VEROLAVECCHIA

VEROLAVECCHIA (in dial. Eröla o Veröla ècia, in lat. "Virolae veteris" o "Virola Vetula")

Centro agricolo e industriale della pianura sud-occidentale bresciana. Il nucleo dell'abitato (m. 65 s.l.m.) sorge sulla riva destra del fiume Strone, lambito a O della roggia Provaglia. Ha una superficie comunale di kmq 20,55. Dista 31 km da Brescia e 25 da Cremona, si trova a 1 km e mezzo da Verolanuova e ad 1 km dalla strada Brescia-Quinzano. Confina con i Comuni di Quinzano d'Oglio, Borgo S. Giacomo, San Paolo, Verolanuova, Pontevico, Corte de Cortesi (CR), Robecco d'Oglio (CR).


FRAZIONI: Monticelli d'Oglio (Montesèi) (v.); località: Villanuova (Vilanöa), Scorzarolo (Scorsaröl).


CASCINE: Aiguetta, Allevamento Aza, Allevamento S. Francesco, Allevamento S. Luigi, Allevamento S. Marco, Bersaglio, Bianca, Boschetti, Caccialoca, Campagne Sopra, Campagne Sotto, Dosso, Madonnina di Monticelli, Fenile Badie, Fenil Basso, Fenil del Bosco, Feniletto, Feniletto di Monticelli, Fenil Dario, Fenil Nuovo, Scorsarolo, Fenil Nuovo Villanuova, Fenil Parma, Fenile dei Pomi, Fenile Prestini, Fenile Ronchi, Fenile Telli, Fenil Vecchio, Fenile Longure, Fiorita, Forchetto, Malgherosse, Molesine, Molino rotto, Molino di Monticelli, S. Giacomo, S. Teresa, Ugona, Vittoria.


LA PARROCCHIA è dedicata ai SS. Pietro e Paolo Apostoli e in diocesi fa parte della Zona X Bassa Centrale Ovest.




ABITANTI (Verolavecchiesi, nomignolo: "i Bò"): 1500 nel 1493, 1500 c. nel 1565; 2000 c. nel 1572; 1800 nel 1610; 1143 nel 1637; 1700 nel 1727; 2122 nel 1791; 1773 ne1805; 1862 nel 1835; 2800 nel 1848; 3307 nel 1861; 3557 nel 1871; 3476 nel 1881; 3855 nel 1901; 3984 nel 1911; 4048 nel 1921; 4127 nel 1931; 4166 nel 1936; 4591 nel 1951; 3658 nel 1961; 3368 nel 1971; 3545 nel 1981; 3663 nel 1991; 3814 nel 2001.




Forse fu una fortificazione approntata ai tempi delle invasioni longobarde o ungare; sorse poi nel '200 una fortezza feudale nella quale venne edificata anche una chiesa dedicata a S. Maria Maddalena ed alle S. Croci. «Verolavecchia viene citata per la prima volta in un documento del 1194 ("Virola Vetula") mentre Monticelli d'Oglio è nominato in un diploma dell'anno 1022 dell'Imperatore Enrico II, quale feudo della famiglia Griffi», come si legge in Lorenzo Tartini ("Verolavecchia: la sua gente. Biografia di personaggi illustri", p. 7).


Comunità autonoma civilmente e religiosamente, già nel sec. XIV, governata da una vicinia con due consoli e un massaro, Verolavecchia fa parte del dominio visconteo della quadra di Quinzano, passa poi sotto il dominio sempre più forte dei Gambara, che hanno in luogo un loro castello il quale, nel sec. XIV, nei continui trambusti di guerra, fu ulteriormente fortificato.


La proprietà di Monticelli viene ceduta dalla potente famiglia dei Griffi, originaria della Valcamonica, nel 1411 ai Provaglio. Verolavecchia invece, con diploma del 10 aprile 1415 dell'imperatore Sigismondo, viene conferita, con Adro ed Erbusco, ai fratelli Giacomo e Giovanni Oldofredi assieme al titolo di marchese di Iseo del Sacro Romano Impero.


Ambigui fra guelfi e ghibellini, tra Visconti e Venezia, i Gambara accettano nel 1427 il dominio di Venezia. Verolavecchia è fra i paesi della Bassa bresciana che tra il 6 maggio e il 19 giugno 1427, dopo la battaglia di Maclodio, si sottomettono alla Serenissima, non senza tuttavia subire continui passaggi di eserciti. Ciò specialmente avviene nel maggio 1453 quando l'esercito milanese, guidato da Iacopo Piccinino, riprende il sopravvento nell'intera Bassa bresciana, compresa Verolavecchia, fino alla pace di Lodi del 1454, quando a Venezia viene riconosciuto il dominio su tutto il territorio bresciano.


Sotto Venezia Verolavecchia entra a far parte della Quadra e vicaria minore di Quinzano d'Oglio. Fuori dalle strade importanti, il paese vive decenni abbastanza tranquilli e di sviluppo economico-sociale. Accanto ai proprietari, specie cittadini, già presenti nel 1457, grazie ai lasciti della famiglia Testa in via di estinzione, si stanziano a Scorzarolo i frati domenicani del convento di Brescia. Momenti difficili Verolavecchia vive tra le morse della guerra "di Ferrara" (1482-1484) e specialmente nell'agosto 1484, quando, a difesa della pianura bresciana, il comandante delle truppe venete Roberto da Sanseverino si accampa a Verolavecchia e a Scorzarolo a difesa dell'Oglio, senza impedire che l'esercito milanese compia scorrerie «mostrandosi - come scrive l'Odorici - per le terre lungo l'Oglio, trascinando con sé di là dal fiume bestiami e derrate, mentre i miseri coloni fuggivano (3 agosto 1484) alla città traendo seco sui carri polverosi le tremanti famiglie». La pace di Bagnolo, di pochi giorni dopo (17 agosto 1484), segna un periodo di ripresa, interrotto dal 1509 al 1516 dalla guerra fra Francia, Spagna e Impero e da una terribile peste nel 1512-1513 che convince la popolazione, con atto del 15 marzo 1514, ad erigere un santuario a S. Rocco, patrono degli appestati.


Nonostante guerre e pestilenze lo sviluppo dell'agricoltura e dell'economia in genere porta, causa gli investimenti ad esso necessari, ad una sempre più fitta presenza di cittadini benestanti che investono nelle campagne le loro ricchezze, e che diventano proprietari di terre a scapito degli abitanti, mentre Venezia calca sempre di più la mano in tasse e dazi. Come ha rilevato Marcello Zane ("Verolavecchia: la sua storia", p. 187), «spesso i reggenti di Verolavecchia si rivolgevano al Podestà di Brescia (che aveva giurisdizione sulla vita civile e giudiziaria) o al Capitano (comandante delle forze militari e di "polizia") per vedersi diminuire tasse e dazi, per denunciare soprusi di una certa entità, per difendere i diritti acquisiti dagli abitanti contro eccessive ingerenze. Altrettanto numerosi sono i reclami e le interrogazioni rivolte ai funzionari della Quadra di Quinzano, al massaro o al cancelliere, per richiedere diminuzioni di contribuzioni di vario genere o replicare a richieste di denaro e servizi ritenuti esentabili per privilegi dì varia natura».


Interpellanze e appelli si moltiplicano per le più diverse ragioni. Così, ad esempio, nel gennaio 1516 rappresentanti di Verolavecchia con altri di Quinzano, Manerbio e Milzano sono costretti a ricorrere al Provveditore generale di Terraferma per protestare di essere costretti a contribuzioni e alloggiamenti non solo in proporzione al loro estimo, ma anche per le terre che lavorano per conto dei proprietari cittadini. Rapporti spesso tesi poi si verificano fra gli originari che formano la vicinia e il comune e i forestieri che vengono tenuti lontani il più possibile dall'amministrazione pubblica.


Venezia richiede non solo dazi e gabelle, ma anche soldati. Sappiamo, infatti, che alla guerra di Cipro e alla battaglia di Lepanto (1570), assieme a sette monticellesi, partecipano Venturino Ferrari, Domenico Girelli e Cipriano Spinoni, tutti fanti al comando dello "strenuo" capitano Camillo Brunelli. "L'abitante di Verolavecchia che veniva arruolato - come ha rilevato Lorenzo Tartini ("Verolavecchia: la sua gente" ..., p.24) rimaneva a disposizione del Leone di San Marco per ben 14 anni, presso la propria abitazione in tempo di pace, ma aveva l'obbligo di partecipare agli addestramenti ed alle esercitazioni con la dotazione di una spada e di un fucile recante lo stemma bollato di San Marco e del comune di appartenenza". Mentre le guerre sono sempre più lontane, il paese si sviluppa economicamente con continue opere di bonifica e di canalizzazione delle acque per l'irrigazione dei campi, mentre è in continua crescita la vita civile e religiosa, come attestano gli atti delle visite pastorali del tempo. Dominano dalla città o dalle periferie le famiglie cittadine dei Martinengo, dei Porcellaga, dei Lana, dei Barbisoni, mentre si fanno largo anche famiglie del posto come i Manera che accumulano un rilevante reddito, possiedono beni, case ed edificano un palazzo. I "cittadini" portano, a loro volta, le beghe e le faide della città. In lite per questioni di eredità, nel 1518, il conte Teofilo Martinengo arriva il 23 agosto a far incendiare la casa padronale e i fienili dell'avversario Porcellaga, e ad uccidere un certo Giorgio Iseo di Verolavecchia che si era incaricato di far luce sugli avvenimenti.


Non mancano tuttavia pause di vero terrore. Ad un'invasione di Zingari ed Ugonotti dal Cremonese, nell'aprile 1576, "l'àn dè la póra" (l'anno della paura) viene imputata una nuova diffusione della peste che devasta di nuovo la terra verolese assieme ad una carestia del 1591 e ad altre sventure che vedono la popolazione da 2000 anime nel 1572 ridursi a 1800 nel 1606. Il paese comunque si sviluppa, deborda sempre più dai confini medievali, delle cui strutture nel 1609-1610 il Da Lezze, nel suo Catastico, scrive che rimangono soltanto «un poco di castello e la massiccia torre che sfiderà i secoli». Fra le epidemie, la più devastante è probabilmente la peste del 1630, preceduta da una carestia senza precedenti, che insieme provocano la morte di un terzo della popolazione, cioè di circa 650 persone. Queste sono sepolte nella campagna a SO del paese dove viene eretto un tempietto detto dei "Mòrcc de la égna", "I morti della vigna", ora scomparso e sostituito negli anni Cinquanta da un sacello; sulla sua fronte si leggeva che «la gente moriva di fame e mangiava perfino il miglio e la crusca».


Dopo il flagello, la vita riprende come prima, senza che cambi la fisionomia del paese. Del resto, l'estimo del 1750 fornisce l'idea di una comunità solamente rurale, ma non del tutto povera, anzi di «relativa ricchezza». Vi vengono infatti registrati: tre maniscalchi, tre marengoni, quattro calzolai (due dei quali fabbricanti di zoccoli), due molinari, due osti, un notaio, un medico sia pure di «infima classe», tre sarti «di contadini», tre venditori di formaggi e sapone, ecc. Fin dal 1576 esiste una fabbrica di salnitro costruita dai salnitrai di Roverselle.


Nel tempo non torna più la peste, ma torna la guerra. Nel 1701-1706, come quasi ovunque nella pianura bresciana, anche il territorio di Verolavecchia durante la guerra di successione spagnola subisce angherie e latrocinii e requisizioni di eserciti di passaggio. Prese di mira le Malgherosse, il Fenil basso e, in genere, tutto il paese. Ma, in tempi più pacifici, Verolavecchia trova la forza di erigere dal 1753 al 1773, sotto la guida dei parroci don Maurizio Botturini (1735-1768) e don Francesco Semenzi (1768-1790) una delle più belle e ricche chiese della Bassa bresciana dedicata ai santi patroni Pietro e Paolo Apostoli.


Contestata è nel 1782 l'Amministrazione Comunale per iniziativa di uno dei maggiori contribuenti, Antonio Manera, a causa di spese esorbitanti e non autorizzate, fatte per il Tezzone pubblico e per altre irregolarità e arbitrii di bilancio che richiama severi interventi da parte dell'autorità veneta, con la destituzione del cancelliere comunale P.A. Minini. Negli stessi anni emerge anche, come altrove, il problema dei rapporti fra originari e forestieri, distinzione che verrà presto abolita. Il dominio veneto termina in condizioni socio-economiche sempre più difficili, aggravate nel 1778 da una carestia che lascia tristi ricordi nei registri della parrocchia.


Con la rivoluzione bresciana del 1797 Verolavecchia entra a far parte, nell'ambito del Dipartimento del Mella, del Circondario di Verolanuova, Cantone del Basso Oglio come comune di Terza Classe, perciò retto da tre sindaci dei quali due scelti dal consiglio dei possidenti ed uno dai non possidenti. Nonostante le virtù civili tanto decantate dalla rivoluzione giacobina, tornano presto anche i disordini e, nell'agosto 1804, tre assessori denunciano tre ex sindaci e l'ex cancelliere Giovanni Contratti di leggerezze connesse all'acquisto di fieno per le forze armate francesi nel 1800. Finisce tutto in una multa usata per i finanziamenti alla festa della S. Croce. Una ferma resistenza viene frapposta alle leggi di soppressione dei beni ecclesiastici specie di quelle delle Confraternite, richiamando gravi minacce da parte della Pretura di Verolanuova.


Con l'affermarsi del dominio austriaco (1814), Verolavecchia entra a far parte del Distretto di Verolanuova, mentre si instaura l'autonomia comunale di Monticelli che durerà fino al 1841. Villanuova, invece, passa nell'ambito del Comune di Quinzano d'Oglio.


Il passaggio tra il dominio napoleonico e quello austriaco è segnato da nuove sventure. Oltre ad una lunga carestia, nel 1816-1817 si diffondono la febbre petecchiale ed un'epidemia registrata, negli atti di morte, come «gastrica». Nei primi mesi del 1817 si registrano 80 decessi. In seguito ad un particolare ricorso alla Madonna di S. Vito, la cui statua sosta a lungo nella chiesa parrocchiale, il santuario, dove prima e in seguito essa è custodita, viene negli anni seguenti tappezzato di ex voto per grazia ricevuta. Durante gli anni '30 del sec. XIX il paese ospita spesso truppe austriache che occupano diverse cascine anche a Monticelli, Scorzarolo e Villanuova. Nel 1831 vi è di stanza un battaglione del Reggimento dei Cacciatori dell'Imperatore: il comune, oltre a registrare campi e raccolti rovinati, è obbligato a fornire ai militari la legna per l'inverno. Nuovi stanziamenti militari si rinnovano nel 1833 e 1834.


Con l'1 gennaio 1843, nonostante le proteste, Verolavecchia riassorbe di nuovo il piccolo comune di Monticelli d'Oglio, che perde per sempre la sua autonomia amministrativa. Non mancano fermenti patriottici dei quali sono interpreti alcuni abitanti del paese, che sono elencati tra gli emigranti politici in Piemonte dopo il 1848. Ma del patriottismo risorgimentale è esponente principale Luigi Contratti (1819-1867) (v.) che con Carlo Cassola è duumviro delle Dieci Giornate di Brescia e poi docente presso l'Università di Pavia di Idrometria e Geodesia. Verolavecchia non colpita in modo grave dal colera del 1836, ne sono conferma i paramenti donati alla parrocchia, si compensa, purtroppo, con l'epidemia del 1855-1856, come testimonia un'epigrafe che ricorda il voto di certo Giuseppe Cò emesso il 10 aprile 1856 «nei terribili giorni del cholera».


Dopo dieci anni, nel giugno 1859, Verolavecchia registra, come Verolanuova, il passaggio delle truppe austriache in ritirata, dopo la disfatta di Magenta. Dopo la sanguinosa battaglia di S. Martino e Solferino anche Verolavecchia si mobilita per raccogliere telerie e filati usati poi nell'ospedale di Verolanuova.


Le prime elezioni amministrative del 22 gennaio 1860 (i votanti sono 200) esprimono il primo sindaco Giovanni Battista Pasini. Nel maggio dello stesso anno giungono dalla Sicilia notizie del monticellese Carlo Caccia, volontario tra le file dei Mille di Garibaldi.


Momenti di incertezza si verificano nel 1861 per la proibizione di cantare il Te Deum nella festa dello Statuto. Nella borghesia non mancano manifestazioni di una scelta liberale e laica. Ma per dieci anni, dal 1864 al 1875, sindaco è il notaio Giovanni Battista Alghisi (v.). Cattolico tutto d'un pezzo e molto attivo, a lui si debbono le prime vere opere pubbliche di notevole valore come il miglioramento delle strade e delle fognature e la costruzione della ghiacciaia. «Pensò anche all'istruzione dei ragazzi completando le scuole elementari delle classi mancanti» (L. Tartini, "Verolavecchia: la sua gente...", p. 85). Le condizioni socio-economiche del paese sono particolarmente critiche, grande la povertà, pesante la tassa sul macinato (spesso pagata dal sindaco Alghisi); la pebrina devasta gli allevamenti di bachi da seta, la peronospera compromette gli ultimi vigneti, la pellagra colpisce, come si legge in un'inchiesta degli anni '80, «quasi tutta la popolazione adulta dedita al lavoro agrario». Si aggiunge, nel 1867, di nuovo il colera, mentre la pellagra registrerà nel 1890 ben 900 ammalati. La popolazione è, dopo Rovato, la più colpita di tutta la provincia. Non manca, ricorrente, la minaccia del vaiolo. Non passano che quattro anni dal colera e nel 1871, come si legge in una memoria conservata nell'archivio parrocchiale, la situazione peggiora per «una lunga secca che rendeva infeconde le campagne e molto più per le malattie contagiose che spopolavano» il paese. Ciò convince il parroco don Padovani e la popolazione a ricorrere di nuovo alla Madonna di S. Vito. Portata solennemente nella chiesa parrocchiale, la statua viene riportata nel santuario dopo aver «ottenuto la sospirata pioggia e in appresso cessano pure le contagiose malattie».


La protesta, nel 1870, di un solo individuo, certo Giuseppe Cigolio fermato dai carabinieri perché canta e impreca contro le autorità, diventa sempre più corale. Nel maggio 1878 sono parecchi i contadini, fra i primi nel Bresciano, ad insorgere per la difesa del salario e la rivendicazione di più giuste condizioni di vita. Non mancano pronte risposte che, con altre che seguiranno, fanno di Verolavecchia «il paese della carità». Impressionata dalle condizioni di povertà, nel 1878, Suor Giuditta Alghisi, sorella del notaio e sindaco Giovanni Battista, suora della Carità delle Sante Capitanio e Gerosa, si attiva per aprire un cronicario per gli ammalati che risulta l'ultimo ospedale fondato in provincia di Brescia. Questo, nel 1880, diventerà un centro assistenziale con una cucina per i pellagrosi ed un lazzaretto per vaiolosi nel 1882. La volontà di soccorso ed assistenza e la grande generosità, portano Suor Giuditta ad ampliare la sua opera di benefattrice ed educatrice; con l'acquisto, usando del suo, della vicina abitazione Ariazzi, come ricorda L. Tartini ("Verolavecchia: la sua gente...", p. 115), avvia la "costruzione del nuovo ospedale, la fondazione dell'asilo infantile o giardino d'infanzia per la custodia e l'educazione dei bambini e l'opera di assistenza morale e spirituale alla gioventù femminile con una specie di scuola di economia domestica e di preparazione al lavoro. Nel 1888 altri locali vennero adibiti per l'asilo dei piccoli, per un oratorio femminile e per le opere parrocchiali".


Le opere assistenziali non eliminano certamente tutto il bisogno e il disagio sociale, per cui il 22-23 giugno del 1882 un buon numero di «giornalieri disobbligati», come scrivono i giornali, «vaga per le strade e parte di essi sono armati di bastoni». Lo sciopero si spegne ai primi di luglio, ma pochi mesi dopo, per la prima volta, viene stipulato, fra lavoratori e proprietari, uno dei primi "patti colonici" del Bresciano.


Anche sul piano amministrativo non mancano progressi. Il miglioramento delle strade comunali, la ricostruzione del ponte sul vaso Provaglia detto del "vallone della strada Francesca" travolto da una piena e l'adesione al progetto di una linea tranviaria Verolanuova-Quinzano d'Oglio-Chiari-Rovato, poi non realizzato, sono le principali opere che l'Amministrazione Comunale affronta negli ultimi decenni dell'800. Significativi sono anche l'adesione e l'appoggio nel 1891 al Comizio Agrario che si adopera con efficacia al miglioramento dell'agricoltura. La commemorazione e l'inaugurazione, il 5 novembre 1899, sulla facciata del municipio, di una lapide ornata di un medaglione in bronzo eseguita dallo scultore Luigi Contratti e di un'iscrizione dettata dal prof. Folcieri con le parole «A Luigi Contratti / Imperterrito Duumviro / Nell'epica lotta delle X giornate, / Preclaro docente / Nel Ticinese Ateneo / Verolavecchia madre / Erge sacro ricordo. / 5 novembre 1899» segnano anche il tramonto della classe liberale che ha dominato negli ultimi decenni.


Nel 1901 Verolavecchia è uno dei centri delle rivendicazioni contadine nelle quali si misurano socialisti e cattolici. Nel maggio 1901 l'Unione Cattolica del Lavoro conduce le prime rivendicazioni. Negli anni seguenti viene segnalata una crescente emigrazione. I contadini, si legge nei giornali nel 1903, emigrano «a gruppi di dodici». Nel 1903 i cattolici fondano la Cassa Rurale dei depositi e prestiti che nel 1906 conterà 84 soci e 113 nel 1909. Sempre più peso infatti ha la presenza della famiglia di Giorgio Montini, uno degli esponenti più importanti del Movimento Cattolico bresciano. Sposando nel 1895 Giuditta Alghisi, figlia e orfana in tenera età del notaio e sindaco Giovanni Battista Alghisi, il giovane Montini, diviene anche, in qualità di consigliere comunale, mallevadore accanto all'arciprete don Mombelli di una sempre più decisa presenza dei cattolici nell'amministrazione comunale e nella vita civile del paese, in alternativa al liberalismo dei Pasini, degli Scanzi, dei Contratti, ecc. Con il suo intervento, e per iniziativa diretta dell'arciprete, nel consiglio comunale ed in molti altri ambienti, egli dedica a Verolavecchia attenzioni e cure particolari. Giorgio Montini e la sposa Giuditta Alghisi soggiornano spesso a Verolavecchia presso l'ospitale Villa del Dosso con i propri figli Lodovico, Francesco e Giovanni Battista; quest'ultimo, ormai Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica col nome di Paolo VI, ricorderà spesso e con nostalgia i tempi trascorsi a Verolavecchia "che fu tanto larga e lieta per me di riposo e di soste nella stagione estiva".


La sempre più decisa presenza dei cattolici e le pressioni del socialismo locale porta, nell'aprile 1901, alla firma, anche grazie al sindaco Luigi Scanzi, di un nuovo patto colonico che non solo ripara alle inadempienze del patto del 1882, ma migliora molto le condizioni sociali dei lavoratori agricoli. Sulla scia di questa vittoria nasce, nel maggio 1901, l'Unione Cattolica del lavoro e la Lega Bianca che raccoglie subito 150 iscritti. Il nuovo clima finirà, nel marzo 1909, con il portare in Parlamento il giovane dott. Giovanni Maria Longinotti, con la sconfitta dell'on. Carlo Gorio.


L'erezione della bella torre campanaria nei primi anni del '900 (1901-1907) può essere presa a simbolo di una nuova stagione di progresso sociale e di miglioramento economico.


Le migliorate condizioni dei lavoratori e il più sereno sviluppo della vita civile del paese trovano un grosso intoppo dapprima nella guerra di Libia che vede l'arruolamento di un discreto numero di verolavecchiesi e, soprattutto, nella prima guerra mondiale che devasta la promettente tranquillità sociale. Ben 700 sono i giovani uomini chiamati alle armi, dei quali 83 perderanno la vita sui campi di battaglia e negli ospedali, mentre 47 torneranno mutilati e 250 feriti. È un enorme sacrificio di vite umane, cui fa riscontro la dura vita degli anziani e delle donne che devono supplire gli assenti nel lavoro dei campi mentre in paese, per alcuni mesi, prende stanza un drappello di soldati.


Nonostante la guerra, nel 1915 viene fondata una biblioteca popolare dedicata a Paolina Girelli Dalai, mentre si organizza un'assistenza alle famiglie dei soldati al fronte ed ai profughi.


Alla guerra si aggiunge, sul finire della stessa, l'epidemia della spagnola che miete molte vittime. Aggiungendo disastro a disastro nella notte fra il 24 e il 25 settembre 1920 il paese e la campagna sono sommersi da una valanga d'acqua, uscita dal laghetto di Scarpizzolo e provocata da piogge torrenziali. «A Verolavecchia», si legge sui giornali del tempo, «le case distrutte sono 23, le lesionate 67. La contrada Canale non è che un cumulo di rovine: si presenta come un alveo di fiume appena abbandonato dalle acque. Il tratto di canale che conduce ai mulini offre uno spettacolo terrificante: più che un disastro dovuto ad un'alluvione sembra la catastrofe determinata da un violento terremoto».


Il disagio generale provocato dalla guerra e da nuove insorgenti difficoltà economiche e sociali di ogni genere, che ne sono una conseguenza, agita fin dal primo dopoguerra la vita del paese. Ad un rigurgito di socialismo si accompagna presto anche la violenza fascista, che, pur non disarticolando la vita amministrativa rimasta solidamente per ancora alcuni anni in mano ai cattolici, agita gli animi, crea momenti di grave tensione alimentati da agitazioni nelle campagne. Fin dal 1919, attraverso la propaganda di un pluridecorato di guerra di Verolanuova, Sergio Zappagnina, si è affacciato un clima di reazione che prende piede soprattutto con un comizio di Augusto Turati del 14 ottobre 1920.


Ai primi di maggio 1922 la Lega Bianca conduce uno sciopero pesante. Agli scioperanti, quasi tutti avventizi, vengono attribuiti dall'Associazione Conduttori di fondi atti di vandalismo: argini e manufatti devastati in reazione all'importazione di crumiri dalle province di Mantova e di Cremona. Si legge di colonne di scioperanti in marcia da un paese all'altro. Non mancano, il 14 agosto, episodi di violenza fra fascisti e popolari, con spari di colpi di rivoltella che portano all'arresto dello stesso sindaco, il popolare Agostino Pelosi. In contraddittorio con il socialista Bernasconi, Turati riesce a raccogliere, particolarmente intorno al verolavecchiese Pietro Barezzani e pochi altri, un gruppo locale di fascisti che trova nella squadra d'azione "Ricciotti-Garibaldi" di Verolanuova un deciso appoggio pronto a ricorrere anche alla violenza. Seguono due o tre anni di convulsioni politiche e sociali. Con la sua affermazione, dopo la Marcia su Roma, il Fascismo impone, il 12 febbraio 1923, la decadenza dell'Amministrazione Comunale e la nomina di un commissario prefettizio nella figura di un impiegato della Sottoprefettura, Umberto Scola, ma Verolavecchia è fra gli ultimi paesi della Bassa Bresciana ad arrendersi al Fascismo (nel 1924): nello stesso anno alcuni verolavecchiesi aderenti al Partito Comunista d'Italia, nato nel 1921, partecipano a scontri e risse contro i fascisti nei paesi limitrofi. D'altro canto, i fascisti di Verolavecchia sono attivi in spedizioni punitive contro contadini socialisti di Monticelli d'Oglio e del paese. L'adesione al Fascismo, spontanea o forzata, è comunque fra le più cospicue come conferma l'alta percentuale della partecipazione alle urne e la schiacciante maggioranza della lista fascista nelle elezioni politiche dell'aprile 1924. Nel maggio 1925 il Fascio di Verolavecchia è fra i presenti alla rassegna fascista di Quinzano d'Oglio e nel dicembre il sotto-prefetto di Verolanuova suggella in una manifestazione la conquista fascista di Verolavecchia stessa. Un ultimo piccolo focolaio di resistenza viene spento nel 1926 con l'arresto, da parte della polizia, dei fratelli Angelo e Paolo Pezzoli nella cui casa vengono sequestrate tessere e materiale propagandistico comunista e socialista.


Nel frattempo l'amministrazione provvede ad alcuni interventi necessari. Su progetto dell'ing. Battista Berenzi di Pontevico nell'autunno 1925 viene inaugurato un ponte galleggiante sul fiume Oglio collegante Monticelli con Monasterolo di Robecco d'O.; nel 1926 viene installato il primo distributore di benzina. Il monumento ai caduti, opera dello scultore Luigi Contratti, inaugurato nel 1928, segna un momento di concordia comunitaria.


Proprio nello stesso anno, Verolavecchia viene messa a dura prova da una decisione, calata dall'alto, di sopprimere il comune autonomo e di unire Verolavecchia e Verolanuova. Sono questi e pochi altri i provvedimenti presi per una comunità come quella di Verolavecchia che vanta secoli di autonomia. Un Regio Decreto del 15 dicembre 1927 (n. 2509) segna infatti la fine del comune di Verolavecchia e l'unione forzata a quello di Verolanuova senza che a nulla siano valse le resistenze della popolazione e delle stesse autorità locali. A tale imposizione Verolavecchia non si adatterà mai, sia per i disagi imposti, sia per un radicato senso di autonomia che viene rivendicata fin dal 1928 «dagli elementi più rappresentativi della borgata». Essa verrà perseguita con tenacia negli anni a seguire da Giorgio Montini, da Giovanni Maria Longinotti e dallo stesso mons. Giovani Battista Montini, divenuto uno degli esponenti più importanti del Vaticano. L'avversione si radica ancor più quando viene prospettata la costruzione di un edificio scolastico e di un ufficio comunale a metà strada fra Verolavecchia e Verolanuova con enormi disagi delle due popolazioni. I tentativi di riunione, ripetuti nel 1937 e nel 1939, cadono nel vuoto con la seconda guerra mondiale.


Nel frattempo poche sono le novità: vi sono alcune manifestazioni, come la consegna, nell'ottobre 1930, del labaro alla sezione bersaglieri.


Nuove giovani vite richiede la II guerra mondiale. Un incubo è costituito dalle incursioni aeree. Già nel 1943 un aereo con motore in fiamme è costretto ad atterrare al Mulino di Villanuova. Maggior paura seminano le incursioni il 12 e il 22 novembre 1944 e il 12 aprile 1945. Una bomba, sganciata il 19 aprile 1945 in un campo vicino alla strada, uccide tre persone: due provenienti da Borgo S. Giacomo ed una giovane sposa, di 27 anni, Teresa Tirelli. Nell'autunno 1943 un contingente dell'esercito tedesco occupa la Villa del Dosso della famiglia Montini. Nei mesi che seguono si forma un piccolo nucleo di patrioti, comandato da Santo Silvio Zanetti, tra i quali attivo è anche quello di Monticelli che fa capo a "Falco", Rino Negri di Quinzano d'Oglio. Le campagne vengono ispezionate da tedeschi e repubblichini alla ricerca di prigionieri fuggiti dai campi di concentramento e di renitenti alla leva, mentre, durante l'inverno 1944-1945, trovano rifugio i capi della 54ª brigata Garibaldi. Il 6 gennaio 1945 un nucleo di SS tedesche, giunto con autobus, penetra in chiesa durante la celebrazione della Messa e in qualche casa rastrella alcuni abitanti che vengono interrogati e poi rilasciati. La mattina del 25 aprile dal n. 13 della attuale via della Liberazione, iniziano le operazioni partigiane contro i fascisti e i tedeschi che fuggono da villa Montini. Ogni paura scompare la mattina del 28 aprile 1945 quando da Verolanuova giungono in paese i primi carri armati americani. Seguono piccole vendette verso ex fascisti e il taglio dei capelli a zero di alcune ragazze che avevano simpatizzato coi tedeschi, mentre pochi sedicenti partigiani minacciano l'arciprete don Virgilio Casnici. Poi tutto torna nell'ordine. La prima aspirazione che riemerge è quell'autonomia comunale per ottenere la quale si concentrano tutti gli sforzi più ampi e mirati fin dall'autunno 1945, dei quali è ispiratore l'arciprete don Casnici.


Tra pratiche andate perdute, o trafugate, e ostacoli frapposti particolarmente da elementi di Verolanuova, la separazione viene, sia pure con il sacrificio di una parte del territorio, in pratica accettata e perseguita grazie anche all'appoggio a Roma dell'on. Lodovico Montini e di mons. Giovanni Battista Montini. Il Decreto viene firmato il 6 marzo 1948 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 12 maggio dello stesso anno. Non appena conosciuta la notizia, il 15 maggio l'arciprete don Casnici organizza il trasporto dell'archivio comunale, con carri trainati da buoi (a sfida del nomignolo degli abitanti del paese), da Verolanuova a Verolavecchia. La storica data del 6 marzo 1948 verrà poi incisa su una lapide posta sul palazzo municipale ed inaugurata il 18 aprile 1949. Mentre matura l'autonomia comunale, il paese deve affrontare la grave situazione del dopoguerra. La comunità ancora eminentemente agricola, risente della crescente pressione delle masse contadine, del superimponibile occupazionale e vive mesi di tensioni specie durante le lotte contadine degli anni 1947-1950 che si susseguono in numerosi e lunghi scioperi, grazie alla presenza di un agguerrito Partito Comunista che, tuttavia, non riesce ad avere il monopolio amministrativo e politico del paese, il quale vede per decenni una continua maggioranza democristiana.


Particolarmente negli anni Cinquanta-Sessanta Verolavecchia si arricchisce di nuove infrastrutture e opere pubbliche. Tra il 1947 e il 1948 viene realizzato un cinema-teatro dedicato al marito di Giuditta Alghisi chiamato "Salone Parrocchiale Giorgio Montini"; nel 1953 vengono demoliti i purtroppo fatiscenti, ma caratteristici, portici del sagrato e per impulso dell'arciprete don Casnici viene edificata la Casa della Carità che diventa anche sede delle Missionarie della Parrocchia.


Su progetto dell'ing. Vittorio Montini viene costruito, fra il 1950 ed il 1953, un nuovo edificio scolastico. Nel 1954 viene fondata l'AVIS. Il fiorire di opere viene sanzionato e benedetto il 14 ottobre 1956 da una visita illustre, quella del card. Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, che riceve la cittadinanza onoraria e tra l'altro benedice il nuovo gonfalone comunale e lascia un proprio autografo con le parole: «Ciò che avete stampato sul vostro stemma, parole latine ma che spieghiamo subito: Vetus Virescit, le cose vecchie diventano giovani, fioriscono. Ebbene, io vedo Verolavecchia riprendere vita, svilupparsi, darsi nuove forme e nuovo volto; vedo posare nuove imprese e tutto questo mi dice che davvero questo vecchio paese è giovane».


Il boom economico degli anni '60 vede il rilancio di nuove iniziative pubbliche. Nel 1962 vengono costruite le nuove scuole medie; nel 1963 vengono ampliate le scuole elementari ed edificata l'annessa palestra. Negli stessi anni decolla l'industria in parallelo con Verolanuova, che assorbe gran parte della manodopera prima costretta ad emigrare. Lo sviluppo edilizio continua ancora negli anni seguenti. Nel 1965 viene fondato il corpo musicale che si afferma sotto la direzione del maestro Giulio Zorza. Intensa l'attività amministrativa degli anni Settanta. Nelle prime due amministrazioni Zorza viene realizzato l'acquedotto (1973-74), avviata la costruzione, in concorso con Verolanuova, della circonvallazione e costruite le case per i salariati agricoli. L'amministrazione del sindaco dott. Nedo Brunelli (1975-80) realizza: l'ampliamento di via Vittorio Veneto, il campo di calcio posto nel quartiere De Gasperi, l'ampliamento del cimitero del capoluogo, la sede della biblioteca nella torre civica. Nel maggio 1979 vengono dedicate ad Aldo Moro le scuole elementari. La terza amministrazione Zorza (1980-85) avvia il collettore fognario sotto la roggia Molino, il piano di zona legge 167 per l'edilizia economico popolare (Villaggio Paolo VI), il primo P.R.G.; progetta la nuova palestra ed amplia gli uffici comunali. L'amministrazione del sindaco prof. Sergio Zanetti realizza negli anni Ottanta nuove opere ed inaugura la moderna palestra. Nel 1985 avanza un progetto per la qualificazione delle risorse naturali ed approva il primo P.R.G. ed un progetto di recupero per Monticelli d'Oglio. Elabora con l'aiuto dell'assessore Pierandrea Brichetti l'idea della costituzione del Parco fiume Strone che poi trova attuazione come Parco locale di Interesse Sovracomunale nella delibera regionale n. 4 del 21 febbraio 1990. Zanetti fa scavare un nuovo pozzo presso il villaggio Paolo VI; viene realizzato il primo lotto del Piano degli Insediamenti Produttivi di 60.000 mq ed il Villaggio mons. Casnici in edilizia economico popolare. Da tempo attesa dagli abitanti, dopo gli opportuni espropri, viene creata la sottostrada per il cimitero e vengono asfaltate numerose strade per le cascine e per il cimitero di Monticelli d'Oglio. Nel 1987 viene realizzato, ai piedi dell'antica torre un anfiteatro all'aperto; l'anno appresso l'ex casa di riposo Giuditta Alghisi, già chiusa nel 1984, con la partenza delle suore di Carità delle Sante Capitanio e Gerosa, viene trasformata in Centro diurno ed in Centro residenziale per anziani e giovani coppie ed inaugurata il 25 aprile 1990. Sono ulteriormente realizzate le seguenti opere: costruzione magazzino comunale, installazione dell'ascensore ed abbattimento delle barriere architettoniche presso le scuole e gli uffici pubblici, rifacimento marciapiedi in via XX Settembre, edificazione di tribune e spogliatoi al campo sportivo, restauro della tela di S. Silvestro presso l'antica pieve del cimitero di Monticelli d'Oglio. Due nuovi villaggi di case popolari, dedicati a papa Paolo VI ed a mons. Virgilio Casnici, vengono inaugurati il 27 novembre 1991, con la collocazione di due bassorilievi dello scultore Manfrini.


Sul piano culturale sono attive la Biblioteca comunale, così come la Compagnia filodrammatica "G. Montini" ed il Corpo bandistico comunale, ora diretto dal maestro Francesco Amichetti, per cui l'anfiteatro ospita rappresentazioni teatrali e musicali estive. A distanza di qualche anno, nel 1996, per iniziativa del parroco don Pierino Boselli e su progetto dell'architetto Salvatori, viene riedificato il teatro parrocchiale Montini.


Di singolare rilievo la raccolta di Gianni Barili di immagini sull'Africa, esposte nel febbraio 1992. Dal 1996 è attiva l'Associazione culturale "Terra e civiltà". Nel 2002 si fa conoscere il gruppo corale "I Cantur". Su questa linea di rivalutazione del territorio, del paesaggio e delle ricchezze culturali, viene fondata, nel 1997, da Gianna Campagna, Luigi Maffezzoni ed Emilio Mineri, la Pro Loco, che organizza subito il Palio delle Contrade. Sempre nel 1997, Sindaco Ernesto Cò, il comune dà l'incarico per un progetto di zonizzazione per l'inquinamento acustico. Negli anni successivi vengono ampliate le reti di distribuzione e di miglioramento dell'acquedotto e dell'impianto fognario, mentre si studia la realizzazione di un micro-nido. Nel 1998 viene realizzato il pre-asilo. Nel 1999 una variante al P.R.G. permette la costruzione di nuovi capannoni per l'industria. Un nuovo spazio di 14.000 mq., acquisito dalla seconda amministrazione Zanetti, viene destinato a mercato ed in parte ad attività sportive-ricreative e dedicato al maresciallo Luigi Di Bernardo, scomparso in un conflitto a fuoco nel 1971. Nel 1999 vengono messi a punto i progetti del depuratore, di risanamento delle condotte fognarie e di uno scolmatore. Viene ampliato il cimitero in lato O e dotato il pozzo di un potabilizzatore. Nel 2002 viene avanzato il progetto per l'erezione di un supermercato. Nel 2004 viene rieletto sindaco per la terza volta il prof. Sergio Zanetti, che modifica il P.R.G. con una variante di riduzione delle aree edificabili ed industriali, stante una crisi economica rilevante. Provvede inoltre, essendo crollato il primo pozzo dell'acquedotto, risalente ai primi anni Settanta, alla escavazione di un nuovo pozzo sull'area di proprietà dell'ONLUS Suor Giuditta Alghisi, ora presieduta da Pietro Andreoletti. Tale opera mette al riparo la popolazione dal bisogno di acqua potabile.


Fra il 1997 ed il 2003 Verolavecchia ricorda e commemora tre grandi avvenimenti che hanno segnato la sua storia: il centenario della nascita di Giovanni Battista Montini (Paolo VI) cittadino onorario e benemerito, che a Verolavecchia ha trascorso parte della fanciullezza e della giovinezza; il 150° anniversario delle X Giornate di Brescia alle quali partecipò come duumviro Luigi Contratti ed il 100° anno di fondazione della Cassa Rurale dei depositi e prestiti, ora Banca di Credito Cooperativo. Le tre ricorrenze con le relative commemorazioni sono lo stimolo per ricerche volte alla storia scritta del paese e del suo territorio. Dedicano infatti studi a Verolavecchia: Angelo Bonaglia e Marcello Zane, don Pierino Boselli, Tommaso Casanova, Lorenzo Tartini.




ECCLESIASTICAMENTE. Uno dei primi presidi della pietà e carità potrebbe essere considerato un ospizio della pieve di Quinzano esistito poco a S dell'attuale circonvallazione al confine tra Verolavecchia e Verolanuova dove fino a qualche tempo fa esisteva una santella dedicata a S. Giacomo patrono di viandanti, scomparsa del tutto dopo molte trasformazioni. Nei suoi pressi, in epoca medievale, si incrociavano infatti due antiche strade, ora in parte scomparse: la strada che scendeva da Cadignano verso Monticelli d'Oglio e quella che congiungeva Verolanuova con Quinzano, detta appunto "strada di san Giacomo". Agli inizi dell'anno 1000, proprietario della cappella è il priorato cluniacense di S. Gabriele di Cremona. Ad essa si accenna in due documenti dei quali uno porta la data del 16 marzo 1095; in tale documento tra le proprietà del monastero cremonese si parla di una "cella Brixiana iuxta Virolam", mentre nel secondo, datato 19 agosto 1132, viene citata una "cappella Sancti Jacobi de Villa", dove "Villa" starebbe per "Virola". In quel tempo S. Giacomo deve quindi essere sede di una piccola comunità di monaci benedettini (= cella) dipendenti dal priorato cluniacense di San Gabriele di Cremona, il quale gode anche di altri fondi nel Bresciano. Annesse alla cappella si trovano alcune proprietà terriere amministrate dai monaci che risiedono in loco. Nello stesso tempo, però, i cluniacensi continuano la pratica dell'ospitalità ai viandanti e ai bisognosi di qualsiasi genere. Cella o ospizio scompare del tutto a partire dal '300 quando il priorato di S. Gabriele di Cremona va decadendo fino a scomparire.


La più antica chiesa del paese doveva essere quella esistita su un rialzo del terreno, in località "San Péder", ai margini dell'abitato poco distante dalla strada per Quinzano dalla cui pieve dipendeva, dove oggi esiste una santella o chiesetta con la stessa denominazione. Il titolo di S. Pietro ha fatto pensare ad una fondazione longobarda (sec. VII-VIII) o anche solo monastica; in seguito forse riedificata la chiesa diviene parrocchiale probabilmente nel sec. XIV.


Sulla scia di questa vitalità religiosa comunitaria probabilmente sulla fine del sec. XV viene costruita nel borgo fortificato o Castello, in prossimità alla strada che collegava Quinzano a Verolanuova, una nuova chiesa parrocchiale sempre dedicata a S. Pietro e la cui esistenza dura fino alla metà del sec. XVIII. Secondo Sandro Guerrini risalirebbe addirittura alla metà del sec. XIII la chiesa della Disciplina, poi di S. Maria Maddalena e, quindi, della S. Croce. Nel 1512 è in via di costruzione la chiesa votiva di S. Rocco, eretta per la cessazione del morbo pestilenziale (atto del 15 marzo 1514). La data MDXXI (1521) che si legge su un architrave della chiesa dei SS. Vita e Modesto indica con certezza la riparazione o l'abbellimento di questa chiesa, poiché alcune ricognizioni hanno messo in evidenza strutture forse risalenti a prima dell'anno 1000 (pavimento, mattoni, embrici, ecc.). Ma la data più sicura è quella che si ricava da una formella in cotto ritrovata durante i restauri del 2001 in una cavità della parete a S del piccolo santuario campestre che così recita: "TOMAZ DE DIAZ A FATA QSTA GESIA dE LIMOZENI IN 1421 - E IN 1428", dove le due date indicano la costruzione o la ricostruzione della chiesa probabilmente su fondamenta di una costruzione o di un tempio precedentemente esistenti.


Sempre nel territorio di Verolavecchia, le chiese di Scorzarolo (S. Pietro, S. Giacomo, S. Quirico), sono tutte già esistenti nella prima metà del sec. XVI, alle quali si aggiunge nello stesso secolo quella di S. Firmo o Madonna della Cava (v. Scorzarolo). Il catalogo dei benefici ecclesiastici del 1532 registra la chiesa di S. Pietro, tenuta da don Ippolito Dati, valutata in 150 ducati di rendita mentre a Scorzarolo la chiesa di S. Giacomo, tenuta da don Angelo Ugoni, viene valutata soli 30 ducati.


Dalla prima visita pastorale finora conosciuta, il vicario vescovile Annibale Grisonio (1540) trova una comunità in condizioni sostanzialmente buone, con sacerdoti sui quali nessuno ha da ridire; la chiesa parrocchiale è consacrata insieme all'altare maggiore; alla chiesa di S. Rocco dove si celebra «quasi regolarmente» e alla Disciplina vi vengono nominati due legati.


Probabilmente già nel sec. XIV, se non prima, la chiesa di S. Pietro acquista una sua autonomia dalla pieve di Quinzano d'Oglio anche se rimane molto povera. Difatti da documenti dell'archivio vescovile emerge il nome di un parroco, don Giacomo da Rovato, che muore nel 1379 e che viene sostituito da don Maffeo de Aganis, già parroco di Scarpizzolo, nominato il 16 agosto 1379. Come hanno sottolineato Angelo Bonaglia ("Chiese e monasteri nel territorio verolese") e Tommaso Casanova ("La memoria lunga", p. 64), il '500 è marcato dalla presenza di tre esponenti della famiglia Dati, (Annibale, Ippolito e Tarquinio), una pretenziosa schiatta dì origine asolana, che detiene per anni il beneficio parrocchiale.


La lontananza dalla sede dei titolari del beneficio parrocchiale non pesa più di tanto sulla vita religiosa e comunitaria. Salvo qualche caso sporadico, negli atti delle visite pastorali la presenza del clero è positivamente registrata assieme ad un buon numero di sacerdoti. Nel 1540 i sacerdoti registrati sono sette, dal 1565 al 1580 sei; dopo un certo calo (a quattro dopo il 1580 e nel 1599) vanno poi crescendo per raggiungere, in media, il numero di 8-9 fra il 1669 ed il 1703. Insieme ai sacerdoti presenti l'ossatura religiosa della parrocchia è costituita dalla Disciplina e dalle Scuole o Confraternite. La Disciplina, dapprima citata senza una particolare qualificazione e più tardi intitolata alla Beata Vergine Maria della Pietà (1580) e di seguito di "S. Maria Maddalena" e infine "della S. Croce", viene fondata nel 1492 e dura nei secoli fino alla fine del sec. XVIII.


Del 1512 è la Scuola del Corpus Domini o del Corpus Christi e in seguito del SS. Sacramento. Coeva ad essa è la Confraternita di S. Pietro martire che scompare dal 1572. In qualche modo prosecuzione di questa, secondo il Casanova, è la Scuola o Confraternita della S. Croce con il suo "altar de le crosette", raccolta intorno ad una preziosa e rara reliquia per importanza e consistenza della S. Croce che la tradizione aspira a collegare con le Crociate e alla quale fanno riferimento gli atti della visita di S. Carlo (1580) che registra l'approvazione concessa dal vescovo di Brescia.


Nel 1572 la Confraternita verolese è composta da diciotto confratelli e sei donne. Il ministro è Giuseppe Bordonali. Ogni confratello paga annualmente due soldi. La Scuola compra la cera per l'altare e fa celebrare Messe in suffragio degli iscritti defunti. Quanto avanza delle elemosine e dei redditi viene dato ai confratelli più poveri. Al Giovedì Santo si consuma un pranzo in chiesa, ma tale usanza, che è vista come scandalosa in tempi di carestia e miseria, è vietata dalla visita pastorale del 1599. I Disciplini portano una veste bianca, testimoniata anche delle due figure maschili in basso nel quadro con la Deposizione nella sacrestia della Parrocchiale.


Come ha documentato Tommaso Casanova ("La memoria lunga", p. 79): «I confratelli vengono denominati semplicemente "disciplini" o "disciplinati" fino al 1647, quando acquisiscono il titolo più specifico di "disciplinati Sanctae Crucis", che conserveranno anche negli anni seguenti. Il loro luogo di culto, invece, che nelle prime visite figura coll'appellativo generico di Disciplina o chiesa-oratorio dei disciplinati senza altra qualifica, negli atti del 1580 e del 1599 acquisisce il titolo di S. Maria della Pietà, che conserva almeno fino al 1619; quindi dal 1624 la denominazione diventa quella di S. Maria Maddalena, affiancata a partire dal 1663 dall'appellativo della S. Croce, proprio della confraternita. Nel 1677 si ha la definizione completa: "oratorio di S. Maria Maddalena dei disciplinati di S. Croce"; infine, dopo quella data, la denominazione diviene la stessa per la cappella e per la confraternita, entrambe di S. Croce (talvolta con l'aggiunta del toponimo "in Castello")».


Nonostante tanta vitalità, sia per i tempi travagliati che per la povertà del paese, il vescovo Bollani nella visita che compie il 24 settembre 1565 trova ancora non completata la chiesa parrocchiale per cui ordina che siano realizzate due volte in muratura rimaste incomplete, si faccia il pavimento, si costruisca l'altare del Corpus Christi (o del SS. Sacramento), sia rinnovata la pala dell'altare maggiore, se ne imbianchino le pareti, venga costruita la sacrestia e chiuso di muri il Cimitero ecc. Il vescovo si fa promettere dai consoli del comune e dai rappresentanti della popolazione che venga condotta a compimento la chiesa parrocchiale. Di fronte ai richiami del vescovo Bollani, i consoli del comune (Agostino Calzavacca, Innocenzo Cò, Girolamo Fermi, Bortolo Tirelli) e i rappresentanti della popolazione, non avendo potuto conferire con il vescovo a Verolavecchia si affrettano per poterlo incontrare a Verolanuova e rassicurarlo che «la popolazione desiderava che la chiesa parrocchiale della loro terra fosse portata a compimento», ma «benché il beneficio della detta chiesa fosse ricco e loro non fossero tenuti a dare contribuzione alcuna, tuttavia offrivano al vescovo di sostenere metà delle spese che si dovevano fare per portare a compimento la fabbricazione ed in lodevole forma la chiesa, nella eventualità che il reverendo parroco-rettore della medesima parrocchia contribuisse per l'altra metà e facesse sistemare la chiesa. Chiedevano inoltre che il vescovo in persona sollecitasse e costringesse il medesimo rettore a portare a termine la detta fabbrica della chiesa e far celebrare un'altra messa, tenuto conto che la popolazione della detta terra superava ormai le tremila persone».


Il vescovo trova invece «ben governata» dal Comune la chiesa di S. Rocco, mentre dovrà essere abbattuta (ma non avverrà) quella dei SS. Vito e Modesto. Esiste la chiesa della Disciplina. Il beneficio della parrocchia viene goduto da don Ippolito Dati che si fa sostituire da un curato a pagamento, don Giacomo Alessandrini, che gode di buona stima come altri due sacerdoti presenti in parrocchia. Si accenna ad un legato di Bartolomeo Firmo, mentre sono attive due confraternite: del Corpus Domini e di S. Pietro Martire. Si contano solo a tre gli "inconfessi", mentre non vi sono bestemmiatori, "malpensanti" nella fede, adulteri e concubini.


Nella visita del 7 settembre 1572 a nome del vescovo Bollani mons. Pilati, oltre ai soliti provvedimenti sugli arredi e le suppellettili, ritorna a raccomandare l'altare del Corpo di Cristo, l'imbiancatura della chiesa e la posa del pavimento. Rileva la presenza di cinque sacerdoti, il buon funzionamento della Disciplina che assiste, oltre agli obblighi del culto, i confratelli indigenti e compra ogni tanto una pelliccia per una ragazza povera. Attiva è la Scuola o Confraternita del Corpo di Cristo che conta 400 iscritti, mentre 200 ne conta la Confraternita della Croce. Registra aumentato a 338 ducati (1300 lire planet) il beneficio.


Mons. Carlo Agostini, che il 23 marzo 1580 visita la parrocchia di Verolavecchia a nome di S. Carlo Borromeo, trova eretta la sagrestia e riedificata la chiesa di S. Vito. Riordina le confraternite, provvede alla regolarizzazione del battistero, alla recinzione degli altari con cancelli, ecc. Dagli atti della visita di S. Carlo emerge in tutta evidenza la triste realtà rappresentata dai titolari del beneficio parrocchiale, don Annibale e don Ippolito Dati, rispettivamente zio e nipote. Don Annibale nel 1526 cede al nipote don Ippolito, canonico del Duomo di Brescia, il beneficio di Verolavecchia. Don Ippolito non risiede quasi mai presso il paese e stipendia un curato vicario, don Giacomo Alessandrini, che ben conduce la cura d'anime. Nel 1566 don Ippolito cede il beneficio ad un nipote, Tarquinio, chierico di 14 anni, figlio naturale di un congiunto anche lui sacerdote, don Ludovico Dati. A causa di ciò S. Carlo ordina ai Dati di presentarsi da lui a rendere conto della loro condotta sotto l'accusa di "Simonia confidenziale" e obbligando perentoriamente chiunque sia nominato parroco a risiedere stabilmente in paese. Ad un altro sacerdote, don Giovanni Antonio Boschetti, viene proibito di esercitare il commercio, di allevare bachi da seta, di frequentare i tribunali e viene dato un richiamo per una maggiore disciplina.


Nel 1599 il vescovo Marino Giorgi permette, data «la ristrettezza della chiesa», di collocare il battistero in una cappella dell'arco di destra dell'ingresso, cappella poi che un decreto vescovile del 1610 dispone sia intonacata con immagini del Battesimo di Gesù e ben rifinita. In pieno esercizio dalla fine almeno del '500 è la Scuola della dottrina cristiana. A ricordo della battaglia di Lepanto (1571) viene fondata la Scuola o Confraternita del S. Rosario con relativo altare; dopo la canonizzazione di S. Carlo Borromeo (1610), prende vita assieme ad un altare una confraternita a lui dedicata.


Nel suo Catastico del 1610 il Da Lezze si limita a registrare la situazione delle chiese di Verolavecchia in questo modo: «Chiesa di san Pietro cura con entrada de 1800 dì possessioni godute da Mons. Tarquinio Delaiy senza pensione. S. Rocco jus patronato della scola del Corpus Domini con tre Piò e mezzo di terra goduta dal Prete. Una disciplina con entrada da £ 19 all'anno, et S. Vito chiesa campestre senza entrada».


Lungo il sec. XVII i legati, soprattutto di messe, si vanno moltiplicando non solo nella parrocchiale ai diversi altari, ma anche nelle chiese sussidiarie in proporzione anche del numero dei sacerdoti presenti che, stabilizzato su sei dall'anno 1624 al 1657, sale a otto nel 1669, a nove nel 1677, per giungere a 10 nel 1714 e, addirittura, a 13 nel 1779.


Particolare è l'elogio, che si legge negli atti della visita di mons. Serina del 1624, per il parroco don Pietro Chimini di Brescia (1611-1641) per la «sua singolare devozione e diligenza» che «non hanno lasciato nulla a desiderare». Ed è certo in vista anche di questi meriti personali che Verolavecchia viene elevata per un certo tempo a Vicaria foranea comprendente Verola Alghise, Pontevico, Monticelli d'Oglio, Breda, Bettegno e Campazzo. Altro segno di distinzione singolare è anche dato dal fatto che nel 1637 Verolavecchia non dipende più da tempo dalla pieve di Quinzano, ma direttamente dalla Cattedrale. Nel 1641 succede a don Pietro Chimini don Sebastiano Maffei di Botticino Sera che continua a mantenere il titolo e la funzione di vicario foraneo nel suo breve rettorato durato sino al 1646.


La chiesa di S. Pietro già nel 1624 ha un suo organo ed un suo organista; a metà del '600 si arricchisce di reliquie mentre si vanno moltiplicando i legati e i lasciti testamentari dei quali otto appartengono agli anni di carestia e di peste del 1629-1630. La situazione economica della parrocchia migliora sempre più. Nel 1641 la chiesa parrocchiale possiede sette pezze di terra e diritti di acqua; pezze di terra e diritti d'acqua godono pure la Disciplina di S. Croce, le "Scuole" o discipline di S. Rocco, di S. Carlo, del Rosario, del SS. Sacramento. Ed è certo anche per merito del parroco don Lelio Zanucca (1647-1662) di Orzinuovi e per il prestigio assunto dalla parrocchia che il 28 settembre 1647 il vescovo di Brescia Morosini eleva la parrocchia in arcipresbitura.


Dal 1662 al 1691 è parroco don Gabriele Pellegrini di Seniga che istituisce un Monte di Pietà per l'aiuto ai poveri del paese; alla sua morte viene nominato arciprete don Pietro Paolo Pellegrini, sempre di Seniga, che esercita un fecondo parrocchiato durato ben 43 anni, dal 1691 al 1735. Nel "Coelum S. Brixianae Ecclesiae" Bernardino Faino elenca cinque altari ovvero chiese nel territorio parrocchiale di Verolavecchia: S. Pietro (San Péder), l'oratorio di S. Pietro (già parrocchiale), le chiese dei SS. Vito e Modesto, S. Rocco, S. Maria Maddalena e a Scorsarolo le chiese di S. Giacomo del monastero domenicano, di S. Pietro, di S. Firmo o della B.V. Maria detta "La Madonnina".


La vita parrocchiale scorre tranquilla per decenni. Già nel '600 sono presenti scuole per fanciulli. Nel 1684 i maestri sacerdoti sono tre, mentre per le fanciulle è presente una maestra. Nel 1703 i maestri sono cinque e due le maestre. Nessun rimarco di rilievo viene fatto ai numerosi sacerdoti dai visitatori se non per qualche incongruenza di orario nella celebrazione della S. Messa. Alcuni di essi si dedicano allo insegnamento, altri amministrano legati e hanno cura delle confraternite. Tra i molti spiccano don Andrea Pizzamiglio di Quinzano d'Oglio, organista e cappellano delle scuole locali, e don Ludovico Firmo al quale si deve l'istituzione della cappella di S. Antonio di Padova alla chiesa di S. Rocco.


Anche agli inizi del '700 il vescovo mons. Marco Dolfin nella visita pastorale dell'ottobre 1703 trova poco da rilevare, salvo il destino da dare alla chiesa di S. Pietro che ordina di demolire o di restaurare. Poco da segnalare trova anche il vescovo Giovanni Alberto Badoer nel 1714, se non l'esistenza della Disciplina della S. Croce, di quattro confraternite o scuole con i loro capitali (SS. Sacramento, S. Croce, SS. Rosario, S. Carlo Borromeo), ed alcune cappellanie per la celebrazione di messe e in soccorso ai poveri. Risorse economiche notevoli possiedono la Confraternita di S. Carlo, dei SS. Vito e Modesto (cappellania Anni), la Disciplina di S. Croce, la Confraternita del SS. Sacramento con risorse provenienti dal legato di Giovanni Battista Cò (testamento 29 marzo 1683) e il lascito Zana. La parrocchia gode di una buona fama tanto da essere appetita da sacerdoti di elevata cultura e stima. Quella che Marcello Zane chiama sia pure «una relativa ricchezza» della comunità verolese permette alla parrocchia di arricchirsi di un vero monumento di pietà e di arte quale la nuova chiesa parrocchiale. Nel 1737 Giovanni Battista Pancheri dispone, in morte, un legato di 1200 scudi per edificare la nuova parrocchiale; ma passano anni prima che l'idea si concreti.


Nel 1735 diviene parroco don Maurizio Botturini di Goglione, oggi Prevalle, dottore in teologia, che avvia la fabbrica della nuova imponente chiesa in sostituzione alla vecchia ormai decadente e troppo angusta per la popolazione in continua crescita.


Don Botturini il 12 febbraio 1753 chiede al card. Querini la concessione di lavorare nei giorni festivi per l'erezione della nuova chiesa. Presa la decisione che essa venga eretta sul luogo della precedente, conglobandola, almeno in parte, con diverso orientamento, i "deputati" alla fabbrica sono all'opera: il giorno 8 luglio 1753 ottengono di poter eseguire nuove cave di argilla per i mattoni nelle proprietà del beneficio parrocchiale; il 5 ottobre 1753 l'arciprete don Botturini ottiene la delega di benedire la prima pietra e il 14 maggio 1754 l'autorizzazione di abbattere la vecchia parrocchiale. Il disegno viene affidato al Carboni (forse, sospetta Sandro Guerini, su un disegno precedente di Antonio Turbini), mentre la direzione dei lavori tocca al capomastro G. Battista Mosca di Pontevico. I lavori si protraggono dal 1753 al 1767 incominciando dalla facciata e continuando con i muri perimetrali per arrivare al presbiterio e all'abside. Così vi vengono celebrati il primo matrimonio il 16 gennaio 1768 ed il 3 aprile il primo battesimo.


Nell'anno 1768 muore don Botturini e gli succede don Francesco Semenzi di Pavone Mella, che continua la sua opera riprendendo con decisione i lavori, tanto che poco dopo, il 15 ottobre 1768, nel nuovo tempio viene celebrata una prima messa mentre la solenne funzione di benedizione della chiesa avrà luogo il 15 dicembre 1771. Il tempio viene al contempo abbellito con cinque pale per gli altari e con un affresco sulla controfacciata del pittore Sante Cattaneo di Salò, con un' "Ultima Cena" di Francesco Savanni, con opere di Bernardino Carboni e con sculture di Beniamino Simoni.


Negli anni seguenti, con ritmo serrato, vengono costruiti altari, completato l'interno chiamando all'opera pittori e marmorai, scultori e decoratori di notevole livello. Il Casanova ("La memoria lunga", p. 231) definisce don Francesco Semenzi, forse il più illustre tra i parroci di Verolavecchia, il quale porta a compimento il progetto della nuova chiesa ed interpreta, come dimostra la sua relazione sullo stato della parrocchia per la visita pastorale del 1779, una partecipazione viva alla vita religiosa del tempo. Don Semenzi sottolinea come l'«Instituzione della dottrina Cristiana è frequentata generalmente da tutti quei della parrocchia. Si fa ogni festa di precetto; eccettuati li giorni primo di Nattale; primo di Pasqua; la festa di Santa Croce di Maggio per la sollenne processione, ed esposizione della reliquia. La Sollennità del corpo di Gesù Cristo, ed il giorno di Sant Marco».


La spesa per la nuova chiesa è ingente, per cui sono convogliate nella fabbrica tutte le risorse possibili. Nel 1778-1780 viene posta mano alla facciata che viene terminata nel 1783. Con la posa di pietre di Botticino da parte di Giovan Maria Moladore, maestro marmorario di Virle, si incomincia ad abbellire l'esterno con l'esecuzione di molti lavori: balaustre, acroteri, capitelli delle lesene della facciata, statue dei santi Pietro e Paolo. Nel 1779 viene terminata la pavimentazione della navata e nel 1782 viene posto il pavimento in marmo di Virle del presbiterio; pure scalini, alcuni altari ed altri lavori su disegni di Bernardino Carboni sono eseguiti sempre dal Moladore.


Nel 1782, su disegno di Giovanni Mosca e ad opera di G. Zigliani, viene edificata la torricella demolendo quella vecchia. Nell'agosto 1783 Sante Cattaneo consegna e collauda la pala dell'altare maggiore con Il Martirio dei Santi Pietro e Paolo ai quali la nuova parrocchiale è dedicata, mentre i lavori di rifinitura terminano nel 1790. Nel 1787 vengono fatte spese per "vedrioni" della chiesa e negli anni seguenti per la torre e gli orologi, nel 1792 viene posto il "castello" delle campane, ecc. Fin dal 1778, per iniziativa del parroco don Semenzi, viene spostato presso la chiesa dei SS. Vito e Modesto il cimitero prima raccolto attorno alla vecchia parrocchiale.


Nel 1790 diventa arciprete don Vincenzo Reccagni di Brescia, rettore del Seminario e professore di Teologia Morale, che porta a conclusione i lavori della chiesa parrocchiale con l'esclusione della volta e del catino absidale. La bufera giacobina che si abbatte anche su Verolavecchia con tutte le spogliazioni e con tutti gli ostacoli non incide in profondità sulla vita religiosa. La parrocchiale viene consacrata dal vescovo Nava il 3 maggio del 1818, festività tradizionale della Santa Croce. Breve è il parrocchiato di don Giuseppe Cimaschi delle Fornaci, segretario del vescovo Nava; nominato nel 1825, don Cimaschi, già nel 1831 è parroco a Pralboino per divenire in seguito canonico del Duomo di Brescia.


Dai primi decenni dell'800 e specialmente dal 1831 al 1863, con don Antonio Tenchini di Manerbio la parrocchia registra segni di notevole ripresa. Poeta dialettale e folclorista molto apprezzato, don Tenchini si distingue per pietà, zelo, carità verso il prossimo. È sotto il suo parrocchiato che sorgono nuove forme di aggregazione e vengono avviati i primi tentativi di organizzazione degli oratori per l'educazione religiosa e morale della gioventù. Nel 1838 viene fondato il Terz'Ordine Francescano. Negli stessi anni don Pietro Grazioli adibisce ad oratorio la chiesa della Disciplina di S. Maria Maddalena della S. Croce disponendo, poi, con testamento del 1855, che sia destinata ad un oratorio di S. Filippo per fanciulli o alla chiesa parrocchiale, la quale si arricchisce nel 1837 di un organo Serassi.


Succede a don Tenchini don Enrico Padovani di Brescia (1863-1896), di altrettanta notevole levatura intellettuale. È allo stesso momento grande oratore e divulgatore della dottrina cattolica attraverso opere molto apprezzate come "Il drago dalle sette teste, ovvero i sette vizi capitali e loro rimedi", "Breve esposizione della dottrina cristiana" e " La scuola della vera sapienza, ossia la dottrina cristiana spiegata al popolo". Al suo zelo si devono il restauro nel 1865 della chiesa di S. Rocco, nel 1868 dell'organo della parrocchia e nel 1873 quello del tetto della parrocchiale stessa. Spinto da viva carità chiama a Verolavecchia le Suore di Carità di Maria Bambina che, oltre all'educazione della gioventù femminile, si prodigano anche nelle opere di carità e nell'ospedale che suor Giuditta Alghisi, grande educatrice e benefattrice, promuove per l'assistenza dei colerosi, dei pellagrosi e degli anziani. Suor Giuditta, sorella del sindaco del paese, il notaio Giovanni Battista Alghisi, nonno materno di G. B. Montini, Papa Paolo VI, istituisce anche l'asilo infantile per la custodia e l'educazione dei più piccoli ed una scuola di economia domestica e di avviamento al lavoro per le ragazze e le giovani.


Don Padovani non omette di intentare dal 1873 al 1877 una lunga vertenza con l'Amministrazione degli Spedali Civili di Brescia per il mantenimento del predicatore quaresimale, dismesso dall'Amministrazione degli Spedali nel 1873, causa che lo vede perdente.


Fortemente attivo è il parrocchiato di don Andrea Mombelli (1896-1928) di Pontevico. Con lui si può dire definitivamente concluso nel 1897 il completamento della chiesa parrocchiale con l'esecuzione degli affreschi della volta e del catino absidale da parte del pittore Luigi Tagliaferri di Pagnona (Lecco). Il decoro delle sacre funzioni, l'intensa opera pastorale vanno di pari passo con iniziative che partono agli inizi del '900, come l'istituzione del coro polifonico diretto dal maestro Giovanni Battista Pea e addirittura con la costruzione della torre campanaria. Nel gennaio 1901, sfidando lo scetticismo delle autorità dei liberali e dei socialisti del tempo, egli, convinto «del bisogno di avere le campane vicine alla chiesa parrocchiale pel migliore andamento delle funzioni», lancia l'idea di costruire una nuova torre, idea che persegue nonostante che lo stesso Ministero dell'Interno dichiari «non strettamente necessaria», ma che viene lo stesso costruita ed inaugurata assieme al concerto delle 5 campane il 22 agosto 1907 tra l'entusiasmo della popolazione.


Ad opere coraggiose fanno riscontro intense manifestazioni religiose quali le grandiose processioni della festa della S. Croce (3 maggio) e della Madonna del Rosario (III domenica di ottobre) che vedono le contrade trasformate in gallerie coperte e rigurgitanti di fiori e di fronde. Si deve a don Mombelli, alla collaborazione di laici e di Giorgio Montini e della sua famiglia l'avvio nel 1901 della "Società Operaia di Mutuo Soccorso" e nel 1903 della "Cassa Rurale Cattolica di Prestiti di Verolavecchia". Il solerte parroco pone attenzioni particolari anche all'educazione ed alla formazione dei fanciulli e della gioventù maschile. Nel novembre 1908 apre nella canonica un teatrino e dà vita, sempre negli stessi ambienti, grazie alla collaborazione di un giovane e intelligente sacerdote, don Enrico Soncini, ad un oratorio, che nel 1915 conta ben 150 iscritti. Con il suo apostolato religioso e la formazione delle diverse associazioni egli favorisce il nascente impegno dei cattolici nella vita politica, sociale e culturale, in questo compito aiutato da Giorgio Montini e dalla sua famiglia che spesso soggiornano nella Villa del Dosso. (Giorgio l'1 agosto 1895 si unisce in matrimonio con la figlia del notaio G. B. Alghisi, Giuditta: dal loro matrimonio nasce Giovanni Battista, futuro papa Paolo VI).


Dura un decennio il parrocchiato di don Angelo Bertelli (1928-1939) di Sale Marasino, del quale la popolazione ammira la saggezza, la ponderatezza e lo zelo pastorale. Pur nella sua breve permanenza egli fa in tempo a pubblicare dal 1930 il bollettino parrocchiale e ad avviare, prima di essere creato nel 1939 vicario generale della diocesi dal vescovo mons. Tredici, l'erezione di un vero oratorio maschile in locali donati dalla famiglia Alghisi-Montini, al quale si aggiunge un campo sportivo. La parrocchia, non solo quella che gli viene assegnata, ma nella stessa essenza generale di comunità di preghiera e di carità, diventa il chiodo fisso del nuovo parroco.


Il colpo d'ala in tutti i sensi viene dalla presenza, dal 1939 al 1958, di don Virgilio Casnici. Fin dal 1940 abbellisce la chiesa di una più appropriata illuminazione, restaura la vecchia sagrestia e la penitenzieria (1942), rimette a nuovo l'archivio (1943), restaura la casa del sacrestano (1949), provvede ad un nuovo concerto di campane benedette il 19 febbraio 1949, restaura i quadri della Via Crucis, provvede la chiesa di nuove vetrate (1956) e di nuove campane la chiesetta della Madonna di S. Vito. Intense cure dedica alla formazione della gioventù. Fin dal 1941 restaura il teatrino e apre la biblioteca circolante; nel 1943 realizza nell'ortaglia della canonica il teatro all'aperto, nel 1947-1948 amplia l'oratorio con nuove aule di catechismo, di ritrovo con bar, ecc. Promuove la filodrammatica, la Schola Cantorum (1947) ed inizia la costruzione del nuovo salone Teatro-Cinema dedicato a Giorgio Montini. In campo sociale hanno grande sviluppo il circolo ACLI (1952) ed il "Cantiere scuola" per muratori apprendisti (1953). Ma è soprattutto alla carità come centro della comunità parrocchiale che dedica la gran parte delle sue energie. Appena entrato organizza attraverso anime generose la S. Vincenzo (1940), la Crociata della carità (1943), il Fraterno Aiuto Cristiano (FAC). Le opere si moltiplicano fin ad esigere una propria sede nella grandiosa Casa della Carità costruita nel 1952 nell'area del vecchio sagrato, nella quale trovano posto refettorio, assistenza agli orfani, ai poveri e dove il 3 novembre 1953 si insedia la Pia Unione Missionarie della Parrocchia, alla quale dà tutto il suo appoggio Papa Paolo VI, eretta poi il 21 giugno 1963, con decreto del vescovo mons. Tredici, in Associazione laicale femminile denominata Pia Unione Cenacolo Missionarie della Parrocchia. Nella casa si concentrano tutte le attività della parrocchia che riguardano il catechismo, la buona stampa, i gruppi giovanili, gli ammalati, i sofferenti, la cura e il decoro della chiesa, le attività caritative e sociali. Nel 1958 don Virgilio Casnici diventa parroco di Manerbio.


Mettendo a frutto un'esperienza acquisita come curato in diocesi e a Brescia in S. Agata, don Marco Gasparotti (1958-1973) provvede in particolar modo alla catechesi al popolo e cura la musica e il canto sacro. Nel 1974, prima di lasciare la parrocchia, ripristina sotto la direzione del maestro Giacomo Zorza la Schola Cantorum che nel 1992 si esibisce anche in S. Pietro a Roma. Promuove ampi restauri alla chiesa parrocchiale conclusi con l'inaugurazione del 6 dicembre 1970. Nel 1974 viene trasferito a S. Maria Calchera in città. Gli succede don Angelo Calegari (1974-1992) le cui prime preoccupazioni sono il rilancio dell'evangelizzazione con le Missioni al popolo, la catechesi sacramentale, il ripristino delle festività quinquennali in onore della Madonna del S. Vito e l'esercizio della carità. Nel 1980 provvede alla ristrutturazione della chiesa di S. Rocco, nel 1981 e 1987 opera ampliamenti e rifacimenti dell'oratorio e del centro giovanile. Durante il suo parrocchiato, con la collaborazione artistica dell'ing. Alessandro Guerrini, vengono compiuti ampi lavori di manutenzione e di restauro della chiesa parrocchiale: nel 1985 la sistemazione del tetto, nel 1987 la deumidificazione delle pareti, nel 1988 il restauro pittorico decorativo degli affreschi e degli stucchi con interventi del prof. Angelo Lorenzini e figli, nel 1989 gli interventi alla facciata esterna, per finire con la posa del nuovo pavimento e del nuovo altare dello scultore Severino con il gruppo bronzeo dell'"Annunciazione". I lavori di restauro ed il nuovo altare sono inaugurati e consacrati il 21 ottobre 1990 dal vescovo mons. Bruno Foresti.


Alla rinuncia di don Calegari per limiti di età, subentra nella guida della parrocchia nel 1992 don Pietro Boselli di Acqualunga di Borgo S. Giacomo, il quale spende subito energie preziose all'incremento liturgico e religioso della comunità. Sacerdote di vasta cultura è autore di libri e di numerosi articoli, tiene corsi, conferenze, dibattiti, incontri settimanali "Andiamo incontro al Signore" sulla Parola della Bibbia. Segue e prepara gruppi per il catechismo e per i "Centri di Annuncio e di Ascolto".


Riedifica il salone cinematografico parrocchiale, dedicato a Giorgio Montini, testimonianza dell'amore e del ricordo che i cittadini verolesi serbano a lui e a tutta la sua famiglia; il nuovo cinema-teatro viene inaugurato nell'occasione della chiusura dei festeggiamenti per il centenario della nascita di Paolo VI, domenica 20 settembre 1998, alla presenza del Vescovo di Brescia Mons. Bruno Foresti. Rinsalda e potenzia la Compagnia Teatrale dell'Oratorio e rifonda la corale parrocchiale "S. Cecilia". Dota la parrocchia di una casa montana a Pieve di Bono (Trentino) in località Por-Forte Cariola dedicata al Papa bresciano (Casa Stella Alpina Paolo VI). Fa restaurare l'antica chiesetta detta del "San Péder", forse la prima ed antica parrocchiale del paese che il Vescovo di Brescia, Giulio Sanguineti, inaugura benedicendo i restauri e gli affreschi recuperati. Fa restaurare il vetusto Santuario campestre dei Santi Vito e Modesto presso il camposanto recuperando gli affreschi ed il bel campanile gotico annesso, dotandolo di nuove campane. Procede per il recupero dell'antico e prezioso organo Serassi situato nella parrocchiale.




CHIESA PARROCCHIALE DEI SS. PIETRO E PAOLO APOSTOLI. Sandro Guerini e Antonio Lanzoni ("Le chiese di Verolavecchia", p. 17) l'hanno definita «un vero gioiello d'arte» e soggiungono che «è molto difficile trovare nel Bresciano una chiesa così unitaria nella struttura architettonica e nella decorazione pittorica e scultorea come la parrocchiale di Verolavecchia. L'opera congiunta di grandi artisti, il gusto dei committenti ed il lasso relativamente breve di tempo che ha visto lo svolgersi dei lavori, ci hanno consegnato un edificio di grande serenità ed armonia, paragonabile forse solo alla chiesa della Pace di Brescia per lo spiccato sapore pre- neoclassico di derivazione massariana».


La facciata, costruita su progetto di Bernardino Carboni, e con impianto, rilevano S. Guerrini ed A. Lanzoni, di «tipo marchettiano», si presenta «in due ordini massicci e severi, segnati da paraste rettangolari, e con poco divario tra l'ampiezza dei due registri in cui si articola la fronte. Tipicamente del Carboni sono però gli elementi decorativi inseriti nello schema strutturale, mentre una certa novità nel campo dell'architettura bresciana settecentesca è costituita dai capitelli delle lesene del primo ordine, ideati al di fuori da tutti i canoni architettonici classici ed assimilabili ad altari romani decorati con festoni floreali». Sono di Giovanni Maria Moladore o Moladori (ma, come sospettano il Guerrini ed il Lanzoni, su modello del Carboni) le statue dei Santi Patroni Pietro e Paolo nelle nicchie. L'elegante portale, in legno massiccio, decorato da svelte sagomature, è stato posto in opera il 29 maggio 1779, come ricorda un'iscrizione scoperta nei recenti restauri.


Sempre S. Guerrini ed A. Lanzoni mettono in evidenza come l'impianto architettonico dell'interno si sviluppi «con estrema chiarezza e semplicità, raccogliendo sotto l'ampia curvatura della volta a botte tre cappelle per lato, tutte della medesima grandezza e affiancate da lesene singole. L'illuminazione, oltre al grande finestrone centrale, è affidata alle vaste aperture in corrispondenza di ciascuna cappella. Sopra il presbiterio, una volta a direttrice circolare ed un catino emisferico senza costoloni chiudono armoniosamente lo spazio interno». Frutto di un'altra prestigiosa idea del Carboni, tradotta in legno dal maestro Giacomo Pizzera di Pontevico, è la bussola d'ingresso eseguita intorno al 1783.


La decorazione della chiesa si presenta con due tipi di intervento distanti nel tempo: il primo riguardante le pareti che vennero decorate con tele a monocromo e a più colori eseguite da Sante Cattaneo contemporaneamente alla costruzione del tempio con medaglioni sia nella navata che nel presbiterio. Come hanno rilevato il Guerini ed il Lanzoni, per il presbiterio l'artista salodiano ha preferito una pittura a monocromo, «per creare l'illusione della presenza di statue a tutto tondo nelle nicchie, in modo tale da arricchire la plasticità dell'architettura e da non disturbare con il colore il fluire delle linee della struttura. Le tele del Cattaneo delineano succintamente la storia delle origini della Chiesa bresciana e la ricollegano ai Santi Pietro e Paolo, colonne della Chiesa universale. Sulla controfacciata è collocata una grande tela con la "Cacciata dei mercanti dal Tempio", un classico nelle chiese settecentesche che Lorenzo Tartini così commenta (Bollettino parrocchiale "Comunità" n. 5, 2005): «Il dipinto è una vera pittura "d'azione" ove la figura di Gesù risalta nelle vesti colorate rosse e blu nell'atto severo di allontanare i mercanti profanatori con gesto deciso». Troviamo raffigurati ai lati della grande tela della controfacciata le immagini dei Santi Faustino e Giovita, primi Martiri della nascente Chiesa bresciana, mentre nella parete sinistra del coro c'è S. Barnaba, l'evangelizzatore di Brescia, e nella parete destra compare S. Anatalone, primo vescovo della nostra città. Nella navata, sulle uscite laterali e sulle due cappelle del Battistero e del Trofeo della Croce, campeggiano le immagini dei quattro Evangelisti: nell'ordine, partendo da destra sopra il Battistero: S. Matteo, S. Luca, S. Giovani e S.. Marco».


Come ha osservato Lorenzo Tartini ("Comunità" n. 6, 2005) «I dipinti dei quattro Evangelisti sono assai interessanti nelle movenze non affatto consuete ed iconologiche, risolti da un segno immediato e corsivo al tempo stesso, con una freschezza ed una immediatezza esecutive originali e vivaci, piuttosto inusuali, tanto da essere moderni più delle altre opere nel segno che non è grafia di contorno bensì segno portante in tensione. Queste tele, citate marginalmente e poco considerate da chiunque abbia parlato della nostra chiesa e dei suoi dipinti, sono da valorizzare per la loro indiscussa modernità ed originalità».


Il secondo intervento riguarda la decorazione della volta che, rimasta spoglia per più di cento anni, dopo un approccio nel 1891 al pittore Carlo Chimeri, venne affidata nel 1896 per gli affreschi al pittore Luigi Tagliaferri di Pagnona (Lecco) e per gli stucchi al bergamasco Bianchini e al cremonese Zimbelli o Zambelli. Il Tagliaferri delineò nel catino dell'abside una grandiosa scenografia raffigurante "S. Elena che scopre la vera Croce di Nostro Signor Gesù Cristo", mentre al centro della volta raffigurò la "Gloria dei SS. Pietro e Paolo" e nelle unghie delle finestre i Dottori della Chiesa e gruppi di Angeli. Sono state trafugate nel dicembre 1998 le 14 stazioni della ottocentesca Via Crucis assieme alle cornici dei quadri. Le stazioni sono state sostituite nel 1999 con altre del cremonese Giorgio Facciocchi.


Il pavimento, costituito da lastre di Botticino (di cm. 38,5x38,5 con un dadino disposto a diagonale, in nero di Paragone, di cm. 9x9), venne posto in opera nel 1781, forse su progetto di Bernardino Carboni, da Giovanni Maria Moladore e, a quanto sostengono Sandro Guerini ed Antonio Lanzoni, si presenta come «una rarità, poiché costituisce uno dei pochissimi pavimenti in marmo bresciani datati con precisione ed ancora in opera. Il pavimento della navata ha lo stesso disegno (lastre 35x35) e risale al 1774-1785».


Il primo altare a destra, rispetto all'entrata principale, è dedicato alle Anime del Purgatorio. Di elegante architettura, la soasa si rifà, rilevano S. Guerini ed A. Lanzoni, al gusto del tempo ispirato dal Massari, mentre il disegno e la resa plastica della cromia dei marmi è forse del Carboni. La pala (olio su tela, cm. 365 x 190) dell'altare databile al 1780-1785 è opera di Sante Cattaneo, raffigura Le anime purganti e cioè il Redentore con la Croce fra angioletti e le anime del Purgatorio. Scrivono il Guerini ed il Lanzoni: «il dipinto possiede un'impostazione ariosa e ben articolata e contrappunta con misura la rigida solennità della soasa marmorea. Il pittore si è in parte ispirato al quadro di analogo soggetto lasciato dal Carloni nella parrocchiale di Orzivecchi». La pala dell'altare che segue (olio su tela, cm. 285 x 190) di Sante Cattaneo raffigura S. Carlo Borromeo che comunica S. Luigi Gonzaga. Ascritto al periodo giovanile del pittore (1770 circa) «manifesta una certa rigidezza e durezza nelle ombre», come hanno rilevato il Guerini ed il Lanzoni, che colgono in ogni caso «il brio e la grande vena del pittore» confermando una sua derivazione dallo Scalvini.


Il terzo altare di destra è dedicato alla Santa Croce, la cui devozione è già documentata alla fine del '400 dall'esistenza di una Confraternita. La soasa, di complesso impianto scenografico, è stata disegnata dal Carboni che ha eseguito anche le statue in stucco che affiancano la soasa stessa raffiguranti S. Costantino e S. Elena. La pala di Sante Cattaneo, Il Crocifisso (olio su tela, cm. 365x190), è stata dipinta nel 1770 e come osserva Lorenzo Tartini ("Comunità" n. 2, 2005, p. 59) "è un quadro di grande impatto visivo: in primo piano Gesù Cristo crocifisso domina la scena in modo drammatico e divide la superficie della pala in parti quasi simmetriche, occupando in senso verticale tutto lo spazio, mentre lo sfondo, ritratto con effetti chiaroscurali, non fa altro che rinforzare, con la sua cupa atmosfera, il dramma ed il mistero della Croce", mentre il Guerini ed il Lanzoni scrivono che la tela « raccoglie una serie di simboli biblici suggeriti evidentemente dal parroco committente don Semenzi: il Cristo, nel contorcersi sulla croce, ricorda il serpente di bronzo eretto da Mosè nel deserto ed ai suoi piedi sono posti una mela ed il serpente, simboli del peccato originale, mentre in lontananza si vedovo Adamo ed Eva che escono dai sepolcri». Il tabernacolo, eseguito nel 1814 da un Palazzi di Rovato, raccoglie due preziosi reliquiari: uno della prima metà del '700 in lastra d'argento a sbalzo e punzonato BV che contiene schegge di legno disposte in forma di croce; l'altra della seconda metà del '700, in lamina d'argento sbalzato in un elegante barocchetto, punzonato P.A. (Pietro Arici), contenente frammenti lignei di notevoli dimensioni, rari in altri reliquiari. A destra del presbiterio è stato collocato il fonte battesimale, in marmo di Botticino della metà del '600.


Il presbiterio è dominato, come scrivono S. Guerrini e A. Lanzoni, «dal monumentale altare marmoreo, disegnato da Bernardino Carboni nel 1776 e terminato nel 1787 ad opera del marmorino Lorandi. Le decorazioni in bronzo dorato che spiccano sul candore delle profilature in marmo di Carrara e che si armonizzano preziosamente con le specchiature in Verde antico, sono opera di Ottavio Peluzzi di Brescia». L'elegante e monumentale tabernacolo in marmi variegati bianchi e neri, sormontato ai lati da statuette di angioletti, risale al 1780. L'attuale portella del tabernacolo venne realizzata dalla ditta Politi di Milano nel 1937.


L'altare liturgico del 1989 è costituito dalla mensa consistente in una grande lastra in marmo di Carrara sorretta da due colonne in verde antico poggianti su basamento di Carrara arricchite da due figure in bronzo raffiguranti l'Annunciata e l'Arcangelo, opera di Federico Severino (1990).


Sulla sinistra affianca l'altare un pregevole Crocefisso ligneo, restaurato dalla ditta Arrighetti e Tomasoni, del primissimo '500 che il Lanzoni ed il Guerrini riferiscono all'ambito milanese e al Bramantino.


L'abside è dominata da una elegante soasa eseguita nel 1773 da Giovanni Battista Rusca di Pralboino, probabilmente su disegno di Domenico Carboni, la cui cimasa è arricchita di due angeli eseguiti con molta grazia da Beniamino Simoni, l'intagliatore delle cappelle del santuario di Cerveno. Contiene una pala di Sante Cattaneo (olio su tela centinanta) raffigurante il "Martirio dei SS. Pietro e Paolo" (1783). Come hanno rilevato S. Guerini e A. Lanzoni si tratta di «uno degli ultimi interventi del Cattaneo nella decorazione della parrocchiale ed una sorta di prestigiosa forma conclusiva. La composizione sciolta e movimentata intreccia i corpi dei santi Martiri con quelli dei carnefici in una spirale di tensione e di armonia». Lorenzo Tartini aggiunge ("Comunità" n. 3, 2005, p. 53) che la «scena rappresentata è fortemente drammatica: essendo la pala dell'altare maggiore il Cattaneo ha voluto realizzarla attraverso un linguaggio comunicativo di grande efficacia e da potersi guardare ed ammirare anche a distanza notevole dai fedeli».


Di stile neoclassico e della prima metà dell'800 sono gli stalli del coro costruito per la liberalità di Pietro Graziali, come si ricorda nel suo necrologio del 1859. Anche le cantorie e la cassa dell'organo furono eseguite e progettate da Bernardino Carboni tra il 1782 ed il 1785 e, rilevano A. Lanzoni e S. Guerrini, si fondono mirabilmente con il complesso della soasa in scagliola e dell'altare maggiore in marmo.


Non si conosce chi abbia fabbricato l'organo precedente e l'epoca di costruzione; si sa che, proveniente dalla vecchia chiesa demolita, veniva utilizzato ancora nella nuova parrocchiale. Sull'attuale organo su una canna appena sopra la saldatura del piede sta la scritta autografa: «F Andrea e Giuseppe Serassi Bergamo / Verola Vecchia 1789». Quindi nell'anno 1789 i Serassi costruirono nella nuova parrocchiale un organo di cui ci rimane la testimonianza sopra citata e che venne restaurato nel 1808 dalla stessa ditta Giuseppe Serassi di Bergamo la quale, nel 1837, fu incaricata di costruirne uno nuovo (riutilizzando, quindi, parti di quello vecchio) che fu inaugurato il 27 luglio di quell'anno con un'accademia di canto tenuta da padre David da Bergamo, dei Frati minori riformati di Piacenza. Originariamente disponeva di due tastiere con organo eco, ma verso la fine dell'Ottocento, forse per mancanza di fondi, subì una prima menomazione con l'asportazione dell'organo eco e della tastiera. Venne elettrificato nel 1967 dalla ditta Filippi di Chiari.


Scendendo dal presbiterio lungo la navata di sinistra si incontra l'altare del SS. Sacramento. È dominato da una pala raffigurante l'Ultima Cena (olio su tela, cm. 365 x 190) firmata da Francesco Savanni e datata 1771, che, come affermano il Lanzoni ed il Guerini, costituisce un tassello importante per studiare l'ultima fase di uno dei più prestigiosi pittori bresciani del '700. Lorenzo Tartini osserva che la "pala prelude ormai allo stile ed all'impostazione del neoclassicismo in una prospettiva accidentale suggerita dallo spigolo della tavola della cena e pure le numerose figure rappresentate seguono la stessa prospettiva". Sono state recuperate, dalla vecchia parrocchiale, le statue marmoree che affiancano la soasa raffiguranti la Fede e la Speranza che il Guerini ed il Lanzoni ritengono opere di un artista che manifesta un gusto di sapore tedesco; anche il paliotto della prima metà del '700, appartenente alla vecchia chiesa, è stato recuperato e completa mirabilmente l'altare; la soasa si deve con molta probabilità al Carboni.


Il secondo altare di sinistra, rispetto all'entrata principale, è dedicato alla Madonna del Rosario, e presenta una soasa ed un paliotto attribuiti a Francesco Merici o Merisi (1780), tuttavia A. Lanzoni e S. Guerrini l'attribuiscono come progettazione al Carboni, mentre ritengono il Merici più un esecutore di opere in marmo. Del Carboni sono sicuramente i due angeli ai piedi della statua della Madonna. Questa, che un tempo era un manichino vestito conservato oggi in soffitta, è stata sostituita nel 1935 da una scultura della bottega Vinatzer di Ortisei. Sono invece del Cattaneo (1775) i 15 Misteri del Santo Rosario «briosissimi e luminosissimi», e la bella tela raffigurante la Madonna del Rosario, sostituita, a volte, dalla statua. «In questi piccoli, ma splendidi e briosi quadretti il Cattaneo, libero da costrizioni o da pressanti suggerimenti dei committenti, come non lo poteva sempre essere nell'esecuzione delle grandi pale d'altare, ha dato risultati sorprendenti sia per l'ispirazione e l'esecuzione sia per la concentrazione espressiva ed il risultato estetico dell'opera», così si esprime Lorenzo Tartini sui 15 Misteri dipinti su padelle di rame del 1775 ("Comunità" n. 4, 2005), mentre per la paletta dell'altare del S. Rosario afferma che «si colloca in una iconografia di tipo tradizionale e allude più al quadro di carattere devozionale con atteggiamenti pietistici, ma tuttavia è opera luminosa, sentita ed ispirata».


L'ultimo altare di sinistra è dedicato a S. Angela Merici in estasi. Come sottolineano Antonio Lanzoni e Sandro Guerrini, la pala, opera di Sante Cattaneo (olio su tela, cm. 325 x 190), dipinta intorno al 1780, «manifesta ancora il primo stile del pittore, più ricco di spezzature e irregolarità rispetto alla sua maniera tarda. L'immagine di S. Angela è assai vicina a quella che l'artista dipinse per la parrocchiale di Rovato nel 1779. Di notevole interesse è il bel brano paesaggistico sullo sfondo a sinistra (una veduta di Salò o Desenzano), mentre il libro della Regola, artisticamente spalancato in terra a destra, costituisce un piacevole inserto di pittura della realtà». Prima dell'uscita è esposto l'apparato in legno dorato ideato per portare processionalmente la reliquia della Santa Croce. È un lavoro di notevole qualità ed eleganza, disegnato dal pittore Vittorio Trainini nel 1935 e realizzato nel 1954 dalla ditta Poisa di Brescia. Il cancelletto in ferro battuto che chiude la cappella proviene dalla trasformata chiesa della Disciplina in Castello.


Sulla sinistra del presbiterio, attraverso una porta sulla quale si legge «Silentium 1778», data della costruzione, si apre la sagrestia della nuova chiesa che il Guerrini dice «arioso locale quadrato con una volta a vela decorata nel centro da un affresco floreale del pittore Ferrari. [.. .] Sulle pareti sono, disposti tre mobili in legno: quello di destra è il più antico e risale alla prima metà del Seicento; nelle pilastrate della caliciera compaiono alcune testine di angeli di sapore ancora manieristico. Alle altre due pareti sono appoggiati due mobili settecenteschi con specchiature assai semplici.


Nella sagrestia sono conservate anche due preziose opere d'arte provenienti dalla precedente parrocchiale cinquecentesca. Si tratta di opere di Francesco Giugno e cioè, una tela raffigurante i S.S. Pietro e Paolo in adorazione della SS. Trinità (olio su tela centinata, cm. 315x210), e l'altra raffigurante la Deposizione dalla Croce (olio su tela, cm. 195x155), ambedue completamente ignorate e inedite e messe in circolo da Sandro Guerrini che le indica come tra le più belle tele del Giugno «che ai suoi tempi era considerato il più importante allievo del Palma e che qui ha lasciato un'opera degna di competere con le tele più rinomate del maestro». La Deposizione dalla Croce era stata segnalata in una nota del conte Teodoro Lechi nel 1903, conservata nell'Archivio Parrocchiale, come «Stupenda tela ad olio rappresentante la deposizione della croce in cornice d'oro e d'azzurro del più puro intaglio del rinascimento simile a quello che cinge la pala del Romanino nella chiesa di S. Francesco in Brescia»; la nota sottolinea anche: «Alcuni lo vogliono dipinto dal Moretto, ma mentre il disegno e la composizione lo potrebbero indicare per suo, il colorito non possiede le tonalità argentine proprie di quel pittore. È opera eccellente di scuola veneta». Sandro Guerini, che per primo la pubblica, la attribuisce al Giugno rilevando come la composizione si riallacci "più profondamente alla cultura bresciana ed ha un ché di più monumentale e solenne nel racchiudersi compatto delle figure intorno al Cristo morto. Anche l'impostazione cromatica è più fredda e grigia, pur manifestando, qua e là i turgori rossastri e sfumati della maniera palmesca". Nell' inglobamento della chiesa antica nella nuova sono rimasti il presbiterio e la sagrestia. Il presbiterio è a pianta quasi quadrata di m. 6,50 x 8,00, coperto da una volta a crociera con costoloni assai rilevati e tondeggianti e con al centro una chiave in pietra decorata con il monogramma IHS. La vecchia sagrestia edificata nel 1698 ha volta a padiglione con al centro un medaglione circondato di stucchi barocchi mentre la parete di fondo è decorata da un ricco cartellone in stucco con belle testine di angeli nel quale era probabilmente la tela, ora conservata in canonica, raffigurante la Madonna e il Bambino venerati dai SS. Pietro e Paolo che «pur nelle esigue misure, - S. Guerini e A. Lanzoni - giudicano di notevole importanza e bellezza». La tela dopo il recente restauro è stata attribuita a Giuseppe Tortelli. "Pur essendo di dimensioni modeste - afferma Lorenzo Tartini - il dipinto presenta una soluzione pittorica assai accurata quasi un quadro da cavalletto. Le figure di Maria e dei Santi Pietro Paolo sono illuminate dalla luce diafana emanata dal Bambino e dai panneggi che lo avvolgono e mostrano una interiorità intensa e sentita che va oltre l'esteriorità barocca; il viso della Madonna è illuminato e soffuso da grazia e dolcezza, gli apostoli, assorti in estatica adorazione, mostrano una mistica serenità".


Il campanile, «prestigioso esempio di stile neogotico», venne eretto dal 1905 al 1907 su progetto dell'architetto milanese Muzio dell'Accademia di Brera con la collaborazione dell'ing. Gazzetti e dell'ing. Gerardo Cò di Quinzano d'Oglio. Le prime quattro pietre vennero benedette il 30 novembre 1905, mentre il campanile con le cinque campane fuse dalla ditta Luigi Cavadini di Verona vennero benedette il 25 agosto 1907.




CHIESE SUSSIDIARIE.


S. PIETRO. Antica parrocchiale. Sorge vicino alla strada che porta a Quinzano, della cui pieve il territorio di Verola faceva parte. Venne intitolata a S. Pietro forse da un qualche nobile longobardo o da un monastero. Il fatto che probabilmente fosse stata trovata in luogo una iscrizione romana potrebbe già di per sé essere un indizio di antichità del luogo. Di dimensioni limitate (circa m. 10 x 30), aveva la facciata a ponente e il coro a levante, orientamento poi capovolto. Era circondata da un piccolo cimitero, come hanno confermato i tegoloni di tombe alla cappuccina trovati nel luogo. Secondo Sandro Guerini e Antonio Lanzoni «il grosso del cimitero doveva però estendersi nel campo più basso, davanti all'attuale presbiterio; tale terreno risulta ancor oggi ben squadrato da un corso d'acqua».


Probabilmente quando alla fine del '400 venne costruita nell'abitato la nuova chiesa parrocchiale, venne abbattuta e sul luogo venne eretto, come era obbligo, una santella (o capitello) poi sistemata da don Paolo Lana e forse ingrandita dopo la peste del 1630. Rimase abbandonato presso la cappella l'antico cimitero, forse poi ripristinato in occasione di una qualche epidemia.


Visitandola e mettendo in evidenza che anticamente vi era la parrocchiale, il vescovo Morosini nel 1647 segnalava l'esistenza di un solo altare. Il vescovo interdiva l'oratorio «finché le finestre siano dotate di teli», dopo di che doveva essere «riportato alla forma originaria». Negli atti poi della visita del delegato vescovile Girolamo Chinelli del 1657 risulta ancora nello stesso stato. Nella relazione dell'arciprete Pellegrini dell'ottobre 1669 viene nominata come «chiesetta seu capela di Santo Pietro parrocchiale antica». Nel 1703 il vescovo Marco Dolfin, constatando come l'oratorio fosse quasi diroccato e privo di tutto il necessario per la celebrazione della messa, ordinava che venisse «restaurato entro un anno», altrimenti fosse demolito. Inoltre decretava che il cimitero annesso fosse dotato di uno steccato di legno stretto e alto, per impedire l'ingresso di animali, venissero entro un anno abbattuti gli alberi, bruciate le erbe pena la sospensione del cimitero.


«Si optò, scrivono S. Guerini e A. Lanzoni, per la demolizione totale dell'edificio e per la costruzione di una santella aperta, coperta da una mezza volta a padiglione, orientata al contrario della chiesa preesistente e rivolta verso il paese e verso la nuova parrocchiale. Sull'unico altare, realizzato in semplice muratura, si pose un affresco di buon pennello, vivace ed elegante, raffigurante la Madonna con il Bambino venerata dai Santi Pietro e Giovanni Battista». Nell'800 la grande arcata della facciata venne chiusa con un muro nel quale venne aperta una piccola porta. Sopravvissuta nel tempo, la chiesa è stata restaurata per iniziativa dell'arciprete don Pierino Boselli, parroco pro tempore, nell'anno 2000.




S. ROCCO. È già costruita o, almeno, in via di costruzione nel 1512 e ricordata per la pestilenza di quell'anno dal maestro Defendino qd. ser Maffeo Bordonali, ammalato di peste, in un testamento dettato a distanza al notaio e a testimoni, il 23 novembre presso la porta del cortile, nel quale disponeva venissero versati entro quattro anni dieci ducati per l'edificio o per i paramenti della chiesa di S. Rocco sita nella terra di Verolavecchia. I lasciti poi andarono aumentando tra il 1512 e il 1514 così che la chiesa venne completata. Venne poi affidata alla Scuola del Corpus Domini, che forse la utilizzò come disciplina. Visitandola a nome del vescovo Bollani, mons. Pilati nel 1572 la trovava bene govenata dal comune di Verolavecchia. Il vescovo Giorgi nel 1599 ordinava che si completasse la costruzione del coro. Nel Catastico del Da Lezze del 1610 si dice che la chiesa aveva un beneficio di tre piò e mezzo di terra goduto da un cappellano. La devozione a S. Rocco si rafforzò nella peste del 1630 e continuò in seguito. Alla metà del Seicento, per iniziativa di don Ludovico Firmo, veniva aggiunta la cappella sul lato settentrionale, con un altare intitolato a S. Antonio di Padova.


Nel frattempo alla Scuola del Corpo di Cristo subentrava quella di S. Rocco, che nel 1602 veniva aggregata alla primaria di Roma dal sacerdote bresciano don Pietro Baldassarri e nel 1619 otteneva dal cardinale Scipione Borghese particolari privilegi ed indulgenze alle quali altre verranno aggiunte nel 1743. Restauri radicali vennero compiuti nel 1865 e nell'occasione si accorciò il coretto ligneo dal quale un tempo i membri della Confraternita di S. Rocco seguivano le funzioni.


Nuovi restauri vennero compiuti nel 1980. Come hanno scritto S. Guerini e A. Lanzoni, «la semplice pianta rettangolare si articola in tre campate di navata, divise un tempo da archi trasversi e coperte da un semplice tetto a capanna con travetti in legno e tavelle in cotto (nel Seicento plafonato) e in un presbiterio pentagonale. Sull'esterno una zoccolatura di 80-90 cm. segnava tutto il perimetro, ma l'innalzamento del suolo circostante e del pavimento della chiesa l'hanno ora ridotta a poco più della metà. L'esterno dell'edificio, completamente in mattoni a vista, manifesta ancora nell'impianto, nella zoccolatura e nella decorazione dell'antica fascia di gronda, l'origine del primo Cinquecento, anche se il rosone di facciata venne sostituito nel Sei-Settecento da una grande finestra rettangolare ed anche se la chiesa è stata pure alzata di un metro. Più difficile è scorgere all'interno le linee originarie, occultate dal piatto plafone che incombe sulla navata».


Sull'altare maggiore si trova una pala raffigurante la Madonna con il Bambino tra i SS. Rocco e Sebastiano, Antonio Abate, Pietro e Nicola da Tolentino. Olio su tela, cm. 173x153, firmata in basso "JO: baptista Calabresino/ ex pratalboino pingebat / MDLXXXXIIII"; come affermano A. Lanzoni e S. Guerrini "La pala dell'altar maggiore, nonostante la data assai tarda, è un dipinto ancora calato nella tradizione del grande Cinquecento bresciano, con un'impostazione simmetrica di stampo foppesco e morettesco e con precisi rimandi al Romanino e a Pietro Marone nelle cromie brillanti e calde, nel modo corsivo di dipingere e nelle stesse fisionomie dei personaggi". Il pittore Giovanni Battista Calabria, come scrive il Guerrini «provinciale ed ingenuo», è ancora pressoché sconosciuto. Nella chiesa è conservata, inoltre, la pala dell'altare maggiore raffigurante la Madonna Immacolata con il Bambino, l'Angelo custode e i Santi Antonio di Padova, Luigi IX e Bernardino da Siena (olio su tela, cm. 234 x 167,5) di Francesco Maffei, dipinto scoperto da Sergio Pagiaro che arricchisce il catalogo bresciano del Maffei e che fa supporre una presenza diretta del pittore in terra bresciana intorno al 1642. La preziosa soasa lignea dell'altare maggiore è attribuita da Tommaso Casanova alla bottega quinzanese di Gian Giacomo Manenti. Sulla parete settentrionale è conservato un bell'affresco rinascimentale del 1515 circa raffigurante la Pietà adorata dai Santi Francesco e Apollonio (?) di autore ignoto secondo S. Guerrini ed A. Lanzoni, ovvero una Deposizione di Gesù Cristo tra i SS. Siro e Francesco, di Maestro G. secondo S. Pagiaro.




SS. VITO E MODESTO. Si trova in aperta campagna a O del paese. Come hanno rilevato S. Guerini e A. Lanzoni "la struttura, con il tetto a capanna sorretto da un arcone trasverso che divide l'aula in due campate, appartiene ai primi anni del Cinquecento e la data MDXXI scolpita sull'architrave della porta meridionale dovrebbe indicare la conclusione delle opere murarie. La data MDXXIII compare invece nell'affresco che un tempo decorava l'altar maggiore e che, scoperto nel 1963 dietro la pala dipinta che ancora c'è nel presbiterio, venne staccato, restaurato e collocato di fronte alla porta meridionale. Raffigura La Madonna tra i Santi Vito e Modesto ed è cosa debole, di impronta vagamente ferramoliana. Gli è accanto un altro affresco della stessa epoca e con le immagini della Madonna con il Bambino, delineate con fresca ingenuità popolaresca. Due sciupatissime figure di Santi Vescovi sono invece collocate sulla parete di fronte. Tipicamente cinquecentesco è anche il bel campanile che nelle sue linee sode e nell'uso delle decorazioni in cotto ricorda moltissimo la torre del Castello di Verolavecchia". Probabilmente il santuario campestre è più antico, infatti il tempietto durante i recenti restauri, come scrive Lorenzo Tartini ("Comunità" n. 4, 2001, p. 38), «condotti dall'architetto Davide Ferrari di Borgo S. Giacomo, ha mostrato reperti (mattoni, embrici, ecc.) risalenti all'Alto Medioevo, ed è probabile che la sua datazione di costruzione debba essere spostata indietro nel tempo, forse a prima del X secolo». La scoperta di una tavoletta in cotto recante l'iscrizione già citata ci permette di ascrivere la costruzione o la ricostruzione della chiesa, probabilmente su fondamenta di una costruzione o di un tempio precedentemente esistenti, agli inizi del XV secolo (1421-1428).


Al tempo della visita pastorale del vescovo Bollani (1563) e di mons. Pilati (1572) era già fatiscente e in rovina, senza "dote" di beni per cui i visitatori ordinarono di ridurla a "capitello" usando il materiale al completamento della chiesa parrocchiale. «Vetusto e incongruo» con un solo altare lo definì il visitatore per conto di S. Carlo Borromeo (1580), il quale intimava che venisse restaurato entro un anno, e che non vi si celebrasse fino a che non venisse «visitato e approvato» dal vescovo ordinario. Ma il visitatore si sentiva di dover attestare che «il Comune acconsente restaurare», ciò che i verolavecchiesi fecero subito, come si legge su un mattone collocato all'esterno: "Del 1580 / adi / 10 Magio fu / restaurato S.to Vito". La chiesa non riprese vita, ma divenne sempre più un centro di crescente devozione tanto che il vescovo Giorgi, nella visita del 1599 si sentì in dovere di proibire all'eremita di raccogliere offerte senza il permesso del parroco. In occasione della peste del 1630, venne arricchita da numerosi lasciti la cui amministrazione fu affidata a dei reggenti e venne costruita una cappella laterale (1647), che diede la possibilità di frequenti celebrazioni della Messa, cappella che verrà poi sacrificata nel 1963 per esigenze di spazio del cimitero. Il vescovo Marco Morosini il 15 novembre 1652, avendo saputo che venivano compiuti abusi e introdotte novità contro lo «stylum antiquum et jura parrochialia», interdisse l'oratorio. Il 7 dicembre 1652 comparve davanti al vescovo Vincenzo de Alghisiis procuratore, e a nome della Comunità rivendicava il regime della Comunità sulla chiesa contro il parroco che si arrogava di disporre delle elemosine come voleva, contro l'uso comune dei suoi predecessori, come appariva nella procura di cui esiste documento rogato dal notaio Lorenzo Tomasini di Verola il 22 luglio 1652. Nel 1778, per iniziativa dell'arciprete Semenzi, accanto vi fu costruito il cimitero, che in quei tempi ancora prima delle leggi napoleoniche era situato nei pressi della parrocchiale all'interno del centro abitato. Sull'altare venne posta una statua della Madonna col Bambino sempre più venerata dal popolo, particolarmente in tempi di calamità; statua sostituita forse in copia nel 1938 da altra eseguita dalla bottega Poisa di Brescia. La chiesa, ristrutturata in parte nel 1817 e poi nel 1963, venne anche arricchita di un nuovo paliotto.


La chiesa, restaurata in onore di Papa Paolo VI, molto cara ai verolavecchiesi come ricorda ancora Lorenzo Tartini ("Comunità" n. 4, 2001, p. 38) era meta privilegiata per Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, e per i componenti della sua famiglia nei loro frequenti e lunghi soggiorni presso la villa del Dosso, in modo particolare per la mamma Giuditta Alghisi ed il padre Giorgio Montini, i quali vi si recavano volentieri a pregare la Madonna ed i loro parenti giacenti presso l'attiguo cimitero". Il piccolo santuario campestre è adornato da una interessante tela (olio, cm. 185x147) raffigurante la "Pietà e i SS. Vito, Modesto, Crescenza e Antonio abate", da parecchi ritenuta del Moretto e descritta con entusiasmo dal conte Teodoro Lechi nel 1903, ma che non trova riscontro, forse a causa del deterioramento, nel giudizio di Sandro Guerini, che si limita a giudicarla «interessante». La chiesa, il campanile e la casa del custode vennero restaurati nel 2000-2001 per iniziativa dell'arciprete don Pierino Boselli recuperando ciò che rimaneva degli originari affreschi.




S. MARIA AUSILIATRICE o CAPPELLA GOZZOLI. Sorge ad un chilometro da Verolavecchia sulla strada per Borgo S. Giacomo, a fianco di uno spiazzo dove stazionano i camion, ed è stata voluta e realizzata da Piero Gozzoli autotrasportatore a ricordo del fratello Giuseppe e con l'aiuto di Riccardo Barezzani. È stata inaugurata nel giugno 1991. Ospita una statua di Maria Ausiliatrice, opera di un artista delle Alpi Apuane.




CHIESE E CAPPELLE SCOMPARSE.


S. ANTONIO ABATE. Oratorio di proprietà della famiglia Spalenza, compare negli atti della visita pastorale del vescovo Marco Dolfin (1703) come «fabbricata per comodo della Messa per essere lontano dalla Terra senza obbligo alcuno di Messe».




CAPPELLA MANERA. Annessa alla casa padronale dei fratelli Manera in contrada Breda Nuova sicuramente su progetto di Antonio Turbino dietro autorizzazione della Curia vescovile del 14 febbraio 1732.




DISCIPLINA DI S. MARIA MADDALENA o DELLA SANTA CROCE IN CASTELLO. Secondo S. Guerini e A. Lanzoni sarebbe sorta intorno alla metà del '200, coeva al recetto o fortificazione di origine feudale che precedette la costruzione del castello vero e proprio. Divenne nel 1492 sede della Disciplina di S. Maria Maddalena o della S. Croce. Ora è usata come abitazione. Il Grisonio nella visita del 1540 la registra con reddito di sei ducati; mentre il Bollani nel 1563 la dice dotata di nove lire di livello e ordina un altare portatile. Il visitatore delegato di S. Carlo Borromeo la registra sotto il titolo della B.V. Maria della Pietà. Nel 1599 il vescovo Giorgi suggeriva di collocare sull'altare una pala che venne poi eseguita da Francesco Giugno (1620 c.) raffigurante la "Deposizione dalla Croce", oggi nella sagrestia della parrocchia.


Più imprecise le notizie di visite seguenti che la annotano come sede della Confraternita dei Disciplini di S. Maria Maddalena o di S. Croce o semplicemente (1703) come Oratorio di S. Croce. Una cappellania venne eretta da don Ludovico Firmo, soppressa e indemaniata poi nel 1798 e i beni assegnati alle scuole primarie. Don Pietro Grazioli divenutone proprietario la destinava nel 1855 ad oratorio maschile, e se questo non fosse stato realizzato, il bene avrebbe dovuto essere ceduto alla chiesa parrocchiale. Già nel 1866 tuttavia la chiesa era trasformata in abitazione privata come lo è tuttora, pur conservando alcune linee dell'antica struttura.




I MORTI DI S. GIACOMO o S. GIACOMO. Piccola chiesetta campestre a un chilometro a SO della circonvallazione e a S del paese, presso la cascina "Longure". Crollata, non è più stata ricostruita e non ne rimane nessun segno dopo che nel 1988-1989 vennero asportate tutte le macerie. Enrica De Angeli, Doriana Francesconi e Franca Vergine ("Ombre senza voce", p. 63) così l'hanno descritta: «Sobria nella forma, misurava circa 4 metri di larghezza e 8-10 metri di lunghezza, incluso un ampio ed arioso porticato. La struttura architettonica a capanna, caratterizzata da tetti spioventi, era semplice e scarna, simile nella tipologia alle numerose chiesette campestri disseminate nella Bassa. All'ombra del portico si rivelava una dignitosa facciata, segnata da una porta centrale e da due finestre laterali con vetri colorati. L'abside rettangolare, con gli angoli smussati, presentava due piccole finestre che facevano convergere la luce sull'altare, abbellito da una lapide marmorea e sormontato da un dipinto raffigurante S. Giacomo. La parete interna dell'abside, invece, ospitava una rappresentazione delle Anime Purganti, alle quali gli abitanti del circondario erano particolarmente devoti. [...]. Durante i lavori di spianamento furono rinvenute sotto il pavimento absidale cinque tombe in mattoni, contenenti i resti di quattro adulti e di un adolescente, morti, secondo la tradizione, in una epidemia; [...] altri, invece, li collegano a coloro che persero la vita durante uno scontro armato tra contrade confinanti (Pontevico-Verolavecchia)». La dedicazione all'apostolo Giacomo fa pensare che in origine si sia trattato di un ospizio, un luogo di ristoro per i viandanti, dipendente dalla pieve di Quinzano.




CAPPELLA DI MARIA BAMBINA. Venne eretta come cappella della casa religiosa delle Suore della Carità delle Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, giunte a Verolavecchia per iniziativa di Suor Giuditta Alghisi nel 1880 e servì anche all'ospedale-ricovero per anziani da lei stessa fondato; nel 1933 venne ristrutturata e dedicata al culto di Maria Bambina. Di linee semplici, si presentava accogliente ed armoniosa. Cessata la presenza delle suore in seguito alla trasformazione dell'edificio la cappella venne abbattuta nel 1989.




SACELLO "I MORTI DELLA VIGNA" . Sorge in aperta campagna, a O del paese, e venne eretto sull'area dove originariamente era la chiesetta in memoria delle vittime della peste e della carestia del 1630. Il nome col quale è sempre stato indicato è quello di "Mórcc dè la égna", poiché nella zona in cui venivano tumulati gli appestati doveva trovarsi una qualche coltivazione viticola. Una lapide ne ricorda le origini e la successiva trasformazione: «Qui in solitario luogo / riposano / le vittime che la carestia e la pestilenza / del 1630/ mieterono in gran numero, / I verolesi / a ricordo della triste calamità / eressero un modesto tempietto / reso pericolante e cadente / dalla longevità e dalle intemperie / la comunità di Verolavecchia / volle questo sacello / in memoria e propiziazione / nell'anno del Signore 1959».




S. QUIRICO. Cappella esistente nell'interno del cimitero all'epoca della visita di mons. Pilati (1572). Secondo Tommaso Casanova chiesetta situata, in un primo tempo, nel territorio di Scorzarolo, che fu probabilmente abbattuta ed il titolo fu traslato presso una cappella presso il cimitero adiacente alla parrocchiale di S. Pietro in Verolavecchia.




Tra le SANTELLE si possono ricordare quella della Madonna sulla antica strada da Verolavecchia a Quinzano, quella della cascina Confortino sulla strada Verolanuova-Cadignano con figure della Madonna col Bambino fra i SS. Rocco e Antonio abate restaurate nel 1995 da Gian Mario Andrico, il Cristo in Croce dopo il cimitero sulla strada per Borgo S. Giacomo;


tra le EDICOLE ricordiamo le poche rimaste come la Madonna e il Bambino in via Corridoni e in via Vittorio Veneto, quella di S. Anna, S. Gioacchino e la Vergine Maria in via Monte Grappa, e pochissime altre ormai sbiadite e a volte illeggibili. Sono escluse dal presente lavoro tutte le chiese delle frazioni: Monticelli d'Oglio: S. Silvestro (parrocchiale) e la santella dedicata a S. Carlo Borromeo (v. Monticelli d'Oglio); Villanuova: S. Giovanni Battista (v. Villanuova); Scorzarolo: S. Firmo ovvero Madonna delle Cave (v. Scorzarolo); S. Vincenzo Ferreri o S. Giacomo di Scorzarolo (v. Scorzarolo); San Pietro Scorzarolo (chiesa abbattuta a metà degli anni 70).




ECONOMICAMENTE il paese è rimasto eminentemente agricolo, salvo qualche attività artigianale, fino alla seconda guerra mondiale. Coperto di boschi, sino al periodo romano, il territorio venne poi via via dissodato e coltivato a farro fin dai tempi antichi, poi a cereali, a prato e così via. L'abbondanza di acqua del fiume Strone e delle rogge man mano costruite quali la Arrivabene, la Cesaresca, la Quinzana, la Provaglia, resero il territorio tra i più fertili della pianura bresciana.


Singolare il rilievo di Giovanni Bertoldi ("Brescia - cenni storici e geografici", p. 145) secondo il quale, oltre al «caratteristico allevamento dei gallinacei, fatica e cura precipua delle donne», «i dintorni dell'abitato [sono] frequentatissimi per la caccia delle quaglie e delle allodole in cui si può dire si esercita ogni famiglia». Il quadro economico che lo Strafforello offriva nel 1898 (in "La Patria - Geografia dell'Italia" ) vede «il territorio di Verolavecchia bene irrigato e fertilissimo produrre cereali, lino, gelsi, frutta e ortaglie. Vi sono, inoltre, estesi prati a marcita. Vi si alleva moltissimo bestiame da stalla, maiali, polleria. In grande sviluppo l'allevamento del baco da seta che nel 1837 registrava 36 fornelli.


L'industria è rappresentata in luogo da due caseifici per la lavorazione razionale dei latticini; una fornace per la fabbricazione e coltura dei laterizi; una fabbrica d'olio di lino e d'altri semi oleosi; una segheria da legnami mossa da forza idraulica».


Caratteristiche le fabbricazioni di zoccoli e una fucina di attrezzi agricoli segnalate nel 1904. Di un certo rilievo la presenza del nob. Antonio Donà delle Rose che si specializzò nella coltivazione di piante ortensi che presentò all'Esposizione bresciana del 1904.


Di notevole importanza la coltivazione del lino, considerato come il migliore della provincia per la lavorazione del quale venne creato un lanificio distrutto da un incendio negli anni '40 del sec. XX. Negli anni Cinquanta si è andata sviluppando anche l'industria con iniziative nei settori cartario, calzaturiero, edile e delle materie plastiche. Oggi si contano una cinquantina tra industrie medie, piccole e laboratori artigianali e numerose e floride aziende agricole con allevamenti del bestiame e produzione di latte.


Valido supporto all'economia locale viene svolto sin dal 1903 dalla Cassa Rurale e Artigiana, ora Banca di Credito Cooperativo, che apre negli anni Novanta filiali a Verolanuova, Pontevico, Offlaga e S. Gervasio.




PARROCI-ARCIPRETI: Giacomo da Rovato, muore nel 1379; Maffeo de Aganis di Bordolano, nominato il 6 agosto 1379; Tarquinio de Datis di Asola (1578 - m. agosto 1603); Pietro Chimini di Brescia (1611 - m. 5 agosto 1641); Sebastiano Maffei (22 novembre 1641 - m. agosto 1646); Lelio Zanucca (7 giugno 1647 - m. giugno 1662); Gabriele Pellegrini di Brescia (27 novembre 1662 - rinuncia per il nipote nel 1691); Pierpaolo Pellegrini di Brescia (17 settembre 1691 - 1735); Maurizio Botturini di Goglione (16 maggio 1735 - m. 26 marzo 1768); Francesco Semenzi di Pavone Mella (18 giugno 1768 - m. 5 febbraio 1790); Giovanni Vincenzo Reccagni di Brescia (5 aprile 1790 - 16 agosto 1825); Giuseppe Cimaschi delle Fornaci (23 novembre 1825 - rin. nel 1831); Giovanni Antonio Tenchini di Manerbio (26 agosto 1831 - m. 1863); Enrico Padovani di Brescia (15 ottobre 1863 - 1896); Andrea Mombelli di Pontevico (5 settembre 1896 - m. maggio 1928); Angelo Bertelli di Sale Marasino (12 luglio 1928 - 1939); Virgilio Casnici di Carpenedolo (24 novembre 1939 - promosso arciprete di Manerbio il 15 febbraio 1958); Marco Gasparotti di Coccaglio (1958 - 1973); Angelo Calegari di Manerbio (29 gennaio 1974 - rinuncia 1992); Pierino Boselli di Borgo S. Giacomo (dal 1992).




SINDACI: (nel 1947 Verolavecchia faceva parte del comune di Verolanuova; dall'1 luglio 1948 al 7 novembre 1948 ebbe un Commissario prefettizio: Luigi Giuseppe Mabizanetti) Luigi Giuseppe Mabizanetti (21 novembre 1948 - 7 giugno 1949); Irmo Mario Rossi (7 giugno 1949 - 22 febbraio 1953) prima come Consigliere anziano, poi sindaco; Giuseppe Del Re (22 febbraio 1953 - 26 maggio 1957); cav. dott. Ottorino Bricchetti (26 maggio 1957 - 6 novembre 1960); cav. dott. Ottorino Bricchetti (6 novembre 1960 - 22 novembre 1964); cav. Giuseppe Zorza (22 novembre 1964 - 7 giugno 1970); cav. Giuseppe Zorza (7 giugno 1970 - 14 giugno 1975); Domenico Nedo Brunelli (14 giugno 1975 - 8 giugno 1980); cav. Giuseppe Zorza (8 giugno 1980 - 12 maggio 1985); prof. Sergio Zanetti (1985-1990); prof. Sergio Zanetti (1990-1995); Ernesto Cò (1995-1999 e 1999-2004); prof. Sergio Zanetti (dal 2004).