PRANDONI o Pandoni Alberto
PRANDONI o Pandoni Alberto
(Brescia, 1200 circa - Ferrara, 14 agosto 1274). Della nobile famiglia bresciana Prandoni si dedicò agli studi ecclesiastici e il Campi, in "Dell'historia ecclesiastica di Piacenza", lo dice maestro e dottore senza specificare se lo fu in teologia o in diritto canonico. Durante le lotte religiose del tempo scrisse un Trattato a difesa della libertà della Chiesa e dell'autorità del sommo Pontefice contro l'imperatore Federico II (ca. 1240). Appartenente al clero bresciano e forse canonico agostiniano, entrò a far parte della "famiglia" del cardinal Prenestino, suo predecessore nel vescovato di Piacenza, e fu probabilmente alla corte papale acquisendo abilità negli affari che assieme alla santità e alla dottrina lo portò, da suddiacono apostolico e cappellano di papa Innocenzo IV, alla nomina il 14 marzo 1244 a vescovo di Piacenza. Si dedicò subito alla formazione del clero istituendo "publicam academiam", ottenendo la facoltà di conferire "doctoralem coronam", come si apprende dalla Bolla di Innocenzo IV, riportata dall'Ughelli. «Huius tempore - dice il Musso - fuerunt Blanchi qui se verberabant; Hospitale Dei fundatur per quemdam fratrem nomine Martinum». Come ha scritto Dante Balboni: «intervenne al concilio di Lione nel 1245 e provvide a far rifiorire il culto di s. Savino, protettore della città, concedendo favori ai monaci che ne custodivano le reliquie. Insieme a tanto fervore di rinascita pastorale non mancarono difficoltà ed ostacoli da parte della fazione ghibellina capeggiata da Oberto Pelavicino il quale, vinta la parte guelfa, s'impadronì della città e del vescovado, mandò il suo podestà ad abitarvi e pubblicò un bando col quale proibiva a chierici e religiosi di avere rapporti con il vescovo». Alberto si rifugiò allora sotto la protezione del Papa, il quale con la Bolla del 7 febbraio 1253 lo esonerò dall'obbligo della residenza. Il Prandoni da Roma curò tuttavia l'andamento della diocesi come dimostra l'unione di alcuni monasteri femminili operata il 10 maggio 1256. Nel pieno di una situazione sempre più precaria in Piacenza, Papa Alessandro IV lo trasferì intorno al 1258 alla sede vescovile di Ferrara, che, passata dopo lotte sanguinose al Papa, era stata da lui data in vicariato agli Estensi, mentre il vescovo predecessore continuava a controllare la vita cittadina.
Come scrive Dante Balboni, il vescovo Prandoni «si diede alla riorganizzazione della diocesi durante il governo di Azzo Novello e di Obizzo d'Este; pensò alla costruzione del palazzo episcopale presso la nuova cattedrale che in quegli anni veniva arricchendosi della caratteristica facciata tricuspidale omaggio alla S.ma Trinità. Sotto il suo episcopato si consolidarono in città i nuovi Ordini mendicanti, e morì la b. Beatrice II d'Este, fondatrice del monastero di S. Antonio». Dal 1262 al 1268 fu delegato come giudice in alcune cause. Fu inflessibile contro gli eretici ed iniziò il processo contro Pungilupo (m. 1269) esponente di un movimento ereticale, inquisendo su suoi presunti miracoli. Dai sommi pontefici fu incaricato di particolari missioni amministrative e giudiziarie sia in diocesi che nelle città vicine. Si impegnò tra l'altro a raccogliere i censi dovuti alla S. Sede; a ridurre all'obbedienza i bolognesi; a provvedere ai benefici vacanti di Mantova; a far osservare la scomunica comminata ai cesenati; a giudicare le cause tra l'abbazia di Pomposa e S. Giorgio di Venezia; a Faenza ed a Forlì partecipò a consacrazioni di chiese. Della sua vita austera parla con tono mordace fra Salimbene da Parma, accusandolo di avarizia nei confronti di due francescani suoi segretari a Piacenza e di Urbano IV, di passaggio per Ferrara prima di essere Papa. Poco prima della sua morte benedisse la prima pietra della nuova chiesa di S. Domenico in Ferrara e, morì santamente come era vissuto il 14 agosto 1274. Il suo corpo venne sepolto nella cripta dell'antica cattedrale traspadana, dedicata a s. Giorgio, vicino al corpo del suo predecessore s. Maurelio. Sul suo sepolcro fu posta l'epigrafe: «Hic est corpus, sive ossa / B. Alberti Episcopi Ferrariensis / et confessoris». Come scrive ancora Dante Balboni, «Dopo un periodo di oblio dovuto al generale decadimento religioso, il suo culto fu ripreso con quello di s. Maurelio in seguito alla ricognizione delle reliquie, operata dai monaci Olivetani nel 1419. Le reliquie furono collocate dove si trovano ancor oggi in una grande urna di marmo bianco posta sotto l'altare terminale della navata meridionale». Al beato Alberto venivano, a quanto riferivano gli atti della visita pastorale del 23 giugno 1598, attribuiti miracoli. Il beato era venerato anche a Brescia, dove erano state trasferite alcune sue reliquie nel 1638 per concessione dell'abate olivetano di S. Giorgio, V. Scaglia. "Curiosa, secondo Paolo Guerrini, la notizia data dal Faino sull'esistenza di una sua reliquia presso i Padri Filippini della Pace, ad essi donata dal Padre Valeriano Scaglia o Zanucca-Scaglia, abate generale degli Olivetani. È inoltre registrato nel Martirologio del Chastelain (Parigi 1709), ricordato dai Bollandisti. Il suo culto venne approvato nel 1734. A Ferrara la ricorrenza liturgica era, a metà del '700, fissata al 14 agosto. Il cognome Pandoni con il quale è conosciuto a Ferrara è una trascrizione errata.