VINO

VINO

Nome dato al prodotto della fermentazione alcolica totale o parziale del mosto di uva fresca, in presenza o in assenza delle parti solide del grappolo (vinacce). Si considerano vini non genuini i liquidi alcolici, pure ottenuti con la fermentazione, che non corrispondono alla precedente definizione, compresi quelli ottenuti con uve appassite e quelli preparati mediante la fermentazione di soluzioni zuccherine in presenza di vini o di vinacce di uva (v. Uva, v. Vigneti, v. Viticoltura).


Se di semi di vite sia pure selvatica si sono trovati reperti alla Polada (v.) fin dal periodo neolitico (5000-4000 a.C.), del vino si può arguire l'uso dai graffiti della Valcamonica e da oggetti ceramici o di altro genere rinvenuti in località del Bresciano.


Si pensa che il primo vino nel Bresciano sia stato bevuto grazie all'introduzione da parte degli Etruschi della "vitis vinifera sativa" verso il sec. V a.C. Il vino più celebre però è il Retico declamato come il migliore da Virgilio, Svetonio, Strabone e Plinio. Strabone attesta che detto vino era prodotto sulle prime pendici e le montagne che vanno da Como a Verona, e che comprendono anche il Bresciano e specialmente il Garda. Conferma ciò il fatto che il vino Retico viene offerto dal padre di Catullo al grande Cesare, mentre è governatore delle Gallie Cisalpine, per fargli dimenticare certi epigrammi che il figlio poeta ha indirizzato all'ambizioso dittatore. E sembra che Cesare abbia conservato un grato ricordo del vino Retico, proveniente probabilmente da Sirmione, dove Catullo aveva la sua villa, bevuto in quella circostanza, e chiamato significativamente la "Panacea veronese". Si può presumere che in questo tempo siano già conosciuti anche altri vini bresciani. Lo indica il fatto che la Vernaccia di Cellatica viene fatta derivare dal vitigno del celebre Falerno, cantato da Orazio e da altri poeti e scrittori. Sappiamo anche da Plinio che nelle zone prossime alle Alpi il vino veniva conservato in botti di legno cerchiato e che era addirittura venduto sui mercati del Danubio.


Quanto agli utensili usati per il trasporto del vino ha assunto una eccezionale importanza il vaso borraccia scoperto in una necropoli a Lugone di Salò, il 21 settembre 1972 dal Gruppo Grotte di Gavardo. Tale vaso presenta scene raffiguranti il trionfo di Dioniso e l'uccisione di Laomedonte, il quale è considerato un unicum del genere e che da solo è una testimonianza di quanto fosse in onore il vino sulla Riviera alla fine del primo o agli inizi del secondo secolo. Anche nei tempi più bui Cassiodoro ci attesta che Teodorico presceglieva fra i vini d'Italia i Retici, nei quali anche l'Odorici individua i vini benacensi, e il Gratarolo aggiunge che il re ostrogoto Teodato si faceva portare a Roma il vino della Riviera di cui imbandiva di preferenza la sua mensa, tanto che, per molto tempo, tale vino venne chiamato «vino regale». Questa ne fu anzi una zona privilegiata. Oltre che campo di battaglia fra i più famosi dove combatterono Traiano, Alarico, Attila ecc., essa produsse sempre vino pregiatissimo che aumentò in quantità da quando Gian Galeazzo Visconti vi intraprese sia pure con fini militari le primo opere di bonifica.


Il vino, come la vite, compare poi in posizione privilegiata sulle carte dei monasteri e della curia bresciana. Una "pagina libelli" del 10 aprile 822 registra un contratto fra la badessa di S. Giulia e tal Roberto di vico Magano, in cui questi si impegna a versare al Monastero la metà del vino prodotto, in confronto della terza parte del grano e della quarta parte del lino. Un documento del 905 (o 906) segnala che i "manentes" dovevano somministrare nella parte proporzionale dei redditi anche «vinum medium», cioè la metà del vino prodotto, o «de vino tercia pars», o anche «de grano et de vino pars quarta». Sappiamo anche che il Monastero di S. Salvatore utilizzava un vino proveniente da fuori i confini bresciani, specie dal Parmense.


Quanto ai tipi di vino diffusi in epoca alto-medievale, quando era invalsa la preoccupazione che il vino fosse "bonum", si sa che dalle classi agiate era richiesto il bianco, mentre, come rileva Gabriele Archetti, «il rosso continuò a rappresentare nell'immaginario popolare il vino per eccellenza, sia per i suoi usi liturgici, sia per le analogie con il sangue di Cristo. La maggiore produzione poi viene data proprio dal "vermilium", il cui consumo è pertanto favorito da norme statutarie, agevolazioni fiscali e commerciali».


Tra i vini più ricordati dal sec. XII è il "vinum nostranum", documentato a partire dal 1176, che consiste in un rosso prodotto probabilmente non da un'unica qualità di uva, ma da diverse specie bianche e rosse il cui aggettivo "nostranum", anziché indicare un vino anonimo e comune, indica un tipo di vino particolare, ben riconoscibile e di buona qualità, anche se inferiore ad altri. Un vino prodotto in collina, «sottile e chiaro», adatto all'invecchiamento e preferito come vino da messa, viene ricavato dall'uva schiava. Apprezzato è pure il groppello, tratto da un vitigno veronese e le cui uve bianche (quelle nere erano meno adatte a vinificare) davano un vino robusto e gentile, impiegato anche per rinforzare i vinelli più deboli. Un altro vino pregiato è la vernaccia, mentre la predilezione per i vini dolci e profumati è alla base della fortuna del moscatello, di cui abbiamo le prime notizie documentarie solo dalla fine del XIV secolo. Diffuso in area padana è il malvasia, diverso però da quello proveniente da Candia assieme al vino di Tiro.


Dal sec. XI, e particolarmente dal XII secolo, tempi più pacifici ed operosi, l'accrescimento della popolazione e i mutamenti del regime alimentare aumentano il numero di consumatori di vino e ne fanno un mezzo sempre più largo di socializzazione attraverso la diffusione di vini sempre più pregiati tra le classi sociali più elevate e di quelli più comuni fra le classi popolari. Nel primo caso si sviluppa un commercio più selettivo, nel secondo si diffondono locande e taverne, mentre Consigli Comunali e autorità cittadine sono costretti a fissare precise norme circa la coltivazione della vite, la vendemmia ma, soprattutto, per disciplinare la distribuzione e la vendita del vino; a definire gli spazi per la mescita, regolando in dettaglio le modalità di somministrazione al pubblico. Il tutto per evitare contenziosi e problemi di ordine pubblico che le taverne e i luoghi di consumo, il cui numero andrà sempre più aumentando, finivano col procurare. Il commercio del vino in città, specie dal sec. XIII, si va concentrando, assieme ad altre merci, nel mercato dell'Arco. Un documento del 1429 riferisce di un afflusso di carri di vino (oltre che di legname, assi, polli, ecc.) tale da essere ritenuto eccessivo, ma che continuerà in seguito tanto che nel 1464 si accenna ad un "Arcus seu platea vini". Più tardi il mercato del vino verrà trasferito in Corso del Teatro (Zanardelli) e, alla fine dell'800, in piazzale Cremona.


Grazie anche alla sempre più diffusa commercializzazione, il vino bresciano è sempre più conosciuto e apprezzato. Pier de Crescenzi, ritenuto un maestro di viticoltura, vissuto tra la fine del sec. XII e il XIII, elenca tra i vini bresciani l'Albana, il Pignolo e il Malegno. «Ottimo» il vino che viene ancora prodotto nel Bresciano nel sec. XIII. Il quadro più completo e suggestivo della produzione vinaria bresciana lo fornisce Andrea Bacci, archiatra di papa Sisto V, nel suo volume "De vinorum naturalis historia". Egli scrive addirittura: «Oserei dire che il territorio di Brescia supera tutto il resto della regione Transpadana nella fecondità d'ogni frutto, ma specialmente dei vini». Non si contano poi gli accenni e le lodi al vino da parte degli umanisti bresciani. Ubertino Posculo nel "De laudibus Brixiae", pronunciata dinnanzi al Consiglio Generale del Comune di Brescia nel 1458, mette sullo stesso piano la coltivazione del vino con quella del grano, accenna ad un vino "nettareo", di quello che Omero chiama «melitóeis», parola che significa «dal sapore di miele». Sulla fine del '400 Taddeo Solazio, nella prefazione alla sua raccolta archeologica di iscrizioni bresciane, dichiara universalmente conosciuto il vino di Capriolo, di Adro, di Erbusco, di Cologne, nei confronti del quale nessun altro era ritenuto più «potente e fermo»; nessun altro era considerato più «puro e più sapido» di quello di Calino, Torbiato, Bornato. Senza dire dei meriti di quelli di Cellatica, di Gavardo, ecc.


Un salto di qualità del vino bresciano si ebbe con l'occupazione francese dal 1509 nella guerra tra Spagna, Francia e Impero che durò fino al 1516. Come ebbe a scrivere Carlo Pasero, i vini bresciani «riusciron poco graditi ai palati gallici, perché duri e carichi di colore per lunga e lenta maturazione; i Francesi li preferivano, invece, più chiari e leggeri, benché spiritosi (i cosi detti vini "garbi"), come quelli che si ottenevano nei loro paesi con una fermentazione (bollitura) di soli tre o quattro giorni: si introdusse così nel Bresciano il nuovo sistema di non più svinare a fermentazione del tutto avvenuta, anche perché si osservò che se ne derivava un vino non solo più accetto, ma anche di più sicura e durevole conservazione; e l'uso si estese pure ad altre parti del Piemonte, della Lombardia, in Valtellina, ma qui da noi attecchì fino ad un certo punto e molti produttori preferirono attenersi oppure ritornare alle antiche abitudini». Il vino bresciano, e specialmente del Garda, continuò a ricevere le più ampie lodi da vari poeti. Pietro Bembo nel poemetto "Benacus" (1524) scrive: «Foecundus unites implet tibi pampinus uvas. Palladis et nigrum tibi ducit bacca colorem...». Teofilo Folengo decanta i vini bresciani di Cellatica, del Garda: «Quid valet ad vinum nostrum vernazzia Voltae ? aut ea qua tantum bressana Cellatica bravat ? extollunt alii colles vallemque Romagnae, dant alii tantum Gardae, rivaeque Saloiae».


Tra coloro che li esaltano non può mancare naturalmente il gardesano Silvan Cattaneo nelle sue "Dodici Giornate". Inutile sottolineare quanto sia presente il vino nelle "Giornate d'agricoltura" di Agostino Gallo. Egli cita parecchi vitigni usati in provincia e loda, in modo particolare, i vini della Franciacorta e del Garda tratti dai vitigni più conosciuti. Tra i più comuni, cita il Groppello nero, la Vernaccia nera, le Schiave grosse, le Valtelline, i Groppelli veronesi, le Trebbiane dai grappoli bianchi, le Buonimperghe, le Albanette bianche. Tra i migliori vini cita «certe vernacciole bianche», le Aliane e altre.


Meno abbondanti e ristrette ad una precettica sbrigativa sono le pagine che dedica alla viticoltura il lonatese Camillo Tarello (1505-1570) nel suo "Ricordo di agricoltura" stampato nel 1566. Più limitata ancora l'attenzione posta al vino dall'agronomo architetto Giacomo Lanteri nel suo trattatello "Della Economia" stampato nel 1560 in cui si limita a dare consigli sulla collocazione della cantina.


Sul piano di un'enologia al servizio della medicina, attraverso consigli eminentemente pratici specie sull'azione terapeutica del vino, si pone il medico quinzanese Girolamo Conforti (1519-1595) nella sua operetta "De qualitatibus vini recentis" (1570). Ancora più singolare, del Conforti, è il "Libellum de vino mordaci" (1570), antesignano e descrittore di quegli spumanti oggi famosi, allora definiti «scoria gassosa leggera e pungente». Un altro medico bresciano, Bartolomeo Boldo (nel "Libro della natura e virtù delle cose che nutriscono et delle cose non naturali") si affannò, nel 1575, ad esaltare i benefici effetti del consumo non eccessivo del vino. Sulla sua scorta ebbero a scrivere molti autori antichi, per esaltarne le virtù e per sottolineare come «dal moderato uso del vino l'ingegno si fa illustre e chiaro, l'animo si rende più fedele e più mansueto, l'anima si dilata, gli spiriti si confortano, l'allegrezze si moltiplicano e i dispiaceri si scordano» e, quanto al corpo, come un uso moderato conferisca «alla nutrizione, alla digestione et alla generatione del sangue». Lodi particolari fa alla vernaccia di Cellatica, e in genere ai moscatelli del Bresciano, «superiori» a quelli bergamaschi, Ortensio Lando nel "Commentario delle più notevoli e mostruose cose d'Italia". La stessa autorità veneta, esaltando la fertilità del Bresciano «in biade vini et d'altri frutti», rilevava nel 1568 che «in alcune parti» nascevano «certi vini che chiamano vernazze che son delicatissimi».


Andrea Bacci accenna, specificatamente, al «collacticum seu Cellaltum vetus» (cioè il Cellatichese) da lui dichiarato «elettissima emula dei vini Greci e Romani» per cui veniva insistentemente richiesto a Milano ed esportato in Germania. Celebrato dalla Franciacorta al Lago d'Idro era il Groppello (o le Groppelle, così chiamato dagli acini stretti compatti in un grappolo), vino simile alle Pignole ed emulo di quello di Albana e Ariccia, che dava vino gradevole e potente, pure esportato entro otri in Germania. Sugli stessi colli si producevano «i preziosi vini detti volgarmente Slavi o Schiavi che gareggiavano coi Claretti di Francia». Seguendo le colline lungo l'Oglio, il Bacci elenca paesi famosi per i loro vini come Pademo, Passarano (Passirano), Adrono (Adro), Palazzolo, Orbasco (Erbusco?), che forniscono vini generosi, dal colore e sapore delle "Lacrime", cioè del celebre "Lachrima Christi". Anche la Valcamonica con la Val di Sole offrono vini celebri: «rubini, brillanti, di odore e sapore piacevoli». «Vini generosi» produce anche Gavardo. Nella pianura (ma è uno sbaglio geografico dell'autore), il Bacci elenca i vini di Bircio (Berzo?), Briano (Brione?), Malino (Malegno) e Castenedolo, «meno vigorosi e mediocri» dei vini dei dintorni di Brescia. Il buon medico dice che sono rubicondi e gradevoli ma poco serbevoli per l'estate. Ma soggiunge che quelli che resistono sono usati come molto salutari per gli ammalati. Il Grattarolo nel 1599 nell'"Historia della Riviera di Salò" scrive: «produce la Riviera vini bianchi, rossi, indorati, che di finezza non cedono à i Falerni, à i Settini, a quèi di Creta. E sono in generale detti vini retici: e in particolare Vernaccie, Trebiani, Schiavi, Gropelli, Marzemini, Moscatelli, Albamatti...». Agli inizi del '600 Ottavio Rossi soggiunge che sempre sul Garda «vi si fanno eccellentissimi (vini) neri, bianchi e garbi che noi chiamiamo crazenti e dolci».


È più che naturale che la Repubblica veneta proteggesse in ogni modo questa produzione, dalla quale d'altra parte riscuotevano buone tasse. Disposizioni della Serenissima non permettevano ad esempio di «mesedar vin vecchio e novo per vendere», imponevano che l'oste vendesse soltanto vino, e vietavano la vendita di «vini tristi e conzi», agendo severamente contro coloro che manipolavano vini «sia coll'annacquarli sia coll'adulterarli in qualsivoglia maniera». Il Da Lezze nel suo Catastico del 1609-1610 accenna all'abbondante produzione di uva della Franciacorta e cita soprattutto le «vernacce perfettissime» di Cellatica, i «vini dolci» di Monticelli, «i vini et vernacce eccellentissime» di Gussago, Camignone, Cazzago, Paderno, Adro ecc. e decanta la Franciacorta e particolarmente Monticelli Brusati «terra di nobilissimi vini rossi», e quasi ad ogni pagina accenna ai vini bresciani. Da lui sappiamo che la curia di Brescia si provvedeva di vino di Cellatica, come tanti milanesi benché dovessero pagare sull'Adda la dogana. E le lodi alla viticoltura continuano ancora agli inizi del '600 quando Ottavio Rossi, dopo aver decantato le bellezze del lago di Garda, scrive dei vini che «vi si fanno eccellentissimi neri, bianchi e garbi che noi chiamiamo razenti e dolci». Più tardi il conte Parolino Roncalli insiste sulle virtù terapeutiche e specialmente diuretiche del vino.


La fortuna del vino bresciano continua per tutti i sec. XVII-XVIII, e a confermarla basta leggere quanto scriveva Galileo Galilei a Raffaele Magiotti il 23 agosto 1633. Nel riferirgli di un pranzo nella «camera terrena affumicata ma fresca del bresciano p. Benedetto Castelli con un odore di mortadella e salame di Brescia, di formaggio di tre anni» scrive di aver bevuto «vino da Pontefici». Il vino trapassa anche le gravi crisi economiche che accompagnano nel '600 e nel '700 la Repubblica veneta, durante le quali, a protezione della produzione locale, si ripetono ordinanze di dazi sull'importazione del vino. Per poter avere un controllo più sicuro, l'autorità imponeva che il vino fosse importato in città solo attraverso le porte di S. Giovanni e di Torrelunga. Nel solo 1698 vennero imposti ben due dazi: uno di un ducato per ogni botte; l'altro imposto agli osti ed ai tavernieri per la vendita al minuto. L'anno seguente un nuovo dazio veniva deliberato per il trasporto di vino «da terra a terra», cioè da una località all'altra del Bresciano. In tempo di carestia veniva poi del tutto proibita l'esportazione del vino. Nel 1753, secondo quanto scriveva il podestà Pietro Barbarigo, l'importazione di vino forestiero era così costosa da costituire addirittura «una delle principali cause di impoverimento», per cui essa venne proibita del tutto. Una grave crisi colpì la produzione di vino negli anni del dominio napoleonico passando da 390 mila ettolitri nel 1803 a 170 mila nel 1811, scendendo a soli 80 mila ettolitri nel 1817. Risalì poi lungo la dominazione austriaca con una produzione media di quasi 161 mila ettolitri negli anni '20 (con un massimo di 267.150 ettolitri nel 1823 e un minimo di 110.700 ettolitri nel 1828), un valore confermato anche nel decennio successivo (161.600 ettolitri di media con un minimo di 98.450 ettolitri nel 1836 e un massimo di 220.800 ettolitri nel 1833) e sceso a poco più di 140.000 ettolitri negli anni '40 (con un minimo di 76.100 ettolitri nel 1843 e un massimo di 198.000 ettolitri nel 1841). In generale la zona (o distretto) enologica più produttiva fu quella di Brescia (con una produzione del 23 per cento del vino bresciano) seguita da quelle di Lonato, Salò e Adro che assieme arrivavano ad un terzo del prodotto totale della provincia.


A metà dell'800, secondo Carlo Cocchetti, godevano fama per vini prelibati la Franciacorta e la riviera inferiore del Garda fra Salò e Desenzano, cioè la Valtenesi. Secondo Gabriele Rosa uno dei vini migliori era quello di Cellatica, conservato nelle «più belle e grandi cantine della Lombardia» ed esportato «massimamente a Bergamo e a Lecco». Rivaleggiavano, sempre secondo il Rosa, con quello di Cellatica i vini di «Monticello, Erbusco, Capriolo, ed il vino di Monticello sta in cima a tutti pel valore e la bontà e viene portato nelle valli soprastanti» Valcamonica e Valtrompia. Apprezzato era anche il vino prodotto sul Monte Orfano tra Rovato e Coccaglio, che Carlo Cocchetti definiva «il vin santo più prelibato dell'alta Italia». Oltre a quelli conosciuti da secoli, fra i più apprezzati dalle classi popolari e considerati «il latte dei vecchi» vi erano il clinto, denso, pensante, che aveva forza di fermentazione e lo si usava per tagliare il vino nostrano della collina, in particolare quello della zona di Poncarale Flero, detto anche casalingo perché bevanda preferita nei mesi di settembre, ottobre e novembre; il bacò era meno pesante e meno scuro del clinto; il nostrano si spremeva dalle tre qualità di uva: galliana (o bianca che matura a S. Anna), sciàa (schiava) di colore rosa, e nostrana propriamente detta, più scura e delicata di sapore e di alcol: si beveva di sera con le castagne abbrustolite in padella. In più, a qualsiasi vino venivano attribuite virtù singolari contro particolari malattie, soprattutto contro la pellagra. Vincenzo Cazzago riferisce che «una analisi fatta in molti Comuni, e convalidata da una relazione ufficiale della Giunta di Carpenedolo, dimostra quanta efficacia avesse il vino nel combattere questa malattia che più d'avvelenamento era di esaurimento».


A metà secolo (1850) si scatenò una delle più dure crisi nella produzione del vino. Improvvisa compare la crittogama (o oidio) per cui, in pochi anni, i 451 mila ettolitri crollano a 80 mila. Scrive Carlo Cocchetti in "Brescia e la sua provincia" del 1857, «il diffondersi del flagello obbligò la provincia ad importare il vino dal Piemonte e dai Ducati: nel 1854, nella sola città, se ne consumarono sessantamila gerle, che al prezzo medio di lire 40 fanno due milioni e quattrocento mila lire». Ma, mentre la crittogama viene efficacemente combattuta e alla fine vinta, Zanardelli scopre il difetto di fondo della produzione vinicola bresciana. Rilevando quanto fosse sempre più diffusa la vite nel 1857, nelle "Lettere sull'Esposizione bresciana" sottolineava come «l'enologia è fra noi affatto sconosciuta o tenuta in non cale». Difetto che, sia pure temperato con il progresso della viticoltura, durerà a lungo. Nonostante ciò, però, il vino bresciano continuava ad affermarsi grazie agli sforzi compiuti dal Consorzio Agrario e da coltivatori sempre più preparati. Sforzi venivano compiuti anche per far conoscere il vino bresciano fuori provincia, anche se Gabriele Rosa si sentiva di scrivere nella "Sentinella Bresciana" del 21 marzo 1870: «la vinificazione e lo spaccio» dei vini bresciani «non corrispondono alla fama almeno rispetto a luoghi fuori d'Italia. Bergamo e Milano consumano molto dei, vini di Cellatica, di Gussago, della Riviera, ma nel Giappone, nell'Inghilterra, nell'America, nell'Egitto solo da pochi anni incominciarono a spedirsi piccoli saggi di vini bresciani, non solo dei colli che dicemmo, ma anche del piano, dove emergono argille terziarie. Pochi si sciuparono alle prove marine, gli altri migliorarono. Ma que' vini erano preparati espressamente, erano eccezioni, come quelli messi lontano alle esposizioni non rispondevano alla vinificazione generale della patria. E non trovavano poi qui case vigili che mantenessero corrispondenze dirette coll'estero per la vendita sicura. L'agricoltore che ora con grave pena sa difendersi dagli esattori, come mai può trovare tempo, capitale, lena di occuparsi continuamente dell'arte finissima della preparazione dei vini eccellenti, arte che vuole incessante e fina cura, e delle molteplici cure dello spaccio all'estero? Solo il conte Lodovico Bettoni seppe ordire regolari e continue spedizioni nell'Inghilterra e nell'Egitto de' suoi vini affinati a Gargnano sul Garda».


A sostegno di uno sviluppo enologico si stavano impegnando sempre più nel 1868 l'Associazione enologica di Salò e il Comizio agrario che nell'inverno 1869-1870 promuoveva corsi di enologia tenuti dal prof. Gaeta no Consoli e nel gennaio 1870 istituì una commissione per dar vita in agosto «mediante esposizione di vini» ad «un'agenzia con deposito permanente allo scopo di spacciare i vini della Provincia dentro e fuori di essa». Per iniziativa del Comizio agrario e col sostegno dell'Amministrazione provinciale un'altra Esposizione si tenne nel 1873 ed altre ne seguirono. Grazie a questi sforzi il vino bresciano prese poi presto le vie di terre sempre più lontane. Per iniziativa di Basilio Cittadini, direttore del giornale "La Patria italiana" di Buenos Aires, il vino del Garda arriva nell'America del Sud per raggiungere poi, dagli anni '80, i mercati di New York e Rio de Janeiro, Alessandria d'Egitto e Yokoama, e diffondersi poi in Svizzera, Francia, Germania e Inghilterra. Con gli sforzi compiuti nel far conoscere il vino si allarga anche l'apprezzamento per la qualità. L'enologo francese Julien, nel 1882, includeva i vini di Raffa, S. Felice del Benaco, Polpenazze e Manerba fra i migliori allora conosciuti. Fra i buongustai, tra altro venuti da regioni ricche di vino prelibato, si segnalò Giosuè Carducci che ebbe modo di gustare il bianco del Garda durante le sessioni d'esami tenute a Desenzano dal 1882 al 1885, e il chiaretto nella tenuta dell'on. Pompeo Molmenti. In seguito ebbe modo di apprezzare il rosso di Franciacorta delle cantine Torri di Nigoline. A Carducci fece eco poi Edmondo de Amicis in occasione di un «pellegrinaggio nel settembre 1897 a S. Martino della Battaglia» che gli diede modo poi di ripetere le lodi per i vini del Garda in conferenze tenute a Torino due anni dopo.


Mentre il vino bresciano prende le vie dell'esportazione deve subire un'improvvisa concorrenza dell'uva e dei vini meridionali. Se l'uva serve a rinforzare i vini bresciani, il vino sbanca, per il minor prezzo, quello nostrano. Sono uve e vini che si chiamano Manduria, Squinzano, Aiala, Rodi ecc. Sembra che ad aprire loro la via verso il Bresciano sia stato Emanuele Vescia, un bersagliere di stanza a Brescia, il quale convinceva Folonari di Edolo a importare uva dal Sud e a costituire nel 1893 uno dei più importanti stabilimenti enologici, allargandosi, poi, alla Toscana. Con il vino arrivano produttori e commercianti pugliesi o meridionali in genere, come i Palumbo (a Orzinuovi, Borgo San Giacomo, Villachiara), i De Filippi (a Mairano), i Musicco e i Taranto (a Quinzano d'Oglio), i Di Venosa (a Pompiano), gli Stella (a Borgo S. Giacomo) che aprono, specie nella pianura bresciana, mescite che prendono il nome significativo di "trani", dal nome della città meridionale.


La difesa del vino spinge l'on. Pompeo Molmenti a scendere in campo, facendo eco a disegni di legge presentati nel 1883, 1893, 1894 ma abortiti, a riprendere nel febbraio 1896 la battaglia legislativa contro i vini artificiali. Nuove minacce si abbattono sul vino bresciano verso la fine dell'800. La filossera prende il posto della crittogama e compromette intere stagioni di produzione. Per combattere il flagello, e assieme la grandine, viene favorita la nascita di forme associative e vengono pure proposte cantine associate, che permettono migliori vendite. Nonostante tutto, agli inizi del '900 la produzione di vino non trova ospitalità nelle statistiche ministeriali tanto da far scrivere ad A. Gnaga ("La Provincia di Brescia e la sua esposizione 1904", p. 163): «che l'enologia non abbia ancor raggiunto purtroppo un grado di sviluppo e di perfezionamento da figurar degnamente tra le industrie è certo un fatto, ma non è tale da giustificarne l'esclusione di fronte ad altre di minor importanza e ancor men progredite». Infatti il Gnaga cita, a sostegno della sua affermazione: «la Mostra enologica a la passata Esposizione è stata, fra tutte, una delle meglio riuscite e per il numero dei concorrenti e per la bontà dei prodotti; e dagli esami rigorosi della Giuria, che si tradussero in lusinghiere premiazioni per molti, si possono dedurre delle conseguenze assai confortevoli». Infatti alla mostra erano comparsi produttori in concorrenza, con 127 damigiane per gli assaggi «e 202 campioni di vini in bottiglia, differenti per qualità o per data, e su questi campioni si fecero separatamente relative analisi chimiche e le assaporazioni che misero in evidenza i pregi dei nostri vini e i difetti della tecnica enologica; difetti già da tempo segnalati e rispetto ai quali si nota tuttavia un sensibile miglioramento». L'espansione del consumo di vino, però, finisce con l'allarmare medici e autorità: dopo la pellagra «l'alcoolismo è la piaga peggiore della nostra popolazione». La "Sentinella Bresciana" del 13 novembre 1902 sottolinea che «la nostra provincia in fatto di ubbriachezza ha un triste primato ... A Brescia vi sono nientemeno che settecentoventitrè osterie, e cioè un'osteria ogni novantanove abitanti; a Montichiari ve ne sono ottantaquattro, una ogni novantadue abitanti; a Lonato 66, una ogni 109 abitanti; a Ghedi 32, una ogni 132 abitanti; a Carpenedolo 42, una ogni 134 abitanti; a Calvisano 39, una ogni 110 abitanti; a Castenedolo 31, una ogni 111 abitanti; e questi dati si hanno approssimativamente in parecchi altri paesi». Nasce così, nel 1903, la Lega antialcoolica presieduta dal prof. Giuseppe Seppilli, direttore del Manicomio provinciale. Nel primo decennio del nuovo secolo si allarga il movimento cooperativo. Sotto la spinta della legge 3 dicembre 1905 veniva fondata, il 2 ottobre 1906, la Distilleria Agraria Cooperativa della Valtenesi e della Riviera del Garda con sede in Manerba e presieduta da Giovanni Ottoni, mentre non ha invece seguito la costituzione nel 1909 della "Vineria" che, sull'esempio della Francia, avrebbe avuto come scopo la sottrazione della vinificazione al produttore e la sua industrializzazione per una migliore quantità e qualità del prodotto. Fino alla I guerra mondiale si registrarono notevoli successi; nel febbraio 1914 i vini bresciani vengono premiati perfino nella Gara nazionale dei vini in bottiglia. Le medaglie d'oro vanno alle Cantine Calini Brognoli di Bedizzole per i vini bianchi di Sedesina, alla Congrega Apostolica per il moscato bianco e rosso di Cellatica, e ad Alessandro Torri di Nigoline per il Masserino rosso e il Nigoline bianco. Medaglie d'argento vanno a Sigfrido Averoldi di Mocasina di Calvagese, Arturo Agoggeri di Collebeato, alle Cantine Taetti di Mompiano e ad Antonio Pelizzari di Adro. Sempre nel 1914 vini bresciani delle Cantine Calini-Brognoli di Bedizzole, della Congrega apostolica di Cellatica, delle aziende Binetti Archimede di Cellatica, di Sigfrido Averoldi di Mocasina, di Antonio Pelizzari e di Alessandro Torri di Adro ecc. vengono premiati alla Gara nazionale di Cuneo.


La prima guerra mondiale mette in crisi anche la produzione vinicola per cui il Congresso vinicolo nazionale che si tiene a Brescia il 5-6-7 settembre 1920, promosso dal Consorzio Antifilosserico di Brescia e dal Consorzio Antifilosserico della Riviera, dedica la sua attenzione sui pesi fiscali, sulle ultime novità in materia tecnica-enologica, sulle leggi contro le frodi e si pronuncia contro il regolamento per l'applicazione vinicola e alcuni altri provvedimenti. Oltre ai vini che si possono dire ufficiali, altri di area limitata coprono la carta geografica enologica, quali un rosso di Anfo, il clinto, il vino fragolino di Barghe, il bianco e il rosso prodotti a S. Vigilio di Concesio, il Senchignano bianco e il Senzano rosso di Montisola, il rosso di Nave e il rosso della località di Lanzato a Piancogno, ecc.


Negli anni Venti, nonostante il ristagno della viticoltura, prevalgono i vini della zona media del Garda (da Volciano a tutta la Valtenesi), che forniscono 32-35 mila ettolitri. I vini più apprezzati sono quelli di Moniga, Manerba, S. Felice e Portese, «tutti bei vini coloriti, brillanti, morbidi, piacevolissimi, ricchi di delicato profumo (6-7 di acidità, 21-22 di estratto, 2-2,30 di ceneri)». Più aspri, ma meno robusti e più lenti a maturare sono considerati i vini di Puegnago, Soiano e Padenghe. In "Economia bresciana", 1928, si legge che «in complesso, la provincia di Brescia produce vini bianchi e rossi con forte predominio di questi, che rappresentano circa il 90 per cento della produzione totale. I vini bianchi contengono, per lo più, dal 10 al 12 per cento di alcool; i migliori e più alcoolici sono quelli dell'anfiteatro morenico del Garda e specialmente quelli della Valtenesi». Il grado alcoolico dei vini rossi varia più spesso dal 9 al 12 per cento.


Il vino negli anni '30 diventa sempre più un rifugio per gli agricoltori bresciani. Dal 1934 al 1937 vi è un balzo produttivo di oltre 37 mila ettolitri. Curioso è il calcolo fatto nel 1928 sul consumo di 11.900 litri del vino da Messa. Feste dell'uva, "botteghe del vino", concorsi a premi, fiere, fra le quali quella di Padova, vedono intensa la partecipazione bresciana. La consumazione è per lo più domestica, mentre diventano sempre più numerosi i "licinsì" e i "cantinì" che si riconoscono da una frasca o da una corona di frasche appesa ad una pertica sporgente dalla porta. In queste rivendite il vino «si beve a ore». Sono rinomate quelle disseminate sui colli di Castenedolo, Capriano del Colle, Botticino, Capo di Monte, ed anche la città, e specialmente sui Ronchi, non ne è priva. I comuni concedono i "licenzini" a chi produce eccessiva quantità di vino: sono spacci temporanei ove si usa «fare la pena», e cioè una libazione pagata da chi ha concluso un affare o non l'ha mantenuto: costume antico che significa «benedizione del contratto». Si accompagna a questi "luoghi" di robuste bevute un commercio più raffinato che trova la sua espressione nella "Bottega del vino". Non mancano certo vini ricercati perché di valore, ma ancora nel 1937 il vino del Garda è sì «stimato, se pur non si possa definire con esattezza un vero tipo costante», tanto che nel 1942 il conte Renato Calini, preoccupato per la prevista gravissima crisi che avrebbe colpito l'agricoltura collinare nell'immediato dopoguerra, d'accordo con il dott. Camillo Pellizzari di San Girolamo predispose uno statuto dei vini bresciani, che troverà consistenza a distanza di anni.


La crisi vitivinicola portata dalla guerra si fa grave intorno al 1947 e ci vogliono anni perché si registri una ripresa. Pur aumentando negli anni immediatamente seguenti, nel 1950 l'esportazione è ancora ben lungi dal raggiungere i livelli prebellici. La produzione e la qualità del vino riprende negli anni '60. Si ritiene comunemente che la riscossa del vino abbia la sua origine particolarmente nelle cantine della Franciacorta grazie a coltivatori sempre più avvertiti delle novità e ad una classe di tecnici ben agguerriti sul piano tecnico e commerciale e all'unione di forze che convogliano sforzi e assieme capitali verso produzioni vincenti. Nel 1962, e in questo nuovo clima, nasce, presso l'Unione agricoltori, il Consorzio per la difesa dei vini pregiati sotto la guida del presidente Camillo Pellizzari e del direttore dott. Michele Vescia. Il Consorzio controlla l'imbottigliamento con l'apposizione di un bollino e consiglia, corregge, propaganda quanto è necessario per migliorare il prodotto. Con l'appoggio della Camera di Commercio, ha il suo lancio ufficiale il 4 ottobre 1964 che spinge al riconoscimento di vino di origine controllata, del Tocai di S. Martino della Battaglia, del "Franciacorta" Rosso e Pinot, del "Riviera del Garda" Rosso e Chiaretto, del "Botticino"; il 12 luglio 1973 del "Cellatica" e il 15 novembre 1975 del Lugana. La produzione sale fino ad aggirarsi tra 800.000 e un milione di quintali annui dei quali, presto, l'87 per cento è considerato di vini pregiati. Tra i primi artefici della fortuna dei vini di Franciacorta vengono elencati agli inizi degli anni '60 Giacomo Ragnoli di Colombaro di Cortefranca, Guido Berlucchi che nel 1962, grazie all'apporto dell'enologo Franco Ziliani, lancia uno spumante che ha presto un crescente successo.


Fino al 1963 la Franciacorta produceva solo vini rossi, molto corposi, con gradazioni intorno ai 10 gradi, asprigni, prodotti da uve come la Brugnera, la Maiolina, la Spargola, la Marzemina e la Schiava di Trento, che diventano poi parte marginale del disciplinare di produzione, se non passate addirittura agli archivi come la Maiolina. Nel '63 arriva la rivoluzione dello champenoise targata Ziliani, e dieci anni dopo tutti i nuovi impianti franciacortini sono di vitigni Pinot e Chardonnay, destinazione spumante. I Ronchi di Brescia vedono un progressivo abbandono e zone come Gussago e Cellatica perdono la leadership secolare. Erbusco diventa la nuova capitale della Franciacorta dei vini, Corte Franca ha la Berlucchi.


Il 14 ottobre 1964 un DPR sancisce la costituzione del Consorzio per la tutela dei vini bresciani DOC con la delimitazione di sette zone compresa la Franciacorta e relativo disciplinare attraverso tutte le minuziose analisi che ne garantiscono la corrispondenza ai requisiti di legge. Con questa sanzione ufficiale la Franciacorta viene riconosciuta come la prima zona che produce «vino spumante secco» secondo un metodo di produzione che ne esclude qualsiasi altro che non sia la fermentazione in bottiglia. Le aziende franciacortine sono le prime a ridurre le rese, a codificare nuove tecniche di conduzione ed impianto dei vigneti e a ridefinire i parametri ed i tempi di maturazione del vino sui lieviti.


Nel maggio 1967 nasce, per iniziativa della sezione ANGA dell'Unione agricoltori, una sezione di Agriturismo che serve ad avvicinare, attraverso itinerari e più tardi con apposite strutture, alle aziende produttrici. Sempre nel 1967 l'Ente provinciale del turismo lancia un concorso di cucina bresciana nel quale il vino ha legittima e piena presenza.


Nel 1983 l'Azienda agricola conti Terzi di Rovato lancia il primo vino in lattina bresciano, fra i primi in Italia. Si mette poi, sempre negli anni '80, vino in scatola (Bag in box) da parte delle cantine Viganò di Calvisano e della ditta Libero Fiorentini di Ghedi.


Nel 1985 viene istituito il Centro vitivinicolo provinciale per volontà della Provincia, della Camera di Commercio, dell'Istituto Tecnico Agrario Pastori, dello IAR, avente come finalità il miglioramento del settore attraverso la ricerca e l'assistenza tecnica verso i viticoltori. Il 6 novembre 1987 viene inaugurata al Grande di Brescia la I Rassegna di vini bresciani e spumanti di qualità (promossa dalla Camera di Commercio) alla quale partecipano 65 espositori di 176 tipi di vino e spumante. Adeguandosi a nuovi gusti, negli anni '80 tramonta lo spumante dolce, per lasciare il campo allo champenoise, cioè alle "bollicine", del quale nel 1990, in concorrenza alla produzione francese, 42 cantine della Franciacorta producono circa 4 milioni di bottiglie. A sostegno del vino nascono il Consorzio Garda Classico, il Consorzio per la tutela del Franciacorta (5 marzo 1990) e, nel 1992, l'Ente vini bresciani che associa i consorzi di tutela dei vini DOC bresciani. Impegnata è la Camera di Commercio che mette in campo rassegne e fiere. Con il rilancio della viticoltura negli anni '60, a sostegno della produzione e del commercio del vino, si moltiplicano a non finire iniziative le più diverse: dalle fiere, alle mostre, ai convegni, ai premi, ecc. Nel 1967 viene lanciato con la "Stella d'oro del Garda" il premio ai migliori produttori del vino DOC Lugana, e successivamente la Mostra mercato a Montorfano (1975), poi Biennale di vini DOC di Franciacorta, il Palio del Chiaretto e dell'olio extravergine del Garda a Moniga, il Trofeo Pompeo Molmenti a Moniga, per premiare il miglior chiaretto dell'annata, il Palio rosso Valtenesi, il Gran Premio Chiaretto di Valtenesi, la Fiera del vino di Puegnago, la Fiera o festa dell'uva di Capriano del Colle (1974), la Rassegna del Botticino DOC (1994), la Rassegna delle cantine aperte (1995), la Borsa del vino della Santissima di Gussago (2000), ecc. Intensa è la partecipazione a rassegne extraprovinciali come al Vinitaly di Verona, al Salone del vino di Vicenza, e in Europa a Madrid (1993), a Lugano (1998), a Bruxelles (2001).


Nel frattempo i vini bresciani entrano nelle guide enogastronomiche. Il vino diventa anche oggetto di museo per iniziativa di Ricci-Curbasto ad Adro, o di collezionismo nelle raccolte di cavatappi al museo del vino presso Villa Mazzucchelli di Ciliverghe, o di etichette di Ada Castellani a Rovato. Si organizzano inoltre le vie del vino. Tra le venti tracciate in Lombardia (1994) sei sono nel Bresciano. Nel 1993 la Provincia di Brescia lancia la carta turistica dei vini bresciani. Si infoltisce anche la pubblicistica attraverso riviste quali "Vini d'Italia" (1984), la "Rassegna di viticolture" (1984), numerose pubblicazioni, depliant ecc. Di particolare rilievo la pubblicazione curata da Pierluigi Villa, Ottorino Milesi, Attilio Scienza dal titolo "Vecchi vitigni bresciani" (1997) sulle varietà autoctone bresciane da salvare. Singolare la nascita di associazioni come la Confraternita del Groppello (1970), i Castellani del Chiaretto (1975), il Gran Priorato del Lugana (1977), i Tavernieri di Botticino, le "Donne del vino", la Combriccola di Bacco di Flero, i Cavalieri della luna d'agosto (mese nel quale l'uva matura), deputati a scegliere i prodotti migliori nell'ambito della Fiera di Puegnago, ecc. Vengono lanciati anche concorsi letterari come "El vì en vèrs" per poesie dialettali lanciato nel 2000 da Palcogiovani e, promosso nel febbraio 2006 dalle "Donne del vino", "Il racconto mai scritto". Il complesso di iniziative, manifestazioni, associazioni permettono nell'ottobre 1990 alla Provincia di Brescia di presentare la Carta dei vini bresciani e un progetto di massima per l'istituzione di una mostra permanente delle produzioni tipiche bresciane, poi mai realizzata. Nel 1992 "Promozione Franciacorta" spinge a proporre la costituzione di un'Università di enologia con sede a Cortefranca. Il I settembre 1995 lo spumante metodo classico Franciacorta ottiene la Denominazione di origine controllata e garantita (Docg). Con D.D. 18 novembre 1995 i vini "Sebino" ottenevano il riconoscimento della Indicazione geografica tipica (Igt).


Mentre la concorrenza dei fast-food e delle bibite, particolarmente dagli anni '90, fa registrare un calo di consumo del vino da 110 litri annui pro capite a 60 litri, viene lanciato il motto: «si beve meno, ma meglio», avvantaggiando la qualità. In più aumenta export in Europa, negli USA e, alla fine, anche in Cina mentre i vini spumanti di Franciacorta contendono sempre più ampi mercati. Nel 1996 la Comunità del Garda entra nell'associazione "Città del vino". Nel dicembre 1996 la Regione Lombardia approva la produzione del Botticino DOC Riserva di Botticino, mentre dopo anni di incontri la denominazione Garda Bresciano diventa "Garda Classico".


Notevole nel giro di pochi anni il miglioramento delle cantine. Viene inoltre promosso dall'AGEA di Roma, che si è avvalsa come supporto locale dell'Amministrazione Provinciale - settore Agricoltura, il catasto vinicolo, con scadenza al 31 dicembre 2000, delle oltre novemila aziende vitivinicole nel Bresciano. Nel 2001 si svolge a Brescia il primo master di viticoltura a livello nazionale. Intorno a Villa Barboglio, sede dell'assessorato provinciale dell'agricoltura, vengono coltivati tutti i cloni dei vigneti della provincia. Nascono inoltre nuovi vini. A partire dagli anni '90 del sec. XX Brescia viene considerata la capitale del Novello sia per qualità e quantità prodotta. Ricercato particolarmente quello prodotto sul Garda. Nel 1996 ne vengono prodotte 250 mila bottiglie in confronto alle 650 mila di tutta la Lombardia.