VILLANUOVA sul Clisi: differenze tra le versioni

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ECONOMIA. L'economia visse fino al sec. XV di agricoltura, pesca, caccia. Nel 1898 lo Strafforello ("La Patria", Provincia di Brescia e Bergamo, p. 462) rilevava come «il territorio di questo Comune, molto fertile, produce viti, cereali, gelsi, frutta, foraggi e castagne. L'allevamento del bestiame e la produzione dei bozzoli sono in luogo le industrie di maggior sussidio alla produzione diretta del suolo». La vite ha predominato per secoli, dando vita anche, agli inizi del sec. XX, a piccole aziende enologiche, ma scomparendo quasi del tutto durante la seconda guerra mondiale in seguito allo sviluppo edilizio che le ha tolto quasi tutto lo spazio. Dal sec. XVII importante risorsa fu costituita dalla coltivazione del gelso con l'allevamento del baco da seta che ha dato vita a filande e filatoi.
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ECONOMIA. L'economia visse fino al sec. XV di agricoltura, pesca, caccia. Nel 1898 lo Strafforello ("La Patria", Provincia di Brescia e Bergamo, p. 462) rilevava come «il territorio di questo Comune, molto fertile, produce viti, cereali, gelsi, frutta, foraggi e castagne. L'allevamento del bestiame e la produzione dei bozzoli sono in luogo le industrie di maggior sussidio alla produzione diretta del suolo». La vite ha predominato per secoli, dando vita anche, agli inizi del sec. XX, a piccole aziende enologiche, ma scomparendo quasi del tutto durante la seconda guerra mondiale in seguito allo sviluppo edilizio che le ha tolto quasi tutto lo spazio. Dal sec. XVII importante risorsa fu costituita dalla coltivazione del gelso con l'allevamento del baco da seta che ha dato vita a filande e filatoi.  
  
  
  
Il predominio dell'agricoltura si è andato incrementando, sia pure lentamente, con lo scavo, nel 1492, della seriola derivata dal Chiese che animò dapprima il Molino del Comune e poi, come registra il "Catastico" del Da Lezze del 1610, una fucina del Comune ed altre «"fusinette" di privati dove si fanno chiodi» e mantengono «molte persone della terra». La situazione di convivenza e anche di concorrenza tra l'attività manifatturiera e l'agricoltura diventa sempre più evidente nel sec. XVIII. Nel 1750 sono presenti, oltre il mulino a 3 ruote, due fucine da chiodo, una fucina "di ferro", 2 telai "di tela" ed un filatoio. La preminenza dell'industria della seta si accentua rapidamente.
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Sotto il profilo dell'economia agricola può aver rilievo l'esistenza, nel territorio di Gavardo, vicino a Villanuova, della tenuta "La Marsina" o "Marcina" che fu il fulcro dell'attività dell'agronomo Camillo Tarello (v.), autore dei "Ricordi di agricoltura" conosciuti in tutta Europa. Il predominio dell'agricoltura si è andato incrementando, sia pure lentamente, con lo scavo, nel 1492, della seriola derivata dal Chiese che animò dapprima il Molino del Comune e poi, come registra il "Catastico" del Da Lezze del 1610, una fucina del Comune ed altre «"fusinette" di privati dove si fanno chiodi» e mantengono «molte persone della terra». La situazione di convivenza e anche di concorrenza tra l'attività manifatturiera e l'agricoltura diventa sempre più evidente nel sec. XVIII. Nel 1750 sono presenti, oltre il mulino a 3 ruote, due fucine da chiodo, una fucina "di ferro", 2 telai "di tela" ed un filatoio. La preminenza dell'industria della seta si accentua rapidamente.
  
  

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VILLANUOVA sul Clisi (in dial. Vilanöa o Ilanöa, in lat. Villanovae)

Centro industriale importante fino alla fine degli anni Novanta, dopo la definitiva chiusura del "Cotonificio Bresciano Ottolini" prima e del "Lanificio di Gavardo" poi, conserva una serie di attività industriali minori insieme a molte attività di "servizi". L'abitato s è sviluppato sulle sponde del fiume Chiese in una stretta pianura, tra i monti Renico (m. 866) e Selvapiana (m. 965) da una parte e il Monte Covolo (m. 556) dall'altra. Il paese è attraversato dalla strada Provinciale n. 116 (fino al 2004 statale 45 bis). La nuova Statale 45 bis è stata costruita ai piedi del Monte Covolo sul lato sud-est dell'abitato contribuendo così a ridurre sensibilmente il transito di automezzi nel centro abitato.


Villanuova si trova a 216 m. s.l.m., dista 24 km. da Brescia e 6 km. da Salò. Confina a N con Sabbio Chiese e Vobarno, a E con Roè Volciano e a S ed O con Gavardo. Ha una superficie di 9,12 Kmq e i 2/3 della superficie del territorio sono costituiti da zona collinare e montana. Nel territorio attuale di Villanuova sul Clisi, infatti, è compreso anche quello dell'ex comune di Prandaglio che si sviluppa quasi esclusivamente in collina e montagna e che è stato unito a Villanuova nel 1928. Oggi Prandaglio è l'unica frazione che conta diversi nuclei abitati: Bondone, Berniga, Castello, Peracque, Canneto (o Caneto) e Ponte Pier, senza dimenticare Case di Canneto, Mezzane, e le zone denominate Milanino sul Garda e Monteleone dove è recentemente sorto un consistente insediamento residenziale. Villanuova ha anche alcune località da ricordare: fino a qualche anno fa erano luoghi con poche case e ad una certa distanza dal centro abitato; ora costituiscono un tutt'uno con il centro per le innumerevoli abitazioni che sono sorte negli ultimi 30 anni. Ricordiamo: Valverde, Campagnana (ambedue sulla strada per Prandaglio), Bostone (al confine con Gavardo), Legnago (sulla strada per Soprazocco) e Calchere (ai piedi del Covolo verso Roè Volciano).


Il nome è Villanova nel 1253, Vila Nova nel sec. XIV, Villanova nei secoli seguenti.


L'attuale stemma del comune, confermato nel gennaio 1997, è così descritto: «d'azzurro, ai due tralci di vite, decussati, di verde; il tralcio posto in banda pampinoso di tre, dello stesso, e fruttato del grappolo d'uva, di porpora; il tralcio posto in sbarra pampinoso di quattro, di verde, e fruttato del grappolo d'uva, di argento; essi tralci posti nel punto d'onore, e accompagnati in punta dalla cornucopia d'oro, posta in fascia, con i frutti e i fiori al naturale».


LA CONFORMAZIONE DEL SUOLO. Come ha messo in evidenza il geologo Marco Chiarini, dal rilevamento geologico è risultato che la serie stratigrafica locale è rappresentata da una coltre clastica quaternaria, alla quale soggiace l'ossatura lapidea pre-quaternaria. La prima è costituita dalle seguenti quattro formazioni: 1) alluvione attuale e recente, rappresentata da alluvioni fluviali ghiaio-ciottolo-sabbiose; 2) alluvium antico, rappresentato da alluvioni fluviali ghiaio-ciottolo-sabbiose, con terre brune fluviali; 3) detriti di falda; 4) diluvium superiore, rappresentato da alluvioni fluvio-glaciali e fluviali, ciottolo-ghiaio-sabbiose, con terreno argilloso rossastro di alterazione superficiale. Il substrato lapideo è costituito dalle seguenti tre formazioni: a) scisti argillosi giallastri, marne ceneri, marne rosate, calcari compatti rosei e verdognoli, lastriformi con calcareniti e marne grigie, ascriventisi al cretacico superiore; b) calcari marnosi grigio-biancastri, con intercalazioni argillose verdognole, ascriventisi al cretacico inferiore; c) calcari compatti bianco-avorio in grosse bancate, ascriventisi al retico superiore.


Villanuova è tra i 32 comuni bresciani classificati con il grado di sismicità 2.


La vegetazione ha registrato nel tempo il primato del castagno cui seguono il rovere, il carpino, il frassino, macchie di robinie e altra fitta vegetazione in promiscuità. I terreni coltivabili erano in gran parte vitati sia in piano che sulle colline della frazione di Prandaglio. La fauna ha registrato la presenza, come risulta da resti trovati nelle caverne montane, dell'orso ancora esistente agli inizi del sec. XIX. Scomparsi quasi del tutti lepri, volpi, tassi e, fra i volatili, coturnici, beccacce, cuculi, gazze.




ABITANTI ("villanovesi", nomignolo "chei de Vilanöa"): 290 nel 1493; 450 c. nel 1580; 500 nel 1610; 385 nel 1658; 311 nel 1695; 365 nel 1727; 350 nel 1759; 330 nel 1775; 399 nel 1791; 399 nel 1805; 396 nel 1819; 401 nel 1835; 400 nel 1848; 436 nel 1858; 438 nel 1868; 438 nel 1875; 872 nel 1887; 1050 nel 1898; 1080 nel 1908; 1429 nel 1913; 1900 nel 1926. Nel 1928 Prandaglio viene unita a Villanuova e il censimento del 1931 rileva che gli abitanti sono 2.806; diventano 2839 nel 1936; 3.481 nel 1951; 4.021 nel 1961; 4.229 nel 1971; 4.349 nel 1981; 4.411 nel 1991; 4.762 nel 2001; 4.878 nel 2002; 5.033 nel 2003; 5.218 nel 2004; 5.357 nel 2005; 5.484 nel 2006. A marzo 2007 gli abitanti sono 5.514.




IL TERRITORIO. Il territorio, e particolarmente le alture, furono abitate fin da tempi antichissimi. Tracce della presenza dell'uomo si trovano ai piedi del monte Covolo dove, dal 1956 in poi, sono stati rinvenuti reperti e frammenti ceramici che, successivamente, furono studiati da Barfield, Simoni, Chesterman, Buteux coadiuvati da un gruppo di archeologi professionisti e da studenti dell'Unità Operativa del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Birmingham. I materiali ceramici e metallici rinvenuti sono indicativi di industria litica relativi ad una stazione databile tra il Neolitico medio e superiore (cultura della Lagozza) e l'antica e media età del Bronzo; in particolare sono stati recuperati numerosi frammenti di ceramica fine e grossolana, bulini, grattatoi e punte in selce relativi alla fase più antica; frammenti di "White Ware" e strumenti vari relativi ad una fase più recente; vasi campaniformi decorati con tecnica "a pettine" e ad incisione; ceramica e industria litica della cultura di Polada. Cuspidi di freccia, lama e raschiatoio in selce, piccolo nucleo in bronzo relativi ad un insediamento preistorico sono emersi nel 1975 in località Bastone; vasi campaniformi nella Val del Botasciù. All'età del Bronzo antico sono stati attribuiti materiali ceramici, fra i quali alcuni frammenti di vasi campaniformi e un pendaglio in arenaria, rinvenuti nel 1958-1959 e nel 1977 lungo la strada per Prandaglio. Ampiamente documentati sono insediamenti di età protostorica e di età romana sempre sul monte Covolo, da materiali metallici (tra i quali una dracma massaliota in argento del II sec. a.C.) e da ceramica e monete (di Adriano e Traiano), di età romana. Altri reperti della seconda età del Ferro, protostorici e romani, sono affiorati al "Büs del Bò" e nella zona di Campagnana, in località La Fobbia e a Prandaglio.


Questi e altri rinvenimenti e lo studio di resti faunistici e botanici hanno rivelato che l'economia di questi primi abitanti si fondava sulla caccia, per lo più di cervi e cinghiali, ma anche sull'allevamento, in particolare di bovini e caprini. Quanto al culto dei morti, gli scavi degli ultimi tre anni hanno offerto testimonianze altrettanto preziose; la zona della necropoli è stata individuata a circa 500 metri dal luogo dell'insediamento, verso la metà del versante NE del monte Covolo. Gli scavi hanno messo in evidenza un rituale funerario piuttosto complesso: si tratta cioè di una serie di sepolture individuali costruite in sequenza, o talvolta collettive, nelle quali le ossa del defunto si presentano frantumate. In queste tombe si sono rinvenuti resti di capanne dove i morti erano deposti, si presume, sino alla loro consumazione. Le ossa venivano poi bruciate su specie di pire. Fra i corredi: vasi, asce di pietra, elementi di collane, punte di frecce in selce e altro. Si tratta di reperti funerari unici in Italia e quasi unici in Europa, circostanza questa di enorme valore scientifico, come affermato dal prof. Barfield dell'Università di Birmingham e da altri studiosi. I professori Barfield e Butroux e il gardesano Bocchio danno rilievo sia all'unicità dell'insediamento, che spazia dal Neolitico fino all'Età del bronzo, sia all'eccezionale ricchezza del deposito cultuale legato alla ceramica campaniforme, ineguagliata a quel tempo in Italia. Essi hanno sottolineato come l'uomo di Similaun sia da considerarsi contemporaneo all'uomo vissuto sul Monte Covolo.


In base a questi e altri ritrovamenti gli scavi hanno portato in luce la presenza umana sul Covolo quasi ininterrottamente dal Mesolitico (8000-5000 a.C.) al Medioevo. Al VII-VI sec. a.C. risalirebbe una struttura rituale, forse un tempietto a pianta quadrata, individuato sulla cima del Covolo e quasi sepolto dalla vegetazione. Intorno alla vetta sono ricomparse tracce di muri che delimitano cerchi concentrici digradanti verso il basso nei quali sono stati rinvenuti frammenti di ceramica e anche una moneta celtica che potrebbe far pensare ad una rivisitazione locale del culto greco di Artemide. Il luogo sembra appartenere alla tipologia dei santuari eretti sulle cime dei colli (chiamati "siti di cremazione delle offerte"), diffusi nelle regioni alpine. Un massiccio manufatto di pianta quadrangolare testimonia l'utilizzo della sommità a fini militari e strategici.


Gli scavi effettuati da Lawrence Barfield hanno individuato i ripari utilizzati dai primi abitanti. Si trovano a mezza costa. Sono due: il riparo Persi e il riparo Cavallino. Si tratta di pareti di roccia nuda leggermente aggettanti, alte una decina di metri, ideali per garantire una certa sicurezza e protezione. Anche questi sono luoghi di culto. Qui avvenivano probabilmente alcuni rituali sacri relativi al culto dei morti. Sono stati rinvenuti numerosissimi frammenti di ossa di individui che sono in corso di studio. Il riparo Cavallino probabilmente offrì protezione anche a gruppi di cacciatori del Mesolitico, come dimostrerebbe il ritrovamento di alcuni piccoli oggetti in selce risalenti a quel periodo. Ma anche successivamente venne frequentato dalle popolazioni dell'età del Rame (3400-2300 a.C.) che utilizzavano questi ripari come luoghi di sepoltura, secondo un complesso rituale che prevedeva la scarnificazione dei cadaveri e quindi la selezione di alcune ossa utilizzate in misteriose cerimonie. L'insediamento preistorico è situato sul versante occidentale, ai piedi del monte. Venne abitato sin dal Neolitico (4000 a.C.) fino all'età del Bronzo medio (1500 a.C.). Gli studi condotti in passato hanno evidenziato come quest'area (la zona interessante sul piano archeologico si estende per almeno 100 metri per 30 e solo una piccola parte è stata portata alla luce) sia stata abitata per almeno duemila anni da diverse comunità agricole, soprattutto nei periodi estivi. Qui i nostri antenati potevano trovare quello di cui avevano necessità: selvaggina, acqua, ombra e frescura durante l'estate. Qui allevavano i loro animali - ovini, bovini e suini - e coltivavano grano e orzo.


Altri importanti ritrovamenti archeologici sono venuti in luce a Ponte Pier (ponte romano), a Mezzane, nella ex Cava Galli (località "Stati Uniti"), in via Croce durante gli scavi per la Casa Spina.


Reperti medievali sempre ai piedi del monte Covolo (chiavi, ecc.) hanno dimostrato la continuità della presenza dell'uomo nell'alto medioevo. Fra l'altro un vero giallo ha suggerito il rinvenimento di due tombe che avevano una profondità ridotta ed una in particolare, quella in cui sono state trovate le chiavi, dava l'impressione di una sepoltura frettolosa e furtiva. Inoltre la posizione contorta dei corpi, sommariamente coperti da pile di sassi, suscitano numerose domande. Cosa rappresentano queste sepolture in suolo sconsacrato così distante da una chiesa?


Sulla sommità del Covolo esistono ancora i resti di una antica chiesa dedicata a S. Zenone registrata dagli atti delle visite pastorali di fine secolo XV e in completa rovina a metà del secolo XVII. Il territorio era percorso da un sentiero preistorico che correva fino al lago Maggiore lungo le prime alture sopra la pianura e che a Villanuova seguiva il corso del fiume. In località Valverde sorge un piccolo nucleo abitato intorno ad un punto di ristoro per i passanti. E in Valverde, nel 1502, si costruisce la piccola chiesa dedicata a Santa Maria Assunta. Il sentiero preistorico si ampliò in una via percorsa nei tempi di Roma che si ritiene sorpassasse il fiume Chiese con il ponte in pietra, certamente di epoca romana, a due archi, in località Ponte Pier, detto anche Pagano. Il territorio fece parte del pago e poi della pieve di Gavardo la quale, come tutte le pievi, doveva avere un ospizio per viaggiatori e pellegrini ubicato sul territorio dell'attuale Villanuova. Intorno a questo primitivo "ospizio" gravitava tutta la vita agreste della borgata che si andava formando. Ben presto la "villa" vide allargare i suoi confini attorno all'ospizio di S. Matteo (sembra infatti che la pia opera fosse dedicata all'apostolo, come pure era dedicato a S. Matteo il lebbrosario di Brescia che sorgeva nelle vicinanze di Porta Torrelunga nei pressi del porto del Naviglio sotto le mura della città). Tale ospizio ebbe grande importanza strategica per la difesa di Brescia e del Naviglio bresciano, essendo posto alla biforcazione della strada romana per la Valle Sabbia e la Riviera benacense e quasi al centro del feudo vescovile di Gavardo. Strada che attraverso il ponte Pier, seguendo la riva di destra del fiume Chiese, saliva poi a Vallio e al colle di S. Eusebio. Il territorio appartenne al demanio pubblico e passò poi al vescovo di Brescia che in Gavardo ebbe un suo importante feudo. È nel libro delle sorti del Vescovato in Gavardo del 1253 che compare la prima volta il nome di Villanuova. Infatti, tra i possidenti di Gavardo che devono rendere "ragione" dei loro possessi, compaiono un Bossello di Villa e un "Garoella de Villanova". Come risulta da documenti dell'archivio della Mensa vescovile, il vescovo di Brescia conserva ancora proprietà nel territorio di Villa nel 1609-1627, nel 1714-1756 e affrancazioni di livelli nel 1759. Nel 1735-1748 sono registrati ricorsi della Mensa vescovile contro il comune di Villanuova per diritti di acque.


La bonifica della zona pianeggiante fa aumentare gli abitanti per cui, già nel sec. XIII, esiste una piccola comunità di contadini e pescatori raccolti attorno ad una cappella o chiesa dedicata a S. Agata, citata in documenti del 1253 e poi denominata S. Matteo (che si presume abbia sostituito il ruolo di S. Zenone sul Covolo ed anche la chiesa di S. Agata).


Tuttavia Villanuova incomincia a svilupparsi dal sec. XV nell'ambito della Quadra di Gavardo (infatti ancora nel 1385 non è nemmeno citata nell'estimo visconteo). Una svolta per lo sviluppo economico è data dalla concessione, nel 1492, da parte del Comune di Brescia e dell'Università del Naviglio, per la costruzione della travata sul Chiese, tra Tormini e Roè Vociano, che dà origine alla seriola che scende fino a Villanuova, dà respiro economico alla zona, potenzia l'agricoltura, permette la costruzione di un molino, sulla riva sinistra del Chiese, nella zona antistante la località Valverde. I piccoli gruppi di case che nascono via via formano un comune retto da una "General Vicinia" che alla fine del XV secolo amministra beni propri e quelli della chiesa a volte, come nel 1521/1525, in contrasto con il comune di Nuvolera o con altri. La comunità, sempre più compatta intorno alla Vicinia, diventa Comune e, nella seconda metà del sec. XVI, si emancipa anche ecclesiasticamente dalla pieve di Gavardo e si costituisce in parrocchia autonoma intorno alla chiesa di S. Matteo. Nel 1580 S. Carlo Borromeo rende definitiva la separazione dei beni dalla pieve e ne sancisce la piena autonomia.


Nel 1601 viene fabbricato un ponte in legno a due campate con pilone centrale, indispensabile per la larghezza dell'alveo del fiume. Per il passaggio sul ponte il Comune di Villanuova, al fine di risarcimento delle spese di costruzione e di manutenzione, chiede che vengano imposti, dalle autorità venete, pedaggi adeguati per persone e per carri. In effetti è un Comune in piena funzione quello che gestisce il ponte sul Chiese che serve tra l'altro anche Prandaglio, Vallio e Sopraponte. Esiste nutrita documentazione delle traversie del ponte che, a causa dell'usanza di utilizzare il fiume per il trasporto del legname dalla montagna fino a valle, veniva sovente reso impraticabile perchè le "borre" demolivano il pilone centrale. C'è anche tutta la corrispondenza con Venezia per far presente le precarie condizioni della viabilità e, al contempo, la mancata concessione di tariffe e pedaggi. La questione ponte sarà una spina nel fianco degli amministratori di Villanuova per molti anni. Ma l'abbondante acqua del fiume, immessa nella seriola, permette un sia pure limitato sviluppo artigianale di fucine che danno respiro al paese.


Nel 1610 Villanuova viene descritta dal Da Lezze, nel suo "Catastico" come una «terra picciola, parte in monte e parte in piano, lontana da Gavardo un grosso miglio verso Salò, la quale confina con Gavardo, Sopraponte, Prandalio e con Onzano della Riviera di Salò de fuoghi n. 50, anime 500 de' quali utili 100; è di circuito un quarto di miglio per essere unito, et per mezzo di essa vi passa il fiume Chies, né vi è altro che un sol molino del Commun, il qual è povero et ha poca entrada governandosi nel modo che fanno gli altri della Quadra. Una fusina del commune, dove si fabricano chiodi. Alcune altre fusinette de particolari, dove fanno altri chiodi et si mantengono in quell'essercitio molte persone della terra. Nobili Bresciani non hanno beni, ma Monsignor Ill.mo Vescovo di Bressa in quel territorio ha due grosse possessioni. Contadini principali: li Turrini, li Bonficini, li Tiboni, li Cumini, li Corti. Chiesa di S. Matteo officiata da un prete con entrada de 50 scudi ius patronatus del Comune. Non vi è disordine nella terra, ma le persone vivono quietamente. Buoi para n. 25 - Cavalli n. 8 - Carri n. 15. Nel territorio piò 250, 200 de quali sono parte videgadi, et parte prativi di valuta de 100 ducati l'uno. Piò 10 di boschi, che vagliono 60 ducati il campo».


La quiete affermata dal Da Lezze viene sconvolta, nel 1626, dal passaggio di truppe lanzichenecche del connestabile Giorgio di Frundsberg, ma soprattutto dalla terribile peste che il 30 luglio 1630 colpisce tale Giovanni Maria Turi detto il Longo e in pochi mesi miete, come annota nel libro dei morti il parroco don Faustini, «ducento n° 200 tra huomeni et done, et figli et figlie» su una popolazione che, nel 1610, è di 500 abitanti.


A lungo, poi, nel 1600 e 1700, graverà una pesante stagnazione economica aggravata dalla crisi generale che opprime sempre più Venezia. Pesano sul Comune, come ha scritto Marcello Zane, «il ponte di collegamento, la seriola e la travata per il mulino, la loro difesa e manutenzione, che rappresentano una fra le maggiori preoccupazioni del governo locale. Ai manufatti vengono infatti destinate, nel Seicento, sempre maggiori risorse, mentre le inevase richieste di aiuto inviate a Brescia affinché l'autorità centrale si faccia carico di parte delle spese necessarie per la manutenzione del ponte, ottengono solamente il duplice risultato di inasprire i rassegnati rapporti con la lontana città e di far volgere costantemente al passivo i bilanci comunitari. La gravosità delle tasse impedisce uno sviluppo accelerato, tanto che addirittura il Comune si vedrà ben presto costretto a vendere l'unica fucina posseduta, cercando di mantenere con grandi sacrifici la proprietà del mulino. Nell'Estimo del 1641 a Villanuova sono registrati ben 66 debitori (per un totale di 17.027,18 lire), una stagnazione economica ben evidenziata già dal catastico del Da Lezze di un trentennio prima, recessione che resta a condizionare anche lo sviluppo demografico per oltre un paio di secoli». Anche su Villanuova, in quegli anni, si abbatte però il fenomeno del banditismo che già infestava il Budellone tra Gavardo e Paitone, il Crociale ai Tormini e la località Corona. Tuttavia non mancano segni di progresso. Nel 1684 fa la sua prima comparsa una rudimentale scuola per ragazzi tenuta dal sacerdote don Paolo Gaggioli. Nel 1702, oltre ad un sacerdote maestro, sono presenti due maestre «per le figliole». L'istituzione della Cappellania predisposta da don Bartolomeo Gaidoni con testamento del 22 ottobre 1706 prevede la presenza di un sacerdote che «sia anco obbligato a far scuola, d'insegnare a leggere e a scrivere, far di conti ai figli della terra di Villanuova con decente mercede e alli più poveri sia obbligato a insegnare per l'amor di Dio». Fanno da contrapposto a questi spiragli di progresso momenti difficili di guerra che Villanuova vive dal 1702 al 1706 nel quadro della guerra di successione spagnola. Dal 1702 sono presenti truppe francesi e spagnole e dal settembre 1704 si presentano truppe tedesche che, nell'inverno, pongono a Villanuova e a Gavardo il quartiere generale, presente il comandante in capo Eugenio di Savoia. Villanuova è sottoposta a saccheggi, ruberie, mentre il territorio è infestato da banditi, disertori, prostitute. Ritiratesi le truppe tedesche subentrano quelle francesi che poi, il 31 maggio, si scontrano alla Bolina con quelle tedesche. Il 18 giugno 1705 Villanuova è occupata dalle truppe tedesche ce il 21 giugno passano il Chiese a Villanuova per ritirarsi, attraverso Sopraponte e Vallio, su Nave. Seguono anni sempre difficili nei quali, come dovunque, ricompaiono frequenti casi di banditismo, ma soprattutto pesano sempre più gravi difficoltà economiche. Ne è spia l'abbandono dell'istruzione. Nel 1760, gli atti della visita pastorale registrano che solo il parroco «per carità [insegna] ad alcuni pochi che vengono» e che non vi sono «maestre di figliole». Nel 1758 il pilone in legno del ponte che non reggeva alle spinte delle "borre" viene sostituito da un pilone in pietra che reggerà a lungo, ma la parte in legno che da questi raggiungeva la sponda di Valverde era nuovamente insicura. Nel 1774 il ponte viene travolto ancora e viene sostituito da una «ponticella supplementare» o passerella, utilizzabile solo per pedoni e animali da soma. Ed è sempre insistente la richiesta del comune per ottenere il pagamento di pedaggi per sostenere le spese. Nello stesso anno viene costruito il nuovo cimitero, sostituito poi dall'attuale.


Nella guerra tra Austria e Francia del 1796 l'armata di Napoleone, nel maggio, punta su Desenzano e Salò. Le due divisioni francesi Rusca e Guieux si trincerano nella zona compresa tra Tormini e Villanuova. Più tardi, incalzati e battuti dall'esercito austriaco, i francesi, il 29 luglio, fanno saltare la passerella sul Chiese, abbandonando Villanuova che viene orribilmente saccheggiata dagli Austriaci i quali, sfondato anche il campo trincerato di Bostone, entrano in Gavardo depredando e distruggendo.


Fedele a Venezia, Villanuova subisce confische di beni e di denari soprattutto di famiglie più esposte. Sotto Napoleone, con decreto dell'8 giugno 1805, Villanuova perde la propria autonomia municipale e viene così aggregata al Municipio di Gavardo, unitamente alle comunità di Sopraponte, Soprazocco, Vallio e Prandaglio, riunite in un solo Municipio, nel cantone di Preseglie, distretto del Benaco (che corrispondeva all'incirca alla bassa Valle Sabbia ed alla Riviera), Dipartimento del Mella. Alla Vicinia si sostituisce una sorta di Consiglio composto da sole tre persone. Sotto la Repubblica Cisalpina Villanuova è nel Municipio di Seconda Classe di Gavardo retto da tre sindaci, di cui due scelti dal consiglio fra i possidenti del comune e il terzo fra i non possidenti. Il paese si mantiene stabile e conta, nel 1805, 399 abitanti. La passerella sul Chiese diventa ogni giorno più pericolosa per cui, nel 1813, viene ricostruito il ponte. Ma nel 1835 il ponte è nuovamente inutilizzabile al punto che si nomina un traghettatore che, con una barca, provvede a trasportare cose e persone da una sponda all'altra. Il 12 febbraio 1816 viene ripristinata Villanuova in Comune autonomo nel distretto XIV di Salò. Esso deve affrontare anni di gravissima crisi economica e un'epidemia di tifo petecchiale che miete numerose vite. Nonostante le contraddizioni e le difficoltà, emerge via via un paese che, pur sempre di carattere agricolo, vede svilupparsi le premesse di una futura vocazione industriale. Infatti, mentre si mantiene invariata la struttura produttiva, si va formando una classe borghese con forti disponibilità finanziarie che avallerà, sia pure a distanza di decenni, investimenti e promozioni imprenditoriali. La filanda Guglielmi è la prima azienda nel bresciano ad installare una macchina a vapore.


L'antica fiera di S. Matteo dal 1824 entra in rivalità con l'istituzione della fiera di Gavardo. Negli stessi anni si avvertono segni di sviluppo civile: nel 1818 si registra l'esistenza di una scuola "normale" diretta dal parroco, ma con orari adatti al ritmo di lavoro al quale sono sottoposti anche i fanciulli: «dalle 8 alle 11 il mattino - dalle ore 2 alle 4 la sera», cioè pressappoco dalle ore 20 alle 24. Nel 1845 esistono due scuole "pubbliche", una maschile e una femminile in una sola classe e nessuna di ripetizione e con poca partecipazione, essendo i ragazzi obbligati al lavoro in campagna o al "filatoio". Nel frattempo il ponte caduto nel 1836 veniva ricostruito nel 1838.


Anni di relativa tranquillità politico-amministrativa permettono, dal 1834 al 1840, di costruire addirittura la nuova chiesa parrocchiale alla quale contribuiscono sia la popolazione che gli stessi imprenditori e dipendenti dei setifici. Notevoli sono tuttavia le sacche di povertà travagliate da nuove malattie quali la pellagra, mentre a colpire tutti è il colera nel 1836 (con 13 vittime) e nel 1855 (5 vittime). Non mancano inoltre manifestazioni, anche se limitate, di patriottismo. Il Comune riceve la medaglia commemorativa delle Dieci Giornate per la partecipazione di tre villanovesi: Giov. B. Mazzini, Duodecimo Micheli, Giovanni Bertuzzi. In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Villanuova sul Clisi, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, è incluso nel mandamento I di Salò, circondario IV di Salò, provincia di Brescia. Alla costituzione nel 1861 del Regno d'Italia, il comune aveva una popolazione residente di 414 abitanti (Censimento 1861). Con delibera del Consiglio Comunale del 2 ottobre 1862, accolta con R.D. del 14 dicembre 1862 n. 1064, Villanuova aggiunge all'antica denominazione il toponimo "Clisi" (dall'antico nome del fiume Chiese) chiamandosi "Villanuova sul Clisi". In base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865 il Comune viene amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Negli anni che seguono l'unificazione dominano la vita amministrativa poche famiglie quali i Civati, i Micheli, i Tiboni, i Mazzini. Sono loro, e particolarmente Giovanni Battista Mazzini, sindaco dal 1866 fino al 1896, a gestire una profonda trasformazione economico-sociale del paese. In questi anni infatti si consolida sempre più l'industria serica che sfida anche la crittogama che colpisce l'allevamento di bachi. Si sviluppano il setificio Varisco-Civati che occupa 145 operai, quello di Giovanni Vanoni che passa poi nel 1881 al milanese Emilio Noseda. Essi continuano la loro attività assieme ad altri due filatoi mentre sono sempre in produzione le fucine del ferro, per cui i 417 abitanti nel 1871 salgono a 719 nel 1881.


Anche in vista di questo sviluppo, fin dal 1873, Villanuova viene indicata come prima tappa di un progetto determinante per lo sviluppo della zona. La "Sentinella bresciana", il 10 marzo 1873, annuncia infatti l'incarico dato all'ing. Corti di studiare la realizzazione di un tronco di ferrovia Rezzato-Villanuova, parte del disegno di ferrovia per Salò, che presenta le minori difficoltà, giacché dopo Villanuova cominciano appunto le differenze di livello nel suolo. «Il tronco - rileva ancora il giornale - che si è posto allo studio potrebbe egualmente proseguire sia verso Salò-Riva e Trento sia per Vobarno nella Valle Sabbia fino al Caffaro, ove ciò fosse, siccome ci si afferma nelle intenzioni dell'autorità militare per riguardi strategici». Ma se il progetto di una ferrovia viene rimandato, a distanza di una decina di anni ne viene attuato un altro: quello di un tram a vapore che nel dicembre 1881 congiunge Brescia a Vobarno.


Nell'ambito delle prime grandi iniziative industriali che toccano direttamente il Bresciano, nella primavera del 1882 i fratelli Luigi, Leopoldo ed Eligio Ottolini di Busto Arsizio e il luganese Arturo Sala ottengono di poter costruire un canale idraulico per animare un opificio di filatura del cotone da erigere in Villanuova; opificio che viene costruito a tambur battente, primo nel Bresciano dotato di illuminazione elettrica, e che già entro il 1883 funziona pienamente. Costituitasi come "Sala Ottolini e C.", divenuta nel 1891 "Ottolini Fratelli e C." (v. Ottolini, fratelli), nel 1895 "Eligio Ottolini e C." e nel 1903 "Cotonificio Bresciano Ottolini", continuerà poi fino al luglio 1992. L'incidenza non solo economica, ma anche sociale su Villanuova del complesso industriale è decisiva per il suo sviluppo. E ciò ancor più per la costruzione in località Bostone, sui confini con Gavardo, di un nuovo grande complesso industriale: il Lanificio di Gavardo, che apre i battenti il 27 marzo 1891 assumendo in breve centinaia di operai. Lo sviluppo industriale incide via via anche sullo sviluppo della borgata. Il municipio e le scuole, che hanno convissuto per decenni in quattro stanze, nel 1892 hanno una più dignitosa sistemazione. Accantonato un progetto redatto dall'ing. Antonio Quarena di Gavardo, l'amministrazione ripiega, nel 1892, sull'acquisto di un filatoio situato in via Chiesa prospiciente l'attuale piazza Marconi dove, oltre agli uffici comunali, trovano posto le prime tre classi scolastiche alle quali, nell'ottobre 1914, se ne aggiungeranno una quarta ed una quinta. Nel 1897 viene di nuovo ricostruito il ponte che attraversa il fiume Chiese, ma questa volta è realizzato in ferro lasciando solo il piano di calpestio in "assoni" di legno; viene collaudato l'anno seguente. Nel 1899 Villanuova viene collegata da una vera e propria ferrovia con Rezzato e Vobarno. Le condizioni di sfruttamento del lavoro, specialmente femminile, quelle delle abitazioni e dei salari creano, fin dall'ultimo decennio del sec. XIX, i primi fermenti sociali. Nel 1894 viene tentata la costituzione di un "Fascio socialista Villanovese" che però ha vita breve. A fine agosto 1898 si verifica nel Cotonificio la prima agitazione operaia che coinvolge per 4 giorni 96 operai, 141 operaie e 59 fanciulli; una breve agitazione di tre giorni, con scarsa partecipazione, si verifica nel luglio 1903; circa metà delle operaie scende in sciopero nel 1907 per ottenere la diminuzione delle ore di lavoro e un «aumento delle mercedi». L'intenso sviluppo industriale non manca di creare problemi amministrativi sia urbanistici che economici. Già fin dal 1887 nascono vivaci contese in particolare sull'utilizzazione dell'acqua che i coltivatori pretendono di utilizzare arbitrariamente per l'irrigazione, mentre il Cotonificio ne rivendica l'assoluta disponibilità. Dal 1896 gravi incidenti, accaduti lungo la roggia tra lo stabilimento Ottolini e la Ponticella, convincono la Provincia di Brescia a finanziare un riparo di ferro di notevole costo.


L'immigrazione crescente e la stabilità della mano d'opera (che vede salire il numero degli abitanti da 719 nel 1881 a 1056 nel 1901, a 1429 nel 1911) impone presto il problema delle abitazioni. Nel 1905 interviene direttamente il Cotonificio costruendo, tra il fiume e lo stabilimento, un gruppo di casette famigliari per i propri dipendenti che verrà denominato, per l'isolamento, "Siberia"; nel 1907 vengono realizzati 116 nuovi vani, ai quali, nel 1908, ne vengono aggiunti altri 161. Parallelo al processo di industrializzazione si sviluppa il primo movimento cooperativo: nel 1896 nasce la Società di Mutuo Soccorso fra gli operai e le operaie del Cotonificio Eligio Ottolini nel 1899 vede la luce la "Cooperativa di consumo fra gli operai ed addetti allo stabilimento della ditta Eligio Ottolini e Comp."; nel luglio 1905 nasce la "Cooperativa di consumo Villanovese" fra gli operai del cotonificio, la quale nel 1906 dà vita ad un "Forno cooperativo"; nel 1907 viene fondata l'"Unione Cooperativa di consumo" fra gli operai e gli agricoltori di Gavardo, Sopraponte e Villanuova. Fin dalla fine dell'800 si avvertono anche segni di risveglio culturale. Nel 1898 infatti sono già attivi una filodrammatica ed un gruppo musicale "liberale". La vita amministrativa è dominata da elementi liberali moderati fino a quando, nel 1910, prevale una lista sostenuta dai cattolici osteggiata da socialisti e liberali di sinistra. Questi, sempre nel 1910, fondano il "Circolo liberale democratico" di estrazione zanardelliana con lo scopo di «resistere, per mezzo dell'istruzione e delle divulgazione delle idee [...] all'invadenza clericale e all'assolutismo da sagrestia» organizzando manifestazioni e conferenze. Sono motivo di vivaci polemiche, di ricorsi, di lotte all'interno dell'amministrazione le feste del XX Settembre, dell'Unità d'Italia, del genetliaco del Re. Nel novembre 1910 vengono fondati, sempre di intonazione liberale, il Club Amici di Villanuova e la Società sportiva "Liberi e Forti". Ma gli orientamenti che vanno prevalendo sono in senso cattolico e socialista. Nell'aprile 1911 nasce la sezione dell'Unione Cattolica del lavoro. Ha 138 soci ed inaugura la propria bandiera con la partecipazione delle sezioni di Vobarno, Volciano, Sopraponte. Sempre in ambito cattolico, nel 1912, viene fondato il Circolo Cattolico S. Giuseppe con 75 iscritti. Nel marzo 1914 nasce la sezione del Partito Socialista Italiano con la sottoscrizione di 12 tessere e con segretario Faustino Romani. La sezione festeggia la prima volta il I maggio e tiene a battesimo la sezione di Gavardo. Nascono inoltre la Cooperativa Villanovese, filodrammatiche e nuovi gruppi e iniziative di sportivi. Tra le novità dell'amministrazione pubblica è nel 1914 la sistemazione del cimitero. Villanuova vive per contatto quasi diretto gli anni di guerra, sia per i frequenti passaggi di truppe e carriaggi, sia per la sosta di numerosi profughi, specie dopo la rotta di Caporetto. Nel 1917, in un grande prato tra casa Pasini e il terminale di via Brede, viene sistemato per oltre un mese un campo di concentramento per prigionieri di guerra austro-ungarici. Come scrive, da testimonio, Angelo Cocca ("Villanuova nel tempo", pp. 131-132), «era tutto un pullulare di poveri soldati stracciati e denutriti che, eludendo la sorveglianza, scavalcavano il muro di cinta per scambiare oggetti con le famiglie del paese o mendicavano, senza offrire nulla in cambio, un tozzo di pane ed una fetta di polenta» fino a quando, scrive sempre il Cocca, «tutto ad un tratto quelle fughe dal campo cessarono e in seguito, di mattino presto, si sentì qualche scarica di fucileria; probabilmente si trattava di un plotone di esecuzione» (dato che «in tempi diversi» vennero trovati resti umani seppelliti in fretta). Angelo Cocca ("Villanuova nel tempo", p. 131) fa salire a 42 il numero delle vittime della Prima Guerra mondiale: la maggior parte sono cadute sul campo di battaglia, le altre in seguito a ferite o a malattie riportate durante il conflitto. Si distingue, tra i combattenti, il sergente alpino Ulderico Cremonesi, insignito di medaglia d'argento. Altrettanto spietata come la guerra è l'epidemia di "spagnola" che miete 30 vittime, delle quali ben 23 nell'ottobre 1918. La guerra non ha frenato l'attività industriale, anzi l'ha potenziata grazie alle commesse militari tanto che alla fine della stessa il solo Cotonificio Ottolini giunge ad occupare ben 1201 dipendenti dei quali 209 uomini, 958 donne e 34 ragazze, per cui l'unica remora è data dalla mancanza di mano d'opera; per questo non è per nulla viva la lotta sindacale che si manifesta nel "biennio rosso" (1919-1920) e che registra rade proteste e scioperi sindacali. Il motivo di maggior inquietudine per gli operai e per tutta la popolazione è il deposito di proiettili installato ai Tormini che, nel febbraio 1921, scoppia provocando danni a Villanuova e altrove senza però far vittime, ma che per mesi e mesi è al centro di una vivace protesta. La vita sindacale è dominata dall'Unione del lavoro di indirizzo cattolico mentre dalla primavera del 1920 nasce la sezione locale del P.P.I. cui si affiancano nell'azione sociale e politica i circoli e le associazioni cattoliche. Aumenta anche il Partito Socialista, ma è presto indebolito con la scissione di Livorno del 1921 da un consistente numero di aderenti al Partito Comunista d'Italia. Sul piano amministrativo, fin dal marzo 1919 e per gli anni che seguono, vengono messi in campo provvedimenti per far fronte alla disoccupazione; sono compiuti lavori specie nella contrada Valverde, viene ampliato il cimitero, restaurato il Municipio, eretto il monumento ai Caduti, inaugurato il salone teatro, rinnovata l'attrezzatura scolastica e l'illuminazione pubblica, migliorate le strade, ecc. Sostanzialmente nei primi anni del dopoguerra domina quella che viene chiamata la pace sociale. Nasce, nel novembre 1923, l'Associazione Combattenti e Reduci che promuove il Parco della Rimembranza e nel marzo 1924 inaugura la propria bandiera. Vengono organizzate sempre più frequentemente gare podistiche, ciclistiche e calcistiche, prende il via la Banda Musicale, ecc. Il fascismo fa la sua comparsa nel novembre 1923, anche se elementi del paese sono già attivi il 23 febbraio 1923 e, con altri di Mazzano e Gavardo, effettuano una spedizione punitiva contro il circolo di Pompegnino e altre simili imprese. Nell'estate dello stesso anno contestazioni e proteste contro il sindaco liberale, che durano mesi, portano alle dimissioni della giunta e alla nomina del commissari prefettizio. Il fascismo si impone sia pure pacificamente attraverso l'azione di ex liberali. Nel 1924, registra Marcello Zane ("Il paese e lo stabilimento", p. 126), «la locale sezione del partito fascista registra ben 110 iscritti, guidata dal segretario Angelo Tiboni, mentre alle elezioni politiche della primavera dello stesso anno la lista nazional-fascista registra localmente un successo inatteso: dei 423 votanti sui 534 aventi diritto (su circa 1.800 abitanti), essa raccoglie il 66% dei voti (179), lasciando i cattolici del PPI ed i Comunisti a quota 64 voti (il 15% circa). Nello stesso 1924, sin da gennaio, viene creata anche la sezione del Sindacato fascista dei Tessili, sotto la guida di Vittorino Ravasio, che finirà col sostituire ben presto ogni altra aggregazione sindacale» nonostante le resistenze denunciate dal partito. Dalle elezioni del 1924 in poi il predominio fascista si afferma incontrastato esprimendo Mario Giuseppe Vivi, sindaco prima e poi podestà fino al 1940.


Tra gli avvenimenti che lasciano il segno vi è un violento incendio che, scatenatosi nel magazzino generale del Cotonificio il 29 marzo 1926, dura 30 giorni richiamando pompieri non solo da Salò e da Brescia, ma anche da Milano, con danni valutati 10 milioni. I lavori di ricostruzione e di ristrutturazione durano poi fino al 1929. Un altro fatto importante è deciso da un R.D. del 3 agosto 1928 con il quale il Comune di Prandaglio perde la sua secolare autonomia e viene unito a quello di Villanuova sul Clisi. Una spinta inaspettata all'attività del Comune arriva dal riesame della sovrimposta comunale a carico dell'industria e al rimborso, da parte del Comune di Milano, della Ricchezza Mobile. Ciò porta ad un improvviso introito di un milione di lire, cifra enorme per il tempo, che permette di affrontare opere non sperate in precedenza. Come scrive Angelo Cocca, «per il particolare interessamento di Giuseppe Bianchi, procuratore del Cotonificio Bresciano Ottolini, un ricorso del Comune di Villanuova riesce ad ottenere dal Comune di Milano un primo riparto provvisorio pari al 50% delle tasse che pagava il Cotonificio, per cui entrano nelle casse comunali cospicue somme quali arretrati che, unitamente alle maggiorate entrate regolari, permettono di affrontare nuove opere» quali la via della circonvallazione, la nuova sede del Fascio, l'acquedotto di Berniga, specialmente il nuovo palazzo del Municipio e delle scuole con annesso parco littorio e palestra. Per esso nel 1926 l'ing. Dubbini presenta all'Amministrazione comunale il progetto di costruzione e, nei più minuti dettagli, il preventivo che risulta di Lire 870.000. Il 2 luglio 1928 si dà luogo alla pubblica asta d'appalto mediante schede segrete sulla base di Lire 735.645. Vince l'appalto l'impresa Invernizzi. L'edificio viene portato a termine nel 1929 ed il suo costo complessivo è di Lire 972.151,69 esclusa l'area fabbricabile. A fargli da corona viene realizzato un grande parco. Nel 1936 il centro abitato subisce una grande trasformazione: in via Zanardelli, che taglia in due l'abitato, sono state eliminate da poco le rotaie del tram perché la linea era stata spostata all'esterno dell'abitato. Subito dopo la via viene allargata di due metri con l'abbattimento e la ricostruzione di tutte le abitazioni sul lato verso il monte Covolo. Nel 1928 viene dato il via alla costruzione della nuova chiesa parrocchiale ed inaugurato il nuovo grandioso complesso del Cotonificio. Il Cotonificio sostiene in buona parte le attività dell'Amministrazione comunale; favorito nell'utilizzo dell'acqua a lui indispensabile, viene praticamente delegato alle attività assistenziali, ricreative e sportive. Sostiene l'asilo, provvede alla refezione giornaliera di circa 120 bambini, organizza un proprio corpo musicale, promuove le colonie marine e climatiche, finanzia le squadre di calcio e di ginnastica. Inoltre, negli anni '50, migliora l'assistenza facendo in modo che l'Opera Nazionale Maternità e infanzia istituisca un consultorio pediatrico. Alla dittatura fascista vengono sacrificate (1936-1938) le attività cooperativistiche quali la Cooperativa di Consumo, sostituite dallo spaccio aziendale del Cotonificio. Nel 1938-1939 il Comune porta avanti altre importanti opere di ristrutturazione. Verranno completate nel 1942, quando anche su Villanuova piombano le conseguenze del nuovo conflitto mondiale. A guerra avviata, proprio nel 1942, risultano sotto le armi 243 villanovesi, cioè il 30 per cento della popolazione maschile attiva. La borgata conta trenta caduti, dieci dispersi sul fronte russo e innumerevoli, gravi disagi per la popolazione che aumentano con l'occupazione tedesca. Dopo l'8 settembre 1943 il palazzo comunale (dove funziona anche la scuola elementare) viene trasformato dai tedeschi in ospedale militare. Un'incursione aerea il 2 novembre 1944 colpisce duramente lo scalo ferroviario tra Villanuova e Tormini centrando due vagoni carichi di tritolo, provocando gravi danni anche al canale del Cotonificio, ma per fortuna non ci sono vittime. Il danneggiamento di un tratto del canale di alimentazione della centrale elettrica del Cotonificio Ottolini causa la sospensione, per parecchie settimane, della già ridotta attività produttiva. Una seconda incursione del 17 novembre 1944 fa saltare un deposito di munizioni presso lo scalo merci ai Tormini, mentre cacciabombardieri si avventano sul paese provocando la morte di un soldato tedesco e il ferimento di due suore, colpendo diverse case e la stessa chiesa parrocchiale. Il 18 febbraio 1945 quattro bombe, sganciate per difficoltà di volo da una "fortezza volante", cadono in una zona disabitata nei pressi del cimitero e provocano ferite gravi a due giovani che si trovavano casualmente nella zona.


La resistenza registra la presenza di due gruppi partigiani: uno di ispirazione comunista, guidato da Giovanni Romano detto "el diaol" il quale, arrestato nell'agosto 1944, viene torturato ed avviato al campo di concentramento; l'altro, di ispirazione cattolica, è coordinato da don Carlo Vezzoli. Come scrive Marcello Zane: «i due gruppi giungono presto ad un'intesa, grazie all'attività di Vittorino Ravasio e Giacomo Damiani; proprio il Ravasio sarà il tramite con la direzione del Cotonificio, sia per l'ottenimento di aiuti, sia in funzione di difesa dello stesso opificio e dei suoi macchinari». Cadono, durante la Resistenza, Battista Tiboni della Divisione Motorizzata "Piave", il 9 settembre 1943 a Roma, in combattimento contro le forze tedesche; Luigi Cocca e Bruno Cocca della Settima Brigata "Matteotti", fucilati con altri otto compagni a Provaglio Valle Sabbia il 5 marzo 1945; Pietro Bertanza della Settima Brigata Alpina, Battaglione "Lamanara", caduto il 10 marzo 1943 presso il bosco delle castagne a Trichiana, in provincia di Belluno; Ugo Toselli della Settima Brigata "Matteotti", caduto in combattimento contro i tedeschi, a Brescia il 26 aprile 1945. Ai caduti di Provaglio, nel 1993, verrà eretta una stele ricordo nel cimitero di Prandaglio.


La liberazione non registra fatti di sangue. Il comandante del presidio tedesco, capitano Muller, consegna il magazzino militare, collocato in alcuni capannoni del Cotonificio, ai partigiani senza opporre resistenza, favorendo l'occupazione senza distruzione, in cambio del lasciapassare per la fuga. Nello stesso CBO viene creato un piccolo campo di internamento, ove vengono ammassati diversi prigionieri. Un Comitato di Liberazione si insedia anche nei due grandi complessi industriali. Sindaco della Liberazione è Vittorino Ravasio. Nel giugno 1945 il C.L.N. promuove la nascita della sezione della Camera del Lavoro, affidata a Gino Ragnoli per il P.C.I., Francesco Zambelli per la D.C. e Andrea Barezzani per il P.S.I. Poi viene eletta l'Amministrazione comunale che vede una prevalenza di democristiani. L'amministrazione eletta nel 1946, sindaco Bosio Giacomo, interviene a rendere immediatamente agibile l'edificio comunale e le scuole elementari che erano state usate dai tedeschi come ospedale, provvede alla sistemazione del viale della Rimembranza, al potenziamento dell'acquedotto comunale del capoluogo e della frazione di Prandaglio, al ripristino dell'illuminazione pubblica. Si inizia la realizzazione, su progetto dell'ing. Luigi Dubbini, di piazza Caduti e di via Carducci nella quale si dà il via alla costruzione di case per i dipendenti comunali. Nel 1950 si sono poste le basi per opere che saranno realizzate negli anni successivi: si è iniziata la costruzione del Viale Brescia per un sicuro collegamento ciclistico e pedonale del centro con la località Bostone e si è acquistata l'area sulla quale si prevedeva di costruire il nuovo municipio. L'amministrazione eletta nel 1951, sindaco il maestro Giovanni Bosio, ha provveduto a completare viale Brescia, ad allargare e sistemare via Brede e via del Torchio, a realizzare nuove pavimentazioni in diverse vie in particolare sulla via Orti dove è stato costruito un nuovo grande lavatoio pubblico, a costruire un nuovo ponte in ferro sul fiume Chiese, con carreggiata più larga, necessario per le aumentate esigenze di transito stante l'apertura della nuova strada per Bondone di Prandaglio. Si è potenziato l'acquedotto di Prandaglio. Nel 1955 è inaugurata la Biblioteca comunale.


Fra i problemi insoluti in molti decenni di sviluppo industriale vi era quello delle abitazioni. Ed è uno dei primi affrontati a partire dal 1945-1946 con la ristrutturazione del "Torrione della Libertà", nel quale si ricavano cinque appartamenti. Nel 1950-51 vengono completati 15 appartamenti in via Carducci. Dal '51 al '56 l'attività a favore della casa è intensa: sorgono 6 appartamenti INA-Casa in piazza Roma, alloggi nell'ex filatoio e in piazza Marconi, parte il nuovo Villaggio con l'acquisto di 35 mila metri di area, in parte venduta in lotti a prezzo di costo, in parte usata per realizzare 8 casette bifamiliari. Vengono edificati 4 appartamenti con la Legge 640 e ceduto gratuitamente il terreno all'INA-Casa che costruisce 20 appartamenti in via Pascoli. Anche il Cotonificio viene coinvolto dagli amministratori e gradualmente costruisce ben 90 appartamenti, in seguito ceduti a riscatto. Le aree affidate alle GESCAL-IACP consentono poi la realizzazione di 128 alloggi. Sorgono nel frattempo i primi tre Villaggi Marcolini con un totale di 73 appartamenti a tipologia bifamiliare. Nel quinquennio 1985-'90 l'Amministrazione Comunale provvede a saldare i 640 milioni per l'acquisto dei 40.000 mq. di terreno, assegnati poi alle Cooperative: La Maddalena, La Famiglia, La Cooperativa Roè.


Emergente anche il problema di rifornimento idrico. Dopo la prima rete di distribuzione di acqua potabile tratta dalla sorgente "Fegatone" in zona Valverde, costruita su progetto dell'ing. A. Quarena nel 1901, si deve ricorrere (1948-1950) ad un impinguamento di acqua tratta dalla sorgente Polotti, su progetto dell'ing. Luigi Dubbini. Lo stesso ingegnere presenta un ulteriore progetto nel 1956 per migliorie attraverso la sorgente Ziliani. Lo sviluppo edilizio però richiede più acqua e nel 1960 si inizia lo scavo di una galleria in località "Corna che soffia", zona Campagnana, che darà lungo respiro alla sete del paese. L'insufficienza dell'acqua potabile si ripresenta negli anni '70 per cui nel 1976 si trova una nuova alimentazione dell'acquedotto da un pozzo già esistente a Volciano nella proprietà De Angeli Frua e, su progetto dell'ing. Francesco Berlucchi, si realizzano gli impianti di trasporto nei serbatoi già esistenti. Seguono, negli anni, i miglioramenti della rete stradale, delle fognature, la sistemazione degli acquedotti anche nelle frazioni. Negli 1956-1958 viene costruito dall'Amministrazione il Centro di Addestramento Professionale, affidato alla Gestione dell'INAPLI ed in seguito alla Regione Lombardia che provvederà al suo ampliamento così da farlo diventare uno di Centri di eccellenza per la formazione professionale. Nel 1960 si è anche provveduto al consolidamento del "ponte romano" sul Chiese in località Ponte Pier, al confine con Roè Vociano. L'Amministrazione degli anni 1965/1970 ha completato alcune grandi opere. Sindaco il maestro Giuseppe Sandrini, nel 1965 si è inaugurata la scuola materna intitolata ad "Anna Juker" e nel 1967 la Scuola Media "Enrico Fermi". È in questi anni che si costruisce il nuovo Municipio e si gettano le basi per un ordinato sviluppo urbanistico del paese e si delinea la prima ipotesi di una superstrada per ridurre il traffico su via Zanardelli.


C'è stata una revisione generale degli acquedotti, si sono migliorate molte strade, si sono rifatti molti impianti, dell'illuminazione pubblica, si sono favorite cooperative per la costruzione di abitazioni e si è avviata la rete di distribuzione del gas in tutte le famiglie. Un'attenzione particolare è stata riservata alle strade della frazione di Prandaglio. Dal 1970 al 1985, sindaco Pietro Albertini, sorgono l'asilo nido, il Centro diurno per anziani e la palestra polisportiva. Dal 1980 al 1985 vengono costruiti l'impianto di depurazione e il collettore fognario. Dal 1985 al 1990, sindaco Aldo Mora fino all'88 e poi il prof. Ermido Cocca, vengono potenziati la biblioteca civica, il coordinamento dei servizi sociali, i servizi e le attività sportive e il piano casa. In questi anni inizia a svilupparsi l'attenzione al sociale e all'ambiente: viene costruito il depuratore, si avvia la raccolta differenziata, vengono migliorati i servizi agli anziani e ai non autosufficienti. Il ripetersi di dissesti quali il crollo, in data 10 aprile 1958, dell'argine sinistro del canale che alimenta la centrale elettrica del Cotonificio Ottolini, il ripetersi di un altro crollo l'11 marzo 1976 sullo stesso canale, l'alluvione che colpisce la contrada di Valverde la notte tra il 7 e l'8 giugno 1990 suggeriscono al Comune di affrontare con maggior impegno, nei primi anni del 2000, i problemi di carattere ecologico e ambientale. In sviluppo continuo è l'assistenza. Messa in programma nel 1971-1973 la costruzione di un casa albergo per ospiti autosufficienti e non, l'amministrazione ripiega nel 1979-1980 sulla realizzazione, in alcuni locali di proprietà delle Suore Ancelle della Carità, di un Centro sociale diurno entrato in funzione il 2 settembre 1987, ma inaugurato il 29 aprile 1990 e dedicato a Suor Erina, una suora delle Ancelle della Carità per lunghi anni benemerite educatrici di molte generazioni di bambini dai tre ai sei anni e rimaste nella comunità villanovese per ben 100 anni, dal 1896 al 1996.


Villanuova è stata fra i primi Comuni ad istituire, nel 1938, un asilo nido voluto dal C.B.O. Scuole materne erano sorte fin dal 1896. Nel 1982 la materna diventa comunale e nel 1992 funziona anche una sezione di materna statale. Negli anni 1995/2005, sindaco Bortolo Belli, si consolidano e completano tutti le realizzazioni degli anni precedenti. Nel 2002 viene ristrutturato il centro sociale educativo per disabili che aveva trovato posto in un'ala della scuola materna realizzata dal comune, Centro a disposizione dei diversi comuni della zona. Importante l'inaugurazione, nel febbraio 2003, del nuovo ufficio INPS per 40 Comuni. È in questi anni che si concretizza una nuova zona industriale/artigianale in località Legnago che aiuta a risolve re il problema del lavoro dopo la chiusura dei due grandi stabilimenti. In questa località era già sorta la ditta dei F.lli Goffi che, dopo una crisi di qualche anno, ha ripreso e continua la sua attività. È sempre in questi anni che assume maggior significato l'attività culturale proposta dall'amministrazione alla popolazione con programmi estivi ed invernali. Con la partecipazione della popolazione e il contributo della Regione viene consolidata la chiesa della Madonna della Neve che, però, è stata resa nuovamente inagibile dal terremoto del novembre 2004. Si apre finalmente lo svincolo di accesso alla superstrada, si realizza, nella località Mezzane, l'insediamento denominato "Monteleone", vengono realizzati nuovi parchi pubblici. Continua in questi anni, per opera dell'Aler e di imprese private, la realizzazione di alloggi con la ristrutturazione degli edifici che prospettano sul lato est di via Zanardelli. La comunità si arricchisce di gruppi di volontariato e di impegno sociale quali l'Avis (18 giugno 1972), l'Aido, il "Gruppo Volontari Assistenza Villanovese" (G.V.A.V., 1992). Il Gruppo Alpini, fondato nel 1928, nel 1993 si costruisce una sua sede; il Gruppo conta 180 soci. Nel 1997 risultano attive 26 associazioni quali quelle culturali e formative (Banda musicale, Biblioteca comunale, Centro turistico e patronato ACLI, Circolo Enars-Acli, Compagnia teatrale "Fil de fer" (1997), Corale San Matteo, Forum giovanile, Oratorio S. Luigi Gonzaga, Gruppo alpini), quelle sportive (Associazione pesca "Fausto Guatta", Atletica 70 Villanuova, US Villanuova Calcio, US Villanovese, Federcaccia, Pallavolo femminile, Pallavolo Villanuova, SPS Pescatori cannisti, Società Ginnastica artistica Brixia, Musashi Karate club, Tennis Milanino ) ed i Gruppi di volontariato (Comitato Valverde, Caritas, Gruppo accoglienza AGE, Volontariato Villanovese, Solidali con loro, Avis, Aido). A servizi delle associazioni viene creato nel 1996 il Centro Aggregazione Giovani.


L'attività culturale si sviluppa attraverso la fondazione della biblioteca nel 1955. Promosso nel 1974, il Centro Storico Documentario Villanuovese (C.S.D.V.) pubblica la prima storia di Villanuova ("Villanuova nel tempo") di Angelo Cocca, le memorie ("Altri tempi") di Vittorino Ravasio e un primo "Quaderno" sull'eroismo di Suor Angelica Pissarello vissuta a Villanuova nel 1886 e sugli organi delle chiese di Villanuova e Prandaglio. Dopo un'interruzione, risorge nel 1984. Nel 1972 prende vita il "Club dei Bigetti" che organizza iniziative ludiche, culturali e sportive. Nel luglio 1990 fa la sua comparsa il periodico "Villanuova informa" al quale si aggiunge più tardi "De ché e de là del Cés - Notiziario di scambio culturale". Il 20 settembre 2004 viene inaugurata la galleria "Le Loggette", con una mostra di opere di grandi pittori dell'800. Nell'agosto 2000 viene inaugurata la sala conferenze e congressi al piano terra del municipio. Una raccolta privata di alcune migliaia di pezzi antichi quali attrezzi agricoli, oggetti di uso quotidiano del passato e oggetti miliari di varie epoche è stata allestita da Rino Faustini in locali di sua proprietà. Fissano nel ricordo avvenimenti e date alcuni monumenti come quello ai Caduti, opera dello scultore salodiano Angiolino Aime, inaugurato il 21 maggio 1972 e collocato nel parco "4 novembre" antistante il cimitero dove si trova anche il Monumento ai Caduti del Mare. Significativo anche il monumento al Carabiniere Salvo D'Acquisto collocato proprio nella piazzetta omonima. Il 25 agosto 2001 viene inaugurato, con due maschere in marmo collocate sul piazzale antistante il Municipio, quello che è considerato il primo monumento alla fratellanza, alla cooperazione fra i popoli europei e alla pace nel mondo. È opera dello scultore villanovese Pietro Maccioni. Tali maschere vengono poste in loco in occasione del gemellaggio fra Villanuova e Treburden località in Francia. Mentre la Grignasco Garda (già "Lane Gavardo") continua l'attività con 360 dipendenti, il 2 novembre 1992 chiude i battenti il Cotonificio Bresciano Ottolini, licenziando gli ultimi 230 dipendenti e ponendo all'Amministrazione comunale il problema dell'impiego della vasta area. Vi trovano posto, in un primo tempo, appartamenti e negozi. Con la revisione del Piano Regolatore nell'aprile 1997 vengono previste, sull'area dell'ex Cotonificio, una nuova piazza, spazi residenziali, zone verdi, parcheggi e insediamenti produttivi. Contemporaneamente vengono recuperate e trasformate vecchie zone: via Zanardelli e via Gramsci, nel cuore dell'abitato. Nel 1995 viene ripristinata la piazzetta di Valverde. Nel 1996 viene allargato il cimitero con 200 nuovi loculi ed è reso più fruibile l'Isolo, una vasta zona frequentata nel tempo libero. Nel 1997 inizia la bonifica della zona archeologica del monte Covolo e nello stesso anno l'Isolo viene trasformato in parco con il censimento degli alberi. Viene proposta una nuova sede per la Scuola materna statale "Fantasia". Il 7 luglio 2000 è aperto lo svincolo di monte Covolo sulla nuova tangenziale per Salò, Desenzano e Valle Sabbia. Nel 2000 viene avviato il Centro diurno integrato, nel 2002 è rinnovata la scuola materna Jucker. Nel 2003 viene inaugurato il Villaggio San Francesco con 97 unità abitative (monolocali, bilocali e trilocali per persone anziane), completato nel dicembre 2003 con una residenza sanitaria assistenziale (RSA) per 120 anziani non autosufficienti. Il terremoto del novembre 2004 provoca danni a diversi privati, ma soprattutto rende inagibili alcuni edifici pubblici e religiosi: le scuole elementari, il municipio, la chiesa di S. Matteo e la chiesa di S. Filastrio in Prandaglio come anche il Santuario della Madonna della Neve. Le scuole si sono rese utilizzabili in pochi mesi, mentre il Municipio è sempre inagibile e gli uffici comunali sono stati trasferiti nella casa delle Ancelle della Carità, acquistata e debitamente adattata. In questi anni, 2006/2007, sindaco Ermanno Comincioli, l'amministrazione è impegnata a trovare una soluzione per il municipio perchè l'attuale collocazione non risponde alle moderne esigenze della popolazione e di chi vi lavora. Continua lo sviluppo edilizio con nuove abitazioni alla periferia del centro storico sia verso Tormini che verso est. L'area edificabile è ormai sensibilmente ridotta. Di fatto gli abitati di Villanuova e Gavardo si sono congiunti. Villanuova è ricca di verde. Il primo parco è quello antistante le scuole ora intitolato a Falcone e Borsellino. Ci sono poi il parco IV novembre antistante il cimitero, il parco 28 maggio in via Galilei e l'Isolo attrezzato per il tempo libero.




SPORT. Le prime attività sportive hanno inizio alla fine dell'800. Poi trovano un loro sviluppo nell'oratorio. Nel 1921-1922 squadre di calcio giocano su campi improvvisati fino a quando, nel 1924, nasce l'Unione Sportiva Villanovese che, per iniziativa della Direzione del Cotonificio, trova il suo campo di gioco in località Scalo con tribune e gradinate. Negli anni '30, con la presidenza del dott. Jucker, alla squadra di calcio si affiancano quella di ginnastica e la società canottieri. C'è anche un valido corpo musicale. La squadra di ginnastica partecipa, nel 1934 e nel 1937, a concorsi regionali e nazionali riportando ottimi risultati. Molti i giovani che si distinguono nell'atletica leggera. Brillanti successi registra nel 1951-1952 la squadra di calcio "Villanovese" con la vittoria del campionato di Prima categoria e il passaggio alla "Promozione". Essa esprime giocatori del calibro di Renzo Bettini. Nel 1970 nasce l'Associazione pesca sportiva "Faustino Guatta e Natale Bottarelli". Nel 1981 viene realizzato il Palazzetto dello Sport che ospita presto la Pallavolo Femminile, la Pallavolo Maschile, il Tennis Club Villanuova, il Musashi Karate Club, la pallamano, tornei di tennis da tavolo, il Basket "Zilioli" di Gavardo, l'Atletica '70 e la Società Ginnastica Artistica Brixia Keminova. Nel 1988 e nel 1999 la squadra di calcio dei ragazzi di scuola media vince i giochi della Gioventù. A Villanuova, per iniziativa del prof. Renato Caldera, si forma la squadra di pallavolo per i sordomuti che vince il titolo europeo e mondiale e nel 1996 il quadrangolare fra Italia, Germania, Russia e Ucraina. Notevoli successi ha ottenuto anche la Pallavolo "Gazzorelli" laureatasi nel 1995 campione d'inverno. Noto pure il Karate Villanuova (Musashi Karate Club).




ECCLESIASTICAMENTE. La più antica chiesa è dedicata a S. Agata, forse sorta in uno dei loca sanctorum posti dai primi evangelizzatori della zona. È comunque ricordata ancora in un atto notarile del 1496 come «chiesa di S. Agata, ora chiamata di S. Matteo». Come scrive Paolo Guerrini: «La pieve di Gavardo, come tutte le altre pievi, doveva avere un "ospedale" od "ospizio" per i poveri pellegrini e per gli infermi, governato dal capitolo della pieve con a capo l'arciprete, ma indipendente nella sua amministrazione. Credo che l'ospedale della pieve di Gavardo sorgesse a Villanuova e fosse precisamente dedicato a S. Matteo apostolo, come il Lebbrosario che sorgeva al porto del Naviglio sotto le mura di Brescia, nelle vicinanze di porta Torrelunga».


Verso la metà del sec. XVI è vivo il proposito di edificare, in luogo della chiesa di S. Agata, la chiesa di S. Matteo. Infatti il notaio Giovanni Maria Turrini registra alcuni testamenti che dispongono legati in denaro da devolvere alla chiesa, «quando si fabbricherà». Per la chiesa di S. Matteo, già di S. Agata, Venturino de Turini di Salò, come si legge in un atto notarile dell'11 aprile 1496, aveva lasciato al Comune un prato «col ricavato del quale si doveva far celebrare Messe a altri Divini Offici». Sono gli anni nei quali la vita religiosa prende respiro. Probabilmente, come si legge in una piccola lapide, nel 1502 viene edificata in contrada Valverde una cappella dedicata alla Madonna e poi più specificatamente a S. Maria Assunta. Nella prima metà del secolo, nella chiesa di S. Matteo viene eretta la Scuola del Corpo di Cristo (o del SS. Sacramento) alla quale vengono destinati cospicui legati quali quelli di un Bonvicini (24 marzo 1550) e di Antonio Turini (10 settembre 1559). Questi dispone anche che vengano distribuite quattro some di frumento ai poveri. Nella seconda metà del sec. XVI l'aumento della popolazione convince l'autorità ecclesiastica a concedere più autonomia dalla pieve di Gavardo. Infatti, visitandola a nome del vescovo Bollani il 17 settembre 1566, mons. Girolamo Cavalli sottolinea che «per concessione» vi vengono amministrati i sacramenti, indica come presente don Gaspare Zanetti, indica la chiesa addirittura come «parrocchiale», sottolinea che esiste il progetto di una nuova chiesa proposto dal vescovo stesso. Dal marzo 1572 incomincia la registrazione dei battezzati, dei matrimoni e dei morti, anche se nella visita di mons. Pilati del 3 maggio 1573 si descrive come «capella plebis de Gavardo» senza dotazione di beni, il cui curato è sostenuto dalla vicinia con uno stipendio di 20 ducati.


Visitando Villanuova il 19 marzo 1580 il vescovo Dolfin trova la chiesa di S. Matteo non consacrata e appena edificata. Vi si conserva assiduamente il SS. Sacramento, ha il Battistero che però è «incongruo» e non regolarmente collocato. Ha tre altari: il maggiore, quello della Scuola del Corpo di Cristo, non eretta canonicamente, e quello della Madonna del Rosario. Esiste una sagrestia e il cimitero è regolarmente chiuso. La chiesa non ha redditi. Nel suo ambito esistono una chiesa di S. Maria, da lungo tempo incominciata, ma non mai completata sulla facciata e una chiesa di S. Zenone che si ritiene fosse un tempo parrocchiale, ma che è ormai in rovina. Gli atti della visita registrano che la popolazione in antico riceveva i sacramenti nella pieve di Gavardo e che l'arciprete provvedeva a far celebrare messe nella chiesa grazie al ricavo di alcuni campi esistenti in Villanuova, con un reddito annuo di libbre 50, provvedendo a mantenere un sacerdote per la cura delle anime, mentre l'arciprete di Gavardo continuava a godere tali beni senza gli oneri sia della curazia, sia delle celebrazioni.


Il cardinale San Carlo Borromeo riceve, il 12 novembre 1580, nel convento di S. Domenico in Brescia, una delegazione degli abitanti di Villanuova che gli fa presente tutti i disagi cui la numerosa popolazione (450 abitanti) è sottoposta per accedere alla pieve di Gavardo lontana un miglio. I messi chiedono di «dimembrare» i pochi beni stabili che la pieve possiede a Villanuova e di «applicarli perpetuamente alla detta nuova parrocchia»; promettono che «ogni anno perpetuamente gli homeni daranno et pagheranno al detto curato di Villanuova tutta quella quantità di danari che sarà promessa per detti procuratori de moneta bresciana, similmente per dote perpetua di detta chiesa et in aggiunto di sustentare la vita di detto Curato a ciò non habbia a mendicare la sua mercede da tutta la Vicinanza con di lui grandissima spesa et travaglio, et di più prometter ancora di reparar et ornar la detta chiesa et perpetuamente mantenerla reparata et ornata insieme con la casa e di provederle di tutte le cose necessarie ad una parrocchiale». Promettono ancora di corrispondere dieci scudi d'oro per il mantenimento del curato parroco. Da parte sua, lo stesso giorno, don Giacomo Costa, «curato mercenario» della chiesa di S. Matteo, dona per lo stesso scopo alla chiesa, irrevocabilmente, con atto notarile, riservandone, vita durante, l'usufrutto alla sorella Marta, dodici pezze di terra in contrada Volta al Manusotto, ai Caserotti, al Dossel, alla Pirletta.


Accettato quanto promesso, S. Carlo fissa «in dieci scudi d'oro l'annuo contributo della Vicinia al nuovo beneficio parrocchiale ed il giorno stesso stende il decreto di creazione della nuova parrocchia dichiarandola smembrata da Gavardo, salvi i diritti e le consuetudini della pieve». Nel 1589 vengono completate le pratiche burocratiche per la definitiva costituzione del beneficio. A primo parroco ufficiale viene nominato, il 30 ottobre, don Alberto de Chiodis. Alla sua rinuncia nel 1593 viene nominato don Giacomo della Costa, di Villanuova.


Intensa è la vita parrocchiale durante i secoli XVII-XVIII. Tra i parroci si rivela, per zelo, don Giovanni B. Faustini (1621-1655 c.) che nel 1630 visse la tragedia della peste che fece duecento vittime, ma che vide anche il rifiorire della parrocchia. Gli atti delle visite pastorali del Seicento registrano un'attività intensa delle confraternite, a volte in dissidio con il parroco. La parrocchiale si arricchisce, il 22 ottobre 1706, della cappellania fondata da don Bartolomeo Gaidoni, il quale destina tutti i suoi beni («case, casaggi, prati e monti») per la celebrazione di quattro messe la settimana, volontà che vengono confermate, con varianti, dal nipote Giovanni Andrea Gaidoni in data 22 marzo 1739. Un testamento di Margarita Triloni del 29 maggio 1717 istituisce una cappellania intitolata a S. Cristina. Un'altra cappellania viene stabilita, con testamento, il 7 marzo 1738 da Bartolomeo Ragnoli.


Nel 1760 così si legge nella relazione presentata dal Rettore al suo Vescovo, Card. Giovanni Molin: «La chiesa parrocchiale ha quattro altari: il maggiore e quelli del SS. Sacramento, del Rosario e dei SS. Cristina, Prospero e Bonifacio. Esistono la Scuola o Confraternita del SS. Sacramento che provvede a far celebrare 200 messe (ridotte a 80), alla cera per le Messe e per le processioni, all'olio per la lampada del SS., ai paramenti e arredi del proprio altare e a dispensare "quartesei" di frumento ai poveri in adempimento ad un legato detto del Padre Cappuccino; la Scuola o Confraternita del S. Rosario che ha l'obbligo di far celebrare 208 messe (poi ridotte a 72) per un legato di Angela Zanobi, altre 12 riservate al parroco, oltre che al mantenimento dell'olio e della cera per il proprio altare. Obblighi di messe ha anche l'altare dei Santi. Oltre al parroco vi sono in parrocchia due cappellani. La dottrina cristiana è "frequentata e ben incamminata". Non vi sono, in parrocchia, né inconfessi, né concubini, né sospetti d'eresia, né meretrici, né pubblici bestemmiatori o pubblici usurai».


Nei primi decenni dell'800 viene affrontato il problema della ricostruzione della chiesa parrocchiale. Già nel 1823 si provvede ad una "perizia", cioè a una valutazione della spesa ed a fare "un bilancio" della quantità delle entrate derivanti dalla fiera di S. Matteo, del ricavato delle questue, del fieno, del denaro e di altre raccolte. Viene verificata una disponibilità di 3.806,15 lire e un preventivo di 3.450 lire. Si discute animatamente e si raccolgono firme pro e contro i due primi progetti presentati dai tecnici Della Torre, Vita e Giovanni Gozzoli (si scoprirà poi che questi è un semplice falegname) e ci si appella all'arch. Antonio Vigliani perché dirima i contrasti. Viene anche costituita un'apposita commissione ed infine si ricorre al vescovo. Finalmente si incomincia. In data 24 aprile 1828 sul libro dei morti si legge: «In questo mese fu atterrata la Chiesa vecchia e si son fatte le fondamenta per erigerne una nuova. Ci sono partiti e questioni sopra i disegni, ma si spera nel Signore di superarli». E in data 8 dicembre 1828: «Mediante il lavoro di sette mesi la fabbrica della Chiesa fu spinta alla sommità e posta al coperto». All'impresa concorre tutta la popolazione; gli operai dei filatoi offrono quattro giornate festive di lavoro. Nel 1834, in una nota inserita nel libro dei matrimoni, si legge: «In quest'anno si è dato compimento alla Parrocchiale che fu di molta consolazione degli abitanti e che ha dato motivo di sorpresa a tutti come di fatti non si dà esempio che un paese di 400 abitanti, e la maggior parte poveri, sia stata capace di erigere dalle fondamenta una Parrocchia, e con sei mesi di lavoro per tre anni 1828, 1832 e 1834, portata a termine, e resa officiabile...».


Nel 1840 è pronto anche il concerto di 5 campane (in la maggiore con ordine diatonico La/Si/Do/Re/Mi) costruito dalla ditta Innocenzo Maggi di Brescia che sostituisce le due precedenti e che il maestro Giovanni Lodrini dichiara «di una voce squillante ed argentina». La vita parrocchiale corre tranquilla fin verso la metà del sec. XIX. Attenta la cura del clero ai problemi dell'industrializzazione, denunciati dal parroco don Domenico Achille, già nel 1888, in occasione della Visita pastorale del Vescovo di Brescia Giacomo Corna Pellegrini. Così egli scrive: «il paese è buono, ma la concorrenza dei forestieri pei lavori del Cotonificio vi introduce elementi deleteri per la fede e la morale ... la popolazione è variante per le frequenti mutazioni di individui e di famiglie». Ancora nel 1910 sempre da Villanuova si rammenta come «purtroppo l'agglomerato dei forestieri non favorisce esempi di moralità e di fede». Di fronte a questi "pericoli" don Achille provvede, fin dagli anni '80, a chiamare nel paese ben tre Congregazioni religiose femminili. Giungono per prime le suore "Figlie della carità" di S. Vincenzo de' Paoli alle quali viene affidata l'assistenza alle operaie del setificio Varisco. Tra esse si distingue, per un atto di eroismo che fa clamore, avvenuto il 21 maggio 1886, la superiora suor Angelica Pissarello. Ella ha succhiato con coraggio una profonda ferita di un bambino morsicato da un cane idrofobo, salvandolo da un'atroce morte. Il bambino e altri due morsicati, però in modo più leggero, verranno, grazie ad una sottoscrizione pubblica, mandati a Parigi per essere curati dal celebre prof. Pasteur. (In municipio è conservato un ritratto di Pasteur con firma autentica donato dal nipote di Bartolo Micheli esponente di una famiglia villanovese proprietaria di un setificio attivo nel 1800 che lo aveva avuto direttamente dallo scienziato che aveva compiuto molti studi su un morbo che decimava i bachi da seta).


Nel 1890 le Suore delle Poverelle assumono la conduzione del convitto operaio e la scuola diurna di lavoro. Nel 1896 fanno il loro ingresso le suore Ancelle della carità che si accollano la guida dell'asilo infantile. Le Poverelle continuano la gestione del convitto per le operaie del CBO. Don Lorenzo Ambrosi, parroco per 53 anni (1891-1943), allievo prediletto di Mons. Pietro Capretti, zelantissimo, dà un'impronta religiosa profonda al paese. Egli, oltre che a provvedere all'assistenza religiosa ed educativa in particolare della gioventù operaia, promuove numerose altre attività.


Negli anni di tensioni anticlericali, animate da esponenti del liberalismo zanardelliano e del socialismo, giganteggia la presenza di don Ambrosi e del curato don Domenico Baronio. Con attenta cura pastorale il parroco affronta una massiccia, nuova immigrazione che vede aumentare, dal 1921 al 1931, la popolazione di un 30 per cento per cui, come sottolinea don Ambrosi, «la concorrenza da ogni parte e l'agglomerato di tante persone aumenta occasioni e pericoli specialmente per l'incauta gioventù». Per iniziativa del curato don Giacomo Pasinetti, viene costruito un Ritrovo, aperto nel 1911 nella festa di S. Giuseppe, dove trova sede il Circolo presieduto da Giovanni Tiboni, che il 28 maggio inaugurerà la bandiera con 115 soci e che nel 1912 viene aggregato alla Gioventù Cattolica Italiana. Nel 1919 il curato don Abbaiatini promuove la prima filodrammatica luventus" che edita un proprio giornaletto dal titolo "Lo Stridente" curato da Domingo Lucchini e Rino Ravasio. Per la gioventù femminile, nel 1929, viene aperta una scuola di lavoro e nel 1930 è fondata la Gioventù di azione cattolica femminile.


In occasione del Natale del 1924 il vedere la gente stipata all'inverosimile nella chiesa con molti fedeli rimasti all'esterno, suggerisce a Don Ambrosi l'idea di costruire una nuova chiesa più grande che possa contenere tutti i parrocchiani. Adocchia subito il terreno, ottiene dal vescovo il via, affronta, il 19 febbraio 1925, il sig. Mazzini, proprietario del terreno e, con un po' di fortuna, riesce a convincerlo alla vendita. A Pasqua del 1925 don Ambrosi annuncia l'acquisto del terreno e la raccolta della somma necessaria. Egli è deciso a costruire una chiesa che all'esterno sia come quella di Predore e all'interno come quella della Pace di Brescia. Il progetto viene affidato all'ing. Egidio Dabbeni. Fin dalla fine del 1927 vengono accumulate pietre trasportate dal monte Covolo con una teleferica e al 18 novembre 1928 viene posta la prima pietra. Grazie al concorso generoso della popolazione e all'aiuto finanziario della N.D. Teresa Lazzaroni ved. Mazzini i lavori proseguono celermente compatibilmente con la complessità di un'opera che per la piccola parrocchia era certamente gigantesca. La chiesa viene inaugurata il 20 luglio 1943 e dedicata al S. Cuore di Gesù, del quale don Ambrosi è devotissimo. Per l'occasione viene benedetta anche un'area adiacente destinata al nuovo oratorio. L'11 giugno 1949 la chiesa viene consacrata. I lavori di completamente della chiesa hanno visto anche l'opera indefessa del curato, don Carlo Vezzoli, che è poi diventato parroco di Roncadelle. Egli vi ha dedicato anni di impegno e lavoro tanto che nella chiesa parrocchiale, nel primo altare di destra, una lapide lo accomuna a don Manfredini nel completamento della chiesa.


Un decennio soltanto dura il parrocchiato di don Paride Manfredini (1944-1954), ma più lunga la sua permanenza come curato (dal 1930). Di viva intelligenza e di grande zelo, potenzia l'Azione Cattolica e l'attività oratoriana femminile e, nel 1953, apre il Centro giovanile; nel 1946 promuove il bollettino parrocchiale "Lo Spirito". Tocca a lui, da parroco, proseguire i lavori nella nuova chiesa realizzando, in particolare negli anni 1946/47, il pavimento in marmo policromo ottenendo per questo l'impegno della popolazione, di tutte le associazioni esistenti e dell'amministrazione. Un'iscrizione, ai piedi del presbiterio, ricorda che l'opera è stata realizzata in ricordo dei Caduti di tutte le guerre. Ne raccoglie l'incarico un altro zelante sacerdote, don Angelo Maestri (1954-1989) che sviluppa in pieno la vita parrocchiale con assiduità e passione pastorale. Fonda il nuovo oratorio maschile, nel 1955 promuove il gruppo Scout e la Colonia montana. Fonda il Gruppo Caritas. Nel 1982-1983 dà vita ad un vasto restauro della chiesa parrocchiale nei dipinti, nell'organo e nelle suppellettili; viene posto in opera il nuovo portale maggiore della chiesa.


Intenso e ricco di frutti il parrocchiato di don Nicola Bragadina (1989-1997). Egli pensa a migliorare l'interno della chiesa parrocchiale che viene arricchita di sei vetrate ispirate alla Creazione, di nuovi confessionali, di nuove porte laterali. Instancabile e geniale, promuove una Fondazione per i Sacri Tridui (1992), il Presepio e la Via Crucis viventi, la processione "dei Santi", in onore di S. Matteo e S. Luigi, la Settimana Villanovese, la corale S. Matteo. Nel 1993 inaugura il rinnovato cinema teatro "Il Corallo". Sotto il suo parrocchiato viene pubblicata la "Voce della Comunità di Villanuova". Nel 1997 è parroco don Giacomo Franceschini. Fin dalle prime battute egli realizza il restauro completo dell'organo. Dedica molta attenzione al restauro conservativo di alcuni antichi e preziosi paramenti liturgici. Realizza, nel cimitero, la Cappella dei Sacerdoti utilizzando quella che era della Famiglia Mazzini e donata alla parrocchia dalle ultime discendenti, le sorelle Teresa e Maria Mazzini. Nella Cappella riposano i parroci degli ultimi 100 anni, tutti i sacerdoti villanovesi e sono ricordati anche i sacerdoti che passarono a Villanuova in benedizione. Don Franceschini ha arricchito la chiesa parrocchiale di due opere significative: un nuovo altare maggiore e un nuovo ambone ambedue in bronzo, opere di Edoardo Ferrari, figlio di Maffeo che aveva realizzato il grande portale principale. Sempre lui ha rinnovato la cappella dell'oratorio e ha ampliato il teatro parrocchiale ricostruendo a norma il palco, dotandolo anche dei camerini per gli artisti e rinnovando tutti gli impianti tecnici per poter utilizzarlo per commedie, spettacoli e concerti.




CHIESE.


PARROCCHIALE: S. CUORE DI GESÙ. Costruita dal 1928 al 1949 su progetto dell'ing. arch. Egidio Dabbeni, presenta una facciata semplice con grande arcone tra due doppie lesene, sormontato da un frontone corinzio. L'esterno della chiesa si presenta "non finito": le pietre ricavate dal Covolo sono "a vista" non per scelta, ma per mancanza di fondi. Il progetto del 1928 prevede la costruzione di un portico con colonne in marmo ed una semplice cupola, rivestimenti in marmo delle lesene della facciata e, per la scala che dal sagrato sale alla chiesa, uno splendido rivestimento in granito. Non è mai stato costruito un campanile. Il portale in legno e marmo posto nel 1984 è opera di Maffeo Ferrari. Sui due battenti in rame bronzato sono raffigurati: Dio che consegna sul monte Sinai le tavole della legge a Mosè e Cristo che sul monte delle Beatitudini perfeziona l'antica legge con la sua legge, quella evangelica. Sulla fiancata destra e sinistra rispettivamente la Madonna Assunta e San Matteo, i due patroni di Villanuova. I pannelli di base sono occupati dalla simbologia classica dei quattro evangelisti: l'angelo di Matteo, il leone di Marco, il vitello di Luca e l'aquila di Giovanni.


L'interno (m. 52 di lunghezza e m. 18 di larghezza) riecheggia lo stile della chiesa della Pace di Brescia. Lungo la navata, in nicchioni, stanno 12 statue in marmo vicentino raffiguranti gli Apostoli. Le 14 Via Crucis sono artistiche "formelle in altorilievo di marmo". Sulla parete interna, al fondo della chiesa c'è un grande altorilievo in marmo (m. 8 x 4) che rappresenta '"Ultima cena", riproduzione del celebre dipinto di Leonardo. Sono appesi, inoltre, una Deposizione (olio su tavola, cm. 114 x 194) del sec. XVI; un'altra Deposizione (olio su tela, cm. 195 x 142) del sec. XIX; la Beata Vergine in gloria con i SS. Giovanni Battista e Antonio da Padova (olio su tela, cm. 148 x 235, del sec. XVII). Le vetrate, poste negli anni 1995-1997 su bozzetti dell'ing. Poli, riproducono motivi allegorici sul tema della Creazione.


Nel primo altare di sinistra troviamo una deposizione (olio su tela) e la splendida teca in vetro che contiene una "Maria Bambina" in fasce, il tutto in una magnifica soasa in legno dorato e poggiato su un mobile nello stesso stile. La teca proviene dalla chiesetta delle Suore Ancelle della Carità che è stata trasformata in sala riunioni per il comune. Nello stesso altare troviamo uno splendido Cristo in croce a grandezza naturale che, al momento dell'inaugurazione della chiesa, era collocato dietro l'altare maggiore con funzione di pala. Dono del Lane Gavardo.


Il secondo altare a sinistra è dedicato alla Madonna. Di stile neoclassico in marmo bianco e verderame, ha una semplice mensa limitata ai lati da due mensole sporgenti e il tabernacolo a tempietto. La soasa è costituita da sei colonne coniche che sostengono un frontone ornato da putti e statue allegoriche. Due statue dello stesso tipo affiancano la soasa, raffiguranti la Fede e la Speranza. La pala, raffigurante la "Madonna con Bambino e devoti" (olio su tela, cm. 185 x 380) è di Dalle Ceste, 1949.


Nel terzo altare di sinistra è stata collocata la grande statua a grandezza naturale di S. Giuseppe, proveniente dalla chiesa di S. Matteo.


Nel primo altare di destra una lapide ricorda l'impegno per il completamento della chiesa di don Carlo Vezzoli e don Paride Manfredini, per molti anni curati a Villanuova. Nel terzo altare di destra è collocato il fonte battesimale. Nel secondo altare di destra c'è un altare gemello del secondo di sinistra, con marmi, colonne e mensa identiche. Vi è collocata la pala che era nella chiesa di San Matteo. Negli altari, quadro della Madonna col Bambino e i SS. Giovanni ev. e Rocco (olio su tela, cm. 153 x 275), di Francesco Paglia. Il presbiterio è dominato da un affresco senza soasa raffigurante il Redentore, opera di Luigi Filocamo. L'altare in stile neoclassico, con mensa mossa ai fianchi da due mensole sporgenti, porta al centro un tondo con raffigurato l'Agnus Dei. Il tabernacolo è a tempietto. L'altare per le celebrazioni è stato benedetto dal vescovo Mons. Giulio Sanguineti nel giugno 2006. L'altare, in bronzo, è caratterizzato dalla croce, strumento di salvezza, nella quale è stata innestata, in rilievo, la vite che, con i suoi sette grappoli d'uva, indica l'universalità della salvezza compiuta da Cristo che si immola sull'altare. Sul blocco di bronzo c'è la mensa vera e propria costituta da una lastra di marmo rosso di Verona. Per Natale 2006 è stato collocato anche il nuovo ambone, sempre in bronzo, che è arricchito da un angelo, il messaggero della parola di Dio. Le due opere sono di Edoardo Ferrari.


L'organo, trasferito dalla chiesa di S. Matteo, è da alcuni attribuito a Giuseppe Alchisio di Como e, invece, da Ezechiele Podavini, alla scuola o bottega del bresciano Giovanni Tonoli, mentre al numero 115 del catalogo degli organi fabbricati da Gaetano Callido è segnato nell'anno 1776 uno strumento di "Villa Nova, parrocchia". Venne riparato nel 1871 da Carlo Nava, modificato e trasferito nella nuova chiesa nel 1942-1943 da Armando Macca. Nel 2002 è stato completamente restaurato dalla ditta Inzoli di Crema. In sagrestia si conserva un quadro raffigurante la Madonna e S. Filippo Neri (olio su tela, cm. 140 x 200) di Angelo Sala e un altro raffigurante S. Caterina di Alessandria confortata dagli angeli (olio su tela, cm. 110 x 157) del sec. XVII. In canonica è conservato un quadro (olio su tela) raffigurante la Madonna Addolorata di Antonio Gandini (sec. XVI).






S. MATTEO APOSTOLO. Da quanto si desume dal codicillo di un testamento in data 11 aprile 1496, dovrebbe trattarsi della nuova dedicazione di una più antica chiesa dedicata a S. Agata. Il vescovo Bollani poi nella visita pastorale del 18 settembre 1566 ordinava che fosse riedificata secondo la forma da lui prescritta. Venne poi riedificata nella struttura attuale, come si è ricordato, nel 1834-1840. Venne consacrata dal vescovo mons. Gaggia il 22 agosto 1920. La facciata è scandita da lesene in aggetto con capitello corinzio che sorreggono un frontone ottusangolo ornato da mensola a foglie d'acanto. Agli ingressi laterali vi sono due portichetti con colonna in pietra. L'interno è ad unica navata suddivisa in tre campate separate da arconi poggianti su lesene a capitello dorico. Termina in ampio presbiterio a catino semicircolare. Le decorazioni molto rovinate sono state eseguite nel 1893. Entrando, sul lato di sinistra si incontra altare di S. Teresa del Bambin Gesù. Eretto nel 1893, in muratura, con tracce di ornamenti o pitture con un'ancona dipinta a finte colonne reggenti una trabeazione sormontata da un mascherone. Il secondo altare è dedicato a S. Giuseppe. Porta la data 1900. È costruito interamente in graniglia secondo uno schema neorinascimentale. La mensa è retta da volute ed è sormontata da un'ancona con timpano ottusangolo poggiante su lesene. Affiancano la soasa le statue delle virtù della Temperanza e della Fortezza. L'altare maggiore, in stile neoclassico, presenta una mensa con croce lobata al centro, un bel tabernacolo con colonnette in marmo giallo, a capitello composto e una cupoletta a linea mossa. Interessanti sono i sovralzi degli inizi del sec. XVIII con motivi naturalistici (uccelletti, rose, grappoli d'uva, spighe) su fondo bianco. Scendendo sul lato destro, si incontra l'altare della Madonna del Rosario. Completamente in stucco, con una semplice mensola, ha un'ancona ricca di stucchi floreali che ornano colonne e trabeazioni di ispirazione classica. Segue l'altare del S. Cuore di Gesù. Della fine '800, è ricco di festoni fioriti legati da nastri e pendenti da teste di putti. Nella cimasa arcuata, un cartiglio ornato di volute d'acanto. L'ancona accoglie la statua del S. Cuore. La chiesa attualmente è inagibile in seguito al terremoto del 2004. In essa sono rimasti solo i banchi e ciò che non era trasportabile. La pala dell'altare maggiore, le statue e gli altri quadri si trovano nella chiesa parrocchiale.




S. MARIA ASSUNTA IN VALVERDE. Venerata chiesetta, o meglio santuario, esistente nella contrada" di Valverde (v.) probabilmente dal 1502, data che si legge in una piccola lapide murata sulla parete destra del presbiterio. Non era ancora finita alla data della visita del 18 settembre 1566 del vescovo Bollani, che rileva la necessità che sia «portata a compimento o chiusa». Ancora nelle stesse condizioni si trova alla data della visita apostolica di S. Carlo Borromeo (19 marzo 1580) che rileva come la costruzione sia stata «già da lungo tempo iniziata, ma non ancora finita» e come risulti ancora aperta nella parte anteriore. Le visite pastorali del '600 registrano necessità di restauri e di manutenzione più attenti e della sorveglianza sulle offerte. Alla chiesetta non sono mancati legati, da quello di una certa Cocha che lascia alla «B.V. di là del Ponte un ducato» a quelli già ricordati di don Bartolomeo Gaidoni (1706) e di Bartolomeo Ragnoli (1738), ed altri. Legati che vedono presenti, salvo nei momenti di difficoltà per lo stato del ponte, numerosi cappellani i cui nomi compaiono segnati sul legno di un vecchio armadietto. La data del 21 giugno 1691 incisa sullo zoccolo dell'altare indica come la chiesa, già completata, sia stata poi arricchita. La data 1706 incisa sulla campana indica probabilmente anche la costruzione, poco tempo prima, del piccolo campanile. Nuovi interventi sono indicati nella data 1786 che si legge all'esterno di una finestra. Restauri con la riscoperta di affreschi richiamati e restaurati dal villanovese Angelo Leali sono stati eseguiti nel 1973. Nel 1982 è ritornata in auge la sagra dell'Assunta o "festa de là del pont". Nel 1985 viene costituito un comitato per il restauro. Nel 1987 vengono poste sul campanile due campane in luogo di quella già esistente e che, nascosta durante la II guerra per sottrarla alla requisizione, nel riporla sul campanile si era incrinata. Nel 1997 si sono conclusi i lavori di restauro della chiesa e degli affreschi. La chiesa si presenta, secondo comuni canoni rinascimentali, con facciata a semplice linea a capanna nella quale si apre un portale architravato e una finestra a mezzaluna. La navata, unica, è coperta da travature poggianti su un arcone. Il presbiterio ha volta a crociera. Nel sottarco del presbiterio sono raffigurati Mosè e i SS. Ambrogio, Martino, Girolamo e Giovanni Battista. Nella volta a crociera, tra grottesche e candelabri, sono dipinti i quattro evangelisti, i dottori della Chiesa e, in un muoversi di angeli nell'occhio centrale, il Cristo Pantocratore. Sul lato di destra dell'altare è dipinta S. Agata. Sulla parete di sinistra del presbiterio è raffigurata la Madonna in trono col Bambino e i santi: Antonio ab., Rocco, Antonio di Padova e, inginocchiati, due offerenti. L'altare, che porta incisa la data 1694, presenta un paliotto raccolto in una ricca cornice con intagli a ghirlande e al centro una quadratura linea a fiori dipinti. La soasa è a colonne tortili e ricca di intagli e festoni di fiori e di teste di putti. Il fastigio porta un tondo nel quale è dipinta l'Assunta sorretta da angeli e si conclude con volute e teste di putto. Al centro il quadro (olio su tela) con la splendida Madonna di Valverde.




MADONNA DELLA NEVE. v. Prandaglio.


S. AGATA. Una delle prime chiese, forse uno dei "loca sanctorum" sorto nella prima evangelizzazione della zona, compare come dedicata a S. Agata, «ora chiamata S. Matteo» in un atto testamentario dell'11 aprile 1496 di un Venturino de Turini di Salò che lascia al comune un prato in contrada del Molino. La devozione alla santa è testimoniata, del resto, in un affresco del presbiterio di S. Maria di Valverde.




S. ZENONE. Sorgeva sulle pendici del Monte Covolo ed è ricordata la prima volta nella visita di mons. Pilati del 31 maggio 1573 come "Ecclesia in S.ti Zeni in monte Moncovel". Gli atti della visita di S. Carlo Borromeo (19 marzo 1580) registrano ancora l'esistenza dell'«oratorio di S. Zenone che si dice fosse una volta la chiesa parrocchiale; attualmente tutto in rovina, né consacrato». Gli atti della visita del vescovo Marino Giorgi del 12 ottobre 1597 lo registrano appena; mentre la relazione del parroco don Carlo Cattaneo per la visita del vescovo Marino Giovanni Giorgi (6 ottobre 1667) lo dice «quasi del tutto diroccato» e nel quale «non vi si trova altro che la pietra dell'altare». A sua volta nel 1976 Angelo Cocca ("Villanuova nel tempo", p. 60) testimonia di aver visto, in una sua visita, alcuni resti di «muri perimetrali a poco più di un metro dal livello del terreno» e il pavimento «abbondantemente coperto di sterpaglie e detriti».




CAPPELLA DELLE SUORE ANCELLE. Sull'altare in una lunetta (cm. 140 x 65) il Padre Eterno circondato da angeli e nella pala (cm 215 x 170) il Crocifisso con sullo sfondo la Madonna e S. Maria Crocifissa in adorazione, opera di Angelo Rubagotti (1954). La cappella non esiste più. L'intero edificio è stato acquistato dal comune dopo la partenza delle suore Ancelle e ristrutturato per adattarlo alle proprie esigenze. La cappella è diventata un salone per riunioni e convegni. La pala è stata portata nella cappella della RSA mentre la teca con Maria Bambina si trova nella chiesa parrocchiale.




CAPPELLA DELLE SUORE POVERELLE. Realizzata all'ultimo piano del "convitto" che ospitava le operaie del cotonificio che era appunto gestito dalla suore dell'Ordine delle Poverelle, era utilizzata sia per le esigenze delle suore che per quelle delle operaie. Nel convitto, infatti, si dormiva, si mangiava, ma si era anche istruite nel ricamo, nel cucito, nel comportamento ecc. In alcune occasioni le funzioni religiose potevano essere seguite anche dalla popolazione. Ha cessato la sua funzione con l'abbandono del convitto, non più necessario per i nuovi e rapidi mezzi di trasporto. Nel momento della ristrutturazione dell'edificio (trasformato in appartamenti) la chiesetta è stata eliminata.




CAPPELLA DELL'ORATORIO. Esisteva fin dalla costruzione dell'oratorio, ma nel 2006 è stata spostata, sempre nello stesso edificio, e resa più idonea all'attività oratoriana. Da segnalare due grandi sculture in legno su pannelli che le esaltano: un Cristo risorto e una Madonna con bambino.




CAPPELLA DELLA RSA. La Casa di riposo S. Francesco è un vasto complesso realizzato nei primi anni 2000. Ci sono mini appartamenti, ma importante è la RSA che può ospitare fino a 140 ospiti. La cappella del complesso merita la citazione anche perchè in essa è stata collocata la pala che si trovava nella chiesetta delle suore Ancelle.




CHIESETTA DI S. SEBASTIANO. Si trova in località Canneto. Edificio di linee semplici ha la facciata caratterizzata da una semplice porta con stipiti in pietra, sormontata da una finestra con vetrata policroma e una croce in rilievo. L'interno è una sala con tetto a capanna. Sul lato sinistro la piccola sacrestia e il campanile quadrato.




SANTELLA DEGLI ALPINI. Eretta in località Campagnana nel 1972, anno centenario della fondazione del Corpo degli alpini. Inaugurata il 15 dicembre. È a forma di tempietto ed è arricchita da una bella riproduzione della Madonna del Don.




SANTELLE. Il 7 luglio 2001, in località Canneto, in uno spiazzo di circa 2.000 metri quadrati, per iniziativa di Sergio Gozza, viene inaugurata una statua al santo Padre Pio a grandezza naturale.


In località Castello di Prandaglio viene mantenuta in buon stato una santella con l'immagine di S. Antonio di Padova (formella in cotto).


In Piazza Donatori di sangue è stata eretta un santella con una statuetta della Madonna Immacolata.




ECONOMIA. L'economia visse fino al sec. XV di agricoltura, pesca, caccia. Nel 1898 lo Strafforello ("La Patria", Provincia di Brescia e Bergamo, p. 462) rilevava come «il territorio di questo Comune, molto fertile, produce viti, cereali, gelsi, frutta, foraggi e castagne. L'allevamento del bestiame e la produzione dei bozzoli sono in luogo le industrie di maggior sussidio alla produzione diretta del suolo». La vite ha predominato per secoli, dando vita anche, agli inizi del sec. XX, a piccole aziende enologiche, ma scomparendo quasi del tutto durante la seconda guerra mondiale in seguito allo sviluppo edilizio che le ha tolto quasi tutto lo spazio. Dal sec. XVII importante risorsa fu costituita dalla coltivazione del gelso con l'allevamento del baco da seta che ha dato vita a filande e filatoi.


Sotto il profilo dell'economia agricola può aver rilievo l'esistenza, nel territorio di Gavardo, vicino a Villanuova, della tenuta "La Marsina" o "Marcina" che fu il fulcro dell'attività dell'agronomo Camillo Tarello (v.), autore dei "Ricordi di agricoltura" conosciuti in tutta Europa. Il predominio dell'agricoltura si è andato incrementando, sia pure lentamente, con lo scavo, nel 1492, della seriola derivata dal Chiese che animò dapprima il Molino del Comune e poi, come registra il "Catastico" del Da Lezze del 1610, una fucina del Comune ed altre «"fusinette" di privati dove si fanno chiodi» e mantengono «molte persone della terra». La situazione di convivenza e anche di concorrenza tra l'attività manifatturiera e l'agricoltura diventa sempre più evidente nel sec. XVIII. Nel 1750 sono presenti, oltre il mulino a 3 ruote, due fucine da chiodo, una fucina "di ferro", 2 telai "di tela" ed un filatoio. La preminenza dell'industria della seta si accentua rapidamente.


Nel 1768 sorge, per iniziativa di Carlo e fratelli Lolli, un setificio che nel 1771 è dotato di 40 fornelli dei quali 15 all'"uso piemontese" e gli altri all'"uso bergamasco". Un filatoio con due lavoranti e quattro donne esiste dal 1775 di proprietà di Andrea Venturini e dei fratelli. Analogamente Angelo e Francesco Albani dichiarano di avere alle loro dipendenze «venti donne e molte altre a casa». Inoltre gli Albani gestiscono un filatoio di proprietà di Matteo Moretti eretto nel 1785. Ancora, Angelo Guglielmi, proprietario di un filatoio tra Villanuova e Gavardo, afferma di dar lavoro a «cinque esercenti e a dieci donne binatrici». Tuttavia già nel 1795 a Villanuova i filatoi sono ridotti a tre: quello di don Antonio Venturini (5 bacinelle), l'ex Lolli, ora di Giovanni Francesco Bendotti (36 fornelli, il maggiore della provincia) e quello di Angelo Guglielmi (6 fornelli). Nell'800 ha notevole sviluppo la produzione serica con la presenza di quattro attrezzate filande, tra le quali si distingue quella di Angelo Guglielmi che è la prima a installare, nel 1824, nel Bresciano una macchina a vapore per alimentare 30 bacinelle. Nel 1854 il catasto austriaco registra cinque filatoi «da seta ad acqua con casa»: di Caterina Materzanini ereditato dal padre e condotto ora dal marito Civati; di Giovanni Benini; di Antonio Venturini; di Angelo Aderenti; di Giovanni Ferrari; inoltre un "maglio ad acqua" di Pietro Facchini, mentre si costruisce un altro maglio da ferro ad acqua che però non verrà completato. Nel 1861 esistono quattro filande: tre di proprietà del Pio Luogo Casa Industria di Brescia (per lascito di Giovanni Benini) e una quarta in via Bianchi, mentre una quinta risulta inattiva.


Una svolta è rappresentata nel 1883 dalla nascita di una grande industria: la società "Sala Ottolini e C.", poi "Ottolini fratelli e C." (v.) e dal 1903 "Cotonificio Bresciano Ottolini" (v.) che domina per cento anni la vita economica e sociale e anche amministrativa del paese. Si aggiunge il 27 giugno 1889 la fondazione, a Bostone, ai confini con Gavardo, del Lanificio di Gavardo s.p.a. (v.) che apre i battenti nel marzo 1891 e che diventa una tra le più importanti imprese laniere d'Italia. Alla fine dell'800, accanto ai due grandi complessi, sussistono il Setificio Varisco e Civati per la torcitura ed incannaggio della seta, con 200 fusi e 145 operai; una piccola fabbrica di attrezzi agricoli in ferro, con maglio, una conceria di pelli. È inoltre attiva la fabbrica di organzino di Giovanni Mattana. Funziona anche una cava di sabbia e ghiaia. Per decenni i grandi complessi e altre iniziative economiche dominano la vita della borgata.


Lo sviluppo industriale si accentua nel secondo dopoguerra. Nel 1947 nasce, in uno scantinato, la Tessilmeccanica; nel 1953 si costituisce la "Cooperativa granulati e mattonelle"; qualche tempo dopo nasce la "Bresciana Marmi". Attivo dagli anni '70 il Calzaturificio Export Due che nel 1983 ha 135 occupati, ma che due anni dopo è in liquidazione. Anche il calzificio CER che ha un'unità produttiva, da pochi anni fondato, è in crisi nello stesso 1983.


Nel settore metalmeccanico sono in attività la ditta Fratelli Goffi con 90 dipendenti che produce attrezzature per l'edilizia. Con la crisi dei due grandi complessi industriali si affermano piccole aziende artigiane. Nel 1990 si contano pure: la Sipla, materiale plastico; la MB di Basile Manfredi; la Eredi Bosetti; la Gardaflex di Grumi A.; la Cabru; Antonio Tedeschi Lavorazione acciaio inox; Diego Clementi; A.F.A. di De Giorni, fresatura metalli; Bresciani Elio e figlio, scale a chiocciola; Fer-Mont, carpenteria leggera; Fustellificio GARDABOX, produzione fustelle; Gazzorelli Emilio & C., roccatura filati; Ghirarduzzi SNC, carpenteria industriale; Photo Color House di Dragoni Carlo, laboratorio fotografico; Tecnoprint SAS di Dragoni Roberto, tipografia; Tedeschi S.R.L. produzione mobili in acciaio; Treccani di Treccani Davide & C. SNC, rivestimenti; Cavalleri Sergio & Figli SNC, falegnameria; Capoferri SNC, lavorazione materiale plastico; VOG International SNC, montature occhiali; Gigabyte SAS di Urbani Davide & C., calcolatori elettronici e simili; G.M. Garda Meccanica Srl, tornitura cilindri; T.S.T. SRL, riparazione macchine agricole; Ceretti Michele, fabbrica mobili ufficio; Hot Dog pubblicità, grafica computerizzata M.P.E., montaggi elettronici; M.P.S. di Poli Giuseppe, riparazioni meccaniche; Elnorm S.R.L., Produzione stampi; Non solo legno SNC, produzione serramenti; Bettini Bomboniere, produzione bomboniere; Orsi Lavorazioni meccaniche; GardaFrigor, riparazione frigoriferi; Imballaggi E.CO.BOX, produzione imballaggi; Creazioni sposa di Alghisi Nicoletta, confezioni sartoriali; Bebess SRL, produzione articoli per neonati.


Sono nate anche cooperative, fra le quali la CON.SA.VI che vede associati una decina di giovani imprenditori del luogo. Un nuovo insediamento artigianale, con 14 capannoni di medie dimensioni, è sorto presso la zona di Legnago, mentre capannoni artigianali sono sorti anche in località Bostone proprio a ridosso del vecchio Lane Gavardo e in via Fibbia oltre che sui terreni dell'ex CBO. La chiusura definitiva, nel luglio 1992, del Cotonificio Bresciano Ottolini lascia spazio ad uno sviluppo rapido del settore commerciale che sull'area dello stesso Cotonificio stabilisce un Centro che assorbe subito 250 persone, insieme ad una serie di attività artigianali, commerciali e di servizi che ne hanno fatto un polo di attrazione per la zona.


Intorno alla metà degli anni Novanta il Lane Gavardo viene acquistato dalla Grignasco di proprietà della famiglia Lombardi e diventa "Grignasco Garda" con attività ridotta. L'attività si sviluppa bene, ma la generale crisi del tessile porta anche la Grignasco Garda a chiudere nel 2004. Ora l'amministrazione comunale è alle prese con chi ha acquistato il complesso per concordarne il migliore riutilizzo. Non è mancato negli ultimi decenni un sostenuto sviluppo turistico incentrato nel 1973 nel Centro "Il Milanino" e in quello di "Monteleone", in stupende posizioni panoramiche in località Mezzane. Come sostegno allo sviluppo economico era stata costituita, dal settembre 1984, la Mostra Artigianale e Commerciale che allineava ogni anno numerosi espositori (ora non c'è più perchè assorbita nella Fiera di Gavardo e della Valle Sabbia che si tiene ogni anno in occasione del 1° Maggio).




PERSONAGGI. Tra i personaggi villanovesi spiccano alcuni scrittori quali Angelo Cocca e Vittorino Ravasio (1907 1982) (v.), che hanno dedicato la loro attenzione alla storia, alle tradizioni e costumanze del luogo; due commediografi, Emilio Mancanelli e Luigi (Gino) Ravasio. Tra gli sportivi si è soprattutto segnalato Renzo Bettini, contrattacco in squadre di serie A quali Brescia, Modena, Udinese, Palermo, Alessandria, Inter. Da ricordare anche Osvaldo Faustini, capitano della Squadra nazionale di corsa campestre che ha partecipato alla Maratona di Seul nel 1978 dove si è laureato Campione del mondo.


Un esempio di generosità fu Guido Cenedella, campione provinciale di corsa campestre, morto tragicamente il giorno prima della sua partenza per il Burundi per un periodo di volontariato. Villanovese era anche Bruno Corti, prima dirigente nazionale del sindacato UIL e successivamente, per due legislature, deputato al parlamento italiano. Gian Paolo Silvestri nel 2006 è stato eletto senatore della Repubblica.




PARROCI: Gaspare Zanetti di Muscoline (1566-1572); Giacomo Costa di Villanuova (1572-1581); Gerardo Crisante (1581-1589); Alberto Chiodi (1589-1593); Giacomo Costa di Villanuova (1593-1609); Gerardo Crisante (1610-1620); Gianbattista Faustini di Provaglio Sotto (1621-1655); Carlo Cattaneo di Desenzano (1655-1691); Angelo Chiodi di Sopraponte (1691-1704); Girolamo Bianchi (1704-1707); Girolamo Bonfacino di Villanuova (1707-1746); Bernardino Bianchi di Villanuova (1746-1758); Andrea Raineri di Sabbio Chiese (1758-1774); Bernardino Salomonini di Navazzo (1774-1814); Natale Prandini di Vallio (1814-1838); Benedetto Flocchini di Avenone (1838-1850); Giovanni Gabardi di Bagolino (1851-1863); Giuseppe Ghirardi (1863-1877); Domenico Achille (1877-1890); Lorenzo Ambrosi di Rezzato (1891-1943); Paride Manfredini di Corzano (1944-1954); Angelo Maestri (1954-1989); Nicola Bragadina (1989-1997); Giacomo Franceschini (dal 1997).




SINDACI - PODESTÀ: Baldassarre Aderenti (1861 - ?); Giovan Battista Mazzini (1889-1896); Teodoro Micheli (1896-1914); Francesco Tiboni (1914-1915); Bortolo Mazzini (1915-1918); Teodoro Micheli (1918-1923); Mario Vivi, Comm. Prefettizio (1923-1924); Mario Vivi (1924-1926); Mario Vivi, Podestà (1926-1940); Sebastiano Giordano, Podestà (1940-1943); Italo Tiboni, Comm. Prefettizio (1943-1945); Vittorino Ravasio, Sindaco C.L.N. (1945-1946); Giacomo Bosio (1946-1951); Gianni Bosio (1951-1965); Giuseppe Sandrini (1965-1970); Pietro Albertini (1970-1985); Aldo Mora (1985-1988); Ermido Cocca (1988-1995); Bortolo Belli (1995-2005); Ermanno Comincioli (dal 2005).