione del Santuario che di fatto furono avviati nel momento più acre della guerra quando la Madonna divenne ancor più la meta di viva devozione. Riallacciandosi alle direttive di mons. Polvara e sotto la direzione artistica del prof. Lancini di Chiari si eseguirono opere di ripristino della facciata abbattendo il portichetto che ne copriva la parte destra e liberazione dall'intonaco dei conci in pietra, rimozione dell'organo e riapertura del rosone, pulitura degli affreschi dell'abside e dell'altare di sinistra ad opera dei pittori Pescatori e Simoni.


Venne demolito un altare esterno eretto sotto un portichetto ed eretto sulla fossa comune dei morti di peste, sul quale campeggiava una grande tela che rappresentava una danza di scheletri sghignazzanti con la scritta riportata da C. Esposito: "Per te son d'Esculapio l'arti mute, se pria non chiedi al ciel la tua salute. Fui sapiente ma al fin dei dì vid'io, che la sapienza prima è temer Dio"; la tela è andata dispersa recentemente.


A conclusione delle Missioni (1946) sul fianco della Chiesa vennero murate terracotte a bassorilievo rappresentanti Cesare Cantù ed il card. Federico, opera di Romualdo Romano; un'altra fu posata nel 1947 sulla lunetta della porta centrale (il Redentore con ai lati S. Stefano e S. Lorenzo) e nel 1948 nella lunetta della porta laterale (Regina Pacis). Nello stesso 1948 il santuario venne ampiamente restaurato. Venne costruita la scalinata, richiamata alle prime linee architettoniche in pietra la facciata, eseguiti restauri dai pittori Pescatori e Simoni all'abside e all'altare di S. Lorenzo e rimosso l'organo.


Mons. L. Bonometti nel 1982-'83 avviò ampi interventi: il tetto rifatto a nuovo e trattato con isolante, intonaci interni ed esterni, pavimento in cotto, nuovo impianto di riscaldamento, ristrutturazione della casa adiacente. Gli ultimi interventi sono del 1987-88: restauro della porta centrale, sistemazione della torre, rifusione di 5 campane.


La visita artistica della chiesa mostra specie negli affreschi belle opere d'arte. Nel catino dell'abside domina il solenne Cristo racchiuso in una mandorla luminosa dai colori dell'iride, circondato dai simboli dei quattro evangelisti: l'aquila, il leone, il bue e l'angelo. In basso, divise da colonne, le scene della predica di Santo Stefano, del suo martirio, della crocifissione di Gesù e dell'Ultima Cena; nei due sottarchi, inseriti in archetti aperti sull'azzurro del cielo le figure di profeti e sibille, con cartigli gotichegianti che disegnano estrosi ghirigori. Questi affreschi riecheggiano opere consimili esistenti a Bienno, a Nave ed altre opere contemporanee. Questi affreschi dell'abside sono di un maestro non meglio identificato della fine del sec. XV e segnano il trapasso tra il gotico e il rinascimentale. Secondo il Panazza i Profeti e le Sibille, pur con quegli estrosi cartigli ancor goticheggianti riprendono nei motivi delle inquadrature architettoniche, nella tipologia, nei costumi, le Sibille di Bienno e ripetono, qui sviluppandolo e rendendolo quasi una cifra araldica, il tipo e il modo dei simboli evangelici che si erano visti all'Annunciata e alla Maddalena di Bienno, a Nave, nonché del Leone veneto alla Camera di commercio. L'Angelo di Matteo è la copia ingrandita e più monumentale di quelli di Nave e di Gussago, mentre il paesaggio quasi «siderale» riprende in tanti e tali particolari quello della tavola di «San Giorgio e la principessa» nella Pinacoteca da non poter negare uno stretto legame di dipendenza da quella tavola. Lo stesso G. Panazza e G. Mazzini hanno accostato l'autore degli affreschi Paolo da Caylina o Paolo da Brescia sempre a cavallo fra i sec. XV e XVI anche per il paesaggio panoramico e grandioso ma intessuto anche di minuzie miniaturistiehe, soffuso di luce quasi siderale...; ma si possono ben confrontare con quelle di Liberale da Verona esistenti alla SS. Annunciata di Montorfano, da collocare intorno al 1480-1485, date nelle quali secondo ricerche di Davide M. Montagna, Liberale fu presente a Rovato. Sul pilastro di sinistra è affrescata una Natività che il Panazza avvicina e opere di Gerolamo da Brescia e sottolinea come S. Giuseppe richiami quello di Savona. Francesco De Leonardis invece confrontandola con opere documentate di Liberale da Verona vi rinviene profonde somiglianze con affreschi di tale artista.


ALTARE MAGGIORE: il vecchio e cadente altare di legno fu sostituito con l'attuale di marmo (perizia di Luciano Tagliani) costruito nel 1828 da Gio. Francesco Fossati di Bergamo a spese della Confraternita del Santissimo Sacramento; la balaustra fu posta in opera nel 1895 da Grassi Francesco.


ALTARE DI S. LORENZO. Al vertice della navatella di sinistra. Vi è affrescata la Crocifissione che richiama analogo dipinto in S. Pietro di Lamosa a Provaglio. La volta, divisa in quattro spicchi, reca immagini quattrocentesche dei Dottori della Chiesa. Sull'altare c'è una statua di Santo Stefano (h. cm. 120) di autore ignoto del sec. XVII-XVIII restaurata nel 1989 da Marina Baiguera. La cappella fu restaurata nel 1892 con interventi del pittore Francesco Botticini e di Benedetto Rivetti.


GLI ALTRI AFFRESCHI. La navatella di sinistra reca altri affreschi che però abbondano in controfacciata (primo cinquecento) e in fondo alla navatella di destra sono particolarmente sigificativi.


DEPOSITO DEI MORTI GIÀ ALTARE DELLE ANIME DEL PURGATORIO. Fino ad epoca recente vi si coltivò un particolare culto legato alla presenza dei resti mortali di tanti antenati sepolti nel cimitero antico e specialmente in occasione della peste del 1630. Nel 1741 si costituì un patrimonio per erigere un altare interno a ricordo dei morti di peste: era addossato alla parete o forse in una cappella di poco sporgente sul lato nord. Nel 1891-92 si costruì un nuovo altare in muratura e stucchi. Quando nel 1925 si pose mano ai restauri suggeriti dal Polvara, non potendo compiere il costoso restauro e per evitare malumori nei devoti si optò per trasferire la mensa dell'altare nel sotterraneo della erigenda Cappella del Cimitero, ove esisteva un altare provvisorio in legno a ricordo dei Caduti per la Patria. La popolazione continuò tuttavia ad avere particolare devozione ai Morti, espressa anche con riti particolari come il legame di nastri presso la loro grata o il farvi camminare sopra i bambini. Ora sopra questo luogo di pietà è eretto un bel Crocefisso, mentre sulla parete di fondo si nota la paletta che rappresenta la liberazione delle anime dal Purgatorio.


LA CAPPELLA DELLA MADONNA. Vi è affrescata una Madonna col Bambino, ritenuta miracolosa. Il Panazza la ritiene della stessa mano dell'autore degli affreschi di S. Michele datati 1487. Attorno a questo affresco si è costruita nel tempo una bella cappella.


Importanti lavori decorativi e di sistemazione della Cappella ebbero luogo nel 1886-1889 ai quali parteciparono diversi artefici: l'architetto Antonio Tagliaferri (consulto sulle pitture decorative da farsi nello stile del sec. XIV e collaudo); l'intagliatore Benedetto Rivetti (disfatto l'altare della Madonna, riparato gli altari, fatta una cornice grande per l'immagine della B. Vergine, 6 banche con genuflettorio, un donzellone di noce intelerato, lucidato a gotico); il capomastro Curti per la sistemazione del soffitto; il pittore rovatese Botticini Francesco eseguiva opere di pittura e di decorazione alla volta e pareti su disegno del Tagliaferri; la pittura decorativa al presbiterio dell'altare maggiore ed alle arcate dell'altare di s. Lorenzo con relativi capitelli e pareti, tinta con bugnati coloriti alle arcate e basamento con cornice lavorata alla Chiesa. Nel 1901-1905 l'architetto Luigi Arcioni progettò un nuovo altare, la cornice con le nicchie per gli angeli, pavimento e cancellata. Zanni Cesare marmorino di Brescia nel 1901 eseguì e posò il nuovo altare, fece il contorno con nicchie e cuspidi per l'immagine della Madonna e posò il pavimento in marmo. Lo scultore Pezzoli Francesco nel luglio 1901 eseguì i bozzetti in gesso dei due angeli (con la possibilità di realizzarli poi in marmo o in bronzo) che sono ai lati dell'immagine della Madonna. Il pittore rovatese Botticini Francesco eseguì pitture decorative al nuovo altare ed all'affresco della Madonna; il fabbro Caratti Luigi costruì la cancellata in ferro attorno alla cappella e il fabbro rovatese Inselvini Giuseppe pose la scritta lungo lo zoccolo della cancellata della Madonna preparata dal peltraio Maroni di Rovato; Curti Giosuè posò il nuovo altare in marmo della Madonna. Rivetti Clemente curò i dettagli dei disegni delle cornici che racchiudono l'altare della Madonna, fece una finestra nuova ed allargò quella esistente.


Si aprì poi un concorso relativo alla decorazione della cappella: parteciparono i Rubagotti di Coccaglio e Girolamo Calca che risultò preferito e realizzò le sue opere nel 1905. Egli eseguì nella volta sovrastante l'altare quattro gruppi di angeli, divisi l'uno dall'altro da una fascia d'ornamento agli spigoli delle lunette. Nell'altra volta nel mezzo delle lunette quattro tondi con le teste dei profeti, con fasce lungo gli spigoli. Le colonne e le lesene furono dipinte in finto grafico e sulle lesene dell'arcata di mezzo dipinse due figure di Santi.


CAMPANILE E OROLOGIO: in un recente restauro del campanile si trovò la data (1772) ad indicare un intervento che forse gli diede la forma attuale. Nel 1868 vi era l'orologio da torre con tre quadranti, sistemato nel 1878 da Frassoni Pietro e sostituito nel 1909 da Frassoni Carlo.


Il centro della devozione è da molti secoli un affresco della Madonna che siede ieratica in trono con il Bambino divino sopra il ginocchio mentre con l'altra mano posata sull'altro ginocchio tiene un fiore. Alla Madonna si attribuì un già ricordato intervento durante l'assedio di Azzone Visconti nel 1326, quando dopo incendi e saccheggi egli, d'improvviso, liberò i prigionieri e condonò una pesante multa; nel 1509 si ripeté la protezione durante i cosiddetti vespri di Rovato. In seguito a grazie ottenute da tanti devoti, la chiesa di S. Stefano divenne mèta della devozione popolare mariana, e fatta oggetto di continui abbellimenti. Questa chiesa è stata resa celebre anche per visite illustri. Da S. Carlo Borromeo al cugino Federico ebbe devoti anche fra letterati e storici fra cui Carlo Cocchetti, Cesare Cantù, Silvio Pellico amico e ospite del patriota Tonelli di Coccaglio, suo compagno di sventura allo Spielberg. La devozione alla Vergine rimase vivissima anche dopo che la parrocchiale fu trasportata nella nuova grandiosa chiesa edificata entro la borgata.


La festa principale del santuario, solenne e pittoresca assieme, è sempre stata il 21 novembre con numerose messe, valenti predicatori, musica, dispensa di viveri da parte della Fabbriceria, luminarie, mortaretti. Agli inizi della II guerra mondiale venne fatto voto di incoronare la venerata immagine se Rovato fosse stato risparmiato da gravi sciagure. A tale protezione venne attribuito il 17 novembre 1944 il risparmio di vite umane in un tremendo scoppio di polveri caricate su carri ferroviari in sosta alla Tomba di Bernardo, fra Ospitaletto e Rovato, e ancora il 21 novembre, nel terribile bombardamento al quale furono sottratti, miracolosamente altri vagoni carichi di esplosivo. Alla Madonna di S. Stefano i soldati rovatesi attribuirono come a ripetuti miracoli la loro salvezza. Nel 1947 la chiesa venne dedicata ai Caduti e il 19 settembre 1948 su iniziativa del prevosto mons. Zenucchini il vescovo di Brescia monsignor Tredici al culmine di solennità grandissime, incoronò il venerato simulacro. Le feste e l'incoronazione segnarono un'esperienza indimenticabile in chi la visse, segno di rinascita spirituale di un popolo che affidava a Maria la sua speranza, esperienza che si rinnovò ancora in occasione della "Peregrinatio Mariae" nell'anno mariano del 1950, nel centenario delle apparizioni di Lourdes. Nel 1958 quando una copia della venerata immagine fu portata in Australia dove a Tonswille ebbe onori solenni.


S. ORSOLA: CONVENTO E CHIESA. Verso il 1590 nasceva a Rovato il gruppo delle Dimesse forse anche per impulso di S. Carlo Borromeo durante il suo soggiorno nel 1580. Poiché esse erano sparse nella borgata, senza casa di riunione e senza chiesa, il Vescovo Mons. Marino Giorgi inviò nel 1603 due Padri della Pace con l'ordine che si governassero secondo la regole delle Dimesse di Brescia, cioè di S. Orsola. L'organizzazione era molto semplice: nel convento si accettavano non solo le giovani di Rovato, ma anche le forestiere; l'istituto aveva una superiora chiamata Madre e una Vicaria, un superiore chiamato Padre (il Prevosto o un Canonico) e un vice superiore col nome di Sostituto. Venivano eletti a maggioranza di voti segreti dalla comunità presieduta dai Superiori di Brescia. Si dedicavano all'istruzione delle figlie del popolo e anche di distinte famiglie rovatesi tanto da attirarsi l'ammirazione nel 1797 della municipalità giacobina che il 2 gennaio 1798 incaricò due Dimesse a tenere una scuola gratuita per ragazze povere. In mezzo a molte traversie, le Dimesse continuarono la loro opera educatrice fino al 1810 (soppressione) quando il Prevosto Carlo Gatti (1786-1813) insieme con l'ultima Superiora, Madre Lucia Bertuzzi, tentò inutilmente di salvare l'istituto dalla soppressione napoleonica, facendolo passare come scuola pubblica o educandato. Nel 1819 gli alunni dell'Oratorio di S. Filippo Neri si trasferirono dalla Chiesa della Disciplina a quella di S. Orsola. Il collegio fu poi acquistato dai Rocchetti, i quali a loro volta lo vendettero (1825-1826) alla signora Margherita Caprini. Essa nel 1827 lo donava alla Marchesa Maddalena di Canossa e al suo nascente Istituto delle Figlie della Carità, dette Canossiane, che tuttora continuano l'opera educativa della gioventù femminile iniziata con tanto fervore dalle Orsoline.


PATROCINIO o MADONNA DI CARAVAGGIO già DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE. Sorge quasi in fondo alla medievale via Lorenzo Gigli di Rovato, antica quadra di Visnardo oggi meglio conosciuta come Capo Rovato, prima dell'innesto sulla antica strada Regale ai confini di Coccaglio. La struttura attuale è settecentesca e risulta dalla somma di tre distinti corpi di fabbrica. Almeno dal Quattrocento vi era una cappella con portichetto, in capo dell'attuale navata principale: lo testimonia il recente ritrovamento di una ghiera in cotto appartenente ad arco a sesto acuto probabile sostegno del portico davanti alla cappella originaria che aveva un'abside semicircolare, esternamente affrescata con immagini di animali (mucche, buoi, pecore, capre), di colori diversi e uniformi, rappresentate di profilo emerse nei restuari del settembre 1998. È ricordata nelle visite del Cinquecento (1565, 1580, 1599) col titolo della Concezione della Beata Vergine Maria; si dice che è piccola e stretta, con un solo altare e vi si celebra solo nella festa della Concezione della Beata Vergine Maria. Un cartiglio sull'abside reca la data 1608 e questa è pure la data della pala (Gracius Cossalis fac. MDCVIII). Nel 1608 si deve considerare concluso un notevole intervento sulla Chiesa e cioè l'innalzamento del corpo quadrangolare del presbiterio (cartiglio) incorporando e abolendo l'abisde semicircolare e posa della pala del Cossali. Nel 1635 la comunità restaurò la Chiesa già costruita per suo voto come attesta la lapide sul lato di sinistra, dell'attuale via Lorenzo Gigli, datata 1635: «ORATORIVM ISTVD A ROVATENSI COMMVNITATE ANTIQVITVS EX VOTO CONSTRVCTVM EADEM COMMVNITAS INSTAVRANDVM CVRAVIT ANNO MDCXXXV MENSE IVNII» (Questo Oratorio per voto costruito anticamente dalla Comunità Rovatese, la stessa Comunità si interessò a restaurarlo nell'anno 1635 nel mese di giugno). A seguito della peste (1630) le sue pareti erano state ricoperte di calce, e il simbolo del teschio con due tibie incrociate posto sotto l'imboccatura per le elemosine sul lato dell'attuale via Lorenzo Gigli ricorda quei tristi giorni. La Visita del 1656 attesta che vi era un solo altare; in quella del 1670 si attesta il legato di Daniele Lazzarone la cui famiglia era obbligata a 4 messe annue. Nel 1703 si parla di un legato per fabbricare la sacrestia lasciato da Antonio Dusino: non sarà eseguito per parecchi anni, come si rileva dalle visite successive. Nel 1747 in occasione di una afta epizootica la chiesa venne dedicata alla Madonna del Patrocinio.


Nel 1817 si accenna ad una reliquia della SS. Vergine custodita assieme a quella di un santo singolare, Aratore. Per tutto il secolo sono segnalate grandi feste popolari nella solennità del Patrocinio. Questa chiesa fu luogo di costante invocazione a Maria da parte dei fedeli, come testimoniavano i numerosissimi ex voto ed erano appesi anche degli oggetti (stampelle, abiti, monili e simili) a ricordo di grazie ricevute. Sino a prima della II guerra mondiale per chiedere la pioggia era consuetudine promuovere una processione fin qui partendo dalla chiesa parrocchiale e la tradizione popolare vuole che fosse consuetudine portarsi un ombrello perché dopo l'invocazione alla Madonna la pioggia non sarebbe mancata.


Il Racheli (1890) elenca due legati per la Chiesa del Patrocinio e la reliquia della B.V. Maria e di S. Bartolomeo apostolo. Forse anche per l'impulso di un suo famoso custode, Giuseppe Biloni detto "Pì de la Madona" (1837-1921) per la sua devozione e in fama di guaritore, nel secolo scorso si costruì la cappella laterale (completa lo spazio dalla sagrestia alla facciata) che si riempì di ex voto. Una tavoletta superstite mostra una processione dalla chiesetta alla parrocchiale con la scritta: «SUPPLICE ROVATO OGGI A MARIA V. DEL PATROCINIO CHIEDEVA SERENITÀ LUNGAMENTE SOSPIRATA MENTRE GIA' L'OTTENEVA IL 24 MAGGIO 1837». Del Pì si diceva avesse avuto ripetute visioni della Madonna di Caravaggio, ed egli portò e sostenne il culto di questa Madonna, ponendovi una statua in gesso della Madonna di Caravaggio. Il portale in pietra di Soncino è bello ma degradato dal cancro della pietra. La pala (cm. 250 x 140) raffigura la Madonna col Bambino e i S.S. Domenico e Francesco è di Grazio Cossali 1608. All'esterno sulla facciata O, sopra l'elemosiniere con il teschio ed in una bella cornice in pietra sagomata, uno o più affreschi oggi praticamente illeggibili. Nella lunetta del portale un affresco molto degradato raffigurante la Madonna con due angeli.


Nel 1995 la chiesa venne restaurata su iniziativa del Rotary Club Brescia - Franciacorta Oglio, sotto la guida di Guido Laffranchi. Il restauro (1997) di M. Baiguera ha rimesso in luce l'originaria decorazione settecentesca della volta del presbiterio.


S. ROCCO già S. MARTINO E S. SEBASTIANO. Antica cappella nella parte est di Rovato lungo la sede viaria romana S. Martino (S. Rocco) - Cimitero - Cà del diaol - Castegnato detta poi "strada bresciana". Dell'antica chiesa dedicata a S. Martino, forse di origine benedettina, rimangono alcune tracce come la primitiva forma medievale e l'orientamento E-O. Dedicata in seguito a qualche epidemia a S. Sebastiano, nel sec. XV fu intitolata a S. Rocco.


La chiesa nella forma attuale sarebbe stata costruita dal 1509 al 1514 e subito abbellita con affreschi in parte di Rovadino da Bovegno. Nella visita del 3 settembre 1565 il vescovo la trovò in decadenza, incustodita, minacciante rovina e per di più aperta ogni ora agli animali. Il vescovo affidò le necessarie riparazioni e custodia al Comune che lo rassicurò di rimettere "in buono ed onorevole stato la chiesa che era stata costruita per voto e su istanza del Comune". La navata e il presbiterio della chiesa dovevano avere all'origine il tetto a vista più alto di quello che sia oggi.


Dagli atti della visita di S. Carlo risulta che i lavori di consolidamento della chiesa erano stati eseguiti; essa aveva tre altari, il maggiore in una cappella a volta affrescata; vi si celebravano le feste di S. Rocco e di S. Defendente. Nel '600 venne rifatta la facciata, ridotti gli altari ad uno solo. Ma ciò che più dimostra la venerazione della quale la popolazione circondò il santuario è l'istituzione verso gli anni Trenta del sec. XVIII di una Confraternita di S. Rocco che condivide con la "Spetiale Comunità" l'amministrazione della chiesa. Una pala del Paglia del 1729 rappresenta S. Giovanni Nepomuceno e S. Apollonia il che fa supporre che gli altari laterali dedicati a questi Santi (la visita del Nava parla di S. Lucia anziché Apollonia) siano stati eretti press'a poco in quello stesso tempo. La Confraternita di S. Rocco il 2 novembre 1738 costituiva un piccolo patrimonio per mantenere l'altare di S. Giovanni Nepomuceno "novamente eretto".


Una notevole trasformazione del santuario veniva operata nel 1763-'65 adattandola al gusto corrente. La visita pastorale del vescovo Nava del 1817 attesta: "La chiesa di S. Rocco è grande, ornata, con tre altari, il cui maggiore presenta nella soasa la statua lignea di S. Rocco". Fu dunque dopo tale data che sull'altare maggiore in luogo della statua fu posta la bella pala di scuola veneta raffigurante la Madonna con il Bambino e i santi Sebastiano, Martino e Rocco. Restaurata più volte anche lungo il secolo scorso la chiesa venne poi riabbellita nel 1893. La devozione verso questo santuario è indicata anche dai legati di cui fu arricchita. Alla fine dell'800 non rimaneva però che quello istituito dalla famiglia Martinazzi amministrato dalla Fabbriceria parrocchiale. Ma la conferma più chiara della devozione della quale era circondata è data dall'istituzione di una Compagnia femminile del Suffragio che il 18 settembre 1850 ottenne l'indulgenza dell'altare privilegiato perpetuo come indica la lapide che sta in cornu evangeli del presbiterio. Requisita nel 1916-1920 per la guerra, ospitò un accantonamento di soldati e un deposito di indumenti, e fu anche danneggiata.


Nel 1921 Andrea Gasparotti lasciava un legato di L. 4.000 per la celebrazione di due Messe e per distribuire farina gialla ai poveri della contrada, nei mesi invernali. Nel 1947 venne collocata sul campanile una nuova campana della ditta Colbacchini di Padova in sostituzione di quella asportata nel 1940.


La chiesa era tutta affrescata con opere molto belle del Cinquecento. Il Presbiterio ha le due pareti affrescate fino a metà altezza. A sinistra una Madonna col Bambino nella fascia superiore; ancora la Madonna e i Santi in quella inferiore fra cui S. Sebastiano, S. Apollonia, ecc. Più in basso ancora occhieggia un S. Rocco. Altri affreschi con la Madonna col Bambino, S. Rocco e santi, riemergono da sotto l'intonaco sulla parete di sinistra. S. Rocco con S. Sebastiano, la Madonna e sante non ben individuabili, coprono la parete destra. L'altare di marmo è sormontato da una bella soasa pure in marmo che racchiude una bella tela settecentesca che rappresenta Maria col Bambino, S. Rocco, S. Martino, S. Sebastiano. A destra del presbiterio, c'era un altare con pala di S. Apollonia (ora nella Parrocchiale): resta ancora la soasa settecentesca in stucco, e all'interno si scoprirono affreschi: in alto una incoronazione della Madonna da parte del Divino Figlio con a lato S. Rocco (vi si legge... AEDIS MDXXVIII); nel riquadro sottostante una Madonna col Bambino fra S. Rocco e Santo in ermellino che mostra alla Madonna un anello. Sopra il riquadro si legge: «ROADIN DE BOVAGNIS MDXXIII».


Questi due affreschi sono chiaramente di diverso autore, anche se ambedue sembrano di scuola Ferramoliana: quello sopra è di una finezza e di una sicurezza di disegno molto più evidenti; l'incoronazione richiama, quelle analoghe del Moretto in S. Nazaro e in S. Giovanni. Bello è anche il S. Rocco che sembra riecheggiare quelli riapparsi di recente in S. Marino di Castelcovati. Non è certo azzardato avanzare il nome di un allievo del Ferramola o di un allievo del Moretto. Altre figure di sante e di santi occhieggio lungo la parete destra della navata. Fra essi spiccano due bellissime figure una delle quali è S. Rocco, che richiamano la vigoria e la dolcezza dei migliori autori bresciani del cinquecento. Sotto l'affresco si legge CAMILLIS 1537. Il nome è forse quello di un Martinazzi che ricorre nei libri delle Provvisioni di Rovato dello stesso tempo. Un altro bell'affresco della navata destra verso il fondo della Chiesa ripete il tema della Madonna con Bambino fra i SS. Sebastiano e Rocco. Sotto si legge: "MDXX.. F.F. Petrus F.q. Bartolomei De Martinazis" (1520, fece fare Pietro del fu Bartolomeo De Martinazzi). Sulle due pareti a metà navata si sono impegnati anche due pittori rovatesi: quella di sinistra un "Buon Pastore" di G. Assoni che ha firmato ponendo la data 1939 il che indica che ha dipinto l'affresco sui quindici anni; sulla parete di destra G. Calca ha raffigurato l'Annunciazione. In controfacciata l'affresco dell'Ultima Cena; sulla porta di sinistra una tela rappresenta S. Lucia. Nel 1793 la chiesa venne dotata di un buon organo della ditta Carlo Perolini di Villa d'Ogna (BG).


CONVENTO E CHIESA DELLA SANTISSIMA ANNUNCIATA. La chiesa e il convento dell'Annunciata sorgono in stupenda posizione sulla spianata della costa meridionale del Montorfano e da qui la vista si estende sulla pianura e sulle Alpi occidentali e gli Appennini. Lo spettacolo è tale che nel 1701 il principe Eugenio di Savoia scriveva all'imperatore d'Austria: «Io vi scrivo dal più bel punto di vista che abbia l'Italia». Sui resti di antiche fortificazioni c'era una cappella dedicata alla Madonna e sul luogo posero gli occhi due religiosi serviti originari di Rovato fra Giuseppe Bariselli (o Brunelli) e fra Giacomo Inverardi del convento di S. Alessandro a Brescia che nel 1447 chiesero al comune di Rovato di poter fabbricare una chiesa ed un convento.


L'1 aprile 1449 ottennero il permesso e pochi giorni dopo il vicario generale della diocesi di Brescia (secondo il Cazzago il prevosto di Rovato, Paganino di S. Paolo vescovo di Dolcigno) pose la prima pietra della chiesa che sarà finita nel 1503. Sempre nel 1449 le Comunità di Rovato e di Coccaglio diedero mano ad edificare il convento che dovette essere portato a termine in tre anni dato che già nel 1452 il vicario generale dell'Ordine assegnava ad esso sei religiosi sacerdoti, due chierici e tre conversi.


L'importanza del convento crebbe assieme alla devozione alla Madonna per cui il 16 maggio 1479 la Comunità di Passirano donava al convento di Rovato la chiesa di S. Rocco e case attigue per fabbricarvi una grancia o piccolo convento che ebbe pure vita lunga. Il Convento di Rovato, per la sua felice ubicazione, la sua importanza e capacità recettiva fu varie volte sede del Capitolo Generale della Congregazione dell'Osservanza cui apparteneva. Ciò avvenne nel 1463 (ma questo è incerto; più probabilmente ebbe luogo a Brescia); nel 1468 quando venne confermato Vicario Generale della Congregazione il p. M. Giacomo Porziano da Brescia; nel 1474 quando fu eletto il p. Honorio da Bergamo, ragguardevole più per la capacità negli affari che per la dottrina; venne rieletto nel Capitolo del 1479 di Rovato, per la seconda volta; nel 1499 presieduto dal p. Generale dell'Ordine il p. Fra Taddeo Tancredi da Bologna e venne eletto il p. M. Fra Antonio della Porta da Piacenza; nel 1514 (secondo altri nel 1513) vi fu eletto Vicario, per la prima volta, il p. Fra Clemente Lazzaroni di Rovato, rieletto nel 1522; in un altro capitolo veniva eletto vicario generale il p. Deodato Capirola di Brescia. Nel 1534 un capitolo tenuto all'Annunciata eleggeva vicario generale p. Giov. B. da Verona, sospeso dall'ufficio l'anno dopo. Un altro capitolo si tenne nel 1653 nel quale venne eletto provinciale p. Arcangelo Romanello di Rovato. Nel convento di Rovato vissero fra Barnaba da Soncino ascritto nel calendario dell'Ordine fra i beati, fra Pietro Moneta da Coccaglio buon musicista (m. nel 1540), fra Clemente Lazzaroni (m. nel 1551), fra Giulio Lazzaroni, p. Giovanni Antonio da Coccaglio, vicario generale dell'Ordine nel 1558, fra Leonardo Cozzando (1620-1702), il matematico fra Lauro Buonomi (m. nel 1658), fra Fulgenzio Micanzi (1570).


Quando la Congregazione dell'Osservanza, cui appartenevano frati del Convento di Rovato fu soppressa con Decreto del 5 maggio 1570 del Papa Pio V, il convento passò alla Provincia Veneta che lo tenne fino alle soppressioni della Repubblica Veneta del 1772. Il convento ebbe il 10 ottobre 1580 la visita del card. Carlo Borromeo che pregò intensamente davanti all'immagine della Vergine. In seguito il convento venne conteso dal comune di Coccaglio a quello di Rovato. Il visitatore vi contò sette altari: oltre il maggiore c'erano gli altari dell'Annunciazione, di S. Sebastiano, del Crocifisso, di S. Antonio, della Concezione e di S. Giuseppe. Vi esistevano un organo e molte statue, ecc. Nel 1630 il convento ospitò un lazzaretto per gli appestati dei paesi vicini. Nel 1635 "per occasione di un travello minacciante rovina" si incominciò a rifabbricare per una spesa di circa cinque mila scudi la chiesa e in parte anche il convento. Della precedente chiesa venne conservato il coro, fu ricostruita la navata centrale realizzate le cappelle laterali. Dal 1635 al 1642 al lato meridionale del convento si aggiunsero i due eleganti loggiati. La data 1642 che compare sul verone che guarda a mezzogiorno dovrebbe segnare la conclusione delle opere. Gli Annali dell'Ordine durante tali lavori segnalano un miracolo, così registrato in una cronichetta: «1638. Essendo, alli 3 agosto, talmente secca e priva affatto d'acqua la cisterna del convento in mezzo al chiostro per il continuo consumo della fabrica, parve che miracolosamente comparisse in aria una nube, qual fermatasi sopra il chiostro nel tempo di una hora la riempì». In una cronaca dell'Ordine sotto l'anno 1640 si legge: «...con l'aiuto dei buoni fedeli, venne ricostruita la nostra Chiesa della SS. Annunziata di Rovato e anche in modo splendido e decoroso, perché per gli innumerevoli e importanti favori che la Beatissima Vergine perennemente elargisce agli stessi fedeli, essi accorrono a quella immagine con particolare devozione». Il convento poteva ospitare fino a 30 frati e nel 1651 erano presenti 12 sacerdoti, due chierici e 4 fratelli conversi, quasi tutti oriundi di Rovato e dintorni. Il convento possedeva prati e campi assai opimi, riscuoteva censi e raccoglieva molte elemosine; le spese però erano ingenti per le bocche da mantenere, il convento da restaurare e la Chiesa da far funzionare. Tuttavia le cose andavano assai bene. Nuovi interventi vennero operati nel 1762 quando vennero murate tra l'altro, le arcate del chiostro superiore.


Intorno al santuario si tenevano delle fiere assai frequentate, particolarmente nelle feste della Annunciazione e della Natività della B.V. Maria, con ogni genere di mercanzia, come corone, candele, ex voto, immagini di santi ed ogni oggetto di devozione. Il traffico poco decoroso fu denunciato dal vescovo Marino Zorzi (aprile 1611) dato che anche gli stessi frati tenevano un loro banchetto di oggetti per ornare l'altare di S. Pellegrino protettore di ogni sorta di malattie. Con decreto 3 settembre 1772 la Repubblica veneta sopprimeva il convento che venne acquistato nel 1773 da Lorenzo Bassanesi di Brescia.


Nell'immobile si aprì un collegio che ebbe prestigio culturale specie per lo storia della filosofia e per gli insegnanti presenti diretta prima dall'abate F. Barbieri, oratore e letterato, poi dal 1779 al 1785 da Vincenzo Rosa quindi da altri fino alla morte di don Giovanni Astori. Nel III volume delle "Memorie mie" conservato nel Fondo Labus della Biblioteca del Seminario di Mantova, il Rosa ha raccolto interessanti note sulla sua attività nel Collegio come direttore lasciandoci un documento unico sui suoi orientamenti in campo pedagogico ed educativo e sull'andamento pratico di questa istituzione. Infatti egli, oltre ai ricordi personali ed agli esperimenti scientifici effettuati durante la permanenza a Rovato, raccoglie le Regole, gli Annali del Collegio. Alla morte di don Giovanni Astori (30 gennaio 1830) rettore e proprietario del collegio, l'ex convento passava per suo testamento al vescovo di Brescia a vantaggio dei chierici poveri e per gli esercizi spirituali dei sacerdoti. Fu di nuovo soppresso nel 1866 per cui nel 1870, previa autorizzazione ecclesiastica, lo stabile era acquistato da una società per azioni composta dalle famiglie Caratti, Cocchetti e Lazzaroni e presieduta da Cesare Cantù con l'intento di riaprirvi un nuovo collegio. Passò poi per varie mani con la più completa dilapidazione degli arredi e opere d'arte superstiti e fu trasformato in albergo e trattoria, luogo di bisbocce e di balli. Ciò nonostante nella chiesa del convento si continuò a celebrare la festa della Madonna del Monte (8 settembre) con concorso straordinario di abitanti dei vicini paesi.


Nel maggio 1921 il noto cooperativista clarense Luigi Buffoli proponeva la creazione di un albergo cooperativo al Montorfano, ma l'idea tramontò presto. Durante la II guerra mondiale cantine e sottoscala servirono a occultare armi per gruppi partigiani. Il prevosto Zenucchini fece di tutto per riaprirlo: lo prese in affitto e lo affidò per molti anni ai missionari della Consolata finché nel 1960 il complesso venne riacquistato dall'Ordine dei Servi di Maria. L'anno appresso iniziarono un'attenta ricostruzione che riportò in luce vari affreschi fra i quali l'Annunciazione del Romanino. Il 16 settembre 1963 veniva ricostituita canonicamente la comunità religiosa e il 23 settembre il convento accoglieva, con festa solenne, il Noviziato della Provincia Veneta. Considerato uno dei conventi della Provincia Veneta, dal 6 all'11 luglio 1970, tra l'altro, ospitò il Capitolo Provinciale; dal 13 al 24 settembre 1970 vi si tenne la Commissione Preparatoria per le Costituzioni nuove in preparazione al Capitolo Generale del 1971; vi si riunì varie volte l'Istituto Storico dell'Ordine, ecc. Fu anche scelto come centro di documentazione sugli Ordini Mendicanti; dal 9 all'11 maggio 1975, nuovamente un Capitolo Provinciale della Provincia Veneta; sede del Noviziato del Veneto ed anche Studio Provinciale. I servi di Maria fecero del convento un centro di spiritualità e di cultura ospitando anche manifestazioni fra cui la "Settimana della Primavera", la mostra dei vini, convegni, fiere, riunioni le più diverse. Vennero inoltre rimessi in ordine i vigneti ed altre attività economiche come l'allevamento delle api. Nel convento nel 1995 venne ospitata la comunità di ricupero "Il Gabbiano".


LA CHIESA DELL 'ANNUNCIATA. Questa Chiesa fu meta di tanti e frequentati pellegrinaggi, mentre nel convento insegnarono e operarono famosi letterati dalla fine del Quattrocento. Alla Madonna Annunciata furono dedicate egloghe latine da don Publio Fontana (1600 e nel 1607) curato di Palosco, ma compare anche nei versi di Demetrio Ondei e di altri poeti locali. Un'epigrafe del coro data al 7 febbraio 1507 la consacrazione della Chiesa effettuata da mons. Marco Sarato, vicario della Diocesi di Brescia. La chiesa era a due navate, davanti alla porta maggiore si estendeva il cimitero; aveva un campanile con tre campane. La chiesa venne presto ornata.


Nel 1452 nella cappella maggiore veniva collocata l'ancona (m. 2,30 x 1,70) in legno in cornice mistilinea con pinnacoli e fogliami del tipico gotico-fiorito che accoglieva l'immagine della B. Vergine Annunciata e l'Angelo scolpita da Clemente Tortelli di Chiari e ai lati due tavole con le immagini di S. Agostino e S. Filippo Benizzi, dipinte da Antonio e Bartolomeo da Murano detti i Vivarini che sottoscrissero l'opera «MCCCCLII ANTONIUS ET BARTHOMEUS FRATRES DE MURANO PINXERUNT». Purtroppo nel 1902 alcuni cercatori d'opere d'arte la scoprirono e vendettero a Guido Cagnola, finendo nella sua villa Gazzada di Varese. Qualche decennio fa pervenne in una collezione milanese una cimasa di polittico con il Cristo nel sepolcro, pubblicata dal Pallucchini, appartenente ad altro polittico relativo alla Passione di Cristo e forse già appartenente a questa stessa chiesa. G. Panazza definisce queste opere "le prime del protorinascimento giunte a Brescia da Venezia, ormai signora della città". La chiesa fu sempre un frequentatissimo santuario mariano molto caro alle popolazioni locali e le pareti si ricoprirono di ex voto, di armi spezzate, di insegne tolte ai nemici della fede e degli oggetti più impensati tanto che, scrivono gli Annali dell'Ordine "trasmutossi il tempio in un grosso magazzino esposto anche al pericolo d'incendio e di furti". Per questo motivo i religiosi decisero «di usarne in modo lecito, con la dovuta approvazione facendo fondere i preziosi per pagare le tasse dovute alla Sede Apostolica e coniare anche monete, immaginando o annientando l'inutile ed il superfluo».


L'Annunciazione rappresentata nell'ancona fu in grande venerazione e si sparsero le voci di veri e propri miracoli registrati negli Annali dell'Ordine dei Servi di Maria come quello di un capitano dell'esercito del Duca di Borgogna, il rovatese Giovanni Tosardi che venne nel 1480 salvato da sicuro annegamento o l'altro di Francesco Scotti di Nave, liberato con tutta la sua famiglia da attacchi epilettici. La fama crebbe nel tempo e nel 1688, per incitamento del priore p. Stefano Cozzoli da Salò, vi si istituì la "Compagnia dell'abito dei sette dolori della gran Vergine Madre del Redentore". Circa nel 1481 i pittori veronesi Nicolò Solimano col nipote Liberale affrescarono una cappella fatta costruire dal rovatese Piccinino del Toso, affreschi in parte scomparsi e coperti nella ricostruzione della chiesa e per le imbiancature. Per rendere più visibile l'Annunciazione, nei primi decenni del sec. XVI si pensò di affrescarne l'immagine in alto nel coro, compito affidato al Romanino che dipinse nel coro la SS. Annunciata ed alcuni profeti poi ricoperti o deteriorati nella ricostruzione della chiesa.


VISITA DELLA CHIESA. Semplice la facciata alla quale si accede per una scalinata e un vestibolo adorno di grandi affreschi con episodi della vita della Madonna ora sbiaditi. In controfacciata una tela rappresentante Maria in gloria col Bimbo e S. Carlo, S. Sebastiano, devoto. Primo altare a destra: soasa a stucchi e cimasa con angeli musicanti; al centro una tela rappresentante un Santo. Secondo altare destra: soasa e altare lignei con copia novecentesca del polittico di A. Vivarini e C. Tortelli dell'Annunciazione. Terzo altare a destra: Crocefisso al centro di soasa a stucchi su altare in marmo. Il Crocefisso di artigianato bresciano inizio Cinquecento (restaurato nel 1988 da Marina Baiguera) è a braccia mobili per le rappresentazioni della deposizione dalla Croce e la composizione del Cristo morto in un sepolcro.


Il coro è dominato dalla lunetta con l'Annunciazione di Gerolamo Romanino. La Vergine è inginocchiata davanti al leggio ligneo; il manto di bellissimo azzurro e la veste rosso carico sono vivamente lumeggiati nelle pieghe; a sinistra, l'Arcangelo Gabriele entra come correndo, disposto su una linea diagonale. Estremamente semplice l'architettura nella quale una bifora si apre su un paesaggio montuoso appena accennato. Nel cielo domina la serena figura del Padre Eterno a braccia spalancate. Fanno corona alla lunetta centrale quattro lunette con figure di profeti molto deteriorate, salvo quella di Isaia. L'altare di marmo è sovrastato da un crocefisso di scuola toscana portato dai Servi di Maria nel 1963. Per particolari caratteristiche ha fatto pensare ad un'opera della metà del Quattrocento, di mano di un maestro formatosi alla scuola di Donatello, e stabilitosi poi in area veneta. Sul lato sinistro del presbiterio tra molteplici affreschi emerge quello quattrocentesco raffigurante S. Sebastiano definito «Opera di alta intensità formale, grezza e potente, quasi scolpita dalla luce radente». Porta l'iscrizione «PRIMA OPUS» seguita da un monogramma difficilmente decifrabile in cui alcuni studiosi leggono le iniziali del Mantegna; altri l'attribuiscono ad un allievo della medesima bottega o al giovane Alvise Vivarini, qui inviato a montare i due scomparti laterali dell'ancona dell'Annunciazione, eseguiti a Murano nel 1452. Vi si ammira inoltre una monocromia del '400 con un angelo musicante.


Ritornando al lato sinistro della navata, il primo altare, in marmo, ha una soasa a stucchi. La pala rappresenta il Cristo che guarisce la piaga d'un malato. Segue la cappella dell'Addolorata nel cui sottarco sono dei medaglioni con Sibille, attribuibili a Nicolò Solimano e Liberale da Verona (1445-1526 circa). L'altare e la soasa in stucco sono un'importante opera del sec. XVIII: in una nicchia la statua della Vergine Addolorata. Segue la cappella dei sette Santi Fondatori dell'Ordine, residuo gotico della chiesa quattrocentesca. Nel sottarco spiccano una bella serie di cinque profeti minori attribuibile ancora a Liberale di Verona. L'altare in marmo ha colonne in gesso e stucco. Sul pilastro vi è un lacerto di Madonna col Bambino.


In un vano presso la porta sono le 14 stazioni della via Crucis settecentesca appartenenti almeno a due diversi autori. La sacrestia ha una caratteristica volta decorata a motivi floreali e il lavabo seicentesco, in parte rifatto. Intorno all'abside corrono all'esterno dei bei fregi in cotto secondo moduli lombardi del '400.


Sul lato addossato alla chiesa, si ammira un finissimo affresco votivo di Madonna dell'umiltà (1466): la Vergine inginocchiata davanti al suo bambino deposto per terra, su un lembo del mantello. Sullo stesso lato, in una grotta ricavata presso l'ingresso occidentale del chiostro, è possibile vedere ancora i resti di una torre circolare, probabile avanzo delle antiche fortificazioni. Interessante, inoltre, la vera del pozzo di gusto assai arcaico e alcuni capitelli scolpiti. La cappella interna del convento è stata dipinta nel 1993 nell'abside da Gian Paolo Belotti Benedetti con un grande affresco di 26 mq. raffigurante la Madonna e i sette Santi Fondatori dell'Ordine. Il chiostro a pianta quadrata ha i capitelli delle colonne scolpiti con animali, vegetali, figure umane, angeli. Interessante l'architettura delle sale, tra le quali spiccano quella del caminetto con stucchi barocchi e il bellissimo refettorio dalla caratteristica volta a vela piegata. Particolarmente elegante la loggetta quattrocentesca antistante l'ingresso occidentale del chiostro inferiore. Suggestivo il doppio loggiato, aggiunto al lato meridionale del convento con i lavori di ampliamento iniziati nel 1635, e agibile già nel 1642; gli ignoti maestri d'arte hanno saputo rivelare delle potenzialità insospettate in un motivo ricorrente nell'architettura delle cascine della Franciacorta, cioè il doppio porticato: assunzione e valorizzazione di un motivo popolare, a sigillo di inserimento nel territorio e nella cultura locale.


CAPPELLA DELL'OSPEDALE. Edificata in stile romanico nel 1929 su disegno dell'ing. Filippo Migliorati dall'impresa Curti, su iniziativa del cappellano don Achille Lombardi venne decorata da Mario Pescatori e affrescata da Giovanni Trainini con al centro la Donna dell'Apocalisse. Alla sua destra è Dante Alighieri che disse le parole più belle in lode alla Madonna, poi vi è S. Bernardo e alla sua sinistra S. Giuseppe e il Papa Pio XII. Nei riquadri delle pareti vi sono i ritratti delle Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa delle suore di Maria Bambina che prestarono servizio all'ospedale. Sul soffitto l'Annunciazione e la Sacra Famiglia. La chiesa venne arricchita di un Crocifisso della Scuola dei Fantoni.


CAPPELLA DELL'ISTITUTO S. CARLO. Presso l'Istituto San Carlo, a Rovato, esiste la bella "Cappella del Disperso" costruita per munifica donazione dei coniugi Adalgisa Maranesi e Giuseppe Cossandi, in memoria del figlio Ludovico disperso in Russia. Vi è particolarmente venerata la Madonna del Disperso raffigurata in un quadro del pittore Paolo Ventura su indicazione di mons. Zenucchini.


CHIESE SCOMPARSE.


S. DONATO. Antico e singolare il culto a S. Donato (martire, vescovo di Arezzo sec. IV), forse legato alla dominazione longobarda; secondo il Guerrini, essendo un santo irlandese sarebbe invece in relazione con il monastero di Bobbio. Il S. Urbano qui venerato è il papa Urbano II, (beato) del secolo XI, benemerito nel Bresciano per la sua opera in favore dell'Ordine Cluniacense e per incarichi affidati al Vescovo Arimanno; venerato nel medioevo per aver promosso la I Crociata e per la devozione alla Madonna. Esso è collegato a S. Bernardo, suo aperto sostenitore nella riforma e riformatore vallombrosiano di Chiaravalle (sec. XII).


La visita di S. Carlo annota: "Si trova in campagna: è ampia e lunga. È consacrata, come risulta dai segni apposti; all'interno vi sono molte sepolture. C'è il campanile con una campana. Ha due navate prive di tegole ma ricoperte nella parte meridionale. Ha tre altari: due nelle cappelle delle due navate e un altare laterale. Vi si suol celebrare nelle feste di S. Donato, S. Urbano e S.Bernardo. Vi si celebrano anche di quando in quando uffici per i defunti. Ha annesso un cimitero, chiuso da ogni lato. Non ha alcun reddito". Nella visita di V. Giustiniani (29 maggio 1636) la chiesa era interdetta fino a quando non fosse stata provvista dei paramenti necessari e non si incominciasse a soddisfare i legati di messe. Attualmente è proprietà privata.


S. FERMO. Nella visita di S. Carlo si annota: "Dista mille passi dalla parrocchiale; è abbastanza bello e decente, fatto a volta e coperto di affreschi. Ha un solo altare in una cappella a volta, affrescata. Vi si celebra nella festa di S. Firmo e altre volte per devozione; vi è anche annessa una casa in cui da sei anni abita un eremita laico". La visita del 1599 la dice dedicata ai S.S. Firmo e Rustico. La festa si celebra (9 agosto) con particolari usanze durate fino a tempi assai recenti: benedizione del sale, riposo degli animali... Esistono dei resti presso la cascina omonima ad E di Rovato. Vi rimane un interessante portale dedicato a S. Maria delle Consolazioni e resti di affreschi fra i quali uno riproducente buoi e mucche con lacerti di iscrizioni in bei caratteri gotici (risalenti almeno agli inizi del '500) come quelli di un "Bartolomeus qd. Roadini de mactina F.", "Andrea q. F.". Venne poi ricostruita dal prevosto Menoni agli inizi del '600. La chiesa scomparve nel sec. XVIII. Nei pressi di questa chiesa negli anni 1930 si rinvenne una tomba altomedioevale con corredo, monete e una lampada in ceramica che portava il sigillo "Vibiani".


S. NICOLA DA TOLENTINO E S. APOLLONIO. S.Nicola da Tolentino (sec. XIII) era invocato specialmente in occasione di epidemie; S. Apollonio ci ricollega alla primissima comunità cristiana di Brescia di cui egli fu vescovo (sec. III - IV). Durante la peste del 1630 il comune fece voto di ricostruirla e ampliarla. Questa chiesa è elencata nella visita del Bollani (1565) e vi celebrava Battista de Lazzaronibus, cappellano presentato da agenti del Comune e degli uomini di Rovato ed investito dal Capitolo di Brescia durante la sede episcopale vacante nel 1558. Aveva di reddito 50 ducati ed era tenuto a celebrare due messe settimanali una nella chiesa parrocchiale e l'altra nella chiesa di S. Nicola e S. Apollonio.


La visita di S. Carlo annota: Si trova nel paese di Rovato; è piccola e non troppo decorosa. Ha due altari presso la facciata della chiesa che è anche del tutto aperta. Vi si celebra una volta ogni settimana per legato della defunta signora Porcelaghis che lasciò cinquanta ducati annui perché si celebrasse una volta all'altare di s.Bernardino nella Prepositurale e una volta, al venerdì di ogni settimana, in questo Oratorio. Questo legato si dice sia di giuspatronato della Comunità: il Cappellano titolare è il sacerdote Battista Lazzaronus che lo esegue. La chiesa ospitò per qualche tempo anche l'oratorio maschile e venne venduta per acquistare la sede attuale dell'Oratorio; fu poi abbattuta nel 1930-1931 per far posto al nuovo edificio scolastico. L'altare andò ad un Istituto di Suore di Brescia; la cornice della pala si trova ancora oggi nella chiesa parrocchiale di Ospitaletto.


S. STEFANO IN CAMPAGNA. La Visita Bollani intitola questa chiesa a S.Stefano papa e martire; la visita di S. Carlo annota: "È in aperta campagna: ha un solo altare e non vi si celebra". La visita del 1599 la chiama invece "S. Stefano d'Albania" santo che però non risulta dagli elenchi agiografici. Anche il Catastico di M. F. Peroni (sec. XVIII) la chiama "S. Stefano d'Albania" (foglio 20) e la pone nell'area tra la strada Padana e la ferrovia, all'altezza del Colmark, lungo la strada campestre che le collega.


S. VINCENZO. Nella visita di S. Carlo si annota: "Si trova in paese: è abbastanza ampio e decoroso. Ha tre altari: il maggiore è in una cappella a volta affrescata. Vi si celebra nella festa di s. Vincenzo. Non ha alcun reddito". S. Carlo la destinava ad uso dei Disciplini.


SANTELLE: MORTI DEL CASTRINO. Sperduta nella campagna a SO di Rovato fra la strada Brescia-Coccaglio. È piccola, con un portico davanti, sotto il quale passa l'accennata stradicciola. Una solida porta protegge l'entrata; ma l'interno può essere visto da due finestrelle laterali. Vi si scorge un piccolo altare sul quale sta un affresco raffigurante la Madonna col Bambino e con ai piedi le anime purganti. Ai lati stanno a guardia, due scheletri dipinti, impressionanti cui danno valore di testimonianza sui lati del piccolo altare di marmo di recente fattura due urne contenenti ossa. Su una pietra fuori la chiesetta sta incisa la data 1817 ed è la probabile data in cui la cappelletta venne eretta o riedificata. A costruirla sarebbe stato un nobile Maffei, con lo scopo, di seppellirvi le ossa di morti rinvenuti in lavori di sterro e di sistemazione agraria. Il portichetto che le sta davanti sarebbe stato costruito agli inizi di questo secolo per proteggere sia l'edificio che i devoti dal maltempo. La devozione che ha circondato la cappelletta è stata nei tempi passati ed ancor oggi viva. Devoti e specialmente donne, vi portavano ceri, fiori, olio ed elemosine e il tempietto era oggetto di particolare devozione da parte della popolazione della zona circostante. I fedeli sostengono che le preghiere recitate per i "Morti del Castrino" (lì presso scorre un canale di irrigazione derivante dalla la roggia Castrina) propiziano molto le guarigioni dei bambini malati agli organi della vista o della respirazione.


SANTELLE VARIE. La Santella dei morti pertinente all'amministrazione della Fabbriceria di s. Stefano e quasi sua dipendenza, sorge lungo la strada statale per Brescia, poco distante dalla ferrovia della Valcamonica. Tra le offerte amministrate dalla chiesa di S. Stefano figuravano (almeno fino al 1901) anche quelle tratte dalla santella dei Morti esistente lungo la Strada Reale o Nazionale "di diritto della Chiesa di s. Stefano" (1870). Negli anni 1876-1879 prospettandosi l'esigenza di allargare e raddrizzare l'allora strada provinciale Brescia-Milano la Deputazione Provinciale chiese alla Fabbriceria di poter far arretrare la facciata di due metri. Il Comune di Rovato interloquì sul titolo di proprietà, ma non potendola certificare la chiesa fu riconosciuta della Fabbriceria, che, in atti della controversia, la dichiarava eretta a ricordo di morti pel contagio, per altro non meglio definito. In quell'occasione si permise al confinante Manenti Andrea di unire il muro di cinta ed appoggiare una sua casa in costruzione alla chiesetta. Nell'ottobre 1879 arretrata e ridotta di 2 metri la chiesa dei morti si procedette alla ricostruzione della facciata. Nel 1880 il pittore rovatese Bonzi Bono vi eseguì delle pitture e decorazioni in stucco; nel 1881 i fratelli Caratti vi posero un nuovo cancello e nel 1905 la signora Dolci vi fece eseguire opere di abbellimento.


Una santella esistente lungo la strada Rovato-Castrezzato fu fatta restaurare dal parroco di S. Giuseppe don Virgilio Lanzanova nel 1958 a ricordo del centenario lourdiano e inaugurata nel dicembre 1959. Vi è rappresentato S. Antonio da Padova in mosaico di pietre portate dalla Spagna.


In via C. Cantù la santella del Crocefisso venne fatta costruire nei primi decenni del secolo e restaurata nel 1985. La santella della Madonna delle Valli posta sulla sponda del torrente Plodio lungo un antico itinerario stradale; restaurata nel 1985.


La santella di S. Stefano venne restaurata con affreschi di Pasquale Cignarelli di Rovato, di Giambattista Ferraresi di Roccafranca e benedetta l'8 dicembre 1989.


La nuova santella dedicata a S. Rocco venne nell'agosto 1995 inaugurata in via Marchesi con affresco del rovatese Gianni Belotti Benedetti e per iniziativa di Giovanni Farimbella.


Sul Monte Orfano venne posta una croce, rimpiazzata di nuovo nell'aprile 1904 e poi nel 1931.


La santella di S. Rocco o dei Torcolotti (Turculocc). Si trova lungo la strada comunale che dalla Rovato-Trenzano dopo il sottopassaggio porta a Lodetto. Vi è affrescato un trittico che reca al centro la Madonna con il Bambino (opera del pittore rovatese Gerolamo Calca) fra S. Rocco e S. Fermo. Vi si celebrano funzioni religiose nel giorno di S. Rocco. Una lapide narra la storia della devozione: "Edificata per voto nel 1517. Restaurata nel 1978 in memoria di Paolo VI. Ristrutturata dagli Alpini di Lodetto nel 50° di Messa di Don Bartolomeo Baratti - 1987-. Inaugurazione restauri e ristrutturazione 1990 festa di S. Rocco 16 agosto. A. D. 1990". Questa cappella serviva da luogo di sosta e rifugio per chi si recava da Rovato e dai paesi superiori verso i mercati della Bassa Bresciana fino a Soncino e Cremona. Sopra il tetto nella cella apposita vi è una campanella.


ROVATO. PARROCCHIA DI S. GIOVANNI BOSCO. Fu tenacemente voluta dal prevosto Zenucchini che pure la volle dedicare a S. Giovanni Bosco in ricordo degli inizi della sua vocazione. Il vescovo di Brescia mons. Morstabilini pose la prima pietra il 12.10.1969 come fa fede una pergamena esposta in fondo alla Chiesa che reca le firme del prevosto, del sindaco e del pretore del tempo. Progettista A. Zampini di Brescia; fu costruita dalla ditta Pasquali di Cologne.


La facciata rivolta a mattina ha un portichetto che custodisce l'ingresso. La navata è rettangolare e lo spazio interno è cadenzato da pilastrate in cemento a vista che si innalzano a cuspide costituendo una volta. Lo stesso motivo strutturale si trova nell'arco trionfale. L'intera parete di fondo del prebiterio è occupata dalla grade figura di Cristo mentre spezza il pane coi discepoli di Emmaus, opera di Mario Bogani (1988) autore anche del dipinto nella chiesa di S. Giovanni Bosco a Brescia. La vetrata di controfacciata (30 mq.) è di P. Nazareno Panzeri e rappresenta la Creazione e la Redenzione (1989-1991). Nel seminterrato sono ricavati gli ambienti per l'Oratorio. Fu delegazione vescovile dal 1977 e nel 1979 eretta in Parrocchia. Parroci: Annibale Fostini fino al 1992; gli succedette don Giuseppe Facconi.


ECONOMICAMENTE Rovato ha avuto per secoli i suoi capisaldi nell'agricoltura e specialmente nell'allevamento e nel mercato del bestiame, nelle attività produttive ad esse legate e solo in seguito in un artigianato qualificato per arricchirsi, negli ultimi decenni di attività industriale vera e propria e commerciale di largo respiro. L'agricoltura e l'allevamento del bestiame hanno fatto sì che l'immaginario popolare abbia indicato nel bue e nel toro addirittura le origini stesse di Rovato, le sue divinità oltre che il suo celebre mercato e un vitello d'oro misterioso da scoprire. La caccia prima e poi l'agricoltura sono state la ricchezza del territorio. La parte pianeggiante ha visto diffondersi la cerealicoltura e specialmente l'allevamento del bestiame, favorito dalla presenza di rogge e seriole quali la Fusia. Grazie alla abbondante irrigazione la produzione di grani, fieno, ortaggi (specialmente cipolle) furono la ricchezza tratta dal suolo e la base di ogni sviluppo. Non manca anche una produzione di olio grazie ad oliveti dei quali rimanevano resti ancora agli inizi dell'800. Il mercato ha accompagnato fin da tempi molto antichi l'agricoltura. Oltre al fatto che, trovandosi su antichi reticoli stradali di collegamento fra la Franciacorta e la pianura, sia stato un luogo di scambio di animali e di merci fin dall'antichità, solide tradizioni vogliono che il mercato di Rovato sia sorto intorno ad un tempio pagano dedicato poi in epoca longobarda a S. Michele. La presenza di un laghetto naturale e di una sorgente sotto la chiesa di S. Michele consentiva l'abbeveraggio delle greggi, costituendo un ulteriore elemento di favore alla sosta.


A ricordo di questa antica tradizione, l'AVIS di Rovato, dopo aver restaurato la chiesa di S. Michele, rinverdiva il 17 ottobre 1982 la fiera delle «bòsse e dei bòss», cioè delle pecore e degli agnelli. Fiera che era già stata ripristinata dai frati del convento dell'Annunciata fin dal 1966. In epoca romana, il mercato vero e proprio si era trasferito al centro del borgo romano; in tempi cristiani, intorno alla pieve che dovette sorgere nel luogo dell'attuale parrocchiale. Come ha recentemente sottolineato Sandro Guerini, il mercato ha sempre costituito il baricentro dello sviluppo edilizio ed economico di Rovato. Spostandosi via via il paese, si spostò anche il mercato. In epoca medievale, al mercato di Rovato dovettero far riferimento le molte «curtes» affrancate dei monasteri della Franciacorta e dei paesi della pianura. Accenni all'attività mercantile si riscontrano in disposizioni amministrative degli anni 1438, 1440, 1470, che ripetono il privilegio di far mercato. Tuttavia il mercato vero e proprio sembra sia incominciato nel 1480. Ad esso accennano esplicitamente una Ducale del 5 luglio 1517 che conferma il privilegio del mercato al lunedì, privilegio confermato in seguito (1527, 1531, 1533, 1540 ecc.). Il Da Lezze nel Catastico del 1610 scrive: «Qui si fa mercato ogni luni (lunedì) d'ogni cosa e d'animali, ma non di biave». Nel 1617 una ordinanza dei Rettori di Brescia constatando che vi "vengono condotte gran quantità di bestie che si vendono e si comprano", senza consegna nè pagamento di dazi, impone la denuncia sotto pena di sequestro degli animali e di multa di 200 ducati. Severe norme vennero in seguito emanate perchè non vi fossero venduti animali infetti o sottratti al dazio. Nel 1739 il capitano di Brescia lo riconosceva alla pari di quello di Brescia. Mai tuttavia il mercato fu disgiunto dal progresso agricolo. Ottavio Rossi vantava agli inizi del '600 Rovato come «degno di particolare lode per l'eccellenza dei suoi contadini, i quali lavorano quei terreni con tanta diligenza che non han pari in tutto il rimanente del Bresciano». Comprendendo in ciò anche le vigne e l'allevamento del baco da seta. Già nel '400 la Fusia serviva anche a muovere piccoli molini e un maglio. Le prime attività artigianali e industriali furono legate alla lavorazione della seta, alla presenza di piccoli filatoi e al nascere nel Settecento di un grande filatoio comunale. Antica l'industria dell'imbiancatura naturale dei tessuti di lino. Nel '700 Rovato era anche con Palazzolo uno dei centri della lavorazione dell'organzino (il filato pregiato usato per l'ordito dei tessuti) e della trama (filato di minor pregio). A Rovato funzionavano due filatoi (uno della Comunità a 4 piante che produceva 6 mila libbre di organzino e 2000 di trama) ed uno di Lelio Redolfi (700 libbre di organzino e 300 di trama).


In effetti grazie all'agricoltura e particolarmente all'allevamento del bestiame e al mercato Rovato divenne, dopo Chiari, il paese più ricco del bresciano. L'estimo mercantile del 1750, infatti, gli assegnava 116 estimati per lire 58.750 contro lire 62.140 di Chiari. Non ancora sviluppato l'artigianato che contava 8 persone quanti ne aveva Cazzago e uno in meno di Erbusco. Di pregio anche la viticoltura, grazie ai rossi e ai bianchi del Montorfano. Fra questi ebbe rinomanza il "vin santo" che ancora verso la metà dell'800 Carlo Cocchetti celebrava come "il più prelibato dell'alta Italia".


Entrata in lungo periodo di stanca sulla fine del '700 e per alcuni decenni dell'800, l'economia rovatese dovette registrare anche la soppressione da parte della Repubblica Cisalpina del mercato, riconfermato poi da un decreto di Napoleone sollecitato dalla Deputazione comunale. Il rilancio del mercato si ebbe con la legge sui mercati emanata nel 1866. Nel 1868 infatti ritorna l'accenno alla fiera del bestiame che, secondo informazioni di Carlo Cocchetti del 1874 sono due: il 25 marzo e 8 settembre. Attività artigiane anche nuove non servirono che a lenire la situazione economica di stallo. Fra le attività artigiane è da registrare la Fabbrica di Orologi che rese celebre Rovato in Italia e anche in Austria. Nel 1810 un certo Stefano Boldini, sceso da Saviore a Rovato, associatosi ad un Canonico iniziò la costruzione di orologi in ferro fabbricando, nel 1813 l'orologio dell'ospedale e poco dopo quello della parrocchiale. Un suo allievo dal 1833 Carlo Frassoni, sposata una figlia adottiva Angela Bersini, ne continuò l'attività creando una fabbrica di orologi da torre che si sviluppò con il figlio Giovanni. L'impresa ebbe vasta e significativa espansione dividendosi poi in due fabbriche distinte. A distanza di parecchi decenni si passerà dagli orologi alle campane con l'Italsonor che dall'800 fabbrica campane con doppia cassa armonica capace di ridurre del 40 per cento il peso del bronzo necessario. Una fornace venne aperta nella prima metà del sec. XIX dalla famiglia Lucini, proveniente da Blevio, sul lago di Como, che poi Giovanni Battista Lucini gestì fino al 1905. Nel 1849 uno svizzero, Gerolamo Biasca (di Neggio nel Canton Ticino) apriva una fornace, prima di altre poi avviate in Franciacorta. Specialità di Rovato fu anche la spumiglia che la casa Radici e Stroppa, fondata nel 1851, esportava a Milano, Mantova, Verona, Venezia e Vercelli. È inoltre da segnalare il lancio (1867) da parte di Giov. Battista Frassine dell'Elisir Dieci Erbe da lui inventato, diffusosi in tutta Italia. A metà del sec. XIX erano attive due fabbriche di cera. Ma tali iniziative se fornirono maggiori mezzi di sussistenza non fecero decollare di molto l'economia rovatese.


Solo il rilancio dell'agricoltura, dell'allevamento del bestiame e, di conseguenza, quello del mercato, aprirono a Rovato negli ultimi decenni dell'800 spiragli di progresso economico e sociale. Di questo risveglio viene attribuito speciale merito all'agricoltore Giuseppe Bonomelli che dal 1880 si diede ad allevare manzi e bovini in genere dando poi il via nel 1889 alla Fiera che è diventata Mercato e dal 1973 "Lombardia Carne". Limitato dapprima quasi esclusivamente ai buoi da lavoro, a pochissime vacche, e a pochi vitelli provenienti per la maggior parte dalla fiera di Malè nel Trentino, con l'entrata in campo di allevatori come Bonomelli premiato di medaglia d'oro all'Esposizione di Milano del 1881, con i suoi buoi grassi, le manzette, i bovini rovatesi si imposero sul mercato lombardo richiamando alla macelleria aperta in via Larga, i migliori buongustai dalla Franciacorta, da Brescia e anche da Milano. L'esposizione di carni bovine durante la Settimana Santa andò presto di pari passo con la fiera detta del bue grasso, fino a quando prese piede il mercato in diversi modi denominato "di Rovato" o "del bue grasso, che andò occupando sempre più ampi spazi dall'incrocio di via Campo di maggio fino a via Porcellaga, allineando circa 200-250 bestie di diverse razze. Piazze e vie ospitavano i mercati di suini, ovini, formaggi, mercerie. Ai Bonomelli si allinearono presto le ditte Ricca, Brignoli, Calotti, Francesco Silini e Giuseppe Silini. Sull'orma di questo rilancio, il mercato di Rovato accanto al bestiame allineava migliaia e migliaia di forme di formaggi. Infatti, come scrive il Racheli nella sua Storia di Rovato «l'industria (...) è quella della stagionatura che aveva luogo in undici cascine di proprietà di Francesco e Giuseppe Bonomelli, Fratelli fu Giovanni Migliorati, Antonio Vitali, Giovanni Maria Rossi, Fratelli Zanoletti, Cesare Santus, Celestino e C. Dolci, Fratelli Maffi, Abramo Pezzola, Fratelli fu Battista Pezzola, Carlo Migliorati». Esistevano inoltre due «fornitissimi magazzeni» di proprietà di Pietro Dolci di Giacomo e di Maria Cornetti ved. Pesenti. Don Racheli aggiunge: «Vengono invero qui importati annualmente dalle valli bresciane e bergamasche circa 6000 formaggi detti di monte e 40000 detti irivernenghi o del piano, mentre nei giorni di mercato la nostra piazza abbonda delle diverse qualità di stracchini, detti nostrani o quartiroli, che attirano moltissimi negozianti; come pure si esporta da Rovato grandissima quantità di burro che dalle colossali case di Milano, Lodi, Codogno, viene spedito in uno col proprio all'estero».


Lo sviluppo del commercio del formaggio andò potenziandosi soprattutto dal 1890 in poi, tanto che nel 1904 le forme stagionate nell'inverno sorpassavano il numero di 40 mila; a questa cifra bisognerebbe aggiungere poi quella relativa ai formaggi stagionati nelle casere della bassa bresciana. A partire da quell'anno, al compiersi della stagionatura, cioè in luglio, si costituì una vera e propria fiera del formaggio, che durò per decenni, conglobandosi con quella del bestiame. Particolarmente attiva diventò la ditta Eugenio Verzelletti (Formaggi, Olii, salumi) molto premiata e vincente nel 1904 un gran prix alla Esposizione internazionale di Parigi. A quelle accennate altre attività se ne aggiunsero col tempo. Già nell'800 era attiva la ditta Sanzogni Faustino che smerciava paste nel Bergamasco e in Svizzera, alla quale si aggiungerà il Dolcificio "Radici e Stroppa" fondato nel 1887 circa. Il Candeggio Lazzaroni Giuseppe e figli venne chiuso per ragioni ecologiche cento anni dopo. A queste fabbriche se ne aggiunsero altre come ad esempio una di acque gazzose. Legata al commercio dei bovini e al mercato fu da secoli l'arte della conceria che avrà a Rovato il suo punto di forza nell'attività dei Merlini. Già presente nel 1581 sul Dugale Follo, ma mantenutasi in condizioni molto modeste aveva incominciato a svilupparsi dopo il 1790 quando venne assunto dalla ditta Domenico Merlini e fratelli e poi verso il 1850 grazie a Giuseppe e Carlo Merlini. Sviluppatasi sempre di più nel 1911 verrà assorbita dalla ditta Cappelloti di Brescia. Alla fine dell'800 la Bussoni, Fraschini e C. di Milano attivò una cardatura di cascami. Pochi anni più tardi nasceva il Maglificio Lazzaroni. Mentre iniziative industriali come quella per la cardatura dei cascami della seta, introdotta nel 1903 dal milanese Romano, si esauriva nel giro di un anno, prendevano vita altre con maggior successo. Infatti nei primi decenni del '900 si facevano conoscere ancor più l'industria degli orologi da torre, una fabbrica di scatole di latta, la lavorazione del legno particolarmente nella bottega Rivetti, l'industria della fabbrica di carrozze negli opifici Buffoli, Massetti e Minola, mentre ottenevano successo le fabbriche di carri pesanti da traino dei Pelizzari, dei fratelli Buizza e dei fratelli Conter.


Nascevano inoltre le officine meccaniche per "bicicli" dei Caratti, Machina e Gorlini e si affermavano le officine del ferro di Francesco e di Luigi Caratti (ferro battuto, arredamenti, manigliee ecc.). Una dinastia di fabbri ha prodotto articoli di alto artigianato e di vera arte trovando espressione per iniziativa di Aldo Caratti dal 1980 nell'"Associazione dei Bruzafer"; conosciuta fin dal 1920 la Vetreria Castelvedere. Attiva alla fine dell'800 la Tipografia Onofri che lasciò poi il posto alla ancora presente tipografia Donati. Nell'edilizia sorgeva negli inizi del sec. XX la Società Rovatese per le costruzioni in cemento. Andava tramontando invece la confezione, una volta fiorente, del seme da bachi, affidata nel 1911 al solo stabilimento Dandolo Caretti. Nel frattempo continuava ad ampliarsi il mercato che andò poi concentrandosi in piazza Garibaldi, allargandosi con la demolizione dell'officina del gas. Con la donazione nel 1909 di un'area ad O della via Larga da parte del conte Eugenio Martinengo Cesaresco, con l'aggiunta di altra area offerta dalla moglie la contessa inglese Eveline Carrington (1925 e 1928) e nel 1948 da parte del conte Ottobono Terzi si diede vita al Mercato o Foro Boario. Nel frattempo accanto all'organizzazione del mercato e al riferimento del mercato si formavano ditte specializzate quali quelle dei Clerici, Scalvi, Locatelli, Maranesi, Piva e Dabeni, ecc. Fra le macellerie di maggior prestigio occorre citare quella di Giuseppe Bonomelli, scomparsa poi negli anni '60. L'espansione del mercato e in genere dell'economia favorì lo sviluppo di una rete di trattorie specializzate soprattutto nel lesso e nell'offrire il buon vino locale. Intorno all'unico albergo della Croce Bianca sulla fine dell'800 si andarono sviluppando numerose altre minori trattorie. Ebbero un ruolo importante nell'economia rovatese le trattorie "Quattro Rose", "Bue d'Oro", "Raffa", "del Cervo" "Gina", "della Colomba", poi "Tagliata", "Da Rita" in frazione Duomo, ecc. "Due Colombe", "Tre Marie", "del Gallo" (dei Cossandi), "Orologio due Mori", "Risorgimento" poi De Biagi, "Cacciatori" ecc.


Una ripresa produttiva si ebbe verso gli anni '30. Nel 1929 nasceva il piccolo calzificio Delbarba che ebbe poi un notevole sviluppo verso la fine della guerra fino ad occupare 130 operaie, ma che nel 1950 venne trasferito ad Ala di Trento. Ad esso si accompagnò lo sviluppo delle cartiere Valzoglio, delle cantine Lecco, dello scatolificio Redaelli, della fabbrica Bonomelli e accanto alla Rivetti della ditta Ziliani per mobili da chiesa. Il 17 luglio 1932 venivano inaugurati i Magazzini Generali del Piccolo Credito Bergamasco destinati alla raccolta e conservazione dei formaggi, capaci di 50 mila forme. Inoltre vennero costruiti grandi silos per il frumento con una spesa di un milione e mezzo. Tale sviluppo tuttavia non eliminò tutte le sacche di povertà e di disoccupazione così che non è mai mancata un'emigrazione anche permanente oltre che stagionale diretta anche e soprattutto verso l'Australia, dove i rovatesi costituiscono ancora oggi una folta colonia. Alle difficoltà occupazionali decine di famiglie fecero fronte con singolari attività come la spellatura della cipollina "ramata di Rovato" destinata ad essere conservata sotto aceto. Nella confezione della stessa cipolla quale antipasto si distinsero soprattutto le ditte Pizzuto e Mangoni mentre la ditta Capoferri si dedicò alle conserve alimentari. Più recentemente sempre nel settore alimentare hanno avuto sviluppo due grosse realtà: il Molino di Rovato s.p.a. fondato nel 1949 da Cristoforo Piantoni e il Pastificio Pagani fondato nel 1950 da Giulio e Silvio Pagani. Si sono poi aggiunti i Pastifici Bonomelli Battista, Bersini di Lodetto e il Biscottificio Bordonali Tommaso. Un nuovo rilancio economico si ebbe negli anni 1954-1955, quando nuovi ingrandimenti permisero di concentrare in Rovato ogni genere di mercato oltre quello bovino. Trasferito dove ora si trova, il mercato ebbe un continuo sviluppo, richiamando capi di bestiame che fino ad allora erano comparsi solo sui mercati di Palazzolo s.O. e di Bergamo.


Nel frattempo il Mercato o Fiera aveva cambiato nome e dall'iniziale "Sagra o fiera del manzo pasquale" si trasformò in «Fiera del bovino di carne» e, ancora, «Fiera pasquale del bovino, vitello, suini ed equini da carne» e, infine, con l'edizione del 1973 (grazie al riconoscimento della Regione Lombardia come una delle massime espressioni del settore) «Lombardia Carne». Così intenso sviluppo e sicuro prestigio, non poteva non suscitare concorrenze. Nel 1951 e 1952 per poco il mercato non si dovette svolgere fra le barricate: il permesso concesso a Travagliato di tenere il mercato il lunedì (mentre nel 1934 era stata rilasciata una autorizzazione per il sabato) scatenò una guerra senza quartiere. A Rovato scese in campo l'Amministrazione comunale; gli esercenti scesero in «serrata»; la gente organizzò tempestose assemblee e manifestazioni di protesta; dovette intervenire perfino la «celere» per acquetare gli animi esasperati.


Nonostante tutto nello stesso 1952 il mercato registrava un giro d'affari di alcuni milioni ogni lunedì. Il mercato si attrezzava di tettoie e servizi e alla fiera si aggiungevano altre manifestazioni come la Fiera del cavallo da carne, il mercato del vitellone del ristallo, vendite promozionali di carne di suino magro, esposizioni di macchine per la depurazione dei rifiuti degli allevamenti, ecc. Senza dire delle mostre dell'artigianato, del vino ecc.


Negli anni '60 si tenevano tre fiere: quella del Bue e del Manzo grasso il lunedì successivo alla domenica di Passione, dei buoi e dei manzi; un'altra chiamata "Rassegna zootecnica dei bovini" la prima domenica della seconda quindicina e lunedì successivo al Foro Boario e la Fiera del vitello e del vitellone il lunedì precedente il Natale o due lunedì precedenti quando intercorressero meno di quattro giorni. Il mercato del lunedì si svolgeva al Foro Boario (di bovini, suini, caprini, ovini e equini), in piazza fiori (per l'ingrosso di latticini), in piazza Palestro (per tessuti, utensili e merci varie), in via Bonomelli (di cereali).


Nel 1965 veniva lanciata soprattutto per merito di Gino Valtellini la rassegna mercato del cane da caccia. Con essa la caccia ha avuto i suoi ultimi momenti di rilievo. Vi fu anche una riuscitissima rassegna ornitologica nel 1965, organizzata per iniziativa di Gino Valtellini e della locale Sezione Cacciatori.


Dal 1972 venne lanciata a Rovato l'esposizione enologica dei vini bresciani e poi specialmente del "Bianco Pinot" e dei Rossi di Franciacorta, diventata più tardi la Biennale del vino.


Nel 1979 la durata della fiera venne portata da due a tre giorni, mentre al manzo fecero sempre più corona le mostre più varie: dai bovini di ogni razza e specie, agli ovini, ai suini, al pollame ai conigli, ai prefabbricati zootecnici, alle macchine agricole, alle attrezzature le più varie, ai mangimi.


Inoltre si organizzarono sempre più frequentemente convegni e incontri sui più diversi argomenti agrari. Da "Lombardia Carne" emanò nel 1979 un centro per selezionare le razze bovine, e via via, altre iniziative, come nel 1984 "Franciacorta Produce". Di contorno (1981) mostre florovivaistiche e persino nel 1981 la Tecnofiera che durò per qualche tempo, dedicata al commercio ambulante e agli spettacoli viaggianti. Nel 1982 comparve perfino un branco di lama allevato al Tonale. Dalla razza Bruna alpina e dalla Pezzata, la fiera fu allargata alle razze più diverse italiane (Piemontese, Pezzata nera) ed internazionali, specialmente francesi (quali la Charollaise, Limosine e Garonesse) fino ai famosi «Fassoni», bovini definiti «scherzi della natura» per le possenti masse muscolari assolutamente fuori dal comune e per questo contesi da commercianti e macellai con mazze di bigliettoni. Nell'ottobre 1987 veniva appaltato il primo lotto relativo alla ristrutturazione del Foro Boario su progetto complessivo di 4 miliardi e mezzo. Tra le altre attività fieristiche la Immotec mostra dell'edilizia, dei complementi e del commercio immobiliare dedicata alla casa (1995) e la mostra "Bonsai in Franciacorta" (1996). Nel 1965 nasceva la Camiceria Jean Pierre, fondata da Giampietro Caretti. Nell'edilizia ha assunto un ruolo importante la Cooperativa edilizia per i lavoratori della Franciacorta, fondata nel 1978 da Ugo Pedrali. Sempre nell'edilizia emersero la ditta Fratelli Curti Nino e Giuseppe, le imprese edili Messali, Ziliani, Migliorati, Metelli. Tramontata la bottega Rivetti nella lavorazione del legno si fecero strada le ditte Antonio Zanardi, Brichetti, Giacomo Ottaviani, Ugo Rossi, Luigi Serra, ecc. Comparivano inoltre, la Saccheria Virginio Vezzoli, gli Scatolifici Rosolino Redaelli e Aurelio Spazzini, Leonessa di Lazzaroni. Si sviluppavano inoltre negli anni 50 iniziative produttive come il Morsificio Rovatese, la radio-elettricità Valtellina, le officine meccaniche Bedosti Armando e Gerolla Guglielmo, la elettromeccanica Rossoni, la falegnameria Serra Luigi, la fabbrica di ghiaccio Rocco Vincenzo.


L'industria meccanica nel 1954 offriva per iniziativa di Alessandro Remolato e Giovanni Nobis l'Immea (Industria Macchine Maglieria e affini) per macchine da maglieria rettilinee; il Morsificio Rovatese, l'elettromeccanica Bossoni. Fondata nel 1962 da Mario Ricca ebbe nello stesso settore produttivo notevole sviluppo, la Omatex Rimach, in crisi poi negli anni '90. La Sampem rivolgeva invece la sua attività agli stampaggi, la Racheli alle materie plastiche. In efficenza dal 1954 al 1990 la fabbrica di maschere di carnevale e giocattoli in gomma di Carlo Malugani.


Nel 1955 per iniziativa di Ugo Pedrali nasceva la Fonderia Ghisa di Rovato passata poi nel 1961 con il nome di Fonderia di Rovato all'ing. Fausto Lazzaroni. Nel 1960 Rovato registrava le seguenti ditte: Ditta Frassoni - Orologi da torre, Telemeccanica elettrica, Fonderia di Rovato, Saccheria Vezzoli, Scatolificio Redaelli, Falegnameria Rossi, Trafileria Bresciana - Streparava e Soci, Ditta Carlo Malugani - Giocattoli, Immea - Macchine per Maglieria, Calzificio «Africa», Ditta Piantoni «Molini», Ditta Curti-Messali-Ziliani-Migliorati - Edili, Pastificio Pagani, Ditta «Alghisi» camicerie, Fr. Capoferri - Sott'aceti, Sampem - Ditta Saleri-Stampaggi, Ditta Pizzuto - Conserve, Ditta Antonio Zanardi Legnami, Ditta Brichetti - Legnami, Allevamento polli - Casa Valzorio, Ditta Mangano - Conserve e parecchie altre ditte specializzate se pur piccole. Tra le produzioni artigianali di alto livello Rovato ebbe anche una bottega di liuteria di Domenico Piceni chiusa negli anni 70.


Nascevano intanto sempre più agguerrite industrie vere e proprie imprese meccaniche e siderurgiche. Nel 1967 nasceva in via S. Andrea la Eural Gnutti fondata da Sergio e Giuliano Gnutti per l'estrusione di leghe leggere, profilati, ecc. Quasi contemporaneamente sorgevano le Trafilerie Streparava ing. Pontoglio e C., la Fonderia Ghisi di Rovato dell'ing. Fausto Lazzaroni e Ugo Pedrali (1955), la Telemeccanica Elettrica Amati e Gregorini per impianti di comandi a distanza passata alla Pirelli. Nel 1960 sorgeva la Suardi s.p.a. (fabbrica di sedili per veicoli commerciali e industriali) assorbita nel 1996 dagli stabilimenti di Grugliasco e di Cascine Vica nel torinese. Nasceva poi la Graf, attiva nella produzione delle pompe acqua e dei dischi freno, fondata dal torinese Francesco Graziano, rilevata nel 1968 da un gruppo di imprenditori bresciani e da questi venduta a Mario Bonomi di Rovato. Particolare rilievo prese la Seven Diesel produttrice di polverizzatori diesel. Si sono poi aggiunte via via altre aziende di rilievo quali "Bina Materie Plastiche s.r.l." per lo stampaggio di materie plastiche; la Fonderia pressofusione Normalien s.r..; la Pilotelli Macchine Tessili s.r.l. per la produzione di macchine tessili; la Redaelli s.p.a. per la produzione di imballaggi metallici, ecc. Nel 1991 4.952 rovatesi erano impiegati, 1.229 in unità aziendali, di cui 434 artigiane: 1.356 erano occupati nel settore commerciale, 1.019 in quello manifatturiero e metalmeccanico, 939 nel settore tessile e alimentare, 461 in aziende che interessano l'edilizia.


Si andava ridimensionando, come occupazione, l'agricoltura. Un rilancio promettente ha avuto negli ultimi decenni la viticoltura grazie ad aziende come quella dei Conti Terzi che si andò qualificando per i prodotti Doc ai quali si è accompagnata la grappa Pinot Franciacorta particolarmente premiata. Tra l'altro nel 1983 l'azienda agricola dei Conti Terzi è la prima nel Bresciano e fra le prime in Italia a lanciare il vino in lattina. Singolare la raccolta di etichette di vini di Ada Catellani. Nel settore dell'allevamento hanno assunto un ruolo importante la Cooperativa Agreste che poi ha ceduto i suoi impianti alla Cooperativa allevatori lombardi. In crisi da tempo, nel 1993 veniva rilanciata, con ambito comprensoriale, l'attività del macello.


Nuove realtà di servizi si sono imposte con la Cogeme creata per la gestione di gas metano, depuratori, smaltimento, raccolta e trasporti di rifiuti, con un bacino di 370 mila abitanti fra Brescia e Bergamo e la Realplastic per il ricupero e il riciclaggio della plastica alla quale hanno aderito 22 comuni. Nel settore del commercio nel 1963 Giacomo Conter e la moglie Letizia Lazzaroni davano vita all'Alco s.p.a. impresa di self service all'ingrosso per esercenti. Nel 1974 sorgeva su 12.000 mq. l'ipermercato "Colmark". Intenso lo sviluppo di attività commerciali fra le quali: la Discount Gea s.r.l. per il commercio delle carni, la Im.Be.Ma. s.r.l. per il commercio del bestiame, la Gestione Centri Commerciali per il commercio di alimentari. In altri settori presero piede la K.W.P. s.r.l. per il commercio di autoricambi, la Rovauto s.r.l. per il commercio di auto veicoli, la Top Company s.r.l. per il commercio di articoli sportivi.




BANCHE. Sul territorio di Rovato operano ben 10 Banche e si riportano alcuni dati relativi alle 4 Banche di più lunga attività locale: CASSA DI RISPARMIO DELLE PROVINCIE LOMBARDE (Cariplo) fondata a Milano nel 1823 è qui dal 1869, 24 maggio, con un primo sportello nel palazzo del Comune o municipio. BANCA POPOLARE DI BRESCIA già Banca Mutua Popolare Agricola di Palazzolo s/O che fu fondata nel 1872 è a Rovato dal 1913. CREDITO BERGAMASCO ora del Gruppo Banca Popolare di Verona fondata a Bergamo nel 1891. Opera a Rovato dal 1929-'30, con i magazzini generali per la stagionatura dei formaggi, per depositi di cereali, ecc. CREDITO AGRARIO BRESCIANO (ora fusa con la S. Paolo di Brescia) A Rovato dal I decennio del secolo, costruì ed inaugurò la nuova sede in Corso Bonomelli nel 1930.


Le altre Banche in attività sono: Credito Cooperativo di Pompiano e Franciacorta; S. Paolo di Torino; Nazionale del Lavoro; Popolare di Bergamo-Credito Varesino; S. Paolo di Brescia; Credito Italiano.




PALAZZI E CASE.


IL PALAZZO COMUNALE. Il primitivo palazzo comunale di Rovato sorgeva nella piazza della attuale chiesa parocchiale come indicano alcune pergamene del fondo di Bedizzole (1462, 1496). Nel 1490 risulta invece nel castello in contrada della fossa di mezzo e cioè nella sede attuale, quando ormai erano appena finiti i lavori della nuova fortezza veneta (1470-1485) sotto la guida dell'architetto Borella, al quale si deve forse anche il progetto del palazzo stesso. Il palazzo comunale venne a costituire un po' il cuore del nuovo sistema difensivo rovatese ed accanto all'edificio venne sicuramente piantata anche la casa del Vicario della Quadra forse corrispondente alla cosiddeta casa del Moretto. L'ubicazione delle fondazioni sulla terra limacciosa della fossa e la continua presenza di acqua hanno provocato fin dall'inizio la comparsa di crepe e fessure già documentate ed arginate a partire dalla fine del Cinquecento quando si trovano numerose disposizioni nelle deliberazioni del Consiglio Speciale (la Giunta Comunale di allora) "...per assicurar il Palazzo...".


Insieme a queste opere di consolidamento, sulla fine del Cinquecento o nei primi decenni del Seicento, venne costruito anche il corpo con il porticato e la loggia, che si inserisce sul lato meridionale dell'originario complesso quadrato, quasi una grossa torre. La testimonianza che tale corpo di fabbrica sia il più antico sta nelle due finestre a sesto acuto che si intravvedono sotto l'intonaco al primo piano verso il cortile e nella decorazione a graffito che imita corsi regolari in ceppo del Montorfano. Questo blocco di costruzione è anche dotato di uno scantinato, a differenza del resto del Palazzo: il piano interrato è stato però riempito con detriti ed adibito a fossa perdente forse ancora nel XVII secolo. Il nuovo corpo manieristico si inserisce su quello quattrocentesco in modo preponderante ed un tempo si prolungava tagliando via Lamarmora e dando luogo ad una piazzetta davanti all'androne d'ingresso. Questa parte prominente dell'edificio fu abbattuta di recente per allargare la strada ed ancora oggi sulla facciata di mattina del Palazzo si può notare sull'angolo sudorientale una zona senza la decorazione neogotica degli anni Trenta, a monotona tinta grigia che corrisponde alla parte demolita. L'ultimo grande intervento di restauro sull'edificio è stato compiuto intorno al 1935.


PALAZZO QUISTINI GIÀ PORCELLAGA. Quando nel 1470 si ridisegnò la fortificazione di Rovato prima estesa fino alla porta di S. Donato su quest'area ai margini settentrionali presso lo sbocco della Val Marzia, esisteva un palazzo già abitato dal Malatesta e dove si erano stabilite anche le truppe di Gaston de Foix. Passò ai Calzaveglia e quindi ai Porcellaga che acquistarono grandi proprietà a Rovato e Roncadelle insieme col titolo nobiliare di conti. Tra il 1570 e l'inizio del 1600 costruirono il palazzo fortificato come residenza sostitutiva di quella del castello di Rovato. Agli inizi del Seicento questo palazzo passò al conte Gerolamo qd. Gio Martino Roncalli nobile di Bergamo e cittadino di Brescia che lo acquistò rimanendovi fino agli inizi del 1700 quando passò ai Quistini. Dopo la famiglia Quistini la proprietà dell'edificio giunse per successioni ereditarie e divisioni alle famiglie Torri-Mazza Natali. L'intero complesso è costituito da tre corpi edilizi distinti (cantine, torre, palazzo) racchiusi da una cinta fortificata di forma pentagonale con torrette tronco coniche agli angoli, ed un toro in pietra di Sarnico che corre lungo il lato orientale e settentrionale. Le cantine disposte sullo spigolo sud-occidentale del recinto, sono costituite da un fabbricato rettangolare a due livelli: un porticato ed una attigua appendice per gli attrezzi; le cantine al livello inferiore, sono un unico ambiente coperto da volte a crociera sostenute da 8 pilastri in pietra di Sarnico, illuminato da finestre con sbarre sui quattro lati cui si accede attraverso due rampe chiuse da portoni. La torre è situata accanto al lato orientale del palazzo ed ha una altezza di circa venti metri suddivisa in cinque livelli principali di cui uno nel sottosuolo e uno nel sottotetto; la pianta è di forma rettangolare. Il palazzo è disposto sul lato settentrionale della cinta, distribuito su di un alto piano terra principale e un piano ammezzato più basso; tutto l'edificio è protetto da una copertura a quattro falde. La facciata settentrionale è sormontata da un cornicione sotto il quale lo spazio è scandito da sette finestre rettangolari molto semplici, chiuse da ante; mentre al piano inferiore principale le finestre più grandi, sono chiuse da inferiate inginocchiate di ferro quadro. Dopo le prime tre si apre una porta con cornice bugnata uguale a quella della torre, essa dà su un cavalcavia protetto da balaustre con colonnine di pietra, che con arco molto ribassato conduce ad un brolo. Dopo altre tre finestre identiche alle precedenti si apre il grande portale in pietra di Sarnico tagliato a grandi bugne, sormontato da uno scudo senza stemma e da due mezzi vasi. Maestoso il portico che si estende su due lati del palazzo. Intorno ad un grande salone centrale si sviluppano molte sale di cui una sola con decorazione di pregio.


CASA DI VIA BONVICINO. Fra le case più antiche è quella di via Bonvicino 24 che si distingue per il bel portale del sec. XV in marmo a cordonatura nell'intradosso e a cornice dentellata nell'estradosso. Nel cortile il portico ha quattro campate con colonne ed archi molto ribassati.


PALAZZO SBARDOLINI. Sito di fronte alla Parrocchiale, tra via Palazzo, via Cantine, vicolo delle Rose e via Castello. Dall'esame del manufatto risulta il concorso di tre diversi periodi e culture storiche e architettoniche nella costruzione di questo edificio. È stato rinvenuto: il basamento di una torre appartenente alla cinta muraria trecentesca all'incrocio tra via Palazzo e via Castello. Una casa a torre con volti binati a crociera costruita tra il quattrocento e il cinquecento con prospetto principale lungo via Palazzo. Grandi caneve (cantine) con volti a botte costruiti in periodo cinquecentesco, intasata da successive trasformazioni e completamente alterata al piano superiore, tra via Cantine e vicolo delle Rose. Un corpo dal calibro del portico che si antepone alla fine del Settecento a manufatti precedenti costruendo una nuova ed unica facciata che fronteggia la chiesa parrocchiale. Infine un contrapposto retro "disadorno e incompleto" risultato d'una demolizione all'inizio del secolo.


CASA GIGLI. Il bellissimo portale in arenaria scura, grande e architravato, di casa Gigli è stato mortificato da restauri alla casa stessa, che aveva un elegante porticato di quattro campate a tutto sesto.


CASA ROVATI, in via Larga. Secentesca. La facciata ha eleganti balconcini a pancia in ferro battuto del Settecento. Nel cortile c'è un porticato con arcate irregolari.


CASA PEZZOLI, con portale opera dell'arch. bergamasco Filippo Alessandri.


SUL MONTE ORFANO. Sulle pendici sopra Rovato sorgono belle case e ville fra le quali casa Frassine (sec. XVI) con caratteristiche ricorrenti nelle valli. A casa Cocchetti si interessò negli anni '40 del sec. XIX l'arch. Rodolfo Vantini.


IL FILATOIO COMUNALE. È oggi un'imponente costruzione che dà sul corso G. Bonomelli presso la Fusia, formando una specie di insula triangolare, costituito dal filatoio, dalla barchessa con funzione residenziale e dal muro di cinta. Il filatoio fu costruito prima del 1739, per la torcirura della seta, azionata da quattro ruote alla bolognese e torcitoi idraulici mossi da un canale derivato dalla vicina Fusia. Successivamente vennero aggiunte altre costruzioni fino alla attuale trasformazione in cui non si vede più nulla della funzione originaria.




PERSONAGGI. Fra gli ecclesiastici si distinsero: i prevosti Lorenzo Bersini (sec. XVI); Giovanni Menoni (sec. XVII); Francesco Bersini (sec. XVII); Agostino Cocchetti (sec. XVII-XVIII); Giovanni B. Rivetti (sec. XVIII); A. Maria Bottelli (1762 - prevosto a Rovato 1839); P. Giuseppe Costa da Rovato, cappuccino (Prefetto Apostolico del Tibet nel 1761-1786); Vincenzo Antonio Gallerini (attivo a Rovato 1795-1843); Carlo Angelini (sec. XIX, parroco e progettista tecnico); Gian Filippo Tavecchi (1791, attivo a Rovato 1828-1840); mons. Luigi Gramatica; mons. Luigi Zenucchini; mons. Francesco Galloni (1890-1976), ecc. La beata Annunciata Cocchetti, fondatrice delle Dorotee di Cemmo (Rovato, 1800 - Cemmo, 1882); Madre Ignazia Ongaro (1888-1971) superiora generale delle Suore di S. Marta.


Tra i molti benefattori: Giovanni Rovati fondatore del Monte di Pietà, l'ab. Carlo Angelini e il dott. E. Spalenza. Fra gli architetti: i Corbellini stabilitisi a Rovato nel sec. XVIII; Carlo Merlini (sec. XVIII).


Fra i pittori: Francesco e Giorgio da Rovato nominati nel 1487; Clemente da Rovato appare in documento del 1553; Vincenzo de Barberis documentato a Milano, Mantova e in Valtellina attivo 1511-1545. Conclamata a lungo, ma non provata invece la nascita a Rovato del Moretto (Alessandro Bonvicino). Sono rovatesi invece P. Barucco (sec. XVI-XVII), Francesco Ricchino (oltre che pittore, poeta e architetto: nato circa 1520), Francesco Merlini (anche architetto), Gerolamo Calca (1878-1957); Paolo Ventura (nativo di Catania, trapiantato a Rovato, ha lavorato molto all'estero specie in America, pittore e illustratore di libri); Guerino Assoni; Simonazzi; Marte Marselli (m. nel 1978); Beppe Bonetti (Rovato 1951, vivente) che ha esposto opere in tutto il mondo; Francesco Brescianini (Lodetto di Rovato 1944, vivente) che ha sue opere nei musei di tutto il mondo.


Fra gli scultori: Francesco Pezzoli (1855-1905), Angelo Barbieri (1867-1938). Fra i maestri del ferro battuto Aldo Caratti (1912-1998). Artisti del legno furono Benedetto e i figli Paolo e Clemente Rivetti.


Letterati e scrittori: fra gli antichi il letterato e medico Feliciano Betera (1534?-1617); i serviti Andrea Cozzando, fra Leonardo (1620-1702); va ricordato anche suo padre Donato Cozzando, scrittore erudito (1570-1627), Clemente Lazzaroni "seniore", teologo, letterato, predicatore (morto a Passirano nel 1550) e il nipote (omonimo) predicatore (morto nel 1619, o '26 o '29) poeta latino e in lingua volgare.


Insegnanti e letterati di valore: Giovanni Taveri (attivo 1486 - morto 1515); Pietro Lazzaroni (attivo 1470-1496). Come oratore e verseggiatore si distinse l'ab. Francesco Barbieri (1751-1820). Studioso di letteratura folcloristica fra i migliori fu Domenico Merlini. Scrittori di testi giuridici il sacerdote secolare Francesco Lazzaroni (cappellano a S. Andrea 1670-1684), Bartolomeo Dusini (1776-1841). Molto conosciuto come grecista l'ab. Pietro Rivetti. Andrea Zambelli nato a Rovato (1630 circa), fu scrittore di Ragioneria antica: ha pubblicato nel 1681 il volume "Mercantesche dichiarationi della scrittura doppia". Martino Lazzaroni (sec. XV-XVI) fu bravo tipografo.


Tra i cultori di storia: Giuseppe Cocchetti (1783-1867), Carlo Cocchetti (1817-1888), Costanzo Ferrari (1815, Parigi 1868) nato a Sale Marasino ma rovatese di adozione, don Antonio Racheli (1858-1917). Fra tutti emerge lo storico Cesare Cantù (1804-1895), consigliere comunale e cittadino onorario di Rovato, poligrafo assai noto e apprezzato dell'800. Tra i recenti scrittori di storia locale Tarcisio Bertoni, Giovanni Donni.


Musicisti molto apprezzati furono: Marco Arici (sec. XVIII-XIX), G.B. Curti (morto 1942), Angelo Zoni cantante e strumentista (1871-1950).


Fra i medici si distinsero oltre al ricordato Feliciano Betera (sec. XVI), Gianfrancesco Guadagni anche valente letterato (1707-1784), Lodovico Dusini tra i fondatori dell'Ateneo di Brescia (1743-1806), Pietro Atassi (1786-1843), Carlo Cocchetti (1763-1834), Andrea Cocchetti (17731797), Antonio Racheli, pellagrologo (sec. XIX), Gregorio Poetini (m. nel 1861).


Scrittore, matematico e costruttore di orologi di valore fu il servita fra Lauro Bonanni (1575-1658), orologiai rinomati Carlo, Giovanni Frassoni. Tecnico di valore e direttore di settore dello Stabilimento di costruzioni aeronautiche di Roma fu Agostino Caratti, fratello di Attilio. Passò poi alla Caproni fino al 1947.


Uomo d'armi e generale in Svezia fu Vespasiano Bona (sec. XVII-XVIII) dalla vita avventurosa.


Agricoltori di valore furono: Giuseppe Bonomelli e in Somalia Pietro Dolci. L'avv. Emilio Bonomelli (1890-1970) fu direttore delle Ville Pontificie; con la moglie beneficò la casa di riposo Lucini-Cantù.


Acrobata rinomato fu negli anni 1950-'60, Toni Brescianini. Attilio Caratti partecipò alle imprese dei dirigibili Norge e dell'Italia e perì al Polo Nord nel 1928. Tra gli sportivi più noti il corridore di Formula Uno Alex Caffi. Ultimamente si è distinto il disk jockey Giorgio Conti.


MONUMENTI. Sono da segnalare i seguenti: ai Caduti, promosso dagli alpini sul Monte Orfano nel 1943, il Sacrario dei Caduti nel corpo centrale delle scuole elementari, del Bersagliere (1977) opera dello scultore Mario Toffetti di Mozzanica (Bergamo), del Carabiniere (1997), opera dello scultore rovatese G. Paolo Grassi, ai Marinai (1978), ecc.




SINDACI DEL DOPOGUERRA. 1946-1951 Prima amministrazione Cazzani avv. Andrea, già presidente del C.L.N. di Rovato (+ 1977); 1951-1952 Dr. Livio Perani (+ 1983); 1952-1956 Cav. Quirino Fiorini (+ 1977); 1956-1964 II e III amministrazione Cazzani. 1964-1969 Prof. Giacomo Medeghini; 1969-1975 Dott. Carlo Cossandi; 1975-1978 Dott. Gianni Castelvedere; 1978-1985 Rag. Franco Manenti; 1985-1988 Geom. Gian Battista Toninelli; 1988-1990 Cav. Angelo Lazzaroni; 1990-1993 avv. Gian Battista Scalvi; 1993-.... Rag. Roberto Manenti.




RETTORI E PREVOSTI DELLA PARROCCHIA DI S. MARIA ASSUNTA. Giacomo Mazzocchi di Coccaglio (1376 - m. luglio 1385); Giacomo Bianconi di Coccaglio (n. luglio 1385-...); Fachino Stefini di Asola (1412); Paganino di S. Paolo, vescovo di Dulcigno, fondatore della Collegiata e primo prevosto commendatario (1477-1480); Donato Frialdi di Rovato (n. 19 gennaio 1481 - m. 25 ottobre 1514); Pecino del Grevo, di Rovato (n. 26 ottobre 1514 - m. 25 ottobre 1544); Silvio Passerini da Cortona, Cardinale di S. Lorenzo in Lucina, Prevosto commendatario (? - rin. 1526); Baitelli nob. Giov. Battista di Brescia chierico famigliare di Clemente VII (6 luglio 1529); Anacleto Frialdi di Rovato (25 ottobre 1544, rin. o muore); Nassino nob. Erasmo di Brescia (rin. nel 1563); Giulio Donini di Canneto (28 febbraio 1563, rin.); Alessandro Malagrida di Milano (1572 rin. 3 settembre 1575); Lorenzo Bersini di Rovato (3 aprile 1576, destituito, poi confermato); Francesco Inverardi di Rovato (5 marzo 1587, rinuncia); Lorenzo Bersini (1586 - m. 18 settembre 1618); Giovanni Menoni di Rovato (1618 - m. marzo 1638); Giuseppe Pelucchi di Rovato (11 aprile 1638 dal Vescovo, rin. subito); Francesco Torre (7 settembre 1638 passato a S. Alessandro in Croce a Bergamo); Pietro Torre (20 aprile 1640); Battista Manganoni di Rovato (dal Comune 1643, rin. subito); Giuseppe Pelucchi di Rovato (10 febbraio 1647 - m . 14 ottobre 1649); Giacomo Rossi detto Cristino, di Rovato (4 aprile 1650 - rin. 1674); Cristoforo Gallarini di Rovato I. U. Dr. (2 agosto 1674 - m. 25 maggio 1692); Giovanni Antonio Marini di Rovato (6 maggio 1692 - m. 23 settembre 1692); Agostino Cocchetti di Rovato (ottobre 1693 - m. 12 gennaio 1726); Giovanni Barbieri di Rovato (gennaio 1726 - m. 24 aprile 1727); Pietro Rivetti di Rovato (27 aprile 1727 - m. 10 febbraio 1754); Picino Taietti di Rovato (12 febbraio 1754 - m. 1 settembre 1762); Domenico Codenotti di Rovato (4 settembre 1762 - m. 17 dicembre 1786); Carlo Gatti di Palazzolo (18 maggio 1787 - m. 10 aprile 1813); Angelo M. Bottelli di Brescia (14 aprile 1814 - m. 3 marzo 1839); Carlo Angelini di Rovato S. T. Dr. (14 marzo 1840, prom. abate di Pontevico); Francesco Beretta di Gardone Dr. T. (4 marzo, prom. abate di Montichiari); Giacomo nob. Avogadro di Zanano (24 aprile 1873 - m. 10 dicembre 1899); Luigi Gramatica di Gottolengo S. T. Dr. (20 dicembre 1900 - prom. Canonico Teologo di Brescia indi Prefetto dell'Ambrosiana a Milano); Domenico Tampalini di Iseo (23 gennaio 1908 - rin. 1 novembre 1934); Felice Bonomini di Mocasina (19 marzo 1935 - trasf. 19 marzo 1938); Luigi Zenucchini di Manerbio (5 maggio 1938 - rin. 15 agosto 1972); Luigi Bonometti di Castelmella (4 novembre 1972 - rin. 1989); Giovanni Albertelli di Cedegolo (dal 1989). (Voce redatta da Antonio Fappani e Giovanni Donni).