ZANARDELLI Giuseppe

ZANARDELLI Giuseppe

(Brescia, 29 ottobre 1826 - Maderno, 26 dicembre 1903). Di Giovanni (v.) e di Margherita Caminada. Compie i primissimi studi a Brescia e a 11 anni, nel 1837, ottiene, come figlio di un funzionario governativo, un posto gratuito nel Collegio di S. Anastasia di Verona. È un allievo di forte carattere anche con i compagni e i superiori, appassionato lettore dei classici latini e greci e di quelli italiani, compresi quelli moderni e romantici. Per leggere quelli francesi, compreso Montesquieu, impara il francese. Un suo insegnante, don Luigi Sauro, nel 1840 scrive al padre che «il ragazzetto legge di tutto spesso anche opere che non fanno per lui», che è «pieno d'ardore e di fantasia, e facile ad imprimere nell'animo tutto ciò che legge: concetti, forme, stile, ogni cosa».


Conclusi a Verona i corsi ginnasiali-liceali nel novembre 1844 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Pavia e l'ottimo esito nelle prove richieste gli apre le porte del Collegio universitario Ghislieri. A Pavia matura la sua formazione culturale verso orizzonti avanzati. Dai suoi appunti sappiamo che legge gli "Elementi di filosofia" e le "Lettere filosofiche" di Galluppi, la "Genesi del diritto penale" di Romagnosi, "La rivoluzione in Italia" di Ferrari, ma anche il diritto francese del Pother, "De la civilisation en Europe" di Guizot, e poi Michelet, Quinet, Balzac, Hugo, De Musset, Sand, Saint-Simon, Proudhon. Chiederà ai genitori di inviargli l'"Esprit des lois" di Montesquieu, senza però omettere letture ben diverse quali le "Osservazioni sulla morale cattolica" di Manzoni, "Delle cinque piaghe della Santa Chiesa" di Rosmini e "Paroles d'un croyant" di Lamennais. Rimarchi vengono fatti sulla sua condotta dal rettore del Ghislieri che nel 1846 scrive alla madre: «ha continuato con le sue solite leggierezze o mancanze», ha suscitato «grave scandalo» in città facendosi sorprendere in una piazza mentre combinava «non so quali scherzi indecenti ad una giovane ortolana, la quale se ne mostrò indignatissima». Atteggiamenti che si possono variamente interpretare, nei quali confluiscono sia un certo spirito goliardico, inevitabile in tanti giovani riuniti insieme, sia il clima di crescente tensione politica, che l'università avverte particolarmente. E l'università di Pavia è luogo d'incontro di moltissimi futuri patrioti, con i quali Zanardelli diventa amico anche per tutta la vita: Benedetto Cairoli (nel cui governo sarà ministro degli Interni), Camillo Guerrini, De Cristoforis, Antonio Allevi, Emilio Visconti Venosta, Cesare Cantù, Agostino Bertani. Lo attirano i foglietti clandestini mazziniani che circolano nel Collegio e che gli avvenimenti del 1848 metteranno alla prova.


Chiusa l'università e il collegio, tornato a Brescia è coinvolto in pieno nelle spire della insurrezione del 18 marzo. Il 22 marzo, con il drappello degli insorti, attacca un convoglio di munizioni austriaco diretto a Brescia; nell'aprile partecipa all'impresa di Castel Toblino; nella seconda metà di maggio è inquadrato nel Battaglione studenti lombardi e partecipa al blocco della fortezza austriaca di Mantova. Ricorderà sempre, poi, gli incontri con Goffredo Mameli. Ma sono i mesi di inattività quelli che gli caricano l'animo di un crescente sentimento rivoluzionario e antisabaudo, e che si concludono con l'armistizio di Salasco (9 agosto 1848) - che lo sorprende a Voghera seriamente ammalato - seguito dall'esilio lontano dallo stesso Mazzini che, come gli scrive il bresciano Gualla da Losanna, nell'ottobre 1848 lo «stima» e lo «ama assai, tanto da essere afflitto che non gli scrivesse mai».


Zanardelli tuttavia deve affrontare la realtà di ogni giorno e completare gli studi universitari. Chiusa l'Università di Pavia, pensa di trasferirsi per la laurea a Torino, ma poi sceglie Pisa, ponendo la residenza a Firenze dove giunge nel gennaio 1849. Qui, oltre a studiare, nonostante che il padre gli scriva di evitare discussioni e attività politiche, entra in contatto, oltre che con amici che dalla Lombardia vi si sono trasferiti come Griffini, Allevi ecc., anche con i "democratici" locali, quali Giuseppe Montanelli, e collabora a giornali e riviste come la "Costituente Italiana". Pressato dai familiari, in due mesi, il 14 marzo 1849 si laurea a Pisa e nei giorni seguenti vive da lontano i giorni gloriosi e tragici delle Dieci Giornate di Brescia. E certo freme per la lontananza quando legge da una lettera della madre, del 4 aprile da Brescia, del «bombardamento durato dieci giorni e che fu terribile» e si augura «piuttosto morta che nuovamente vederne (sic)...».


Quando torna a Brescia scopre che la laurea di Pisa non abilita alla professione legale nel Lombardo-Veneto. Si ripresenta perciò a Pavia, dove è stata riaperta l'università e grazie anche ai consigli del bresciano prof. Zuradelli, decano della facoltà politico-legale, il 6 settembre 1849 si laurea dottore «in ambo le leggi», sostenendo poi in novembre l'abilitazione all'esercizio privato. La laurea non spiana certo la carriera per uno come lui che è già un sorvegliato politico, come appare da un dispaccio stilato dal consigliere delegato di polizia G. Caleppini ad un suo superiore, datato 6 settembre, che afferma come lo Zanardelli, «pur avendo profittato bastantemente delle paterne sollecitudini riguardo alla educazione scientifica e morale per lo che gode nel pubblico una corrispondente riputazione» e non avendo «nulla da prevenire sinistramente sul di lui conto» sussume che «non è però da tacere che i suoi pensamenti nello scibile politico, lasciano traccia di grave sospetto che possa inclinare ad una specie di liberalismo, essendosi mai sempre spiegato contrario alle massime dell'ordine e della legalità, partecipando di quella folle esaltazione che segnatamente si era diffusa nello spirito della scolaresca».


Il giovane laureato, pur di assicurarsi maggiore possibilità di impiego, dato la famiglia numerosa, nel novembre 1849 e nel luglio 1850 affronta le prove necessarie per l'idoneità all'insegnamento privato delle materie della Facoltà politico-legale e delle quali ottiene l'autorizzazione, condizionata però da un controllo annuo. I suoi corsi sono particolarmente seguiti e frequentati anche da giovani che assumeranno importanti ruoli nella società e che avranno un ruolo distinto nella professione e nella vita pubblica bresciana. Dopo la sconfitta di Novara (1849) continua a trovarsi al Caffè della Rossa con Chinca, Guerini, Monti, Morandi, Damioli e in casa di Isidoro e Francesco Glisenti (v.). Dal gruppo parte un rapporto, redatto da Zanardelli sullo stato delle cose e sui propositi di lotta diretto al Regio Commissario e amico Emilio Visconti Venosta. Sentimenti di richiamo agli avvenimenti del 1848-1849 trasfondeva anche in versi indirizzati nel 1853 ai novelli sposi Nicola Sedaboni e Aurelia Gualazzi Pellegrini.


A quanto sembra lo Zanardelli non rinuncia, sia pure con cautela, alla cospirazione antiaustriaca. Angela Ferretti, legata a Tito Speri e al Comitato insurrezionale attivo nel 1850-1853, testimonierà, più tardi, di avere nascosto sotto il letto le cedole della sottoscrizione mazziniana e i bollettini «che Zanardelli le affidava». Estraneo comunque alla cospirazione mazziniana, che sfocia nel tentativo insurrezionale di Milano del 6 febbraio 1853, Zanardelli è invece sempre in contatto con ex compagni di università e con i circoli intellettuali di Milano. Può così frequentare, fin dal 1849-1850, il salotto della contessa Clara Maffei dove può entrare in contatto anche con nuovi giovani, promesse della vita culturale e pubblica milanese, quali il Carcano, i Visconti-Venosta, lo Strambio, lo Jacini ecc. Nel salotto Maffei reincontra Carlo Tenca, con tutta probabilità già conosciuto a Firenze nel 1849, e incomincia una intensa collaborazione con "Il Crepuscolo" sul quale pubblica, fin dal 1850, importanti articoli di interessi diversi. Essi vanno dall'insegnamento, alla cronaca dell'inondazione del Mella (1850), alla scienza politica (con gli articoli "Il 18 brumaio e il 2 dicembre" e "La costituzione consolare dell'anno VII e la costituzione presidenziale del 14 gennaio 1852", pubblicati nel febbraio 1852), alla storia e al diritto feudale (col saggio "Della Storia dei Feudi" del novembre dello stesso anno), al diritto romano e alla pubblicistica giurisprudenziale (con due importanti e famosi lavori del 1855 e 1856), al diritto marittimo (col lungo saggio "La guerra e il commercio sui mari", comparso in tre puntate nel 1854). Ma non disdegna anche temi economico-sociali, come nell'articolo "Le vie di comunicazione: la strada lacuale da Pisogne a Iseo", uscito il 25 gennaio 1852, e soprattutto la lunga serie delle "Lettere da Brescia", comparse fra l'agosto 1857 e il marzo 1859 per l'Esposizione Bresciana del 1857 e raccolte subito in volume che presenta un quadro ricco di dati e raffronti sulla situazione della provincia di Brescia alla vigilia della rivoluzione industriale. Tale raccolta sarà ristampata in edizione anastatica nel 1973 per iniziativa della Sintesi editrice (ASM) di Brescia.


Alla tenacia del lavoro intellettuale di studioso, e culturale di maestro di diritto, non corrisponde la fortuna. Il 17 gennaio 1853 l'R. Delegato gli ritira la patente dell'insegnamento privato, sembra per aver rifiutato di collaborare con i giornali austriacanti "Gazzetta Provinciale" e "Sferza". In seguito, oltre che inibirgli il libero esercizio della avvocatura e negargli l'insegnamento del diritto all'Università di Padova, gli viene impedito di diventare segretario della Camera di Commercio. Al colmo delle sventure, il 21 dicembre 1853 muore improvvisamente il padre, lasciandolo a capo della numerosa famiglia e in gravi ristrettezze economiche, alleviate dall'aiuto di pochi fra i quali il nob. Clemente Di Rosa. Pressato da gravi necessità tenta di ottenere un incarico di insegnamento all'Università di Padova, ma non ottiene risposta. Ottiene invece nel 1854, anche se poco remunerato, il posto di segretario del Teatro Grande che lo obbliga ad affrontare le gravi difficoltà economiche nelle quali l'ente si dibatte, oltre all'elaborazione di un nuovo statuto organico (1856) e una lunga controversia con l'impresario teatrale Luigi Guillaume. Riesce anche ad eludere la pretesa del governo di offrire spettacoli gratuiti alla I.R. Ufficialità austriaca; difende il teatro nella controversia col Comune circa la proprietà e nel 1861 vi introduce l'illuminazione a gas.


Impedito nel libero esercizio dell'avvocatura, trova rifugio come aiutante nello studio dell'avv. Francesco Cuzzetti, mentre gli va male, nel 1855, anche la domanda per ottenere la segreteria dell'Ateneo di Brescia, lasciata libera per morte del poeta Giuseppe Nicolini. Nonostante le ristrettezze nelle quali si trova non rinuncia all'attività intellettuale e culturale. Nella domanda del 7 settembre avanzata all'Ateneo sottolinea che se i suoi sforzi di scrittore non erano giunti alla conoscenza dell'Accademia perché «troppo umili per attirare i loro sguardi» non aveva tuttavia cessato di «infiammarli un istante all'amore delle lettere e delle scienze, con l'ammirazione assidua e lo studio de' nostri grandi scrittori». In effetti non ha mancato mai di coltivare le lettere alla luce di sentimenti patriottici, come confermano i già citati versi dedicati nel 1853 alle nozze Sedaboni-Pellegrini. D'altro canto nella stessa domanda aveva fatto presente che, assunto che fosse, non avrebbe tralasciato nulla di «intentato per educare, impellere, far conoscere ogni progresso scientifico e industriale ai nostri concittadini; per dare al paese la coscienza efficace delle sue forze, e far sì che le feste delle scienze e delle arti siano un elemento della vita sociale... Popolazione, pauperismo, insegnamento, carceri, e ricompense, agricoltura, industria e commerci, sussistenze e salari, banche e monete, strade ferrate e telegrafi, casse di risparmio e associazioni di mutuo soccorso, esposizioni artistiche e industriali, quanti elementi sociali da svolgere, quante questioni da analizzare e discutere!».


Proprio perché è profondamente convinto di ciò, non rifiuta inviti e sforzi di promozione culturale. Aderisce così ai progetti di pubblicazioni di nuove riviste, che gli vengono da Milano, e al contempo nell'ottobre 1857 in prima persona si fa promotore di un "Gabinetto di letture" con l'intento di affiancare, in maniera più moderna e dinamica e soprattutto aperta ai ceti popolari, il pur glorioso ma più esclusivo Ateneo di Brescia. Nel giro di pochi mesi l'iniziativa raccoglie più di duecento aderenti fra i più rappresentativi del mondo bresciano e accumula 2000 volumi.


L'attività culturale da lui promossa si allarga anche all'Ateneo, nel quale viene accolto il 6 marzo 1859. Essa gli serve anche a coprire l'attività cospirativa che trova sempre più spazio nel Comitato bresciano della Società Nazionale e ancor più direttamente nel Comitato per l'emigrazione, con abbandono definitivo delle posizioni mazziniane e repubblicane e l'immissione nell'alveo della politica cavouriana. In collegamento con lo stato maggiore sardo e con l'assenso di Cavour, per il tramite dell'amico Emilio Visconti Venosta, Zanardelli prepara, assieme a Francesco Glisenti e al capitano Chinca, un vero e proprio piano insurrezionale del quale invia un dettagliato rapporto al La Farina.


Inoltre si adopera a favorire l'espatrio di giovani in Piemonte per la formazione di corpi di volontari, in vista di un conflitto ormai ritenuto molto vicino. Avvertito di un imminente arresto, Zanardelli nel maggio 1859 ripara, con l'amico Girolamo Fenaroli, a Lugano in Svizzera, da dove, saputo della liberazione di Como il 2 giugno, raggiunge la città e si incontra con Garibaldi e col commissario straordinario della Lombardia il quale, in nome del re di Sardegna, lo incarica di «una missione speciale per favorire gli scopi insurrezionali del gen. Garibaldi e di disporre l'arruolamento di volontari». Avuta a Bergamo l'8 giugno una nuova conferma di tale missione, Zanardelli si reca a Sarnico, da dove, con battello di servizio lacuale sul quale ha issato la bandiera tricolore, il 10 giugno raggiunge Iseo che trova già insorta contro il presidio austriaco. Da Iseo, aperto il reclutamento dei volontari, raggiunge Brescia abbandonata pacificamente nella notte tra il 10 e l'11 giugno dalle truppe austriache. Il 13 giugno accoglie Garibaldi con i suoi volontari e, accettando la linea di prudenza prevalsa al momento tra i maggiorenti del Comune, favorisce il passaggio della città al Commissario regio, avvocato Bernardino Bianchi, rinunciando ad ogni ribaltamento "rivoluzionario". Negli stessi giorni lancia un appello che suona: «Correte, o cittadini, ad ingrossare le file di Garibaldi, il quale vi rivolge l'affetto dei forti, sicuro di condurvi alla vittoria».


Nell'estate 1859 è a Napoli con la missione speciale di esplorare il terreno e possibilmente predispone un gruppo di giovani patrioti pronti ad infiltrarsi clandestinamente, con l'intento di passare il regno Borbonico al regno di Sardegna prima che cada in balia di una qualche ipotetica impresa garibaldina. Zanardelli riversa anche la sua attività nella formazione di un suo gruppo politico volto a incidere sull'opinione pubblica attraverso la stampa e la propaganda delle idee. Fin dal giugno 1859 impone la sua linea politica al giornale bisettimanale "Gazzetta privilegiata di Brescia" che diventa "Gazzetta Provinciale di Brescia" e, quando nell'ottobre l'editore del giornale Venturini cambia indirizzo politico, sostiene la nascita del settimanale "L'Indicatore Bresciano" diretto da Camillo Guerini. Il 31 luglio 1859 promuove la nascita del Circolo costituzionale nazionale che diventa, in contrapposto al Circolo Politico di orientamento moderato, uno strumento di raccolta di consensi intorno al programma che Zanardelli, assieme a Francesco Cuzzetti, Bonaventura Gerardi, Francesco Glisenti, lancia il 5 agosto, articolato in tre parole: ordine, libertà e uguaglianza.


A distanza di anni verrà accusato dalla stampa liberale moderata, come la "Perseveranza", di essere stato creato politicamente da Agostino Depretis, governatore di Brescia dal gennaio all'aprile 1860, per avere una opposizione che giustificasse il suo prestigio, senza avvertire che ciò avrebbe spianato a Zanardelli la strada al dominio su tutti i gangli della vita provinciale. Ma a parte le supposizioni o malignità, la sua ascesa egemonica nella vita politica bresciana, anche se graduale, è celere e sicura. Indette il 29 febbraio 1860 le elezioni politiche, Zanardelli detta il "programma agli elettori italiani" che Tommaso Villa, commemorando Zanardelli nel 1904 in Parlamento, definirà uno dei documenti più degni di essere ricordati di quel periodo così interessante della vita nazionale. Richiamando gli Italiani al grande dovere di rendersi forti nelle armi per potere rendere l'Italia una, libera, indipendente e padrona dei suoi destini, invitava tutti i deputati delle province unite a fare opera alacre per l'unificazione nazionale. «Dovevano essi mostrare, egli scriveva, con infaticabile energia che il governo temporale dei Papi e quello tirannico dei Borboni costituivano una minaccia continua per l'Unità Italiana, che era la meta alla quale tutti dovevano rivolgere l'opera loro».


Fallito il tentativo del Governatore Depretis di presentare fra i due Circoli candidature uniche, Zanardelli punta sul collegio di Chiari e di Gardone Val Trompia. Eletto il 14 febbraio 1860 in ambedue sceglie il collegio di Gardone che poi, essendo esso abolito, cambia con quello di Iseo che manterrà fino alla morte.


In Parlamento si distingue subito. Alla Camera si interessa della situazione economico-sociale della Lombardia e della provincia di Brescia. Nella tornata della Camera del 15 ottobre 1860 si batte per la soppressione dell'imposta prediale in Lombardia, denunciando l'assurda situazione della Valsabbia e della Valtrompia. Il 7 luglio 1863 interviene sull'imposta della ricchezza mobile; poco dopo contro la tassa per il taglio dei boschi del 1811; il 16 marzo 1864 interviene per sostenere il conguaglio provvisorio dell'imposta fondiaria; due giorni dopo mette in evidenza le espropriazioni fiscali subite nel Bresciano, dal recente censimento catastale, ecc.


Partecipa attivamente all'attività parlamentare, nelle giunte e nelle commissioni produce numerose pregevoli relazioni. Nei numerosi discorsi conduce una decisa battaglia contro il ministero Minghetti per le persecuzioni di cui fu oggetto il Comitato centrale presieduto da Giuseppe Garibaldi. Vota contro la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, è attivo in commissione, attento ai progetti di legge e alle interpellanze. Nell'ottobre 1860 si batte per l'abolizione della sovrimposta prediale della Lombardia. Il 7 maggio 1861 interviene per abolizione dei feudi in Lombardia; il 16 luglio 1862 perora la causa del "basso" clero. Nel marzo 1866 si batte a favore della eleggibilità di Giuseppe Mazzini.


La presenza nelle aule parlamentari di Torino, poi di Firenze e, infine, di Roma non estraniano dalla vita bresciana. È subito presente nelle istituzioni e nella amministrazione. Consigliere del comune di Nave dal 22 gennaio 1860, nel luglio viene eletto sindaco. Nel 1860 presiede a Pisogne un convegno per chiedere il ritorno della Valcamonica nell'ambito bresciano e si batte per togliere la deviazione su Bergamo della linea ferroviaria Milano-Venezia. Nel 1862 entra in Consiglio Provinciale e nel Consiglio comunale di Brescia ove rimarrà fino al 1867. Fin dalle prime sedute si interessa del regolamento interno del Consiglio provinciale e via via di questioni finanziarie, della pubblica istruzione a diverso livello, della costruzione di ferrovie, strade e ponti, dell'ordinamento giudiziario, del regolamento delle risaie, ecc. In Consiglio Comunale di Brescia assume posizioni decise contro la distruzione della chiesa di S. Domenico (ugualmente distrutta successivamente verso la fine del secolo) e si batte contro il cambio di nome delle vie. Nel settembre 1868 è contro la soppressione della Corte d'Appello e nell'agosto 1879 è a sostegno dell'aggregazione al Comune di Brescia dei cinque comuni suburbani. Eletto presidente del Consiglio provinciale vi rinuncia nel 1885, ma ritornato semplice consigliere si batte in esso per problemi importanti come quello a pro della ferrovia camuna che sostenne poi ancora con un fervido discorso a Pisogne l'1 novembre 1899 e della quale chiedeva ancora notizia l'ultimo giorno di vita.


A Brescia continua anche attività di avvocato nella quale eccelle per capacità intellettuale, dottrina e facondia oratoria. Particolarmente come giurista continua a dibattere cause importanti, come quella del patrimonio degli Spedali Civili, dell'autonomia della Veneranda Congrega Apostolica, del giuspatronato sul Santuario delle Grazie, ecc. A Brescia è il promotore dell'Ordine degli avvocati inaugurato il 15 febbraio 1875 e del quale rimarrà presidente fino alla morte. Egli stesso ne celebra l'inaugurazione con un massiccio discorso sulla nobiltà della professione che, assieme a quello pronunciato alla stessa data l'anno seguente sui diritti e dei doveri dell'avvocatura, sotto il titolo "L'Avvocatura" verrà pubblicato a Firenze da Barbera nel 1879. Nelle pause, anche se rare, degli impegni parlamentari e poi governativi continua ad esercitare, assumendo cause anche in altre città, fino a Napoli. Tra i doni da lui fatti al comune di Brescia vi è un ritratto della Duse del Lembach di cui ha trattato una causa matrimoniale.


Non si nega ad impegni i più diversi e a presidenze e consigli di amministrazione. Il 21 marzo 1862 è tra i promotori della Società del tiro al bersaglio (poi del tiro a segno) della quale occuperà le principali cariche. Nel 1882-1883 ricoprirà la carica di presidente della Società dei bersaglieri bresciani. Per anni fa parte del consiglio della Biblioteca Queriniana. Attenzione particolare riserva all'Ateneo di Brescia, del quale assume la presidenza nel 1892, riconfermata per il 1894-1895 e del quale è eletto presidente onorario nel 1903. È relatore del regolamento del legato Gigola, mediante il quale vengono eretti i monumenti al Moretto, al Tartaglia e il Pantheon al Cimitero. Coopera alle esposizioni e alla salvaguardia dei complessi di S. Giulia e S. Maria in Solario, designati dall'Ateneo a sede dei civici musei. A Roma si interessa della antica Confraternita dei Bresciani: il 19 giugno 1890 un suo decreto abroga il rescritto pontificio del 1859, nomina regio commissario l'avv. Ulisse Papa e avvia il riordinamento del Pio Istituto.


Gli anni dell'opposizione lo vedono in Parlamento scendere in campo soprattutto su problemi economici fondiari e catastali. Inoltre si batte contro la costruzione del traforo del Sempione, soprattutto per i suoi costi, e sulla questione del S. Gottardo. Ma si distingue anche per la presa di posizione assunta nella tornata del 18 luglio 1862 «relativamente agli atti di persecuzione del vescovo di Brescia contro il clero liberale di quella diocesi». Non è senza significato che proprio negli stessi giorni (1 agosto 1862) Zanardelli entri a far parte, a Torino, della Loggia massonica Dante Alighieri. Più tardi, nel marzo 1869, nell'ambito del disegno sul riordinamento dell'amministrazione comunale e provinciale, afferma la necessità di sottrarre alla stampa l'informazione degli "annunzi legali". Il 30 giugno 1871 si muove in difesa dell'industria armiera bresciana. Nel maggio 1873, riguardo ai beni immobili degli enti morali ed ecclesiastici, sostiene la completa separazione fra Chiesa e Stato. Due i discorsi politicamente rilevanti e significativi di questo periodo: quello del maggio 1864 sull'indirizzo politico del ministero Minghetti-Peruzzi, nel quale conclama vigorosamente la libertà di parola, di stampa, di associazione e riunione; l'altro, del 21 marzo 1866, per la convalida dell'elezione a deputato di Giuseppe Mazzini, che egli vede come un'occasione di riconciliazione nazionale.


La sua attività in Parlamento è tale che nel maggio 1863 è già segretario della presidenza della Camera; poco dopo gli viene affidato l'incarico di relatore sulla spesa straordinaria dell'armamento della Guardia Nazionale. Ma è soprattutto in Brescia e nel Bresciano che spende sforzi intensi e continui per rassodare il suo potere. I suoi campi d'azione sono soprattutto la borghesia, impegnata nelle attività economiche, e il ceto popolare artigiano. In poco tempo riesce a fare gruppo con sostenitori e collaboratori che vanno da Fausto Massimini a Bonaventura Gerardi, a Massimo e Giuseppe Bonardi, a Carlo Gorio, a Ugo Da Como, al marchese Baldassarre Castiglioni, al conte Federico Bettoni, a Giovanni Pavoni, a Gerolamo Orefici, a Giovanni Quistini ecc. che lo affiancano in tutte le sue battaglie politiche e amministrative. Sembra, invece, non dovuto a motivi politici ma a interessi economici il duello con il conte Berardo Maggi, di cui si parla nel 1875. Promuove e sostiene le più varie associazioni patriottiche, economiche, sociali e culturali: dalle società di mutuo soccorso a quelle del tiro a segno e dei bersaglieri bresciani. Avvantaggiato dalla profonda conoscenza della realtà bresciana e dagli agganci che sa creare sul piano governativo e burocratico statale, in pochi anni Zanardelli diventa l'arbitro dello sviluppo economico-sociale della Provincia, specialmente nel settore industriale. In contatto soprattutto con i Glisenti a Carcina, i Bagozzi a Villa Carcina, i Fantinelli al Crocevia per Lumezzane, i Polotti di Lumezzane, i Coduri di Ponte Zanano, i Beretta ed i Moretti di Gardone Val Trompia e i Feltrinelli di Gargnano, ne difende gli interessi e si adopera ad ottenere commesse e sostegni. Strenua la sua difesa della Regia Fabbrica Erariale d'Armi di Gardone Val Trompia, con infiammato discorso del 16 dicembre 1895; nel 1899 evita che venga trasferita nell'Italia Centrale. Continuo è il suo interessamento per le fabbriche di coperte di Sale Marasino e di Marone, per il cotonificio di Cogozzo, per lo stabilimento Wührer , le miniere della Valtrompia e i nuovi sistemi agrari e le bonifiche della pianura, la pesca sui laghi e l'istituzione dello Stabilimento Ittiogenico. Più avanti, determinante il suo aiuto alle industrie di Botticino, di Rezzato e Virle i cui marmi verranno adottati per la costruzione del Palazzo di Giustizia di Roma (1903-1904) e che nel 1913 diventeranno motivi di un'inchiesta parlamentare nella quale farà capolino anche il suo nome. Ancora nell'ottobre 1902 visita le industrie dei Feltrinelli a Campione del Garda.


Avendo ben presente il ruolo sociale del basso clero, del parroco di campagna e di montagna, non omette sforzi per accaparrarseli, in contrapposizione con le gerarchie, legate alla politica pontificia di sostegno al potere temporale. Coltiva in tal modo un nutrito manipolo di sacerdoti "liberali" che osano celebrare la festa dello statuto e che firmano l'appello di p. Passaglia che chiede al papa di rinunciare a Roma. Favorisce inoltre la defezione, sia pure di pochi sacerdoti, spianando loro, come nel caso di don Antonio Salvoni, una rapida carriera nella burocrazia statale. Ma continua, al di là delle polemiche tra clero liberale e intransigente, a mantenere rapporti con il clero di campagna. Come ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti si presta a sussidiare ampliamenti di chiese (come ad esempio quelle di Cortine di Nave, di Polaveno, ecc.), a dirimere contrasti riguardanti pie cause, fabbricerie, prebende parrocchiali. L'avv. Glissenti, ricordando nel 1913 all'Ateneo di Brescia «il carattere e il cuore» di Zanardelli, scrive che nelle sue case di Brescia, Cortine e Maderno «vidi sovente seduti alla sua mensa tra la mamma buona, le sorelle pie e il cugino canonico [mons. Tito Capretti] i parroci di Collio, di Magno d'Inzino, di Cigole, di Mura, di Borgonato e don Orazio e don Antonio Franzini mentre mi sta sempre fissa dinanzi agli occhi la veneranda e quasi superumana effigie (sic) di Geremia Bonomelli, l'illustre vescovo».


Nessuno si è meravigliato che si sia parlato del Bresciano come di un feudo zanardelliano messo in piedi con diuturna fatica, con grande intelligenza ma anche con spregiudicatezza. Roberto Chiarini ("Politica e società nella Brescia zanardelliana") documenta attraverso l'epistolario zanardelliano i trasferimenti degli impiegati pubblici di parte avversa. «Ecco le croci di cavaliere distribuite: sono le piccole cose che guadagnano gli uomini incerti e pusilli ed allargano il partito», scrive ad un suo agente locale, e raccomanda di mandargli a Roma «una duplice lista sotto il duplice aspetto e di quelli cui debbasi per giustizia e di quelli cui diasi per cattivarli e allargarsi». Ma non si tratta solo di cose innocenti come le croci. Anche le proposte per il Senato e le nomine dei sindaci risultano misurate col criterio primario della fedeltà. Ne viene fuori un quadro di clientelismo e di corruzione, di partigianeria e di protezionismo. La ferrovia Brescia-Iseo è definita da Quintino Sella «strada di interesse del ministro dei lavori pubblici». Spesso dietro l'intransigenza laica di Zanardelli traspare la difesa di interessi minacciati dal movimento sociale cattolico. Ciò non cancella certo quanto Zanardelli ha realizzato di positivo, pur nel quadro di un decaduto tono morale della vita pubblica italiana che costringeva la lotta politica a tener conto prevalentemente di interessi campanilistici o personali.


Del resto anche sul campo nazionale Zanardelli non sfuggirà a sospetti e accuse più o meno aperte. Nel 1893 non si manca di richiamare i suoi rapporti con il banchiere Tanlongo e la Banca Romana e più tardi, nel 1913, verranno rievocati i suoi presunti intrallazzi riguardo alla costruzione del Palazzo di Giustizia.


Di mezzo a questa intensa attività è la parentesi della guerra nazionale del 1866 per la liberazione del Veneto che lo vede subito dopo commissario governativo di Belluno, dove si fa particolarmente apprezzare tanto da avere, dal ministero, l'offerta della carica di prefetto, da lui rifiutata, e dai bellunesi quella dell'elezione a deputato nel collegio di Pieve di Cadore al quale rinuncia per quello di Iseo. L'avvento della sinistra storica, con il Governo Depretis alla guida del Paese nel marzo 1876, segna per Zanardelli il decisivo passo da protagonista sul piano nazionale. Nel primo ministero Depretis (25 marzo 1876 - 25 dicembre 1877) diventa, infatti, con Benedetto Cairoli, il leader del gruppo, per lo più formato da deputati lombardi e portatore di un programma riformatore. Il Ministero dei lavori pubblici al quale viene chiamato gli serve, anzitutto, a rafforzare il suo potere nel Bresciano, dove dà vita ad un vero feudo che durerà, pur scalfito nel tempo, fino alla sua morte. Nel giugno 1876 presenta alla Camera il progetto di legge per la costruzione dei due tronchi ferroviari: la Parma-Brescia e la Brescia-Iseo, cui seguirà la tranvia Brescia-Cellatica-Gussago. In più interviene nei gangli delle amministrazioni provinciale e comunale per cambiare sindaci e funzionari a sé sfavorevoli. Attraverso l'Unione liberale progressista piazza alle elezioni di novembre del 1877 nove dei suoi su dieci dei deputati eletti. Come sottolinea R. Chiarini «è l'inizio di una nuova era, destinata a durare per almeno un quarto di secolo, nel corso della quale non è esagerato dire che a Brescia, politicamente parlando, non si muove foglia che Zanardelli non voglia».


Nel novembre 1877 entra in collisione con Depretis a causa della legge sulle convenzioni ferroviarie. Ugo Ojetti in "Cose viste" racconta l'episodio di una vera e propria zuffa tra Nicotera e Zanardelli nella stanza da letto di Depretis, ammalato a letto per gotta. Nicotera vuole addirittura buttar Zanardelli dalla finestra. Si stava tenendo un Consiglio dei Ministri e si discutevano le nuove convenzioni ferroviarie e nei giornali si malignava sul conto di Nicotera.


Zanardelli ritorna in grande come ministro degli Interni nel ministero di Benedetto Cairoli (25 marzo - 19 dicembre 1878) del quale si avvale per ingaggiare i due ministri, Mezzacapo alla Guerra e Brin alla Marina, in soccorso della debole industria bresciana. Li trascina in visita in Valtrompia e in Valsabbia e ottiene sempre larghe commesse statali alle fabbriche, specialmente del ferro. Per questo fruttuoso interessamento, i massicci badili forgiati a Odolo, che verranno utilizzati anche per scavare le trincee della I guerra mondiale, si chiameranno "Zanardelli". Come ministro, Zanardelli ha soprattutto l'occasione, in alcuni casi come per la rivolta del monte Amiata capitanata dal visionario Davide Lazzaretti e per la dedicazione di circoli repubblicani al caporale Barsanti reo di un tentativo insurrezionale, di far valere i suoi principi cardine della separazione dei poteri tra magistratura e potere politico e quello di «reprimere, non prevenire», principi che enuncia in un famoso discorso tenuto a Iseo il 3 novembre 1878. Ma quando il 17 novembre 1878 tale Passanante attenta alla vita del re (e l' attentato si aggiunge alle bombe lanciate dagli internazionalisti) e si scatena la piazza, anche Zanardelli viene travolto e viene smentito nei suoi orientamenti in materia di ordine pubblico. L'11 dicembre 1878 infatti Depretis inaugura il suo governo con il saldo tra sinistra e destra avviando la stagione del trasformismo.


Messo da parte per qualche tempo, nel 1881 riprende l'attività governativa nel terzo Governo Depretis (29 maggio 1881 - 25 maggio 1883) come ministro di Grazia e Giustizia, dicastero, come sottolinea Roberto Chiarini, «nel quale fornirà, forse, le migliori prove di legislatore mettendo a frutto la sua solida preparazione di giureconsulto e la sua passione di democratico». Infatti, anche distinguendosi da Depretis e da altri, egli propone un proprio programma di riforme che va dall'abolizione della tassa sul macinato a quella sulla perequazione fondiaria, all'"alleviamento" dei tributi specie a favore dell'industria, al decentramento amministrativo, all'estensione della "cittadinanza politica" cioè del voto a tutti «i ceti più civili e intelligenti». Zanardelli è convinto da sempre che una salda democrazia liberale non può fare affidamento sulle "classi alte" e cioè sulla aristocrazia gentilizia e "bancocratica" la quale fonda il suo privilegio sulla nascita e sul denaro, sempre pronta a compromessi e trasformismo pur di conservare i propri privilegi e salvaguardare i propri beni, ma che invece deve trovare sostegno nella «borghesia più intelligente» e nel popolo minuto che però non sono le plebi, ma gli artigiani, i commercianti, i lavoratori del braccio e della mente coinvolti nel circuito culturalmente progressivo della città. Seguendo questo convincimento nel 1881 presenta e fa approvare un progetto di riforma elettorale nel quale viene (come base del voto) sostituito il criterio del censo con quello di capacità per quanto riguarda il riconoscimento del diritto di voto, e il passaggio dal collegio uninominale e l'introduzione dello scrutinio di lista per ciò che riguarda l'assegnazione dei seggi.


La legge approvata il 4 maggio 1882 riconosce il diritto di voto a oltre 2.500.000 elettori rispetto a poco più di 600.000 della legge precedente. Da essi sono però volutamente escluse le masse contadine dei piccoli proprietari, mezzadri e braccianti, da lui ritenute monopolizzate dal clero e perciò nemiche dello stato liberale. Nel 1882 trova il modo di affermare i princìpi di libertà e riesce, con un accorto e fermo intervento, a salvare dalla forca i compagni dell'irrendentista Guglielmo Oberdan. Se la legge elettorale è ritenuta uno sbarramento all'avanzata delle masse contadine cattoliche, la prima proposta in Parlamento di divorzio e l'istituzione di un comitato per la commemorazione di Arnaldo da Brescia, che ha la sua espressione più significativa nell'inaugurazione il 15 agosto 1882 del monumento al riformatore, sono i preannunci di una progressiva accentuazione anticlericale della politica zanardelliana. Anche con la caduta del governo Depretis, Zanardelli è sempre fra i principali attori della vita politica italiana. Con Crispi, Nicotera, Cairoli e Baccarini è infatti il principale promotore della cosiddetta Pentarchia, cioè di un forte gruppo di pressione teso a ostacolare le pratiche trasformiste sempre più accentuate all'interno della Sinistra.


Per quattro anni Zanardelli, fuori dai governi, assiste in posizione polemica all'alternarsi di crisi ministeriali e rimpasti in un continuo logoramento della vita politica. Delle pause parlamentari e di governo Zanardelli approfitta ancor più per sviluppare la rete di contatti in provincia, che del resto ha mai rallentato nemmeno tra le fatiche governative più intense. Impossibile seguire le trame da lui tessute nelle amministrazioni pubbliche, dove cambia prefetti, sindaci, funzionari e negli enti assistenziali ed economici dove piazza quasi sempre suoi uomini. Oltre che sulla città, egli punta sulla periferia. Per i suoi discorsi più impegnativi e per i banchetti elettorali preferisce particolarmente Iseo e Gardone Val Trompia. Larga la trama delle amicizie, sparse un po' ovunque, e le soste a Iseo e Montisola, a Carcina dai Glisenti, dai Beretta a Gardone Val Trompia, dai Bertelli a Nozza ecc.; come numerose sono le spiedate, anche presso nemici politici come il conte Lana a Borgonato o preti come a Cigole presso il parroco don Albini. Ricordando, nel 1881, di essere «di stirpe di vili mandriani», rammenta con orgoglio di avere in Collio e Irma la terra dei suoi avi. A Collio passa periodi di riposo e se ne fa promotore turistico, decantando la fonte Busana e sollecitando la costruzione, nel 1895, dell'Hotel Mella, meta della borghesia più ricca e perfino dell'aristocrazia romana papalina. Negli ultimi anni della vita scopre gli incanti del Garda, tanto da far costruire a Maderno, dal 1888 al 1892, la villa che lo ospiterà anche negli ultimi giorni della sua vita. Zanardelli, che era solito passare le vacanze a Montecatini o a Roncegno (Trento), dal 1890 vi trascorre quasi tutte le pause di lavoro.


Una nuova sua ora arriva nel 1887 quando, esauritasi la politica di Depretis negli ultimi tentativi di mettere assieme Destre e Sinistre siciliane, la mano del governo passa, nel luglio 1887, a Crispi. Con lui Zanardelli si adopera alla ricompattazione delle Sinistre e allo sforzo di riavviare una normale alternanza di partiti, il più possibile definiti e efficienti, per giungere con concretezza ad una riforma dello Stato in senso liberale. Infatti nei due governi presieduti da Crispi (29 luglio 1887 - 9 marzo 1889 e 9 marzo 1889 - 6 febbraio 1891) tocca a lui, in qualità di ministro di Grazia e Giustizia, dar forma a riforme importanti quali il riordino dell'amministrazione statale, con l'istituzione dei sottosegretari di stato, l'elezione dei sindaci nei comuni con più di diecimila abitanti e dei presidenti delle deputazioni provinciali, l'allargamento del suffragio elettorale amministrativo, nuove leggi sul contenzioso amministrativo centrale e locale, la legge sulla sanità pubblica che sancisce la laicizzazione delle opere di beneficenza.


Nel frattempo Zanardelli sembra aprire, per chiudere subito, il suo atteggiamento verso la Chiesa. Se infatti nell'ottobre 1886 offre il suo nome, con quello di Silvio Spaventa e di Gabriele Rosa, come presidente onorario della Lega anticlericale di Brescia, nel 1887 sembra aderire alle proposte del governo Crispi verso il Vaticano in senso conciliatorista. In pieno parlamento dichiara: «Io non desidero il divorzio, né la lotta fra la religione e la patria». Cosa sia successo poco dopo è la domanda che si è posta Carlo Arturo Jemolo. Sta il fatto che, alle suppliche del vescovo di Brescia che gli chiede l'exequatur per parecchi sacerdoti bresciani, risponde un chiaro no e arriva a negare per un anno il placet per mons. Giovanni Battista Rota di Chiari alla sede vescovile di Lodi, che poi concederà grazie alle insistenze delle pie sorelle. Passano alcuni mesi e il 12 gennaio 1889 viene affiliato alla Loggia protetta Massonica dell'Oriente di Roma e promosso immediatamente al supremo grado di 33.


Tale accentuato spirito anticlericale fa capolino anche in quello che giustamente è stato considerato come il capolavoro della sua attività di legislatore e di studioso del diritto: il Codice Penale che da lui prende il nome. Presentato nel 1887, realizzato nel 1889, entrato in vigore l'1 gennaio 1890, è considerato un monumento a Zanardelli come legislatore e come studioso del diritto. Con esso viene unificata la legislazione penale, abolita la pena di morte, superata la concezione della pena carceraria come vendetta sociale che infligge inutili rigori, vengono introdotti l'istituto della pena condizionale e la sostituzione di pene detentive con la "riprensione giudiziale". Più ancora innovativo e qualificante socialmente è il riconoscimento del diritto di associazione dei lavoratori a tutela dei loro interessi e relativo diritto di sciopero. Il Codice Zanardelli sarà sostituito, solo dopo più di 41 anni, il 1° luglio 1931, dal codice emanato dal guardasigilli Alfredo Rocco.


Nella tensione che provoca continuamente in lui il "pericolo clericale", che sente sempre più minaccioso anche nel Bresciano con il radicarsi, grazie a Giuseppe Tovini, Giorgio Montini e altri, del movimento cattolico, introduce normative e misure che perseguono gli abusi dei ministri dei culti nell'esercizio delle proprie funzioni e che contraddicono le sue concezioni liberali. La collaborazione con Crispi si incrina gradualmente per le differenziazioni circa la politica estera che vede Crispi compiacente verso la Germania e l'Austria, autore dello scioglimento della "Trento e Trieste", per l'atteggiamento diffidente di Crispi verso radicali e democratici e la spesa pubblica senza freni, che già nel febbraio 1889 minaccia di mettere in crisi il governo. Tale crisi è risolta con un nuovo governo Crispi e con la riconferma di un crescente prestigio di Zanardelli che trae notevole rilievo personale dalla visita che i sovrani, Umberto I e Margherita di Savoia, riserbano il 23 agosto 1890 alla sua terra, la Valtrompia, alle officine Glisenti di Carcina e alla Fabbrica erariale d'armi di Gardone. Visita che egli farà raffigurare dal pittore e scultore Ximenes nella sua nuova villa di Maderno sul Garda.


Come scrive Roberto Chiarini ("L'età Zanardelliana", p. 18), negli anni novanta Zanardelli è «ormai un personaggio politico di statura nazionale» con un forte ascendente all'interno dell'ala più estrema della Sinistra, per cui, dopo gli esperimenti di un ministero Di Rudinì e di un ministero Giolitti, tocca a lui, che dal 24 novembre 1892 è presidente della Camera, il tentativo di uscire da uno stato ormai permanente di crisi nella quale si involve la politica italiana. Infatti alla caduta di Giolitti in seguito allo scandalo della Banca Romana, ai primi di dicembre del 1893 viene chiamato da Umberto I a formare un nuovo governo. Sennonché il tentativo, che sembra incontrare favorevoli consensi e significative adesioni, fallisce per la sua intransigenza nel voler includere nel governo come ministro degli Esteri il gen. Oreste Baratieri, trentino, deputato della Valcamonica, ma inviso all'Austria. L'insistenza di Zanardelli finisce col bruciarlo, favorendo Crispi, il quale, il 15 dicembre 1893, forma un gabinetto di larga coalizione dal quale Zanardelli è escluso, mentre mantiene la presidenza della Camera fino al 20 febbraio 1894. Più libero da vincoli governativi, Zanardelli si va sempre più differenziando dalla politica di Crispi e dalla sua involuzione autoritaria, accentuata dall'esplodere di manifestazioni e rivolte in Sicilia e in Lunigiana per il caropane, dai montanti scandali bancari, dagli insuccessi dell'impresa africana. Non ristà inoltre dal denunciare l'involuzione e la confusione dei partiti, i danni del permanente trasformismo e di lanciare allarmi per il rafforzarsi del partito clericale del quale egli stesso nel 1895 è vittima, a Brescia, per la vittoria dell'alleanza cattolico-moderata nel rinnovo del consiglio comunale, accompagnata dall'umiliazione personale della sua esclusione dal consiglio stesso, sconfitta che Giorgio Montini sintetizza nella frase lapidaria «È caduto il sole!».


Anche per questo, come scrive Roberto Chiarini, «l'impegno a combattere il pericolo della sovversione che viene allo Stato unitario dalla "setta nera" diventa la pregiudiziale che orienta Zanardelli nella ricerca delle alleanze parlamentari e nell'aggiornamento del suo programma». Scopre e valorizza il tema del decentramento amministrativo, assieme a quello della riforma sociale, attraverso «una grande trasformazione legislativa» per dare al lavoro «quella uguaglianza, quella dignità che gli spetta». Si distanzia ancor più dalla politica di Crispi nell'appoggio all'irredentismo antiaustriaco e contro la politica di conquista coloniale, denuncia inoltre con vigore i decreti catenaccio in materia finanziaria, che sostituiscono il potere legislativo. Soprattutto si oppone alle leggi eccezionali contro gli anarchici e i socialisti, allargate alle società di mutuo soccorso, alle cooperative e alle associazioni operaie che, per lui, non rappresentano «neppur l'ombra di pericolo alcuno».


La rovinosa caduta di Crispi, anche in seguito alla sconfitta di Adua (1 marzo 1896), tra le diverse soluzioni prospettate da Sonnino, Di Rudinì, Pelloux vede Zanardelli rimarcare con Giolitti una posizione che riafferma le garanzie di libertà e statutarie, invece di comprimere gli spazi di liberà, offrendo ai ceti esclusi opportunità di integrazione democratica (con il riconoscimento dei diritti di associazione per la difesa dei propri interessi) e di tutela sociale (con la promozione di una coraggiosa politica tributaria e di una legislazione sociale avanzata). Escluso dal governo Di Rudinì che nasce e cade e risorge, Zanardelli torna il 6 aprile 1897 a ricoprire la presidenza della Camera. Allettato poi dalla accentuazione anticlericale impressa dal presidente del Consiglio accetta, nel dicembre 1897, di imbarcarsi in un nuovo governo Di Rudinì come ministro di Grazia e Giustizia assieme a due suoi uomini: Nicolò Gallo all'Istruzione e Francesco Cocco-Ortu all'Agricoltura. Lo lusingano, oltre al rilancio dell'offensiva contro i clericali, le promesse di attenuazione di ogni asprezza verso i socialisti e la fiducia che ripone nel ministro degli esteri Visconti Venosta di un riequilibrio della politica estera più aperta alla Francia e più distaccata dalla Triplice. Ma questa volta ha fatto male i suoi calcoli. Quando, nel 1898, il governo si trova in balìa di furiosi tumulti popolari che a Milano finiscono nel sangue per la dura repressione dell'esercito e di Bava Beccaris tocca a lui, «pur combattuto, scrive R. Chiarini, nei suoi principi garantisti, avallare lo stato di assedio». Il 7 maggio 1898, quando il presidente del Consiglio lo avvisa di aver posto lo stato d'assedio, dichiara che non «è certo il caso di opporsi e discutere», scrivendo, come sostiene Roberto Chiarini, «la pagina forse più nera della sua lunga carriera di statista». Da essa però esce quando, chiamato per la terza volta il 17 novembre 1898 a presiedere la Camera, il 25 maggio 1899 si dimette per non avallare la richiesta del Governo di rendere permanenti, con proposte di legge, i provvedimenti repressivi instaurati nel maggio 1898 e per l'atteggiamento assunto dal Governo stesso nelle vicende della Cina. Con vigore denuncia il franamento del Governo verso un «autentico regime autoritario» che avrà il suo strascico nell'assassinio di Umberto I a Monza il 29 luglio 1900. Nella necessità di pacificare il Paese riattivando le libertà statutarie e di riacquistare consensi alla monarchia, il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III non trova altro uomo cui affidare il Governo che Zanardelli. Il quale, smentendo, anche per la gravità del momento, la sua avversione al trasformismo, il 5 febbraio 1901 vara un Gabinetto nel quale sono presenti sinistre, moderati, radicali e, per la prima volta, i socialisti. La nomina ha naturalmente echi entusiasti a Brescia, tanto più che il re la avvalora insignendo, il 2 giugno, Zanardelli del titolo di cavaliere dell'Ordine sovrano della SS. Annunziata.


Se la fiducia del re lo pone al riparo di assalti demolitori, i tre anni di presidenza (5 febbraio 1901 - 29 ottobre 1903), osserva il Chiarini, «saranno tre anni di corse a ostacoli» in cui sarà esposto perennemente all'alea di una ristrutturazione, o addirittura di un esplicito ritiro, dell'appoggio di qualche componente della maggioranza stessa, socialisti in testa». Infatti, a scadenza di pochi mesi l'una dall'altra, si verificano dimissioni e ricambi di ministri, contrasti, minacce di rinuncia da parte dello stesso Zanardelli, ridimensionamenti di progetti di legge, ecc. Non mancano tuttavia novità di riforma di un certo rilievo. In politica interna viene affermata la neutralità del governo nelle contese fra capitale e lavoro, con interventi solo quando «si violi la legge e la libertà del lavoro e al solo fine di ristabilire l'impero della legge». Novità vengono introdotte nella politica tributaria attraverso la proposta di una riforma che dovrebbe comportare l'abolizione del dazio-consumo su farine, pane e pasta nei comuni più importanti, il passaggio ai comuni di una serie di imposte statali, la modifica della tassa di successione, un'imposta a carattere progressivo sui redditi superiori a 1000 lire. Provvedimenti tuttavia che portano alle dimissioni del ministro proponente, e che vengono approvati in versione edulcorata che prevedono l'abolizione del dazio-consumo in modo graduale e la trasformazione della tassa di successione da proporzionale in progressiva, ma di misura moderata.


Anche la legislazione sociale viene riformata, ma in modo compresso e ristretto riguardo alle proposte avanzate. Tuttavia per la prima volta viene varata la legge per la protezione del lavoro delle donne e dei fanciulli, viene introdotta una Cassa maternità per le lavoratrici madri (operativa dal 1910) e l'obbligatorietà della assicurazione del lavoro degli operai addetti a macchine agricole e di imprese edili. Inoltre viene introdotto l'Ufficio provinciale del lavoro e il Consiglio superiore del lavoro. Non mancano, tuttavia, azioni di forza quando non resta che militarizzare i ferrovieri in seguito alla minaccia di sciopero.


Novità del suo governo è l'accentuazione dell'indirizzo dei suoi predecessori di attribuire alla Triplice Alleanza un valore puramente difensivo e un avvicinamento più accentuato alla Francia attraverso gli accordi italo-francesi del 1902, anche se poi ha fatto clamore la scoperta delle manovre di Zanardelli per spingere l'Austria a minacciare e a porre il veto, nel Conclave del 1903, all'elezione del card. Rampolla, ritenuto filo-francese.


Già preannunciata dal discorso della Corona del 20 febbraio 1902, il governo Zanardelli ripropone la legge sul divorzio, suscitando una vivacissima reazione del mondo cattolico ma anche contrasti all'interno dello stesso governo e nella maggioranza.


Merito riconosciuto del governo di Zanardelli è di avere posta attenzione particolare alla questione meridionale sia attraverso un'operazione pubblicitaria di grande effetto, come il suo viaggio in Basilicata, sia con una concreta azione governativa. Nel Meridione Zanardelli era già stato tre volte: il 15 settembre 1876 a inaugurare la linea ferroviaria Eboli-Reggio Calabria, il 3 marzo 1882 in visita a Castelpiano e nel settembre 1883 per discorsi politici. Pur con salute già compromessa, il 14 settembre 1902 intraprende il faticoso viaggio in Basilicata, che si conclude il 30 settembre. È il primo presidente del Consiglio italiano che visiti quella regione, in lungo e in largo. Con i mezzi più umili, in parte a dorso di mulo, passa di paese in paese suscitando speranze mai sognate, espresse in quel «Torna a Surriento», celebre canzone improvvisata dal decoratore Giambattista De Curtis per le parole e dal fratello Ernesto per la musica, durante una sosta a Sorrento all'Imperial Tramonto Hotel e che finisce con quella invocazione, «famme campà», che è il grido di implorazione delle masse meridionali. Frutto del viaggio è una legge speciale per la Basilicata che verrà varata il 31 marzo 1904, alla quale si aggiungono alcuni provvedimenti specifici come l'approvazione della legge per la costruzione dell'acquedotto pugliese e due leggi per Napoli, una per il sostegno finanziario del Comune e una per il risanamento edilizio della città, senza contare la nomina di una Commissione Reale per l'incremento industriale di Napoli, i cui lavori apriranno la strada alla legge dell'8 luglio 1904.


Con molti meriti e consensi al suo attivo, ma anche tra contrasti, con il 1903 si chiude la sua vicenda umana e politica. Nel gennaio si dimette il ministro degli Esteri Prinetti, il progetto di legge di istituzione del divorzio scatena una massiccia reazione non solo del mondo cattolico, che si mobilita raccogliendo in poche settimane circa tre milioni di firme, ma anche tra elementi autorevoli della maggioranza, i socialisti scendono in trincea per la questione Bettolo, manifestazioni studentesche a Trento e incidenti a Innsbruck innestano imbarazzanti questioni irredentistiche alle quali si aggiunge il clamore suscitato dalla rinuncia dello zar di Russia alla visita in Italia per timore di proteste e manifestazioni contrarie. Alla fine si trova sempre più indebolito anche presso la Corte per essersi inimicato l'elemento militare per aver permesso l'inchiesta sulla Temi, società fornitrice dello Stato e fatta segno di privilegi e favoritismi. Le dimissioni di Giolitti e lo scadimento delle condizioni di salute lo convincono alle dimissioni, offerte il 20 ottobre 1903. È sospettato di essere vittima di una cospirazione di palazzo e che si esageri la gravità della malattia per salvarsi da un sicuro fallimento, ma di lì a due mesi sarà la fine. Si ritira subito a Maderno, stremato nelle forze fisiche ma ancora combattivo, sebbene si cerchi di tenere nascosta la gravità del male. Ma la voce si sparge e il 21 novembre viene organizzato un grande corteo da Fasano alla villa con luminarie. Il 23 novembre 1903, a poco meno di un mese dalla morte, scrive all'amico Giuseppe Bensi di Treviso una lettera in cui si rammarica di «non aver potuto condurre in porto le leggi a cui più teneva: fra l'altro il divorzio e la riforma giudiziaria».


Al disfacimento fisico corrisponde una grande forza d'animo. Fino all'ultimo si occupa di politica. Scrive Ugo Da Como: «Il giorno prima che morisse, quasi esangue pel male che lo rodeva, dettava al deputato bresciano Fausto Massimini, da lui prediletto, lettere per amici fedeli, tra i quali anche Cesare Fani, della vecchia destra, perché muovessero guerra al Ministero Giolitti e ad alcuni uomini che ne facevano parte, secondo lui, "ruffianeggiando"». Vi fu una visita pubblicizzata di mons. Bonomelli, vescovo di Cremona e amico da anni. Si parlò di colloqui durati due giorni. Ma, come scriveva la sorella Ippolita alla nipote, il vescovo si era fermato al letto dell'infermo un quarto d'ora. Il parroco di Maderno, nell'atto di morte alla formula riguardante l'amministrazione dei sacramenti, scrive un chiaro «minime». La morte giunge alle ore 17 del 26 dicembre 1903 e i funerali sono un'apoteosi. La salma porta nelle mani il Crocifisso e la corona del rosario e la S. Sede concede la celebrazione di messe nella camera ardente e i funerali religiosi. I funerali, che sembrano dover essere annullati per la presenza, accanto alla salma, di una corona di fiori della Massoneria italiana che viene però ritirata, sono solenni. La bara, sotto la neve che cade fino alle porte di Brescia, passa tra i paesi fra ali di folla, archi e suono di bande, coperta di un drappo bianco dei celibi (quale era stato per tutta la vita) e della bandiera tricolore. Viene ricevuta a porta Venezia dal conte di Torino, il primo ministro Giolitti, ministri, numerosissime autorità. Seguono il carro, un valletto che porta il collare dell'Annunziata, il conte di Torino, i gonfaloni di Brescia e di Napoli, associazioni con 141 bandiere, rappresentanze varie. Al cimitero la bara viene accolta da un apparato a forma di mausoleo eretto su disegno dell'ing. Trebeschi, dipinto dal Chimeri e con tappezzerie della ditta Bontempi.


Zanardelli lascia per testamento tutte le sue sostanze (che si fanno ammontare a più di 300.000 lire di cui 200 mila in stabili, il resto in rendite) da dividersi in parti uguali tra il fratello ing. Ferdinando e i nipoti Giovanni e Margherita, usufruttuario di tutto la sorella Ippolita, con oneri in favore della sorella suor Demetria, al secolo Virginia. Lascia la biblioteca di 20.000 volumi, parte alla Biblioteca Queriniana e parte all'Ordine degli avvocati, oggetti artistici al Municipio di Brescia, più altri all'on. Massimini, al conte Lana, ecc., dispone l'acquisto di un'arcata del cimitero di Brescia per seppellirvi i genitori.


Come scrive Roberto Chiarini, qualcuno «non perdonerà mai a Zanardelli la sua testardaggine e intransigenza nel perseguire i propri obiettivi tanto che, anche alla notizia della sua morte di poche settimane più tardi, non si esimerà, è il caso di Alessandro Guiccioli, da un commento tanto impietoso sul piano umano quanto liquidatorio su quello politico: "Date le sue condizioni di deperimento fisico, non poteva più fare né il male né il bene". Qualcun altro, come Luigi Albertini, sarà invece più generoso con lui e la sua azione di governo, riconoscendo che "la prova di un regime di libertà più largo, come quello che si è avuto negli ultimi trenta mesi, è stato giovevole a tutti e il bene, checché paia, ha superato il male". Ai suoi amici riformatori, come Luigi Romussi o Sebastiano Tecchio, non resterà che il rammarico di vedere interrotto a metà un esperimento riformatore che aveva inaugurato - questo almeno il giudizio entusiastico di un suo sostenitore - "un periodo di tranquillità, d'ordine e di pace fecondo [...] mentre una rivoluzione economica si comp[iva] con giusta elevazione morale e materiale delle classi lavoratrici"».


Equilibrato, anche se da parte di uno che non gli fu particolarmente amico, il giudizio sull'uomo e sul politico da parte di Giolitti, che fu di orientamento a lui diverso. Da parte sua, l'avversario più qualificato in campo cattolico Giorgio Montini lo ricorderà così al Consiglio comunale l'8 gennaio 1904: «l'altezza dell'ingegno e alta cultura onde traeva nutrimento e splendore la sua magnificenza oratoria; l'elevato concetto in cui tenne la professione ch'egli illustrò cogli scritti e colle opere; il fervido amore a questa nostra terra di cui le tristi vicende e le magnanime imprese, le bellezze come di sogno e la rude stirpe laboriosa e forte egli celebrava sovente con parola che non era voce di retore ma affettuosa espressione di figliuolo riverente e fiero, figliuolo che, negli alti uffici a cui venne assunto, della terra natale ricordava anche i bisogni, come in morte particolarmente ricordò la città nostra con lasciti preziosi che hanno meritato la comune riconoscenza».


Sull'onda anche della lotta politica, per cui il personaggio diventa una bandiera di parte, vengono per una decina d'anni inaugurati monumenti e dedicate lapidi. Il suo nome continua ad avere risonanza, per cui gli vengono anche dedicati caffè, cinema (come a Gottolengo), una coppa ciclistica. Col nome di Zanardelli e Cairoli, segno di radicata avversione politica, come scrive Daniele Mainetti, circolarono per Brescia due figure patibolari, trascinanti un organetto di Barberia e accattando soldi.


Dopo decenni di silenzio, rotto solo nel 1926 con qualche ricordo giornalistico, la memoria dello statista ha ripreso a emergere nel 1954 con la posa della statua di Ximenes nel cortile della Corte d'Appello di Brescia e con l'edizione, nello stesso anno, a cura dell'Ordine degli avvocati di Brescia, de "L'Avvocatura". Discorsi di G. Zanardelli (Brescia, Tip. Pavoniana). Dal 1954 per merito di Emilio Ondei, Carlo Vallauri, Elena Sanesi, Roberto Chiarini ecc. e la messa a disposizione delle carte Zanardelli presso l'Archivio di Stato di Brescia si sono andate infoltendo le pubblicazioni su di lui.


Sotto l'egida del nome di Zanardelli si è tenuto il 25-26 settembre 1956 a Brescia-Gardone Riviera-Salò il XII Congresso nazionale dei magistrati. Poi inizia l'era dei Convegni di studio e delle mostre: il 30 settembre-1 ottobre 1983 a Brescia. Nel febbraio 1984 viene inaugurata alla Cavallerizza la mostra sull'"Età zanardelliana". Nell'ottobre 2001 un convegno viene organizzato dalla Camera di Commercio e dalla Fondazione CAB. L'anno centenario 2003 vede, dal 30 maggio al 7 settembre, organizzata presso il Vittoriano, a Roma, la mostra dal titolo "Figure del Risorgimento: Giuseppe Zanardelli". Non mancano altre iniziative. Al suo nome viene dedicata, nel 1975, la Loggia Massonica n. 715 promossa dal prof. Edoardo Ziletti, e nello stesso anno la Loggia massonica n. 840, sotto la presidenza del venerabile Adelino Ruggeri. Il 17 febbraio 2003 al suo nome viene inaugurato il Lions Club con sede a Rezzato; nel novembre 2004 gli è dedicata, promossa dal movimento politico della Margherita, un'associazione culturale presieduta da Emanuele Citati Zambelli con il motto "Dialogo Pace Sviluppo".




VIE, LAPIDI, MONUMENTI. Ancora in vita venne onorato a Gardone Val Trompia nel 1899 da una lapide nel salone settecentesco del Municipio e, per iniziativa del Comune e della Società operaia, nel 1902 gli fu intitolata la via principale del paese. La Valtrompia fu poi all'avanguardia nel dedicare allo statista, anche in ogni piccolo centro, una via o una piazza.


BRESCIA: nel 1904 Brescia intitola a Zanardelli il CORSO DEL TEATRO, il più centrale e importante della città, e si pensa subito ad un monumento da erigersi in città. Nel 1905 Ettore Ximenes presenta, all'Esposizione artistica internazionale di Venezia, un suo modello. Si apre anche un concorso per un monumento "ufficiale" della città al quale partecipano diversi artisti. La scelta tra i progetti di Domenico Ghidoni, Davide Calandra, Ettore Ximenes e Luigi Contratti cade sull'opera di Davide Calandra che viene inaugurata il 20 settembre 1909 a piazzale Roma (ora piazzale della Repubblica) alla presenza del re Vittorio Emanuele III e del presidente del consiglio Giovanni Giolitti. Nell'ambito del nuovo piano regolatore, il monumento viene trasferito nel 1929 nei giardini tra via XX settembre e via Vittorio Emanuele II. Il monumento, restaurato nel 2000, ha avuto maggior rilievo con la sistemazione dei giardini (2001).


Nel PALAZZO BEVILACQUA (piazza Duomo, via Trieste), sede del giornale "La Provincia di Brescia" e del club liberale, viene posto un busto in bronzo del bresciano Emilio Magoni con epigrafe dettata da Ernesto Spagnolo, direttore del giornale: «In questa sede / GIUSEPPE ZANARDELLI / nelle ore della lotta della tregua del potere / memore delle amicizie profonde / portò fiamma pensiero azione / Soldato di libertà maestro di civismo / Per ricordare / 26 dicembre 1908». L'inaugurazione avvenne con discorso dell'on. Carlo Gorio.


Un busto di Zanardelli di E. Ximenes si trova inoltre nei CIVICI MUSEI e nel PALAZZO COMUNALE.


Un busto si trova nella sede dell'ATENEO di Brescia.


CIMITERO VANTINIANO: sulla tomba Zanardelli, per disposizioni testamentarie dello statista, venne posto nel 1908 un gruppo scultoreo raffigurante la "famiglia".


CORTE D'APPELLO VIA S. MARTINO DELLA BATTAGLIA: nel 1954 venne posto un monumento eseguito da E. Ximenes nel 1903, presentato in gesso all'Esposizione Artistica Internazionale di Venezia nel 1905, conservato dalla famiglia dello scultore. Il gesso della statua, destinata al Palazzo di Giustizia a Roma, fu accantonato per divergenze con lo scultore e la statua fu fusa più tardi, nel 1954, dalla ditta Perani per iniziativa del sen. Carlo Bonardi.


BRENO: busto in bronzo opera del milanese Francesco Confalonieri su una colonna di pietra delle montagne e scritta, inaugurato nel giugno 1908.


GARDONE VAL TROMPIA: a figura intiera nella piazza omonima, opera di Salvatore Buemi, fuso con bronzo dei cannoni dell'Arsenale, con la scritta «A Zanardelli. La Valtrompia» inaugurato il 6 ottobre 1906. In Municipi è stato collocato nel gennaio 1994 parte in gesso del monumento dello Ximenes, donato poi dalla famiglia Beretta, collocato nel cortile della Corte d'Appello a Brescia e restaurato da Franco Cotelli di Gardone Val Trompia.


ISEO: sul lato S del mercato dei grani, busto in bronzo opera di Giovanni Asti, con iscrizione dettata da G.C. Abba: «Da questo palazzo del mercato / Come da una casa di popolo / Dell'era dei comuni / La voce di Giuseppe Zanardelli / Suonò tre volte all'Italia nova / Promesse grandi / Progresso, giustizia, libertà». Poi le date dei tre discorsi pronunciati da Zanardelli a Iseo: 1878, 1892, 1900. Inaugurato il 7 giugno 1909 con discorso dell'avv. Carlo Bonardi.


MADERNO: in piazza del Municipio viene collocato un monumento raffigurante una figura femminile sul fianco del monumento con un medaglione riproducente la figura di Zanardelli, opera di Leonardo Bistolfi inaugurato il 18 aprile 1909 con discorso del sen. Federico Bettoni.


POTENZA: busto in bronzo inaugurato il 19 agosto 1910.


ROMA: un busto di Ximenes gli venne dedicato a Montecitorio; al palazzo di Giustizia, un busto opera dello scultore Salvatore Buemi, già donato dallo stesso Zanardelli al Ricreatorio popolare che portava il suo nome, fu inaugurato il 14 marzo 1911; un busto in bronzo figura presso la sede della Confraternita dei Bresciani.


SALÒ: piazza Zanardelli, al centro del lungo lago, monumento con figura intera dello statista con scritta "A Zanardelli" opera di Angelo Zanelli, inaugurato l'8 settembre 1906. Restaurato nel 1990 da Angiolino Aime.


VOBARNO: medaglione opera di Angelo Zanelli, inaugurato il 25 settembre 1910.




Oltre a quelle poste sui monumenti, lapidi gli furono dedicate a:


BOVEGNO, inaugurata il 28 febbraio 1909, con discorso dell'on. Giovanni Quistini, sulla facciata del palazzo comunale con l'iscrizione: «A Giuseppe Zanardelli / statista insigne / sincero propugnatore della libertà e della legge / orgoglio triumplino / con la patria tributa riverente omaggio / il Comune di Bovegno / perché ammirando ricordino».


BRESCIA: sulla casa abitata da Zanardelli in via Musei: «DA QUESTA SUA CASA GIUSEPPE ZANARDELLI / ACCORSE CON GIOVANILE ARDIMENTO ALLE PUGNE DEL PATRIO RISCATTO / QUI COLL'IRA DEL RIBADITO SERVAGGIO CREBBE LA DOTTRINA LA FEDE / CHE ASSUNTO A SUPREMI UFFICI DI LIBERO STATO / SFOLGORÒ NEGLI SCRITTI SAPIENTI NELLA FASCINATRICE ELOQUENZA / BRESCIA MADRE GLORIOSA / SACRO ESEMPIO DI CITTADINE VIRTÙ. / D. M. 7 GENNAIO 1904».


Ultima nel tempo è l'iscrizione posta sulla tomba al VANTINIANO nel dicembre 1953, dettata da Vincenzo Lonati: «Qui posa / Giuseppe Zanardelli / bresciano di nascita e di cuore / statista e giurista insigne / che al governo della Patria risorta / diede l'alta mente e l'intemerata vita / devoto agli ideali / che sollevano la contingente politica / a missione perenne / di libertà e di giustizia».


PISOGNE: in piazza Vittoria per deliberazione comunale del 4 maggio 1907, inaugurata il 22 settembre: «Qui il 1° novembre 1899 / Giuseppe Zanardelli / con memorabile fatidico discorso / trascinò / Governo Provincia Comuni / ad assecondare / le antiche tenaci aspirazioni / per la ferrovia Camuna / proclamandola debito d'onore e di giustizia».


VESTONE: facciata del teatro comunale, inaugurata il 20 settembre 1908: «NEL DÌ SACRO ALLA PATRIA / LA SOCIETÀ OPERAIA VESTONESE / LIBERTÀ UGUAGLIANZA UMANITÀ / VOLLE QUI RICORDARE / L'ANTICA FEDE AFFERMANDO / LA MEMORIA / DI GIUSEPPE ZANARDELLI / SUO PRESIDENTE ONORARIO / XX SETTEMBRE MCMVIII».


VOBARNO: in piazza Ferrari: busto in bronzo, opera di Angelo Zanelli, epigrafe dettata da Vincenzo Tonni Bazza: «NEL GIORNO SACRO ALLA PATRIA / PER INIZIATIVA DELLA SOCIETÀ OPERAIA LIB. DI M. S. / VOBARNO / VUOLE RICORDATO IL NOME DI / GIUSEPPE ZANARDELLI / CHE IL 31 OTTOBRE 1886 / QUI COMMEMORÒ I FATTORI / DELL'INDIPENDENZA D'ITALIA / XX SETTEMBRE MCMX». Inaugurato il 20 settembre 1910 con discorso dell'ing. Tonni Bazza.




MEDAGLISTICA. A Zanardelli sono state dedicate medaglie: nel 1902 quale presidente per le onoranze ai superstiti delle Patrie Battaglie di Napoli; nel 1903 per l'inaugurazione, nel Ricreatorio Popolare di Roma, del busto, opera di G. Giani; nel 1904 dai "colleghi" del Foro bresciano con raffigurato il busto opera di E. Boninsegna e A. Cappucci; nel 1909, opera di S. Scolari per l'inaugurazione del monumento di D. Calandra; nel 1911, autore G. Giani raffigurante un busto dello statista inaugurato nel Palazzo di Giustizia in Roma. Senza data, ma della prima decade del '900, con busto e la dedica "A Zanardelli primo figlio di Brescia".




PUBBLICAZIONI: "Versi giovanili in nozze Sedaboni-Pellegrini" (Brescia, 1853); "Sulla Esposizione Bresciana. Lettere" (in: «Il Crepuscolo», Milano 1857); "Della vita del professore Camillo Guerini. Discorso funebre letto nel cimitero di Brescia il 20 lug. 1862, nell'occasione in cui ivi al Guerini erigevasi un monumento" (Brescia, 1862); "Proposta intorno ai monumenti da erigersi colle rendite della eredità Gigola" (in: «Comm. Ateneo di Brescia», 1862-64: pag. 371); "Sul riparto dell'imposta sui redditi della ricchezza mobile. Discorso pronunziato nella tornata del 7 lug. 1863" (Roma, 1863); "Sulla tomba di Piccino nob. Violini, avvocato dei poveri, morto il 19 genn. 1863" (Brescia, 1863); "Discorso del deputato sulla parte straordinaria del bilancio dell'Interno pel 1864 pronunciato nelle sedute della Camera dei Deputati del 3 e 4 mag. 1864" (Torino, 1864); "Discorso sulla convalidazione dell'elezione del I Collegio di Messina pronunciato il 21 marzo 1866 nella Camera dei Deputati" (Firenze, 1866 ?); "Sulle vertenze tra il Municipio e la locale Amministr. degli Ospitali Civili. Parere di G. Zanardelli" (Brescia, 1871); "Relazione della Commissione eletta dal Municipio di Brescia per il conferimento della pensione Brozzoni, nel biennio 1 nov. 1871 al 1873" (Brescia, 1874 ?); "Sulla convenzione di Basilea per riscatto delle ferrovie dell'Alta Italia. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati il 26 giu. 1876" (Roma, 1876); "Discorso pronunciato in Napoli il 25 sett. 1876 al banchetto offertogli allo Scoglio di Frisio" (Napoli, 1876); "Sui servizi postali e commerciali marittimi. Discorso pronunciato dal Ministro dei Lavori Pubblici" (s.l. 1877 ?); "Sulla discussione del bilancio dell'Interno per l'anno 1878. Discorso pronunciato il 22 giu. 1878" (Roma, 1878); "Discorso pronunziato dal Ministro dell'Interno al banchetto offertogli dai suoi elettori ed amici il 3 nov. 1878" (Brescia, 1879); "L'avvocatura. Discorsi" (Firenze, 1879; Milano, 1920); "Discorsi del Ministro di Grazia e Giustizia pronunziati alla Camera dei Deputati nelle tornate del 10, 11, 21 e 23 giu. 1881" (Roma, 1881); "Discorso per la inaugurazione dei busti in Castelcapuano (5 mar. 1882)" (s.l. 1882 ?); "Sul codice di commercio. Discorso pronunciato nella tornata del 30 gen. 1882" (Roma, 1882); "Sul disegno di legge concernente lo scrutinio di lista. Discorso pronunziato al Senato nella tornata del 2 mag. 1882" (Roma, 1882); "Nella discussione del disegno di legge sul giuramento dei deputati. Discorso tenuto alla Camera dei Deputati (tornata del 21 dic. 1882)" (Roma, 1882); "Nella discussione dell'interpellanza del deputato Nicotera sull'orientamento politico del governo. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati (tornata del 19 mag. 1883)" (Roma, 1883); "Sulle convenzioni ferroviarie. Dichiarazioni (tornata del 22 dic. 1884)" (Roma, 1884); "Discorso pronunciato a Gardone V.T. il 4 gen. 1885 inaugurandosi la bandiera della Soc. dei Lavoranti in Ferro" (Roma, 1885); "Pel V centenario di Donatello. Discorso pronunziato inaugurandosi l'esposizione delle opere di Donatello in Firenze il 12 mag. 1887" (Roma, 1887); "Discorso in risposta alle interrogazioni degli on. Bonghi e Sacchi sulla incriminabilità delle petizioni clericali e delle lettere dei vescovi italiani al Pontefice per l'abolizione dei tribunali di commercio" (Roma, 1887); "Progetto del Codice Penale per il Regno d'Italia e disegno di legge che ne autorizza la pubblicazione presentato il 22 nov. 1887. Relazione" (3 voll., Roma 1887); "Sul progetto del nuovo Codice Penale. Discorso pronunciato nella tornata del 5 giu. 1888" (Roma, 1888); "Sul progetto del nuovo Codice Penale. Discorso pronunciato nella tornata del 15 nov. 1888" (Roma, 1888); "Discorsi pronunciati nelle tornate del 30 nov. e 4 dic. 1888 nella discussione del progetto di legge pel deferimento alla Cassazione di Roma della cognizione di tutti gli affari penali del Regno" (Roma, 1888); "Progetto del Codice Penale del Regno d'Italia. Bozza di stampa del Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti" (Roma, 1888); "Progetto del Codice Penale allegato alla legge 22 nov. 1888 con le modificazioni proposte dalla Sottocommissione e dalla Commissione di revisione e col testo definitivo" (Roma, 1889); "Relazione a S.M il Re del Ministro Guardasigilli nell'udienza del 30 giu. 1889 per l'approvazione del testo definitivo del Codice Penale" (Roma, 1889); "Il Codice Penale e le leggi penali del Regno d'Italia" (Torino 1890); "In occasione dell'inaugurazione del monumento a Mario Pagano il 19 ott. 1890 in Brienza" (Potenza, 1890); "Nuovo Codice Penale pel Regno d'Italia con note comparative dei codici penali italiani ed esteri commentato da 500 note tolte dalle relazioni di S.E. G. Zanardelli" (Torino, 1890); "Leggi, regolamenti e decreti controfirmati durante la sua nomina a ministro dei Lavori Pubblici (21 mag. 1876 - 24 ott. 1877), dell'Interno (mar. - dic. 1878), di Grazia e Giustizia (lug. 1881 - mag. 1883, apr. 1887 - feb. 1891)" (4 voll., Roma, 1891 ?); "Discorso d'inaugurazione del Presidente pel nuovo anno accademico" (in: «Comm. Ateneo di Brescia 1893: pag. 5); "Sui provvedimenti finanziari. Discorso pronunziato nella seduta 26 giu. 1894" (Roma, 1894); "Discorso pronunziato al banchetto il 13 gen. 1895 in Brescia al teatro Guillaume per iniziativa dei suoi elettori del collegio di Iseo" (Brescia ?, 1895 ?); "Sui provvedimenti finanziari. Discorso pronunziato nella seduta del 10 lug. 1895" (Roma, 1895); "Parere per la verità nella causa fra gli eredi di Carlo III di Borbone e i Ministeri della Finanza e del Tesoro del Regno d'Italia" (Lucca, 1898); "Pel cinquantesimo anniversario della difesa nazionale del Cadore. Discorso pronunciato in Pieve di Cadore il 14 ago. 1898" (Pieve di Cadore ?, 1898 ?); "Discorsi pronunziati nelle tornate del 24 e 28 giu. 1899" (Roma, 1899); "Discorso pronunciato il 1° nov. 1899 a' suoi elettori di Pisogne" (Brescia, 1899 ?); "Discorso pronunciato il 15 ott. 1899 in Castiglione delle Stiviere inaugurandosi la bandiera di quella Soc. Operaia" (Brescia, 1899 ?); "Discorsi pronunziati alla Camera dei Deputati nelle sedute del 2 e 20 mar. 1900" (Roma, 1900); "Discorso pronunziato in Iseo ai suoi elettori il 31 mag. 1900" (Brescia, 1900 ?); "Discorso pronunciato in Nocera ai suoi elettori il 24 giu. 1900" (Brescia, 1900 ?); "Dichiarazione nella tornata del 7 mar. 1901" (Roma, 1901); "Spese straordinarie militari pel sessennio 1900-901 al 1905-906. Discorso pronunciato nella tornata del 30 mar. 1901" (Roma, 1901); "Sul bilancio d'agricoltura e commercio. Discorso pronunziato alla Camera dei Deputati (tornata del 17 mag. 1901)" (Roma, 1901); "Annunzio della nascita della principessa reale Jolanda Margherita di Savoia (tornata di sabato 1 giu. 1901)" (Roma, 1901); "Discorso pronunciato il 20 ott. 1901 in Gardone V.T." (Brescia, 1901); "Discorso in risposta alla interpellanza del senatore Vitelleschi sopra alcune disposizioni del Regio Decreto 14 nov. 1901" (Roma, 1901); "Sulla politica. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati" (Roma, 1901); "Sulle condizioni del Mezzogiorno. Discorso alla Camera dei Deputati (13 dic. 1901)" (Roma, 1901); "Lettera, quale Presidente del Consiglio dei Ministri in occasione delle feste centenarie dell'Ateneo" (in: «Comm. Ateneo di Brescia», 1902: pag. 309); "Discorso sul disegno di legge per lo sgravio dei consumi ed altri provvedimenti finanziari (tornata del 19 gen. 1902)" (Roma, 1902); "Sulle comunicazioni del governo e sull'indirizzo di risposta al discorso della corona. Discorsi pronunciati alla Camera dei Deputati (tornate 15 e 22 mar. 1902)" (Roma, 1902); "Discorso nella discussione delle interpellanze sulla politica interna (Senato del Regno, tornata del 25 apr. 1902)" (Roma, 1902); "Per la IV Gara Generale di Tiro a Segno Naz. in Roma, 18 mag. - 1 giu. 1902. Discorsi d'inaugurazione e chiusura della gara" (Roma,1902); "Per Napoli e per Roma. Discorsi pronunciati alla Camera dei Deputati (tornate del 26 e 27 giu. 1902)" (Roma, 1902); "Discorso pronunziato a Napoli il 14 sett. 1902" (Napoli, 1902?); "Discorso pronunziato a Potenza il 29 sett. 1902" (Potenza, 1902 ?); "Discorso sul progetto di legge per le ferrovie complementari (tornata del Senato, 1 dic. 1902)" (Roma, 1902); "Sul disegno di legge per l'ordinamento giudiziario. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati" (Roma, 1903); "Sulla mozione Mirabelli circa le spese militari. Discorso alla Camera dei Deputati (tornata del 19 feb. 1903)" (Roma, 1903); "Sull'esercizio ferroviario. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati (sec. tornata del 3 giu. 1903)" (Roma 1903); "Lettera-programma all'Ateneo del sett. 1855" (in: «Comm. Ateneo di Brescia», 1904: pag. 21); "Notizie naturali, industriali ed artistiche della provincia di Brescia. Discorso di Luigi Rava pronunciato il 29 mag. 1904 per l'inaugurazione dell'Esposizione Bresciana" (Brescia, 1904).


Per i DISCORSI PARLAMENTARI si rimanda a: "Discorsi parlamentari di G. Zanardelli pubblicati per deliberazione della Camera dei Deputati" (Roma, 1905); "I più memorabili discorsi politici parlamentari estratti dalla pubblicazione ufficiale della Camera dei Deputati" (Brescia, 1909).


Inoltre per altri discorsi si rimanda a: G. Fenaroli, "Primo secolo dell'Ateneo di Brescia, 1802-1902" (Brescia, 1902); Circolo Goffredo Mameli, "Raccolta dei principali discorsi commemorativi di Giuseppe Zanardelli" (Brescia, 1909); "Raccolta riassuntiva dei discorsi tenuti da Giuseppe Zanardelli presso l'Amministrazione provinciale di Brescia (dal 1862 al 1902), pubblicata con la collaborazione dell'Ateneo dall'Amministrazione provinciale di Brescia nel cinquantenario della morte - 1953" (Brescia, tip. Fratelli Geroldi, 1954, pp. 147).