VALCAMONICA

VALCAMONICA (anche Val Camonica, Valle Camonica, Vallecamonica)

Cioè valle dei Camuni (popolo reto ligure, debellato dai Romani nel 16 a.C. ma ricco di una civiltà molto antica). È così chiamata la valle dell'Oglio, a monte del lago d'Iseo. Ha origine ai piedi del Tonale e si prolunga, snodandosi a volte ampia, a volte assai stretta fra monti di un certo rilievo, fino al lago d'Iseo. I suoi confini sono delimitati dal lago d'Iseo, dalle valli Trompia e Sabbia, dal Trentino, dalle province di Sondrio e di Bergamo. Compresa tra il 46° di latitudine e il 2° di longitudine O di Monte Mario, è la valle più importante della provincia bresciana e la seconda della Lombardia. La sua lunghezza supera gli 81 km., la sua superficie - se identificata con il bacino imbrifero dell'Oglio a monte di Pisogne - si aggira sui 1450 kmq., dei quali 175 rientrano nella provincia di Bergamo. La linea di displuvio di questo bacino è segnata da una lunga serie di elevati rilievi (altezza massima del Monte Fumo, a E dell'Adamello, m. 3554), che però si deprimono notevolmente verso N al Passo del Tonale (1885 m.) e a NO al Colle dell'Aprica (1181 m.), consentendo così agevoli passaggi verso i contigui bacini dell'Adige (Val Vermiglio) e dell'Adda (attraverso la Val di Corteno). Nella valle confluiscono sulle opposte gronde buon numero di tributari (il Fiumeclo, la Val Grande, il Mortirolo, il Fiumicello, l'Allione, la Val Clegna, il Lanico, il Trobiolo di Borno e l'Angolo, sulla destra; il Narcanello, l'Avio, la Val Paghera, il Remulo, il Poja, il Tredenus, il Palobbia, il Re di Niardo, il Degna, la Grigna, il Resia, il Rio di Gianico, il Re di Artogne, sulla sinistra); è però caratteristico il fatto che nessuno di questi apra facili vie verso le finitime valli prealpine (Seriana, Trompia). Lo stesso lungo corridoio della Val di Scalve (che immette nella Camonica per la Val d'Angolo o di Dezzo), pur penetrando profondamente sul rovescio delle Orobie, rimane, per la sua aspra morfologia, piuttosto staccato che congiunto alla doccia in cui finiscono le sue acque, gravitando anzi verso Clusone e la val Seriana, ciò che spiega perché i confini amministrativi abbiano smembrato in questo caso l'unità idrografica della valle Camonica.


La valle ha incominciato ad acquistare l'attuale conformazione fisica nel periodo quaternario o neozoico (un milione e mezzo di anni fa): ritirandosi un immenso ghiacciaio, fiumi impetuosi, tra i quali il più notevole è l'Oglio, superata la stretta e impervia zona di Breno, finiscono con alimentare un lungo lago che a sua volta si divide in due rami, uno occidentale dal quale riemerge l'Oglio, mentre l'altro viene trattenuto da colline costruite dai detriti trasportati dalle acque.


A sua volta il grande ghiacciaio camuno seguiva l'evoluzione di un grandioso oceano detto Tetide, sui fondali del quale si andavano depositando materiali di ogni genere trasportati dai monti del N, si aprivano vulcani e si formavano strati rocciosi e strati calcarei di fossili e scogliere coralline che in seguito costituirono, oltre alle Dolomiti trentine, molti massicci del Bresciano e del Bergamasco. Da ciclopici sconvolgimenti ebbe origine la catena alpina; da eruzioni vulcaniche e da intrusioni magmatiche di rocce granitoidi si forma il massiccio dell'Adamello, mentre i fiumi ed imponenti elementi naturali scavano e conformano valli grandi e piccole.


Quanto alla conformazione geologica Italo Zaina indica in Valcamonica sette «fasce o massicci che così si susseguono da settentrione a mezzodì: fascia settentrionale, occupante le plaghe di Edolo e di Cedegolo (scisti cristallini); massiccio tonalitico dell'Adamello (di roccia plutonica); fascia occupante le plaghe di Breno e dell'alta valle del Caffaro (del Trias inferiore e medio); massiccio cristallino mediano (con Permiano e Servino), interessante zona collaterale comune alla Valtrompia e alla valle del Caffaro. Alla latitudine di Breno si stabilisce approssimativamente il limite tra Alpi e Prealpi».


La valle per le sue dimensioni ed estensione è particolarmente ricca di varietà di flora e fauna. Nella bassa valle allignano con molta facilità viti, gelsi e piante fruttifere varie, particolarmente il castagno ma anche piante di particolari esigenze, quali il fico, l'alloro e l'ulivo, che non molto tempo fa si spingeva fino a Darfo e, molto significativo, l'Opuntia vulgaris, che vive in folte colonie anche in quel di Capo di Ponte, presso S. Siro. Vi vengono coltivati presso le rive dell'Oglio il frumento, il granoturco e i foraggi. Nella media valle (da Cividate a Cedegolo), assieme ancora a frumento e granoturco, prevalgono le colture della segale, dell'orzo e della patata. Quanto alle piante si rimarcano le condizioni di posizione rispetto al sole: al vago le viti, i gelsi, i castagni e le piante fruttifere in genere; al solivo alligna la vite e il gelso. Però al di sopra delle campagne coltivate non vi sono che boschi cedui frammisti a prato; mentre, sul versante opposto, si intramezzano boschi di latifoglie, miste e di conifere, a cui si fanno amici i castagni. Da Cedegolo ad Edolo le piante non alpestri si fanno più rare, quasi a scomparire. Limitata è la vite e così le colture del granoturco e del frumento, mentre domina la patata. Trovano ambiente favorevole il castagno e le piante da frutto come i meli e i peri che, giunti a maturazione, sono ricercati per la superiore qualità e per la loro facile e lunga conservazione. Dominano, specie sulle pendici del vago, il bosco di alto fusto resinoso, che scende fino a valle. Oltre Edolo predominano le colture prettamente montane (segale, grano saraceno e patate), oltre a vastissimi pascoli e alla tipica flora alpina (rododendri, mirti, azalee sempreverdi, ranuncolo glaciale, androsacee, ecc.).


Quanto alla fauna, le montagne della Val Camonica offrono bellissimi camosci, volpi, martore, ricci, donnole, scoiattoli, ghiri, lepri, lepri delle nevi, faine. Inoltre il cacciatore può sbizzarrirsi al tiro di falchi, poiane, allocchi, picchi, coturnici, pernici di monte, fagiani di monte, quaglie, tordi, beccacce e beccaccini. La creazione del Parco dell'Adamello ha riportato anche l'orso e il lupo. Il cavallo, molto presente nella bassa valle, lascia il posto poi al mulo, e questo all'asino. Dovunque è allevato il maiale, mentre sono in diminuzione la pecora e la capra. Quanto ai bovini, predomina la razza bruno-alpina. La pesca ha di mira, soprattutto specie nei laghetti alpini e nei fiumi, la trota.




ABITANTI (Camuni): 43.446 nel 1562, 45.000 nel 1610, 53.760 nel 1658, 35.704 nel 1760, 31.587 nel 1787, 40.000 nel 1803, 48.532 nel 1844, 53.797 nel 1866, 58.000 nel 1870, 74.746 nel 1936, 91.234 nel 1951, 93.585 nel 1961, 92.302 nel 1971.




Quanto all'etimologia, qualcuno ha fantasticato che il nome della valle significhi Casa Monacorum per la presenza di monasteri nella sua storia. Più corrente l'ipotesi che "Camunni", più propriamente "Camugni", si riferisca al camoscio, che nelle alte valli dalle Alpi marittime e ancor oggi nell'alta valle Bormida è detto "camùgn". Amministrativamente la Valle è suddivisa in 41 Comuni, che hanno nelle loro circoscrizioni territoriali ben 80 frazioni di una certa importanza. Appartiene alla provincia e alla diocesi di Brescia e forma il Circondario di Breno. A Breno hanno sede gli uffici amministrativi (Imposte, Ipoteche, Catasto) e giudiziari (Pretura). Nel suo territorio alcune terre sono bergamasche, come Rogno, Lovere, Bossico, Costa Volpino, e la valle di Scalve.




PREISTORIA. Al di là delle molte leggende, registrate da scrittori antichi e particolarmente da p. Gregorio di Valcamonica nei suoi "Curiosi trattenimenti", da quelle che chiamano in causa la comparsa di Ercole e dei suoi compagni o addirittura Noè approdato agli "italici lidi" dopo il diluvio, gli studiosi fanno risalire la vita e la cultura dei camuni al terzo millennio a.C., se non prima, con inizio, come un po' dovunque nelle Alpi, a quando le tribù dei cacciatori e dei pastori nomadi furono cacciate dalle terre più fertili e costrette a cercare rifugio nei territori montagnosi, ancora da dissodare e da scoprire e difficilmente accessibili agli estranei.


Denominati Liguri o Ibero-Liguri e presenti in Spagna, Francia e nel resto dell'Europa, essi ebbero una comune origine nell'antica popolazione autoctona che abitava l'Europa centrale prima dell'arrivo di altre popolazioni dall'E e dall'O e persino dal S del Mediterraneo e ciò nel periodo del Neolitico (dal 5000 al 2800 a.C.). Loro singolare caratteristica fu, tra l'altro, quella di aver dato vita a svariate forme di arte rupestre. Vissero dapprima in abitazioni palafitticole, dedicandosi alla caccia e alla pesca, e più tardi ad un rudimentale allevamento di animali. Nelle zone più alte costruirono castellieri o villaggi trincerati. Secondo Francesco Fedele ("L'uomo, le Alpi e la Valle Camonica") la Valcamonica per una tale civiltà avrebbe costituito «un crocevia che va dal Ticino all'Adige, in una regione d'incontro per più Europe in senso climatico e in senso storico, tra l'Europa mediterranea e quella temperata, tra l'Europa centrale (almeno in parte) e quella delle terre atlantiche dell'ovest. Documentazione di ciò si è avuta nel 1981 quando sulla cima della collina ove sorge il castello di Breno ci si è trovati di fronte, per la prima volta nelle Alpi Centrali, alle tracce di una capanna riferibile ad una "cultura" Neolitica del V o VI millennio a.C. Nel 1984-85 si scoprirono anche tombe neolitiche (5000-3000 a.C.). I primi insediamenti umani in Valle Camonica avvennero, secondo gli studiosi, soprattutto in tre zone: Capo di Ponte-Cemmo (la più importante), Boario Terme-Gorzone (Parco di Luine); Sonico e, in modo più limitato, Rogno, zona ancora da studiare».


Ma le indicazioni più copiose sulla vita dei Camuni si possono trarre da più di 60 mila incisioni su un migliaio di rocce del Parco camuno. Le figure più antiche (fino al 2200 a.C.) presentano immagini astratte, incise in modo leggero e superficiale: dischi solari, uomini in atteggiamento di preghiera, disegni geometrici vari. Dal 2200 al 1800 circa le incisioni presentano segni più realistici: pugnali, alabarde, palette, labirinti, figure umane oranti... Poi seguono le figure dell'età del bronzo (2000-1000 a.C.) con armi, animali, dischi solari e carri. L'età del ferro (1000 a.C.), ultimo periodo, raggruppa una gran quantità di soggetti con figure plastiche, in atteggiamenti dinamici. L'incidere queste figure sulle pietre doveva essere, per gli antichi camuni, l'equivalente di una preghiera o di un linguaggio magico per comunicare con le anime dei trapassati. Ma è soltanto un'ipotesi da qualcuno non accettata.


I gruppi umani erano formati da venti o trenta persone che costituivano il clan familiare, agli ordini del più anziano del gruppo. Ogni gruppo costruiva la sua abitazione, costituita da due o tre capanne col recinto per gli animali; il tutto circondato da un muretto a secco (Dunum). L'attività principale era la caccia, catturavano anche uccelli acquatici, animali da palude e usavano come armi la lancia, il pugnale o la spada e la "cateia", una specie di boomerang. Molto diffusa anche la caccia con reti o trappole. Poi cominciarono ad allevare il bestiame: cani, capre, pecore, asini, suini..., e più tardi nell'età del bronzo i cavalli, i buoi aggiogati all'aratro nell'età del ferro, durante la quale l'agricoltura fa la sua comparsa nelle figure con appezzamenti di terreno coltivato con rudimentali aratri, vanghe e zappe, sorretti da recinti di pietrame murato a secco nelle vicinanze di piccoli villaggi che erano fortificati da palizzate.


Per l'età del bronzo medio e recente (XVI-XIII sec. a.C.) sono emersi ritrovamenti interessanti. A Luine di Darfo, in una zona ricca di arte rupestre, è stato messo in luce un insediamento, di cui si sono individuati un tratto di muro megalitico di oltre un metro di spessore, resti di una capanna con due focolari, resti di ceramica "camuna" (forse riferibile al bronzo antico), alcune asce di pietra levigata, dei pesi, probabilmente usati per telai. Un modesto gruppo di reperti (un'ascia e due spilloni) proviene dalle sponde del lago d'Arno, a quota 1820. Scoperta di notevole importanza è quella del castelliere del dos dell'Arca sopra Capo di Ponte, sul versante orientale della valle; è stato dissepolto un piccolo villaggio circondato da una difesa di mura, che in qualche punto raggiungono i quattro metri di spessore; all'interno sono stati individuati resti di quattro capanne, che dovrebbero avere costituito tutto l'abitato del castelliere. Fu abitato nell'età del bronzo e del ferro, ma era frequentato anche in età precedenti; in seguito i Romani se ne servirono come fortificazione, costruendovi una torre. Vi è stata trovata abbondante ceramica "camuna". Un altro castelliere è stato individuato sopra Vezza, in località Castellino.


Circa i popoli che hanno avuto contatti con la Valle non è esclusa, anzi da qualche studioso è rimarcata, la presenza degli Etruschi in cerca di sbocchi commerciali e di sistemi per la lavorazione del ferro. La loro presenza è significata dalle iscrizioni, studiate da vari ricercatori in particolare da Maria Grazia Tibiletti. Ancora più sottolineati sono i contatti dei Camuni con i Galli e i Celti e particolarmente con le tribù dei Cenomani che, secondo Livio e altri, ebbero in Brescia la loro capitale. Se poi non penetrarono direttamente in Valcamonica, un buon numero di Galli bresciani romanizzati si stabilì nella Valle attraverso una pacifica e non sistematica "infiltrazione"; tuttavia in molti graffiti camuni si possono individuare, secondo Anati, «elementi di sapore celtico» e composizioni figurative «di origine celtica». Materiale celtico comunque è stato trovato a Breno, Borno, Cividate. Né in Valcamonica mancano iscrizioni in dialetti preromani retici che indicano un frammischiarsi di popoli e tribù di difficile individuazione. Se abbondano le iscrizioni, non molte sono invece le necropoli venute alla luce nella Valle fra le quali, di rilevante importanza, quella rinvenuta nel 1949 alla periferia di Breno, con tombe e arredi attribuiti alla seconda età del ferro. Nomi celtici ricorrono in iscrizioni come quelli di Vesbaesus, Ambici, Vergassi, Seccus, Cerialis, Endubro, L. Sasius Rufus (a Borno, Ossimo, Bienno). Folto è anche il nome di divinità preromane e poi romanizzate che ricorrono in iscrizioni. Così il culto di un Mercurio è ricordato a Borno e a Cividate dove, secondo Ottavio Rossi, esisteva una statua con alla base la scritta «Ordo Camunn(orum)». Venerato era Vulcano, dio metallurgico. A Minerva era dedicato a Breno un tempio dove poi sorse la chiesa di S. Maria del Ponte. A Silvano, dio dell'agricoltura, era dedicata un'ara ritrovata nel greto dell'Oglio sotto Esine. In Cividate, scriveva Ottavio Rossi (ma la notizia è rifiutata da tutti gli studiosi), si trovava la base di quella statua bellissima di Nonia Macrina sacerdotessa del dio Bergimo, il cui tronco fu venduto al duca di Mantova dall'arciprete di Cividate Goffredo Federici. Una dedica alle sorgenti, divinizzate, venne segnalata a Berzo Inferiore. Un'ara di Volpino, segnalata nel 1963, rivela in Aburnus e Aburna ignote divinità agresti.




EPOCA ROMANA. I Camuni, con i Triumplini (e gli storici non sanno rendersi conto del fatto), furono tra gli ultimi popoli ad arrendersi a Roma. Come ha rilevato E. Anati, è probabile che ai Romani non interessasse annettere popolazioni ritenute troppo "inselvatichite". Tuttavia con esse avevano avuto a che fare fin da quando si erano insediati nell'Italia settentrionale durante la Guerra Gallica (225-218 a.C.). Polibio infatti elenca i Camuni fra le popolazioni alpine in contrasto con Roma; mentre nel 100 a.C., a quanto sembra, dalla Valcamonica erano discesi i Cimbri debellati dal console Lucio Licinio Crasso nel 96 a.C. A togliere una spina nel fianco, anche per aprire una strada ad ulteriori conquiste a N, intervenne Augusto che nel 16 a.C. affidò al proconsole Pubblio Silvio Nerva il compito di sottomettere, assieme ai Triumplini, i Camuni. Sbaragliati, sembra molto facilmente, i Triumplini, il proconsole divise, come si pensa, in due colonne le truppe con una delle quali penetrò nella zona di Pisogne attraverso il passo della Croce di Zone e la Val Palot e con l'altra, attraverso il Colle di S. Zeno. Concentratesi nei pressi dell'attuale Beata nella località oggi detta "Castrino" (dove qualcuno ha voluto segnalare resti di numerose tombe) ebbe luogo la battaglia definitiva. Altri studiosi locali hanno ipotizzato una terza colonna che, entrata attraverso il passo di Croce Domini, sarebbe scesa su Niardo, accerchiando praticamente il baluardo di resistenza di Breno costringendo alla resa anche le forze di retroguardia camune. Gli storici sono incerti circa la sorte dei Camuni, i quali vennero trattati meglio (e non se ne conosce la ragione) dei Triumplini, venduti all'asta. C'è chi pensa che siano stati attribuiti a un municipio (Brescia, Bergamo o Trento) ma sembra invece che siano stati eretti in colonia, e in sostanza, in un corpo amministrativo proprio, cioè nella "civitas camunorum" menzionata in una dedica di Rogno dell'anno 23 d.C. in onore di Druso, figlio di Tiberio. Come afferma G. Bonafini, nelle epigrafi romane si constata come i Camuni «godessero di tutti i diritti che la cittadinanza romana comportava, poiché avevano culto e sacerdozio, contraevano matrimonio, possedevano e disponevano per testamento, facevano parte dell'esercito fino a raggiungervi i più alti gradi, conseguivano cariche pubbliche di carattere municipale. Le stesse lapidi infatti confermano l'autonomia dei Camuni con un senato proprio - Ordo Camunnorum - e i relativi decurioni, "duumviri jure dicundo", edili, questori (honores municipales)». Della colonia romana fanno parte «molti gentilizi noti e illustri, come i Corneli, i Munazi, gli Antoni, i Claudi, i Valeri, i Fenestelli, i Vinici, i Sesti, i Deci, i Nevi, i Domizi, gli Antisti, i Clodi, gli Ostili, i Rufi, gli Stazi e gli Ottavi. Si tratta in gran parte di veterani dell'esercito ai quali furono concessi terreni agricoli nella piana».


La romanizzazione della valle si sviluppa a pelle di leopardo e principalmente in Cividate. Come ha sottolineato L. Viazzi ("Storia illustrata della Valcamonica", p. 28), «Il territorio della "Res Publica Camunnorum" era certamente più esteso dell'attuale comprensorio, poiché comprendeva a SE la sponda bresciana del Lago d'Iseo, fino a Sulzano, parrocchia estrema della Pieve di Sale Marasino (la cosiddetta Riviera), a SO il territorio dei comuni bergamaschi di Rogno, Costa Volpino, Lovere e Bossico che fanno ancora parte della diocesi di Brescia, e la Valle di Scalve ad O. Questo territorio misurava complessivamente circa 1600 kmq ed era diviso in distretti o pagi suddivisi a loro volta in vici, con popolazione variamente distribuita anche se accentrata maggiormente nella media e bassa valle. I Pagi dovevano essere per lo meno sei: Sale Marasino, Rogno, Cividate, Vilminore, Cemmo ed Edolo (Mu). I Vici erano numerosi e distribuiti press'a poco come gli attuali centri abitati, ma di uno solo ci è rimasta testimonianza certa, incisa su di un marmo che i "Vicani Grebiae" dedicarono a C. Clodio Valente in Cividate. Questo Vicus Grebia, per analogia del nome venne identificato con la borgata di Grevo».


La Valle ebbe come punto di riferimento più che geografico, come espressione amministrativa o unitaria, la Civitas Camunnorum, che non coincise che più tardi con Cividate Camuno, mentre da tempi lontani è l'insieme di vici (villaggi), amministrati dalle vicinie con assemblee degli abitanti di un luogo preciso, e facenti parte di pagi, sede di servizi comuni amministrativi, di mercato, sui quali si innesterà poi anche l'organizzazione cristiana delle pievi e parrocchie. Si è ritenuto da qualcuno che la prima capitale della valle sia stata "Vannia" poi scomparsa, dove si sarebbe insediata una colonia di veterani ai quali sarebbero state distribuite le terre della "Prada" e che poi con il trasferimento del centro politico e amministrativo, forse prima, collocato a Rogno, Cividate divenne la Civitas Camunnorum. Preziose scoperte archeologiche hanno in effetti rivelato nell'attuale Cividate Camuno l'esistenza di un Capitolium, un tempio con l'ara a Giunone, il "palatium" residenza delle autorità civili, il Teatro e l'Anfiteatro, il Foro, le Terme, e molti reperti, raccolti dal 1981 in un museo locale e in altri musei.


In Cividate Camuno nel 1871 l'arciprete don Pedrotti rinveniva un grandioso monumento funerario; nel 1873 venne alla luce una bellissima ara funeraria della Gens Marona. Tombe romane nel 1908, necropoli romane nel 1955 nei pressi del cimitero e nel 1956 (20 tombe) in località Androne assieme ad un'iscrizione latina che suona «Alla memoria di Medio Crescente i collegi dei fabbri e dei centonari». Tombe con arredi di epoca romana, risalenti al I sec. d.C., sono venute alla luce a Breno nel 1976.


Del ritmo di una accelerata romanizzazione fanno fede un centinaio di epigrafi di provenienza camuna delle quali ben 60 sono state rinvenute a Cividate e 25 in località del suo pago: a Borno (9), a Ossimo, Losine, Malegno, Breno, Bienno, Esine, Berzo Inferiore e Plemo di Esine; le altre provengono da Sale Marasino, Lovere, Rogno, Cemmo, Pescarzo, una da Stazzona di Valtellina. Alla Valcamonica venne riconosciuta la cittadinanza romana, si ritiene nella seconda metà del I secolo. Infatti Plinio nella sua "Naturalis Historia", scritta ai tempi di Vespasiano e a lui dedicata, asserisce che i Triumplini e i Camuni sono "gentes" di diritto latino, mentre i Flavi sono ricordati in iscrizioni di Cividate, di Esine, e divinizzati. Da questo periodo inoltre molte iscrizioni camune portano i "tria nomina" che indicano i diritti di tale stato civile, e una ventina di epigrafi ricordano personaggi iscritti alla tribù Quirina distinguendo la Valle da Brescia iscritta a quella Fabia.




EPOCA BARBARICA. Quasi inesistenti le tracce delle epoche barbariche nella Valle salvo la scoperta di una rozza tomba a inumazione, emersa a Braone nel 1956 durante lavori di scavo, nella quale, come ha segnalato Giuseppe Bonafini, «è stato recuperato anche un tesoretto di nove aurei, o soldi d'oro, riferibili al periodo degli imperatori bizantini Leone I, Zenone Isauro e Anastasio I (457-518). Uno degli aurei di Zenone risulta emesso a Milano. La tomba doveva perciò risalire alla fine del V o agli inizi del VI secolo ed è considerata "molto importante dal punto di vista archeologico, perché è il primo reperto della Valcamonica che può essere assegnato con sicurezza all'alto Medioevo"».


Eruli, Ostrogoti sembra non abbiano intaccato significativamente la vita economica e sociale della valle. Un'autentica favola è l'invasione degli Alani e degli Unni che avrebbero provocato distruzioni. È probabile che Ungari e Unni, ultimi tra i barbari a penetrare in Italia, abbiano sfiorato soltanto la bassa Valcamonica obbligata per difendersene a erigere castelli di difesa quali quello di Montecchio e quello di Breno.


Più presenti i Longobardi (dal 568 d.C.). Gli storici sostengono che la Valle fu retta in ducato, mentre fonti per niente sicure indicano il nome di un duca in Ariperto, nipote di Teodolinda, che avrebbe distrutto l'immagine di Saturno ancora adorata a Edolo. Non ci sono documenti che appoggiano quanto scrivono P. Gregorio e altri. Al di là di nomi non provati è plausibile che in epoca longobarda siano apparsi i primi consistenti semi di cristianesimo. Sotto la dominazione longobarda molti beni, dai Longobardi stessi, venivano donati al monastero di S. Salvatore.


La leggenda vuole che, deciso a convertire i Camuni al Cristianesimo, Carlo Magno, ancora dopo aver soggiornato a Rodengo, erigendovi una chiesa a S. Dionigi, puntasse su Bergamo sconfiggendo il duca della città e dirigendosi poi sulla Valle, ancora in gran parte pagana, la risalì trionfalmente, ora convertendo col suo prestigio e con la sua presenza autoritaria signorotti feudali locali, ora affrontando con le armi e vincendo splendidamente i duchi che gli opponevano resistenza. Gli episodi narrati dalle fonti sono numerosi e minuziosi; ne ricordiamo qui solo alcuni: a Berzo costruì la chiesa di S. Lorenzo; a Breno trovò resistenza accanita da parte di numerosi nobili longobardi, che si erano rifugiati nel munitissimo castello alla notizia dell'arrivo di Carlo; ma anche questo castello fu costretto ad aprire le porte alla forza irresistibile dei paladini franchi; seguirono conversioni di nemici della fede e la fondazione della chiesa di S. Giovanni Battista. Carlo offri una considerevole somma di danaro per la chiesa di S. Siro e continuò quindi la sua marcia trionfale, ricacciando sempre più in su gli infedeli che gli opponevano tuttavia resistenza. Il duca di Edolo lo accolse amichevolmente e si convertì; ma proprio nel territorio di Edolo il re franco dovette affrontare la battaglia più dura. I nemici lo attendevano su un impervio altopiano con un poderoso esercito; Carlo accettò la sfida e salì contro di loro coi suoi fedeli. La battaglia fu aspra e sanguinosa, ma la vittoria, naturalmente, fu dei Franchi. Per lo straordinario numero di morti, il luogo da allora è chiamato Mortirolo. Fondò quindi la chiesa di S. Brizio e le altre dell'alta valle; sconfisse duramente gli ultimi infedeli camuni vicino al monte Bles nell'alta valle di Cané. Così tutta la valle fu completamente convertita alla fede cattolica. Dal Tonale quindi Carlo discese in val di Sole, risalì la val Rendena, dove lasciò il suo nome al passo di Campo Carlo Magno, e scese nelle valli Giudicarie.


Con ogni probabilità alla base di questa leggenda c'è la realtà di una resistenza dei fieri abitanti della valle, guidati da signori feudali di origine longobarda, alla conquista dei Franchi (avvenuta certo senza l'intervento personale - l'onnipresenza - del loro sovrano), oppure di una rivolta dei Camuni in tempi successivi a quello di Carlo, magari fomentata da Bisanzio (nella leggenda compaiono anche soldati bizantini) e soffocata nel sangue da truppe carolinge (vedi Alessandro Sina, "La leggenda di Carlomagno e il culto di S. Glisente in Valle Camonica", in MS XII/1944).


Se non hanno alcuna corrispondenza storica leggende del genere, figure e imprese come quelle di Leutelmonte di Esine ed altri anche abbondanti racconti accettati per altro in un primo momento perfino dall'Odorici, non si può non rilevare una realtà esistente con contorni geografici evidenti e implicitamente amministrativi ed economici come si ricava dall'atto di donazione del 774.


Non senza rilevare come sia ai Longobardi che ai Franchi la valle interessava come via di accesso di possibili invasori per fermare i quali castellieri preistorici e bastioni naturali potevano essere altamente utili. I Franchi, vincitori dei Longobardi, sostituirono questi ultimi anche nel governo di Valle Camonica. Essi lasciarono, in genere, immutate le cariche e le consuetudini di prima, in cambio di sottomissione e di obbedienza al conte franco di Brescia. Secondo i nostri storici, le grandi e potenti famiglie che dominarono in Valle, come i Martinengo e i Brusati dai quali sarebbero discesi i Griffi e i Federici, derivano tutte dai Longobardi Ghisalbertiani che conservarono i loro privilegi in seguito alla sottomissione al governatore franco. I privilegi di questo ente francese in valle durano incontrastati fino all'anno 837 quando, in seguito al contrasto tra Ludovico il Pio (protettore dell'abbazia di Tours) e Lotario, alcuni possedimenti camuni vengono rivendicati da quest'ultimo al Monastero di S. Salvatore di Brescia. Ma nell'887 Carlo Grosso riconferma a S. Martino di Tours il possesso della valle. Tale conferma è poi rinnovata da Ottone II nel 998.




MEDIOEVO. Quando il dominio franco va esaurendosi, anche in Valcamonica alla potenza dei monasteri e dei feudatari imperiali si accompagna, e spesso subentra, quella del vescovo, il quale specialmente dalla seconda metà del sec. X, per volontà soprattutto dei sovrani della dinastia Sassone, diventa arbitro delle contese fra le potenti famiglie bresciane per l'investitura feudale e quale principale feudatario riconosciuto nel titolo che conserverà nei secoli di duca della Valle. Oltre ai possedimenti nelle pievi altri gli vengono donati. Per fare solo pochi esempi, oltre ai beni già posseduti nelle pievi (Pisogne, Darfo, Cividate, Edolo, Mù ecc.) per donazione di Ghisalberto nel sec. X il vescovo diventa beneficiario dei beni di Cividate e Malegno; nei primi anni del sec. XI risulta che i vescovi Adalberto e Landolfo II esercitano sulla valle il potere civile per concessione imperiale. Ma è soprattutto il 15 luglio 1037 che il vescovo Olderico I viene investito da Corrado II, oltre ad altri, di beni di ambedue le rive dei fiumi Oglio e Mella, dalla sorgente alla foce, con annesso diritto di concedere licenza di pesca e di commercio. Investitura questa che verrà confermata dall'imperatore Enrico V con diploma del 31 agosto 1123. Con ciò il vescovo afferma, con l'aiuto degli Ottoni e della nuova casa di Franconia, la sua supremazia anche nel campo civile. Rappresentante dell'Imperatore lontano, il vescovo ha eliminato completamente la potestà laica del Conte ed amministra a mezzo dei suoi ufficiali lo Stato che corrisponde pressappoco all'attuale provincia di Brescia compresa la Valcamonica. La vastità dei beni tuttavia è tale che il vescovo duca è obbligato ad affidare l'amministrazione degli stessi ai "gastaldi" che governano a nome del Vescovo, Signore, nella Curia di Pisogne, Cividate, Cemmo ed Edolo, come risulta da una grande quantità di documenti per le nomine e gli accenni ad infeudazioni vescovili nei secoli XII e XIV fino al XVI. Come osserva Enzo Abeni «non controllabile invece è la notizia del Malvezzi secondo il quale i Brusati possedessero in Valcamonica una gran quantità di beni e di castelli ("castra") fin dai tempi dei Longobardi; Carlo Magno poi avrebbe confermato e accresciuto le possessioni e gli onori che essi avevano non solo in Valcamonica, ma anche nelle altre valli, nella pianura e sui laghi di Garda, d'Iseo e di Idro!». Evidentemente si tratta di affermazioni non solo non controllabili, ma sicuramente alquanto enfatiche. Ad esse Malvezzi aggiunge la spiegazione leggendaria del nome e quindi dell'origine di questa illustre "prosapia": «un bambino dei Federici di Valcamonica, salvato da un incendio provocato nel corso delle spietate lotte di famiglie che dilaniavano la valle, fu allevato da un amico e ricevette il nome di Brusato».


Alessandro Sina vuole che le prime e più potenti famiglie feudali camune siano derivate da Ghisalberto, conte palatino di origine longobarda vivente verso il 950. Dalla linea principale di Ghisalberto sarebbero sortiti i Martinengo che avranno grande potenza in valle mentre da quella dei Mozzi o Mozzo sarebbe discesa la stirpe dei Brusati.


Mentre Pietro e Lanfranco Martinengo vengono investiti dal vescovo Raimondo di ogni feudalità episcopale in molte località del Bresciano a partire dall'alta Valcamonica, da Dalegno, Vione, Cimbergo ecc., nella media Valle si affermano i Brusati che dominano anche la zona di Lovere. Dai Brusati vennero le nobili famiglie dei "Celèri" e dei "Capitani" (Capitanio), dei Marenzi, dei Ronchi e dei Federici. Verso gli anni mille i due fratelli, Oberto e Giovanni Mozzi, si divisero i territori di Lovere e di Volpino. Ghisalberto Mozzi si scontrò con Giovanni Brusati che deteneva il feudo imperiale di Volpino e di tutta la Costa di Lovere (1116-1141). Da Giovanni Brusati si vuole che discenda il ramo dei Federici che avrebbero tratto il nome da Federico imperatore, detto il Barbarossa. Si può affermare ciò dal fatto che Laffranco Brusato nel 1200 veniva indicato come "Caput Federicorum". Intanto già fin dal sec. XI prendeva forma di organizzazione sociale, civile ed economica un'altra, quella del Comune. Anche in Valcamonica le antichissime vicinie costituite dall'insieme dei capifamiglia di un luogo determinato per discutere problemi e amministrare beni comuni vanno sempre più acquisendo consapevolezza rappresentativa e fanno valere la loro "comunitas" attraverso dibattiti e prese di posizione anche a maggioranza e con l'elezione di propri rappresentanti in quelli che vengono chiamati Comuni. Della nascita di assemblee comunali in Valcamonica Romolo Putelli vede i primi segni nella composizione, il 12 novembre 1018, di una contesa tra Borno e la Val di Scalve, nella quale compaiono 24 buoni (cioè qualificati per rappresentare gli abitanti) uomini di Borno. Più significativa è la richiesta avanzata al Vescovo Olderico nel 1032 dai "castra" e chiese di Incudine, Monno, Vezza, Vione di rendersi almeno in parte autonomi dalla pieve di Edolo Mù. Importante è anche la dichiarazione di rinuncia nel 1081 da parte degli "uomini" di Borno ad ogni rivendicazione di proprietà sul monte Nigrino che viene riconosciuto appartenere al conte Palatino e ai vescovi di Brescia e di Bergamo. Questione quella del monte Nigrino che torna dieci anni dopo, nel 1091, quando il messo imperiale conte Corrado viene chiamato davanti alle autorità bergamasche e bresciane a fare giustizia agli uomini di Borno contro gli «uomini della valle di Scalve che avevano divelti i termini di proprietà, rapito il bestiame, incendiato baite, ucciso mandriani».


È però soprattutto nel XII secolo che i Comuni sono ormai in piena azione. Così, ad esempio, nel 1157 il vescovo Raimondo riesce a concludere una lotta tra i comuni di Breno e Niardo per il possesso del monte Stabio; nel 1168 nella contesa tra i comuni di Borno e Esine per una costruzione sul fiume Oglio: la composizione della lite avviene a Montecchio, per opera di tre consoli: Graziadio da Niardo, Viscardo da Breno (il Putelli lo ritiene un Ronchi) e Arlembardo da Saviore. Anche di quegli anni è la lite tra Guiscardo da Breno e Biscardo da Losine (era un Griffi?) a dirimere la quale vengono chiamati i consoli della città. Autonomie comunali vengono riconosciute dal Barbarossa nel 1164 e riconfermate ancora nel 1311 da Arrigo VII.


Una svolta nella storia della Valle viene segnata dalla crescita in potenza del Comune cittadino. Nella sua espansione sul territorio esso infatti non può non tener conto della Valle come il più vasto comprensorio alpino, come via di comunicazione verso i passi alpini e come polmone economico, specialmente per la fornitura del legno e del ferro. La città si inserisce nelle contese tra le vicinie e i nobili feudatari dei castelli nella Valcamonica, assicurandosi nella zona di Montecchio il controllo di un territorio strategicamente importante e del transito dei prodotti camuni avviati verso la città (legname, ferro, olio di lino). Nello stesso tempo deve fare i conti con una serie di "domini loci" minori, che si inseriscono nella struttura plebana assumendo poteri giudiziari; in più si vanno sviluppando le comunità locali, le "curtes", i comuni, che nella Valcamonica coincidono con le pievi e costituiscono l'elemento più importante dell'organizzazione rurale.


Per le condizioni economico-sociali tutte proprie, per la sua collocazione periferica e per le tradizioni secolari di autonomia, non mancarono tensioni e contrasti tra la Valle e Brescia aggravati dalla contrapposizione di correnti politiche e di faide di famiglie e specialmente di due partiti dominanti: quello guelfo e quello ghibellino, partiti che in Valle si qualificarono: il primo per la fedeltà al Comune di Brescia schierato con il potere ecclesiastico, il secondo per l'indipendenza della valle e per il sostegno della feudalità imperiale. I principali Guelfi camuni furono i Ronchi di Breno, i Pellegrini di Cemmo, i Lupi di Borno, gli Antonelli di Cimbergo e di Grevo, i Nobili di Lozio, i Griffi di Losine. I Ghibellini erano capeggiati dai Federici dei vari paesi, dai Beccagutti di Esine, dai Magnoni di Malonno, dai Beccaferri di Cemmo e dai Lambertini di Berzo.


Addirittura all'anno Mille il Putelli fa risalire una forma di autonomia della valle espressa nella Communitas Universitas Vallis Camonicae governata da un proprio Consiglio, che eleggeva tre consoli deputati al governo e con reggimento in Breno. Ipotesi che viene oggi respinta dagli storici.


In questa situazione il Comune cittadino, che va acquisendo da signori feudali possedimenti, entra in una interminabile lite o guerra con il Comune di Bergamo per i tre Castelli di Volpino, Qualino e Ceratello, e la Costa di Lovere, che dopo averli offerti al vescovo di Brescia vengono da Giovanni Brusati venduti nel 1126 al Comune di Bergamo. Nella lite vengono coinvolte le famiglie più in vista: quella dei Brusati, appoggiata da Brescia, e quella dei Mozzi, sostenuta da Bergamo. La lite sembra conclusa nel 1154 con la mediazione dell'imperatore Federico I Barbarossa nella dieta di Roncaglia nella quale i bergamaschi avrebbero, da allora in poi, ricevuto l'investitura del territorio di Volpino dal Vescovo di Brescia. Ma, partito l'imperatore, i bergamaschi ruppero l'accordo e fra i due Comuni ebbe luogo la "guerra di Palosco" che si concluse con la vittoria dei bresciani e la pace del 12 marzo 1156, che diede in perpetuo Volpino al Vescovo di Brescia. Pace però che durò poco. Ridisceso in Italia nel 1158 il Barbarossa, passando, con parte del suo esercito, in Valle Camonica, promise appoggio ai bergamaschi i quali nel 1159 riebbero Volpino mentre nel 1162 il Barbarossa incendiava e distruggeva il Castello d'Iseo e le milizie bergamasche attaccavano nel 1163 il Castello di Pedena presso Cemmo e lo distruggevano. Prima di rientrare in Germania, l'imperatore lasciò presidii a Volpino, Montecchio e Gorzone in Valle Camonica per assicurarsi via libera verso N e li affidò a feudatari locali che da lui presero il nome Federici (di Federico): costoro chiesero l'indipendenza della Valle da Brescia che venne in parte concessa con decreto solenne del 1164. Da allora in poi i Consoli della Valle Camonica ricevettero direttamente l'investitura dell'imperatore, previo giuramento di fedeltà.


Si pensa che da quel momento la Valle Camonica abbia potuto fregiarsi del suo proprio stemma che doveva essere un'aquila che afferra e sottomette un camoscio, poi tramutato in cervo dai disegnatori dell'età barocca. Il privilegio di reggersi con i propri consoli rimarrà immutato alla Valle fino all'epoca Napoleonica. Dopo la sconfitta di Barbarossa a Legnano e chiusa con la pace di Costanza (1183) la lotta dei Comuni lombardi contro il Barbarossa, tra Bergamo e Brescia si riaccesero rivalità per il possesso di Sarnico e Caleppio, nonché del solito Volpino. Così il 7 luglio 1191 a Rudiano, vicino a Pontoglio, ebbe luogo uno scontro feroce, passato dalla storia col nome di "Battaglia di Malamorte". La battaglia fu vinta ancora dai bresciani, anche per l'intervento dei Camuni, che la leggenda vuole guidati da Obizio da Niardo. La guerra si concluse nel 1218 con l'intervento dell'imperatore Enrico VI che restituiva ai bresciani il possesso di Volpino e della Costa di Lovere.


Nel 1192 un editto di Enrico VI, succeduto al Barbarossa, definisce i confini del territorio bresciano assegnando definitivamente Volpino a Brescia, Sarnico e Caleppio a Bergamo. La Valcamonica viene ora posta sotto "l'alto patronato" di Brescia, dalla quale mantiene però una certa indipendenza. Ciò favorisce il gioco dei feudatari locali che, divisi in guelfi (filo-bresciani) e ghibellini (indipendentisti), cominciano a battersi aspramente per il predominio in Valle, cercando di guadagnare alla loro causa il favore popolare con alcune concessioni, come attestano gli accordi di Pisogne nel 1195 e di Montecchio nel 1200. Tuttavia solo nel 1218 fu sancita la pace fra Brescia e Bergamo. Il 7 giugno infatti a Pisogne si incontrano solennemente i rappresentanti delle due città (tra i bresciani c'è anche il console Stefano da Torbiato) e sancirono i patti che avevano già concordato in precedenti incontri: Qualino, Ceratello, Erbanno e Gorzone erano riconosciuti bresciani, Volpino era diviso tra i due comuni ma si governava con un corpo sociale unico, con consoli scelti metà di parte bresciana e metà di parte bergamasca. Dopo anni di liti e lotte sanguinose ed estranee se non ostili all'attività della seconda Lega Lombarda (1235) e per nulla propensi ad assecondare i disegni della città, i Camuni si affidarono all'opera pacificatrice del vescovo Guala. Essendosi egli ritirato nel monastero vallombrosano di Astino nel Bergamasco, lo nominarono podestà della Valle.


Tutto ciò richiama sempre più la presenza del Comune cittadino che è obbligato ad assicurare la sua presenza in Valle, domando con le armi una rivolta di nobili a Montecchio e ad inviare dal 1248 in poi un suo rappresentante a reggere in qualità di sindaco quel comune molto importante poiché, comprendendo Darfo, Corna e Gianico, costituiva la porta d'accesso alla Valle.


Poche sono le notizie che illuminano questi anni. Delle Crociate sappiamo da un documento del 1116 che Giovanni Brusati da Volpino faceva solenne giuramento per i Vangeli, per amore di Dio onnipotente e «per il timore del santissimo luogo del Sepolcro del Signore nostro Gesù Cristo, a cui intendeva recarsi». La tradizione vuole che un altro camuno, Gezio da Qualino, abbia nel 1146 preso parte alla seconda Crociata partecipando al vano assedio di Damasco da parte dell'imperatore Corrado III e del re di Francia Luigi VII.


Non significativi per la Valle sono gli avvenimenti che contraddistinguono la tirannide di Ezzelino da Romano, la signoria di Oberto Pallavicino, la presenza degli Angioini, dei Torriani, ecc. Di estrema gravità invece è quella chiamata guerra civile, scatenata dai Federici e dai Celeri i quali, approfittando del fatto che in Iseo si sono concentrati molti guelfi, la assediano e in gran parte la distruggono. La stessa sorte è riservata per gli stessi motivi a Pisogne. Brescia risponde con estrema durezza alla ribellione. Emana gli "statuti contro i ribelli della Valcamonica", coi quali mette al bando perpetuo per tradimento, ribellione, saccheggio, omicidio, tutti i Federici e numerosi altri personaggi camuni, di Edolo, di Corteno, di Breno, di Cemmo, di Malonno, di Esine, di Prestine, di Niardo, di Malegno, di Cividate, e pone sulle loro teste grosse taglie; promette anche precise ricompense a chi procuri la caduta dei castelli e delle rocche di Montecchio, Gorzone, Esine, Prestine, Breno, Cimbergo, Malonno, Corteno, Mù e di qualsiasi altra fortificazione improvvisata dai ribelli a Dalegno e a Vezza, o a chi riuscisse a incendiarle (da tale elenco possiamo evincere che tutta la valle era saldamente nelle mani dei ribelli). Inoltre, per isolare i nemici, vietava a chiunque di recarsi nella valle e di intrattenere rapporti con i ribelli; invitava i valligiani rimasti estranei al conflitto ad abbandonare la valle e a presentarsi entro otto giorni alle autorità di Brescia, che promettevano di sistemarli in città o nel territorio. Infine, stanziava come fondi per le spese di guerra gli introiti della gabella del sale.


Come ha scritto Enzo Abeni, «la guerra durò a lungo e si concluse grazie anche all'intervento - politicamente interessato - del capitano del popolo milanese Matteo Visconti (alcuni degli incontri tra le due parti avvennero a Milano, nei due palazzi comunali, ora in "Broleto veteri", ora "in Palatio Novo"). I ribelli non furono messi in ginocchio, come forse sperava troppo semplicisticamente il comune di Brescia; si addivenne invece a un compromesso, negoziato tra il comune e i Federici, in base al quale Brescia toglie il bando alle famiglie camune implicate nella guerra, paga un'indennità ai Federici, esenta la valle da ogni contribuzione per cinque anni, viene ad accordi su molte questioni (il castello di Montecchio doveva essere restituito a Brescia solo entro il termine di sei anni). La Valcamonica viene quindi sottoposta all'autorità di un podestà; Pisogne fu infeudato a un signore dei Brusati, forse Tebaldo».


Divenuto, oltre che vescovo, signore di Brescia, Berardo Maggi, attraverso suoi emissari fra i quali Cazoino de Margotis di Capriolo verifica nel 1299 i diritti vescovili sul territorio con meticolosità e precisione assoluta. Al tentativo del Maggi di rinforzare la sua autorità di vescovo-principe e quella di parte guelfa con investiture e privilegi, i Federici rispondono nel 1301 con le armi.


La repressione del Comune di Brescia è immediata ma non indebolisce il potere ghibellino e dei Federici che si appoggiano ad Arrigo VII, sceso in Italia nel 1311 per la sua incoronazione. Questi riconferma alla Valcamonica le concessioni già fatte dal Barbarossa nel 1164, ne ribadisce l'indipendenza da Brescia, ne assume la protezione ed invia in valle un suo rappresentante. Pur di avversare Brescia, i ghibellini camuni favoriscono dal 1312 Cangrande della Scala, nominato da Arrigo VII suo vicario imperiale, il quale manda in Valle un podestà da lui nominato che nel 1319 emana sentenze in suo nome. Poco dopo lo stemma scaligero, accanto a quello dei Federici, compare scolpito sul portale del castello di Gorzone. Sempre ai margini degli avvenimenti più importanti che si svolgevano specie nella fascia prealpina, la Valcamonica ottiene da Giovanni di Boemia nel 1331 l'autonomia da Brescia. Nel frattempo si rassoda ancor più il potere dei Federici che costruiscono una vera signoria nella zona Edolo-Mù, mantenendo una posizione di prestigio anche nella bassa Valle, specialmente tra Gorzone e Montecchio. Contro tale preminenza si organizza una specie di lega guelfa formata dagli esponenti di famiglie in vista quali gli Antonelli, i Lupi, i Pellegrini, i Ronchi, i Nobili di Lozio e i Grandellini che alleati con guelfi della val di Scalve dà del filo da torcere ai Federici, con scontri, scrive Federico Odorici, che «valsero trent'anni d'ira, di stragi e di rapine». E ciò con l'appoggio pieno di Azzone Visconti al quale nel 1337 il Consiglio di Valle, ignorando Mastino della Scala, manda ambasciatori per sollecitarne l'appoggio. Due anni dopo, nel 1339, Luchino Visconti concede alla Valle autonomia rispetto Brescia creandovi un podestà accanto al quale pose un capitano, facendo della valle un «luogo separato» che godeva una particolare autonomia con ordinamento o statuto e amministrazione particolari.


Nel 1354, per diritto di successione, la Valle viene assegnata a Bernabò Visconti che, nel 1361, reprime duramente una rivolta di guelfi camuni. Con miglior fortuna, questi ritentano la sorte nel 1373, e nel 1378 si giunge a una tregua fra guelfi e ghibellini, trattata nel castello di Cimbergo su istanza dello stesso Bernabò. La tregua non dura che due mesi. Altre lotte, seguite da altre inutili pacificazioni, travagliano la valle negli ultimi decenni del secolo. Nel 1379 i guelfi camuni assieme a quelli della Valsaviore vengono sopraffatti dai ghibellini guidati da Giovanni Oldofredi di Iseo. Nel 1388 i guelfi camuni organizzano una specie di ribellione contro il vescovo Tommaso Visconti che finì con una pace alla fine dell'anno ma che durò solo pochi giorni.


Una nuova pace fu celebrata tra le fazioni camune nel 1397, al ponte dell'Oglio detto Manerbio, sotto Breno, per iniziativa del podestà della Valle Giacomo Malaspina e del capitano Enrico Soardi. I delegati del duca sedevano in mezzo al ponte; i guelfi si erano posti sulla riva destra del fiume, i ghibellini sulla riva sinistra. Lette le condizioni della pace, prima i notabili dei paesi, poi i rappresentanti della valle giurarono di mantenerle: «ma come l'onda di quel fiume ogni proponimento n'andò», conclude con amaro distacco l'Odorici.


Nel 1403 i guelfi camuni rialzano la testa e nel 1404 trovano un alleato in Pandolfo Malatesta che diviene signore di Brescia e di Bergamo. Nel 1404 Gianmaria Visconti infeuda Brescia e la Valcamonica a Giovanni Piccinino Visconti per contrastare il crescente potere di Pandolfo Malatesta, già padrone di Brescia, dapprima per conto dei Visconti, poi per conto suo. Cosicché ora, per il predominio della valle, i ghibellini si appoggiano ai Visconti e i guelfi al Malatesta. Un significativo esempio dell'asprezza di queste lotte si ha nel 1410, quando i Federici di Mù sterminano i Nobili di Lozio, compreso il famoso Baroncino, capo della parte guelfa. Pandolfo riesce ad assicurarsi l'appoggio della bassa valle, concedendo ai guelfi Volpino ed altri borghi ed allettandone altri con privilegi e favori, riuscendo nel 1414 a mettere fuori gioco i Federici di Montecchio. Non poté molto nell'alta valle dove Giovanni Maria Visconti creò Giovanni Federici, che aveva residenza nel castello di Mu, conte di Edolo, Mù e Dalegno e nel 1410 esentò quelle lontane terre da qualsiasi dipendenza da Brescia e dalla Comunità della valle. Presto tutta la valle abbandonò il Malatesta per rinsaldare i legami coi Visconti. I Visconti con editto ducale dell'11 marzo 1408 affermano il proprio dominio sulla Valcamonica. Passano alcuni anni e nel 1413 è il Malatesta che, a sua volta, allarga sulla valle le sue mire accaparrandosi l'appoggio di Venezia e, per combattere i Visconti ed i loro alleati Federici, si appoggia ai feudatari guelfi, e in particolare a Comino e Boccacino Griffi di Losine, ai quali erano state affidate le terre di Rogno e di Volpino. Seguono anni di lotte violente fino a quando nel 1419 i Visconti mandano in Valle un esercito al comando del Carmagnola il quale, in breve tempo, la occupa per intero. Come al solito, per accattivarsi le simpatie dei Camuni, dimezzano le imposte e i contributi e elargiscono concessioni e favori che durano per poco. Scalzato nel 1421 il Malatesta i Visconti instaurano presto in Valle un regime dispotico e sempre più esoso.


A contrastare i Visconti entra decisamente in campo Venezia che ha intanto esteso il suo dominio su Padova e Verona, che nel 1426 ha conquistato Brescia e che trova un insperato appoggio nel Carmagnola che, lasciati nel 1425 i Visconti, è passato con le sue truppe al suo servizio. Sbaragliato nel 1427 l'esercito milanese, egli si impegna subito alla riconquista della valle. Con l'aiuto di altri due capitani di ventura, il Cornaro e lo Scaramuccia, muove con una flottiglia da Iseo su Pisogne mentre 400 cavalieri attraverso il Guglielmo si dirigono verso la bassa valle. Infranta ogni resistenza opposta dai Federici, trova un grosso ostacolo solo nella rocca di Mù, che alla fine si arrende.


Delle lotte tra comuni, famiglie, partiti, in tutta la valle, restano numerose torri, fortificazioni, delle quali le più massicce di proprietà della comunità di Valle, come la rocca di Breno e le fortezze ai confini; altre appartenenti al vescovo di Brescia (Lozio, Mù, Pisogne) o alle grandi famiglie feudatarie (Gorzone, Plemo). Ma si può dire che ogni paese avesse una torre di difesa e fortificazione nelle località più strategiche a controllare le vie obbligate di transito.


Per la grande maggioranza della popolazione sovrastano questi lunghi decenni di contrasti, liti, guerre, il ripetersi di calamità naturali, epidemie, disastri. In valle rimase a lungo ricordo la violenta alluvione che verso la fine del sec. XIII distrusse il villaggio Serio, nella pieve di Cemmo, disastro rievocato nella leggenda delle Sante di Capodiponte che avrebbero arrestato miracolosamente lo sfacelo. È così delle epidemie del 1313 e 1321 a Vione, della peste nera del 1347-1350, le carestie del 1374.




EPOCA VENETA. Il 16 maggio 1428, i delegati della Valle Camonica si recarono a Venezia per ottenere dal Senato il "Patto di dedizione" che può essere considerato la "magna carta" costituzionale della valle Camonica. L'accordo, vicendevolmente pattuito, comprendeva trentuno clausole: la Valle potrà usufruire di propri statuti civili e criminali; potrà liberamente importare sale dalla Germania (salgemma); sarà esente da gabelle sul macinato e sulle vettovaglie; sarà libera nel commercio della "ferrarezza" (materiale ferroso); i trasporti da Lovere e per tutta la Valle saranno esenti da ogni tassa; il territorio di Lozio, già del Visconti, sarà restituito alla giurisdizione della Valle Camonica; la Valle sarà per sempre distinta e divisa dalla giurisdizione di Brescia e Bergamo: i Governatori, compreso il Capitano della Valle, saranno mandati direttamente da Venezia; la Valle Camonica riordinerà quanto prima i propri Statuti e pagherà alla Serenissima un tributo di 5.070 imperiali annue, in tre rate. L'1 luglio 1428 viene emanata la cosiddetta "costituzione di Valcamonica". In base alle suddette clausole il governo di Valle provvede subito a riordinare gli Statuti, dandone incarico al giurista Giacomo Armanini che nel 1433 li sottopose al Consiglio, ottenendone poi l'approvazione. Anche il Senato Veneto ratifica gli Statuti, che così divengono legge esclusiva per la Valle Camonica. Gli statuti verranno poi riveduti da una commissione di giuristi locali e riediti nel 1624 col titolo: "Statuta Vallis Camonicae". Ad essi si accompagnano gli statuti di singole località come ad esempio Berzo Demo (1656), Berzo Inferiore (1750), Borno (1446), Cividate (1660), Darfo (1495), Ossimo (1651), Pisogne (1486), Ponte di Legno (sec. XVI-XVII), Saviore (1651), Sellero (1655), Vione (1787), ecc.


Gli statuti prevedono la divisione di tutto il territorio camuno in quattro Pievanati che corrispondono alle antiche suddivisioni religiose: Rogno, Cividate, Cemmo, Edolo-Mù. Questi territori insieme formano la Comunità di Valle Camonica. Ad esse presiede, massima autorità, il Capitano di Valle Camonica: scelto tra i nobili Bresciani, aveva la sua sede in Breno e veniva mutato ogni anno. Il capitano aveva potere esecutivo e giudiziario e dipendeva gerarchicamente dal Capitano di Brescia al quale erano riservate le cause di appello e quelle più gravi che comportavano la pena di morte. Nel disimpegno del suo ufficio il Capitano di Valle aveva con sé: il Luogotenente, che lo sostituiva; il Vicario, per l'amministrazione della giustizia sia civile che penale, dottore in ambo i diritti (canonico e civile); il Cancelliere ed un Coadiutore che redigeva gli atti e provvedeva alla corrispondenza segreta sia con Brescia che con Venezia; Ministri ed Ufficiali di giustizia in numero variante. Il Consiglio Generale, che aveva sede in Breno, era composto da 154 membri dei quali: 96 rappresentanti dei 47 comuni della valle, più due della famiglia Federici per antico diritto; 19 componenti il Senato o Consiglio segreto; due Ragionati del Consiglio e 7 componenti il consiglio dei Deputati, più undici Ragionati aggiunti. Sono inoltre membri del Consiglio Generale: il Capitano di valle, il suo Luogotenente e il Vicario, l'Avvocato di valle, il Sindaco di valle ed il suo predecessore, il Cancelliere ed il vice Cancelliere, lo Jus dicente, il Presidente dello Spitale (Brefotrofio di Malegno) e il Tesoriere. Il Consiglio generale si raduna quattro volte all'anno, ed ha autorità di disporre, ordinare, provvedere agli affari di maggiore importanza interessanti non soltanto la Valle Camonica, ma anche la Repubblica di Venezia. Sua specifica competenza la revisione e l'approvazione degli Statuti civili e criminali. Ogni anno, nei giorni 28, 29 e 30 dicembre, si riunisce il Consiglio Generale, per eleggere il Sindaco di Valle Camonica, composto dalla Congregazione dei deputati (con funzioni consultive o deliberative solo in casi di urgenza), il Consiglio dei ragionati (per l'esame e l'approvazione dei conti della Comunità), il Consiglio segreto, per gli affari di ordinarie amministrazioni o non differibili, il calmedraro (che vigila sui prezzi) e i bollatori di pesi e misure.


Mentre elabora gli statuti, Venezia cerca di far opera di pacificazione e tenta di attirare dalla propria parte anche i Federici, concedendo loro di riarmare il castello di Mù. Ma essi non cambiano bandiera, tramando con Filippo Maria Visconti contro Venezia. La Valle viene di nuovo coinvolta. Truppe viscontee, infatti, fanno scorrerie fino a Lovere e a Volpino e ridanno animo ai ghibellini camuni. Questi, guidati da Antonio Federici di Edolo, suscitano focolai di rivolte e feroci rappresaglie contro gli antichi nemici guelfi a Prestine, Angolo, Cemmo; la ribellione dilaga rapidamente un po' dappertutto nella valle e induce il Gonzaga a inviare una spedizione da Brescia - formata anche da cernide reclutate nelle valli Trompia e Sabbia - che debellano con difficoltà i rivoltosi.


Ma ancora nel 1432 un esercito milanese, al comando di Niccolò Piccinino e Pietro Brunoro, sconfigge l'armata veneta in Valtellina, e attraverso l'Aprica dilaga in Val di Corteno, ponendo l'assedio ai vari castelli occupati dai veneziani, che si arrendono tutti ad eccezione della Rocca di Cemmo, difesa dal conte Bartolomeo da Cemmo, che ebbe in premio i beni che erano stati di Antonio Federici di Edolo. Sottoscritta la pace di Ferrara la Valcamonica tornò il 26 aprile 1433 sotto la giurisdizione di Venezia la quale, in premio, il 18 giugno 1434 autorizza la valle ad organizzarsi con propri statuti in forma autonoma.


Sembrò finalmente un ritorno della pace, invece non passarono che pochi anni e nel 1437 vi furono di nuovo fra Venezia e Milano trambusti di guerre dei quali i ghibellini camuni approfittarono per richiamare in valle di nuovo i Visconti. Avvertiti della calata dalla Valtellina di truppe viscontee, i principali signori camuni fedeli a Venezia si rinchiusero nel castello di Breno, insieme col capitano della valle Pietro Contarini e il conestabile Giovanni Negroboni. I viscontei presero l'abitato di Breno e strinsero d'assedio il castello, ma gli assediati resistettero con successo per parecchi mesi, finchè furono liberati da una spedizione bresciana guidata forse da Pietro Avogadro. Rimasti padroni dell'alta valle, i Federici danno nuovo filo da torcere a Venezia fino al 1438, quando sollecitano i Visconti a mandare un grosso contingente di armati al comando di Pietro Visconti il quale, accampatosi a Corteno, manda messaggeri a tutti i luoghi fortificati chiedendo la capitolazione e promettendo una serie larghissima di privilegi.


Solo nel 1440, con la riconquista dopo un lungo assedio del castello di Breno nel quale furono impegnati anche duemila uomini mandati da Brescia e raccolti nelle quadre di Gussago, Rovato e Palazzolo, la Valle ritornò sotto Venezia. Di nuovo Venezia largheggiò in esenzioni e privilegi concedendo tra l'altro il castello di Cimbergo ai Lodrone in premio del loro appoggio. Ma scontentò molti camuni perché pose praticamente la Valle alla dipendenza della Città, la quale ottenne che gli statuti camuni non fossero in contrasto con quelli cittadini e approvati dal Consiglio di credenza di Brescia e che agli uffici del governo della Comunità venissero preposti nobili bresciani. Ciò fu causa di nuove ribellioni. Non passarono che alcuni mesi e di nuovo la valle fu in fermento. I Federici e i ghibellini camuni, infatti, si ribellarono di nuovo a Venezia trascinando nella rivolta larghe plaghe. Venne di nuovo assalito il castello di Breno difeso da Giovanni Negroboni e toccò a Pietro Avogadro ricuperare la valle all'obbedienza alla Serenissima. La quale tuttavia mal sopportò la condizione alla quale fu ridotta, per cui, per svincolarsi da Brescia, chiese inutilmente di essere governata da un podestà, o capitano, o provveditore, veneto, per il quale a Breno nel 1455 fu costruito un palazzo della ragione pur mantenendo nella sua rocca come castellano un nobile veneto. Di tale umiliazione la Valle approfittò nel 1446 in occasione di un nuovo rigurgito di guerra per ribellarsi di nuovo a Venezia.


Infatti la guerra torna in Valle nel 1447 quando Francesco Sforza, diventato duca di Milano, si propone di restaurare l'antico Ducato. Invaso nel 1453 il Bergamasco, il duca manda in Valcamonica un buon numero di armati al comando di Morello degli Scolari, il quale in breve si impadronisce della parte inferiore fino a Cividate. A Malegno incontra l'opposizione delle milizie di Bartolomeo, dei Nobili di Lozio e delle Compagnie di Pietro Brunoro, capitano della Repubblica Veneta. Superato questo primo ostacolo, prosegue verso l'alta Valle, aggirando i castelli di Breno e di Lozio, nei quali si erano rinchiuse le migliori forze della Valcamonica sotto il comando del nobile Pietro Contarini, Capitano di Valle. Tornato su Breno assedia il Castello che resiste non solo al Morello ma a Sacramoro Visconti e a Bartolomeo Colleoni.


Nel 1453 la Valcamonica si arrese di nuovo a Milano ottenendo larghi privilegi. Breno però, ancora una volta, resistette a lungo con episodi di vero eroismo; la violenza dei nemici accampati all'intorno, che a un certo punto poterono avvalersi di bombarde sforzesche trasportate fin lassù, la ferocia dei valligiani ghibellini, il dubbio di essere abbandonati dai veneti, non piegarono i valorosi difensori del castello. Si aggiunse anche una forte nevicata che impedì l'arrivo dei soccorsi veneti, costretti ad arrestarsi a Darfo. Alla fine di febbraio 1454 anche Breno si arrese, mentre imprendibile rimase la sola rocca di Lozio. Questa, difesa da Bartolomeo Nobili e dal castellano Giovanni del Lupo, venne liberata solo nella primavera del 1445, quando il Colleoni passò al servizio di Venezia e la Valcamonica venne liberata dalle truppe milanesi. Firmata il 9 aprile 1454 la pace di Lodi, Venezia decreta la demolizione di tutti i castelli di Valcamonica, in modo da estirpare, un volta per tutte, la ribellione ghibellina. Rimangono in piedi soltanto le Rocche di Lozio, Cimbergo e Breno, le cui popolazioni sono rimaste fedeli alla Repubblica. La resistenza di Breno e di altri castelli venne premiata con nuovi privilegi, mentre particolari riconoscimenti andarono ai Nobili di Lozio, ai Ronchi e ai Leoni ed altre famiglie resesi benemerite per il sostegno dato.


E finalmente vennero anni di pace attraversati solo da qualche nuovo pericolo come quello di una guerra minacciata nel 1487 fra Venezia e Sigismondo d'Austria, che si limitò a sollecitare il rafforzamento di passi e confini. Fecero epoca inoltre passaggi di personaggi come quello nel 1497 della regina di Cipro, Caterina Cornaro. Del lungo periodo di pace gli storici si limitano a registrare fatti di cronaca, vertenze di diritto pubblico, concessioni ed imposte tributarie, incursioni di soldati svizzeri e tedeschi ai passi dell'Aprica e del Tonale, il generale rafforzamento dei capisaldi difensivi camuni e coscrizioni in valle degli abili alle armi per l'esercito di Venezia, mentre le cronache registrano calamità, epidemie e fenomeni oggi inconcepibili come la "caccia alle streghe". Per quanto si conosce da documenti in gran parte scomparsi, a partire dagli ultimi decenni del sec. XV e particolarmente dal 1510, vennero celebrati processi a Pisogne, Rogno, Breno, Cemmo, Edolo, con una sessantina di roghi mentre il Tonale veniva indicato come uno dei più importanti centri di conventicole stregonesche, e ciò nonostante che sagge autorità venete ribadissero che le povere popolazioni camune più che di processi e roghi avessero bisogno di verità di fede e di istruzione catechistica. Il fenomeno andò poi decantandosi e spegnendosi verso la metà del '500. Gli ultimi roghi di streghe sembra siano stati accesi a Edolo nel 1545.


Passati alcuni decenni di tregua delle armi, fu di nuovo guerra nel 1509 quando, con la Lega di Cambrai, il Papa, la Germania, la Francia, la Spagna si coalizzarono contro Venezia, la quale, abbandonando sempre più le mire ad Oriente, andava estendendo il suo dominio in Terraferma. La Valcamonica fu subito dalla parte di Venezia e mandò sue truppe al comando di Bartolo di Malegno in appoggio all'esercito veneto, mentre nell'aprile 1509 l'assemblea valligiana conferiva pieni poteri al brenese Bernardo Marone Ronchi. Sconfitta l'armata veneta ad Agnadello il 14 maggio 1509, secondo gli accordi di Cambrai, il ducato di Milano e i territori di Bergamo, Brescia e Cremona, compresa la Valcamonica, passarono a Luigi XII di Francia. È di questo periodo lo schizzo di Leonardo da Vinci, che segna strade e paesi della Valle sui due versanti.


Ma mentre Venezia si premura subito a sciogliere i sudditi dei territori invasi dal giuramento di fedeltà a S. Marco, da parte loro i ghibellini camuni, con a capo, come sempre, i Federici, si affrettano a chiedere al re di Francia che la Valle venga sottomessa al castellano di Tirano. L'anima della resistenza dei Camuni è Vincenzo Ronchi (v.), un capitano in sottordine, il quale con alcuni fedelissimi riesce subito a mettere in salvo il castellano di Breno e a condurlo a Venezia. In seguito, nel 1511, toglie ai francesi la rocca di Breno. Al sopravvento di Gastone de Foix la Valcamonica gli invia una deputazione di pace che egli si rifiuta di ricevere, imponendo alla valle il pagamento di 9900 ducati quale imposta straordinaria di guerra. Il Ronchi, con un gruppo di fedelissimi, si rifugia a Bagolino dove organizza una nuova spedizione su Breno trascinando con sé, oltre ai suoi fedeli, circa 500 bagolinesi. Sennonchè catturato, deve assistere alla calata, l'1 maggio 1512, degli Svizzeri contro i francesi. Liberato dalla prigione è di nuovo a Bagolino e poi a Venezia dove si offre per nuove azioni contro i francesi. Nuovi tentativi tuttavia falliscono. Catturato, riesce ancora a fuggire. Riuniti ancora armati, ritorna ad attaccare il castello di Breno. Tradito rientra a Bagolino, si unisce a Valerio Paitone, opera nella bassa valle e in Franciacorta e, ottenuti rinforzi di truppe regolari, riesce a sconfiggere il 18 giugno la guarnigione francese.


Passato il Bresciano nell'ottobre 1512 dai Francesi agli Spagnoli, si forma in Valle una società segreta detta la Lega dei "Marcheschi" che sostiene ancora una volta Venezia e nasconde spie e personalità venete. Al Ronchi, denunciato, vengono sequestrati tutti i beni che gli saranno restituiti quando, con la pace di Noyon (1516), la valle ritorna sotto la sovranità della Repubblica Veneta.


Dalla pace di Noyon la Valle gode di un periodo di pace, turbata ancora dai processi alle streghe, da calamità e disastri ma anche arricchita da un sicuro progresso economico e sociale, garantito dalla stabilità politica e favorito da una avveduta amministrazione centrale e locale. Sono gli anni nei quali i Comuni si emancipano dagli ultimi legami feudali, le vicinie si associano in comunità, si consolidano e si organizzano proprietà comunali, compartecipazione attraverso fraglie, confraternite alla vita comunitaria e all'assistenza pubblica.


Sempre più stretti sono i legami con Venezia e non sono poche le volte che la comunità di Valle si fa presente nei momenti di bisogno, come nel 1569 quando si profila la guerra contro il turco, con doni di pesi «di ferro crudo» per l'arsenale e con l'offerta delle «sue facoltà e le proprie persone» e notevoli somme di ducati. La Valcamonica venne definita, specie dal sec. XVI, «fedelissima» a Venezia, come dimostrano i lunghi elenchi di contributi di soldati, di beni e di denaro. Un elenco di tali prestazioni conservato nell'Archivio Comunale di Breno registra offerte di ferro (1616), di denaro (1639), di ferro lavorato (1645) e così via in scansione avvicinata di tempo. Il reclutamento di "cernide" o "ordinanze", cioè di militari reclutati in luogo, non andava oltre 300 unità.


I lunghi anni di "pax veneta", e in un certo senso anche la politica avveduta di Venezia, non risparmiarono la Valle da nuove calamità, disastri naturali. Seminarono rovine e a volte vittime inondazioni e alluvioni nel 1520 (Edolo), 1521 (Vione), 1731 (Malegno), 1734 (Bienno), ecc. Frane danneggiarono Ono S. Pietro nel 1471 distruggendo Montecchio. A volte, come il 21 ottobre 1628, a Breno un pezzo di montagna travolge, assieme al cimitero, case e fienili provocando la morte di «moltissime» persone. Devastanti gli incendi, specialmente in alta Valle dove le case sono per la maggior parte di legno. Se ne contano a Pontedilegno (1559), a Ceto (1565), a Vezza (1660 c. e 1667 con 70 vittime), a Borno (1688), a Saviore (1705), a Monno (1737) e poi a Sonico, a Rino, ecc. A continua ripetizione le epidemie, le più varie anche se sono sotto l'unico denominatore di peste. Nel solo sec. XV ne sono contate sette; si ricordano quella del 1470, del 1478, poi quelle del 1524-1526 e 1548-1549, la cosiddetta peste di S. Carlo (1575-1576) e quella più conosciuta del 1630-1631 alla quale si attribuisce la morte di metà della popolazione. Già nel sec. XVII compare il vaiolo. Fenomeno tipico dei sec. XVII-XVIII fu il banditismo del quale un cronista del tempo, il nob. Alfonso Cazzago, nel 1727 scriveva che «di tristi del genere è sempre piena la Valcamonica, perché la Giustizia di Brescia non può sì facilmente penetrare tra que' monti e la Giustizia di Valle non ha forza da snidare gentaglia mal vivente». Il banditismo è ricordato ancora oggi con modi di dire, per le imprese delle bande Panzerini, dei Federici, di Giorgio Vicario (1700), ecc.




EPOCA NAPOLEONICA. A rompere una specie di incanto dei rapporti fra la Valcamonica e Venezia fu la rivoluzione francese (1789), penetrata in Italia nel maggio 1796 con le armi del giovane generale Bonaparte, ma che trovò facile terreno nella crisi della Repubblica veneta, indebolita nella forza militare e marittima, e sempre più in preda a inerzia e disimpegno politico e amministrativo che seguono la fine di due secoli di pace, di progresso economico e sociale e di partecipazione popolare. In balia delle truppe francesi, in un primo momento il sindaco della Valle Camonica Guarneri cerca di ottemperare fedelmente agli ordini avuti dal Provveditore Veneto di Brescia (luglio 1796) e cioè «di trattenere i Camuni da ogni ostilità». Anche gli echi della rivoluzione giacobina di Brescia del 18 marzo 1797 e l'instaurazione del Governo Provvisorio giunsero attutiti in valle. Ma saputo della Rivoluzione, subito fu un andare a gara con manifestazioni di fedeltà alla Serenissima e di opposizione alla Rivoluzione. A Pisogne venne istituito un posto di blocco formato da montanari che imponevano a tutti quelli che vi sbarcavano per salire in valle di togliersi le coccarde tricolori e di gridare «viva S. Marco». Fin dall' 1 aprile 1797 i Reggenti diffusero un manifesto che invitava a ribellarsi alla... «fellonia di pochi congiurati» per «mettersi bene in armi ed essere pronti a marciare al primo avviso nel maggior numero possibile...». In breve tempo furono radunati trecento uomini delle "cernide" camune al comando dell'avvocato G. Vielmi di Breno, con altri ufficiali (Federici, Panzerini, Damioli, ecc.) che si portarono a Pisogne per impedire l'ingresso in Valle dei rivoluzionari bresciani. Già nell'aprile 1797 venne mandato in valle per conto del Governo Provvisorio il conte Emili, già vicario della valle per conto di Venezia. A Breno prese possesso della Valle come capitano del sovrano popolo bresciano. Accompagnato da un Franzoni, fissò subito un nuovo ordinamento amministrativo alla valle e introdusse le municipalità. La valle venne suddivisa in nove municipalità con sedi in Pisogne, Darfo, Borno, Breno, Bienno, Capodiponte, Cedegolo, Edolo e Ponte di Legno.


All'invito di adesione alla rivoluzione giacobina i componenti del Consiglio di Valle Camonica tutti contrari, risposero negativamente ed inviarono a Venezia una delegazione per assicurarla della loro fedeltà. Il Governo di Venezia rispose, invitando a perseverare nell'opposizione al Governo provvisorio di Brescia, promettendo aiuti ed anche armamenti contro invasori e ribelli.


L'1 maggio 1797 la Valcamonica venne eretta in Cantone della Montagna, il terzo dei dieci bresciani. La valle poi venne divisa. Per convincere la popolazione ad accettare il fatto compiuto furono mandati emissari del governo provvisorio, tra essi Estore Martinengo, che di fronte alla crescente resistenza della popolazione invocarono l'aiuto dei francesi i quali con un proclama del generale Lahoz si affrettarono a dichiarare i giacobini amici e protetti dell'esercito. E in effetti il 7 giugno, scortato da un drappello di militari francesi, comparve Ippolito Bargnani che, convocati consoli, parroci, impiegati, intimò a tutti di rassegnare le dimissioni. Parecchi soggetti contrari alla rivoluzione vengono arrestati e condotti a Brescia, altri ricercati riescono a nascondersi sui monti o a fuggire in Valtellina.


Specie in alta Valle, al Tonale, si sono intanto concentrati un rilevante numero di ribelli alla rivoluzione giacobina, formato da valsabbini, valtrumplini, camuni, tirolesi, trentini e anche da cittadini di Brescia che la gente chiama "sabini" o goghi o briganti. Contro una decina di costoro, abitanti in paesi della Valcamonica, nell'ottobre 1797 la Commissione criminale straordinaria sentenzia che i «Capi Controrivoluzionarj ed Emigrati briganti, saccheggiatori siano banditi definitivamente ed in perpetuo da tutti i luoghi dello Stato nostro colla confisca de' beni, e venendo presi ne' luoghi stessi, siano fucilati». In effetti queste bande davano non poche noie alle truppe regolari e ai funzionari governativi per cui vengono formate 3 compagnie di Colonne Mobili per proteggere la valle dalle incursioni dal vicino Tirolo. Già alla fine del dicembre 1797 il Battaglione 3° della Legione 3ª prende stanza a Edolo capitanato da un Bertoglio proveniente da Lovere e dal capitano Albertoni coi cacciatori di Montagna per difendere le terre dai "briganti" che tutt'ora si trovano sulle montagne. Dai rapporti che il Bertoglio invia si evince come i paesi da Pontedilegno, a Cedegolo, a Cividate siano esposti agli assalti dei briganti che non mancano di farsi presenti con colpi di mano, saccheggi ecc. Le bande poi vengono infoltite dai numerosi renitenti alla chiamata alle armi di 9 mila soldati reclutati tra i giovani dai 17 ai 26 anni. Una di queste bande di ribelli agli ordini di un Bonafini di Cividate darà a lungo filo da torcere alla gendarmeria bresciana.


Nel luglio 1797 la Valle entra a far parte della Repubblica Cisalpina e nel susseguirsi di nuove e instabili leggi cambia più volte ordinamento amministrativo. Il 5 novembre 1797 la Repubblica Cisalpina suddivide il suo territorio in 20 dipartimenti. La Valcamonica viene compresa per la maggior parte nel dipartimento dell'Adda e dell'Oglio, mentre la valle del Grigna fa parte del dipartimento del Mella e il dipartimento del Serio arriva fino a Dezzo. La Valcamonica comprende ora 4 distretti: Darfo, Cividate, Capo di Ponte, Edolo.


Alla calata poi degli eserciti austro-russi nel 1799 i francesi, costretti a ritirarsi in Valtellina, vengono inseguiti dai camuni che sfogano su di essi la loro rabbia, ripristinando gli antichi ordinamenti di Venezia. Ma quando nella primavera del 1800 Napoleone vince gli austriaci a Marengo, dura è la repressione francese che costringe i camuni a fornire uomini e viveri all'esercito di occupazione.


Sul finire dell'anno la Valle è di nuovo invasa dall'armata francese dai Grigioni al comando del gen. Mac Donald che, varcato lo Spluga, viene in parte dall'Aprica per aprirsi un varco verso il Passo del Tonale e così scendere a Trento. I francesi attaccano le fortificazioni austriache sul Tonale, ma sono respinti e subiscono grandi perdite (24-25 dicembre 1800). Scesi a Pisogne, unitisi alla Legione italica del Lechi, i francesi sono costretti in pieno inverno a superare il Colle di S. Zeno e il Maniva: riusciranno a raggiungere Trento attraverso la Valsabbia e la valle del Sarca.


Ricostruita, dopo la vittoria di Napoleone a Marengo (15 maggio 1800), la Repubblica Cisalpina, il 15 maggio 1801 la Valcamonica viene assegnata al dipartimento del Serio e definitivamente unita a Bergamo nel 1803, dopo la proclamazione della Repubblica Italiana (1802) con Napoleone presidente. Nel nuovo ordinamento seguito alla proclamazione del Regno d'Italia (1805), la valle appartiene ancora al dipartimento del Serio, ma è suddivisa in tre cantoni: Pisogne, Breno, Edolo, a loro volta suddivisi in comuni retti da sindaci nominati dal re. Continui mutamenti amministrativi colpiscono le popolazioni: lo scioglimento dei consigli di Valle, dei consigli comunali, delle vicarie, delle Congregazioni e confraternite ecclesiastiche, delle amministrazioni dei Luoghi pii. Sono all'ordine del giorno le requisizioni militari, le imposte straordinarie, l'aumento del dazio, l'aggravamento delle imposte prediali. Odiata più di tutto è la coscrizione obbligatoria dai 17 ai 26 anni che infoltisce il banditismo il quale trova ora la sua organizzazione più rilevante nella Compagnia dei briganti di Fraine che imperversa nella bassa valle dal 1806 al 1812.


Per queste ed altre ragioni quando nel 1808-1809 la potenza napoleonica incomincia a dar segni di debolezza le popolazioni camune manifestano segni di ribellione. Ciò avviene soprattutto nel 1809, il 25 aprile, quando circa cento «insorti tirolesi, guidati dal dott. Bezzi, da un Martinoli, occupano Ponte di Legno, fanno prigioniere sei guardie di finanza; svaligiano gli uffici, abbruciano le carte e lo stemma reale italiano. Quaranta di loro fanno una puntata sino a Vezza; poi tutti ritiransi al Tonale». Piombano di nuovo, al suono della campana a martello, dal Tonale a Pontedilegno il 7 maggio, destituiscono le autorità municipali, armano gente del luogo, scendono fino a Vezza. Convinti per un momento dal giudice di pace del luogo a desistere dall'insurrezione, a Vezza trovano sostenitori e si spingono fino a Edolo seminando danni. Con gli insorti si schierano le popolazioni di Monno, Sonico, Cortenedolo, Santicolo e Corteno, e la ribellione dilaga fino a Cedegolo. Qui il 9 maggio contrattaccano truppe francesi che costringono gli insorti a ritirarsi dopo aver incendiato case sopra Berzo, e nei giorni seguenti a Edolo e poi a Pontedilegno e al Tonale, dopo aver provocato incendi a Vione, Lecanù, ecc. Ora sono i francesi e le guardie di finanza a commettere violenze, a fucilare due contadini inermi che tentano di salvare il loro bestiame. Passano pochi giorni e il 12 maggio scendono in Valle dall'Aprica altri insorti della Valtellina, che si scontrano in brevi scaramucce con truppe italo-francesi a Santicolo e a Corteno. Il 14 maggio duemila insorti tirolesi e 55 soldati austriaci occupano Edolo, da dove sono respinti il giorno seguente dalle truppe francesi, e, dopo aver cercato di sollevare Cedegolo, sono costretti a ritirarsi al Tonale dove il 18 maggio, al "Locale dell'Osteria", i francesi attaccano 300 insorti, respingendoli fino a Vermiglio in Val di Sole, e poi per ordini superiori ripiegano su Pontedilegno. Azioni di disturbo di insorti, spedizioni di truppe durano anche in seguito fino a quando, sconfitta l'Austria a Wagram (4-5 luglio 1809), Napoleone è in grado di mandare in Valle truppe sufficienti per contrastare insorti e ribelli.


Dopo la tragica ritirata napoleonica di Russia nell'ottobre 1813, nella quale probabilmente perdettero la vita anche Camuni e Bresciani, ai primi di novembre due battaglioni austriaci, valicato il Tonale e occupata l'Aprica scesero fino a Lovere, mentre una compagnia giungeva fino a Borgo Pile alla periferia di Brescia. A cacciare gli invasori venne incaricato il colonnello Francesco Neri che il 16 novembre, attaccati gli austriaci, li incalzò fino a Pontedilegno. Ritornati alla carica il 26 novembre, gli austriaci furono di nuovo ricacciati. A fine gennaio 1814, tornati ancora sino a Edolo, furono battuti dal Neri e costretti a sgombrare la vallata. Poco dopo tentarono gli Svizzeri, approfittando della confusa situazione politica del momento, di impossessarsi delle valli, scendendo tanto su Tirano che su Chiavenna. Ma il colonnello Neri con milizie valtellinesi volontarie li affrontò e li costrinse a ripassare le Alpi.


Ma ormai è la fine della dominazione napoleonica. Prima con il trattato di pace di Parigi (1814), poi col trattato di Vienna (1815) la Valcamonica, come tutta la Lombardia e il Veneto, passa sotto il dominio dell'Austria. Dall'avventura napoleonica la Valle esce sconvolta ed impoverita. Anche qui la rivoluzione (subita, non sentita ed apertamente osteggiata), invece di portare libertà, fraternità ed uguaglianza, ha portato disordine e danno: amministrazione piratesca, coscrizioni obbligatorie, confische di beni pubblici e privati, truppe da mantenere a spese della popolazione, guerre, crisi in ogni settore produttivo e soprattutto nell'agricoltura, dove uomini, raccolti e bestiame sono stati sistematicamente ed indiscriminatamente requisiti dai funzionari francesi per sostenere Napoleone nelle sue guerre.




DOMINIO AUSTRIACO. I primi anni sono difficilissimi. Ai disastri lasciati dal dominio napoleonico si accompagnano una dura carestia e un'epidemia che miete molte vittime. Freddo, piogge imperversanti riducono la popolazione povera a cibarsi di erbe e a morire di fame. Nel 1817 si diffonde un'epidemia di febbri petecchiali che semina numerose vittime. Sempre nello stesso anno una terribile siccità distrugge raccolti e bestiame e miete nuove e numerose vittime. Le condizioni sono tali che il vescovo di Brescia, mons. Nava, viene in soccorso con 100 mila lire. Solo nel 1818 il raccolto è tale che permette di superare la crisi, e al contempo viene introdotta la patata, che per la sua resistenza alle intemperie era servita a sfamare la gente in Valtellina e nel Trentino. Anche per questi tragici strascichi, ma anche per la stanchezza di guerre e di rivoluzioni e per il rimpianto di secoli di pace, la maggioranza della popolazione camuna accetta il dominio austriaco, in parte con entusiasmo e in parte con rassegnazione.


In realtà il nuovo regime, almeno inizialmente, non contrastò con i desideri dei possidenti ed è tale da soddisfare il popolo. L'Austria, con certe opportune riduzioni di tasse e di dazi, con il ribasso del pezzo del sale e del tabacco, con una politica ecclesiastica diversa da quella napoleonica e facendo credere di voler abolire la coscrizione obbligatoria, con il riassetto della scuola e la diffusione dell'istruzione elementare, l'impulso al commercio, all'agricoltura oltre a forme di organizzazione e di autonomia amministrativa, crea un certo clima di sviluppo. L'amministrazione austriaca si impone anche per alcune realizzazioni: dalla strada del Tinasso (1815) all'organizzazione della navigazione sul lago d'Iseo, allo sviluppo (1819-20) di una rete di diligenze, e all'attenzione al problema ferroviario, fino alla strada sebina iniziata dal comune di Pisogne nel 1828 e compiuta nel 1850. L'Austria, tuttavia, resta insensibile a tutti gli appelli che verranno ripetuti fino al 1844, 1845, 1855 per un ritorno della Valle nell'ambito della provincia di Brescia. Sia pure limitata alle classi borghesi e colte, sollecitata dalla diffusione di una stampa liberale e da società segrete, dal fiscalismo, dall'applicazione irrazionale della censura, da una rigida sorveglianza di polizia, specie negli anni '20, si va diffondendo una esplicita avversione alla dominazione austriaca assieme a sempre più chiare aspirazioni all'indipendenza nazionale e un'apertura all'idea liberale. In Valcamonica un tale atteggiamento aveva radici culturali nel giansenismo moderato del prevosto di Esine don G.B. Guadagnini autore, tra l'altro, di un'apologia di Arnaldo da Brescia, ma poi si radica su constatazioni più pratiche cioè sulle condizioni generali della popolazione che non migliorarono affatto, soprattutto per le disastrose calamità che si abbattono sulla zona; epidemie, morìa del bestiame, cattive condizioni atmosferiche e alluvioni. Di esse sono piene le cronache camune del tempo, dalle alluvioni che portano disastri a Incudine (1835), Gratacasolo (1850), Vione, Vezza d'Oglio e Cividate (1852), ecc. agli incendi che distruggono nuclei interi di abitati a Malonno (1830), Vione (1840), Villa d'Alegno (1844), Temù (1851), ecc. Se si aggiunge che nel 1836 e poi ancora nel 1855 fa la sua comparsa, con molte vittime, il colera, si può immaginare quanto crescesse in continuità il disagio, e in fondo il sentimento di ribellione della popolazione. Ribellione che se nella popolazione rimase allo stato di lamento e inane protesta, nelle classi più colte si saldò con l'idea di rivolta contro i dominanti.


In Valcamonica l'idea risorgimentale prende piede nelle coscienze di pochi: alcuni (fra cui Antonio Zendrini e G. Battista Cavallini) partecipano ad Alessandria ai moti del '21; altri si iscrivono alla Carboneria, altri ancora alla Giovane Italia (sostenuta da Gabriele Rosa e Gaetano Bargnani). Fra gli studenti delle Università di Milano e Pavia emerge la figura del giovane avvocato Francesco Cuzzetti di Breno, amico personale di Giuseppe Mazzini, che fu l'anima dell'opposizione all'Austria da parte dei giovani brenesi e camuni e riuscì a far arruolare nell'esercito piemontese alcuni soldati camuni. Ma si tratta di atteggiamenti politici ed azioni isolate che lasciano il popolo indifferente. Più che l'idea, sarà l'evidenza delle cose a determinare nel popolo l'insofferenza prima e la rivolta poi verso un regime poliziesco e tirannico che respingeva sistematicamente ogni richiesta popolare, esigeva imposte gravose, imponeva dazi sui prodotti locali per proteggere le merci austriache, alienava i diritti e le proprietà comunali a vantaggio dei borghesi fedeli all'Impero. Sintomatico esempio di questa crescente insofferenza è la rivolta popolare scoppiata a Darfo nel 1834, che impegna per alcuni giorni la polizia austriaca nell'opera di repressione.


Nonostante i tempi difficili, la Valcamonica vede in questo periodo alcune importanti realizzazioni pubbliche e private: un notevole progresso nell'agricoltura, la trasformazione dell'artigianato del ferro in vera e propria industria siderurgica, la costruzione della strada per Brescia, logico sblocco delle attività economiche camune. Data la vicinanza dei confini, non sono pochi i patrioti e i perseguitati politici che vi passano per raggiungere Lugano e la Svizzera. Quando giunge la notizia delle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848), non pochi camuni si muovono e alla fine di marzo convergono su Breno, dove l'ing. Maurizio Ronchi, Battista Zendrini e il cappellano Gaetano Federici organizzano una compagnia di guardie civiche di 185 volontari, uomini che presto aumentano per unirsi a Edolo a parecchi bergamaschi e ad altri provenienti dalla Valtellina, dando vita, il 15 aprile, alla terza compagnia del Battaglione delle Alpi. La compagnia, equipaggiata di 200 lance di ferro e di poche armi da fuoco, al comando del barone Scotti e del col. Bonorandi di Bergamo, si attesta sul Tonale per scendere poi nel Trentino a Dimaro e Malè e spingersi fino a Cles, scatenando la reazione degli austriaci. Battuti in un disastroso scontro a Malè, i bresciani-bergamaschi, sotto una violenta bufera di neve, sono costretti a ripassare il Tonale, scendendo il 21 aprile a Pontedilegno. Nonostante sia giunto l'ordine di sciogliere i reparti, un migliaio di uomini rimangono a controllare il Tonale e Croce Domini e altri passi; rincalzati poi da un contingente di bersaglieri abbandoneranno le posizioni dopo la sconfitta di Custoza e il ritorno degli Austriaci. Perquisizioni subito avviate dall'Austria nelle case dei capi della ribellione portano a scarsi risultati e non impediscono nel 1849 ad alcuni giovani camuni di partecipare alla campagna militare e alle Dieci Giornate di Brescia. Nel frattempo l'Austria rafforza la sua presenza. Già fin dal 1850 fortifica il Tonale e riattiva le fabbriche di artiglieria a Forno d'Allione.




EPOCA CONTEMPORANEA. La Valcamonica vive da lontano la guerra del 1859 che porta nell'alveo di un'Italia, sempre più unita, la Lombardia e perciò la Valle stessa. Nel giugno salgono, lungo la Valle, truppe piemontesi al comando del gen. Cialdini per presidiare i passi del Tonale e dell'Aprica. Dopo la battaglia di Solferino e S. Martino (26 giugno 1859) sale anche Garibaldi presidiando con proprie truppe, assieme a quelle dell'esercito piemontese, Pontedilegno, Edolo, Breno ecc. Agli inizi di luglio truppe austriache scendono a loro volta fino a Vezza d'Oglio, ma pochi giorni dopo devono abbandonare la Valle.


Con il 1861 la Valle passa dalla provincia di Bergamo alla provincia di Brescia e Breno diviene capo di mandamento pur perdendo qualche anno dopo la sede del tribunale. Con l'unità nazionale prevale anche in Valle la classe liberale di ispirazione risorgimentale, avvantaggiata dall'astensione politica delle masse cattoliche emarginate per legge dal voto per povertà e analfabetismo. A lungo domina soprattutto l'indirizzo zanardelliano, al quale si rifanno tutti i deputati da Giustiniani a Cuzzetti a Garganico (che è considerato uno dei fiduciari in Valle di Giuseppe Zanardelli), a Sigismondi, a Taglierini, al gen. Barattieri, a Castiglioni (1894-1909). Parallelamente si sviluppa una stampa sempre di indirizzo liberale che pure domina per qualche tempo incontrastata: "Il Camuno", "La Valcamonica", "Il Risveglio camuno", ecc.


Negli ultimi anni che coronano le vicende risorgimentali la Valle è presente con un buon numero di combattenti nella seconda spedizione dei Mille (1860) e con un battaglione della guardia camuna a Fossombrone nelle Marche (1861). Ad allenare e incrementare tali presenze viene fondata nel 1862 a Breno la società di tiro a segno. Nello stesso anno tre camuni partecipano alla spedizione di Aspromonte. Nel 1866 lo sfortunato combattimento del 4 luglio a Vezza d'Oglio segna l'ultimo episodio di guerra risorgimentale, mentre anche negli anni seguenti, nel 1867 a Mentana e nel 1870 a Porta Pia, non manca la presenza di camuni.


Fin dai primi anni dell'unità si sviluppano nuove forme di associazioni. Di influenza garibaldina, oltre alle Società di Tiro a segno, si sviluppano le società di mutuo soccorso o operaie formate da artigiani, operai, piccoli commercianti ecc. e fra le quali hanno particolare rilievo: la Società operaia "Giuseppe Garibaldi" di Breno (1865), la Società Operaia femminile di mutuo soccorso (1875), quella di Edolo, "Federativa operaia agricola" di Darfo (1882), "Operaia liberale" di Edolo, la "Paolo Prudenzini" di Cerveno, Losine, Ono S. Pietro, ecc. Al predominio liberale si oppone fin dai primi anni dell'unità un nutrito gruppo di sacerdoti intransigenti ai quali si affianca un numero crescente di laici quali il beato Giuseppe Tovini, i Romelli e i Ronchi a Breno, i Tottoli a Bienno e Prestine, i Bontempi e i Cemmi a Darfo, i Piccinelli a Gorzone, i Fiorini a Gianico, i Corna-Pellegrini a Pisogne, i Tempini a Capodiponte, i Camadini a Sellero, ecc. Queste forze, attorno a Livio Tovini, che nel 1909 e nel 1913 viene eletto deputato del Collegio di Breno e perciò della Valle, ribaltano una situazione che dura dal 1860. Sacerdoti e laici si uniscono nei Comitati parrocchiali, promuovono società cattoliche di Mutuo Soccorso, attività creditizie quali la Banca di Valcamonica di Breno (1872), la Banca dei SS. Faustino e Giovita di Darfo (1901) ed agenzie della Banca S. Paolo (1888). Ad esse si affiancano le Casse Rurali (Esine, 1895; Darfo, 1901). Con il sostegno, specie dagli inizi del '900, di queste, nasce la Cooperativa Tipografica Camuna (che pubblica dal 1902 il quotidiano "La Valcamonica"); la Lega Cattolica Popolare Camuna, il Segretariato del Popolo, che esplica un'attività intensa anche tra gli emigranti, il Consorzio Agrario Camuno, le Unioni Cattoliche del lavoro di Valcamonica.


Nella seconda metà del secolo si verifica la scoperta della Valle attraverso le esplorazioni di topografi ai quali seguono geologi e botanici. Nel 1864 il tenente austriaco Julius Payer compie la prima ascensione sull'Adamello aprendo la via all'alpinismo, seguito da molti altri bresciani e no (tra i quali molto attivo il brenese Paolo Prudenzini) ai quali si affianca un sempre più nutrito numero di guide alpine, mentre nasce l'esigenza, a partire da quello di Val Salarno del 1882, di rifugi alpini. L'alpinismo fa da apristrada al turismo. Quasi inesistente al passaggio in Valle dell'inglese Fressfield, il turismo si sviluppa dapprima intorno alle Terme di Boario e Angolo, poi in alta valle specie a Ponte di Legno intorno alle acque di S. Apollonia. Accompagnano e sollecitano questa "scoperta" della Valle, opere pubbliche che vanno dalla creazione nel 1862 della strada della Val di Scalve a quella del Tonale (1880), al continuo miglioramento della strada di Valle, alla realizzazione della tramvia Lovere-Corna-Cividate (1900) e della ferrovia camuna da Iseo a Breno (1904-1907).


La prima guerra mondiale interrompe ogni attività economico-sociale e politica. Anche se nei piani dello Stato maggiore le sorti della guerra si giocano sui fronti della Venezia Giulia, i confini bresciani dell'alta Valle assumono importanza rilevante per contenere possibili sfondamenti, peraltro non contrastati da apprestamenti difensivi a differenza di quelli realizzati dall'Austria. Dal ponte di Cividate la Valle viene dichiarata zona di guerra, mentre il fronte si va stabilizzando per lo più sui 3000-3500 metri di quota. La popolazione è mobilitata assieme alle truppe per i rifornimenti, le opere di difesa, ecc. Dichiarato l'inizio delle operazioni (24 maggio 1915), falliscono i primi tentativi di occupare (8 giugno 1915) posizioni più favorevoli nella conca di Presena, mentre gli austriaci distruggono un accampamento di fanti al Passo di Campo. Attacchi e contrattacchi non modificano il fronte fino alla primavera del 1916 quando audaci azioni segnano la conquista di alcune vedrette e del ghiacciaio del Mandrone e del Crozzon di Lares, alle quali segue nel giugno 1917 la conquista del Corno di Cavento. Altre azioni anche durante il 1918 non mutano di molto le posizioni fino a quando il 3 novembre reparti alpini dilagano dal Tonale in Valle di Sole verso Trento.


Il dopoguerra vede un vero exploit del combattentismo, animato da Guglielmo Ghislandi e che, alleato con il socialismo, domina politicamente e amministrativamente gran parte della scena camuna portando dal 1919 al 1921 in parlamento, nelle elezioni politiche del 1919, lo stesso Ghislandi, e conquistando numerose maggioranze nei comuni valligiani. A fronteggiare combattenti e socialisti camuni, oltre al sempre forte movimento cattolico camuno, nel 1919 si impone il Partito Popolare che nelle elezioni politiche del 1921 si aggiudica la maggioranza assoluta. Mentre il combattentismo camuno esaurisce la sua carica e confluisce in gran parte nel partito socialista, la Valle registra la crescita dirompente del fascismo che muove i primi passi nell'autunno del 1920, trovando come roccheforti Breno e Pisogne. Sottovalutato agli inizi e impostosi attraverso l'alleanza di ceti medi e di imprenditori e con la violenza, nel giro di tre anni diventa padrone assoluto prima della bassa Valle e poi di Breno, allargandosi sempre più anche in centri minori. Sciolti nel 1923-1924, con la piena complicità delle autorità governative, i consigli comunali, il fascismo camuno si scontra con gli avversari più decisi, che condanna al confino o rinchiude in prigione.


La precarietà del terreno registra nuovi disastri tra i quali tremendo è l' 1 dicembre 1923 il crollo della diga del Gleno, che semina morte e distruzione nella media Valle. Ma non mancano segni di progresso. Negli anni '20 e '30 vengono realizzate opere importanti, quali la ricostruzione della Valle di Scalve, la strada del Gavia, le arginature dell'Oglio, la sistemazione di strade militari, i ponti di Angolo, Gratacasolo e sul torrente Re a Niardo. Mentre il fascismo è stato più che altro imposto e, per forza di cose, tollerato, corale è la resistenza della Valle all'occupazione tedesca e alla Repubblica Sociale Italiana. Essa trova fin dai primi di novembre del 1943 il primo centro nella canonica di Cividate e i primi coordinatori in Romolo Ragnoli e in don Carlo Comensoli. Ai primi gruppi formatisi in Val Grigna, Sonico, Rino, Artogne, Cerveno, Valsaviore, altri se ne aggiungono fino a formare una brigata di Fiamme Verdi intitolata a Tito Speri che allarga la sua influenza in tutta la Valle, mentre in Valsaviore nasce una formazione autonoma di indirizzo social-comunista che si trasforma poi nella 54ª Brigata Garibaldi. Corale è la partecipazione della popolazione alle vicende resistenziali che affonda radici in molti paesi (Cividate, Artogne, Corteno, Pezzo, Lozio, Bienno, ecc.). Si arricchisce di una propria stampa e propaganda attraverso numerosi manifestini e giornali quali "Il Ribelle", "Valcamonica ribelle", "Il piccolo ribelle", ecc. Aiutati dalle popolazioni, dall'organizzazione di staffette di collaboratori e da lanci alleati, numerosi gruppi partigiani vivono mesi e mesi sui monti fra disagi enormi e in continuo pericolo di spie o di azioni repressive, rappresaglie, rastrellamenti da parte di formazioni antipartigiane tedesche e fasciste il cui intervento provoca numerose vittime anche tra la popolazione civile, devastazioni a volte disastrose come l'incendio di Cevo (3 luglio 1944). L'attività partigiana durante l'estate del 1944 è talmente intensa da convincere i tedeschi ad accettare tregue e a creare zone franche. Dopo un periodo di stasi durante i mesi invernali del 1944-1945, la guerra partigiana si concentra nella conca del Mortirolo sopra il paese di Monno, ai confini della Valtellina, dove si svolgono il 27 febbraio e dal 10 aprile al 2 maggio 1945 due vere battaglie di posizione nelle quali duecento partigiani delle brigate "Schivardi" e "Tosetti" delle Fiamme verdi sconfiggono la legione della Guardia Nazionale Repubblicana "Tagliamento", la brigata "Quagliata" e un battaglione di SS italiane.


Nel dopoguerra, dominato da una sempre più salda egemonia democristiana (che nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 può contare una maggioranza elettorale del 70 per cento), la vita economica-sociale riprende, sia pur gradualmente; nascono attive organizzazioni sindacali, molte cooperative (1945), una stampa locale attraverso il periodico "Valcamonica libera" (1946), seguito poi da "Valcamonica" e "Valcamonica socialista". Vengono inoltre avviate le più necessarie opere di ricostruzione, specialmente stradali, quali il rifacimento della strada statale a Edolo, la ricostruzione dei ponti stradali e ferroviari presso Sonico, l'ampliamento della strada Iscla-Monno, ecc. Dal maggio 1947 viene avviata la ricostruzione di parecchi comuni soppressi dal fascismo e più precisamente: Berzo Inferiore, Prestine (in data 6 maggio 1947, precedente aggregazione: Bienno), Ceto, Cerveno (6 maggio 1947, Ceto-Cerveno), Ono San Pietro (20 agosto 1947, Capo di Ponte), Monno (2 ottobre 1947, Incudine), Cividate Camuno, Malegno (Cividate-Malegno, 2 ottobre 1947), Cimbergo, Paspardo (4 novembre 1947, Cimbergo-Paspardo), Berzo Demo, Sellero (6 dicembre 1947, Cedegolo), Sonico (11 marzo 1948, Edolo), Braone; Niardo e Losine sono aggregati a Breno (agosto 1949), Cevo e Saviore (aprile 1954). Riprende anche la vita economica con l'impianto e lo sviluppo di complessi industriali quali l'Elettrografite, la SEFE, la Tassara, la Metalcam, l'Olcese, la Selva e si verifica un riavvio di imponenti impianti idroelettrici. Si amplia inoltre la vita culturale che registra la rinascita della "Pro Valle Camonica", di circoli culturali (fra i quali particolarmente attivo quello intitolato a Guglielmo Ghislandi), numerose corali e filodrammatiche.


Nella nuova realtà democratica, sotto la spinta di utilizzare alla meglio la produzione di energia elettrica e in genere le risorse economiche, vengono costituiti in Valle due nuovi enti pubblici: il Consorzio dei Comuni B.I.M. di Valle Camonica, sorto in base alla legge 959 del 1953, e la Comunità Montana di Valle Camonica, frutto della legge 1202 del 1971, che ha lo scopo di «amministrare il patrimonio e il fondo comune da impiegarsi esclusivamente a favore del progresso economico e sociale delle popolazioni residenti nel territorio bresciano del B.I.M. (Bacino Imbrifero Montano) dell'Oglio, con particolare riguardo alle zone più depresse».


All'attività dei due enti sono ascritti risultati positivi in campo sociale, economico e culturale. La Comunità, infatti, oltre che rinverdire le tradizioni autonomistiche dei tempi di Venezia, diventa un motore di progresso. Nell'agricoltura promuove il miglioramento di impianti di irrigazione, di case rurali, caseifici, malghe e anche della selezione del bestiame, di consorzi, di mostre; per la ripresa economica promuove l'acquisizione di aree industriali, la metanizzazione e la depurazione delle acque; nell'industria incentiva l'assunzione di manodopera e regola lo sviluppo industriale; nel turismo vengono incrementate strutture alberghiere e viarie; in campo culturale viene promosso il Centro Camuno di studi preistorici, il Parco di arte rupestre, il Museo romano di Cividate, il restauro e la valorizzazione di edifici e di opere d'arte, il Premio Nazionale d'arte, la diffusione di scuole di ogni ordine e grado, di convitti per studenti a Darfo, Breno e Edolo; nell'assistenza sociale vengono promossi centri medici specializzati, reparti di lunga degenza e l'assistenza agli emigranti anche attraverso "Gente Camuna". Sotto gli occhi di tutti, nonostante nuovi disastri fra i quali l'alluvione del settembre 1960, è la trasformazione edilizia e viaria che trova la sua realizzazione più importante nella strada camuna in lenta, ma avanzante realizzazione.




RELIGIOSAMENTE ED ECCLESIASTICAMENTE la valle conobbe, probabilmente, il cristianesimo attraverso mercanti di passaggio, funzionari venuti da fuori e poi missionari scesi dal Trentino o saliti dalla pianura. Questi eressero i primi loca sanctorum intorno ai quali si riunirono i primi credenti.


Inverosimili i racconti di martiri i cui nomi sono legati a cognomi comparsi solo secoli dopo, contestata la fondazione della chiesa camuna da parte di S. Siro, vescovo di Pavia, il cui culto sembra sia stato introdotto in epoca longobarda quando Pavia era la capitale del regno, come pure è respinta come assurda la notizia che evangelizzatore sia stato il vescovo S. Apollonio nel 143 d.C. Più plausibile invece l'opinione di chi ritiene che l'espansione evangelizzatrice sia avvenuta durante gli episcopati dei SS. Filastrio e Gaudenzio (365-411 d.C.) ai quali A. Sina attribuisce la fondazione della più antica pieve camuna: quella di Cividate. Nel 1860 vi venne ritrovata una croce bizantina, nel 1949 in alcuni scavi vennero alla luce i resti di una chiesetta di epoca longobarda poi rimaneggiata. Alla primitiva chiesa seguì, in epoca romanica (secolo XI) un'altra chiesa della quale rimane traccia nell'abside della chiesa attuale che fu completata nel 1752. Testimonianze dicono che, addossato alla facciata della chiesa, già ingrandita nel 1400, sia stato trovato il battistero che sarebbe il più antico di tutta la Valle Camonica.


Nella bassa valle divenne pieve la statio romana, poi pago di Rogno, punto di sosta e di commercio, forse anche porto di attracco per le zattere che salivano del Lago d'Iseo. Recenti scoperte inducono a pensare che Rogno avesse un edificio sacro già nei secoli VII e VIII. Anche per chi vuol datare la costruzione della chiesa di Rogno all'epoca Carolingia resta sempre il sospetto che esistesse almeno un fonte battesimale precedente.


Fra le più antiche ed insigni è la pieve di Cemmo. Nella basilica-pieve di S. Siro la cripta è ritenuta forse del VII sec. mentre è comune l'opinione che sia stata centro di una presenza cristiana dall'anno Mille. Qualcuno pensa che si tratti di chiesa incorporata al castello di difesa esistente sullo stesso poggio dove c'è una iscrizione epigrafica incisa sulla viva roccia e risalente all'anno 1167, dopo la distruzione del Barbarossa. Alla distruzione del castello seguì la sua ricostruzione e forse l'ampliamento della chiesa di S. Siro ridotta alla forma attuale in bello stile Romanico-Lombardo ed usata come sede del pievato e come chiesa battesimale per tutta la zona circostante. Un'altra vasta pieve sorse a Mù di Edolo al centro delle vie che salgono a destra verso il Tonale, a sinistra verso l'Aprica. Accanto allo statio romana si vuole che sia stato costruito anche un santuario che era stato dedicato a Saturno, ma forse esisteva già un'ara dedicata a Bergimo, al centro di un pagus comprendente tutta l'alta Valcamonica.


Pare che in epoca carolingia dopo l'anno 800 sia stata istituita la pieve cristiana nel cui ambito i monaci di Tours eressero anche un ospizio. Ampia è la presenza evangelizzatrice del Monastero di S. Martino di Tours (Marmoutier) al quale in data 16 luglio 774 Carlo Magno infeudava la Valle, come confermano i numerosi titoli di chiese come S. Martino di Tours (Lovere, Erbanno, Plemo, Borno, Astrio, Cerveno, Cimbergo, Capo di Ponte, Edolo, Corteno, Vezza, Villa d'Allegno) e di S. Brizio, successore di S. Martino (Monno), nonché dei martiri della legione Tebea uccisi nel Vallese: Maurizio (Incudine, Losine, Niardo, Breno, Artogne, Lovere) e poi S. Vittore (Pian di Borno e Pontasio), S. Fedele (Vico), S. Alessandro (Vione, Ono S. Pietro), S. Defendente (Breno, Bienno, Pellalepre); S. Fermo (Borno), ecc.


Alessandro Sina è dell'opinione che anche la dedicazione di altre chiese a santi particolari sia dovuto al fatto che i monaci Turonensi veneravano nella loro basilica di Marmoutier le reliquie di alcuni santi di cui erano particolarmente devoti. Tra questi i martiri milanesi Nazaro e Celso (Anfurro, Andrista, Lozio), Gervasio e Protasio (Nadro, Ossimo Superiore), i martiri romani Cosma e Damiano (Ossimo e Annunciata), le cui reliquie erano state donate a S. Martino da S. Ambrogio di Milano che le aveva ritrovate. Anche il culto a S. Gregorio Magno a Cané, Cortenedolo, Corna, Toline avrebbe la stessa origine come, secondo ancora il Sina, quello dei SS. Pietro e Paolo (Monno, Aprica, Villa di Lozio, Castelfranco, Ponte di Legno).


È ipotesi di Lino Ertani che il culto di S. Siro sia stato introdotto ancora dai monaci di Tours per ricordare S. Martino che venne da S. Siro iniziato alla fede. Fin dai sec. VI-VII si diffusero nuclei o case di vita monastica che poi trovarono una sistemazione nelle regole di S. Agostino e in quelle di S. Benedetto e delle quali rimane un esempio nella «domus S. Eusebii, in Castro Boenni (Bienno) cum curte».


Fra le tante leggende fiorite intorno al passaggio di Carlo Magno in Valcamonica, sono ricordate quelle di S. Glisente, S. Costanzo, le Sante di Capodiponte. Per la Valcamonica resta la realtà di una valle che tra difficoltà esce da un oscuro medioevo per riorganizzarsi in una comunità civile e religiosa.


Alla diffusione e ad un radicamento del cristianesimo contribuiranno i grandi monasteri, da quello di S. Salvatore o di S. Giulia a quello di Nonantola, di S. Faustino ecc. Il monastero di S. Giulia, fondato nel 739, ha corti e proprietà a Siniga, Pontasio e Grignaghe (Pisogne), dipendenti in Terzano (Angolo Terme) dove la chiesa parrocchiale è tuttora dedicata a S. Giulia, a Pian Camuno e a S. Pietro in Solato. Il Sina sospetta che il monastero avesse proprietà anche in Valle di Lozio e nel territorio di Malonno, nonché a Pontagna perché vi si trovano località tuttora chiamate S. Giulia.


Molte corti e chiese possedette il monastero di Nonantola, fondato nel 752 dal re longobardo Astolfo, nel territorio della diocesi di Brescia che poi cedette al Vescovo Anfridio (790-806) e al Monastero di S. Giulia in Brescia. Il Sina sospetta che l'esistenza in valle di dedicazioni a S. Silvestro (Angolo) e a S. Genesio (Lovere, Ceratello) siano indici della presenza del Monastero di Nonantola in Valle Camonica.


Il monastero di S. Faustino di Brescia fondato dal vescovo Ramperto nell'841 ha da lui in dono la sopra citata «casa di S. Eusebio nel castro di Boenne (Bienno)». A Bienno i monaci governarono la parrocchia fino al 1796. Dal monastero dipendono inoltre le parrocchie di Darfo e Malonno, beni a Ceto e a Cemmo e le chiese dedicate a S. Bernardo (Pellalepre, Odecla) e a S. Paterio (Paisco).


Per iniziativa delle pievi e dei monasteri si espansero, su tutto il territorio camuno, le vie dei pellegrini, dei commercianti, dei militari che percorrono i due versanti della valle e conducono dal Bresciano e dal Bergamasco attraverso i passi dell'Aprica, della Foppa al Mortirolo e del Tonale nel nord alpino e l'oltralpe. Lungo queste vie da Sedergno sopra Toline a S. Bartolomeo del Tonale, dalla gola del Tinazzo presso Lovere fino all'Aprica si stendono, fin dall'alto Medioevo, le maglie sempre più fitte di diaconie delle pievi e poi di ospizi e xenodochi per pellegrini.


Come ha sottolineato Paolo Guerrini, di questa maglia di postazioni S. Lorenzo di Fraine segna la diaconia estrema della pieve di Pisogne verso il valico di San Zeno, come S. Stefano di Volpino e S. Lorenzo di Angolo indicano due diaconie della pieve di Rogno. A Cividate, come a Rogno, esistono diaconie locali. La pieve di Cemmo aveva la sua diaconia di S. Stefano nell'interno dell'abitato, che si trasformò poi nella parrocchiale attuale, e un'altra, S. Lorenzo, a Berzo Superiore. Nelle pievi di Edolo e di Dalegno, nel vasto territorio che si estende a ventaglio da Malonno all'Aprica e al Tonale, vasto ma quasi disabitato, le diaconie erano numerose, e molte vennero trasformate in ospizi, intitolati a san Giacomo e a san Bartolomeo. Accanto ad essi dobbiamo ricordare anche i piccoli ma numerosi centri delle corti monastiche di S. Giulia, di S. Desiderio, dell'abbazia di Leno, di S. Vigilio di Trento. Di particolare importanza erano ovviamente gli ospizi di S. Giacomo al Mortirolo e di S. Bartolomeo al Tonale. All'emanazione del Capitolare italico di re Pipino (777-810) che prescrive ai vescovi e ai monasteri di prendersi cura degli ospizi e xenodochi, questi passano a religiosi e religiose della regola di S. Agostino e vanno sempre più sviluppandosi. Ne nascono a Darfo, a Fraine, a Volpino, ad Angolo ecc.


Meno in evidenza e studiata è l'azione educativa e di istruzione svolta da pievi e monasteri. Caldeggiata da Carlo Magno e da papa Eugenio II nel Concilio Romano dell'826, venne assunta come impegno dai monasteri, dalle pievi e più tardi dalle parrocchie attraverso legati e cappellanie. Nel 1212 venne decretato che presso tutte le chiese vi fosse un maestro che istruisse i chierici e i ragazzi poveri. Le chiese, gli altari dedicati a S. Nicola da Bari e a S. Cassiano denotano l'esistenza di scuole. Verso la fine del sec. X la Valle venne toccata dalla riforma cluniacense che ebbe il suo caposaldo nel monastero forse già dei monaci di Tours, se non di una fondazione longobardo-francese di S. Salvatore alle Tese di Capodiponte. Questo monastero, già in decadenza agli inizi del sec. XV, fu centro di bonifica e ospizio di pellegrini. Novità riformatrici incentrate sulla povertà e il lavoro portarono nei sec. XII-XIII gli Umiliati, insediatisi in S. Bartolomeo di Cemmo ed Esine, e forse anche sul colle Barberino di Bienno e a Breno.


Estesasi nei sec. X-XI l'influenza non solo religiosa ma anche economica e di governo del vescovo, il titolo delle pievi copia quello della cattedrale di Brescia, dedicata a S. Maria Assunta, e le pievi stesse passano sotto il controllo diretto vescovile. La struttura ecclesiastica (pievi, parrocchie) si assesta e si sviluppa a partire dal sec. X. L'aumento della popolazione, lo sviluppo sociale ed economico, la sempre più sentita difficoltà di accedere alle pievi, il consolidarsi di comuni autonomi, lotte ataviche tra paesi, lasciti o decisioni di amministrazioni locali che dotano chiese e cappelle di un proprio beneficio, portano al consolidarsi di comunità periferiche alla pieve, che assumono il ruolo di parrocchie e rettorie sempre più indipendenti dalla pieve anche se, ancora per secoli, ad essa legate da segni di riconoscimento dell'appartenenza di un tempo come la partecipazione alle funzioni del sabato santo, il ritiro degli oli santi dalla pieve ecc. Solo a titolo di esempio nel 1032 Vezza d'Oglio diventa autonoma da Edolo Mù e nel tempo si stacca da Vezza la parrocchia di Vione. Nel 1146 il vescovo Manfredo consacra la chiesa di S. Giovanni Battista in Borno e nel 1160 il vescovo Raimondo quella di S. Vittore di Pian di Borno. Nei secoli XIII e XIV il numero di parrocchie autonome aumenta, mentre la chiesa matrice perde d'importanza, finché nel secolo XV dalla pieve risultano ormai separate quasi tutte le chiese dipendenti.


Più che dai provvedimenti vescovili o dai processi alle streghe, la Valcamonica risentì religiosamente benefici dagli ordini e congregazioni. Fin dal 1229, come vuole una tradizione, è segnalata la presenza in Valle di S. Antonio di Padova. La presenza francescana è quasi sicura sia nel convento (forse già benedettino o degli Umiliati) di S. Pietro in Barberino di Bienno, sia più tardi all'Annunziata di Borno, per intervento del beato Amedeo da Silva. Agli Amadeisti subentrarono nel 1601 i Riformati, che in seguito crearono comunità religiose a Lovere (colle di S. Maurizio) e a Cemmo (S. Dorotea). Di rincalzo alla fine del 1500 fecero la loro comparsa i Cappuccini che si stabilirono nel 1585 nel convento di Breno e in quello di Edolo. Allontanati dalle leggi napoleoniche (1810) i cappuccini tornarono alla metà dell'800 a Lovere e all'Annunziata di Borno.


Presenti a Pisogne già nel 1580 sono gli Agostiniani o Eremitani di S. Agostino; qualche anno dopo, nel 1593, anche a Darfo.


La Valcamonica non sfugge alle gravi crisi che colpiscono la Chiesa nei tempi medievali e delle quali furono indizi gravi la accennata caccia alle streghe, il diffondersi di pratiche superstiziose, l'esposizione alla penetrazione, per contiguità territoriale con la Valtellina e i Grigioni, dell'eresia luterana (che per qualche tempo si manifestò a Capodiponte). Risentì della crisi del clero, affievolito nello spirito religioso, esposto alla vita mondana e alla ricerca di benefici e di comodità, a scandali. È ciò che emerge dalla relazione del 1562 di mons. Giacomo Pandolfi inviato dal vescovo in Valcamonica e in Franciacorta. Ed è ciò che impegna ad una riforma, in seguito al Concilio di Trento, il vescovo Domenico Bollani (1559-1579). L'influenza degli ordini religiosi e specialmente del francescanesimo e di correnti di riforma cattolica che anticiparono di decenni l'azione del Concilio di Trento suscitò in Valle esperienze religiose di notevole rilievo nelle Discipline, delle quali restano singolari documenti nelle Passio Christi di Breno e di Malonno, nelle Scuole del Corpus Domini, nelle Confraternite del SS. Sacramento, nelle Scuole della Beata Vergine, nelle compagnie della Buona Morte, nelle Confraternite del Rosario ecc. Di notevole rilievo le Congregazioni o Schole della Dottrina Cristiana.


Frutto del diffondersi delle Confraternite e dell'affinamento della vita religiosa sono da considerare i Monti di pietà o Monti del grano per combattere l'usura. All'assistenza ai più poveri, ai malati erano dedicati i Pii luoghi, i legati del sale, del pane, per le doti alle ragazze da marito, le cappellanie. Dalle cappellanie e da specifici legati nacquero le prime vere scuole per i bambini affidate a sacerdoti, all'ombra della parrocchia.


Una profonda religiosità innata, l'attività del clero, degli ordini religiosi, delle Confraternite conducono ad una situazione religiosa e morale generalmente positiva che si rileva soprattutto dalle prime visite pastorali e specialmente da quella di S. Carlo Borromeo del 1580. A quanto ha scritto Lino Ertani il visitatore, a parte «alcuni casi deprecabili di simonia, di interferenze laicali nelle istituzioni religiose, come qualche caso di corruzione nel clero e di superstizione popolare, trovò un livello culturale e morale del clero in molti casi buono, salvo qualche irregolarità, come la poca scienza di qualche prete ordinato frettolosamente. Il popolo non è assente dalla vita parrocchiale e le "Scholae" sono molto attive nella penitenza, nell'orazione e nell'esercizio della carità. Se molti edifici del culto si trovavano in cattivo stato di conservazione, forse risalenti ai missionari dell'800, e rabberciati o modificati senza molti criteri artistici, già dal '400 si era iniziata un'opera di ricostruzione di nuove chiese che raggiungerà il suo apice nel '600 e nel '700. I servizi essenziali, comunque, sono esistenti e in qualche chiesa ci sono opere d'arte di tutto rispetto».


Del resto basta scorrere le pagine dedicate al clero da parte di O. Franzoni per rilevare il grado di cultura e lo zelo pastorale del clero camuno. Qualità che avrebbero strappato un elogio al card. Ottoboni in vista pastorale nella Valle (1658) «Li preti di Val Camonica sono buoni di far da se stessi un altro Concilio di Trento». E ancora testimonierà che «mai haverebbe creduto potersi trovare in Valcamonica tanta civiltà e compitezza». Circoscritto ma vivo il movimento dei Pelagini portato a Brescia nel 1647 dal laico milanese Giacomo Filippo Casolo, ma che ebbe il suo epicentro, per iniziativa dell'arciprete di Pisogne don Marcantonio Recaldini, in Valcamonica a Pisogne, Niardo, Malegno, stroncato nel 1783 con processi e condanne.


Più diffusa del quietismo fu una forma di giansenismo impersonata dal prevosto di Cividate don Giovanni Battista Guadagnini (1723-1807). Sacerdote esemplare, colto, efficace oratore, egli seppe conquistare sacerdoti e laici improntando l'azione pastorale di parecchi parroci camuni, la cui linea, come ha scritto Lino Ertani, che «continuò fino a non molti anni fa, era praticamente ispirata anche alle idee del Guadagnini: grande austerità morale soprattutto circa la giustizia e la castità; impegno assoluto nella pratica religiosa e nella preghiera, scevra da ogni trionfalismo o bigotteria; riti liturgici esatti nelle regole, ma partecipati con fede sincera; coscienza profonda della realtà del peccato visto come rovina spirituale dell'uomo che lo può portare al castigo eterno... misera condizione dell'uomo condannato al fallimento, se confida soltanto nelle sue possibilità naturali di operare il bene». Contemperarono queste forme di religiosità e a volte si confusero con esse, dopo la bufera giacobina del 1797 che portò alla chiusura di conventi, alla soppressione di confraternite, di legati, di cappellanie e alla laicizzazione di opere di carità, nuove devozioni: al S. Cuore, all'Immacolata, i richiami severi delle Missioni al popolo dei gesuiti, il potenziamento di Confraternite (Terz'Ordine francescano, Madri Cristiane, Figlie di Maria, Congregazioni di S. Luigi Gonzaga ecc.) e più tardi la nascita di oratori femminili e maschili e dell'Azione Cattolica.


Impulso alla religiosità camuna, ma anche frutto di essa, sono le Congregazioni religiose delle salesiane di Lovere (1818), delle Suore della Carità delle sante Capitanio e Gerosa, delle suore Canossiane, delle suore Dorotee di Cemmo, ecc. Religiosità camuna che ha espresso figure singolari nel clero come don Bartolomeo Librinelli, don Innocenzo Scalvinoni poi cappuccino, oggi Beato Innocenzo da Berzo; nelle vocazioni femminili come la beata Gertrude Comensoli, la Beata Annunciata Cocchetti, nel laicato come il beato Giuseppe Tovini. Religiosità che si è espressa nella società attraverso opere di cultura, di progresso civile ed economico, di testimonianza cristiana a tutti i livelli e nella partecipazione alle vicende della patria attraverso la Resistenza nelle quali rifulsero uomini come Giovanni Venturini e Giacomo Cappellini, tutti appartenenti alle Fiamme Verdi, organizzate da Romolo Ragnoli e che in don Carlo Comensoli, arciprete di Cividate, ebbero la guida spirituale. Religiosità ancora che ha avuto nel secondo dopoguerra manifestazioni corali nel pellegrinaggio della Madonna Pellegrina (1949), nel Congresso Eucaristico di Breno (agosto 1952) e concreta realizzazione di un centro di preghiera e di cultura nell'Eremo di Breno (1974).




ECONOMIA. Caccia, pesca, allevamento e pastorizia sono le prime attività dei camuni. Ad esse si accompagnano lo sfruttamento di miniere, la lavorazione del ferro e del legname e un sempre maggiore esercizio della coltura agricola con l'introduzione nell'alta valle di coltivazioni proprie della montagna e nella zona fertile della media bassa valle di colture di cereali, frutta e foraggi e anche della vite. Appare nel 1616 la coltivazione del mais, prodotto che, assieme alle patate e alle castagne, contribuì a "sfamare" la popolazione della Valle. Ancora nel 1800 venivano esportate castagne in Germania, Egitto e Argentina, e patate. «Enorme» la quantità di fieno esportato. Allo sviluppo dell'agricoltura hanno contribuito fin dagli ultimi decenni dell'800 il Comizio Agrario e, in seguito, il Consorzio agrario camuno (1905) il Consorzio antifilosserico, la Cooperativa di Valle Camonica, la Distilleria Agraria Cooperativa.


Nell'allevamento bovino la Valle si è particolarmente segnalata per la valorizzazione della razza bruno-alpina, con le campagne di selezione. Sempre più qualificata l'industria casearia attraverso i numerosi caseifici turnari e latterie. Nel 1891 la Latteria sociale di Edolo diede il via ad esperienze che si sono poi espresse nel Caseificio sociale di Valcamonica, in Cooperative (singolare il "Villaggio cinese"), ecc. e attraverso i Mercati di Edolo, di Darfo ecc. e di una attiva Associazione Zootecnica, che indisse esposizioni dal 1896. 


La frutticoltura ha avuto impulso dal 1904 col Consorzio Agrario. Apprezzato il vino camuno, prodotto un tempo fino a quote alte; dal 2002 sono riprese coltivazioni fino a quota 800. Fiorente, se rapportata all'altitudine, la bachicoltura che fece affibbiare a Edolo la denominazione «il nuovo Giappone» e che ebbe come riferimento le filande di Breno e di Pisogne.


Portata, a quanto si crede, dagli Umiliati nei sec. XII-XIII, ebbe un certo sviluppo l'industria della lana, ma già in crisi nei secoli che seguirono, tanto che nel Catastico del 1609 viene registrata la presenza di appena sette o otto mercanti che comperavano lana, la quale, dopo essere stata filata, pettinata e scardassata, veniva esportata a Cremona. La lavorazione in effetti si andò spostando sulla riviera sebina che assorbì la tosatura dei greggi camuni nella transumanza e dove sorsero stabilimenti per la lavorazione.


Una ricchezza conclamata della Valle sono sempre state le miniere di ferro, piombo e anche argento, cave di marmo, di calce, ecc. Le più rinomate, quelle del ferro, si scoprirono concentrate nelle viscere dei monti Giovo, Tinerle, Gavero, Malonno, Paisco e Loveno e più a S nei monti Rizzolo, Ossi, Seradino nel comune di Pisogne e nella valle di Fraine (v. Miniere). L'attività mineraria si fece talmente intensa nei sec. XIV-XV da suggerire a Venezia di stilare uno statuto minerario e di istituire un Vicario delle miniere. Abbandonate per gli alti costi, all'inizio dell'800 ne esistevano ancora circa cinquanta e attive una ventina.


La lavorazione del ferro camuno è segnalata in documenti del XIII sec. Nel 1246 infatti venivano stabiliti i dazi per le lamine di ferro, per coltelli, acciai e per il piombo, lo stagno, il rame, il bronzo e l'ottone; e nel 1291 Matteo Visconti decreta che il «ferro fuso (in Valcamonica) si venda a ragione delle gabelle di Brescia». I documenti vescovili rammentano di frequente il diritto del vescovo di Brescia alle decime anche sul ferro. Sempre nel sec. XIII si fabbricavano tanto a Edolo quanto ad Angolo celate, corsaletti, gambali, mentre a Bienno si producevano vanghe, vomeri, badili, padelle. La Valcamonica fu in questo secolo la vera culla della preparazione delle lamiere già sagomate delle varie parti delle armature che venivano poi finite e decorate a Milano e a Brescia. Ma soprattutto sotto il dominio di Venezia la Valcamonica moltiplica i suoi forni e le sue fucine. Nel 1562 si contavano in Valle 7 forni e un centinaio di fucine, i cui prodotti confluivano al mercato di Pisogne. Nel 1570 la valle donava per la guerra di Cipro 500 pesi di ferro.


Il catastico del Da Lezze del 1609, pur in un periodo di crisi per la proibizione di vendere ferro se non ad armaioli bresciani, segnalava in Valle sei forni e più di cento fucine. Corteno aveva grosse fucine d'acciaio, sei ne esistevano fra Incudine e Pontedilegno, quattro a Malegno, quattro a Pisogne, quindici a Bienno, due forni a Pisogne. I prodotti principali di questa industria erano: corazze, corsaletti, scudi, rotelle, celate, morioni (che per la pulitura e l'ultima mano venivano poi portati a Brescia); padelle, falci, vomeri, cerchi da botte, armi da taglio, inferriate, chioderie ecc. ecc. e lamiere d'ogni forgia e destinate a varii usi che si spedivano fuori dalla valle, per tutta Italia, anzi per tutta Europa. Si calcolava che nella lavorazione e nella preparazione del carbone da legna lavorassero oltre 10 mila operai.


Pur tra difficoltà crescenti dovute alla sempre più incerta e debole politica di Venezia l'attività manifatturiera continua: nel 1703 sono cinque i forni attivi e nel 1729 si contano 67 fucine. Anche sul piano di qualificazione dei prodotti non mancano indicazioni di rilievo. Così nel 1748 Girolamo Trombini di Bienno inizia a fabbricare padelle tornite all'uso di Carinzia, mentre nel 1750 sono particolarmente apprezzati i vomeri (o mazze rigate o soglie). In piena crisi della Repubblica Veneta nel 1770 esistevano in Valle 7 forni e 75 fucine concentrate soprattutto a Malegno, Bienno, Cemmo, Dalegno.


Gli ultimi decenni del sec. XVIII segnarono un nuovo rilancio per cui nel 1776 esistevano in Valle 36 grosse fucine e otto forni di cui due a Pisogne, rilancio che continuò in periodo napoleonico. Nel 1803, infatti, le fucine salirono di nuovo a 70 con 7 altiforni. Nel 1810 i Laini costruivano a Darfo una grande fonderia per bombe che venne tuttavia chiusa nel 1815. Sotto l'Austria la concorrenza dei prodotti della Stiria creò una nuova crisi alla quale la produzione bresciana cercò di far fronte senza esiti significativamente positivi, per cui nel 1860 Giulio Curioni poteva contare 56 fucine e sette forni e precisamente quelli di Pisogne, Cerveno, Cemmo, Cedegolo, Loveno, Paisco e Malonno, dei quali però quelli di Loveno e Malonno funzionanti per tre soli mesi all'anno e quelli di Cemmo e Cedegolo per otto mesi. Da questi forni il Curioni calcolò che venissero prodotti intorno ai 40.000 quintali di ghisa sui 71.000 quintali di tutta la provincia di Brescia.


La sospensione della produzione siderurgica in Francia e in Germania per la guerra del 1870 consentì un rilancio specialmente nella produzione di ghisa. Nel 1873 l'ingegnere delle miniere Zuppetti trovava in Valle Camonica 120 officine, ma di cui soltanto 72 attive. Quelle di Malegno (sette), di Esine (una) e di Capodiponte (una) servivano a fabbricare grattugie, mestoli, schiumatoi, palette; quelle di Cedegolo ed in genere nell'alta Valle, erano specializzate nella produzione di vomeri. La protezione doganale servì di spinta, per qualche anno, alla produzione di ghisa e di ferri da lavoro, ma l'abolizione nel 1880 del corso forzoso segnò una nuova crisi. La lavorazione del ferro era ancora concentrata ad Angolo, Artogne, Berzo Inferiore, Bienno, Capo di Ponte, Darfo, Esine, Edolo, Gianico, Grevo, Malegno, Niardo, Pian Camuno, Pisogne, Pontagna, Ponte di Legno nella lavorazione di attrezzi rurali, utensili domestici, cerchi ed assi per ruote, chiodi, bullette ecc. Sono sempre ricercati i falcetti dei Polonioli di Cimbergo e di Capodiponte, i vomeri dei Calvi di Edolo, le padelle, i secchi, i mestoli ecc. delle fucine di Bienno. Su 57 fucine che sono ancora aperte nel 1887-1888 lavorano 348 operai, dei quali più di 160 a Bienno ed una quarantina tra Artogne, Darfo, Fraine e Pian Camuno. Di questa realtà artigiana rimarranno segni duraturi nel tempo tanto che ancora nel 1975 si contavano 18 fucine a Bienno, 6 a Berzo e una a Niardo.


Ridimensionata la lavorazione del ferro, la Valle registra il lancio di un'attività produttiva più ricca e varia, e di dimensioni sempre più industriali. Oltre alle realizzazioni delle grandi imprese del camuno Giov. Antonio Gregorini a Lovere, nel 1893 viene fondata a Corna di Darfo da Agostino Bonara la Società Elettrica Camuna per la produzione, attraverso i forni Stassano, di bande nere e stagnate, società che nel 1902 verrà ceduta alla Società Voltri, diretta dalla famiglia Tassara, che continuerà la sua attività imprenditoriale nei grandi stabilimenti di Breno per la produzione di ferroleghe, ghisa, acciai laminati. Ai grandi stabilimenti di Breno si accompagnano gli impianti elettrici della Società Generale Elettrica Adamello (v.) e altre imprese quali la Società Elettrografite di Forno d'Allione, fondata nel 1926 da Emilio Franchi che nel 1947 entrerà a far parte dell'"Union Carbide Co.", nel 1933 per iniziativa di Maffeo Gheza la Società Elettrosiderurgica Valcamonica (SELVA) e via via i laminatoi di Artogne, la Predalva di Piancamuno, l'O.L.S. di Pisogne, il laminatoio di Gratacasolo ecc. Supporto allo sviluppo industriale furono dal 1907 in poi i grandi impianti idroelettrici di Temù, Sonico, Isola, Cedegolo, Cividate, Forno Allione, Ceto, Mazzunno, Vilminore, Gratacasolo.


Un contributo significativo venne anche negli anni '70 da sette cooperative meccaniche promosse da p. Marcolini, riunite nel settembre 1983 in una sola, la FA.M.CA. (Famiglia Meccanica Camuna).


L'industria estrattiva di marmo e pietra ha trovato sviluppo nella lavorazione di granito bigio utile alle costruzioni. Marmi apprezzati quello celeste di Cividate, la lumachella di Ono S. Pietro, utilizzata per stipiti, camini, il marmo di Vezza d'Oglio, le arenarie rosse di Darfo, l'ardesia di Ono S. Pietro, Capo di Ponte e Malonno. Pietra di calce fu sempre abbondante a Pilzone, Mazzunno, Malegno, Prestine, Cividate, Ono S. Pietro, Losine, Cerveno, Borno, Vello; baritina, a Pisogne, a Capo di Ponte e Paisco; conosciute per la loro eccellente qualità le pietre da mola di Gratacasolo. Agli inizi del '900 esistevano fornaci per la cottura della calce e del cemento nei comuni di Angolo, Borno, Cerveno, Ceto, Gorzone, Losine, Malegno, Marone, Ono S. Pietro, Vello.


La produzione del legname da costruzione (abete e larice) ebbe fino a pochi decenni fa seghe a Cedegolo, Saviore, Edolo, Santicolo, Corteno, Ponte di Legno, Niardo, Losine, Lozio, Borno, Malegno, Malonno, Sonico, Prestine, Berzo, Esine, Angolo, Darfo, Artogne, Pian Camuno, Capo di Ponte, ecc. Nel 1900 veniva impiantato a Darfo uno stabilimento per l'estrazione dal castagno dell'acido tannico. In seguito si svilupparono fabbriche per mattonelle compresse, per pavimenti o altro.


Alla fine degli anni '60 la Valcamonica registra la crescente presenza di grandi stabilimenti (con oltre 200 maestranze), quali l'Elettrografite di Forno d'Allione (elettrodi), la S.E.F.E. di Sellero (carburo e calciocianammide), la Tassara S.p.A. di Breno (ghisa e bulloneria), la S.E.L.V.A. di Malegno (acciai speciali), i cotonifici V. Olcese di Cogno e di Boario (filati), la Ledoga di Darfo (tannino), l'I.L.V.A. di Darfo (lamierine) e parecchie altre imprese. Alcune di queste realtà produttive sono state poi ridimensionate, mentre ha avuto sempre maggior rilievo l'attività turistica con la creazione di società turistiche per lo sviluppo delle zone più alte, di strutture alberghiere, di impianti sciistici, ecc.


PRESIDENTI DEL CONSORZIO B.I.M.: Giacomo Mazzoli, Giovanni Minelli, Enrico Tarsia, Tarcisio Alberto Moreschi, Giovanni Minelli, Giacomo Branchi, Edoardo Mensi.


PRESIDENTI DELLA COMUNITÀ MONTANA DI VALLE CAMONICA: Pietro Avanzini, Arturo Minelli, Enrico Tarsia, Alessandro Bonomelli, Luigi Mottinelli, Gian Pietro De Toni, Alessandro Bonomelli.