GARDONE VAL TROMPIA

GARDONE VAL TROMPIA (in dial. Gardù, in lat. Gardonis Vallis Trumplinae)

Importante cittadina industriale, situata nella media valle Trompia, distante circa 18 km. da Brescia, a 332 m. sul livello del mare. Il territorio comunale, percorso longitudinalmente dal fiume Mella e dalla strada statale n. 345 delle "Tre Valli", ha una superficie che misura 2701 ettari e presenta caratteristiche prevalentemente montuose. Le quote estreme toccano rispettivamente m. 301 e m. 1391. I monti Lividino (m. 1361), Corni Rossi (m. 1356), e le pendici del S. Emiliano (m. 1192) delimitano la valle Trompia per la parte ricadente sul territorio del comune: i monti Almana (m. 1391) e Lividino formano la valle di Inzino, percorsa dal torrente Re; il Rodondone e l'Almana fissano i termini della valle di Gardone, solcata dal torrente Tronto che, al pari del suo gemello, affluisce nel Mella. Nell'ambito comunale si distinguono tre nuclei abitati: Gardone, il capoluogo, sviluppatosi in gran parte sulla riva destra del Mella, in un ampio fondovalle che raggiunge a S i confini del comune di Sarezzo e si salda a N con la frazione di Inzino. All'altezza di questo centro, si diparte dalla statale la strada comunale che raggiunge a NE l'abitato di Magno, situato a 615 m. sul livello del mare. Tra Inzino e Magno si è recentemente promosso un nuovo insediamento urbanistico nella zona detta "Padile", mentre proseguendo oltre Magno per 7 km. si raggiunge Caregno, a circa 1000 m. di altitudine. Località minori nel territorio comunale: a NO Anveno, distante poco più di tre chilometri dal centro storico del capoluogo; a SO Domaro e Pïaule.


Abitanti (Gardonesi, nomignolo: "balù") Popolazione: 1560 nel 1478, 940 nel 1493, 1200-1500 nel 1542, 1600 nel 1567, 1025 nel 1609, 1483 nel 1622, 1043 nel 1635, 1172 nel 1639, 1500 nel 1651, 1700 nel 1656 e nel 1668, 1740 nel 1671, 1741 nel 1674, 1668 nel 1700, 1490 nel 1731, 1450 nel 1732, 1436 nel 1735, 1459 nel 1756, 1215 nel 1762, 1315 nel 1763, 1490 nel 1766, 1445 nel 1769, 1441 nel 1771, 1459 nel 1776, 1684 nel 1788, 1527 nel 1796, 1490 nel 1797, 1456 nel 1798, 1460 nel 1800, 1400 nel 1828, 1682 nel 1861, 2173 nel 1881, 2740 nel 1901, 3559 nel 1921. Il regio decreto del 27 ottobre 1927 associa al comune di Gardone quelli di Inzino e Magno che diventano frazioni del capoluogo. Nei successivi censimenti la popolazione del nuovo, più esteso ente locale, risulta fissata nelle seguenti cifre: 8704 nel 1951, 10.407 nel 1961, 11.492 nel 1968, 11.990 al 31 dicembre 1980. Circa l'origine del nome "Gardone" nulla si può affermare con assoluta certezza. Secondo notizie e tradizioni raccolte anche da storiografi contemporanei, il toponimo deriverebbe dalla forma alterata, accrescitiva di "Guarda", voce che riconduce alla esistenza di una rocca che sarebbe stata costruita, in tempi remotissimi, sul colle ora dominato dal santuario della Madonna del Popolo. Il fortilizio sarebbe stato protetto da una guarnigione che avrebbe avuto il compito di controllare dall'alto la valle del Mella e quella del torrente Re. In una pergamena datata 14 febbraio 1317, un tempo conservata presso l'archivio comunale di Bovegno ed attualmente custodita nell'archivio di Stato di Brescia, è scritto che il capitano della Valtrompia pone talvolta la sua residenza nel castello di Gardone. L'importante testimonianza non indica il luogo esatto sul quale sorge la costruzione fortificata: non si può dunque affermare che essa sia stata innalzata proprio sull'attuale colle di san Rocco; tuttavia il documento prova l'esistenza sul territorio di Gardone di un fortilizio e tanto basta ad offrire almeno un puntello, anche se non solidissimo, alla ricordata etimologia, affermata peraltro attraverso memorie e tradizioni secolari. Le tracce superstiti dell'epoca preromana sono quasi affatto cancellate: è da ricordare solo un "paalstab", o ascia, con alette molto prominenti. Il reperto, stimato dell'età del bronzo, è ora conservato nel Museo Romano che custodisce anche altri documenti archeologici trovati a Gardone e risalenti all'epoca imperiale. Particolarmente notevoli sono alcuni eleganti bronzetti ed utensili. A questi si aggiungono due iscrizioni votive: la prima, scoperta a Gardone, è dedicata a Brasenno; la seconda, rinvenuta a Inzino, è sacra a Tullino. Il messaggio di queste epigrafi è molto importante perché testimonia il permanere di culti indigeni anche dopo il trionfo delle armi romane nella valle Trompia. Può ritenersi probabile che nel periodo imperiale la presenza romana ed autoctona sia stata più rilevante a Inzino che a Gardone: di ciò sembra convinto Paolo Guerrini quando scrive che a Inzino era il centro direttivo delle autorità pagensi e che qui esisteva anche un tempio pagano con relativo collegio di sacerdoti. Si tratta forse del "pagus lulius" del quale si fa menzione in una iscrizione trovata proprio a Inzino? Il punto interrogativo è d'obbligo poichè gli epigrafisti ritengono che l'attestazione debba ancor oggi considerarsi di incerta collocazione. Il passaggio dalle forme organizzative del periodo romano a quelle della pieve cristiana è uno dei nodi che la ricerca storica deve ancora sciogliere; nello stesso tempo rimane da chiarire in quale modo molti beni del demanio romano siano passati all'amministrazione delle pievi. Si sa invece che, dal momento nel quale sorgono in valle Trompia queste istituzioni cristiane (sec. VI), Inzino ha la preminenza su Gardone che inizialmente è soltanto una cappellania, nella quale, con il consenso e per la facoltà concessa dall'arciprete pievano, un sacerdote celebra la messa festiva ed amministra i sacramenti. La pieve, sorta per contrastare nelle campagne e nelle vallate le persistenti orme di culto pagano e per favorire il diffondersi del cristianesimo, promuove, nei secoli dell'alto Medioevo, anche una vera e propria opera di educazione sociale e di rinnovamento culturale, ricostruendo quel tessuto comunitario e quei valori che condurranno, nel tempo, alla costituzione prima della vicinia e quindi del comune. Della prima di queste istituzioni si ha notizia nei più antichi statuti valligiani: quelli di Pezzaze del 1318, di Bovegno del 1341, di Cimmo e Tavernole del 1372. Si può dunque credere che, almeno in alcune fra queste località, essa sia attiva fin dalla seconda metà del secolo XIII. Purtroppo non si sono finora rinvenuti né gli ordinamenti né atti di sorta dell'antica vicinia di Gardone; non si dovrebbe comunque andar troppo lontano dal vero se si pensasse che essa fosse già attiva nella seconda metà del secolo XIV. Anche degli statuti comunali di Gardone non si è finora trovata copia alcuna. È certo che fino al 1422 il paese non ha un proprio ordinamento civico codificato poiché in una ordinanza del 16 giugno di quell'anno, con la quale il giudice dei Chiosi del podestà di Brescia impone che i comuni di valle provvedano a riparare la strada valligiana, non c'è alcun cenno al comune di Gardone; il paese è, evidentemente, ancora legato a Inzino. Una annotazione manoscritta, recentemente e fortunatamente venuta alla luce nel corso di alcune ricerche, induce a credere che il codice comunale gardonese risalga al 1436; si tratta tuttavia di un'indicazione che attende ancora quella sicura verifica che può scaturire soltanto dal reperimento del testo statutario che il Cocchetti, scrivendo nel 1858, disse custodito in copia da una famiglia Bianchi. Non è, in ogni modo, improbabile che lo stesso governo veneto, notoriamente attento a favorire e proteggere le autonomie locali, abbia incoraggiato la redazione del codice comunale gardonese che, se fosse confermata l'annotazione della quale si è detto, potrebbe essere stato scritto nello stesso anno che vede la redazione del primo statuto generale di valle, o poco prima. Il governo della Serenissima (1426-1797) è accolto con largo favore dai valtrumplini in generale e dai gardonesi in particolare; i valligiani sono stati tra i primi a dichiararsi a favore della Repubblica e molto hanno contribuito al successo delle armi di S. Marco quando si è trattato di assestare il colpo decisivo al mal tollerato dominio del duca Filippo Maria Visconti. Conclusa la campagna bellica, Venezia si mostra subito benevola verso i suoi più generosi fautori concedendo loro larghe esenzioni fiscali e ampi privilegi che riguardano sia il traffico di vino, olio e biade sia il commercio delle ferrarezze. Speciali disposizioni proteggono il lavoro degli archibusari. Non occorre dire che le particolari provvidenze del governo giungono graditissime ai gardonesi. La tradizione afferma, anzi, che per onorare san Marco, patrono della Repubblica, essi avrebbero in questi anni dedicato a lui la loro chiesa. Ma non è inverosimile che già la primitiva cappella, probabilmente risalente al secolo XIV e quasi sicuramente dotata di beneficio clericale nel 1410, sia stata dedicata all'evangelista. Nel secolo XV la chiesa è orientata diversamente rispetto all'odierna parrocchiale, ma è edificata su un'area assai prossima a quella occupata dall'attuale prepositurale. Durante la lunga dominazione veneta Gardone diventa il centro al quale naturalmente si riferisce la produzione delle armi richieste dalla Serenissima; l'importanza cui nel volgere di pochi decenni assurge il paese è dimostrata anche dall'intensa attività dei notai del luogo, dei quali rimangono gli atti a partire dal 1490. Il governo è evidentemente interessato quant'altri mai a favorire la produzione armiera per suo uso e consumo ma non sempre il momento politico richiede largamente il prodotto; d'altra parte la Repubblica non può permettere che le armi eccedenti il suo fabbisogno prendano indiscriminatamente e allegramente la via dell'estero. Non raramente il Senato deve dunque trovare una conciliazione tra gli interessi dello Stato e quelli dei gardonesi, i quali, ben consci della qualità delle loro canne, sanno, quando occorra, far la voce grossa, o più spesso, beffardamente sfuggire alle pur rigorose leggi governative. Il contrasto di interessi tra la Repubblica e i produttori di armi provocherà tra l'altro ripetute emigrazioni di maestranze. Un primo accenno a questo fenomeno si ha già in un dispaccio, spedito dai rettori bresciani al Consiglio dei Dieci, in data 3 aprile 1505. Nella lettera si scrive che alcuni maestri d'archibugi, schioppetti e ballotte sono usciti dai confini dello Stato spingendosi fino a Domodossola, terra soggetta alla giurisdizione dei conti Borromeo. Il documento, pubblicato dal Morin, è molto importante perché è il più antico atto dal quale si apprende esplicitamente che proprio a Gardone si producono armi da fuoco. Uno sguardo anche molto fuggevole e parziale alle licenze di esportazione concesse dai rettori veneti ai maestri di canne informa che, intorno alla metà del Cinquecento, il prodotto bresciano, e quello gardonese in particolare, è richiesto oltre che in tutti i principati grandi e piccoli della Penisola, anche sui principali mercati europei. Fra i più importanti acquirenti si annoverano l'imperatore Carlo V, i re di Francia e d'Inghilterra, i cavalieri di Malta. Gli archibugi e i moschetti sono le armi più vendute ma non mancano ordini per corsaletti, celate, ferri da pica. Negli atti d'archivio ricorrono con insistenza i cognomi delle più antiche famiglie che, mentre si creano una propria fortuna, contribuiscono al miglioramento generale dell'economia del paese. Sono cognomi notissimi agli studiosi di armi antiche: Acquisti, Belli, Chinelli, Cominazzi, Daffini, Franzini, Gatelli, Manenti, Moretti, Mutti, Piccinardi, Rampinelli, Savoldi, Timpini, Zambonardi, per non parlare dei Beretta proprietari di un'industria che, secondo quanto afferma il Morin, può ritenersi attiva in Gardone già nel Quattrocento, anche se le prove documentarie e inconfutabili si riferiscono soltanto alla seconda metà del secolo seguente. In una relazione spedita al Senato il 20 settembre 1553 il podestà di Brescia scrive che a Gardone tutti gli uomini girano armati di archibugio e che perfino le donne ne portano uno in mano ed uno alla cintola, da ruota. Ciò tuttavia non significa che la popolazione, per quanto fiera e rude, sia sempre e soltanto occupata intorno al ferro e al fuoco delle sue fucine. Una voce non del tutto irrilevante dell'economia gardonese è data dallo sfruttamento delle zone boschive e da pascolo: la tutela di questo patrimonio è cura gelosa del comune e dei privati. A delineare, sia pure in modo inevitabilmente sommario, la realtà socioculturale del paese nel secolo XVI, si aggiunga che Gardone è probabilmente l'unico comune valtrumplino che mantiene un maestro di scuola; inoltre coloro che fabbricano le canne sanno quasi tutti leggere e scrivere. È lecito vedere in questo impegno di alfabetizzazione, che peraltro non raggiunge, ovviamente, tutti gli strati sociali, un intento anche utilitaristico, in relazione diretta con gli interessi legati alla principale attività produttiva; ma, dati i tempi, non sembra davvero troppo poco. Anche nelle vicende politico-istituzionali Gardone è parte importante. Appartiene alla sua comunità uno dei due ufficiali che, secondo lo statuto di Valtrompia, deve mantenere i rapporti con gli altri comuni e con il Consiglio di Valle. Il grande sviluppo della sua economia ha rapidamente condotto il paese ad un notevolissimo incremento del dato demografico; fin dalla seconda metà del secolo XV esso si mantiene largamente superiore a quello del più antico centro di Inzino e ciò costituisce una delle ragioni che inducono la popolazione a chiedere con insistenza la separazione dalla pieve. Gli altri motivi che suffragano la domanda di un'autonoma vita religiosa sono indicati nelle spese sostenute per la fabbrica della chiesa di S. Marco, già ampiamente provvista di croci, calici e paramenti e nella eccessiva distanza di alcune contrade gardonesi dalla pieve d'Inzino, fatto che pregiudicava gravemente la frequenza alle sacre cerimonie di vecchi, donne gestanti e bambini e soprattutto impedisce l'amministrazione tempestiva dei sacramenti, con particolare riguardo al battesimo ed alla estrema unzione. Tenendo conto di queste argomentazioni, il giorno 8 febbraio 1542, Antonio, cardinale di Santa Sabina, a nome del regnante pontefice Paolo III Farnese, accoglie le istanze dei gardonesi e concede la separazione da Inzino. In seguito al decreto del gran Penitenziere, la chiesa di S. Marco, disgiunta da quella di S. Giorgio, viene eretta in nuova cura, con diritto di fonte battesimale, campanile e campane e dotata d'un reddito annuo di 15 ducati d'oro di camera, tratto da tre appezzamenti di terra già della fabbrica della chiesa. È anche concesso alla comunità di Gardone il giuspatronato nell'elezione e nella deposizione dei curati o rettori della loro chiesa. All'esecuzione del decreto di separazione si oppone Pietro Malatesta, arciprete d'Inzino e cittadino veneto. Il sacerdote provoca un lungo e contrastato processo che si conclude solo nell'ottobre 1544 con l'affermazione delle ragioni di Gardone. Secondo Luigi Falsina, che di tutto questo interessantissimo capitolo delle vicende gardonesi ha pubblicato un'ampia sintesi, la serie dei rettori si apre col nome del reverendo Pietro Rossi da Fasano. Per una vicenda felicemente conclusa, un'altra si mantiene invece aperta ancora per molti anni ed anche questa è di carattere religioso. Le sue origini hanno tuttavia relazione con la principale occupazione dei gardonesi, i quali, per ragioni che ben si comprendono, mantengono stretti rapporti con i minatori dell'alta valle: una crisi che si manifesta nell'attività estrattiva o per cause ad essa collegata si ripercuote naturalmente sulla produzione delle canne. È quanto avviene intorno al 1520, quando Venezia impone un pesante dazio sull'estrazione del ferro. Immediatamente si produce una riduzione dell'attività e molti valligiani sono costretti a cercar lavoro oltre i confini della Penisola, segnatamente nella Carinzia e in Francia. Essi conoscono in tal modo le dottrine protestanti e, una volta risoltasi la crisi, portano nella loro valle le nuove idee. Se si aggiunge che nelle miniere dell'alta valle è accertata nel secolo XVI la presenza di maestranze tedesche, si capisce con quale forza e per quali vie siano penetrate in Valtrompia le tesi protestanti. Fra le varie dottrine, l'anabattismo meglio si adatta a dar forma concreta alle aspirazioni riformistiche delle classi sociali più umili; sebbene vanti aderenze in tutti i ceti, esso è diffuso in prevalenza tra gli artigiani. Una volta infiltratasi, l'eresia trova terreno fertile e facile diffusione. La stessa autonomia giuridica della valle può indurre, fino a un certo segno gli eretici a sentirsi protetti da possibili persecuzioni. In breve i centri maggiori di diffusione del pensiero eretico divengono Collio, dove fa propaganda il Frate Gomezio Loviselli degli Osservanti di San Francesco, e Gardone, dominato da un triunvirato composto da Stefano de' Giusti, Giovan Marco Rampinelli e Girolamo Allegrotti. Quest'ultimo è stato invitato a Gardone dal de' Giusti, medico cremonese, che è il capo della comunità anabattista. Sebbene il gruppo gardonese non riesca a maturare ardite speculazioni, tuttavia raccoglie un largo seguito nel quale spiccano, oltre al ricordato Rampinelli, i nomi di noti maestri di canne del paese: Andrea Chinelli, Giuseppe Cominazzi, Cipriano Daffini, Maffeo Franzini e altri. Anche nei centri limitrofi il proselitismo è attivo e ciò è più che sufficiente perché si apra un processo contro i capi della comunità eretica. I rettori e il vescovo domandano che il procedimento si svolga a Brescia ma il Senato ne impone la celebrazione a Venezia. Le imputazioni ripetono parecchi motivi comuni al credo della Riforma: accuse specifiche contro gli inquisiti sono sostenute da Giovanni Martinelli, curato di Gardone. Dopo un ampio dibattito, la vicenda giudiziaria si conclude verso la fine del 1550 con la sottoscrizione dell'abiura da parte di Girolamo Allegretti e Stefano de' Giusti mentre altri imputati sono condannati al bando. Un'interessante lettera, pubblicata nella sua recente tesi di laurea da Elena Sonzogni attesta che l'Allegretti è costretto a pronunziare pubblica ritrattazione in Gardone, dal pergamo della chiesa di S. Marco. Dopo questo solenne atto, l'irrequieto domenicano viene sollecitamente rispedito al suo convento in Dalmazia ma la comunità anabattista gardonese sopravvive. Il 25 febbraio 1556 il Generale dell'Ordine degli Osservanti di san Francesco, frate Clemente, scrive al papa d'un disordine occorso a Gardone in spregio della religione e l'11 maggio successivo Bernardo Navagero, oratore veneto a Roma, riferisce al Consiglio dei Dieci lo sdegno dei cardinali e del papa per il gesto compiuto dagli eretici gardonesi i quali hanno bruciato le porte della chiesa e dei confessionali nel convento di Santa Maria degli Angeli. L'ira degli anabattisti si spiega tenendo presente che i padri francescani avevano inquisitori. I responsabili del sacrilego atto non sono scoperti soprattutto per la connivenza e l'omertà dei gardonesi ma anche per le caratteristiche stesse della geografia del luogo la quale offre rifugio tra le montagne e la possibilità niente affatto remota d'uno sconfinamento in territorio asburgico. I tentativi di debellare l'eresia con la forza si rivelano vani né molte conseguenze pratiche si ottengono con l'ordine, ripetuto dal Consiglio dei Dieci il 14 ottobre 1563, di applicare addirittura la pena di morte per gli scellerati eretici di Gardone. Anche la spedizione militare organizzata negli ultimi mesi del 1569 e nel 1570 il vescovo Domenico Bollani è costretto ad espellere dal loro paese parecchi gardonesi perchè gli risulta che essi seguono l'eresia. Gli involontari esuli vanno a raggiungere in Tirano altri conterranei che negli anni precedenti già vi hanno trovato rifugio e lavoro. La partenza forzata di questo gruppo di eretici per l'alta Valtellina coincide con un momento particolarmente prospero per l'economia gardonese poiché proprio a decorrere dal 1570, e fino al 1573, le contingenze internazionali fanno sì che la richiesta di armi sia molto sostenuta. Il Senato veneto ha infatti deciso di accettare la sfida dell'impero della Mezzaluna per il controllo delle acque dell'Adriatico e dell'Egeo. Pertanto il 10 aprile 1570 ai rettori di Brescia si raccomanda di adoperarsi in ogni modo perchè la produzione delle canne si faccia quanto più possibile alacre. I magistrati si danno da fare per la loro parte e i risultati sono senza dubbio eccezionali: a Gardone, dal 1570 al 1573, lavorando giorno e notte, senza rispettare la domenica, si producono ben 300 canne: un numero che pare incredibile ma è rigorosamente documentato. Profittando della favorevole congiuntura i maestri gardonesi non solo lavorano per il governo veneto ma vendono il loro prodotto anche a Milano, a Roma e in destinando a questi mercati, forse più redditizi, una parte di quelle medesime canne delle quali la Serenissima ha così urgente bisogno. Questa dispersione del prodotto non è affatto gradita a Venezia e il buon Daniele, capitano di Brescia, fa ciò che può per frenare un commercio che prende direzioni così diverse da quella desiderata dal governo. Si compiono intanto le operazioni di reclutamento per la guerra nel Levante che conoscerà il suo episodio più celebre nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571. Fra i 200 fanti al comando del capitano Ludovico Ugoni è compreso il caporale gardonese Graziadio Franzini, figlio di Bertolino, mentre fra i "remessi", agli ordini del capitano Camillo Brunelli, è presente Gian Giacomo Carzetto insieme con alcuni valtrumplini provenienti da Bovegno e Collio. La vittoria ottenuta nelle acque di Lepanto dalla lega cristiana sulla flotta turca è ricordata nella redazione riformata dello statuto di Valtrompia, pubblicata da Giacomo Britannico nel 1576. Il legislatore stabilisce che il 7 ottobre, dedicato a santa Giustina, debba considerarsi festivo. Come è ben noto, san Pio V sceglie quel medesimo giorno per istituire in tutto il mondo cristiano la festa della beata Vergine del Rosario. Con la Madonna e con i santi continuano ad avere scarsa confidenza gli anabattisti gardonesi che costituiscono anche negli anni Settanta del secolo XVI una grossa preoccupazione per le autorità ecclesiastiche e civili. Finalmente nel 1580 Gardone vive un avvenimento destinato a produrre, proprio nell'ordine spirituale, abbondanti frutti: la visita di san Carlo Borromeo. II cardinale si fa precedere da alcuni convisitatori, tra i quali merita un singolare ricordo Vincenzo Antonini. Egli giunge a Gardone il 4 aprile e vi trova una situazione religiosa ancora sensibilmente segnata dalla penetrazione delle idee anabattiste. L'opera inquisitoria sua e dei prelati al seguito di san Carlo, severa e tempestiva, conduce ad una serie di denunce nelle quali compaiono, tra gli altri, i nomi di Giuseppe Boselli, Lazzarino Cominazzi, Antonio e Ludovico Franzini, Giuseppe Minelli, Giuseppe e Caterina Mutti, Bartolomeo Viola. Alcuni maestri di canne, denunziati come eretici, sono già fuggiti in Valtellina; valgano per tutti i nomi di Girolamo Aiardi e Antonio Beretta, forse figlio di Bartolomeo, capostipite della celebre famiglia. L' Antonini rileva che nel paese è largamente esercitata l'usura, nella quale sono coinvolti i notai roganti nel luogo e autorevoli membri di associazioni caritative e confraternite laicali. Le stesse Scuole del Corpo di Cristo e della Concezione non sono ben amministrate: si devono lamentare alienazioni ed usurpazioni di non pochi beni. L'istruzione religiosa lascia molto a desiderare: si comincia dal vice rettore Nicola Rica che non dà documento degli ordini ricevuti né può mostrare d'aver ottenuto la licenza della cura d'anime. La Scuola della Dottrina Cristiana si tiene solo saltuariamente: essa è priva di ufficiali e priori. Anche la frequenza alle sacre cerimonie è ben poco confortante: il visitatore osserva che nel tempo dei divini uffizi, nella piazza antistante la chiesa di San Marco, si gioca e ci si intrattiene in rumorosi quanto vani divertimenti. Nemmeno i luoghi che, per la loro natura, dovrebbero essere riservati alla meditazione e alla preghiera, sono rispettati: nei chiostri di Santa Maria degli Angeli si gioca a palla. Nella stessa chiesa del monastero si sono innalzati i monumenti funebri di notabili famiglie che occorre demolire quanto prima. Allo scopo di porre rimedio a tutte queste situazioni, l'Antonini detta precise disposizioni, iniziando anche l'iter previsto per i casi di denunzie contro gli eretici. Dal 18 al 20 agosto 1580 San Carlo in persona si ferma a Gardone. Il paese, forse colpito dai modi decisi dell'Antonini e dai procedimenti giudiziari in corso, si mostra ostile nei confronti del cardinale, il quale peraltro non se ne preoccupa troppo. Lasciato Gardone il 21 agosto, vi ritorna solo due mesi più tardi, nel triduo 2931 ottobre. La predicazione, i provvedimenti canonici e civili, il timore dei processi hanno alquanto moderato gli animi dei gardonesi che, se non del tutto pentiti, si mostrano, in questa seconda occasione, almeno più prudenti ed ospitali. Passando alla fase operativa della sua visita, il Borromeo ottiene dal papa Gregorio XIII il Breve del 12 dicembre 1580 contro gli eretici di Gardone; alla distanza di soli 19 giorni, il 31 dicembre, un altro Breve ritorna sul caso. I processi voluti dall'arcivescovo milanese fanno molto rumore ma sfociano in lievi condanne: questa infatti è la raccomandazione contenuta nei documenti pontifici. L'esortazione papale corrisponde affatto alle intenzioni di San Carlo, al quale il rinnovamento delle coscienze importa molto più di una sanzione che punisca i colpevoli nell'ordine temporale. Appunto le realtà terrene danno qualche preoccupazione supplementare ai gardonesi che vivono negli ultimi decenni del secolo XVI. Tramontati i tempi della guerra di Cipro e della battaglia di Lepanto, durante la quale il micidiale tiro degli archibugi provenienti da Gardone ha non poco contribuito al trionfo della lega cristiana, il mercato delle armi tiene bene ancora per qualche tempo. Ma proprio lo sviluppo di questo commercio che raggiunge persino le coste delle lontane Americhe ha progressivamente affiancato all'attività dei maestri di canne, che Venezia vuole rigidamente ereditaria, quella dei mercanti, i quali non sono avvezzi a far tante distinzioni tra il maestro-padrone e l'operaio-lavoratore: i mercanti hanno quale scopo primario quello di garantirsi una manodopera a basso costo che sia facilmente manovrabile. A complicare le cose sopravviene negli anni Ottanta del secolo XVI un declino dell'industria armiera. Per tentare di raddrizzare la situazione, il 24 marzo 1588, il Senato dispone un prestito straordinario di 30.000 ducati. Per favorire coloro che fabbricano le corazze e i maestri da casse di Brescia, con la medesima disposizione ora richiamata, si vieta l'esportazione del ferro da armatura e delle canne non incassate. Naturalmente quest'ultima misura si rivela disastrosa per le maestranze gardonesi. Valga per tutte questa considerazione: negli Stati esteri le canne fabbricate a Gardone si acquistano soprattutto per la loro leggerezza e foggia; al contrario, l'incassatura all'italiana non è affatto desiderata da molti acquirenti. Nemmeno la costituzione in Brescia di un fondaco e deposito di armi, finanziato con capitale governativo e dato in appalto dal 1589 ad Antonio e Ludovico Arrighini, risolve la situazione. Anzi: l'esodo dei maestri gardonesi verso il Piemonte, la Toscana ed il Milanese è tale che la Serenissima si vede costretta ad annullare il divieto di esportazione delle canne poco più di tre anni dopo la sua imposizione. Il problema del fondaco rimane tuttavia irrisolto. Un nuovo contratto, stipulato nel 1601, concede direttamente il prestito governativo per l'acquisto del materiale grezzo ai maestri gardonesi che eleggono conduttore del fondaco il concittadino Bartolomeo Lorando. Si evita in tal modo la mediazione dei mercanti o quella del comune, nelle faccende del quale i Chinelli, mercanti anch'essi, hanno notevole peso. Malgrado queste precauzioni le cose non vanno bene perché ragioni politico-militari inducono il governo a bloccare ancora, e per lunghi periodi, l'esportazione. Il fondaco si trova quindi provvisto d'una dotazione largamente eccedente la domanda. Questa produzione non può prendere la via dell'estero ne può essere pagata in ducati sonanti, come converrebbe, poiché manca, per l'appunto, il denaro. Ben presto dunque Bartolomeo Lorando si trova in gravi difficoltà: per uscire dall'incomoda situazione paga spesso i maestri in natura e con merce che consegna ad un prezzo superiore a quello corrente. Variante del caso: non li paga affatto. Conclusione: nel 1609, alla scadenza del suo contratto, non si procede al rinnovo. In queste critiche condizioni prospera il contrabbando ed i più qualificati maestri accolgono gli allettanti inviti che vengono loro rivolti dai vari principi della Penisola che ben volentieri li ospitano nei loro Stati per poter avere diretta conoscenza e pratica esperienza delle interessanti innovazioni tecniche che i gardonesi hanno introdotto nella loro apprezzatissima produzione. Nel 1604 Girolamo Zanola ha infatti ottenuto dal Senato il brevetto per uno speciale moschetto, più leggero di quelli in commercio; nel 1608 un Franzini ha conseguito la licenza governativa per la fabbricazione di un maglio meccanico atto a "battere" le canne mentre Lazzarino Cominazzi va conquistando i mercati con le celebri canne "lazzarine". Venezia cerca di opporsi come può al flusso emigratorio. Nel 1610 un agente di Stefano Spinola, incaricato di favorire l'espatrio verso il Genovese di alcuni maestri, viene arrestato. La sorveglianza della Serenissima non riesce tuttavia ad arginare validamente il fenomeno anche perché la situazione economica di Gardone e della Valtrompia in generale, largamente legata alla politica di offesa e di difesa della Dominante, oscilla continuamente dal polo recessivo a quello espansivo e viceversa bastino alcuni esempi: nel 1610, secondo la testimonianza del da Lezze, l'arte delle canne risulta molto gravemente compromessa: delle trenta fucine circa che esistono in paese, solo tre o quattro funzionano. La causa del quasi totale abbandono della produzione è, ancora una volta, il divieto di esportazione del prodotto che ha procurato l'espatrio della maestranza. Gli effetti della diffusione delle fucine in altre terre si manifestano presto a danno della Repubblica e degli stessi gardonesi che perdono il monopolio di manifattura delle loro eccellenti canne. Nel 1618 è abolito il divieto di esportazione e la situazione migliora sensibilmente ma nel 1622 sopravviene un'altra crisi. Fra i nuovi emigranti è Pietro Franzini che si conduce nel Parmense. Nel 1626 ingenti commesse approvate dal Senato restituiscono una certa tranquillità economica alle famiglie gardonesi che, poco dopo, nel 1628, devono fare i conti con una grave carestia. Sotto l'aspetto sociale la situazione del primo quarto del secolo XVII non è particolarmente pacifica: gli aspri contrasti, nati sul finire del Cinquecento tra i maestri di canne ed i mercanti, si trascinano con rinnovata durezza e sfociano spesso in azioni violente che vedono il paese diviso in due distinte fazioni, capeggiate rispettivamente dalle famiglie Rampinelli e Ferraglio. Ricca e potente la prima; meno forte ma non priva di autorevoli patroni la seconda, sostenuta segretamente dai Chinelli e protetta da aderenze, ovviamente di natura delinquenziale, anche in Brescia. Girolamo Ferraglio, capo dell'omonima banda, nella quale son compresi anche i suoi due figli Giulio e Giovan Francesco, perde il primo tempo della sanguinosa lotta condotta contro i Rampinelli e i loro sostenitori. Nel 1610 viene bandito dal territorio della Repubblica e trova rifugio e lavoro nel ducato di Parma. Da una relazione del 14 gennaio 1617, scritta dal capitano di Brescia al Consiglio dei Dieci, si apprende che il ribaldo ha aperto nel Piacentino alcune fucine e si è fatto raggiungere nel suo esilio forzato da altri armaioli gardonesi. Il 21 luglio 1630 si compie un clamoroso fatto di sangue, primo d'una lunga serie di delitti che vedrà opposte per molti decenni le due fazioni: Giuseppe Chinelli, Alfiere Generale delle Ordinanze delle Tre Valli bresciane, uomo che gode di grande prestigio nel paese, è ucciso in un agguato. Del crimine si accusano Ludovico Rampinelli, Benedetto Tonno e Giacomo Savoldi. I rei confessi non convincono e i Chinelli chiedono che il rito inquisitorio sia celebrato dai rettori. Una dozzina di colpevoli viene colpita dal bando, provvedimento così poco efficace che, a breve distanza di tempo, molti fra i banditi tornano tranquillamente alle loro case. Infuria nel frattempo in tutto il bresciano l'epidemia della peste bubbonica. Gardone, che sulle prime è rimasto protetto da un rigoroso cordone sanitario, predisposto attraverso la bassa valle, viene investito dal terribile morbo agli inizi del 1631. Girolamo Alberici, rettore parroco, ne dà notizia sul registro dei battesimi, scrivendo che il contagio è introdotto nel paese da certa Chiara Rampinelli, proveniente da Montichiari. Il sacerdote osserva che in pochi mesi muoiono 300 persone. I rettori di Brescia annotano che, allo spegnersi della pestilenza, nelle fosse comuni di Gardone si contano 500 defunti tra adulti e bambini, circa un terzo dell'intera popolazione. La decimazione prodotta dalla peste ha colpito non soltanto i fabbricatori di canne ma anche i minatori dell'alta valle. Basti ad illustrare il triste caso l'esempio di Bovegno: negli Annali di quella comunità si legge che mentre nel 1626 si contavano Sul territorio del comune 2600 persone, intorno al 1650, quindi a circa vent'anni di distanza dall'estinzione del morbo, gli abitanti sono soltanto 900. Per produrre canne a Gardone si deve dunque ricorrere alla rifusione dei rottami ferrosi importati in valle da altre zone. Il problema del ripopolamento e della rinascita della produzione è tanto critico che lo stesso governo veneto adotta una sapiente politica di compromesso: cerca di non colpire troppo spesso con il bando i reati commessi dai maestri di canne e consente, d'altra parte, anche la liberazione di qualche ribaldo perché la debole forza produttiva sopravvissuta al flagello pestilenziale non sia posta in pericolo. Già nel maggio 1632 Gardone dà cenni di ripresa: il lavoro non manca e pare proprio che l'accorta politica di Venezia apra prospettive più rosee del prevedibile. Ma nemmeno la peste è riuscita a spazzare via certi vendicativi soggetti ne ha potuto cancellare propositi di rivincita in una delle fazioni del paese. Il 30 settembre 1635 i Chinelli pareggiano, provvisoriamente, il sanguinoso conto aperto con i Rampinelli, facendo ammazzare, sulla piazza della chiesa di San Marco, a colpi d'archibugio, G. Battista, Alvise e Giacomo Savoldi, notoriamente legati alla fazione rivale. Nel cruento agguato perdono la vita anche altre persone mentre atroci vendette si abbattono sui Bertoglio che lavorano per i Rampinelli. Intanto il fondaco riprende a funzionare, garantendo un guadagno sufficiente almeno a sopravvivere abbastanza dignitosamente. Nel giugno 1636 il contratto viene rinnovato e si intensificano gli sforzi intesi a far ritornare in paese i maestri emigrati. Si ripropongono in questi anni le oscillazioni recessive ed espansive già richiamate per i decenni precedenti: verso la fine del 1639 si ha una flessione della produzione e nel seguente 1640 il fondaco viene chiuso. Ma già nel 1643 la situazione non sembra tristissima e nel 1644, per la liberalizzazione dell'esportazione di armi da guerra, il pendolo della produzione volge chiaramente verso il polo positivo. Riprendono purtroppo in questo stesso periodo, ancora una volta, gli scontri armati tra gardonesi. Il 22 luglio 1641 una nuova sparatoria provoca quattro morti fra i quali una donna che si dice uccisa da Lazzarino Cominazzi. Angelo Chinelli, figlio della sventurata, vendica la tragica fine della madre il 21 agosto, spedendo al Creatore il celebre maestro di canne. La situazione dell'ordine pubblico peggiora dopo il ritorno a Gardone di Pietro Franzini, colpito dal bando molti anni prima. Il 21 maggio 1646 un altro sanguinoso scontro vede coinvolti Girolamo Franzini, Gian Antonio e Giulio Rampinelli, Alfonso Ferraglio e altri. Il Franzini stesso è ferito mentre la peggio tocca a tre poveri contadini che sono uccisi. Le inchieste che dovrebbero far luce sull'episodio non danno risultati concreti perché il muro dell'omertà si mantiene impenetrabile. Per risolvere in qualche modo la questione i membri del Senato veneto offrono ai ricercati e agli inquisiti il perdono giudiziario purché accettino di recarsi a combattere contro i Turchi. La proposta è prontamente accolta e vengono create due compagnie di banditi gardonesi, rispettivamente denominate "Ferraglia" e "Rampinella", che, per circa venti anni, combattono per S. Marco contro l'impero della Mezzaluna. Nemmeno questo scaltro espediente riesce tuttavia a troncare la lotta armata tra le fazioni del paese. Il 15 febbraio 1661, per mandato di Evangelista Franzini, viene ucciso a Tavernole un certo Antonio Boni. Tre giorni dopo, un attentato coinvolge Lorenzo Chinelli e due suoi amici. Il mandante è Giulio Rampinelli. Il 29 giugno, sulla porta della casa di Lorenzo Chinelli, è mortalmente ferito Antonio Gatelli, suo parente. A colpirlo è Pietro Pedretti, legato ai Rampinelli. Il giorno 11 febbraio 1663, prima domenica di Quaresima, una brutale zuffa fa precipitare tutto il paese in una rissa generale: bastonate, pugni e argomenti consimili si sprecano ma il morto, in questa occasione, non ci scappa. Pochi giorni appresso, in Brescia, Giulio Rampinelli esce per una buona sorte illeso da un attentato ordito contro di lui da Giovan Maria Franzini. Gran clamore ed aperto giubilo dei suoi avversari suscita in Gardone l'arresto del medesimo Giulio Rampinelli, fermato dalla giustizia a Brescia, nel giugno 1667. Gli vengono contestate numerose imputazioni: contrabbando di sale, falsificazione di licenze d'armi, l'omicidio di Antonio Gatelli e altri gravi reati. Non è possibile accertare la fondatezza delle accuse ne è dato conoscere quale sorte sia toccata a questo gentiluomo. Si sa tuttavia che a favore del Rampinelli si schiera perfino l'imperatore Leopoldo con la consorte Maria Teresa e ciò prova abbondantemente l'influenza e le aderenze del personaggio. Sotto l'aspetto economico la seconda metà del Seicento si annuncia per i gardonesi abbastanza tranquilla. Superata la crisi del 1653 si assiste, a partire dal 1655, ad un'ennesima inversione della tendenza recessiva, grazie soprattutto alle grosse commesse partite da Venezia, la quale ordina non solo canne ma anche palle, bombe, granate di artiglieria, necessarie per sostenere lo scontro bellico con l'impero ottomano. Il continuo afflusso di lavoro riconduce in paese molti emigrati e la situazione si mantiene abbastanza buona per un lungo arco di anni. È favorita di conseguenza anche la sperimentazione di nuove munizioni e di tecniche produttive più avanzate. Conviene ricordare a questo proposito alcuni fatti significativi: nel marzo 1657 è commessa a Francesco Ferraglio la fabbricazione di polvere da sparo con salnitro estero che egli stesso importa: il 19 luglio 1658 Angelo e Antonio Chinelli stipulano con i Provveditori alle Artiglierie un contratto per la fornitura di 25.000 libbre di polvere estera entro l'anno; il 17 agosto seguente si appalta a Lorenzo Chinelli e Agostino Rampinelli la consegna di 250.000 libbre di proiettili l'anno per un periodo di cinque anni. Sostanziosi contratti e commesse sono pure sottoscritti dagli Acquisti. Si vanno intanto perfezionando ed ammodernando anche le tecniche di produzione: l'accensione a ruota viene sostituita con quella ad "azzalino" ossia a focile; mentre, per importazione dall'estero, si adotta anche il sistema a doppia accensione, a miccia e ad azzalino, su una medesima piastra. Da un registro d'estimo risalente al 1657 si traggono interessanti indicazioni circa la situazione produttiva di quegli anni. Il documento fornisce innanzitutto l'elenco delle fucine in attività e il nome dei proprietari. Sono le seguenti: "al Graminente", "la Vecchis", "de Moretti", "alle Cornelle", "de Francini", "alla Fornace", "de Manenti", "delli Rampinelli", "del Molino", "in capo di Gardone", "de Acquisti", "la Nuova", "oltre la Mella", "al Nespolo", "al Ponte" e un'altra "de Acquisti". Marco Morin osserva che con il termine fucina sembra doversi intendere un complesso formato da un "fuogo grosso", diversi "fuogatelli" ed alcune annesse officine per le operazioni di rifinitura. Si può ancora notare che le fucine sono situate dove è possibile sfruttare la forza motrice capace di far funzionare mantici, magli, mole e trapani; dunque esse si trovano o lungo il corso del Mella o presso i canali deviati dal fiume. Emerge inoltre dal documento il peso economico delle famiglie Chinelli, Rampinelli e Acquisti. Sono ancora gli atti d'archivio a rivelare che, per fronteggiare le richieste del mercato, i gardonesi non esitano a lavorare, come già è accaduto in passato, anche la domenica. Lo annota con accento preoccupato il cardinale Pietro Ottoboni, vescovo di Brescia, nel 1660. Dal 1664 le maestranze sollecitano dal governo il pagamento di competenze arretrate; da parte sua, la Serenissima lamenta la non perfetta qualità di alcune partite di canne. Tutto ciò prova a sufficienza quale sia il ritmo produttivo di questo periodo. A turbare la favorevole congiuntura sopravviene nel 1669 la fine della guerra di Candia; molto più grave tuttavia, per l'economia gardonese, è la tragica alluvione della primavera 1676. Il Mella, gonfiato dal rapido sciogliersi delle nevi, straripa abbondantemente, travolgendo molte officine e buona parte degli annessi opifici. E' il crollo dell'industria di Gardone e il governo veneto, per salvarla dall'estinzione, concede un prestito di 6.000 ducati, da ripartirsi tra i maestri di canne, nella proporzione solitamente osservata per la divisione del lavoro. Il denaro prestato dalla Repubblica dovrà essere restituito con partite di canne da moschetto, non gravate da interessi. Anche questa dura prova è faticosamente superata dai gardonesi i quali riescono a far risorgere una produzione che è la loro ragione di vita. Questo è il senso di un passo della lettera che Giovanni Beretta invia al capitano di Brescia. La missiva, spedita il 20 aprile 1683 perché sia trasmessa al Senato, chiede il permesso di fabbricare 3.000 canne da moschetto per Genova. Dal 1684 al 1686 i responsabili della comunità trovano il tempo di occuparsi anche di alcune questioni dì altro tenore. In questo triennio infatti viene costituito il beneficio parrocchiale. Si acquistano alcuni beni nella contrada Artignago di Concesio: si tratta di sei pezze di terra per complessivi 17 piò e mezzo, con "casa murata, portico, orto et annesso". Per arrotondare il magro reddito che ne consegue, si aggiungono il Ronco di S. Rocco e altre voci minori che completano la dotazione. L'8 dicembre 1686 infine il vescovo Bartolomeo Gradenigo firma il decreto che sancisce l'erezione della parrocchia di Gardone in Prepositura. Primo prevosto è il modenese Giovanni Francesco Martinelli, dottore in filosofia e teologia, protonotario apostolico Il prelato è nominato probabilmente anche vicario foraneo. Con simili distinzioni concesse al loro parroco, i gardonesi vedono compiuto il desiderio di spezzare anche l'ultimo legame con l'antica pieve di Inzino. Il declinare del secolo XVII si presenta abbastanza tranquillo sotto l'aspetto economico, favorito in questo dal momento politico che vede la Repubblica ripetutamente coinvolta in operazioni belliche fino al 1699; non altrettanto pacifica è la convivenza dei concittadini, ancora gravemente turbata dalla violenza che si riaccende dal febbraio 1694 con le solite archibugiate che rapiscono ai vivi, tra gli altri, Antonio, Giacomo e Angelo Chinelli. Lazzaro Cominazzi ed il figlio Pietro si distinguono nella lotta civile gardonese: Lazzaro, in particolare, è accusato di omicidio e d'altri gravi reati ed è ritenuto tanto pericoloso che Venezia ordina di farlo catturare ad ogni costo; se ciò non fosse proprio possibile, lo si faccia comunque sparire da questo mondo con ogni opportuna prudenza. Il suggerimento è ben accolto e nell'ottobre del 1696 il nominato soggetto è spedito, suo malgrado; nell'oltretomba. Per ridurre a più miti consigli i turbolenti sudditi gardonesi, il governo offre ancora una volta accoglienza nell'esercito ai più scalmanati malviventi. All'inizio del 1697 il Consiglio Generale di Valtrompia informai rettori che molti facinorosi hanno chiesto di prendere parte alla guerra nella lontana Morea. Il primo decennio del Settecento non è molto positiva per l'economia del paese. Durante la lunga guerra di successione spagnola che termina solo nel 1714, il governo proibisce anche l'esportazione delle canne civili. Si può contare solo su ordini assai modesti anche se abbastanza continui. Ne la situazione migliora negli anni seguenti: anzi, è vero il contrario. Nel 1724 può definir catastrofica poichè su un totale di dodici fucine, solo tre o quattro fuochi funzionano. Una deposizione giurata, resa in quest'anno da alcuni testimoni davanti agli inquisitori di Stato, è documento delle condizioni estremamente precarie della produzione. Sono pochi i mercanti che ordinano canne nel paese. Un testo li enumera di seguito: Beccalossi, Beretta, Bertarini, Daffini, Moretti, Mutti, Rampinelli e qualche altro. Venezia, già stremata dalla lunga guerra contro i Turchi e ripetutamente minacciata anche lungo i suoi confini di Terraferma, cerca di proteggere come può i maestri di canne gardonesi i quali, da parte loro, non rinunciano ad ogni sforzo che possa migliorare le tecniche produttive ed offrire migliori opportunità di mercato. In questo contesto si collocano l'appalto ottenuto nel 1731 dal Senato veneto per la trasformazione di 11.226 vecchie canne da fucile e da moschetto in pezzi nuovi e l'apertura, nel 1737, dell'agenzia di Napoli che, per un certo tempo, procura commesse consistenti. Nel 1740 il collegio delle maestranze ottiene dal Senato l'esclusiva del commercio e del consumo delle canne da schioppo, degli azzalini e delle altre armi da fuoco. In questi anni inoltre agisce in Venezia, quale procuratore del Collegio, Antonio Chinelli. Sebbene i pezzi fabbricati a Gardone siano ancora presenti in tutte le botteghe della Penisola e fino a Palermo, si deve dire che, intorno alla metà del secolo, la validità della produzione è sensibilmente venuta meno, lasciando ampi spazi alla concorrenza, specialmente a quella tosco-emiliana e, più tardi, a quella marchigiana e napoletana. Ne il governo veneto è in grado di sostenere stabilmente la maestranza con efficaci interventi pubblici. Ben presto i sindaci del collegio devono constatare che è sempre più arduo procurarsi anche la materia prima per lavorare. Si creano, in tal modo, le condizioni che conducono, nella seconda metà del Settecento, ad un progressivo asservimento delle maestranze da parte dei padroni e dei mercanti. La manovra, come si evince dalle vicende precedenti, ha dietro di sè una lunga storia ma offre i primi clamorosi risultati nel 1784. Una società formata dalle ditte Beccalossi, Franzini e Febbrari stipula con le maestranze un accordo che prevede la produzione di 10.000 canne l'anno per un periodo minimo di 10 anni. I maestri accettano anche una diminuzione del salario pur di vedersi garantita la continuità del lavoro. Non sono più i sindaci del collegio delle maestranze ma è il mercante capitalista Ludovico Franzini ad accettare l'ordine di fabbricare 200 canne da trombone per l'Arsenale di Venezia; da parte sua, il Beccalossi conclude nel 1792, nel 1794 e negli anni seguenti importanti contratti con Stati esteri o con privati. A Venezia ci si rende ben conto che viene cosi violata una Terminazione seicentesca che impone la stipulazione di simili intese solo con i sindaci delle Maestranze ma la situazione reale del paese non consente alternative. Il burrascoso tramonto del secolo XVIII vede ormai i fieri maestri di canne gardonesi ridotti allo stato di salariati. Le voci minori dell'economia del paese rimangono sempre una magra agricoltura, l'allevamento del bestiame e lo sfruttamento di pascoli e boschi. Nel corso del Settecento questi capitoli, dai quali non si sono tratti pingui redditi, si rivelano ancor più poveri poichè il susseguirsi di annate particolarmente avare riduce ai minimi termini i già scarsi prodotti che si possono ricavare da queste attività. Se si aggiungono le inondazioni provocate dallo straripamento del Mella nel 1734 e nel 1757, la peste bovina del 1762, la gravissima carestia del 1764, che induce i valtrumplini a marciare a mano armata su Brescia per chiedere pane e la gran penuria di viveri determinatasi nel 1774 e nel 1775, si può ben dire che in questo settore economico le acque si siano mantenute generalmente alquanto basse. A sovvenire alle necessità dei più poveri provvedono più che i pur encomiabili lasciti testamentari dei privati, le opere caritative promosse dalle associazioni benefiche e dalle Confraternite laicali. Tra queste sono particolarmente degne di ricordo la Disciplina di S. Carlo e quella di S. Rocco. Già molto attive, esse si distinguono e si rinnovano nella prima metà del Settecento. Ad entrambe dedica un singolare cenno il prevosto Gian Antonio Baldassarre Cattaneo, in un'ampia relazione sullo stato della parrocchia, stesa nel 1756. Il dotto sacerdote traccia anche un sintetico profilo della società gardonese degli anni intorno alla metà del secolo XVIII. Nel documento sopra richiamato, egli scrive che in paese vi sono 4 o 5 famiglie che vivono more nobiliu, senza darsi gran pensiero dei debiti che hanno contratto; seguono parecchie famiglie di mercanti: fra queste pochissime sono benestanti, molte altre sono indebitate. La maggior parte della popolazione vive comunque a stento; gli artefici di canne sono mal pagati. Nella malattia o nell'estrema necessità si aiutano vicendevolmente per quanto è loro possibile. L'elevazione sociale della popolazione è perseguita anche attraverso l'alfabetizzazione; a questo scopo il comune mantiene sempre un maestro di scuola. All'opera dei pubblici amministratori si affianca quella della parrocchia la quale apre una sua "Scuola di Lettere e buoni costumi", munificamente beneficata, con proprio lascito testamentario, dal prevosto Pietro Angelo Ussoli il 6 aprile 1729. Il legato assicura l'autonoma esistenza di questa istituzione intorno alla quale diffusamente si esprime il prevosto Cattaneo. Egli scrive, tra l'altro, che il lascito Ussoli consente al cappellano incaricato dell'istruzione dei fanciulli un reddito di 30 scudi per 150 messe e di 60 scudi per la sua opera di pedagogo. Gli alunni sono 24. Vi sono ancora due sacerdoti che insegnano volontariamente: si tratta di Giacomo Beretta e Bartolomeo Franzini. Esistono pure due maestri secolari e due insegnanti per le figliole. L'organizzazione dell'istruzione può dunque dirsi degna di annotazione: documenti conservati in un faldone dell'archivio comunale provano che la scuola si mantiene sempre aperta ed attiva, fino alla fine del secolo XVIII. Gli ultimi anni del Settecento sono contrassegnati dalle vicende che portano alla cancellazione dello Stato veneto dalla cartina politica dell'Europa. In questi avvenimenti Gardone recita una parte rilevante. Il 20 marzo 1797, a soli due giorni di distanza dalla costituzione in Brescia del nuovo governo repubblicano, Giuseppe Beccalossi e Gian Battista Borgogni raggiungono il paese con l'intento di guadagnare adesioni alla causa rivoluzionaria. Ricevono una buona accoglienza in Gardone ma non nell'alta valle. L'ostilità alla nuova repubblica è tale che il sindaco di Valtrompia, Giacomo Morandi, è costretto a convocare il I aprile 1797 un Consiglio di Valle che sconfessa le deliberazioni dell'analoga assemblea del 21 marzo precedente, favorevoli alla causa francese. I fedelissimi a S. Marco ottengono che siano inviate truppe a Carcina per la difesa della valle. Il 2 aprile si apprende che un battaglione di 500 francesi è giunto inaspettatamente a Ponte Zanano, da Iseo. Il comandante la formazione, generale Cruchet, pone il suo quartier generale proprio a Gardone. In bellissimo ordine, a tamburo battente e a suon di musica, il battaglione passa per le vie del paese tra due schiere di popolo che salutano calorosamente. Il 9 aprile si svolge a Carcina un confronto armato fra i valligiani fedeli a S. Marco e i francesi: nello scontro muoiono 26 valtrumplini. Il 13 seguente il Cruchet lascia Gardone per salire a Lodrino, onde concordare una tregua con il Morandi. Il 21 aprile, allo scadere dell'armistizio, il generale muove le sue truppe da Gardone verso Lodrino, allo scopo di convincere i valsabbini a deporre le armi. Seguono scontri sanguinosi alla fine dei quali la meglio tocca ai francesi. Il Cruchet torna a Gardone mentre i capi valtrumplini, d'intesa con i valsabbini, meditano la vendetta contro il paese, colpevole di ospitare il battaglione francese. Col sostegno supplementare di 150 bersaglieri tirolesi, il 27 aprile 1797 i fautori di Venezia marciano su Gardone che viene saccheggiato per ben due volte: in quello stesso giorno e il 29 seguente. Si ritiene comunemente che in queste circostanze sia andata pressoché completamente distrutta anche la dotazione dell'antico archivio comunale che doveva custodire documenti di grande interesse. I soldati francesi, costretti a lasciare Gardone, vi ritornano dopo due soli giorni; si spingono anzi fino a Brozzo che il primo maggio è messo a sacco. Non è che il preludio alla definitiva disfatta dei sostenitori della Serenissima, costretti successivamente alla resa dallo Chevallier. Nel mese di giugno, 50 sacerdoti della valle, riuniti a Gardone, promettono obbedienza al nuovo governo. Il 17 settembre si annuncia ufficialmente l'unione del Bresciano alla Cisalpina. Per tutto il periodo di vita di questa repubblica, Gardone è capoluogo del cantone del Mella che comprende tutta la valle Trompia. Le belliche che contraddistinguono il periodo napoleonico fanno rifiorire l'industria armiera. Marco Cominassi in "Cenni sulla Fabbrica d'Armi di Gardone V.T." informa che, con un decreto del 20 settembre 1802, il ministro della guerra ordina 70.000 fucili con baionetta, 9.000 carabine, 9.000 paia di pistole. Annualmente poi, durante il Regno Italico, si provvede alla fornitura di 40.000 fucili. Il 29 dicembre 1809 la fabbrica viene visitata dal vicerè Eugenio di Beauharnais il quale fa aprire in Brescia un Arsenale che ha un suo distaccamento a Gardone. Primo comandante ne è il capitano Nobili. In questo periodo si progetta anche la costruzione di uno stabilimento e l'apertura di un canale di derivazione delle acque del Mella ma i lavori iniziano tardi e procedono lentamente. Nel biennio 1813-1814 altri due episodi militari coinvolgono Gardone. Il 7 novembre 1813 la compagnia del capitano austriaco Rakowski occupa il paese e da qui scende fino a Borgo Pile in Brescia. Nel febbraio 1814 il generale Stanissavlevich, lasciato un battaglione a bloccare la rocca di Anfo, scende con due colonne in valle Trompia. Occupato Gardone, gli austriaci forti di 2000 uomini, distaccarono due compagnie al ponte Saveno sul Mella. Il gen. Bonfanti, avvisato di questo movimento, mosse da Brescia il 13 con un bgt. del 35° regg. leggero, uno del 6° di linea italiano, e 150 gendarmi a cavallo. Presa posizione a Sarezzo, il 14 fece attaccare contemporaneamente Ponte Saveno e Gardone. Il primo posto fu dopo vivissimo combattimento tolto agli Austriaci, i quali a Gardone opposero accanita resistenza, ma furono obbligati, dopo vivo combattimento, a battere in ritirata, abbandonando non solo Gardone, ma l'intera val Trompia, ritirandosi fino a Vestone, dopo di avere perduto fra morti e feriti circa 300 uomini e lasciati 70 prigionieri. Gli Italiani perdettero 120 uomini tra morti e feriti. Con il crollo della potenza napoleonica e l'affermarsi della dominazione austriaca, Gardone diventa capoluogo di Distretto e sede di una Pretura di terza classe. Il Distretto è composto da 10 comuni e conta 9.000 abitanti. In esso opera un cancelliere del censo, detto poi delegato distrettuale, con funzioni di vigilanza sull'ordine pubblico, sull'applicazione delle leggi, sull'esazione delle tasse e con incarichi di sorveglianza sui comuni considerati di seconda e di terza classe. Un documento dell'epoca, il Nuovo Dizionario geografico universale statistico-storico, edito da Giuseppe Antonelli in Venezia, informa, nel volume X, che il Distretto di Gardone ha molti filatoi di seta e fabbriche d'armi da fuoco. Queste ultime sono particolarmente numerose nel capoluogo. Marco Cominassi ricorda che l'imperatore d'Austria non cessa di favorire la produzione delle canne gardonesi. Francesco I d'Asburgo visita il paese nel 1816 e ordina che ogni anno si costruiscono 6.000 pezzi per la dotazione dell'esercito imperiale. Il provvedimento giunge quanto mai opportuno, anche se non può risolvere da solo i problemi posti dalla terribile carestia di quell'anno. Nel 1817 la Beneficenza Centrale di Milano, magistratura delegata a provvedere ai bisogni del popolo negli anni calamitosi della fame, commette 3.200 fucili alla ditta Paris, già distintasi per l'introduzione di damascature nelle canne. Sono frequenti in questi anni le visite dei principi della Casa d'Asburgo e delle teste coronate imparentate con l'illustre dinastia. Il 27 gennaio 1818 Gardone ospita l'arciduca Ranieri, vicerè del Lombardo Veneto; egli tornerà una seconda volta nel 1823, accompagnato dalla moglie Maria Elisabetta. Il 20 marzo 1820 è il turno di Ferdinando III, granduca di Toscana. Seguono il 17 ottobre 1824 Leopoldo II, nuovo granduca di Toscana; il 25 luglio 1825 l'arciduca Francesco Carlo con la moglie Sofia ed il suocero Massimiliano Giuseppe, re di Baviera; il 13 giugno 1834 Giovanni, arciduca d'Asburgo. Luigi e Stefano d'Asburgo sono ospitati rispettivamente il 21 settembre 1838 e il 20 luglio 1842. Da parte sua, l'imperatore Ferdinando I, successore di Francesco I, conferma il privilegio che consente agli artisti delle canne gardonesi di non prestare servizio militare. Ne le singole commesse volute dai vari principi regnanti ne i privilegi elargiti dal Cesare di turno impediscono tuttavia al governo austriaco di danneggiare la prospettiva economica generale, esercitando uno stretto controllo sull'industria siderurgica. Già una relazione presentata da Antonio Sabatti all'Ateneo di Brescia nel 1825 informava che i forni fusori in attività erano soltanto 3 e che la produzione di armi da fuoco e da taglio conduceva piuttosto alla miseria che a lauti profitti. Intorno al 1831 la crisi è nuovamente acuta, in particolare per gli operai. Il colera del 1836, aggiungendo desolazione e morte ad una condizione tutt'altro che florida, non fa che aggravare la situazione. Anche la produzione di armi da caccia, spesso ostacolata dal governo, sopravvive a fatica: confrontare il fucile di un agiato signore del secolo XVII con la più lussuosa canna da caccia della prima metà dell'Ottocento, è esercizio molto malinconico. Oltre che sulla produzione di armi e sull'industria siderurgica in generale, l'Austria non dimentica di esercitare un'attiva sorveglianza su ogni aspetto della vita sociale. Particolare attenzione viene dedicata all'istruzione pubblica. In molte circolari a stampa si dettano precise disposizioni circa il funzionamento delle scuole. Una comunicazione inviata il 26 dicembre 1822 dalla Commissione Distrettuale alla Deputazione Municipale informa che è stata approvata l'istituzione delle scuole elementari maggiori comprendenti tre classi. Conviene ricordare che a Gardone risiede anche l'ispettore distrettuale, incaricato della vigilanza. Egli nomina gli insegnanti vagliando le proposte dei comuni e trasmette al parroco dei vari paesi le comunicazioni del governo. I prevosti Giacomo Cosi e Antonio Giovanelli sono anche ispettori scolastici. Da un interessante dato statistico si apprende che nel 1824 i fanciulli gardonesi d'ambo i sessi che dovrebbero frequentare la scuola sono 200 e gli effettivi frequentanti sono 168. Le lezioni si svolgono in locali di proprietà del comune e della valle oppure in stanze ottenute da privati con contratto d'affitto. Il governo continua anche a seguire le vicende dell'Arsenale che, nonostante i non facili tempi, si mantiene produttivo. Dalla testimonianza di Marco Cominassi si apprende che nel triennio 1843-1845 la corporazione dell' Imperial Regia Fabbrica di Gardone è costituita da 180 artisti, esclusi gli allievi e le donne. Una vasto fabbricato, di proprietà dell'Erario, serve come residenza dei controllori, degli agenti e degli ufficiali addetti al collaudo. Maturano intanto sullo scacchiere internazionale gli avvenimenti che devono condurre agli eventi del 1848-49. La causa della lotta contro l'Austria e della prima guerra per l'indipendenza conta anche in Gardone vivaci e battaglieri sostenitori. Fra i cospiratori più attivi si devono ricordare il sacerdote Francesco Beretta che, come membro del comitato insurrezionale, mantiene i contatti anche con i Valsabbini e Antonio Franzini che fornisce armi e munizioni a circa 150 volontari agli ordini di don Pietro Boifava. La spedizione di queste armi avviene nel marzo 1848. In quello stesso mese gli Austriaci sono costretti dal moto popolare ad abbandonare Brescia e si costituisce in città un governo provvisorio. Ad esso si rivolgono i gardonesi con la supplica del 9 aprile che ha lo scopo di ottenere ordinazioni di canne per il sostentamento della popolazione. Per organizzare meglio la produzione si costituisce anche una società. Il relativo documento è di straordinaria importanza perché fornisce l'elenco delle ditte produttrici operanti in Gardone nel 1848. Esse sono le seguenti: Eredi Beretta fu Antonio, Pietro Beretta, Giuseppe Bertarini, Fratelli Franzini, Antonio Franzini, Fratelli Moretta fu Carlo, Giacomo Moretta, Sperandio Mutti, Crescenzio Paris, Simone Zambonardi. L'avvocato Antonio Dossi è incaricato dal governo provvisorio di conferire con le autorità comunali e di prendere contatti con l'industria gardonese perché siano riattivati laboratori e fucine che, secondo gli accordi, dovranno lavorare solo per la difesa della patria. Si stipulano regolari contratti di produzione che vengono approvati dal ministero della guerra di Milano il 24 aprile. Conseguentemente si pongono in fabbricazione circa 3.000 canne ma, caduto nell'agosto il governo provvisorio, si estinguono anche queste intese. La lotta contro l'Austria continua e sono parecchi i gardonesi che si segnalano per il loro impegno contro lo straniero: Matteo Cabona, Angelo Franzini, Rocco Bertarini. Angelo Gatti e Giuseppe Fappani sono fucilati nel castello di Brescia mentro Bortolo Cominassi e Giuseppe Cortesi evadono nottetempo dalla rocca del Cidneo, sfuggendo in tal modo al plotone di esecuzione. Patriota audacissimo è Crescenzio Paris che sotto gli occhi della polizia austriaca dirige l'incetta di armi e munizioni da far pervenire agli insorti delle Dieci Giornate. Fra i protagonisti di quest'ultima celebre vicenda sono Pierino Violini e Carlo Gardoncini, rispettivamente cancelliere e cursore della pretura; Antonio, Maffeo e Ludovico Franzini oltre all'infaticabile don Francesco Beretta, il quale, dopo il fallimento di questa prima fase della lotta per l'indipendenza, si rifugia all'estero. La repressione scatenata dall'Austria suscita giustificatissimi timori; a questi s'accompagna un profondo malessere della popolazione, ancora una volta provata da gravi calamità. Si comincia con una epidemia di colera diffusasi nel 1849; segue nell'agosto 1850 l'alluvione del Mella che provoca ingentissimi danni in tutta la Valtrompia. Non si sono ancora sanati i disastri causati dall'inondazione quando una seconda epidemia di colera semina morte e desolazione in tutto il bresciano. Superati questi tristi casi, si cerca di riassestare l'economia del paese. Nel 1855 parecchie officine sono già in ripresa; le ditte Beretta e Premoli si segnalano nell'esposizione internazionale di Parigi mentre nell'analoga manifestazione bresciana del 1857 altri maestri nell'arte delle canne meritano distinti riconoscimenti. Si fabbricano in quest'anno a Gardone 12.000 pezzi: i 4/5 di essi sono rappresentati da fucili da caccia, in parte montati sul luogo, in parte dagli armaioli del Lombardo Veneto. 12/3 del resto sono costituiti da commesse governative e l'ultimo resto, vale a dire 1/15 del totale, è esportato in Grecia e nel Levante. Si vogliono riannodare, in questo stesso periodo, i fili del movimento patriottico clandestino. Nel febbraio 1853 l'avvocato Ambrogio Ronchi si porta a Gardone per prendere accordi con chi è impegnato a promuovere l'insurrezione nel bresciano. Ma il mazziniano è denunziato alla polizia dal delatore Agostino Arici. Uomo di ben altra tempra è il prevosto Antonio Giovanelli, nominato nel 1852. Notoriamente vicino alle idee che ispirano la causa risorgimentale, egli è favorevole all'opera di reclutamento che va compiendo in tutta la valle, alla vigilia della seconda guerra per l'indipendenza, il giovane Giuseppe Zanardelli.


I fatti bellici del 1859 annoverano fra i protagonisti altri gardonesi. Alla campagna di Solferino e S. Martino partecipano come volontari Antonio Bianchi, Battista Facchetti, Angelo Pedretti e certo Bertella. Per l'impresa dei Mille partono Crescenzio Baiguera, Francesco Camplani, Giuseppe Frigerio, Dionisio Gatti, Giovan Maria Mutti, Pantaleone Rinaldini e un certo Battaglia, oltre a due volontari che provengono da Magno. La costruzione del regno d'Italia è celebrata a Gardone con fuochi, parature e luminarie nel giugno 1861. Il prevosto Antonio Giovanelli celebra una solenne messa e recita un elevato discorso, auspicando che nel nuovo regno si stabilisca la concordia "di tutte le classi, del sacerdozio e della parte iluminata del popolo". Da un uomo che ha firmato il famoso indirizzo Passaglia e che, contravvenendo alle disposizioni episcopali, continua a cantare il Te Deum nelle feste dello Statuto, non si possono attendere parole diverse. Ma il buon prevosto stupisce e preoccupa ancor più il suo prudentissimo vescovo Girolamo Luigi Verzeri quando, il 6 luglio 1861, nella prepositurale tutta parata a festa, commemora solennemente Camillo Benso di Cavour, paragonandolo a Giuseppe l'Ebreo, viceré dell'Egitto. Anche la guerra del 1866 vede la partecipazione di un buon numero di gardonesi che seguono Garibaldi fino allo scontro di Bezzecca. I loro nomi sono stati pubblicati da Giuseppe Bertoletti in "Antologia Gardonese". All'occupazione di Roma, nel 1870, prende parte un certo Pintossi. E' facile comprendere come le guerre risorgimentali rappresentino per Gardone una rinascita della produzione. Già la liberazione della Lombardia ne 1859 ha determinato una forte ripresa nell'attività dell'Arsenale, denominato ora "Fabbrica Erariale di Brescia". Nel 1861, costituitosi l'esercito italiano, l'arma d'Artiglieria comprende nel suo ordinamento la Fabbrica Erariale. Dopo l'unificazione nazionale si fa sempre più forte l'influenza esercitata dall'on. Giuseppe Zanardelli sulla vita amministrativa, politica e sociale del paese. L'abile parlamentare, in buoni rapporti anche con il clero, trova alleanze in tutti i ceti: industriali, professionisti, operai. La mediazione dello statista non è certamente estranea alla nuova fase espansiva dell'economia gardonese che, pur rimanendo caratterizzata dal predominare della produzione armiera, conosce una certa diversificazione delle attività lavorative. La favorevole congiuntura induce nel 1865 Vincenzo Bernardelli, capostipite d'una famiglia ancor oggi ben nota nell'imprenditoria armiera, a mettersi in proprio; nel 1885 i Redaelli acquistano terreni e fabbricati, aprendo una nuova officina per la produzione di punte e di filo di ferro lucido e zincato; nel 1871, per la concorde azione dello Zanardelli e del prevosto Giovanelli, si amplia l'Arsenale; nel 1893 Fermo Coduri apre, sul confine tra il comune di Gardone e quello di Sarezzo uno stabilimento per la filatura di bavella di seta, nota col nome di "bourette" ma chiamata anche cascame di cascami. Il materiale viene comperato nell'Estremo Oriente, in Cina e in Giappone, e i filati vengono esportati in Germania, in Turchia e nella stessa Cina che li utilizza per tappeti e panneggi. Nel 1895 la fabbrica di Coduri è premiata dalla fondazione Brambilla, nel concorso bandito dall'Istituto Lombardo di scienze e lettere e nel 1904 otterrà la medaglia d'oro all'Esposizione Bresciana. L'influenza e la rete di interessi politici che lo Zanardelli si costruisce in Gardone e nella Valtrompia ha riflessi anche sulla vita sociale del paese: la Società di Mutuo Soccorso, nata già nel 1861 per iniziativa di don Giovanelli, successivamente e più volte ricostituita, finisce per essere controllata da uomini legati al celebre statista mentre nel 1891 nasce la Società del Tiro a Segno che, insieme con il Circolo Liberale, è uno dei gangli vitali del clientelismo zanardelliano. Frequenti sono le visite del ministro Zanardelli a Gardone: il 23 agosto 1890 egli vi giunge in forma ufficiale per accompagnare il re Umberto I e il principe ereditario Vittorio Emanuele. Dell'avvenimento è memoria in una lapide collocata nel salone municipale. La mediazione politica dello Zanardelli tende a soddisfare le più diverse attese dei suoi elettori gardonesi: con lo stesso impegno egli s'interessa dell'allestimento di una esposizione artistica, del miglioramento della viabilità e dei trasporti, di opere benefiche, di questioni scolastiche. In tema di istituti di beneficenza conviene ricordare che nella seconda metà del secolo XIX sorge in Gardone l'Ospizio dei poveri, opera nata da un lascito testamentario disposto nel 1854 da G. Battista Consoli. Nel 1863 l'istituzione è eretta in Ente morale e nel 1899 si apre un vero e proprio Ricovero che accoglie, tra gli altri, gli infermi cronici di umilissima condizione. Quanto alla scuola, fa anch'essa notevoli progressi. Al corso inferiore di due anni, previsto dalla legge Casati del 1859, si aggiunge già dal 1860 l'istituzione di una scuola festiva di disegno. Poiché tuttavia il comune non è in grado di sostenerne la spesa, si stabilisce di chiedere un sussidio alla provincia e di approfittare dei professori della scuola di Brescia. Le lezioni, tenute a Gardone, sono frequentate anche da giovani di altri paesi della valle e obbediscono all'esigenza di dare agli operai una preparazione tecnica adeguata. I corsi funzionano regolarmente dal 1877, anno nel quale è pubblicata la legge Coppino. Il ciclo elementare raggiunge i cinque anni solo verso il declinare del secolo XIX mentre nel 1889 sorge in Gardone il primo edificio scolastico comunale che, dal 1890, ospita anche l'asilo per l'infanzia. Nel 1900 si apre un corso serale e festivo nel quale si apprendono elementi di elettrotecnica. Visti i buoni risultati dell'iniziativa, è nominata una commissione cui si affida l'incarico di istituire una scuola professionale, frequentata anche da alunni provenienti da centri limitrofi. Nel 1902, per diretto intervento di Giuseppe Zanardelli, nasce la Regia Scuola Professionale di avviamento al lavoro che, dopo la morte dello statista, porta il suo nome.


La scomparsa dello Zanardelli non compromette immediatamente la predominante influenza politica dei suoi seguaci ma, nel volgere di un decennio, il socialismo, penetrato soprattutto nei ceti artigiani e operai, finisce per scalzare il prestigio degli zanardelliani che non possono essere validamente sostituiti da un liberalismo moderato: a Gardone un tale schieramento politico può infatti contare su un elettorato modesto. I capi locali del partito di Filippo Turati sono pochi ma buoni. Basti ricordare per tutti il nome di Angelo Franzini, uno degli artefici delle fortune politiche socialiste nell'ambito locale. Quando, nel 1914, il partito conquista la maggioranza nell'amministrazione comunale, è proprio il Franzini ad occupare in palazzo Chinelli la poltrona riservata al sindaco. La penetrazione delle idee socialiste in Gardone data dagli inizi del secolo XX. Già nel 1901 il primo maggio si festeggia con una totale astensione dal lavoro e con una conferenza di Claudio Treves. Nel 1902 per la stessa circostanza è presente Costantino Lazzari. Molte sono le iniziative che il partito promuove nei primi lustri del secolo: nel 1903 è fondata la Cooperativa di Solidarietà; nel 1909 si costituisce la "Società Cooperativa Trumplina Casa del Popolo", con lo scopo di promuovere la costruzione di alloggi popolari e di locali che siano sede di associazioni o di ricreatori laicisti. Nel luglio dello stesso anno è fondata la sottosezione locale della "Società Umanitaria" che si riunisce nell'ufficio della cooperativa Casa del popolo. Il sodalizio, sostenuto anche da forze liberali, ha scopi culturali e di ordine assistenziale. Si prevede l'apertura di una biblioteca che possa diventare un vero e proprio centro di studi sociali; si pensa all'istituzione di una mutualità scolastica; ci si propone di estendere l'iscrizione alla Cassa Nazionale di previdenza per l'invalidità anche ai figli dei lavoratori, almeno dal nono anno di età. Una assicurazione contro gli infortuni ed una tutela economica tanto precoce si giustificano quando si pensi che lo sfruttamento del lavoro minorile è assai diffuso. E' infine avvertita la necessità di una lotta contro l'alcolismo attraverso la formazione della Lega antialcolica. A contrastare le idee dei liberali e dei socialisti - questi ultimi presenti anche nelle espressioni esterne del radicalismo e dell'anarchismo - si organizzano le forze cattoliche, guidate da sacerdoti della tempra di Giorgio Bazzani, Girolamo Pavanelli, Antonio Tomaselli, Umberto Sigolini, G. Battista Bosio, Giovanni Giuberti, per non dire dello stesso prevosto Antonio De Toni. A loro si affiancano laici di grandi doti ed energie, quali Pietro e Ludovico Bernardelli, Egidio De Cursu, Vittorio Rovati, Taoldini, Pasquale Tonini ed altri. Dal loro impegno nascono numerose iniziative. Nel 1901 si costituisce la "Società Operaia Cattolica di Mutuo Soccorso"; nello stesso anno don Pavanelli fonda una speciale sezione denominata "Gruppo zincatori, operai vari" che aderisce all'Unione Cattolica Trumplina del Lavoro mentre l'Unione Professionale di Gardone dà vita ad una cassa di disoccupazione. Nel 1902 viene creata l'Unione Democratica S. Filippo Neri che fa sorgere l'omonimo Ritrovo e, negli anni seguenti, come Società, sarà centro propulsore di altre significative opere quali la Cooperativa e il cinema teatro, entrambi intitolati a S. Filippo. Nell'ottobre del 1902 si costituisce anche la "Lega Operaia Maschile di Mutuo Soccorso"; dal 1903 comincia a prestare libri una "Biblioteca di Buone Letture". Nuovi ambienti cattolici sono aperti nel 1904 mentre nel 1906, presenti gli on. Longinotti e Giorgio Montini, si inaugura la bandiera delle Associazioni Cattoliche. Nel 1907 don


Umberto Sigolini fonda il Circolo Giovanile "Giuseppe Tovini", poi "Audax". Nel 1911 si inaugurano le case popolari volute da don Antonio Tomaselli. In questa cornice di grande impegno civile e di vivace confronto politico, la vicenda economica di Gardone conosce nuovi sviluppi. Alla crescente affermazione delle ditte Bernardelli, Beretta e Redaelli si contrappone la ridotta attività dell'Arsenale. Il 29 dicembre 1910 una regio decreto toglie a quest'ultima fabbrica il suo carattere autonomo per aggregarla all'Arsenale di Terni, con facoltà del governo di disporne in futuro la soppressione. Proteste vivacissime fanno rimandare di volta in volta il provvedimento e dal 1914 e lo stabilimento riprende progressivamente la sua attività. Nel precedente 1910 è istituito il Banco Nazionale di prova delle armi da fuoco portatili, con sezioni in Brescia e Gardone. Per l'impianto e la gestione del Banco si costituisce un Consorzio tra la Camera di Commercio ed i comuni di Brescia e Gardone ma gli intralci burocratici impediscono il funzionamento della sezione gardonese che diventa attiva solo dopo la conclusione del primo conflitto mondiale. L'accendersi della grande guerra suscita nel paese violente polemiche tra gli interventisti ed i neutralisti. Lo stesso sindaco, Angelo Franzini, schierato per il non intervento, è confinato. La partecipazione dell'Italia al conflitto obbliga circa 400 gardonesi a partire per il fronte mentre in paese si lavora alacremente. La ditta Beretta produce canne, pistole e parti di mitragliatrici; all'Arsenale, dove nel 1917 sono occupati ben 3790 uomini tra operai e soldati, si preparano moschetti; la Redaelli, che conta tra i suoi dipendenti molte donne, fornisce reti da sbarramento; la Bernardelli cura il riassetto di fucili da guerra. Sul paese imcombe sempre la minaccia di incursioni aeree ma, se si escludono tre bombe sganciate nel 1916, i gardonese vedono solo il passaggio di aereoplani isolati, contro i quali sparano i cannoni sistemati alla "Culma" e sul colle di S. Rocco. Il passaggio di truppe dirette al Maniva, che è zona di operazioni, fa sì che alcuni capannoni e le chiese di S. Carlo e di S. Rocco siano trasformati in caserme e bivacchi. Ai militari caduti nel tragico conflitto del 1915-1918 vengono dedicate le nuove opere di ampliamento dell'Ospedale Ricovero. Il fabbricato si arricchisce di due sale, camere singole, alloggi delle suore, chiesetta, porticati ed ambulatorio. Si vuole anche un sacrario con lapidi che recano incisi i nomi dei caduti e dei benefattori dell'Ente.


Nell'immediato dopoguerra si fa nuovamente sentire la crisi economica mentre più accese divampano le polemiche tra socialisti e cattolici. A soffocarle provvede il fascismo che ha in Ettore Contessi il suo gerarca locale. Il nuovo partito si afferma in Gardone nel 1921 e celebra il suo primo atto ufficiale il 17 aprile, con un comizio preannunciato da Augusto Turati. Vi partecipano anche squadristi venuti da Brescia. Nel paese si forma una squadra d'azione composta da pochi operai e studenti che compiono spedizioni punitive anche nei centri limitrofi. Nel triennio 1921-1923 parecchi socialisti, tra i quali Angelo Bosio, sono bastonati e perseguitati; nel 1923 i locali della Cooperativa che il partito ha istituito in Gardone e Inzino sono devastati; nel luglio di quel medesimo anno viene rovesciata l'amministrazione comunale mentre il 26 settembre la Società Cooperativa di Solidarietà viene sciolta. La violenza fascista colpisce con uguale accanimento le istituzioni cattoliche: nel 1926 un'incursione mette a soqquadro il Circolo Audax, il Ritrovo, la sede degli Esploratori e la Cooperativa Cattolica di Inzino; si impone lo scioglimento della squadra di Ginnastica, della filodrammatica, della banda. Nel 1927 scompare d'imperio lo Scoutismo e si chiude il Circolo giovanile cattolico: don Giovanni Giuberti e Vincenzo Bernardelli sono tradotti in Questura; il primo è obbligato a lasciare Gardone, il secondo sfugge miracolosamente al confino. È ancora Vincenzo Bernardelli a salvare in extremis la Cooperativa Cattolica di Gardone, ottenendone la trasformazione in Società per azioni mentre la Società Case Operaie di don Tomaselli è protetta dai debiti che il fascismo non vuol pagare. Sopravvive anche la Società Operaia di Mutuo Soccorso che sarà trasformata il 28 maggio 1942 in "Mutua Volontaria di Assistenza e Previdenza di Gardone V.T. e Mandamento". Gli iscritti al Partito Nazionale Fascista nel 1930 sono soltanto 40 ma già nel 1932 il Dopolavoro aziendale conta 2.000 iscritti e nel 1937 il fascio locale raggruppa 500 camicie nere ed è considerato uno dei più ragguardevoli della provincia. Durante il ventennio si realizzano alcune importanti opere pubbliche: nel 1928 si amplia l'edificio scolastico che ospita l'asilo e le classi elementari; dal novembre 1928 al giugno 1929 è costruito l'acquedotto della Rendena; nel 1931 si dispone del primo campo sportivo gardonese, dedicato alla memoria di Enrico Redaelli. La struttura comprende oltre al campo per il gioco del calcio, dalle misure minime regolamentari di m. 45 x 90, una pista podistica, una palestra con annesse tribune, una piscina di m. 80 x 16, un campo da tennis e uno per il gioco della palla a mano. Si pensa anche ad un comodo accesso al campo sportivo; perciò si costruisce sul fiume Mella un ponte, tuttora esistente, che, secono l'abituale enfasi dell'epoca, si denomina "Ponte del Littorio". Nel 1930 anche il teatro Beretta è restaurato e dotato di nuovi scenari e arredi. Si promuovono contemporaneamente lavori di ristrutturazione dell'edificio municipale con particolare riguardo al salone del Consiglio; a completamento dell'opera di rinnovamento, il podestà Arturo Bonomi fa eseguire, nel 1937, al pittore Giuseppe Mozzoni alcuni affreschi che decorano la volta del salone e di ambienti minori. Nel 1932-1933 vennero poste le fognature, costruite le strade di allacciamento con la frazione Convento (su progetto dell'ing. Gennaro Stefanini e del geom. Ettore Contessi) e altre ancora. Nel 1935 viene realizzata la strada per Magno e sistemate altre strade. Nel 1936 viene costruito il macello pubblico. Nel 1939 viene eretta una più ampia casa del fascio.


Il regime, notoriamente accentratore accentua anche l'importanza civile ed amministrativa del paese. Con decreto 24 marzo 1923 Gardone diventa capoluogo di un mandamento giudiziario che comprende l'intero territorio della valle; il 27 ottobre 1927 vengono soppresse le autonome amministrazioni di Inzino e di Magno e i due centri diventano frazioni dell'unico comune gardonese. Non meno attento è l'intervento governativo nel campo dell'istruzione pubblica. E' scontato l'indottrinamento delle giovani generazioni fin dai primi anni del curriculum scolastico. In seguito poi al riordinamento dell'istruzione professionale, attuato nel 1923, la Scuola Popolare Operaia viene inclusa fra quelle amministrate dallo Stato e trasformata in scuola secondaria di Avviamento Professionale, con annesso laboratorio. Si rivede anche tutto l'organico ed è nominato un primo direttore di ruolo della Pubblica Istruzione: si tratta di Mario Cristofoli. Nel 1932 il laboratorio scuola è trasformato in Scuola Tecnica Industriale e nel 1937 alla scuola è annessa la scuola di avviamento professionale. Il regime programma anche la produzione delle armi. In particolare si stabilisce che l'ufficio provvisorio di Artiglieria, assumendo il nome di Fabbrica d'Armi Regio Esercito, riprenda le sue originali funzioni tecniche ritornando a far parte degli Stabilimenti Militari, quale sezione staccata della fabbrica d'armi di Terni. Nel periodo 1935-1942 le maestranze occupate passano da 1900 e 2200 unità e curano la fabbricazione di armi individuali dell'epoca. In questo periodo, come nel passato, la nuova F.A.R.E. è coadiuvata nel suo sforzo produttivo da tutte le industrie della zona. Con la guerra d'Etiopia, conseguenza diretta delle fantatischerie imperiali di Benito Mussolini, anche alla Beretta affluiscono ingenti ordini per la fornitura di fucili e moschetti del vecchio Modello 91 mentre un salto di qualità si ha con le ordinazioni delle pistole Modello 34 e, dopo il 1938, con il nuovo moschetto automatico conosciuto come MAB 38. Non mancano negli anni della dittatura le presenze a Gardone delle alte gerarchie del fascio: il 16 maggio 1939 giunge il maresciallo Pietro Badoglio; il 29 aprile 1940 è la volta di Ettore Muti, segretario del P.N.F. L'11 maggio 1940 quella del maresciallo Badoglio. Il fascismo tuttavia non riesce a porre saldissime radici nel paese. I vecchi socialisti continuano a mantenere ben ferme le loro idee, alimentandole anche con la propaganda clandestina; i cattolici si impegnano ad educare le nuove generazioni alla difesa dei valori supremi della libertà e della persona umana. Indimenticabili nella memoria dei giovani del tempo le conferenze di don Giulio Pini mentre ai loro genitori e a tutto il popolo è rivolta la vibrante, ammonitrice parola del prevosto Giacomo Zanetti. I consensi plebiscitari raccolti dal regime nelle ben orchestrate consultazioni popolari e le tessere di iscrizione al partito, spesso indispensabili a garantire il pane quotidiano, non possono nascondere completamente l'avversione di molti gardonesi alla dittatura, incoraggiata dal nobile esempio di alcuni spiriti fieri ed inflessibili ed alimenta nei ritrovi degli antifascisti e negli ambienti parrocchiali. La tragica esperienza del secondo conflitto mondiale affretta i tempi della lotta aperta per il riscatto della libertà. Dal 1940 al 1943 i cattolici intensificano il loro impegno nei "Raggi di stabilimento" che devono coordinare le forze di tutta la zona; i socialisti ed i comunisti si organizzano attraverso un comitato diretto da Antonio Forini. Il 25 luglio 1943 cade il fascismo e la notizia è salutata dall'entusiasmo popolare. Dopo l'armistizio dell'8 settembre gruppi di soldati sbandati e di prigionieri fuggiti dal campo di concentramento di Vestone giungono a Gardone; a tutti si offre una generosa assistenza mentre si costituiscono i primi organismi di coordinamento con le forze antifasciste di Brescia. Le montagne diventano lo scenario naturale della resistenza gardonese e valtrumplina; vi vengono accompagnati i giovani volontari mentre da Brescia viene inviato il sottotenente Giuseppe Pelosi, incaricato di organizzare la lotta. Nei vari gruppi agiscono circa 400 uomini distribuiti in luoghi diversi: il nucleo più numeroso opera presso la Croce di Marone, un altro a Colma di Zone, un terzo nella località Croce di Pezzolo; questa brigata comprende Francesco Cinelli e parecchi gardonesi. Un ultimo nucleo si raccoglie in località Fai. Giuseppe Pelosi chiede per i partigiani un'assistenza religiosa e il prevosto Francesco Rossi affida questo incarico al cappellano militare Giuseppe Pintossi, il quale svolge anche attiva opera di collegamento. Un colpo di mano compiuto nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 1943 permette al movimento partigiano di prelevare dalla fabbrica Beretta un migliaio di pistole con relative munizioni, 300 mitra e migliaia di cariche. Tutto viene trasferito a S. Rocco e quindi distribuito sulle montagne. Il gesto provoca l'arresto di tutta la commissionen interna dello stabilimento. Analogo provvedimento colpisce il prevosto Francesco Rossi ed alcuni antifascisti ben noti alla polizia del regime: Luigi Ajmone, Leone Baglioni, Giovanni Bolognini (Bibi), Pierino Combini, Zaverio Consoli. Nel novembre un vasto rastrellamento operato dai nazifascisti disperde i gruppi di Croce di Marone e Colma di Zone: viene catturato, tra gli altri, Umberto Bonsi che sarà fucilato in Brescia il 6 gennaio 1944. Anche il gruppo Cinelli è disperso; il suo capo è ricercato sulle montagne fino a Pezzoro dove è arrestato il parroco Pietro Plebani, gardonese. Francesco Cinelli è infine catturato a Carpenedolo e fucilato il 27 gennaio 1944. All'inizio di questo medesimo anno il movimento partigiano gardonese si riorganizza, suddividendosi in due gruppi: l'uno socialcomunista, l'altro di orientamento cattolico. Il primo ha tra i suoi principali protagonisti Giuseppe Masetti, Bortolo Baglioni e Pietro Ferraglio; l'altro si riferisce ai sacerdoti di Gardone e di Inzino, a Gino Pintossi e Battista Rovati. Nella primavera nasce il C.L.N. clandestino composto da uomini designati dai tre principali raggruppamenti politici. Ne fanno parte Renzo Franzini per il P.S.I.; Ippolito Camplani per il P.CI.; Pietro Timpini (fico) per la D.C. Da sucessivi sviluppi della lotta partigiana nascono la brigata "Lorenzini" che opera sul colle di S. Zeno; la "122 brigata Garibaldi", presente prima sul Guglielmo e poi sui monti di Bovegno; la "Perlasca", attiva sulla Corna Blacca e la "Margheriti" sul Dosso Alto. L'impegno per la libertà è validamente sostenuto attraverso la diffusione di pubblicazioni clandestine: da Brescia giunge "il Ribelle" insieme con altri fogli di propaganda; a Gardone si provvede a trarne copie ciclostilate con la macchina della parrocchia, confinata in una soffitta, presso la cupola della prepositurale. Dalla casa di don Giulio Pini escono volantini rivolti soprattutto ai giovani; di questi ciclostilati non rimane oggi alcun esemplare poichè il timore delle perquisizioni induce i gardonesi a far sparire sollecitamente quanto può essere compromettente. Il 12 gennaio 1945 un imprevisto bombardamento coglie di sorpresa il paese: un ordigno colpisce la casa Taoldini, a pochi metri di distanza dal fabbricato scolastico, causando molto panico ma nessuna vittima tra i fanciulli; tragiche invece le conseguenze prodotte da una seconda bomba, caduta sulla casa Moretti: quasi tutta la famiglia perisce. Nei mesi seguenti si intensificano il rifornimento delle armi e le azioni dei partigiani. Nel marzo viene allargato il C.L.N. Ne fanno parte Pietro Timpini, Battista Rovati, Giuseppe Panelli, per la D.C.; Ippolito Camplani, Giuseppe Masetti, Pietro Sartori, per il P.C.I.; Renzo Franzini, Battista Leali, Annibale Cabona per il P.S.I. Ore drammatiche si vivono nei giorni della Liberazione. Un drappello di SS si presenta alla portineria della fabbrica Beretta e blocca lo stabilimento. È il 26 aprile 1945. Corre voce che i tedeschi vogliano minare la fabbrica; sono infatti presenti i guastatori. Mentre la popolazione cerca rifugio sui sentieri della valle e a S. Rocco si raduna il gruppo dei partigiani pronto a dirigere l'insurrezione, il prevosto Francesco Rossi affronta i tedeschi che presidiano lo stabilimento chiedendo loro di allontanarsi senza danneggiare gli impianti, rinunciando a qualsiasi rappresaglia contro le persone e le cose. La risposta degli occupanti è negativa. Ma il diretto intervento di Pietro Beretta e le prime avvisaglie d'una pronta e decisa reazione dei partigiani inducono i tedeschi a ritirarsi. Cadono purtroppo negli scontri di quelle frenetiche ore altri giovani gardonesi, tra i quali Fausto Raza. Dal 26 aprile siede nel palazzo municipale il C.L.N. che affronta energicamente i più urgenti problemi. In attesa della convocazione dei primi liberi comizi elettorali, le funzioni di sindaco sono provvisoriamente esercitate da Pietro Sartori, affiancato da Annibale Cabona e Battista Rovati, assessori anziani.


Il consiglio comunale è democraticamente eletto nel marzo 1946. La maggioranza espressa dalla consultazione popolare sceglie come nuovo sindaco il socialista Antonio Selva. Le successive elezioni del maggio 1951 vedono l'affermazione della D.C. che amministra il comune con la maggioranza assoluta fino al 1979. Primi cittadini sono eletti, nell'ordine, Angelo Grazioli e Giovanni Bondio che, in seguito ai risultati dei comizi celebrati nel 1979, guida una giunta formata dalla D.C. e dal P.S.I. Lo sviluppo economico e sociale del paese negli ultimi decenni conosce un ritmo intenso. Superate le difficoltà dell'immediato dopoguerra, si assiste ad un continuo proliferare di iniziative che si sviluppano soprattutto nel settore industriale. La "storica" fabbrica d'armi Pietro Beretta e la più giovane ma già affermata ditta Bernardelli alimentano una rete di piccole aziende e unità produttive sulla quale spesso si costruisce la fortuna economica di nuovi, sagaci imprenditori. Nel 1948 Angelo Zoli apre una fabbrica che produce una vasta gamma di fucili da caccia e da tiro che si diffondono progressivamente sui principali mercati mondiali; nel 1949 i fratelli Giovanni e Giuseppe Gamba iniziano l'attività delle Armerie Italiane, soddisfacendo le richieste interne ed esterne. Tra il 1953 e il 1955 vive i suoi anni migliori la Mi-VAL, fondata dai fratelli Minganti; successivamente, con una operazione di riconversione industriale, lo stabilimento si specializza nella produzione di idrogetti e macchine utensili speciali e di precisione. Nel 1960 è fondata la F.I.A.S. dei fratelli Sabatti; nel 1961 nasce la ditta Giuseppe Tanfoglio per la fabbricazione di pistole e revolver 32 SW, venduti soprattutto negli U.S.A. Nel 1964 inizia la sua attività la CAM GEARS Italia, voluta d una società inglese e dalla Pietro Beretta. L'unità produttiva è specializzata


nel settore dei "gruppi sterzo" per autovetture, a soddisfazione delle richieste che provengono soprattutto dal mercato francese e tedesco oltre che da quello nazionale. Negli anni Sessanta del XX secolo si va sviluppando anche la riproduzione di armi antiche: l'attenzione degli artigiani gardonesi si fissa principalmente sui pezzi che hanno contrassegnato un'epoca storica, come la pistola "Colt" e i fucili "Winchester". Si ottengono riproduzioni così fedeli agli originali modelli da garantire un largo successo nelle vendite, dirette in prevalenza verso l'America. Grande sviluppo conosce anche l'incisione d'arte: attentissime cure vi dedicano gli specialisti delle ditte Beretta e Bernardelli ma, negli ultimi anni, vi si applicano in particolare Renato Gamba, Mario Abbiatico e Cesare Giovanelli che, nel dicembre 1979, apre in Magno di Gardone una vera e propria scuola di qualificazione professionale, organizzata nella sua "Bottega di incisione". Un importante ruolo nel panorama dell'industria gardonese svolge infine la ditta Redaelli, specializzata nella produzione di nastri d'acciaio e funi di tutti i tipi: dal febbraio 1979 lo stabilimento è parte della Redaelli Tecna. Relegata l'attività agricola nel limbo dei ricordi storici, accanto all'industria si deve porre il settore terziario che si sviluppa soprattutto a partire dagli anni Settanta del Novecento e comprende addetti alla sanità, al commercio al minuto, all'istruzione, alla pubblica amministrazione. La stabile fortuna economica del paese, mantenutosi dal dopoguerra ad oggi immune da crisi che possono definirsi gravi, favorisce lo sviluppo, divenuto in certi periodi quasi frenetico, dell'attività edilizia privata. Notevole anche l'intervento pubblico: oltre che nella costruzione di edifici destinati ad alloggio popolare, esso si esprime anche nella predisposizione di nuove strutture scolastiche, sanitarie, assistenziali e nel recupero di taluni edifici del vecchio centro storico. Dal 1945 al 1965 con l'intervento dello Stato e di altre gestioni pubbliche si costruiscono in Gardone 251 nuovi appartamenti; nello stesso periodo, ad opera di organizzazioni e istituzioni cooperativistiche, si predispongono altri 256 appartamenti. Tenendo conto anche dell'iniziativa dei privati, si conclude che, nei primi 20 anni postbellici, sono a disposizione della popolazione ben 1274 appartamenti. Tra il 1955 e il 1980 la scuola si arricchisce di nuovi, iponenti complessi: dagli asili per l'infanzia ai moderni edifici per le classi elementari e medie e per gli istituti superiori. La biblioteca comunale, dedicata al benemerito maestro Carlo Filippini, ristrutturata negli ambienti ed arricchita nella sua dotazione, può offrire agli studenti spazi più ampi e opportunità culturali più valide. Il 17 aprile 1966 l'on. Aldo Moro inaugurava il nuovo edificio della scuola media. L'opera più importante nell'ambito dell'edilizia sanitaria è rappresentata dal grande ospedale generale di zona. Una deliberazione del 4 febbraio 1960 ne decide la realizzazione; nella primavera del 1969 viene completato il primo lotto, eseguito su progetto dello studio tecnico Quilleri-Dabbeni. La struttura comprende attualmente i primariati di chirurgia generale, medicina generale, ostetricia e ginecologia, pediatria e neonatologia, laboratorio analisi. Si effettuano inoltre servizi di radiologia, anestesia e rianimazione. L'ospedale che può contare complessivamente su 305 posti letto, occupa attualmente 306 persone, comprendendo in questo numero i medici, i paramedici e gli impiegati nei vari uffici. Per ciò che si riferisce all'edilizia assistenziale, è da segnalare la costruzione della Casa di Riposo "Pietro Beretta", realizzata su progetto dell'architetto Mario Dabbeni e inaugurata il 1° maggio 1972; un programma comunale che prevede la costruzione di alloggi minimi per persone anziane è in parte compiuto ed in parte ancora da completare. Nel 1975 veniva inaugurata una scuola materna nella zona sud della borgata. Coraggiose iniziative edilizie che allo scopo formativo uniscono l'intento di educare in particolare i giovani alla pratica sportiva ed al tempo libero si devono in primo luogo alla parrocchia. La tenace volontà del prevosto Giuseppe Borra conduce alla realizzazione di un oratorio intitolato a S. Giovanni Bosco. Il complesso, costruito a partire dal 1952 su progetto di Franco Cremaschini, è inaugurato nel 1958. Vi si aggiunge successivamente un ampio palazzetto dello sport, opera del medesimo Cremaschini, realizzata ed inaugurata tra il 1961 e il 1962. Alla società S. Filippo Neri si deve la costruzione dell'omonimo nuovo teatro che dal 1952 sostituisce il vecchio, trasformato in ambiente per le ACLI e le altre istituzioni cattoliche. Dall'ex galleria si ricava l'attuale Auditorium dedicato alla memoria di Vincenzo Bernardelli. Nei primi anni Sessanta del secolo XX il comune predispone il nuovo stadio, con terreno di gioco regolamentare, atto ad ospitare qualsiasi partita di calcio professionistica. L'inaugurazione avviene nel 1956; nella stagione 1965/66 l'A.C. Beretta vi disputa il suo campionato di calcio, della quarta serie semiprofessionistica. Il complesso sportivo comprende attualmente due campi da tennis in terra battuta ed altrettanti in materiale sintetico. Si dispone anche della macchina per il tiro al piattello che è attivamente praticato mentre è già predisposto il tracciato per la realizzazione della pista di atletica e si progettano interventi per rendere possibile l'esercizio di altre discipline. Funzionano da qualche anno anche due piscine comunali che fanno parte rispettivamente delle strutture della scuola elementare di Gardone sud e della scuola media di Inzino. L'importanza di Gardone sotto l'aspetto socio-politico ed economico fa sì che la cittadina acquisti una posizione di preminenza nella Comunità di Valle, istituita con decreto prefettizio del 3 aprile 1967, prima di diventare la piccola capitale della Comunità Montana della Valle Trompia, costituita in Ente di diritto pubblico con la legge n. 1101 del 1971. La Comunità Montana comprende attualmente i seguenti comuni: Collio, Bovegno, Irma, Pezzaze, Marmentino, Tavernole, Marcheno, Lodrino, Gardone, Polaveno, Brione, Sarezzo, Lumezzane, Villa Carcina, Concesio, Nave, Bovezzo, Caino, Botticino, Gussago. Dal 1974 gli uffici dell'Ente si trovano in un palazzo costruito sul territorio comunale di Gardone V.T., lungo la statale 345 delle Tre Valli. Nel medesimo edificio ha la sua sede anche la Pretura mandamentale. Gardone è sede di una Tenenza e stazione dei carabinieri, un ufficio e carcere mandamentale, di un comando di presidio militare, un comando di brigata di finanza, un Banco Lotto.


CHIESA PARROCCHIALE - È verosimile che già verso la fine del secolo XIV esista in Gardone una cappella dedicata a S. Marco. Luigi Falsina sembra non escludere che il culto verso l'evangelista sia stato in qualche modo suggerito o ispirato ai gardonesi dai nobili Avogadro, feudatari influenti, fautori della Serenissima e patroni del bel tempietto romanico eretto in Brescia in onore del medesimo santo. È molto probabile che agli inizi del sec. XV l'oratorio goda di un beneficio clericale. Nel catalogo capitolare redatto nel 1410, subito dopo la pieve d'Inzino, si fa infatti cenno d'un reddito riferibile alla cappella di Gardone, la quale, d'altra parte, pochi anni dopo - e precisamente nel 1428 - è certamente provvista d'una sua pur modesta dote poiché in quell'anno Ambrogio Bordogno fu Matteo, gardonese, si confessa debitore verso la chiesa di S. Marco. Verso la fine del secolo XV o almeno agli inizi del XVI la chiesetta subisce interventi tanto radicali che si può ben parlare d'una completa riedificazione. In questo senso depongono i testimoni che vengono ascoltati nel corso del processo di separazione dalla pieve d'Inzino, celebrato tra il 1543 e il 1544. In particolare Ludovico Camossi, di anni 60, afferma di aver visto la chiesa completata ma di non ricordare quando siano iniziati i lavori. Tonolo fu Giambono de Mantesiis, d'anni 65, aggiunge che la chiesa è stata riedificata a spese del comune mentre Comino fu Bernardino Cominazzi, d'anni 32, assicura che il comune ha fatto costruire a sue spese alcune cappelle, eccetto quella del Corpus Domini, eretta dai confratelli della Scuola, i quali hanno anche procurato una croce d'argento, calici e campane. Gian Angelo Cominazzi, dopo aver sostenuto che in un solo anno i gardonesi hanno fatto rifare per due volte le campane, riferisce che egli stesso, a nome della comunità, ha fatto eseguire da un orefice bresciano chiamato, come crede, Bernardino Delle Croci, un crocifisso d'argento. Galucio del Bello (Belli), d'anni 39, specifica che, secondo quanto egli può ricordare, da venti anni si lavora alla ricostruzione dell'edificio. Con queste testimonianze, già raccolte e pubblicate da Luigi Falsina, concorda la data incisa sul basamento della lesena destra del portale che dà accesso al tempio. Si legge infatti: FFF. 1534. Molto importanti si rivelano alcuni documenti finora inediti che, mentre confermano che la chiesa di S. Marco viene rifatta nei primi decenni del secolo XVI, consentono anche di riconoscere in essa taluni elementi strutturali destinati ad essere inseriti nel successivo, nuovo disegno architettonico dell'edificio, riferibile alla fine del Cinquecento. Un atto notarile nell'Archivi di Stato di Brescia e trascritto da Sandro Guerrini, informa che nel 1537 il comune di Gardone scioglie, in parte un debito contratto con l'architetto Faustino Soncinelli da Cadignano, uno dei più attivi artisti bresciani di questo periodo, il quale "lavora in la giesia de Santo Marco et la lozeta sula piaza al Comune de Gardon". Nella chiesa il Soncinelli deve erigere la cappella dedicata alla Concezione; si deve inoltre occupare del cimitero annesso al tempio. Una seconda scrittura, recante la firma del notaio Comino De Fino (Daffini) e la data 21 gennaio 1538, attesta che all'architetto è stata interamente corrisposta la somma pattuita per i lavori a lui affidati. Confrontando fra loro gli atti della visita apostolica compiuta da San Carlo nel 1580 e quelli dell'ispezione pastorale effettuata nel 1582 dal vescovo diocesano Giovanni Dolfin, è possibile ricavare un'immagine quanto meno approssimativa dell'edificio sacro così come esso si presenta prima che intervenga il rifacimento attuato sul finire del Cinquecento. Il tempio, che è consacrato, ha ancora una struttura a capanna; appare privo di volte, con una sola eccezione per la cappella dell'altare maggiore. La costruzione si compone di due navate: quella laterale, volta a mezzogiorno, è tanto lunga quanto larga e misura 8 cubiti. Nell'edificio, che il presule giudica troppo piccolo rispetto alle esigenze della popolazione, si contano, oltre al maggiore, altri due altari: il primo "in cornu epistulae" è dedicato all'Immacolata Concezione; il secondo, "in cornu evangelii", al Corpo di Cristo. Le rispettive Scuole sono istituite da più di mezzo secolo. Negli atti della visita Dolfin, è un accenno anche al campanile: si innalza a settentrione e porta due campane. Tra gli ultimi anni del secolo XVI e i primi del XVII la chiesa è sottoposta ad opere di rifacimento di così grande impegno da rendere necessaria una nuova consacrazione. Il rito è celebrato dall'Ordinario diocesano Marino Giorgi il 14 aprile 1606. Al vescovo si presenta un tempio che nelle sue linee architettoniche interne ed esterne poco si discosta da quello odierno. Fatto salvo l'inserimento nella facciata del campanile, che non è coevo al disegno tardo cinquecentesco dell'edificio ma appare riferibile alla seconda metà del Settecento, la modificazione strutturale più importante si attua nella seconda metà del secolo XX. Fra il 1936 e il 1939, per volontà dei prevosti Giacomo Zanetti e Francesco Rossi, viene aperto un transetto comprendente due cappelle, dedicate rispettivamente alla Madonna e a S. Giuseppe. L'edificio assume in tal modo l'attuale aspetto, con pianta a croce latina. Tra il 1939 e il 1942 vengono rivestite in marmo le colonne del presbiterio e si sostituisce il vecchio con l'odierno altare maggiore. Nel 1954 il prevosto Giuseppe Borra provvede al rifacimento dell'accesso principale alla chiesa, collocando un nuovo portale. Segue nel 1963 la sistemazione dell'impianto elettrico delle campane e nel 1966 il completo restauro del tempio. È rinnovato il tetto, si stuccano tutte le colonne, si rifanno i capitelli; si dispone un pavimento nuovo, in marmo "repen classico" per le navate ed il transetto e in "rosso di Macedonia" per il presbiterio. Quest'ultimo è notevolmente ampliato e meglio adattato alle prescrizioni liturgiche del Concilio Vaticano II. Vengono infine restaurati gli affreschi ed alcuni quadri.


Esterno. Il tempio, al quale si accede per una breve gradinata, è preceduto da una bussola in muratura, che ri corda quella della chiesa di S. Gaetano in Brescia, e s'inserisce in una facciata alquanto piatta, anche se non priva di paraste e riquadri, avvicinabili al gusto del Bagnadore. Sopra il frontone triangolare della bussola, un oculo rotondo è fiancheggiato da due nicchie vuote, al di sopra delle quali il frontone è raccordato con la zona inferiore da due volute che ricordano quelle della chiesa urbana di S. Afra. Il campanile, che s'innesta sul lato destro, forma un gioco piuttosto disordinato di volumi ed accentua ancor più il disegno asimmetrico della facciata. Interno. L'aula, maestosa e imponente, è divisa in tre navate da due ordini di pilastri a sezione cruciforme sui quali poggiano archi a tutto sesto. La navata centrale presenta una volta a botte; lungo quelle laterali, coperte da una volta a crocera, corrono profonde cappelle per il battistero e gli altari. Il transetto attraversa le navate all'altezza del presbiterio e determina la pianta a croce latina dell'edificio. Il presbiterio, ampio e profondo, è sormontato da una cupola semisferica che ripete moduli già sperimentati dal Bagnadore nella chiesa di S. Maria del Lino e nella cappella di S. Cristo in Brescia, a lui attribuita. La cupola poggia sulle ghiere dei quattro archi del presbiterio e si raccorda alla pianta quadrata per mezzo dei pennacchi. Guida alla chiesa. Le brevi annotazioni che seguono danno sinteticamente conto del patrimonio artistico della parrocchiale, con itinerario che muove dal fondo della navata sinistra rispetto a chi entra dal portale maggiore e, da destra, ritorna alla bussola. - Cappella del Battistero. S. Giovanni Battista battezza Gesù nelle acque del Giordano, affresco firmato da Eliodoro Coccoli e datato 1930. L'opera si presenta all'interno di una struttura architettonica dipinta e ripartita in tre campate: nella mediana si stagliano le figure del Precursore e del Cristo; nelle laterali due coppie di angeli. La volta è decorata con stucchi riferibili al secolo XVIII, restaurati nel 1966. La marmorea vasca battesimale, cinquecentesca, è chiusa da una cuba bronzea, suddivisa in varie sezioni e recante diverse sculture a sbalzo: tra le altre i busti di Giovanni XXIII e Paolo VI. Sul cancello, formelle bronzee ottagonali presentano, scolpiti a sbalzo, da sinistra e nell'ordine: il leone alato di san Marco, una Madonna col Bambino, un Cristo crocifisso e un angelo. Sia le formelle del cancello sia le sculture della cuba battesimale sono opera del gardonese Giuseppe Bregoli che esegue ed offre questi lavori alla chiesa parrocchiale nel 1967. - Altare dei santi Prospero e Carlo Borromeo. Il prospetto, in marmo rosso di Verona, venato, la mensa ed i gradini per i candelieri sono già predisposti nei primi mesi del 1756; nell'agosto di quel medesimo anno l'altare, provvisto anche di un buon tabernacolo, viene ufficialmente inaugurato. Sopra l'altare vedesi una pregevole pala, firmata da Francesco Lorenzi. Il dipinto raffigura in alto i santi Lorenzo e Antonio da Padova. In basso san Carlo Borromeo che porge la Comunione a san Luigi Gonzaga. Dietro la pala si trovano tre urne di legno dorato, ad intaglio, con finestre in cristallo. Sono disposte l'una sopra l'altra e custodiscono le ossa di san Prospero ed altri quattro busti con reliquie delle quali sono andati perduti i documenti di revisione. - Altare del S. Cuore, già del SS. Nome di Gesù e dell'omonima confraternita, fondata nel 1602. Nel 1756 ha ancora "pittura e ancona di legno". Il nuovo altare, in marmi policromi, con una soasa ingentilita da eleganti lesene, è inaugurato il 28 giugno 1764 e dedicato al Sacro Cuore. Per l'occasione si ridipinge anche la pala che attualmente vi è collocata. La parte inferiore della pittura risulta la meno compromessa e presenta da sinistra, nell'ordine, i santi Bernardino da Siena e Francesco di Sales; quest'ultimo ha accanto a sè un chierico che gli regge il pastorale. Segue, sulla destra, Sant'Andrea Avellino, morente, sostenuto da un angelo. La parte superiore del quadro è gravemente deturpata e ridipinta: vi si riconosce san Giuseppe che indica il S. Cuore, con un gruppo di angeli. L'opera non è firmata ma, per i valori che si esprimono nella sua parte inferiore si può attribuire a Francesco Lorenzi, il quale, evidentemente, non ha nulla da spartire con le maldestre manomissioni intervenute nella parte alta del dipinto. Dietro la pala una nicchia ospita una statua in legno del S. Cuore, opera dello scultore Righetti. - Transetto sinistro: altare di S. Giuseppe, già del Corpo di Cristo e dell'omonima Scuola. È uno dei più pregevoli della parrocchiale: alla sua costruzione lavorano infatti due personaggi quali Agostino Maggi e Carlo Ferrazzoli. Il primo, giudicato "eccellentissimo" nel mettere a posto l'alabastro, le pietre orientali e i bronzi" ha già dato ottima prova di sé operando nella chiesa cittadina di S. Maria Calchera, in quella della Carità ed in S. Lorenzo; il secondo, "gettador di bronzi", ha egli pure lavorato in S. Lorenzo e nella parrocchiale di Sale Marasino che gli deve bellissimi bronzi e candelabri. Nel 1765 Agostino Maggi accetta la commissione per l'erezione di questo altare nella prepositurale di S. Marco. Secondo gli accordi fissati dal contratto, l'opera deve essere completata per la Pasqua del 1768. Il compenso è stabilito in scudi 850, pagabili in quattro rate. Nel 1766 Carlo Ferrazzoli fornisce i filetti di bronzo per i gradini dei candelabri, per le lesene, il tabernacolo, i festoni alle cartelle del parapetto, l'agnello nello scudo, l'ostensorio della cimasa e i capitelli delle colonnette che fiancheggiano il tabernacolo. Il tutto per un aggravio aggiuntivo di lire 815. Nel 1766 Giuseppe e fratelli Crescini fanno predisporre le segrete d'argento, per una spesa di lire 1479,5. Nel 1769 si spendono ancora lire 299,15 per abbellimenti. L'altare, privo di pala, custodisce, nella nicchia sopra la mensa, una statua in gesso di S. Giuseppe con il Bambino. - Organo. E sistemato al centro di una decente cantoria che sporge dalla parete sinistra del transetto. Qui è stato trasportato nel 1937. Un credito rivendicato da Costanzo Antegnati nel 1594, nel quale è citata come debitrice la chiesa parrocchiale di Gardone, ha fatto pensare che ci si riferisse alla parrocchiale dell'omonimo centro, sulla riviera del Garda. Recentemente Carlo Sabatti, rileggendo attentamente il documento, già pubblicato dal Putelli, ha notato che tra i testimoni presenti alla stipulazione dell'atto di credito, compare il reverendo Giuseppe Serafini, curato-parroco di Gardone V.T. dal luglio 1585. La circostanza consente al Sabatti di concludere che il credito vantato dall'Antegnati si riferisca all'organo di Gardone V.T., del quale il celebre organaro sarebbe stato il primo artefice. Nel corso dei secoli lo strumento subisce tuttavia modificazioni e rifacimenti tali che le sue primitive caratteristiche vanno completamente perdute. Dal registro della Scuola del Corpo di Cristo si apprende che dal 1792 al 1795 vengono ripetutamente versate ingenti somme di denaro a Gaetano Callido, illustre organaro veneziano, il quale ristruttura tutto lo strumento che si presenta, in quegli anni, ad una sola tastiera. Dal 1841 al 1926 Luigi Cadei, Giovanni e Tito Tonoli, e certo don Mazza introducono nuove modificazioni nello strumento, esercitandosi in rimaneggiamenti ripetuti e non sempre felici. Nel 1937 Guido Nazzari trasporta l'organo nella nuova sede, lo ricostruisce secondo un suo progetto, gli cambia totalmente la fonica, elimina la cassa e ristruttura la meccanica in modo così poco lodevole che nel 1960 essa si rivela assolutamente inservibile e Armando Maccarinelli è costretto a cambiarla del tutto e ad introdurre parti pneumatiche. Del vecchio organo Callido non rimangono che poche canne; nulla sopravvive delle parti meccaniche, anche la fonica è alterata. Non si conosce l'anno nel quale viene aggiunta allo strumento la seconda tastiera; risulta tuttavia che la vendita della cinquecentesca statua della Madonna, opera pregevolissima degli Zamara, si effettua, intorno al 1917, perché il ricavato serva ad aggiustare l'organo. Sebbene in archivio non sia finora emersa alcuna annotazione precisa in proposito, può ritenersi probabile che in questa circostanza si sia predisposta anche la nuova tastiera. Mentre si stampano queste note, l'organo è sottoposto ad un radicale, attentissimo restauro, promosso dal prevosto Giuseppe Borra, secondo il più rigoroso criterio conservativo. Abside e cupola del presbiterio. La zona absidale, dove già furono collocati gli stalli del coro, ora dispersi, è attualmente occupata dall'altare maggiore, fatto arretrare fino al punto dove trovasi al presente, l'anno 1966. Sul fondo, al centro d'una ricca e preziosa soasa, è una nobile pala di Francesco Paglia, raffigurante l'Ascensione di Gesù. Il dipinto copre una nicchia, a sfondo azzurro, punteggiata di stelle d'oro; al centro vi sta un magnifico crocifisso, opera di Clemente Tortelli, collocato in così degna cornice almeno dopo il 1770. La nicchia viene scoperta solo nella solennità del Redentore; essa s'accorda tanto bene con la fastosa soasa che la circonda da offrire all'osservatore un insieme di grande effetto. L'ancona lignea valorizza peraltro, e molto, anche la pala di Francesco Paglia. Questa soasa è composta nel 1723 ma utilizza figure e statue ordinate per l'altare del Corpo di Cristo, dalla omonima Scuola, già nel 1533. Si riferiscono certamente al secolo XVI la nicchia della cimasa, col Cristo Risorto, collegata al resto per mezzo di due gattoni con angeli e la statua dell'Addolorata che affianca la figura di san Marco, nel secondo ordine, sulla sinistra della pala. Recenti indagini archivistiche condotte con Sandro Guerrini provano che il Cristo risorto della cimasa è opera di Clemente Tortelli mentre l'Addolorata appare ancora molto vicina alla produzione di Clemente Zamara. Le statue di san Marco e di san Giorgio, rispettivamente a sinistra e a destra del dipinto del Paglia, mostrano una certa vena di paesana semplicità mentre Clemente Tortelli è l'autore del san Giovanni che sta vicino a san Giorgio. Sulla parete sinistra rispetto a chi si pone di fronte all'altare maggiore, sta una pala, firmata da Giovanni Battista Galeazzi e datata 1599. Raffigura il martirio di san Pietro, frate domenicano, veronese, ardente predicatore. L'opera non è superlativa ma si rivela di grande interesse in quanto può essere considerata una copia dell'omonimo "martirio" del Tiziano, che è andato perduto. Di fronte al Galeazzi, sulla parete destra, si ammira una buon tela, non firmata, ma attribuita a Giuseppe Nuvoloni, detto il Panfilo, pittore milanese, non insensibile agli insegnamenti di Van Dyck. Vi è raffigurata la Presentazione di Gesù al Tempio; a sinistra vi compare anche san Bernardino. La cupola, affrescata nel 1924 da Eliodoro Coccoli, presenta la gloria di san Marco. Nei pennacchi sono riconoscibili i santi Rocco, Sebastiano, Carlo Borromeo, Francesco d'Assisi. - Transetto destro: Altare della Beata Vergine del Rosario - Insieme con quello di San Giuseppe, è uno dei più notevoli della parrocchia. Il palliotto, in marmi policromi, presenta finissime decorazioni e motivi ornamentali di grande eleganza. L'altare, che può riferirsi agli inizi del Settecento, è impreziosito da una gradevolissima soasa, con due colonne tortili, in marmo rosso di Francia, che reggono una cimasa recante al centro una colomba fiancheggiata da due angeli schiettamente settecenteschi. Fino agli inizi del XX secolo, la nicchia sopra la mensa custodisce la pregevolissima Madonna col Bambino, scultura lignea compiuta nei primi anni del Cinquecento nella bottega degli Zamara, intagliatori di larga fama. La statua, venduta intorno al 1917, trovasi attualmente a Milano, nel museo del castello Sforzesco. In luogo della primitiva immagine, nella nicchia è ora collocata una Madonna del Rosario, in legno, di non eccelso pregio. Uscendo dal transetto e volgendo lo sguardo sulla sinistra, vedesi, sopra la porta laterale che s'affaccia sulla via S. Rocco, una buona pala, già dell'altare del Corpo di Cristo, raffigurante il sacrificio di Melchisedech. Il dipinto non è firmato e non è datato ma Luciano Anelli ne attribuisce la paternità a Grazio Cossali. - Navata destra: Altare di S. Pantaleone Nel 1528, per voto fatto dai gardonesi contro il flagello della peste, si erige un altare in legno, sostituito da uno in marmo dal 1756. La data 1767 che sta nella nicchia dietro la pala segna probabilmente l'anno nel quale viene scolpita in marmo anche la soasa. La pala, che rappresenta il martirio di san Pantaleone, è firmata da Antonio Gandino e datata 1628. Tale anno è stato indebitamente ridipinto "1528" durante il maldestro restauro eseguito intorno agli anni Quaranta del presente secolo. - Altare delle SS. Caterina e Lucia Già sotto il patronato della nobile famiglia Acquisti cui si deve anche la pala che sovrasta la mensa. Lo prova una scritta, ancora leggibile, che indica quali committenti gli eredi di Giulio Acquisti. Il dipinto è collocabile con molta verosimiglianza intorno alla prima metà del Seicento poiché da un documento rogato da Ottavio Chinelli e trascritto da Luigi Falsina, risulta che nel 1659 la pala è già stata eseguita e posta in loco. Ad essa infatti si riferisce espressamente Battista Acquisti, nell'atto notarile sopra richiamato e datato precisamente 12 giugno 1659. Egli stabilisce che presso questo altare siano celebrate alcune messe, possibilmente da un sacerdote della famiglia. La tela, che non è firmata, presenta una composizione pittorica che si svolge su piani diversi. In alto: Padre Eterno con angeli; nella fascia sottostante la Madonna con il Bambino è fiancheggiata da Santa Agata e santa Caterina d'Alessandria alla quale Gesù infila l'anello nuziale. Nella parte inferiore del dipinto si riconoscono, sulla sinistra, le sante Lucia e Maria Maddalena; sulla destra, Apollonia e Margherita. La cornice, d'un barocco un poco pesante, a grandi intagli, ha un basamento d'angeli e comprendeva le statue di sant'Antonio e della Madonna del Rosario, da tempo disperse. È donata alla parrocchiale, nel secolo scorso, da Luigi Moretti che la toglie dal suo oratorio della Paule. L'altare, in marmo, ha un palliotto non particolarmente pregevole. - Altare delle SS. Reliquie L'ultima cappella, già meta d'obbligo per i devoti a sant'Antonio di Padova, ospita ora un imponente altare sovrastato da un ciborio nel quale oltre a quelle della santa Croce sono custodite altre reliquie. È in tal modo legittimata la denominazione di questo altare che, sulle sue alzate, presenta vari busti di santi. Dalla parete di fondo della navata pende una buona Deposizione, probabile copia d'un analogo dipinto del Balestra. La pittura presenta, oltre al Cristo deposto, la Vergine Addolorata e san Giovanni. La tela è compresa in una soasa cinquecentesca, costituita da un portale classico formato da due lesene, decorate con candelabri dorati su fondo azzurro, che sorreggono un timpano. Nella cimasa è rappresentata a pittura la figura del Padre Eterno, con le braccia aperte, opera del Ferramola. Volgendosi verso la bussola, si vede sulla controfacciata una discreta tela settecentesca: con Madonna con il Bambino, san Gaetano, san Luigi, un santo vescovo e un altro santo non identificabile. Attraversata la navata centrale, si nota, sulla controfacciata sinistra, la copia di una delle tavole che formano il polittico del Moretto, già nella Basilica di S. Maria degli Angeli ed ora diviso tra il Brera di Milano ed il Louvre di Parigi. Nel dipinto, di dimensioni non ampie, si riconoscono i santi Bonaventura e Antonio da Padova. Prima di concludere questo sintetico itinerario artistico, conviene far rapidissimo cenno di alcuni arredi particolarmente pregevoli dei quali la parrocchia è dotata. Al secolo XVII risale un paramento bianco, in seta e oro, corredato dal palliotto; alla medesima epoca si riferisce un completo rosso, in broccato che s'accompagna ad un'altra pianeta originale del secolo XVII. Un paramento completo, azzurro, assegnabile ancora al Seicento, attende una paziente opera di restauro, mentre un buon paramento rosso, in broccato, lavorato a mano, in seta e oro, è opera del secolo XX. L'argenteria, per lo più in stile barocco, comprende ampolle, turiboli, ostensori e calici. Ricco di motivi decorativi notevolissimi è un calice firmato da Vincenzo Elena e datato 1796.


BASILICA S. MARIA DEGLI ANGELI. Il vasto complesso, comprendente la chiesa e l'annesso convento dei frati Minori dell'Osservazione, è fatto erigere da san Bernardino da Siena. Secondo una tradizione che si fonda sulla biografia del santo scritta dal frate Amadio Maria da Venezia e pubblicata in quella stessa città da Andrea Poletti nel 1476, il grande predicatore sarebbe giunto a Gardone nel 1442 e qui avrebbe ottenuto la concessione di un fondo per fabbricarvi un convento. L'atto di donazione è stipulato in Zanano, nella contrada di Prato Zucchello, nella quale si trova la casa degli Avogadro, il 20 aprile 1442. Sono presenti alla scrittura, in qualità di testimoni, Luchino Ridolfi e Francesco Rodengo. Giacomo e il figlio di Franceschino Avogadro sottoscrivono un accordo per il quale è concesso a san Bernardino un appezzamento di 80 tavole di terreno in località Val Cavrera perché "lo detto frate vuol far fabbricare una Chiesa la quale sarà chiamata la Madonna degli Angeli, ed anche il Convento...". Si conviene che i donatori abbiano diritto d'essere sepolti nella chiesa e di innalzarvi il loro stemma; si stabilisce inoltre che "il nostro Rev. Arciprete di Sarezzo e li suoi successori in perpetue possa andare con la processione, una volta all'anno nella Chiesa che sarà fabbricata ed ancora nel Convento"; si concorda altresì che nell'occasione di questa sua annuale visita l'arciprete debba essera accolto dai frati che dovranno porgergli l'acqua santa e quindi accompagnarlo fin sulla soglia del convento. Da parte sua, Bernardino da Siena, accettando la donazione, obbliga sè ed i suoi successori in perpetuo "di donargli per recognizione tre fiori, ovvero tre pomi di cedro, uno al detto Reverendo Arciprete ed uno per uno alli detti Signori Avogadri, ed alli suoi discendenti in perpetuo". Si è scritto che il complesso sarebbe sorto a partire dal 1444 ma in realtà i frati Minori Osservanti possono costruirlo soltanto molto più tardi poiché la bolla con la quale Paolo II Barbo autorizza il vicario generale della diocesi di Milano a concedere ai francescani dell'omonima provincia alcuni conventi - compreso quello di Gardone - reca la data del 1° novembre 1469. Si aggiunga che il documento pontificio precisa che la costruzione del complesso di Gardone è da poco cominciata. A confortare la tesi secondo la quale la chiesa e l'annesso edificio monastico devono riferirsi alla seconda e non già alla prima metà del secolo XV concorre infine una recente acquisizione archivistica dovuta ad Alfredo Soggetti. Egli ha rinvenuto un atto notarile datato 1 agosto 1496, dal quale si apprende d'un credito dovuto all'architetto Bernardino da Martinengo, nominato espressamente quale fabbricatore della chiesa di S. Maria degli Angeli, nel territorio di Gardone. Tra il 1442, anno della donazione del fondo e il 1469, anno nel quale il complesso risulta appena incominciato ed affidato ai francescani, è possibile collocare l'edificazione della primitiva cappella dedicata a s. Bernardino. Secondo quanto è scritto negli atti della visita di san Carlo, essa è preesistente all'intero complesso monastico. Se si tiene conto che Bernardino da Siena viene elevato agli onori degli altari nel 1450 ad opera di Nicolò V Parentucelli, si può pensare che l'antico oratorio sia solo di pochi anni posteriore a quella data. È interessante inoltre notare che quella che appare oggi come l'abside della chiesetta - da molti anni parte di un'abitazione privata - conserva ancora il frammento d'un affresco, riferibile alla seconda metà del secolo XV e raffigurante la Madonna degli Angeli. Il tema del dipinto è di grande importanza poiché esso è documento d'un culto particolarmente caro proprio all'Ordine Minorita. Accostando questa testimonianza pittorica all'annotazione del Visitatore Apostolico secondo la quale dal piccolo oratorio dedicato a S. Bernardino si è poi sviluppato il monastero, ("quod oratorium fuit initium illius monasterji"), appare non insostenibile parlare di una presenza francescana - sia pure discreta - a Gardone, anche prima che abbiano inizio i lavori che condurranno all'edificazione della grande chiesa e dell'annesso convento. Una iscrizione murata nel presbiterio, sulla parete destra rispetto a chi si ponga davanti all'altare maggiore, attesta che il tempio viene consacrato il 29 settembre 1513 e che l'anniversario della dedicazione è fissato per il giorno della Pentecoste. Agli inizi la famiglia monastica ospitata nel convento è probabilmente poco numerosa; al suo sostentamento provvede la popolazione stessa attraverso le offerte raccolte dai frati questuanti. Non sempre tuttavia i rapporti dei religiosi con la comunità gardonese conoscono tempi tranquilli. Tracciando a grandi linee la storia del paese, si è già avuto modo di far cenno dei rumorosi disordini intervenuti e dei danni patiti dai frati ad opera degli anabattisti che, nel 1556, giungono perfino ad incendiare le porte della chiesa di S. Maria degli Angeli e quelle dei confessionali dei frati francescani, particolarmente invisi agli eretici per aver ricevuto e svolto incarichi inquisitori. Dalle carte della visita di San Carlo Borromeo sopra brevemente richiamate, si ottengono alcune precise notizie circa l'intero complesso monastico. La chiesa, che ha quale sua unica fonte di reddito le elemosine dei fedeli, si presenta convenientemente decorata. In essa sono eretti sei altari, uno dei quali, quello di S. Pietro, gode di un legato di quattro ducati l'anno cui si dà soddisfazione. Sono stati innalzati nel tempio anche dei monumenti funebri che tuttavia il visitatore vuole siano demoliti. I religiosi sono cinque ma soltanto tre hanno riceuto l'ordine del presbiterato. Il monastero risulta contiguo alla chiesa e si compone, secondo la consuetudine, di due chiostri: l'uno più grande, l'altro di dimensioni più ridotte. Davanti alla chiesa esiste la primitiva cappelletta dedicata a S. Bernardino; in essa è eretto un altare ma non vi si celebra se non ricorrendo la festa del titolare. A proposito della visita di san Carlo conviene ancora aggiungere che l'arcivescovo milanese è protettore dell'Ordine dei Minori Osservanti e ciò può avergli suggerito, secondo quanto sostiene Luigi Falsina, di scegliere proprio il convento di S. Maria degli Angeli quale luogo del suo alloggio durante il soggiorno a Gardone. Nel 1609-1610 il monastero ospita otto frati. Il da Lezze li definisce "zoccolanti dell'ordine di san Giuseppe". In effetti essi calzano degli zoccoli ma non appartengono affatto all'ordine riferito dal nobile veneto. L'espressione usata dall'estensore del Catastico è impropria ma la si comprende quando si pensi che egli intende riferirsi al monastero minorita cittadino di S. Giuseppe, dal quale dipende il convento di S. Maria degli Angeli. Nella seconda metà del Seicento il barocco lascia qualche traccia anche in questa chiesa monastica gardonese: i frati fanno rifare l'altare maggiore e il tabernacolo, forse nel 1681; tale data leggevasi infatti dietro la portina del coro "in cornu evangelii". L'indicazione cronologica era accompagnata da una breve, indecifrabile scritta. All'anno 1684 risale un vivace contrasto tra l'ultimo rettore parroco, il reverendo Giovanni Antoniolo, e i religiosi francescani, a motivo di certi diritti di sepoltura; di tale controversia è succinta memoria nel registro dei morti dell'archivio parrocchiale. Poche ma interessanti annotazioni sono contenute nella relazione spedita in curia nel 1756 da Gian Antonio Baldassarre Cattaneo. Il prevosto scrive che il convento ospita "15 o pur 16 tra sacerdoti e laici" e aggiunge che nella chiesa si contano sei altari. La caduta della Repubblica Veneta nel 1797 non manca di far sentire le sue conseguenze anche sulla famiglia monastica gardonese. Marco Cominassi, senza intrattenersi a considerare le ragioni politiche che provocano l'allontanamento dei frati, riconduce immediatamente la questione nei confini locali scrivendo che il 6 agosto 1798 "per causa della Municipalità Gardonese, tutta senza religione" , sono espulsi i francescani. L'anno seguente il nuovo padre guardiano Alberto da Desenzano e suo fratello, padre Santo, restaurano il convento, spogliato e depredato dai seguaci della Rivoluzione; intanto, fin dal 9 luglio, tutta la valle ha presentato una supplica ufficiale alle competenti autorità perché sia permesso il ritorno dei francescani nel convento di Gardone e, il 2 agosto seguente, i frati rientrano tra le mura dei loro chiostri. Vi possono tuttavia restare per pochissimi anni poiché, nel luglio 1803, ne sono definitivamente allontanati. Il 10 ottobre seguente vengono calate dalla torre anche le campane che stavano nelle loro celle da più di tre secoli. Lo stato di totale abbandono nel quale versa l'antico complesso negli anni dell'effimera gloria napoleonica è sottolineato anche dal vero e proprio saccheggio artistico al quale viene sottoposta la bella chiesa. Sono trafugati infatti, tra gli altri preziosi tesori che custodisce, la stupenda pala, opera di Alessandro Bonvicino, raffigurante in alto la Madonna con il Bambino, seduta sulle nubi, con la luna ai suoi piedi ed un gruppo di angioletti a farle corona;. in basso, sullo sfondo d'una buona architettura dipinta, i santi Girolamo, Francesco e Antonio abate. Questo dipinto e parte dell'altrettanto celebre polittico, opera del medesimo autore, sono tuttora divisi tra il Brera di Milano e il Louvre di Parigi. Fino al 1810 tutto il complesso di S. Maria degli Angeli è ridotto a bivacco per soldati e trasformato in caserma. Finalmente nel maggio di quell'anno, per opera di devoti e specialmente di Gian Battista Pedretti, si provvede al restauro del tempio che appare quasi cadente. I lavori durano probabilmente fino al 1814; il Falsina infatti annota che, dietro la portina in cornu epistulae, si leggeva, negli anni durante i quali egli fu curato a Gardone, questa scritta ora perduta: "1814. Fu restaurata questa chiesa". Nel 1837 il Marchesini costruisce un organo, con relativa cantoria. Lo strumento, appoggiato sulla parete destra dell'abside, finisce per rovinare irreparabilmente gli affreschi ferramoliani che la decoravano. Il ritorno dei francescani nel loro convento è desiderato dai gardonesi e il 3 giugno 1842 il consiglio comunale delibera in tal senso. Ma, il 22 agosto seguente, la deliberazione è respinta dalla Regia Delegazione. Nuovi restauri sono intrapresi negli anni seguenti per l'impulso dato, a questo scopo, da Andrea Bertoglio, custode e sacrista della chiesa, il quale provvede anche il tempio di numerose, sacre suppellettili. Nel 1876 il prevosto Giuseppe Bertuetti trascorre nel convento un periodo di riposo mentre il successore, Andrea Bettoni, cerca invano di poter ottenere il ritorno dei frati. Verso la fine del secolo XIX il comune vende il convento per la somma di diecimila lire ad un gruppo di famiglie. Solo la chiesa rimane proprietà comunale. Il primo dei due chiostri del monastero, quello minore, viene aperto per farvi passare la strada consorziale. Durante la prima guerra mondiale il convento torna a trasformarsi in deposito militare mentre, a partire dal 1920, viene compiuto, per iniziativa della famiglia Moretti, un primo restauro agli affreschi, affidato a Vittorio Trainini. La chiesa, riaperta al culto, subisce interventi - questa volta con qualche intento conservativo un po' meno indeterminato - nel 1952. Il committente è Pietro Beretta, l'esecutore il Pescatori. Nell'occasione vengono riscoperti e restaurati frammenti di primitivi affreschi nel presbiterio e lungo la navata. Un intervento completo sia sulle strutture sia sulle testimonianze pittoriche si ha tuttavia soltanto nel biennio 1971-1972 ed ancora tra il 1973 e il 1975, ad opera del prevosto Giuseppe Borra. L'esterno. L'architettura di tutto il complesso ripete le forme tradizionali del tempo della sua costruzione. È un quadrilatero con pochissime aperture verso l'esterno; l'intero lato nord di tale quadrilatero è occupato dalla chiesa. Il campanile, di semplicissime linee, si affianca ad essa dalla parte interna. Il portico quadrilatero del chiostro si svolge su due piani. Il piano inferiore comporta una teoria di pilastri ottagonali, in cotto, poggianti su un basamento continuo mediante una modanatura di base. Le arcate a tutto sesto e le crociere delle volte si attaccano ad essi per mezzo di smussature angolari, le quali rappresentano la estrema semplificazione del capitello cubiforme di bizantina e poi romanica memoria. Sul piano superiore, adiacente alla chiesa ed esposto al sole di mezzogiorno, compare un secondo loggiato, a pilastri quadrati, legati tra loro da archi bassi che tradiscono un'epoca di costruzione alquanto più tarda. I rimanenti lati sono occupati in prevalenza dalle celle, non molto piccole; ciascuna di esse è munita di una finestra. Vista dal chiostro, la teoria delle finestrelle scandisce armoniosamente la striscia di muro che si stende liscia al di sopra degli archi. La quattrocentesca facciata del tempio è interrotta dal sottostante portico, di epoca seicentesca, che forma un atrio abbastanza ampio davanti all'ingresso principale della basilica. Appena sotto il tetto, in legno e cotto, di questo atrio, si osservino, da sinistra e nell'ordine: santa Chiara che reca un ostensorio, san Bonaventura da Bagnoregio con galero cardinalizio e croce e quindi, oltre il portale, san Luigi da Tolosa, vescovo francescano e santa Caterina con giglio e corona di fiori. Sopra il portale in pietra scura, s'innalza una lunetta ad arco acuto, formata da una cornice in cotto e da una fascia affrescata all'esterno con un leggero motivo floreale mentre l'interno, che presenta una serie di rosoni di elegante disegno, incornicia l'emblema monogrammatico tipico del grande predicatore senese. Lo si vedrà ripetutamente proposto anche nel tempio. Ai lati della lunetta, alla altezza del vertice della medesima, due tondi raffigurano rispettivamente i santi Antonio da Padova e Bernardino da Siena. Sopra il vertice della lunetta corre un elegante fregio che raccorda i due tondi. Interno. L'aula, di notevoli dimensioni, ha una pianta a croce latina, senza transetto. Si compone di un'unica larga navata che si apre sulla sinistra in tre cappelle poligonali con le volte profilate a ombrello. La copertura attuale della navata ripropone l'originale struttura a capanna, con volta a botte, archi a sesto acuto e tetto a vista. Un arcone delimita il passaggio al presbiterio, quadrato, che presenta una volta ad ombrello, simile a quelle delle cappelle laterali, ed è chiuso da un ampio catino absidale, impreziosito da una serie di affreschi di notevole interesse. Le brevi annotazioni che riguardano il patrimonio artistico custodito nella basilica considerano in primo luogo il ciclo pittorico della parete absidale. L'itinerario muove poi da sinistra,rispetto a chi volga le spalle al presbiterio, e ritorna, da destra al catino absidale. Abside e volta del presbiterio. L'affresco che occupa la lunetta centrale dell'abside rappresenta la Madonna degli Angeli: la Vergine, in piedi, tiene tra le braccia il Bambino ed è raffigurata in atteggiamento di ieratica compostezza. Attorno a lei stanno sei angeli, distribuiti in coppia, su tre piani diversi. La composizione, solenne e severa, è datata 1502 e stimata di scuola foppesca. Nella lunetta posta a sinistra rispetto a quella della Vergine, è rappresentato Bonaventura da Bagnoregio, affiancato dal simbolo caro a san Bernardino; nella lunetta alla destra della Madonna, si riconosce Ludovico da Tolosa. L'immagine della Vergine degli Angeli è sovrastata da una vela nella quale compare il Padre Eterno che mostra un libro spalancato sul quale sta critto: EGO SUM LUX PRO MUNDI VITA. Sotto le lunette dei santi Bonaventura e Ludovico da Tolosa si ammira quanto rimane di altri due affreschi collocati in altrettante cornici dipinte. La pittura meglio conservata è quella che appare sotto san Bonaventura: trattasi certamente di un pontefice perché cinge il triregno ma l'identificazione del personaggio è difficile. Addirittura impossibile è dare un volto al santo presentato nel secondo affresco che, situandosi sotto la lunetta di Ludovico da Tolosa, doveva accompagnarsi simmetricamente al pontefice del quale si è detto. Purtroppo il recente restauro ha restituito solo pochissimi frammenti di questa pittura che deve considerarsi ormai perduta. Ne rimane solo la cornice, ridipinta. Immediatamente sotto tale cornice è ben visibile una delle opere a fresco più notevoli presente nell'abside: si tratta di un "Ecce homo", attribuito a Paolo da Cailina il giovane. La volta del presbiterio, profilata ad ombrello e decorata a scaglie policrome, è suddivisa in quattro vele, al centro delle quali stanno altrettanti tondi con busti di santi. Le lunette che compaiono sulla parete destra e sinistra ripetono il motivo del sole con il monogramma di Cristo. Al centro del presbiterio sta un altare liturgico, in marmo, di francescana semplicità mentre il tabernacolo per la conservazione del Sacramento presenta sulla porticina una buona pittura raffigurante Cristo risorto e s'inserisce in una struttura barocca non priva d'una certa eleganza. Navata. Volgendo le spalle al presbiterio e scendendone i gradini, vedasi sulla sinistra l'affresco d'angolo. Una architettura dipinta e ripartita in tre piccole campane, fa da sfondo ad una sacra conversazione: al centro sta la Madonna col Bambino, seduta in trono; alla sua sinistra Francesco d'Assisi regge un crocifisso; alla destra il diacono Lorenzo porta la palma del martirio ed ha accanto a sè la graticola, strumento della sua morte. Il dipinto è datato 1506. Seguendo la parete sinistra della navata, si rende immediatamente evidente il frammento di un altro affresco: trattasi del martirio di san Giuliano, subito affiancato da una crocifissione. Poco oltre, all'altezza probabilmente raggiunta dal pulpito che vi era anticamente sistemato, si nota san Bernardino benedicente. Seguono alcuni quadri recuperati e restaurati recentemente. Interessante, ma d'ignoto autore, il ritratto a figura intera di un frate dell'Ordine Minorita, appartenente sicuramente ad una famiglia nobile, della quale, anzi, nel dipinto si riproduce anche lo stemma. Si noti subito appresso un olio su tela raffigurante cinque santi dell'Ordine francescano. Anche quest'opera è di autore ignoto ma riferibile alla seconda metà del Settecento. Particolarmente degna di nota è una crocifissione appesa sulla parete di fondo della chiesa, sulla sinistra rispetto al portale maggiore. Ai piedi del Cristo crocifisso compare un gruppo di anime purganti. Il dipinto è attribuito al Podavini. Sopra il portale maggiore campeggia una grande tela compresa in una ricca ed elegante cornice seicentesca. Vi sono raffigurati, da sinistra e nell'ordine, i santi Carlo Borromeo, Bernardino da Siena e Fermo. Essi occupano la parte inferiore della composizione; in alto vedesi una Madonna col Bambino. Il polittico del Moretto. Passando alla destra del portale, si vedono le riproduzioni fotografiche delle sei tavole che componevano il celebre polittico dipinto da Alessandro Bonvicino, detto il Moretto. Tali riproduzioni sono sistemate esattamente come erano disposte le opere originali, nella bella cornice cinquecentesca che è l'unico pezzo sicuramente autentico sfuggito al forzato esilio toccato ai capolavori moretteschi. Questa cornice, dorata e decorata è suddivisa in due ordini, di tre comparti ciascuno. Eleganti lesene ad arabesco poggiano su un piedestallo inserito in un gradino di base e scandiscono la successione dei dipinti. I tre quadri del primo ordine sono di esclusivo soggetto minorita e presentano da sinistra: san Bonaventura, in galero e piviale di velluto rosso cupo con sant'Antonio da Padova; san Francesco d'Assisi che appoggia il libro della Regola alla tunica rialzata e infine san Bernardino che regge il monogramma con san Ludovico da Tolosa in abiti pontificali. I quadri dell'ordine superiore presentano da sinistra: san Marco, con il rotolo del suo vangelo, che ha al suo fianco san Girolamo; in posizione eminente rispetto alle altre tavole, la Vergine assunta; sulla destra santa Chiara che regge l'ostensorio, affiancata da santa Caterina. In testa alla cornice e sulla fascia che intercorre tra i due sovrapposti trittici è distribuita la prima antifona delle Lodi dell'Assunta che deve tuttavia leggersi partendo dalla fascia mediana: "ASSUMPTA EST / MARIA / IN COELUM / GAUDENT ANGELI / LAUDANTES / BENEDICUNT DOMINUM /". Sul piedistallo delle lesene mediane si osservino infine il beato Jacopo della Marca e san Giovanni da Capestrano, discepoli di Bernardino da Siena. Prima cappella. È detta del Crocifisso, per lo stupendo lavoro ligneo cinquecentesco che vi è stato collocato dopo gli ultimi restauri. Ha una struttura pentagonale, con un soffitto a scaglie verdi e rosse, molto simile a quelle della volta absidale. Nelle lunette, da sinistra a destra si osservano nell'ordine: le stimmate di san Francesco, un pontefice benedicente, un Cristo pantocratore, san Luca che dipinge il ritratto della Madonna, san Bernardino che rifiuta le tre mitrie vescovili. Nei riquadri, seguendo lo stesso ordine, si vedano: il gruppo dei santi Antonio, Cristoforo, Stefano, Girolamo; una crocifissione con l'effigie del committente; un Cristo di pietà che affiora col busto dal sepolcro e una Natività piuttosto sciupata. Gli affreschi rivelano un artista piuttosto modesto. Seconda cappella. Presenta due affreschi degni di nota: una Flagellazione ed una Natività, separate e conchiuse da tre colonne molto decorate. Curioso il primo lavoro: il Cristo, appoggiato alla colonna, riceve le sferzate da due nani vestiti in modo un po' stravagante. La Madonna è il personaggio centrale della Natività che comprende una santa martire, figura alquanto insolita in una scena di questo genere; con ogni probabilità è voluta dal committente. Il dipinto è datato 1514 e firmato da un oscuro Joseph de Brixia, forse un frate dell'Ordine. Di più non è dato a sapere. La parte centrale di questa cappella, priva di affreschi, è occupata da un olio su tela, attribuibile a Pompeo Ghitti e raffigurante la Madonna del Rosario con i santi Caterina e Domenico. L'opera è riferibile alla seconda metà del Seicento. Terza cappella. Ospita un affresco interessante, inserito in un'architettura dipinta e centinata con gli stemmi degli Avogadro scolpiti in pietra sulle paraste estreme. Nella lunetta si osserva una Madonna in gloria con angeli. La Vergine sta seduta ed ha al suo fianco i santi Rocco e Sebastiano. Singolare è l'atteggiamento di un angioletto che pare voglia scavalcare l'architrave che separa la lunetta dal trittico sottostante. In tre arcate sono effigiati altrettanti santi: ben riconoscibili sono Antonio abate e Antonio da Padova; incerto invece l'altro personaggio, il primo da sinistra, rivestito d'ermellino e con la penna in mano. Potrebbe essere Ivo di Bretagna, il santo protettore dei notai. Volgendosi verso il presbiterio, vedasi l'affresco a fianco dell'arcone. La composizione presenta al centro la Madonna in trono incoronata da due angeli mentre altri due suonano uno strumento musicale. Ai lati della Vergine stanno rispettivamente sant'Antonio abate e sant'Antonio da Padova. Avviandosi verso l'uscita del tempio e percorrendo dall'altezza del presbiterio la navata, non si può non accennare brevemente agli affreschi visibili sui pilastri che separano le cappelle laterali. Il primo presenta, in alto, un Cristo crocifisso con la Vergine e san Giovanni mentre ai piedi della Croce sta Maria Maddalena. In basso è raffigurata la Madonna tra due angioletti. Nel secondo pilastro si ammira una Addolorata che sovrasta un san Bernardino, di buona scuola, che mostra aperto il libro della Regola. Il presente itinerario artistico non sarebbe completo se non si facesse un rapidissimo accenno anche agli affreschi che si fronteggiano su pareti opposte della sala che fu il refettorio dei frati. A questo ambiente si accede dal chiostro. Il dipinto che sta sulla parete sinistra rispetto all'ingresso si svolge per linee molto semplici e raffigura l'Immacolata tra i santi Francesco e Bernardino. Reca la data del 1646. Più interessante la composizione che sta di fronte a questo dipinto: si tratta di un'Ultima Cena, nella quale le figure mostrano maggiore saldezza di disegno e buon impasto di colore. Sull'affresco si legge a fatica una data: 1586.


CHIESA DI SAN CARLO. Sorge in uno degli angoli più suggestivi dell'antico centro storico. La sua origine è direttamente legata al ricordo della visita compiuta dall'arcivescovo milanese nel 1580. La devozione verso il Borromeo, elevato all'onore degli altari nel 1610 riceve notevole impulso in Gardone a partire dal 1621. In quell'anno infatti viene inviato nel paese come vice curato il reverendo Giovanni Andrea Cadei che, per aver prima esercitato il ministero nella parrcchia cittadina di San Lorenzo, ha conosciuto il sacerdote Ottavio Ermanni, già legato da stretta amicizia con il Borromeo. Il Cadei dunque si fa ardente sostenitore della devozione verso il santo cardinale che, d'altra parte, si diffonde rapidamente anche in valle se è vero che il 17 giugno 1630 il Consiglio Generale delibera che le singole comunità debbano celebrare come festivo il 4 novembre, giorno della morte del santo. L'epidemia pestilenziale che affligge in questo periodo la popolazione gardonese non meno di quella bresciana in generale, induce Girolamo rettore di Gardone, a suggerire una speciale devozione a san Carlo. Autorizzati da una deliberazione votata dalla vicinia il 3 settembre 1630, i signori Orazio Lorando, Niccolò Rampinelli, Tommaso Chinelli, Sperandio Mutti, Cesare Franzini, Francesco Acquisti stendono un atto notarile, rogato da Pietro Moretti, alla presenza dei consoli del comune, con il quale si impegnano, a nome di tutta la popolazione, a solennizzare in perpetuo il 4 novembre ad onore di Carlo Borromeo. E' molto probabile che in questa occasione nasca anche l'idea di erigere al santo un oratorio. Nel 1634 il vescovo Vincenzo Giustiniani scrive infatti che la chiesetta è già stata incominciata ad opera dei vicini di Gardone; senza spiegarne i motivi il visitatore decreta tuttavia che non si proceda oltre nella sua edificazione; anzi, vuole che si demolisca anche ciò che è già stato costruito. I gardonesi fingono di non avere inteso e lasciano tutto in sospeso senza nulla abbattere. Si rivelano accorti temporeggiatori poiché dodici anni dopo, il 16 ottobre 1646, un altro vescovo, Marco Morosini, li esorta a portare a compimento l'opera intrapresa. Ma nel frattempo alcuni propositi sono mutati: si pensa di erigere al santo un altare nella parrocchiale e per questo si chiede e si ottiene dal vescovo il permesso di vendere la "materia cementaria" dell'oratorio in costruzione per soddisfare le spese dell'erigendo altare. Lo stesso presule, ritornando sulle decisioni prese durante la sua visita pastorale insiste perché la chiesetta di S. Carlo, appena cominciata, sia distrutta e sia cosi possibile usare quanto ricavato dalla vendita dei materiali per pagare l'altare da sistemare nella parrocchiale. Intanto si costituisce in Gardone la Disciplina di S. Carlo che il 13 agosto 1657 viene aggregata all'arciconfraternita dei santi Ambrogio e Carlo di Roma. Il 29 luglio 1659 i confratelli comperano per la somma di 300 lire di pianeti tutto il "sito, materia et muraglie della chiesa, in contrada Chios". L'atto è rogato dal notaio Antonio Maria Franzini e porta in calce l'autorizzazione concessa dal cardinale Pietro Ottoboni, vescovo di Brescia, per il completamento dell'oratorio. Questa è la volta buona e la piccola chiesa può finalmente essere innalzata senz'altri inciampi. Anzi: nel settembre 1668 è lo stesso vescovo Marino Giovanni Giorgi a insistere perché l'oratorio sìa quanto prima terminato. Negli atti della visita pastorale effettuata da Bartolomeo Gradenigo il 26 maggio 1684 è scritto semplicemente che la chiesa non ha entrata e che le elemosine sono fedelmente amministrate. Anche nelle carte dell'ispezione compiuta dal cardinale Angelo Maria Querini nel 1735, si afferma che il piccolo tempio, eretto per le elemosine offerte dai confratelli, viene mantenuto dalla medesima Scuola di S. Carlo, la quale tuttavia deve contare su generosi bene fattori poichè già nel 1706 è stato possibile erigere l'elegante campanile. Il 26 marzo 1748 il prevosto Cattaneo consente ai confratelli di aggiungere nella chiesetta la cappella dedicata a S. Gaetano; la prescritta autorizzazione della curia reca la data dell'11 maggio seguente ed è firmata dal vicario generale. Il 23 giugno 1752 un permesso firmato dal cardinal Querini consente di collocare l'organo che occupa l'attuale posizione. Dello strumento e della relativa cantoria è cenno nella relazione sulla stato della parrocchia firmata nel 1756 dal prevosto Cattaneo. Il piccolo tempio è il centro di una devozione sempre viva al suo santo titolare: sul finire del Settecento, proprio mentre si vivono i tragici eventi che accompagnano la caduta della Repubblica Veneta, ci si rivolge con maggiore insistenza a san Carlo. L'oratorio a lui dedicato è sempre caro alla memoria dei gardonesi che anche nei secoli XIX e XX celebrano qui, oltre a quelle di san Carlo e di san Gaetano, numerose feste liturgiche in onore della Madonna e dei santi. La chiesetta, che vanta opere d'arte di notevolissimo rilievo, è sottoposta nel corso dei secoli a ripetuti interventi di restauro. L'ultimo in ordine di tempo è anche il più completo e si attua nel 1968, a cura del prevosto Giuseppe Borra. Viene rifatto tutto il tetto dell'edificio; è sistemata convenientemente la torre campanaria della quale si rinnova la singolare cupola in rame; si sostituisce il vecchio pavimento in cotto, con uno nuovo, in marmo, a tarsie quadrate bianche e nere; si dispone il prolungamento dei gradini dello stupendo altare maggiore settecentesco in direzione dell'abside; in tal modo la mensa risulta automaticamente rivolta verso il popolo, come è prescritto dalle vigenti norme liturgiche. Esterno. Un protiro sporgente si articola dai due lati con la facciata, un po' più larga e più alta, mediante un raccordo curvilineo. Il protiro ha un frontone triangolare ed è tutto concepito in funzione della grande porta d'ingresso e del medaglione con lo stemma di San Carlo inclinato sopra di essa. Il frontone della facciata è curvilineo con due ali orizzontali ai lati; più indietro, in progressione ascendente, il campanile offre, con la sua originale cupola orientaleggiante, un bizzarro compimento di tutto l'insieme. L'ingresso laterale che, per chi guarda la facciata, si apre sull'angolo sinistro dell'edificio, è preceduto da un portichetto stretto e alto, formato da due colonnine corinzie, in marmo nero venato, sulle quali poggia un elegante arco. A fianco di questo ingresso si veda l'altare in pietra nera, forse proveniente dalla parrocchiale, con tabernacolo datato 1539. Interno. L'aula, a croce latina, presenta una sola navata piuttosto corta e larga. Il presbiterio, sovrastato da una cupola ovale, si apre ai lati in due profonde cappelle che determinano un piccolo transetto. La copertura della navata è scandita, ad intervalli regolari, da arcate trasversali ben rilevate. Queste sovrastrutture scendono mediante delle lesene fino a terra formando degli spazi che si aprono in alto con grandi finestre rettangolari e in basso con cappella alternata a pareti lisce. Le opere d'arte più notevoli che questa chiesa offre all'attenzione del visitatore sono comprese tra il presbiterio e i due bracci di transetto. Presbiterio e cupola. Il presbiterio è dominato dal magnifico altare maggiore, fatto costruire nel 1756 con i proventi d'un lascito di Giovanni Battista Beccalossi. Il legato consta di lire 500; a coprire completamente la spesa provvede la confraternita. Ciò si evince dall'iscrizione tuttora leggibile sul fianco destro dell'altare. In cornu evangeli un'altra scritta informa che sotto la mensa sono poste alcune reliquie dei santi Carlo Borromeo e Ambrogio. Il palliotto, intarsiato con finissimi marmi policromi, ripete i consueti motivi ornamentali e floreali ma frequenti sono anche i riferimenti e le didascalie che si richiamano all'opera riformatrice dell'arcivescovo di Milano. Sopra l'altare domina la pala dipinta da Francesco Paglia nel 1692. Il lavoro, firmato dall'autore, è stato a lui commissionato da Giovanni Battista Acquisti che ne ha fatto dono ai gardonesi. si ammira un gruppo di cinque santi fra i quali, in alto si osserva la Sacra Famiglia affiancata da santa Caterina da Siena che prende per mano il Bambino; in basso Il dipinto, notevolissimo, si svolge su due piani. In grande evidenza, è Carlo Borromeo, in atteggiamento contemplativo. Alla sua sinistra si riconoscono i santi Ambrogio e Giovanni Battista; alla sua destra sta Bernardino da Siena affiancato da un altro santo di difficile identificazione. Questa nobilissima pala è compresa in una soasa di grande interesse, attribuibile a Gaspare Bianchi da Lumezzane, uno dei più validi intagliatori bresciani del secolo XVIII. L'ancona nella quale compaiono motivi ornamentali, cariatidi e angioletti è abbastanza varia negli ornati ma non è eccessivamente minuziosa. Ha un'impostazione piuttosto ampia, con notevoli richiami agli stilemi classici, e una buona consistenza architettonica. Conviene ancora osservare che in questo lavoro le solite colonne circolari comuni a tanti altari dell'epoca ed aventi la funzione di reggere il timpano spezzato, sono sostituite, nella parte centrale, da due telamoni, a figura intera, molto eleganti e con ampio panneggio. Dal fastoso cromatismo di questa ancona si elevi lo sguardo all'arioso affresco della cupola, opera di Pietro Scalvini, firmata e datata 1773. L'artista celebra la gloria di san Carlo che adora la Trinità e nei peducci raffigura, con abile e fresca pennellata, le quattro virtù cardinali: Prudenza, Fortezza, Giustizia, Temperanza. Transetto destro. Dal presbiterio si accede al transetto destro. Sotto la volta si osservi un medaglione attribuibile allo Scalvini. Il dipinto, a fresco, raffigura San Carlo che assiste gli appestati. Alla sinistra rispetto alla porta della sacrestia è appeso un quadretto che presenta San Rocco; più notevole la piccola tela a destra: raffigura San Francesco e l'angelo. È riferibile alla metà del Settecento. È attribuibile alla scuola dei Paglia. Navata. Riconducendosi al presbiterio, si volgano le spalle all'altare maggiore e si scenda lungo la navata, fiancheggiando la parete che si dispone alla sinistra di chi guardi il portale maggiore. Il primo quadro, non particolarmente lodevole e molto ridipinto, riproduce la Madonna del Carmine con un altro santo carmelitano. Di ben maggiore attenzione è degna la cappella che si apre a metà della navata, con altare dedicato a S. Gaetano. Poiché, come si è detto, questa cappella viene eretta nel 1748, l'altare non può esser stato costruito molti anni dopo. Infatti il prevosto Cattaneo attesta nel 1756 che esso è già in loco. D'altra parte il suo stesso stile lo fa sicuramente coevo al maggiore. Anche in questo caso, l'attenzione dell'osservatore è subito attratta dal magnifico palliotto, in finissimi marmi policromi, nei quali tuttavia predominano il nero del Belgio e il rosso veronese. La croce che occupa il centro del palliotto e che s'accompagna alla palma, simbolo del martirio, fa pensare che l'opera fosse originariamente destinata all'altare di un martire. Ricchi ed eleborati motivi floreali e decorativi fanno di questo palliotto uno dei migliori vantati dalle chiese di Gardone. Proseguendo verso il fondo della parete si noti un olio su tela raffigurante una Madonna con il Bambino; il dipinto può comprendersi nell'ambito della tradizione morettiana. Organo. Domina la controfacciata. Già collocato in loco nel 1752, lo strumento è citato nel catalogo dell'organaro Cesare Bolognini da Lumezzane, al n. 35. Nel 1785 è probabilmente ampliato da Giuseppe Cadei. Un altro Cadei, nel 1852, vi apporta alcuni restauri. Si può comunque affermare che abbia conser vato fino ad oggi pressoché inalterate le sue originali caratteristiche. Ha una facciata di ottime canne disposte ad una sola cuspide. La tastiera, incorporata nella cassa, conta 50 tasti mentre i registri sono 16. Risalendo la navata da destra si veda un olio su tela raffigurante la Madonna degli Angeli e il committente. Può forse stimarsi una copia dell'analogo dipinto del Moroni. Segue una buona pala, riferibile alla prima metà del Settecento, già inserita nella soasa dell'altare di S. Gaetano. Vi si riconosce la Madonna Immacolata tra i santi Gaetano da Thiene, Andrea Avellino e Luigi Gonzaga. Oltre l'ingresso laterale, vedasi il Martirio di un santo vescovo. L'opera, che come tante altre custodite in questo tempio non è firmata nè datata, appare di discreto valore e si può riferire alla seconda metà del Seicento. Transetto sinistro. Il medaglione della volta, attribuibile a Pietro Scalvini, rappresenta San Carlo che distribuisce i suoi averi ai poveri. Di non eccelsa levatura i quadri appesi alle pareti: un sant'Antonio da Padova con il Bambino e un san Francesco di Sales. Molto mediocre una Trasfigurazione, malamente ridipinta.


CHIESA DI S. ROCCO - SANTUARIO DELLA MADONNA DEL POPOLO Nel corso dei restauri compiuti nel 1980 vengono alla luce due tavelloni in cotto per i quali si apprende che questo piccolo tempio sorge nel 1578 e che a dirigere i lavori che conducono alla sua erezione sono chiamati Lucio Barelio e Piero "di Gali", maestri di muratura. Gli atti della visita apostolica effettuata da san Carlo nel 1580 spiegano che l'oratorio dedicato a S. Rocco è stato costruito recentemente per voto della comunità gardonese: è incompleto e non consacrato. Tenendo conto di queste osservazioni e della data scritta su uno dei due tavelloni sopra ricordati, è facile concludere che la chiesetta sia stata innalzata a compimento del voto fatto in occasione della pestilenza del 1575-1577. Nelle carte della visita pastorale compiuta dal vescovo Giovanni Dolfin nel 1582, non si leggono disposizioni che riguardino l'oratorio e ciò può confermare indirettamente che sia stato completato. Le "Regole... della veneranda Confraternita di San Rocco", edite in Brescia da G. Battista Bassini nel 1767, attestano che il Papa Paolo V Borghese, con la Bolla "Cum certas" del 3 novembre 1606 concede molte indulgenze ai Disciplini: particolarmente importanti le due plenarie che si possono lucrare nel giorno dell'ingresso-ammissione alla Confraternita e nella festa di san Rocco. In quest'ultima circostanza il conseguimento dell'indulgenza è legato alla visita da compiersi nell'oratorio e alla preghiera da rivolgersi a Dio per l'unità dei principi cristiani e per l'estirpazione dell'eresia. Nel Catastico Bresciano di Giovanni da Lezze, redatto nel biennio 1609-1610 è scritto che la chiesetta è officiata una volta la settimana. Della Confraternita è ancora cenno nella visita pastorale del vescovo Marco Dolfin. Il 5 luglio 1703 il presule, lasciato Inzino, si porta a Gardone ed è accolto anche dai "Disciplinati" di S. Rocco. Nella relazione preparata per il cardinale Angelo Maria Querini che viene a Gardone nel settembre 1735 il prevosto Clemente Zanetti scrive che presso l'oratorio ha il suo alloggio l'eremita Angelo Bazone e che i confratelli recitano ogni giorno festivo l'ufficio della Vergine. In un lungo documento sullo stato della parrocchia, inviato in curia nel 1756 dal prevosto Gian Antonio Baldassarre Cattaneo, si legge che la Confraternita ha eletto quale suo cappellano il sacerdote Paolo Moretti; i disciplini portano una veste verde, da pellegrino, e cingono il cordone. La chiesa, provvista d'una sagrestia e di arredi decenti, ha un solo altare; in essa esiste anche una cantoria con relativo organo. Un atto d'archivio, recentemente rinvenuto, prova che lo strumento, opera di Giuseppe Cadei, è costruito pochi anni prima, precisamente nel 1752. Da altre testimonianze scritte si intende che in questo periodo si lavora a dar forma più ampia e decorosa a tutto l'edificio. Il 27 aprile 1768 il gardonese padre Antonio Beccalossi, primicerio della Confraternita ottiene dal comune di staccare un affresco seicentesco che si trova sotto una loggetta, accanto alla parrocchiale di Gardone. Per tale motivo il dipinto è chiamato "Madonna di sottologgetta". Il 29 seguente, con straordinaria solennità l'affresco è trasportato nell'oratorio di S. Rocco che diviene, da quella data, il piccolo santuario dedicato alla Madonna Madre del popolo, titolo voluto dal Beccalossi ad imitazione di quello della venerata immagine della cattedrale di Verona, città nella quale il sacerdote è vissuto per anni. A far nascere e ad alimentare una fervida devozione verso la Vergine, invocata dai gardonesi con il nuovo titolo, avrebbero contribuito alcuni fatti miracolosi accaduti pochi anni dopo e raccolti nelle loro memorie da Marco Cominassi e Luigi Falsina. Frattanto Antonio Beccalossi fa erigere nella chiesetta l'attuale altare maggiore, si preoccupa di collocare l'affresco in una degna cornice ed ordina la decorazione a stucco della volta e del presbiterio. Il religioso vorrebbe anche procedere ad un allungamento dell'edificio, al rinnovamento e alla decorazione della facciata ma la morte, sopravvenuta il 30 novembre 1795, gli impedisce di veder compiuti i suoi propositi. Secondo quanto scrive Luigi Falsina, nuovi interventi e lavori di ampliamento delle strutture interne ed esterne si attuano nel secolo XIX. Il presbiterio viene aperto nelle sue arcate di fianco in due cappelle laterali: la prima è costruita nel 1834, la seconda nel 1837. Nel 1838 dinanzi alla settecentesca facciata si innalza un portico a colonne. Nel 1857 un lascito di Giovanni Battista Consoli permette di ristrutturare l'organo e di rifare la cantoria. Durante la prima guerra mondiale la chiesa è ridotta a bivacco dei soldati ma pochi mesi prima della fine delle ostilità, nel triduo 4,5,6 maggio 1918, festeggiandosi il 150° anniversario della traslazione al santuario dell'immagine della Vergine, i gardonesi promettono di restaurare convenientemente la chiesetta. A partire dall'agosto di quello stesso anno fervono i lavori di muratura mentre Giuseppe Trainini ed i fratelli Giuseppe e Battista Mozzoni si occupano degli affreschi e delle decorazioni. Anche l'organo è riordinato e tutti questi restauri vengono inaugurati il 17 agosto 1919. Nel 1938 Eliodoro Coccoli ed Eligio Agriconi ridipingono la cupola. Il 28 febbraio 1943, mentre infuria il secondo conflitto mondiale, i gardonesi, incoraggiati dal prevosto Francesco Rossi, promettono alla Madonna del popolo di rinnovare completamente il suo santuario. Già nel 1944 il tempio è rifatto nella sua parte esterna; è costruita una imponente gradinata di accesso e si rinnova la facciata. Si tenta anche di riportare su tela l'antica immagine della Vergine ma il tentativo fallisce clamorosamente conducendo, invece che ad un nuovo splendore dell'effigie, al suo miserevole sbriciolarsi. Pietro Galanti e la pittrice gardonese Giuseppina Federici cercano di ricostruire, nel modo più fedele possibile, il dipinto ma le sue linee originali vanno irrimediabilmente perdute. Il 26 luglio 1947 si inaugurano i restauri del santuario e, a compimento del voto, il card. Adeodato Piazza, patriarca di Venezia, pone sul capo della Vergine una corona d'oro, offerta dalle madri gardonesi. L'ultimo radicale intervento conservativo delle strutture dell'edificio e del patrimonio artistico che esso custodisce si compie nel 1980, per iniziativa del prevosto Giuseppe Borra. E rifatto completamente il tetto della chiesa; si ristruttura e si intonaca il campanile; vengono restaurati la facciata ed il portico antistante; per la copertura interna dei due bracci del piccolo transetto si usano i tavelloni lignei decorati che erano parte della travatura originale dell'antico oratorio; vengono infine rifatti gli stucchi e gli affreschi. Esterno. La facciata, disegnata per linee essenziali secondo un modulo tardo settecentesco, non presenta elementi degni di rilievo. La precede, sostenuto da colonne poggianti su un basamento continuo, un portico costruito nel 1838. La sua copertura, rifatta nel 1980, sfrutta, in parte, travature e tavelloni recuperati dalle strutture dell'antico oratorio. Il campanile, semplice e snello, porta un concerto dí tre campane. Interno. L'aula ha una sola navata, corta e piuttosto larga. Il presbiterio si apre ai lati in due profonde cappelle che formano un piccolo transetto e determinano la pianta a croce latina dell'edificio. - Altare maggiore e cupola. Il tempio è dotato d'un unico altare, in buon stile barocco, con palliotto ricco di marmi policromi. La costruzione di questo altare si deve al padre Antonio Beccalossi che mette a disposizione la somma necessaria. L'erezione è completata probabilmente intorno al 1770. Fino agli inizi del secolo XX, sopra l'altare, in luogo dell'attuale quadro della Madonna del popolo, è sistemata una pala, raffigurante in alto la Madonna con i santi Marco e Pietro martire; in basso i santi Rocco, Sebastiano, Pantaleone. Nei suoi appunti memorialistici il Falsina scrive che tale dipinto potrebbe essere di scuola morettesca; l'invitante supposizione non può comunque venire discussa e verificata poiché l'opera è stata venduta dal prevosto Francesco Rossi. Dell'affresco della cupola è autore Giuseppe Mozzoni che lo esegue nel 1918. Si vede in alto la Madonna del popolo che benedice la cittadina di Gardone, della quale è riconoscibile anche lo stemma civico; sotto la protezione della Vergine sono pure posti i reduci dalla grande guerra e i colpiti dalla spagnola. Nei quattro peducci della cupola Battista Mozzoni dipinge altrettante figure di profeti mentre su un cartiglio che sta al centro dell'arcone delimitante il presbiterio, il medesimo pittore dipinge la dedica "Matri Popoli", che sostituisce la precedente: "Sancto Rocho Dicatum" Navata. Ha pareti decorate a stucco. Sulla volta si notano due medaglioni a fresco, opera di Giuseppe Mozzoni. Procedendo dal presbiterio verso il portale maggiore, il primo raffigura un putto che regge una corona d'alloro; il secondo due angeli che sventolano la bandiera nazionale. Sulla controfacciata è ancora visibile la cantoria sulla quale, fino a qualche decennio fa, stava un buon organo. Come si è detto, il primo costruttore dello strumento è Giuseppe Cadei, da Paratico, che compie l'opera sua nel 1752. L'organo viene poi ristrutturato da certo Zamboni, bergamasco, nel 1857. In questi ultimi anni, dopo la vandalica impresa di taluni irresponsabili che hanno rubato quasi tutte le canne, il prevosto Giuseppe Borra ha asportato quanto ancora rimaneva, per garantirne la conservazione in luogo sicuro. La facciata dell'organo è attualmente coperta da una Cena di Emmaus dipinta, nel 1980, dal decoratore Alessio Albini, da Pontoglio.


CAPPELLE PRIVATE. Oratorio della SS. Trinità. Secondo Luigi Falsina è forse questo quell'oratorio appartenente ai Rampinelli che il vescovo Vincenzo Giustiniani, in visita pastorale a Gardone nell'ottobre, vuole sia distrutto. L'ordine non è eseguito. Anzi: un decreto di Clemente XI, dato il 17 giugno 1702, concede l'indulgenza plenaria, lucrabile ogni anno e per un settennio, da parte di chi visiti la cappella nel giorno della SS. Trinità. Interessanti notizie circa l'oratorio sono contenute nella relazione inviata in curia nel 1756 dal prevosto Cattaneo. Egli scrive che il piccolo edificio sacro, di diritto privato, è situato quasi ai confini della parrocchia. È di buona fabbrica, con un solo altare e con l'ingresso che guarda sulla pubblica via. Il sacerdote confessa di non esservi mai entrato per celebrare funzioni religiose ma aggiunge di sapere che in ogni giorno festivo e in certi giorni feriali, forse per qualche disposizione testamentaria, uno dei padri francescani del convento di Santa Maria degli Angeli vi celebra la Messa. La cappella è poverissima di arredi. Annotazioni abbastanza precise circa l'ubicazione e la sorte ultima toccata a questo oratorio si leggono negli appunti memorialistici di Luigi Falsina. Egli scrive che il sacro edificio sorgeva ai margini di un brolo che era di proprietà Camplani, in via XX Settembre. La cappelletta fu travolta in gran parte dalla piena del torrente Trento, la notte dell'11 novembre 1839. Il medesimo Falsina ricorda che negli anni durante i quali egli esercita il ministero sacedotale a Gardone (1917-1928), dell'antico oratorio non si vede più traccia alcuna. Oratorio della Beata Vergine Madre di Dio. Lo fa costruire in località Anveno, Apollonio Chinelli che ne ottiene licenza con ducale del 29 marzo 1721. Sull'altare è posta una pala raffigurante la Madonna con il Bambino e sant'Antonio da Padova. L'opera è compresa in una cornice lignea intagliata che reca lo stemma dei francescani. Altri dipinti di debolissimo valore raffigurano santi dell'Ordine Minorita. Tutte queste tele, sebbene collocate in un edificio di provata origine settecentesca, sono stimate del Seicento. L'oratorio che attualmente è del tutto abbandonato, fa parte del complesso denominato "Palazzina", proprietà della famiglia Bernardelli-Lantieri di Paratico. Oratorio della Paule. È una cappella di proprietà della famiglia Moretti. Qui esisteva una tela, attribuita al Moretto e segnalata nel 1872 e nel 1875 nelle relazioni della Commissione Provinciale per la conservazione dei monumenti e degli archivi. Luigi Falsina sostiene che il dipinto in questione, raffigurante l'Adorazione dei Magi era, a torto, creduto opera del Bonvicino. L'illustre storiografo afferma invece che la tela era del Galeazzi. L'oratorio versa attualmente in completo stato di abbandono.


MONUMENTI DELL'ARCHITETTURA CIVILE - Casa gotica (sec. XV). Sorge all'interno di un cortile prospiciente la via Mazzini, poco oltre il palazzo Chinelli ed è in parte nascosta dalle abitazioni adiacenti. È un costruzione severa, alta tre piani, disegnata per linee architettoniche essenziali, con bella muratura esterna a conci di pietra scoperti. Il portichetto del piano terra è formato da due archi a lieve sesto acuto, poggianti su una rustica colonna in pietra. L'edificio presenta due ordini di finestre, monofore, a sesto acuto; quelle dell'ordine inferiore sono anche trilobate. Le centine sono sottolineate da mattoni a vista e l'altana terminale accenna già alla trasformazione della casa-torre in abitazione signorile. Di questo interessante edificio di epoca medievale è stato recentemente rifatto il tetto. Il criterio seguito per l'occasione ha completamente ignorato e gravemente offese le peculiari caratteristiche del singolare monumento. Palazzo della Loggetta (sec. XVI). Si trova in piazza S. Marco, a fianco della chiesa parrocchiale. Era l'antica sede del comune. L'edificio costituisce un esempio di architettura rinascimentale. Un atto notarile, rinvenuto nell'archivio di Stato di Brescia da Sandro Guerrini, prova che la costruzione di questo palazzo si deve a Faustino Soncinelli da Cadignano. Il documento è rogato dal notaio Comino Daffini e reca la data del 21 gennaio 1538. Vi si legge che il Soncinelli riceve la somma di 50 scudi aurei a saldo di un acconto di 517 lire di planeti, già riscosso dall'interessato, l'anno precedente. L'elevato importo compensa l'architetto per i lavori da lui eseguiti anche nella chiesa di S. Marco. Sandro Guerrini osserva che il palazzo della Loggetta presenta una facciata che si articola secondo due ordini: quello inferiore è realizzato con tre archi leggermente ribassati che si impostano su slanciati pilastri di sezione cruciforme; il registro superiore, più basso, racchiuso e quasi compresso tra le due pesanti cornici della fascia marcapiano e della cimasa, riprende la scansione spaziale del piano inferiore disponendo tre finestre in corrispondenza degli archi e delle paraste sopra i pilastri. Le finestre sono incorniciate da sottili aggetti sugli stipiti e da un'alta cornice sull'architrave. Le modificazioni subite dalla costruzione nel corso dei secoli hanno cancellato in larga parte il disegno primitivo che probabilmente connetteva il portico, uno scalone - al quale forse si accedeva per mezzo dell'unica porta originale ancora conservata - la grande sala consigliare sopra il portico e qualche stanza per gli uffici. L'edificio, passato in proprietà alla Società S. Filippo Neri, è stato recentemente acquistato dalla parocchia e il prevosto Giuseppe Borra ha provveduto a restaurarlo. Nel grande salone del primo piano, convenientemente rinnovato, è attualmente accolto il museo parrocchiale. In esso sono custoditi alcuni quadri, frutto d'una meritoria indagine che ha permesso di recuperare e valorizzare ignorate testimonianze artistiche. Fra le opere più notevoli esposte in questo museo conviene segnalare il dipinto attribuito al Maffei e raffigurante Mosè salvato dalle acque. Degno di nota è anche un buon olio su tela che ritrae l'oratoriano padre Antonio Beccalossi. L'opera non firmata è datata 1796. Particolarmente interessante infine è un ritratto di Luigi Gonzaga, ancora senza aureola, che è stimato uno dei primi lavori che raffigurano il celebre santo. Palazzo Chinelli (sec. XVIII). Già di proprietà della omonima famiglia e quindi dei Rampinelli, si dispone ad angolo tra le vie Mazzini e Costa Alta. E' l'attuale sede municipale. Un cancello che si apre sulla via Mazzini conduce all'ingresso principale che è preceduto da un cortile abbastanza ampio. Al suo interno vedasi, addossata al muro di sinistra, una fontana piuttosto monumentale ma non priva d'un certo effetto decorativo. Di fronte si disegna la facciata del palazzo che si compone d'un piccolo portico a due arcate sovrastate da una bella loggetta cui si accede per uno scalone marmoreo, scandito in due rampe e fiancheggiato da una nobile balaustra. Sulla loggia si aprono bilateralmente gli ingressi di due saloni gemelli: il primo ospita le sedute del consiglio comunale; il secondo è stato malamente ripartito in vari uffici. La sala consigliare, ampia e luminosa, ha le pareti percorse da un fregio sul quale si leggono roboanti versi carducciani. Sopra il fregio s'inarca il soffitto un poco ricurvo ed elaborato. Al centro della volta a spicchi Giuseppe Mozzoni ha affrescato, nel 1937, un medaglione che rappresenta il lavoro duro di una fucina. Sulla parete di fronte all'ingresso era un cantino, del quale conservasi intatta la settecentesca cornice. Altri affreschi del Mozzoni si osservano sulla volta di alcuni uffici contigui a questo salone. Ville e case signorili. Una distintissima menzione merita la villa costruita nel 1922 dall'ing. Egidio Dabbeni per la famiglia di Pietro Beretta. Degne di nota anche altre abitazioni signorili: la villa già proprietà dei Mutti Bernardelli, ora dei Gaburri; la villa Bonomi, ora di proprietà Alberti e la villa Gardoncini. In queste abitazioni non mancano elementi architettonici di notevole interesse e affreschi di pregevole esecuzione. Non mancano monumenti e ricordi marmorei. A Giuseppe Zanardelli (già ricordato ancora vivente nel 1899 con una lapide nel salone municipale e nel 1902 con l'intitolazione di una via) venne eretto un monumento inaugurato il 6 ottobre 1912, con un discorso dell'avv. Giovanni Quistini. Il monumento è opera dello scultore Ettore Buemi. Il basamento, in pietra di Rezzato e Collio, fu progettato dall'ingegner Giovanni Carminati, mentre le colonnette metalliche di delimitazione furono fuse e offerte dalla ditta Glisenti di Carcina. È di Claudio Botta il busto di Pietro Beretta collocato nel giardino pubblico (1958). Di A. Righetti è invece il medaglione in bronzo raffigurante sempre Pietro Beretta posto nel 1960 nella sede del Banco Nazionale d'Armi .


TRADIZIONI E PIETÀ POPOLARE. Solennità dei ss. Pantaleone e Pietro martire. Una lapide nella chiesa parrocchiale ricorda che nel 1528 il popolo gardonese è liberato dalla pestilenza per aver promesso a san Pantaleone di celebrarne ogni anno ed in perpetuo la festa con una messa solenne. Un analogo voto fatto a san Pietro martire nel 1598 fa si che i gardonesi siano liberati da un'altra mortale epidemia. L'epigrafe che ricorda questi fatti è posta con atto solenne, alla presenza del notaio Ludovico Chinelli. Luigi Falsina ricorda, nei suoi appunti memorialistici, che il 27 luglio 1861 si celebra una festa straordinaria in onore di san Pantaleone. La pala che ne ritrae il martirio è esposta al centro del coro sull'altare maggiore. La solennità è accompagnata da grandi luminarie e condecorata dall'esecuzione di brani musicali. Per l'occasione viene rinnovato il voto. Fino a qualche tempo fa si perpetuava un distinto ricordo dei due santi, onorati rispettivamente il 27 luglio e il 29 aprile, quando ne cadeva la memoria liturgica. Le reliquie e la festa di san Prospero. Confutando l'erronea e leggendaria memoria che delle vicende legate alle reliquie di san Prospero lascia Marco Cominassi, Luigi Falsina scrive che il 20 novembre 1683 il cappuccino Marco Venturi, recatosi a Roma, ottiene, racchiuse in tre distinte teche, le ossa di san Prospero. Il sacerdote vuol farne dono a Gardone. Per questo Girolamo Rampinelli, delegato dalla comunità, si reca a Brescia dove si deve procedere alla ricognizione dei resti mortali del santo. Ciò avviene alla presenza del vicario generale e di un notaio ecclesiastico. Il 25 giugno 1687 le reliquie sono infine consegnate al Rampinelli che, tornato a Gardone, le porta nella sua abitazione. Colà si recano Ziliano Acquisti e P. Giacomo Franzini, consoli di Gardone. Presente anche il Rampinelli, essi ottengono che due padri cappuccini aprano le teche e collochino le ossa in un'urna ad intagli, di legno dorato, con sei finestre di vetro. L'urna è sigillata sui quattro lati dal notaio Giovanni Maria Rampinelli che ne redige la memoria. Il 27 luglio 1687 le reliquie, tolte dalla casa Rapinelli, sono traslate, con solenne processione nella chiesa parrocchiale e collocate, in un primo tempo nella nicchia dell'altare maggiore, successivamente destinata ad ospitare il Cristo crocifisso, quello stesso che anche attualmente vi è posto e rimane coperto dalla pala di Francesco Paglia. Luigi Falsina afferma che queste notizie si desumono dalla copia tratta dagli atti di Giovanni Maria Rampinelli ad opera del notaio Giacomo Antonio Moretti. Il documento è stato consultato dal medesimo Falsina nell'archivio parrocchiale di Gardone. La festa del santo abitualmente celebrata il 28 novembre è spostata dal prevosto Cattaneo alla seconda domenica di luglio ed è infine fissata al lunedì seguente la solennità della Pentecoste. In tale giorno san Prospero è tuttora commemorato e la sua urna, sistemata, come si è detto, dietro un altare del quale divide la titolarità con san Carlo Borromeo, è scoperta ed offerta alla venerazione pubblica. All'intercessione di san Prospero i gardonesi fanno tradizionalmente ricorso per invocare la pioggia e per scongiurare la siccità. La festa del ss. Redentore. I solennissimi onori tributati dai gardonesi a Cristo Redentore sono un diretto riflesso dell'analoga festa che si celebra a Venezia per ricordare la cessazione della pestilenza che ha imperversato sulla terra di S. Marco dal 1575 al 1577. In quest'ultimo anno, sul canale della Giudecca, si inizia la costruzione della chiesa dedicata al Redentore. Il tempio, consacrato nel 1592, è affidato ai francescani. È probabile che la Repubblica riesca ad esercitare una certa influenza sull'indirizzo della pietà popolare ma è certo che un nuovo, forte impulso al culto verso il Redentore è dato dal prevosto Pietro Angeli Ussoli che nel suo testamento del 6 aprile 1729 lascia beni mobili e immobili al Crocifisso che egli stesso ha fatto collocare all'altare del SS. Sacramento. Vivente ancora il reverendo Ussoli, si compone la bella soasa dell'altare maggiore che incornicia la nicchia nella quale, dopo il 1770, è sistemato il crocifisso. Il magnifico lavoro ligneo, abitualmente coperto dalla pala dell'Ascensione, è offerto all'adorazione dei fedeli nella solennità del Redentore, celebrata ogni anno, la terza domenica di luglio. Per l'occasione i gardonesi sfoggiano un apparato fastoso, arricchito di volta in volta con nuovi paramenti, damaschi, broccati, velluti e tele dorate. A tutto ciò, nel 1794, Giuseppe Sabatti e Zaverio Chinelli aggiungono un velario in forma di piramide tronca, a grandi strisce blu e bianche, sormontato da un cupolino. Questo velario serve a coprire la piazza di S. Marco, fiancheggiata da finti portici. L'uragano del 1896 lo distrugge e i gardonesi lo sostituiscono con uno nuovo, nel 1900. Già prima che inizi la grande guerra del 1915-1918 la festa del Redentore si rende biennale e, sia pure con questa nuova scadenza, continua ancora per parecchi decenni a costituire un autentico richiamo per tutti gli abitanti la valle Trompia, attratti a Gardone dalla fastosa scenografia e dai numerosi bozzetti a soggetto sacro allestiti per l'occasione in cortili, piazze, vicoli e vie del paese. Il tempo ha oggi mutato molte consuetudini e cancellato gli aspetti tradizionali di questa festa. La solennità del Redentore, attualmente unita a quella del Corpus Domini, mantiene tuttavia sempre intatto il suo valore religioso.


CURATI, PARROCI: Pietro Rossi, da Fasano, eletto l'11 ottobre 1544, allontanato l'8 maggio 1547; Arcangelo da Acquanegra, eletto il 5 dicembre 1547; Lorenzo Belli, da Gargnano, eletto il 24 dicembre 1548; Giuseppe Patrioli, da Pralboino, eletto il 6 dicembre 1551; Stefano Franzoni, da Bagolino, eletto il 26 ottobre 1552; Costanzo Lonati, milanese, ingaggiato dal comune nel 1567; Arcangelo, dal gennaio 1573 al giugno 1576; Francesco Bertolino, da Chiari, dal settembre al novembre 1576; Federico Faustinelli, dal maggio 1577 all'agosto 1578; Arcangelo Capuano, fino al marzo 1579; Nicola Rica, da Provaglio, 1579-1583; Agostino Guarente, 1583-1585; Girolamo Spino, 1585-1586; Giuseppe Serafini, 1586-1620; Cornino Zambelli, gennaio-marzo 1620; Camillo Cozzolotti, marzo-maggio 1620; Bernardino da Pozzolengo, OFM, maggio-agosto 1620; Francesco Buona, agosto-novembre 1620; Giovanni Bisozzo, nov. 1620 - nov. 1621; Pietro da Cignano, OFM, gennaio 1622; Gian Antonio Paladino (o Palazzino), gennaio-maggio 1622; Gian Andrea Cadeo, fino al luglio 1622; Giacinto Ubertino, luglio 1622 - gennaio 1623; Giovan Maria Aquilino, aprile 1623 - febbraio 1624; Battista Pesarino,aprile 1624 - maggio 1625; Fra Abbondio, Servita, maggio-luglio 1625; Lelio Maffioli, agosto-settembre 1625; Giacomo Laino, 1625-1629; Girolamo Alberiti, 1629-1641; Vittorio Lucci, 1642-1654. È il primo rettore parroco che risulta morto in Gardone. Antonio Lollio, 1654-1659; Giuseppe Cabrini, 1659-1664; Giuseppe Acquisti, 1664-1680; Giovanni Guarnerio, 1680-1681; Giovanni Antoniolo, da Sale Marasino, 1681-1687.


Prevosti: Gian Francesco Martinelli, modenese, 31 luglio 1687 - 12 ottobre 1701; Pietro Angelo Ussoli, da Gardone V.T., 15 marzo 1703 - 18 aprile 1729; Clemente Zanetti, da Lumezzane, 18 aprile 1730 - 22 marzo 1746; Gian Antonio Baldassarre Cattaneo, da Cané, 17 luglio 1746 - 26 marzo 1762; Bernardino Aquilini, da Gussago, 13 agosto 1762 - rin. il 14 maggio 1774; Gian Antonio Pisani, da Bienno, 14 settembre 1774 - rin. il 25 giugno 1781; Pietro Gazzetti, da Salò, 12 settembre 1781 - rin. il 28 giugno 1785; Francesco Cavallini, 20 agosto 1785 - 19 giugno 1820; Giuseppe Bedusci, da Castelmella, 24 ottobre 1820 - rin. il 13 novembre 1829; Giacomo Cosi, da Bagolino, 17 agosto 1830 - 9 novembre 1851; Antonio Giovanelli, da Tremosine, 5 maggio 1852 - 27 febbraio 1872; Giuseppe Bertuetti, da Gavardo, 27 ottobre 1872 - rin. il 20 aprile 1877; Andrea Bettoni, da Bienno, 13 agosto 1878 - 8 marzo 1904; Antonio De Toni, da Marani Vicentino, 22 luglio 1904 - rin. 1 settembre 1920; Giacomo Zanetti, da Bagolino, 14 settembre 1920 - 28 febbraio 1938; Francesco Rossi, da Coccaglio, 31 luglio 1938 - 3 maggio 1949, trasferito a Montichiari; Giuseppe Borra, da Coccaglio, 27 ottobre 1949. Celebra l'ingresso nella Prepositura l'8 dicembre seguente. (Collab. di G. Trovati).