VETRAI, Vetrerie

VETRAI, Vetrerie

L'arte vetraria fu introdotta dopo il Mille dall'Oriente anche in Venezia e si concentrò particolarmente a Murano fin dal sec. XIII; non mancano però a Brescia precedenti di una presenza dell'arte vetraria fin dall'alto medioevo. È infatti ammirato un bellissimo medaglione in vetro dipinto che orna la croce longobarda del sec. IX proveniente dal monastero di S. Salvatore (o S. Giulia). Tuttavia di una vera e propria attività vetraria, benché abbondino materie prime, non esiste documentazione fino alla metà del sec. XV.


Nel 1450 i vetrai Pelipari di Pavia aprivano una fornace a Salò. Pressappoco negli stessi anni, un tentativo di introdurre in Brescia l'arte vetraria venne compiuto, con il dovuto permesso di Venezia, dal "moiolario" e commerciante in vetro Rossino Guainari. Costui, già benemerito per aver nel 1452 ottenuto da un banchiere ebreo la promessa di un prestito di 10 mila ducati richiesti da Venezia per la guerra contro lo Sforza, nel 1459 chiedeva di importare, da Venezia, la materia prima per fabbricare vetro. Il Consiglio dapprima fu incerto perché temeva che si mutasse il prezzo dei vetri, ma Rossino, due anni dopo, ritornò ad insistere per poter portare «ex Venezia meliaria dicte lumine gatini». Si vede che il permesso venne dato e Venezia non ebbe ragione di intralciare detto commercio, forse con l'impegno di limitarsi alla confezione di vetreria grossolana; infatti, nel 1469 (non erano passati dieci anni), il Consiglio decideva di comperare da Rossino Guainari vasi di vetro per misurare il vino. Però nelle molte provvisioni con le quali si chiedeva di importare tante migliaia «alumini gatini» è detto «pro pulchris vitris conficiendis» (per confezionare bei vetri). L'importante fu che il Guainari poté impiantare la sua officina e lo si protesse al punto che nessun oste «emerse possit aliqua vasa vitrea pro merturando vinum, nisi ab ipso Rossino...». Si era però sempre limitati ai modesti vasi vinari.


Nel 1466 in Salò è presente Pimbeno Mesolario; nel 1473 e negli anni successivi le Provvisioni del comune di Brescia ricordano un Marco «de li invetriatis» che colloca i vetri nel palazzo del Podestà. Negli stessi anni si hanno notizie di una vetrata istoriata del '500 con la Madonna della rosa, nell'occhio della facciata nell'omonima chiesa di Calvisano; in S. Filastrio di Tavernole si ricorda una vetrata antica con S. Antonio da Padova, un'altra era in S. Maria della Neve a Pisogne, restaurata nel 1939 dalla ditta Marengoni. Negli stessi anni acquistò particolare fama nell'arte vetraria Giovanni Antonio Caraffa o Graffa, i cui vetri egli vendeva a prezzo «di tanto argento quanto pesavano». La Serenissima, nel 1470, lo chiamò a Venezia con lauto stipendio. Dal suo cognome sarebbe derivato il nome a quel recipiente per liquidi che oggi ancora è chiamato "caraffa".


Nel 1507 il Comune di Brescia concedeva al notaio bresciano Bertolino Zambelli di vendere in piazza della Loggia «vasa vitria pulchra et alba» che si fabbricavano «ex industria et ingenio suo». Costui ebbe modo di ottenere più tardi da Venezia un vero e proprio monopolio per quanto riguardava la vendita dei vasi di vetro nella città e nel territorio bresciano, alla quale si dedicò abbandonando forse il notariato; ma le sue lettere patenti furono poi revocate a seguito delle proteste cittadine, in questo caso ispirate a criteri di un inconsueto liberismo. Tuttavia, come sottolinea De Maddalena, «nel quadro dell'economia locale per il secolo XVI non vanno neppure dimenticate, perché sempre attive con un buon giro d'affari, quantunque di minore importanza a paragone con la tessitura e con la siderurgia, le fornaci per la produzione di vetri, di terrecotte ed anche di ceramiche, le cui iniziative volte ad elevare il mestiere all'arte, pur isolate, ebbero l'appoggio del Comune, ma non quello di Venezia che sempre protesse i privilegi delle sue vetrerie» perchè, come è stato sottolineato, ai bresciani Venezia consentiva, di solito, la fabbricazione di soli vetri comuni.


Un rilancio relativo alla produzione del vetro, specie "di arte", non più ostacolato dalla città lagunare, si ebbe sotto il dominio francese, dal 1509 al 1512, per cui un Bernardino Tomasi (v.) o Tommasi di Gussago, espulso da Murano dove aveva imparato il mestiere, ebbe licenza e privilegio di foggiare vetri e cristalli bianchi, colorati, dorati, alla moda di Venezia e venne creato nel 1509, per le sue benemerenze, cittadino bresciano. Ma, come sottolinea Carlo Pasero, «non risulta che la nuova industria abbia avuto molto successo, forse per scarsità di materie prime e soprattutto di operai specializzati. Non che mancassero, tuttavia, a Brescia ed anche in provincia, come in Valle Sabbia, a Tremosine ed in altri luoghi, fornaci e vetrerie; ma qui si produceva soltanto la consentita merce comune, lastre da finestre e vasi ad opera di lavoranti generalmente immigrati dalle vicine province». Ebbero nome i Gritti, i Marchetti, i Bertocchi, i Pisani ed altri, padroni di fornaci, alcuni dei quali di origine veneziana.


Una stasi nella produzione del vetro si ebbe nel '600, durante il quale si registra la presenza di un "Mathio vitraro" (1603), Tomaso Tonelli di Nadro "vitrarius Brixiae" (1640). Nel 1640 esisteva a Provaglio di Sotto una vetreria fondata da Domenico Marchesi di Cesane che aveva imparato l'arte a Verona dal compaesano Gianbattista Comincioli detto Armeli, il quale, nei primi decenni del secolo, si era trasferito a Verona ove, dedicatosi all'arte vetraria, riusciva ad allestire una fornace bene avviata ed accreditata. Imparato il mestiere, il Marchesi ritornò a Provaglio, vi allestì una sua propria fornace, ebbe fortuna, e poté conservare le sostanze avite, trasmettendo l'arte anche ai figli Carlo (1670-1721) e Domenico (1697-1748). Domenico trasmise l'arte vetraria ai suoi tre figli, Antonio, Carlo, Alessandro, ma con poco frutto perché non vi era inclinato e più dedito al vizio della gola. I figli, privi per disgrazia, e non per colpa loro, della sostanza, vissero coi soli proventi dell'industria, ma poiché gli affari non erano floridi Carlo abbandonò il paese poco prima del 1762.


L'arte vetraria andò poi sempre più declinando. Agli inizi dell'800 le fabbriche di vetri nel Bresciano erano solo due: una in città e l'altra a Salò ed erano obbligate a rifornirsi di una parte della materia prima (vetri rotti) oltre i confini dipartimentali: l'importazione di 4 mila pesi (due terzi del fabbisogno) si risolse in un'uscita di 1.b. 16 mila. Nel 1857 era a Vestone, fondata dalla famiglia Bormioli, l'unica fabbrica esistente, che mise in mostra "preparati" nell'Esposizione di quell'anno. Diffusa invece la pittura su vetro che contò artisti come il Gigola e Angelo Francesco Mignani (v.).


Un rilancio dell'arte vetraria si ebbe pochi anni dopo. Nel 1863 nasceva la Vetreria Giovanni Rovetta, nella quale entrò Angelo Testori, che, resosi indipendente, ne fondò una tutta sua diventata poi "Vetraria Bresciana Testori e C." (v.) che andò sempre più ampliandosi. Ad essa si accompagnarono nel 1908 la "Vetreria Bontempi Novaglia" (v. Bontempi Novaglia), nel 1919 la Cooperativa lavoratori in vetro e affini, nel 1920 la Vetreria Bresciana Marengoni, la Vetreria Castelvedere, la Vetraria Angelo Conter (v.) nel 1935, la Vetreria Berther, le Vetraria Novaglia (v. Novaglia Pietro) nel 1944, la Vetraria Artistica Bresciana Fratelli Bontempi (1945). Queste vetrerie si distinsero per la fabbricazione di vetri istoriati ai quali diedero l'apporto della loro arte alcuni fra i più noti artisti del tempo: Trainini Vittorio e Giovanni, Palmieri, Ziller, Figini, Coccoli, Cantatore, Pescatori, Di Prata, Gatti, Ramorino, Prandelli, Tita Mozzoni, ecc. Più di impronta industriale sono le recenti vetrerie quali la Vetrodomus (v.) (1961), la Vetraria Bresciana Bontempi (v.) (1972), la Vetreria Valentini di Calcinato (1972), la Vetraria Novaglia Luigi e Figli (1973), la Vetraria Artigiana Gussaghese (1980) (v.), ecc.