REZZATO

REZZATO (in dial. Resàt, in lat. Regiadi)

Rilevante centro industriale e commerciale a 7 km. a E di Brescia a m. 147 s.l.m., all'imbocco della Valverde, e ai piedi di pittoreschi rilievi collinari (Colle S. Pietro, Regogna, Peladolo, ecc.) che separano la valle del Rino e quella del fiume Chiese. È attraversato a S dalla Padana Superiore, è lambito dal Canale Naviglio e toccato dalla ferrovia Milano-Venezia. Il territorio si estende su lievi alture e parte in pianura.


Le FRAZIONI principali sono: Treponti situata a SE del capoluogo, al bivio tra la Padana Superiore e la Gardesana Occidentale e Virle, poco più a N e S. Giacomo Ponte. Il paese si chiamò Regiade nel sec. IX, Reiadum nel sec. XI, Rezati nel sec. XII.


LOCALITÀ: Portico, Laghetto, Santuario, Il Convento, Valle, Poggio S. Martino, Razzica, La Razzoletta, Rezzole, Ghidone, Curione, Mobilificio.


CASCINE: La Casella, Valle, S. Mauro, Rezzole, Vigna, Goz, Malora, Feniletto, Camafame, Locatello, Capriola, Chizzola.


FENILE: Torre - Ospedale - Lurago - Feniletto dei Frati.


Nell'ambito del territorio comunale esistono le parrocchie di S. Giovanni B. (Rezzato), Ss. Pietro e Paolo (Virle Treponti), S. Carlo Borromeo. Comuni limitrofi: Botticino, Nuvolera, Mazzano, Castenedolo, Brescia.


ABITANTI(Rezzatesi, nomignolo: picaprede): 1.240 (700 da Comunione) nel 1566, 1.400 c. nel 1610, 500 c. nel 1631, 1.425 nel 1658, 1.828 nel 1851, 3.021 nel 1861, 3.163 nel 1871, 3.207 nel 1881, 3.805 nel 1901, 4.210 nel 1911, 4.504 nel 1936, 6.783 nel 1951, 7.258 nel 1956, 7.433 nel 1961 (pop. att. 2.881, agr. 303, ind. 1.990), 8.724 nel 1971, 10.644 nel 1981, 10.644 nel 1989, 11.591 nel 1997.


Controversa è l'origine del nome. La leggenda ha scomodato un mitico Re-Zato, goto o ostrogoto, la cui fantasiosa effigie è stata assunta a stemma dal Comune. Un re che avrebbe avuto in sposa Sabina, regina della Valsabbia abitando in una grotta a metà del monte Maddalena, alla quale, scomparsi Re-Zato e Sabina, continuarono a salire le donne dei dintorni per adorare divinità rimaste sconosciute. Svariate sono le interpretazioni. Chi l'ha riferito alla voce celto-gallica "ratis, retis" = felce, che con il suffisso in "ato" diventa felceto. Lo storiografo Paolo Guerrini vi ha visto un'origine regale facendolo derivare dall'esistenza di una corte regia (cioè un complesso di accantonamento) istituita nell'VIII secolo, per accogliere le corti dei re ed imperatori, di passaggio attraverso il territorio bresciano.


Altri sono ricorsi al nome personale Raetius. Vi è stato chi ancora è ricorso alla voce dialettale resàt che significa appunto acciottolare, selciare da cui "resà coi cogoi" cioè mettere e connettere pietre a formare un fondo stradale. E si sa che a Rezzato le pietre si sprecano per la vicinanza delle cave di marmo. Ma non è mancato chi ha ancora pensato che il nome derivi da una coltivazione intensa di ciliege (in dialetto sarese cioè da un saresàt). Nello stesso territorio di Rezzato esiste infatti, un cascinale che si chiama Le Rezole, che è la contrazione del nome di Ceresole o Sorisole dalla larga coltivazione di ciliegi, come troviamo a Ome il nome Ceresata e quello di Ceresara (in dialetto Seresera) nella provincia di Mantova. La desinenza in - ate è ordinariamente indicazione di carattere botanico e indica generalmente la preminente coltivazione di certe piante che hanno dato poi il nome alla località come Castegnato, dai castagneti, ecc. Geologicamente caratterizza il terreno la corna, ossia la roccia più antica, presente come rileva Giuseppe Berruti: «in tutta la zona compresa tra M.te Regogna (versante orientale), M.te Fieno e M.te Marguzzo; essa forma pure il Poggio S. Martino. Roccia solida, ben stratificata è un'ottima roccia per alpinisti: ben scelte perciò, qui, le "palestre" delle società alpinistiche bresciane". Ancora più recente è il medolo (età compresa tra 188 e 178 milioni di anni) che affiora a occidente di M.te Regogna sino alla C.na la Casella, e lungo il versante occidentale del M.te Peladolo». Giuseppe Ragazzoni e Pietro Filippini rinvennero a metà dell'800 anche tracce di perossido di ferro argillifero.


Le rocce più giovani (calcari per lo più grigi, alternati a marne) risalgono ad una fase compresa tra 178 e 147 milioni di anni. Al culmine dei fenomeni che vedono nascere le Alpi, le rocce del mare, che si estendeva nella pianura, "piegate", spesso fratturate dalla collisione di continenti e specie dell'Africa con l'Europa, diventano le montagne e le colline di Rezzato. Dopo un ritorno del mare, del quale si rinvengono segni nella zona pianeggiante, attorno a due milioni di anni fa, inizia l'era glaciale che forma la dorsale dei monti Regogna e Fieno attraverso materiali trasportati dalle acque che fuoriescono dal ghiacciaio formando paludi poi ricoperte da detriti strappati da rocce e trasportati da torrenti e ruscelli. Quando, circa 14 mila anni fa i ghiacciai si ritirarono, la pianura si coprì di foreste verso le quali si diresse l'uomo preistorico che abitò in caverne.


La formazione del territorio ha fra le sue più antiche documentazioni un' ammonite (un fossile a forma di conchiglia) risalente al giurassico (130.000.000 di anni fa) rinvenuta in ricerche condotte dal 1964 al 1966. Le prime tracce di vita umana sono state riscontrate nella grotta "Cà dè grì" (Casa dei grilli) sul versante S del Monte Regogna (Virle) a 230 m. s.l.m., abitata da genti appartenenti al Neolitico Medio (3800-3000 a.C.) che dovettero vivere di caccia e della raccolta di frutta selvatica. La caverna infatti presentò attraverso scavi eseguiti dal 1954 al 1968 un deposito rimaneggiato, contenente materiali ceramici e litici della cultura dei "vasi a bocca quadrata" oltre a inumazioni poi sconvolte di età tardo-eneolitica, a cui si accompagnavano un vaso campaniforme e due recipienti con decorazione a punteggiatura. Inoltre vi vennero rinvenuti materiali di epoca romana e medioevale.


Con il Bronzo Antico (1800 a.C. circa) pare sia sorto sul monte Peladolo il primo villaggio stabile ad economia rurale autosufficiente, servito da una strada preistorica che, aggirati i colli fra Rezzato e Virle, si dirigeva a Gavardo. Da un fondo di capanne sono emersi fin dal 1881 e ancora nel 1870 vasi, ciotole, frammenti di recipienti e altri oggetti del Bronzo Medio (XVI-XIII sec. a.C.) e della prima Età del Ferro (VIII sec. a.C.). Ricerche compiute tra il 1954 e il 1961 sul monte Marguzzo, misero in luce manufatti litici preistorici. Un abitato preistorico di epoca imprecisabile è stato segnalato sul poggio di S. Martino, documentato da manufatti litici fra i quali belle lame e punte di frecce. Viene attribuita ai Galli Cenomani la costruzione di una strada congiungente Brescia con la Valsabbia. La storia ha segnato la sua presenza a Rezzato anche nell'epoca romana. Posto sulla strada consolare romana, luogo di passaggio obbligatorio, fu scelto probabilmente da qualche ricco signore romano per costruirvi la sua villa. Un'ara funeraria della "gens" Livia nota a Roma fu ritrovata sul colle di S. Pietro ed ora si trova al museo lapidario del Palazzo Ducale di Mantova. Sul lato anteriore reca scolpiti i nomi dei componenti la famiglia quali "Marcus Livius Artemidorus" per sè, il figlio e la moglie. Tombe e oggetti di epoca romana vennero trovati altrove nel territorio, come a Virle, presso la chiesetta di S. Francesco. Una lucerna fittile della prima metà del I sec. d.C. venne trovata nel lontano 1853 in località Razzica, sul Naviglio Grande. Un'altra lucerna con Dionisio sul disco due anni dopo, nel 1855, venne trovata in un corredo tombale del I-II sec. d.C. in una cava di ghiaia di proprietà Torre assieme ad una ciotola e ad una fibula in bronzo. Sempre a Virle nel 1976 vennero trovate sei sepolture tardo-romane o altomedievali. Reperti romani di insediamenti di età tardo-repubblicana e tardo antica vennero trovati nella già nominata grotta "Cà de Grì" sul monte Regogna. Una fibula in bronzo di età romana venne rinvenuta sul Monte Peladolo. Oltre ai reperti citati sono da ricordare reperti del 1971: una mansione a Treponti (v.), alcuni fabbricati a Virle (v.) dove fu rinvenuta presso la chiesetta di S. Francesco di Paola una piccola ara a Mercurio (I-II sec. d.C.), ora murata nella chiesetta ex villa Provaglio. Sempre a Virle, a casa Pessi, vennero trovate monete. Il ritrovamento avvenuto nel 1971 al cavalcavia Botticino-Rezzato di un lastricato (10-12 m.) di via antica costruita all'uso romano e costituita da grosse lastre di pietra, ha fatto ritenere che abbia fatto parte del percorso viario romano imperiale che si dirigeva a Verona. La strada, larga dai m. 2,8 ai 3, seguiva la linea del Naviglio e riaffiorava per qualche tratto a E, quando venne costruita la via Ciliverghe-Mazzano combaciando con il rettilineo ancora esistente che raggiunge Treponti per dirigersi presso la ex casa cantoniera fino a Molinetto e Pontenove. Un ramo di essa si dirigeva verso Mantova per Buffalora e S. Giacomo. Proprio nel territorio di Rezzato la strada si biforcava con un'altra strada diretta a Gavardo e Salò. Intorno alla villa sorta sul colle (ora di S. Pietro) e ai piedi di esso dovette sorgere un piccolo villaggio di case o piccole fattorie sparse nel territorio che in pianura, come dimostra il decumano Rezzato-Lonato, entrarono a far parte della centuriazione agraria romana, appoggiandosi per la difesa contro orde di barbari o masnade di briganti ad un castellum, sorto forse su un castelliere preromano. Non si può negare a priori che non vi sia stata continuità abitativa nel territorio anche dopo la caduta dell'impero romano. Tombe di epoca longobarda vennero scoperte, infatti, in via Almici, presso il confine con il comune di Brescia e a Virle in via Gardesana presso la villetta Pontello-Sberna.


In epoca longobarda Rezzato fece probabilmente parte di una corte ducale o di un "fundus" a capo del quale doveva essere un gastaldo con poteri civili, giudiziari e amministrativi e religiosi per conto del duca longobardo. Di notevole interesse è il toponimo Corvione collocato poco lontano dalla stazione ferroviaria con il quale viene individuata una "curtis vetus" cioè una corte vecchia. Probabilmente di fondazione longobarda è la primitiva chiesa dedicata a S. Pietro e sorta sul colle omonimo, dove ora esiste il convento francescano; mentre, durante le invasioni ungare sorse o venne fortificato un castello di difesa, che si pensa sorgesse su un'altura ai piedi del colle di S. Pietro.


Di notevole interesse in periodo carolingio è l'atto di volontà del vescovo Ramperto del 31 maggio 841 con il quale egli dona al monastero di S. Faustino in località "Regiade" un "ministerium", cioè una azienda opificio, già di proprietà vescovile con servi e chierici, mentre nell'849 in un documento del monastero di S. Salvatore e poi S. Giulia compaiono beni in località Treponci o Treponti (v. Treponti). Altro documento è un diploma imperiale di Carlomanno con il quale, su invito di Ermengarda, badessa del monastero di S. Salvatore, conferma i beni in precedenza posseduti dal monastero e concede alcune piccole corti fra le quali quelle di Trepontio. Disgregatesi le terre demaniali e passate in proprietà privata nello sforzo compiuto di ricostituire un territorio intorno alla città, detto "territorium civitatis" dipendente spiritualmente (come indica l'esistenza del Battistero di S. Giovanni B.) ma anche temporalmente dal vescovo di Brescia, Rezzato diventa il feudatario diretto dell'imperatore. Tale territorio poi il vescovo Olderico passerà nel 1038 ad "liberi homines" di Brescia, cioè al libero Comune. Per aumentare e rendere stabile questo territorio il vescovo Landolfo II acquista nel 1019 in Valverde beni per "libras quatorcenti" in denari d'argento dall'arcidiacono Milone. Parte di questi beni ("case, terre e altro") si trovano nella zona detto "il Carretto" nella curia di "Reiadum" nei confini verso Virle, Botticino e il Redone, e una corte casa, cortile con cappella ivi costruita, consacrata in onore di S. Pietro Apostolo. Tali beni il vescovo dona nel 1020 al Monastero di S. Eufemia da lui fondato dotandolo di "omnia praedica, etiam futura" tra i quali vi è la corte di "Rezate" con la cappella di S. Pietro. Senonché tale possesso viene presto compromesso da continue contese con i botticinesi e specialmente con tale Lanfranco che cerca di allargare oltre il dovuto i suoi confini.


La questione si inasprisce nel giro di alcuni decenni e a dirimerla fu l'imperatore Enrico IV in persona. Trovandosi egli con il figlio Corrado il 3 agosto 1091 «sub tentoriis in comitatu brixiensi in curte Boticini, non longe ad Ecclesia quae est edificata et ibi constructa in honorem S. Mariae Virginis» (cioè nella campagna di Botticino non lontano dalla Chiesa edificata in onore della Madonna) per amministrare giustizia, contornato da tutta la sua corte, gli si presenta l'abate di S. Eufemia il quale mostrando la "cartula" o istromento di vendita dei beni fatta dall'arcidiacono Milone, e donati da Landolfo al Monastero, ne rivendica il pieno possesso contro le mire di Lanfranco di Botticino. L'imperatore riconferma con suo diploma imperiale al Monastero il pieno possesso della corte, case, cortili, della cappella di S. Pietro e di varie terre colte ed incolte, boschi, prati ed altri beni. I diritti del Monastero vengono poi riconfermati da Papa Callisto II nel 1123 e da Papa Urbano II nel 1186. Anche in questi documenti come in una bolla di Papa Innocenzo III del 1133 si accenna alla cappella di S. Pietro e al Castello. In particolare il 3 agosto 1183 infatti Urbano III ed il Collegio dei Cardinali rinnovavano a favore dell'abate di S. Eufemia «il diritto ad esso spettante del dominio e possesso di tutti e cadauni di lui effetti e raggioni tra quali esiste la Corte di Rezzato con il Castello, la cappella di S. Pietro, dichiarando esserne il medesimo legitimo possessore, come da breve pontificio». Con ciò tale territorio passa sotto la giurisdizione civile e religiosa dell'Abate del Monastero, il quale, in qualità di feudatario, esercita quasi un potere assoluto tanto sulle vicinie e sui comuni compresi nell'ambito dei possedimenti a lui sottomessi, quanto sui vassalli maggiori e minori di esso. In qualità, invece, di Abate destina il clero addetto alle varie cappelle e chiese, le dota di beneficio, vigila su di esse con le visite pastorali, ne fissa i regolamenti liturgici, sostituendo quasi del tutto l'autorità vescovile e costituendo, praticamente, una vera e propria autorità diocesana.


Nelle pergamene riguardanti il Monastero di S. Eufemia conservate nell'Archivio dell'Ospedale Maggiore, a sua volta depositato presso l'Archivio di Stato di Brescia, molti sono gli atti di investitura che confermano tale potere religioso, civile ed economico del potente Monastero. L'influenza dei Monaci benedettini è senz'altro oltremodo benefica sia per la vita religiosa che per quella economica di Rezzato. Essi con pazienza e con arte contribuiscono alla bonifica di gran parte della Valverde. Nel frattempo nel 1102 nella campagna più meridionale di Rezzato in Casteneto, poi appartenente al territorio di Castenedolo ed infine ritornata a quella di Rezzato il vescovo di Brescia Villano aveva eretto sulla via Brescia-Mantova un ospizio o xenodochio dedicato a S. Giacomo Maggiore al quale veniva aggiunta una chiesa la cui prima pietra venne benedetta nientemeno che da Papa Pasquale II. Donato al Monastero di S. Eufemia decadrà assieme ad esso nel sec. XIV. La fondazione di S. Giacomo come l'opera di bonifica della Valverde è il segno dell'opera di bonifica che il Monastero va estendendo e che trova dei caposaldi nella sempre più vasta rete di irrigazione che ha la sua colonna portante sul Naviglio Grande la cui costruzione viene fatta risalire addirittura al tardo Impero se non prima e che compare in documenti del 1253. Il corso del Naviglio Grande fu poi ricostruito o ampiamente regolato sotto il vescovo - principe Berardo Maggi ( + 1308). Nel frattempo accanto al Monastero si rafforzano la Vicinia e il Comune i cui "boni homines" compaiono sempre più come interlocutori sia col potere civile che con quello ecclesiale.


Agli inizi del secolo XIII compare la figura di notevole peso del vescovo Giovanni (1213-1227) secondo qualcuno da Reggio ma secondo altri "da Rezzato" e che ebbe un notevole ruolo in azioni di pacificazione fra i partiti cittadini in lotta fra di loro. Accanto ai monaci benedettini di S. Eufemia viene segnalata con incertezza l'esistenza di una casa di Umiliati, la cui ubicazione viene indicata in fondo al vicolo Quadra dove ora si trova la casa Apostoli.


Il comune e gli "homines" di Rezzato sono anche protagonisti di una causa insorta con il Monastero presentata il 14 ottobre 1296 "per occasione di affitti, decime, pasti ed onoranze e per altre ispezioni" e che vede arbitri il vescovo - principe Berardo Maggi e Gherardo da Quinzanello. Il 29 marzo 1299 gli "homines" maggiori di 14 anni componenti le vicinie si riunirono per scegliere il rappresentante delegato a trattare la composizione della lite con il Monastero e in particolare con l'abate Inverardo Confalonieri che ad altri titoli aveva aggiunto nel 1296 il titolo di "Conte" di Rezzato. È importante come documento dello sviluppo della Comunità sempre più a S l'edificio trecentesco, lungo la statale per Verona, trasformato pochi decenni fa.


Rezzato doveva salire a larga fama nel 1399 quando, sull'onda del movimento penitenziale dei Bianchi, si sparge la voce di clamorose apparizioni avvenute presso la Rotonda e il laghetto di Valverde. La tradizione vuole che mentre un contadino stava arando un campo a ridosso delle colline di S. Pietro in Valverde, i buoi si fermassero d'improvviso e s'inginocchiassero. L'uomo, alzati gli occhi, scorse un misterioso personaggio vestito di rosso con un manto azzurro che con voce ferma e dolce gli comandò di prendere la bisaccia, di togliere tre pani e di gettarli nello stagno vicino. Il contadino obbedì. Giunto allo stagno vi trovò una bellissima signora che lo fermò e gli ordinò di non gettare i tre pani, ma di ritornare dal misterioso personaggio pregandolo di ritirare il comando, assicurando che ella avrebbe trovato il modo di placare la sua divina giustizia. Per due volte il contadino fece la spola fra Gesù e la Madonna, riuscendo alla fine ad ottenere di non gettare i pani in acqua, simbolo di tre castighi (fame, peste e guerra) che avrebbero dovuto colpire gli abitanti. Scomparsa la visione, il contadino abbandonò buoi ed aratro e corse in paese a raccontare lo straordinario evento. La narrazione del contadino e il diffondersi della notizia che ha i più diversi e ampi echi, promuovono l'intensificarsi di processioni e pellegrinaggi dei cosiddetti Bianchi.


Nella tradizione locale rimane perfino il ricordo della visita al Santuario di un Papa. Importante è la testimonianza di S. Antonio da Firenze, e quella di molti altri, come rilevante è l'elencazione di molti pellegrinaggi. Se non vi sono che documenti che riguardano specificamente la vita civile e amministrativa del paese, si può dedurre la sua crescente importanza dal fatto che nel sec. XIV sotto i Visconti fosse creato capo della Quadra, comprendente i comuni di S. Eufemia, Caionvico, Botticino, Borgosatollo, Castenedolo, Virle, Mazzano e Calcinato. La toponomastica segnala ancora il ricordo di un vicolo Quadra.


Nei secoli XIII-XIV, con la decadenza del Monastero di S. Eufemia, andavano intanto acquisendo proprietà, oltre al Monastero di S. Chiara vecchia, potenti famiglie della nobiltà, quali i Maggi, gli Avogadro, i Chizzola che costruirono case e più tardi ville. Ancor più importanza Rezzato, che fa da cuscinetto tra Brescia e il Pedemonte bresciano, viene acquistando sotto la Repubblica Veneta dalla quale nel 1440 riceve esenzioni (come l'esenzione dall'imbotado e da tasse e privilegi) che rimarranno in vigore fino alla fine del '700. Ad essi seguirono nel tempo altri frequenti appelli per nuove esenzioni in materie di estimi, gabelle, gravezze e alloggi di truppe. Il 16 agosto 1444 il Doge, a ricompensa della fedeltà dimostrata dalle quadre di Rezzato e Gavardo nella difesa del Dominio veneto della città di Brescia e di "altri luoghi" con grave dispendio di "sostanze" e con gravissimo disagio, dispose che venissero esentate da ogni gabella, aggravi e angherie reali, personali e miste e da imposte, ecc. Fallito il tentativo compiuto nel 1454 di separare assieme ad altre Pedemontane la quadra di Rezzato con Castenedolo dal resto del territorio per dipendere direttamente dai rettori di Brescia, Rezzato dovette affrontare in proprio i problemi economico-sociali senza l'appoggio della città. Inoltre il comune andava rivendicando, come altri, la propria autonomia della città fino a trascinare quest'ultima nel 1483 davanti ai tribunali di Venezia. La vicinanza con la città coinvolse più volte Rezzato in avvenimenti per cui conobbe gli eserciti del Piccinino, del Carmagnola e degli Sforza. Nel 1483-1484 incalzate da quelle viscontee vi si trincerarono le truppe venete onde mantenere libere le comunicazioni della città con Venezia e assicurare le spalle al Pedemonte. Nel maggio 1509 truppe venete tentarono inutilmente di resistere all'avanzata francese e nell'ottobre del 1516 stradiotti veneti vi si accamparono nel tentativo di puntare su Brescia occupata dagli Spagnoli. Nel febbraio 1512 anche Rezzato, come Botticino ed altre località vicine alla città, subì da parte delle truppe francesi le stesse gravissime distruzioni e malversazioni del noto Sacco di Brescia. In vista di questi avvenimenti il 17 giugno 1517, infatti, il doge concedeva agli uomini delle Quadre di Rezzato e di Gavardo di ricuperare dei beni comunali "venduti per occasione di guerra dovendo i possessori restituirli previa la restituzione del prezzo sborsato".


Vennero tuttavia tempi più tranquilli durante i quali Rezzato andò manifestando una vitalità di notevole interesse, contrassegnata nel 1548 dalla istituzione da parte del nob. Giacomo Chizzola nella sua villa di un'accademia che ebbe quali protettori di prestigio oltre al vescovo Bollani, i cardinali Polo e Durante. Nell'Accademia il Chizzola stesso insegnò economia rurale, Nicolò Tartaglia spiegò la matematica di Euclide. Vi si commentava Aristotele, Teofrasto per la botanica, Eliano per la zoologia. Sembra che vi esistesse anche una scuola per marmorai. Sempre nel sec. XVI funzionavano le scuole, con due o tre maestri ed era viva anche l'assistenza per cui nel 1563 viene citato, come attivo, un ospizio. Ma è soprattutto la lavorazione del marmo che porta Rezzato alla ribalta attraverso le botteghe di marmorai che sembra abbiano avuto la loro culla a Cascina Verde e a Casa Cargnoni (1576). L'arte del marmoraio è già infatti talmente sviluppata a metà del sec. XVI che il 18 maggio 1550 in anticipo di venticinque anni vengono dettate, come rileva Renata Massa, le prime norme statutarie di un paratico di lapicidi a salvaguardia dei diritti di categoria, ribadite in un successivo atto del 25 marzo 1566. Tra i fondatori compaiono già i nomi delle più note e prestigiose dinastie di tagliapietre quali i Palazzi, gli Scalvi, i Baroncini, i Gamba, i Molinari, i Faitini, i Cattaneo. Ad essi si aggiungono poi i Cirimbelli, i Blasio o Biasio, gli Ogna, i Bombastone. Sulla fine del '700 comparvero le botteghe dei Tagliani e dei Gamba cui seguirono più recentemente i Lombardi e i Gaffuri.


Oltre a quella del marmo erano molto attivi nella Quadra la produzione e il commercio della calce.


Il 2 aprile 1590 il podestà di Brescia Lorenzo Priuli interviene per comporre la diatriba fra originari e forestieri esclusi dall'uso dei beni e dagli uffici pubblici ordinando che i domiciliati vi partecipino pagando quella somma che spetterebbe agli originari spartendo il patrimonio comunale.


Fatti particolari segnarono le vicende del paese fino dai primi anni del sec. XVII, come la costruzione del Santuario della Madonna di Valverde (1602), l'interdetto del 1606 che mandò in esilio a Parma i religiosi cappuccini, la costruzione della nuova parrocchiale (1631) e di cappelle e santelle. Proprio a Rezzato il 14 dicembre 1608 ricevette l'omaggio del Consiglio cittadino di Brescia il podestà Giovanni Da Lezze che compilò il noto Catastico (1609-1610) che da lui prese il nome. Il Da Lezze vi segnala un centro con una popolazione di 1400 abitanti di cui utili 270 dediti all'estrazione della "pietra da corso" alla produzione di calcina, con una proprietà terriera concentrata soprattutto in mano di nobili. L'amministrazione Comunale era in mano a tre consiglieri e dodici consoli, nominati dagli originari, coadiuvati da un massaro e da un cancelliere. Importante era il ruolo assunto dal comune di Rezzato per assicurare il servizio dei corrieri postali fra Brescia e Venezia per il tratto dal confine di S. Eufemia e quello di Calcinato. Se duro rimaneva il lavoro dei marmorai, più larghi erano i redditi delle famiglie dominanti, come gli Avogadro che nel 1622 davano inizio alla costruzione del palazzo di famiglia e inoltre realizzavano il grande complesso agricolo a N del palazzo e case coloniche stesse per la conduzione di 600 piò di terra che gli Avogadro avevano a Rezzato e Virle. Altri momenti difficili Rezzato visse nei primi decenni del '600. Alla carestia nel 1628, successe l'invasione di lanzichenecchi nel 1629 ed infine dall'aprile 1629 la peste che ridusse la popolazione da 2000 persone a 500. Seguirono tempi più pacifici, nei quali si manifestò tuttavia il banditismo la cui presenza è segnalata da numerose confische di beni. Disastrose per una popolazione ancora in maggioranza contadina le epidemie di bovini fra le quali quella scoppiata nel settembre 1711 che nel giro di due mesi ne uccise 160. Suppliva le ricorrenti crisi agricole il potenziamento della lavorazione del marmo che vedeva moltiplicarsi le botteghe di marmorai mentre fin dal 1703 il Comune di Rezzato veniva investito dai deputati alle miniere di "tutti i medoli di pietre, pietre da calcina ed ogni altra sorte che si troverà sopra detto comune". Nell'inverno 1705-1706 Rezzato come altri paesi vicini fu occupato dalle truppe tedesche di Eugenio di Savoia compiendo razzie e danni di ogni genere. Nell'ottobre 1711 fece grande rumore, come si ricorda altrove, una nuova apparizione divina a due fanciulli intenti a raccogliere castagne. Lo sviluppo economico e sociale del paese veniva segnalato da nuove costruzioni fra le quali la villa Avogadro-Fenaroli considerata la piccola Versailles bresciana.


La fine della Repubblica Veneta vide nell'aprile 1797 i giacobini battere le truppe venete e controrivoluzionarie del conte Fioravanti che furono respinte verso Lonato. Rezzato registrò, per la rivoluzione giacobina, la soppressione del convento dei Cappuccini. Ma già il 19 aprile 1799 truppe austro-russe al comando di Kray raggiungevano Rezzato, puntando su Brescia. Tornato sotto il dominio napoleonico, nel 1805 i francesi costituivano a Rezzato un parco di artiglieria visitato il 12 giugno da Napoleone B. ospite dei nobili Fenaroli, mentre a Rezzato e S. Eufemia nel 1808 veniva aperta una grande fonderia di cannoni.


Nel frattempo si sviluppava l'istruzione pubblica e nel 1839 l'arch. Vantini fondava una scuola per tagliapietre aperta il 15 dicembre col sostegno della Deputazione Comunale. Tale scuola si distinse, come scrive Ruggero Boschi, per il profilo decisamente rivolto alle discipline architettoniche e di ornato ed alla utilizzazione, almeno in un primo momento, delle risorse naturali costituite dalle varianti della pietra di Rezzato e di quella di Botticino. Funzionante già in parte nel 1843, trovò una sua sede definitiva in una costruzione disegnata dal Vantini stesso ed inaugurata, dopo lunghe interruzioni per gli avvenimenti del 1848 e la morte dell'architetto avvenuta nel 1856, nel 1858. Viva eco ebbero a Rezzato i più importanti fatti del Risorgimento. Il 22 marzo 1848 i volontari guidati da Longhena e Gallinetti con l'aiuto dei contadini del luogo e di quelli di S. Eufemia, Virle e Serle, questi al comando di don Boifava, chiamati dalle campane a stormo riuscivano dopo aver eretto barricate ai "Ponte" di Rezzato, a fermare e a catturare un convoglio di 163 soldati e 8 carriaggi di munizioni austriache in movimento per Brescia e Milano. Alle 17 del pomeriggio i rivoltosi entravano in città con la bandiera tricolore cucita col panno bianco e rosso rinvenuto nei cassoni del convoglio austriaco e la tendina verde strappata dalla finestra dello speziale di Rezzato. L'azione convinse il gen. Schwarzenberg alla capitolazione.


Ma a fine luglio 1848 Rezzato fu tra i primi paesi della provincia a registrare il ritorno degli austriaci. I rezzatesi partecipavano nel 1849 alle Dieci Giornate. Nonostante i tramestii di guerra, nel 1851 Rezzato avvertiva segni di progresso importanti con l'inaugurazione della ferrovia Brescia-Verona-Venezia, mentre nel 1859 veniva poi avanzata l'idea della costruzione di un tronco ferroviario da Rezzato ai Tormini per Anfo e il Tirolo. Nella notte del 14-15 giugno 1859 giungeva a Rezzato Garibaldi che, lasciandovi una compagnia, procedeva verso il Chiese. Attaccati da truppe austriache sopraggiunte da Castenedolo, i volontari garibaldini al comando di Cosenz e Türr ingaggiavano un duro combattimento che prese il nome di Treponti (v. Treponti, combattimento) e che finì con una ritirata per ordine di Vittorio Emanuele II su S. Eufemia. Il combattimento, per il quale Garibaldi rivolse il 16 giugno un severo rimbrotto alle sue truppe per il loro comportamento durante la ritirata, venne ricordato da una lapide con una iscrizione posta nel 1902 che dice: "Giuseppe Garibaldi - il 15 giugno 1859 - suo pugnace grido di - libertà lanciò da questa Via fra il plauso - entusiasta del popolo e le gloriose coorti segnarono - di sangue Virle Treponti". Fra i caduti nelle scaramucce di Rezzato è ricordato Gustavo Coletti di Padova. A Rezzato giungevano poco dopo le truppe della IV divisione piemontese. Nella villa Fenaroli nell'aprile 1862 sostava Garibaldi che lanciò appelli volti alla costituzione della Società del Tiro a segno. Il 4 luglio 1866 cadeva a Vezza d'Oglio il garibaldino rezzatese Nicostrato Castellini, decorato di medaglia d'oro al v.m. Il 24 settembre 1860 era caduto nell'espugnazione di Ancona un altro rezzatese: Giuseppe Bianchi dell'XI Reggimento, VII compagnia, dell'artiglieria. A lui, come primo caduto rezzatese per l'indipendenza d'Italia, verrà dedicato un piccolo monumento davanti al cimitero di Rezzato.


La vita politica ed amministrativa fu dominata per alcuni decenni, anche se con non molto margine di maggioranza, sui moderati, dalla sinistra liberale zanardelliana la quale registrò vittorie elettorali di Zanardelli, Ugo Da Como, ecc. e che dovette salutare con un mal celato favore la soppressione nel 1867 del Convento Francescano, tuttavia presto ristabilito, e l'inizio nel novembre 1868 dell'anticlericale "Circolo sociale" del quale fu primo presidente Luigi Bianchi. Di maggiore rilievo e durata la fondazione, nel 1875, della Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai, presieduta da Simone Gaffuri e che nel dicembre 1882 contava 117 soci, salendo a 129 nel 1885, 161 nel 1893, 190 nel 1901. Sotto la spinta patriottica e sulla scia della tradizione garibaldina nasceva nel settembre 1883 la "Società mandamentale di Rezzato del tiro a segno nazionale" con campo a "Monte Gazzolo", a poche centinaia di metri dal convento francescano. Il campo di tiro era stato progettato dall'architetto ing. Melchiotti. Tale società inaugurava il 5 settembre 1886 la bandiera sociale. Determinante per il progresso economico-sociale fu l'inaugurazione il 16 maggio 1897 della ferrovia (25 km.), Rezzato - Tormini - Vobarno (già auspicata nel 1859, riproposta nel 1873 dall'ing. Conti), unica in Italia a scartamento normale, gestita senza aiuti statali, costituitasi per intervento della Provincia di Brescia in Società ferroviaria Rezzato - Vobarno - Caffaro. Segno ancora di progresso fu nell'ottobre 1898 la fondazione dell'Asilo infantile comunale. Gli inizi del '900 sono contrassegnati da una vivacità politica e sociale singolare, e vedono la nascita di un forte movimento cooperativo con la Cooperativa Vinicola sorta nel 1902 nel rustico di Villa Chizzola e trasferitasi poi in via IV Novembre. Essa, nel 1910, diede vita ad una salumeria; inoltre nacque la "Cooperativa lavoranti in marmo ed affini" sorta nel 1907. Sempre agli inizi del secolo si afferma il socialismo che dominerà fino all'avvento del fascismo la vita amministrativa del paese. Tale periodo sarà segnato, oltre tutto, da vivaci polemiche con la parrocchia, culminate con particolari tensioni nel 1908 a causa dell'insegnamento religioso nelle scuole. Indice di progresso è il fiorire dello sport. Nel 1906 viene approvato lo Statuto di una Società ciclistica.


La I guerra mondiale richiede purtroppo il sacrificio di 42 morti. Eppure, nonostante la guerra, vengono compiuti passi in avanti. L'1 gennaio 1917 ha inizio il servizio automobilistico Rezzato-Desenzano. Vivace è il clima del dopoguerra che registra scioperi specie fra i lavoratori del marmo. I reduci fondano nel 1921 la Sezione combattenti e reduci. Seguirà nel 1926 la fondazione del Gruppo Alpini che ebbe come capogruppo Angelo Gamba. Anche la vita politica ed amministrativa si anima dal 1919. Alla presenza socialista sempre attiva si contrappone quella del Partito Popolare che nel 1920 conquista la maggioranza. Intanto nel giugno 1922 riprende la sua attività la Società Mandamentale di Tiro a Segno. Nel frattempo faceva sentire la sua presenza il fascismo e nel novembre 1922 si verificavano le prime spedizioni fasciste con la distruzione del Circolo socialista. Seguirono gli ultimi scioperi e la piena affermazione del fascismo su quello che era ritenuto "un covo di sovversivi". Il 15 maggio 1926 il regime impose il primo podestà, Enrico Scaroni mentre alcune persone venivano sottoposte a inchiesta e al confino. In seguito a contrasti sulla fine dell'anno e fino al 1927 venne nominato un commissario prefettizio sostituito poi nel maggio 1927 dal podestà Guglielmo Negrinelli. È lui che deve affrontare i grossi problemi provocati dall'aggregazione decretata il 28 marzo 1928 e resa esecutiva l'1 maggio del comune di Virle Treponti a quello di Rezzato che provoca vivo scontento nel comune annesso i cui abitanti denunciano condizioni di trascuratezza e di inferiorità. Con la nomina nel 1930 di Enrico Scaroni si manifestano dissapori con i maggiorenti del paese fra i quali il nob. Antonio Cazzago, i conti Provaglio, la famiglia Bossini e alcuni piccoli e medi proprietari ritenuti, come scrive Gianni Sciola, "troppo tiepidi verso il regime, se non addirittura antifascisti" e contro ex socialisti e popolari. Vivi sono i contrasti anche con il parroco don Tedoldi. Non mancano intanto realizzazioni di opere pubbliche come la sistemazione degli uffici comunali, la realizzazione (1928) della colonia elioterapica "Valverde" poi dedicata a Nicostrato Castellini, la copertura del Vaso Cerca, la costruzione, sulla strada per Salò, del campo sportivo Littorio (1928-1929). Segue ne gli anni seguenti l'ampliamento del Cimitero. Nel 1931 viene elettrificata la Rezzato-Vobarno. Nell'ottobre 1931, viene inaugurato l'ampliamento del Ricovero Vecchi e negli anni seguenti viene effettuata la costruzione degli asili infantili. Inoltre viene compiuta un'opera sempre più intensa di rimboschimento culminata, il 21 aprile 1937, con l'inaugurazione sul Regogna del Bosco dell'Impero, consistente nella collocazione di circa 20 mila piantine. Nel novembre 1938 viene inaugurato il rinnovato cimitero. Nel frattempo sono andati stemperandosi i contrasti e gli atteggiamenti di fronda verso il partito che alla fine del 1939 vanterà di organizzare 384 maschi, 89 donne, 253 avanguardisti, 139 giovani italiani, 305 balilla, ecc.


Difficili mesi e a volte terrificanti giornate visse Rezzato dal 1943-1945 quando alcuni edifici ospitarono reparti militari e uffici della Repubblica Sociale Italiana. Le prime incursioni aeree hanno luogo nel maggio 1944 ma si manifesta insistente e spesso pesante il continuo ripetersi di mitragliamenti e bombe sulla ferrovia, sulle rotabili, sulle stesse cascine, con morti e feriti. La giornata più terribile è quella del 17 maggio 1944 quando alle ore 14 quattro aerei alleati centrano alcuni vagoni carichi di tritolo fermi alla stazione provocando esplosioni e fiammate che demoliscono o sfasciano oltre la stazione tutte le abitazioni nel giro di 500 m., seminando danni fino a Brescia, S. Gallo, ecc. e provocando cinque morti ed una quarantina di feriti. Raffiche continue di mitragliamento, bombe, spezzoni incendiari, azioni di disturbo aventi per obiettivi le strade e la linea ferroviaria ma anche su case, cascine e cantieri e lo stesso cimitero provocano non solo danni ma anche vittime: due il 21 novembre, una il 6 dicembre, una il 29 dicembre 1944, tre il 13 febbraio 1945, ecc. Il 28 aprile 1945, finalmente passa da Rezzato il grosso delle truppe alleate, diretto a Brescia dopo che i patrioti hanno occupato villa Fenaroli, le altre sedi dei comandi militari, la stazione e le principali vie d'accesso al paese.


Primi impegni della Amministrazione democratica (1946-1950) furono l'asfaltatura di 22 mila mq. di strada, la pavimentazione di via Italia, l'ampliamento dell'edificio scolastico di Virle, il rinnovo dell'acquedotto, dei cimiteri, la costruzione delle prime case Fanfani. Accesa la lotta politica specie negli anni 1947-1948 e vivaci gli scontri fra parrocchia e P.C.I. con momenti di tensione, anche per un ordigno trovato l'8 maggio nell'orto della canonica che fu occasione di forti polemiche. Di contrapposto simpatica, nel 1947-1948, la vicenda di una bambina di sette anni della frazione Razzica, Gabriella Locatelli, che vince in un "concorso dei desideri" fra i bambini di tutto il mondo una "casetta rossa". Negli anni '50-'60 vengono costruiti un nuovo edifici scolastico nel capoluogo, l'asilo infantile di Virle, vengono sviluppate le opere di fognatura, ecc. Un lascito da parte di Evaristo Almici (1953) permette un netto miglioramento nel "Ricovero vecchi". Particolarmente attive, oltre ai partiti, sono negli anni '70 le Acli che pubblicano "Il Punto" e i "Quaderni del Punto"; il "Circolo"; "Che Guevara" della Federazione Giovanile Comunista e il periodico "Rezzato Domani" (1975). Intense, sempre negli anni '70 anche le opere pubbliche fra le quali l'acquedotto di Treponti, la illuminazione pubblica e la viabilità e la costruzione di un nuovo edificio scolastico a sud della Statale nel quartiere S. Carlo (1974). Il 17 giugno 1973 vengono inaugurati il nido infantile e la scuola materna in due edifici emisferici chiamati le Cupole, realizzati su progetto dell'arch. Achille Astori; sempre nel 1973 sul Regogna viene realizzata una colonia che può accogliere 130 ragazzi. Un nuovo edificio scolastico viene realizzato a tempo di record nel 1975. Nel 1980 vengono compiuti interventi sul cimitero, nel 1981 l'amministrazione comunale dà il via tra Rezzato e Virle ad una cittadella commerciale e ad un nuovo campo di calcio. L'anno dopo (1982) a S della Statale vengono assegnate aree a cooperative per la costruzione di centinaia di alloggi. Il 18 ottobre 1981 viene inaugurata una palestra a Virle e nella ex chiesa della Disciplina nella via omonima viene sistemata la nuova sede del centro culturale e della biblioteca comunale. Dal 1984 viene affrontato il nodo della viabilità e l'ampliamento della rete del gas metano. Nello stesso 1984 vengono ristrutturati il vecchio edificio esistente all'incrocio sulla Padana Superiore e al contempo viene messo a nuovo, nell'ex palazzo Vantini, il Municipio. Minialloggi, ricupero di cave, viabilità entrano negli anni seguenti nel bilancio municipale. Dal 1991 viene avviata la valorizzazione di edifici antichi e promosso l'arredo urbano e dei parchi. Al contempo viene progettato un parco nel quartiere "La Famiglia Rezzato - Terza". Nel 1994 viene deciso il trasferimento in ampi spazi delle Scuole medie, della Biblioteca. Comunale e in suo luogo, nell'ex Disciplina, viene sistemata la "Pinacoteca internazionale dell'età evolutiva" . Per il 1996 viene progettato un ampliamento del cimitero con un settore multirazziale specie per musulmani con tombe orientate verso la Mecca. Il paese frattanto si abbellisce anche di parchi e monumenti. Nel 1977 viene rilanciata la sistemazione del centro storico mentre si imposta il progetto di un parco per la collina alle spalle della villa Fenaroli "la collina di Bacco" affidata al prof. Igino Zanutto ed all'arch. Augusto Süss, sulla quale viene progettato un museo dei marmi, modificando lo statuto della "Fondazione L. Fontana". Aperto nel maggio 1977 il parco-collina, nel giugno 1983 viene inaugurato in via Kennedy per iniziativa della sezione aviatori "Stefano Gheza" un monumento all'aviatore, consistente in un aereo Lockheed 733 montato su basamento, utilizzato in Corea. Nel settembre 1994 viene inaugurato nel parco S. Carlo un monumento all'Avis, opera di Pietro Moretti.


Sempre negli ultimi decenni si fa più intensa l'attività assistenziale. Negli anni 60 sorge l'asilo nido gestito dall'OMNI che dall'1 gennaio 1976 passa in gestione al Comune e verrà poi gestito dal 1989 assieme ai comuni di Botticino e Mazzano. Nel 1964 nasce la sezione Avis di Rezzato e Virle "Alfiero Barbetta" che nel 1994 conta 233 donatori. Di rilievo la ristrutturazione e l'ampliamento nel 1990-1992 della Casa di Riposo «Evaristo Almici» mentre viene avviata per iniziativa privata la Casa di Riposo «Anni Azzurri». Nel 1993 viene istituita l'assistenza domiciliare integrata su iniziativa del comune e dell'Ussl; al contempo viene istituito il Telesoccorso. Di notevole importanza nel 1994 tra via Kennedy e via Moro la realizzazione con strutture modulari del Centro socio-sanitario nel quale vengono concentrati tutti i servizi ambulatoriali, specialistici ed amministrativi non solo di Rezzato, ma del distretto dell'Ussl 41, comprendente anche Mazzano e Botticino. Contemporaneamente viene avviato vicino alla Casa di Riposo Almici, assieme ad appartamenti un Centro diurno per anziani, che si aggiunge a quello realizzato a Virle. Per valorizzare il lavoro familiare nasce nel gennaio 1997 l'associazione Rezzato Alfa. Di rilievo è anche l'attività culturale e del tempo libero: nel 1967 dal prof. Aldo Cibaldi viene avviata la Pinacoteca Internazionale dell'età evolutiva (v.) che avrà notevolissimo sviluppo. Tra le iniziative culturali è il singolare "Archivio Denza di scrittura poetica, o di poesie visive" promosso nel 1970 da Tullia Denza. Particolarmente attivo dal 1971 il Club dei Maggiolini presente in campo culturale, sociale, ecc. che promuove il "premio Maggiolino d'oro" e dal 1964 la Cariolada, che avranno singolare sviluppo. Negli anni '70 furono avanzati dalla "Fondazione Lucio Fontana" progetti per la collina alle spalle della villa Fenaroli e nella villa Fenaroli un museo del marmo che non ebbero però seguito. Nel 1984 su iniziativa di Gianni Filippini, rinasce la banda musicale. Negli anni '90 vengono organizzate le più varie manifestazioni che trovano nel C.T.M. il loro centro. L'attività sportiva già avviata da decenni vede nascere nel 1928 per iniziativa di Enrico Scaroni, che allora era podestà, Remo Massardi, che era segretario politico, Ferruccio Ventura, i fratelli Sberna Annibale, Telemaco ed Ernesto, Perugini Saturno, Luigi Ogna, Sossi Nisio, Franco Bertani, Goffi Italo, Marchesini Gino, Viviani Camillo, Lodovico Zaina e Nazzari Giuseppe, l'Associazione Calcio Imperia che ha subito un suo campo sportivo e che fino al 1940 fu senza dubbio una delle migliori squadre della provincia. Dopo la guerra riprese l'attività fino al 1950. In tale periodo passò rapidamente dalla III alla I categoria. Dal 1950 al 1959 vi fu un periodo di inattività. L'Imperia risorse nel 1959. Negli anni successivi militò nelle tre categorie con cui erano divisi i tre campionati. Negli anni '30 la Società ciclistica si impone specie sotto la direzione di Enea Calzoni. Grande successo ha fin dal 1932 il gioco delle bocce per merito soprattutto di Giuseppe Gabbi e Paolo Massardi che riscuote fino al 1962 notevoli successi. Rezzato vide nascere dal 1936 per iniziativa di Annibale Sberna una delle prime società di pallacanestro che disputò con successo tornei provinciali e che cessò la sua attività nel 1940. Un rilancio dello sport si ebbe negli anni '70. Se è episodica, ma frequentata, la marcia in montagna organizzata dal 1971 dal Gruppo Alpini, nel 1974 si afferma, con più ampio programma, la Polisportiva, attiva nel calcio, in marce di regolarità, corse campestri, gare di ping-pong, ecc. Nel 1976 nasce con il nome di "Scuole medie di Rezzato" un gruppo sportivo di atletica leggera. Il 15 luglio 1978 viene aperta in via Leonardo da Vinci una piscina comunale. Da parte sua il Circolo ARCI gestisce dal 1978 oltre al teatro comunale, la piscina, i campi di tennis, una pista di motocross. Nel 1984 veniva costruito un nuovo campo sportivo e un grande bocciodromo coperto, amministrato dalla Bocciofila "Coltura e Olivetti". Sempre più attiva anche la Società Pesca Sportiva Valverde, promotrice del Trofeo omonimo. Nel 1990 veniva progettato un grande centro ippico lombardo con due maneggi coperti, una tribuna per mille spettatori e un box per 80 cavalli. Al contempo veniva avviata la ristrutturazione delle attrezzature sportive. Negli anni '90 fu ripristinato lo Stadio. Tra privati e comunali a Rezzato si può trovare praticamente di tutto: campi da tennis scoperti in terra battuta, coperti per l'inverno in terra rossa o sintetico, minigolf, una piscina, due stadi, un bocciodromo, una pista di pattinaggio su rotelle, un centro polifunzionale, e un centro ippico, a Rezzato sud, oltre la ferrovia. Nel calcio sono attive l'Ac Rezzato, il Gc San Carlo e l'Uisp Rezzato. L'atletica ha uno dei suoi capisaldi nel G.S. Coop. Service. Attivi il Basket Virle, l'Audax pallavolo, la Volley Duesse. Nel 1996-1997 viene realizzato nell'area sportiva di San Carlo una palestra polifunzionale per pallacanestro e basket. Attivo anche lo Sci Club.


ECCLESIASTICAMENTE. Il territorio appartenne al pievanato urbano incentrato nella cattedrale che a oriente si estendeva fino a Rezzato e a Castenedolo. Ma non è detto che in seguito sia nata, come qualcuno ipotizza, una piccola pieve. La cattedrale eresse qui, invece, nel sec. XI-XII un battistero dedicato a S. Giovanni Battista collocato ai piedi della collina sulla quale sorgeva la chiesetta di S. Pietro come si è ricordato, di probabile fondazione longobarda o monastica. Santuario mariano molto antico fu la chiesa (o Rotonda) di S. Maria di Val verde che finì col dipendere, come le altre chiese di S. Pietro e S. Giovanni Battista con relativi benefici, dal Monastero di S. Eufemia. La dipendenza dalla pieve-cattedrale è confermata dal fatto che accanto al titolare S. Giovanni Battista il patrono della parrocchia è S. Vincenzo martire (22 gennaio) che indica l'esistenza di una diaconia sempre dipendente dalla cattedrale. A quanto scrive Baldassare Zamboni il vescovo Landolfo II dotò nel 1008 la chiesa già parrocchiale di sessanta jugeri di terreno. Lo stesso vescovo Landolfo, fondato nel 1120 il monastero di S. Eufemia, gli assegnò oltre i boschi della Maddalena (Montedenno) e quelli di Castenedolo, quelli di Rezzato e di Virle per cui il Monastero ebbe il patronato e la cura d'anime fino al sec. XVI. Abbiamo notizia di investitura della chiesa di S. Pietro al monaco Americo di Ravenna da parte dell'ab. Giovanni de Ponte il 15 settembre 1288. Della erezione della nuova chiesa di S. Giovanni Battista in sostituzione del Battistero vi è memoria nel testamento del 10 ottobre 1310 di Giovanni Pietro Lechi De Morari nel quale, assieme a legati e all'usufrutto di suoi beni in favore della moglie Armelina, istituiva come sua erede la chiesa da lui fatta costruire nella sua corte in Rezzato, dedicata a S. Giovanni B. con la disposizione che venissero eletti due sacerdoti che prendessero residenza in detta chiesa e celebrassero gli uffici divini. I sacerdoti dovevano essere eletti dall'abate e dai monaci di S. Eufemia con l'obbligo di mantenere due chierici o laici, uno dei quali addottrinato. Permettendolo i beni lasciati, il numero dei sacerdoti poteva anche aumentare. La chiesa di S. Giovanni B. compare come parrocchiale nell'elenco dei benefici ecclesiastici del 1410. Nel sec. XV almeno, se non prima, in concomitanza con il movimento dei Bianchi sorse la Disciplina che ebbe sede in una chiesetta prima dedicata a S. Alessandro poi a S. Nicola. Sempre più documentata è nel sec. XV l'investitura del beneficio di S. Pietro, di S. Maria in Valverde, di S. Giovanni B. ai monaci di S. Eufemia. Viene individuato in don Vittore da Venezia il primo frate secolare investito il 28 luglio 1429 dall'abate Giacomo de Devitiis di Ghedi dei benefici di S. Giovanni Battista, di S. Pietro in Colle e di S. Maria in Valverde, questi due ultimi vacanti per la morte del monaco Boccanomi. Trasferito nel 1434 per maggior sicurezza il monastero dall'attuale omonima frazione in città presso una casa abbandonata dagli Umiliati a Torrelunga, dove edificarono un grosso monastero e una nuova grande chiesa, anche la chiesa di Rezzato passò sempre più decisamente al clero secolare. Il 9 agosto 1450 forse successore di don Vittore da Venezia l'abate Gabriele Avogadro investe del beneficio un altro prete secolare, don Giampietro De Laude (da Lodi). Come ha scritto Domenico Piccinotti: "successivamente il beneficio di S. Maria in Valverde viene staccato dagli altri ed affidato alla cura dei monaci di S. Eufemia. È forse questo un indizio della crescente importanza della chiesa di S. Maria in Valverde in seguito alle apparizioni. Pochi anni dopo il beneficio di S. Maria in Valverde ricompare unito agli altri due ed affidato all'Amministrazione del Vicario Generale del Vescovo Dominici, Don Nicola da Perugia. La permuta da questi fatta nel 1471 con il Rettore di S. Martino di Corzano, don Pietro Da Fine (Daffini) porta al rafforzamento e al definitivo affermarsi della Parrocchia. È con don Pietro Da Fine che la parrocchia rivendica, specie dal 1471, una propria indipendenza dal Monastero di S. Eufemia, riconoscendo la sola giurisdizione del vescovo di Brescia e al monastero stesso il patronato. Come registrano molti documenti del Monastero riassunti da P. Guerrini e da D. Piccinotti quando il 3 dicembre 1490 prima ed il 12 luglio 1491 il monaco Don Giacomo da Monferrato, in qualità di procuratore dell'Abate di S. Eufemia, ebbe ad intimare la visita pastorale alle tre chiese rezzatesi compiuta in effetti dall'Abate cassinese Don Girolamo da Piacenza, il Daffini protestò duramente e non si presentò all'Abate visitatore che lo colpì con la pena della scomunica. Aveva appena ottenuto l'assoluzione che ricadeva per nuovi atti di insubordinazione nella stessa pena. La vertenza terminò con un lodo arbitrale emesso dal dr. Mattia Ugoni, dal rezzatese don Angelo Gaffuri e dal notaio Francesco Burselli di Bagnolo. Il compromesso fra l'Abate ed il parroco contemplò specialmente i diritti sulla chiesa ed il beneficio di S. Maria di Valverde. Stanco di lottare il parroco Daffini dava le dimissioni rinunciando in favore del nipote don Bertolino Daffini che promise di tener fede ai patti intercorsi tra lo zio ed il monastero di S. Eufemia.


Non è per niente accettabile la notizia che tra i parroci di Rezzato vi sia stato il celebre Teofilo Folengo. Indizi invece più evidenti indicano il passaggio al clero diocesano. Il 21 aprile 1492 la Curia di Brescia redarguisce Tommaso "de Corna" perchè in prediche tenute a Rezzato aveva criticato i religiosi, i sacerdoti ed altri ed aveva esortato il popolo a costruire una chiesa anche senza il consenso vescovile. Del resto agli inizi del sec. XVI il comune e il vescovo di Brescia vanno rivendicando l'elezione del rettore-parroco tanto che a don Giacomo de Gambis, eletto dall'abate l'8 maggio 1516, viene contrapposto don Annibale Rozzoni eletto dal comune e confermato dal vescovo il 16 luglio 1516. Nel 1524 tuttavia il nuovo rettore Aurelio Duranti veniva nominato dall'abate canonico della cattedrale e rettore di Rezzato. Questi il 7 ottobre 1535 protesta contro il vescovo Francesco Cornaro «in actu visitationis», richiedendo che prima di entrare in chiesa il prelato dichiari se intenda visitarla per potestà e giurisdizione ordinaria o delegata; per non ledere i diritti del cenobio benedettino, la visita è autorizzata, avendo il vescovo detto che veniva compiuta per delega pontificia. Nonostante ciò quando il vescovo mons. Bollani nel 1566 compie la visita pastorale trova una struttura pastorale salda e funzionante. Il parroco don Gian Giacomo Pastorio aveva alle sue dipendenze due curati e manteneva ed istruiva due chierici. La parrocchia era arricchita oltre che di quello di S. Giovanni Battista, degli altri due benefici di S. Pietro e di S. Maria in Valverde. Una cappellania di S. Lucia, la Scuola del S.S. Sacramento completavano il quadro dell'organizzazione parrocchiale che continuava ad essere sotto il patronato del Monastero di S. Eufemia. Religiosamente la situazione era ancora migliore. Nessun inconfesso (fatta eccezione dei pochi interdetti dal parroco), buona la frequenza alla Chiesa, discreto il tenore della moralità pubblica. Nonostante la visita del vescovo Bollani del 1566, il 22 agosto 1570 compie una sua visita l'abate Celso da Verona e sancisce la soppressione della III cappellania fatta col consenso del capitolo monastico, per spenderne le rendite in paramenti, nella fabbrica delle chiese e nei restauri della canonica, ecc. Seguono nuovi decreti vescovili (del vescovo Bollani del 1573) e di S. Carlo nel 1581 confermati nel 1582 dal vescovo Dolfin.


Segno di continuo sviluppo della vita religiosa è la fondazione di un convento di cappuccini sul colle S. Pietro che in cambio attraverso p. Crescenzio da Brescia donò alla parrocchia nel 1595 le insigni reliquie dei SS. Crisante e Daria avute in dono dal duca di Acquasparta, Federico Celio, custode delle catacombe romane. Momenti di particolare risveglio religioso furono i primi decenni del '600, da quando il vescovo mons. Marin Giorgi, dopo un'inchiesta da lui voluta in seguito a quanto aveva udito circa i miracoli compiuti dalla Madonna di Valverde, con decreto del 3 maggio 1601 proclamò l'Immagine come miracolosa e ordinò che fosse tolta dal l'esterno della Rotonda e riposta in un nuovo santuario che venne realizzato nel giro di pochi decenni assieme alla chiesa parrocchiale (dal 1631). Un altro momento religiosamente straordinario fu l'accoglienza fatta alle reliquie di S. Carlo Borromeo da tutto il popolo rezzatese nel maggio del 1619, durante il trasporto delle stesse a Salò. La viva fede dei rezzatesi ha una riprova nella petizione avanzata con altre comunità della zona a papa Innocenzo I di volerli assolvere e benedire onde allontanare gli infortuni e le disgrazie che si susseguivano da alcuni anni, ciò che ottennero con "breve" del papa il 24 marzo 1684. Risvegliarono particolare devozione nuove apparizioni della B. Vergine. Il 1° ottobre Paolo Ogna di 8 anni e Francesco Pellizzari di 11, recatisi sul colle S. Pietro per raccogliere castagne, guardando verso la cappella del laghetto, furono abbagliati da una luce vivissima nella quale intravidero la Vergine in candide vesti e manto azzurro, inginocchiata e rivolta ad oriente. Seguirono restauri e abbellimenti sia al Santuario che alla chiesa parrocchiale. Verso la metà del '700 il Governo veneto concedeva ai deputati della chiesa di S. Giovanni B. di erigere la Compagnia del Suffragio per le anime dei morti e del purgatorio. Lasciti di beneficenza si hanno nel 1734 (Pisani), 1761 (Sartori e Bulgarini per quattro povere nubende). Nonostante il passaggio al clero diocesano della cura pastorale, il monastero di S. Eufemia mantenne il patronato sulla parrocchia di Rezzato. In seguito al passaggio deciso nel 1797 dal Governo Provvisorio di beni del monastero di S. Eufemia all'Ospedale civile, quest'ultimo pretese di nominare il parroco, ciò che il Governo austriaco respinse così che la nomina divenne di patronato regio. La presenza francescana del convento di S. Pietro ha favorito lo sviluppo religioso della popolazione significata nel 1840 dalla istituzione del Terz'Ordine francescano e da vocazioni religiose di rilievo. Tra le devozioni più seguite quella dei Tridui e delle Quarantore. Nella seconda metà dell'800 Rezzato ebbe in don Giuseppe Franzini un parroco di orientamento decisamente "liberale" che fece da trait d'union fra clero, Zanardelli e la curia di Brescia. Più intimamente "religioso" fu il parrocchiato di don Giuseppe Beatrici (1906-1921) già curato in parrocchia "popolarissimo e amatissimo". Alla sua scuola e al suo esempio si formarono numerose vocazioni sacerdotali, nacquero nuove iniziative, come la Scuola di Canto (1908) diretta dal maestro Vincenzo Fondrieschi. Con il parrocchiato di don Pietro Tedoldi (1921-1933) la vita parrocchiale si andò adeguando ai tempi, alle esigenze sociali e culturali nuove, attraverso nuove strutture e metodi di apostolato. Sotto di lui in tempi difficili e di scristianizzazione nacque l'Azione Cattolica nei suoi rami principali e venne restaurata e decorata la parrocchiale. Sulla sua scia si impegnò con tenacia e zelo il successore don Francesco Gabrieli (1933-1961) che perfezionò l'organigramma dell'Azione Cattolica. Coadiuvato dai curati don Carlo Staurenghi e don Costanzo Comensoli realizzò un impegnativo programma religioso e pastorale attraverso il richiamo ad una frequenza più intensa alla vita liturgica e ai sacramenti e incoraggiò il risveglio della pietà popolare attraverso i Tridui, le Quarantore, le feste, lo sviluppo della Processione al santuario, l'incremento della Biblioteca e della Filodrammatica, ecc. Nel 1933 il curato don Costanzo Comensoli dirigeva l'oratorio maschile. Nel 1935-1936 don Gabrieli promuoveva la costruzione dell'oratorio femminile, acquistava un nuovo oratorio maschile, promuoveva il "Bollettino Parrocchiale", incrementava la formazione religiosa e culturale ecc. tanto da fare di Rezzato nel 1934 il centro propulsore dell'Azione Cattolica anche per tutta la zona circostante. Nel 1936 rinasceva, inoltre, la Schola Cantorum e veniva organizzata la "Buona Stampa". Nel 1938 veniva benedetto il Cimitero, nel 1939 veniva acquistata la casa ad uso del curato. Nel 1946 veniva acquistata l'area dell'oratorio maschile, usciva la "Voce di Valverde", il 7 dicembre 1947 facevano il loro ingresso a palazzo Fenaroli i religiosi Scalabriniani; nel 1949 veniva inaugurato il Cinema parrocchiale "Valverde" e il 17 settembre 1950 posta la prima pietra dell'oratorio maschile inaugurato il 28 novembre 1952. Grandiosi, il 3-5 settembre 1949, i festeggiamenti per l'incoronazione della Madonna di Valverde. Nel settembre 1955 veniva rilanciata l'attività oratoriana e nel 1956 sempre per impulso di don Gabrieli comparve il nuovo periodico parrocchiale "Comunità di Rezzato". A lui si deve inoltre la fondazione dello scoutismo e il suo potenziamento. Attive le filodrammatiche. Il parrocchiato di don Vito Ranzenigo iniziato il 3 settembre 1961 vede, nel 1962, i restauri del Santuario e della Rotonda; nel 1967 la costruzione della chiesa di S. Carlo, poi parrocchia autonoma, il 15 ottobre 1972 l'inaugurazione del Centro Sociale. Nel 1984 venivano creati un Centro ricreativo gestito dall'ANSPI e una Scuola di lavoro organizzata dalle Suore Dorotee nell'oratorio femminile ristrutturato. Altrettanto intenso il parrocchiato di don Franzoni che ha visto, tra l'altro, nel 1996 la nascita della Caritas Migranti e la ristrutturazione dal 1995 dell'oratorio. Il 25 maggio 1997 il vescovo mons. Foresti inaugurava l'oratorio completamente restaurato e benediva la nuova cappella.


PARROCCHIALE DI S. GIOVANNI BATTISTA. Accanto al primitivo Battistero venne eretta nel 1300 per iniziativa del nob. Giovanni Pietro Lechi de Morari una chiesa allo stesso santo a comodità sua e dei suoi dipendenti. Di essa rimane il bel campanile romanico. In lavori di consolidamento della cella campanaria iniziati nel 1996 è stato messo in evidenza il cono di copertura costituito da una struttura originalissima, essendo realizzato in mattoncini conici sovrapposti, una soluzione insolita, rara nelle nostre zone. La chiesa doveva essere nel 1592 talmente cadente o troppo angusta se la curia vescovile credette opportuno intervenire. Alla fabbrica della nuova chiesa contribuiva il 27 gennaio 1505 anche il Monastero di S. Eufemia con un elemosina di lire 15. Passarono comunque alcuni decenni prima che una nuova costruzione venisse decisamente affrontata. Infatti la decisione di procedere alla costruzione venne presa unanimemente dal consiglio comunale nel 1631, anno nel quale venne posta la prima pietra. I lavori iniziati il 29 aprile 1640 terminarono nel 1682. Dal 1672 al 1682 venne realizzata la facciata in marmo. Il tempio verrà consacrato il 5 novembre 1724 dal vescovo mons. Morosini. Alla fine del '600 come scrive V. Volta, «dopo una convenzione, a seguito di compromesso con i confinanti Seriati proposto dal Conte Scipione Avogadro, viene demolito il vecchio angusto coro per realizzare una più ampia e profonda area presbiteriale, la stessa che noi oggi conosciamo, con il nuovo bellissimo altare maggiore lavorato interamente con marmi policromi su fondo nero di paragone» opera nel 1735 del rezzatese Vincenzo Baroncini. Le statue dalla predella alla tribuna sono, secondo un contratto dell'11 aprile 1728, di Antonio Calegari. Valentino Volta indica in Vincenzo Baroncini il probabile autore del paliotto. Sandro Guerini assegna a Maffeo Olivieri il grande Crocifisso che sta sul secondo altare a destra di chi entra. In esso lo studioso trova forti analogie con quello di Sarezzo «rilevando inoltre che ne accentua le caratteristiche di drammaticità, aumentando la tensione e la resa anatomica del torso: le gambe ed i piedi sono invece identici a quelli dell'opera valtrumplina. Lo stesso viso è a Rezzato più tormentato e contratto in una smorfia di dolore e le mani si richiudono nervosamente, straziate dai chiodi». Le caratteristiche, sempre secondo il Guerini, «fanno spostare di qualche anno l'opera di Rezzato rispetto al suo prototipo saretino e inducono a collocarla intorno, se non oltre, al 1540. La policromia che attualmente si scorge dovrebbe risalire al '700, a quando cioè il Crocifisso fu posto nella collocazione attuale e fu accompagnato dalle statue dell'Addolorata e di S. Giovanni, mentre in origine la scultura doveva trovarsi o sopra l'altar maggiore o sull'arco trionfale». Nel 1667 il maestro Ambrosio Ambrosini edificava dietro l'altare del Crocifisso sotto il portico della casa canonica una cappella per la Confraternita del Suffragio o del Crocefisso chiamata poi, dopo vent'anni nel 1706, la chiesa del Suffragio. Nel 1736 viene rinnovato l'altare di S. Antonio con una nuova soasa, opera di Antonio Palazzi qd. Paolo e Pietro qd. Battista Marchesini mentre il paliotto era già stato rifatto in precedenza da Vincenzo Baroncini. Nel 1731 viene rinnovato ad opera di Giuseppe Bonetti l'organo sostituendolo a quello dell'Antegnati del 1641. Tale strumento finì poi, non molti anni fa, nella chiesa dei Comboniani in città. L'altare eretto nel 1583 attualmente dedicato, per disposizione di S. Carlo B., al SS. Sacramento e un tempo a S. Lucia patrona degli scalpellini, e dotato di una cappellania da don Giov. Gilberti, venne rifatto nel 1687. Della primitiva dedicazione rimane una bella pala raffigurante la Deposizione con S. Lucia, raccolta tra colonne composite in marmo colorato che sostengono una elegante trabeazione barocca.


Di particolare rilievo artistico soprattutto per i marmi sono gli altari di S. Vincenzo e della B.V. La chiesa conserva una pala di Pietro Marone e un quadro raffigurante S. Anna di Sante Cattaneo. Ad Antonio Turbini, V. Volta attribuisce "la consulenza se non la progettazione della sagrestia" realizzata nel 1748. Come scrisse ancora il Volta «Nel 1759, 28 giugno, la Compagnia del Suffragio delibera di coprire la cella del campanile con una cupola di "latta" a cipolla, elegante e civettuola, la stessa che ora versa in gravi condizioni e richiede interventi urgenti di restauro. Rari sono gli esempi nella pianura di coperture di questo genere».


La decorazione venne compiuta nel 1931, sotto il parrocchiato di don Pietro Tedoldi, dal professor Luigi Morgari di Torino. L'affresco dell'abside rappresenta una "Ultima Cena" ispirata alle creazioni di Paolo Veronese e mette in luce tutta la grazia e l'eleganza dell'altar maggiore e della sovrastante tribuna. Sulla parete del fianco sinistro dell'altare liberato dall'inutile cantoria, lo stesso Morgari ha affrescato in un quadro grandioso l'episodio eucaristico del Miracolo di Torino. La decorazione è completata nella calotta e nella volta con altre medaglie e simboli Eucaristici. L'opera è stata estesa alle tre navate della bella ed elegante chiesa cinquecentesca. Tre grandi medaglioni rappresentano la nascita, la predicazione e la morte di S. Giovanni Battista. Immagini di Santi, sobrie cornici in oro e stucchi eleganti completano la decorazione resa più suggestiva dalla vicinanza delle trifore, vetrate con colori atti a render begli effetti di luce. Più in basso, sui pennacchi, conferiscono a tutto l'interno un aspetto solenne le grandiose figure degli Apostoli Pietro e Paolo fra i quattro Evangelisti: la decorazione continua nelle navate laterali suddivise in otto cappelle affrescate con scene, motivi e simboli religiosi che illustrano o esaltano i Santi cui sono dedicate. Belle le vetrate a colori che attenuano la luminosità delle trifore semplici ed eleganti. In basso nella penombra si scorge l'arredamento curato con semplice buon gusto e che è completato da vistosi lampadari in ferro battuto. Anche la sagrestia fu poi restaurata con gli stessi criteri. È adorna di eleganti lesene, stucchi e mobili settecenteschi. Vetrate e lampadari vennero posti nel 1949.


Nuovi ampi restauri alla chiesa e al campanile vennero compiuti nel 1986 in occasione del XXV di parrocchiato di don Vito Ranzenigo. Per l'occasione nella facciata venne posta una grande vetrata, in vetri soffiati antichi di Germania, raffigurante il battesimo di Gesù disegnata da Augusto Ghelfi. Rubate nel marzo 1993 le quattordici tele settecentesche della Via Crucis, rifatte da Luigi Morgari, autore degli affreschi; vennero nel 1994-1995 abbellite e sistemate dal virlese Natale Doneschi. Nel novembre 1996 vennero ricollocate le cinque campane affidate alle cure della ditta Pagani di Castelli Calepio.


CHIESA DEL SUFFRAGIO O DELLA VISITAZIONE. Costruita secondo un progetto depositato in Curia il 22 luglio 1706 e redatto secondo Valentino Volta da maestro Vincenzo Agliardi, venne edificata dalla Compagnia del Suffragio nel 1707. Abbandonato, l'edificio venne poi adibito a scuola e a luogo di riunioni. Completamente restaurato nel 1993, venne inaugurato il 19 dicembre 1993.


S. MARIA ASSUNTA DI VALVERDE O ROTONDA. Sorge a fianco del Santuario, ai piedi della collina di S. Pietro a NO del paese. È nominata, come si è ricordato, in non pochi documenti dell'XI secolo. Passata fra i beni del Monastero di S. Eufemia è con S. Pietro e S. Giovanni una delle tre chiese dotata di beneficio e assegnata ai monaci dello stesso. Assume fama nel 1399 con l'apparizione del Redentore e della B.V. al contadino e diviene meta di sempre più frequenti pellegrinaggi. Romanica, a pianta centrale per la forma e l'accurata costruzione ha fatto pensare a qualche relazione con il Duomo Vecchio di Brescia. La relazione sarebbe anche suffragata dal fatto che l'antica chiesuola era dipendente dai Canonici del Duomo. Oltre alla struttura muraria in pietra viva egregiamente lavorata, sono venuti alla luce, tolto l'intonaco, frammenti di affreschi del secolo XIII che rappresentano il Battesimo di Gesù e teorie di Santi, all'interno della Rotonda stessa. All'esterno altri del secolo XV: sul lato N frammento di Gesù in trono con cartiglio; verso O, interrotto dall'apertura di una porta, appare completa la figura della Giustizia; coperto in parte dal portichetto, S. Michele Arcangelo. Particolarmente pregevoli sono gli affreschi interni del XIII secolo, del tipo e gusto di quelli già affiorati in altri monumenti del bresciano; ad esempio, alla Pieve Vecchia di Nave (La Mitra). Diventata dopo le apparizioni il centro di particolare devozione venne di nuovo abbellita, nel sec. XVII, di opere figurative, attribuibili forse a Pietro da Marone e con decorazioni affini per forma agli stucchi della Basilica della Madonna delle Grazie. Più volte vi fu chi vi pose mano per rifarla od abbellirla. Il Corbello così la descrive nel 1700: «(La Chiesa) si chiama "ritonda" per essere la mità (metà) de essa in tondo, ed intorno ci sono i portici ed uno in fondo con figure ancora de sancti antichissimi, ed ivi sotto di una gesia (chiesa) nel cavare anno trovato un altra gesia con certi capelletti intorno inastregata (pavimentata) politissima». Chiara è l'allusione a susseguenti rifacimenti che continuarono poi, imposti da sempre nuovi pellegrinaggi. Fu per supplire alla limitata capacità della Cappella che furono costruiti tutt'intorno quei portici cui accenna il Corbello, onde accogliere i fedeli e ripararli dal solleone e dalla pioggia. Sul fianco destro della Rotonda fu aperto un ampio vano onde permettere la vista dell'interno, specie durante le sacre funzioni. Sulla parete esterna fu fatta dipingere una bella immagine della Madonna con ai fianchi S. Pietro e S. Giovanni Battista patroni della Parrocchia e, inginocchiato, nell'abito bianco, il pio contadino testimone dell'apparizione, oggi incorporata nel santuario. Tutt'intorno, sempre sulle pareti esterne, furono fatti eseguire gli episodi delle apparizioni e furono costruiti degli altari, per comodità dei sacerdoti. Il beneficio ad essa annesso fu unito ed a volte separato da quello delle altre due chiese rezzatesi, S. Giovanni Battista e S. Pietro, a seconda delle disponibilità per il servizio religioso. Bisogna arrivare alla peste che desolò in modo tragico il territorio bresciano dal 1575 al 1580 per vedere ritornare in auge il Santuario. Infatti S. Carlo Borromeo, durante la sua visita nel 1580, trovò la Chiesa di S. Maria di Valverde (Rotonda) e la Chiesa del Laghetto, data la tristezza dei tempi, in stato di grave abbandono. Per il chè il Cardinale decretò che fossero levati gli altari esterni alla Rotonda e che di essa fosse riparato il tetto, forse di legno e molto deteriorato. Con lo scomparire della peste, anche i pellegrinaggi al Santuario ripresero con maggiore intensità. Gli ex voto andarono ricoprendo gli spazi vuoti. Si trattava però di ripieghi che non potevano far fronte all'aumentata devozione al Santuario e la vecchia Rotonda appariva ormai insufficiente per cui venne edificato il nuovo santuario. La Rotonda venne riscoperta negli anni '50 di questo secolo, sotto il parrocchiato di don Ranzenigo e restaurata da Carlo Pescatori.


SANTUARIO DI S. MARIA DI VALVERDE o DELLA MADONNA DELLA MISERICORDIA. Risultata inadeguata con il tempo e con la crescita della fama del santuario, la Rotonda, si pose la necessità di costruire un vero e proprio santuario. Ciò spinse i maggiorenti del paese, riuniti in Municipio il 5 marzo 1601, a decidere a pieni voti di erigere una nuova Chiesa più ampia di quella esistente. Il Comune concorreva nella spesa con lo stanziamento immediato di 200 scudi. Senza frapporre tempo di mezzo furono gettate in pochi giorni le fondamenta, mentre il co. Scipione Avogadro offriva per la continuazione dei lavori altri 300 scudi. Della buona volontà dei rezzatesi prese subito nota il vescovo di Brescia, mons. Marin Giorgi che, capitato a Rezzato in visita pastorale, avendo sentito parlare con ammirazione e fede delle Apparizioni e celebrare i miracoli, compiuti dalla Madonna di Valverde, ordinò che fosse esperita un'inchiesta. Avutine i risultati proclamò con Decreto del 3 maggio 1601 la Immagine di Valverde Immagine miracolosa ordinando per di più che: «La devota Immagine della Beatissima Vergine Maria che trovasi dipinta sopra il muro esterno della Chiesa della medesima Madonna di Valverde ed attraverso la quale Dio operò molti insigni miracoli, sia con grande cautela levata e trasportata entro detta Chiesa, sull'altare maggiore e qui venga adornata con cornice indorata e difesa con una grata di ferro pur essa dorata». Le disposizioni vescovili infusero ancora maggior coraggio nei rezzatesi e li convinsero a stringere i tempi per cui nell'adunanza generale del Municipio del 18 agosto 1602, fu deciso all'unanimità di accelerare sempre più la costruzione del nuovo santuario. Nella medesima adunanza venne risolto anche il problema della Rotonda. Fu deciso di mantenerla come palmare testimonianza delle apparizioni stesse. Si deliberò anzi in un primo tempo di fare un nuovo pavimento di pietra e di aggiungere un portico alla porta maggiore. Nel timore che nel trasporto la venerata immagine si rovinasse, venne deciso col permesso del Vescovo, di lasciarla al suo posto, incorporando la parete della Rotonda sulla quale era dipinta, nella nuova Chiesa, sacrificando però la doppia serie di dipinti, rappresentanti la scena delle due apparizioni, di cui si salvò memoria in apposite incisioni in rame. In loro luogo fu deciso di edificare un bellissimo altare che racchiudesse l'Immagine della Madonna. Sull'altare maggiore del Santuario fu posta una pala ad olio rappresentante l'apparizione stessa. Nel 1615 il Santuario si poteva dire finito e decorato.


Dopo la peste del 1630, frutto della nuova ondata di fervore religioso, fu l'acquisto da parte della Comunità di Rezzato di appezzamenti di terreno per la costruzione della strada che congiungesse il paese con il Santuario. L'opera, iniziata quasi subito, fu compiuta nel 1635. Il 3 novembre 1637 si procedette alla compera di un vasto appezzamento di terra di fronte al Santuario per la costruzione dell'attuale piazzale. Il fervore di opere fu tale in quei tempi che, passati soltanto pochissimi anni, si pensò nel 1642 di abbellire il Santuario con una nuova facciata, in pietra lavorata e di costruire il campanile con quattro campane. Fu per l'inaugurazione di queste opere che iniziò la consuetudine di solennizzare al Santuario ii lunedì dopo Pasqua, con funzioni solenni e con una gran fiera. Quasi a voler suffragare con nuovi fatti la veridicità del racconto delle apparizioni si incominciò in Curia a raccogliere, in un apposito registro, il racconto di miracoli e grazie ottenuti per intercessione della Madonna di Valverde. La cappella del Laghetto mostra una dama di celestiale bellezza circonfusa di luce nella quale i fedeli ravvisarono la Madonna, mentre una donna semicieca vide una gran luce. Nei giorni che seguirono fu un incalzare di devote processioni e pellegrinaggi così da richiedere la presenza in permanenza di quattro sacerdoti e la celebrazione di innumerevoli messe. Le elemosine raccolte permisero l'abbellimento della cappella del Laghetto e del Santuario. Nel 1716 il santuario veniva dotato di una grandiosa e artistica cassa barocca di un organo costruito da Angelo Bonetti che verrà restaurato nel 1958 da Armando Maccarinelli. Nel 1955 venne inaugurato l'orologio e la quinta campana. Nel 1958 il pittore Giovanni Trainini eseguiva l'affresco dell'altare dedicato a S. Anna e alla B. Vergine. Accanto al Santuario negli anni '60 venne allestita una Casa del Pellegrino. Restauri vennero apportati nel 1982 (riscaldamento, impianti elettrici, banchi, ecc.). Per desiderio del vescovo di Brescia, mons. Bruno Foresti, dall'ottobre 1988 dopo la consacrazione, la chiesa prese il nome di "Santuario della Madonna della Misericordia in Valverde". Per iniziativa del cappellano don Guerrino Franzoni venne pubblicato un "Periodico del Santuario della Madonna di Valverde".


Il Santuario si presenta austero ma anche elegante nel suo insieme. Entrando, l'interno si presenta armonioso e solenne. A sinistra chi entra scorge sulla parete una grande tela secentesca, alquanto deteriorata, raffigurante una sosta della Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto. Poco discosto una tela ovale ad olio ed una lapide ricordano la benefattrice Maddalena Uberti, morta ottuagenaria nel 1766, lasciando erede il Santuario di tutti i suoi beni e sepolta sotto il pavimento della chiesa nel 1816. Altro consimile ritratto ad olio ed altra piccola lapide ricorda la contessa Paola Avogadro figlia del conte Gerolamo, madre del co. Bartolomeo Fenaroli, morta nel 1818 anch'essa insigne benefattrice del Santuario. Procedendo, sempre sulla sinistra, si incontra l'altare dell'Apparizione. Il bellissimo altare, intarsiato di marmi pregiatissimi, disegnato e costruito nel 1718 da Giuseppe Cantoni, racchiude l'immagine della Madonna di Valverde con accanto S. Pietro Apostolo e S. Giovanni Battista ed ai piedi il pio contadino. I due splendidi angeli sono opera dello scultore Santo Callegari. Un grande cartiglio accanto all'altare riproduce il racconto dell'Apparizione fatto da S. Antonino da Firenze. Al centro dell'altare maggiore la bella pala seicentesca raffigurante l'apparizione di Cristo al bifolco. Ai lati i due banchi di noce posti ad ornamento del coro, regalo di Giacomo Blasio, lo stemma del quale si vede intarsiato sulla loro sommità. Sempre donati dal medesimo sono i due grandi quadri laterali, in buono stato di conservazione, raffiguranti quello di destra la Natività, quello di sinistra i Re Magi. Le due vetrate colorate in alto rappresentano la duplice apparizione. Sulla parete di destra, procedendo a ritroso, un altro cartiglio riporta un: «Elenco dei principali personaggi storici che, col prestigio della loro autorità e con i loro scritti hanno lasciato cenni storici e testimonianze non dubbie, relative alla duplice apparizione del Redentore e della Vergine SS. e riguardanti questo vetusto e celebre Santuario». Viene poi l'altare di S. Anna. L'affresco è del 1958, l'autore Giovanni Trainini e raffigura S. Anna e Maria Bambina. In una nicchia a sinistra sono le reliquie dei Ss. Martiri, forse donate nel 1660 dal Cardinale Pietro Ottoboni. A metà della parete, sopra la porta laterale, vi è una tela a lunetta di abile fattura. Il soggetto che richiama quelli del Moretto e del Savoldo, ha per sfondo il paesaggio locale; sullo sfondo si vede il viale del laghetto e la cappella con due persone inginocchiate, un bifolco che conduce un aratro. In primo piano la Sacra Famiglia: la Madonna lava i panni alla fontana, mentre S. Giuseppe tiene in braccio il Bambino; un cagnolino con un osso sta ai piedi della fonte. Proseguendo si trova una tela ovale con il ritratto del già citato Giacomo Blasio, donatore delle tele che si trovano nella chiesa. Sulla parete di fondo ai lati della porta principale due tele, una per parte, raffiguranti la Purificazione e la nascita di Maria Vergine. Sulla balaustra dell'organo vi sono delle pregevoli pitture settecentesche su tela raffiguranti nell'ordine da sinistra a destra di chi guarda: la Visita di M.V. a S. Elisabetta; l'Incoronazione della Vergine; il bifolco coi buoi davanti a Gesù Cristo; in centro, una processione coi disciplini, mentre entrano nel Santuario; l'Apparizione della Madonna al contadino; l'Annunciazione; l'Angelo che appare a S. Giuseppe. Sopra l'organo in alto c'è un bel S. Davide. Due belle acquasantiere grandi a forma di croce ornano l'interno della chiesa. Nei pressi delle uscite laterali ci sono, inseriti nel muro, due medaglioni bronzei posti a ricordo del Giubileo del 1900. La chiesa è decorata con prospettive architettoniche del settecento. Un affresco della volta rappresenta l'incoronazione della Beata Vergine. Le finestre sono intercalate da otto «putti alati» con in mano simboli religiosi.


CHIESETTA DEL LAGHETTO. La costruzione della Cappella viene fatta risalire al 1400 e poi rifatta in seguito. Documenti attendibilissimi parlano di un rifacimento di circa cent'anni dopo in seguito a delibera presa dalla Vicinia di Rezzato nel luglio 1491 dietro richiesta di fra Girardo q. Pecino da Clusone per voto da lui fatto assieme al fratello Bartolomeo oltre che di prendere l'abito, di eremiti. La Chiesetta fa mostra della sua civettuola eleganza e della sua singolare posizione, poggiata com'è su uno scoglio in mezzo al laghetto. Sull'architrave della facciata venne incisa un'iscrizione latina che in italiano così suona: «Questa apparizione avvenne l'anno 1399». Un portichetto racchiude la bella Cappelletta, mentre una graziosa inferriata in ferro ne protegge l'entrata. Due finestre affiancano l'ingresso. Sotto di esse (da una parte e dall'altra) si legge l'iscrizione. Sulla finestra di sinistra: «Questa Chiesa l'anno MCCCC edificata a onore di Dio e della Vergine; poi per antichità guasta e quasi in rovina». Sulla finestra di destra: «Il Comune di Rezzato l'anno MDLXXX, grandissima e crudelissima peste essendo in tutta Italia, la fece riedificare». La pala della Chiesina è un dipinto ad olio rappresentante la Madonna che parla al contadino che tiene i tre pani in mano. Nel 1712, in seguito alla seconda apparizione della Madonna, la Chiesetta fu di nuovo abbellita e fu ritoccata di nuovo l'epigrafe attestante l'apparizione. Lavori di restauro al Laghetto furono attuati nel 1948-1949. L'affresco del viale fu affidato al pittore torinese Dalle Ceste mentre, nel 1949, un gruppo raffigurante la Madonna e il bifolco uscito dalla Bottega Poisa diventava il 3 aprile il simulacro della "Peregrinatio Mariae" della zona. Solenni nell'agosto 1949 i festeggiamenti per il 50° dell'incoronazione. CONVENTO DI S. PIETRO. L'idea di erigere sul colle di S. Pietro un convento di cappuccini fu lanciata dal cappuccino p. Tommaso da Torino nel 1570, durante la predicazione della Quaresima. Animati dalla sua parola e dall'appoggio del clero del tempo, il 2 aprile, domenica in Albis, 70 membri della Vicinia ne decisero la costruzione affidandone il compito a tre "deputati". Ottenuto l'assenso dei comuni contermini, il 4 ottobre e il 22 novembre dello stesso anno, vennero avanzate le dovute richieste ai Superiori dell'Ordine dei Cappuccini, offrendo la chiesa di S. Pietro e il territorio circostante per l'erezione del Convento. Il 3 gennaio 1571 il consiglio comunale nominava 20 deputati che, a turno di quattro e per il corso di due mesi, dovevano soprassedere all'erezione del convento. Già pronto e abitato da alcuni religiosi nello stesso anno, ospitò dal 1587 una vera e propria famiglia religiosa con il primo guardiano nella persona di p. Crescenzio da Brescia che resse il convento fino al 1594. Il convento ospitò religiosi di solida dottrina, autori di opere ascetiche e figure di predicatori eminenti per virtù, quali p. Arcangelo Avogadro, p. Faustino Pontoglio, p. Faustino Ghidoni, p. G.F. Benigni, p. Teodosio da Brescia, p. Timoteo Colpani, p. Michelangelo Bava Alberti, p. Marcantonio Gambara, p. Fabio Soncini, p. Filippo da Brescia, p. Vincenzo Foresti, p. Alessandro Luzzago. L'interdetto della Repubblica Veneta del 1606 esiliò i religiosi a Parma, mentre la peste del 1630 vide l'eroica assistenza ai colpiti dell'epidemia di p. Giampiero da Cologne, p. G. Battista di Erbanno, p. Bernardo da Pontevico, p. Giammaria di Alfianello, e inoltre i rezzatesi p. Candido, missionario nei Grigioni, p. Ambrogio e infine p. Faustino Pontoglio. Nel 1693 il Comune di Rezzato concedeva ai Cappuccini del Convento di poter erigere una nuova cappella laterale sul lato settentrionale della chiesa. Diventato inadeguato e cadente il convento venne lungo il '700 ampliato. Come ricorda p. Sevesi sotto la direzione del p. Giannandrea da Brescia e del p. Lamberto, pure di Brescia, venne costruito (1727) l'ampio refettorio colle annesse officine, e due anni dopo il p. G. Battista da Travagliato rimise a nuovo, sopra il refettorio verso oriente, le celle. Il p. Giuseppe da Brescia, nel 1731, aprì la loggetta che guarda a mezzodì e rifece il rustico sottostante pel deposito della legna. Nel 1744 a mezzodì e a tramontana si costruirono nuove celle e la biblioteca. La grande cisterna nel centro del chiostro, che conservò l'antica struttura dei portici sorretti da otto pilastri in pietra, sorreggenti i tetti ai quattro lati, fu eretta nel 1747 per munificenza del conte Pietro Lechi, alla cui memoria venne scolpita su pietra l'epigrafe commemorativa. Demolita l'antica e piccola chiesa, venne costruita in stile cappuccino l'attuale. Benedetta nel 1734 la prima pietra dell'arciprete don Faustino Zanetti, nel 1735 vennero costruite le volte del coro, del presbiterio e della chiesa, e nel 1739 si portarono a compimento le cappelle, la sagrestia e la cappellina interna. Nel 1743, per delegazione del card. Querini, il vescovo Andrea Duranti consacrava solennemente il nuovo tempio. Nel 1735 l'orto venne ampliato fino a comprendere un terreno a tramontana, donato dai monaci di S. Eufemia e dall'arciprete Taddei, e del ronchetto a mezzogiorno acquistato nel 1750.


Soppresso dalla Repubblica Cisalpina nel 1798, riaperto nel 1799 per volontà del clero e del popolo rezzatese, all'arrivo degli austro-russi nel 1799, il convento venne di nuovo chiuso nel 1800 dalla seconda Repubblica Cisalpina. Acquistato da Vincenzo Rizzardi il complesso conventuale venne da lui legato, con testamento del 21 giugno 1824, al vescovo di Brescia Gabrio M. Nava che tentò di erigervi una famiglia religiosa o almeno una cappellania. Mentre il comune e la parrocchia di Rezzato facevano pressione per il ristabilimento di una comunità, p. Antonio Faini, addetto alla chiesa di S. Francesco a Brescia, raccoglieva fondi per restaurare il convento che potè essere riaperto con decreto governativo del 6 agosto 1836 e con Indulto apostolico del 17 marzo 1837, ospitando i frati minori francescani riformati. Il 15 luglio 1837 il convento veniva riaperto sotto la guida di p. Antonio Faini. Il 25 ottobre 1845 il Convento entrava a far parte della Provincia dell'Immacolata Concezione della Lombardia sotto la guida di p. Giovanni Baccaglioni da Vobarno che istituì il proprio Noviziato nella speranza di future vocazioni e di sicura ripresa. Ma la legge del 7 luglio 1866 e poi quella del 16 luglio 1868 costrinsero i frati ad abbandonare di nuovo Rezzato. Fu allora che p. Costantino Mutinelli e p. Arcangelo Dajelli costituirono una "Ditta Dajelli-Mutinelli" la quale ricomperò il convento e così il 4 ottobre dell'anno seguente 1869 fu possibile riaprirlo e ricostituirvi la famiglia religiosa. Seguirono opere di ampliamento fra le quali nel 1882, sotto il guardiano p. Leone Giannetti, la costruzione della foresteria. Una piccola lapide accanto ad una Croce fuori il Convento ricorda la ferma determinazione di p. Agostino Gemelli espressa nel 1903 di rimanere nel Noviziato. Essa così dice: «Aggrappato a questa croce / Edoardo Gemelli p. Agostino / difese la vocazione francescana / fortemente contrastata. / Nel LX i confratelli posero».


Circostanze straordinarie, come il cinquantenario della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione nel 1904, le feste centenarie della fondazione dell'Ordine dei Minori del 1909 ecc., furono, nella storia del convento, tappe da ricordare. Una breve parentesi al quieto soggiorno dei frati si ebbe nel 1917 quando il Presidio militare dal 7 maggio al 29 ottobre requisì nove locali e li adibì a carceri, e il 30 ottobre vi soggiornarono 200 militari. Nel 1930-31 nella parte interna, ad oriente, fu costruita una nuova ala destinata al Noviziato con una trentina di locali e cappella interna, più tardi venne attrezzata e funzionante come casa di Esercizi e Ritiri, chiamata "Oasi P. Gemelli". Nel 1969 veniva soppresso il noviziato. Nel convento resta una preziosa biblioteca con incunaboli, cinquecentine, mappe geografiche, manoscritti, ecc. Nel convento venne ricavata nel 1970 circa anche una casa per esercizi spirituali, ritiri per clero, religiosi e laici. Al convento da decenni ha fatto capo un'attiva assistenza di "madrine" per carcerati. Nel refettorio del convento vi sono 10 ritratti ad olio del pittore Angelo Caroni d'Albino che raffigurano insigni religiosi della Riformata Provincia, quali il Ven. Ludovico Ballardini, lo storico p. Costantino Mutinelli, ecc.


Di notevole importanza è la biblioteca che qui si è riusciti a salvare e che contiene oltre 10.000 volumi, 66 incunaboli, 71 codici o manoscritti, 8 corali in pergamena con miniature e iniziali a fregi e colori, provenienti dal convento di S. Cristo in Brescia, dei quali due sono firmati da Fra Michele da Bracca 1694 e 1695, e un altro da Fra Michelangelo da Genestrerio del 1728. Attualmente questi ultimi sono conservati nella Biblioteca Francescana di S. Angelo in Milano. Molto prezioso e raro è un Vangelo illustrato su carta in seta scritto in lingua cinese. Provenienti dal convento di S. Gaetano si vedono in Coro tre volumi pergamenacei col titolo: "Graduale Missarum in festis trium Ordinum Sancti Patri Francisci. Pro conventu S. Cajetani Brixiae. Fr. Caesarius (Dossi) a Palatina scribebat Anno MDCCCLIV".


Un altro corale lo troviamo nella Biblioteca Queriniana "Commune Sanctorum pro Conventu S. Petri Retiati scribebat Fr. Caesarius a Palatina. Anno MDCCCLVII".


CHIESA DI S. PIETRO. Poco o nulla si sa della primitiva chiesa probabilmente di stile romanico che il Comune donò ai Cappuccini nel 1570. Con tutta probabilità non era la primitiva chiesa già più volte ricordata in antichi documenti. Donata ai Cappuccini nel 1570 venne custodita con amore dai religiosi cappuccini che dovettero intervenire a conservarla e ad arricchirla. Ricostruita come si è ricordato dal 1734 al 1739, consacrata nel 1743, la chiesa, in stile cappuccino ad una sola navata, con due cappelle ai lati, misura in lunghezza compreso il coro, m. 34,50, in larghezza m. 8,90, in altezza m. 10,50, le cappelle m. 5,50 di lunghezza. La facciata che guarda a occidente ha una porta d'ingresso senza ornamenti, sormontata da finestra rettangolare. Nell'interno nessuna decorazione; ai lati le cappelle di S. Antonio da Padova e di S. Serafino, con dipinti a olio d'ignoto autore (a. 1789), nelle ancone ben intagliate nel legno a capitelli corinzi. Nell'altare maggiore si ammira la pala di S. Pietro al quale Gesù risorto consegna le chiavi. Nella chiesa esisteva una pala di Lattanzio Gambara. Passata ai Frati Minori, nella cappella di destra venne collocata una tela raffigurante S. Francesco d'A. opera di fra Clemente Parolo da Dongo; nella cappella di fronte venne collocata una statua dell'Immacolata, incoronata nel 1910. Sull'altare maggiore, liberato dalle pareti che lo dividevano dal coro, al posto della pala della consegna delle chiavi a S. Pietro ne venne posta una raffigurante S. Pietro in preghiera firmata "Giuseppe Ariassi, anno 1879 dipinse". Nel coro vennero sistemati i sedili in doppio ordine, in legno di noce intagliato, eseguiti dall'Istituto Pavoni. Quadri di buoni pennelli, di cui non si conoscono gli autori, affissi sulle bianche pareti, raffigurano: nel coro: S. Francesco, S. Gerolamo, la Flagellazione di Gesù, l'Immacolata, l'Annunciazione, l'antica pala di S. Pietro che riceve le chiavi da N. Signore ed un bel quadro della Madonna col Bambino racchiuso in cornice dorata, stile seicento. Nel presbiterio altri dipinti a olio custoditi in cornici dorate rappresentano la Nascita di Gesù, la Presentazione al Tempio, il Battesimo e l'Agonia di Gesù nell'orto. Sui pilastri, fiancheggianti il presbiterio, si aprono due nicchie con le statue di S. Antonio da Padova e di S. Margherita da Cortona e vi figurano i quattro Evangelisti. Sulle pareti della chiesa di fronte al pulpito: S. Lorenzo da Brindisi, al quale appare Gesù mentre celebra la Messa; sopra i due confessionali: S. Leonardo da Porto Maurizio, che predica dal porto, e S. Antonio da Padova. Sopra la porta d'ingresso un'epigrafe, ed ai lati due bei quadri, di ignoto autore, l'uno rappresentante l'Angelo che appare al profeta Elia, che ha sulla mensa il pane cotto sotto la cenere e un vaso d'acqua (III Re, XIX), l'altro l'Angelo che appare a S. Gerolamo. Altri quadri, non disprezzabili, ornano la sagrestia. Sono dipinti su tela: S. Pasquale Baylon, S. Pietro, S. Paolo, S. Antonio, S. Teresa nella visione di Gesù flagellato alla colonna. Nell'atrio del coro si conservano altri dipinti su tela: la Madonna col Bambino, S. Antonio da Padova, Gesù e l'adultera, S. Francesco, la Madonna col Bambino e S. Carlo. Nel 1911 vennero restaurate le cappelle; nel 1919 la chiesa venne decorata da Angelo Trainini; nel 1922 venne inaugurata la statua del S. Cuore. La modesta torre quadrata è alta n. 15,25, e nella cella accoglie due campane firmate «Innocentius Maggi Brixiensis fudit». La chiesa venne restaurata nel 1943 e anche in seguito.


CAPPELLA DEI NOVIZI. Costruita nel 1930-1931. L'altare con la balaustra, tutto in marmo, venne donato dal Comune di Rezzato al p. Portesi. Dalla chiesetta distrutta di S. Pietro martire, qui ha trovato degno ricetto. La pala dipinta rappresenta S. Francesco che lancia i suoi figli ad evangelizzare il mondo. Ai lati dell'altare i due quadri rappresentano i Cuori SS. di Gesù e di Maria. Nel soffitto si ammirano: la gloria del Patriarca S. Francesco, l'allegoria del voto di castità, l'allegoria del voto di obbedienza; sulla parete di fronte all'altare, lo Sposalizio di S. Francesco con madonna povertà. Sulle pareti laterali sono dipinti: S. Giuseppe, S. Antonio da P., S. Bonaventura, S. Bernardino da S., S. Pasquale Baylon, S. Teofilo da Corte.


CAPPELLA DELL'ORATORIO FEMMINILE, ricostruita nel 1949.


CAPPELLA DI S.DOMENICO SAVIO dell'oratorio maschile.


CAPPELLA DI S. FRANCESCO alla Casa di riposo.


S. GIOVANNI in fraz. S. Giacomo (v. San Giacomo).


CHIESETTA DEGLI ALPINI o DEI CADUTI E DISPERSI. Edificata nel 1961 sulla collina a N del paese dal Gruppo Alpini di Rezzato in memoria dei rezzatesi caduti e dispersi su tutti i campi di battaglia. Venne ideata da Aldo Vitali come ringraziamento per il ritorno dalla Siberia.


CHIESE SCOMPARSE.


DISCIPLINA DI S. ALESSANDRO o DI S. PIETRO MARTIRE o DI S. NICOLA DA T. In funzione fin dalla fine del '300 o dagli inizi del '400 venne poi ricostruita e dedicata a S. Alessandro, su progetto del 18 ottobre 1776, dal rezzatese Francesco Marchesini qd. Agosti "fabro murario". Come disciplina venne sostituita nel 1707 dalla chiesa del Suffragio. Dalla Repubblica Giacobina nel 1797 fu trasformata in scuola pubblica. Riconsacrata venne poi nel 1930 ridotta ad edificio scolastico, mentre l'altare venne ceduto al Convento francescano. Dall'ottobre 1981 ospita la Biblioteca e il centro culturale comunale. Nei lavori di restauro del 1981 venne scoperto un piccolo affresco (cm. 70 x 100) raffigurante la Madonna.


S. SOFIA. Chiesetta sul Naviglio esistente nel sec. XV.


S. ANTONIO DA P. della famiglia Nicolini, ricordata dal Faino nel 1658.


CIMITERO. Venne probabilmente progettato dal Vantini prima del 1832 ma realizzato dopo il 1850. Accantonato un progetto dell'ing. Bernardino Perugini di Nuvolera del 1910, venne completamente modificato dal 1937. EDICOLE SACRE si trovano: in via Disciplina, raffigurante la S. Famiglia restaurata da non molto tempo; sulla facciata della Forneria Faitini con la Madonna dei carrettieri, così chiamata per lo scampato pericolo di un carrettiere al quale si era rovesciato il carro; in via Pesarola con un'immagine della Madonna di Caravaggio; in via S. Gaetano con, raffigurato, lo stesso santo. Una santella esisteva in contrada del Gorgo e vi era raffigurata la Madonna. Il 3 maggio 1469 gli amministratori di Rezzato autorizzavano l'eremita Girardo Brescianini di Clusone, in ragione di un voto da lui fatto durante una malattia, di ampliarla purché ogni anno offrisse al comune due ceri per la chiesa parrocchiale e con l'impegno che la santella, dopo la sua morte, passasse al comune. Inoltre c'è la santella dedicata alla Madonna di Valverde in via Almici, restaurata da artigiani del luogo nel 1990 con il contributo della Confederazione Nazionale dell'Artigianato. Al centro del crocevia che conduce a O del paese al santuario si trova un'elegante santella eretta nei primi anni del '700 dedicata alla Madonna di Valverde, nella quale, nel 1988, sono emersi affreschi ed elementi architettonici.


PALAZZI E VILLE. Di notevole interesse a Rezzato il PALAZZO CHIZZOLA POI PORTESI nel quale Fausto Lechi ha visto espresso «quel nobile senso di superfici distese, ampie, con aperture parche e ben delineate che ha distinto tutta la nostra architettura del sec. XVI». Lo stesso Lechi ha rilevato all'esterno, verso il monte, la massima semplicità in un volume, per il tempo di costruzione, abbastanza notevole nel porticato dopo l'androne un ampio respiro nelle sette arcate a pieno centro che appoggiano sopra colonne doriche abbinate. Poche e corrispondenti alle arcate, le finestre del piano superiore. Assente il cornicione, la casa vuol essere decisamente di campagna. Vi è un'ala invece, che si protende verso mezzogiorno, che ha qualche segno di maggior ricchezza con belle finestre al solo pianterreno, un cornicione a mensole rade, e che termina con un breve elegante porticato, sormontato da altana. A pianterreno vi sono alcuni locali a volta che denotano l'antica gloria, ma uno solo conserva tuttora alcune pitture della seconda metà del secolo XVI.


VILLA FENAROLI. Sorge lungo la statale Brescia-Verona in contrada già Traversagna ed è ritenuta da Fausto Lechi «la villa forse più nota nel bresciano poiché migliaia di persone, italiani e forestieri, che passano giornalmente sulla Padana Superiore, la possono facilmente ammirare sia pure a distanza. Ed è, rileva lo stesso Lechi, effettivamente ammirabile nel suo insieme, perchè il vero pregio di questo palazzo è la così detta messa in scena» tanto da farla chiamare una "mini Versailles" o una "piccola Schönbrunn". Il Perogalli, da parte sua, la definisce «uno dei più interessanti complessi di architettura di ville nel Bresciano». La villa copre 107.500 mq. di cui 10.267 coperti per una volumetria di 4.000 mc. In luogo gli Avogadro, conti di Cacciavella, avevano già nel sec. XVI e forse prima, "casa forte" demolita nel 1620 per ordine della Repubblica Veneta in seguito al bando del conte Ottavio Avogadro. Venne ricostruita nel 1622 dal conte Scipione Avogadro. Nel 1733 il conte Giovanni, cavaliere di Malta, fa eseguire parecchie opere di sistemazione dell'ortaglia e soprattutto alla "fasanera" e al "ruotone" che portava acqua al palazzo e alle fontane. Attorno al 1735 i sette fratelli Avogadro, figli di Scipione e di Paola Martinengo dalle Palle diedero incarico al "capomastro" Gio. Battista Marchetti (1685-1758) di rimodernare, o meglio di riordinare, quel confuso complesso di vecchi fabbricati che erano detti "palazzo vecchio", nel quale il Lechi individua il corpo del palazzo. Pensiamo, col Lechi, che si tratti di un porticato a mezzogiorno, che è come "incollato" ad una fabbrica ben più antica. Alla morte di Giovanni Battista (1758) mentre i lavori erano ancora in corso, toccò al figlio ab. Antonio (1724-1791) dare armonia a tutto il fabbricato imprimendovi il gusto già rivolto al neoclassico in armonia con la tradizione veneta neo-palladiana giunta nel Bresciano attraverso il Massari. Passata la proprietà a Paola Avogadro (1724-1800) sposa a Bartolomeo Fenaroli la villa, nel 1771, passò a questa famiglia. Paola Avogadro Fenaroli affidò all'ab. Antonio Marchetti l'incarico di completare l'edificio fatta eccezione dell'ala occidentale nella quale vennero costruite le scuderie, per soddisfare la passione per i cavalli dei Fenaroli. Nella villa il conte Gerolamo Fenaroli (1828-1882) condusse vita talmente dispendiosa al punto da dissestare la sua enorme sostanza. Nel 1842-1843 Rodolfo Vantini disegnava la cancellata. Verso il 1863 il milanese Allemagna dispose in un nuovo ordine le aiuole piantandovi probabilmente anche un magnifico cedro del Libano. In luogo dell'ala non costruita vennero erette serre in un falso gotico in voga nel tempo. La villa si arricchì di memorie di rilievo come i letti di Garibaldi e di Napoleone, i piccoli bronzi dei cavalli amati dal Conte Gerolamo Fenaroli, il bozzetto del cavallo di Garibaldi fatto dallo Ximenes, una fotografia di Umberto I di Savoia con dedica.


Alla morte del conte Gerolamo Fenaroli la villa passò in eredità alla moglie, contessa Paola Armanni già ved. Lagorio, e alla morte di questa alle figlie Emma in Benasaglio, Rosa ved. Passoni e Marina in Fanti. Diventata proprietà della famiglia Lombardi, venne da Rosa Lombardi Garzoni donata nel 1941 agli Spedali Civili e in usufrutto alla sorella. Venne poi, nel 1947, acquistata dai Missionari Scalabriniani che la restaurarono e nel 1957 su progetto dell'ing. Giovanni Bosco Montini diedero avvio a lavori nell'ala occidentale secondo il progetto mai realizzato di Antonio Marchetti ma rimasta anch'essa incompiuta. La villa divenne sede del "Seminario per le vocazioni dei Missionari per gli emigranti". Restauri alla balaustra vennero apportati nel 1972. Messa in vendita dai padri Scalabriniani nel 1981 venne acquistata da un "pool" di industriali, denominato "Antiche Dimore S.p.a." con l'intento di crearvi un centro congressi. Fallita la s.p.a. "Antiche Dimore" la villa veniva, nell'aprile 1990, acquistata dalla finanziaria Unipar con il proposito di crearvi un grande albergo o una villa di rappresentanza e subito dopo, nel giugno 1990, per 7,9 miliardi, dall'AZ immobiliare di Guido Zappa della quale faceva parte Giampietro Ghidini Bosco. Nel frattempo la villa andò sempre più decadendo, preda di ladri e vandali.


La facciata è a tre ordini, ha al primo piano tre finestre centrali che danno sopra una terrazza, e sei finestre d'ambo i lati. Sulla scalinata vi erano parecchie statue di varie epoche, molto posteriori a quelle del giardino e del frontone che erano del più caratteristico settecento. Quattro, rappresentavano le stagioni, l'Inverno, la Primavera, l'Autunno, l'Estate, oltre a Marte, Cerere, la Musica e la Danza e varie altre figurazioni. Il corpo centrale pur criticato perchè tenuto troppo basso per non turbare la prospettiva, secondo il Lechi, preso a sé, si palesa una chiara dimostrazione dell'abilità architettonica di Antonio Marchetti, il quale volle anche togliersi dai ripetuti schemi bresciani particolarmente con la doppia scalinata a rampe contrapposte, forse un poco massiccia per il troppo bugnato, ma solenne e pomposa con quella bellissima balaustrata dalle colonnine ben sagomate e fitte. Le statue della scala, in pietra grigia, sono probabilmente una aggiunta neoclassica degli eredi Fenaroli. Oltre a due campate rese cieche dalla scalinata vi sono tre arcate per parte, e al centro altre tre che si raddoppiano verso l'interno per formare il vano dove sbocca l'atrio d'ingresso dalla strada superiore. Al piano superiore, oltre a due porte finestre, all'estremità si aprono cinque finestre da una parte ed altrettante dall'altra, con balaustra, sormontate da piccole finestre quadrate. Una bella balaustrata sormonta il cornicione sul tetto arricchita da tre statue, da due panoplie e da due vasi simili a quelli della cancellata. L'interno, scrive il Lechi, «non corrisponde affatto all'esterno, salvo pochi ambienti dell'ala». Incompiuta la facciata a N con l'entrata sulla sinistra della cappelletta settecentesca. «Il Marchetti, sottolinea il Lechi, pur non finendo l'opera, vi ha dimostrato la sua bravura dividendo il prospetto in sette scomparti, segnati, a guisa di cornice, da grosse paraste doppie che salgono da terra fino al capitello sotto la gronda e che, essendo a forte aggetto, riescono a dare delle ottime pause al ritmo troppo monotono delle diciassette finestre allineate sopra uno stesso piano». Suggestiva la prospettiva che sta alle spalle della villa che parte, da un muro di sostegno della collina, con un'erta scalinata abbastanza larga che poi si sdoppia in due scalette a linea spezzata, in modo da formare un ottagono con la balaustra d'arrivo; oltre la quale sorge il tempietto rotondo, formato da otto colonnine sostenenti una cupoletta. Un bel boschetto fa da sfondo e da coronamento al tutto. Le scale sono accompagnate da un alto muretto con piccolo obelischi agli angoli e là dove divergono si apre un vano con una grande nicchia e vasca.


ECONOMIA. L'economia si è sempre basata sull'agricoltura, l'estrazione e soprattutto la lavorazione della pietra o marmo. Le bonifiche benedettine e lo scavo, secondo alcuni antichissimo, del Naviglio e poi riattato nel sec. XIII e di rogge che da esso si dipartono ha reso particolarmente fertile il terreno, sia a O nella Valverde che a S del paese, favorendo la nascita di numerose cascine e fattorie agricole. Apprezzata fino agli anni '60 la coltivazione della vite e la produzione vinicola specie nella zona collinare. Ancora nel '600 e anche in tempi più recenti esistevano nella zona oliveti. Nel 1610 il Da Lezze sottolineava come la campagna (che copre "gran parte" del territorio) fosse "bonissima" con viti in "gran quantità" . I "principali" contadini erano i Pacchiani, i Segalini, i Trentini, i Seriati, gli Zani, i Molinari, i Gaffuri "et altri". Fra le ultime grandi aziende nominate sono quella agricola di S. Giacomo di proprietà degli Spedali Civili e quella della cascina Malora. Un mulino fabbricato da Gabriele Faita esisteva nel 1506. Nel 1610 sono in funzione un mulino di quattro ruote, una macina d'olive, tre fornaci di calce molto attive. Vi esiste inoltre un grande arnese atto a raccogliere il salnitro. Il commercio già attivo sulle strade come documenta il culto a Mercurio trova nuove vie di comunicazione sul Naviglio dove nel '600 si svolge il trasporto specie da Gavardo di legna grossa "da fuogo" e di legname "per far assi" che da Riva vengono trasportati attraverso il lago di Garda e il Chiese. La località Razzia sul Naviglio Grande è un indizio di tale attività.


Da tempi molto antichi, come testimoniano le pietre e i marmi impiegati in quantità nella Brescia romana e nel territorio, ma soprattutto a partire dal sec. XV è attiva a Rezzato l'escavazione e la lavorazione della pietra e del marmo, in parte proveniente dal monte Regogna ma soprattutto trasportata dalle cave di Botticino, Nuvolera, Nuvolento, Mazzano, Paitone. Nel 1609-1610 il Da Lezze rimarca quanto a Rezzato: «Queste genti si sostentano col cavar prede dal Monte de Medole sopradetto del Peladolo, mandandosi dette pietre in molti lochi dello Stato (cioè della Repubblica Veneta) et anco fuor per far selesi (pavimenti) et altre opere come scale finestre et altro et guadagnano fino soldi 2 al giorno più et manco secondo il lavoro che fanno. Et li cavadori danno soldi 1,10, il resto delle persone sono "lavorenti da terreni". Il Comune affitta la maggior parte di detti Medoli et le legne poi, che si cavano dalli boschi, sono divise tra le famiglie del Comune». Meno orientati verso grandi strutture architettoniche i marmorai di Rezzato svilupparono, come sottolinea Bruno Passamani, "possibilità decorative e cromatiche della linea capricciosa e della tarsia". Lapicidi compaiono alla fine del sec. XVI fra i quali Cristoforo de Faconibus (1583) e Gian Francesco Chiappino de Molinariis (1585), magister Battista q. Giovannino detto "el Bogen de Gambis" (1585), magister Simone de Rubeis (Rossi) dicti de Faitinis (1585). In seguito si distinguono i Puegnago (o Cirimbelli), i Porlegia, i Pasinetti, gli Oliva, i Baroncini, gli Ogna, i Verduni, i Gamba, i Palazzi, i Bertazzi, gli Aiardi, i Bombastoni, gli Scalvi e in seguito, i Bolognini, i Taliani o Tagliani, i Gaffuri, i Cristini, i Marchesini, i Redolfi, gli Zani, ecc. Dalla fine del '700 ebbe sviluppo l'escavazione, e la lavorazione del marmo andò assumendo forma sempre più industriale dapprima estraendo e lavorando la cosiddetta "pietra di Rezzato". Poi furono utilizzati i marmi dei territori contermini. Nel 1837 la ditta fratelli Zani (v.Angelo Zani e figli) si dedicò alla lavorazione della pietra di Botticino e poi di altri marmi italiani e stranieri per palazzi, monumenti, cimiteri ecc. Nel 1839 l'architetto Rodolfo Vantini apre in Rezzato una scuola di modellazione per tagliapietre e cavatori locali che dà presto ottimi scultori quali, ad esempio, Giovanni Battista e Davide Lombardi, i Faitini, gli Ogna ecc. I marmi lavorati a Rezzato vengono da questo momento esportati sempre più in tutta Europa e nel mondo. Significativa la presenza nella seconda metà dell'800 della ditta Fratelli Lombardi che, grazie a Davide Lombardi (1841-1923) che estende cave e cantieri, perfezionando i sistemi di lavorazione e sfruttando miniere oltre che in luogo, a Barghe e a Cividate, creò un'industria del marmo che ha raggiunto le più lontane terre. Verso la metà dell'800 assunsero importanza soprattutto la ditta Gaffuri-Massardi con cantieri anche a Mazzano e Virle. Nel 1877 apriva in vicolo Filatoio un laboratorio molto apprezzato Pietro Faitini. Nascevano poi, via via la ditta Fratelli Gamba, la Gaffuri Luigi, la Gaffuri Simone, la Guido Cavagnino, la "Cooperativa fra lavoratori in marmo e affini", la Trotta e Senco, la G. Cargnoni ed altre ancora. In grande espansione dalla seconda metà dell'800 la ditta "Davide Lombardi" divenuta poi "Fratelli Lombardi" che fornì marmi per la costruzione dell'Altare della Patria e del Palazzo di Giustizia e di molti edifici e monumenti di Roma esportando inoltre marmi all'estero. Nel 1912 occupava 210 operai a Rezzato, 115 a Botticino e 40 a Virle. L'impresa ebbe ampio sviluppo anche in seguito realizzando nel 1934 un nuovo cantiere, benedetto il 3 luglio 1936 dal card. Schüster, arcivescovo di Milano, e allargandosi nel 1963 alla prefabbricazione del cemento armato, ma arrendendosi ad una crescente crisi che la travolse a partire dal 1991 fino a confluire nella Pama di Maclodio.


Tra i monumenti più significativi creati col marmo di Rezzato sono il Vittoriano o Altare della Patria a Roma, il monumento al gen. Gomez e il palazzo della Banca Nazionale all'Avana, il palazzo del Parlamento di Budapest, il Palazzo delle Nazioni a Ginevra e molti altri edifici e monumenti. Negli anni '30 erano ancora attive nell'escavazione dei marmi la ditta Lombardi, Gaffuri Giovanni, Zani Fratelli, Cooperative Fratellanza Scalpellini, Cavaglini Guido e lavoravano i marmi la "Fratelli Lombardi", Gaffuri Giovanni, Guido Trotta, Vicentini, Zani Fratelli, la Società Marmifera Ligure-Lombarda, Angelo Gamba. Negli anni '60 l'industria del marmo occupava ancora circa 700 tra operai e impiegati nella Fratelli Lombardi, nell'Industria. Marmi Vicentini, nella S.p.A. Gamba, nella G. Cargnoni. Nel 1967 nasce la Marmi Rapetti e C., nel 1974 la Marmi Ardesi. Complementari alla lavorazione industriale che sfruttavano, operavano aziende che utilizzavano i residui della lavorazione del marmo per la produzione di piastrelle per pavimento.


Attiva l'estrazione anche di calce e la produzione di salnitro. Agli inizi degli anni '60 sorgeva per lo sfruttamento dei giacimenti calcarei di Monte Marguzzo, nel territorio di Rezzato-Mazzano un grande stabilimento dell'Italcementi, in notevole espansione negli anni '80.


Salvo l'esistenza di un filatoio importante, esistente nel 1765 e di piccole filande e di una grande fonderia fondata nel 1808 fra Rezzato e S. Eufemia e convertita nel 1867 dal Lualdi di Milano in una filatura di cotone, Rezzato non conobbe fino al primo dopoguerra sviluppi industriali di rilievo all'infuori dell'industria del marmo. Nel 1904 Lorenzo Bonomi fondava la Anonima Vestonese Elettrotecnica (A.V.E.). Nel 1919 invece Battista e Francesco Tirini fondavano un'officina meccanica di riparazione e costruzione di macchine in genere costituendo poi ditte individuali. Nel 1926 sulla sponda destra del Naviglio, sorse il primo calzificio al quale altri se ne aggiunsero. Nella seconda guerra mondiale e ancora nel 1974 si calcolava che un militare su quattro portava calze uscite dalle fabbriche di Rezzato. Importante soprattutto il calzificio Billi (ceduto nel 1980 al gruppo Lonati Naoni), ma tuttavia efficienti per l'attività anche altre minori imprese artigianali del settore. Attivi nel I dopoguerra il setificio Galeotti e le Officine Meccaniche Utensili. Nel 1940 si stanziava nel territorio l'"Olympo Stampi" per la produzione di stampi per industrie siderurgiche e materie plastiche. In notevole sviluppo il "Pastificio Tomadini" . Nel 1954 veniva avviata dai Cancia la Older, per la produzione di dadi e preparati da brodo, che nel 1996 si è trasferita nel territorio di S. Eufemia della Fonte. Negli anni '50 salivano a circa 40 le officine meccaniche, e a decine le piccole maglierie. Negli stessi anni la disponibilità di spazi e la facilità di comunicazioni attiravano da Brescia due stabilimenti siderurgici. Negli stessi anni tuttavia il 60 per cento della popolazione era ancora occupato nella lavorazione dei marmi, il 20 per cento nell'industria e il resto nell'agricoltura ed in attività varie. Agli inizi degli anni '70 veniva fondata la Livingstone per la produzione di motorhome, camper e veicoli speciali che poi, dopo essere fallita, rinasceva a Bedizzole. Attiva dal 1978 la Naba Carni fondata dai fratelli Angelo, Virginio e Franco Masina, la prima a commercializzare la carne equina sezionata e disossata in tagli «sottovuoto» che esporta persino in Giappone. Nel 1987 nasceva per iniziativa di Valerio Grassi la produzione di aste per fucili subacquei. Nel 1997 veniva trasferita a Rezzato da Brescia la Sangiacomo, seconda azienda nel mondo dopo la Lonati per la fabbricazione di macchine per calze. Nello stesso anno sull'area Lombardi si è insediata la PAMA prefabbricati con uno dei più grandi impianti di betonaggio d'Italia progettato dall'ing. Alberto Dal Lago.


Ma al di là della cronologia degli impianti, vale l'elenco delle aziende di rilievo oggi esistenti e cioè: Bignami Confezioni s.r.l. (abbigliamento donna); C.D.C. s.r.l. (immobiliare); Cesare Colosio s.r.l. (macchine per calzifici); Chivas s.r.l. (abbigliamento uomo); E.L.B. s.r.l. (accendigas), Eredi Martinelli Marmi e Graniti s.r.l. (marmi), Filati Color s.p.a. (cotone), Inox Rottami s.r.l. (commercio rottami), Isva s.r.l. (installazione idrotermosanitari), Lombardini Rezzato s.p.a. (commercio alimentari), Officine Meccaniche Rezzatesi s.r.l. (macchine utensili), Siderfond s.p.a. (Commercio - demolizione ferrosi), Sidertam s.p.a. (carpenteria pesante), Soncino s.r.l. (costruzione strade), Stradedile s.p.a. (costruzione immobili), Tempini s.p.a. (ceramiche - moquettes ecc.), Yakart s.r.l. (ciclomotocicli). Operatori economici nel 1996 avviavano per iniziativa del sindaco Berardi una associazione di collegamento fra aziende, cittadini e studenti (Asimpre). Il mercato settimanale del martedì, che dal 1965 si teneva al centro del paese, ha cambiato sede. Dal 1980 si stanziarono nel territorio grandi complessi commerciali (Gros Market e il Gruppo Lombardini). Alle banche già attive nel 1983 si aggiunse la Banca Agricola Mantovana. Nel sec. XIX si tenevano due fiere, una la seconda di Pasqua e l'altra l'ultima domenica di luglio.


PERSONAGGI: Di rilievo nel sec. XVI Paolo Gennari, autore nel 1546 dell'orologio "novo" di piazza della Loggia a Brescia. Paese del marmo, Rezzato, ha dato oltre alle molte famiglie ed ai singoli artisti e artigiani già ricordati, gli scultori Giovanni B. Lombardi (1822-1880), il fratello Giovita (1835-1896), Pietro Faitini, Ugo Casnici. Vengono valutati a circa una trentina i pittori viventi.


Tra i patrioti sono da ricordare il col. Nicostrato Castellini (1829-1866) medaglia d'oro al v. m. e Bianchini.


Nel campo ecclesiastico, se è dubbia l'origine rezzatese del vescovo di Brescia, Alberto, ebbe rilievo mons. Vincenzo Gaffuri, vicario generale della Diocesi di Brescia. Fra i religiosi francescani si segnalarono Francesco Zenobi Palazzi (1853-1894), prefetto apostolico nell'Alto Egitto, p. Ermenegildo Bianchini (1865-1959) autore ascetico e di studi storici fra i quali un volume sul santuario di Rezzato, p. Vittorino Joannes (n. 1931) liturgista e biblista.


Scrittore agile e fotografo di valore è Fausto Orio Orioli (vivente). Autori di ricerche di storia locale oltre l'Orioli sono Domenico Piccinotti e Giovanni Boifava. Numismatico di valore è Vincenzo Pialorsi. Nello sport si sono segnalati i calciatori Mangili e Rossi. Nel ciclismo si sono imposti Giuseppe Ogna, nel 1955 campione del mondo dilettanti su pista, e Mario Chiesa, corridore professionista.


PODESTA'. Enrico Scaroni (1926), Guglielmo Negronelli (1927-1930), Enrico Scaroni (1930-1933), Aldo Rigagnoli (1933-1937), Federico Cancarini (1937).


SINDACI. Vaifro Sberna (1946-1957), Fortunato Pasquali (1957-1969), Fausto Cargnoni (1970-1985), Giuseppe Joannes (1986-1995), Augusto Berardi (dal 1995).


PARROCI. Vittore "de Venetiis" (1429) a nome del monaco Bettino de Mazochis, Gian Pietro "de Laude" (1450), D. Battista da Macerata, monaco di S. Eufemia (1467), Cristoforo da Rezzato, sac. secolare (1468), D. Michele da Perugia, monaco c.s. (1469), Pietro "de Fine" (1491), Bertolino "de Fine" (1504-1516), Giacomo de Gambis o Gamba (8 maggio 1516), Annibale Rozzoni (confermato dal vescovo il 16 luglio 1516), Federico Martinengo (decaduto per aver contratto matrimonio), Aurelio Duranti (1524-1549), Giangiacomo Pastorio di Castiglione (1566), Michele Brollio (1572-1585), Luigi Botta (1586), Camillo Pasinetti di Rezzato (1633-1647), Bartolomeo Cicogna (1647-1653), Giacinto Venturelli (1661-1691), Giacomo Venturelli (1692-1703), Paolo Bonardi (1709-1721), Faustino Zanetti (1723-1747), Giovanni Francinetti (1748-1782), Urbano Zini di Adro (1783-1817), Giov. Evangelista Alliardi (1819 - m. 1831), Battista Garzoni (1831 - m. 1851), Carlo Erculiani di Maderno (1851 - m. 1875), Giuseppe Franzini di Gardone V.T. (1876 - m. 1905), Giuseppe Beatrici di Brescia (1906-1921), Pietro Tedoldi di Nuvolento (1921-1933), Francesco Gabrieli di Pezzaze (1933-1961), Vito Ranzenigo di Berlingo (1961-1992), Giuliano Franzoni di Nave (1992).


S.CARLO BORROMEO: PARROCCHIA E QUARTIERE. Quartiere sorto a S di Rezzato oltre la linea ferroviaria e la linea Statale n. 11 denominato S. Carlo per l'esistenza di una santella dedicata al santo e che sarebbe sorta sul luogo nel quale il santo si sarebbe incontrato con la popolazione del luogo nel corso della visita apostolica del 1580. La presenza sempre più continua di un sacerdote, l'attività di un gruppo giovanile spontaneo ecclesiale denominato "Gruppo Ragazzi S. Carlo" nato in occasione della visita pastorale del 1973 (che promosse un'attività catechistica e ricreativa) portò alla costituzione il 15 febbraio 1983 di una delegazione vescovile sotto la guida di don Nino (Gaetano) Prevosti che sfociò nella creazione il 4 novembre 1983 di una nuova parrocchia. Altri gruppi nacquero in seguito, come quello dei "Giovani per gli anziani", di "Tuttiperuno" (che si dedicò agli handicappati), di A.MI.CO. (amicizia, missione, comunità).


LA PARROCCHIA. Per assistere la popolazione in continuo aumento, specie dagli anni '50, l'11 settembre 1963 venne posta la prima pietra dell'erigenda chiesa. Tale simbolo venne portato a Castelgandolfo e benedetto da Papa Paolo VI. L'iniziativa condotta da don Vito Ranzenigo, venne coronata da successo il 12 novembre 1967 con la benedizione della nuova chiesa. Come documenta Vincenzo Pialorsi il terreno sul quale sorge venne donato da Livia Bagliacca Lombardi. L'edificio ha una superficie di 2.800 metri quadrati, dei quali 600 sono coperti dall'edificio della chiesa; il resto è riservato a sagrato ed a zona verde, in attesa di eventuali future costruzioni, del resto già in progetto. La lunghezza massima dell'edificio è di 30 metri, la larghezza di 23 metri e l'altezza di 13,85 metri; il volume complessivo raggiunge i 6.000 metri cubi; la capienza è di circa 600 persone. La chiesa venne costruita su progetto dell'arch. Mario Morini, sotto la direzione del geom. Andrea Facchi, dalla ditta Fratelli Zorzini. Le ditte locali fornirono i marmi. Domina l'edificio una cupola a base quadrata; è avvolto in parte da un porticato nel quale si apre, superati alcuni gradini, l'entrata principale. Sopra di essa una grande vetrata illumina l'interno formato da una sola navata terminante in un largo presbiterio e in un'ampia abside. L'altare appoggia su quattro pesanti lastre di marmo rosso di Verona, che richiamano quelle che sulla parete di sinistra fanno da cornice al tabernacolo progettato dall'arch. Gianni Manica. Affiancano il tabernacolo due tele che raffigurano rispettivamente San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio da Padova, entrambe opera di un anonimo del Seicento. L'affresco che raffigura l'apparizione di Cristo a San Tommaso, del Cinquecento, collocato nel maggio 1967 alla destra della navata, proviene invece da un muro dell'antica chiesa di Santa Maria in Valverde, detta la Rotonda, e venne strappato dal maestro restauratore Giuseppe Bertelli di Brescia. La parete dell'abside è rivestita per tutta la lunghezza da una fascia rettangolare, alta circa tre metri, di lastre di marmo martellinato di Botticino e di aurora; sulle quali don Renato Laffranchi, ha tracciato un ampio disegno a linee incise nel marmo raffigurante l'Agnus Dei fra l'immagine della chiesa come città "salda e compatta" sul monte di Dio, e quella della chiesa come nave che percorre le acque nel corso della storia verso il porto dell'eternità. Nel 1988 veniva eretto il nuovo campanile. Nel 1990 sempre su progetto dell'arch. Manica veniva avviata la costruzione di una piazza. La chiesa venne consacrata il 4 novembre 1984 da mons. Carlo Manziana. Al di sopra dell'opera di don Laffranchi è appeso alla parete un grande crocifisso ligneo del Seicento. Alla destra del presbiterio, presso la porta di accesso alla sagrestia, è collocata su di un piedistallo una statua della Madonna con in braccio il Bambino Gesù, lavoro in bronzo dello scultore Ersilio Moretti, di Virle, eseguito nel 1970. Il pavimento della navata è stato realizzato in marmo lucido di Botticino, con corsia centrale in granito rosso di Svezia; di questo marmo sono pure composti i pavimenti del presbiterio e dell'abside; quello della sacrestia, cui si accede dalla parte destra del transetto e quello del piccolo atrio antistante, sono stati eseguiti in pezzame di marmo alla palladiana, dello stesso tipo è il pavimento della galleria-cantoria che sovrasta la porta centrale d'ingresso e che con due ali s'allunga lungo le pareti a lato. L'interno della chiesa riceve luce da piccole aperture laterali e dalla vetrata sovrastante la porta d'ingresso, ma, soprattutto, con chiaro riferimento simbolico, dalle grandi finestre della cupola. A vent'anni dall'inizio della costruzione della chiesa ed a diciassette anni dalla sua inaugurazione, nel 1983, detta chiesa veniva eretta a parrocchia con decreto vescovile datato 4 novembre, festa di San Carlo Borromeo. Dal 1982 la parrocchia pubblica il bollettino intitolato "San Carlo", diventato poi "Insieme per crescere". Nel 1987 su progetto dell'arch. Gianni Manica e ad opera dell'impresa Marangoni venne avviato un complesso di opere parrocchiali (attrezzature sportive, sale di ritrovo, ecc.). Già nel 1989 erano in piedi le strutture. Momento focale della vita parrocchiale è la "Settimana della parrocchia" . Attivo fin dagli armi '80 il Gruppo Sportivo S. Carlo. Viene pubblicato un notiziario della parrocchia. La parrocchia contava nel 1983, 3400 abitanti. 


Parroci: Gaetano Prevosti (1983-1997), Mario Pelizzari (dal 1997).


Nell'ambito della parrocchia esiste in via Matteotti una chiesetta dedicata a S. Carlo Borromeo che la tradizione come s'è già detto, vuole eretta sul luogo nel quale il santo si sarebbe incontrato con la popolazione del luogo durante la visita apostolica del 1580. Consistette fino al 1925 in una santella di metri 4,80 di lunghezza, metri 4 di larghezza e metri 3,60 di altezza, preceduta da un portichetto sorretto nella parte anteriore da due colonne di marmo di Botticino a base squadrata. Questo portichetto copriva per un tratto il canale Cavallina che tuttora scorre al di sotto in senso trasversale. Nel 1925 per iniziativa del parroco don Tedoldi venne ampliata acquistando una lunghezza di m. 10,80, senza toccare le altre misure, con l'aggiunta di una piccola sagrestia. L'altare venne adornato sempre nel 1925 di un dipinto raffigurante S. Carlo B. in preghiera opera del pittore rezzatese Bonatti.