LECHI Giuseppe
LECHI Giuseppe
(Aspes di S. Zeno, 20 dicembre 1766 - Brescia 9 giugno 1836). Figlio primogenito del conte Faustino e della contessa Doralice Bielli. Giovanissimo, fu allievo del Collegio Teresiano l'accademia militare di Vienna, e si arruolò poi negli Ulani del regg. di Modena, a Vienna nel 1785, e ivi strinse amicizia con il Principe Giuseppe Poniatowsky, il futuro maresciallo di Francia, e con il Conte Giovanni Palffy, poi generale austriaco e morto a Marengo; passò poi come ufficiale del regg. "Kaiser" dei Cavalleggeri dell'Imperatore, comandato dal Ten. Maresc. Conte di Harrach, combattè e fu ferito il 7 ottobre 1792 all'assedio di Spira ottenendo la promozione a capitano. Congedatosi nel 1795 frequentò il Club dei Buoni Amici e divenne con i fratelli animatore della rivolta contro la repubblica veneta. Nello stesso anno in agosto, trasgredendo ad un preciso divieto, con Angelo si portava a Bormio presso lo zio conte Galliano e poi a Milano dove strinse amicizie con emissari francesi, con capi di società segrete gallofile e con gli stessi Napoleone e Murat. La notte del 17 marzo 1797 fu tra coloro che giurarono di vivere liberi o morire e il giorno appresso toccò a lui annunciare la fine del governo veneto e l'australizzazione della repubblica. Divenne subito comandante in campo del piccolo esercito giacobino che alla fine di marzo veniva sconfitto a Salò. Si adoperò nell'opera di sottomissione delle Valli bresciane rimaste fedeli a Venezia, assumendo nel giugno il comando della milizia cittadina. Nel luglio 1797 passa a Milano entrando nell'esercito della repubblica Cisalpina e il 21 ottobre 1797 invia un proclama ai Valsabbini ancora insofferenti del giogo giacobino. Nel gennaio 1798 viene nominato generale delle truppe repubblicane con l'incarico di operare con una brigata nelle Romagne, nell'Umbria e nelle Marche. E a città di Castello con una brigata di Cisalpini. Vi proclama la repubblica; furono udite grida di "Voici notre Dieu" e il fanatismo arrivò al punto che gli fu offerta la grande pala dello Sposalizio di Raffaello anche se poi disse che gli si voleva offrire una copia mentre egli aveva esigito l'originale. Teodoro Lechi che era presente scrisse che il quadro venne consegnato dalla Municipalità al fratello con le parole: «Viva il nostro padre, gli affidiamo il più bel monumento della città, e vogliamo che lo accetti». La stupenda pala venne poi alienata da Giuseppe Lechi nel 1804 per far denaro. Il dono diede poi origine a polemiche vivaci. Nel 1799 è a capo di una delle due brigate dell'esercito cisalpino, formata da molti bresciani, che egli guida nelle operazioni della Valtellina e dei Grigioni, in avanguardia alla divisione francese del Dessolles. Nel marzo vince nelle vicinanze dei Bagni di Bormio valica il passo di S. Maria discendendo a Mustair ma la sconfitta a Tanfers del gen. Laudon lo costrinse a ridiscendere in Valtellina e a Milano. Per il suo comportamento ha la spada d'onore. Di fronte all'avanzata austro-russa il 20 aprile 1799 compie una scorreria a Brescia, occupata il giorno dopo dai nemici. Parte per la Francia su incarico del Bonaparte si dedica ad organizzare a Digione e a Bourg en Bresse (Germania) la Legione Italica composta di cisalpini di cui il 19 dicembre 1799 diventa generale di brigata in esilio. A capo della stessa, passato il passo del S. Bernardo nel maggio 1800 scende attraverso la Val d'Aosta in Italia. Sconfitta a Varallo la brigata Rohan si congiunge a Sesto Calende con il Moncey. Dopo aver minacciato Arona e i paesi del Lago Maggiore, sempre proteggendo sulla destra l'esercito francese il 4 giugno 1800 è a Varese, da dove punta su Lecco e su Bergamo. Dal suo quartier generale di Coccaglio il 9 giugno 1800 invia "al popolo di Brescia, Valli e Territorio" un proclama annunciando loro la prossima liberazione e invitandoli ad armarsi a saccheggiare i magazzini e a ribellarsi contro i barbari del Nord. Il 10 giugno entra in Brescia e costituisce un governo provvisorio. Subito punta contro i ribelli delle Valli bresciane e del Garda. Dopo la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) riceve una spada d'onore e viene nominato Generale di Divisione sul campo mentre le sue truppe vengono citate all'ordine del giorno come benemerite della Patria. Dal Brune, comandante supremo in Italia, ha l'incarico di congiungersi a Macdonald che scende dai Grigioni ciò che avviene a Pisogne nel dicembre 1086. Punta poi con lui su Trento, di cui le sue truppe si impadroniscono nel gennaio 1801. Dopo la pace di Lunèville (9 febbraio 1801) gli viene affidata la divisione di Milano; Il 1801 e il 1803 è a Milano uno dei personaggi di spicco, sostenitore del partito di Murat e di una cospirazione unitaria nazionale. Nell'ottobre 1801 ottiene da Murat la restituzione alla Guardia Nazionale di Brescia di 4 cannoni donati da Napoleone e poi sequestrati. Nel novembre 1801 viene nominato fra i membri dell'assemblea dei conti di Lione, sebbene, essendo generale in carica, la sua nomina sia incompatibile. Imposto da Murat siede nel collegio dei possidenti. Protestò decisamente contro la indicazione di «ex veneti» dato ai componenti la sua sezione (III a , dichiarando di non ricordare più di esserlo stato sentendosi solo cisalpino. Nel gennaio 1802 viene chiamato a far parte del Corpo legislativo anche se non riesce a trovarsi d'accordo con il Melzi, contro il quale si schiera parteggiando col Murat nell'affare Ceroni che aveva pubblicato un carme antifrancese. Nel frattempo, iscrittosi alla Loggia Massonica Amalia Augusta di Brescia ne diviene un dignitario. Abbandonato il comando di Piazza di Milano nel 1803 ha l'incarico di formare una terza divisione dell'esercito italico e di portarsi nelle Puglie per parare ogni eventuale sbarco da parte dell'Inghilterra. In tale circostanza viene accusato dal primo ministro del re di Napoli, Acton di congiurare, in accordo con il Verdier, suo capo gerarchico, per liberare l'Italia dal dominio francese e ricomporre la penisola ad unità sotto lo scettro del re di Napoli. Ma Napoleone a Talleyrand che gli riferiva tali voci rispondeva reciso: «Tutti questi pettegolezzi di Napoli sono miserabili». Nel dicembre 1804 è a Parigi dove gli viene concessa la stella della Legion d'Onore e nel giugno 1805 riceve a Montirone la visita dell'Imperatore stesso. Nel novembre 1805, aggregato alla Grande Armèe, sosterrà i generali Gouvion - Saint Cyr e Massena nel blocco di Venezia, ostacolando verso Castelfranco le truppe austriache. Nel giugno 1806 con Massena e Rayner occupa il Napoletano al comando dell'ala sinistra dell'esercito. A Napoli sosta parecchio tempo, con ruoli importanti. Il 6 dicembre 1807 è nominato comandante provvisorio della divisione di osservazione dei Pirenei Orientali e il 29 gennaio 1808 viene impiegato nell'occupazione della Spagna con la sua divisione italo-napoletana. Il 29 febbraio col battaglione dei veliti reali occupa di sorpresa la cittadella di Barcellona, scacciando gli spagnoli che a notte tarda abbandonano anche il forte di Monjous. Il 22 agosto 1808 respinge decisamente gli spagnoli mettendoli in rotta. Nel novembre 1808 compie una brillante ricognizione nei dintorni di S. Cugat e Rubi; il 26 guida le truppe italiane ad impadronirsi del campo trincerato della città di Rosas e del forte Bottone; nello stesso giorno sostiene un forte attacco degli spagnoli a Barcellona, che il 28 respinge, con una sortita, dalle posizioni occupate. Nel frattempo viene nominato comandante superiore di Barcellona. Una nuova brillante sortita il generale compie il 16 dicembre. Più decisa ancora la sua azione nell'aprile 1809. Il 17 con i suoi 3 mila italiani di cui 250 a cavallo, entra a Centella, Tona e Vique e, il giorno dopo, occupa Manleu sul Ter. Il 24 aprile muove verso Figueras che conquista il 27 per puntare poi il 13 maggio su Genova. Occupa inoltre Matarò e assalta Lobrugat. È temutissimo dagli spagnoli per il suo coraggio e l'instancabile azione, tanto da venir chiamato "el diablo del caballo blanco". Ma viene accusato anche di crudeltà e di soprusi compiuti soprattutto in Catalogna tanto da venire accusato di essere "un nuovo Verre" . Se nel 1809 aveva sdegnosamente respinte le avances del generale spagnolo Vives, che gli aveva mandato un suo aiutante di campo per convincerlo a tradire e a consegnare Manjous con larghissime promesse di onori e di denaro, il Lechi non potè sottrarsi a severe inchieste. Nonostante le sue energiche difese il 10 settembre 1809 viene congedato e il 15 settembre 1810 chiamato a Parigi per discolparsi, il 3 ottobre arrestato sotto accusa di concussione. I grandi servigi che aveva resi all'Impero, la stima di cui godeva in Italia la sua famiglia, fecero si che Napoleone non volle lo si traducesse innanzi ad un Consiglio di Guerra. Intervenne in suo aiuto Murat che lo richiese a Napoleone e il 30 ottobre 1813 veniva condotto alla frontiera del Regno Napoletano arrivando a Terracina il 24 novembre 1813. È stata ritenuta importante l'influenza di Lechi su Murat per un progetto di indipendenza italiana. Entrato al servizio di Murat e di Napoli, fu suo Tenente Generale ed Aiutante di Campo; governatore della Toscana (1814), stipulò con Fouchè la Convenzione di Lucca (24 febbraio 1814) favorevole al Murat. Fu governatore delle Puglie ed incaricato di Alta Polizia (1814-1815). Partecipò infine alla sfortunata campagna indipendentistica di Murat, segnalandosi in tutti gli scontri. Comandante della III legione risale l'Abruzzo e le Marche; incitando Murat stesso alla guerra contro l'Austria. Caduto Murat tenta di portarsi in Francia ma caduto nelle mani degli austriaci che presidiavano la Toscana venne processato e condannato a tre anni di fortezza che scontò a Temeswar in Ungheria e poi a Lubiana. Liberato nel febbraio 1818 si stabilì a Montirone. Continuò ad essere sorvegliato dalla polizia. Nel luglio e agosto 1820 trovandosi con la moglie a Venezia, la polizia segnalava al governatore tutte le persone che lo avevano avvicinato escludendo che facesse discorsi politici. In verità egli non aveva rinunciato alle sue idee politiche: infatti, nella cospirazione dei "Federati" del 1821, è designato ad assumere il comando militare della Lombardia, come risulta dai documenti confiscati dall'Austria al principe della Cisterna: fallita la congiura nel 1822-1823 comparve nel processo ai bresciani il nome di un Lechi come capo di federati carbonari; i sospetti della polizia si appuntarono su di lui, mentre si trattava del fratello Luigi. Più tardi in un elenco di ex massoni compilato dalla Polizia austriaca di Milano dopo i moti del 1831, si accertava che quantunque fosse stato sospettato di complicità nei maneggi settari dei federati, il suo contegno non offre ora appiglio a rilievi benchè l'intera famiglia Lechi sia avversa all'Austria. Giuseppe Lechi fu conte di Bagnolo, di Nogarole e della Meduna, conte dell'Impero Francese con feudo di Pomerania Svedese, Commendatore della Corona Ferrea, Grand Aigle della legion d'Onore, Gran Dignitario dell'Ordine reale delle Due Sicilie e dell' "Onore e Fedeltà", e proposto per una decorazione del Regno napoleonico di Spagna. Aveva sposato a Montirone il 15 giugno 1818 Sextina-Elèonore Simèon, figlia del conte Joseph Jèrome Simèon, Pari di Francia e Ministro Segretario di Stato per Luigi XVIII°. Lasciò manoscritte le "Memorie della mia vita".