PINACOTECA
PINACOTECA (Civica) Tosio - Martinengo
Legata a due munifici privati cittadini il conte Paolo Tosio e il conte Francesco Leopardo Martinengo è la combinazione di due distinte raccolte da loro donate. La prima dovuta al conte Tosio che nel 1832 lasciava al Comune di Brescia le sue ricche collezioni di dipinti, sculture, stampe, disegni, medaglie, cammei, ceramiche resesi disponibili alla sua morte avvenuta nel 1843 ed alle quali si aggiunse dal 1846, alla morte della moglie contessa Paolina Bergonzi Tosio, il palazzo dell'attuale via Tosio 8, sede dell'Ateneo di Brescia. Il palazzo, costruito su progetto dell'arch. Rodolfo Vantini, fu arredato dal 1820 al 1840. Le opere sono soprattutto costituite dalle espressioni della pittura cinquecentesca italiana (da Raffaello agli autori della scuola bresciana), ma anche di quella francese, fiamminga e olandese dei secoli XVI e XVII, del Neoclassicismo e del Romanticismo. Tra gli autori più significativi figurano Raffaello, Moretto, Romanino, Francia, Lotto, Moroni, Tintoretto, Clouet, Appiani, Podesti, Hayez, Palagi, Woodg, Granet, Canova, Baruzzi, Thorwaldsen, Bartolini. La Pinacoteca Tosio, che nel suo ordinamento iniziale non si discostava sostanzialmente dai criteri adottati dal donatore ed era quindi una "casa-museo", si arricchì notevolmente di dipinti ed oggetti già posseduti dal Comune (provenienti da S. Domenico, S. Barnaba, dai Santuari delle Grazie e dei Miracoli, ecc.) o che progressivamente entravano in sua proprietà, fino a raggiungere in breve una concentrazione inadeguata alla fruizione pubblica. Inoltre la Pinacoteca si arricchì per altre donazioni fra le quali quelle di Pitozzi, Richiedei, Sala ecc. e principalmente del legato Brozzoni. Più tardi vennero devoluti quadri già di proprietà di Enti religiosi soppressi. Tuttavia fin dal 1847 rivelandosi palazzo Tosio incapace di accogliere per spazio e per insufficiente illuminazione tanto materiale prezioso, vennero avanzate richieste di altri ambienti agli eredi del conte Tosio, i nob. Bernardino e Tommaso Zuccheri, che si opposero recisamente. Nonostante ciò si dovettero nel 1872 acquisire nuovi ambienti per collocare il gruppo del Laocoonte e grandi tele e disporre meglio disegni, stampe e acquarelli. Lo spazio si dimostrò ancora più ristretto quando nel 1851 venne aperta nei locali di Palazzo Tosio anche una Civica Scuola di disegno con lo scopo di impartire "l'insegnamento delle belle arti e delle arti meccaniche e dei mestieri". Aperta al pubblico con una esposizione del 23 agosto 1852, nel 1854 la Pinacoteca venne illustrata da Federico Odorici con una piccola guida con il titolo "La Galleria Tosio ora Pinacoteca Municipale di Brescia"; Contrada S. Pace ora via Tosio n. 596. Nel 1865 il Consiglio Comunale ne approvava il regolamento. Ruggero Boschi e Ida Gianfranceschi Vettori attribuiscono alla Pinacoteca particolare importanza circa l'influsso della "Storia della pittura nell'Italia Settentrionale" del Cavalcaselle pubblicata nel 1871 e che per la prima volta ricostruiva nelle sue qualità formali e nelle personalità che la compongono la scuola bresciana di pittura rinascimentale. Infatti nel 1878, con riferimento preciso alla Storia del Cavalcaselle, viene allestita nelle sale dell'Ateneo (allora in palazzo Martinengo da Barco) una Mostra della pittura bresciana. Particolari disposizioni emanava sempre nel 1878 la Giunta Comunale circa la Pinacoteca e il Museo che in parte modificavano i rispettivi regolamenti mentre il 3 maggio 1880 il Consiglio Comunale approvava "nuove discipline" oltre che per i Musei anche per la Pinacoteca. Parallela alla Pinacoteca di palazzo Tosio, grazie al lascito del conte Francesco Leopardo Martinengo da Barco, nel 1884 venne aperta in contrada S. Gaetano, ora via Martinengo da Barco, un'altra pinacoteca con opere di pittura e collezioni varie. Nel 1888 ne dettava un catalogo Luigi Cicogna. Oltre che raccolte di medaglie di epoca classica, di medaglie pontificie ed altre ancora ed una preziosa biblioteca passata alla Biblioteca Queriniana, vennero assicurate al Comune opere specie di epoca rinascimentale del Foppa, di Ferramola, di Paolo da Caylina il Giovane, del Savoldo, del Romanino, del Moretto, del Gambara, ecc. Fin dall'aprile 1888 venne ventilato dall'assessore Teodoro Pertusati il trasporto delle collezioni di palazzo Tosio a quella di Martinengo da Barco, che trovò risoluta contrarietà negli eredi del conte Tosio i nobili Zuccheri, anche circa lo scambio di alcuni quadri e il trasporto di raccolte di stampe. Non mancarono perentorie diffide. Nel frattempo la Pinacoteca di palazzo Martinengo acquisiva nuove opere come nel 1893 quelle della galleria Faustini, mentre nel settembre dello stesso anno il Ministro della Pubblica Istruzione insisteva perchè si fondessero in una le Gallerie municipali. Nonostante le ripetute opposizioni dei nob. Zuccheri nel marzo 1900 veniva di nuovo sanzionato il trasporto. Portato davanti al Consiglio comunale il trasferimento delle raccolte di palazzo Tosio a palazzo Martinengo venne votato l'11 luglio 1900 dallo stesso Consiglio comunale di Brescia. Nell'attesa, Palazzo Martinengo veniva risistemato con una nuova facciata occidentale su disegno di Antonio Tagliaferri, con l'apertura di una piazza antistante sulla quale venne eretto, nel 1898, il monumento al Moretto, opera di Domenico Ghidoni. Anche l'interno veniva risistemato. La riunione delle due Pinacoteche venne rinsaldata da una Convenzione con gli eredi della contessa Tosio "concernente il trasporto della Pinacoteca Tosio nel Palazzo Martinengo" e finalmente deliberata dal Consiglio Comunale il 12 marzo 1903 con la denominazione "Civica Pinacoteca Tosio-Martinengo". Nel 1906 la fusione fu completa e nel 1908 la Pinacoteca veniva riaperta. Il 30 gennaio 1911 il Consiglio Comunale approvava un nuovo regolamento. Nel frattempo si erano susseguiti donazioni, legati, molti dei quali incrementarono il patrimonio artistico come quelli di Brozzoni (1863), Scovolo, Pitozzi (1863), Richiedei (1869-1870), Lorenzetti (1881), Vergine Pernici (1882), Renica (1883), Faustini (1891-1892), Calini - Duranti, Lorandi - Bonalda (1889), Mondella - Pontoglio (1892), Pasinetti e Bertelli, Barbieri e Franchi (1894), Mignani (1897), Farisoglio (1898), Zanardelli (1903), A. Glisenti (1907), Magnocavallo (1908), A. Pellegrini - Sedaboni (1911), Dalla Torre - Pasini (1911), Todaro (1911), Zanoni (1913), Filippini (1914), M. Carpinoni (1924), Fè de Montholon (che nel 1920 permise l'acquisizione della collezione di dipinti giapponesi del conte A. Fè d'Ostiani), Ferioli - Mignani, Minola, Sala e più recentemente le donazioni Bortolotti, Mondella Bonera, Coccoli, Feroldi, Righetti, Vecchia, Turlini, Bragaglio e Dalai Tosoni, il deposito Zanelli, i legati Carmen Asensio, Enrichetta Di Gioia Michovich, Giustina Manvilli, ultima discendente della famiglia Tosio, Anna De Vignani, il lascito Francesca Petteni Brolis. Autori bresciani contemporanei hanno donato loro opere (Anna Coccoli, Luciano Cottini, Luca Crocicchi). Nel 1912 uno studio del tedesco Oskar Fischel segnalava una preziosa opera di Raffaello, un "angelo" che aveva fatto parte di una pala di Città di Castello, la cui attribuzione veniva confermata nel settembre 1912 da interventi di Corrado Ricci e Luigi Cavenaghi. Nel frattempo, senza attendere conferme, nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 1912 ignoti avevano tentato di rubare il quadro. Nell'agosto 1914 veniva ultimato, sotto la guida del dott. Giulio Zappa con l'assistenza di Ettore Modigliani suo allievo, un riordino: cambiata la disposizione delle sale, distribuite secondo criteri più logici le raccolte, rimesse in luce opere fino ad allora conservate nei magazzini, fra le quali un "Cristo colla croce" del Solario, l '"Angelo" di Raffaello, mentre venivano collocate nel salone centrale opere del Moretto e del Romanino. In più, come si leggeva nei racconti del tempo, murate le finestre, sono stati aperti ampi lucernari che lasciano piovere sui dipinti luce calma, uniforme e diffusa, mentre nelle altre stanze tutto è stato studiato perchè le pitture siano esposte anch'esse nelle più favorevoli condizioni di luce e con la più felice armonia. L'operazione venne tuttavia interrotta dal richiamo alle armi e dalla morte in prigionia del dott. Zappa. Nel frattempo nel settembre 1914 la Pinacoteca era stata aperta al pubblico e poi chiusa allo scoppio della guerra, il 22 maggio 1915. Le opere più preziose vennero sfollate a Roma. In piena guerra tuttavia e precisamente il 14 maggio 1916 veniva aperta nelle sale della Pinacoteca una mostra degli artisti bresciani sia pittori che scultori. L'11 aprile 1920 la Pinacoteca veniva di nuovo riaperta assieme ad una mostra di raccolte d'arte restituita dallo Stato. Nuovi riordini apportava nel 1925-1927 Giorgio Nicodemi. Una commissione composta dal prof. Panazza, da Virgilio Vecchia e dal conte Fausto Lechi compiva nel 1939 un nuovo riordino in vista della Mostra della pittura bresciana del Rinascimento. Esso venne interrotto nel 1940 per la guerra. Ma già l'anno seguente, lo scoppio della IIa guerra mondiale rese necessario lo sfollamento delle opere della Pinacoteca nelle ville Lechi di Erbusco, Fenaroli di Seniga, nei conventi di Saiano e di Adro ed anche in località fuori provincia. Tuttavia nel 1940 veniva pubblicato un "Elenco delle opere della Pinacoteca Tosio-Martinengo" probabile opera del direttore dei Civici Istituti di Storia e d'arte prof. Alessandro Scrinzi. Il 15 ottobre 1946 le sale del palazzo venivano riaperte, sotto la direzione del prof. Alessandro Scrinzi, al pubblico, mentre un nuovo riordino compiuto per impulso del prof. Giovanni Vezzoli, del conte Fausto Lechi, del prof. Camillo Boselli e del dott. Ugo Baroncelli veniva inaugurato il 4 luglio 1953. Il 15 novembre 1954 nel Monastero di S. Giulia veniva aperta anche la Galleria moderna che, chiusa dopo 7 anni per lavori di manutenzione, non venne più riaperta al pubblico. Chiusa di nuovo nel 1969 per restauri, la Pinacoteca venne riaperta il 9 aprile 1970. Oltre a rinnovare l'impianto di illuminazione, erano stati tolti i pesanti velluti e si era provveduto alla ripulitura degli stucchi e a restauri di dipinti e cornici. Nel 1990 veniva avviata una vasta opera di restauro finita con la riapertura al pubblico il 26 febbraio 1994. Nel frattempo la Pinacoteca si era arricchita di nuove opere come il «Ritratto di uomo con flauto» del Savoldo (ritornato a Brescia grazie all'acquisizione all'asta da Sotheby's il 13 gennaio 1994, da parte della Bipop e «prestato» al Comune in virtù di una convenzione), ma anche la «Pietà» del Foppa e il «Ritratto di dama» del Moretto (depositi da collezionisti privati), la «Madonna col Bambino» del Romanino (di proprietà degli Spedali Civili) e i «Dieci Profeti» del Moretto, tolti dalla cappella di palazzo Martinengo Cesaresco Novarino (in piazza del Foro). Nelle sale a piano terra, a destra dell'androne d'ingresso, sono tracce evidenti delle murature tre-quattrocentesche con le caratteristiche nicchie per riporre i lumi. Il piccolo ambiente attiguo al portale su via Martinengo conserva affreschi cinquecenteschi. Nelle volte di altre due sale contigue le decorazioni affrescate sul finire del sec. XVII possono offrire solo un'idea assai modesta degli effetti illusionistici raggiunti dai quadraturisti e prospettici bresciani, specialisti in questo genere di decorazioni. Vale la pena di rammentare che uno dei centri di elaborazione e diffusione della decorazione illusionistica fu appunto Brescia: a Cristoforo e Stefano Rosa, autori, tra le altre, delle quadrature del Salone della Loggia che costituivano cornice monumentale alle grandi tele del Tiziano (tutto andò distrutto nell'incendio del gennaio 1575) e di quelle ancora oggi visibili nell'andito alla Biblioteca Marciana a Venezia a contorno della "Sapienza" di Tiziano, seguirono nel Seicento Tommaso Sandrini (1575-1630), Domenico Bruni (1591/92-1666), Ottavio Viviani (1579-1646), Pietro Antonio Sorisene (attivo nella seconda metà del XVII sec.) e molti altri minori, capaci di sorprendenti stravolgimenti spaziali. Si vedano esempi nello scalone e nel salone dell'Anagrafe in Broletto, nelle chiese di SS. Faustino e Giovita, di S. Maria del Carmine (T. Sandrini), di S. Agata (P.A. Sorisene). Sotto il porticato del lato a mattina è murato il portale romanico (primi decenni sec. XII) della distrutta chiesa di S. Cassiano, singolare nella alternanza di mattoni e conci di pietra e severo nelle forme semplificate; nella lunetta è un Cristo benedicente della fine del Trecento, esempio di quella fusione di iconografia romanico-bizantina con il gusto cromatico e plastico in linea con i modi del tardo-giottismo veneto e lombardo che caratterizza in larga misura le manifestazioni locali di questo periodo. Poco più avanti è il «Busto» di Camillo Brozzoni (1802-1863) di Michele Boninsegna fatto eseguire dal Comune nel 1864 a perenne ricordo. Nelle sale del palazzo dipinti databili tra la fine del Duecento e la fine del Settecento documentano lo svolgersi della cultura figurativa rappresentata da artisti bresciani del Quattrocento e Cinquecento (Foppa, Romanino, Savoldo, Moretto). Sono ben rappresentati anche artisti di altre epoche ed aree culturali come Paolo Veneziano, Civerchio, Lotto, Palma il Giovane, Maffei, Celesti, Ceruti e tanti altri. Nel percorso principale di visita sono stati enucleati alcuni significativi momenti del collezionismo cittadino che hanno portato a Brescia importanti opere appartenute anche ad altre tradizioni figurative italiane e straniere. All'inizio del percorso (I e II sala) sono esposte alcune opere appartenute a Paolo Tosio che illustrano il suo raffinato gusto (Raffaello, Francia, Clouet ed autori fiamminghi) e alla fine (sale XXIV e XXV) sono collocati in una ideale galleria di tipo "nobiliare" dipinti provenienti da donazioni ottocentesche (Sassoferrato, Giordano, Albani, Maratta, ecc.). Il percorso cronologico inizia con le testimonianze ad affresco e su tavola della cultura pittorica fra il Due e il Quattrocento (III-IV sala), prosegue con il polittico del Civerchio e le opere dell'ultima attività del Foppa messe a confronto con quelle dell'attività giovanile del Romanino e del Moretto (sala V) e con le contemporanee opere di Ferramola ed altri artisti della provincia bresciana (sala VI). Se già in queste prime sale risulta evi dente quanto gli artisti bresciani interpretino in modo originale gli esempi di cultura veneta e lombarda, un nucleo di dipinti (sala VII) intende sottolineare l'influenza veneziana sulla cultura figurativa dell'entroterra. L'esposizione prosegue con due proposte tematiche: la prima dedicata alla Natività, dove si segnala la tavola di Savoldo; la seconda alla ritrattistica del secolo XVI con opere di Savoldo, Romanino, Moretto, Moroni e Anguissola (sale IX e X). Nel salone sono raggruppate le pale d'altare e alcuni cicli di affreschi eseguiti per lo più dai grandi pittori bresciani del Rinascimento (sala X). Successivamente l'interpretazione manierista della pittura del secondo Cinquecento ha nel bresciano Gambara e nei cremonesi Campi le espressioni di più vivo interesse, accanto agli autori strettamente locali, come Mombello e Marone (sale XIII e XIV). Per il Sei e Settecento il panorama bresciano si apre alle presenze assai vive di autori esterni che accanto agli artisti locali rinnovarono profondamente il tessuto figurativo, come il Cifrondi, il Celesti o il Ceruti, sia sul versante della produzione sacra che profana, in particolare ritrattistica (sale XV, XVI, XVIII, XIX). Con la sala XVII si offre una testimonianza della decorazione di fine Sette-inizio Ottocento del palazzo ed inizia, una sequenza di piccole sale che offrono una esemplificazione della pittura di genere, come la pittura di paesaggio e di battaglie che dal Seicento in poi caratterizza il gusto e la ricerca figurativa. Segue una saletta decorata a stucchi dedicata ai bozzetti (sale XX, XXI, XXII, XXIII). Sono circa 500 i dipinti esposti mentre altri rimangono nei depositi. Non mancano collezioni di rilievo come quella giapponese portata in Italia dal diplomatico conte Alessandro Fè d'Ostiani e donata ai Civici Musei, incrementata da una raccolta sequestrata alla famiglia Mussolini nel 1945. Fa parte della Pinacoteca una preziosa raccolta di corali miniati del sec. XV dei quali diciassette prodotti dal 1460 al 1471, altri del 1480. Tutti rivelano una vicinanza di indirizzi con l'opera di maestri bresciani che vanno dal 1430 al 1516 e cioè da Paolo di Brescia o da Cailina al Foppa. Abbastanza ampia la raccolta di disegni che è andata, aumentando il nucleo degli esemplari, sia pure di disuguale valore, trovati nelle raccolte del card. Angelo Maria Querini, del conte Paolo Tosio e del nob. Camillo Brozzoni, grazie a doni di privati e a qualche acquisto. Intorno al 1868 il pittore T. Castellini, custode della Pinacoteca, inventariò sia pure sommariamente i disegni raccolti dal Tosio. Inventari compilò poi nel 1922 Giorgio Nicodemi. La collezione di stampe con circa 25.000 pezzi sciolti è fra le più ricche d'Italia. Ad essa si devono aggiungere una notevole serie di volumi con incisioni ed una raccolta di matrici in rame e legno. La raccolta di stampe di incisori italiani e stranieri che vanno dal Diirer, al Mantegna, al Beham a Marcantonio Raimondi, a Luca di Leida, al Rembrandt, ad autori europei ed italiani del Settecento, al Fattori ecc. e che vennero esposti in parte nel salone Vanvitelliano nel 1949 è particolarmente ricca. Preziosa è pure la raccolta delle medaglie, nella quale esistono pezzi dei più insigni medaglisti, quali il Pisanello, lo Sperandio, il Pasti, lo Spinelli, il Meglioli, il Cellini ecc. Fra le medaglie straniere particolarmente celebre è il pezzo modellato dagli scultori francesi della scuola di Lione, Nicola Leclerc e Giovanni De Saint Priest, che riproduce Luigi XII e Anna di Bretagna. Sono rappresentate tutte le medaglie napoleoniche e del Risorgimento, le quali se non hanno un interesse artistico, hanno però un interesse storico, perché ricordano fatti e personaggi presenti nella nostra tradizione.