MALATESTA Pandolfo III

MALATESTA Pandolfo III

(Rimini, 2 gennaio 1370) - Di Galeotto Malatesta e di Gentile figlia di Rodolfo di Varano di Camerino. Alla morte del padre, (gennaio 1385) nella suddivisione del vasto territorio malatestiano fra quattro figli, gli toccò la città di Fano ed il vicariato di Mondolfo. Già a quindici anni gli viene attribuito il merito di aver soffocata la rivolta dei fratelli de' Balacci contro i Malatesta. Nell'ottobre 1386 con il fratello Carlo riesce a sottomettere castel Sant'Arcangelo ribellatosi ai Malatesta; nel maggio 1388 muove contro la Signoria di Ravenna, raggiungendo accordi prima di combattere; nel giugno seguente, in nome del Pontefice, con 2 mila cavalli invade le terre del conte Antonio di Montefeltro, opera in Toscana, in Umbria, dove presso la Fratta si scontra con l'inglese John Belfort (cioè Giovanni Bellotto) secondo qualcuno sconfitto, secondo altri vittorioso. Diciottenne sposa, con dispensa papale, la cugina di primo grado Paola Bianca Malatesta, figlia di Pandolfo di Pesaro e di Paola Orsini e già vedova di Sinibaldi Ordelaffi. Amante delle lettere e delle arti, scrive versi latini e parla benissimo francese e provenzeale, ma preferisce le armi. Verso la fine del 1389 e agli inizi del 1390 si batte contro Carimaldo e poi con tro Giovanni da Barbiano, sconfiggendolo a Canonica Santarcangelo e spingendosi contro Forlì e Ordelaffi. Nel 1394 assistito amorosamente dalla moglie supera una grave malattia, e dopo aver servito di nuovo Bonifacio IX, nel marzo 1397 viene da lui nominato vicario papale di Todi, il 5 settembre promosso comandante dell'esercito pontificio e il 16 settembre rettore del ducato di Spoleto e delle terre degli Arnolfi. Nel 1398 passa al servizio di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, al quale è carissimo. Per lui combatte nel Mantovano. Nel giugno 1398 gli muore la moglie e nel 1399 preso da crisi religiosa si reca in pellegrinaggio in Terra Santa ricevendo l'ordine dei cavalieri del S. Sepolcro. Tornato a Rimini il 17 luglio vi rimane fino al 1402 quando sempre al servizio dei Visconti combatte contro i Bentivoglio di Bologna, sbaraglia a Casalecchio del Reno le truppe bolognesi e fiorentine e diventa governatore "vice signore" di Bologna. Opera poi in Umbria fino a quando alla morte di Gian Galeazzo (3 settembre 1402) la vedova Caterina lo chiama il 18 settembre a far parte del Consiglio di reggenza. Nel frattempo viene mandato con Facino Cane a Brescia in soccorso dei viscontei assediati da Pietro Gambara e da altri "nobili" bresciani nel forte Paganora. Dopo aver soffocato nel dicembre una sommossa insorta a Como, anche per appianare pendenze finanziarie e crediti di duemila ducati nei riguardi del ducato per i suoi servizi, il 19 aprile 1404 ottiene da Caterina Visconti il decreto ("in pegno" di paghe dovutegli) di nomina a signore di Brescia. Vinte le resistenze specie del castellano Giovanni dell'Agnello il I maggio prende il possesso della città. Da qui parte per sottomettere il 28 settembre Montichiari che non riconosce come signori se non i Visconti. Resiste ai tentativi operati contro di lui da Estore Visconti, figlio naturale di Barnabò che egli fa prigioniero, dopo averne sconfitte le truppe a Cologne e a Provaglio d'Iseo e inoltre a Gian Maria e Filippo Maria Visconti, succeduti, alla madre nei domini viscontei. Contro le mire sul bresciano e poi sul Bergamasco (da quando Pandolfo ne diventerà pure per acquisto signore nel febbraio 1408), Pandolfo combatte a lungo mentre cerca di farsi arbitro della politica lombarda firmando il 5 settembre 1405 una lega con Cremona, Lodi, Crema e i Visconti. Intanto nel 1407 riesce a risottomettere Chiari, Pontoglio, Rudiano, Gambara e Montichiari e la Valle Camonica insorti contro di lui. Più tardi, nel 1413, combatterà contro Cabrino Fondulo riconquistando il castello di Quinzano. Per assicurare la sua signoria Pandolfo rafforza alcune rocche e castelli (come Chiari e Quinzano) e allestisce una flotta sul Garda, affida cariche a nobili e cittadini fanesi. Crea, infatti, podestà di Brescia il conte Francesco di Montecchio, vicari generali Ugolini de Pili, Matteo de Petrucci, Matteo di Montecchio, capitano della Cittadella il conte Francesco de' Negusanti, castellano della Rocca di porta Pile Bartolomeo de' Borgogelli, castellano di Rivoltella Pietro de' Martinozzi, castellano di Salò Lorenzo de' Martinozzi, castellano di Montichiari Guido de' Rodulphis, ecc. Nel contempo organizza la sua signoria su Brescia. Fissa la sua dimora nel 1407 nel Broletto che fa restaurare ed arricchire di un bel loggiato. Collega con una facciata in cotto la chiesa di S. Agostino con il palazzo Broletto, fa costruire una cappella di S. Giorgio che per gli affreschi affida a Gentile da Fabriano. Costruisce nuovi palazzi in città (fra cui il nuovo palazzo del Comune), e nella Cittadella, riatta ponti e strade. Chiama pittori e musici. Riorganizza le finanze bresciane: il 10 agosto 1406 istituisce la zecca che conia diverse monete. Emana un prestito forzoso imposto a tutte le sue signorie (comprese le Marche e la Romagna) e di cui vi è una particolareggiata documentazione nella Matricola Malatestiana. Emana una serie di provvedimenti riguardanti l'uso delle armi, la costruzione di fortezze, l'uso della caccia, ed obbliga inoltre i nobili residenti fuori Brescia a soggiornare in città per la maggior parte dell'anno. Nel 1412 istituisce una milizia stradale di cinquanta fanti al comando di un capitano per la sicurezza delle strade. Reprime sedizioni di nobili (fra cui i Boccacci) e di comuni riottosi e chiama anche dalla Romagna milizie per reprimere anche crudelmente ribellioni. Duro contro ogni ribellione concede però privilegi alla Valsabbia e alla Valtrompia, concedendo libertà di commercio delle ferrarezze e parziale esenzione da dazi. Dà impulsi all'industria delle armi, ratifica le provvisioni della Università del Naviglio Grande (1415). E inoltre considerato come colui che da' il primo vero impulso alla cultura bresciana dell'Umanesimo e del Rinascimento. Egli stesso si circonda di letterati fra i quali Bartolomeo Baiguera, chiama pittori quali Gentile da Fabriano che dipinge la cappella del Broletto, Bartolomeo Testorino, Giovannino da Nova, Mignone e Giacomo da Milano, Antonio da Cremona, Bartolomeo Bonardi, Giuseppe Zuncano, Guglielmo da Napoli alcuni dei quali lavorano alla decorazione del Broletto, altri in Castello. Si attribuisce a lui e alla Cappella di musici venuta a Brescia al suo seguito l'impulso ad un movimento musicale già in atto. Ricorrono infatti nei codici dell'epoca i nomi di Mattheus de Brixia, di un Praepositus Brixiensis (che sembra si possa individuare in Melchior de Brescia), e Antonius de Leni o Aleni. Egli stesso continua a coltivare il francese e il provenzale e compone versi latini fra i quali quelli dedicati a Isotta Nogarola . Tutto ciò avviene fra continue guerre e contrasti. La scomparsa nello stesso giorno (16 maggio 1412) di due acerrimi nemici, Facino Cane e Gian Maria Visconti, spinge Pandolfo a sbarazzarsi delle famiglie bresciane più potenti che hanno tramato contro di lui. Esilia i Maggi, gli Ochi, gli Isei e ne incamera le sostanze. Poi annienta quasi del tutto i Boccacci rei di essersi accordati con Facino Cane e di aver fomentata la ribellione di Rivoltella, Lonato e Carpenedolo. Nello stesso anno sottomette la Valcamonica. Poi come vice comandante delle truppe venete, combatte in Friuli vittoriosamente al comando di re Sigismondo, contro gli Ungari. Nel maggio 1413 riprende le ostilità con Filippo Maria Visconti fino all'accordo detto di Porta Giovia. Pandolfo si porta in Umbria per liberare il fratello Carlo, fatto prigioniero da Braccio da Montone, per conto del Visconti e che riesce a riscattare versando 60 mila fiorini. Ritornato nel Bresciano nel giugno 1417, dopo mesi di assenza, corre in aiuto di Cabrino Fondulo, signore di Cremona, minacciato dai Viscontei e particolarmente da Francesco Bussone detto il Carmagnola. Nell'ottobre 1418 ospita in Broletto per alcuni giorni Papa Martino V reduce dal Concilio di Costanza. Il Papa a sua volta riesce ad ottenere una tregua d'armi fra Pandolfo e Filippo Maria Visconti raggiunta il 20 dicembre 1418, e ratificata in Mantova dal Papa il 30 gennaio 1419. Pandolfo rimarrà vita natural durante signore di Bergamo e di Brescia. Dopo la sua morte tutta la Lombardia passerà ai Visconti. La pace dura poco. Filippo Maria Visconti cerca di aggirare la signoria malatestiana. Manda il Carmagnola contro Cremona. Ma il Malatesta accorso in aiuto riesce a fermare i ducali a Castelleone. Dopo aver tentato invano una manovra diplomatica con Venezia e con il Papa, il Visconti manda il Carmagnola nel Bergamasco. Egli occupa la sponda bergamasca del lago di Iseo, acquista Martinengo con 19 mila fiorini e il 5 luglio 1419 occupa Bergamo. In seguito cadono nel Bergamasco altri presidi malatestiani. Ridottosi nel Bresciano, Pandolfo cerca appoggi a Firenze e a Venezia, dalla quale ottiene solo un atteggiamento di neutralità. Ciò scatena i Viscontei che rapidamente occupano dal 3 aprile 1420 e in poche settimane, Montichiari, Carpenedolo, Castelgoffredo, Orzinuovi, Orzivecchi, Palazzolo, Pontoglio e Rovato. Dopo aver resistito al possibile è costretto a rinchiudersi in Brescia. Sbaragliato, fra Carpenedolo e Montichiari l'8 ottobre 1420, l'esercito del fratello Carlo accorso in suo aiuto, a Pandolfo non resta che resistere a oltranza oppure scendere a patti. È quello che fa chiedendo ed ottenendo una "buona uscita" per 34 mila fiorini. Il 21 marzo 1421 Pandolfo lascia Brescia, e si racconta che mentre fa i bagagli declama o canta versi francesi. Logica conclusione di una signoria condotta da un capitano di ventura. Ritorna a Fano con tre figli naturali: Galeotto Roberto (v. Malatesta Galeotto) nato da Allegra de Mor o Moro nel 1411, Sigismondo Pandolfo (v. Malatesta Sigismondo),che sarà magnifico signore di Rimini n. nel 1417, e Domenico Malatesta Novello (n. nel 1418), quest'ultimi due figli di Antonia da Barignano, o da Bargnano. Dai cognomi delle madri sembrano essere bresciani di nascita. Nominato capo delle milizie fiorentine, nel 1423 si batte contro Forlì e il suo giovane signore Tebaldo Ordelaffi sobillato dal duca di Milano. Dopo un iniziale successo, finito in una imboscata, viene sconfitto. Si rifà nella primavera del 1424 conquistando, con il fratello Carlo, il castello di Fiumano e poi Sadurano. Il 28 luglio 1424, sempre a capo dell'esercito fiorentino, veniva battuto a Zagonara. Conclusa la pace, negli anni 1425-1426 si dedica alla signoria di Fano, che fortifica, ricostruendone le mura. Dopo essersi di nuovo sposato, nel settembre 1427, mentre è diretto a Loreto in pellegrinaggio a piedi viene sorpreso dalla morte secondo qualcuno il 4, secondo altri il 10 ottobre, secondo altri ancora in settembre. Sul Malatesta gli studiosi bresciani hanno espresso giudizi per lo più severi. Il più equilibrato sembra quello di Ginevra Zanetti che ha scritto che "dando uno sguardo generale all'opera multiforme di Pandolfo, soprattutto sulla scorta dei preziosi documenti dell'archivio di Fano, si vede come l'attività di lui, lungi dal limitarsi alla difesa della signoria contro le rivolte dei nobili sediziosi e dei comuni riottosi, ebbe mire assai più vaste. Senza che si possa contrapporre al giudizio unilaterale o al biasimo di alcuni storici un'apologia di Pandolfo, certo dai documenti fanesi la figura di lui si profila veramente bella, e di riflesso il periodo di storia bresciana sotto il suo dominio acquista un maggior valore e s'illumina di luce fulgida". A Rimini rimangono a ricordarlo la Rocca, Castel Sigismondo, il tempio di S. Francesco.