PARTITO della Democrazia Cristiana

PARTITO della Democrazia Cristiana

Partito dei cattolici italiani, e di quanti - anche non cattolici - si riconoscono nel messaggio sociale cristiano, erede in gran parte dell'esperienza del Partito Popolare Italiano, ma anche della Democrazia Cristiana degli inizi del secolo XX di Giuseppe Toniolo e di Romolo Murri e di altri movimenti politici minori. Come forza politica organizzata si costituisce durante l'ultimo conflitto mondiale e, per quanto attiene la realtà provinciale, secondo la testimonianza di Luigi Sturzo, già nel maggio 1942, il bresciano Gian Maria Longinotti è presente a Roma con De Gasperi, Gonella e Gronchi alla costituzione di un "nuovo Centro della Democrazia Cristiana. Con discrezione, ma con profondo interesse, il bresciano mons. Montini segue queste prime e decisive fasi della nascita del nuovo partito. In questo periodo, riunioni si tennero a Brescia negli studi degli avvocati Andrea Trebeschi, Stefano Bazoli, Pietro Bulloni, Albino Donati e nell'abitazione di don Giuseppe Almici che diverrà più tardi delegato vescovile diocesano dell'Azione Cattolica. Grazie all'operato del già citato Gian Maria Longinotti e dell'avv. Bonomelli, confluiscono nella D.C. bresciana gli ex-popolari, nonché gli ex sindacalisti della C.I.L., che, in contatto con Guido Salvadori e Astolfo Lunardi, fin dal 1941 si sono riuniti a Villa S. Filippo con i Gruppi di Parte Guelfa, presenti, tra gli altri, Achille Grandi, Giuseppe Rapelli, Luigi Morelli e i bresciani Pietro Cenini, Pietro Bianchini e Laura Bianchini. A rafforzare le fila della nuova formazione politica concorre anche il nucleo di cattolici sempre più numeroso che si raccoglie attorno a don Mazzolari, bresciano d'adozione, e dirigenti e militanti dell'Azione Cattolica, alcuni dei quali avevano partecipato alla formulazione del Codice di Camaldoli. A metà agosto 1943 Guido Salvadori e Astolfo Lunardi sono a Roma per prendere contatto con esponenti della D.C. e il 4 settembre a Brescia si svolge una riunione, organizzata dallo stesso Salvadori, per discutere sul futuro del partito. Ad essa partecipano esponenti nazionali quali l'avv. Giuseppe Micheli, Bordogna, Stefano lacini, Quarello, Galli, Vicentini e altri; alla stessa riunione sono presenti i bresciani Albino Donati e Vincenzo Bernardelli. Subito dopo la caduta di Mussolini, il 26 luglio, l'azione della neonata forza politica viene rilanciata in una riunione presso la canonica di S. Faustino, alla presenza di mons. Daffini, alla quale parteciparono, accanto ad ex notabili del P.P.I. come Carlo Bresciani, Gian Maria Longinotti e Guido Salvadori, ex amici della "Fionda", esponenti dell'Azione Cattolica e di altre realtà istituzionali e organizzate quali Lodovico Montini, Bruno Boni, Giulio Bruno Togni, Astolfo Lunardi e Andrea Trebeschi. Lo scontro tra vecchi e nuovi è inevitabile e duro e la riunione si conclude affidando ad Andrea Trebeschi il compito di organizzare i cattolici in campo politico e sociale e di curare i rapporti con gli altri partiti politici, mentre a Leonzio Foresti viene attribuito il settore della stampa. Immediatamente dopo l'8 settembre, rappresentanti del partito presenziano alle riunioni e agli incontri con esponenti di altre forze politiche che si tengono a Brescia e altrove e alle riunioni promosse presso il Palazzo S. Paolo e nella Cripta del Duomo. Da Palazzo San Paolo e da case private, in altri incontri di gruppi ristretti di cattolici bresciani, partono i primi appelli alla resistenza. Nel Comitato Nazionale di Liberazione la D.C. bresciana è rappresentata da Riccardo Testa, sostituito poi da Antonio Bellocchio. Quando questi viene arrestato e imprigionato, trascorso un periodo di crisi, l'incarico passa ad Albino Donati, che opera coadiuvato da Davide Cancarini, Libero Dordoni, Claudio Pelizzari e, in seguito, da Bruno Boni. Durante l'occupazione nazifascista le circolari, gli opuscoli e le istruzioni provenienti da Roma vengono recapitati a destinazione da un agente della polizia mussoliniana ma ardente democristiano. Davide Cancarini tiene i rapporti con il partito a Milano e, in collaborazione con Donati, riuscirà a designare rappresentanti della D.C. nei C.L.N. periferici. Numerose riunioni furono organizzate tra esponenti ai più vari livelli del partito nel Bresciano durante la Resistenza, alcune di poche persone e con caratteristiche di particolare clandestinità, perché orientate al sostegno della lotta partigiana, altre più numerose, tra le quali va ricordato l'incontro di un centinaio di incaricati di partito a Brescia nella domenica di Pentecoste del 1944 e quello del luglio dello stesso anno a Dello, cui presenziarono circa 300 contadini e coltivatori. La D.C. bresciana, pur non attraverso una propria organizzazione partigiana, diede un grande contributo di militanti alla Resistenza e la stragrande maggioranza di essi lo fece arruolandosi nelle formazioni delle Fiamme Verdi. Tra i numerosi caduti, va significativamente ricordato Gaspare Campini, segretario d'ordine dell'Esecutivo della D.C., ucciso da una raffica di mitragliatrice mentre recava un messaggio al rappresentante della D.C. nel C.L.N.


A liberazione avvenuta, occupata la sede di via Tosio 8, la segreteria del partito veniva assunta da Davide Cancarini, coadiuvato da alcuni giovani quali Bruno Boni, Mario Pedini, Gianfranco Camadini, Fabiano De Zan. Il 28 aprile Cancarini, a nome del Comitato Direttivo del Partito della Democrazia Cristiana, rivolgendosi "a tutti quei nuclei che sotto l'insegna della Democrazia Cristiana hanno già svolto un'attività politica in tempi difficili e pericolosi e a quelli la cui costituzione attingerà la sua vita dai principi di libertà, ai quali è stato restituito il nostro Paese", annunciava l'inizio del nuovo lavoro del Comitato Provinciale di Brescia del Partito, invitando ad aprire sedi, a costituire "con criteri di libera elezione una commissione direttiva", a dar inizio al tesseramento, a operare per la massima diffusione del programma del partito ecc. Gino Bui fu il primo segretario amministrativo, mentre Riccardo Testa, dopo una iniziale presenza di Simonini, che nel frattempo era passato all'Ufficio del Lavoro con Roselli, assunse e tenne la segreteria organizzativa (con il sostegno di Marì Fontana). Quest'ultimo incarico passò nell'autunno del 1945 al giovane Mario Pedini, già presente in via Tosio nei primi giorni della liberazione. Coadiuvato da Nino Bonardelli e De Zan, Pedini organizzò le prime adesioni che furono subito numerose, grazie anche e soprattutto al lavoro dei dirigenti provinciali e periferici dell'Azione Cattolica (negli ultimi due o tre anni erano state attivate preziose scuole di preparazione alla vita politica e sociale). Varato nel maggio 1945, l'Ufficio di propaganda Spes venne affidato a Fabiano De Zan. Anche in provincia il partito poté contare subito sull'opera di dirigenti di prestigio quali: Albino Donati e Pietro Cenini della Bassa, Francesco Zane in Valsabbia e sul Garda, Angelo Gitti in Valtrompia, Angelo Cemmi in Valcamonica. Nel maggio 1945, la D.C. bresciana pubblicò un periodico dal titolo "Ripresa", curato in particolare da De Zan e Enzo Petrini, mentre i dirigenti predisponevano la rinascita del vecchio e glorioso "Cittadino di Brescia", rinascita poi impedita, in qualità di quotidiano, dalle forze del C.N.L. che appoggiavano il neonato "Giornale di Brescia" e osteggiata soprattutto dall'alleanza tra gli esponenti del liberalismo e della realtà cattolica tradizionale. Il giornale col titolo "Il Cittadino" comparirà come settimanale, mentre in luogo del "Cittadino" quotidiano viene pubblicata una pagina bresciana dell'organo di stampa nazionale della D.C. ("Il Popolo"), diretta da Giovanni Serena, coadiuvato, nella mansione di redattore, da Manuel Vigliani. La D.C. bresciana, in pochi mesi di intenso lavoro di propaganda e organizzativo, riuscì a raccogliere decine di migliaia di iscritti, un migliaio di attivisti e una trentina di propagandisti particolarmente impegnati, tra i quali si possono ricordare: Luciano Zilioli, Ugo Allegri, Giacomo Besuzio, Aurelio Colombo, Giacomo Mazzoli, i sindacalisti Pietro Apostoli, Franco Castrezzati e Dino Maceri, Giacomo Bosio, Giulio Bosio, Bruno Baioni, Angelo Grazioli, Annibale Fada, Guido Franchi, Cesare Trevisi, Achille Sgarbi, Felice Marchetti, Costanzo Dordoni, Giuseppe Recher, Giuseppe Fiorilla, Guido Bollani, Guido Vitale, Piero Lussignoli, Carlo Bonometti, Vittorio Conci, Girolamo Treccani, Angelo Ranzenigo, Giuseppe Seggioli. Fra le donne, oltre alla prof.ssa Adele Ogna, che sarà la prima delegata femminile, Maria Guerrieri, Elsa Conci, Alessandra Bar, Elisa Boselli, Lia Ronchi, Augusta Pangrazio, Cecilia Zani, Rosa Rossi, Vittoria Finulli, Fausta Guidetti, Elena Cervi, Elsa Pomini. Fra i collaboratori a livello culturale, figura di rilievo fu soprattutto il prof. Mario Marcazzan, provveditore agli studi. Tra le manifestazioni più significative si può citare quella tenutasi alla Pace nell'estate 1945, dove Roselli infiammò l'uditorio con lo slogan: "Pianteremo la croce di Cristo nella bandiera rossa". Il primo congresso del partito si tenne il 19-20 settembre 1945 nei due teatri Arici e Grande, affollatissimi e l'assise fu dominata da Pietro Bulloni, Lodovico Montini e Enrico Roselli. Questi più di tutti suscitò l'entusiasmo dei delegati delineando uno scenario futuro per l'Italia illuminato dal "socialismo" umanitario e cristiano in grado di sconfiggere il comunismo sovietico descritto come umiliazione, anzi annientamento, della persona umana. Al congresso erano già rappresentate 187 sezioni e 78 sottosezioni, di cui 6 in città. L'articolazione del convegno era tutta protesa versoi problemi più vivi della società. Alberto Bonardi, infatti, teneva la relazione sindacale; Pietro Cenini quella sulla situazione del mondo rurale; Enrico Roselli illustrava il tema del lavoro nell'industria, mentre Adele Ogna parlava dei Gruppi femminili e Lodovico Montini delineava le prospettive e i compiti della Costituente. All'interno del partito nascono quasi subito nel dopoguerra il movimento giovanile, di cui è delegato per i giovani Luciano Zilioli e per le giovani Fausta Guidetti, e il movimento femminile guidato da Adele Ogna. Il Giovanile, dopo aver promosso riunioni con Giuseppe Lazzati, tiene, il 16 febbraio 1946, il suo primo congresso. Quello femminile si presenta all'opinione pubblica con il congresso del 23 febbraio dello stesso anno in un teatro Sociale stracolmo di donne. La prima prova elettorale, le amministrative del 31 marzo 1946, colloca subito la D.C. nel ruolo di partito di maggioranza relativa. Essa infatti ottiene al Comune di Brescia 32.678 voti e 22 seggi contro i 19.534 voti e 13 seggi del P.S.I.U.P. e i 17.534 voti e 12 seggi del P.C.I.. Il P.L.I. ebbe 2.902 voti e 2 seggi e Concentrazione Democratica (P.R.I., Democrazia del lavoro, ecc.) 2.248 voti e 1 seggio.


La D.C. bresciana rimase sostanzialmente unita al suo interno fino ai primi mesi del 1946: la prima contrapposizione di idee si profilò decisamente di fronte alle scelte da operare nelle votazioni per il referendum istituzionale. Si ebbe in quel frangente una fase di accesi dibattiti che vide alla fine prevalere la scelta repubblicana. Per l'opzione monarchica si schierarono alcune sezioni fra le quali quelle di Ospitaletto, e anche taluni giovani esponenti come Giulio Bruno Togni, nonchè pochi altri notabili. La maggioranza dei dirigenti provinciali e periferici, tuttavia, optò per la Repubblica e per essa si schierarono, tra gli altri, Lodovico e Francesco Montini, Pietro Bulloni, Leonzio Foresti, Libero Dordoni, Enrico Roselli, oltre al segretario Cancarini. Un referendum interno di partito, eseguito in occasione del secondo congresso provinciale della D.C. bresciana il 10 marzo 1946, assegna a favore della Repubblica il 70% delle preferenze contro il 30% alla Monarchia. Tocca a Pietro Bulloni, a chiusura della citata assise provinciale, pronunciare, nella stessa giornata, in piazza Loggia, un acceso discorso in favore della scelta repubblicana, che alla fine risultò vincente. Alla Costituente il partito ebbe 186.730 voti contro 102.730 del P.S.I.U.P., 72.947 del P.C.I. e 15.027 dell'Unione Democratica Nazionale. Furono eletti deputati: Lodovico Montini, Pietro Bulloni, Enrico Roselli, Stefano Bazoli, Laura Bianchini. Non risultò eletto, per una errata distribuzione delle preferenze organizzate, Davide Cancarini, che, attribuendo al voto un significato di sfiducia, si dimise dalla segreteria lasciando la successione ad Albino Donati. Per anni la D.C. bresciana mantenne lo slancio iniziale organizzando, ad esempio, giornate di ritiro spirituale (come quelle del 29-30 giugno 1946, guidate da padre Giulio Bevilacqua), convegni di studio, riunioni di rappresentanti, di nuclei aziendali e dei lavoratori agricoli sui problemi emergenti in tema di occupazione e di trattamento salariale. Così come si susseguono, a distanza di pochi mesi, i convegni giovanili nello stesso 1946 al 2 marzo e al 29 giugno. Paolo Emilio Taviani, Giorgio Tupini, Dino Del Bo, Giuseppe Dossetti, Gioacchino Malavasi, Mario Scelba, Pietro Malvestiti, Ezio Vanoni, Mario Cingolani, Guido Gonella, Enrico Falck e Corrado Corghi sono alcuni fra i nomi degli esponenti nazionali che ricorrono più frequentemente alle manifestazioni di partito a Brescia. Alcuni giovani come Mario Pedini, segretario organizzativo, Angelo Grazioli, responsabile dell'Ufficio problemi del lavoro, Annibale Fada e Fabiano De Zan, patrocinati dall'avv. Libero Dordoni, diedero vita ad una profonda azione di ricambio del gruppo dirigente, sostituendo al II Congresso (7 settembre 1946) nomi importanti del movimento politico cattolico provinciale con persone più giovani, tra le quali emerse in prima fila Bruno Boni. A questi, in seguito alle dimissioni di Donati, fu affidata la segreteria, affiancato dalla giunta esecutiva e da una «consulta» in cui rientrarono membri del Comitato provinciale precedente non rieletti nel Congresso del '46. Il nuovo Congresso conferma alla segreteria (6 gennaio 1948) Bruno Boni che porterà la D.C. bresciana ad affrontare compatta le elezioni del 18 aprile 1948, attraverso una campagna vivacissima che vide presente a Brescia, il 19 marzo, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Nelle elezioni il partito ottiene al senato 249.177 voti contro i 114.949 del Fronte Popolare (P.C.I., P.S.I. e altri), 27.842 del Blocco Nazionale (P.L.I. e monarchici) e i 12.842 di Unità Socialista e P.R.I. Alla Camera la D.C. bresciana ottiene 286.826 voti contro i 131.574 del Fronte Popolare. Entrano alla Camera: Bulloni, Montini, Roselli, Bazoli, Bianchini, Egidio Chiarini. Vengono eletti senatori: Albino Donati, Angelo Cemmi, Angelo Buizza, Francesco Zane. Sull'onda del successo conseguito e sempre sotto la guida di Boni, il partito continua la sua vita passando attraverso un'intensissima attività di convegni, di comizi e di incontri. A delegati dei gruppi giovanili si alternano Luciano Zilioli (1945), Carlo Alberto Cittadini (2 marzo 1947), Guido Vitale (28 novembre 1948), Gianni Gozio (21 ottobre 1951), Rubens Carzeri (febbraio 1952), Angelo Scotti (7 febbraio 1954). Il Movimento giovanile si dotava nel corso del 1955 di un suo organo di stampa settimanale denominato "Il Cidneo". Delegata femminile rimane fino al 1950 Adele Ogna, sostituita in seguito da Laura Bianchini. Nel Consiglio Nazionale del partito entrano nel frattempo i bresciani Lodovico Montini, Laura Bianchini e Pietro Bulloni. La vitalità del partito è comprovata anche dal nuovo successo elettorale nelle amministrative del 27 maggio 1951. Al Comune di Brescia la D.C. otteneva 36.953 voti, conquistando 28 seggi, contro i 13.435 voti e 6 seggi del P.C.I., i 12.785 voti del P.S.I. Alle elezioni provinciali, la D.C. otteneva 247.302 voti e 23 seggi, contro i 66.043 voti e 4 seggi del P.C.I., i 54.894 voti e 4 seggi del P.S.I. e i 29.688 voti e 1 seggio del P.S.D.I. Un seggio ottenevano il M.S.I., il P.L.I. e il P.N.M. Il 3 novembre 1951, il nuovo Comitato Provinciale, uscito dal Congresso rinnovò le cariche il 20-21 ottobre, nominando segretario, non senza interni dissidi, Mario Pedini, in sostituzione di Bruno Boni che dal 1947 era stato eletto sindaco di Brescia. Le elezioni politiche del 1953, pur affrontate con decisione, non decretano alla D.C. bresciana un successo analogo a quello del 1948. Essa infatti ottiene 242.561 voti contro i 66.473 del P.C.I., i 66.203 del P.S.I., i 17.333 del M.S.I. e i 12.990 del P.N.M., ecc. La composizione delle liste era stata particolarmente travagliata. Escono (con una procedura ambigua) Laura Bianchini, Stefano Bazoli e Albino Donati. Entrano, tra i nuovi, Mario Pedini, Angelo Gitti (alla Camera), Pietro Cenini (al Senato). Eletto alla camera, Pedini cede la segreteria provinciale, dopo accesi contrasti, a Bruno Boni il 19 settembre 1953. Fin dallo stesso anno, pur nella fedeltà del centrismo del Quadripartito (D.C.-P.L.I. - P.R.I. - P.S.D.I.), la D.C. bresciana si dichiarava contraria ad aperture a destra e attenta a nuovi sbocchi politici. La maggioranza interna si riconosceva nella corrente di "Iniziativa Democratica" (nata nel 1954), ma con una maggiore apertura, rispetto alla connotazione nazionale della corrente stessa, verso una evoluzione democratica del P.S.I. Tali posizioni vennero accentuandosi a partire dal 1957 e furono premiate dal successo elettorale del 1958 che vide la D.C. a 252 mila voti contro i 66 mila del P.C.I., i 74 mila del P.S.I., ecc. Venivano confermati i parlamentari uscenti, tranne Chiarini. Nuovi eletti furono Fausto Zugno e Giulio Bruno Togni. Appoggio pieno il partito bresciano diede al primo governo qualificato di Centro-Sinistra composto da D.C. e P.S.D.I. e conseguentemente condannò con fermezza i franchi-tiratori che ne osteggiarono la nascita e la continuità. Nel novembre 1958, compariva all'interno del partito, quella che poi si caratterizzerà come la "Sinistra", presentandosi con una pubblicazione denominata "Provincia Democratica", per denunciare quello che appariva l'immobilismo, il provincialismo e l'empirismo nella conduzione della linea politica. Anche a Brescia era nata la corrente di "Base" (fondata nel 1953 a Stresa da Marcora e Granelli) e le Acli avevano accentuato la loro presenta politica, mentre i giovani della sinistra conquistavano la maggioranza dei gruppi giovanili insediando, prima nel 1953 Delfino Tinelli, poi Pietro Padula.


La crisi interna del partito, acuitasi nel 1958 con la caduta del governo Fanfani e la divisione in due gruppi (doroteo e fanfaniano) di "Iniziativa democratica" (la corrente maggioritaria della D.C.), spinse anche la D.C. bresciana ad una dialettica sempre più decisa e diversificata al suo interno. Bruno Boni cercò di mediare fra le due correnti, astenendosi nel corso della votazione pro o contro la segreteria Fanfani durante lo storico Consiglio Nazionale tenutosi alla Domus Mariae. Per sua iniziativa, il Comitato provinciale di Brescia dell'ottobre 1959, auspicava "la coerenza di un'azione svolta a sviluppare nel tempo il suo programma con maggioranze sempre più omogenee, considerando solo come governo di necessità il monocolore di "Segni". Tuttavia al Congresso provinciale per il rinnovo delle cariche, nonostante la riconosciuta abilità mediatrice, lo stesso Boni non riuscirà a comporre le diverse tendenze di linea politica presenti nel partito, risultando così impossibile la presentazione della tradizionale lista unica per la nomina dei nuovi dirigenti. Fu così che al Congresso vennero presentate tre liste: una dorotea e di centro-destra, una di centro-sinistra (fanfaniana) e una dichiaratamente di sinistra, quest'ultima sostenuta in particolare dal settimanale diocesano "La Voce del Popolo". Questa corrente conquistò tutti i consensi di minoranza, raggiungendo parecchie migliaia di voti. Il gruppo guidato da Boni, soprattutto per il peso di alcuni fra i suoi uomini più significativi (De Zan e Fada), non si lasciò respingere su rigide posizioni di centro, ma tenne aperto un discorso di centro-sinistra, in sintonia con l'indirizzo nazionale espresso da Amintore Fanfani. Ciò permise loro, non solo di vincere, pur di stretta misura, il Congresso del 1959, ma anche di mantenere l'iniziativa e l'egemonia del partito negli anni successivi. Coerentemente essi sostennero (al Congresso di Firenze del 1959) la lista Fanfani-Pastore nella quale entrò Cenini e appoggiarono il governo Fanfani (maggio 1960) che troncò il pericoloso esperimento di Tambroni.


L'approfondimento delle ragioni ideali e della funzione storica del partito, trovò particolare sviluppo nel "convegno ideologico" di Sale Marasino della primavera del 1960. Un importante contributo al discorso sul programma e sulla linea politica fu dato dal convegno attivisti indetto dalla Spes-Formazione nel settembre dell'anno precedente a Toscolano. La campagna pre-con gressuale, aperta praticamente nell'ottobre del 1961 trovò la D.C. bresciana, fatta esclusione per una parte ormai limitata della maggioranza, impegnata nella concreta e responsabile affermazione della linea di centrosinistra sollecitando un incontro, fondato sulla massima chiarezza, tra l'on. Fanfani e l'on. Moro. "Dal Congresso, affermava nell'ottobre 1962 il segretario provinciale Boni, dovranno uscire scelte chiare che diano alla D.C. maggior consapevolezza della sua natura popolare: l'accordo di due uomini sensibili a questo problema come Moro e Fanfani, senza equivoci o mimetizzazioni, è il necessario strumento per lo sviluppo del partito". Al XII Congresso provinciale la corrente di Boni fece proprio l'accordo nazionale tra Moro e Fanfani per una politica di centro-sinistra, riuscendo così a rafforzarsi a spese della sinistra interna.


S'intensificava nel frattempo la dialettica delle correnti, mentre sempre più divisa appariva la maggioranza, all'interno della quale spingevano fortemente verso il centro-sinistra il vice segretario Fada e il direttore de "Il Cittadino", De Zan, mentre resistevano su posizioni moderate e centriste i dorotei di Pedini e i coltivatori diretti di Zugno che, con 10 mila tesserati erano l'ago della bilancia tra i dorotei e i fanfaniani. La maggioranza di sinistra, uscita ridimensionata dal Congresso riuscì a riannodare le proprie fila, rafforzandosi gradualmente, attorno al nuovo periodico "Note di politica", nel quale si sosteneva che l'adesione alla linea di centrosinistra non poteva prescindere da un effettivo rinnovamento del partito e dalla mobilitazione delle forze maggiormente interessate a tale politica. Tra gli uomini più rappresentativi della corrente di sinistra sono da ricordare l'avv. Mino Martinazzoli, Michele Capra, Mario Faini, l'avv. Giulio Onofri, l'avv. Ciso Gitti e l'avv. Pietro Padula, nonché fra i giovani gli aclisti Giovanni Landi ed Egidio Papetti. Pugnace, anche se non molto numerosa la corrente dorotea si raccoglieva intorno al periodico "Brescia viva", nettamente orientato contro l'apertura ai socialisti e freddo verso il segretario politico Aldo Moro il quale, pur essendo stato portato alla segreteria dai dorotei, tesseva con paziente lungimiranza la svolta politica che sarà sanzionata dal Congresso di Napoli del gennaio 1962. In tali condizioni, il partito affrontava le elezioni politiche del 1963, contrassegnate dal giudizio popolare sulla nuova linea politica che fu sostanzialmente positivo. Nuovi eletti alla Camera furono: Franco Salvi, Annibale Fada e Fabiano De Zan mentre al Senato Montini sostituiva Buizza e Roselli Cemmi. L'accentuarsi delle distinzioni all'interno portò inevitabilmente a un ricambio della classe dirigente con la nomina di Boni, nel luglio 1963, a presidente del partito e di Matteo Perrini a segretario reggente; nel novembre, lo stesso Perrini venne nominato segretario provinciale, mentre la delegata femminile Irma Sorelli veniva sostituita nell'incarico da Marina Superfluo. Con il centro-sinistra, il movimento giovanile assume ruoli sempre più significativi di realtà critica nei confronti del partito e di momenti di proposta di soluzioni politiche alternative più avanzate. Alla delegazione provinciale di Padula, succede quella di Ciso Ghitti e di Pietro Segala. Il movimento si schiera decisamente per il centrosinistra, offrendo un intenso rapporto di pensiero alla nuova linea politica, pur non riuscendo a creare la rottura dei vecchi equilibri e la promozione di una nuova classe dirigente che pure è nelle sue intenzioni. Nel Congresso per il rinnovo delle cariche del movimento giovanile del 1964 si fa largo un nuovo gruppo dirigente che proviene soprattutto dalla provincia e che si propone di emarginare i notabili del partito e la "tradizionale dirigenza moderata". Delegato provinciale è Gianni Prandini, con accanto Rosini, Fontana e altri. Il Congresso Nazionale del 1964 (il primo col sistema proporzionale) sanzionerà la definitiva spaccatura tra dorotei e fanfaniani e l'inizio di una nuova alleanza sempre più stretta tra fanfaniani, i morotei di Salvi e la sinistra che giungerà fino allo sbocco unitario dell'«area Zaccagnini» nel 1978. La svolta del partito è resa evidente, in seguito al polemico ritiro dalla politica di Matteo Perrini il 3 settembre 1964, dalla nomina di Grazioli a segretario indicato dalla sinistra interna. Il Congresso provinciale del 13-14 novembre 1965 vede la sconfitta dei dorotei e degli scelbiani e la vittoria della coalizione di centro-sinistra che governerà il partito per otto anni. Dalla sinistra infatti proviene il nuovo segretario provinciale Giulio Onofri e alcuni suoi esponenti entrano in importanti organi di partito: Franco Salvi viene nominato nell'aprile 1966 in direzione nazionale e Vittorio Sora viene eletto vicesegretario regionale nel gennaio 1967.


Le elezioni del 1968 portano alla Camera Michele Capra, Cesare Allegri e Pietro Padula, mentre al Senato vengono eletti Zugno, Fada, De Zan e (al collegio di Breno, vacante per la scomparsa di Roselli) Giacomo Mazzoli. Il giorno 11 gennaio 1969 Mino Martinazzoli viene nominato segretario provinciale, mentre Onofri assume la direzione del "Cittadino" . Nel frattempo, nel giugno 1968, Lice Vivetti era stata eletta delegata del movimento femminile, mentre Elio Fontana era stato nominato delegato del movimento giovanile coadiuvato nell'incarico da alcuni giovani quali Mario Fappani, Gianni Gei, Arturo Minelli, Ettore Isacchini, Bruno Ferrari e altri. Intanto nel novembre 1969, con l'avvento di Forlani alla segreteria nazionale, inizia lo sfaldamento della forte corrente dorotea. A Brescia si registrarono le dimissioni dal Comitato provinciale di tre rappresentanti di "Impegno democratico" Giovannini, Vitale e Savino, cui altre ne seguirono. Le elezioni regionali del 1970 vedevano l'elezione di Vittorio Sora, Sandro Fontana, Arturo Minelli, Guido Vitale, Damiano Scaroni rieletto nel 1975. Si moltiplicano in questo periodo le agenzie di stampa dei gruppi interni e i notiziari di sezione, così come nascono diversi "centri di studi" che mascherano le correnti organizzate. Grazie anche alla situazione nazionale, al Congresso provinciale di Sirmione del 1971, alleandosi ai Coltivatori Diretti guidati dall'on. Zugno, la corrente dorotea o di centro di Pedini ottiene la rivincita conquistando la maggioranza relativa dei consensi dei delegati: il successo viene vanificato ai fini della guida del partito dall'alleanza delle altre correnti fra loro. Dal Congresso di Sirmione uscì una maggioranza eterogenea cui diedero man forte i cosiddetti "giovani fanfaniani", guidati da Gianni Prandini (staccatisi dal vecchio ceppo fanfaniano rimasto fedele all'unità d'azione con la sinistra). Nella generale confusione, anche per le numerose assenze, viene eletto segretario Prandini. Una mozione di sfiducia presentata quindici giorni dopo da tutti gli altri gruppi (sinistra, vecchi fanfaniani, Iniziativa della base, vulgo texani, Forze nuove dei fratelli Fontana) costrinse Prandini alle dimissioni. Gli subentra Aventino Frau. Le elezioni del 1972 portano alla Camera Frau e Prandini e al Senato Martinazzoli. Alla segreteria (con una maggioranza che esclude la sinistra e i fanfaniani di De Zan) subentra Giacomo Rosini.


Momenti difficili vive la D.C. bresciana nei 1974 con la battaglia referendaria sul divorzio e soprattutto in seguito alla terribile strage di piazza della Loggia. Nel dicembre 1974 Pedini è ministro della Ricerca Scientifica; in seguito passerà ai Beni Culturali e alla Pubblica Istruzione. Nel 1975 si rafforzerà la sinistra, specie la componente morotea e andrà facendosi sempre più forte la corrente di "Forze nuove", guidata da Michele Ca- pra, Giovanni Landi, Pietro Lussignoli, Egidio Papetti, Mario Fappani, dai fratelli Sandro ed Elio Fontana, con il sostegno di Franco Castrezzati e Melino Pillitteri della CISL. Il 13 ottobre 1977 Gianni Prandini fondava a livello nazionale una nuova corrente denominata "Rinnovamento popolare" proponendosi di sostenere la linea Forlani che in un primo momento ipotizzava l'abbandono del rapporto preferenziale con il P.S.I. e della scelta obbligata di centro-sinistra aprendo un confronto non pregiudiziale con il P.C.I. Le elezioni del 1976 portarono alla Camera Piero Lussignoli, Giacomo Rosini e Mauro Savino, mentre Pedini rappresenterà il collegio senatoriale di Chiari, vacante per la scomparsa di Zugno. Con un nuovo rovesciamento di maggioranza, reso possibile dal ritorno di "Iniziativa della base" assume la segreteria Tarcisio Gitti, della sinistra, che pone fine, immotivatamente, alla presidenza Boni. Le elezioni del 1979 portarono alla Camera Gitti ed Elio Fontana, mentre rimase invariata la rappresentanza senatoriale. Nel corso della legislatura Pedini si dimetterà preferendo optare per il seggio del Parlamento europeo. Nel 1978 era nato il vasto schieramento che, superando le conventicole correntizie, assumerà il nome di "area Zaccagnini". Vaste ripercussioni si ebbero a Brescia per il coagularsi definitivo di tutti i gruppi del centrosinistra nell'«area», la defezione di Riccardo Conti e la collocazione in uno schieramento alternativo (sulla scia di Carlo Donat Cattin) della componente di "Forze nuove" legata ai fratelli Fontana. Particolare sede di dibattito a Brescia divenne per i sostenitori di tale linea il circolo culturale Michele Capra. Emarginata la sinistra unita (Salvi-Landi) e un gruppo di ex fanfaniani (De Zan, Scaroni, Marchioro, Pezzotti) con l'astensione del gruppo di Pedini e degli amici di Rosini, nel marzo 1980 le correnti "Rinnovamento popolare" (Prandini), "Forze nuove" (componente Fontana), e "Proposta e partecipazione" (Conti) esprimevano una nuova maggioranza ed eleggevano a segretario provinciale Riccardo Conti e a vice segretario provinciale Gianni Gei. In novembre la segreteria provinciale era di nuovo in crisi e con la prevalenza di nuovi orientamenti la sinistra tornava in maggioranza eleggendo segretario provinciale Giulio Onofri. Nonostante ciò nel 1980 la D.C. inviava al Consiglio Regionale ancora 5 bresciani e cioè: Sora, Fontana, Vitale, Mario Fappani e Ettore Isacchini. La sempre crescente conflittualità delle correnti spingeva il XXI Congresso per il rinnovo delle cariche provinciale del febbraio 1981 a proclamare una fase di rifondazione e a fissare in un codice di comportamento le regole per rendere più trasparente la vita del partito e ad auspicare una nuova sede nella quale accogliere tutte le realtà che si riconoscevano nella D.C. bresciana. Dal Congresso nacque una gestione unitaria attorno alla segreteria provinciale del giovane Gervasio Pagani. Ma ad un anno e mezzo di distanza, nel luglio 1982, sopravvenne una nuova crisi interna, a fatica superata, anche in seguito a contrasti su alcune nomine quali la Cariplo. Le elezioni del 1983 portavano alla Camera Michele Bonetti, Bruno Ferrari e Giacomo Rosini (non rieletto nel '79), mentre Elio Fontana rappresentava il collegio senatoriale di Salò dopo il ritiro di De Zan, Salvi passava al collegio di Breno, Prandini al collegio di Chiari. Ormai la corsa alla correntizzazione diventava un freno e già preludeva a quello che dieci anni dopo diventerà il dissolvimento della D.C., rivelatasi storicamente più somma di indirizzi politici diversi che organico partito. Al Congresso del 1984 le liste concorrenti erano cinque e cioè: Forze nuove (con Elio e Sandro Fontana); Alleanza democratica e iniziativa popolare (con Isacchini e Vitale); Presenza e partecipazione (con Francesco Ferrari e Conti); Rinnovamento popolare (con Prandini); Il Confronto (con Padula, Martinazzoli, Rosini e De Zan). Segretario, con una maggioranza di centro-destra, sarà rieletto Conti. Nel frattempo anche la corrente di "Iniziativa democratica" di Pedini scalzata dal continuo successo dei forlaniani di Prandini si andava sfaldando, confondendosi di fatto con Prandini che diventava il leader effettivo dello schieramento di centrodestra opposto all'area Zaccagnini. La crisi aveva nel 1985 ripercussioni nelle elezioni regionali con la elezione di 4 consiglieri (Fontana, sostituito nel 1987, dopo l'elezione a senatore, da Francesco Ferrari, Fappani, Sora, Isacchini). La preminenza della corrente Forlani-Prandini veniva sanzionata dalla nomina, avvenuta l'8 settembre 1986, a segretario provinciale di Angelo Baronio, col determinante sostegno di "Forze nuove" (Fontana) e della corrente di Conti. Tale assetto produsse la temporanea uscita dall'area Zac di una nuova sinistra D.C., sancita in un convegno tenutosi il 4 ottobre 1986 e sollecitata da Lussignoli, Landi, Fappani, Pagani, Papetti e Taini del Centro studi Michele Capra, collegatisi, sul piano nazionale, a Giulio Bodrato. Questo gruppo nel marzo 1987, con Giovanni Landi conquistavano la segreteria cittadina, grazie all'alleanza con i gruppi di Prandini, Fontana e Conti. Ma, in maggio, le carte venivano di nuovo rimescolate. Isacchini infatti dava vita ad una frazione bresciana della corrente andreottiana, rompendo polemicamente con Prandini. Poco dopo anche la sinistra di Landi, Fappani e Lussignoli usciva dalla breve illusione filo-prandiniana e riprendeva, dopo un leale chiarimento, la sua naturale collaborazione nell'ampio schieramento di sinistra. Le elezioni del 1987 portano alla Camera Gianni Gei e Aldo Gregorelli. Al Senato (ma in un collegio marchigiano) entra Sandro Fontana. Il Congresso rinnovo cariche del 21-22 novembre 1987, si tiene sotto il segno dello scontro tra Prandini e Martinazzoli mentre "Iniziativa popolare" dei residui dorotei cercava di costituire una forza di intesa e di mediazione con "Forze Nuove". Scendeva inoltre in campo anche il "Movimento Popolare" con la sua lista "Proposta cattolica popolare". La crisi del partito era denunciata non solo dai contrasti di corrente e da un calo di fiducia nel rinnovamento della sua classe dirigente, ma anche da una diminuzione dei consensi abbastanza omogenea sia in città che in provincia. Nell'87 il capoluogo portava alla D.C. 51.201 voti, pari al 34.1 dei consensi. Alle regionali '90 i voti erano già diminuiti a 42.137 (28,7%). Alle politiche del '92 l'indice di consenso è sceso al 24.6% con 37.216 voti. In provincia la situazione non è stata migliore: nell'87 lo Scudo Crociato raccoglieva 305.937 voti (41.8%), nel '90 ne ha raccolti 254.458 (34.5%) e nel '92 è sceso a 236.827 pari al 30.9%. Il confronto e la contrapposizione nonché le alleanze tra le correnti interne si fecero sempre più inestricabili per cui al congresso del 1987 venivano presentati due candidati e cioé: Angelo Baronio, segretario uscente proposto dal suo gruppo (Rinnovamento Popolare, Prandini) e dagli alleati Forze nuove-Dorotei (Fontana-Pedini), sinistra Bodratiana (Lussignoli-Landi-Fappani), Movimento Popolare (Gandolfi), Proposta e partecipazione (Conti-Ferrari). Aldo Gregorelli proposto invece dai moro-basisti del Confronto (Padula-Martinazzoli-Rosini). Al voto i moro-basisti ottennero il 36,98%, Rinnovamento popolare (Prandini) il 24,16%, Forze nuove e Movimento popolare il 19%, la sinistra bodratiana l'11,05% e le correnti Conti-Ferrari il 10,82%. Se a chiusura del 1989, dopo nuove e vivaci polemiche, il partito di Brescia poteva contare addirittura tre ministri nelle persone di Martinazzoli, Fontana e Prandini, la caduta del muro di Berlino e il profilarsi della crisi della partitocrazia mettevano sempre più in discussione apparati e orientamenti politici. Le comuni denunce interne sui tesseramenti gonfiati, sulla politica spettacolo e l'opposizione decisa alla ferrea alleanza nazionale tra Craxi-Andreotti-Forlani (CAF), provocarono nel febbraio 1990 il pieno ricompattamento della sinistra morobasista e bodratiana contro i prandiniani e i loro alleati. Mentre sul partito si abbatteva la scure di Tangentopoli, lungo i primi mesi dello stesso anno non mancarono sforzi verso il rinnovamento che sfociarono nella candidatura di Martinazzoli alla segreteria nazionale. Nel frattempo il partito perdeva la direzione della Amministrazione Provinciale e del Comune Capoluogo, incarichi mantenuti ininterrottamente dal dopoguerra, dopo la breve parentesi Ghislandi alla guida della città. La crisi si ripercuoteva nelle elezioni regionali con la elezione di 3 consiglieri, Fappani, Margherita Peroni, Riccardo Marchioro. Dopo abbandoni e tentativi di ricupero, una assemblea, tenutasi a Desenzano il 20 aprile 1993, caratterizzata soprattutto dalla sinistra del partito, lanciava ancora l'idea di una nuova D.C., ma nel Congresso cittadino rinnovo cariche del 23 aprile il partito si presentava di nuovo spaccato in due tronconi e segretario veniva eletto Gilberto Zani, candidato Prandini, con il 52.64% dei voti contro il 47.36% di Bruno Frugoni, candidato della sinistra, mentre al Congresso provinciale che si tenne solo due mesi dopo, il 22-23 maggio, la situazione si capovolgeva nettamente con l'elezione di Emilio Del Bono, candidato della sinistra e di Martinazzoli, a segretario provinciale, forte di un consenso del 71.2% dei voti contro il 28.8 ottenuto dalla candidata di Prandini, Margherita Peroni. Il nuovo segretario cercò di proporre una classe dirigente che non fosse rappresentativa dei vecchi schieramenti correntizi, nominando nella giunta esecutiva: Vincenzo Forleo, Mario Cattaneo, Ermido Cocca e Gualtiero Muchetti con l'obiettivo, sancito dal Congresso e dalle direttive nazionali della segreteria Martinazzoli, di rifondare radicalmente il partito. Venne allora lanciato una sorta, di referendum per la scelta del nuovo nome e l'indicazione della piattaforma ideale e programmatica da dare alla nuova forza politica. Nel luglio 1993 cinque personalità bresciane: Giovanni Bazoli, Giuseppe Camadini, Melino Pillitteri, Graziadio Bianchi ed Emilio Del Bono, vennero incaricati di rappresentare il partito all'Assemblea Costituente dell'Eur di Roma, nella quale si sarebbero approvati i nuovi orientamenti per la nuova forza politica dei cattolici democratici italiani. Nell'agosto 1993 veniva abbandonata la tradizionale sede di via Tosio, 8 e il partito trovava collocazione in una palazzina di via Milano 44. La nuova sede venne inaugurata alla presenza del segretario nazionale Martinazzoli e venne dedicata a Gianni Boninsegna, sindaco per un breve e travagliato periodo della città, da poco scomparso. Nell'Assemblea Costituente Provinciale del 10-12 dicembre 1993, gli oltre mille delegati sanzionavano lo scioglimento della D.C. e la nascita del P.P.I. (Partito Popolare Italiano) bresciano.