QUERINI

QUERINI (o Quirini o Quirino) Angelo Maria

(Venezia, 30 marzo 1680 - Brescia, 6 gennaio 1755). Del nobile Paolo Querini del ramo Stampalia, procuratore di S. Marco e della nob. Cecilia Giustiniani. Venne battezzato col nome di Girolamo. A sette anni venne affidato con il fratello maggiore Francesco ai Gesuiti nel collegio dei nobili in S. Antonio a Brescia, dove rimase, completando gli studi di Umanità e di Rettorica per otto anni, decisivi per la sua educazione e formazione culturale e religiosa, tanto da fargli scrivere che di quanto vi era in lui di pietà cristiana e di cultura letteraria era debitore al Collegio S. Antonio. Lingue classiche latina e greca, scienze esatte, storia, geografia, costituirono il primo ricco bagaglio culturale della sua vita cui si aggiunsero poi le lingue orientali e moderne (francese e tedesco). Nel teatro del Collegio, Girolamo e Francesco recitarono tra l'altro a Brescia, rappresentando con grazia e disinvoltura le parti principali delle scene di tale teatro, nella produzione intitolata: «La giornata del diporto festeggiata dalle Ninfe della Garza», accademia cavalleresca, nell'aprirsi un nuovo anno di iscrizione e divertimento dei convittori del Collegio dei Nobili di S. Antonio. Dopo aver resistito alle insistenze dei suoi superiori di farsi gesuita, decise a 16 anni nel 1696 di entrare malgrado le opposizioni dei parenti nell'Ordine benedettino nella Badia di Firenze, dove l'1 gennaio 1698 emise la professione religiosa e dove perfezionò gli studi letterari, filosofici e teologici, laureandosi poi nel 1702 in Teologia e Diritto Canonico all'Università di Pisa. Negli anni immediatamente seguenti non gli manca l'occasione di intessere ed approfondire rapporti che si rivelano decisivi per l'orientamento dei suoi studi. Bernardo di Montfaucon, dottissimo filologo e gran ricercatore di manoscritti dei Padri greci, Gian Battista De Miro, custode della Biblioteca Vaticana, Guido Grandi, Lorenzo Magalotti, Antonio Magliabechi, "is unus bibliotheca magna" che lo fa incontrare con Scipione Maffei, Leandro di Porcia, il Salvini, Isacco Newton: sono alcuni degli eruditi che frequentano la Badia e che hanno accesso alla corte di Cosimo III de' Medici. Introdotto in questo ambiente da uomini di così larga fama, il giovane monaco benedettino amplia le sue conoscenze includendovi aristocratici appartenenti alla stessa famiglia granducale, quali Gian Gastone ed il cardinale Francesco Maria, o altri nobili ed influenti personaggi della folta clientela medicea, quali il marchese Francesco Riccardi e i cardinali Neri e Lorenzo Corsini. Nel 1706, chiamato ad insegnare greco presso i confratelli benedettini di Cesena, legge la dottissima dissertazione "De Mosaicae Historiae Praestantia" che ottiene larghi consensi.


Nel settembre 1710 intraprende con il fratello Francesco una lunga serie di viaggi all'estero con lo scopo di stabilire un rapporto diretto con i più illuminati spiriti della cultura europea contemporanea: letterati e teologi, cardinali e principi, storici e scienziati. Lo accompagna in questo itinerario Giovanni Francesco, il minore dei suoi fratelli. Raggiunta dapprima la Svizzera ed attraversata quindi la Germania, i due muovono verso l'Aia. Qui si fermano per due mesi. Durante questo periodo il benedettino ha modo di conoscere lo spirito bizzarro di Domenico Passionei, legato di Clemente XI. Dopo un excursus in Inghilterra, i Querini riapprodano nuovamente sul continente e, verso la fine dell'aprile 1711 giungono nell'abbazia di S. Germain des Près, fervida d'opere filologiche e critiche, centro di studi paleografici e diplomatici e di ricerche patristiche. Mentre il fratello rientra nella penisola italica nel marzo 1712, Angelo Maria si trattiene presso il cenobio francese fino all'aprile 1714.


Da questo lungo soggiorno all'estero - del quale lascerà una minuta narrazione nei "Commentarii de rebus pertinentibus ad Angelum Mariam S.R.E. Cardinalem Quirinum, Brixiae, 1749" - ritorna carico di libri, arricchito di preziose amicizie, ben deciso a dedicarsi interamente agli studi storici. Accoglie pertanto ben volentieri l'incarico affidatogli dai superiori del suo Ordine che lo invitano a scrivere gli annali benedettini d'Italia. Prima di avviarsi alla ricognizione degli archivi monastici, chiede lumi a Benedetto Bacchini, abate di S. Prospero in Reggio Emilia, e a Ludovico Antonio Muratori. Altri consiglieri trova nel Veneto, a Verona e Venezia: Scipione Maffei, Apostolo Zeno, Angelo Calogerà, Giovanni degli Agostini, Marco Foscarini. Inizia quindi le sue ricerche esplorando i fondi archivistici degli antichi cenobi veneziani di S. Giorgio Maggiore e S. Niccolò del Lido per passare successivamente a S. Giustina di Padova e a Praglia. A Ferrara ha la fortuna di ritrovare vecchie carte di Pomposa che trascrive ed aggiunge alle copiose schede venete. Dalla Badia fiorentina, alla quale torna nel tardo autunno del 1714, fa rapide incursioni nei monasteri di Arezzo e Perugia e, verso il Natale, parte per Roma. Qui lo accolgono la quieta sede di S. Callisto e gli amici Gian Battista De Miro e Leandro di Porcia. Per le buone relazioni di quest'ultimo, Angelo Maria Querini può conoscere alcuni dotti romani e giovarsi delle loro biblioteche. Si intrattiene e stringe amicizia con Francesco Bianchini, Giusto Fontanini, Giuseppe Assemani, Prospero Lambertini, avvocato concistoriale e canonico di S. Pietro. Giovanni Maria Lancisi lo raccomanda presso Clemente XI che gli apre l'archivio di Castel Sant'Angelo mentre il cardinale Francesco Barberini gli affida, in lettura domestica, a S. Paolo fuori le Mura, il "Chronicon farfense". Tra il dicembre 1715 e l'ottobre 1716 il Querini esplora gli archivi di Aversa, Napoli, Cava. Nel 1717 esce in Roma, per i tipi di Antonio de Rubeis, il "De monastica Italiae historia conscribenda", un proemio generale degli Annali Benedettini che illustra il piano dell'opera. L'autore non può tuttavia andare oltre questa "oratio cum notis" poiché negli ambienti della curia papale si teme che la prevista pubblicazione della storia dell'Ordine di S. Benedetto possa portare alla luce documenti tali da offrire agli Estensi nuove e più fondate ragioni per sostenere i loro diritti al possesso di Comacchio, oggetto di un'aspra contesa storico-giuridica e diplomatica. Carlo Maiello, revisore ecclesiastico, induce il giovane storiografo a sospendere la sua fatica e il Querini si piega al consiglio.


Pochi anni più tardi propone alla commissione esaminatrice delle opere teologiche greche ed orientali, della quale è consultore, una edizione critica dell'Ufficio greco. Nel 1721 ne pubblica il proemio: "Officium quadragesimale recognitum et castigatum". Ma anche questa fatica, dedicata al nuovo pontefice Innocenzo XIII, non può essere portata a compimento. In quello stesso 1721 Angelo Maria Querini, tornato a Firenze, viene promosso abate; nel 1723, dopo esser stato proposto per la cattedra episcopale di Bergamo, si vede invece assegnata la sede arcivescovile di Corfù, per la quale è richiesto al pontefice un prelato che parli e scriva correttamente in greco, lingua ufficiale dell'isola. La nomina, datata 27 settembre, è interpretata dal neoeletto quasi come un decreto d'esilio: lo lascia intendere egli stesso nei suoi Commentarii. A Corfù che, come è ben noto, fa parte dei domini della Repubblica veneta, il nuovo arcivescovo sbarca nel successivo 1724; si presenta al clero e al popolo pronunziando un sermone in lingua greca ed è accolto con grandi onori. Durante il suo breve pontificato a Corfù il presule deve conciliare in se stesso la lunga consuetudine con gli studi e le responsabilità del ministero. Pur non mancando ai suoi doveri di vescovo, egli non cessa di assecondare le prepotenti inclinazioni dello spirito, traendo dal soggiorno sull'isola l'occasione per conoscere ed approfondire le radici culturali di quel popolo, le tradizioni, la storia. Ne nasce un saggio di alta erudizione, i "Primordia Corcyrae", pubblicato a Lecce nell'estate 1725, ristampato poi a Brescia, in edizione rielaborata ed ampliata, nel 1738. Per dimostrare la venerazione dalla quale è circondato anche in Oriente il nome di san Benedetto, padre del monachesimo occidentale, il Querini pubblica un'antica biografia del fondatore dell'Ordine. A Corfù raccoglie inoltre molti e rarissimi codici; carico di questo prezioso fardello, ritorna a Roma e fa dono al pontefice Benedetto XIII Orsini dei suoi "Primordia Corcyrae". Il papa ne ammira soprattutto i distici latini e, dopo averlo trattenuto alla corte avendolo come compagno in un suo viaggio, il 30 luglio 1727 trasferisce il prelato alla cattedra bresciana e, il giorno seguente, lo nomina consultore del S. Uffizio. Angelo Maria Querini, pur traslato ad una sede di rango inferiore rispetto alla corcirense, ritiene il titolo ed i privilegi di arcivescovo. Già riservato in pectore nel concistoro del 9 dicembre 1726, è infine pubblicamente eletto cardinale, del titolo di S. Marco, il 26 novembre 1727, avendo tra i suoi nuovi confratelli porporati il celebre giurista Prospero Lambertini. Conseguito il cappello rosso, il Querini si intrattiene alquanto in Roma, nella splendida sede di palazzo Venezia, rimandando l'ingresso nella diocesi bresciana al marzo 1728. Raggiunge la città, in forma privata, nella notte del 17, accolto dalle autorità venete, dal vicario capitolare Leandro Chizzola, dal prevosto di S. Lorenzo e da pochi altri gentiluomini. Le solenni cerimonie dell'ingresso ufficiale si compiono il 19 seguente, festa di san Giuseppe. Il canonico Girolamo Covi, commendatario di S. Stefano, a nome del capitolo, recita l'orazione gratulatoria in lingua latina, ma il tono generale delle accoglienze è piuttosto indifferente. Pochi giorni appresso, tornato da Venezia dopo aver partecipato ai riti del Corpus Domini, il porporato si ammala gravemente.


Sopravvissuto alle contestate attenzioni di sanitari ritenuti poco raccomandabili proprio per la sua forte fibra, il Querini affronta il proseguimento degli interrotti lavori della nuova cattedrale: fin dall'agosto si rivolge alla diocesi con una lunga lettera, invitando i bresciani a cooperare, per quanto è loro possibile, con offerte e sottoscrizioni. Organizza quindi la ripresa della fabbrica richiedendo anche la collaborazione dell'autorità civile, per intervento della quale, nel 1729, giunge a Brescia, in visita ai cantieri, il celebre Filippo luvara. Fino al 1731 la soprintendenza ai lavori è affidata a Gian Antonio Biasio, artista aperto agli influssi barocchi, ricchi di quel gusto decorativo del quale rimane testimonianza nell'ordine inferiore della facciata. La responsabilità di dirigere la fabbrica del tempio passa quindi a Gian Battista Marchetti, l'architetto delle maggiori imprese edilizie del porporato. L'imponente monumento è una fonte continua di abbondanti uscite per il Querini che, nel compimento di quest'opera, profonde larghissime somme, attinte in buona parte dalle rendite della mensa vescovile, dalle entrate che gli competono quale cardinale di S. Marco o anche dal suo patrimonio personale. Il prelato può ancora contare sulla ricca commenda dell'abbazia camaldolese della Vangadizza, conseguita già nel 1728, e sugli introiti che gli derivano dall'ufficio di prefetto della biblioteca vaticana, nomina ottenuta il primo settembre 1730, per la morte del cardinale Benedetto Pamphili. Si aggiunga infine la pingue prebenda dell'abbazia di Leno, assegnata al porporato nel 1734 e da lui costantemente saccheggiata proprio per finanziare la costruzione della cattedrale. Tra il 1728 e il 1737 nell'edificio, già provvisto delle navate laterali e di due altari di sfondo, si completano in ogni loro parte il presbiterio e il coro. Nel "Compendio storico della città di Brescia", Andrea Costa ricorda che durante la settimana di Passione del 1737 l'altare maggiore è consacrato dal prevosto dell'insigne collegiata dei SS. Nazaro e Celso; il 21 aprile, giorno di Pasqua, Angelo Maria Querini vi canta una solenne messa pontificale con musica. Nelle intenzioni del prelato la cerimonia deve essere riservata alle autorità cittadine ed alla sola nobiltà. Il tempio è infatti troppo angusto, così scrive il cronista, e gli invitati desiderano "star alquanto agiati". Accanto alle porte della cattedrale stanno dunque delle guardie che impediscono l'ingresso al popolo. Ma la ressa è tale che il podestà, temendo il peggio, decide di permettere l'accesso anche alla moltitudine dei fedeli. Il grande avvenimento, sottolineato da un elevato discorso del cardinale, è celebrato in sonetti, stampe, medaglie commemorative che ne diffondono l'eco nella Penisola italica e oltre i suoi confini.


La Pasqua del 1739 offre al porporato l'occasione di annunciare la prossima costruzione della parte superiore della facciata, affidata al Marchetti. Nel 1749 la commissione della fabbrica, della quale fa parte Gian Maria Mazzuchelli, commette ad Antonio Calegari un busto del Querini che viene sistemato, nel 1752, sulla facciata, a perenne ricordo della sollecitudine con la quale il porporato segue e finanzia il sorgere del tempio. Quando le entrate non bastano a sostenere questa e le altre opere edilizie in corso, il cardinale ricorre al redditizio sistema dell'imposizione di tasse sui redditi dei benefici, poco curandosi delle aperte proteste degli ecclesiastici più audaci o del soffocato mugugno dei più timidi. In tal modo i lavori ricevono un impulso decisivo e quando l'episcopato del Querini ha termine, al compimento della cattedrale non manca ormai più che la cupola.


Nelle poche righe per le quali manifesta le sue prime impressioni sulla figura del cardinale, Alfonso Cazzago ne raccoglie la fama di uomo istruito e ricco. Angelo Maria Querini, abituato da anni al confronto vivace, alla dotta polemica, alla corrispondenza frequente con i più celebrati uomini di pensiero del suo tempo, non può non imprimere all'ambiente culturale bresciano il segno della sua personalità. Egli vi lascia anzi un'impronta singolare, nella quale le scelte che discendono dalla sua formazione intellettuale si coniugano, talora in modo particolarmente efficace, con i più importanti doveri che gli impone l'ufficio episcopale. Fin dagli inizi del suo pontificato diocesano, egli s'adopra a spezzare il circuito chiuso delle Accademie promosse dal Barbarigo per dare alla cultura bresciana un nuovo e più ampio respiro. In quest'opera di rinnovamento egli può contare su alcuni validi collaboratori: Pietro Faita, abate benedettino di S. Eufemia, G. Ludovico Luchi, Camillo Monti, anch'egli, nella maturità, abate di S. Eufemia; Bernardo Onofri, che dal 1755 al 1761 presiederà la comunità olivetana di S. Nicolò in Rodengo. Il porporato mantiene vive, infittisce anzi le sue relazioni con i più noti eruditi bresciani, facendo del palazzo vescovile un vivace centro di pensiero frequentato da uomini che diventano anche suoi coadiutori nelle dotte ricerche. Si segnalano, tra gli altri, il matematico Fortunato da Brescia, dei Minori riformati, al secolo Girolamo Ferrari; Bonaventura Luchi, professore di metafisica all'università di Padova; Giuseppe Bartoli, Bartolomeo Ghitti, la poetessa Giulia Baitelli, Gian Andrea Astezati, benedettino cassinese, abate di Pontida e S. Giovanni di Parma. Il cardinale è pure in amichevoli rapporti con Paolo Gagliardi, autore con il fratello Anton Giulio dei "Patres Brixianae Ecclesiae"; conosce P. Antonio Barzani, cultore di studi classici e professore nel collegio di S. Bartolomeo dei Somaschi; stima in modo particolare Carlo Doneda, studioso di numismatica ed agiografia bresciane; apprezza Antonio Sambuca che diventa segretario suo e lo sarà anche del successore Giovanni Molin. Le relazioni fra tanti dotti che, sotto i suoi auspici, promettono di arrecare sempre nuovi contributi nella conoscenza delle più diverse discipline, determinano un intreccio di interessi ed un'ampiezza di prospettive che Angelo Maria Querini trasferisce volentieri nello stesso seminario, aperto a maestri insigni quali Francesco Bargnani, Gian Girolamo Gradenigo, G. Battista Scarella. Alla formazione culturale e morale del giovane clero il porporato dedica particolari attenzioni. Accanto agli eruditi sopra ricordati e ad altri studiosi di fama che assicurino ai chierici la dovuta preparazione dottrinale e scientifica, egli pone i padri della Congregazione della Missione perchè educhino i giovani ad una rigorosa disciplina spirituale ed ascetica. La necessità di custodire la vocazione e di considerare il seminario come un'istituzione destinata ai soli candidati al sacerdozio, è sottolineata in due lettere pastorali, rispettivamente datate 6 agosto 1731 e 2 agosto 1732. Le relazioni "ad limina" del 16 dicembre di quel medesimo anno e dell'1 maggio 1736 informano che gli allievi sono circa un centinaio: pochi per una diocesi vasta come quella bresciana, anche se fra gli studenti si annoverano chierici destinati a lasciare di sè vasta eco nella seconda metà del Settecento. Basti ricordare i nomi illustri di Gian Battista Guadagnini, Gian Pietro Dolfin, Baldassarre Zamboni, Bartolomeo Biancardi, Gian Battista Rodella. Ai seminaristi interni occorre anche aggiungere un buon numero di esterni che non possono essere accolti nei convitti cittadini. Per essi e per gli studiosi in genere Querini con lettera pastorale del 23 dicembre 1745 annuncia il proposito di far erigere una pubblica biblioteca; ne chiede quindi la prescritta licenza al pontefice e a Venezia. Il placet di Benedetto XIV giunge con la bolla del 17 febbraio 1747; quello del doge Pietro Grimani con ducale del 10 giugno, cui segue l'assenso del Comune. La fondazione queriniana, che Paolo Guerrini definisce "tempio delle scienze e del lavoro intellettuale", procura al suo ideatore l'universale plauso dei dotti e gli sperticati complimenti di Benedetto XIV, di Voltaire, e di molti altri. Conseguito questo risultato, il cardinale si preoccupa di predisporre un'adeguata sede nella quale sia possibile garantire al clero una formazione permanente e, prima ancora, verificare la vocazione di molti giovani che chiedono di essere ammessi al sacerdozio senza aver frequentato il regolare corso di studi nel seminario. Nel 1749 il numero di quanti hanno terminato il loro curriculum nei vari collegi e chiedono di essere ammessi alla sacra ordinazione raggiunge all'incirca le quattrocento unità. Il presule, che ritiene suo dovere vagliare severamente tutte queste vocazioni, pensa ad un Collegio Ecclesiastico. Con alcune lettere pastorali ne spiega gli scopi e s'adopra a conseguire sollecitamente il proposito affidandosi, ancora una volta, a Gian Battista Marchetti, incaricato di ristrutturare ed ampliare la villa vescovile di S. Eustachio. Ne scaturisce un progetto veramente grandioso che l'architetto può tuttavia realizzare soltanto parzialmente. Nelle lettere pastorali dell'8 novembre e del 20 dicembre 1753 il cardinale esprime il proprio compiacimento per i felici inizi dell'attività del Collegio, aggiungendo di aver avuto prova diretta dell'ottima preparazione dei numerosi ordinandi e della diligenza con la quale i padri di san Vincenzo de' Paoli, chiamati da Cremona, seguono i giovani. Intrattenendosi a discorrere della nuova istituzione scrivendo l'1 aprile 1754, a Vincenzo Malvezzi, vescovo di Bologna, il Querini spiega che nel Collegio possono essere ospitati più di cento giovani.


La sollecitudine per la preparazione del clero non fa dimenticare al prelato le necessità di taluni ordini regolari pur sempre dediti all'educazione religiosa o vocazionale delle giovani generazioni. In tal modo mentre con munifico contributo favorisce il completamento del monastero-collegio delle Salesiane di Darfo, intervenuto tra il 1727 e il 1729, promuove anche l'apertura di piccoli istituti per seminaristi in alcuni fra i maggiori centri della diocesi. Si deve probabilmente al suo incoraggiamento il sorgere dei seminari minori periferici di Lovere, Montichiari, Salò. L'attenzione del vescovo a questo riguardo si estende anche oltre i confini della diocesi per raggiungere il monastero della Vangadizza a Badia Polesine (Ro). Per il suo diretto intervento, i camaldolesi aprono un piccolo seminario che accoglie i chierici delle tredici parrocchie dipendenti dalla loro abbazia.


Le iniziative promosse con lo scopo di aprire più vasti orizzonti agli studi degli eruditi bresciani e di imprimere un nuovo indirizzo alla formazione del clero, chiamato a confrontarsi con le correnti di pensiero che vengono affermandosi nella prima metà del Settecento, non impediscono al porporato di seguire le grandi manifestazioni artistiche che caratterizzano il suo pontificato diocesano, specie nelle opere che si riferiscono all'edilizia sacra, all'arricchimento del patrimonio artistico nelle varie chiese, avvalendosi di numerosi architetti attivi nel Bresciano nella prima metà del secolo XVIII, quali oltre a Gian Battista ed Antonio Marchetti, Domenico Carboni, Antonio, Carlo e Domenico Corbellini, Giorgio Massari, Antonio Spatti, Alfonso Torregiani, Antonio e Gaspare Turbino, Giuseppe Zinelli. A questi ed altri ancora si deve la totale ricostruzione e l'ampio rifacimento di molte chiese. Un computo che tiene conto delle documentate licenze rilasciate dalla curia o delle date certe di erezione delle chiese parrocchiali, dei santuari, dei vari oratori di diritto pubblico o privato, fa ascendere a ben 108 gli edifici sacri costruiti o rinnovati durante l'episcopato queriniano. Dall'ingresso in diocesi del cardinale fino al 1740 si concedono permessi per lavori che interessano, tra le altre, le parrocchiali di Azzano Mella, Bovegno, Carcina, Dello, Demo di Berzo, Fiesse, Malonno, Monno, Montichiari, Nave. Quest'ultima chiesa, dedicata all'Immacolata, è iniziata nel 1711, aperta al culto nel 1730 dal vicario generale Leandro Chizzola e infine solennemente consacrata dal cardinale il 16 aprile 1748. Fra gli oratori si possono segnalare i piccoli santuari della Beata Vergine del Patrocinio in Carpenedolo, e Piancamuno, la cappella della S. Croce in Lodrino, quella di S. Girolamo in Pisogne insieme con altri piccoli templi devozionali. Negli anni che corrono tra il 1740 e il 1755, ultimo dell'episcopato, vengono rilasciate licenze edilizie o si erigono numerosi edifici sacri, tra i quali le parrocchiali di Agnosine, Barbariga, Collio, S. Felice del Benaco, Folzano, Fraine, Gottolengo, Gussago, Maderno, Palazzolo, Pezzaze, Pontoglio, Saviore; gli oratori della SS. Trinità a Bagnolo Mella, Montichiari e Magno d'Inzino; di S. Giovanni Nepomuceno a Mairano, Paderno, Vestone e molti oratori votivi alla Vergine. Degne di particolare rilievo in città la riedificazione di S. Gaetano e S. Lorenzo, il totale rifacimento di S. Zeno al Foro, ultimato nel 1745; l'inizio dei lavori per S. Nazaro e Celso nel 1752; la ricostruzione del presbiterio e dell'abside della basilica dei SS. Faustino e Giovita dopo l'incendio del 1743; le trasformazioni interne in S. Maria della Carità e nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano; la costruzione di S. Maria della Pace, della quale già si è ricordata la posa della prima pietra, sedente Giovanni Francesco Barbarigo. L'imponente edificio, opera di Giorgio Massari, è terminato nel 1746 e consacrato dal Querini il 24 maggio di quel medesimo anno. Il cardinale dona alla chiesa l'altare maggiore con la relativa pala, raffigurante la Presentazione al Tempio, opera di Pompeo Batoni, databile 1735-1736. Altre chiese cittadine e diocesane sono oggetto della munifica attenzione del porporato: in primo luogo e ancora una volta la cattedrale alla quale sono destinati la pala dell'altare maggiore, raffigurante l'Assunta, commissionata nel 1732 al romano Giacomo Zoboli, l'altare medesimo e relativi candelieri, ordinati a Roma e già collocati nel duomo nuovo nel 1735. La chiesa di S. Zeno è arricchita di due preziosi confessionali; alla nuova parrocchiale di Nave il presule offre la pala dell'altar maggiore, ordinata al bolognese Marc'Antonio Franceschini (1648-1729), maestro del Cifrondi. Né il prelato costringe il suo mecenatismo entro i confini della diocesi: a Roma Tommaso de Marchis rinnova su suo incarico la basilica di S. Alessio; a Filippo Barigioni è invece commesso il restauro della basilica di S. Marco della quale porta il titolo cardinalizio. Il lonatese Paolo Soratini apporta alcuni rifacimenti in S. Gregorio al Celio; a questa chiesa romana il vescovo di Brescia offre altresì la pala dell'altare maggiore, commessa ad Antonio Balestra. Si deve ancora molto probabilmente al Querini l'iniziativa di far ricostruire il tempio di S. Geremia in Venezia: infatti nel 1753 Scipione Capitanio dedica al porporato una canzone a stampa per l'inizio della fabbrica, condotta sotto la direzione dell'architetto bresciano Carlo Corbellini e terminata solo nel 1770.


L'intervento di Angelo Maria Querini per l'edificazione della cattedrale di Berlino è notissimo ed è stato oggetto di studi specifici anche recenti. Basti ricordare che il prelato, raccogliendo l'invito rivolto dal pontefice il 12 novembre 1747 ai vescovi e ai principi del mondo cattolico, si impegna con grande zelo a raccogliere, nella sua estesa cerchia di amicizie, molte offerte che integra infine con un proprio sostanzioso contributo. Convinto, anche un poco ingenuamente, che l'iniziativa serva alla conversione dei protestanti, egli pone nell'impresa tanto ardore da essere considerato il principale fautore dell'opera. Per la cattedrale di S. Edvige fa eseguire il magnifico portale che reca tuttora sul fregio il suo nome; alla sua munificenza si deve anche l'altare maggiore. Il porporato dona ancora a questa chiesa l'imponente gruppo marmoreo raffigurante Cristo risorto che appare alla Maddalena, eseguito per lui in Venezia dal Merchiori. Due statue d'argento che rappresentano i santi Benedetto e Scolastica e un grande lampadario, pure d'argento, opere del cesellatore bresciano Filiberti, sono donati dal Querini a un cenobio benedettino bavarese, indicato nel relativo documento come "Monasterium Wessofontani". Il cronista Cazzago aveva già sottolineato che il vescovo aveva dato presto "speranza di fare le sue visite e fors'anco un necessario Sinodo". Mantenne il primo impegno ma non il secondo e la stessa visita protrasse nel tempo. L'itinerario comincia il 2 maggio 1729 da Bedizzole ed interessa, nella sua prima fase, una parte della zona pedemontana e la riviera del Garda per arrestarsi a Serle il 24 seguente. Continua dal 18 agosto 1732 con Paderno, Passirano, Iseo; dall'1 al 17 settembre l'ispezione prosegue toccando tra l'altro Saiano e parte della Valcamonica. Al clero e ai fedeli camuni il vescovo scrive la lettera pastorale del 27 settembre nella quale si intrattiene sui risultati della visita e si sofferma specialmente sulla recente fondazione del monastero delle Salesiane in Darfo. Il 21 agosto 1734 l'indagine pastorale riprende da Nave e prosegue per la Valsabbia, concludendosi in Caino il 13 settembre. Nel 1735 il presule visita la valle Trompia: il 9 settembre è a Sarezzo, l'11 a Gardone e infine il 16 a Concesio; da qui rientra in città la sera del giorno dopo. La tarda estate del 1737 conduce il prelato in alcune parrocchie della pianura occidentale e della Franciacorta, tra le quali Ospitaletto e Travagliato; il 9 settembre 1738 il presule è a Collebeato e il 18 seguente a Mompiano.


Istruzioni precise sono impartite ai parroci nell'imminenza della visita pastorale: si chiede loro di stendere una precisa relazione sullo stato della parrocchia servendosi d'un modulo predisposto allo scopo; si pensa anche ad una forma di preparazione spirituale con annesse indulgenze: la visita del vescovo è di solito preceduta da un corso di predicazione affidato a due gesuiti. Ad accompagnare il presule lungo il suo itinerario è una piccola corte formata da una dozzina di persone all'incirca: ai convisitatori G. Battista Valotti e Francesco Della Corte si aggiungono l'abate Antonio Sambuca, segretario del cardinale, il cancelliere vescovile, il cerimoniere, il cappellano ed infine camerieri, cocchieri ed altre persone al servizio del prelato. Lo schema della visita è piuttosto preciso: l'accoglienza ufficiale, con la presenza delle autorità locali, del clero, dei dignitari e dei membri delle varie Scuole e Confraternite avviene solitamente nel pomeriggio. Il corteo, con il visitatore che incede sotto il baldacchino, raggiunge la parrocchiale nella quale il cardinale rivolge il suo saluto alla popolazione impartendo poi la pastorale benedizione. La prima cerimonia del mattino seguente è l'assoluzione ai defunti che, come è ben noto, sono sepolti presso la chiesa o nell'interno stesso del sacro edificio; segue la celebrazione della Messa e l'amministrazione della Cresima. Nel pomeriggio il vescovo interviene all'adunanza della Scuola della Dottrina Cristiana, interrogando adulti e ragazzi onde formarsi almeno un'idea generale della loro istruzione catechistica. A questo incontro che avviene nella parrocchiale segue, quando sia necessario, un secondo turno di Cresime. Prima di lasciare il paese il presule saluta tutta la popolazione riunita nella chiesa con una formula di commiato, una nuova benedizione pastorale e l'ultima assoluzione ai defunti. Il controllo amministrativo e burocratico delle singole parrocchie, la visita ai centri minori del territorio o alle chiesette più piccole sono spesso e volentieri affidati alla diligenza dei convisitatori, ai quali è pure demandato il compito di dettare le conseguenti disposizioni. Negli atti non si registrano innovazioni di particolare rilievo rispetto a precedenti indagini pastorali. Il cardinale, che non nasconde una certa insofferenza per la parte ispettiva della visita, predilige invece le solenni messe pontificali e le cerimonie liturgiche, mostrandosi molto sensibile alle manifestazioni dell'entusiasmo popolare, frequenti in special modo nelle valli e nei grossi centri. Ma non è detto che le grandi folle non riservino sgradite sorprese. A Rovato la ressa dei cresimandi è tale che il presule, stanco, sospende il rito e si ritira in canonica. I fedeli se ne adontano e subitamente insorgono minacciosi, assediando la casa parrocchiale e accalcandosi davanti alla porta che minaccia di cedere. Per timore del peggio, il porporato si rassegna ad impartire la Cresima standosene dietro le inferriate d'una finestra. Gli animi tuttavia si mantengono agitati a tal segno che mentre è intento ad amministrare il sacramento dalla sua singolare posizione, il Querini "sentì dal gran popolo radunato fuori a dirgli bruttissimi improperi strapazzandolo con parole ingiuriose et aggiungendovi che era un frate venuto a rovinare il paese, a mangiar le entrate senza voler faticare, che non aveva né carità né creanze e simili altri improperi non più uditi...". Il buon parroco, che si può supporre almeno sconcertato, riesce a fatica a calmare i più accesi contestatori ma la cosa ha ancora un seguito. Quando il cardinale parte da Rovato per tornare a Brescia, "s'abbattè dietro la strada in molta gente la quale ubbriaca voleva fare le archibugiate, onde dovette per paura ritirarsi alquanto indietro: insomma il gran popolo non si può trattenere e sempre la moltitudine fa disordini". Il fatto, narrato dal Cazzago e da lui sigillato con così severa sentenza, rappresenta comunque un'eccezione che conferma, come si usa dire, che la regola è diversa.


Come si è detto il sinodo diocesano, considerato da molti predecessori del Querini come l'opportuno corollario della visita pastorale, non viene mai convocato, preferendo il Querini, come scrive egli stesso nella visita "ad limina" del 1745, ribadire le sagge disposizioni degli antecessori e nominare parroci che siano vangeli viventi. Le sue cure del resto si estendono anche ai testi di catechismo come confermano gli editti del 20 marzo 1742 e del 18 maggio 1754 per l'edizione del "Libretto per facilitare il nuovo modo di disputar la Dottrina Cristiana" detto poi "la terza" . È anche particolarmente severo riguardo ai costumi come conferma la pastorale del 16 gennaio 1753 nella quale si condannano i bagordi carnevaleschi e gli spettacoli teatrali, per i quali l'illustre prelato sente un vero e proprio «aborrimento». In altre occasioni il Cardinale aveva messo in guardia il suo clero contro i pericoli dell'azione teatrale, ma ora il suo linguaggio si fa più tagliente e la condanna contro gli «istrioni» più severa. L'avversione che prova per lo spettacolo teatrale è così profonda da farlo desistere, per sua stessa ammissione, di assistere perfino alle innocenti rappresentazioni che si tengono nel Collegio dei Nobili, nel quale, a suo tempo, egli stesso aveva recitato.


Larga la sua carità che si dirige soprattutto ad opere di notevole importanza come la Congregazione apostolica. Infatti alla "Relatio" del 1741 unisce un decreto, con cui "novo proventu instruxerim confraternitatem ad eos (pauperes) sublevandos ex primariis avibus conflatam".


Le responsabilità del ministero episcopale e la sollecitudine con la quale promuove in Brescia lo sviluppo delle scienze e delle arti non impediscono al Querini di onorare altri doveri che gli derivano dal titolo cardinalizio e dagli uffici che ricopre nella curia romana; egli trova altresì tempo e modi per dedicarsi ai prediletti studi, intrattenere relazioni con intellettuali e principi, affrontare spinose questioni diplomatiche, viaggiare o tener deste vivaci polemiche sui più diversi argomenti. Dopo la morte di Benedetto XIII, intervenuta nel 1730, il cardinale partecipa al conseguente conclave che eleva ai fastigi della tiara Lorenzo Corsini, con il nome di Clemente XII. Dal nuovo papa, con il quale in passato ha frequentato la corte granducale medicea, il Querini ottiene la prefettura della Biblioteca Vaticana e le commende delle quali già si è detto. Mentre si occupa della dotazione della biblioteca, trasferendovi molti codici da lui raccolti nei suoi viaggi e durante il soggiorno a Corfù, comincia a pensare alla grande edizione delle opere di S. Efrem Siro che appare in Roma a partire dal 1732 per completarsi, in sei volumi in folio, solo nel 1746.


Dal 1733 il Querini si occupa anche della controversia insorta tra Venezia e l'Impero a proposito di Aquileia: nella questione, che si trascina a lungo, il porporato si schiera dalla parte del patriarca Daniele Dolfin, eletto nel 1734, adoperandosi per la sua inclusione nel sacro Collegio, decisione che favorisce i disegni di Venezia, interessata a mantenere lo status quo. Mentre si sviluppa questa vicenda il Querini continua nelle sue fatiche di erudito: nel 1739 pubblica lo "Specimen variae literaturae quae in urbe Brixia eiusque ditione paulo post typographiae incunabula florebat", una solida storia della letteratura bresciana della quale fa omaggio a Scipione Maffei.


Nel 1740 si apre un lunghissimo conclave: dopo sei mesi di infruttuose sessioni, si giunge infine all'elezione del cardinale Prospero Lambertini che assume il nome di Benedetto XIV. Il giorno 11 agosto 1740 il papa conferisce al Querini la prefettura dell'Indice. Il nuovo pontefice comincia la sua opera di riforma inviando a tutti i vescovi una ferma enciclica sulla residenza. All'argomento è interessato anche il titolare della cattedra di Brescia che ama trascorrere lunghi periodi a Roma. Benedetto XIV che gli è amico e vorrebbe averlo vicino, gli suggerisce di accettare, in cambio di quella bresciana, la sede suburbicaria di Albano che, essendo assai prossima alla città dei papi, gli consentirebbe anche di occuparsi meglio della biblioteca vaticana. Il Querini rifiuta la permuta proposta ma intanto non si muove da Roma. Comincia in tal modo una lunga e non sempre cortese polemica tra i due amici: il papa difende il principio ribadito nel suo documento; il cardinale, in una sua lettera del 9 febbraio 1742, replica seccamente che proprio Sua Santità che insiste tanto sull'obbligo della residenza, non ha ancora nominato il proprio successore sulla cattedra bolognese. Come dire: da che pulpito viene la predica. Il pontefice non è uomo da offendersene; permette anzi che il Querini gli dedichi i "Monumenta literaturae episcoporum venetae ditionis", usciti in questo periodo. Nel 1743, per i tipi dello stampatore bresciano Rizzardi, il Querini fa pubblicare le epistole di Francesco Barbaro, dal 1425 al 1453. L'opera, alla quale il porporato ha atteso con la collaborazione del l'Astezati, è donata dall'autore al Maffei il quale, nell'ottobre dello stesso anno, fa avere al cardinale il trattato "Dell'impiego del denaro", con l'esplicita richiesta di emendamenti ed osservazioni. Pubblicato l'epistolario del Barbaro, il presule si accinge a raccogliere le lettere del cardinale Reginaldo Pole. Ne scrive in questo senso al vescovo di Brescia il 14 gennaio 1747, ma il cardinale, per nulla soddisfatto, pubblica stralci del lungo documento pontificio, commentandoli con note sfavorevoli. Il pontefice non è comunque l'unica persona che nel corso di quell'anno sia oggetto degli strali polemici del Querini. Egli infatti se la prende anche con l'abate Ludovico Antonio Muratori a proposito della diminuzione delle feste di precetto. Nella disputa il presule bresciano, sostenuto dal metropolita milanese, difende a spada tratta l'intangibilità del calendario che contempla ben 120 giorni festivi. Riconducendosi a san Bernardo, il Querini afferma che la solennità religiosa è mezzo di educazione cristiana del popolo. Il Muratori, che ha dalla sua parte anche alcuni vescovi, replica osservando che i fedeli hanno bisogno di veder garantito, e magari, reso più abbondante il pane sulle loro mense; troppi giorni di riposo obbligato non giovano al caso. La controversia, lunga e vivacissima, suscita molto clamore e per l'autorità e per la fama degli antagonisti. Lo stesso pontefice se ne mostra, ad un certo punto, spazientito. In una lettera al cardinale Guerin de Tencin, data il 18 febbraio 1747, accusa il Querini d'essere eccessivamente verboso e di non possedere vere capacità letterarie. Rivolgendosi al medesimo interlocutore il 10 maggio seguente, il papa rivela d'aver parlato del vescovo di Brescia al Santo Uffizio, nella speranza che in quella sede si imponesse al Querini di smettere di scrivere. Poichè tuttavia i cardinali non decidono nulla e la polemica si fa sempre più pesante, Benedetto XIV agisce infine con propria autorità: il 14 novembre 1748 vieta che sulla questione delle feste si discuta oltre, non importa se a favore o contro il vigente calendario. Frattanto il cardinale vescovo di Brescia procura al papa qualche altra apprensione: fin dalla primavera di quel medesimo 1748 egli si è recato in Germania, invitato dai benedettini tedeschi a visitare le abbazie della Baviera. Il prelato, eletto membro dell'Accademia reale di Berlino e di quella degli Incogniti di Vienna, ha inteso cogliere l'occasione offertagli dal soggiorno in terra tedesca per intessere rapporti con i protestanti. Preoccupato per la familiarità con la quale il cardinale s'intrattiene con dotti e principi di chiarissima fede riformata, il 30 novembre 1748 il pontefice scrive all'amico esortandolo a rivolgere più fruttuosamente la sua penna ad un trattato sulle censure e proibizioni dei libri. Ma il porporato, che è soprattutto un polemista e un erudito, risponde, nel dicembre seguente, offrendosi come storico del prossimo anno santo 1750. Il papa accetta senza indugio e gli invia sollecitamente a Brescia alcuni scritti che devono servirgli per gli Annali del giubileo.


I frutti del nuovo impegno del Querini non si fanno attendere: il prelato pubblica, poco dopo, il "De paterna charitate Clementis VIII Summi Pontificis erga amplissimum regnum Galliae", un'opera del cardinale Agostino Valier, storico del giubileo 1600. Il volume è dedicato a Benedetto XIV con l'idea che il papa scriva una lettera esortativa ai principi protestanti nella quale sia invocato il ritorno all'unica Chiesa. Tali propositi sono tuttavia sopraffatti dal riproporsi del problema relativo al patriarcato di Aquileia. Il 21 febbraio 1750 Angelo Maria Querini giunge a Roma, ufficialmente incaricato dalla Repubblica di S. Marco di partecipare ai negoziati insieme con il cardinale Carlo Rezzonico e gli ambasciatori veneti Andrea Cappello e Francesco Foscari. La trattativa, molto laboriosa, pone il prelato in una posizione difficile dovendo egli conciliare i suoi obblighi di inviato dalla Serenissima con quelli di cardinale della Chiesa romana. Si aggiunga che Benedetto XIV mostra di non gradire la facilità con la quale il prelato, uomo di umore mutevole ed irritabile, divulga notizie che le buone regole diplomatiche consigliano di mantenere riservate e che negli ambienti della curia si guarda con sospetto al vescovo di Brescia, considerato più fedele a Venezia che alla Sede Apostolica. La controversia si conclude infine con la soppressione del patriarcato di Aquileia, decretata il 6 luglio 1751. Per il Querini tuttavia il caso non è archiviato: il 15 agosto scrive al papa rigettando l'accusa d'aver favorito Venezia; se la prende anche con i cardinali e sgrana un così lungo rosario di querimonie contro eminentissimi confratelli e contro la politica curiale che i principi della Chiesa decidono di tenerlo alla larga. Il papa stesso gli consiglia di starsene quieto nella sua diocesi. Parole sprecate: pubblicando nel 1752 il quarto tomo delle lettere del Pole, il Querini ritorna all'accento polemico, riaffermando che i cardinali sono ben liberi di opporsi al pontefice in questioni che riguardino l'amministrazione della Chiesa. Intanto si prepara a compiere un viaggio in Germania: vuole consacrare la cattedrale di S. Edvige a Berlino e incontrare Federico il Grande con il quale è in corrispondenza. Deve tuttavia rinunciare al proposito poiché, tra il febbraio e il marzo 1753, due veti concordi di Roma e Venezia lo trattengono nella sua sede. Non si interrompono comunque i contatti del Querini con gli studiosi protestanti: egli si mantiene tra l'altro in relazione epistolare con A.G. Kaestner che si occupa anche del rapporto tra le scienze fisico-matematiche e la fede, sostenendo l'unità del sapere scientifico e religioso e rifiutando ogni posizione di paura e di sospetto nella ricerca della verità. In effetti egli cerca di comunicare con tutti, entrando in corrispondenza oltre che con ecclesiastici ed eruditi, con intellettuali, scrittori e scienziati del suo tempo, quali Newton, Federico il Grande, F. Fénelon, P. Vaucel, Card. de Rohan, Henric Vescovo di Meaux, Colbert Vescovo di Montpellier, Mary Wortley Montagu, L. Racine, Voltaire ecc. E proprio Voltaire nell'agosto 1745 dedica all'amico Card. Querini, la sua tragedia «Semiramide» con questo scritto: «Porgo ai piedi di V.E. un piccolo tributo del mio rispetto, nel quale Lei è tenuta a Parigi come in Italia. Ho sempre detto che i francesi e gli altri popoli sono obbligati all'Italia di tutte le arti e scienze».


La corrispondenza con uomini di fede diversa dalla cattolica non si traduce comunque in debolezza o cedimenti al credo della Riforma; anzi, il cardinale continua a nutrire l'illusione di condurre i protestanti alla conversione. Negli ultimi tempi della sua vita i viaggi a Roma del porporato si fanno sempre meno frequenti e il Querini si occupa più assiduamente della sua diocesi. Il podestà Pietro Barbarigo, scrivendo del cardinale al Consiglio dei Dieci in data 2 agosto 1753 così si esprime: "Defraudare bensì non devo delle maggiori lodi l'Eccellentissimo Cardinale vescovo Querini, il quale nel presieder a quella illustre chiesa fa ammirare continuamente da tutto il mondo la sua vasta dottrina et erudizione con le opere ch'egli dà alla luce non meno che la Religiosa sua Magnificenza con cui a larga mano dispensa l'Ecclesiastiche rendite, ch'egli gode, in beneficio dei Poveri, in vantaggio della Cattolica Religione e in giusta esaltazione del di lui nome stesso...".


Il soggiorno in diocesi permette al vescovo di intrattenere continue relazioni con i più vivaci ambienti culturali cittadini e di intessere amichevoli rapporti così con i filippini della Pace come con alcuni eminenti gesuiti. Tra i padri dell'oratorio si è formata una corrente di pensiero almeno assai vicina alle idee dei giansenisti: Camillo Almici, Ettore Mazzuchelli, Girolamo Verdura sono noti per le loro simpatie verso il movimento. Il cardinale conosce anche i veronesi Giuseppe Bianchini e Girolamo Da Prato. Mentre conta tra i suoi amici altri giansenisti quali Giuseppe Maria Puiati e il conte Giovanni Maria Mazzuchelli, intrattiene rapporti cordiali con i gesuiti Francesco Saverio Quadrio, Federico Sanvitale, Antonio Francesco Zaccaria. A proposito delle relazioni di Angelo Maria Querini con giansenisti e gesuiti sembra opportuno richiamare quanto scrive Paolo Guerrini: "Se si può parlare di giansenismo in lui è forse in rapporto all'austerità della vita, alla profondità della cultura che egli esige dal suo clero, alla riforma morale e alla preparazione intellettuale alla quale egli attese con larghezza di vedute e di mezzi, precorrendo i tempi con idee che vediamo attuate solamente oggi nella istituzione di Seminari regionali e di Facoltà teologiche". Circa i rapporti con i gesuiti, lo storiografo bresciano osserva che non si può affermare che il cardinale fosse antigesuita: "per lo meno non dimostrava quella avversione aperta, spietata, che altri cardinali e prelati alimentavano a Roma contro la Compagnia di Gesù, divenuta allora strapotente nella Curia e nella Chiesa. Non nutriva soverchie simpatie per i suoi antichi educatori ma, non li disprezzava nè li odiava come facevano i giansenisti più accesi e come hanno fatto molti altri nel ventennio che corse tra la morte del Querini e la fatale soppressione della Compagnia decretata da Clemente XIV". Il Guerrini, che ricorda il voto favorevole espresso dal vescovo di Brescia nel processo di beatificazione del grande apologista gesuita Roberto Bellarmino - procedimento canonico fatto oggetto di accese polemiche giansenistiche, aggiunge: "Il Querini era uno spirito indipendente ma ortodosso, rigido conservatore di tradizioni, ostile a novità di qualunque genere e soprattutto più storico che teologo, critico severo di testi e fatti positivi più che disserente e divulgatore di idee teologiche e filosofiche".


Il prelato, circondato in vita da una fama universale forse superiore ai suoi meriti ma certamente degno di essere ricordato come uno degli uomini più eminenti nella vita della Chiesa e nella cultura della prima metà del Settecento, muore improvvisamente il 6 gennaio 1755. Il giorno prima aveva voluto fare la quotidiana passeggiata dirigendosi verso il Castello, nonostante il freddo intenso. Il giorno dopo, Epifania di N.S., pur "incomodato" vuole assistere al pontificale ma nel pomeriggio fu trovato, come racconta il Costa, dal cameriere che andò a chiamarlo per i vespri "colla vita sopra il letto e il rimanente in terra". Nonostante le cure prestate dopo poco spirò. Lascia un'eredità di 500.000 zecchini, prontamente contesa da parenti e creditori. Tra questi ultimi sono i Gerolamini di S. Alessio in Roma ai quali il Querini ha promesso di pagare i restauri della chiesa. Nel suo testamento il cardinale fissa, tra l'altro, un cospicuo lascito per la Congrega della Carità Apostolica di Brescia; stabilisce altresì che di tutta la sua argenteria sia erede la fabbrica della nuova cattedrale e che i suoi libri appartengano alla biblioteca bresciana da lui voluta. Il porporato, provvisoriamente inumato nella Rotonda, è quindi trasferito nel duomo nuovo e tumulato davanti l'altare maggiore con la seguente iscrizione: «HIC REQUIESCUNT OSSA ANGELI M. QUERINI S.R.E. CAR. BIBLIOT. ARCHIEP. EPISC. BRIX. OBIIT VIII ID IAN. MDCCLV ORATE PRO E0 COG. APOSTOL. HERES P. E TESTAMENTO».


Il governo veneto che in un primo tempo ha sequestrato tutte le carte del cardinale, restituisce in seguito le lettere erudite, che rimangono alla Queriniana di Brescia, e le familiari che sono lasciate alla Querini Stampalia di Venezia.


Ampia la sua produzione. Scrisse di Sacra Scrittura, di liturgia, ma soprattutto di storia ecclesiastica e di cose letterarie non dimenticando se stesso e le sue iniziative. Lasciò inoltre diverse opere incompiute.


La SUA BIBLIOGRAFIA è stata così elencata dal Brandillari: "De Mosaicae Historiae proestantia Oratio, habita Florentiae in Abbatia Monachorum Casinensium, pro auspicandis ibidem ad Hebraicae veritatis fontes Sacrarum Literarum studiis" (Cesenae, 1705, in 4°, Verona, 1741, in 4°); "Praelectiones in vetus Testamentum (ineditum); (Brescia, Biblioteca Queriniana, IV, 26, 1706); "De Monastica Historia Italiae conscribenda, oratio cum notis" (Romae, per Antonium de Rubeis, 1717, in-8°); "Chronicon Farfense (1717)", di quest'opera rimane solo l'indice metodico; "Vetus officium quadragesimale Graeciae orthodoxae regognitum et castigatum ad fidem praestantissimi Codicis Barberini in latinum sermonem conversum" (Romae, per Galeatium Chracas, 1721, in 4°); "Diatribae quinque ad priorem partem veteris officii quadragesimalis Graeciae orthodoxae. I. De Ecclesiasticorum officiorum apud Graecos antiquitate. II. De Hymnis quadragesimalibus Graecorum, eorumque Authoribus. III. De aliis Canticis quadragesimalibus Graecorum, eorumque Authoribus. IV. De Dominica Publicani et Pharisaei. V. De Dominica Filii Prodigi", (Romae, per Galeatium Chracas, 1721, in 4°); "Vita latinograeca S.P. Benedicti ex textu latino Gregorii M. cum duobus Codicibus Mss. Subiacensibus nune primum comparato, exhibitis etiam variantibus veterum Editionum lectionibus; et versione graeca Zachariae Papae cum Cod. Ms. Abbatiae Florentiae collata. Accedunt veterum carmina, sermones et homiliae de S. Benedicto et variorum notae in eamdem vitam contractae et ad examen revocatae" (Venetiis, per Antonium Bortoli, 1723, in 4°); "Primordia Corcyrae" (Lycii, 1725, in 4° (l editio); "Enchiridion Graecorum quod de illorum Dogmatibus et Ritibus Romanorum Pontificum Decreta post Schismatis epocham edita nunc primum in unum collecta complectitur" (Beneventi, 1727, ex typographia archiepiscopali, in 8°); "Sopra la Raccolta de' Monumenti Farfensi. Alli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali della S. Congregatione dell'Indice de Libri proibiti, per il Card. Angiolo-Maria Querini" (Roma, per il Giannini e Mainardi, 1730, in folio); "Apologia sopra il libro della Greca officiatura" (Roma, per il Giannini e Mainardi, 1730, in folio); "S. Ephraem Syri opera omnia, etc" (tomi VI; Romae, 1732-1746, in folio); "Sermone detto nel nuovo Domo di Brescia il giorno di Pasqua di Risurrezione dell'anno 1737, etc." (Brescia. Rizzardi, 1737, in 4°); "Primordia Corcyrae, post editionem Lyciensem anni 1725 ab Auctore nuperrime recognita et multis partibus adaucta. Appendix Sacra quaedam Corcyrae Primordia repraesentans, scilicet recens initam rationem ab Auctore dum ejus Insulae Episcopatum gereret pro innocue retinenda quae ibi viget inter Latinos et Graecos in sacris consuetudine. Dicta illustrium Auctorum expensa et emendata in libro cui titulus Primordia Corcyrae" (Brixiae, Rizzardi, 1738, in 4°); "Epigrammata varia in libro cui titulus: Corona di Componimenti Poetici di varii Autori Bresciani" (Brescia, Rizzardi, 1738, in 4°); "Animadversiones in Propos. 21 lib. VII. Elementorum Euclidis, cum nova ejusdem Propositionis Demonstratione. Accedit Demonstrationum Algebricarum, in 4°); "Specimen Brixianae Litteraturae, quae in urbe Brixia ejusque ditione paulo post Typographiae incunabula florebat, unde praeter Brixiani ingenii gloriam, tam Annalium typographicorum series quam Historia literaria temporis illius, illustrantur" (Brixiae, Rizzardi, 1739, in 4°); "Commentarius de Biblio theca Vaticana, a S.S.D.N. Clemente XII. P.O.M. primum Aulae accessione aucta, deinde Libris, Vasis Etruscis, ac. Numismatibus locupletata, etc" (Brixiae, Rizzardi, 1739, in 4°); "Pauli II Veneti Pont. Max. Vita" ex Cod. Angelicae Bibliothecae, praemissis ipsius Sanctiss. Pontificis Vindiciis adversus Platinam, aliosque obtrectatores. Accedit "Appendix" qua comprobatur Pauli II Pontificatus felicitati deberi optimorum Scriptorum Editiones quae Romae primum prodierunt post divinum. Typographiae inventum a Germanis Opificibus in eam Urbem advectum, plerisque omnibus earum Editionum seu Praefationibus seu Epistolis in medium allatis cum observationibus ad easdem rei Typographicae illustrandae valde opportunis" (Romae, per Antonium de Rubeis, 1741, in 4°); "Diatriba proeliminaris ad Francisci Barbari et aliorum ad ipsum Epistolas, in duas partes divisa" (Brixiae, Rizzardi, 1741); "Sylloge Epistolarum Apostolicarum Clementis P.P. XII de Vaticanae Bibliothecae incremento, etc" (Brixiae, 1741); "Sermo italicus habitus in nova cathedrali Ecclesia, etc.", (Brixiae, 1741); "Oratio de Mosaicae Historiae praestantia" (II editio; Veronae, 1741); "Decas I Epistolarum" quas sub praelo sudante Francisci Barbari Epistolarum Collectione harum Editor et Illustrator in lucem emisit. (In hoc volumine continentur Epistolae X a die 19 Januarii 1741 ad diem 6 Augusti 1742, Brixiae, Rizzardi, 1742, in 4°; "Epistola Pastoralis, Italico sermone ad Clerum Populumque Brixianum, qua ad gratiarum actiones, etc." (Brixiae, Rizzardi, 1742); "Monumenta literaturae Episcoporum Venetae ditionis qui Francisci Barbari oetate floruerunt. (Brixiae, Rizzardi, 1742); "Francisci Barbari Epistolae ab anno 1425 ad an. 1453. Nunc primim editae ex duplici MS. Cod. Brixiano et Vaticano uno. Accedit ampla earumdem mantissa ex Forojuliensis Bibliothecae Guarnerianae MSS. (Brixiae, Rizzardi, 1743, in 4°) ; "Decas II Epistolarum, desumptis plerumque earum argumentis ex Vaticanae Bibliothecae MSS. (In hoc volumine continentur Epist. X a IX Kal. Jan. 1741 ad VI Kal. Martis 1743)" ( Romae per Nicolaum et Marcum Palearini, 1743, in 4°). "Diatriba de Hymnis quadragesimalibus Graecorum et eorum Authoribus II editio" (Brixiae, 1743); "Decas III Epistolarum quas sub praelo sudante Reginaldi Card. Poli Epistolis harum Editor et Illustrator in lucem emisit". (In hoc volumine continentur Epist. X ab VII kal. Mai an. 1743 ad diem 26 Aug., 1744) (Brixiae, Rizzardi, 1744, in 4°); "Collectio epistolarum Reginaldi Poli, S.R.E. Cardinalis et aliorum ad ipsum. Vol. I"; (Brixiae, 1744, Rizzardi, in 4°); "Ad epistolas Reginaldi Poli seu aliorum ad ipsum Diatriba distributa in sex capita". (Brixiae, Rizzardi, 1744, in 4°); "Ejusdem collectionis vol. II" (Brixiae, Rizzardi, 1745, in 4°); "Imago optimi sapientissimique Pontificis expressa in gestis Pauli III Farnesi ad primos quinque annos ejus Pontificatus spectantibus; quos nimirum exhibent Monumenta in primo et altero Card. Reg. Poli Epistolarum Collectionis volumine comprehensa" (Brixiae, Rizzardi, 1745, in 4°); "Lettera al Reverendiss. P.D. Gio: Carlo Galimberti Abate generale de' Monaci Girolamini di Lombardia" (Brescia, 20 febbraio 1745); "All'Illustriss. e Reverendiss. Monsign. Antonelli Segretario del Sacro Collegio" (Brescia, 23 Feb. 1745); "Vita del Card. Gasparo Contarini scritta da Monsign. Lodovico Beccatello con alcune agiunte spettanti alla medesima, indicizzata con Prefazione all'Illustriss. e Reverendiss. Mons. Giuseppe di Thun, Vescovo di Gurck, etc." (Brescia, Rizzardi, 1746, in 4°); "Sermones ac Pastorales Epistolae, quae seorsim lucem aspexerunt usque ad an. 1746 ab Ant. Sambuca collegit ac typis J.M. Rizzardi publici juris fecit libro cui titulus, "Cure sacre e letterarie del Sign. Cardinale Querini" Brescia, 1746, in 4°); "Deca I di Lettere italiane già prima separatamente uscite alla luce dal mese di ottobre dell'anno 1744 al mese di Luglio dell'anno 1746. Indirizzata con Prefazione all'Illustriss. Sign. Canonico Salvino Salvini, Arciconsolo dell'Academia della Crusca" (Brescia, Rizzardi, 1746, in 4°); "All'Illustriss. et Reverendiss. Monsign. Antonelli"(Brescia, 3 Feb. 1746); "Lettera circolare ai PP. Abati Girolamini della Congregazione di Lombardia" (Brescia, 7 maggio, 1746); "Lettera al nuovo P. Abate generale della, Congregazione de' PP. Girolamini di Lombardia" (Brescia, 2 Giugno, 1746); "Al medesimo" (Brescia, 22 Giugno 1746); "Al medesimo" (Brescia, 2 Luglio 1746); "Lettera all'Illustriss. e Reverendiss. Mons. Borgia, Arcivescovo di Fermo" (Brescia, 15 Decemb. 1746); "Decas IV Epistolarum latinarum a mense Julio 1745 ad mensem Martium 1747 exaratarum" (Brixiae, Rizzardi, 1747, in 4°); "Lettera ad illustriss. e Reverendissim. Mons. Borgia, Arcivescovo di Fermo" (Brescia, 19 Gennaio 1747); "A Mons. Antonelli, Segret. del Sacro Collegio" (Brescia, 12 Gennaio 1747); "Al medesimo" (Brescia, 20 novembre 1747); "Decas V Epistolarum latinarum , a mense Aprili 1747 ad mensem Aprilem 1748 exaratarum" (Brixiae, Rizzardi, 1748, in 4°); "Judicium quod de binis jam vulgatis tomis Collectionis Epistolarum Card Reg. Poli proferunt Acta Lipsiensia mense Aug. an. 1747 pariterque ad judicium illud Editoris animadversiones" (Brixiae, 1748); "Collectio epistolarum Reginaldi Poli, vol. III" (Brixiae, Rizzardi, 1748, in 4°); "Triumphus catholicae veritatis" (Campidoni, per Andream Stadler, 1748, in 4°); "Oratio in libro cui titulus: Triplex triumphus Campidonensis" (Campidoni, 1748, in 4°); "Specimen humanitatis qua Eruditi quidam heterodoxi prosecuti sunt suevicum iter a D. Ang. Maria Quirino peractum an. 1748" (Brixiae, 1748); "Quaecumque de diebus festis non imminuendis" Italico idiomate in publicam lucem eduxit Quirinus anno proxime elapso, nunc in Latinum conversa: scilicet Epistola prima et altera ad Dom. Borgiam Archiep. Firmianum; Compendium utriusque Epistolae; et Excerpta ex Epistola ad Card. Puteobonellum, Archiep. Mediolanensem, ex epistola ad D. Franchenbergh, Abbatem Disertinensem et ex Epist. altera ad eumdem" (Brixiae, Rizzardi, 1748, in 4°); "Concors sententia Romanorum Pontificum Urbani VIII Successorum de non imminuendo Festorum dierum numero, quem idem Urbanus VIII praehabitis suffragiis Cardinalium et theologorum perpetuo valitura Constitutione praescripsit" (Brixiae, Rizzardi, 1748, in 4°); "La moltiplicità de Giorni Festivi, etc., Lettera agli illustrissimi e Reverendissimi Vescovi d'Italia" (Brescia, 14 Agosto 1748, in 4°); "Commentarius historicus de rebus pertinentibus ad Ang. Mar. Quirinum", S.R.E. Cardinalem; II partes, III tomi" (Brixiae, Rizzardi, 1749, III vol., in 8°); "Appendix ad Lib. I Part. II Commentariorum de rebus Card. A.M. Quirini, qua recitantur responsa seu consilia praestantium Medicinae Doctorum de morbo qui eumdem Cardinalem per quinque et amplius menses lectulo affixum detinuit" (Brixiae, Rizzardi, 1749, in 8°); "De Diptycho Brixiano Boetii Consulis Epistola epigraphica auspiciis, jussu et sumptibus Principis Eminentissimi Ang. Mar. Tit. S. Marci Cardinalis Quirini, edita, etc." (Turici, per Heiddegerum et Soc., 1749, in folio); "Decas VI Epistolarum latinarum a mense Junio 1748 ad mensem Januar. 1749 exaratarum" (Brixiae, Rizzardi, 1749, in 4°); "Lettera a Monsign. Antonelli" (Brescia, 19 Febb. 1749); "Sermoni e lettere" comparvero separatamente dal 1744 al 1749 e furono stampate a Brescia ed a Roma (Cf. Tipaldo); "De Vinculo quo adstringuntur Episcopi ad defendenda Ecclesiarum suarum jura, Synopsis" (Brixiae, Rizzardi, 1750, in 4°); "Injustae secessionis ab Ecclesiae Romanae sinu, jam damnati in Epistolis dogmaticis A.M. Quirini S.R.E. Bibliothecarii, Indicisque Librorum vetitorum Praefecti, horum temporum Sectarii Lutherani praesertim, nunc ejusdem Cardinalis cura edito earum Epistolarum delectu ad ovile Christi revocantur excurrente anno Jubilaei per S.S.D.N. Benedictum XIV celebrati. Praemittitur confutatio scelestissimi Libelli adversus ejusdem Jubilaei sanctitatem germanica lingua nuperrine evulgati" (Romae, per Antonium de Rubeis, 1750, in 4°); "De Thiara et Purpura Veneta Romae, ante annos viginti penicilli opificio adumbrata in Aula majori Aedium Cardinalis Tit. S. Marci, appositis tantum nominibus Pontificum et Cardinalium Venetorum, nunc aucta Istorum elogiis ex Ciaconiano Opere depromtis, novisque ad haec Adnotationibus in publicum prodit. Decas I et II" (Romae, Anno Jubilaei 1750, per Antonium de Rubeis); "Decas VII Epistolarum latinarum a mense Februario 1749 ad mensem Junium 1751" (Brixiae, Rizzardi, 1751, in 4°); "Deca II di Lettere italiane, già prima alla luce separatamente uscite dal mese di Settembre 1746 al mese di Gennaio 1751" (Brescia, Rizzardi, 1751, in 4°); "Collectio epistolarum Reginaldi Poli, vol. IV" (Brixiae, Rizzardi, 1752, in 4°); "Decas VIII Epistolarum latinarum a mense Jan. 1753 ad mensem Jun, 1753" )Brixiae, Rizzardi, 1753, in 4°); "Annotazioni sopra il Libro che trovase registrato nell'Jndice de' Proibiti alla classe incertorum Auctorum, con il titolo Liber inscriptus, Consilium de emendanda Ecclesia, ricavate dal lib. VI della Storia di Paolo IV, del P.D. Bartolommeo Carrara, C.R. stampate in Ravenna 1753. Nuove Annotazioni sopra il detto Opuscolo De emendanda Ecclesia. Nuova aggiunta alle dette Annotazioni" (1753); "Traduzione in versi latini ed italiani dell'oda francese che ha per titolo le Danger des spectacles (versio latina et italica Gallici Idilii cui titulus, etc.) (sta unita alla pastorale de 16 Gennaio 1753); "Commentariorum liber primus, magnificis formis elegantique tabularum aenearum ornatu recusus" (Brixiae, Rizzardi, 1754, in folio); "Decas IX Epistolarum latinarum a mense Julii 1753 ad mensem Maium 1754 (Brixiae, Rizzardi, 1754); "Animadversiones apologeticae in vitam quam sui scripsit Vener. Card. Bellarminus, editamque Lovanii an. 1753 (Brixiae, 1754); "Raccolta di Lettere italiane" (1746-54, 3 vol, in 4°); "Decas X Epistolarum Latinarum a mense maio 1754 ad mensem Decembr. 1754. Epistolae V extra ordinem" (Brixiae, Rizzardi, 1754, in 4°); "Lettera postuma al Sign. Francesco Zanotti, a Sambuca edita"(Brixiae, Rizzardi, 1755, in 4°); "Epistolae Eminentiss. et Reverendiss. D.A.M. Quirini S.R.E. Cardinalis Bibliothecarii, etc., quotquot latino sermone is edidit, quaeque seu seorsim, seu in decades distributae antea vagabantur, eas omnes collega et digessit Nicolaus Coleti" (Venetiis, Coleti, 1756, in folio); "Atti spettanti alla Fondazione e Dotazione della Biblioteca Quiriniana a pubblico benefizio eretta in Brescia dall'Eminentiss. e Reverendiss. Sig. Cardinale A.M. Quirini, etc. Vescovo di essa Città, pubblicati per Decreto degl'Illustrissimi signori Deputati Pubblici di Brescia" (Brescia, Rizzardi, 1757, in 4°). Opera Inedita S.L.N.D. "Miscellanea cronologica che principia dall'uscita del popolo ebreo dall'Egitto ed abbraccia varii fatti sacri e profani". Biblioteca civica Queriniana (B. v. 23); "Chronologia historica summorum Pontificum usque ad Alexandrum VII Pontificem" (Brescia, Biblioteca civica Queriniana, A. III, 8-9, 2 vol.) "Epicedium in funere Adolescentis Asdrubalis Denti (?)", (ibid. A. III, 7); "Adde Praelectiones in Vetus Testamentum" (supra, n° 2).


Al cardinale venne dedicata la via che a occidente di via Giuseppe Mazzini conduce in piazza Paolo VI (già piazza Duomo).