MARTINENGO COLLEONI Gian Estore V o Ettore

MARTINENGO COLLEONI Gian Estore V o Ettore

(Brescia, 1763 - 12 giugno 1832). Di Venceslao e di Drusilla Sagramoso (di Giuseppe), di Verona. Studiò a Bologna nel Collegio S. Francesco Saverio dei Barnabiti e poi a Roma nel Collegio Nazareno dei Padri delle Scuole Pie. A Roma conobbe, tra gli altri, il bergamasco mons. Francesco Carrara, divenuto nel 1785 cardinale. Oltre che agli studi delle lettere e delle armi si appassionò anche all'architettura militare, nella quale acquistò larga notorietà. Attratto dalla fama che si diffondeva anche in Italia intorno a re Federico di Prussia, dopo aver declinato l'invito di entrare nell'esercito austriaco, ottenne per intervento della madre e dello zio nel dicembre 1785 di arruolarsi nell'esercito prussiano in un reggimento di ussari con grado rilevante. Fu prediletto dal Principe di Brumswick e il gen. Wolchey nel 1786 lo definiva «onore della patria». Nel 1787, a 24 anni, nominato tenente di cavalleria prese parte alla campagna d'Olanda, in cui, in settembre, restò ferito ad una coscia, sotto Utrecht. Nel 1788 ebbe la promozione a capitano e si applicò a studi di tecnica e di architettura militare, dei quali presentò saggi apprezzati dal re di Prussia, disegni di alcune fortificazioni. Nel 1789, scoppiata la Rivoluzione francese, ottenne il congedo e tornò a Brescia, anche per occuparsi dopo la morte dello zio degli affari familiari, partecipando alla vita mondana e culturale. Fu tra l'altro uno dei frequentatori del noto salotto della contessa Bianca Capece della Somaglia Uggeri. Nel 1796 manifestò simpatia per Napoleone e l'esercito napoleonico e il 18 marzo 1797 si schierò in favore della Rivoluzione giacobina. Il provveditore straordinario veneto, Francesco Battaggia che gli aveva affidato la cassa "come ad uomo di cuore e di onore e che riteneva detestasse le novità" con l'impegno di passare il denaro a Venezia, si sentì da lui rispondere che essi appartenevano alla Nazione Bresciana. Tuttavia il Martinengo con altri riuscirà a far fuggire di notte il Battaggia, rimasto prigioniero dei rivoluzionari. Il 24 marzo il Martinengo veniva chiamato dal Governo Provvisorio a far parte del Comitato militare, per conto del quale si impegnò ad organizzare le milizie cittadine, di cui presentò, l'8 aprile 1797, con altri un piano articolato esposto in un manifesto. Intervenne attivamente nei dibattiti per approntare le riforme. Fu tra i primi a piantare a Cavernago l'albero della libertà con una festa campestre sontuosissima, senza perdere però nessuno dei suoi possedimenti. Carico di odio contro gli Schiavoni, fedeli soldati della Repubblica, attaccò poi quest'ultima con un libello sull'Istria e la Dalmazia scritto sotto lo pseudonimo "Leoncio" contro "l'oligarchia" di Venezia, negando che la libertà potesse avere il suo seggio nella "puzzolente Veneta Laguna". Del resto fin dalla caduta di Venezia egli era stato tra quelli che avevano dichiarato di desiderare l'unione con tutti gli italiani: «ma giammai coi presenti veneziani». Il comitato militare con mozione del 22 aprile 1792 proponeva al Governo Provvisorio la sua nomina di capitano «come il più idoneo pei suoi talenti militari". Fu tra coloro che a Milano nel giugno 1797 serrarono dappresso Napoleone perché proclamasse la Repubblica Cisalpina. Nel luglio 1797 veniva dal Governo Provvisorio spedito in Valcamonica, con due compagnie del battaglione dei cacciatori e venti ussari, per reprimere sedizioni e rivolte. Nel settembre veniva nominato ispettore generale ed organizzatore delle milizia. Fu poi tra i seniori del Dipartimento del Mella alla Repubblica Cisalpina e fu poi mandato dal Direttorio come ministro plenipotenziario alla Corte di Napoli, dove rimase dal luglio 1798 al marzo del 1799. Prima di arrivare a Napoli si fermò a Roma dove ebbe modo di rilevare in un'interessante relazione la situazione di grande interesse e il carteggio diplomatico da lui inviato su molti avvenimenti dalla fuga del Borbone, la spedizione di Bonaparte in Egitto, le vittorie di Nelson, i fatti di Malta e di Costantinopoli rivelando una certa imparzialità di giudizio. A Napoli esercitò grande fascino per lo sfarzo, la prestanza fisica e la squisitezza del tatto. Ebbe rapporti stretti con altri diplomatici e uomini di governo (fra i quali il Marchese Galli, ministro degli Esteri del Regno delle Due Sicilie, e il Biraghi, ministro degli Esteri della Repubblica Cisalpina) oltre che con gli esponenti del Direttorio Esecutivo della Repubblica Cisalpina. Dimissionario il 15 febbraio 1799 tornò a Brescia. Le vittorie degli Austro-Russi nel 1799 obbligarono il conte a ritornare a Milano, e poi a Parigi assieme a molti altri italiani. Tornato a Brescia nel marzo 1800 veniva con i fratelli Vincenzo e Giuseppe arrestato dagli Austriaci nel suo palazzo a S. Alessandro. Tradotto a Milano venne poco dopo liberato. Dopo la vittoria napoleonica di Marengo venne di nuovo incaricato con altri di riagganciare a Brescia la guardia civica di cui divenne comandante. Fu poi dai francesi nominato capitano dei granatieri a cavallo. L'8 agosto 1800 veniva nominato dallo Stato Maggiore capitano della Compagnia dei Granatieri della Guardia Nazionale Bresciana, con ampi riconoscimenti per i servizi prestati. In tale ruolo fece parte del Corpo d'armata del Generale Brune. Lodato il progetto di organizzazione di un Corpo di cavalleria nazionale, che fu accettato dal Governo; lo stesso Martinengo venne incaricato della organizzazione. Poco dopo il Commissario governativo della Cisalpina e l'Amministrazione del Dipartimento lo elessero capo di Brigata e comandante della Milizia Nazionale e nel luglio 1801 ebbe l'incarico di commissario straordinario nel Basso Po (Ferrara), lasciando il comando della Guardia Civica a Francesco Gambara. Nominato Generale di Brigata il 16 novembre venne nominato membro del Corpo Legislativo ai Comizi di Lione per i notabili del Mella, facendo poi parte fino al 1808 del Collegio dei Possidenti. A Parigi fu accolto con molto favore da Bonaparte, e all'Assemblea Legislativa presentò due memoriali, uno sulla organizzazione dell'armata italiana, l'altro sul modo di rendersi indipendenti dall'influenza francese. Poco dopo venne nominato membro della Commissione dei Trenta. Ritornato in Italia entrò a far parte del Corpo Legislativo al quale presentò una memoria sull'organizzazione di un'armata italiana.


Divenuto Napoleone re d'Italia, divenne suo ammiratore; quando Napoleone nel 1805 ritornò a Brescia comandò la Guardia d'onore costituitasi in Brescia fra la nobiltà per accogliere il nuovo Re; nello stesso incarico accompagnò alla sua residenza la Duchessa di Lucca. Nello stesso anno presentò a Napoleone il modello di una macchina incendiaria per la difesa dei porti e delle spiagge. Nel 1806 pubblicò un volume sulla cavalleria nel quale traccia un esame completo dell'argomento, trattando in modo particolare dell'origine e dei progressi della cavalleria, del suo uso in tempo di pace e di guerra, e quale genere di cavalleria è più adatto al Regno d'Italia, del modo di formarla, dell'istruzione, della disciplina da darle. Nel 1807 ebbe il comando di tutte le compagnie delle Guardie d'onore, e, nello stesso anno, venne dal Vicerè d'Italia inviato a Parigi per importanti affari politici. Il 10 ottobre 1809 Napoleone lo nominava Senatore del Regno d'Italia e il 9 ottobre 1810 Conte del Regno d'Italia e con decreto del febbraio 1810 ciambellano di corte e cavaliere di I classe della Corona di Ferro. Le guerre che si susseguirono gli diedero occasione di organizzare nuovi corpi armati, di adoperarsi all'approvvigionamento dell'esercito. Del resto già nella compagnia del 1809 il Vicerè l'aveva voluto accanto a sè. Il Beauharnais stesso volle essere padrino di battesimo nella chiesa di S. Alessandro del figlio Venceslao nato dal matrimonio con la contessa Provaglio. Dopo aver raggiunto il grado di colonnello, all'instaurazione nel 1814 del Governo austriaco, diede la dimissione da ogni incarico militare. Nominato nel 1815 colonnello nel Reggimento Gran Duca di Toscana, diede subito le dimissioni. Nel frattempo era entrato a far parte della Massoneria nella Loggia Amalia.


Caduto Napoleone e mortagli la moglie e un bimbo appena nato (per i quali Morcelli dettò mirabili epigrafi latine) si ritirò dalla vita pubblica e rifiutò ogni invito del governo austriaco a parteciparvi. Si prodigò invece in opere di beneficenza e culturale, circondato da viva stima. Di lui Francesco Gambara ebbe a scrivere tra l'altro: «La memoria di quel cuore generoso, di quell'intemerato carattere e di quella buona fede, troppo spesso da alcuni scellerati usurai abusata, vivrà lunga pezza nella mente degli onesti bresciani... Si dilettò pur anco di poesia, senza portarvi però la minima pretensione. Sono bensì di avviso che se fossero fatti di comune diritto i molti inediti scritti di lui intorno ai politici avvenimenti e diplomatici negozii, dal terminare del secolo scorso fino al 1814, ch'egli per rapporti suoi particolari o pei sostenuti uffici si trovò a portata di conoscere, molta luce ne verrebbe alla storia».


Si dedicò anche alla poesia e conobbe letterati e uomini di cultura, fra cui Ugo Foscolo che nelle sue lettere mostra di stimarlo molto, pur non ritenendolo adatto agli uffici di corte. Pubblicò: "Della Cavalleria" (Milano, per Giovanni Silvestri, 1806, in 8°, 95 pp.) e versi in fogli volanti. Gian Estore aveva sposato la giovanissima e bellissima contessa Camilla di Pietro Provaglio, sorella di quella Marzia che attrasse le attenzioni e i frivoli lampi di Ugo Foscolo. Il matrimonio fu celebrato con sfarzo il 28 febbraio 1797, alla vigilia della Rivoluzione: la sposa aveva 17 anni. Ne ebbe i figli Drusilla, Venceslao, Marianna, e un bambino nato precocemente il 13 dicembre 1813, vissuto poche ore, per il quale il sommo Morcelli dettò questo grazioso epitaffio: LACRIMVLAM TIBI HOSPES HABETO / RITE EGO LOTVS EVOLAVI AD SVPEROS / XIII.KAL. IANVAR ANNO.M.DCCC.XIII / BENE.MATRI.PRECATVS QVOD. VRBE.BELLI.METV.TREPIDANTE ME. SEPTIMO. LVNAE.CVRSV. MATVRVM.COELO. EDIDISSET AT.HEIC.EXSVVIAS.MEAS.COMPOSVIT/ MARTINENGVS.PATER QVVM.VIXISSEM.HORAS.V /. In seguito a questo parto prematuro e alle vicende politico-militari che la mettevano in ansietà sulle sorti del marito, la giovane contessa morì in Brescia il 22 gennaio 1814. La sua salma fu esposta per molti giorni in Broletto e sepolta il 13 febbraio in S. Alessandro, nella tomba gentilizia, per la quale il Morcelli aveva destinato questo epitaffio: HEIC.ADQVIESCIT/ CAMILLA.PROVALIO.NATA/ VXSOR/ I0AN.ESTORIS.MARTINENGI.SENAT/ CL.F.VIRI.AMOREM/VIRTVTE.MERITA/ET.CARITATE. ERGA. LIBEROS/.