DOMENICHI Domenico
DOMENICHI Domenico
(De Dominicis, De Domenici). (Venezia, 1416 - Brescia, 17 febbraio 1478). Pur essendo nato a Venezia tutti i cronisti (ad eccezione del Clementini) fanno derivare da Brescia la famiglia Dominici. A 21 anni insegnava già filosofia a Padova. Fu in grande stima di Eugenio IV che lo volle il 2 novembre 1447 a Roma, dove tenne scuola pubblica, e lo nominò decano della Collegiata di Cividale del Friuli. Nicolò V lo nominò protonotario e lo destinò nel 1452 alla sede episcopale di Torcello, antichissima diocesi ma che costituiva una specie di sine cura che permetteva al giovane e coltissimo prelato di fermarsi a Roma e di attendere nella Curia romana a svariate incombenze a servizio della S. Sede. Creato Protonotario apostolico, fu da Callisto III nominato fra i prelati referendari della Segnatura apostolica, supremo tribunale della S. Sede. In tale ufficio venne confermato da Pio II, Paolo II, Sisto IV. Nel 1458 tenne il discorso del Conclave dal quale uscì un grido di allarme sullo stato della Chiesa. Pio II lo nominava, dal 1460 al 1464, nuntius et orator apostolicus com potestate legati a latere in partibus Alemanniae. In tale ufficio ebbe buoni successi. Di Pio II, il Domenichi tenne nel 1464 l'elogio funebre e toccò ancora a lui l'esortazione ai cardinali che entravano in Conclave dal quale uscì Paolo II il quale, benché veneziano, non lo prese per suo consigliere, preferendogli il vescovo Teodoro de' Lelli e lo spagnolo Sanchez de Arevalò.
Eletto vescovo di Brescia nel 1464 (il breve apostolico di nomina reca la data del 14 novembre 1464) fece il suo ingresso in città il 14 agosto 1466. Prima del suo arrivo circolarono in città voci della sua morte, forse accolte con qualche segno di soddisfazione dall'arcidiacono della cattedrale Giovanni Battista Maggi e dai maggiorenti della città, tanto che si scusarono poi pubblicamente (come da Provvisione del 16 maggio 1446) di non "avergli usato la reverenza e la devozione dovutagli". Rivelò subito la stoffa del riformatore e tenne fede al suo programma di riorganizzazione della Chiesa bresciana, anche se la sua permanenza in sede non poté essere continua dati i molteplici incarichi impostigli da Pio II che altamente lo apprezzava.
Indisse la visita pastorale, di cui non rimaneva più nemmeno la memoria, e che iniziò dal Capitolo della cattedrale. Di essa rimangono i punti fissati per l'inchiesta. Il 15 aprile 1467 riuscì a tenere un sinodo, le cui costituzioni giunte a noi frammentarie ed incomplete, restano come prezioso documento per la ricostruzione del clima morale e religioso del mondo religioso d'allora. Riguardano la moralità del clero, la vita liturgica, le competenze del foro. Nel suo programma di riforma ebbe rilevante importanza l'introduzione e il rinvigorimento degli ordini religiosi più attivi e spiritualmente sani, come i Gesuati; trasportò i Celestini da S. Martino in Castro a S. Eustachio, favorì i Serviti di S. Alessandro e ne consacrò la chiesa. Accrebbe le istituzioni claustrali femminili, favorendo la fondazione del monastero di S. Croce. Durante il suo episcopato, il convento del Carmine ospitò il Capitolo generale dei Carmelitani. Si deve a lui l'inizio nel 1470 del nuovo palazzo vescovile che venne completato dal vescovo Bollani. Il Dominici provvide inoltre ai restauri della cattedrale, offrendo un anno delle rendite vescovili. Autorizzò inoltre nel 1472 la costruzione della chiesa di S. Maria in Valvendra a Lovere.
Nel 1472 essendo di nuovo a Roma, dopo aver però predicato il Quaresimale l'anno prima a Brescia, si sparse di nuovo in città la notizia della sua morte, e fu talmente credibile che il Consiglio Generale si affrettò a far conoscere il desiderio di un pastore che non abbandonasse la città, fosse gradito ai fedeli e rispettasse i privilegi e giuspatronati comunali e a prendere in consegna i beni vescovili e a mandare a Roma Francesco Prandoni a recuperare vasi e paramenti che mons. De Dominici aveva portato con sé. Nel contempo veniva nominato vicario capitolare l'abate di Leno, Bartolomeo Averoldi. Ma la notizia della morte del vescovo era falsa e tutti i provvedimenti presi in Brescia indispettirono il Vescovo che ne rese responsabile il capitolo della Cattedrale con il suo arcidiacono G.B. Maggi, l'ausiliare Tomaso Malombra e i bresciani tutti, per i quali chiese processi e punizioni, a ciò aizzato anche da un nipote Giovanni Giusto De Dominici, indegno di vestire l'abito ecclesiastico, violento ed intrigante com'era, e desideroso di succedere allo zio. I Bresciani mentre chiesero l'allontanamento da Brescia del nipote, sollecitarono il ritorno del vescovo, ciò che avvenne pochi mesi prima della morte. Ma lo sforzo restauratore si andò esaurendo a causa delle sue sempre più lunghe assenze. Sappiamo che nella festa dell'Ascensione del 1468, durante la celebrazione della pace fra le grandi potenze recitò una memorabile orazione dinnanzi al pontefice. Nel 1473 fu oratore dell'imperatore presso la S. Sede e, non avendo ricevuto il cappello cardinalizio, venne compensato nel 1475 con il rinnovato titolo di Vicario di Roma e nominato patrizio romano. L'imperatore Federico II a ricompensa dei suoi servigi, già nel 1468 gli aveva confermato i titoli di duca, marchese e conte, e tentò di farlo creare cardinale. Alla fine, stanco di affari e forse ammalato, preferì alternare i suoi soggiorni tra Brescia e la sua villa di Toscolano, dove per merito suo, colto e generoso mecenate di umanisti, ebbe le sue origini la tipografia bresciana.
Morì a Brescia dove si trovava più come legato papale presso la Repubblica veneta che come vescovo. Venne sepolto in S. Maria de Dom. In essa vi venne dedicato un sarcofago di rilevante interesse artistico. Lasciò una cospicua biblioteca che andò a finire nel monastero di S. Salvatore a Bologna, poi passati con suoi codici nella Libreria universitaria e in quella comunale dell'Archiginnasio della stessa città. I vasi d'argento li lasciò alla sagrestia della Cattedrale. Il ricavato della vendita degli stessi venne impiegato nella costruzione del tabernacolo di S. Maria de Dom, eseguito da Bernardino delle Croci, fatto che suscitò contrasti vivi del canonico Giovanni Giusto nipote del De Dominici.
"Umanista celebre" lo dice il Pastor, come dimostrano le orazioni scoperte dallo Jedin nei fondi bibliografici europei e che egli recitò dinnanzi al Papa e ai cardinali; fu giurista e teologo rinomato. Il vescovo Rosemberg, anzi, in una lettera del 18 novembre 1463 lo definiva "non solum theologus sed etiam flos theologorum". Canonista abile lo dimostrano le numerose ed importanti cause trattate dal Domenichi in Concistoro, nell'ufficio di vicario del papa. Il Domenichi fu anche raccoglitore di codici, mecenate. Protesse i tipografi Ferrando e Villa, stampatori di testi per le scuole. Fu amico di Flavio Biondo e di Ermolao Barbaro il vecchio. Vespasiano da Bisticci scrisse di lui: "Messer Domenico fu dottissimo in tutte sette l'arti liberali e fu meraviglioso teologo, quanto jgnuno che avesse l'età sua", ed ancora: "Fu in grandissima riputazione in corte di Roma,.. in modo che tutti i dubbi che venivano alla Chiesa di Dio,.. sempre si mandava per Messer Domenico".
Ma soprattutto fu uno dei più illuminati precursori della riforma cattolica. Nel parere che preparò per Pio II "De reformationibus Romanae Curiae" si trovano infatti già decisivi concetti di essa. Il papato, vi si dice, troverà ubbidienza nel mondo se il papa e i cardinali cercheranno la "Res Christi", non il loro vantaggio personale; sarebbe necessario sorvegliare, mediante una commissione, il modo di condurre gli affari degli ufficiali di curia, affinché le tasse non siano aumentate: si dovrebbe eliminare la venalità degli uffici e con ciò curare che i pellegrini a Roma non abbiano scandalo dalla vita della città ma anzi ne riportino edificazione. In uno scritto "De potestate Papae et termino eius" rimasto inedito e appartenente ancora al pontificato di Callisto III, in due successivi pareri parimenti inediti sulla nomina di nuovi cardinali egli ha messo insistentemente in guardia contro la troppo grande tensione della "Plenitudo potestatis", e in un suo libro sulla dignità del Vescovo ha toccato il terna che più tardi Contarini e i capi della Riforma Cattolica fino a Bartolomeo de martyribus tratteranno senza posa: il rinnovamento e il rafforzamento dell'ufficio apostolico.
Sue opere: "Praefatio apposita moralibus B. Gregorii Papae" (in Roma l'anno 1475. 8^ ed. in Venezia 148 fol.); "Tractatus de Reformationis Rom. Curiae, per advisamenta sive considerationes, cum allegationibus ad SS. D. Pium Papam II (Brixiae, per Presbyt. Bapt. Farfengum 1495 4.); "Tractatus de sanguine Christi. Accessit Tractatus ejusdem de Filiation Joannis Evangelistae ad B. Virginem" (Venetiis, apud Petrum de Fine 1557. 8^ ed. Ivi 1563 8°); "Rudimenta ad sciendum et servandum necessaria Clericis et Presbyteris curam animarum, habentibus etc." (Brix., apud Damianum, Turlinum 1540 in 16 et Romae Dorici, 1561 8°); "De Cardinalium legitima creatione Tractatus" In appendice al tomo I "De Republica Ecclesiastica Marci Antonii de Dominicis" (Lugduni 1617, et Heildelbergae 1618 fogl.); "De dignitate Episcopali Tractatus" (Romae 1758 in 8°); "Rudimenta, sive institutio rerum quae necessaria sunt Christicolis clericis et presbyteri maxime", s.n.t. in 4.; "De Termino Pontificalis potestatis (o "De potestate Papae adversus imperatorem et reges") (Ms. nella Biblioteca del Collegio Capranicense in Roma, ed altro nella Biblioteca Reale di Torino n. 157); "Reformatio Curiae Romanae ad Pium ", Ibidem; "De contemplatione lib." (Nella Biblioteca Barberina di Roma, cod. n. 235 ed altra copia nella Biblioteca Hispalense Coloniana). "Orationum" (mss in fol. nella Biblioteca Fiorentini in Luca, n. 22); "Sermonum" (mss. in 4. Esistevano nella Libreria de' Minimi in Venezia). "Opuscula philosohica" (Nella Biblioteca Barberina di Roma, cod. n. 306). Molti altri Trattati, questioni e Risoluzioni sia canoniche che teologiche esistono in varie librerie di Roma e di Torino. Nel 1441 aveva tenuto una dissertazione sull'astrologia dal titolo "In laudem astrologiae et confutationem opinionum li adversantium". Nella Biblioteca Ambrosiana esiste un codice "De episcopali Regimine".